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Entriamo negli anni venti: il secolo diventa adulto.


L’introduzione delle nuove tecnologie, a partire dalla fine del Novecento, ci ha trasformato in incontenibili generatori di dati. Smartphone, tablet, laptop ed ogni altro oggetto hi-tech ci consentono di creare, scambiare, consultare e cercare dati senza limiti o soluzione di continuità. È la maggiore attività degli abitanti del Pianeta: accomuna potenze globali e Paesi emergenti, gli abitanti di New York e di Jackarta, trasforma le professioni e crea opportunità ma pone anche pericoli come attacchi cibernetici, infiltrazioni maligne, bullismo digitale e fake news. Governare i dati è la più impellente sfida del nostro tempo. Per i singoli serve a proteggere i propri diritti, per le comunità a garantire le proprie identità, per le aziende a tutelare i propri brevetti, per gli Stati a mantenere la propria sovranità, per le organizzazioni internazionali a moltiplicare gli scambi ed arginare i conflitti.

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Estendere lo Stato di Diritto allo spazio digitale significa affrontare la sfida del nostro tempo ovvero includere altre dimensioni dell’esistenza umana nello spazio dove i singoli individui sono protetti e possono dunque creare liberamente. Farlo oggi appare talmente difficile da sembrare impossibile perché mancano conoscenze, nozioni, teorie, leggi e regolamenti necessarie all’impresa. Ma tirarsi indietro è proibitivo perché significherebbe consentire allo spazio digitale di trasformarsi in un generatore di anarchia e violenza in dosi tali da mettere a rischio la nostra sicurezza e prosperità. E l’imponenza della sfida non deve intimorirci perché la Storia dell’umanità è disseminata di momenti simili: se avessimo avuto paura dell’immensità dello spazio non saremmo sbarcati sulla Luna, se avessimo temuto la forza degli Oceani non avremmo scoperto il Nuovo Mondo, se avessimo creduto a totem e tabù un’infinità di scoperte scientifiche ed umanistiche non avrebbe allungato e migliorato le nostre vite. Ma ogni volta che un piccolo passo del sapere si è trasformato in un salto per l’umanità è avvenuto per la scelta ed il coraggio di singoli uomini e donne che hanno creduto nella responsabilità personale di innovare per il bene collettivo. Questa è la frontiera sulla quale siamo, all’inizio degli anni Venti del XXI secolo, ed è emozionante attraversarla assieme, cercando attorno a noi chi saranno i protagonisti del passaggio dalla rivoluzione al governo dei dati.

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/opinioni/editoriali/2019/12/31/news/verso-gli-anni-venti-il-nostro-speciale-1.38270997

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Le date che hanno segnato il 2019


25 gennaio 2019

C’è un’ospite speciale al Forum economico Mondiale di Davos. Greta Thunberg interviene con un discorso molto duro nel quale racconta il panico che il mondo dovrebbe provare di fronte ai cambiamenti climatici.Oggi Greta non ha bisogno di presentazioni e il cambiamento climatico è tornato in evidenza in tutte le più importanti agende politiche del mondo.

16 aprile 2019

Alle 18.40, sui ponteggi che circondano la cattedrale di Notre Dame, a Parigi, scoppia un incendio. Alle 19 e 51 crolla la guglia: era alta 45 metri, pesava circa 750 tonnellate ed era stata costruita nel 1860 su progetto di Eugène Viollet-le-Duc.

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24 giugno 2019

L’Italia si prende le Olimpiadi che sono riuscite a mettere insieme tre Regioni, il governo e l’opposizione e festeggia: a Losanna il Cio ha deciso di assegnare all’Italia le Olimpiadi invernali edizione 2026.

28 giugno 2019

9.37, Genova. Una fontana di polvere e cemento cancella i monconi del Ponte Morandi rimasti in piedi dopo il crollo del 14 agosto 2018.

27 giugno 2019

Caso Bibbiano, i carabinieri di Reggio Emilia eseguono una serie di arresti: l’ipotesi su cui poggia la loro indagine è che ci sia un’organizzazione che manipola le testimonianze dei bambini.Così i piccoli vengono sottratti a famiglie in difficoltà per assegnarli dietro pagamento ad amici o conoscenti ritenuti ufficialmente più idonei.

26 luglio 2019

Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere dei Carabinieri, viene accoltellato a morte a Roma durante il servizio.In carcere finiscono due ventenni americani, Elder Finningan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, rintracciati in un hotel di lusso a 50 metri dal luogo dell’omicidio. “Non capisco bene l’italiano, non avevo capito che era un carabiniere”, spiegherà Lee.

8 agosto 2019

La sfida di Salvini: il leader della Lega apre la crisi di governo e punta dritto alle elezioni. Pd e Cinque Stelle mettono in piedi un governo, e resistono al rovesciamento dei giochi. Dopo aver vinto in Umbria (28 ottobre), Salvini si dice pronto a replicare in Emilia-Romagna, e non perde occasione per sottolineare i (molti) punti su cui l’intesa del governo inciampa.È la strategia del pitone, soffocare lentamente gli avversari. Il risultato nel 2020.

