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Storia di una bambina che ha contribuito a rendere il mondo un posto migliore


Ruby Nell Bridges è stata la prima bambina afroamericana a desegregare la scuola elementare William Frantz, frequentata all’epoca solo da bianchi, a New Orleans, in Louisiana. Era il 1960, quando Ruby, all’età di sei anni, si preparò per superare il test di ammissione dato che i suoi genitori, in particolar modo la madre, risposero a una richiesta della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP) che la propose come volontaria per partecipare all’integrazione del sistema scolastico di New Orleans.

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Non appena Ruby entrò nella scuola, i genitori bianchi portarono via i loro figli e tutti i docenti si rifiutarono di insegnare. Solo una persona accettò l’incarico: Barbara Henry, di Boston, Massachusetts, che per oltre un anno fece lezione a Ruby come se la stesse facendo a un’intera classe.

Ovviamente questo evento straordinario avvenuto il primo giorno di scuola causò non poche proteste, ma il secondo giorno uno studente bianco entrò nella scuola, dando un forte segnale all’intera comunità. Pochi giorni dopo, altri genitori bianchi iniziarono ad accompagnare i figli a scuola e le proteste si calmarono.

È il 15 maggio 2011 quando Ruby, ormai adulta, incontra il Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama e viene ringraziata per aver lottato contro le discriminazioni razziali.

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/storie-di-ragazzi-che-hanno-reso-il-mondo-un-posto-migliore_it_5cd2eed9e4b0e524a47e27b1?utm_hp_ref=it-homepage

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Alpini, da 100 anni insieme per servire


Nel 1919 nasceva l’Ana, associazione che riunisce chi ha militato nelle truppe di montagna: oltre al compito di tramandare la storia del corpo si è sempre impegnata accanto alla società civile.

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Un secolo speso dall’Associazione, che oggi conta poco meno di 350mila soci, al fianco delle popolazioni dei paesi di montagna, dove è diventata una vera e propria istituzione. La forza degli alpini e dell’Ana sta nella loro capacità di adattamento. L’Associazione ha mantenuto caratteri di massa, perché ha saputo adattarsi ai cambiamenti della società italiana, diventando uno dei principali “corpi intermedi” per numero di associati, quantità e qualità di iniziativa sul territorio. In questi cent’anni, l’Ana si è guadagnata sul campo un consenso assolutamente meritato. La generosità disinteressata, quella propensione all’impegno civile gratuito li hanno fatti amare da generazioni di italiani e che, ancora oggi, li rende subito riconoscibili alle popolazioni alle quali portano aiuto.

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È stato così dopo la tragedia del Vajont del 1963 e dopo il terremoto del Friuli del 1976 e dell’Irpinia nell’80, fino al sisma che ha distrutto L’Aquila nel 2009 e i paesi del Centro Italia nel 2016.  L’associazione  non è solo costituita da uomini che amano radunarsi per sfilare con il cappello alpino in ricordo ed in onore delle generazioni del passato; essa è oggi più che mai un organismo vivo ed operante nella realtà quotidiana del nostro Paese con il fine di insegnare ai giovani l’amore verso il prossimo

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/alpini-da-100-anni-insieme-per-servire

http://www.nondimenticare.com/wp/la-storia-degli-alpini/

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Chi ha costruito Stonehenge? La risposta arriva dalla cenere.


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Un nuovo studio scientifico ha dimostrato che almeno 10 delle persone sepolte a Stonehenge (Inghilterra) provenivano da un luogo molto particolare. Come le grosse ‘pietre blu’ che compongono il famoso cerchio, anch’essi venivano probabilmente dal Galles occidentale, a 240 km di distanza. Molto è stato detto circa l’origine delle pietre di Stonehenge, le fasi di costruzione e lo scopo religioso o astronomico, ma poco è stato detto sui costruttori e sulle persone sepolte nel sito. Stonehenge è uno dei più grandi cimiteri neolitici della Gran Bretagna. Gli scavi condotti tra il 1919 e il 1926 avevano recuperato i resti scheletrici di fino a 58 individui, all’interno delle cosiddette buche di Aubrey (un anello di 56 buche) e altrove nel sito. Seppelliti nuovamente dal loro scopritore, sono stati dissotterrati nel 2008. Le analisi osteoarcheologiche hanno identificato frammenti di ossa del cranio di almeno 25 individui. L’analisi al radiocarbonio li ha datati tra il 3180-2965 e il 2565-2380 a.C., quindi durante le fasi iniziali della costruzione del monumento. Finora non se ne poteva sapere di più: lo smalto dei denti, solitamente usato per l’analisi degli isotopi, era stato distrutto o alterato dalla cremazione.I risultati dello studio mostrano che almeno 10 dei 25 individui studiati non vissero vicino a Stonehenge durante l’ultimo decennio della loro vita: probabilmente arrivarono dalla parte occidentale della Gran Bretagna, una regione che include l’ovest del Galles, il luogo di estrazione delle famose ‘pietre blu’ di Stonehenge. E proprio in quel periodo (3100 a.C. circa) Stonehenge passò dall’essere un terrapieno a un cerchio di grosse pietre. I resti cremati delle enigmatiche buche di Aubrey e la mappatura aggiornata della biosfera suggeriscono che gli abitanti delle montagne Preseli [Galles occidentale] non solo fornirono le pietre blu utilizzate per costruire Stonehenge, ma si trasferirono insieme alle pietre e qui furono sepolti.

