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Ci sono voluti circa 100 anni per far ammettere il genocidio armeno al mondo intero. Fu il primo sterminio di massa del XX secolo.


La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato in modo schiacciante una risoluzione che di fatto riconosce il genocidio armeno .

Tutto iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di oltre 2000 persone ad Istanbul che furono poi giustiziate o deportate e rese schiave. Il Metz Yeghern (grande male), così lo chiamano gli armeni, era solo all’inizio della sua triste storia fatta di lavori forzati, fame, malattie e soprusi di ogni genere. Il tutto fu giustificato con l’accusa di alto tradimento all’impero, che nel frattempo si stava smembrando, da parte dei notabili e gli intellettuali armeni.

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La Turchia da sempre nega che ci sia stato effettivamente un tale massacro e ammette solamente che, all’interno di un conflitto combattuto da ambo le parti, sostanzialmente una guerra civile, ci sono stati numerosi morti (e smentiscono anche i numeri relativi agli armeni). Non si è trattato dunque, a loro dire, di un genocidio pianificato e basato su un discorso di etnia o religione.Il resto del mondo però, non la pensa come il governo di Ankara. Nel 1973 la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio degli armeni da parte dell’Impero ottomano.

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E sono circa 30 ormai le nazioni del mondo che ammettono l’evidenza dei fatti (tra l’altro ben documentata da foto e altri materiali storici conservati in alcuni archivi): gli armeni subirono un genocidio, il primo del XX secolo e di probabile ispirazione per un altro massacro tristemente noto che si è verificato qualche decennio più tardi: l’olocausto.

 

 

 

Fu il primo sterminio di massa del XX secolo e ora anche gli USA riconoscono ufficialmente il genocidio armeno

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L’unico giornale che 50 anni fa diede la notizia della nascita di internet


Nessun giornale diede quella notizia destinata a cambiare le nostre vite e quelle dei nostri figli. Fra i rarissimi reperti di quei giorni c’è solo il giornalino universitario Bruin.   E’ la prima pagina del 15 luglio 1969: la notizia più importante, in alto, sopra la testata, è una questione legata all’ammissione degli studenti; poi si parla delle nuove regole per invitare docenti esterni a fare lezioni; e di spalla, si analizza la mancanza di fondi per completare il campus. In basso, con un titolo a due colonne, si annuncia che “i primi computer del paese saranno collegati da qui”. Nel testo, poche scarne informazioni, nessuna enfasi particolare. Il primo respiro di Internet fu praticamente un evento semi clandestino.

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Nell’anno in cui l’arrivo del primo uomo sulla Luna aveva occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, Internet venne ignorato. Non è strano. Lo stesso era capitato per la prima lampadina, la prima radio, il primo collegamento telefonico. Perché la Luna invece ci conquistò? Non solo perché la Luna si poteva vedere e i pacchetti di dati su una rete no. Ma perché lo sbarco era il punto di arrivo, il traguardo, di una corsa iniziata più di dieci anni prima. Anche il progetto Arpanet era iniziato più di dieci anni prima, ma quello che accadde quel giorno fu piuttosto l’inizio di qualcosa. Il primo vagito di un big bang. Quando avverti un tremore ma ancora non sai che cambierà tutto.

 

 

 

 

 

https://www.repubblica.it/dossier/stazione-futuro-riccardo-luna/2019/10/28/news/l_unico_giornale_che_50_anni_fa_diede_la_notizia_della_nascita_di_internet-239728661/

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Dìa de los muertos, la festa dei morti messicana che celebra la vita.


In Messico ogni anno, nel periodo in cui noi festeggiamo la commemorazione dei defunti, si celebra l’ormai famoso Dia de los Muertos, una festa dedicata ai cari defunti che però celebra la vita.

I festeggiamenti durano più o meno dal 28 ottobre al 2 novembre e a farla da padrona sono teschi zuccherati dai colori sgargianti, fiori chiamati Chempasuchil, pagnotte decorate a tema, altari ricchi di elementi simbolici, sfilate di scheletri divertenti.

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Nulla a che vedere con le tonalità macabre di Halloween, festa che scaccia via i morti tramite travestimenti paurosi, e nemmeno con le atmosfere più cupe e intimistiche della nostra commemorazione, in Messico i giorni dei morti sono vivaci e variopinti perché la morte viene vissuta come qualcosa di inevitabile e i defunti anziché far paura, mettono allegria.

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A differenza di Halloween che con i suoi travestimenti paurosi trasmette una sensazione di timore verso la morte, qui l’atmosfera è molto più goliardica e colorata: il trapasso è qualcosa di naturale da accogliere con gioia. Una festa così speciale da essere diventata Patrimonio dell’Umanità, considerata dall’Unesco una delle più antiche espressioni culturali che celebrando gli antenati, afferma l’identità di un popolo e le sue origini indigene, mostrando la morte da un punto di vista decisamente insolito e curioso, a cui senz’altro non siamo abituati.

 

 

 

 

Dìa de los muertos, la festa dei morti messicana che celebra la vita

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Perché dobbiamo preoccuparci dell’estinzione degli avvoltoi?


Gli avvoltoi stanno sparendo dall’Africa. Delle undici specie di questo uccello, sei sono a rischio di estinzione e quattro sono seriamente in pericolo, secondo un recente rapporto di Birdlife international, una ong che si occupa di difesa dell’ambiente. Ma anche nel resto del mondo gli avvoltoi sono a rischio.Dagli anni novanta, la popolazione delle diverse specie d’avvoltoi dell’Asia meridionale è crollata di oltre il 99 per cento. Nel 2003 gli scienziati hanno identificato nel diclofenac, un farmaco antinfiammatorio usato per curare il bestiame, la principale causa di questo calo. Gli avvoltoi che si cibavano degli animali recentemente curati con questo farmaco morivano per gravi insufficienze polmonari poche settimane dopo averlo ingerito.

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Gli avvoltoi, da sempre, riscuotono una scarsa simpatia presso il grande pubblico, vuoi per la loro dieta a base di carcasse, vuoi per il loro poco aggraziato aspetto (legato d’altronde alla loro alimentazione). Questi animali svolgono però un indispensabile ruolo ecosistemico, sono infatti gli spazzini della natura e riducono la possibilità di diffusione di certe malattie infettive. Per questo la loro scomparsa può avere gravi impatti sanitari. In India ad esempio, dove gli avvoltoi sono quasi scomparsi, le popolazioni di ratti e cani randagi sono cresciute a dismisura, sollevando timori di gravi epidemie.

