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‘Via col vento’, gli 80 anni del kolossal più visto della storia del cinema


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In occasione del compleanno importante del film diretto da Victor Fleming, Via col vento doveva tornare in sala negli Stati Uniti, solo per due giorni, giovedì 28 febbraio e domenica 3 marzo, per due spettacoli ogni giorno, ma data la grande richiesta avrà altri due giorni di proiezioni. Vincitore di otto premi Oscar, uno assegnato a Hattie McDaniel come miglior attrice non protagonista per Mami, prima afroamericana ad essere nominata in una categoria di attori e a vincere un premio Oscar, e due Academy Awards onorari, il film è un kolossal per il quale è stato investito un budget di 3,9 milioni di dollari e che ha richiesto un processo di realizzazione faticoso e turbolento. La storia segue pedissequamente le millecento pagine del romanzo della giornalista Mitchell e forse anche per questo il risultato è un film di quasi quattro ore. Via col vento vide la luce e fece il suo debutto la sera del 15 dicembre 1939 al Loew’s Grand Theater, su Via dell’Albero di Pesco ad Atlanta, Georgia. Fu quello l’evento culmine di una serie di celebrazioni che fecero riempire l’allora cittadina che contava 300mila abitanti. I tre giorni precedenti la proiezione furono dichiarati festivi, scuole chiuse, così come gli uffici pubblici, balli a tema e quotidiani interamente dedicati al film. Tuttavia nello Stato dove ancora erano in vigore leggi razziali, non mancarono proteste quando agli attori neri fu proibito di presentarsi alla cerimonia e a tutti gli eventi di promozione del film. Anche ad Hattie McDaniel (Mami) fu vietato di partecipare. Clark Gable minacciò allora di boicottare la première, ma fu la stessa attrice che lo convinse ad esserci. Dal 1939, la sala numero 6 del cinema “CNN6 Centre” di Atlanta proietta ininterrottamente Via col vento due volte al giorno.

 

 

https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2019/02/27/news/80_anni_di_via_col_vento_-218034985/

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Indipendentisti e revisionisti


La pittoresca mappa del separatismo italiano che spazia tra neoborbonici e austricanti.

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Al 17 marzo manca poco. E, come ogni anno, all’avvicinarsi di questa data riemergono i soliti, vecchi e, occorre dirlo, poco cari revisionisti antinazionali: gli odiatori di Garibaldi e Mazzini; i nemici del Tricolore; gli antagonisti della storia d’Italia che, ricordando il 17 marzo 1861, rabbrividiscono: è nascita dello Stato violento, rapinatore e usurpatore di questa o quella patria locale. E’ la nascita dello Stato italiano che dopo quasi mille e cinquecento anni vedeva, finalmente, l’Italia tornare unita. Quei tempi preunitari non torneranno. Né per gli austricanti né per i neoborbonici. Né, più in generale, per nessun’altra fantasiosa formazione più o meno organizzata di pittoreschi indipendentisti/secessionisti/revisionisti o qualunque altra definizione potrebbero gradire. E non perché nella maggior parte dei casi questi “movimenti” si configurino come poco più che divertenti sodalizi male organizzati, ma perché è la storia che li ha già sconfitti: negli anni, e con eventi durissimi, essa ha infatti spazzato via le loro radici che affondavano non sull’autodeterminazione, non sull’identità, ma sul rimpianto di dominatori stranieri, fossero francesi e spagnoli come i Borbone o austriaci come gli Asburgo. Al costo di centinaia di migliaia di vittime, quell’Italia bramosa di asservirsi, di gettarsi ai piedi del padrone straniero, triste eredità dell’Età moderna, è quasi del tutto sparita. Non del tutto, sia chiaro: lo dimostrano ancora tanti atteggiamenti degli italiani e, evidentemente, l’esistenza stessa di questi movimenti. Ma qualcosa è cambiato: c’è ovunque voglia di riscattarsi, di reclamare la propria esistenza come Paese libero, vivo, fiero; in modo diverso, in partiti diversi, con idee diverse. Ma c’è. Per questo il separatismo triestino e trentino, così come l’indipendentismo neoborbonico, non hanno futuro: provando ad attualizzarsi nei tempi contemporanei, si pongono fuori dalla storia.

 

 

 

 

http://lacamiciarossa.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/02/26/indipendentisti-e-revisionisti-la-pittoresca-mappa-del-separatismo-italiano-che-spazia-tra-neoborbonici-e-austricanti/?fbclid=IwAR2nsOMAlphvJ0RP3dQy9fJTQmKmApCXkKCjktz8Att-MOQb7NVNC8Fk_G8&ref=fbpe

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L’Italia è la prima al mondo a “certificare” i benefici delle foreste


La certificazione dei servizi ecosistemici Fsc è un valido supporto non solo alla valorizzazione delle funzioni del bosco ma anche allo sviluppo sostenibile dell’economia locale.

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L’Italia è  il primo Paese ad aver ottenuto la certificazione a livello mondiale per tutti e cinque i servizi ambientali presenti nel territorio, i cosi’detti `servizi ecosistemici´: conservazione delle specie animali e vegetali, miglioramento della qualità e quantità dell’acqua, aumento della stabilità e dei nutrienti contenuti nel suolo, aumento dello stoccaggio e sequestro del carbonio, miglioramento dei servizi turistico-ricreativi.

Su 1.000 ettari di area boschiva certificati, 65 ettari (una superficie pari a 108 campi da calcio) sono stati ripristinati attraverso grazie a 110.000 nuovi alberi; 40 ettari presentano un suolo più ricco, con effetti positivi sulla diminuzione dell’erosione, sulla fertilità e il miglioramento dell’attività microbica. Inoltre, gli alberi che crescono nei boschi certificati appartengono a 36 specie diverse, selezionate tra quelle che meglio si adattano al contesto locale; tra queste il pino silvestre, l’abete rosso, il larice, la quercia, il faggio, il frassino e il nocciolo. In media «un albero, quando ha raggiunto l’età adulta, riesce a catturare 0,65 tonnellate di CO2»: questo significa che «per catturare le emissioni medie annue di un’auto servono 3 alberi».

 

 

https://www.lastampa.it/2019/02/27/scienza/foreste-certificate-che-fanno-bene-italia-prima-al-mondo-9gFa3ujj8J8990NqCvDrIL/pagina.html

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Carnevale di Viareggio: satira politica e satira sociale.


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Il Carnevale di Viareggio nasce nel 1873 e fin dalle origini ha avuto
connotazioni satirico-allegoriche; i costumi e i vizi della società e della classe
politica apparvero subito naturale fonte di ispirazione sia per cittadini in
maschera sia per i costruttori dei carri, tuttavia bisognerà attendere la fine
degli anni Sessanta del secolo scorso perché questa “vocazione” si strutturi
in maniera stabile e, pur permanendo alcune forme di censura, divenga
elemento caratterizzante della manifestazione.

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Sin dalle prime sfilate apparvero i temi che – nel tempo – avrebbero ispirato
le allegorie fino ai giorni nostri: la corruzione della classe politica italiana
nonché la sua ignoranza (vera e propria mancanza di cultura), l’esosità della
pressione fiscale e la politica internazionale. Questa notazione implica una
successiva, immediata considerazione: i costruttori dei carri, benché
autodidatti o in possesso della licenza della sola scuola dell’obbligo, erano
informatissimi sulla situazione politica italiana e internazionale e,
considerando che la televisione si è diffusa in Italia solo a partire dalla metà
degli anni Cinquanta del ‘900, ciò mostra quanto fosse necessità acquisita
per “maghi” della cartapesta la cultura e l’aggiornamento continuo.
Essendo altresì il Carnevale una manifestazione popolare, quel che vale per i
costruttori si estende al pubblico che evidentemente era in grado di decifrare i
simboli, le caricature e soprattutto percepirne la natura satirica.
La pietra tombale  sul libero pensiero del Carnevale la pose il
Regime Fascista, anche se vi sono alcune costruzioni del Ventennio che
possono essere lette come irrisioni al Regime, ma si collocano agli inizi
(1924) e alla fine (1940). Osservando in sequenza le immagini dei carri del Carnevale di Viareggio, in particolare quelli degli ultimi cinquanta anni, scorre la Storia non solo italiana ma internazionale.

