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Pastafariani, non avrai altro Spaghetto all’infuori di me


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Il culto, nato online, è a tutti gli effetti un’organizzazione religiosa, con tanto di chiesa, eventi e riti. In Nuova Zelanda  gli adepti possono addirittura celebrare i matrimoni, con assegnazione di totem come Fettuccina agguerrita o Tagliatella selvaggia.In America è permesso farsi immortalare con uno scolapasta in testa come segno identificativo. Anche in Italia la community pastafariana è ben nutrita, contando numerose pagine Facebook e altrettanti eventi in giro per l’Italia, all’insegna di «un Dio etilico, prodigo in Terra e in Cielo di piaceri, bellezza e tolleranza».

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Insomma, il dogma dei pastafariani? Non averne neppure uno.  L’obiettivo è desacralizzare i radicali religiosi di tutto il mondo. Anche se simpatizzano per i pirati, primi pastafariani, successivamente etichettati come ladri e bagordi dal cristianesimo.
Il pastafarianesimo vede dei novelli Galileo in lotta contro gli assolutismi a colpi di paradossi. Non stupisce infatti che i credenti siano di cultura medio alta ( medici, scienziati, ricercatori), laici convinti. Tuttavia la principale satira sembra rivolta al cristianesimo con i  frescovie il “liscafisso che altro non è che un apribottiglie.
Scolapasta e spaghetti volanti hanno cominiciato a far capolino anche a manifestazioni riguardanti temi etici e sociali importanti quali Vatileaks, unioni civili, incontri politici. Una religione basata sull’ironia e sull’assurdo di un universo capovolto.
Come uno scolapasta.

 

 

 

 

 

https://www.formicargentina.it/news/pastafariani-non-avrai-altro-spaghetto-allinfuori-di-me/

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Moda, i consumatori italiani chiedono trasparenza


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I consumatori italiani si informano e scelgono sempre di più i loro prodotti ispirandosi a principi etici. Sta succedendo non solo nel settore dell’alimentazione, dove una fetta sempre più importante si è convertita al biologico, ma anche in altri campi importanti come quello dell’abbigliamento.Un sondaggio europeo rivela che  i grandi marchi non possono più contare su una fiducia indiscussa ma devono mettere in conto un occhio sempre più vigile e attento, da parte di chi compra, agli aspetti che riguardano l’ambiente, la salute e le condizioni dei lavoratori.Sono sempre più numerosi gli appelli rivolti all’industria della moda italiana affinché adotti processi produttivi più responsabili. Nonostante l’alto valore di mercato del settore, le rivelazioni che emergono dal sondaggio relative alle misere condizioni di lavoro nelle fabbriche in Albania e Macedonia, dove vengono prodotte le calzature cosiddette “Made in Italy” per i marchi di lusso, hanno causato un danno di immagine e hanno condotto l’opinione pubblica a fare pressione affinché questa situazione cambi.

I consumatori, per concludere,  non sono più disposti a comprare prodotti di quei marchi che non pagano salari dignitosi. Se l’industria dell’abbigliamento non si decide ad agire concretamente, convertendo la produzione verso una maggiore sostenibilità e legalità, è giunta l’ora che lo facciano direttamente i governi.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2019/01/21/scienza/moda-i-consumatori-italiani-chiedono-trasparenza-Cx03j3TbzOLLQQjY4ZXoAO/pagina.html

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L’evoluzione? Questione di clima instabile.


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Circa due milioni di anni fa, nella Rift Valley (dimora di Lucy, forse il più famoso tra i fossili di ominide rinvenuti dagli scienziati), aveva inizio l’avventura umana. Proprio in quel periodo infatti i nostri antenati (la cui intelligenza, all’epoca, poteva essere paragonata a quella degli scimpanzé) cominciarono a sviluppare abilità tecniche e proprietà comunicative sempre più complesse, dando vita a quel processo che avrebbe avuto come risultato la comparsa dei primi esemplari di uomini.

