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Animali nella Grande Guerra.


Un conflitto che vide protagonisti, insieme ai 60 milioni di soldati di tutta Europa, anche ben 11milioni di cavalli, 100 mila tra cani, muli, asini, buoi e maiali, oltre a 200 mila tra piccioni e colombi viaggiatori. Uno stuolo di esseri indifesi con l’unica sola colpa di vivere in un tragico momento storico. Vissero di stenti tra fango e bombe, inconsapevoli vittime sacrificali delle scelte scellerate dell’uomo, dimenticati totalmente dai libri di storia, sebbene ricoprissero dei ruoli fondamentali.

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È il caso dei muli, per esempio, importanti sulle montagne, e che, con buoi e cani, vennero utilizzati per il trasporto di parti di cannone, munizioni, provviste e di acqua. O dei piccioni viaggiatori, che vennero utilizzati per l’invio di messaggi alle truppe e insieme ai cani vennero sacrificati nel rilevamento della presenza di gas tossici.

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cani servirono, inoltre, anche al ritrovamento dei feriti, anche se assolsero, come sarebbe scontato, anche al loro classico ruolo di “compagnia” accanto ai soldati, divenendo spesso il loro unico legame di affezione durante il conflitto bellico, dentro e fuori la trincea. Ma gli animali, ahimè, vennero utilizzati anche come cibo, in macelli provvisori allestiti vicino agli accampamenti.La Gran Bretagna ha ricordato a Londra tutti gli animali caduti in battaglia con un memoriale (Animals in War Memorial Fund), dedicato simbolicamente al Soldato n. 2709, un piccione viaggiatore morto in servizio.

 

 

 

Animali nella Grande Guerra: il documentario che rende omaggio agli animali italiani impiegati durante il Primo conflitto mondiale

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La strage di Nassiriya, l’anniversario.


Sono passati sedici anni dalla strage di Nassiriya, in cui morirono 19 italiani e nove cittadini iracheni. Era il 12 novembre 2003 e, alle 10.40 (le 8.40 in Italia), un camion carico di esplosivo si lanciò sul compound della base “Mestrale”, dove aveva sede l’Italian Joint Task Force: nella deflagrazione vennero uccisi 12 carabinieri, 5 militari, un cooperante internazionale e un regista di nazionalità italiana, oltre a 9 cittadini iracheni. Altri 58 abitanti del posto rimasero feriti. L’Italia stava partecipando alla missione internazionale «Antica Babilonia», una missione di peacekeeping con molteplici obiettivi: il mantenimento dell’ordine pubblico, l’addestramento delle forze di polizia del posto, la gestione dell’aeroporto e gli aiuti da portare alla popolazione.

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Le ipotesi sulla matrice dell’attentato sono tante: una pista porta ad al Zarqawi e agli estremisti sunniti, un’altra a una cellula terroristica libanese vicina ad Al Qaeda ma i sospetti convergono sempre e comunque su elementi arrivati da fuori provincia di Dhi-Qar. Si indaga anche su eventuali errori ed omissioni nella catena di comando, si cerca di capire se un allarme lanciato dai servizi fosse stato ignorato o meno, ma l’iter giudiziario si dipana per anni. L’ultima parola, per ora, è quella della Cassazione che, il 10 settembre di quest’anno, conferma la condanna per l’ex generale Bruno Stano, già assolto in sede penale ma chiamato a risarcire le famiglie della vittime della strage: da comandante della missione italiana, avrebbe sottovalutato il pericolo. Assoluzione definitiva, invece, per il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, oggi generale e all’epoca responsabile della base `Maestrale´: lui tentò di far salire il livello di guardia e di protezione. Restando inascoltato

 

 

 

 

 

https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/attentato-iraq-16-anni-fa-strage-nassiriya-0128ccc2-03d0-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

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1946, i bimbi dei treni della felicità


I vecchi nelle campagne ancora oggi affermano che dove mangia uno possono mangiare in due. È una frase elementare, emblematica di quella cultura contadina dell’ospitalità che passa dal cibo, dalla tavola luogo di incontro e condivisione sereno, gioviale. Un modo d’essere talmente naturale che spiega come mai ci si sia dimenticati, a livello storiografico come politico, di una delle pagine migliori della ricostruzione dell’Italia dopo l’occupazione nazifascista e la guerra: quella dei “treni della felicità”. Un’esperienza che salvò migliaia di bambini da un destino di povertà, malattia e sfruttamento.

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Era l’inverno del 1945. L’Italia da nord a sud aveva sofferto per i bombardamenti, la miseria e per la violenza degli eserciti stranieri, nemici o alleati che fossero; un’Italia stremata, affamata, ma con un’incredibile voglia di rinascita e fame di futuro.
Era un’epoca di emergenze per far fronte alle quali, immediatamente dopo la Liberazione, in ogni città sorgevano comitati per risolvere i problemi contingenti come la distribuzione dei viveri, lo sgombero delle macerie belliche, la tutela dell’infanzia. Tanti infatti i bambini abbandonati a se stessi, orfani o, come in gran parte del meridione, residenti in zone distrutte dalle bombe, da calamità naturali, soggette ad epidemie, dove la fame e la disoccupazione erano quotidianità.

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A Milano Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di Ravensbrük, intuisce che solo un gesto di solidarietà può risolvere almeno temporaneamente la drammatica situazione di bisogno dei bambini. Con ciò che rimane dei Gruppi di difesa della donna, poi confluiti nella nascente Udi – Unione donne italiane, la Noce chiede ai compagni di Reggio Emilia, realtà prevalentemente agricola e quindi con maggiori risorse alimentari rispetto a Milano, di ospitare in quei mesi alcuni bambini.Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati.
Ma quelle donne, che avevano tessuto la Resistenza e svezzato la Repubblica, non si fermarono raggiunto il loro primo obiettivo. Così, dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente.La storia dei bambini che partirono con i treni della felicità è straordinaria al punto da sembrare frutto di fantasia, ma è assolutamente vera e fa parte della nostra cultura, perchè questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime.

 

 

https://www.anpi.it/articoli/636/1946-i-bimbi-dei-treni-della-felicita