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Un progetto Anpi con Lerner e Gnocchi per raccogliere le ultime voci dei partigiani.


Sono circa cinquemila i combattenti della Resistenza ancora in vita. Verranno intervistati e i materiali messi a disposizione in rete per un lavoro imprescindibile sulla Storia, la Resistenza e la Memoria. Un archivio pubblico con le interviste e le video testimonianze delle partigiane e dei partigiani viventi. Il progetto, ideato dai giornalisti Gad Lerner e Laura Gnocchi e promosso dalla Presidenza nazionale ANPI L’intento è quello di dare forma ad un memoriale vivo e condiviso, e al tempo stesso di fornire un’importante documentazione ai ricercatori e un moderno strumento di conoscenza storica e democratica alle nuove generazioni.

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Qualcosa di più, quindi, di un monumento celebrativo. Una grande operazione culturale per rinnovare nel tempo la consapevolezza che la Resistenza costituisce un passaggio decisivo per la costruzione della convivenza civile e per instillare nella coscienza delle italiane e degli italiani l’imprescindibilità dei valori di libertà, umanità e giustizia.I partigiani viventi dovrebbero essere poco più di cinquemilavanno individuati (i canali ci sono, ma non tutto è già chiaro e registrato), trovati (può essere facile, ma anche no) e intervistati secondo una “scaletta” di domande che permettano (non senza le necessarie divagazioni) e realizzate le interviste. Il materiale raccolto non verrà “montato” (eventualmente, al massimo, “ripulito”) e verrà messo a disposizione di tutti attraverso appositi canali con il supporto delle organizzazioni promotrici. Ovviamente il canale andrà promosso nelle scuole e in tutte le strutture dedicate alla Storia, alla ricerca e alla ricostruzione della memoria del nostro Paese.

 

 

 

 

https://www.lapresse.it/politica/un_progetto_anpi_con_lerner_e_gnocchi_per_raccogliere_le_ultime_voci_dei_partigiani-1500036/news/2019-05-30/

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30 agosto: Giornata Internazionale dei Desaparecidos.


Si calcola che in Paesi latinoamericani, quali l’Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Haitì, Honduras, Messico, Perù e Uruguay; siano scomparse circa 100.000 persone dal 1966. Tra queste, donne e bambini appena nati strappati alle loro madri.

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Ottantamila oppositori politici inghiottiti nei lager. Almeno 30 mila di essi scomparsi dopo torture e sevizie nei Centri clandestini di detenzione. Dal 1964, la data del golpe della giunta militare in Brasile, al 1990, la fine del regime di Augusto Pinochet in Cile, le dittature latinoamericane hanno scritto le pagine più nere della loro storia. L’Argentina guida la triste graduatoria delle morti accertate, ma anche Ecuador, Messico, Uruguay sono i Paesi nelle quali la lotta contro chi la pensava contro il regime finiva sempre nello stesso modo: rastrellamenti, processi sommari, stupri e violenze di ogni tipo, bambini strappati alle loro madri. 

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Un giorno dedicato al ricordo di quegli inferni nei quali si sono spente le migliori intelligenze di quel continente. Centri di reclusione dai nomi insospettabili, Club Atlético, Campo de Mayo, Garage Olimpo. Luoghi solo dopo tanti anni portati alla luce dal coraggio di centinaia di donne, le mamme, le sorelle, le nonne dei desaparecidos che ancora oggi continuano a incontrarsi ogni settimana nella Plaza de Mayo di Buenos Aires per chiedere verità e giustizia sui loro cari spariti.

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In Cile, dove le cifre delle vittime continuano a divampare le polemiche. L’inchiesta post-regime, registrò 3.508 assassinati, e quasi 30mila torturati. Osservatori esterni parlano invece di 17 mila morti e oltre 40 mila persone sottoposte a tortura. In ogni caso, una strage senza fine.

 

30 agosto: Giornata Internazionale dei Desaparecidos

https://www.repubblica.it/esteri/2019/03/23/news/l_america_latina_si_ferma_per_ricordare_30mila_desaparecidos-222323923/

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Foliage, quando le foglie ne combinano di tutti i colori


L’Autunno fa venire in mente nebbia, pioggia e altri fattori meteo nefasti? Non è detto che questi siano gli unici risvolti di una stagione autunnale ormai in pieno svolgimento. Uno dei suoi aspetti migliori è il ‘cambio d’abito’ che le piante ci regalano. Natura cambia gradualmente colore, anche in città. Il momento è magico: alberi e cespugli di tante specie assumono tinte che vanno dal giallo a tutta la scala cromatica dei rossi, dal marrone all’arancione, fino ad arrivare addirittura al viola. Il fenomeno è ben visibile in molte zone collinari e rurali. E c’è chi ha reso questo momento magico un vero e proprio richiamo per il turismo, nostrano e non. Ci sono alcuni luoghi dove il fenomeno attira gli appassionati, i semplici curiosi e i fotografi, che possono osservare di persona questa spettacolare fase di transizione.

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Ecco alcune mete dove si può guardare da vicino il meraviglioso fenomeno difall foliage, detto anche, con un’espressione inglese che indica l’estate di San Martino, indian summerIn Italia:  lungo la strada tra San Marcello Pistoiese e l’Abetone, nell’Appennino Tosco-Emiliano, le tonalità dei boschi vanno dal giallo all’arancione intenso. Anche sulle colline del modenese gli occhi rimarranno appagati dalla vista delle vigne, che in questo periodo si tingono di giallo, arancio e persino di viola. Tra la Valle Aurina e la Val di Tures, i boschi che costeggiano il torrente Aurino, tra San Giovanni e Campo Tures, regalano spettacolari riflessi di luce e colore, da ammirare per tutti gli appassionati di trekking e fotografia. I  giardini di Trauttmansdorff a Merano: i giardini di Sissi, i Boschi del Mondo e l’orto botanico offrono una panoramica notevole, tra latifoglie nordamericane eaceri giapponesi.All’estero:  le mete più famose per ammirare il foliage sono gli Stati nord americani del New England, del Vermont, del Maine e il Québec. Sono molti i tour operator che organizzano viaggi ed escursioni nei boschi nordamericani, dove si possono ammirare i forti contrasti e le variazioni cromatiche degli aceri, dall’intenso rosso scuro, dei pioppi dorati e delle betulle che, nel periodo tra Ottobre e Novembre, diventano di un porpora intenso. Alcuni turisti seguono persino il corso della stagione dal Sud al Nord della costa atlantica, via via che il foliage‘sale’ dalle zone più temperate al clima rigido delle zone più al settentrione, che ovviamente arrivano a cambiare colore più tardi.

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Una meraviglia della Natura che si trasforma in risorsa turistica, pur rispettando i tempi e i ritmi legati all’alternarsi delle stagioni, è un bellissimo esempio di turismo eco-sostenibile.

