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La Luna e il cielo secondo Leonardo


Signora dell’anno 2019 è la Luna: si celebrano i 50 anni della conquista del suo suolo.

La luna fu scrutata da Leonardo da Vinci (1452-1519), altro protagonista del 2019, poiché del genio toscano ricorrono i 500 anni dalla morte.

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Sebbene ai più non sia cosa nota, la Luna occupa un posto di rilievo nelle ricerche del genio toscano, tanto da indurlo addirittura a pensare ad un intero trattato sul nostro satellite naturale, che – in perfetto “stile Leonardo” – non ha però mai visto la luce. Ciò non toglie comunque nulla alla profondità di analisi che Leonardo raggiunge quando si interroga sui fenomeni che coinvolgono la Luna: scrive infatti che “la Luna non è luminosa per sé, ma bene è atta a ricevere la natura della luce a similitudine dello specchio e dell’acqua, o altro corpo lucido” (Manoscritto A., f. 64r) e “[…] non avendo lume proprio, riceve da altri la luce” (Codice Leicester, f. 30r). Leonardo comprende quindi correttamente che la Luna non brilla di luce propria ma è illuminata dal Sole e, spingendo un po’ più avanti la sua acuta osservazione, si rende anche conto di un fenomeno al quale proprio a lui va attribuita la corretta spiegazione scientifica: la luce cinerea. Poco dopo un novilunio, o all’alba nei giorni tra l’ultimo quarto e il novilunio stesso, è facile notare, accanto alla falce luminosa crescente, la restante parte della Luna debolmente illuminata di una luce di tonalità grigio-azzurra: è la cosiddetta “luce cinerea”, il colore della quale richiama appunto quello della cenere. Leonardo si accorge quindi che, proprio perché la Luna non brilla di luce propria, la luce cinerea deve avere origine da un fenomeno di riflessione multipla della luce solare la quale, dopo aver investito la Terra, in piccola parte raggiunge il nostro satellite, per poi essere nuovamente riflessa dalla Luna sulla Terra. Una cosa gli va perdonata, ma si tratta di un’inezia: contrariamente a quanto credeva, gli oceani della Terra non sono la fonte primaria della luce cinerea, ma sono le nuvole.
Osservando la Luna, Leonardo inizia anche ad interrogarsi sulla natura delle macchie scure, quelle zone che oggi chiamiamo “mari”. Il suo acuto ingegno gli fa subito comprendere che non si tratta di “vapori” che si innalzano dalla superficie lunare, poiché – se così fosse – queste macchie dovrebbero cambiare continuamente di aspetto e posizione (Manoscritto F., f. 84r). La sua selvaggia immaginazione, però, lo tenta e lo conduce successivamente sulla via errata: in un appunto racchiuso nel Manoscritto Br. M. (f. 19r), torna sui suoi passi e ipotizza che la diversità delle macchie dipenda da formazioni nuvolose che si elevano dal mare. Leonardo, infatti, arriva a pensare che sulla Luna ci sia l’acqua e, addirittura, che i suoi mari siano solcati da onde.
Nonostante Leonardo non sia stato un astronomo né un ottico professionista, gli sbalorditivi progressi da lui raggiunti nella conoscenza della geometria e dell’ottica, il suo impressionante intuito e l’insaziabile curiosità gli hanno permesso di avvicinarsi incredibilmente alla comprensione scientifica di svariati problemi ed enigmi, la corretta soluzione dei quali sarebbe stata trovata solo secoli dopo.
Ma questo non è certo tutto: ci sono altre folgoranti intuizioni leonardesche in ambito astronomico che vi aspettano, come la spiegazione del colore azzurro del cielo e l’abbozzo addirittura di una proto-teoria eliocentrica. Per chi volesse saperne di più,

 

 

 

 

La Luna e il cielo secondo Leonardo

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Quando i bambini neri venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli in Florida


Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, la pelle di coccodrillo era particolarmente apprezzata negli Stati Uniti dove era molto usata per fabbricare scarpe, borse e cinture. Catturare un alligatore non era però un’attività priva di rischi ed erano molti i casi di cacciatori che perdevano un braccio, una gamba o che riportavano altre ferite durante la caccia.

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In Florida i cacciatori ebbero un’idea raccapricciante: affittare bambini neri da usare come esche vive per i coccodrilli. Sembra incredibile, ma durante la schiavitù e sotto le leggi Jim Crow, abrogate solo nel 1965, negli Stati Uniti gli afroamericani furono brutalizzati e maltrattati in ogni maniera immaginabile.
Gli afroamericani erano infatti considerati come “sub-umani” e rappresentati come creature selvagge e prive di valore.

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Se esisteva un modo per schiavizzare, torturare, opprimere o uccidere una persona dalla pelle nera, questo veniva quasi sicuramente messo in pratica, per quanto brutale fosse.
In questo terribile contesto, tra le tante atrocità commesse dai bianchi contro i neri in quel periodo, ci fu anche quella di utilizzare i bambini per cacciare i coccodrilli.Nell’era più buia della segregazione razziale, i cacciatori noleggiavano i bambini dalle famiglie in cambio di due dollari, per buttarli in acqua allo scopo di attirare i coccodrilli. Dagli articoli di giornale dell’epoca, i sostenitori di questa tremenda iniziativa, dichiaravano che non ci fosse nulla di terribile  nell’utilizzare i bambini come esche, che uscivano dall’acqua solo un po’ bagnati ma divertiti pronti per essererestituiti sani e salvi alle loro madri.Che dire, davvero una pagina buia della storia della Florida e dell’umanità.

Il Jim Crow Museum, in Michigan, raccoglie oggetti legati all’opprimente discriminazione razziale dei neri, tra cui una fotografia dell’epoca in cui sono mostrati nove bambini neri, senza abiti, la cui legenda recita “Alligator Bait”, cioè “esca per coccodrillo”.

 

 

 

Quando i bambini neri venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli in Florida

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