Pubblicato in: CRONACA

La lunga storia dell’obbligo scolastico


scuola

L’istruzione obbligatoria in Italia, oltre la quinta elementare, è storia molto recente. Un Paese scolarizzato troppo tardi. Forse questa è la causa di tutti i nostri problemi: mancanza di istruzione.

La storia dell’obbligo scolastico e della sua crescita è lunga ed è resa ancor più lunga dai pregiudizi, che sembrano ripetersi ogni volta che si arriva a una nuova tappa.

Coscrizione scolastica” così era chiamato l’obbligo scolastico nel dibattito che nella seconda metà del secolo XIX, allora come ora, infiammava l’opinione pubblica (che al tempo era un po’ più ridotta di adesso, limitata a classi ricche e intellettuali e a una parte del ceto medio, vista l’ampia diffusione dell’analfabetismo) ogni qualvolta si parlava di aumentarlo e financo di istituirlo. L’istituzione era avvenuta nel 1859 e prevedeva l’obbligo fino alla seconda in una scuola elementare che allora era solo di quattro anni. Il primo innalzamento lo si ebbe nel 1877 col governo della Sinistra storica: da due a tre anni, con sanzioni per i non ottemperanti (prima non c’erano e quindi l’obbligo oltre che più basso era pro-forma). Ma anche su un obiettivo così basso ci fu che pensava che la scuola dovesse essere inaccessibile per le classi popolari se è vero che ci furono venti voti contrari alla Camera. Il Ministro era allora Coppino il quale fece anche altri due atti degni di rilievo: l’innalzamento del percorso elementare da quattro a cinque anni e la sottrazione delle scuole tecniche al Ministero dell’agricoltura e dell’industria e la loro assegnazione all’Istruzione (alla quale saranno nuovamente tolte da Gentile nel 1923, come si vede, anche in questo caso la storia si ripete e riguarda, mutatis mutandis, sempre un certo tipo di scuole!).

Ancora più virulenta fu la polemica quando si trattò di portare l’obbligo scolastico alla quinta elementare, cosa che avvenne con Orlando nel 1904, il quale anzi stabilì come limite di età i 12 anni con l’istituzione della sesta classe per le moltitudini che non proseguivano gli studi ( ma, essendo le bocciature a quei tempi alte nelle elementari, la massa si fermava, quando andava bene, alla quinta).

In molti casi però l’attuazione di questa norma non avvenne o avvenne solo dopo il 1910 quando l’istruzione elementare divenne statale: molti comuni infatti, soprattutto nel Meridione, non erano in grado di istituire scuole quinquennali.

L’obbligo a 14 anni fu istituito ufficialmente da Gentile nel 1923. Fu fatto per aderire ad una convenzione internazionale di alcuni anni prima, ma di fatto anche questa volta rimase lettera morta per la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi italiani fino al 1962-63 quando fu avviata la riforma della scuola media. E questo nonostante che dal 1948 anche un articolo della Costituzione della Repubblica imponesse un obbligo di frequenza scolastica di almeno otto anni.

La cosa è talmente vera che probabilmente se si chiedesse a tutti gli italiani quando è stato istituito l’obbligo scolastico a 14 anni la maggioranza risponderebbe nel 1963 con la scuola media unica.

In realtà, molti se lo ricorderanno,in quel periodo vigeva per il percorso post elementare un rigido doppio canale (ancora la storia si ripete!): da un lato la scuola media, ginnasio dimezzato, con prosecuzione agli studi superiori e dall’altro l’avviamento professionale (tecnico, commerciale, agricolo)indirizzato al lavoro. Per una eventuale prosecuzione dall’avviamento all’ITIS occorreva un esame di ammissione, quindi non si può proprio dire che l’avviamento fosse un canale tecnico: era, come sempre,la gronda di scarico degli alunni più poveri e più deboli verso il lavoro. Mentre, perché non ci fossero dubbi, a quel ginnasio dimezzato che era scuola media (con tre annualità di latino e solo due di lingua straniera, senza scienze e senza tecnica) si accedeva dopo un esame di ammissione alla fine della quinta elementare, molto rigido e selettivo.

Insomma tra ginnasi dimezzati, selezioni di ammissione e centralità del latino, si può dire che nella nostra storia le nostre classi dirigenti non solo non hanno mai saputo costruire una scuola seria per il popolo, ma neppure una per i ceti medi.

Sta di fatto che, quando nel 1960 si abolì l’esame di ammissione alla scuola mediae si cominciò a discutere di riforma di quest’ultima, la licenza media era appannaggiotre italiani su dieci. E non si creda che la scelta di avviarsi su questa strada fosse un fulmine a ciel sereno: dieci anni prima la licenza media era appannaggio di appena due italiani su dieci, ma dal 1958 si assisteva ad una pressione impetuosa alle porte della scuola media, che grosso modo nel 1963, anno di attuazione della riforma, avrebbe portato i licenziati tra i nati del 1949 al 45% . In tre anni praticamente un incremento del 15%, il doppio di quello dei sette anni precedenti: effetto del boom economico e anche di quello delle nascite!