7 ottobre 2019

Di fronte a Lampedusa, naufraga l’ennesima nave della speranza: 22 superstiti su 52 passeggeri. Di questo naufragio resta una serie di immagini terribili, dodici corpi sul fondale a sessanta metri.Uno ha le braccia protese verso l’alto, un altro è steso sul fondo, una donna sembra ancora abbracciata a un bambino. I numeri dicono poco, questa tragedia non finisce mai.

24 novembre 2019

Un’ondata di maltempo investe il Nordovest e colpisce Liguria e Piemonte. Lungo l’autostrada A6 Torino-Savona crolla un tratto di viadotto a circa un chilometro e mezzo da Savona verso Altare, in direzione Torino. L’ha investito una frana.Sull’A21 Torino-Piacenza si apre una voragine all’altezza di Villafranca d’Asti. Non ci sono vittime, e davvero è tutta fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

 

https://lab.gedidigital.it/lastampa/2019/le_date_che_hanno_segnato_il_2019/

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Uno spazzacamino per capodanno


In Austria  è una tradizione molto consolidata regalare, il 31 dicembre, alle persone care degli oggettini portafortuna. Bancarelle e negozi pullulano letteralmente di funghetti, quadrifogli, scale, ferri di cavallo, cilindri, maialini e, appunto, spazzacamini. Se ne trovano di tutte le forme e materiali (e ovviamente prezzi). Come mai proprio lo spazzacamino sia diventato un simbolo portafortuna è incerto. Si pensa che sia legato al fatto che per la sua attività, fosse la prima persona a visitare la casa con l’anno nuovo e a portare i propri auguri. In passato, poi soprattutto con le costruzioni di legno, la sua funzione era importantissima per evitare pericolosi incendi (oltre che per capodanno, in Austria si usava dire che quando si incrocia uno spazzacamino è bene toccargli un bottone).

 

 

 

 

https://siciliavienna.wordpress.com/2011/12/23/uno-spazzacamino-per-capodanno/

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La fucilazione dei fratelli Cervi 28 Dicembre 1943


I sette fratelli Cervi, appartenevano ad una famiglia di sentimenti antifascisti, il cascinale della famiglia Cervi era sicuro per antifascisti e partigiani feriti nonché per i prigionieri stranieri sfuggiti ai nazifascisti. Dotati di forti convincimenti democratici, presero attivamente parte alla Resistenza e presi prigionieri, furono fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia per rappresaglia.

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L’8 gennaio del 1944, un bombardamento aprì ad Alcide Cervi, il padre dei sette fratelli, una via per fuggire dal carcere di San Tommaso, dove era stato trasferito, per tornare a casa. Nell’ottobre del 1944 la casa della famiglia Cervi viene incendiata. Il 15 novembre dello stesso anno, forse a causa di questa ulteriore dolorosa esperienza, la madre, muore di crepacuore. Solo nell’ottobre del 1945 Alcide Cervi potrà far sì che venga celebrato un funerale solenne per i suoi figli. Nel pomeriggio del 28 ottobre, dopo la manifestazione di affetto dei cittadini emiliani, i feretri dei fratelli sono portati al cimitero di Campegine.

 

 

 

 

https://www.ildeposito.org/eventi/la-fucilazione-dei-fratelli-cervi

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2019 l’anno delle sardine.


 14 novembre al Paladozza viene contrapposta una sorta di manifestazione flash mob di piazza in funzione anti-Lega.Il nome “sardine” nasce dall’idea di stare tutti stretti stretti come sardine in una scatola a dimostrazione che la piazza antileghista è forte e numerosa. Vicini e silenziosi come pesci per abbassare i toni da quella che via Facebook è stata definita “retorica populista”.

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Dato che il Paladozza, dove era in programma la manifestazione della Bergonzoni e di Salvini può contenere 5.570 persone alle sardine sarebbe bastato metterne insieme 6.000 per superare il rivale.

Il tam tam non poteva che partire da Facebook con la creazione dell’evento “Seimila sardine contro Salvini” dove si invitavano i bolognesi ad accorrere numerosi in piazza .

Dopo Bologna è stata la volta di Modena dove gli anti Salvini sono stati 7.000 stretti come sardine in Piazza Grande. Anche in questo caso l’antileghismo era tutto indirizzato a boicottare la candidatura della Borgonzoni alla guida della regione.

Via Facebook digitando “6.000 sardine” compaiono eventi in fieri in mezza Italia: da Firenze a Torino o Rimini. 

 

 

https://www.panorama.it/news/politica/sardine-storia-movimento-nome-lega-salvini/

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Le mamme che girano il Senegal per dire ai giovani quanto è pericoloso il Mediterraneo


Munita di pennarelli colorati, Yayi Bayam Diouf traccia i contorni dell’Europa e dell’Africa sulla lavagna, mentre gli occhi dei bambini seguono attenti i suoi movimenti. «Chi di voi mi sa dire dov’è il Mediterraneo?», chiede. Un bambino alza la mano: «Il Mediterraneo è il posto in cui è seppellito mio padre».
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Diouf è la fondatrice del Collettivo delle donne senegalesi contro l’emigrazione irregolare e sta facendo il giro delle scuole elementari della periferia di Dakar per parlare di emigrazione. «Quel bambino ha ragione», ci dice dopo la sua lezione, «eppure un tempo il Mediterraneo era un ponte tra noi e voi. Ora ci dicono “no, non muovetevi, restate lì”, così per andare in Europa, i ragazzi devono imboccare le vie più pericolose».

