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Chi ha fatto iniziare l’anno il primo gennaio?


La data del primo gennaio come inizio dell’anno viene spesso legata alla riforma del calendario stabilita da Giulio Cesare nel 46 a.C., quella che introdusse l’anno di 365 giorni e l’anno bisestile di 366 ogni quattro.

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Fino ad allora, dicono molte fonti, l’anno cominciava il primo marzo. Ma il fatto non è per nulla chiaro.In realtà il primo giorno del mese di gennaio era già celebrato come giorno di inizio dell’anno nuovo nell’antica Roma. Gennaio era il mese dedicato a Giano, il dio bifronte, che volgeva lo sguardo sia al passato che al futuro, che proteggeva le porte e che perciò veniva associato anche al passaggio al nuovo anno. E il primo gennaio cadeva durante i Saturnali, le grandi feste dedicate al dio Saturno. Il primo gennaio era stato indicato come inizio dell’anno già nel 191 avanti Cristo da una legge, la lex Acilia de intercalatione (o de intercalando) , che aveva tentato una prima riforma del calendario per farlo coincidere con la effettiva durata dell’anno solare.A Roma, poi, l’anno prendeva il nome dai consoli in carica. E i consoli venivano eletti in anticipo ma assumevano davvero le proprie funzioni solo nel mese di marzo. Secondo alcune fonti questo avveniva il giorno delle idi, cioè il 15, mentre altri indicano il primo giorno dello stesso mese e il giorno in realtà variava in base al ritorno dalle spedizioni militari . L’anno ufficiale, quello indicato nelle cronache degli storici (e dell’ablativo assoluto nelle versioni), era dunque legato al momento in cui i consoli prendevano davvero il potere. Nel 153 a.C. anche questo momento fu però anticipato al primo gennaio: servì a permettere al console Quinto Fulvio Nobiliore di entrare subito in carica e partire per una spedizione che doveva sedare una rivolta in Spagna. Da allora ad oggi, tuttavia, la data di inizio dell’anno in Italia e in Europa non è rimasta fissata al primo gennaio e ha continuato a spostarsi.

I diversi sistemi di datazione erano definiti «stili». Secondo lo stile fiorentino e pisano, per esempio, ma anche a Vienna, in Inghilterra e Irlanda, l’anno iniziava dal giorno dell’Incarnazione, cioè dal concepimento di Gesù, fissato nove mesi prima della sua nascita e quindi al 25 marzo (vicino all’equinozio). Secondo lo stile bizantino, seguito in Puglia, Calabria e Sardegna, capodanno era il primo settembre (e infatti in Sardegna settembre è chiamato caputanni). Per Venezia era il primo marzo. Altrove, come in Spagna, era il giorno di Natale e in gran parte della Francia e altre regioni d’Europa era a Pasqua.Nel 1564 Carlo IX di Valois re di Francia, il figlio di Caterina de Medici, cercò di rimediare a questa confusione con l’editto di Roussillon che stabiliva che per tutti i territori sotto il suo potere la data fosse il primo gennaio. Lo stesso, secondo molte fonti, cercò di fare oltre un secolo dopo, nel 1691, il papa Innocenzo XII. Ancora nel 1748 Francesco Stefano di Lorena stabilì che a Firenze dal 1759 il primo gennaio sarebbe stato il primo giorno dell’anno, come si può leggere sulla lapide murata nella Loggia dei Lanzi.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/12/31/societa/chi-ha-fatto-iniziare-lanno-il-primo-gennaio-dP4sSkMWn37IxjGbFPDhvO/pagina.html

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I fatti del 2018: Macerata le radici dell’odio sovranista


La tentata strage del neofascita-leghista Luca Traini è il simbolo di un Paese in cui il desiderio di vendetta prevale su quello di giustizia. Un Paese in cui il ministro dell’Interno soffia quotidianamente sul fuoco della rabbia sociale. Dove non mancano soldati pronti a immolarsi per una nazione di soli uomini bianchi.

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È questo il fatto di cronaca che trasforma Luca Traini in giustiziere della patria. La sua è stata un’azione di guerra nel centro di Macerata. Guerra allo straniero. Una guerra che quotidianamente si combatte con parole impregnate di odio, rabbia, razzismo. E che a Macerata hanno trovato il pretesto ideale e il militare impavido per tramutarsi in azione. La tentata strage compiuta da Traini é il momento in cui la narrazione sovranità e neofascista si saldano nel gesto criminale venduto dall’autore come prodotto di una vendetta di un singolo. In realtà la caccia allo straniero messa in pratica dal Lupo è molto di più: c’è un filo nerissimo che lega i fatti di Macerata con il cinismo xenofobo che scorre ormai sulla superficie di un Paese indifferente. Questo legame solo apparentemente invisibile non può essere processato nelle aule di un tribunale, avrebbe bisogno di essere contrastato sul piano politico. Perché è materia politica

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/12/27/news/macerata-burning-le-radici-dell-odio-sovranista-1.329980

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I fatti del 2018: È mafia Capitale.


Questo è stato l’anno in cui i giudici hanno stabilito che a Roma il fascista Massimo Carminati era a capo di un’associazione di stampo mafioso.