Oggi alcune ricerche scientifiche dimostrano che questo scarto evolutivo fu molto probabilmente indotto dal cambiamento climatico, i cui effetti – proprio in quel periodo – interessarono in particolar modo la zona della Rif Valley, esposta – per colpa di variazioni e oscillazioni dell’orbita della Terra intorno al Sole – a frequenti periodi di violenti mutamenti atmosferici. Questo fenomeno, nel corso di migliaia di anni, provocò il radicale cambiamento del paesaggio della Rift Valley. E allo stesso modo, trasformò profondamente la vita dei suoi abitanti, che si trovarono a dover escogitare nuove soluzioni per far fronte alle proprie necessità. Fu proprio sotto la pressione ambientale che il cervello dei nostri antenati cominciò a mutare, divenendo sempre più grande e, di pari passo, in grado di assolvere una maggiore quantità di funzioni. Innanzitutto la capacità di stabilire forme di comunicazione più articolate con altri esemplari della stessa specie, caratteristica che decretò la nascita di gruppi sociali sempre più complessi, in cui la cooperazione  dei singoli era fondamentale per assicurare la sopravvivenza del branco durante i periodi più difficili. Allo stesso modo, lo sviluppo delle facoltà mentali dei nostri antenati si tradusse nella capacità di immaginare e costruire oggetti e strumenti sempre più complessi, con cui difendere sé stessi dagli altri animali o per la caccia e la macellazione della carne. Di lì a poco i nostri antenati, grazie alle loro progredite facoltà intellettive, avrebbero imparato a utilizzare e poi a creare il fuoco anche se non esistono prove archeologiche di fuochi controllati riguardo l’epoca in questione – circa 1,8 milioni di anni fa. Non solo gli uomini: anche altre specie – come i delfini, gli elefanti e gli uccelli – dovettero affrontare le nuove sfide poste dal cambiamento climatico, e la loro evoluzione, per molti aspetti, potrebbe aver seguito la stessa direzione intrapresa dai nostri antenati. Corvi e delfini, infatti, sono in grado di stabilire interazioni sociali piuttosto complesse, nonché di provare empatia verso i propri simili, mentre gli elefanti dimostrano alte capacità di problem-solving. A fare la differenza fu però la specifica anatomia degli esseri umani: dotato di arti flessibili, in grado di compiere azioni precise e misurate come costruire o afferrare oggetti, rispetto agli altri animali l’uomo imparò presto a modificare l’ambiente circostante per soddisfare le proprie necessità.

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Paradossale che gli effetti di questa specifica capacità, che quasi sicuramente salvò la vita dei nostri antenati, rappresentano oggi la minaccia più grande alla nostra stessa sopravvivenza.

 

 

 

http://www.treccani.it/magazine/atlante/scienze/L_evoluzione_Questione_di_clima_instabile.html

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La lezione di Simone Weil a 110 anni dalla nascita.


Una vita breve, un pensiero lungo, che continua ancora oggi. Simone Weil, nata a Parigi il 3 febbraio 1909 e morta il 24 agosto 1943, è stata insegnante, filosofa, operaia, rivoluzionaria, appassionata di matematica grazie al fratello André, anarchica, mistica.

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Per Albert Camus, che fece raccogliere i suoi scritti da Gallimard, fu semplicemente ‘l’unico grande spirito del nostro tempo’. La forza di Simone Weil sta proprio in un pensiero personale frutto di esperienze e studi molto diversi, che tengono insieme la lettura critica di Marx, i testi di Sofocle, l’amore per Platone e una tensione verso il cristianesimo.

Se fosse stata un uomo la studieremmo a scuola. Invece, nonostante la lungimiranza e la lucidità del suo pensiero politico e la correttezza intellettuale di quelle che invece furono considerate provocazioni, è ancora considerata un’eccentrica radicale che si è lasciata morire per solidarietà con le sofferenze inflitte dal nazi-fascismo. In realtà morì di tubercolosi, anche se sfiancata dalle privazioni che si era imposta. Il punto è che non sopportava che si stesse soltanto a guardare ciò che accadeva in Europa. O che si parlasse di classi lavoratrici, standosene al caldo, nel proprio studio, tra i libri. Partì per combattere nella Guerra di Spagna (benché la sua avventura fu così disastrosa da risultare comica). Distribuì il suo stipendio ai lavoratori in sciopero quando fu, dal 1931 al 1938, professoressa di filosofia. Lavorò come operaia. Visse con niente per capire che cosa vuol dire e tenne testa a personaggi come Trotsky. Fu perseguitata come antifascista e come ebrea e dovette andare in esilio

 

 Esiste ancora un altro fattore di servitù; l’esistenza, per ciascuno, degli altri uomini. Anzi, a ben guardare, è questo l’unico fattore di servitù in senso stretto; soltanto l’uomo può asservire l’uomo.”

 

 

 

https://www.repubblica.it/le-storie/2019/02/02/news/simone_weil-218143678/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P17-S1.4-T1

 

https://27esimaora.corriere.it/19_febbraio_03/simone-weil-110-anni-nascita-cosi-moderna-essere-giudicata-folle-f747857c-279d-11e9-84f8-838f47b6747c.shtml?intcmp=googleamp&refresh_ce-cp