 

 

Chi ha costruito Stonehenge?

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Settant’anni fa la tragedia di Superga che spazzò via la squadra più importante del mondo.


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Il sole che scintilla su Torino a momenti lascerà il passo alla pioggia, perché quando s’avvicina il 4 maggio c’è sempre un momento in cui il cielo diventa implacabilmente livido e d’improvviso cala il buio, come buio era quel pomeriggio di settant’anni fa quando l’aereo del Grande Torino – all’epoca, la squadra più importante del mondo – si schiantò contro la basilica di Superga. Nessuno sopravvisse. Non un giocatore, non uno tra allenatori medici e massaggiatori, non un membro dell’equipaggio, nessuno dei tre giornalisti al seguito. Fu la tragedia più tragica che abbia mai colpito il mondo dello sport, l’unica che abbia raso al suolo una generazione intera di calciatori, dei migliori calciatori che l’Italia avesse nel dopo guerra, e che abbia cambiato per sempre la storia del club e della gente che lo ama, che da allora si porta dentro i due sentimenti che quell’amore alimentano: la rabbia per la più ingiusta delle ingiustizie possibili e il rispetto della memoria, romantico e doloroso al tempo stesso. Chi nel ’49 c’era, ha un ricordo che gli gela la colonna vertebrale, più di ogni altro: seppe della notizia perché qualcuno gli disse, con disperata incredulità, “è morto il Toro”. Nessuno immaginava che una squadra potesse morire.

https://www.repubblica.it/sport/calcio/serie-a/torino/2019/05/03/news/superga_grande_torino_anniversario_70_anni-225389301/?refresh_ce

https://it.wikipedia.org/wiki/Tragedia_di_Superga

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Manifesto del contadino impazzito


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Amate pure il guadagno facile,
l’aumento annuale di stipendio, le ferie pagate.
Chiedete più cose prefabbricate,
abbiate paura di conoscere i vostri prossimi e di morire.
Quando vi vorranno far comprare qualcosa
vi chiameranno.
Quando vi vorranno far morire per il profitto,
ve lo faranno sapere.

Ma tu, amico,
ogni giorno fa qualcosa che non possa essere misurato.
Ama la vita. Ama la terra.
Conta su quello che hai e resta povero.
Ama chi non se lo merita.
Non ti fidare del governo, di nessun governo.
E abbraccia gli esseri umani:
nel tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica.

Approva nella natura quello che non capisci,
perché ciò che l’uomo non ha compreso non ha distrutto.
Fai quelle domande che non hanno risposta.
Investi nel millennio… pianta sequoie.
Sostieni che il tuo raccolto principale è la foresta che non hai seminato,
e che non vivrai per raccogliere.
Poni la tua fiducia nei cinque centimetri di humus
Che crescono sotto gli alberi ogni mille anni.

Finché la donna non ha molto potere,
dai retta alla donna più che all’uomo.
Domandati se quello che fai
potrà soddisfare la donna che è contenta di avere un bambino.
Domandati se quello che fai
disturberà il sonno della donna vicina a partorire.
Vai con il tuo amore nei campi.
Risposati all’ombra.

Quando vedi che i generali e i politicanti
riescono a prevedere i movimenti del tuo pensiero,
abbandonalo.
Lascialo come un segnale della falsa pista,
quella che non hai preso.
Fai come la volpe, che lascia molte più tracce del necessario,
diverse nella direzione sbagliata.
Pratica la resurrezione.