Da Thiaroye, cittadina storica senegalese affacciata sul mare alla periferia di Dakar, negli ultimi anni sono partiti centinaia di ragazzi in cerca di fortuna. Sono quasi tutti scomparsi in mare: alcuni di loro sulla rotta per Lampedusa, dopo aver preso la via del deserto fino alla Libia, altri nell’Oceano, a largo delle Canarie. Nel 2005, in piena “crisi delle piroghe”, anche Yayi Bayam Diouf ha perso il suo unico figlio mentre cercava di raggiungere la Spagna. Dopo la tragedia, ha deciso di dedicare la sua vita a informare i ragazzi sui rischi che corrono nel partire. È andata casa per casa a tirare fuori dalle quattro mura le altri madri in lutto e le ha convinte a unirsi, per provare a fermare la strage dei ragazzi. La risposta della comunità all’inizio è stata faticosa. «Alcune donne mi hanno detto di no, perché non avevano l’autorizzazione del marito», dice. Così Diouf per cambiare le cose ha iniziato cambiando sé stessa.

Nata in una comunità di pescatori, Madame non si è più accontentata di raccogliere il pesce che cade dai cesti del pescato sulla spiaggia, come fanno le altre donne. A 57 anni, è diventata la prima pescatrice di Thiaroye-sur-Mer. «Dovevo dimostrare che una donna può fare tutto e guadagnarsi da vivere da sola, non ci sono lavori riservati agli uomini», spiega Diouf. Da allora è salita di molto nella gerarchia sociale, fino a diventare la vice-presidente del Consiglio degli Uomini di Thiaroye. Quando le altre donne hanno visto che essere indipendenti era possibile, hanno creato con lei il Centro di formazione professionale delle donne e dei giovani di Thiaroye.

Quando le ragazze arrivano al Centro, Madame le organizza in unità di lavoro. «Il male va eliminato alla radice», dice convinta, guidandoci nelle stanze di uno scalcinato edificio di due piani, che ospita anche il quartier generale del Collettivo delle donne contro l’emigrazione irregolare.

All’entrata del Centro c’è un patio e a fianco uno sportello, dove due maman prendono appuntamenti al telefono, sfogliano carte e accolgono i ragazzi che vengono a chiedere informazioni su come emigrare regolarmente. Nella stanza accanto, dietro la porta, si apre uno spazio con diversi scaffali. A colorarli ci sono tante saponette in fila, quadrate e tutte rigorosamente “bio”. «Sono fatte con olio di baobab ed essenze di frutta e piante», spiega Madame Diouf. Qui le donne fanno la trasformazione del sapone, altre lo commerciano. Una rampa di scala conduce ai laboratori di sartoria, con macchine Singer e stoffe.

Accanto c’è la cucina, dove attorno a un tavolo ritroviamo otto ragazze con il cappello da chef, tutte intente a impastare e sfornare biscotti. Hanno tra i diciassette e i diciotto anni, ognuna di loro ha una storia di maltrattamenti alle spalle. Tutte sembrano molto fiere delle teglie che hanno sotto gli occhi. «Vogliamo rimanere qui a Thiaroye e aprire una pasticceria», raccontano timidamente, una completando la frase dell’altra. Dopo essersi conosciute al centro di formazione, le ragazze hanno deciso di mettersi insieme per aprire una micro-impresa di produzione e vendita di biscotti. «Stiamo raccogliendo i soldi per questo», dicono.

Il loro laboratorio fa parte di un piano più ampio, che mira a integrare le donne nella vita economica di Thiaroye. Madame Diouf recupera le ragazze andando dalle madri che le tengono chiuse in casa. «Volete che vostra figlia abbia una formazione che l’aiuti a trovare un lavoro?», chiede ogni volta. Al Centro si impara gratis, e lì le maman del Collettivo aiutano le ragazze a organizzarsi per diventare economicamente indipendenti. «Se porta i soldi a casa, la famiglia terrà la figlia con sé più a lungo, non la darà in sposa da ragazzina», spiega Madame. E non la spingerà a rischiare la vita prendendo la via del mare o quella del deserto, fino alla Libia, dove spesso alle ragazze è riservata una sorte perfino peggiore di quella che attende i ragazzi.

Ragazze e ragazzi qui sono al centro di un programma di prevenzione della migrazione irregolare, coordinato da un migrante di ritorno dall’Italia. La sua esperienza aiuta, spiega Madame. «Diciamo ai ragazzi di non prendere rischi inutili, perché adesso come adesso in Italia, come in altri posti in Europa, di lavoro ce n’è poco», spiega in un perfetto italiano Moustafa Gueye. Mediatore del progetto “Ponti”, finanziato da Roma ai tempi del governo Gentiloni, ogni tanto Gueye lavora anche come maestro al Centro.

