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Perché le piante non muoiono di cancro?


Se oggi lupi, orsi e cinghiali sono tornati a popolare la Zona di esclusione di Chernobyl,  buona parte delle piante che la abitava non se ne è mai andata – o meglio, è rimasta viva per tutto questo tempo – molte  distese di betulle e di pioppi investite dal fallout nucleare sopravvissero alle radiazioni. E anche nelle zone più pesantemente contaminate, la vegetazione è ricresciuta nell’arco di tre anni.

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Che cosa rende le piante (e non gli animali) così resistenti alle radiazioni? Negli organismi viventi, dosi anche limitate di radioattività possono causare mutazioni nel DNA che alterano la funzionalità cellulare e causano l’insorgenza di lesioni cancerose. Nei corpi rigidamente specializzati come quelli animali, dove ogni organo ha una funzione insostituibile e tutti devono cooperare affinché l’individuo resti in salute, la diffusione di cellule “impazzite” può risultare letale. Le piante si sviluppano in modo più flessibile. Non potendo muoversi, si adattano come possono alle condizioni di luminosità, umidità e temperatura. Anziché avere una struttura ben definita fin dall’inizio, la raggiungono in corso d’opera, allungando lo stelo o le radici sulla scia dei segnali chimici che ricevono dagli altri vegetali. A differenza delle cellule animali, praticamente tutte le cellule delle piante sono in grado di dare origine ad altre cellule di qualunque tipo: è il motivo per cui riusciamo a far crescere una nuova pianta dai “ritagli” di quelle vecchie, e vediamo spuntare radici dove prima c’era un fusto, o una foglia. Per i vegetali è quindi assai più facile rimpiazzare un tessuto morto, a prescindere dal tipo di danno subito. Inoltre, le cellule con mutazioni pericolose non sono libere di proliferare come fanno nel corpo animale, per via delle spesse e rigide pareti interconnesse che circondano le cellule delle piante.

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/chernobyl-perche-le-piante-non-muoiono-di-cancro

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Le nonne di Chernobyl: le donne che vivono nella zona di alienazione


Sono donne, settantenni o ottantenni, e vedove: è questo il ritratto delle cosiddette “nonne di Chernobyl”, evacuate con le loro famiglie all’indomani del disastro nucleare del 26 aprile 1986 ma tornate a vivere illegalmente nelle loro case a pochi mesi dall’incidente.

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La zona di alienazione è un’area compresa nel raggio di 30 km dal sito dell’ex-centrale nucleare, è in assoluto la più colpita dalle conseguenze del disastro e si estende nel nord dell’Ucraina, a ridosso del confine con la Bielorussia. È una zona delimitata da check-point, in cui è vietata qualsiasi attività, a partire dal consumo di carni animali, frutta e ortaggi, per via dell’altissimo livello di contaminazione.

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Ciò nonostante, a pochissimi mesi di distanza dall’incidente, diverse persone hanno scelto di abbandonare gli alloggi in cui erano state trasferite dallo Stato sovietico e di fare ritorno illegalmente alle loro case, a pochi chilometri dal reattore, sfidando ogni logica. Dopo i primi tentativi di espellerle, le autorità si sono rassegate alla loro presenza e, di tanto in tanto, lasciano passare anche dei beni destinati a loro. Queste donne amano la loro terra, di cui consumano quotidianamente i frutti altamente contaminati, coltivando ortaggi e allevando animali da fattoria, mangiando carni, uova e latte come se l’incidente non si fosse mai verificato. Queste donne conducono una vita semplice e frugale, convivono con le incursioni di bracconieri, sciacalli e animali selvatici, raccolgono bacche e funghi nei boschi e si nascondono nei cespugli se sentono arrivare i soldati. Si fanno visita e si sostengono a vicenda, condividono pasti e passatempi, sfidano insieme la solitudine, il tempo che passa e i malanni.

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La storia delle nonne di Chernobyl è una storia malinconica, che ci parla di solidarietà tra donne, oltre che del legame profondo che unisce l’uomo alla terra: un legame che nulla, neppure il peggiore disastro nucleare di sempre, è riuscito a cancellare.

 

Le nonne di Chernobyl: la storia delle donne che vivono nella zona di alienazione