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Anche se, per fortuna, nella Capitale non ci sono i morti ammazzati per le strade e viene usato da un gruppo il dialetto romanesco anziché quello siciliano o calabrese, esiste a Roma – secondo una sentenza della corte d’appello – un’associazione mafiosa diretta dal vecchio fascista Massimo Carminati, con accanto una spalla economica-politica che porta il nome di Salvatore Buzzi, vecchio attivista comunista, e poi una dozzina di uomini di strada, operativi e violenti.

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/12/28/news/e-mafia-capitale-1.330032

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I fatti del 2018: il crollo del ponte Morandi


L’indebolimento dei tiranti di calcestruzzo ha fatto mancare la compressione che teneva legato il viadotto.

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Il crollo del ponte Morandi a Genova, il 14 agosto lungo l’autostrada A10, mette a dura prova le capacità del governo di Giuseppe Conte nell’affrontare l’emergenza: quarantatré morti, decine di feriti da estrarre dalle macerie, centinaia di sfollati, l’immagine dell’Italia a pezzi nel pieno della stagione turistica. Sotto accusa anche la manutenzione di Società Autostrade per l’Italia, concessionaria di quel tratto di viabilità, e i mancati controlli del ministero delle Infrastrutture nel corso degli anni su tutta la privatizzazione della rete autostradale. Oltre venti indagati, tra manager di Autostrade, tecnici e funzionari statali e un’inchiesta che sarà conclusa con il deposito delle perizie tuttora in corso.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/12/27/news/ore-11-36-il-crollo-del-ponte-morandi-1.330011

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I FATTI DEL 2018: Il mancato Nobel per la letteratura


Doveva essere l’anno di Margaret Atwood. O di Murakami Haruki. Invece un molestatore seriale ha messo nei guai l’Accademia di Svezia.

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Quest’anno il Premio Nobel per la letteratura non lo ha vinto nessuno. È stata una decisione clamorosa, un maldestro tentativo di scuse dopo lo scandalo che ha messo in crisi anche l’Accademia di Svezia. Colpa del fotografo francese Jean-Claude Arnault, molestatore seriale e marito di una delle scrittrici che fanno parte della giuria del premio per la letteratura. Dopo che 18 donne lo avevano accusato di molestie, dopo una condanna per stupro e voci che davano tra le sue vittime persino la principessa Vittoria, cinque membri della commissione hanno presentato le dimissioni, convincendo l’Accademia a sospendere per un anno l’assegnazione del premio.Un regalo inatteso per Kazuo Ishiguro, che si può fregiare per due anni interi del titolo di Premio Nobel in carica. 730 giorni per far conoscere a chi ancora non li avesse letti gioielli come “Quel che resta del giorno” e “Non lasciarmi”. E per sperare che, leggendoli, i nemici dell’integrazione si rendano conto del paradosso incarnato da questo scrittore. Che ha immortalato con inimitabile maestria il più puro spirito inglese ma è nato a Nagasaki, è cresciuto in Gran Bretagna circondato da in un ambiente totalmente giapponese e ha pubblicato il suo romanzo più famoso nel periodo in cui – come raccontava Michael Crichton in “Sol Levante” e come tutti abbiamo dimenticato – il “nemico pubblico numero uno” dell’Occidente non era il mondo islamico: era il Giappone.

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/2018/12/21/news/il-nobel-per-la-letteratura-se-l-e-portato-via-il-metoo-1.329872

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Quando il maratoneta Charlie Chaplin voleva sfidare Dorando Pietri


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Il giorno di Natale del 1977 il grande attore e regista moriva in Svizzera. Nel 1908 viveva ancora in Inghilterra e progettò di partecipare alla maratona delle Olimpiadi di Londra. Il podista Chaplin non partecipò, per un soffio, alle Olimpiadi di Londrà del 1908, quelle di un altro omino con i baffi che commosse tutti. Ma la maratona di Dorando Pietri sarebbe piaciuta anche a lui: la corsa del perdente più famoso del mondo. “Come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto e ha perso la vittoria”.

 

 

https://www.repubblica.it/sport/running/storie/2018/12/25/news/quando_il_maratoneta_charlie_chaplin_voleva_sfidare_dorando_pietri-215083881/?ref=RHPPBT-VS-I0-C4-P24-S1.4-T1

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Chico Mendes: “Così l’albero cadendo ha sparso i suoi semi e in ogni angolo del mondo nasceranno foreste”.