«Il progetto Ponti ha lanciato un bando di concorso per piccole startup. I candidati sono perlopiù ragazzi dai diciotto ai trent’anni, ma il programma è aperto anche alle donne fino a cinquanta anni e ai migranti di ritorno», spiega Moustafa Gueye. «La prima tappa è stata la formazione per la gestione d’impresa e l’educazione finanziaria. Poi ciascuno di loro ha fatto un business plan, necessario per farsi accettare il progetto. A quel punto arriva il finanziamento e l’accompagnamento della nuova impresa».

Tra gli imprenditori in erba c’è di tutto: avicoltori e apicoltori, sarti e ristoratori. Progetti di questo tipo sono fondamentali, spiega Moustafa Gueye, per chi pensa a partire, ma anche per chi è tornato e non sa se restare. «È difficile rientrare a casa dopo tanto tempo, non ci sono molti sbocchi in Senegal». Lui è tornato tre anni fa, dopo averne passati quindici a Milano. In Italia aveva trovato un buon lavoro in un’azienda di guarnizioni auto, lo avevano raggiunto anche i figli, poi le cose sono andate male. «Dopo la crisi del 2007-2008 abbiamo dovuto chiudere, sono rimasto con tre anni di mobilità e cassa integrazione. Alla fine mi sono detto che a 55 anni passati sarebbe stato difficile trovare un altro lavoro». Moustafa non sarebbe comunque rimasto in Italia per sempre. Come quasi tutti i migranti, ha sempre avuto in testa il ritorno a casa, ma anche per lui è stata dura, fino a quando ha incontrato la signora Diouf.

Moustafa Gueye segue con partecipazione i primi passi delle piccole nuove aziende, senza nascondere la sua preoccupazione: «Sono molto fragili, se non vengono sostenute rischiano di morire sul nascere». Il progetto pilota “Ponti”, con il leitmotiv “creazione di imprese per combattere l’immigrazione irregolare” era stato concepito per essere riprodotto e moltiplicato. Ma non ci sono altri bandi in programmazione. E se si spegne la speranza di farcela a casa, la voglia di riprendere la via per l’Europa torna a salire.

Thiaroye è soprattutto un villaggio di pescatori, ma negli ultimi anni per pescare bene, e guadagnarci, bisogna spingersi sempre più lontano. A volte i pescatori non tornano e vengono inghiottiti dai flutti, a volte si dotano di un motore e si danno al ben più redditizio lavoro del passeur, traghettando uomini e donne all’altro capo dell’Oceano. Madame Diouf è riuscita a farsi ascoltare anche da loro. «Ho contattato i trafficanti, ci ho parlato, e alcuni di loro oggi sono con me nelle campagne di sensibilizzazione», racconta. «Uno sta a Rufisque, un villaggio qui vicino, costruiva lui stesso le piroghe e faceva partire i giovani. Era qui con noi proprio ieri, sta finendo la sua formazione in educazione finanziaria».

La spiaggia di Thiaroye è larga e quasi attaccata a un gruppo di case. Decine di bambini corrono da una parte all’altra. Alcuni giocano a calcio dribblando dei copertoni semi-sepolti dalla sabbia, altri si nascondono nelle grandi piroghe di legno spiaggiate. I ragazzi più grandi stanno seduti in silenzio sulle panchine rivolte verso il mare. Sono isolati uno dall’altro, ognuno raccolto nella sua bolla. Il figlio di Madame Diouf, come tanti altri, è partito da qui. Oggi forse lo avrebbero convinto a restare.

«Non possiamo fermare il mare con le braccia, ma le partenze sono diminuite», dice Madame. «Sulla spiaggia ora ci sono dei comitati di sorveglianza che provano a persuadere i ragazzi a non partire». Non è la polizia, sono piccoli gruppi di anziani, donne, giovani e alcuni vecchi pescatori. «Siamo come in famiglia, parliamo e tutto si risolve all’interno della comunità. Non abbiamo bisogno della polizia».

Ma ci sono ancora madri e padri che finanziano i viaggi, e ragazzi che partono per conto loro, senza ascoltare nessuno, concede Madame Diouf. «Dobbiamo continuare a combattere, è una lotta senza confini e un lavoro molto difficile, perché bisogna sempre parlare e trovare alternative per dimostrare che si può restare qui e lavorare con dignità».

 

http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/12/27/news/la-lotta-delle-mamme-per-salvare-i-giovani-senegalesi-1.342052?preview=true

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Se non esprimi le tue emozioni rischi di distruggere il tuo sistema immunitario


Le cellule del sistema immunitario rilasciano fluidi chiamati citochine, dei messaggeri che permettono alle cellule di comunicare tra loro, inviando istruzioni per sviluppare più cellule per combattere le infezioni. Ma quando ci sono di mezzo gli ormoni dello stress, questi ultimi inibiscono la produzione di citochine, vanificando la capacità del corpo di combattere le infezioni in modo efficace.

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Se invece gli stati d’animo sono positivi c’è un aumento della risposta immunitaria e anche avere delle buone relazioni sociali, o almeno una persona in cui confidare, aiuta il sistema immunitario e aumenta le aspettative di vita. Diversa la situazione per chi ha un atteggiamento ostile ovvero di aperta aggressività, con frequenti scoppi di rabbia e cinica diffidenza, che subentra quando ci si trattiene per troppo tempo anche a livello emotivo. Queste persone tendono infatti ad avere maggiori probabilità di sviluppare attacchi di cuore, ipertensione, altre malattie cardiovascolari, ictus e cancro.