Ma il diclofenac continua a essere ampiamente disponibile in Africa e alcune scappatoie giuridiche fanno sì che sia disponibile per la vendita commerciale in cinque paesi europei, tra i quali la Spagna e l’Italia, dove vive il 90 per cento degli avvoltoi del continente.

In Africa i cacciatori di frodo usano deliberatamente il farmaco per colpire gli avvoltoi. Le autorità spesso osservano la presenza degli uccelli che volteggiano in cielo per capire se delle carcasse di grossi animali uccisi illegalmente si trovano a breve distanza.

 

 

 

 

https://www.internazionale.it/notizie/2016/01/12/avvoltoi-estinzione-ambiente

https://www.lifegate.it/persone/news/lombardia-autorizza-abbattimento-cormorani

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Perché il Kurdistan non esiste?


La “questione curda” è tornata alla ribalta con le recenti azioni militari turche sul confine siriano, ennesima tragedia per un popolo formalmente “senza terra”, nonostante una promessa di quasi 100 anni fa. Le origini della crisi sono infatti legate alla caduta dell’Impero Ottomano, processo iniziato alla vigilia del primo conflitto mondiale e conclusosi nell’arco un decennio. Peraltro, quell’Impero non aveva più la grandiosità di un tempo, quando Costantinopoli giganteggiava su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, ma era una potenza ridimensionata alla penisola anatolica e poco più.

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Con la sconfitta nella Grande Guerra il Paese ne uscì gravemente mutilato, perdendo tra l’altro i territori prossimi alla Siria, passati sotto controllo francese. Il trattato imposto da Francia, Impero Britannico, Grecia, Italia e altre potenze alleate durante la Prima guerra mondiale prevedeva anche azioni concrete a favore delle minoranze etniche, come i curdi e ciò che restava degli armeni dopo il genocidio operato dai turchi. Il trattato imponeva la cessione di una parte del territorio turco alla Repubblica di Armenia (che però di lì a poco sarebbe stata assorbita dallURSS), e stabiliva che una specifica commissione della Società delle Nazioni avrebbe dovuto garantire al popolo curdo uno Stato indipendente. In altre parole, i curdi ricevettero la “promessa” di un Kurdistan.

Il progetto non troverà però mai alcun seguito. Sulla scena pubblica dell’Impero Ottomano si era affacciato il generale Mustafa Kemal.  Il progetto politico del nuovo leader, quello di creare uno Stato moderno e laico che non teneva conto delle minoranze Curde presenti nel Paese.

Nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna,  sancì il riconoscimento internazionale della Repubblica di Turchia. Questa, a sua volta, si impegnò a riconoscere alle comunità di greci, armeni ed ebrei presenti nel territorio lo status di minoranze nazionali. Del progetto del Kurdistan invece si perse ogni traccia: la maggior parte del territorio storicamente appartenente ai curdi rientrò nei confini orientali della Turchia, mentre il resto fu suddiviso tra Siria, Iraq, RSS Armenia e Iran. Non solo: dal momento che non era stata riconosciuta come minoranza, la comunità curda divenne perseguibile, e così, da allora, questo popolo ha dovuto imparare a combattere per non estinguersi, continuando a rivendicare con fierezza una piena indipendenza.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/perche-il-kurdistan-non-esiste

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L’ultima poesia di Sylvia Plath prima di morire con la testa nel forno.


Sylvia Plath avrebbe compiuto 87 anni proprio oggi. E chissà, forse, se fosse arrivata alla tarda età, avrebbe trovato quell’equilibrio che, in una vita consumata in soli 31 anni, come la favilla di un fuoco, le è sempre mancato. Sylvia Plath è, se vogliamo ricondurre una esistenza così potente alla banalità di poche parole che la definiscano, una poetessa. La poetessa che più di tutte ha contribuito alla poesia confessionale, tanto Sylvia Plath aveva un rapporto cosi intimo con la scrittura. Un rapporto che purtroppo, però, la consumò presto e avvampando come se si fosse avvicinata troppo a quel fuoco sacro che si deve contemplare forse solo da lontano.

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Orlo, la poesia che lei scrisse, dopo aver preparato la colazione per i suoi bambini, prima di morire.
La donna è a perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

 

 

 

 

 

Sylvia Plath

https://www.ilsussidiario.net/news/sylvia-plath-chi-e-la-poetessa-suicida-a-31-anni-che-si-confessava-alla-poesia/1942040/

https://libri.robadadonne.it/lultima-poesia-di-sylvia-plath-prima-di-preparare-la-colazione-ai-bimbi-e-suicidarsi/

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Artonauti: album di figurine sulla storia dell’arte


L’idea funziona. Intelligente, inconsueta, divertente, educativa, misurata sui più piccoli, tra apprendimento e gioco. Ed è curioso che in tempi di scarsissima attenzione alla storia dell’arte, da parte di programmi ministeriali che l’hanno qui e là sfoltita o comunque mai potenziata, un bel segnale arrivi da chi si occupa di editoria e scuola.

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Parliamo di figurine, un settore del collezionismo straordinario, già nella storia del costume italiano.Storie, aneddoti, informazioni, indovinelli e curiosità accompagnano le 64 pagine del book, in cui troveranno posto via via le immagini collezionate. Un lungo viaggio che parte dalla preistoria, con i graffiti nelle grotte di Lascaux, per proseguire con l’incanto dell’Egitto, il trionfo della statuaria greca, l’Impero Romano, poi il Medioevo, procedendo tra Rinascimento, Barocco, Neoclassicismo, Impressionismo, Espressionismo e le Avanguardie del Novecento. Da Giotto a Michelangelo, da Leonardo a Caravaggio, da Botticelli a van Gogh, una galleria sintetica tutta da spulciare e completare. Con tanto di storiella a fumetti: il cammino attraverso opere, musei e autori sarà condotto da due ragazzini, Ale e Morgana, col loro cagnolino Argo.

 

 

 

Artonauti. In edicola arriva l’album di figurine sulla storia dell’arte

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1919 L’ORIGINE DI SAVE THE CHILDREN.


“Il futuro è nelle mani dei bambini. Che ogni bambino affamato sia nutrito, ogni bambino malato sia curato, ad ogni orfano, bambino di strada o ai margini della società sia data protezione e supporto.”