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Il 22 dicembre 1988 moriva Chico Mendez. Assassinato dai latifondisti che volevano costruire la strada sulla “sua” Amazzonia. Un piccolo indio della foresta, che andava a Washinton a parlare al Congresso con il vestito imprestato da un amico. Il padre del grande movimento ecologista che ha portato fino al Summit mondiale di Rio, nel ’92. L’interesse internazionale si concentro’ su Mendes come difensore della foresta, ma il suo ruolo come leader lo fece anche diventare l’obiettivo degli oppositori frustrati ed infuriati. Nei primi giorni di dicembre 1988, si attivo’ per far divenire il suo paese natale, il Serigal Cachoeira, una riserva estrattivista, sfidando il proprietario terriero ed allevatore locale, Darly Alves da Silva, che reclamava la proprieta’ della terra. Il 22 dicembre, Chico Mendes che aveva ricevuto diverse minacce di morte lascio’ per pochi istanti la sua guardia del corpo. Fu colpito a breve distanza nella veranda posteriore della sua casa da colpi partiti dai cespugli e mori’ subito dopo.
Per almeno due anni, ci furono diverse speculazioni sugli assassini; nonostante fossero ben noti, furono considerati fuori dalla portata legale per le loro connessioni con influenti proprietari terrieri e figure ufficiali corrotte della regione – un compromesso comune nelle terre di frontiera del Brasile. Forti pressioni nazionali ed internazionali riuscirono a far arrivare il caso in tribunale. Nel dicembre del 1990, Darly Alves da Silva ricevette una condanna a 19 anni di prigione per essere stato il mandante dell’omicidio; suo figlio, Darci, ricevette la stessa condanna per esserne stato l’esecutore materiale.
I lavoratori rurali , l’opinione mondiale e il governo brasiliano, che necessitava di mostrare ai brasiliani ed al resto del mondo un minimo di controllo sulla regione amazzonica, ottennero ampia soddisfazione dal verdetto. Ma quando i media spostarono i loro riflettori, gli omicidi continuarono. Dagli ultimi anni del ’70, di centinaia di omicidi di leaders sindacali e protestanti per i diritti della terra, l’unico che fu investigato completamente e porto’ ad una condanna fu quello di Chico Mendes.
La condanna a Darly Alves da Silva fu annullata nel febbraio del 1992 a Rio Branco dalla corte d’appello statale.

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.giovaniemissione.it/categoria-testimoni/2208/chico-mendes/

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L’inventore della Festa.


Uno dei sentimenti che caratterizza il Natale è lo stupore, che nasce di fronte a un Dio che arriva a offrire suo Figlio per la salvezza dell’umanità.  Lo aveva capito bene sant’Ambrogio (339/340-397), cui si deve l’introduzione della festa del Natale a Milano, quando ne divenne vescovo.

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Volgiti a noi, tu che guidi Israele
assiso sui Cherubini,
mostrati in faccia a Efraim, ridesta
la tua potenza e vieni.
O Redentore delle genti, vieni,
rivela al mondo il parto della Vergine;
ogni età della storia stupisca:
è questo un parto che si addice a Dio.
Non da seme virile
ma per l’azione arcana dello Spirito
il Verbo di Dio si è fatto carne,
fiorito a noi come frutto di un grembo.
Il verginale corpo s’inturgida
senza che il puro chiostro si disserri,
brillano le virtù come vessilli:
Dio nel suo tempio ha fissato dimora.
Esca da questo talamo nuziale,
aula regia di santo pudore,
il Forte che sussiste in due nature
e sollecito compia il suo cammino.
A noi viene dal Padre
e al Padre fa ritorno,
si slancia fino agli inferi
e riguadagna la sede di Dio.
Consostanziale e coeterno al Padre,
dell’umiltà della carne rivèstiti:
con il tuo indefettibile vigore
rinsalda in noi la corporea fiacchezza.
Già il tuo presepe rifulge
e la notte spira una luce nuova;
nessuna tenebra più la contamini
e la rischiari perenne la fede.

Nella notte della Natività

 

 

 

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/ambrogio-l-inventore-della-festa

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L’indifferenza uccide forse più della violenza


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L’indifferenza quotidiana delle persone, dai vicini di casa che quando sentono una lite in famiglia o vedono la vicina con un occhio nero girano lo sguardo dall’altra parte fino alle istituzioni, quando non accolgono o addirittura sottovalutano le denunce, uccide quasi di più della violenza o perlomeno è l’anticamera della violenza.

La violenza va combattuta in ogni sua forma, ma anche l’indifferenza è una piaga terribile, e  nel quotidiano dobbiamo cercare di trasmettere ai figli  di vedere il prossimo, aiutare gli altri e rendersi conto se intorno a loro ci sono persone in difficoltà. Non c’è bisogno di insegnargli la NON VIOLENZA se si insegna da subito il rispetto.

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/giuditta-pasotto/lindifferenza-uccide-forse-piu-della-violenza_a_23599332/?utm_hp_ref=it-homepage

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2018 anno nero per la stampa. 80 giornalisti uccisi


