Pubblicato in: CRONACA

Una drammatica pagina della storia canadese.


Il dramma del genocidio degli indigeni in Canada venne alla luce grazie a un libro pubblicato nel 1922 da Peter Bryce, che raccontò delle violenze subite dagli indiani canadesi. L’ultima residenza scolastica venne però chiusa nel 1996, poco più di vent’anni fa.

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Una vicenda agghiacciante che vede protagonisti 150mila  bambini indigeni sottratti alle loro famiglie e costretti a seguire programmi di rieducazione per conformarsi alla cultura occidentale.

Le residenze furono fondate nel 1883 dal governo canadese, presentate come strutture di integrazione innovative e gestite dalla Chiesa cattolica e da quella anglicana. I bambini, appartenenti alle tribù Inuit, Métis, e Prime Nazioni, venivano tolti ai genitori quando avevano solo quattro anni e sistemati in collegi dove erano obbligati a seguire un programma di istruzione e rieducazione: durante il periodo di studi non gli era permesso parlare la loro lingua e venivano obbligati a conformarsi alla cultura canadese attraverso abusi mentali, fisici e sessuali. Molti dei bambini non hanno mai fatto ritorno a casa e sono morti in circostanze poco chiare. È il caso ad esempio di Charlie Hunter che morì nell’ottobre 1974, pochi giorni dopo il suo 14 ° compleanno, dopo essere caduto nel ghiaccio mentre frequentava la St. Anne’s Residential School di Fort Albany, Ontario.

Oggi finalmente 2800 vittime escono dall’anonimato: i loro nomi sono stati scritti su uno striscione rosso lungo 50 metri e pronunciati uno a uno durante durante l’Orange Shirt Day, cerimonia in onore delle vittime e dei sopravvissuti delle residenze canadesi che si è svolta presso Canadian Museum of History, a Gatineau. I nomi dei bambini sono stati inseriti in un registro permanente che verrà conservato all’interno del museo, perché non si dimentichi la loro terribile storia.

 

 

 

Il Canada rivela i nomi e restituisce dignità a 2800 bambini indigeni uccisi durante i programmi di rieducazione

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