 

 

Foliage, quando le foglie ne combinano di tutti i colori

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Nucleare: test e bombe. Non abbiamo davvero imparato niente


Il 29 agosto è la Giornata mondiale contro i test nucleari. Sono iniziati il 16 luglio 1945 e da allora ce ne sono stati circa 2000.
Quando si è partiti si è badato poco alle possibili ricadute sulla vita umana e sull’ambiente. Ma gli effetti devastanti sono sotto gli occhi di tutti. Il 29 agosto è la giornata internazionale contro i test nucleari è stata istituita per la prima volta nel 2010. Lo scopo è catturare l’attenzione del mondo e sottolineare la necessità di un impegno comune con lo scopo di prevenire ulteriori test delle armi nucleari.

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Il nucleare, e la sua sperimentazione, ha avuto un periodo di grande attività ai tempi della Guerra Fredda, tra il 1958 e il 1962, con Stati Uniti D’America e URSS che facevano esplodere ordigni atomici nell’atmosfera per condurre test.
Le grandi quantità di materiale radioattivo che si è introdotto nei cicli naturali degli elementi, l’esposizione della popolazione allo Iodio-131, specie in età infantile, potrebbe aver portato all incremento  di malattie a carico della tiroide, cancro incluso.
Ricordiamo ancora tutti bene Chernobyl,   i volti edì il via vai in Italia di bambini che soggiornavano per un periodo di pulizia, dopo l’esplosione del 1986.
Le isole Marshall, nell’Oceano Pacifico, hanno livelli di radiazioni superiori a quelli di Chernobyl e Fukushima.
I 67 test nucleari effetti dagli Stati Uniti per sperimentare la potenza delle loro bombe sono stati condotti tra il 1946 ed il 1958. Ma ancora oggi i livelli della quantità di radiazioni rimane allarmante: da 10 a 1000 volte superiori rispetto alle due aree dei disastri nucleari indicati sopra.

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Le esplosioni nucleari ad alta quota hanno creato cinture di radiazioni artificiali vicino alla Terra che hanno causato gravi danni a diversi satelliti e hanno avuto impatti antropogenici sull’ambiente spaziale, principalmente sugli impulsi elettromagnetici.

 

 

 

Nucleare: test e bombe. Non abbiamo davvero imparato niente

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L’AMAZZONIA BRUCIA: IN PERICOLO LA BIODIVERSITÀ E LA VITA DEI POPOLI INDIGENI.


Le immagini arrivate dallo spazio attraverso i satelli dell’Agenzia spaziale europea e della Nasa americana immortalano con inquietante chiarezza lo scenario apocalittico delle vaste aree rosse avvolte dalla fiamme. L’Amazzonia brasiliana, e in parte boliviana, brucia. La foresta tropicale più grande del mondo, il polmone verde del pianeta, casa di migliaia di specie animali e vegetali e di 34 milioni di persone, fra cui numerose etnie indigene, sta vivendo una lenta, inesorabile agonia, mangiata da incendi legati a una deforestazione sempre più massiccia e selvaggia.

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La morte dell’Amazzonia significa la catastrofe per il mondo intero, lo sprofondamento del pianeta in squilibri ecologici sempre più devastanti e irreversibili. Il Wwf lancia l’allarme: la foresta amazzonica in Brasile sta perdendo una superficie equivalente a oltre tre campi di calcio al minuto e il punto di non ritorno è sempre più vicino.La più grande fonte di biodiversità del pianeta, fondamentale per gli equilibri climatici – afferma l’associazione impegnata a difesa dell’ambiente – rischia il collasso ecologico, portando a un avanzamento della desertificazione e della siccità. I dati dei possibili scenari futuri sono drammatici: senza le foreste pluviali rischiamo di perdere fra il 17 e il 20% delle risorse di acqua per il pianeta e il 20% della produzione di ossigeno globaleLe aree convolte sono più sensibili alle inondazioni e agli effetti del cambiamento climatico. Numerose specie animali e vegetali  rischiano di estinguersi defintivamente. In tutto il mondo si sono diffuse campagne social e manifestazioni – portate avanti da numerosi personaggi famosi – per denunciare la tragedia dell’Amazzonia e sensibilizzare il Brasile e la comunità internazionale a prendere urgenti provvedimenti.

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Bolsonaro non hai mai nascosto di voler promuovere politiche a favore della grande industria agraria, indebolendo i diritti e le legittime rivendicazioni territoriali degli indigeni. Fortissime critiche ha sollevato una provocatoria esternazione di Bolsonaro prima delle elezioni, quando l’allora candidato ha dichiarato che ai popoli indigeni non avrebbe concesso più nemmeno un millimetro di terra. Una volta eletto, lo scorso gennaio, ha tolto al Funai (il dipartimento governativo che si occupa della protezione degli indios) il compito di demarcare le terre indigene, affidandolo al ministero dell’Agricoltura, tradizionalmente espressione degli interessi della lobby dell’agrobusiness.

 

 

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/amazzonia_192651.aspx

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Comfort Dog Project.


Francis Okello Oloya è un sopravvissuto al trauma di guerra in Uganda. Quando era un ragazzino, fu sottoposto ad un’esplosione di una bomba mentre lavorava nel giardino della sua famiglia, che lo lasciò gravemente ferito e cieco. Nonostante le sue molte sfide, ha superato il liceo e il college, laureandosi in psicologia della comunità. Francis è tornato in patria, Gulu, in Uganda, e ha sviluppato il Comfort Dog Projec per aiutare altri sopravvissuti al trauma di guerra che soffrono terribilmente con i sintomi del Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).

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Venticinque anni di guerra tra Lord’s Resistance Army (LRA) e il governo ugandese hanno avuto effetti devastanti sulle famiglie e sulle comunità dell’Uganda settentrionale. L’economia della regione è crollata, poiché molti residenti hanno perso la casa e i beni e sono stati costretti a vivere nei campi per più di 10 anni. I bambini furono rapiti e costretti a compiere carneficine, donne e ragazze violentate e padri assassinati. È stato stimato dai professionisti della salute mentale che 7 persone su 10 nell’Uganda settentrionale sono state traumaticamente colpite dalla guerra. Anche se ora c’è pace nella regione, le guerre interne vengono ancora combattute e perse. Decine di migliaia di sopravvissuti, senza supporto per la salute sociale e mentale, lottano per far fronte all’ansia, alla solitudine, alla disperazione e soffrono di PTSD.

Vi è un alto tasso di suicidi e abusi di sostanze nell’Uganda settentrionale tra i sopravvissuti al PTSD, ed è la causa di un’immediata necessità di un intervento efficace. Il Comfort Dog Project è progettato per colmare questo vuoto terapeutico psico-sociale fornendo consulenza professionale sul trauma in combinazione con l’addestramento su come prendersi cura, insegnare e creare un solido legame cane-guardiano come un modo per ridurre ulteriormente il trauma e i sintomi associati PTSD.

 

 

 

 

 

 

Francis Okello Oloya, Comfort Dog Project

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Se l’Amazzonia brucia è colpa della cieca corsa al profitto.