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Una lucidità assoluta (che a volte travalica persino la
capacità rappresentativa) sembra essere prerogativa che passa di
generazione in generazione nei  costruttori. Essi da decenni narrano
l’attualità senza ipocrisia e senza veli: miserie patrie e intrighi internazionali,
gli intenti dei “potenti del mondo” di cui non di rado prevedono le mosse,
anticipano le conseguenze. Rendono evidente la natura del potere, senza
timore alcuno lo mettono alla gogna attraverso i suoi emblemi, i suoi simboli,
le sue effigi: con le maschere lo smascherano.

Berlusconi Preistorico - Carnevale di Viareggio - Poracci In Viaggio

 

 

 

http://viareggio.ilcarnevale.com/files/satira-politica-e-sociale-al-carnevale-di-viareggio.pdf

https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g194946-d8820393-i249152818-Carnival_of_Viareggio-Viareggio_Province_of_Lucca_Tuscany.html

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UNA COSTOSA RIVOLUZIONE


Presto potrebbero arrivare sulle tavole di tutto il mondo hamburger e controfiletti creati in laboratorio. Gli Stati Uniti hanno infatti dato il via libera (novembre 2018) alla vendita della carne sintetica, ottenuta a partire da colture cellulari.  Il primo esperimento di carne artificiale risale al 2013, quando il ricercatore olandese Mark Post servì ad alcuni giornalisti un hamburger realizzato in due anni di lavoro e costato circa 325mila dollari. Da allora diverse aziende si sono lanciate nell’impresa,  con alcune previsioni che danno la carne sintetica nei piatti già dal 2020.  L’Italia non ha preso la notizia positivamente. Tre italiani su quattro si dichiarano infatti contrari all’arrivo sul mercato di carne; secondo quanto afferma Coldiretti sono preoccupati per le ripercussioni dell’applicazione di queste nuove tecnologie sia in tema di salute che di etica.

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Quanto ai vantaggi sotto il profilo ambientale  recenti studi hanno dimostrato che la carne sintetica potrebbe avere un impatto climatico più pesante di quella di allevamento. Le emissioni di metano derivanti dagli allevamenti tradizionali restano in atmosfera per circa 12 anni. La CO2, per millenni:  affinché non lo siano occorrerà investire su metodi di produzione energetica sostenibile che possano alimentare gli impianti di produzione.

 

 

 

https://tg24.sky.it/mondo/2018/11/21/carne-artificiale-via-libera-usa.html

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/carne-artificiale-impatto-climatico-co2

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Benediciamo i diversi.


Due strade divergevano in un bosco, e io
io ho preso quella meno battuta,
e da qui tutta la differenza è venuta.

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La parola DIVERSO (etimologia)  significa semplicemente ‘colui che ha deciso di andare in un’altra direzione’. I diversi sono portatori di una mente tanto fiera da non conformarsi al pensiero dominante.Il bene unico della diversità  è la capacità di incuriosirci davanti a cose di poco conto, un’attitudine fanciullesca che salva il mondo perché ne vede lo splendore. La discriminazione del diverso può rappresentare uno stile difensivo, un modo per proteggere la nostra individualità da quella diversità che non riusciamo a capire.L’altro, il diverso, il dissimile siamo anche noi per qualcun altro. Per cui, se rientrasse in un concetto di normalità e bellezza la diversità sarebbe meno spaventosa. La diversità è una ricchezza che permette di confrontarsi e migliorarsi costantemente, è un’occasione di crescita e di introspezione. Se si avesse una tale concezione positiva dell’altro diverso da noi, certamente la diversità spaventerebbe molto meno. 

 

 

http://le-parole-sono-importanti.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/02/24/benediciamo-i-diversi/?fbclid=IwAR01x4zahPuP3Uq8yNZiUXU7PRQnSVHEdBa4nX5qqe3hJ4kQ4y6iYf0LBps

https://www.femaleworld.it/diversita-perche-fa-paura/

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Addio a Mark Hollis.


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Addio a Mark Hollis, leader dei Talk Talk. La band inglese divenne celebre a metà degli anni 80 con successi come “Such A Shame” e “It’s My Life”.Tra i gruppi degli anni 80 i Talk Talk sono stati esponenti dell’ala più matura, capaci di coniugare una scrittura raffinata e complessa al grande successo commerciale. In poco meno di 10 anni di carriera e cinque album hanno attraversato diversi generi musicali passando dal synth-pop al jazz sperimentale e alla musica ambient. Il tutto reso unico proprio dalla voce di Hollis, dal timbro particolarissimo e riconoscibile tra mille, che racchiudeva tutta la malinconia e il romanticismo peculiari delle cose migliori di quegli anni.Il vero boom durò un paio di anni. Ma se “meteora” (commerciale, non certo artistica) furono, i Talk Talk lo furono per scelta personale. Dopo il grande successo la musica della band virò infatti su lidi sempre più sperimentali e sofisticati, tra il progressive e il jazz, con composizioni sempre più lunghe e strumentali meno adatte al grande pubblico. Ma “Spirit Of Eden” e “The Laughing Stock“, a dispetto degli scarsi esiti commerciali furono lavori complessi che aprirono la via al post-rock diventando fonte di ispirazione per numerosi artisti degli anni successivi. Una volta sciolta la band Hollis pubblicò solo un lavoro da solista, nel 1998, per poi ritirarsi a vita privata. Lasciando però un’eredità quasi unica nel suo genere.

 

 

 

 

https://www.tgcom24.mediaset.it/spettacolo/addio-a-mark-hollis-con-i-talk-talk-fece-del-pop-degli-anni-80-una-cosa-seria_3193837-201902a.shtml

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Modello Formigoni nella sanità.


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Roberto Formigoni  aveva riformato  il modello nazionale – come una “eccellenza”, un esempio per tutto il Paese. Intanto in Lombardia la spesa pubblica sanitaria aumentava e soprattutto cresceva la quota per le strutture private, a danno della sanità pubblica.Il presidente della Regione Lombardia  godeva di viaggi, vacanze, yacht, pranzi, cene, villa in Sardegna e coccole varie ed eventuali, gentilmente messe a disposizione dai boss della sanità privata, che hanno il senso della riconoscenza. La Corte d’appello di Milano lo ha condannato per questo, nel settembre 2018, a 7 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di corruzione. E la Corte dei conti gli ha sequestrato 5 milioni di euro, valutando che questa sia la somma dei benefit ricevuti negli anni.il Modello Formigoni consisteva nell’equiparare strutture pubbliche e strutture private, in nome della libertà di scelta del paziente. Impostazione unica in Italia, che ha lasciato, in realtà, ai privati la libertà di crescere, aumentare i fatturati e scegliere i settori dove offrire più servizi: quelli più remunerativi, naturalmente, lasciando al pubblico quelli che rendono meno e creando per alcune prestazioni lunghissime liste di attesa. I privati incassavano, ma a pagare, con soldi pubblici,  era sempre la Regione.

 

 

 

http://www.giannibarbacetto.it/2019/02/07/pagellina-di-fine-anno-le-classifiche-che-bocciano-milano-2/

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Non si sa dove seppellire il migrante. La triste storia di Eric.


L’ultimo e amaro capitolo della sua breve vita da sfruttato, emarginato, scartato.