In definitiva, le emozioni probabilmente influiscono sulla nostra salute molto più di quanto crediamo. Meglio ascoltarle!

 

 

 

Se non esprimi le tue emozioni rischi di distruggere il tuo sistema immunitario

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La strage sul rapido 904 Napoli-Milano, 23 dicembre 1984


Alle 19.08 del 23 dicembre 1984, il treno rapido 904 proveniente da Napoli fu squassato da una esplosione violentissima mentre si trovava all’interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro (BO), la “galleria degli Appennini”, nei pressi della quale – dieci anni prima – si era consumata la strage sul treno Italicus. A causare la detonazione fu una carica di esplosivo radiocomandata, collocata su una griglia portabagagli mentre il treno era fermo alla stazione di Firenze. L’esplosione provocò nell’immediato quindici morti e circa trecento feriti. A distanza di qualche tempo e per conseguenza dei traumi allora subiti, i morti saliranno a sedici.

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Dai processi e dalle relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta è emerso essersi trattato di una strage la cui ideazione ed esecuzione erano state il frutto di un intreccio di interessi e legami coinvolgenti, a vario titolo, criminalità organizzata comune e criminalità mafiosa. Dalle sentenze, è emerso con particolare chiarezza che la strage era stata organizzata da esponenti di vertice di Cosa Nostra per «allentare momentaneamente la morsa repressiva e investigativa» cui la organizzazione veniva sottoposta a seguito degli «effetti devastanti prodotti dalle rivelazioni» di alcuni collaboratori di giustizia, ai quali «gli inquirenti davano credito» emettendo «centinaia di provvedimenti restrittivi». «Di fronte a una situazione nuova» e per essa «destabilizzante», «Cosa Nostra» dovette ricorrere alla violenza indiscriminata propria dello stragismo terroristico, e «in tal senso non fu priva di significato la scelta della galleria degli Appennini, in quanto luogo storicamente scelto dalla eversione di destra (secondo il comune sentire) per i suoi attentati».
Appartenenti ai diversi versanti criminali saranno individuati e condannati per la strage o, talora, per i reati che, nel corso delle indagini, a essa si erano collegati (come quelli riguardanti il  procacciamento dell’esplosivo).

http://memoria.san.beniculturali.it/web/memoria/approfondimenti/scheda-approfondimenti?p_p_id=56_INSTANCE_J1sq&articleId=14371&p_p_lifecycle=1&p_p_state=normal&groupId=11601&viewMode=normal

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Auguri Napoli, oggi 21 dicembre la città festeggia il compleanno


Le candeline che la città dovrà spegnere sono arrivate  a 2493, anni ricchi di storia, di cultura, di dominazioni e conquiste.Le origini della città di Napoli sono avvolte da  vicende storiche ma non mancano spunti che hanno dato vita a miti e  leggende sulla sua fondazione. Una tra le più famose è quella legata alla sirena Partenope, che rifiutata da Ulisse, si rifugiò sull’isolotto di Megaride dove successivamente fu costruito il Castel Dell’Ovo e da cui deriva il nome della città. Tralasciando l’aspetto mitico della sua fondazione, gli storici confermano che la greca città Neapolis ( città nuova) sia stata fondata da coloni cumani agli inizi del V secolo a.C, che decisero, per accrescere il loro potere di trasformare la precedente  colonia di Partenope ( un agglomerato di case, prive di cinta murarie)in una città vera e propria che sorse proprio dove attualmente si trova il centro storico.

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Nella seconda metà del IV secolo la conquista romana dell’immediato retroterra napoletano portò all’urto con Roma che la assediò  e la costrinse ad accettare nel 326, un trattato( foedus neapolitanum) che pur lasciandole alcune libertà le imponeva in sostanza l’egemonia romana. La città quindi si trasformò da greca in romana e rimase sotto il controllo di quest’ultima per gran parte del periodo del Medioevo. Nonostante non ci siano fonti certe sull’esatto periodo della sua fondazione, la data scelta come  simbolo della nascita della  città pare proprio che sia  il 21 dicembre del  475 a.C. Tale data fu scelta, in modo simbolico in quanto il 21 dicembre segna l’arrivo del solstizio d’inverno, fenomeno che segna il momento in cui il sole raggiunge  nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di declinazione massima o minima. Gli antichi infatti avevano l’usanza di porre la prima pietra di una nuova città sempre in concomitanza dei fenomeni astrali,  e per questo come segno di buon auspicio, fu scelto proprio la medesima data, che segna il giorno più corto dell’anno.

 

 

 

 

 

 

Auguri Napoli, oggi 21 dicembre la città festeggia il compleanno. La vera storia!

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Marisa Ombra, ovvero la libertà sopra ogni cosa


 

https://www.anpi.it/donne-e-uomini/1669/marisa-ombra

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21 dicembre 1913: il primo cruciverba.


