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La più grande biblioteca del Sudamerica? In Brasile, a Rio


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Oltre 9 milioni di documenti, libri rarissimi e una solenne architettura in stile liberty-neoclassico. Il 1° novembre del 1755 la città di Lisbona fu colpita da un violento terremoto, che rase al suolo la Biblioteca Reale, una delle strutture più importanti d’Europa; in seguito a questo tragico evento il governo portoghese decise di trasferire la maggior parte delle opere in Brasile, allora colonia portoghese.  Dopo una sede provvisoria ai piani superiori  del Terzo Ordine delle Carmelitane, che si trova vicino al Palazzo Imperiale, il 29 ottobre 1810 il Principe Reggente emanò un decreto con il quale stabilì l’istituzione di una biblioteca reale da realizzare con le risorse del Tesoro; la continua crescita della biblioteca (un decreto presidenziale del 1907 sancì il dovere per tutti gli editori di spedire una copia di ogni pubblicazione alla biblioteca),portò alla costruzione dell’attuale edificio, durante il governo di Rodrigues Alves che fu terminato e inaugurato nel 1910 durante il governo del presidente Nilo Peçanha.

Il progetto dell’edificio è dell’ingegnere Francisco Marcelino de Sousa Aguiar, e ha uno stile eclettico, frutto della fusione tra elementi liberty e neoclassici. La biblioteca contiene inoltre numerose opere di artisti brasiliani.

Tra i volumi di maggior pregio presenti, due edizioni della Bibbia stampate nel XV secolo, un menù appartenente all’ultimo impero prima della fine della monarchia, e la prima edizione de I lusiadi, famoso poema epico brasiliano.

 

 

https://www.illibraio.it/biblioteca-nazionale-brasile-192282/

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Come cambierà il digitale terrestre dal 2020


Dal 2020 cambieranno le frequenze che ospitano le trasmissioni del digitale terrestre saranno liberate per far posto al 5G: ecco cosa cambierà per gli utenti

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Le frequenze occupate dal digitale terrestre dovranno essere liberate entro il 2020, anno in cui si prevede l’introduzione della rete 5G a livello europeo. I canali televisivi che al momento occupano queste frequenze verranno spostati e trasmetteranno utilizzando il nuovo standard MPEG4. Le prime emittenti a emigrare saranno quelle locali, seguite dalla RAI e dagli altri canali nazionali. Il passaggio dovrebbe durare all’incirca due anni ed essere completato entro il 30 giugno 2022.

Circa il 60% dei televisori presenti nelle abitazioni degli italiani già supporta il nuovo standard MPEG4 (che nel gergo tecnico viene definito Dvb-T2), mentre tutti gli altri hanno bisogno di un nuovo decoder che permetterà di ricevere le trasmissioni televisive. Tutti i televisori che verranno prodotti nei prossimi anni supporteranno lo standard MPEG4 e non sarà necessario acquistare il decoder. Per tutti coloro, invece, che non vorranno comprare un nuovo TV, lo Stato dovrebbe mettere a disposizione degli incentivi per acquistare il decoder.

Ma il vero problema è che gli incentivi non basteranno: prendono quota le voci (in realtà riportate nero su bianco da una “nota tecnica”) secondo cui gli incentivi dovrebbero essere limitati ai cittadini esentati dal canone (praticamente ultrasettantacinquenni con reddito inferiore a 6713 euro) in ragione di 50 euro cadauno, un’operazione che porterebbe con i fondi stanziati a “salvare” circa 2 milioni di TV, abbandonando gli altri (circa 8 milioni di consumatori) al proprio destino.  E non sarà una passeggiata: l’esperienza del passaggio dall’analogico al digitale ci ricorda quanto abbiamo odiato il decoder per le inevitabili scomodità che questo comporta (due telecomandi; la complessità, soprattutto per le persone anziane, della selezione dell’ingresso esterno; i cavi in vista e lo spazio da destinare all’apparecchio esterno). E c’è anche un’aggravante! Questa volta, la promessa di valore collegata a questo passaggio delle trasmissioni al nuovo standard è più debole: non un aumento del numero di canali, come nel passaggio dall’analogico al digitale, ma semplicemente gli stessi canali, forse tutti (?) in alta definizione. Basterà per spingere gli utenti italiani al sacrificio economico e ai disagi del decoder?

 

Potrebbe interessarti: http://www.today.it/blog/unione-nazionale-consumatori/digitale-terrestre-cambiare-nostra-tv.html
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L’allarme del Wwf: il 60 per cento della fauna selvatica spazzato via in 44 anni.


Popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuite del 60 per cento tra il 1970 e il 2014 che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Le minacce che stanno minando le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione,  riguardano soprattutto il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura. Delle piante e di buona parte degli animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, il 75 per cento di queste estinzioni è stata causata dal sovrasfruttamento e dall’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, che sta diventando un driver crescente, dall’inquinamento, dalle specie invasive dalle dighe e dalle miniere. L’impronta ecologica del nostro consumo. Negli ultimi 50 anni la nostra impronta ecologica, la misura del consumo delle risorse naturali, è incrementata del 190 per cento. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi e urgenti cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.

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Il mondo ha bisogno di  obiettivi chiari e ben definiti per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità.  Invertire la curva della perdita di biodiversità. La biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza di una moderna e prospera società umana, capace di continuare a vivere bene nel corso del tempo.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/30/societa/lallarme-del-wwf-il-per-cento-della-fauna-selvatica-spazzato-via-in-anni-Kt8xuGU4XavORA7unhprXP/pagina.html

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Il Kamut e i faraoni.


La magia dei faraoni ha graziato il semplice grano Khorasan. E anche, ovviamente, la Kamut International.

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Kamut non è affatto una varietà di grano. E’ semplicemente un marchio.Come avrebbero fatto, d’altronde, dei semi vecchi di 4000 anni germinare ancora dopo un tale periodo di tempo? Senza contare, inoltre, che gli antichi Egizi pare nemmeno lo conoscessero il frumento, coltivando invece solamente farro e orzo. La cruda realtà, invece, è che nel 1987 i Quinn, una famiglia di agricoltori del Montana, ebbero la bella idea di dare un nome egizianeggiante, con relativa storiella, ad un tipico grano ancora oggi coltivato in Iran, il grano Khorasan, registrandone il nome di fantasia  ma comunque di origine egiziana“Kamut”.

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L’Italia rappresenta il mercato più grande per il Kamut,  il grano “antico”,  quindi per definizione sano ed ecosostenibile, nonostante non presenti particolari proprietà nutrizionali e che sia tutto il contrario di quel che si dice un “prodotto a km zero”, considerato che la maggior parte proviene da Stati Uniti e Canada, giusto qui dietro l’angolo. Ed essendo inoltre un prodotto contenente glutine, non può nemmeno essere utilizzato nell’alimentazione dei celiaci.

Se infine aggiungiamo che il costo della farina o dei prodotti a base di Kamut è superiore a quello della normale farina di grano, viene da chiedersi quale sia il motivo di questa generale e inspiegabile infatuazione collettiva.

 

 

 

https://www.dissapore.com/alimentazione/kamut-miti-da-sfatare/

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A Roma il murales mangia-smog, è il più grande d’Europa


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Un airone alto cinque piani che caccia la sua preda in un mare gravemente inquinato, ma che a sua volta “caccia” via l’inquinamento dell’aria da uno degli incroci più trafficati della Capitale. È Hunting Pollution, il più grande murales green d’Europa, inaugurato nel quartiere Ostiense di Roma. La pittura con cui è stato realizzato – la Airlite – è molto speciale: dodici metri quadrati possono assorbire le sostanze nocive prodotte da un’auto in un giorno. L’intero murales – ben mille metri quadrati – depurerà l’aria della città, è stato calcolato, quanto un bosco di trenta alberi.