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Eric, 32 anni del Ghana, è morto come un italiano, come un calabrese della Piana di Gioia Tauro. È morto di leucemia, il terribile male che sta colpendo tanti giovani di questo territorio, molto probabilmente uccisi degli affari avvelenati della ’ndrangheta sui rifiuti. L’enorme inceneritore di Gioia Tauro non si sa bene cosa emetta. Infatti non esiste una rete di centraline che misuri la qualità dell’aria. E così ci si ammala e si muore. Molto di più che in altre aree. Italiani e immigrati. Come Eric.

Lavorava Eric, bracciante nei campi della Piana, a raccogliere agrumi e kiwi. Piccoli contratti, ma importanti per lui, che inviava i soldi alla giovane moglie rimasta in Ghana. Ha lavorato tanto, fino a quattro mesi fa quando sono comparsi i primi sintomi della malattia che in poco tempo si è portato via questo ragazzone allegro e volenteroso. L’ennesima conferma che gli immigrati non portano malattie, piuttosto si ammalano in Italia per le condizioni di degrado in cui sono costretti a vivere. Malattie di chi vive l’emarginazione. Come Eric e gli altri braccianti della baraccopoli. La leucemia non gli ha dato scampo. Fino al ricovero a ematologia dell’ospedale di Reggio Calabria. Lì è morto due giorni fa, senza nessuno accanto.Ora il suo corpo attende una degna sepoltura ma le istituzioni non hanno aperto il cuore. Ancora non si sa quando e dove potrà essere sepolto.

 

 

 

Non si sa dove seppellire il migrante. La chiesa si offre “volontaria”

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-triste-storia-di-eric-anche-da-morto-lo-ha-accolto-soltanto-la-chiesa

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Requiem per i morti nel Mediterraneo


Migranti

Lunedi  25 febbraio, alle nove di sera nel Duomo di Torino, un’ottantina di voci dei più importanti cori dei teatri del nostro Paese, eseguiranno il Requiem di Gabriel Faurè, in suffragio di migliaia di migranti morti nelle acque del Mediterraneo.Il brano fu composto quando l’Ottocento stava tramontando. Nel Requiem di Fauré è assente ogni violenza e ogni contrasto; non c’è paura e non c’è dolore; in esso prevale un sentimento di rassegnazione e di abbandono, a volte si potrebbe addirittura dire un desiderio di assenza e di silenzio; è come una ninna nanna funebre. Un modo per dire che sappiamo cosa sta accadendo nel mare nostro.Proponendo un Requiem per i morti nel Mediterraneo si va agli albori del canto, perché – come raccontano gli antropologi – la prima volta che un essere umano ha cantato è stato per aiutare un’anima a passare dal regno dei vivi al regno dei morti, ad andare nella luce.

 

 

 

 

https://www.9colonne.it/193613/requiem-per-i-morti-br-nel-mediterraneo#.XHQxAKJKgdU

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Lo sciopero di febbraio olandese


Il 25 febbraio 1941 inizia ad Amsterdam uno sciopero generale organizzato per protestare e combattere le misure antisemite che anche in Olanda stanno prendendo piede. La causa principale dello sciopero è costituita dai violentissimi pogrom che hanno colpito i cittadini  del quartiere ebraico di Amsterdam: nel fine settimana del 22 e 23 febbraio, quattrocentoventicinque uomini ebrei, di età compresa tra i venticinque e i trent’anni, sono stati presi in ostaggio e imprigionati in Kamp Schoorl e alla fine inviati ai campi di concentramento di  Buchenwald e Mauthausen, dove la maggior parte di loro moriranno entro l’anno. Il 24 febbraio, il Partito Comunista dei Paesi Bassi organizza un incontro all’aria aperta presso la Noordermarkt per indire uno sciopero per protestare contro i pogrom e il lavoro forzato in Germania.A seguito di questo incontro il Partito Comunista, reso illegale da parte dei tedeschi, stampa e diffonde un volantino che invita a scioperare tutta la cittadinanza.

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I primi a scioperare sono i conducenti di tram, seguiti a ruota da moltissimi altri lavoratori, dagli operai di aziende come Bijenkorf , agli insegnanti.Nonostante le immediate misure repressive messe in atto dalla polizia tedesca, lo sciopero continua a crescere spontaneamente e si diffonde in molte altre aree urbane, tra cui Zaanstad, Kennemerland e Utrecht.

Lo sciopero non durerà a lungo: entro il 27 febbraio infatti, in gran parte le azioni verranno represse dai tedeschi.Anche se in definitiva fallito, lo sciopero di febbraio resta comunque significativo in quanto rappresenta la prima azione diretta contro il trattamento degli ebrei da parte dei nazisti .

Questo episodio è inoltre atipico rispetto al tipo di resistenza messa in atto dagli olandesi: essa era infatti composta per la maggior parte da cellule decentralizzate, impegnate in attività indipendenti, spesso non in collegamento tra loro. Le attività principali della Resistenza olandese erano la produzione di tessere annonarie false e moneta contraffatta, controinformazione, pubblicazione di giornali clandestini , sabotaggio di linee telefoniche e ferroviarie.

Una delle attività più rischiose era sicuramente quella di nascondere e proteggere rifugiati e nemici del regime nazista, famiglie ebraiche come quella di Anna Frank, agenti clandestini, olandesi in età di leva militare e altri.

 

 

 

 

https://www.infoaut.org/storia-di-classe/febbraio-2001-intervista-a-sergio-bologna

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il 24 Febbraio 1990 moriva a Roma Sandro Pertini.


Sandro Pertini, nato a Stella in Liguria nel 1896, fu il primo Presidente della Repubblica a riscuotere popolarità tra gli italiani per il suo carattere. Pertini, con un passato da partigiano ed una lunga militanza socialista, rappresentò, in qualità di Capo dello Stato, un punto di riferimento, al di sopra di partiti e istituzioni, tra il 1978 e il 1985. Morì a Roma il 24 febbraio 1990.

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Ateo stimato dai credenti, progressista rispettato dai conservatori, ricevette un plebiscito di preferenze, 832 su 995, che fino ad allora nessuno aveva ottenuto. In seguito Sandro Pertini entro nel cuore delle persone, al punto che ancora oggi è considerato il Presidente più amato dagli italiani. tenace, onesto e sincero volle soprattutto essere integerrimo custode della Costituzione.

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https://www.informagiovani-italia.com/sandro_pertini_il_presidente_piu_amato.htm

http://www.meteoweb.eu/2019/02/accadde-oggi-24-febbraio-1990-roma-sandro-pertini/1225834/

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La Nuova Vita.


Distrutto l’edificio “Monaco”, il fortino di Pablo Escobar, uno dei più noti trafficanti di droga del mondo. Il palazzo “Monaco” di otto piani, nella città di Medellin in Colombia è stato fatto crollare con un’esplosione controllata di fronte a 1600 persone.Era il fortino di lusso del trafficante di droga Pablo Escobar ucciso dalla polizia nel 1993. Figli, coniugi e nipoti di poliziotti, politici, giornalisti dei quali il narcotrafficante ha ordinato la morte nei primi Anni Ottanta hanno partecipato alla demolizione del palazzo, che un tempo ospitava sulle sue pareti dipinti di artisti famosi e veicoli di lusso nel suo parcheggio.Non si è trattato di demolire un edificio, che era in rovina, ma di costruire un memoriale per coloro che devono essere i  veri eroi, da non dimenticare mai, affinché questo non accada mai di nuovo.

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Al suo posto verrà creato un parco chiamato “Inflexión” che sarà dedicato alle vittime del narcotrafficanteAll’interno verranno installate la scultura “La Nuova Vita” di Rodrigo Arenas Betancourt e una lapide in omaggio alle 46.612 vittime della guerra del narcotraffico nella città.

