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La foresta friulana è risorta al teatro greco antico di Siracusa.


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Gli alberi fanno da sfondo ad una tragedia (portata sulla scena per la prima volta nel 415 a.C. con la guerra del Peloponneso in pieno svolgimento) che descrive la sorte crudele delle donne di Troia. Sconfitta la città, i loro uomini uccisi o portati via, non resta loro che diventare schiave dei vincitori, mentre Troia è data alle fiamme. Donne schiantate dal destino, come gli alberi sulla scena. Le Troiane, inoltre, non sono che una delle opere che compongono il cartellone estivo del teatro siracusano, tutta dedicato alla donne e la guerra (Elena di Euripide, Lisistrata di Aristofane e Le Troiane appunto). Donne che ne hanno a che fare loro malgrado, poiché la guerra è affare da uomini ma tocca ad esse subirne le conseguenze. E questa è una verità immutata: ieri come oggi. Infine, questo binomio Friuli-Sicilia, boschi e teatro si apre davvero a mille echi. Appena un secolo fa i nostri boschi della Carnia smettevano di essere teatro del primo conflitto mondiale, guerra lunga e sanguinosa. Oggi i nostri tronchi arrivano su un’isola che è terra di approdi di altri esuli in disperata fuga dalla guerra. Un’altra tragedia, Le Supplici di Eschilo, racconta la storia di un’accoglienza difficile: quella di cinquanta donne figlie di Danao (regnante sull’Egitto col gemello Egitto) che, cercando salvezza, giunsero imploranti dal re di Argo in Grecia. Ma qui coincidenze e richiami svaniscono: quelle trovarono ospitalità, mentre gli appelli di oggi non hanno altrettanta fortuna.

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Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano: grazie a lei leggiamo ancora Hemingway e Bukowski.


Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano. Era il 18 agosto del 2009, e l’Italia salutava per sempre una delle voci più vivaci, innovative e importanti della cultura del secolo scorso: una voce che ha portato da questa parte dell’Oceano i versi più belli della letteratura americana, e che per prima, in tempi non sospetti, ha chiamato “poeti” cantautori come Bob Dylan e De André. Con estrema intelligenza, costantemente, Fernanda Pivano ha contribuito a costruire un ponte fra la generazione “perduta” narrata dal suo amico Hemingway e quella “beat” di Kerouac e Ginsberg, fra letteratura e musica e, soprattutto, fra Italia e America.

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Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Charles Bukowski e, in tempi più recenti, Bret Easton Ellis e Chuck Palahniuk: se l’Italia oggi legge ancora questi grandi scrittori, il merito fu soprattutto di Fernanda Pivano. Il suo lavoro di traduttrice e di “talent scout” letterario inizia molto presto, quando in un’Italia ancora fascista prova a far pubblicare “Addio alle armi”: era stato Cesare Pavese, suo insegnante, a spingerla a leggere l’opera di Hemingway e a lavorare su una trasposizione in lingua italiana che uscirà solo nel 1949.

Nello stesso anno, fra l’altro, in cui Fernanda Pivano intraprende il primo dei numerosi viaggi negli Stati Uniti. Lei stessa, ormai traduttrice affermata dei grandi classici americani, racconterà sempre con ironia un aneddoto legato ad uno dei suoi viaggi in terra anglofona: entrata in un bar Fernanda chiese una Coca Cola, sentendosi rispondere dalla cameriera, “Tesoro, ma che lingua parli?”.

 

 

 

 

 

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