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E’ un murales da Guinness. La vernice antismog, infatti, abbatte i livelli di ossidi d’azoto emessi dalle auto, il benzene e la formaldeide, agisce contro il fumo di sigaretta, i cattivi odori ed elimina persino i batteri resistenti agli antibiotici. Un prodotto che potrebbe diventare sempre più diffuso, quindi, anche negli usi non artistici.

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https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/27/news/a_roma_il_murales_mangia-smog_e_il_piu_grande_d_europa-210148149/

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LA PRIMA VOLTA IN NUOVA ZELANDA


 

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La Nuova Zelanda è stato il primo stato nel mondo a riconoscere il diritto di voto alle donne nelle elezioni politiche. Può, quindi, essere etichettata come la madre del suffragio universale. Infatti il 19 settembre 1893 il governatore Lord Glasgow sottoscrisse un Electoral Act che concedeva alle donne il diritto di votare. Questa legge fu il risultato di anni di lotta e dedizione alla causa da parte delle suffragette kiwi, capeggiate da Kate Sheppard. Nel 1891, 1892 e 1983 hanno inviato una serie di petizioni parlamentari affinché venisse concesso il diritto di votare anche alle donne. Il contributo che Kate Sheppard ha dato alla storia neozelandese è stato riconosciuto all’unanimità ed ufficialmente. Difatti, oltre a guadagnarsi una targa commemorativa in una piazza di Auckland (Khartoum Pl), la sua immagine è stampata sulle banconote da 10 dollari neozelandesi.

http://www.voglioviverecosiworld.com/rubriche/kia-ora-da-aotearoa/le-prime-volte-della-nuova-zelanda

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Quanto inquiniamo per nutrirci?


cucina.jpgUn cittadino europeo ogni anno per nutrirsi produce oltre una tonnellata di biossido di carbonio, ossia CO2. È all’incirca la stessa quantità che si può attribuire a una persona che viaggi in auto per 6.000 chilometri. L’Italia è più o meno nella media del Continente, che è di 1.070 chilogrammi di CO2 a testa, ma da una nazione all’altra ci sono grosse differenze. I portoghesi(seguiti dagli svedesi) risultano in cima alla classifica per quantità di inquinamento prodotto: 1.460 chilogrammi equivalenti di CO2, ovvero quasi il 40% in più della media e oltre il doppio della quantità prodotta dai cittadini di un Paese come la Bulgaria, dove ciascun abitante è responsabile di appena 610 chilogrammi di CO2 in più ogni anno.

La parte più consistente delle emissioni è dovuta al consumo di carne e uova, che contribuiscono per oltre la metà alla produzione di inquinamento: in media il 56% per i Paesi europei (ma alcuni arrivano anche al 64%). Al secondo posto ci sono latte e latticini, con il 27%. Fatte le somme, carne uova, latte e formaggi arrivano a essere responsabili di più dell’80% dell’inquinamento prodotto dalla nostra alimentazione. I cereali, invece, se si prendono in considerazione solo quelli consumati direttamente dall’uomo (e non quelli che diventano mangime per gli animali) incidono appena per il 4%. E infatti lo studio indica che i bulgari, che inquinano meno di tutti, hanno solo il 25% dei propri consumi alimentari legati a prodotti animali.

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/26/scienza/quanto-inquiniamo-per-nutrirci-khOrMdKCpljb5fTxLsAl9H/pagina.html

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L’economia circolare richiede di guardare avanti e non indietro nella gestione dei rifiuti


Gli incendi di alcuni stoccaggi di rifiuti in diverse parti del Paese e alcune difficoltà di gestione degli scarti in alcune filiere industriali hanno aperto un dibattito sulla gestione dei rifiuti in Italia nel quale sarebbe bene non perdere di vista alcuni dati di base. In Italia si ricicla ben il 65% dei rifiuti speciali e se ne smaltisce, in varie forme, circa il 22%; si ricicla, inoltre, il 46% dei rifiuti urbani, se ne incenerisce circa il 20% e si smaltisce in discarica circa il 25%. Per il riciclo dei rifiuti speciali siamo leader in Europa, per quello degli urbani siamo fra le prime posizioni e per il riciclo degli imballaggi siamo in testa. Grazie alla forte crescita delle raccolte differenziate e del riciclo, la situazione della gestione dei rifiuti in Italia, anche se non mancano problemi in alcun settori e in alcune aree del Paese, è di buon livello, in certe realtà e filiere è un’eccellenza europea, con una rete impiantistica che è ormai una importante realtà industriale, con oltre 6000 imprese con circa 110 mila addetti, che fatturano oltre 23 miliardi e generano un valore aggiunto di oltre 8 miliardi all’anno (Eurostat 2014 ). Lo dico perché, mentre si guarda l’albero che cade, non si dimentichi la foresta che invece cresce .

Gli incendi negli stoccaggi di rifiuti hanno diverse cause: alcuni sono, presumibilmente, accidentali o causati da condizioni di accumulo tecnicamente inadeguate, altri, probabilmente, sono prodotti da comportamenti delinquenziali che puntano a guadagnare, dopo aver incassato dal conferimento per il corretto avvio al riciclo o allo smaltimento, risparmiando i costi dell’effettivo riciclo o dell’inceneritore. Ma vi sono altre cause che determinano, o concorrono a determinare questi incendi? Vi sono strozzature nel ciclo di gestione dei rifiuti che possono alimentare riempimenti di centri di stoccaggio e ostacolare gli svuotamenti, creando condizioni di rischio e alimentando pericoli di incendi, accidentali, colposi o anche dolosi? E’ possibile. monnezza.png Ci sono i rischi che comporta la difficoltà del riciclo dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha decretato l’incompetenza delle Regioni ad autorizzare attività, caso per caso, di riciclo completo (End of waste) in tutta una serie di filiere importanti e del ritardo che si va accumulando nella soluzione di tale problema.

Le raccolte differenziate dei rifiuti urbani, inoltre, in questi ultimi anni sono cresciute notevolmente, questa forte crescita non ha generato solo vantaggi, ma anche problemi di gestione: col crescere delle quantità è peggiorata la qualità delle raccolte differenziate e sono aumentate le frazioni estranee e quindi gli scarti; la capacità degli impianti di selezione, di pretrattamento ed anche di riciclo non è distribuita omogeneamente ed è carente in diverse aree;per raggiungere obiettivi più impegnativi servono nuove tecnologie per riciclare rifiuti più difficili da riciclare che sono disponibili, ma poco utilizzate; crescendo il riciclo crescono anche i problemi di gestione dei rifiuti prodotti da attività di riciclo; aumentando gli obiettivi di riciclo occorre fare di più per rendere più facilmente riciclabili tutta una serie di rifiuti; aumentando notevolmente i materiali provenienti dal riciclo, sono necessari maggiori sbocchi di mercato. Tutti questi problemi di crescita – che sarà ulteriormente incrementata dalle nuove direttive sull’economia circolare – vanno affrontati puntualmente, con innovazioni tecnologiche e gestionali, con politiche e misure mirate e precise. Quello dei rifiuti è un sistema complesso che non deve essere gestito con scorciatoie semplificate, tipo quella che, per risolvere i problemi attuali, ripropone di puntare sull’incenerimento di massa. La transizione all’economia circolare è una strada nuova che conosciamo solo in parte, ma con una certezza: porta avanti e non indietro.

https://www.huffingtonpost.it/2018/10/26/l-economia-circolare-richiede-di-guardare-avanti-e-non-indietro-nella-gestione-dei-rifiuti_a_23572496/?utm_hp_ref=it-homepage

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Gli ospedali che tengono i pazienti in ostaggio.


ostaggi-ospedali.jpgAssociated Press ha raccontato  che ci sono decine di ospedali nel mondo che tengono in ostaggio i pazienti: anche se sono guariti e potrebbero dimetterli, gli ospedali non li fanno uscire finché loro o i loro parenti non pagano una sorta di riscatto. A volte il prezzo corrisponde alle tariffe da pagare per la loro permanenza in ospedale; altre volte è molto più alto e non ha niente a che fare con i servizi, spesso scarsi, offerti dalle strutture. In alcuni casi i pazienti vengono chiusi a chiave nelle loro stanze, in altri sono legati, in altri ancora ci sono guardie armate a presidiare certe aree degli ospedali.