Il 2018 è stato un anno nero per i giornalisti: ne sono stati uccisi 80 in giro per il mondo, segnando un aumento dopo tre anni di calo. E’ quanto emerge dal bilancio annuale di Reporters sans frontie’res (Rsf). L’anno scorso hanno perso la vita 65 giornalisti, uccisi per aver esercitato la loro missione d’informazione.       Tra le vittime di quest’anno, vi sono 63 giornalisti professionisti, con un incremento del 15%, 13 giornalisti non professionisti (contro 7 l’anno scorso) e quattro collaboratori dei media, ha spiegato l’Ong con sede a Parigi, denunciando la violenza “senza precedenti” contro la categoria. In totale – secondo Rsf – piu’ di 700 giornalisti professionisti sono stati uccisi negli ultimi dieci anni.       Oltre la meta’ dei reporter sono stati “deliberatamente presi di mira e assassinati”, come l’editorialista saudita Jamal Khashoggi, ucciso il 2 ottobre scorso all’interno del consolato di Riad a Istanbul. E come il giornalista slovacco, Jan Kuciak, trucidato nella sua abitazione il 21 febbraio scorso.      “L’odio verso i giornalisti proferito e persino sostenuto da leader politici, religiosi o uomini d’affari senza scrupoli ha conseguenze drammatiche sul terreno, e si traduce in un aumento preoccupante delle violazioni”, avverte Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, che mette sotto accusa anche i social. “Portano una pesante responsabilità in questo senso, questi sentimenti di odio legittimano la violenza e indeboliscono, ogni giorno di piu’, il giornalismo e con esso la democrazia”.        E’ di nuovo l’Afghanistan l’inferno per i reporter: nel 2018 qui hanno perso la vita 15 giornalisti, nove solo nel doppio attacco del 30 aprile scorso in cui sono stati presi di mira proprio gli operatori dell’informazione. Seguono Siria, con un 11 morti, Messico (9), India (6) e Stati Uniti (6 morti, di cui 4 nell’attacco alla redazione di Capitolo Gazette del Maryland).      Nel 2018 e’ aumentato anche il numero di giornalisti detenuti: sono 348 (nel 2017 erano 326). Oltre la meta’ dei reporter in prigione si trova in cinque Paesi: Iran, Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Cina.

 

 

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/giornalisti-uccisi-mondo-80-nel-mondo-8ca39815-8011-49f7-ba11-6d0481d31d40.html

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Cosa resterà della nostra civiltà? I polli.


Chi tra milioni di anni scaverà per cercare tracce dell’Antroprocene, ovvero della nostra civiltà, troverà, oltre alla plastica, ossa di pollo da allevamento: questi pennuti sono in numero esorbitante.

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Lo abbiamo fatto diventare un animale completamente dipendente dalla tecnologia per la sopravvivenza, dalle uova incubate artificialmente, alla crescita in condizioni climatiche controllate, alla materia riciclata nei processi di macellazione, che diventa cibo a sua volta. E anche se la fossilizzazione delle ossa di uccello non è un processo così facile, il numero di quelle di pollo garantirà che siano in futuro uno dei reperti più diffusi. Consegneranno dell’uomo un’immagine duplice, quella di una specie tecnologicamente avanzata e sfruttatrice delle altre allo stesso tempo.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/antropocene-civilta-dei-polli

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LA VERA STORIA DEL PUPAZZO DI NEVE


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I pupazzi di neve esistono (almeno) fin dal Medio Evo. In un documento del 1380 chiamato “Book of Hours”, manoscritto trovato presso la biblioteca nazionale dell’Aia, nei Paesi Bassi,  vediamo un pupazzo di neve seduto pericolosamente vicino al fuoco, quasi rassegnato a sciogliersi.Il pupazzo di neve coinvolse persino un giovanissimo Michelangelo diciannovenne che, nel 1494, rimasto senza committenti (e quindi senza casa), a due anni dalla morte di Lorenzo il Magnifico si vide costretto ad accettare la commissione di Piero de’ Medici figlio e successore del Magnifico, per una statua fatta di neve, piccolo pegno da pagare per poter rientrare alla corte fiorentina. Il materiale velocemente deperibile e difficile da lavorare non scoraggiò di certo Michelangelo, che in un cortile di Via Larga a Firenze,creò un pupazzo di neve-capolavoro.Durante uno degli inverni più rigidi della storia del Paese, Bruxelles si popolò di più di 100 pupazzi di neve dalle fattezze buffe ma anche erotiche, creati dagli abitanti più indigenti che,  in quello che venne definito il Miracolo del 1511, piegati dal freddo e dalla povertà trovarono nella neve un mezzo per protestare contro i nobili e i Reali.Il pupazzo di neve diventa davvero popolare, però, solo in epoca Vittoriana, quando il principe Alberto, appassionato delle usanze natalizie tedesche, lo importa in Inghilterra.

Più o meno da allora la tradizione del pupazzo di neve si diffonde in tutto il mondo come simbolo di speranza e gioia: con poco, della neve e un po’ di fantasia, l’uomo può creare una piccola opera d’arte temporanea, capace di rallegrare e intrattenere grandi e piccini.  Il pupazzo di neve è anche la sorpresa che ci riserva lo speciale Christmas Jumper – il pullover a tema natalizio – di Save the Children, che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro. Ogni dicembre la Onlus celebra infatti il Christmas Jumper Day, l’evento di partecipazione di massa dedicato ai maglioni natalizi divenuto super-trendy nei paesi anglosassoni e celebrato con successo da due anni anche in Italia. Il progetto vede ancora una volta OVS accanto all’Organizzazione, di cui è partner storico.

 

https://d.repubblica.it/native/lifestyle/2018/12/14/news/la_vera_storia_del_pupazzo_di_neve-4224064/?utm_source=taboola&utm_medium=referral

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La strage silenziosa della fame in Yemen, in 3 anni morti 85 mila bimbi sotto i 5 anni


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Quasi 85mila bambini sono morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto tuttora in corso nel paese arabo. Lo riferisce un rapporto pubblicato oggi dall’ong Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef) ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen.