 

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L’onda di fuoco che distrugge la foresta amazzonica, polmone di ossigeno e biodiversità, è stata rafforzata dalle scelte irresponsabili del presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Ma la sua causa più profonda è il sistema economico planetario, basato sulla ricerca del profitto e sullo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. In queste settimane è stato fatto osservare come le fiamme servano a convertire la foresta pluviale in terreno adatto alle colture agroindustriali. A cominciare dalla soia, che alimenta milioni e milioni di maiali, la metà in Cina. Il recente film «Soyalism» dei giornalisti Stefano Liberti ed Enrico Parenti descrive bene questo meccanismo perverso e distruttivo, un Leviatano agroindustriale che mette in pericolo il futuro dell’umanità. Per evitare il disastro – così come si dovrebbe fare per l’emergenza climatica – servono azioni radicali ed efficaci. Servono fatti concreti. Non bastano certo le (molto pubblicizzate) promesse di futuri «comportamenti etici» delle grandi corporation, le stesse che hanno portato la Terra sull’orlo del collasso.

 

 

 

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/08/25/news/se-l-amazzonia-brucia-e-colpa-della-cieca-corsa-al-profitto-1.37377876

“Soyalism”: in arrivo il documentario sul business della soia che minaccia il mondo

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“La guerra dei metalli rari”, il lato oscuro delle energie verdi


I metalli rari, ovvero l’ossatura invisibile delle nostre società moderne. Hanno nomi strani o mai sentiti, come promezio, vanadio o lutezio, ma le loro eccezionali proprietà chimiche, catalitiche e ottiche li rendono indispensabili per un ventaglio enorme di tecnologie verdi e digitali; basta prendere in mano lo smartphone che teniamo in tasca per averli quasi tutti in pugno. E se non lo sappiamo è perché la loro produzione è scarsa, inquinante e (dunque) lontana dai nostri occhi.

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Non solamente i metalli rari concorrono all’inquinamento ambientale nella fase di produzione, ma la loro stessa estrazione è nociva per l’ambiente e per l’uomo. Queste preziosissime sostanze oltre a essere rare sono totalmente incorporate nelle rocce, esattamente come un pizzico di sale è incorporato in un filone di pane. Non serve essere chimici per comprendere quanta fatica costerebbe estrarre il sale dal pane: raffinare i metalli rari richiede un processo altrettanto difficoltoso, ma soprattutto nocivo per l’ambiente. Ne sanno qualcosa gli abitanti del villaggio cinese di Dalahai, il cosiddetto “villaggio del cancro”, situato in prossimità di miniere in cui avviene l’estrazione delle “terre rare”.

E l’inquinamento da metalli rari non si limita alla Cina, ma riguarda tutti i Paesi produttori, come la Repubblica democratica del Congo e diverse nazioni dell’America Latina. Se si guardano i dati relativi all’inquinamento causato dall’industria mineraria non è difficile concludere che «la produzione dei metalli indispensabili per un mondo più pulito è un processo inquinante».

Non va meglio nell’universo della tecnologia digitale, che dovrebbe diminuire l’impatto di carbonio, ma il digitale richiede lo sfruttamento di considerevoli quantità di metalli e in generale il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione consuma il 10 per cento dell’elettricità mondiale e produce ogni anno il 50 per cento di gas a effetto serra rispetto al trasporto aereo. Né va meglio alla voce “riciclaggio”: al momento nessuno ha interesse a riciclare i metalli rari, perché è molto meno costoso procurarseli nelle miniere.

Il costo ecologico delle cosiddette energie pulite è alto , e le condizioni di lavoro nelle miniere sono pessime, sia in termini di sicurezza che sanitari. Si riscontra inoltre il problema politico connesso a un nuovo ordine mondiale dei Paesi proprio in conseguenza della presenza o meno sul territorio dei metalli rari, che potrebbe costituire una potenziale causa di conflitti.

 

 

 

 

 

“La guerra dei metalli rari”, il lato oscuro delle energie verdi

http://www.greenreport.it/rubriche/metalli-rari-il-costo-nascosto-della-transizione-ecologica/

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Carlo Delle Piane, da «Libero» a «Cicalone»: i suoi personaggi storici.


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È morto a 83 anni Carlo delle Piane, attore di lungo corso, figura iconica del cinema italiano con una carriera durata 70 anni e iniziata nel 1948, a 12 anni, quando interpretò Garoffi nel film Cuore, dal romanzo di De Amicis, diretto a quattro mani da Vittorio De Sica e Duilio ColettiIn tanti anni, aveva lavorato con alcuni dei più importanti registi e attori tra cui Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, Totò, De Sica fino a Pupi Avati. Giovanissimo, nel 1951, fu scelto da Steno e Mario Monicelli per affiancare Aldo Fabrizi e Totò in «Guardie e ladri» (indimenticabile la scena del tema di Libero che descrive il padre). Nel 1954 è la volta di Un americano a Roma, dove interpreta Romolo Pellacchioni detto «Cicalone», l’amico di Nando Mericoni, interpretato da Alberto Sordi.La sua carriera continuò con successo fino al 1973, quando subì uno stop a causa di un grave incidente automobilistico a causa del quale rimase in coma per un mese. Il ritorno davanti alla cinepresa avvenne grazie all’incontro con Pupi Avatiche lo scelse per il film Tutti defunti… tranne i morti, che lo portò a interpretare anche ruoli drammatici. Una collaborazione, quella con Avati, che durò molti anni e per molti altri film.

Tra i premi ricevuti, due Nastro d’argento per Una gita scolastica e Festa di laureae tre Globo d’oro sempre per Una gita scolasticaCondominio e Chi salverà le rose?

 

 

https://video.corriere.it/spettacoli/carlo-piane-libero-cicalone-suoi-personaggi-storici/d584a1d2-c63e-11e9-91fb-bbcdf5d9284a

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/24/morto-carlo-delle-piane-a-83-anni-grande-amico-di-pupi-avati-lattore-esordi-nel-1948-come-garoffi-nel-cuore-di-de-sica-e-coletti/5405672/

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Giornata della memoria del commercio degli schiavi e della sua abolizione.


Per non dimenticare le atroci sofferenze che popolazioni africane e non hanno dovuto subire per le mire di superiorità morale, produttiva e genetica dei popoli, soprattutto bianchi, che si ritenevano più elevati e più sviluppati, cade o il 23 agosto la Giornata internazionale per la commemorazione della tratta degli schiavi e della sua abolizione. La data è stata ufficializzata dall’UNESCO, dipartimento dell’ONU dedicato alla valorizzazione del patrimonio storico artistico mondiale mirante, di congiunzione, all’incentivazione e alla costruzione del diritto attraverso la promozione delle innumerevoli culture umane grazie anche al fondamentale mezzo della memoria storica, per ricordare il commercio transatlantico degli schiavi di origine africana i quali proprio tra la notte tra il 22 e il 23 agosto del 1791 fecero scoppiare una rivolta antischiavista sull’isola di Santo Domingo, capitale della Repubblica Dominicana, situata nell’arcipelago delle Grandi Antille, Caraibi. In quell’occasione donne, uomini e bambini africani strappati alla loro terra e venduti come schiavi da sfruttare nel lavoro nei campi o per essere utilizzati come sottoposti nelle tenute dei signori, si ribellarono contro il sistema schiavistico.

