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Torino 1969, i segni profondi dell’«Autunno caldo»


Che città era questa? I nomi delle strade sono gli stessi, ma tutto il resto non torna: enormi fabbriche, uomini col baracchino vestiti da poveri, cortei di soli uomini lungo le vie del centro… Si fatica a riconoscere – a immaginare – in quelle foto in bianco e nero del 1969 la Torino di oggi. È il deserto lasciato dalle fabbriche, soprattutto, a cambiare gli orizzonti.

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Nel celebrare i 50 anni dell’Autunno caldo c’è un motivo di grande interesse per il presente (e il futuro) di Torino. Se è vero che la storia è quella scritta dai vincitori, chi sta scrivendo questo nostro segmento di storia? I protagonisti di allora non ci sono più o sono profondamente cambiati: il sistema Fiat è scomparso. L’azienda ha persino cambiato nome, conservando una presenza di tipo completamente diverso; e il sindacato di oggi, pur continuando a svolgere un ruolo fondamentale, non è certo il capofila di un «movimento» capace di coniugare innovazione tecnologica e cambiamento sociale (e per altro questi nostri anni sotto il segno della frantumazione e dell’individualismo hanno confinato lontano all’orizzonte i corpi sociali intermedi e stanno rimettendo in discussione tutti i meccanismi della rappresentanza…). Eppure, se non «scriviamo la storia», significa che il nostro presente è divenuto irrilevante… Una ulteriore avvertenza, poi, coinvolge il nostro modo di guardare a quegli anni: interpretare l’Autunno solo in termini di «conflitto» significa dimenticare che le lotte in fabbrica erano anche lotte «per» la fabbrica: per tutelare e migliorare le condizioni di chi alla fabbrica contribuiva col proprio lavoro – con la propria vita.

Le ragioni e i fermenti di quella stagione hanno lasciato segni profondi: l’emergere del sindacato come «forza nuova» in un sistema bloccato; l’inedita (e precaria) alleanza tra lavoratori e studenti; l’attenzione – ed era forse la prima volta – a portare alla luce i problemi del «sociale» (casa, famiglia, scuola, salute…), e non soltanto le retoriche della produzione, del successo economico, del «progresso sicuro» che erano in quegli anni proprie della fabbrica. Se volessimo chiamare queste cose col loro nome, oggi come allora, dovremmo parlare di libertà, giustizia sociale, priorità della persona, qualità della vita: l’attenzione alle persone prima che alle etichette e alle divisione. Il mettersi a servizio dei bisogni fondamentali, piuttosto che puntare solo a incassare un risultato «politico».

Il conflitto, si sa, non era solo in strada o nelle vertenze sindacali. In quella stagione ci sono anche i semi degli «anni di piombo», insinuati tra le lotte degli studenti e il disagio degli operai. È ancora lo stesso autunno, quando il 12 dicembre 1969 esplodono le bombe alla Banca dell’Agricoltura a Milano, in piazza Fontana.

 

 

 

Torino 1969, i segni profondi dell’«Autunno caldo»

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La Scuola Italiana al Museo del Prado


Duecento anni di bellezza e cultura. Duecento anni del Museo del Prado di Madrid. Uno dei musei più ricchi del mondo, ricchi di cultura e bellezza, taglia il traguardo del bicentenario e sembra più fresco che mai. E nel  Museo del Prado c’è anche molta Italia.

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Come in tutti i maggiori musei del mondo, anche al Museo del Prado infatti sono custodite molte opere di artisti italiani. Dal Beato Angelico,  Andrea del Sarto, Antonello da Messina, Giovanni Bellini,  Sandro Botticelli, Annibale Carracci, Correggio, Caravaggio, Artemisia Gentileschi,  Luca Giordano, Daniele Crespi

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Giulio Romano,  Lorenzo Lotto, Andrea Mantegna, Parmigianino, Raffaello Sanzio, Tiziano Vecellio e Paolo Veronese.

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La prima denominazione del museo, Museo Real de Pinturas, venne attribuita il 19 novembre 1819, mettendo in mostra alcune delle migliori opere della Collezione Reale Spagnola, trasferite dai vari siti reali. Il salone ovale (l’attuale Sala di Velázquez), che a quel tempo aveva un balcone da cui si poteva vedere la galleria della scultura del piano sottostante, verrà battezzato, in seguito, in riconoscimento al suo lavoro. In questo periodo il museo conta 3 sale e 311 quadri, tuttavia negli anni successivi si aggiungeranno nuove sale ed opere d’arte, rendendolo indipendente dall’aggregazione con i fondi del polemico Museo de la Trinidad, creato a partire da opere d’arte sequestrate in virtù della Ley de Desamortización di Mendizábal (1836) e fuso con il Prado nel 1974.

 

 

 

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_del_Prado

200° anniversario del Museo del Prado: viaggio di immagini alla scoperta dell’arte [GALLERY]

https://www.ilsussidiario.net/news/museo-del-prado-video-200-anni-di-bellezza-e-pazzia/1950830/