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La guerra ha provocato in tutto oltre 10mila vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

 

https://www.lastampa.it/2018/11/21/esteri/la-strage-silenziosa-della-fame-in-yemen-morti-mila-bimbi-in-anni-sotto-i-anni-AZGx4nl9eSfQbIaUCW1CGI/pagina.html

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L’ultimo mistero della Lega.


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CARROCCIO CATORCIO – NELL’INCHIESTA SUI 49 MILIONI DELLA LEGA NORD SPARITI, E’ STATO SCOPERTO UN CONTO CORRENTE DEL PARTITO CON SEI MILIONI DI EURO SVUOTATO IN SETTE MESI – TRA LE 120 MILA TELEFONATE INTERCETTATE CE N’E’ ANCHE UNA DI ROBERTO MARONI: “BISOGNA FARE LA “BAD COMPANY” DOVE RIMANE DENTRO UN C…” – I PM SONO CONVINTI CHE NON TUTTI I 49 MILIONI INCASSATI ILLECITAMENTE DA BOSSI E BELSITO SIANO STATI SPESI, MA CHE UNA PARTE SIA STATA RICICLATA E POI RECUPERATA

 

http://m.dagospia.com/nell-inchiesta-sui-49-milioni-della-lega-nord-spariti-e-stato-scoperto-un-conto-corrente-del-190557

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15 dicembre 1890: uccisero Toro Seduto, ma la sua lotta continua


Il 15 dicembre 1890, assassinato dai poliziotti dell’agenzia indiana che volevano arrestarlo, morì Toro Seduto (Tatanka Yotanka, il nome nella lingua lakota, letteralmente bisonte seduto) condottiero nativo americano.

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Il 25 giugno 1876, Toro Seduto aveva guidato alla vittoria più di 3.500 guerrieri Sioux e Cheyenne nella famosa battaglia di Little Big Horn, nel corso della quale annienta il 7° cavalleggeri del colonnello George Armstrong Custer. Ma, al di là ella famosa battaglia, di Toro Seduto sono rimaste celebri alcune sue frasi che grondano saggezza e che sono ancora attuali. E si può comprendere perché la protesta  Sioux in Nord Dakota sia anche figlia degli insegnamenti di Toro Seduto.

 

 

Matthew Black Eagle Man protests in front of the U.S. Capitol with the Cowboys and Indian Alliance against the Keystone XL pipeline in Washington

https://www.globalist.it/culture/2016/12/15/15-dicembre-1890-uccisero-toro-seduto-ma-la-sua-lotta-continua-209395.html

https://www.huffingtonpost.it/2018/11/09/un-giudice-blocca-keystone-xl-loleodotto-voluto-da-trump-e-odiato-dai-sioux_a_23584394/

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Piante: sono la cura per 4 miliardi di persone


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La natura è ricchissima di principi attivi, molti dei quali attendono solo di essere scoperti, caratterizzati e usati. Cortecce, radici, foglie, semi, fiori e frutti di migliaia di piante, chiamate officinali, contengono infatti sostanze che, se correttamente estratte, lavorate e somministrate, esplicano il loro potere terapeutico nei confronti di molti disturbi. In tutto il mondo, oltre 35 mila specie vegetali sono utilizzate a scopo medico. Ne esistono però altre 420mila su cui si hanno conoscenze limitate.Oggi i farmaci fitoterapici si ottengono con tecniche controllate che garantiscono concentrazioni costanti di principio attivo e sono presenti nelle principali farmacopee. Non solo. Traendo ispirazione dalle piante, l’industria farmaceutica ha isolato e caratterizzato migliaia di molecole, riuscendo poi a ottenerle in laboratorio e a farne medicine. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il principio attivo del 25% dei farmaci di sintesi in commercio deriva da piante.

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/salute/fitoterapia-4-miliardi-persone-si-curano-con-la-piante

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L’informazione sempre più sotto attacco. Nel 2018 oltre 70 giornalisti uccisi.