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La sommossa, nota anche col nome di rivoluzione haitiana, si agitò contro il colonialismo in generale ed in particolare alla volta dei tiranni schiavisti che castravano le libertà civili e i sacrosanti diritti umani che dovrebbero essere concessi ad ogni persona per nascita, per la volontà organizzata di un gruppo di schiavi, guidati da Touissaint Louverture, rivoluzionario e patriota afroamericano futuro Presidente Governatore Generale delle Repubblica di Haiti, incapace di continuare a sopportare l’intollerabile oppressione del governo francese che al tempo possedeva quei territori permettendo tali ingiustizie I suoi effetti, e in particolare le norme contrarie alla schiavitù, ebbero un notevole influsso sulla politica schiavista nelle Americhe. Essa contribuì fortemente a cambiare il credo comune sul ruolo di inferiorità delle persone di colore e sulla capacità degli schiavi di ottenere e mantenere la loro libertà. La capacità organizzativa dei ribelli e la loro tenacia scioccò e spaventò molti schiavisti.

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_haitiana

https://www.periodicodaily.com/ricorre-la-giornata-della-memoria-del-commercio-degli-schiavi-e-della-sua-abolizione/

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Altro che ONG, la colpa degli incendi in Amazzonia è di agricoltori e allevatori: la risposta degli indigeni e ambientalisti a Bolsonero


Gli ambientalisti sostengono invece che gli incendi nella foresta pluviale brasiliana siano stati provocati da allevatori di bestiame e agricoltori che vogliono liberare e utilizzare la terra, incoraggiati dal presidente pro-deforestazione.Gli agricoltori e gli allevatori hanno usato il fuoco per molto tempo per sgombrare la terra e ci sono probabilmente loro dietro il numero insolitamente elevato di incendi che bruciano oggi in Amazzonia. Rispetto agli anni precedenti, la distruzione di quest’anno è senza precedenti.“Gli incendi di quest’anno si inseriscono in un modello agricolo stagionale stabilito. È il momento migliore per bruciare perché la vegetazione è secca. Agricoltori e allevatori attendono la stagione secca per appiccare gli incendi e sgombrare le aree in modo che il loro bestiame possa pascolare. Ed è quello che sospettiamo stia succedendo laggiù.Gli indigeni, che da anni  rischiano per difendere il proprio territorio dalla distruzione, sono disperati e arrabbiati e sanno bene di chi è la responsabilità degli incendi

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Nel frattempo, l’Amazzonia si dirige verso il disastro. Fermare le fiamme risulta molto difficile e così stiamo perdendo la più grande foresta pluviale del mondo, responsabile della produzione del 20% dell’ossigeno che respiriamo.

Questi incendi danneggeranno l’Amazzonia in modo irreparabile e la foresta potrebbe iniziare a emettere carbonio anziché sottrarlo dall’atmosfera.

 

 

 

Altro che ONG, la colpa degli incendi in Amazzonia è di agricoltori e allevatori: la risposta degli indigeni e ambientalisti a Bolsonero

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Dopo 14 anni tornano nelle profondità, la rivelazione dei sub: “Il Titanic sta scomparendo”.


Il Titanic sta lentamente scomparendo: è quanto sentenzia un gruppo di sub che è tornato a ispezionare l’enorme piroscafo affondato 107 anni fa nell’Oceano Atlantico settentrionale.

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La flora sottomarina sta corrodendo la struttura e parti di questa sono già collassate. Una serie di cinque immersioni sono state completate questo mese da un team di esplorazione dei sottomarini Triton a 4.000 metri di profondità .Un team di esperti, scienziati e un rappresentante dell’National Ocean and Atmospheric Administration hanno catturato filmati del relitto con telecamere appositamente adattate. Le riprese in 4K permetteranno di vedere il relitto nella tecnologia della realtà aumentata e virtuale. La nave affondò nel 1912 quando colpì un iceberg, causando la morte di 1.517 delle 2.223 persone a bordo. Il filmato, che sarà utilizzato per un nuovo documentario realizzato dalla Atlantic Productions, mostra gli effetti della corrosione salina, dei batteri che mangiano i metalli e delle azioni della corrente sulla decomposizione della nave.

 

 

 

 

https://video.lastampa.it/esteri/dopo-14-anni-tornano-nelle-profondita-la-rivelazione-dei-sub-il-titanic-sta-scomparendo/102747/102760

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22 agosto 1864, firmata la prima Convenzione di Ginevra


Il 22 agosto 1864 veniva firmata da 12 Stati europei la Prima “Convenzione di Ginevra per il miglioramento delle condizioni dei feriti delle forze armate in campagna”. Il documento, ispirandosi alle idee di Henry Dunant, ha gettato le basi del diritto internazionale umanitario contemporaneo, stabilendo regole universali per la protezione delle vittime nei conflitti, l’obbligo di estendere senza alcuna discriminazione le cure a tutti i militari feriti e malati, il rispetto del personale medico, del materiale e delle attrezzature sanitarie attraverso l’emblema protettivo della Croce Rossa, fondata un anno prima.

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https://www.cri.it/22-08-2018-firmata-la-prima-convenzione-di-Ginevra

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80 anni fa il patto Germania-Urss, doppio inganno tra Hitler e Stalin


Il Patto Molotov-Ribbentrop venne firmato il 23 agosto 1939 a Mosca. Si trattò di un patto di non aggressione fra la Germania e l’Unione Sovietica. I firmatari furono il Ministro degli Esteri russo Molotov  e il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop. Il motivo per il quale il Patto fu stipulato è da ricercare nella preoccupazione di Stalin  di spingere l’appetito espansionista di Hiter verso ovest, almeno temporaneamente, affinché il governo russo potesse organizzare l’Armata Rossa che era stata indebolita negli ultimi anni a causa delle purghe staliniane che avevano sfoltito le fila delle gerarchie militari.Le conseguenze più immediate del Patto furono la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici che non riacquisirono più l’indipendenza, nemmeno dopo la guerra. Divennero indipendenti solo nel 1991 con il dissolvimento dell’Unione Sovietica.

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Il meccanismo diplomatico azionato da questo accordo eliminò definitivamente  la politica passiva della Francia e dell’Inghilterra che, dopo L’invasione della Polonia  da parte dell’esercito tedesco, avvenuta il 1° settembre 1939, dichiararono guerra alla Germania.La Germania ruppe il patto due anni dopo che era stato stipulato invadendo l’Unione Sovietica il 22 giugno 1941:  quest’azione bellica venne chiamata “operazione Barbarossa”.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/il-doppio-inganno-tra-hitler-e-stalin

Il Patto Molotov-Ribbentrop

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Violenze in aumento attorno alle piantagioni.


Avvio di un’indagine urgente e garanzia di sicurezza per i difensori del diritto alla
terra in Repubblica democratica del Congo (RdC). Sono le richieste principali contenute
in un appello lanciato a fine luglio dal Movimento mondiale per le foreste tropicali (World Rainforest Mouvement).