 

 

 

http://www.tusciaweb.eu/2019/02/colombia-demolito-fortino-pablo-escobar/

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/colombia-demolito-il-fortino-del-re-dei-narcotrafficanti-pablo-escobar_3193300-201902a.shtml

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Eldorado del fracking.


La Pennsylvania, terra dei primi pozzi di petrolio e oggi eldorado del fracking, la tecnica di fratturazione idraulica inventata per spremere gas e petrolio dalle rocce del sottosuolo.  C’è ancora tanto gas e petrolio là sotto. E allora pazienza il fragore di quelle macchine infernali per sbriciolare le rocce. Pazienza se il cocktail di acqua, sabbia e agenti chimici pompati ad alta pressione sottoterra rischia di inquinare le falde acquifere. Pazienza se gli scienziati dicono che bruciando tutti quei combustibili fossili le conseguenze climatiche potrebbero essere catastrofiche. D’altra parte «non ci sarebbero fratturazioni, se gli scienziati non collaborassero. Sono i geologi a indicare dove trivellare».

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Nessuno è senza macchia, nessuno può tirarsene fuori; chi per rapacità, chi per ambizione e chi soltanto per necessità di sopravvivenza. Sono immersi fino al collo nelle contraddizioni di questa società a combustibili fossili, al punto da non accorgersi nemmeno più dello strato di catrame che soffoca le loro vite e le loro coscienze.

 

 

 

 

http://sturloni.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/02/20/l%E2%80%99america-sottosopra-ovvero-come-vendere-l%E2%80%99anima-al-diavolo-e-friggere-il-pianeta/?fbclid=IwAR0bl3C-v8viMcQIrlSku7anXhw4e0L7TW1vyBZS6b9wAK-70aRgXX6Ty78

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Alle elementari di Salò, primi aneliti di libertà.


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Nell’arroventato clima storico di una guerra ormai perduta, in un contesto segnato dall’occupazione tedesca, dalle deportazioni, dai bombardamenti, dalla violenza efferata, dalla fame e dalla povertà, alla nascita della Repubblica sociale italiana, nell’autunno del 1943, si pose il problema dicome far risorgere la scuola elementare, crollata, con tutto il sistema, dopo gli eventi dell’estate precedente, dal 25 luglio in poi. Il ministro dell’Educazione nazionale, Carlo Alberto Biggini, in controtendenza con Pavolini,  le rifondò depoliticizzate per aprire le giovani menti alla prospettiva del dopoguerra.

L’opera di Biggini fu innanzitutto mossa da una preoccupazione sociale: quella di sottrarre i bambini alla strada, per riportarli nelle auleNe uscirono due bienni scolastici, tra i più brevi della storia unitaria: il 1943-44 e il 1944-45. Il ministro di Salò inserì il suo nuovo, e sperimentale, ciclo elementare, in un quadro disastrato, dove mancava di tutto: dagli edifici dove ospitare le lezioni, alla carta per poter stampare il libro unico di Stato, che, proprio per quella situazione di provvisorietà e di penuria, finì per scomparire: il che favorì, con l’adozione di testi prodotti sul mercato, l’ingresso dei primi elementi di pluralismo in quella tradizione monolitica che era stata la scuola di regime fino al 25 luglio 1943. Ma Biggini fece anche molto altro, per sbarrare il passo a una nuova ‘politicizzazione’ delle elementari: confinò l’Opera nazionale balilla, risorta sulle ceneri della Gioventù italiana del littorio (Gil), alle pure funzioni assistenziali, nel garantire il servizio di refezione nei plessi. Inoltre, preservò la vita della scuola da una fascistizzazione imposta attraverso i programmi, per privilegiare la rinnovata missione educativa, civile e morale, affidata agli insegnanti.

Le circolari del ministro evitavano accuratamente riferimenti diretti alla politica fascista, e insistevano sulla necessità di costruire, nelle più giovani menti, un terreno adatto all’attecchimento di quegli aneliti di concordia nazionale che sarebbero stati fondamentali nel clima del dopoguerra. Forse sorprende che, addirittura, in una direttiva del 20 novembre 1944, Biggini indicasse, tra i compiti primari dell’educatore, la promozione dello spirito di libertà: «una libertà che nasce dai sacrifici dell’ora attuale e che trova il suo fondamento nella responsabilità di ciascuno di fronte a Dio, di fronte a se stesso, di fronte agli uomini». A questo processo di ‘spoliticizzazione’ della scuola, corrispondeva un innalzamento della responsabilità della funzione docente.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/alle-elementari-di-sal-primi-aneliti-di-libert

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25 Febbraio: verso la Giornata Nazionale Vittime dell’Inquinamento Ambientale.


Sono passati quasi 7 anni da quel 24 luglio 2012, quando gli impianti a caldo dell’acciaieria, definiti dal giudice per le indagini preliminari fonte di malattia e morte”, furono messi sotto sequestro dopo le segnalazioni di cittadini, Arpa e associazioni ambientaliste. Ma nonostante il processo per disastro ambientale, ancora in corso, la produzione non si è mai fermata. Le ragioni? Il susseguirsi di 12 decreti legge, definiti “Salva-Ilva”, e l’immunità amministrativa e penale che tutela i proprietari e gli amministratori straordinari da ogni possibile denuncia.

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Così intorno all’impianto siderurgico più grande d’Europa, la gente continua ad ammalarsi e a morire. I decessi per malattie cardiache, cardiovascolari e respiratorie sono tuttora in aumento, così come le nuove diagnosi di cancro ai polmoni. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nascere a Taranto significa essere maggiormente esposti a tumori e malattie rare: il 9% in più della media italiana.

A pagare il prezzo più alto sono i bambini: negli under 14 che vivono fra Tamburi e Paolo VI, i 2 quartieri più vicini all’Ilva, si è verificato un eccesso di ricoveri tra il 24% e il 26% rispetto ai coetanei di altre regioni.

Il governo italiano ha ora 3 mesi per ricorrere contro la sentenza della Corte europea e se verrà confermata sarà un’arma potente per i tarantini, che d’ora in poi potranno intraprendere ogni tipo di azione legale. Risarcimenti compresi, anche se nell’immediato la situazione non cambierà. Ilva non fermerà la produzione e non ha obblighi al di fuori di quelli descritti dal piano industriale, che prevede 1,1 miliardi di investimenti per la bonifica del sito. Intanto, è al vaglio del Consiglio di Stato anche un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro l’immunità amministrativa e la sua estensione ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal.

Nonostante le promesse del management, foto e video (raccolti dall’attivista Luciano Manna) documenterebbero che, complice l’aumento della produzione, le emissioni incontrollate sono proseguite giorno e notte.

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https://www.donnamoderna.com/news/societa/ilva-vittime-inquinamento-dati

http://www.meteoweb.eu/2019/02/25-febbraio-giornata-nazionale-vittime-inquinamento-ambientale/1223505/

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La denuncia di Greenpeace: «I fondi europei? Se li mangiano i maiali»


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La Pac ( La politica agricola comune) sostiene gli allevamenti intensivi che distruggono il pianeta.
Gli allevamenti intensivi hanno un fortissimo impatto sul pianeta e la Politica agricola comune dell’Unione europea, invece di sostenere le piccole aziende sta elargendo miliardi soprattutto a quelle grandi, con conseguenze gravi per l’ambiente. Secondo i dati Eurostat il 72% dei prodotti europei di origine animale proviene dalle maggiori aziende agricole europee, mentre il numero totale di allevamenti è diminuito di 2,9 milioni, quasi un terzo, tra il 2005 e il 2013. Almeno il 70% della superficie agricola dell’Ue (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata all’alimentazione del bestiame. Escludendo dal calcolo i pascoli, oltre il 63% delle terre coltivabili viene utilizzato per produrre mangime per gli animali invece che cibo per le persone. I ricercatori incaricati da Greenpeace hanno calcolato che in Europa 125 milioni di ettari di terra sono utilizzati per produrre mangimi o per il pascolo.
Gli scienziati ci avvertono che dobbiamo ridurre il consumo di carne per evitare il disastro ambientale, è una follia dare tutti questi soldi all’agricoltura industriale. L’Europa ha la responsabilità di utilizzare la Pac per aiutare gli agricoltori a passare all’agricoltura ecologica, allevando meno animali ma migliori, proteggendo il nostro ambiente, il clima e la salute. Sono sempre di più gli studi che parlano del danno arrecato al clima, all’ambiente e alla salute pubblica attraverso la produzione e il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, i quali richiedono grossi campi per la produzione del mangime che sono tra le principali cause del disboscamento mondiale. A gennaio, un nuovo rapporto di The Lancet ha raccomandato di ridurre il consumo di carne rossa in Europa del 77%.

