Pubblicato in: CRONACA

L’evoluzione? Questione di clima instabile.


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Circa due milioni di anni fa, nella Rift Valley (dimora di Lucy, forse il più famoso tra i fossili di ominide rinvenuti dagli scienziati), aveva inizio l’avventura umana. Proprio in quel periodo infatti i nostri antenati (la cui intelligenza, all’epoca, poteva essere paragonata a quella degli scimpanzé) cominciarono a sviluppare abilità tecniche e proprietà comunicative sempre più complesse, dando vita a quel processo che avrebbe avuto come risultato la comparsa dei primi esemplari di uomini.

Oggi alcune ricerche scientifiche dimostrano che questo scarto evolutivo fu molto probabilmente indotto dal cambiamento climatico, i cui effetti – proprio in quel periodo – interessarono in particolar modo la zona della Rif Valley, esposta – per colpa di variazioni e oscillazioni dell’orbita della Terra intorno al Sole – a frequenti periodi di violenti mutamenti atmosferici. Questo fenomeno, nel corso di migliaia di anni, provocò il radicale cambiamento del paesaggio della Rift Valley. E allo stesso modo, trasformò profondamente la vita dei suoi abitanti, che si trovarono a dover escogitare nuove soluzioni per far fronte alle proprie necessità. Fu proprio sotto la pressione ambientale che il cervello dei nostri antenati cominciò a mutare, divenendo sempre più grande e, di pari passo, in grado di assolvere una maggiore quantità di funzioni. Innanzitutto la capacità di stabilire forme di comunicazione più articolate con altri esemplari della stessa specie, caratteristica che decretò la nascita di gruppi sociali sempre più complessi, in cui la cooperazione  dei singoli era fondamentale per assicurare la sopravvivenza del branco durante i periodi più difficili. Allo stesso modo, lo sviluppo delle facoltà mentali dei nostri antenati si tradusse nella capacità di immaginare e costruire oggetti e strumenti sempre più complessi, con cui difendere sé stessi dagli altri animali o per la caccia e la macellazione della carne. Di lì a poco i nostri antenati, grazie alle loro progredite facoltà intellettive, avrebbero imparato a utilizzare e poi a creare il fuoco anche se non esistono prove archeologiche di fuochi controllati riguardo l’epoca in questione – circa 1,8 milioni di anni fa. Non solo gli uomini: anche altre specie – come i delfini, gli elefanti e gli uccelli – dovettero affrontare le nuove sfide poste dal cambiamento climatico, e la loro evoluzione, per molti aspetti, potrebbe aver seguito la stessa direzione intrapresa dai nostri antenati. Corvi e delfini, infatti, sono in grado di stabilire interazioni sociali piuttosto complesse, nonché di provare empatia verso i propri simili, mentre gli elefanti dimostrano alte capacità di problem-solving. A fare la differenza fu però la specifica anatomia degli esseri umani: dotato di arti flessibili, in grado di compiere azioni precise e misurate come costruire o afferrare oggetti, rispetto agli altri animali l’uomo imparò presto a modificare l’ambiente circostante per soddisfare le proprie necessità.

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Paradossale che gli effetti di questa specifica capacità, che quasi sicuramente salvò la vita dei nostri antenati, rappresentano oggi la minaccia più grande alla nostra stessa sopravvivenza.

 

 

 

http://www.treccani.it/magazine/atlante/scienze/L_evoluzione_Questione_di_clima_instabile.html

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