Margaret Hamilton, la cui storia è stata ripresa più volte dopo che Barack Obama l’ha insignita, nel 2016, della medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, concessa a chi ha contribuito alla sicurezza, agli interessi, alla pace o alla cultura nel Paese.

La Hamilton, oggi ottantatré enne, è una programmatrice che fu alla guida dell’equipe di scienziati che svilupparono il software di bordo, essenziale per la buona riuscita del programma Apollo: proprio in quegli anni lo sviluppo di software di questo tipo veniva assegnato alle donne perché si riteneva fosse una specializzazione di “minore importanza”. Un lavoro preciso, affidabile e meticoloso, tutt’altro che di minor importanze perché senza di esso, molto probabilmente, nessun uomo sarebbe riuscito a mettere piede sul suolo lunare.

E le tre brillanti matematiche, Katherine Johnson, Dorotty Vaughan e Mary Jackson. La Johnson, che lo scorso agosto ha compiuto 101 anni, calcolò le traiettorie di volo delle capsule spaziali; la Vaughan invece, scomparsa nel 2008 all’età di 98 anni, si occupò della programmazione e dei linguaggi dei primi computer installati alla NACA, nome originario dell’ente di ricerca spaziale americano diventato poi NASA nel 1958.

E per finire la Jackson, specializzata in ingegneria spaziale e scomparsa nel 2005 all’età di 83 anni, si occupò dei test di volo delle capsule spaziali condotti nelle gallerie del vento.
