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Chi erano gli “scemi di guerra”?


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Ce n’era uno in quasi ogni famiglia. Erano l’eredità (a lungo rimossa) della Prima guerra mondiale: uomini tornati dal fronte sotto shock, con gravi disturbi mentali.

Durante e dopo la Prima Guerra Mondiale  migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali: negli ospedali si trovavano reduci estraniati e muti, che camminavano come automi, con i muscoli irrigiditi. La gente li chiamava ingiustamente “scemi di guerra”.

Le cartelle cliniche parlavano di “tremori irrefrenabili”, di “ipersensibilità al rumore”, di “uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia”, che “camminano con le mani penzoloni e piangono in silenzio” o che “mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra”. La psichiatria del tempo, però, non riconobbe il malessere mentale dei soldati al fronte come malattia cagionata dalla guerra preferendo addebitarne le cause alla scarsa volontà o alla cattiva costituzione o a una certa predisposizione ereditaria del soggetto. La scienza medica, pertanto, non faceva altro che appoggiare la dialettica di legittimazione della guerra patriottica continuando a propagandare l’ideologia della virilità del combattente e, al contempo, liquidando la pazzia dei soldati come forma di fiacchezza fisica se non addirittura di codardia.Il militare, quando “ammalava di testa”, riceveva un primo soccorso nei reparti psichiatrici degli ospedali da campo o in altre strutture poste nelle immediate retrovie. Quando esse risultavano insufficienti per curare l’ammalato, attraverso i cosiddetti treni sanitari, era trasferito in manicomio dove il tempo di permanenza dipendeva dal suo stato e dalla gravità della malattia. Nessun soldato, pertanto, passava direttamente dal fronte al manicomio e, tra l’altro, in esso era destinato solo il paziente era dichiarato pericoloso verso se stesso o verso gli altri. Qui, oltre alle cure farmacologiche, fu molto utilizzata, o meglio somministrata con largo abuso, la terapia elettrica a tutti nota come elettroshock. Questo metodo, che la psichiatria aveva da poco scoperto, pur basandosi su valutazioni scientifiche, era comunque molto cruento. Una scarica di ben 70 volt, difatti, percorreva il corpo dello squilibrato provocandogli una scossa epilettica che lo faceva sussultare e perciò, per evitare che cadesse o si svincolasse, veniva legato alla sedia o su un tavolo con conseguenti fratture ossee. Col tempo, inoltre, la somministrazione continuata di scosse portava a lesioni cerebrali anche irreversibili per cui molti ne ebbero un aggravamento anziché un miglioramento delle proprie condizioni psico-fisiche.

 

 

 

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https://culturasalentina.wordpress.com/2015/07/08/la-tragedia-silenziosa-degli-scemi-di-guerra/