 

 

 

 

 

 

https://www.agrifoodtoday.it/ambiente-clima/greenpeace-allevamenti-intensivi.html

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Niccolò Copernico: il padre della teoria eliocentrica.


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Il 19 febbraio è l’anniversario della nascita dell’astronomo polacco Niccolò Copernico (Toru?, 19 febbraio 1473 – Frombork, 24 maggio 1543) tra i padri della cosmologia moderna, famoso per aver affermato e dimostrato matematicamente la correttezza della teoria eliocentrica. La sua teoria, secondo la quale i pianeti del Sistema Solare ruotano intorno al Sole, lo vide contrapporsi al vigente geocentrismo, che voleva invece la Terra, immobile, al centro dell’Universo, con tutti gli altri corpi celesti in rotazione intorno ad essa.Copernico dimostrò attraverso calcoli matematici la correttezza di una teoria già affermata dal greco Aristarco di Samo, secondo la quale non solo la Terra non era più al centro dell’Universo, ma tutti i moti che vediamo (come quello degli astri e del Sole stesso) dipendono dalla Terra, e non dagli altri corpi celesti. Dal 1536, quando venne compiuta, iniziò a circolare e a ottenere consensi presso l’intera comunità scientifica europea

MEGLIO ATTENDERE… Non si trattava di contraddire soltanto la teoria astronomica allora accettata, ma anche l’intero sistema filosofico e religioso del tempo, basato sui canoni aristotelico-tolemaici. Copernico lo sapeva e, percependo il nervosismo delle autorità ecclesiastiche in merito, a lungo indugiò nel dare alle stampe la sua opera, che fu pubblicata nel 1543, in concomitanza con la morte dello scienziato, grazie al sostegno del matematico austriaco Georg Joachim Rheticus o Retico.

 

 

 

 

https://www.focus.it/tecnologia/innovazione/il-compleanno-di-copernico-celebrato-in-un-doodle

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Periferie abbandonate producono egoismi


Le periferie delle grandi città sono luoghi diversi per conformazione fisica e condizioni sociali, ma egualmente interessati da fenomeni di degrado, marginalità, disagio sociale, insicurezza. Tutto questo è dovuto a una minore dotazione di servizi e la condizione desta particolare allarme sociale sul fronte della sicurezza, dell’ordine pubblico, dell’integrazione della popolazione straniera.

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Nelle periferie si concentrano diversi fenomeni di illegalità, a partire dall’insediamento dei clan della criminalità organizzata, discariche, roghi di materiali tossici fino allo smaltimento illegale di rifiuti, e oggi proprio le periferie rischiano di trasformarsi nel teatro delle guerre tra poveri, fra italiani impoveriti e migranti senza collocazione. In totale, nelle grandi città italiane quindici milioni di persone abitano in aree periferiche tradizionalmente intese, caratterizzate anche da famiglie disagiate e vulnerabili e giovani generazioni fuori dai circuiti attivi e occupazionali e se a questi su aggiungono i residenti in zone urbane a vario titolo in difficoltà, la popolazione interessata a interventi significativi in questo campo costituisce la maggior parte degli italiani.

La città è diventata un luogo di  estraneità in cui viene meno la reciprocità, che ancora nei centri medi e piccoli fa ritenere a ciascuno  di poter avere già incontrato l’altro o di poterlo incontrare.Un’involuzione che si è già verificata nelle città non europee, ma ormai è un modello globale

Di qui la necessità di mettere in cantiere un grande progetto nazionale ispirato ai principi dell’Agenda urbana europea, sottoscritti anche dall’Italia, con il patto di Amsterdam, il 30 maggio 2016, tra i quali la tutela della qualità della vita, della salute e della sicurezza dei cittadini, l’inclusione sociale, il sostegno all’accesso alla casa e all’abitare dignitoso e sicuro, lo sviluppo di reti per la mobilità sostenibile.

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/2018/02/19/degrado-illegalita-e-conflitto-sociale-non-ce-sviluppo-senza-il-rilancio-delle-periferie_a_23365398/

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/periferie-abbandonate-producono-egoismi-

http://www.europafacile.net/Scheda/News/7880

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Siamo tutti ospiti.


La parola straniero veste oggi un abito poco bello: pieno di strappi, liso e sporco. Straniero è pericolo, è “non italiano”, è strano, estraneo. Una specie di intruso che turba un equilibrio.

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Sappiamo bene come il tema “stranieri” abbia assunto, nella storia, valenze tragiche, i cui effetti hanno portato alla morte milioni di esseri umani innocenti, la cui unica colpa era quella di essere ritenuti pericolosi alla comunità di cui erano ospiti sgraditi. Il mancato riconoscimento dello straniero -come categoria umana – è all’origine degli scempi della storia.

Nel mondo greco e romano “straniero” faceva riferimento a un sistema di valori in cui l’incontro tra chi veniva da fuori e chi accoglieva era sacro, e andava protetto con preghiere e suggellato davanti agli dei con doni reciproci. La letteratura tramanda una pratica, quella dell’ospitalità totale (ancora oggi, con ospite si intende sia chi accoglie sia chi arriva: ed è significativo, e dovremmo ricordarcelo sempre) che porta il nome di Xenìa e che è stata rivendicata da quei greci di Calabria e del Salento che hanno voluto mettersi a fianco di chi, dalle coste del Mediterraneo, accoglie come ospiti graditi gli stranieri che arrivano laceri e sfiniti, esattamente come Ulisse sulla riva dell’isola dei Fea.

 

 

 

http://le-parole-sono-importanti.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/02/17/siamo-tutti-ospiti/?fbclid=IwAR1LjWlPbaIWDsHfScq2Dws0PXmFoPrK6F6qZc__KbFfQ3pHrEfGFl4Uu-4

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I mille giorni più belli del Cile


«Prima della sconfitta c’è stata la vittoria che né la lava dei vulcani, né la profondità dell’Oceano Pacifico, né la sabbia del deserto di Atacama riusciranno mai a cancellare».

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Per ragioni sia geografiche, sia sentimentali sia politiche, il Cile ha uno spazio nel nostro cervello e nel nostro cuore. Benché si trovi in fondo all’altro emisfero. Anzi proprio per quello. È la suggestione del luogo alla fine del mondo. Oltre, il ghiaccio e poi il nulla. Ha, quel Paese, il fascino nostalgico delle cose ultime, di una discarica di vite a perdere perciò tanto affascinanti, dell’altrove ai bordi dell’extraterrestre. Così lontano, così vicino.Vicino lo sentimmo, soprattutto, nel 1973, quando con un colpo di Stato il generale Augusto Pinochet rovesciò il governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende, inaugurando la lunga e sanguinosa stagione della dittatura. Presi da altre incombenze emergenziali, spesso ci dimentichiamo del Sudamerica. Salvo che il Sudamerica ci rientra in casa, come ora col Venezuela, a ricordarci intanto le radici europee di larga parte della popolazione e poi l’esperienza politica intrecciata di cui vicendevolmente si dovrebbe far tesoro. Il Cile   impose sulla scena, il successo della sinistra alle elezioni, il bagno di sangue.