Queste le parole di  Eglantyne Jebb, che nel 1919 fondò Save the Children, colpita dalle terribili condizioni di vita dei minori in Europa dopo la prima guerra mondiale.

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Eglantyne Jebb fu in grado di anticipare il concetto, rivoluzionario per l’epoca, che anche i bambini fossero titolari di diritti, e cominciò un’opera audace nelle sue rivendicazioni nei confronti delle istituzioni e anticonformista nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nelle prime forme di raccolta fondi.

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Nel corso degli anni, Save the Children si è occupata dei maggiori problemi che hanno afflitto l’infanzia e l’adolescenza, contraddistinguendosi per la propria indipendenza, laicità e internazionalità. La storia di Save the Children passa poi dai progetti di contrasto alla fame e scolarizzazione nelle aree più povere e rurali degli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione, dagli interventi in Italia, Germania, Austria e Grecia, a favore dei bambini e delle popolazioni colpite dalla seconda guerra mondiale, compresi coloro che erano stati nei campi di concentramento.

Prosegue poi attraverso la risposta all’emergenza dovuta alla guerra in Corea negli anni ’50la campagna mondiale contro la Poliomielite nel 1979l’intervento per combattere la terribile crisi alimentare in Etiopia nel 1984.

 

 

 

https://www.savethechildren.it/la-nostra-storia

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Povertà educativa.


La povertà educativa è la condizione in cui un bambino o un adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato, dalle opportunità culturali e educative al diritto al gioco. Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda.

Generalmente riguarda i bambini e gli adolescenti che vivono in contesti sociali svantaggiati, caratterizzati da disagio familiare, precarietà occupazionale e deprivazione materiale. Il concetto di povertà educativa è comparso nella letteratura nel corso degli anni ’90, ed è stato poi ripreso da organizzazioni non governative (in particolare Save the Children) e governi nella definizione delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza.

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I più recenti dati Ocse-Pisa elaborati dall’ Università di Tor vergata per Save  the Children ci indicano come i ragazzi delle famiglie più povere abbiano risultati in lettura e matematica molto inferiori ai coetanei. Non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura il 24% dei ragazzi provenienti dalle famiglie più svantaggiate, contro il 5% di quelli che vivono in famiglie agiate. Un fenomeno negativo, perché porta le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali a tramandarsi dai genitori ai figli. Il 61% dei 15enni del quartile socio-economico e culturale più alto ha raggiunto un livello di competenze che gli consentirà un apprendimento lungo tutto il resto della vita. Questa percentuale scende al 26% tra i ragazzi del quartile più basso. Ulteriori dati ci aiutano a contestualizzare la mancanza di occasioni educative, culturali e sportive tra i minori: il 53% non ha letto libri l’anno precedente, il 43% non ha praticato sport e il 55% non ha visitato musei o mostre.

I dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali. Allo stesso tempo, le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle risorse culturali e educative, costituendo un limite oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. Questa condizione nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale. Nel lungo periodo, riduce la stessa probabilità che da adulto riesca a sottrarsi da una condizione di disagio economico. Per questa ragione investire sulle politiche per l’infanzia e adolescenza e nella lotta alla povertà educativa è un investimento di lungo periodo, da monitorare anche in chiave territoriale.

 

 

Quali sono le cause della povertà educativa

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L’Africa è raccontata poco e male.


Un continente immenso raccontato poco e male, presente sui media italiani quasi sempre in relazione al tema immigrazione e con toni drammatici. Una narrazione per lo più italo-centrica, incapace di restituire  profondità psicologica e culturale alle voci che arrivano dai luoghi in cui i primi uomini mossero i loro primi passi. C’è un grande lavoro da fare – su internet, stampa e tv – per capovolgere il racconto parziale e ingiusto che ogni giorno viene fatto dell’Africa,

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Nei primi sei mesi del 2019 l’Africa nei media italiani risulta quantitativamente poco presente. Nei telegiornali delle  reti prese in esame, in prima serata, la copertura dell’Africa raggiunge il 2,4%. Ampliando lo sguardo all’Africa e agli africani in Italia (l’Africa “qui”), il dato cresce sensibilmente: al 2,4% di notizie sull’Africa “là” si aggiunge un 10% di notizie sull’Africa in Italia. Escludendo il tema immigrazione, l’Africa rimane poco visibile nei media.

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Nelle prime pagine dei quotidiani l’Africa appare con 22 titoli al mese. Più di 8 articoli su 10 riguardano eventi e protagonisti di flussi migratori e fatti di cronaca (l’Africa in Italia). Tra i 2290 riferimenti all’Africa, nei programmi di informazione, il 76% è riconducibile all’Africa in Italia, il 24% all’Africa “là”. Prevalgono le news su Nord Africa e il “primato libico”. Quasi la metà (44%) delle 538 notizie sul continente africano, nei 65 programmi di informazione e infotainment analizzati, si riferisce alla Libia. Il conflitto nel Paese nordafricano, unito al tragico incidente aereo in Etiopia, porta tra marzo e aprile a un picco di visibilità dell’Africa nei tg. L’Africa “là” nei tg compare: 100 volte a gennaio, 30 a febbraio, 167 a marzo (tragedia Etiopia e ricordo Alpi-Hrovatin) e 259 in aprile.Gli ingredienti più usati dai generi televisivi nella narrazione dell’Africa sono essenzialmente l’afropessimismo nelle rubriche informative, il folklore esotico nei documentari naturalistici e l’eurocentrismo e il distacco nei talk show. A parlare di Africa sono rappresentanti politici e istituzionali italiani. Nei programmi tv il tema al primo posto è guerra/conflitti (29%), seguono diritti umani, questioni di genere, rapimenti (19%) e ambiente, cultura, turismo al 17%.

Si parla dell’Africa solo in modo negativo e non si racconta mai dei lati positivi dello sviluppo anche tecnologico di molti Paesi e delle opportunità che l’Africa può offrire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/lafrica-e-raccontata-poco-e-male-10-consigli-per-farlo-senza-pregiudizi-e-cliche_it_5daec79ee4b0422422cb247f

5 lezioni che ho imparato dagli africani

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Il più grande autore italiano per ragazzi.