Il 21 dicembre 1913 il giornalista inglese Arthur Wynne pubblicò sull’edizione domenicale del quotidiano New York World un gioco dal nome “Word-Cross Puzzle”.

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Seppur successivo alle “Parole Incrociate” di Giuseppe Airoldi apparse sul Corriere della Sera nel 1890, il gioco ideato da Wynne è solitamente considerato il primo cruciverba della storia.

 

 

 

https://www.cultura.trentino.it/Biblio/Approfondimenti/accaddeoggi-21-dicembre-1913-il-primo-cruciverba

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Come si formano i pianeti: scoperto un tassello che mancava


I semi da cui hanno origine i pianeti si trovano, come sappiamo, nelle polveri dello spazio interstellare,  ma se le prime e le ultime fasi di aggregazione di questi detriti celesti sono ormai piuttosto chiare, il passaggio intermedio di questo processo è risultato a lungo più difficile da afferrare. Le prime aggregazioni all’origine dei pianeti sono formate da granelli di polveri nell’ordine di micrometri (cioè millesimi di millimetri), che collidono l’uno contro l’altro mentre orbitano nel disco protoplanetario: questo processo fisico, l’adesione, è lo stesso che favorisce la formazione dei “gatti di polvere” e capelli sui pavimenti delle nostre case.

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Mano a mano però che i granuli di polveri crescono in dimensioni e si fanno più compatti, anziché attaccarsi ai loro simili iniziano a rimbalzare l’uno contro l’altro come palle da biliardo: tutto ciò succede quando i nuclei planetari raggiungono dimensioni millimetriche. Per “costruire” un pianeta, è quindi necessario che questi frammenti superino la “barriera” che li fa rimbalzare l’uno sull’altro e inizino a unirsi in particelle più grosse, capaci di esercitare sulle altre attrazione gravitazionale. Come si supera, questo limite? Con l’elettricità statica. Le particelle sono in grado di unirsi ad altre simili con l’aiuto della gravità, fino a formare corpi celesti di maggiori dimensioni.

 

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/spazio/come-si-formano-i-pianeti

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Scandiano, il primo asilo nido d’Italia festeggia 50 anni: “Nacque grazie a donne e comunisti


Nel piccolo centro in provincia di Reggio Emilia è stato festeggiato lo storico traguardo. Inaugurato nel febbraio del 1969, il nido “Leoni” di Scandiano è nato sulla scorta del boom economico e delle conseguenti rivendicazioni da parte delle lavoratrici locali. “Da queste parti esplose la ceramica e – racconta l’assessore comunale Elisa Davoli – fu richiesta manodopera femminile. La domanda diventò: che fare dei bambini più piccoli?”.

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La risposta provenne direttamente dall’amministrazione locale, in particolare dall’allora sindaco ed ex-partigiano Amleto Paderni che, dopo un lungo braccio di ferro con il prefetto, riuscì a far aprire l’asilo finanziato direttamente dalle imprese del posto. “La Prefettura esercitò l’allora possibilità di veto sulle decisioni comunali perché – spiega un dirigente scolastico – non esisteva una legge sugli asili nidi, che arrivò due anni più tardi”. La burocrazia da un lato e una certa resistenza all’emancipazione femminile dall’altro scatenarono proteste e manifestazioni da parte delle lavoratrici. Alla fine il prefetto dovette cedere e consentì l’apertura dell’asilo.

 

 

 

https://video.repubblica.it/edizione/bologna/scandiano-il-primo-asilo-nido-d-italia-festeggia-50-anni-nacque-grazie-a-donne-e-comunisti/350328/350904?ref=RHRD-BS-I0-C6-P1-S1.6-T1&refresh_ce

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Gli archeologi scoprono una delle chiese cristiane più antiche.


Gli archeologi hanno scoperto di recente la più antica chiesa cristiana nota nell’Africa sub-sahariana, in una zona dell’Etiopia che una volta ospitava l’impero axumita.Il ritrovamento di un’antica basilica, costruita verso l’epoca in cui Costantino legalizzò il cristianesimo, nel 313, porta gli studiosi a credere che la fede si sia diffusa in Etiopia in questo periodo. Ciò renderebbe Aksum il primo regno cristiano dell’Africa.

La più grande scoperta degli archeologi è stata un edificio lungo 18 metri e largo 12 che richiama lo stile romano antico di una basilica. Sviluppata dai Romani per scopi amministrativi. È stata scoperto anche un pendente di pietra con una croce intagliata e l’incisione dell’antico termine etiope “venerabile”, come anche degli oggetti per bruciare l’incenso. Vicino al muro orientale della basilica, il team si è imbattuto in un’iscrizione che chiede “che Cristo [ci sia] favorevole”.

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Queste scoperte sottolineano come la diffusione del cristianesimo si sia intrecciata con i commerci. I sigilli usati per le transazioni economiche scoperti dagli archeologi indicano la natura cosmopolita dell’insediamento. Una perla di vetro del Mediterraneo orientale e una grande quantità di vasellame di Aqaba, nell’attuale Giordania, attestano un commercio a lunga distanza.  Sembrerebbe che “le vie di commercio sulla lunga distanza hanno giocato un ruolo significativo nell’introduzione del cristianesimo in Etiopia.

