Pubblicato in: CRONACA

Due milioni di case a rischio.


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Edifici vecchi, ristrutturati male, collaudati senza verifiche. Non sono soltanto i terremoti a far crollare le case in Italia. Uno dei pericoli maggiori, secondo gli esperti, è l’abitudine di considerare manutenzioni e norme di sicurezza soltanto fastidiosi orpelli burocratici.
Secondo i dati di Confartigianato e Istat, oltre 2 milioni di edifici residenziali in Italia sono in mediocre o cattivo stato di conservazione. È il 16,8 per cento del totale, ma si sale al 21,1 per cento per le case costruite prima del 1981. La Campania, dove c’è stato ieri il crollo con vittime, è tra le regioni con la situazione più critica e il 21,8 per cento delle case a rischio. Peggio fanno Sicilia (26,5 per cento), Calabria (26,2) e Basilicata (22,3). Il Sud si distingue per dati negativi, con situazioni critiche in Molise (21,5), Sardegna (17), Puglia (16,7) e Abruzzo (16,6).
Stanno meglio l’Umbria (10,7 per cento a rischio) dove dopo il terremoto del 1997 molto è stato fatto per eseguire revisioni e manutenzioni, e il Trentino Alto Adige. La regione autonoma ha la quota più bassa d’Italia con l’Umbria, il 10,7 per cento, grazie sia ai piani di edilizia, che hanno puntato molto sul rinnovamento ai fini del risparmio energetico e del rispetto dell’ambiente, sia a controlli puntuali. Rispetto alle situazioni più drammatiche fanno meglio anche la Toscana (11,5), l’Emilia Romagna (12,2), il Friuli- Venezia Giulia (12,5), il Veneto (12,6), la Lombardia (12,8), le Marche (14), la Valle d’Aosta (15,4), il Lazio (15,9) il Piemonte e la Liguria (16,3). A Roma, dove tra gennaio e maggio 2016 ci sono stati due crolli, sul Lungotevere e a Ponte Milvio per fortuna senza vittime, è a rischio il 14,7 per cento degli edifici. Il caso limite è quello di Vibo Valentia, dove il 31,4 per cento degli edifici, cioè oltre 3 case su dieci, sono in pessimo stato.
Sono dati di per sé allarmanti, ma non esaustivi e approssimati per difetto: fotografare esattamente la situazione degli oltre 12milioni di edifici residenziali italiani per un totale di oltre 31milioni di abitazioni è difficile perché la documentazione che li riguarda e che dovrebbe ricostruirne la storia con tutti gli interventi fatti è spesso lacunosa o del tutto inesistente. «Eseguo verifiche sui fabbricati — spiega l’ingegner Gianpaolo Rosati, ordinario di tecnica delle costruzioni al Politecnico di Milano ed esperto di diagnostica e controllo — purtroppo in moltissimi casi è sparita totalmente la documentazione. Spesso anche certificati fondamentali quali il collaudo non sono reali, sono stati all’epoca aggiustati e perciò anche i materiali per le costruzioni non corrispondono a quelli dichiarati. Ci sono casi in cui non si riesce a recuperare il fascicolo di edifici importanti progettati da grandi architetti o di costruzioni pubbliche. In Italia il deposito della documentazione è stato sentito non come una garanzia per evitare incidenti, ma come un atto di burocrazia inutile. Da questo punto di vista l’introduzione del fascicolo di fabbricato sarebbe fondamentale». Le leggi ci sono, sottolinea l’ingegnere, ma ad aumentare i rischi di crolli è il fattore umano che «pesa per il 50 per cento, perché — conclude Rosati — dobbiamo cambiare mentalità e capire che anche l’edificio perfetto, costruito a norma, ha bisogno di manutenzione e dopo 50 anni esaurisce la sua vita utile ». E ciò considerato, visto che il 75 per cento degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1981, la situazione appare ancora peggiore di quella che delineano i dati.

https://www.assinews.it/07/2017/due-milioni-case-rischio-record-sicilia-calabria/660042065/

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