Per i cento anni dalla nascita di Gianni Rodari , 23 ottobre 1920. Insegnante elementare per alcuni anni, Rodari è stato anche giornalista fra l’altro per L’Unità, il Pioniere e Paese Sera e ha cominciato a pubblicare i suoi libri per ragazzi a partire dagli anni Cinquanta, ottenendo subito un enorme successo di pubblico e critica con traduzioni in tutto il mondo. Dagli appunti raccolti in una serie di incontri nelle scuole, ha visto la luce, nel 1973, Grammatica della fantasia, diventata immediatamente un punto di riferimento. Dal 1966 al 1969 Rodari non pubblica libri, limitandosi a una intensa attività di collaborazioni per quanto riguarda il lavoro con i bambini. Lascia Paese sera e nel l970 vince il Premio Andersen, il più importante concorso internazionale per la letteratura dell’infanzia, che accresce la sua notorietà in tutto il mondo.

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Nel 1970Ricomincia a pubblicare per Einuadi ed Editori Riuniti, ma la sua prodigiosa macchina creativa non sembra più girare a pieno regime. Non è solo a causa del grande successo, ma anche della grande mole di lavoro e della sua condizione fisica.
Nel 1974 si impegna nel rilancio del Giornale dei genitori, ma subito cerca di disimpegnarsi. Cosa che accadrà agli inizi del 1977.
Al ritorno da un viaggio in Urss Gianni Rodari nel 1979 comincia ad accusare i primi problemi circolatori che lo porteranno alla morte dopo un intervento chirurgico il 14 aprile
del 1980

https://www.giornaledibrescia.it/tempo-libero/gianni-rodari-parte-la-festa-lunga-un-anno-per-il-centenario-1.3417450http://www.giannirodari.it/biografia/biografia.html

 

 

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Ucraina, la guerra dimenticata del Donbass


La guerra nel Donbass continua a provocare morte e distruzione tanto tra le fila dell’esercito ucraino quanto tra quelle dei ribelli separatisti. I civili, invece, continuano a pagare il prezzo di trovarsi a vivere lungo il fronte e di venire coinvolti, loro malgrado, nelle ostilità.

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Secondo le Nazioni Unite, nel periodo compreso tra il 16 maggio ed il 15 agosto 2019, otto civili sono stati uccisi e sessanta sono rimasti feriti, un dato in netto aumento rispetto ai tre mesi precedenti. La presenza di mine antiuomo e di parti residue degli armamenti rende, poi, ancora più pericoloso vivere nelle aree interessate dagli scontri. La nuova amministrazione ucraina, presieduta da Zelensky, sembra particolarmente determinata nel voler mettere fine alla guerra e nel riportare la pace nella nazione.

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I rapporti con Mosca, estremamente tesi sin dal cambio di governo a Kiev nel 2014, si sono leggermente rasserenati e questo lascia ben sperare per una conclusione positiva della vicenda. Lo svolgimento dell’annunciato summit tra le parti, qualora abbia effettivamente luogo, potrebbe servire a sbloccare, per il meglio, una situazione complessa e sempre più incancrenita.

 

 

 

https://www.nikonschool.it/life/ucraina-donbass.php

https://it.insideover.com/guerra/il-governo-ucraino-apre-nuovamente-alla-pace-nel-donbass.html

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La Turchia che si ribella.


Pinar Selek nasce a Istanbul nel 1971. Nel 1998 comincia per lei un incubo giudiziario. Mentre sta per terminare la sua ricerca sulla guerra civile in Turchia – nella quale indagava sul perché molti curdi scegliessero la lotta armata, intervistando diversi esponenti del PKK ed entrando così nel mirino delle autorità turche – viene accusata di complicità con il PKK e torturata affinché confessi i nomi dei suoi contatti. Pinar resiste, trascorrendo due anni e mezzo in prigione e altri 11 anni nelle aule dei tribunali. Nonostante l’annullamento della condanna e quattro assoluzioni, è stata continuamente accusata di essere una terrorista e costretta a vivere in esilio dal 2009. Nel 2013 è stata condannata all’ergastolo in absentia.

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Nel 2001 è stata fra le fondatrici della Cooperativa di donne Amargi e ha organizzato meeting a Diyarbakır, Istanbul, Batman e Konya. Attualmente è membro attivo di Amargi e dal 2006 lavora come editrice e coordinatrice dell’omonima rivista femminista. È anche co-fondatrice della prima libreria femminista della Turchia, Amargi, aperta al pubblico dal 2008 e in questo luogo, ha coordinato fino ad oggi il gruppo di lettura e di scrittura “ Quali porte aprono le nostre esperienze?”.

Rifugiata politica in Francia, Pinar ha insegnato all’Università di Strasburgo. Durante questi anni più di 4500 persone, fra cui figure come Orhan Pamuk e Yaşar Kemal, scrittori, registi, giornalisti, avvocati, attivisti, accademici, e molte donne, le hanno dimostrato la propria solidarietà affermando: “Siamo testimoni dell’atteggiamento di Pinar Selek contro la violenza”.

 

 

 

 

https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/coraggio-civile/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/pinar-selek-15747.html

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Scartare i nonni non aiuta i nipoti


“E se togliessimo il voto agli anziani? ” La provocazione di Beppe Grillo risulta offensiva e priva di fondamento. Non è detto che un giovane voti necessariamente spalancando l’orizzonte al futuro, e che un anziano sia invece interessato esclusivamente ad ottenere il massimo beneficio per accaparrarsi il presente.D’altra parte la storia insegna – la previdenza può essere un esempio – che politici giovani hanno spesso sostenuto provvedimenti ‘vecchi’, di corto respiro, e che hanno contribuito a far salire deficit e debito pubblico, mentre grandi riforme strutturali sono state portate avanti da esecutivi con molti anziani.

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Se tuttavia il problema c’è, quanto Grillo ha messo in campo, tralasciando il fatto che non è costituzionalmente sostenibile, è semplicemente la lettura di chi guarda e invita a guardare agli anziani come a ‘scarti’ della società. E questo è del tutto inaccettabile. Se la politica vuole guardare al futuro deve essere capace di includere gli interessi delle future generazioni, anche offrendo loro più rappresentanza, non continuare a tradirle per calcolo elettorale, e poi trasferire la colpa sulle generazioni più anziane chiedendo di rottamare i nonni.

 

 

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scartare-i-nonni-non-aiuta-i-nipoti-politica-sia-seria-sul-tema-del-futuro

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Libia senza Gheddafi, otto anni dopo.