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La mobilitazione internazionale è nata dopo l’uccisione di un attivista congolese, il
21 luglio scorso, nei pressi della piantagione di palme da olio di Boteka, nella
provincia dell’Equatore, nel Nord-Ovest della RdC. L’uomo, Joël Imbangola Lunea
era un attivista di Riao-RdC (Rete di informazione e appoggio alle ong),un’organizzazione congolese per la difesa dell’ambiente e dei diritti umani che sostiene le comunità locali nelle proteste contro l’occupazione delle terre da parte della compagnia canadese Feronia.
L’uomo lavorava come trasportatore di merci e persone lungo il fiume Momboyo, grazie ad una canoa motorizzata. Secondo le prime ricostruzioni, riportate dall’ong, Lunea sarebbe stato aggredito da una delle guardie private della piantagione di palma da olio, che lo avrebbe accusato di aver trasportato olio di palma trafugato. Secondo i passeggeri della canoa, l’attivista avrebbe rigettato le accuse e la guardia lo avrebbe prima
picchiato e poi strangolato. L’aggressore avrebbe poi gettato il corpo dell’uomo nel fiume e sarebbe scappato. Jean François Mombia Akutu, presidente e fondatore di Riao-RdC ha confermato a Nigrizia la dinamica dei fatti, aggiungendo che il corpo, che presentava segni di violenza, è stato recuperato dal fiume tre giorni dopo.
Riao-RdC e altre organizzazioni internazionali come SoS Faim, Fian e Cncd 11.11.11, avevano più volte denunciato l’aumento della conflittualità tra la popolazione locale e la compagnia, in particolare a causa delle violenze e intimidazioni delle guardie private nei confronti dei membri della comunità.

Rainforest Movement ha lanciato un appello alla mobilitazione e scritto una lettera indirizzata alle autorità congolesì
chiedendo l’apertura immediata di un’indagine per chiarire l’accaduto, l’assicurazione alla giustizia del responsabile del
crimine e la garanzia di sicurezza per gli attivisti che lavorano al fianco delle comunità.

 

 

 

https://www.unimondo.org/Notizie/Violenze-in-aumento-attorno-alle-piantagioni-187508

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Quella domanda sull’Olocausto


“Gli ebrei avranno pur fatto qualcosa”,Questa domanda la pone un liceale alla sua professoressa di storia e filosofia. Sono gli anni Novanta, il periodo più o meno è quello della Prima guerra del Golfo: un momento in cui gli ebrei c’entrano e con gli ebrei c’entrano le loro “eterne colpe”. La linea è diritta, chiara, lampante. Se Saddam lancia missili contro Israele, qualche studente si domanda se anche l’Olocausto sia mai realmente esistito e se Dachau non sia per caso una «roba ricostruita e messa lì dagli americani».Siamo al Liceo classico Alessandro Manzoni, uno dei migliori di Milano. Nello stesso periodo qualcuno con una bomboletta spray, su un muro esterno del Manzoni, scrisse: “Morte agli ebrei”. Accanto a quelle tre parole, con calligrafia identica, era stata composta una seconda scritta: “W Saddam”. Al Manzoni, nella sezione di Salvini, insegnava matematica e fisica la professoressa Silvana Sacerdoti, nata nel 1932 da famiglia ebraica e sopravvissuta alla Soluzione finale perché, nel 1943, i genitori decisero di separare la famiglia. Quella scritta, senza rispetto e con crudeltà, entrava nella carne viva di chi alla Soluzione finale era scampato.
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Resta il mistero su chi ne sia l’artefice mentre sappiamo che le frequentazioni di Salvini passano gli anni e non cambiano. Al liceo era il fascista Marco Carucci, oggi è l’inquietante Luca Morisi. Con esiti sempre più mostruosi.

 

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2019/08/14/news/quella-domandasull-olocausto-1.337959

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I cambiamenti climatici costano all’Italia più della crisi economica.


Per elaborare lo studio i ricercatori delle Università di Cambridge (UK), della Southern California (USA), Johns Hopkins (USA) National Tsing Hua University (Taiwan) e del Fondo monetario internazionale hanno preso in esame dati provenienti da 174 paesi a partire dal 1960, proiettandoli al 2030, 2050 e 2010 per determinare la perdita o il guadagno di Pil procapite sulla base di due scenari: nel “business as usual” si prevede che le temperature globali medie aumentino di 4°C entro la fine del secolo, mentre l’altro si basa sul rispetto dell’Accordo di Parigi sul clima (ovvero con temperature entro i +2°C rispetto all’era pre-industriale al 2100).

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Se l’avanzata dei cambiamenti climatici proseguirà col trend attuale soltanto 1 stato sui 174 studiati non registrerà una perdita di Pil procapite da qui al 2100: le Bahamas. Tutti gli altri ci rimetteranno – i ricercatori stimano perdite pari al 7% del Pil globale legate ai cambiamenti climatici entro la fine del secolo –, non importa quanto ricchi siano o quanto sia freddo il loro clima. La Groenlandia perderà il 4,10% del suo Pil procapite, la Russia l’8,93%, gli Usa il 10,52%, la Svizzera il 12,24%, il Canada il 13,08%. Un trend cui non sfugge neanche la Scandinavia – Islanda -1%, Finlandia -1,02%, Danimarca -1,63%, Norvegia -1,8%, Svezia -2,67% –, per non parlare del resto d’Europa: Germania -1,92%, Regno Unito -3,97%, Francia -5,82%, Spagna -6,39%, Italia -7,01%

L’idea che le nazioni ricche e con climi temperati siano economicamente immuni ai cambiamenti climatici, o che potrebbero addirittura raddoppiare e triplicare la loro ricchezza, sembra semplicemente non plausibile. Eppure di questo scenario catastrofico non c’è adeguata percezione, e ci stiamo correndo incontro a gran velocità:  il mese più caldo mai registrato al mondo – rappresenti  il 415° mese consecutivo con temperature globali superiori alla media,  e nel corso degli ultimi 20 anni oltre il 90% dei disastri naturali sia correlato al clima (con inondazioni e tempeste in cima alla lista).

Se le nazioni avanzate vogliono evitare gravi danni economici nei prossimi decenni, l’Accordo di Parigi è un buon inizio,  ma il Piano nazionale integrato energia e clima proposto dall’attuale Governo nazionale non copra neanche un terzo dell’impegno necessario a rispettare l’Accordo di Parigi, e che il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici sia chiuso in un cassettoda due anni: in questi giorni di rovente crisi politica, se partiti e istituzioni vogliono cambiare marcia devono ripartire da qui.