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/2019/02/06/news/i-mille-giorni-piu-belli-del-cile-1.331361?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR2D8h04McjPTzJQxuaR6eQybZauej0H7Q6Tu9_kaqM0i0WUVPwJk9kW25U

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Insulti antisemiti contro Alain Finkielkraut: la negazione assoluta di ciò che rende la Francia una grande Nazione.


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Lo hanno riconosciuto sul boulevard Montparnasse, in piena Parigi. Lui, 69 anni, è Alain Finkielkraut, filosofo e accademico di Francia. Loro, un gruppo di gilet gialli che stava manifestando per il 14º sabato consecutivo, si sono scagliati contro Finkielkraut, figlio di rifugiati ebrei polacchi, che giunsero in Francia negli Anni 30 del secolo scorso, con un fiume di insulti antisemiti.Il filosofo, che proviene dalla sinistra e fece il ’68, è diventato nel tempo critico nei confronti di un certo buonismo multiculturale della gauche (e viene oggi osteggiato da gran parte della sinistra « classica» francese»). Il fatto arriva dopo giorni di polemiche sugli slogan antisemiti già ascoltati durante le manifestazioni dei gilet gialli e sulle scritte sullo stesso tono trovate lo scorso fine settimana per le strade di Parigi. Secondo gli ultimi dati del ministero degli Interni, in Francia nel 2018 gli atti antisemiti (aggressioni verbali e fisiche denunciate alla polizia) sono cresciuti del 74% rispetto all’anno precedente. Quanto alle manifestazioni ieri dei gilet gialli, sempre secondo i dati ufficiali, hanno riunito in tutto il Paese 41.500 persone, in calo rispetto ai 51.400 di una settimana prima.

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/2019/02/17/esteri/gilet-gialli-aggrediscono-filosofo-sporco-ebreo-kV71PWvPjroZhVyWSS8bhI/pagina.html

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Fattorie per l’ingrasso.


Un fenomeno che ha subito nel decennio scorso una battuta d’arresto, oggi – anche se solo nelle aree rurali del paese – sta riprendendo vigore.

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Già a partire dall’età di 6 anni, le femmine vengono sottoposte ad un’alimentazione forzata, più pasti al giorno, anche di notte, per ingrassare, fino a 100 chilogrammi. In Mauritania è emergenza gavage. La barbarie non ha mai fine. E così in Mauritania sta riprendendo vigore la pratica del “gavage”. Per le bambine è un incubo, perché vengono sottoposte ad un’alimentazione forzata proprio per ingrassare, perché secondo i canoni mauritani “grassa è bello”, così da piacere di più agli uomini. Non solo, vi sono delle strutture dedicate a questa brutale pratica. La dieta giornaliera: 2 chilogrammi di miglio mescolato a due tazze di burro e 20 litri di latte di cammella.  E se questa non fosse sufficiente, si aggiungono ormoni utilizzati in veterinaria. Il concetto è molto semplice: una ragazza magra testimonia la miseria in cui è stata costretta a vivere e non troverebbe mai marito. Una grassa, invece, testimonia l’opulenza della famiglia da cui proviene. E secondo un proverbio mauritano, che diventa drammatica realtà, “una donna occupa nel cuore del marito il posto che occupa nel letto”. Questa è la piaga del leblouh (nutrizione forzata), una tradizione custodita dalle anziane che portano le ragazze ad ingrassare fino a 100 chilogrammi nel giro di pochi mesi. Le ragazzine escono da questi “allevamenti” giusto in tempo per sposarsi. E quindi, addio scuola, educazione, sogni. In Mauritania – altra piaga – è diffusissimo il fenomeno delle spose bambine.

Oggi in Mauritania il 20% delle bambine viene alimentata forzatamente, mentre altre lo fanno spontaneamente. E la morte prematura è dietro l’angolo. Non sono rari i decessi per infarto, malattie cardiovascolari, disfunzioni renali o diabete.

 

 

 

https://www.pressenza.com/it/2019/02/la-pratica-di-far-ingrassare-le-bambine-per-farle-piacere-di-piu-agli-uomini/

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Europa, piazze in ebollizione.


Piazze diverse, stessa rabbia. Francia, Spagna, Albania. Una lista che, nel clima di turbolenza che si respira in Europa, si potrebbe allungare ad altre realtà, che ribollono. Piazze diverse, ma l’asticella della tensione contro i Governi si alza ogni giorno di più. Si nutre di accenti antisemiti il quattordicesimo atto della protesta dei gilet gialli a Parigi e nelle città francesi. Svela un Paese frantumato la sfilata degli indipendentisti della Catalogna, che hanno appena travolto l’ennesimo governo in Spagna, quello di Pedro Sanchez. Apre a scenari divisivi la protesta delle opposizioni, con l’assalto alla sede del Governo e la richiesta di nuove elezioni in Albania, con la richiesta di dimissioni di un leader senza tempo in Montenegro.

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Non è un nuovo Sessantotto: ne mancano vivacità, colori gioiosi, note musicali e volti giovanili. Ma s’intravvede, in Europa, un nuovo fiume carsico, che appare e scompare, fatto di manifestazioni di protesta, di gilet gialli, di bandiere al vento, di scontri con la polizia. Il tutto, ovviamente, accompagnato – in questa fase di dittatura del web – da gruppi e gruppuscoli che agiscono tra le quinte, a volte creando e sempre alimentando le stesse proteste tramite facebook, twitter e whattsapp.

In Italia le piazze sono ancora relativamente calme. Qualche corteo si è visto a Genova, dove da mesi la città aspetta risposte concrete al crollo del ponte Morandi.

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Al momento (quasi) tutto tace in altri Paesi: Germania, Scandinavia, repubbliche baltiche, penisola iberica. Ma nell’anno che si apre, con le elezioni europee in vista, non si possono escludere nuovi protagonismi delle piazze: nella speranza che, in tal caso, i veri protagonisti siano la democrazia e la cittadinanza. Non la violenza.

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/2019/02/16/francia-spagna-albania-la-rabbia-gonfia-le-piazze-deuropa_a_23671118/?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook&fbclid=IwAR0HT2e3xeHG4WuTFYxWNBe0ec48fc1i181tplMwEhhFCZIXhSt6sV9FKqQ

https://www.agensir.it/europa/2018/12/18/europa-piazze-in-ebollizione-i-gilet-gialli-di-parigi-non-sono-piu-soli/

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Autonomia differenziata, nemica del Paese e nemica dell’ambiente


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Sono ben 23  le materie su cui Veneto e Lombardia hanno chiesto i poteri, 15 quelle sulle quali vuole competenze dirette l’Emilia Romagna e fino a 21 i miliardi di euro che si stimano legati alle funzioni trasferite. E in mezzo c’è di tutto. Dalle materie a legislazione concorrente – come la tutela della salute e la sicurezza del lavoro, la protezione civile e il governo del territorio, i trasporti, le infrastrutture e l’energia, l’alimentazione e i rapporti internazionali – a quelle di competenza esclusiva dello Stato, quali le norme generali su istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Con musei, palazzi storici, siti archeologici, archivi e biblioteche che rischiano di diventare regionali.

Da una parte l’Italia dei ricchi, dall’altra quella del reddito di cittadinanza e delle migrazioni interne per motivi di salute o di lavoro. Che si allontaneranno sempre di più. Perché insieme alle competenze viaggiano anche le risorse per assolverle. Dunque una parte del Paese si vedrà allocare risorse maggiori, l’altra, soprattutto al centro e al Sud ne pagherà il prezzo. Con buona pace della solidarietà nazionale.

