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Cinque i morti tra le forze dell’ordine nel 2019.


Con i due poliziotti uccisi nella Questura di Trieste sono cinque le vittime tra le forze dell’ordine dall’inizio del 2019. Dal Foggiano al Bergamasco passando per il tragico accoltellamento di un carabiniere a Roma, questi i quattro episodi che hanno scosso l’opinione pubblica:

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Il 13 aprile scorso un carabiniere di 47 anni, Vincenzo De Gennaro, è stato ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, ha improvvisamente estratto una pistola e ha sparato verso la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Il 16 giugno 2019 è morto travolto da un’auto l’appuntato scelto Emanuele Anzini, un carabiniere 41enne di origine abruzzese ma che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo. Durante il turno di notte di pattugliamento delle strade bergamasche Anzini è stato travolto e ucciso a un posto di controllo a Terno d’Isola da un automobilista risultato positivo all’alcoltest e arrestato. Il 27 luglio a Roma l’uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati. Il 4 ottobre I poliziotti uccisi nel corso della sparatoria avvenuta nel pomeriggio all’interno della Questura sono Pierluigi Rotta, agente scelto, 34 anni, originario di Napoli e Matteo De Menego, agente 31enne originario di Velletri (Roma). Un uomo fermato per il furto di uno scooter è riuscito a disarmare un poliziotto e a far fuoco prima di essere a sua volta ferito e arrestato.

 

 

 

 

Cinque i morti tra le forze dell’ordine nel 2019.

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Una drammatica pagina della storia canadese.


Il dramma del genocidio degli indigeni in Canada venne alla luce grazie a un libro pubblicato nel 1922 da Peter Bryce, che raccontò delle violenze subite dagli indiani canadesi. L’ultima residenza scolastica venne però chiusa nel 1996, poco più di vent’anni fa.

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Una vicenda agghiacciante che vede protagonisti 150mila  bambini indigeni sottratti alle loro famiglie e costretti a seguire programmi di rieducazione per conformarsi alla cultura occidentale.

Le residenze furono fondate nel 1883 dal governo canadese, presentate come strutture di integrazione innovative e gestite dalla Chiesa cattolica e da quella anglicana. I bambini, appartenenti alle tribù Inuit, Métis, e Prime Nazioni, venivano tolti ai genitori quando avevano solo quattro anni e sistemati in collegi dove erano obbligati a seguire un programma di istruzione e rieducazione: durante il periodo di studi non gli era permesso parlare la loro lingua e venivano obbligati a conformarsi alla cultura canadese attraverso abusi mentali, fisici e sessuali. Molti dei bambini non hanno mai fatto ritorno a casa e sono morti in circostanze poco chiare. È il caso ad esempio di Charlie Hunter che morì nell’ottobre 1974, pochi giorni dopo il suo 14 ° compleanno, dopo essere caduto nel ghiaccio mentre frequentava la St. Anne’s Residential School di Fort Albany, Ontario.

Oggi finalmente 2800 vittime escono dall’anonimato: i loro nomi sono stati scritti su uno striscione rosso lungo 50 metri e pronunciati uno a uno durante durante l’Orange Shirt Day, cerimonia in onore delle vittime e dei sopravvissuti delle residenze canadesi che si è svolta presso Canadian Museum of History, a Gatineau. I nomi dei bambini sono stati inseriti in un registro permanente che verrà conservato all’interno del museo, perché non si dimentichi la loro terribile storia.

 

 

 

Il Canada rivela i nomi e restituisce dignità a 2800 bambini indigeni uccisi durante i programmi di rieducazione