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Alle elementari di Salò, primi aneliti di libertà.


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Nell’arroventato clima storico di una guerra ormai perduta, in un contesto segnato dall’occupazione tedesca, dalle deportazioni, dai bombardamenti, dalla violenza efferata, dalla fame e dalla povertà, alla nascita della Repubblica sociale italiana, nell’autunno del 1943, si pose il problema dicome far risorgere la scuola elementare, crollata, con tutto il sistema, dopo gli eventi dell’estate precedente, dal 25 luglio in poi. Il ministro dell’Educazione nazionale, Carlo Alberto Biggini, in controtendenza con Pavolini,  le rifondò depoliticizzate per aprire le giovani menti alla prospettiva del dopoguerra.

L’opera di Biggini fu innanzitutto mossa da una preoccupazione sociale: quella di sottrarre i bambini alla strada, per riportarli nelle auleNe uscirono due bienni scolastici, tra i più brevi della storia unitaria: il 1943-44 e il 1944-45. Il ministro di Salò inserì il suo nuovo, e sperimentale, ciclo elementare, in un quadro disastrato, dove mancava di tutto: dagli edifici dove ospitare le lezioni, alla carta per poter stampare il libro unico di Stato, che, proprio per quella situazione di provvisorietà e di penuria, finì per scomparire: il che favorì, con l’adozione di testi prodotti sul mercato, l’ingresso dei primi elementi di pluralismo in quella tradizione monolitica che era stata la scuola di regime fino al 25 luglio 1943. Ma Biggini fece anche molto altro, per sbarrare il passo a una nuova ‘politicizzazione’ delle elementari: confinò l’Opera nazionale balilla, risorta sulle ceneri della Gioventù italiana del littorio (Gil), alle pure funzioni assistenziali, nel garantire il servizio di refezione nei plessi. Inoltre, preservò la vita della scuola da una fascistizzazione imposta attraverso i programmi, per privilegiare la rinnovata missione educativa, civile e morale, affidata agli insegnanti.

Le circolari del ministro evitavano accuratamente riferimenti diretti alla politica fascista, e insistevano sulla necessità di costruire, nelle più giovani menti, un terreno adatto all’attecchimento di quegli aneliti di concordia nazionale che sarebbero stati fondamentali nel clima del dopoguerra. Forse sorprende che, addirittura, in una direttiva del 20 novembre 1944, Biggini indicasse, tra i compiti primari dell’educatore, la promozione dello spirito di libertà: «una libertà che nasce dai sacrifici dell’ora attuale e che trova il suo fondamento nella responsabilità di ciascuno di fronte a Dio, di fronte a se stesso, di fronte agli uomini». A questo processo di ‘spoliticizzazione’ della scuola, corrispondeva un innalzamento della responsabilità della funzione docente.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/alle-elementari-di-sal-primi-aneliti-di-libert

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25 Febbraio: verso la Giornata Nazionale Vittime dell’Inquinamento Ambientale.


Sono passati quasi 7 anni da quel 24 luglio 2012, quando gli impianti a caldo dell’acciaieria, definiti dal giudice per le indagini preliminari fonte di malattia e morte”, furono messi sotto sequestro dopo le segnalazioni di cittadini, Arpa e associazioni ambientaliste. Ma nonostante il processo per disastro ambientale, ancora in corso, la produzione non si è mai fermata. Le ragioni? Il susseguirsi di 12 decreti legge, definiti “Salva-Ilva”, e l’immunità amministrativa e penale che tutela i proprietari e gli amministratori straordinari da ogni possibile denuncia.

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Così intorno all’impianto siderurgico più grande d’Europa, la gente continua ad ammalarsi e a morire. I decessi per malattie cardiache, cardiovascolari e respiratorie sono tuttora in aumento, così come le nuove diagnosi di cancro ai polmoni. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nascere a Taranto significa essere maggiormente esposti a tumori e malattie rare: il 9% in più della media italiana.

A pagare il prezzo più alto sono i bambini: negli under 14 che vivono fra Tamburi e Paolo VI, i 2 quartieri più vicini all’Ilva, si è verificato un eccesso di ricoveri tra il 24% e il 26% rispetto ai coetanei di altre regioni.

Il governo italiano ha ora 3 mesi per ricorrere contro la sentenza della Corte europea e se verrà confermata sarà un’arma potente per i tarantini, che d’ora in poi potranno intraprendere ogni tipo di azione legale. Risarcimenti compresi, anche se nell’immediato la situazione non cambierà. Ilva non fermerà la produzione e non ha obblighi al di fuori di quelli descritti dal piano industriale, che prevede 1,1 miliardi di investimenti per la bonifica del sito. Intanto, è al vaglio del Consiglio di Stato anche un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica contro l’immunità amministrativa e la sua estensione ai nuovi proprietari di Arcelor Mittal.

Nonostante le promesse del management, foto e video (raccolti dall’attivista Luciano Manna) documenterebbero che, complice l’aumento della produzione, le emissioni incontrollate sono proseguite giorno e notte.

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https://www.donnamoderna.com/news/societa/ilva-vittime-inquinamento-dati

http://www.meteoweb.eu/2019/02/25-febbraio-giornata-nazionale-vittime-inquinamento-ambientale/1223505/

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La denuncia di Greenpeace: «I fondi europei? Se li mangiano i maiali»


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La Pac ( La politica agricola comune) sostiene gli allevamenti intensivi che distruggono il pianeta.
Gli allevamenti intensivi hanno un fortissimo impatto sul pianeta e la Politica agricola comune dell’Unione europea, invece di sostenere le piccole aziende sta elargendo miliardi soprattutto a quelle grandi, con conseguenze gravi per l’ambiente. Secondo i dati Eurostat il 72% dei prodotti europei di origine animale proviene dalle maggiori aziende agricole europee, mentre il numero totale di allevamenti è diminuito di 2,9 milioni, quasi un terzo, tra il 2005 e il 2013. Almeno il 70% della superficie agricola dell’Ue (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata all’alimentazione del bestiame. Escludendo dal calcolo i pascoli, oltre il 63% delle terre coltivabili viene utilizzato per produrre mangime per gli animali invece che cibo per le persone. I ricercatori incaricati da Greenpeace hanno calcolato che in Europa 125 milioni di ettari di terra sono utilizzati per produrre mangimi o per il pascolo.
Gli scienziati ci avvertono che dobbiamo ridurre il consumo di carne per evitare il disastro ambientale, è una follia dare tutti questi soldi all’agricoltura industriale. L’Europa ha la responsabilità di utilizzare la Pac per aiutare gli agricoltori a passare all’agricoltura ecologica, allevando meno animali ma migliori, proteggendo il nostro ambiente, il clima e la salute. Sono sempre di più gli studi che parlano del danno arrecato al clima, all’ambiente e alla salute pubblica attraverso la produzione e il consumo di carne e prodotti lattiero-caseari, i quali richiedono grossi campi per la produzione del mangime che sono tra le principali cause del disboscamento mondiale. A gennaio, un nuovo rapporto di The Lancet ha raccomandato di ridurre il consumo di carne rossa in Europa del 77%.

 

 

 

 

 

 

https://www.agrifoodtoday.it/ambiente-clima/greenpeace-allevamenti-intensivi.html