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Lo stato della libertà d’espressione segna un trend negativo a livello mondiale da oltre un decennio, ma gli ultimi tre anni sono stati i più critici. Il controllo politico dei media e l’ascesa in varie parti del mondo di politici autoritari, che si presentano come “uomini forti”, hanno accentuato questa dolorosa congiuntura. Il declino della libertà di stampa negli Stati Uniti è “uno dei risvolti più preoccupanti”. Il lavoro dei giornalisti americani è ostacolato da attacchi privati, arresti, persecuzione ai whistleblower e dalla crescente difficoltà ad accedere ad alcune informazioni. Donald Trump è uno di quei leader di Stato (insieme ad Aung San Suu Kyi, Bashar al-Assad e Nicolás Maduro) ad aver capovolto la narrazione sulle “fake news” per poterla utilizzare contro media e giornalisti, additati come nemici dei cittadini.Negli ultimi anni, giornalisti e attivisti per i diritti umani hanno visto indebolirsi anche i sistemi di tutela e difesa da parte delle istituzioni. L’impunità è un fenomeno diffuso che permette il protrarsi di intimidazioni, autocensura e violenza. Le minacce, la sorveglianza, gli attacchi, gli arresti e le uccisioni sono il prezzo da pagare per raccontare la verità. Paesi come Messico, Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan, India, Filippine e Yemen hanno registrato il più alto numero di giornalisti uccisi. Ma gli attacchi a giornalisti e la repressione governativa sono aumentati anche in Cambogia, Burundi, Brasile e Turchia. A riprova della gravità della situazione bisogna sottolineare che l’anno scorso sono stati uccisi oltre a 78 giornalisti anche 312 attivisti difensori dei diritti umani e che 326 giornalisti sono stati incarcerati (nel 97% dei casi si tratta di reporter locali).  Dal 2006 a oggi ci sono stati 3660 casi di minacce a giornalisti nell’esercizio della loro professione in Italia, di cui 133 solo nel 2018. Nella maggior parte dei casi si tratta per lo più di minacce verbali o pubblicate in rete, condotte violente, missive, danneggiamenti e telefonate anonime.

 

 

https://www.valigiablu.it/giornalisti-uccisi-2018/

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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (10 dicembre 1948)


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Nel 1948, la nuova Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva ormai catturato l’attenzione del mondo. Sotto l’attiva presidenza di Eleanor Roosevelt (vedova del presidente Franklin Roosevelt, paladina lei stessa dei diritti umani e delegata degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite) la Commissione decise di redigere il documento che divenne la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eleanor Roosevelt, sua ispiratrice, parlò della Dichiarazione come della Magna Carta internazionale dell’intera umanità. Essa fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Nel preambolo e nell’Articolo 1, la Dichiarazione proclama inequivocabilmente i diritti innati di ogni essere umano: “La noncuranza e il disprezzo per i diritti umani hanno prodotto atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità; l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune… Tutti gli esseri umani sono nati liberi e con uguali diritti e dignità.”

Gli stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a lavorare insieme per promuovere gli articoli sui diritti umani che, per la prima volta nella storia, erano stati riuniti e codificati in un documento unico. Di conseguenza, molti di questi diritti, in varie forme, fanno oggi parte delle leggi costituzionali delle nazioni democratiche.

 

https://www.unitiperidirittiumani.it/what-are-human-rights/brief-history/the-united-nations.html

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A quali ulteriori, drammatiche trasformazioni dovremo assistere nei prossimi 25 anni?


Come è cambiata la Terra in 25 anni.

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Il riscaldamento globale è solo uno dei fattori ambientali e politici che contribuiscono all’aumento dei fenomeni migratori. Le informazioni su aumento e riduzione delle terre destinate all’agricoltura, su deforestazione e riforestazione, sulla perdita o il recupero di terreni erbosi o di paludi, sull’aumento delle aree urbane, la diminuzione di fonti d’acqua dolce e l’avanzata dei deserti sono stati raccolti in mappe che mostrano l’impatto di tutti i fenomeni contemporaneamente sul territorio: si comprendono così, da un lato, la velocità delle trasformazioni che imponiamo alla superficie del Pianeta, dall’altro le ragioni che spingono ad abbandonare territori inospitali  e poveri di risorse.

I dati satellitari si prestano a diversi utilizzi. Mostrano per esempio la massiccia perdita di foreste in America centrale e meridionale, in parte (ma non solo) rimpiazzate da terreno riconvertito ad uso agricolo. Un aumento dell’urbanizzazione emerge in Europa e Nord America, mentre nel sudest degli Stati Uniti si nota la consistente perdita di aree paludose.

Nel periodo analizzato, il deserto del Sahara è avanzato per la perdita di terreni erbosi legata all’aumento delle temperature. Le mappe confermano anche la scomparsa del lago d’Aral, in Asia Centrale, un tempo quarto lago più esteso del Pianeta: le sue acque sono state utilizzate a scopi irrigui.Queste trasformazioni impattano in modo diretto sulla possibilità di abitare in un luogo e vivere delle risorse che offre. In questo momento ci sono carovane di persone in marcia verso gli Stati Uniti, molte di loro provengono dal Guatemala e hanno perso porzioni di foresta per l’utilizzo di legname come carburante. È uno degli aspetti della crisi dei rifugiati.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/mappe-come-e-cambiata-la-terra-negli-ultimi-25-anni

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L’amaro futuro degli italiani.


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Diversi e soli: gli italiani di fronte alla sanità. È una convinzione diffusa che il rapporto dei cittadini con il Servizio sanitario sia fortemente differenziato a causa dell’incidenza di una serie di variabili: dalla territorialità dell’offerta alla condizione socio-economica, all’età delle persone. Il difficile accesso alla sanità genera costi aggiuntivi, con la conseguente corsa a comportamenti opportunistici e una crescente sensazione di disuguaglianze e ingiustizie, con la convinzione che ognuno deve pensare a se stesso. Più della metà degli italiani (54,7%) pensa che in Italia le persone non abbiano le stesse opportunità di diagnosi e cure. Lo pensa il 58,3% dei residenti al Nord-Est, il 53,9% al Sud, il 54,1% al Centro e il 53,3% al Nord-Ovest. Addirittura ci sono oltre 39 punti percentuali di differenza nelle quote di soddisfatti tra il Sud e le isole e il Nord-Est, che registra il più alto livello di soddisfazione tra le macroaree territoriali. Emblematici sono i dati sul grado di soddisfazione rispetto al Servizio sanitario della propria Regione: il valore medio nazionale del 62,3% oscilla tra il 77% al Nord-Ovest, il 79,4% al Nord-Est, il 61,8% al Centro e il 40,6% al Sud e nelle isole.