Queste situazioni esistono in almeno 30 paesi del mondo, tra cui la Nigeria, il Congo, la Cina, la Thailandia, la Lituania, la Bulgaria e alcuni paesi di America Latina e Medio Oriente. Su venti ospedali analizzati a Lubumbashi, la seconda città del Congo, solo uno non praticava una sorta di riscatto per dimettere i pazienti. In Bolivia, invece, almeno 49 persone sono state «detenute in ospedali o cliniche» negli ultimi due anni. Uno degli ospedali in cui la situazione è più preoccupante è però il Kenyatta National Hospital, in Kenya:  ci sono  centinaia di corpi di persone morte che ospedali e obitori restituiscono alle famiglie solo a pagamento. Trattandosi spesso di pazienti poveri, i riscatti spesso non vengono pagati. Più che per i soldi del riscatto, molti ospedali usano questa pratica come deterrente: per dissuadere persone povere dall’andare in quell’ospedale.

 

 

 

 

https://www.ilpost.it/2018/10/25/ospedali-pazienti-ostaggio/

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Universalità dell’accesso al più importante bene comune


acqua00.jpgPromuovere il consumo dell’acqua del rubinetto, ridurre i veleni e ridurre gli imballaggi in plastica sono gli obiettivi della proposta di direttiva sull’Acqua potabile approvata martedì 23 ottobre dal Parlamento Europeo, dopo una lunga discussione che ha coinvolto tutti gli  operatori  europei. Tra i punti cardine della normativa quello dell’aggiornamento in modo più rigoroso dei parametri di qualità delle acque. La legislazione inasprisce infatti i tetti massimi per alcuni inquinanti come il piombo (da dimezzare), i batteri nocivi e introduce nuovi limiti per alcuni interferenti endocrini. Fra i nuovi parametri chimici c’è ad esempio l’uranio e il bisfenolo A, un composto organico usato per produrre plastiche e resine e sospettato da decenni di essere nocivo. Fra quelli microbiologici ci sono l’Escherichia coli, un batterio molto comune nelle feci umane. Si stima che i nuovi controlli, insieme ad altre iniziative previste dalla direttiva, potrebbero costare in tutto 6-7 miliardi di euro, quasi totalmente a carico degli operatori dell’acqua.

La direttiva introduce inoltre il monitoraggio dei livelli di microplastica, un problema rivelato di recente. Inoltre, tra i nuovi doveri a carico degli Stati membri c’è quello di garantire l’accesso universale all’acqua pulita e migliorare l’accesso all’acqua nelle città e nei luoghi pubblici, attraverso la creazione di fontane gratuite, laddove sia realizzabile dal punto di vista tecnico e proporzionato all’esigenza di tali misure.

Il Parlamento chiede inoltre che l’acqua del rubinetto sia fornita gratuitamente, o a basso costo, nei ristoranti, nelle mense e nei servizi di ristorazione.

In Italia, la direttiva è stata recepita con largo anticipo con l’introduzione del Water Safety Plan da parte di uno dei maggiori gestori del servizio idrico, Gruppo CAP.

La nuova direttiva è un passo importante perché pone una sfida a innalzare qualità e investimenti nel settore idrico e a migliorarne la sostenibilità, l’universalità e la partecipazione. Obiettivi che si possono cogliere solo rafforzando la filiera industriale che nei diversi Paesi gestisce il servizio idrico, migliorandone le performance e lavorando insieme a tutti gli operatori, in modo da promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto, riducendo l’immissione di plastica nell’ambiente e per garantire in modo concreto l’universalità dell’accesso al più importante bene comune che abbiamo che è l’acqua.

 

https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-10-25/direttiva-acqua-va-servita-basso-costo-ristoranti-175144.shtml?uuid=AEfg6FVG

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Quanto inquina una crociera


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Non solo rifiuti. In mare non si rinvengono solo scarti, per lo più in plastica, ma sempre più emissioni di gas inquinanti e a effetto serra. La classifica annuale di Nabu  parla chiaro: quanto fatto dal settore dei trasporti marittimi, ed in particolare il comparto delle crociere, per la riduzione di anidride carbonica (CO2) ed ossidi di azoto (NOx) è poco. L’organizzazione tedesca ha esaminato 77 imbarcazioni, e solo una di esse (la AIDAnova, fresca di varo) risulta alimentata dal gas naturale liquefatto (Gnl), combustibile dalle minori emissioni. Tutte le altre 76 imbarcazioni utilizzano olio pesante (Hfo), un carburante residuato dalla raffinazione del petrolio. Si tratta di un tipo di combustibile dall’elevato impatto inquinante, capace di emettere livelli di zolfo fino a 3.500 volte superiore a quello dei motori diesel da strada.

A risultare fortemente inquinanti anche navi di ultima generazione, uscite dal cantiere negli ultimi cinque anni, 2018 compreso. Le navi da crociera attualmente in servizio sui mari dell’Ue risultano tutte nemiche dell’ambiente e della sostenibilità. Responsabilità degli armatori, che mettono in acqua mezzi navali nuovi negli scafi ma non nei loro motori. Responsabilità anche di macchinisti e capitani.

A livello legislativo, la responsabilità dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Dal 2005 esiste il Sistema per lo scambio di quote di emissioni (Ets), inteso a limitare la produzione di gas clima-alteranti. Vengono fissati dei tetti oltre i quali non è possibile emettere in atmosfera. Chi ‘sfora’, per poter emettere più del consentito deve comprare i diritti di nuove emissioni da chi  non ha sforato e può cedere, in cambio di denaro, i propri diritti inutilizzati. L’Ets non si applica però al settore del trasporto marittimo. Le navi, non avendo tetti alla produzione di CO2, sono libere di operare praticamente a proprio piacimento.

Un settore ancora tutto da regolamentare. Un’eventuale riconversione delle navi da crociera, con la sostituzione dei loro motori, pone però un problema economico. Il mondo delle crociere potrebbe non essere disposto a una simile spesa.

https://europa.today.it/ambiente/crociera-inquina-carburante.html

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Pando, uno dei più grandi organismi del Pianeta, sta scomparendo.


Si chiama Pando, dal latino “mi espando“, “mi estendo“: è un bosco di 47 mila pioppi tremuli americani  geneticamente identici, un unico organismo vivente connesso da un sistema di radici sotterraneo. Abita nella foresta nazionale di Fishlake, nello Utah, da circa 80 mila anni, ed è uno degli organismi più massicci esistenti in Natura: il suo peso stimato è di circa 5,9 milioni di chili.

