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In Italia manca un Piano per la mitigazione del rischio sismico.


Il 46% dell’intero territorio nazionale ricade in area ad elevata pericolosità sismica, in cui sono presenti 6 milioni di edifici e vi abitano più di 22 milioni di persone. Il tema della prevenzione non può essere più rimandato e pertanto dovrebbe essere costantemente al centro dell’agenda politica del Paese.

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Per limitare i danni in caso di terremoti, è necessario soprattutto mettere in campo una serie di azioni finalizzate a ridurre il rischio. Innanzitutto occorre intervenire sul patrimonio edilizio esistente, che spesso risulta vecchio, molto vulnerabile e costruito per la maggior parte in assenza di specifiche norme sismiche, attraverso lavori di adeguamento, miglioramento e rafforzamento degli edifici, al fine di renderli più resistenti in occasione del terremoto. Recentemente è stato introdotto lo strumento del sismabonus per incentivare i lavori strutturali sugli edifici, che consente un rimborso fino all’85% delle somme spese, ma che tuttavia stenta a decollare. Prima di realizzare nuove costruzioni o di adeguare sismicamente quelle esistenti, occorre rispettare la normativa sismica e valutare attentamente la pericolosità sismica del sito sul quale si costruisce il fabbricato, accertando sia la presenza di fenomeni di instabilità (frana, liquefazione, subsidenza, sprofondamento), che di amplificazione sismica. Andrebbe inoltre rilanciato e rafforzato con più fondi, il Piano per la mitigazione del rischio sismico, strumento di prevenzione introdotto nel 2010 e che dopo il 2016 non è stato più finanziato. È necessario infine, far crescere nei cittadini la consapevolezza del rischio a cui sono esposti, attraverso l’informazione, la conoscenza dei piani di protezione civile comunale e dei comportamenti corretti da tenere in caso di emergenza, al fine di determinare una popolazione più resiliente, a partire dalle scuole.

 

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/urbanistica-e-territorio/a-39-anni-dal-terremoto-in-irpinia-dove-il-piano-per-la-mitigazione-del-rischio-sismico/

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23 NOVEMBRE 1980, IL TERREMOTO IN IRPINIA


Tra i terremoti del XX secolo registratosi in Italia è al terzo posto per numero delle vittime dopo quello di Reggio Calabria e Messina, il 28 dicembre 1908, che fece 100.000 morti e dopo quello che colpì Avezzano in Abruzzo il 13 gennaio 1915 che provocò 33.000 morti. Il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata uccise 2.914 persone.  Fu letteralmente un disastro che tenne l’intero paese con il fiato sospeso per settimane. Le notizie arrivavano con il contagocce così come gli aiuti che tardavano ad arrivare.Il sisma di quella sera colpì realmente 339 comuni, ma per la politica i comuni colpiti dal terremoto furono 687 che è quasi il 9% dell’intero territorio italiano.

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La ricostruzione che seguì la catastrofe fu uno degli esempi peggiori di malversazione e di speculazione. Gli ingenti fondi destinati alla popolazione sinistrata, stanziati negli anni dai governi e in alcuni casi versati da governi esteri finiranno nelle maglie della corruzione locale e della camorra.

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Nel 1989 la Commissione d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro calcolerà che in 10 anni furono spesi oltre 50 mila miliardi di lire per l’Irpinia, mentre ancora oggi a distanza di anni sono visibili in alcune zone della Campania le abitazioni provvisorie dei senzatetto divenute in diversi casi serbatoi per la malavita organizzata.

 

 

 

23 novembre 1980, il terremoto in Irpinia

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