La classe dei nati del 1952, la prima che usufruì della riforma, si licenziò tuttavia appena al 61,82%, alla faccia dell’obbligo scolastico fino a 14 anni, ma con un altro grosso balzo di quasi il 17% in tre anni. Poi la crescita dei licenziati della scuola media si stabilizzò fino ai nati tra il 1956 e il 1959 che frequentarono la scuola media tra il 1967 e il 1973, anni topici, come si può vedere. Ci fu allora su quelle tre coorti di età una crescita di più del 21%.

Ma si era ancora appena all’83% dei licenziati sui nati nel 1959. Per arrivare al 100% di licenziati bisogna infatti arrivare, con gradualità, molto più avanti: alla classe dei nati nel 1976 che ottennero la licenza per lo più nel 1990 e qualcuno anche dopo a causa delle ripetenze o conseguendola nei corsi per adulti, nel frattempo istituiti.

Ci fu dunque una lunga dispersione nel percorso della scuola media unica, e questo è uno degli argomenti che ancora si usa contro quel percorso ed anche contro un eventuale percorso unico o unitario per l’innalzamento dell’obbligo a 16 anni. Ma gli errori furono corretti aggiustando il tiro con le riforme del 1975 del 1977. C’era molta selezione all’inizio che allontanava i ragazzi: tutti ricordiamo la lezione di Don Milani, ma la scelta di Don Milani non era la sopravvivenza dell’avviamento, e la lezione fu quella di inserire le sue metodologie nella scuola di Stato non quella di costruire 10 100 1.000 corpi separati per gli alunni più deboli (molti ricordano la tentazione segregante delle classi differenziali). Prima ancora delle riforme del 1975-77 ci furono cambiamenti nell’atteggiamento degli insegnanti: il balzo in avanti delle licenze medie nel periodo 1967-1973 non è dovuto probabilmente solo a una minor dispersione ma anche ad una minor selezione. E poi ci furono microinterventi assai significativi: nei primi anni settanta l’istituzione dei doposcuola statali (libere attività complementari e studio sussidiario), le prime esperienze di scuola integrata (parallele al tempo pieno nella scuola elementare), le 150 ore per gli adulti che dovevano recuperare la “loro dispersione” e infine, ma siamo già al 1984, il tempo prolungato.

Tutto ciò non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il coraggio di fare quella scelta della scuola media unica nel 1962, se ci fosse stata una via di fuga su cui scaricare le contraddizioni, se si fosse mantenuto il secondo canale dell’avviamento professionale, che allora si volevanell’obbligo a 14 anni con le stesse argomentazioni che oggi sentiamo in bocca ai fautori del doppio canale nell’obbligo a 16 anni.

Con l’obbligo scolastico oltre i 14 anni, a 16 o a 18, lo stesso coraggio stenta a vedersi.

Berlinguer lo portò timidamente a 15 (è rimasta comunque finora la scelta più avanzata, il che è tutto dire!) e fino a 18 introdusse un obbligo non scolastico ma formativo.

La Moratti retrocesse l’obbligo scolastico a 14 anni, lo sostituì con un diritto-dovere dove ci stava dentro la formazione professionale ed anche l’apprendistato puramente lavorativo ed questo lo stabilì fino a 18 anni, ma in prima applicazione fino a 16 e forse in seconda a 17 .

Fioroni parla di obbligo di istruzione a 16 anni (dimenticando che “istruzione” è parola giuridicamente più forte e precisata di “scuola”, altrimenti perché sarebbe Ministro della Pubblica Istruzione?) ma vi comprende dentro anche la formazione professionale (che non dipende dal Ministero della Pubblica Istruzione) e a tal fine stiracchia i concetti di “unico” e “unitario” finora applicati ai bienni per applicarli all’obbligo.

Insomma oggi che il 98% dei licenziati della scuola media prosegue nelle superiori e che oltre il 70% arriva al diploma è più difficile parlare di obbligo scolastico e di percorsi unitari di quando nel 1960 si parlava di scuola media unica con appena il 30% che arrivava a terminare la scuola media. E i “politicanti” di allora, niente più che compiacenti democristiani con qualche socialista di complemento, confrontati alle titubanze dei nostri, che pure si riempiono sempre la bocca di riformismo, ci sembrano dei giganti pronti a sfidare il futuro.

Se per realizzare nei fatti l’obbligo scolastico a 14 anni ci sono voluti 67 anni dalla proclamazione ufficiale, 28 dall’approvazione della riforma della scuola media e 24 dalla prima generazione che ne ha usufruitoquanti ce ne vorranno con questi chiari di luna per realizzare un autentico obbligo scolastico, privo di ambiguità, a 16 o a 18 anni?

 

http://www.flcgil.it/scuola/la-lunga-storia-dell-obbligo-scolastico.flc

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