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Estinzioni: biodiversità dei vertebrati in allarme rosso.


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Un consumo di risorse prepotente e in piena “esplosione” da parte dell’uomo ha causato, negli ultimi quattro decenni, una calo generalizzato e senza precedenti di esemplari nelle popolazioni di vertebrati. O meglio, con alcuni precedenti, sì, ma rintracciabili soltanto nelle grandi estinzioni di massa che hanno interessato la storia del Pianeta. Nel  periodo tra il 1970 e il 2014, perdite medie del 60% nelle popolazioni di mammiferi, pesci, anfibi, rettili e uccelli, una percentuale allarmante che rende necessario istituire, in nome della tutela della biodiversità, accordi internazionali simili a quelli presi sul clima. La situazione è cupa, al punto che oggi, nel 2018, solo un quarto della superficie terrestre disponibile risulta libera dall’impatto dell’attività umana. Nel 2050, sarà il 10%. L’occupazione di terra per la produzione di cibo, energia e infrastrutture strappa alle specie animali habitat essenziali per la loro sopravvivenza (e per la nostra: perché è dalla ricchezza degli ecosistemi, che traiamo risorse per vivere). Nonostante gli sforzi di riforestazione in diverse regioni, la deforestazione è accelerata nelle foreste tropicali scrigno della biodiversità terrestre. Le riduzioni più marcate nelle popolazioni di vertebrati (dell’89% rispetto al 1970) si sono concentrate in America meridionale e centrale. Nelle specie d’acqua dolce (fiumi, laghi, paludi), l’assottigliamento medio infra-specie è stato dell’83%.

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/wwf-ultimi-40-anni-un-ecatombe-di-vertebrati

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Un giusto prezzo.


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Riconoscere agli agricoltori un giusto prezzo per i loro prodotti. È  il primo passo da compiere perché l’agricoltura cessi di essere un’attività inquinante e distruttiva del pianeta e una causa di sfruttamento dei braccianti nei campi: non possiamo,  come cittadini, ricordarci della piaga del caporalato solo quando si rovesciano i pullmini dei lavoratori, uccidendoli. Occorre ripensare al sistema nella sua interezza: certamente non si possono penalizzare le fasce deboli del consumo, allo stesso tempo un cibo che non ripaga la cura della terra e dell’ambiente viene ripagato in termini di salute e di benessere, e favorisce lo spreco alimentare e il consumo inconsapevole. Solo nel nostro Paese finiscono nella pattumiera 2,2 milioni di tonnellate di alimenti, pari a 8,5 miliardi di euro. Se ci sono agricoltori che per produrre sempre più e, contemporaneamente, ridurre i costi di produzione sono spinti a fare uso massiccio di pesticidi di sintesi e a mantenere in stato di sfruttamento i braccianti, dall’altra c’è una grande quota di popolazione che, evidentemente, compra più di quello di cui ha bisogno. Un sistema insostenibile, insomma, da molti punti di vista. Dopo oltre 60 anni di rivoluzione verde (industrializzazione e uso di prodotti chimici di sintesi) l’agricoltura convenzionale è diventata una attività ad alto impatto ambientale:  è responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra, diffonde sostanze inquinanti nei corsi d’acqua, nella terra, in aria e sugli stessi cibi, mettendo a rischio la salute umana. In Italia ogni anno l’agricoltura convenzionale usa 148.651.423 chili di pesticidi di sintesi e 5.443.730.700 di fertilizzanti, equivalenti in media a 527 chili per ogni ettaro di suolo agricolo. Vuol dire che per ogni chilo di prodotti che arrivano sulle nostre tavole sono impiegati teoricamente più di 50 grammi fra pesticidi e fertilizzanti di sintesi.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/11/08/scienza/pomodori-e-pasta-se-costano-troppo-poco-a-pagare-sono-lambiente-e-i-lavoratori-6bU21BS8P9Kp1oEaGIwbaO/pagina.html