Autoregolazione della salute sì, «fai da te» deregolato no. Nella tutela della salute e nel rapporto con la sanità è sempre più diffuso il principio dell’autoregolazione della salute, nel solco del sapere esperto. Sono 49,4 milioni le persone che soffrono di piccoli disturbi (mal di schiena, mal di testa, ecc.) che condizionano la funzionalità e la qualità della loro vita quotidiana. Il 73,4% degli italiani si è detto convinto che sia possibile curarsi da solo in tali casi (con un incremento del 9,3% rispetto al 2007). Il 56,5% ritiene che sia possibile curarsi autonomamente perché ognuno conosce i propri piccoli disturbi e le risposte adeguate, il 16,9% perché è il modo più rapido. Decisivo è il rapporto con i saperi esperti nell’autoregolazione della salute: nonostante la crescita del web (28%), i principali canali informativi degli italiani rimangono il medico di medicina generale (53,5%), il farmacista (32,2%) e il medico specialista (17,7%). Uno dei terreni su cui maggiormente si esprime l’autoregolazione della salute è quello del ricorso a farmaci da automedicazione: infatti, è la quasi totalità degli italiani a curarsi utilizzando farmaci senza obbligo di ricetta, acquistati liberamente in farmacia. Le conseguenze per la qualità della vita delle persone e per la funzionalità dei lavoratori sono rilevanti. Sono 17,6 milioni gli italiani che l’ultima volta che hanno avuto un piccolo disturbo hanno preso un farmaco da banco: una scelta che si è rivelata decisiva perché hanno potuto continuare a svolgere le attività che altrimenti avrebbero dovuto lasciare. Sono 15,4 milioni i lavoratori che hanno continuato a lavorare grazie all’effetto del farmaci di banco in presenza di piccoli disturbi.

Il valore di coaching e orientamento per l’accesso al welfare. La domanda di coaching nel rapporto con il welfare trova oggi soluzioni nel «fai da te» delle reti di relazione familiare oppure sul mercato. Non basta aumentare il numero e la tipologia di servizi e prestazioni nel welfare, se poi non si creano le condizioni affinché le persone che ne hanno bisogno e diritto li utilizzino realmente. Il 52,7% degli italiani non sa a chi rivolgersi in caso di un problema di welfare. Il 44,9% si è rivolto a familiari e amici che già avevano affrontato il problema, il 27,1% ha fatto ricorso all’aiuto pagato di società specializzate, il 24,8% ha rinunciato a risolvere un problema perché non è riuscito a capire a chi rivolgersi. A fronte del 51,5% di italiani convinti di poter affrontare i problemi da soli, il 48,5% invece non è in grado di affrontare autonomamente le difficoltà.

I territori con poco lavoro e quelli che non lo creano: i rischi per i sistemi di welfare locali. La risposta migliore al disagio resta la creazione di nuovo lavoro vero, sostenibile, con retribuzioni appropriate. In alcune aree territoriali il disagio è più marcato: tra le province il cui tasso di occupazione presenta un divario rilevante rispetto al tasso di occupazione nazionale ci sono Reggio Calabria (-20,4%), Foggia (-19,8%) e Agrigento (-18,2%). Mostrano invece performance positive in termini di crescita dell’occupazione nel periodo 2013-2017 le province di Barletta-Andria-Trani (+4,7%) Siracusa (+2,5%), Enna (+4%), Caltanissetta (+3,4%), Palermo (+2,6%) e Napoli (+1,0%). Sul fronte dell’occupazione giovanile sono presenti dinamiche di restrizione nel periodo 2013-2017 che interessano le province di Bolzano (-2,2%), Sondrio (-2,8%), Cuneo (-2,1%), Brescia (-2,7%) e Verbano-Cusio-Ossola (-1,1%). Di fronte ad una geografia così specifica della creazione o meno di occupazione, anche le risposte di welfare non possono che modularsi sulle peculiarità locali.