W E N D E L L   B E R R Y

Wendell Berry è un romanziere, poeta e critico culturale, ma anche agricoltore, attivista ecologista, pacifista.
Autore di saggi, romanzi, raccolte di poesie, ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti e ha insegnato in diverse università nordamericane. Critico di quella che chiama l’«economia faustiana» del nostro tempo, Wendell Berry intreccia la riflessione poetica e spirituale sui valori della vita rurale con i temi del rispetto ambientale e dell’agricoltura sostenibile, pronunciando una condanna impietosa dell’American Way of Life. Oggi vive con la moglie in una fattoria del natio Kentucky.

 

https://www.lindau.it/Autori/Wendell-Berryhttps://www.ilcovile.it/scritti/manifesto_contadino_impazzito.htm

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La lunga storia della Festa dei lavoratori.


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L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. La Festa del Lavoro — anche chiamata Festa dei lavoratori — che lo celebra ha una lunga tradizione: il primo «Primo Maggio» risale, infatti, a Parigi il 20 luglio del 1889. L’idea venne lanciata durante il congresso della Seconda Internazionale, riunito nella capitale francese: in quella occasione venne indetta una grande manifestazione per chiedere alle autorità pubbliche di ridurre la giornata lavorativa a otto ore. A far ricadere la scelta su questa data furono i gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago e conosciuti come Rivolta di Haymarket. A metà Ottocento, infatti, i lavoratori non avevano diritti: lavoravano anche 16 ore al giorno, in pessime condizioni, anche rischiando la vita. Il Primo maggio 1886 fu indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti per ridurre la giornata lavorativa a 8 ore. La protesta durò tre giorni e culminò appunto, il 4 maggio, con un massacro represso nel sangue: una vera e propria battaglia nella quale morirono 11 persone. L’iniziativa divenne il simbolo delle rivendicazioni degli operai che in quegli anni lottavano per avere diritti e condizioni di lavoro migliori. Così, nonostante la risposta repressiva di molti governi, il Primo maggio del 1890 registrò un’altissima adesione. Oggi quella data è festa nazionale in molti Paesi, tranne che negli Stati Uniti dove il «Labor Day» si festeggia il primo lunedì di settembre ed è differente dall’«International Workers’ Day» che in America è stato riconosciuto ma mai ufficializzato come giorno dei lavoratori.

 

 

 

https://www.corriere.it/tecnologia/domande-google/notizie/1-maggio-perche-si-festeggia-l-avete-chiesto-google-rispondiamo-noi-9f61151e-4d08-11e8-a1cf-d60abdb1ce87.shtml

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Il Quarto Stato, un’icona dei lavoratori


Si tratta di un quadro epocale perché, per la prima volta nella storia dell’arte italiana, un pittore sceglie di rappresentare l’ascesa del movimento operaio nella vita nazionale del Paese. Per Pellizza la questione sociale è un tema imprescindibile dall’arte e, con la sua pittura, afferma il principio di emancipazione del popolo. Un principio che deve essere reso pubblico in modo «forte e inesorabile».

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La genesi della tela è lunga e complessa: Pellizza inizia a lavorare al soggetto il 16 luglio 1895, ma ci vorranno sei anni per concludere il lavoro. Da qualche tempo è vicino al pensiero di Filippo Turati, fra i fondatori a Genova del Partito dei Lavoratori Italiani (1892), che diventerà poco dopo il Partito Socialista Italiano. (1895), e nel concepire il suo lavoro, Pellizza pensa ad una composizione nella quale affermare i propri ideali. Convinto dell’inarrestabile avanzata dei lavoratori, che definisce gli «antesignani del progresso», e del principio di eguaglianza sociale, l’artista realizza numerosi bozzetti, attraverso i quali indaga il tema della protesta popolare e dello sciopero.Il Quarto Stato,  per la sua portata storica e culturale è un’opera universale, fondamentale per l’arte italiana ed europea, maltrattata solamente dall’ oblio del periodo fascista. Ed è proprio dalla classe operaia del nord d’Italia, con gli scioperi del marzo del 1943 e del 1944, che arriva il forte impulso popolare per avviare e consolidare la lotta di Liberazione nazionale contro l’occupante nazista e il regime fascista. A distanza di più di un secolo, osservare questo olio è sempre necessario, per non dimenticare l’importanza del diritto al lavoro, troppo spesso  impoverito di ogni diritto e soggetto alle logiche affaristiche dei padroni.

«Ogni età ha un’arte speciale. L’artista deve studiare la società in cui vive e capire l’arte che gli è data».

Giuseppe Pellizza da Volpedo

 

 

 

Il Quarto Stato, un’icona dei lavoratori

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