Mentre ricorre l’ottavo anniversario della morte di Gheddafi in Libia continua a consumarsi una guerra che appare e scompare dai titoli dei media. In queste ore intensi combattimenti sono in corso a sud di Tripoli, dove le forze libiche fedeli al governo di accordo nazionale (Gna) hanno lanciato una nuova offensiva contro le truppe del maresciallo Khalifa Haftar, impegnate dall’aprile scorso in un tentativo di avanzata verso la capitale.   Dopo sei mesi di rinnovati combattimenti la situazione in Libia continua a peggiorare, mentre l’Ue ribadisce che “non esiste una soluzione militare alla crisi libica” e si appella a tutte le parti  perchè  “pongano immediatamente fine alle ostilità e tornino ai negoziati politici sotto l’egida delle Nazioni Unite.”

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Una crisi che tocca il nostro paese direttamente e che, con  la situazione dei migranti che da lì tentano di raggiungere le nostre coste,  propone ogni giorno un tragico e costante promemoria.   Il 2 novembre, intanto, scatterà la proroga automatica degli accordi con la guardia costiera di Tripoli, accusata di gravi violazioni dei diritti umani. Ma la revisione non è all’ordine del giorno del governo italiano.

 

 

 

https://www.raiplayradio.it/articoli/2019/10/Rai-Radio-3-Libia-84ffe10b-5e86-446d-8018-8670ea0108aa.html

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Nel Regno Unito saranno piantati milioni di fiori per aiutare e proteggere le api.


Dallo scorso luglio, oltre 330.000 semi sono stati consegnati alle famiglie nel Regno Unito, grazie a The Food Warehouse e alle filiali del supermercato islandese. Tutto ciò farà parte di un progetto di salvaguardia della natura conosciuto come “ Backyard Nature campaign”.

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Questa iniziativa, volta ad aumentare la popolazione di api in tutto il Regno Unito, è venuta alla luce grazie agli “Eco Emeralds”, un gruppo di giovani attivisti con sede a Liverpool, in Inghilterra. Lo hanno fatto per affrontare il declino delle popolazioni di api nel Regno Unito, riconoscendone la grande importanza.

Fondamentalmente, Backyard Nature vuole ispirare i giovani ambientalisti a sporcarsi le mani e iniziare a impegnarsi direttamente. Avere migliaia di “Backyard Nature Guardians” riuniti per piantare 15 milioni di semi di fiori selvatici avrà un impatto ambientale in tutto il Regno Unito.

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La campagna Backyard Nature è finanziata dalla Iceland Foods Charitable Foundation. Viene inoltre supportato da diverse organizzazioni senza fini di lucro: il Bumblebee Conservation Trust, il National Trust, The Wildlife Trusts e il World Wildlife Fund (WWF). Viene anche finanziato da un’app per attività familiari nota come Hoop. Confidiamo che questa campagna avrà un gran successo!

 

 

 

 

Nel Regno Unito saranno piantati milioni di fiori per aiutare e proteggere le api

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Il misterioso “Blob”.


Apparso sulla terra 500 milioni di anni fa dotato di memoria senza avere un cervello.

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«È la cosa più orribile che abbia mai visto in vita mia»: un piccolo organismo di colore giallastro chiamato «blob» è la nuova star dello zoo parigino del bosco di Vincennes, il primo al mondo ad ospitare la misteriosa creatura.  Da sabato i visitatori potranno conoscere da vicino il curioso organismo unicellulare, né vegetale, né fungo, né animale, senza cervello ma dotato di memoria, capace di spostarsi e in grado di compiere azioni complesse.  Istallato nella `blob zone´, al riparo della luce, il Physarum polycephalum – questo il suo nome scientifico – assomiglia ad una massa melmosa, viscosa e giallastra. È un organismo primitivo apparso 500 milioni di anni fa, prima del regno animale, a lungo considerato un fungo, salvo poi essere classificato dagli scienziati nel regno dei mixomiceti.

 

 

 

 

 

https://video.lastampa.it/la-zampa/il-misterioso-blob-apparso-sulla-terra-500-milioni-di-anni-fa-dotato-di-memoria-senza-avere-un-cervello/104838/104854

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Stanno uccidendo il femminismo curdo.


Pochi giorni fa  è stata uccisa Hevrin Khalaf, segretaria del Partito del Futuro. Nemmeno quarant’anni, curda, paladina delle libertà civili e dei diritti delle donne. Violentata e lapidata dai filo-turchi. Hevrin è solo una delle tante donne curde che hanno imbracciato il fucile per difendere la propria famiglia, i propri figli, i propri padri, i propri uomini. Yekîneyên Parastina Jin (YPJ), la chiamano: è la brigata femminile delle milizie curde, la principale forza armata del territorio autonomo del Rojava ora in dissolvenza.

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Donne coraggiose: non solo perché imbracciano le armi, ma perché da musulmane portano avanti il concetto di parità tra uomo e donna senza vedere nessuna contraddizione tra la religione islamica e appunto questa parità. Sembra semplice, e invece è rivoluzionario. Qualcuna di loro combatte perché gli uomini che combattevano al posto loro non ci sono più. Qualcun altra ha scelto la via della lotta a prescindere da qualsiasi eredità morale. Ed Hevrin non è l’unica ad aver pagato questa scelta con la vita. Prima di lei c’è stata Asia Ramazan Antar, aveva 22 anni e combatteva contro il califfato. La chiamavano l’Angelina Jolie del Rojava, da quanto era bella.  E prima ancora c’era Ayse Deniz Karacagil, più nota come ‘Cappuccio Rosso‘, scomparsa nell’estate del 2017 a Raqqa.

Hevrin e le altre. Asia e le soldatesse. Quante donne coraggiose ancora sacrificheremo sull’altare degli equilibri geostrategici del Medioriente? La loro morte è  insopportabile.

 

 

 

Stanno uccidendo il femminismo curdo

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Come il cervello umano si è discostato da quello delle grandi scimmie


Il Cell atlas of great ape forebrain fa luce sulle caratteristiche dinamiche di regolazione genica uniche per l’uomo.Da quando gli esseri umani si sono discostati da un antenato comune condiviso con gli scimpanzé e le altre grandi scimmie, il cervello umano è cambiato radicalmente, ma non sappiamo quali siano i processi genetici e di sviluppo responsabili di questa divergenza.  Il team tedesco e svizzeri hanno coltivato in laboratorio da cellule staminali organoidi cerebrali (tessuti simili al cervello), che hanno fornito loro la possibilità di studiare l’evoluzione dello sviluppo cerebrale precoce.

