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Il gene che trasforma le api operaie in cospiratrici.


Una minima variazione di un gene all’interno di un cromosoma può, in alcune condizioni, spingere le più ligie lavoratrici dell’alveare a detronizzare la regina e invadere la colonia con le proprie uova: la metamorfosi visibile in una sola sottospecie di ape mellifera potrebbe avere precise ragioni evolutive.

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E’ un meccanismo che porta al graduale collasso delle colonie, è stato scoperto in Sudafrica un centinaio di anni fa, e da allora gli entomologi si chiedono da cosa sia innescato. Ora uno studio recente rivela che è sufficiente una singola mutazione genetica per trasformare una mite operaia nell’incubo di ogni dinastia. I ricercatori della Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg, in Germania, hanno confrontato il DNA delle api del Capo parassite e delle docili operaie, e hanno trovato differenze in un singolo locus (in una singola posizione di un gene all’interno di un cromosoma).

Per azionare la “modalità parassita”, però, è necessario anche che le api mostrino una certa versione di un altro gene; e anche che si verifichino condizioni particolari come l’assenza della regina, o la presenza, vicino al nido da attaccare, di un’ape che presenti questa mutazione.In ogni caso la mutazione, che per ragioni genetiche rimane esclusiva di questa sottospecie, potrebbe essere tornata comoda, dal punto di vista evolutivo, nella storia delle api del Capo. Questi insetti vivono in zone molto ventose, dove è facile che la regina venga soffiata via o si perda nei suoi voli nuziali. Questa singola mutazione genetica potrebbe aver fatto la differenza tra un alveare senza regina, condannato all’estinzione, e una colonia in grado di “arrangiarsi” anche dopo la perdita della femmina fertile.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/animali/gene-trasforma-le-api-operaie-in-cospiratrici

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Africa, sempre più fame: denutrito un quinto della popolazione


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Secondo l’Onu è cresciuto di 34,5 milioni in un anno il numero di coloro che soffrono la denutrizione nel continente: in totale sono 257 milioni.  Rispetto al 2015, ci sono 34,5 milioni di persone denutrite in più in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.  A preoccupare sono innanzitutto gli eventi climatici più estremi e l’aumento della variabilità climatica, che “stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione”. Nell’ultimo decennio questi eventi estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l’anno e causato annualmente danni per 670 milioni di dollari in tutto il continente africano.Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna, si avverte nel Rapporto dell’Onu, “svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare”.

 

 

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