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Pando si sviluppa su circa 43 ettari di foresta. Da tre o quattro decenni, però, a dispetto del suo nome, Pando ha smesso di espandersi, e la colpa, guarda caso, sembra essere nostra.

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La mancata diversità genetica viene compensata con la riproduzione ininterrotta, che garantisce un continuo ricambio generazionale tra alberi vecchi e nuovi. Ed è qui che il meccanismo sembra essersi inceppato: i pioppi vecchi muoiono, ma non sembra ci siano nuove generazioni a rimpiazzarli.

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 Le recinzioni inadeguate o l’assenza di esse favoriscono la diffusione del cervo mulo  e di altri ungulati abituati alla presenza dell’uomo. I cervi sono ghiotti delle parti più giovani dei pioppi, e gli animali da pascolo lasciati circolare in quest’area nei periodi estivi completano l’opera di devastazione. Le restrizioni sulla caccia nell’area sono arrivate in ritardo, dopo che l’uomo aveva già ucciso i predatori naturali degli erbivori, come orsi e lupi. Così i cervi attratti dalla presenza dell’uomo e dall’abbondanza di cibo e rifiuti possono brucare indisturbati.

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La vicinanza di strade, campeggi e linee telefoniche contribuisce alla deforestazione. Non tutto però è perduto: le immagini aeree mostrano che le aree protette da recinzioni adeguate hanno incoraggiato l’espansione di Pando anche di qualche metro in pochi anni. La diffusione di barriere, il contenimento dei cervi e un maggiore impegno nella tutela della biodiversità potrebbero fare di questa zona un simbolo della connessione tra uomo e natura.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/natura/pando-foresta-gigante-scompare

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Il “grande smog” di Londra nel 1952.


Nel 1952, per cinque giorni, dal 5 al 9 dicembre, un coltre fittissima oscurò completamente l’intera Londra. Secondo i resoconti la visibilità era ridotta a pochi metri e la circolazione automobilistica quasi impossibile: le autorità decisero quindi di chiudere scuole, cinema e teatri raccomandando ai cittadini di non uscire di casa. vittime.

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Tutto questo non fu però sufficiente: infezioni dell’apparato respiratorio, ipossia, insufficienza respiratoria, bronchite acuta e polmonite causarono infatti la morte di circa 12.000 persone di tutte le età, mentre negli ospedali si raggiunsero gli oltre 150mila ricoveri.

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Secondo uno studio pubblicato recentemente su Pnas, a causare il grande smog fu la presenza di aria ristagnante e un’elevatissima concentrazione di particolato, dovuto alle emissioni di combustibili fossili.

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In particolar modo fu letale l’aumento di inquinamento legato alla combustione di carbone di bassa qualità e ad alto contenuto di zolfo per il riscaldamento domestico.

 

Nei quattro giorni sopra detti furono rilasciate nell’atmosfera enormi quantità delle seguenti sostanze impure:

  • 1 000 tonnellate di particelle di fumo.
  • 2 000 tonnellate di anidrite carbonica
  • 140 tonnellate di acido cloridrico.
  • 14 tonnellate di composti di  fluoro.
  • 370 tonnellate di anidride solforosa convertite in 800 tonnellate di  acido solforico.

https://www.focus.it/cultura/storia/grande-smog-londra-1952

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Chi sono le agenzie che danno il voto agli Stati?


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Moody’s e Standards & Poor’s sono le due più grandi agenzie al mondo che si occupano di valutare quanto siano affidabili azioni, obbligazioni, titoli di stato e strumenti finanziari presenti sul mercato. In pratica, il loro lavoro è dire a chi vuole investire i propri soldi se uno Stato o una azienda o le loro obbligazioni e azioni, ma anche i fondi di investimento delle finanziarie, siano più o meno rischiosi, se ci sia il pericolo che quei debiti non vengano pagati alla scadenza.

L’idea di fornire agli investitori un giudizio formulato per tutte le aziende secondo gli stessi criteri e dalla stessa fonte in modo da renderle facilmente confrontabili nacque negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento. Il primo a pubblicare un rapporto di questo genere fu, secondo tutte le fonti, Henry Varnum Poor, imprenditore che si dedicò a studiare il settore ferroviario nel 1860. Dalla fusione tra la sua società e la Standard Statistics sarebbe nata nel 1940 la Standards & Poor’s. John Moody avviò la stessa attività all’inizio del 1900. Mentre nel 1924 John Knowles Fitch inventò il sistema del giudizio espresso con le lettere dalle tre A (AAA) alla D. In realtà anche se tutte le agenzie adottano il sistema per cui la A corrisponde a un giudizio positivo e poi si scende con la B, la C e la D, ognuna adotta una propria scala.

S&P e Moody’s detengono ciascuna circa il 40% del giro d’affari complessivo, a livello mondiale, di quelle che vengono chiamate agenzie di rating. Tutte le altre agenzie pure a livello europeo sono molto più piccole: l’elenco fornito dall’Esma ne cita più di venti, e di queste dieci esprimono il proprio giudizio anche sul debito degli Stati oltre che su azioni e obbligazioni delle imprese e sugli altri strumenti finanziari. La quarta per importanza a occuparsi dei titoli di stato in Europa è The Economist Intelligence Unit, del gruppo al quale fa capo anche il settimanale economico The Economist.

Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch sono però le uniche tre agenzie i cui giudizi sono riconosciuti dall’autorità di controllo della Borsa di New York, la Sec, che svolge lo stesso ruolo della Consob in Italia. In pratica, secondo la Sec le valutazioni effettuate da queste tre agenzie di rating hanno una sorta di valore ufficiale, possono essere usate anche dagli altri operatori finanziari ed è anche per questo che sono considerate così importanti dai mercati.

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/23/economia/chi-sono-le-agenzie-che-danno-il-voto-agli-stati-M5yAggyzme0LayNC4TfBTJ/pagina.html

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La miniera del Sulcis comprata su eBay diventa un resort-museo


Oggi la Sardegna è terra di turismo. Un tempo, ha ospitato una delle più grandi industrie minerarie, dove si sperimentavano tecnologie che hanno poi dettato il passo in molti campi. E’ il caso di «Pozzo Baccarini» vicino a Iglesias, un sito all’avanguardia nell’Italia di fine XIX. Tanto avanti rispetto ai suoi tempi che la luce elettrica fu «accesa» prima che in altri luoghi d’Italia. Un primato che potrebbe rubare la palma a Milano. Questo sito sardo fu, infatti, illuminato prima della Scala di Milano che oggi è nei libri di Storia per essere arrivata per prima a questa tecnologia.

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I terreni intorno a questo sito (un pozzo realizzato per favorire la coltivazione mineraria) vennero trasformati in un grosso cantiere con innovativi macchinari tra cui la linea elettrica con la quale fu possibile illuminare nel 1881 il centro minerario con lampadine Cruto e Swan. Solo due anni dopo, nel 1883, la centrale Edison di Santa Radegonda accese le 2.450 lampadine elettriche che illuminarono la Scala di Milano.

Non solo,  fu «inventato» lo scartamento ridotto per la linea ferroviaria a 95 cm. Successivamente questa tecnologia fu adottata in tutta Italia.

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Saranno i privati adesso a cercare di valorizzare tutte queste preziose testimonianze di un glorioso passato industriale che non c’è più. Il progetto su «Pozzo Baccarini» è, infatti, quello di ricostruire e trasformare in un sito turistico le strutture di fine ‘800. L’idea è di farne un restort-museo per attrarre gli appassionati di storia e natura. Molte sono le realtà in Sardegna dedicate alla storia mineraria dell’isola. Vi si possono visitare i luoghi che un tempo fecero grande il settore minerario e che poi, con il ‘900, vennero abbandonati o quasi.