Anziché andare avanti, andiamo indietro. Dovremmo riformare l’Europa, lavorare perché ritrovi i suoi valori fondanti, perché si avvicini all’aspirazione di essere uno ‘spazio privilegiato di speranza umana’, come evocato nel preambolo dell’incompiuta Costituzione europea del 2005. E invece facciamo la secessione dei ricchi. Anziché integrare, disgreghiamo. Il paradosso è particolarmente stridente in campo ambientale: le regioni chiedono tra l’altro autonomia per la difesa del suolo, dell’aria e delle acque, per la bonifica dei siti inquinati, peccato che l’acqua e l’aria, come pure l’inquinamento, non conoscano confini. La tutela di queste matrici ambientali è tanto più efficace quanto più è estesa e uniforme.

Servirebbe una riflessione ampia e profonda, su come ricalibrare i poteri dello Stato e degli Enti Locali, che investisse anche il ruolo dei Comuni, sempre più frontiera strategica e di avanguardia per la buona gestione della cosa pubblica. A sinistra saremo capaci di imporla al governo e al Paese, oppure continueremo a farci imporre i temi e a rincorrere le soluzioni di questo esecutivo giallo-bruno?

 

 

https://www.lastampa.it/2019/02/15/scienza/autonomia-differenziata-nemica-del-paese-e-nemica-dellambiente-q1yAfGWivlU6LHtvfgS9qO/pagina.html

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Gli italiani che esportarono il calcio nel mondo.


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Tanti i padri fondatori di Italiani: popolo di emigranti, navigatori, poeti e fondatori di squadre di calcio. In Argentina e in Brasile, in Uruguay e in Australia: è lungo l’elenco dei club, sparsi per il mondo, con “padri fondatori” italiani. Il football, ieri come oggi, come collante etnico per comunità di emigranti.In Argentina sono circa 20 milioni le persone di origini italiane. A Mar del Plata, nel marzo 1913, fu costituito l’Aldosivi, grazie all’impulso decisivo di alcuni imprenditori ittici emigrati dall’Italia.  Le centinaia di operai, impegnati nella costruzione del porto, sentirono la necessità di uno spazio per il loro tempo libero. Da qui la decisione di fondare una società calcistica vicina alle attività di pesca e all’industria ad essa collegata di Mar del Plata. Il simbolo fu il “tiburón” (pescecane).Hanno profonde radici italiche anche il Boca Juniors e il San Lorenzo de Almagro. Il club gialloazzurro fu fondato nel 1905 da giovani di origine genovese. Il lucano Francesco Farenga realizzò le porte del primo campo del Boca. In Brasile, uno dei club più italiani è il Palmeiras, fondato da emigranti del Belpaese con l’intento di avere una squadra di calcio in grado di rappresentare la consistente comunità stabilitasi a San Paolo. Il club nacque nel settembre 1914 e prese il nome di Palestra Itália, polisportiva di atleti italiani. La più antica squadra brasiliana di origini italiane è lo Sport Club Savoia, fondata alla fine dell’800 da operai di un’industria tessile di Sorocaba, nello Stato di San Paolo, così denominata in onore alla dinastia regnante in Italia. A Belo Horizonte, nel 1921, la comunità italiana diede vita al club di soli giocatori emigranti, denominato Societá Sportiva Palestra Itália che sfoggiava una camiseta tricolore e che tra il 1928 e il ’30 vinse tre volte consecutive il Campionato Mineiro.In Brasile è esistita anche una squadra di calcio chiamata Juventus, con colori sociali granata, fondata nel 1924 da lavoratori del Cotonificio Crespi di San Paolo.In Uruguay, le origini italiane sono nitide nel Peñarol di Montevideo, fondato nel 1891 anche se la denominazione è del dicembre 1913, in onore alla città di Pinerolo.Tracce calcistiche notevoli sono state lasciate anche dagli emigranti italiani in Australia. Il Marconi Stallions venne fondato nel 1956 da componenti della comunità italiana della Western Sidney.

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/boca-juniors-san-lorenzo-squadre-fondate-da-italiani

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Il gene che trasforma le api operaie in cospiratrici.


Una minima variazione di un gene all’interno di un cromosoma può, in alcune condizioni, spingere le più ligie lavoratrici dell’alveare a detronizzare la regina e invadere la colonia con le proprie uova: la metamorfosi visibile in una sola sottospecie di ape mellifera potrebbe avere precise ragioni evolutive.

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E’ un meccanismo che porta al graduale collasso delle colonie, è stato scoperto in Sudafrica un centinaio di anni fa, e da allora gli entomologi si chiedono da cosa sia innescato. Ora uno studio recente rivela che è sufficiente una singola mutazione genetica per trasformare una mite operaia nell’incubo di ogni dinastia. I ricercatori della Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg, in Germania, hanno confrontato il DNA delle api del Capo parassite e delle docili operaie, e hanno trovato differenze in un singolo locus (in una singola posizione di un gene all’interno di un cromosoma).

Per azionare la “modalità parassita”, però, è necessario anche che le api mostrino una certa versione di un altro gene; e anche che si verifichino condizioni particolari come l’assenza della regina, o la presenza, vicino al nido da attaccare, di un’ape che presenti questa mutazione.In ogni caso la mutazione, che per ragioni genetiche rimane esclusiva di questa sottospecie, potrebbe essere tornata comoda, dal punto di vista evolutivo, nella storia delle api del Capo. Questi insetti vivono in zone molto ventose, dove è facile che la regina venga soffiata via o si perda nei suoi voli nuziali. Questa singola mutazione genetica potrebbe aver fatto la differenza tra un alveare senza regina, condannato all’estinzione, e una colonia in grado di “arrangiarsi” anche dopo la perdita della femmina fertile.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/animali/gene-trasforma-le-api-operaie-in-cospiratrici

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Africa, sempre più fame: denutrito un quinto della popolazione


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Secondo l’Onu è cresciuto di 34,5 milioni in un anno il numero di coloro che soffrono la denutrizione nel continente: in totale sono 257 milioni.  Rispetto al 2015, ci sono 34,5 milioni di persone denutrite in più in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.  A preoccupare sono innanzitutto gli eventi climatici più estremi e l’aumento della variabilità climatica, che “stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione”. Nell’ultimo decennio questi eventi estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l’anno e causato annualmente danni per 670 milioni di dollari in tutto il continente africano.Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna, si avverte nel Rapporto dell’Onu, “svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare”.

 

 

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/africa-sempre-piu-fame-denutrito-un-quinto-della-popolazione

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I colonizzatori europei uccisero così tanti nativi americani che la Terra si raffreddò


Dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo nel Nord America nel 1492, la violenza e le malattie uccisero il 90% della popolazione indigena – quasi 55 milioni di persone – secondo un nuovo studio. Malattie come il vaiolo, il morbillo e l’influenza, che i colonizzatori portarono nelle Americhe, furono responsabili di molti milioni di morti. La nuova ricerca rivela inoltre che in seguito a questo rapido declino della popolazione e alla conseguente riduzione dell’uso del suolo, si è verificata una tendenza al raffreddamento globale.

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Tra il 1492 e il 1600, il 90% delle popolazioni indigene nelle Americhe era morto. Ciò significa che circa 55 milioni di persone sono morte a causa della violenza e di agenti patogeni mai visti prima, come il vaiolo, il morbillo e l’influenza.