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/i-cambiamenti-climatici-costano-allitalia-piu-della-crisi-economica/

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Dall’America alla Luna (e oltre)


Nella vita l’importante è essere convinti e gli americani lo sono sempre stati. Convinti, come disse circa un secolo fa il presidente Woodrow Wilson, di essere “la nazione più giusta, più progressista, più onorabile e più illuminata del mondo”. Convinti di essere portatori sani di buone ideologie; convinti di dover esportare nel mondo la democrazia: con questo e altri simili presupposti, da almeno cento anni gli Usa dominano la scena mondiale. Perché è questo che, fin dalle loro origini, sono stati:un impero. Liberi e autodeterminati: i primi a definirsi così furono, nel 1787, i padri fondatori degli Stati Uniti, seguiti, un quarto di secolo dopo, da un’altra voce illustre, Thomas Jefferson. Secondo l’allora terzo ex presidente degli Stati Uniti, quello che gli americani stavano creando, espandendosi nell’America del nord, era un impero della libertà. Tutto era cominciato quasi due secoli prima, all’inizio del Seicento, quando speculatori londinesi, cattolici, puritani e quaccheri cominciarono a raggiungere l’America settentrionale dall’Inghilterra. Donne con le cuffie inamidate, uomini con abiti scuri, tutti estremamente determinati, poco alla volta fondarono le 13 colonie che, alla fine del Seicento, appartenevano alla Gran Bretagna, e che nel 1783, sette anni dopo la Dichiarazione d’Indipendenza,  riuscirono a liberarsi definitivamente dai lacci della madrepatria.

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Questa egemonia, che si è nutrita, tra le altre cose, anche del frutto proibito di Steve Jobs, cioè dell’affermazione della società dei consumi, ultimamente comincia a perdere peso. E un presidente come Donald Trump non fa che ingigantire un serpeggiante sentimento antiamericano: mentre la crisi finanziaria, in apparenza senza fine, miete le sue vittime, un “ma” comincia a insinuarsi (in una parte degli americani) negli ideali dei vecchi missionari puritani. Perché, tutto sommato, il ruolo di imperialisti ormai conviene poco: non sarebbe meglio smetterla di inseguire ciecamente, per orgoglio e vendetta, quella frontiera, quella balena bianca che ha trascinato con sé nel gorgo il capitano Achab?

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/americani-dal-nuovo-mondo-fino-ai-confini-dello-spazio

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I 10 migliori alberi anti inquinamento che ‘divorano’ le polveri sottili


Quali sono i migliori alberi anti inquinamento? In Italia e altrove nel mondo sono in corso degli studi molto interessanti con l’obiettivo di individuare quali siano gli alberi in grado di aiutarci a ridurre l’inquinamento.

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Gli studi ora in corso sono condotti dal CNR-Ibimet di Bologna e dall’Università di Southampton, nel Regno Unito. Le ricerche, pubblicate sulla rivista scientifica  Landscape and Urban planning, si sono occupate della situazione della città di Londra e hanno verificato che gli alberi in città rimuovono tra le 850 e le 2100 tonnellate di Pm10 all’anno.

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Non dobbiamo però tenere conto soltanto del ben noto Pm10. Infatti, a parere degli esperti, a preoccuparci dovrebbe essere soprattutto il Pm2,5, un particolato molto fine che contiene sostanze derivanti dalle attività umane, come nitrati e solfiti.

Secondo gli studi condotti dall American Forestry Association, un albero di circa 20 metri di altezza può assorbire ogni anno circa 1000 grammi di particolato. Ecco allora che è facile comprendere quanto gli alberi siano importanti per preservare la nostra salute e per ridurre l’inquinamento.

Questi alberi sono:Orniello, Olmo comune, Gelso nero, Frassino maggiore, Leccio, Ginko, Acero campestre, Biancospino, Bagolaro e Tiglio.

 

 

 

I 10 migliori alberi anti inquinamento che ‘divorano’ le polveri sottili

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La foresta friulana è risorta al teatro greco antico di Siracusa.


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Gli alberi fanno da sfondo ad una tragedia (portata sulla scena per la prima volta nel 415 a.C. con la guerra del Peloponneso in pieno svolgimento) che descrive la sorte crudele delle donne di Troia. Sconfitta la città, i loro uomini uccisi o portati via, non resta loro che diventare schiave dei vincitori, mentre Troia è data alle fiamme. Donne schiantate dal destino, come gli alberi sulla scena. Le Troiane, inoltre, non sono che una delle opere che compongono il cartellone estivo del teatro siracusano, tutta dedicato alla donne e la guerra (Elena di Euripide, Lisistrata di Aristofane e Le Troiane appunto). Donne che ne hanno a che fare loro malgrado, poiché la guerra è affare da uomini ma tocca ad esse subirne le conseguenze. E questa è una verità immutata: ieri come oggi. Infine, questo binomio Friuli-Sicilia, boschi e teatro si apre davvero a mille echi. Appena un secolo fa i nostri boschi della Carnia smettevano di essere teatro del primo conflitto mondiale, guerra lunga e sanguinosa. Oggi i nostri tronchi arrivano su un’isola che è terra di approdi di altri esuli in disperata fuga dalla guerra. Un’altra tragedia, Le Supplici di Eschilo, racconta la storia di un’accoglienza difficile: quella di cinquanta donne figlie di Danao (regnante sull’Egitto col gemello Egitto) che, cercando salvezza, giunsero imploranti dal re di Argo in Grecia. Ma qui coincidenze e richiami svaniscono: quelle trovarono ospitalità, mentre gli appelli di oggi non hanno altrettanta fortuna.

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Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano: grazie a lei leggiamo ancora Hemingway e Bukowski.


Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano. Era il 18 agosto del 2009, e l’Italia salutava per sempre una delle voci più vivaci, innovative e importanti della cultura del secolo scorso: una voce che ha portato da questa parte dell’Oceano i versi più belli della letteratura americana, e che per prima, in tempi non sospetti, ha chiamato “poeti” cantautori come Bob Dylan e De André. Con estrema intelligenza, costantemente, Fernanda Pivano ha contribuito a costruire un ponte fra la generazione “perduta” narrata dal suo amico Hemingway e quella “beat” di Kerouac e Ginsberg, fra letteratura e musica e, soprattutto, fra Italia e America.

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Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Charles Bukowski e, in tempi più recenti, Bret Easton Ellis e Chuck Palahniuk: se l’Italia oggi legge ancora questi grandi scrittori, il merito fu soprattutto di Fernanda Pivano. Il suo lavoro di traduttrice e di “talent scout” letterario inizia molto presto, quando in un’Italia ancora fascista prova a far pubblicare “Addio alle armi”: era stato Cesare Pavese, suo insegnante, a spingerla a leggere l’opera di Hemingway e a lavorare su una trasposizione in lingua italiana che uscirà solo nel 1949.

Nello stesso anno, fra l’altro, in cui Fernanda Pivano intraprende il primo dei numerosi viaggi negli Stati Uniti. Lei stessa, ormai traduttrice affermata dei grandi classici americani, racconterà sempre con ironia un aneddoto legato ad uno dei suoi viaggi in terra anglofona: entrata in un bar Fernanda chiese una Coca Cola, sentendosi rispondere dalla cameriera, “Tesoro, ma che lingua parli?”.

 

 

 

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/dieci-anni-fa-moriva-fernanda-pivano-grazie-a-lei-leggiamo-ancora-hemingway-e-bukowski/

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Amaranto, la pianta giustiziera.


L’ amaranto è un vegetale molto antico, ora soprannominato pianta giustiziera negli Stati Uniti, dove sta mettendo in difficoltà le coltivazioni Ogm della multinazionale Monsanto. Dall’agricoltura industriale è considerato un’erbaccia mentre per i peruvianil’amaranto vale come l’oro perché i suoi chicchi sono un alimento molto nutriente e ricco di proteine.