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/23/economia/la-miniera-del-sulcis-comprata-su-ebay-diventa-un-resortmuseo-SQuRizxppHL4TqWCe734GK/pagina.html

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La gelida manina.


21 ott - Scoperta la natura dei decreti... son scritti senza saper gli alfabeti!.jpg

Il gergo della politica  è usato soprattutto da chi ha di essa una visione riduttiva e degradata al gioco di Palazzo nella sua versione più elementare. Una visione perfettamente interna a un ceto politico privo di fantasia ma non di vizi. Quelli che deplorano il fatto che la manina non sia stata la loro.

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Giappone, l’autunno si è fermato: i ciliegi sono di nuovo in fiore


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Una società meteorologica giapponese ha ricevuto centinaia di segnalazioni di ciliegi in fiore, in un’area che si estende da quella sud occidentale di Kyushu fino a quella settentrionale di Hokkaido. La fioritura, che di solito avviene in primavera, potrebbe essere stata causata da una serie di tifoni: i forti venti hanno fatto cadere le foglie, responsabili del rilascio di un ormone che impedisce alle gemme di sbocciare.

 

 

 

 

http://www.lastampa.it/2018/10/18/esteri/giappone-l-autunno-si-e-fermato-i-ciliegi-sono-di-nuovo-in-fiore-zhZ7JoHk1xTmznFqnk2ClI/pagina.html

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Non c’è più tempo


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Il limite dei 2 gradi di aumento della temperatura globale rispetto al periodo preindustriale non sarebbe sufficiente a preservarci da una serie di effetti negativi rilevanti, generati dal cambiamento climatico. Per questo l’Accordo sul clima di Parigi ha chiesto di fare ogni sforzo possibile per non superare un aumento medio della temperatura di 1,5 gradi, fissando comunque l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi. Oggi, grazie allo Special Report dell’IPCC, di cui è stata resa pubblica la sintesi, sappiamo con maggiore precisione quanto sarebbe enorme l’impegno necessario per non superare la soglia di 1,5 gradi. Servirebbe un taglio delle emissioni mondiali di CO2 dal 40 al 60% entro il 2030, per poi arrivare a emissioni nette nulle entro il 2050.

È un percorso decisamente più impegnativo rispetto a quello, pure ambizioso, dei due gradi, che richiederebbe un taglio del 20% delle emissioni al 2030 e la neutralità carbonica da raggiungere entro il 2075. Secondo l’IPCC l’obiettivo del contenimento al di sotto di 1,5°C sarebbe ancora raggiungibile solo con una serie di misure drastiche che, ad oggi, non sono nell’agenda dei decisori politici. E che dovrebbero comportare enormi investimenti nel settore energetico, pari al 2,5% del Pil annuo per i prossimi 20 anni.

Constatando che nel 2017 e nella prima parte del 2018 le emissioni di gas serra nel mondo sono tornate a crescere, con questo Rapporto dell’IPCC si certifica che la finestra per poter contenere l’aumento globale delle temperature entro 1,5 gradi sembra essere oramai chiusa. Non esporre chiaramente la gravità della situazione potrebbe contribuire ad alimentare l’idea sbagliata di avere ancora molto tempo a disposizione. E a continuare nella sottovalutazione della crisi climatica nella percezione dell’opinione pubblica, e al suo continuo scivolamento in posizione secondaria nell’agenda dei governi.

 

 

http://www.lastampa.it/2018/10/11/scienza/politici-e-cittadini-sappiano-che-non-c-pi-tempo-aJFWVI0uX0ESIUJoPFngUK/pagina.html

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Cosa non facciamo più da quando ci sono internet e il digitale


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Cercare un numero sull’elenco telefonico. Il 21 febbraio 1878 veniva pubblicato il primo elenco telefonico negli Usa: conteneva 50 nomi e rispettivi numeri. Da allora e per più di un secolo, è stato un crescendo, fino a quando, con l’avvento di Internet, sono arrivate le versioni online delle pagine bianche (con i numeri di telefono delle abitazioni dei privati) e gialle (per le aziende). Tutto questo senza contare che con il boom dei cellulari l’uso del “telefono fisso” si è ridotto di parecchio. Oggi gli elenchi telefonici sono poco diffusi e hanno tirature risibili rispetto al passato.

Avere un’enciclopedia in casa. Fino ai primi anni 2000, il sapere  universale aveva bisogno di scaffali robusti in grado di contenere i (numerosi) volumi di un’enciclopedia. Tutto ha cominciato a cambiare il 15 gennaio 2001 quando è nata Wikipedia, l’enciclopedia “libera” aperta ai contributi degli utenti, nata dalle ceneri di Nupedia (2000). In realtà già i CD rom avevano messo in crisi il modello enciclopedico tradizionale, ma da internet è arrivata la spallata decisiva, che nel 2013 ha portato addirittura alla chiusura in Germania dell’enciclopedia Brockhaus: un mito della cultura mittel-europea in 24 volumi, in piedi dal 1809. Ma c’è una buona notizia: resistono altri “miti” come l’Enciclopedia Britannica e la nostrana Treccani, che nella sua versione online evidenzia il limite di Wikipedia: quest’ultima, diffusa e democratica, risulta non sempre affidabile come si converrebbe a un’enciclopedia.

Noleggiare un film. Molti anni prima dello streaming e della diffusione della tv via internet, per guardare un film prima che lo trasmettesse la tv l’unica strada era noleggiarlo in videocassetta. Ma il passaggio da Vhs al dvd (prima) e al bluray (dopo) con relativo salto tecnologico, non è bastato a tenere all’erta il settore del videonoleggio, che ha visto avvicinarsi la fine nel 2013, quando è fallito il gigante Blockbuster, la cui fondazione risaliva al 1985. Alcuni esperti però sono convinti che il suo grande errore è stato quello di non evolversi, come invece, per esempio, ha fatto Netflix: nato nel 1997 come servizio di noleggio di dvd online, in 20 anni si è completamente trasformato, fino a diventare il dominus della tv on demand nel mondo, con 125 milioni di utenti.

Fare la fila davanti alla cabina telefonica. Fino all’avvento dei cellulari, e anche un po’ dopo, le cabine telefoniche hanno fatto parte del nostro universo comunicativo. E spesso per poterle utilizzare era necessario attendere il proprio turno, anche a lungo. Ma la loro scomparsa è ormai ineluttabile: a Milano per esempio oggi ce ne sono 770, la metà di quante erano 5 anni fa. Che siano destinate a scomparire del tutto? Forse no: anche in Italia si stanno sperimentando le cabine telefoniche del futuro, con tanto di touch screen che offrono collegamento wi-fi nei dintorni e la possibilità di ricaricare un cellulare.

Aspettare lo sviluppo delle foto. Più che il boom delle fotocamere digitali è stato probabilmente quello degli smartphone a farci perdere l’abitudine di usare le pellicole fotografiche. L’anno della svolta è stato il 2012, quando la Kodak ha dichiarato fallimento, anche se in tempi più recenti la gloriosa azienda, fondata da George Eastman nel 1888, ha ripreso fiato prima lanciando uno smartphone “fotografico”, poi con una criptovaluta, il Kodakcoin. Non solo: nel 2017 Kodak ha annunciato di voler riprendere la produzione della linea Ektachrome, la pellicola amata da fotografi e registi cinematografici per la sua grana finissima e la sua ricchezza cromatica. Ma nell’epoca dei fotofonini è difficile pensare che stampe e negativi ci riconquistino in massa.