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Gli autori dello studio hanno anche esaminato gli organoidi cerebrali di scimpanzé e macachi per capire in che modo il loro sviluppo differisce negli esseri umani. Hanno anche identificato geni che mostrano modelli di espressione unici per l’uomo durante la generazione e la maturazione dei neuroni e spiegano: l’espressione genica può essere regolata dall’accessibilità del DNA, che può essere in uno stato aperto o compatto. Molti dei cambiamenti nell’espressione genica che hanno identificato potrebbero essere collegati a cambiamenti dell’accessibilità del genoma umano: la maggior parte delle regioni accessibili in modo differenziato ospitano mutazioni condivise tra tutti gli odierni esseri umani, alcune delle quali potrebbero essere responsabili dei cambiamenti osservati nell’accessibilità del DNA e nell’espressione genica.

Inoltre, il team tedesco-svizzero ha studiato l’espressione genica specifica nell’uomo nella corteccia prefrontale dell’adulto, una regione del cervello che negli esseri umani è aumentata di dimensioni e che si ritiene influenzi comportamenti cognitivi complessi. Hanno così identificato differenze di sviluppo nell’espressione genica che persistono nell’età adulta, nonché cambiamenti esclusivi del cervello adulto in specifici tipi di cellule.

 

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/scienze-e-ricerca/come-il-cervello-umano-si-e-discostato-da-quello-delle-grandi-scimmie/

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Lampedusa: mamma e figlio morti abbracciati in fondo al mare dopo un naufragio.


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I sommozzatori hanno trovato tra i cadaveri una madre e un figlio abbracciati in fondo al mare, dopo che l’imbarcazione è naufragata in prossimità dell’isola di Lampedusa.

Una scena particolarmente commovente è quella che si sono trovati i sommozzatori a circa 60 metri di profondità. Il 7 ottobre un’imbarcazione è naufragata nei pressi dell’isola di Lampedusa. Si tratta di una mamma che abbraccia il proprio figlio, un bambino, o forse una bambina, e attorno a loro ci sono altri cadaveri.

I due hanno commosso tutti e l’accaduto affianca la notizia che ben 172 migranti sono riusciti a sopravvivere alla traversata, giungendo al molo Faravolo. Il 7 ottobre è stato battezzato come la “strage delle donne“, in quanto sono stati trovati ben 13 corpi senza vita appartenenti a donne.

 

 

 

https://news.fidelityhouse.eu/cronaca/lampedusa-mamma-e-figlio-morti-abbracciati-in-fondo-al-mare-dopo-un-naufragio-438878.html

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Due milioni e mezzo di feriti: le peripezie del personale sanitario per salvare la vita ai soldati della Prima Guerra Mondiale


L’enorme sforzo produttivo, tecnologico, organizzativo e logistico che la Grande guerra richiese al nostro paese, comportò dei grandi progressi anche per quello che riguardava la medicina e l’assistenza sanitaria. Basti pensare che, nei 41 mesi di guerra, il Servizio Sanitario Militare italiano dovette gestire il trasporto, il ricovero e la cura di oltre due milioni e mezzo di feriti e di ammalati.

Un’impresa ciclopica di cui era responsabile il generale medico Francesco Della Valle che istituì la cosiddetta «catena sanitaria» per recuperare, curare e, alla fine, ove possibile, reintegrare nei ranghi i militari feriti. Se ai comandanti che si occuparono di vincere la guerra sulla terra (Cadorna e Diaz) e sul mare (Thaon di Revel) sono stati dedicati fiumi di inchiostro, di questa altra guerra contro la morte e la malattia, consumata tanto a ridosso delle trincee, quanto fra le livide corsie degli ospedali, si sa ancora poco.

Tale epopea sanitaria lasciò poca memoria nell’opinione pubblica dell’epoca, portata alle stelle dall’entusiasmo per la vittoria. Oggi, però dopo 100 anni, quella gigantesca operazione meriterebbe di essere indagata a fondo e divulgata per l’interesse che riveste un modello organizzativo ormai irripetibile.

 

 

 

https://www.lastampa.it/salute/2019/10/15/news/due-milioni-e-mezzo-di-feriti-le-peripezie-del-personale-sanitario-per-salvare-la-vita-ai-soldati-della-prima-guerra-mondiale-1.37742886

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La storia della protesta alle Olimpiadi che rese i due velocisti americani uno dei simboli del Novecento


Il 16 ottobre 1968,  nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Smith aveva stabilito il nuovo record del mondo, con 19,83 secondi, nonostante avesse un tendine infortunato e nonostante avesse corso gli ultimi 10 metri alzando le braccia. Carlos, con i suoi 20,10 secondi, era arrivato dietro all’australiano Peter Norman.

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Dopo essere saliti sul podio per la premiazione Smith e Carlos ricevettero le medaglie, si girarono verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e aspettarono l’inizio dell’inno. Quando le note di The Star-Spangled Banner risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri. Alla loro protesta si unì discretamente anche l’atleta che arrivò secondo, Norman, che indossò una spilla dell’OPHR. Durante la premiazione, sullo stadio scese il silenzio.Al loro ritorno negli Stati Uniti, Smith e Carlos subirono estese critiche, e ricevettero minacce e intimidazioni. Diventarono però degli eroi per la comunità afroamericana, e nei decenni successivi ricevettero premi e riconoscimenti per la loro protesta.

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Dopo le Olimpiadi entrambi ebbero una carriera nella NFL, il campionato professionistico di football, e poi come allenatori di atletica. Anche Norman ricevette insulti e minacce tornato in Australia, e secondo qualcuno venne escluso dalle Olimpiadi del 1972 per via della protesta. Al suo funerale, nel 2006, Smith e Carlos trasportarono la bara.