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/scienze-e-ricerca/gli-etiopi-erano-cristiani-prima-di-roma-la-scoperta-di-una-chiesa-in-etiopia-riscrive-la-storia-del-cristianesimo-in-africa/

Gli archeologi scoprono una delle chiese cristiane più antiche

 

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Quel commissario di Polizia di Padova che aveva capito tutto. E che fu processato per questo.


Pasquale Juliano in un memoriale inviato ai magistrati prima di Piazza Fontana aveva scritto che erano imminenti degli attentati. Finì accusato di aver costruito prove false contro i “neri” e  di averli perseguitati. Egli stava indagando sui neofascisti Freda e Ventura e sul gruppo veneto di Ordine nuovo, uomini di cui aveva capito l’estrema pericolosità. Ma invece di essere sostenuto, Juliano venne bloccato. Dopo 10 anni fu assolto. Morì nell’aprile 1998 ad appena 66 anni.

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Quando a fine degli anni Settanta le sue traversie giudiziarie si concluderanno, si congederà dalla polizia e si darà alla professione di avvocato fino al 1998. Avrebbe potuto evitare la strage di piazza Fontana, gli verrà chiesto nel 1996 da un cronista dell’Avvenire dopo aver raccontato la sua storia al giudice Guido Salvini? «Non lo so – risponderà –, ma stavo andando nella direzione giusta. E questo non andava bene. Non voglio certo quel monumento che mi promisero, ma almeno qualcuno potrebbe ricordarsi di me e dirmi “Juliano, ci scusi, lei aveva ragione”».

 

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/quel-commissario-di-polizia-di-padova-che-aveva-capito-tutto-e-che-fu-processato-per-questo_it_5df203f4e4b0b75fb5381fad?fbclid=IwAR0qsgZzC7jKZ0G27tbfaY126HGrEuXYQ553UIX3osHnNjVj-qp2JiuCMGA

http://antonella.beccaria.org/tag/pasquale-juliano/page/2/

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La ”Strage di viale Lazio”: una tragedia dimenticata a firma di Cosa Nostra


Offuscata dal terribile ricordo dell’attentato di Piazza Fontana, la Strage di viale Lazio fu la prima mattanza firmata da Cosa Nostra in quel di Palermo, accaduta appena due giorni prima della strage di Milano, il 10 dicembre 1969. Firmata dai Corleonesi, Riina e Provenzano verranno condannati soltanto quarant’anni dopo il delitto.

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Sono gli anni iniziali del sacco di Palermo, quindi di quel boom edilizio che colpisce e sconvolge il capoluogo siciliano, che ha Salvo Lima come sindaco e Vito Calogero Ciancimino come assessore ai Lavori Pubblici. Due esponenti della Democrazia cristiana vicini alla corrente di Amintore Fanfani.
Accade qualcosa di strano. Piano regolatore completamente stravolto, un numero incredibile di licenze edilizie concesse, tantissime costruzioni in style Liberty distrutte. A costruire – ovviamente con prestanome – sono i boss dell’epoca. Stefano Bontate, Michele Cavataio, Salvatore La Barbera (il più legato ai corleonesi e a Ciancimino stesso), e altri. Cavataio, però, per accaparrarsi la fetta di appalti più alta, inizia a creare panico e scompiglio. Mettendo tutti contro tutti. È la mente della strage di Ciaculli, il 30 giugno 1963. Sette uomini delle forze dell’Ordine muoiono saltando in aria nel momento in cui trovano e aprono il bagagliaio di un’Alfetta, piena zeppa di tritolo.

Scatta la prima guerra di mafia. Tanti mafiosi vengono assassinati, e altrettanti arrestati. Tra questi proprio Luciano Liggio e Salvatore Riina, che però saranno assolti nel 1969 a Bari per insufficienza di prove. Dopo l’assoluzione, quindi, i capimafia si organizzano e Cavataio va punito.
Palermo, 10 dicembre 1969. Un commando composto da Salvatore Riina – non si è mai saputo se ha partecipato alla strage materialmente o resta in macchina – Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Emanuele D’Agostino, Gaetano Grado, Damiano Caruso, travestiti da agenti di polizia arrivano in viale Lazio per uccidere il super boss. Pare che le indicazioni fossero che lui soltanto dovesse morire, in realtà però, uno del commando, inizia a sparare su alcuni impiegati disarmati molto probabilmente impossessato dalla paura. È l’inizio della mattanza.
L’ultimo a cedere è Cavataio, che prima di essere ucciso – testa fracassata dal calcio del fucile di Provenzano e poi finito con un colpo di pistola alla testa – ha il tempo di uccidere Calogero Bagarella, il cui cadavere fu portato via subito dopo la strage e portato chissà dove.
Le condanne arrivano qualche anno dopo. Nel 2009. Provenzano e Riina sono condannati all’erga

 

 

 

 

 

 

http://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/114-mafia-flash/68193-la-strage-di-viale-lazio-una-tragedia-dimenticata-a-firma-di-cosa-nostra.html

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Grazia Deledda e il nobel per la letteratura 1926


Era un freddo 10 Dicembre del 1927 quando Grazia Deledda riceveva a Stoccolma il Premio Nobel per la Letteratura.All’epoca nessuna donna italiana aveva mai vinto il premio nobel e poche erano le donne che, in generale, riuscivano ad emergere in una società di uomini. Ma lei ci riuscì. Lei che aveva “vissuto coi boschi, i venti e le montagne” e che avrebbe portato per sempre con sé la sua Sardegna, affrontando ampi consensi ma anche aspre critiche.La candidatura di Grazia Deledda fu favorita non dagli italiani bensì da un gruppo di intellettuali svedesi. E per la seconda volta nella storia del Premio, a vincerlo era una donna.