Perdere di vista i compagni di classe. “Insegna ancora il professor Rossi?” “E Bianchi, il primo della classe ha mantenuto le aspettative?”. Un tempo per risolvere i misteri di “che fine hanno fatto i compagni di classe”, l’unica possibilità era aderire a una rimpatriata scolastica. Poi è arrivato Facebook e le vecchie foto di classe hanno ripreso vita, anche se digitale e dei compagni di banco oggi sappiamo vita, morte e miracoli. Del resto lo scopo del social network di Zuckerberg al principio era proprio quello: sostituirsi all’annuario scolastico (che nei paesi anglosassoni si chiama appunto “Facebook”). E sembrerebbe che ci sia riuscito proprio bene…

Guardare una serie tv, senza spoiler. La programmazione televisiva prima della diffusione del web e dei social network aveva un altro ritmo: potevano passare anche mesi prima che una serie tv attraversasse l’oceano. E non c’era da preoccuparsi che qualcuno ci avrebbe rivelato chi aveva sparato a J.R. in Dallas. Oggi invecela diffusione degli spoiler è incontrollabile. Anche se non tutti i mali vengono per nuocere: secondo una ricerca di due psicologi dell’Università di California, gli spoiler non ci tolgono la voglia di seguire una storia, anzi. Sebbene la ricerca prenda in considerazione i libri e non le serie tv, si legge: “Gli scrittori usano la loro arte per rendere interessanti le storie, per impegnare i lettori e per sorprenderli, ma abbiamo scoperto che eliminare certe sorprese fa piacere le storie ai lettori anche di più. Lo spoiler può permettere loro di organizzare gli sviluppi, anticipare le implicazioni degli eventi e risolvere le ambiguità nel corso della lettura”

Passarsi i bigliettini in classe. Prima dell’avvento di Whatsapp, i messaggi tra i banchi di scuola circolavano spesso in forma di bigliettini e brevi note, scritte frettolosamente su un pezzo di carta. Metodo buono anche per far circolare le soluzioni ai compiti in classe. Era un processo rischioso, specialmente se un insegnante li prendeva in flagrante. Poi sono arrivati gli smartphone e i sistemi di messaggistica come Whatsapp, Telegram hanno mandato in pensione i “bigliettini”.

Leggere gli annunci di lavoro sui giornali. Prima di Linkedin e Monster.com e gli altri siti di job recruiting, il metodo principe per trovare lavoro era spulciare gli annunci pubblicati dai giornali, nelle pagine economiche. Seguiva invio del curriculum via posta ordinaria e l’attesa (spesso vana) di una risposta. Oggi l’operazione si fa in pochi clic, attraverso siti specializzati. Ma neppure la digitalizzazione garantisce che la risposta arrivi in ogni caso.

https://www.focus.it/cultura/curiosita/10-cose-che-non-fai-piu-da-avvento-internet-digitale

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North Sentinel Island: L’isola assassina nel Golfo del Bengala


L’isola in questione si chiama North Sentinel, ed è localizzata nel Golfo di Bengala, in India, insieme alle altre Isole Andamane. Si tratta di un’isola estremamente attraente dal punto di vista turistico: mare splendido, barriera corallina e folta vegetazione ne farebbero una meta ideale per chi si vuole concedere una vacanza di mare e relax… se non fosse per l’ostilità dei Sentinelesi, gli abitanti di questo magnifico posto i quali vivono totalmente isolati dal resto del mondo, rifiutando qualsiasi tipo di contatto o di aiuto e reagendo a ogni tentativo di approccio con atteggiamento aggressivo e bellicoso.

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Come vivono i Sentinelesi sulla “loro” North Sentinel? Nessuno lo sa con esattezza: non si è a conoscenza della loro lingua e delle loro abitudini, e nemmeno di come vivano il rapporto uomo / donna e di come entrino in relazione l’uno con l’altro. Quel che si sa, dalle poche osservazioni che è stato possibile fare, è che gli abitanti praticano la caccia e la pesca, e vivono in capanne comunitarie. Che sappiano appiccare il fuoco è stato dedotto da alcuni focolari intravisti proprio nella zona delle capanne; ma come lo sappiano appiccare, non è dato saperlo con maggiore certezza. Forse che utilizzino un metodo differente rispetto all’Homo Erectus?

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Di sicuro c’è che i Sentinelesi hanno più volte dimostrato di voler difendere a tutti i costi il loro territorio e la loro indipendenza: si vocifera che questa tribù abbia persino assassinato due pescatori intenti a pescare nelle acque attorno all’isola. Addirittura, a seguito dello Tzunami del 2004, un elicottero inviato dalle autorità sorvolò l’isola di North Sentinel per accertarsi che gli abitanti fossero sopravvissuti: la conferma fu data dall’ennesimo attacco di lance e frecce da parte dei Sentinelesi. Per questo motivo il governo indiano ha decretato il cessare di tutti i tentativi di avvicinamento all’isola di North Sentinel, sia per non far correre rischi agli inviati, sia per preservare l’esistenza della tribù.

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Gli ostili abitanti dell’isola sono presumibilmente privi di difese immunitarie anche solo verso le malattie da noi considerate come le più comuni, come raffreddore o tosse. Per cui basterebbe un minimo contatto per rischiare di essere intaccati da un batterio che possa causare la totale estinzione di questa specie umana: motivo per cui l’India ha deciso di tutelarne l’esistenza.

 

https://www.travel365.it/north-sentinel-isole-andamane.htm

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Il cambiamento climatico ci toglierà (anche) la birra


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NIENTE ORZO, NIENTE BIRRA
La birra è di gran lunga la bevanda alcolica più consumata al mondo. Ed è noto da tempo che la resa del suo ingrediente principale, l’orzo, è legata a stretto giro alle condizioni ambientali, ed è particolarmente suscettibile ad aumenti di calore e siccità. Nonostante ciò, fino a oggi nessuno aveva ancora valutato quantitativamente l’effetto di questi eventi climatici estremi sulla produzione e sulla disponibilità globale di birra. Gli autori di uno studio appena pubblicato, coordinati da Wei Xie, hanno simulato al computer cinque diversi scenari climatici futuri e ne hanno calcolato l’impatto sulle coltivazioni di orzo: ne è emerso che, a seconda della “gravità” dello scenario, le produzioni potrebbero diminuire dal 3 al 17 percento. Il che si tradurrebbe in una corrispondente diminuzione della disponibilità di birra e in un aumento del prezzo della bevanda, variabile a seconda dello stato economico e delle abitudini alimentari delle singole nazioni.
Una delle nazioni più colpite  sarebbe l’Irlanda, dove nel 2099 il prezzo di una pinta potrebbe aumentare tra il 43% e il 338%, a seconda della gravità dello scenario. Ma anche da noi c’è poco da star sereni: se le emissioni di gas serra non saranno drasticamente ridotte, correremo il rischio di pagare quasi quattro euro in più per una birra media. Oltre a quello di far estinguere la nostra specie.

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/15/news/il_cambiamento_climatico_ci_togliera_anche_la_birra-209034609/

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Mimmo Lucano “in esilio”


“Vien dietro a me, e lascia dir le genti: sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti “.

Dante Alighieri.

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Sono stati revocati i domiciliari al sindaco Mimmo Lucano per il quale è arrivato però il divieto di dimora a Riace. Questa la decisione del Tribunale della libertà depositata nella serata di ieri, giorno stesso dell’udienza.