Secondo questi nuovi calcoli, il bilancio delle vittime rappresentava circa il 10% dell’intera popolazione della Terra in quel momento. Sono più persone rispetto alle popolazioni moderne di New York, Londra, Parigi, Tokyo e Pechino messe insieme. I ricercatori dell’University College di Londra hanno scoperto che,dopo il rapido declino della popolazione, vaste aree di vegetazione e terreni agricoli sono stati abbandonati. Gli alberi e la flora che ripopolarono quel terreno agricolo non gestito iniziarono ad assorbire più anidride carbonica e a tenerla bloccata nel terreno, rimuovendo così tanto gas serra dall’atmosfera che la temperatura media del pianeta scese di 0,15 gradi Celsius.

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Tipicamente,gli esperti guardano alla rivoluzione industriale come alla genesi degli impatti climatici dettati dall’uomo. Ma questo studio dimostra che gli effetti possono essere iniziati circa 250 anni prima.

Gli esseri umani hanno alterato il clima già prima dell’inizio della combustione dei combustibili fossili.Il combustibile fossile poi ha alzato il livello.

 

https://it.businessinsider.com/i-colonizzatori-europei-uccisero-cosi-tanti-nativi-americani-che-la-terra-si-raffreddo/?fbclid=IwAR16MasVpQCYNe7QgjOjxGrmdHmQvewSwKYUVdwDEvI50XQrTVcW0kJFBMY

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4 treni pendolari su 10 in ritardo.


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Quasi il 40% dei treni pendolari che arrivano a Milano, Roma e Napoli è in ritardo di almeno cinque minuti. Di questi, uno su cinque arriva oltre 10 minuti dopo l’orario previsto e il 10% accumula oltre un quarto d’ora. Il 2% sono stati direttamente cancellati.  Da un’indagine su oltre 2500 treni locali in arrivo nelle stazioni di Milano, Roma e Napoli emerge un quadro desolante.Rispetto all’ultima rilevazione, che risale al 2015, la situazione è peggiorata: i treni in ritardo sono infatti aumentati del 6%. Aumentano anche i ritardi più gravi: i convogli arrivati oltre 10 minuti dopo l’orario previsto nel 2015 erano “solo” il 12%, oggi il 19%.Dall’inchiesta  si può dedurre che i pendolari più sfortunati siano quelli lombardi. Né Napoli né Roma raggiungono infatti la percentuale di ritardi riscontrata nelle stazioni di Milano: oltre la metà dei convogli (52%) arriva dopo il previsto. Di questi, il 25% dei treni è in ritardo di oltre 10 minuti e il 12% supera il quarto d’ora. Le tratte da incubo sono diverse. Sei volte su dieci la Como- Milano Centrale e la Como-Cantù-Milano Garibaldi arrivano oltre 10 minuti dopo. Da dimenticare anche la Brescia-Treviglio-Milano Centrale e la Varese-Gallarate-Milano Garibaldi. Queste due ultime due tratte – gestite da Trenord – detengono il record di ritardi oltre il quarto d’ora e, in ogni caso, non sono mai arrivate in orario.

La situazione descritta  è un elemento che si aggiunge al quadro fatto da Legambiente pochi giorni fa nel consueto rapporto Pendolaria.  In quell’occasione l’associazione ambientalista aveva lanciato l’allarme sul possibile taglio di 300 milioni alla mobilità locale a causa di una clausola di salvaguardia nella legge di Bilancio che, sostiene Legambiente, ha buone probabilità di scattare.

 

 

 

https://www.repubblica.it/economia/diritti-e-consumi/trasporti/2019/02/06/news/altroconsumo_4_treni_pendolari_su_10_e_in_ritardo_milano_maglia_nera-218377815/

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Fridays for Future


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Un’ Onda Verde attraversa l’Europa. Ogni venerdì migliaia di ragazzi si riversano nelle strade e nelle piazze delle principali città Europee per chiedere ai potenti di dare priorità alle questioni ambientali, ovvero al loro futuro. Tutto è nato da una giovane ragazza svedese, Greta Thunberg, che a fine agosto del 2018, ha deciso di manifestare da sola sedendosi con un cartello di fronte alla sede del Parlamento: “sciopero della scuola per il clima” recitava la scritta. Il suo intento è quello di scioperare finché il governo (ora diventati i governi) non prenderà una soluzione per diminuire la produzione di gas serra. Nel giro di poche settimane Greta non era più sola perché lo sciopero del venerdì è stato accolto da altri ragazzi come lei, in Belgio, in Germania, in Olanda ed è arrivato anche in Italia.

A Gennaio di quest’anno a Roma e Milano sono iniziati i primi raggruppamenti ed ogni settimana si aggiungono gruppi in ogni città. All’inizio di febbraio gli studenti mobilitati hanno raggiunto la cifra di 75 mila, lasciando presagire una presenza che non potrà più essere ignorata e destinata ad aumentare in vista dello sciopero del 15 marzo. La scorsa settimana a Le Hague si è assistito alla più grande manifestazione per i temi ambientali mai avuta in Olanda. Dall’Europa la protesta si sta espandendo in Australia ed in America dimostrando la sua dimensione globale. In contatto tramite i social network – che fanno del movimento una vera e propria rete – questi giovani stanno riscoprendo un progetto condiviso, pacifico e costruttivo. Fridays for future ha  un grande rilievo, ben più ampio dei gruppi di giovani che coinvolge direttamente, perché chiede in modo semplice e diretto un maggiore impegno dei decisori politici e perché, con la forza dell’esempio, sollecita una maggiore mobilitazione della società civile per impedire che la crisi climatica abbia esiti drammatici .

 

 

http://verdi.it/i-ragazzi-scioperano-contro-i-cambiamenti-climatici-il-fridays-for-future/?fbclid=IwAR3H2JNOFPjMBKbDygq2VdLJiHa1CxzBJeKAQcscJDSZEDztr0ZLEU4QsaY

https://www.huffingtonpost.it/edoardo-ronchi/fridays-for-future-con-greta-nella-lotta-al-cambiamento-climatico_a_23664513/

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Il ritorno del castoro in Italia.


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All’inizio del XX secolo l’intera popolazione europea di castori era ridotta ad appena 1200 individui, in otto popolazioni. L’ultimo castoro italiano sembra si sia estinto nel XVI secolo. Tuttavia, grossi sforzi di protezione e reintroduzione sono stati compiuti sin dalla seconda metà del secolo scorso e ora la specie è in grande ripresa in tutta Europa. E, finalmente, sembra aver fatto capolino anche in Italia.La prima segnalazione della presenza di un castoro risale a circa due mesi fa:  un cacciatore di Tarvisio ha notato alcuni scortecciamenti strani e un mese dopo anche un forestale regionale della stazione di Pontebba ha visto un salice scortecciato in modo differente da quello che può fare un ungulato. Le fototrappole sistemate lungo il torrente Slizza e i suoi affluenti, non hanno tardato a rivelare l’autore delle anomalie: un castoro, il primo sul territorio in italiano in almeno quattro secoli.

I castori europei sono stati cacciati sin quasi all’estinzione per due motivi: la loro pelliccia, calda folta e idrorepellente, e il castoreum, un olio dall’odore muschiato che in passato era la base per molti profumi e varie medicine, a causa probabilmente dell’accumulo nelle ghiandole dell’animale dell’acido acetilsalicilico dei salici, il principio attivo dell’aspirina.La notizia del ritorno del castoro è importante, non solo per la specie in sé, ma anche per tutto l’ecosistema: l’abitudine dei castori di costruire dighe crea infatti delle pozze d’acqua a scorrimento lento, dove si crea un particolare micro-ecosistema. Se il castoro dovesse espandersi più a sud, tuttavia, sarà interessante capire le dinamiche tra questa specie autoctona, il riscaldamento globale e la nutria, una specie originaria dell’America del sud.

 

 

 

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2018/12/10/news/il_ritorno_del_castoro_in_italia-4219828/