 

 

 

 

Il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico, 50 anni fa

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Roma, 16 ottobre 1943: il sabato nero del ghetto ebraico


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Sono le 5 e 30 del 16 ottobre 1943 quando le truppe naziste entrano a Portico d’Ottavia, nel ghetto di Roma, per condurre a termine un vasto rastrellamento. A comandarle è il tenente colonnello Kappler, che promette agli ebrei la salvezza in cambio della consegna di 50 chili d’oro. Due giorni dopo la razzia del ghetto, i tedeschi deportano ad Auschwitz i 1023 ebrei fatti prigionieri. Alla fine della guerra torneranno a casa solo sedici uomini e una donna. Il rastrellamento di Roma rappresenta il più grave caso di persecuzione antiebraica avvenuto in Italia a opera delle truppe tedesche di occupazione –

 

 

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/1943-il-sabato-nero-del-Ghetto-di-Roma-6ec800ac-4287-4b2f-a63b-f946a0001c16.html

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Il Nobel dell’economia contro la povertà


 Il premio Nobel per l’economia è stato assegnato congiuntamente agli economisti Abhijit BanerjeeEsther Duflo e Michael Kremer per l’approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale. Banerjee e Duflo, marito e moglie, insegnano al Massachusetts Institute of Technology mentre Kramer è docente ad Harvard. Duflo è la seconda donna a vincere il riconoscimento in questa categoria.

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Nella motivazione si segnala come i tre vincitori “hanno introdotto un nuovo approccio per ottenere risposte affidabili sui modi migliori per combattere la povertà globale”: fra questi, “suddividere questo problema in questioni più piccole e più gestibili, come ad esempio gli interventi più efficaci per migliorare la salute dei bambini”.

Ad esempio a metà degli anni ’90, Kremer e i suoi colleghi “hanno dimostrato quanto possa essere efficace un approccio sperimentale, usando test sul campo per mettere alla prova una serie di interventi che avrebbero potuto migliorare i risultati scolastici nel Kenya occidentale”. Quanto a Banerjee e Duflo, spesso in collaborazione con lo stesso Kremer, “hanno condotto studi simili su altre questioni e in altri paesi, tra cui l’India. I loro metodi di ricerca sperimentale ora sono centrali negli studi economici sullo sviluppo”.

 

 

https://www.repubblica.it/economia/2019/10/14/news/nobel_economia-238514252/

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Boicottiamo i prodotti turchi”: l’appello con il codice a barre rimbalza sui social, ma è una bufala. Ecco perché


Da giorni circola in rete un post che invita al boicottaggio dei prodotti turchi, riconoscibili dal numero 869: l’appello si è diffuso sui gruppi Whatsapp e su Facebook, come forma di protesta contro il regime di Erdogan e le violenze contro il popolo curdo. Ma attenzione, le cose non stanno veramente così e il numero, spiegano i siti a tutela dei consumatori, non è necessariamente associato al luogo di produzione.

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L’immagine che sta rimbalzando sui social mostra un codice a barre insanguinato con evidenziate le prime tre cifre del numero EAN (European Article Number), cioè 869: l’invito è a boicottare i prodotti che riportano quel codice, perché indica che vengono prodotti in Turchia. La sequenza numerica che si trova sotto i codici a barre è il modo con cui le merci vengono tracciate: le prime tre cifre sono associate al Paese di provenienza, le successive 4 cifre all’indirizzo del fornitore, poi ce ne sono cinque che descrivono il contenuto e infine un numero di controllo.

Ad ogni Paese corrispondono tre cifre: il codice 869 è effettivamente associato alla Turchia, ma non basta per garantire automaticamente il luogo di produzione. Sul sito della Coop si legge che «in realtà il codice EAN non indica tale provenienza ma solo la nazione di registrazione del marchio: questa distinzione, che può sembrare una pignoleria, in realtà ha generato notevoli incomprensioni». Perché una ditta italiana può richiedere un codice italiano anche per merci prodotte all’estero, e allo stesso modo anche merce prodotta in Italia può contenere materie prime prodotte in altri Paesi. «Per il consumatore il codice EAN quindi non ha una grande valenza» spiega un altro sito di tutela dei consumatori.

 

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/14/boicottiamo-i-prodotti-turchi-lappello-con-il-codice-a-barre-rimbalza-sui-social-ma-e-una-bufala-ecco-perche/5514374/?fbclid=IwAR3IAtWP7rdyVsphMf3beMN36G0LlP34RgvetbjK4JahUrirxPxzGo-y1f8

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Cannabis: legalizzare conviene.


Se le classiche sigarette non fossero legali la gente continuerebbe comunque a fumarle rivolgendosi a pusher e facendo arricchire le mafie. Oggi, parleremmo di legalizzazione del tabacco.
Ma è legale. Lo Stato incassa e vanno bene le ipocrite foto di gente malata a causa della nicotina.
Se, in questo ragionamento, cambiassimo i termini “sigaretta” con “canna”, ” tabacco” con
“Canapa” e “nicotina” con “thc” cosa cambierebbe ? Cambierebbe che la canapa per uso ricreativo è, illogicamente, illegale e non è nemmeno così dannosa. Peraltro, se il problema alla legalizzazione è il fatto che si pensa ad una sorta di “corsa alla canna”, questo “retro pensiero” è smentito da diversi studi. La legalizzazione non solo non aumenta l’uso ricreativo che, in alcuni Paesi è addirittura diminuito.

Stiamo parlando di piante straordinarie da un punto di vista botanico ed utilissime. Si possono ottenere tantissimi usi da questa pianta tra i quali: cibo, carburanti, prodotti per l’abbigliamento e l’edilizia, vernici. Poi ci sono gli “scopi”sui quali si dibatte di più: terapeutico e ricreativo. Si, perché è tutto un problema di thc, se è più alto dei limiti consentiti dalla norma l’uso è illegale.
Quelli che son contrari ci vedono una piantaccia da estirpare e forze dell’ordine costrette a girare campi per arrestare i coltivatori. Legalizzare significa, sopratutto, togliete parecchi miliardi di euro dalle mani della criminalità organizzata, fare il modo che i giovani non vengano a contatto con pusher ma con negozianti.

Ma sarebbe davvero proprio così brutto creare lavoro grazie alla coltivazione della canapa ?Dati alla mano, negli Stati Uniti la legalizzazione della cannabis ha portato un incremento di lavoro notevolissimo in tutto l’indotto: 200 mila lavoratori in più, 10 miliardi di euro di fatturato dei quali, 1,7 ritorna allo Stato in tasse e imposte.
In Canada, dove la legalizzazione per scopi ricreativi é avvenuta da poco, si parla gia’ di 10 mila posti di lavoro in più. L’Italia, ed in particolare il meridione, ha un clima perfetto per queste piante e tanto bisogno di nuove opportunità di lavoro e crescita.

Ricordiamo che USA e Canada fanno parte del G8, come l’Italia.
Perché continuare a negare questa opportunità di lavoro e crescita nel nostro Paese ? Peggiore nemico alla legalizzazione le mafie e, finora, anche lo Stato.