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L’amaranto cresce naturalmente vicino alle coltivazioni di soia Ogm e risulta talmente resistente che i diserbanti non riescono ad eliminarlo. Per la diffusione dell’amaranto come erba infestante pare che molti agricoltori abbiano dovuto abbandonare i campi coltivati con la soia transgenica per almeno 5000 ettari di terreni con altri 50 mila ettari a rischio negli Usa.

Il fenomeno si è diffuso in North Carolina, Arkansas, Tennessee e Missouri dovel’amaranto sta ostacolando la coltivazione della soia Ogm.Negli Stati Uniti si coltiva la soia Ogm RoudUp Ready di Monsanto, cioè una varietà di soia geneticamente modificata per resistere all’azione dell’erbicida RoundUp, che in questo modo dovrebbe eliminare le erbacce senza danneggiare le piante di soia. Già dal 2004 gli agricoltori si sono resi conto che l’amaranto è in grado di resistere al glifosatocontenuto nell’ erbicida e ciò ha messo in difficoltà chi punta all’espansione della coltivazione della soia geneticamente modificata.L’amaranto è originario delle zone montuose del Messico e delle Ande. Era una pianta sacra per gli Inca e ora sta mettendo in difficoltà una delle multinazionali più potenti del mondo.Senza contare che oggi l’amaranto, insieme alla quinoa, è considerato uno degli alimenti che potrebberocontribuire ad alleviare il problema della fame nel mondo per le sue caratteristiche nutrizionali, perché si tratta di una pianta resistente e facile da coltivare.L’ONU ha già indicato l’amaranto come una pianta ad alto contenuto di amminoacidi essenziali. Le foglie di amaranto inoltre sono ricche di vitamina A, di vitamina C e di sali minerali. L’amaranto contiene antiossidanti ed aiuta ad abbassare il colesterolo.

 

 

 

Amaranto, la pianta giustiziera che attacca le coltivazioni Ogm di Monsanto

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L’unico governo necessario è (quasi) impossibile


L’unica alternativa realistica al pre-fascismo in vocazione di pieni poteri è un governo di legislatura in rottura radicale col quarto di secolo della diseguaglianza trionfante e spudorata. Che faccia della redistribuzione egualitaria la sua stella polare. Ed entri in guerra contro corruzione, mafia, grande evasione. Governo affidato alla società civile giustizia-e-libertà, per l’appunto.

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Se M5S e Pd fossero ciò che in questi giorni stanno sviolinando di essere, personalmente disinteressati perché interessati solo al bene dell’Italia, è un governo del genere che proporrebbero a Mattarella, e che sosterrebbero lealmente per quattro anni. Ogni altro governo non farà infatti che avvicinare e affrettare in Italia il putinismo, forma presente del fascismo. 

Ma Zingaretti è interessato solo ad avere gruppi parlamentari suoi, Renzi a non perdere quelli che controlla, Di Maio a non tornare ai lavori di cui è capace dopo le due legislature di “servizio ai cittadini” (i 5S le moltiplicheranno meglio dei pani e pesci, scommessa sicura), per cui per egoismo resteranno nella cecità, con un governicchio di qualche mese o con le elezioni il 2 novembre (mi sembrerebbe il giorno più adatto) e regaleranno il paese a un premier energumeno, che avrà i numeri per eleggere il presidente della repubblica, plasmare a sudditanza corte costituzionale e Csm, cambiare la costituzione in stile Orban. Altro che responsabilità (che oggi fa rima solo con giustizia-e-libertà), con il loro piccolo cabotaggio si confermeranno i miserabili che fin qui sono stati.

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/lunico-governo-necessario-e-quasi-impossibile_it_5d53ab2ee4b05fa9df06b787?fbclid=IwAR2LSsAGd0n_-Q4qKOy8CDtPXWZoIRqLqcrm-kNCJs9sJyVrT8sx2JbZ25E

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LA GUERRA IN IRLANDA DEL NORD


Nel 1969 il cielo di Belfast si tinse di rosso quando centinaia di case cattoliche furono date alle fiamme. Fu uno degli episodi più tristi della storia irlandese: in poco tempo furono arse 523 abitazioni e oltre 5.000 persone si ritrovarono senza un posto dove vivere. Da parte Repubblicana, per la prima volta dopo anni, rientrò in campo l’IRA, l’Irish Republican Army, l’unica capace di difendere – anche con le armi – i diritti dei cattolici. Malgrado le speranze riposte sull’organizzazione, la forza offensiva dell’IRA era davvero ridicola: le armi erano poche e antiquate, mentre i militanti scarsi e mal organizzati. Vista la situazione anche il direttivo dell’IRA cercò di far valere i propri diritti verso gli Unionisti associandosi ai rappresentati dei Diritti Civili in modo da allontanare dalle strade il confronto politico. Da quel momento l’IRA fu accusata di viltà e molti ne storpiarono il significato in IRA “I Ran Away”. Fu così che nel dicembre 1969 l’organizzazione Repubblicana si scisse in due fazioni dando vita al PIRA o Provisional IRA (o anche Provos eredi della celebre Belfast Brigade degli anni Venti) in antitesi all’azione più debole dell’OIRA Official IRA. A questo proposito è corretto ricordare che tutte e due le frange cattoliche erano dedite alla lotta armata, animate dalla medesima volontà di preordinare attentati sia contro gli Unionisti, sia contro il partito politico Sinn Féin.

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Il conflitto in Irlanda del Nord rappresentò un punto di svolta per l’esercito britannico il quale dovette confrontarsi con uno scenario completamente diverso da quello incontrato oltremare. La crisi che il British Army attraversò in Irlanda fu causata proprio dalla sua funzione prettamente coloniale, poco incline a misurarsi in situazioni culturalmente più simili. Non a caso l’impiego dell’esercito per sconfiggere il terrorismo fu, in questo caso, un fallimento che condusse ad un repentino deterioramento dei rapporti tra Repubblicani, Lealisti e gli stessi inglesi. Da forza d’interposizione i soldati si trasformarono, di fatto, in nemici detestati da ambo i contendenti. L’unica arma realmente efficace, sviluppata proprio in ambito post coloniale e che sortì i risultati migliori, fu la costituzione di un apparato informativo e di intelligence utile ad entrare nelle fitte maglie tramate dai membri dell’IRA così da svelarne i piani e i metodi d’azione.

 

 

http://www.difesaonline.it/evidenza/approfondimenti/la-guerra-segreta-irlanda-del-nord

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L’enigma delle fioriture.


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Possono passare anni prima che un’agave germogli in giardino o in natura. Anche con il pollice verde più incallito. Il bambù nero ci mette oltre 50 anni mentre altre specie come la Puya Raimondi, la regina delle Ande, oltre un secolo. La fioritura delle piante, per certi versi, è ancora un enigma. Ore di luce e gradi di temperatura sono fattori determinanti ma non decisivi per fare il grande salto. Oggi, tra le varie ipotesi studiate dai fisiologi delle piante, si fa strada anche un fenomeno meno scontato: il campo magnetico terrestre. Nel Centro di innovazione dell’Università di Torino esiste un laboratorio dove si sperimentano le reazioni degli organismi vegetali a questa forza invisibile. Esemplari di fagiolo e altre piante crescono in una camera di compensazione in grado di annullare il campo magnetico terrestre. Per vedere l’effetto che fa.