L’importanza delle pensioni per il benessere quotidiano delle famiglie. Le pensioni assolvano oggi a funzioni sociali più rilevanti rispetto a quella di pura tutela per la vecchiaia per cui erano storicamente nate. Sarebbe un limite grave non cogliere questa dimensione che si collega strettamente con la vita quotidiana delle famiglie. Sono oltre 16 milioni le persone che percepiscono pensioni in Italia. Il numero è diminuito nell’ultimo anno, visto che le persone che hanno smesso di percepire pensioni sono di più dei nuovi pensionati. Anche i redditi pensionistici sono in contrazione, perché quelli dei nuovi pensionati sono inferiori a quelli dei cessati: 15.000 euro contro 16.700 euro annui. Circa il 50% delle famiglie italiane è formato o ha al suo interno un pensionato, per un totale di 12 milioni di nuclei. I pensionati che vivono soli sono il 27,8%, il 36,2% vive in coppia senza figli, il 18% in coppia con figli, l’8% è un genitore solo. Per il 63,3% delle famiglie i trasferimenti pensionistici sono pari ad oltre tre quarti del proprio reddito, per il 26,4% la pensione costituisce il totale del reddito familiare. Fondamentale è l’apporto delle pensioni nella riduzione del rischio di povertà per le famiglie più vulnerabili: la pensione riduce il rischio di povertà del 12,4% per le famiglie monogenitoriali, del 9,6% per le coppie con figli, del 6,8% per le persone sole, del 2,8% per le coppie senza figli.

 

 

 

 

 

 

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121187&fbclid=IwAR1vpP4uY1_gWTaKrFRYA987Hz4tumxF7ZhH4mdwRowPBI0HhEG3qbvxRqc

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Renzi comanda, Minniti si ritira. La scissione del Pd si avvicina


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La giornata delle montagne russe per il Pd finisce in picchiata, con il partito a un passo da una nuova scissione. Marco Minniti ritira la candidatura alle primari. In serata la conferma ufficiale non arriva ma filtra la notizia di una sua arrabbiatura monumentale. E di un’intervista a Repubblica che stamattina darà l’annuncio del fine corsa.

Ma non poteva finire diversamente. Lo si capisce dalla mattina. Quando, dinanzi alle notizie dei quotidiani sul ripensamento di Minniti provocato dal plateale lavorìo scissionista dell’ex segretario, Renzi replica secco: «Come sapete non mi occupo del congresso». Nessuna smentita della prossima fuoriuscita, con l’atteggiamento strafottente di sempre. Del resto Renzi non può negare nulla: in quel momento è a Bruxelles dove incontra, non a nome del Pd, i suoi eurodeputati e tesse la tela delle relazioni: incontra Juncker, gli olandesi Vestager e Timmermans, Moscovici.

Anche Minniti non ha un buon carattere, specie quando capisce di essere stato preso per il naso dall’inizio: ha creduto di utilizzare i voti dei renziani prendendo le distanze da Renzi; ha creduto che i territori erano pronti a raccogliere le firme per la sua candidatura e invece non si muove nessuno. Ha creduto troppe cose platealmente false, per accorgersene sarebbe bastato mettere il naso fuori dal cerchia dei fedelissimi. Adesso, con Renzi che brutalmente scopre le carte, la figuraccia è irrecuperabile.

A chi glielo chiede l’ex ministro oppone una lombosciatalgia come causa del suo stop agli impegni di partito. Ma nel primo pomeriggio convoca alla camera le due «colombe» renziane Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che pure hanno fatto di tutto per tenere in piedi la sua candidatura. Ai due consegna un documento da far sottoscrivere a tutti i parlamentari: è un impegno a non uscire dal Pd. La riunione si stoppa, i due devono parlare con Renzi.

A questo punto c’è anche un giallo. L’agenzia Ansa batte l’appuntamento per una conferenza stampa convocata da Minniti alle 18 e 30 per annunciare il ritiro. Minniti si attacca al telefono per smentire, è caccia alla «fonte». Ma ormai siamo su un piano inclinato.

Intanto arriva la risposta da Bruxelles. È un «niet». I due luogotenenti tornano al tavolo. Il sostegno a Minniti è assicurato. Ma nessuno firmerà il documento. E dai renziani ormai filtra l’insofferenza: «La richiesta di firmare un impegno a non uscire dal Pd è offensiva, è chiaramente un pretesto». Minniti capisce di essersi infilato in un tunnel, prova a chiedere la firma di almeno una trentina di renziani, tanto per. Ma il «niet» di Renzi è diventato uno sfottò. «A questo punto la scelta spetta a lui», spiegano. Voleva un braccio di ferro, lo ha perso. All’ex ministro non resta che la ritirata ingloriosa. Lui che si è vantato di trattare con i banditi libici. Lui che si è trovato a faccia a faccia con Gheddafi. Lui che nell’estate del ’17 si è autodirottato l’aereo per tornare a Roma e difendere l’Italia dal rischio di una «rottura democratica». È finito nel sacco di Renzi come una delle sue tante vittime politiche, da Enrico Letta in avanti. In serata Nicola Zingaretti lancia l’allarme: «Basta con questo gioco al massacro, non è il momento di picconare e dividere». Lo spettro di una vittoria su un partito scassato non è certo una buona notizia per lui. L’ultimo sondaggio, lo leggete qui accanto, dà il presidente del Lazio al doppio delle preferenze di Minniti. L’ex ministro vedeva ormai consolidarsi le cifre della sconfitta. Ora bisognerà capire se i suoi voti si riverseranno su Martina. Difficile. I renziani già avvertono: «Sarà un congresso monco». Renzi si è fabbricato l’alibi per uscire dal Pd. Spaccando tutto.

 

 

 

https://ilmanifesto.it/renzi-comanda-minniti-si-ritira-la-scissione-del-pd-si-avvicina/