Il primo cittadino del piccolo comune calabrese era finito agli arresti domiciliari il 2 ottobre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

 

 

http://www.ilroma.net/news/attualit%C3%A0/mimmo-lucano-esilio

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Che piaccia o non piaccia, la manovra è fatta.


17 ott - La manovra è fatta... la gente sembra molto insoddisfatta!

Ci sarà anche il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro” che dovrebbe portare un miliardo in 3 anni. Flat tax per gli autonomi al 15%. Sconti per start up create dagli under 35. Tagli di 7 miliardi a ministeri e immigrazione. Pace fiscale al 20% con tetto 100mila euro. Via la Fornero, pensioni a quota 100

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Roma, 16 ottobre 1943 il rastrellamento del Ghetto.


All’alba di sabato 16 ottobre 1943 a Roma  un centinaio di tedeschi catturarono 1022 ebrei tra cui circa 200 bambini. Caricati su un treno che due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, parte verso Auschwitz. Dei 1022 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

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Nel Ghetto, ma anche nel resto della città, i tedeschi caricano la gente sui carri. Roma addormentata assiste silenziosa alla tratta di. questa “povera carne innocante”. Gli arresti continuano a Trastevere, a Testaccio e a Monteverde. La gente di Roma, la Roma città aperta, guarda e non vuole credere ai suoi occhi, quando scopre che quell’ordine riservatissimo, partito qualche giorno prima da Berlino per “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei romani “mediante un’azione di sorpresa”, arrivato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, viene davvero eseguito.

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Non ci possono credere. Non ci vogliono credere. Pensano ai 50 chili d’oro richiesti dai tedeschi in cambio della tranquillità, oro che con enormi difficoltà la comunità ebraica ha messo insieme e consegnato qualche giorno prima in Via Tasso. Pensavano che i tedeschi sarebbero stati di parola e che nessun atto di violenza  sarebbe stato compiuto contro di loro. Ed ora guardano quella “povera carne innocente” strattonata, mentre il sole comincia ad illuminare il cielo plumbeo di Roma, riflesso nei camion grigi fermi davanti alla case con il motore acceso. Camion che partono si portano via più di mille persone senza colpa. Partono nel silenzio atterrito di chi è riuscito a scappare in tempo ed ora guarda nascosto il fratello, la madre, l’amico che parte. Partono quei camion, viaggiano nel mattino romano, vanno verso Via della Lungara, entrano nel Collegio Militare di Palazzo Salviati. Restano lì per ore interminabili, mentre fuori la gente passa distratta, persa nei fatti suoi, in questa Roma abbandonata dal Re vigliacco, aperta per davvero, ma ai soprusi di bestie senza cuore e senza anima.

Dentro, si sente la voce di qualche madre e il pianto di qualche bambino. Ma tutto è tranquillo, ordinato, mentre i soldati preparano il viaggio di questa “povera carne innocente”, di quest’umanità senza futuro che parte: carne da macello, bestiame pronto per l’olocausto. Vanno via, verso la stazione Tiburtina, silenziosi e senza forza, caricati dolcemente e con ordine su un convoglio di 18 carri bestiame. Bestiame pronto per la Soluzione finale. Partono muti e con gli occhi senza luce, verso un viaggio senza ritorno, in una livida giornata di un ottobre romano di tanti anni fa. Partono per non tornare, mentre intorno il venticello romano soffia, sempre più forte. Un vento che soffia e che cresce, un urlo straziante che si perde nella notte dell’uomo.

Un urlo che ancora si sente distintamente: a Roma, in Italia e in tutto il mondo. Ogni giorno. Ogni notte.  Anche oggi.

 

 

http://www.focusonisrael.org/2010/10/16/deportazione-ebrei-roma-16-ottobre-1943/

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Obiettivo fame zero


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820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2017, un male che uccide più dell’aids e della tubercolosi. Di queste, il 70 per cento vive in aree rurali e lavora in agricoltura, mentre il 45 per cento delle morti infantili è dovuto alla denutrizione. Il paradosso, dunque, è che una persona su nove versa in questa situazione nonostante sulla Terra si produca cibo a sufficienza per tutti.

Degli 820 milioni di persone a rischio fame il 60 per cento è donna, mentre 151 milioni di bambini con meno di cinque anni soffrono di rachitismo. Al contempo, oltre un quarto della popolazione mondiale (1,9 miliardi di persone) è in sovrappeso e ogni anno in 3,4 milioni perdono la vita per problemi legati all’obesità. Altri due aspetti contribuiscono ad aggravare il quadro: un terzo del cibo prodotto nel mondo va perduto o sprecato, e il 6 per cento delle emissioni di gas serra è provocato dagli sprechi alimentari  che conferiscono nelle discariche.

Fame e sviluppo rurale, oltretutto, sono strettamente connessi al fenomeno migratorio. L’obiettivo deve essere quello di fare della migrazione una scelta, non una necessità, per massimizzare gli impatti positivi e ridurre al minimo quelli negativi. In molte situazioni ha senso facilitare la migrazione e aiutare i futuri migranti a superare i vincoli che potrebbero affrontare, consentendo loro di sfruttare le opportunità offerte dalla migrazione. Allo stesso tempo, significa anche offrire interessanti opportunità alternative ai futuri migranti rurali, non da ultimo promuovendo lo sviluppo nelle aree rurali o nelle loro vicinanze.

C’è poi l’aspetto della migrazione internazionale, sulla quale da anni si concentra il confronto politico; e invece la migrazione interna rappresenta un fenomeno significativamente più ampio: oltre un miliardo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo si sono trasferiti all’interno del loro Paese, con l’80 per cento delle mosse che riguardano un’area rurale.

 

 

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/giornata-mondiale-alimentazione-2018

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Un anno dopo


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Un anno fa (il 16 ottobre del 2017) Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese, veniva uccisa. L’autobomba e l’inchiesta della polizia, ferma al palo, sottolineano, se ve ne fosse bisogno, il modo strano e anomalo in cui è stata trattata, in vita e in morte, una giornalista che ha messo il dito nella piaga della corruzione e della malapolitica, scoperchiando il mare magnum del traffico di carburante, di droga, di denaro e di evasione fiscale che attanaglia la piccola isola di Malta e passa per uffici finanziari e bancari. Un Paese che sta in Europa, accetta le regole fiscali dell’Unione e poi attira investitori e imprenditori con una tassazione al 5%. Una sorta di hub per il denaro di dubbia provenienza.

 

http://www.giustiziaeinvestigazione.com/daphne-caruana-galizia-un-anno-dopo/

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Cinquant’anni di sport ribelle: dai pugni alzati di Messico ’68 agli atleti in ginocchio contro Trump


Il 16 ottobre 1968 la protesta approda alle Olimpiadi. Nel mondo non si sono ancora spenti gli echi del Maggio francese, della Primavera di Praga, delle lotte per la decolonizzazione, di quelle per i diritti civili e anche lo sport si apre alle tensioni e alle utopie che attraversano la società. Sono due velocisti statunitensi, Tommie Smith e John Carlos, e una ginnasta ceca, Vera Cáslavská, a ricordare al mondo che, fuori dagli stadi e dai palazzetti di ‘Messico ‘68, il mondo è scosso da un terremoto.