Sono sufficienti dieci minuti di assenza del campo geomagnetico per registrare già le prime reazioni fisiologiche e l’attivazione di circa 1500 geni nella pianta. La riduzione del campo magnetico può anche rallentare il processo di fioritura, da un minimo di tre o quattro giorni fino a due settimane, in base alle specie.Una pausa dell’orologio biologico che, sul lungo periodo, può innescare conseguenze anche gravi per l’ecosistema. Sotto il profilo evolutivo ritardare la fioritura significa, per esempio, rischiare di non essere impollinati dagli insetti, una condizione necessaria per il successo di molte piante.  È come se molti organismi vegetali avessero un interruttore per la transizione dalla fase vegetativa, dove producono le fogli, a quella riproduttiva quando sbocciano fiori. Questo meccanismo si risveglia al momento giusto seguendo diversi segnali come periodo di luce, temperatura, disponibilità idrica e le variazioni del campo magnetico terrestre.

 

 

 

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/08/14/news/l-enigma-delle-fioriture-1.37342795

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Le vittime spagnole del nazismo hanno un nome.


Dopo quasi 80 anni, la Spagna dà un nome ai 4.427 spagnoli morti nei campi di concentramento nazisti di Mauthausen e Gusen fra il 1940 e il 1945. Gli elenchi, pubblicati ieri sul bollettino ufficiale dello Stato, sono una delle misure previste dalla legge di Memoria storica come forma di «ringraziamento e riparazione » agli oltre diecimila spagnoli che furono deportati nei campi di sterminio dopo la guerra civile (1936-’39), privati della nazionalità spagnola per decisione del governo franchista, dichiarati apolidi. Oltre la metà di loro perse la vita.

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Grazie alla lista i familiari potranno verificare la provenienza, in che campo furono destinate le vittime e la data della morte. E hanno un mese di tempo per apportare eventuali correzioni, dopo di che potranno iscrivere i propri congiunti per la prima volta al registro civile dei defunti.

I primi spagnoli inviati a Mauthausen nell’agosto1940 provenivano dalla Francia occupata dove molti, militanti repubblicani, avevano cercato rifugio alla fine della guerra civile. Il regime di Franco negoziò con il governo collaborazionista di Pétain il loro trasferimento nei campi nazisti. Degli oltre 10mila spagnoli che vi furono rinchiusi solo in 2mila uscirono vivi. Mauthausen era un campo di lavoro fra i più temuti dai deportati, essendo l’unico di «categoria III», che comportava «l’annichilimento mediate il lavoro».

Per la lista delle vittime, la Direzione dei registri e del notariato, con la consulenza di storici, ha raccolto informazioni nei libri conservati al Registro civile centrale sugli spagnoli morti nei campi di concentramento, all’epoca occultato da Franco, incrociandole con altre banche dati. Il governo di Pedro Sánchez ha fissato il 5 maggio come Giornata dedicata al ricordo di queste vittime.

 

 

 

 

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/le-vittime-spagnole-del-nazismo-hanno-un-nome

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Zorro compie 100 anni.


Festeggia cento anni Zorro,  il cavaliere mascherato senza superpoteri, armato di cappa, sciabola e cappello a falde, personaggio a fumetti nato dalla penna di Johnston McCulley e baciato da un successo enorme, che ha propiziato la comparsa in film, serie TV, spettacoli teatrali, videogame e pupazzetti in scala.  La prima avventura di Zorro venne pubblicata nell’agosto del 1919, all’interno del fumetto ‘All-Story Weekly’, e introdusse ai lettori la figura di Don Diego de la Vega, figlio del più ricco proprietario terriero della California all’epoca del dominio spagnolo (1769-1821).

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Disgustato dal comportamento dispotico dei governanti locali, diventa il giustiziere Zorro, abilissimo spadaccino e difensore dei più deboli. Dopo la sua prima avventura, La maledizione di Capitano, l’autore ha scritto altre 60 storie, facendo diventare Zorro uno dei primi eroi con mantello e spada nella letteratura americana. Fino a giungere ai giorni nostri. Già nel 1920 l’eroe mascherato conquistò il suo primo adattamento cinematografico (‘Il segno di Zorro’, diretto da Douglas Fairbanks), che conobbe un grandissimo successo e contribuì a gettare le basi di un franchise giunto fino ai giorni nostri. Fu il primo di una lunga serie e grazie alla sua maschera molti attori trovarono la via del successo. Nel 1957 la prima serie televisiva che sembra non invecchiare mai. Era il 1966 quando le prime puntate resero in Italia popolari Don Diego de la Vega, il tenente Garcia ed il fido servitore muto Bernardo.  Al cinema tra più noti attori ad aver interpretato l’eroe spadaccino ci sono Douglas Fairbanks (1920), Tyrone Power (1940), Alain Delon (1975) e Antonio Banderas (due film, 1998 e 2005).

 

 

 

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Zorro-compie-100-anni-db4d26f9-f255-47de-b46e-2764c7ff1559.html#foto-1

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Case sugli alberi.


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Mentre c’è chi distrugge i boschi, c’è anche chi ama tanto gli alberi da volerci vivere sopra, come il costruttore della casa sull’albero, oggi purtroppo in rovina, sorta in Tennessee. Si tratta della Minister’s Treehouse, edificata dal religioso protestante Horace Burgess che, senza un progetto preciso, ha iniziato a costruirla nel 1993.

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Il materiale è perlopiù legno di recupero di vecchi fienili e edifici abbandonati. Costata undici anni di lavoro, la casa sull’albero è alta ben trenta metri e dispone di 80 camere, tra cui un portico. E’ sostenuta da sette alberi di quercia e si espande per quasi 10.000 metri quadrati. Include un santuario per i servizi religiosi e un campo di basket.

 

da Alberi di Luigi Stanziani. Edizioni Crescere.

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Il “Quarto Stato” e la “Pietà” coi ceppi del fiume: l’arte nata dal Sesia.


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Una mostra di opere d’arte nate dai legni raccolti lungo le sponde del fiume Sesia: da una versione particolare del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo, alla Pietà, fino a una serie di figure mitologiche ispirate ai poemi omerici.

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A realizzarle è stato Piero Baudo, un guardiano notturno con la passione per la caccia e la scultura, che raccolse i ceppi durante le sue passeggiate e li lavorò pazientemente. Baudo è morto 15 anni fa, ma le sue sculture, insieme agli strumenti utilizzati nel suo laboratorio, sono esposte al Museo dei ceppi di San Nazzaro Sesia, in provincia di Novara.

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https://video.lastampa.it/novara/il-quarto-stato-e-la-pieta-coi-ceppi-del-fiume-l-arte-nata-dal-sesia/102300/102311?video

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