Giovanni Chianta

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Ad Amsterdam una scultura che mostra la nostra ossessione per gli smartphone.


Viviamo in un’epoca in cui la maggior parte delle giornate sono trascorse in compagnia dei nostri cellulari, passando tra i post dei social ai vari messaggi. Si potrebbe credere che si tratti di un’attività intellettualmente stimolante, ma non è sempre così.

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Sembra che preferiamo trascorrere il nostro tempo sui nostri telefonini piuttosto che conversare con i nostri cari. La nostra ossessione per la tecnologia, intesa come smartphone, pc, televisori e tutto quello che contengono, ci sta sfuggendo di mano e spesso influisce sul nostro rapporto con le persone che ci circondano, compresi familiari e amici.

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Si tratta di una condizione relativamente nuova, oggetto di studio sia da parte di scienziati che di artisti contemporanei.

 

 

 

 

Ad Amsterdam una scultura che mostra la nostra ossessione per gli smartphone

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10 anni senza Stefano Cucchi


Stefano Cucchi é morto dieci anni fa, il 22 ottobre 2009. Dopo 10 anni di mistificazioni e indagini deviate, nell’ultima udienza processuale sono stati richiesti 18 anni per i due carabinieri accusati del pestaggio mortale. E se oggi domandi a Ilaria Cucchi se ha fiducia nello stato lei risponde che é un diritto averne, anche se ci sono carabinieri che hanno sbagliato con una crudeltà bestiale.

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E lei non ha smesso mai un minuto di avere fiducia, ferita ma lucida, é andata avanti nella ricerca della veritá, che oggi é piú vicina. La morte  di Stefano Cucchi è entrata nella storia del nostro Paese. Quanto accaduto dieci anni fa ha oltrepassato le mura delle carceri e le aule processuali. È diventato oggetto di dibattito pubblico, fatto politico, giornalistico e, insieme, motivo di risveglio della coscienza civile di un Paese intero.

 

 

 

 

 

10 anni senza Stefano Cucchi. Il 12 e 13 ottobre a Roma l’umanità in marcia per ricordare

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Il Nobel per la Pace 2019 ad Abiy Ahmed Ali


Al Primo Ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed Ali, è stato assegnato il Nobel per la Pace 2019 “per il suo impegno nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua iniziativa decisiva nel risolvere il conflitto al confine con la vicina Eritrea”.

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Il Primo Ministro etiope ha condotto un’opera di mediazione nel conflitto che da tempo si protrae tra Kenya e Somalia per un’area marina contesa, e contribuito al miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Eritrea e Djibouti. Il suo governo ha rinunciato alle rivendicazioni territoriali nella zona di Badme.  Ha sostenuto l’applicazione dell’accordo di pace promosso dalle Nazioni Unite nel 2000, che prevede la cessione di alcuni territori all’Eritrea. Ha concordato con il dittatore eritreo Isaias Afewerki la riapertura delle rispettive ambasciate e la ripresa dei commerci. È stata ristabilita la rotta aerea diretta tra le capitali dei due paesi e le linee telefoniche dirette tra i due stati, interrotte da circa vent’anni.

Tra le varie riforme varate dal suo governo, vi sono la parziale privatizzazione di alcune grandi imprese statali, la liberazione di migliaia di prigionieri politici, la fine dello stato d’emergenza e la denuncia dell’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza, nonché il licenziamento dei funzionari carcerari accusati di violazione dei diritti umani.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/curiosita/nobel-per-la-pace-2019-vincitori

https://it.wikipedia.org/wiki/Abiy_Ahmed_Ali

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Taglio dei parlamentari: abbiamo risparmiato un euro all’anno.


di Giovanni Chianta

Sarò certamente impopolare sul taglio ai parlamentari ma resto contrario, per tre ragioni.

Prima ragione. L’Italia ha un parlamentare ogni 63 mila abitanti, un dato in linea con i più importanti Paesi europei, simili all’Italia sia nel numero di abitanti che nell’organizzazione, come Francia e Germania. La prima ha addirittura aumentato il numero dei senatori nel 2010 mentre nella seconda non è mai stata aperta una questione sul taglio dei parlamentari. La Svezia, ha un parlamentare ogni 28 mila abitanti, ha una sola Camera e funziona bene. L’eccessiva rappresentanza in Parlamento non è sinonimo di malgoverno così come un Parlamento con pochi eletti non è sinonimo di buongoverno. I numeri italiani non erano fuori logica.

La seconda ragione. Da un punto di vista economico il risparmio è ridicolo per un bilancio come quello italiano. Parliamo di un risparmio di 90 milioni di euro annui ai quali vanno sottratti 20 milioni che rientravano allo Stato come tassazione, 70 milioni netti. Stiamo parlando di un euro e spicci annui, praticamente un caffè a testa. Ci vorranno 14 anni per risparmiare un miliardo di euro. Quando lo spread aumenta di dieci punti base bruciamo gli stessi soldi che risparmieremmo in 14 anni dal taglio ai parlamentari. Diversi studi poi hanno dimostrato che gli sprechi nella pubblica amministrazione ammontano a 200 miliardi di euro. Così come legalizzazione di droghe leggere e prostituzione porterebbero nella casse dello Stato parecchi miliardi di euro annui. Insomma, c’è un mare di soldi da risparmiare e qui siamo annegati in un bicchier d’acqua. La motivazione del risparmio economico proprio non regge ed è assurdo che venga utilizzata.

La terza ragione. Questo taglio è una resa della politica al populismo. Siccome noi politici facciamo un pochino schifo, siamo leggermente ladri ed anche incapaci facciamo questo contentino al Popolo in modo tale da sembrare meno peggio agli occhi degli elettori. Ci perde la Democrazia perché il Parlamento sarà sempre più cosa per pochi, élite, casta. Il primo ideatore di una riforma così drastica fu Mussolini, poi arrivò la P2 di Gelli che voleva ridurre i parlamentari a 450. Il vero obiettivo di questi tagli era creare un Parlamento più  snello, più facilmente controllabile. Tutto il contrario di quello che pensarono i Padri costituenti che stabilirono la soglia di un Parlamentare ogni 80 mila abitanti.

Un gruppo di scappati di casa non dovrebbe metter bocca su qualcosa che venne pensato e scritto dai Padri costituenti.

 

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