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Quasi dieci anni dopo il nobel, nel 1936, Grazia si spegneva a Roma, uccisa da un tumore al seno di cui soffriva da tempo, lasciando incompiuta la sua ultima opera “Cosima, quasi Grazia”, autobiografica, che apparirà nel Settembre di quello stesso anno sulla rivista “Nuova Antologia”, a cura di Antonio Baldini, e poi verrà pubblicata col titolo “Cosima”.

 

 

Grazia Deledda e il nobel per la letteratura 1926

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A Scampia regna anche la cultura


“La Scugnizzeria” la libreria di Rosario Esposito La Rossa.  Rosario: un ragazzo come tanti altri, ma con la voglia di far rinascere il buono che c’è nel suo quartiere. Nel 2016, è stato anche nominato, dal presidente della Repubblica, Cavaliere per il suo impegno atto all’integrazione sociale. “Io sono uno spacciatore di cultura”, è questa la frase con la quale Rosario si presenta al pubblico.

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La volontà di sottrarre i bambini all’illegalità, alla malavita e farli leggere e farli studiare il mondo: questa è l’idea di Rosario. Un’impresa difficile ma non impossibile: “Quando una mattina è arrivato da noi un pacco di libri in donazione dalla casa EditriceEL, non potevo crederci. Qualcuno stava prestando attenzione a noi! Ma non è stato tutto facile, poiché se all’inizio l’Editrice EL sembrava interessata anche a pubblicarci un volume dal titolo Piazza di spaccio di libri, ad un certo punto si è ritirata”, racconta Rosario.

Ecco che i bambini decidono di fare la loro parte: non si può già partire sconfitti. Ed ecco che iniziano a scrivere loro un altro libro, un libro sulla loro vita difficile, ma alla quale c’è sempre speranza di rinascita: ecco che esce Eterni secondi, per Einaudi ragazzi. Non solo storie personali, ma anche storie ambientate nel corso di tutto il 1900: “Sono storie di 20 perdenti dello sport: un modo per dire che, anche se non si vince, si può sempre rimanere nella storia”.

 

 

 

 

“La Scugnizzeria”: a Scampia la voce dei bambini fa cultura

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Il 2019 è stato un anno di fuoco per le foreste.


Mentre ad agosto il mondo prestava grande attenzione ai fuochi che bruciavano nella foresta pluviale amazzonica del Brasile, le immagini satellitari della Nasa mostravano un numero molto maggiore di incendi nel continente africano: la Nasa definì in quei giorni l’Africa il “continente del fuoco”, dove si registrava il 70% dei 10.000 incendi che colpivano tutto il mondo in un giorno medio di agosto.

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Per quanto riguarda  l’Amazzonia dal primo gennaio 2019 al 15 novembre sono stati ben 233.473 gli incendi registrati. A luglio di quest’anno, poi, si è raggiunto un livello record di deforestazione pari a 2.250 chilometri quadrati di foresta persa e agosto è stato individuato come uno dei mesi peggiori degli ultimi 5 anni per il numero di incendi con ben 75.356 focolai. Gli incendi boschivi sono direttamente correlati alla deforestazione e, nonostante il calo del numero di incendi a settembre (inferiore del 20% rispetto al 2018), l’eliminazione delle foreste continua a tassi altissimi. Fino ai primi 19 giorni di settembre, l’area totale dei punti di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha coperto 7.580 chilometri quadrati, con una crescita significativa del 153% rispetto agli ultimi 10 anni.

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Enorme la perdita di biodiversità registrata anche nella vicina Bolivia: più di due milioni di animali selvatici, tra cui circa 500 giaguari, ma anche puma e lama, sono morti in 2 settimane di incendi che hanno devastato enormi aree delle foreste boliviane, in particolare la savana tropicale Chiquitania nell’est del Paese.

Più di 328.000 ettari – un’area quattro volte e mezzo le dimensioni di Singapore – sono stati inceneriti invece nella sola Indonesia, generando circa 360 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica in appena un mese e mezzo (dal primo agosto al 18 settembre) secondo i dati del servizio di monitoraggio dell’atmosfera Copernicus dell’Ue.

Un tempo sulla superficie del pianeta c’erano 6 mila miliardi di alberi e oggi ne rimangono meno di 3mila miliardi. Ogni anno ne perdiamo 15 miliardi, aumentando in questo modo l’effetto dei cambiamenti climatici, riducendo lo spazio vitale per la biodiversità e rendendo più difficile la vita a miliardi di persone

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/il-2019-e-stato-un-anno-di-fuoco-per-le-foreste-solo-in-amazzonia-bruciati-12-milioni-di-ettari/

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