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Cinquant’anni dopo lo sport continua a essere un palcoscenico dove parlare di diritti civili, politica, antirazzismo, diritti dei più deboli. Dalle proteste degli atleti americani contro le violenze della polizia ai danni della comunità nera ai gesti in favore dei migranti; dalle prese di posizione contro le dittature fino alle utopie che prendono forma su un campo da gioco: ecco quando lo sport ha saputo incarnare le istanze di cambiamento

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https://video.repubblica.it/sport/cinquant-anni-di-sport-ribelle-dai-pugni-alzati-di-messico-68-agli-atleti-in-ginocchio-contro-trump/316893/317522?video&ref=RHPPBT-BS-I0-C6-P7-S1.6-T1

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La donna che gira il mondo in bici e raccoglie storie per salvare il Pianeta


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Devi Lockwood è una ragazza con un sogno: salvare il pianeta dai  cambiamenti climatici.  Una missione che ha deciso di portare a termine in maniera bizzarra, facendo una scelta di vita molto radicale: girare il mondo in bici per raccoglie storie positive per il Pianeta da mettere sul suo blog. Un modo, attraverso lo “storytelling”, per sensibilizzare le persone sui rischi che stiamo correndo. Questa ragazza di americana di 23 anni (è nata a Boston il 23 settembre 1993), sorridente e ottimistasi è  laureata ad Harvard in “Folclore e Mitologia”, e da quando ha iniziato il suo tour per narrare i cambiamenti climatici e l’acqua ha già attraversato tutti gli Stati Uniti e l’Oceania. Ha raccolto 1.001 racconti (dei quali 441 in formato audio) poi pubblicato sul suo blog BIKE ONE YEAR. Storie come quella di un gruppo di pinguini, in Nuova Zelanda, che dopo mesi trascorsi in un centro di riabilitazione, sono entrati di nuovo in contatto con l’acqua e con la natura selvaggia. Oppure la storia di Devorah, 21 anni, che vive a Labasa, nelle isole Fiji, dove si è trasferita provenendo da Suva, la capitale. Aspettava un bambino e non era sposata, una condizione che il padre, un pastore metodista, non poteva accettare: da qui la decisione di trasferirsi e di occuparsi della vita delle piante. E ancora, Sue Cooke, un artista che vive in Antartico e compone, sul territorio e dal vivo, opere sullo scioglimento dei ghiacci in seguito al surriscaldamento del Pianeta.

 

 

http://www.nonsprecare.it/come-sensibilizzare-sui-cambiamenti-climatici-devi-lockwood?refresh_cens

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Sunita Narain, l’ambientalista che in India si batte per modelli di sviluppo più ‘green’.


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Vive in uno dei Paesi più inquinati del mondo e proprio per questo ha deciso di dedicare la propria vita alla promozione dello sviluppo sostenibile.Un’impresa decisamente ardua se lo Stato in questione è l’India, eppure l’ambientalista Sunita Narain ha deciso di non darsi per vinta, compiendo milioni di chilometri per studiare, ad esempio, la gestione delle foreste e il loro mantenimento. Quello dell’inquinamento è un problema con radici profonde. In India, ad esempio, secondo Sunita Narain non è solo imputabile a una politica locale poco lungimirante, ma anche agli effetti che ha la globalizzazione sui Paesi in via di sviluppo. L’attivista, infatti, ritiene che i paesi occidentali e le loro economie basate sui combustibili fossili siano la causa di questa crisi ambientale evidenziata dai cambiamenti climatici. Dipendenza dal carbone che è stata adottata anche in India, dove forme di approvvigionamento energetico green (tranne rarissime eccezioni) sono ancora molto rare. Per questa ragione, con l’obiettivo di portare avanti la sua battaglia, l’attivista ha fondato una Ong, denominata Centre for Science and Environment (CSE) che oggi dirige a New Delhidirige.

Negli anni il suo attivismo, animato da una passione perpetua, le ha permesso di guadagnarsi la ribalta internazionale, tanto da essere inserita tra le persone più influenti del mondo dalla rivista Time. Oltre a questo riconoscimento, Sunita Narain ha contribuito anche alla buona riuscita di “Before the Flood”, il documentario dedicato alla salvaguardia del pianeta a firma Leonardo Di Caprio. Nella pellicola, infatti, l’attore e l’ambientalista dialogano prendendo in esame possibili soluzioni per diffonderemodelli di sviluppo sempre più sostenibili. A tal proposito Sunita sostiene a più riprese che l’India dovrebbe costruire un percorso di crescita autonomo invece di imitare i paesi più ricchi. L’obiettivo deve pur sempre essere lo sviluppo, affinché si possa diffondere il benessere, ma è indispensabile farlo in modo diverso perché, di questo passo, si rischia nel lungo periodo di ottenere il risultato contrario.

 

 

http://www.nonsprecare.it/sunita-narain-ambientalista-india

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Tempi amari per la zucchero italiano.


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Tempi amari per lo zucchero italiano. Interventi urgenti oppure è a rischio la sopravvivenza della produzione di zucchero. Lo sostiene Coldiretti che accoglie, ovviamente positivamente, la richiesta dello stato di crisi nel settore dello zucchero che l’Italia si appresta a chiedere alla Commissione europea durante il Consiglio agricoltura, in programma domani, lunedì, a Lussumburgo.
Da una parte il consumo nazionale è arrivato a oltre 1,7milioni di tonnellate; dall’altra la produzione interna è bloccata su 300mila tonnellate. Negli ultimi anni sono stati chiusi ben 16 zuccherifici su 19 azzerando l’84% del potenziale industriale nazionale ed entro il 2018 un altro stabilimento dovrebbe cessare l’attività.
Ora il drastico calo del prezzo dello zucchero sta generando un forte impatto negativo che mette a rischio anche la produzione tricolore rimasta, in una situazione di sostanziale colonizzazione straniera. Accanto alle necessarie misure di politica comunitaria urge ancor più la creazione di contratti di filiera con i grandi utilizzatori dello zucchero basati su una maggiore equità e sostenibilità sociale, conclude Coldiretti.

 

 

 

https://www.teleborsa.it/News/2018/10/14/tempi-amari-per-la-zucchero-italiano-rischia-di-scomparire-chiesto-lo-stato-di-crisi-11.html#.W8NRiHszYdU

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Umanità? Sostantivo impopolare


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Prima si aboliscono le parole, poi le persone che difendono quelle parole, poi si cancella il concetto che descrivono. Sta andando così per “umanità”. Nel decreto Salvini sui migranti è cancellata la protezione umanitaria per chi fugge da guerre e persecuzioni, e solo da quelle, perché i cosiddetti migranti economici non devono permettersi di mettere a rischio la nostra prossima compera su Amazon (ma cristosanto: ma gli italiani in giro per il mondo non scappavano pure loro dalla fame?). Poi è arrivato l’arresto del sindaco di Riace, uno che meriterebbe il Nobel per la Pace, un caso di scuola che andrebbe studiato se solo questi laureati all’università della vita avessero confidenza con la pratica di alfabetizzare corpo e anima. Colpevole di umanità e subito deriso da quello che aveva abolito la protezione di cui sopra. Un circolo vizioso di cattivismo che però può diventare un embrione di rinascita, un seme, molto più che le parate difensive in piazze di partito più o meno piene. L’umanità è prepolitica. Mimmo Lucano e la sua storia sono un discrimine. Di umanità, appunto. Perché la battaglia per ripristinare la parola è appena cominciata, e sarebbe un delitto combatterla divisi.

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La tenerissima coperta di Linus.


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Una politica che è tutta d’opposizione. Contro governi o giunte di sinistra, contro una vecchia leadership di partito (Bossi e i suoi) per Salvini o contro un intero sistema politico per il M5s, contro l’Europa, le multinazionali, la globalizzazione. Oppositori a tutto tondo,  più adatti a criticare che a governare:  in perenne campagna elettorale.

 

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