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1919 L’ORIGINE DI SAVE THE CHILDREN.


“Il futuro è nelle mani dei bambini. Che ogni bambino affamato sia nutrito, ogni bambino malato sia curato, ad ogni orfano, bambino di strada o ai margini della società sia data protezione e supporto.”

Queste le parole di  Eglantyne Jebb, che nel 1919 fondò Save the Children, colpita dalle terribili condizioni di vita dei minori in Europa dopo la prima guerra mondiale.

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Eglantyne Jebb fu in grado di anticipare il concetto, rivoluzionario per l’epoca, che anche i bambini fossero titolari di diritti, e cominciò un’opera audace nelle sue rivendicazioni nei confronti delle istituzioni e anticonformista nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nelle prime forme di raccolta fondi.

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Nel corso degli anni, Save the Children si è occupata dei maggiori problemi che hanno afflitto l’infanzia e l’adolescenza, contraddistinguendosi per la propria indipendenza, laicità e internazionalità. La storia di Save the Children passa poi dai progetti di contrasto alla fame e scolarizzazione nelle aree più povere e rurali degli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione, dagli interventi in Italia, Germania, Austria e Grecia, a favore dei bambini e delle popolazioni colpite dalla seconda guerra mondiale, compresi coloro che erano stati nei campi di concentramento.

Prosegue poi attraverso la risposta all’emergenza dovuta alla guerra in Corea negli anni ’50la campagna mondiale contro la Poliomielite nel 1979l’intervento per combattere la terribile crisi alimentare in Etiopia nel 1984.

 

 

 

https://www.savethechildren.it/la-nostra-storia

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Povertà educativa.


La povertà educativa è la condizione in cui un bambino o un adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato, dalle opportunità culturali e educative al diritto al gioco. Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda.

Generalmente riguarda i bambini e gli adolescenti che vivono in contesti sociali svantaggiati, caratterizzati da disagio familiare, precarietà occupazionale e deprivazione materiale. Il concetto di povertà educativa è comparso nella letteratura nel corso degli anni ’90, ed è stato poi ripreso da organizzazioni non governative (in particolare Save the Children) e governi nella definizione delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza.

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I più recenti dati Ocse-Pisa elaborati dall’ Università di Tor vergata per Save  the Children ci indicano come i ragazzi delle famiglie più povere abbiano risultati in lettura e matematica molto inferiori ai coetanei. Non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura il 24% dei ragazzi provenienti dalle famiglie più svantaggiate, contro il 5% di quelli che vivono in famiglie agiate. Un fenomeno negativo, perché porta le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali a tramandarsi dai genitori ai figli. Il 61% dei 15enni del quartile socio-economico e culturale più alto ha raggiunto un livello di competenze che gli consentirà un apprendimento lungo tutto il resto della vita. Questa percentuale scende al 26% tra i ragazzi del quartile più basso. Ulteriori dati ci aiutano a contestualizzare la mancanza di occasioni educative, culturali e sportive tra i minori: il 53% non ha letto libri l’anno precedente, il 43% non ha praticato sport e il 55% non ha visitato musei o mostre.

I dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali. Allo stesso tempo, le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle risorse culturali e educative, costituendo un limite oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. Questa condizione nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale. Nel lungo periodo, riduce la stessa probabilità che da adulto riesca a sottrarsi da una condizione di disagio economico. Per questa ragione investire sulle politiche per l’infanzia e adolescenza e nella lotta alla povertà educativa è un investimento di lungo periodo, da monitorare anche in chiave territoriale.

 

 

Quali sono le cause della povertà educativa

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L’Africa è raccontata poco e male.


Un continente immenso raccontato poco e male, presente sui media italiani quasi sempre in relazione al tema immigrazione e con toni drammatici. Una narrazione per lo più italo-centrica, incapace di restituire  profondità psicologica e culturale alle voci che arrivano dai luoghi in cui i primi uomini mossero i loro primi passi. C’è un grande lavoro da fare – su internet, stampa e tv – per capovolgere il racconto parziale e ingiusto che ogni giorno viene fatto dell’Africa,

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Nei primi sei mesi del 2019 l’Africa nei media italiani risulta quantitativamente poco presente. Nei telegiornali delle  reti prese in esame, in prima serata, la copertura dell’Africa raggiunge il 2,4%. Ampliando lo sguardo all’Africa e agli africani in Italia (l’Africa “qui”), il dato cresce sensibilmente: al 2,4% di notizie sull’Africa “là” si aggiunge un 10% di notizie sull’Africa in Italia. Escludendo il tema immigrazione, l’Africa rimane poco visibile nei media.

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Nelle prime pagine dei quotidiani l’Africa appare con 22 titoli al mese. Più di 8 articoli su 10 riguardano eventi e protagonisti di flussi migratori e fatti di cronaca (l’Africa in Italia). Tra i 2290 riferimenti all’Africa, nei programmi di informazione, il 76% è riconducibile all’Africa in Italia, il 24% all’Africa “là”. Prevalgono le news su Nord Africa e il “primato libico”. Quasi la metà (44%) delle 538 notizie sul continente africano, nei 65 programmi di informazione e infotainment analizzati, si riferisce alla Libia. Il conflitto nel Paese nordafricano, unito al tragico incidente aereo in Etiopia, porta tra marzo e aprile a un picco di visibilità dell’Africa nei tg. L’Africa “là” nei tg compare: 100 volte a gennaio, 30 a febbraio, 167 a marzo (tragedia Etiopia e ricordo Alpi-Hrovatin) e 259 in aprile.Gli ingredienti più usati dai generi televisivi nella narrazione dell’Africa sono essenzialmente l’afropessimismo nelle rubriche informative, il folklore esotico nei documentari naturalistici e l’eurocentrismo e il distacco nei talk show. A parlare di Africa sono rappresentanti politici e istituzionali italiani. Nei programmi tv il tema al primo posto è guerra/conflitti (29%), seguono diritti umani, questioni di genere, rapimenti (19%) e ambiente, cultura, turismo al 17%.

Si parla dell’Africa solo in modo negativo e non si racconta mai dei lati positivi dello sviluppo anche tecnologico di molti Paesi e delle opportunità che l’Africa può offrire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/lafrica-e-raccontata-poco-e-male-10-consigli-per-farlo-senza-pregiudizi-e-cliche_it_5daec79ee4b0422422cb247f

5 lezioni che ho imparato dagli africani