Pubblicato in: CRONACA

La storia della protesta alle Olimpiadi che rese i due velocisti americani uno dei simboli del Novecento


Il 16 ottobre 1968,  nello stadio Olimpico di Città del Messico i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos arrivarono primo e terzo nella finale dei 200 metri piani alle Olimpiadi. Smith aveva stabilito il nuovo record del mondo, con 19,83 secondi, nonostante avesse un tendine infortunato e nonostante avesse corso gli ultimi 10 metri alzando le braccia. Carlos, con i suoi 20,10 secondi, era arrivato dietro all’australiano Peter Norman.

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Dopo essere saliti sul podio per la premiazione Smith e Carlos ricevettero le medaglie, si girarono verso l’enorme bandiera statunitense appesa sopra gli spalti e aspettarono l’inizio dell’inno. Quando le note di The Star-Spangled Banner risuonarono nello stadio, Smith e Carlos abbassarono la testa e alzarono un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. A decine di metri di distanza, il fotografo John Dominis scattò loro una foto che sarebbe diventata una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri. Alla loro protesta si unì discretamente anche l’atleta che arrivò secondo, Norman, che indossò una spilla dell’OPHR. Durante la premiazione, sullo stadio scese il silenzio.Al loro ritorno negli Stati Uniti, Smith e Carlos subirono estese critiche, e ricevettero minacce e intimidazioni. Diventarono però degli eroi per la comunità afroamericana, e nei decenni successivi ricevettero premi e riconoscimenti per la loro protesta.

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Dopo le Olimpiadi entrambi ebbero una carriera nella NFL, il campionato professionistico di football, e poi come allenatori di atletica. Anche Norman ricevette insulti e minacce tornato in Australia, e secondo qualcuno venne escluso dalle Olimpiadi del 1972 per via della protesta. Al suo funerale, nel 2006, Smith e Carlos trasportarono la bara.

 

 

 

 

Il pugno chiuso di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico, 50 anni fa

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