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Giorno della Memoria, gli studenti hanno dimenticato: Auschwitz?


Skuola.net ha deciso di chiederlo direttamente ai ragazzi, tramite una web survey che ha coinvolto più di 3mila studenti di medie, superiori e
università. E l’esito non è così rassicurante, visto che circa 1 su 10 di loro sostiene che non sia così importante continuare a ricordare.

Preparations For The 70th Anniversary Of The Liberation Of Auschwitz-Birkenau

Ma ciò che sembra mancare ai giovani, al di là dell’empatia, spesso è la conoscenza storica e l’informazione. Forse per questo qualcuno ragiona così. Ad esempio, il 37% dei ragazzi intervistati non ha idea di come sia morto Adolf Hitler (suicidato nel suo bunker di Berlino), percentuale che sale al 54% se si analizzano solamente le risposte degli studenti delle scuole medie. Il 33%, poi, non sa dove si trovi Auschwitz (alle medie si arriva al 50%): tra le alternative, il 19% lo colloca in Germania, l’8% in Austria. E ancora, oltre il 20% non conosce il motivo per il quale si celebri la Giornata della Memoria il 27 gennaio (data della liberazione proprio del campo di concentramento di Auschwitz).

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L’universo concentrazionario è senza dubbio il tema in cui i ragazzi si mostrano più carenti. La scritta “Il lavoro rende liberi” (Arbeit macht frei)? Solo il 67% sa che era affissa all’entrata di numerosi lager nazisti, su tutti quello di Auschwitz: per il 5% si può leggere sui resti del Muro di Berlino, per il 4% in cima alla Statua della Libertà. E che dire, per restare sulla stretta attualità, di quel 42% che non ha idea di chi sia Liliana Segre, senatrice a vita ma soprattutto superstite della Shoah? Il 4% pensa addirittura sia il Ministro dell’Istruzione. Eppure è un nome che quotidianamente fa il giro di giornali e tv.

Ma come mai gli studenti scivolano così facilmente su un tema centrale come questo? Per 1 ragazzo su 2 la colpa è da attribuire in primis alla scuola; secondo loro, infatti, negli istituti l’argomento si tratta poco o male. Non c’è quindi da stupirsi se il 47% degli alunni non ha i propri docenti come fonte primaria di nozioni sull’Olocausto ma utilizzi altri mezzi per colmare le lacune, su tutte Internet (9%) e la Tv (7%). Anche le famiglie, però, sono un buon veicolo per la memoria (6%).

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Interessante capire, a questo punto, come i giovani calino le conoscenze acquisite – come detto spesso parziali – nel mondo di oggi. Che lezione ne ricavano. Per oltre la metà di loro (51%) l’orrore della Shoah potrebbe ripetersi nella società attuale e per un altro 42% ciò è difficile ma non impossibile; solo per il 7% è da escludere in modo assoluto che genocidi del genere possano accadere nuovamente. Una paura del presente data anche dal clima di intolleranza percepito: secondo 3 ragazzi su 5 è più forte che in passato, giudicando vergognoso questo fatto; mentre l’8%, pur ammettendo l’acuirsi dell’odio sociale, lo giustifica. Un dato che deve lasciar pensare, soprattutto se a loro si unisce un 19% che riconosce il fenomeno ma lo considera solo un sintomo di stanchezza delle persone, stufe di subire soprusi da parte di altri soggetti. Alla fine, solo il 13% vede l’Italia come una nazione tollerante: una ristretta cerchia di studenti.

Questa percezione generale è confermata da quel 79% di studenti secondo cui, in Italia, i diritti umani non sono sempre rispettati, portando come esempi il dilagante razzismo, l’omofobia e i femminicidi. È solo il 21% a pensare di vivere in un paese rispettoso dei diritti umani anche se, tra le motivazioni, la più frequente recita “potrebbe andare peggio”, portando poi vari esempi di paesi meno sviluppati.

 

 

 

 

 

 

 

Giorno della Memoria, gli studenti hanno dimenticato: Auschwitz? È in Germania. Liliana Segre? Il ministro dell’Istruzione

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Il Messico ha concluso il 2019 con una scoperta di notevole importanza: un palazzo dell’epoca Maya, risalente a oltre mille anni fa e scoperto nel sito archeologico di Kulubá, ad appena 150 km a ovest dalla turistica Cancún. L’edificio, che misura 55 metri in lunghezza, 15 in larghezza e 6 in altezza, venne costruito e abitato durante due epoche della civiltà Maya: il periodo tardo classico (dal 600 al 900 d.C. circa) e il periodo classico terminale (dall’850 al 1050 d.C.).

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Il palazzo è composto da sei stanze e fa parte di un complesso più grande che include due locali residenziali, un altare, e una costruzione di forma circolare che si ritiene fosse un forno. Gli esperti hanno anche ritrovato dei resti umani, e sperano che le analisi forensi possano fornire ulteriori indizi sugli abitanti di Kulubá.

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/messico-scoperto-un-antichissimo-palazzo-maya

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Campo di Coreglia Ligure


Il campo di Coreglia Ligure  nacque come campo di prigionia durante la seconda guerra mondiale. Dal dicembre 1943 al gennaio 1944 funzionò come campo di concentramento provinciale istituito dalla Repubblica Sociale Italiana per raccogliervi gli ebrei in attesa di deportazione. Quando alla fine del novembre 1943, il governo  promosse l’istituzione di una rete di campi di concentramento provinciali destinati a raccogliere gli ebrei catturati nei rastrellamenti, fu decisa la riutilizzazione a questo scopo del vecchio campo di prigionia.

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Il campo nel suo nuovo uso diventò ufficialmente operativo ai primi di dicembre 1943. La gestione era affidata a personale di polizia italiano sotto la responsabilità del Ministero degli Interni della Repubblica Sociale Italiana.

In zona, oltre agli ebrei italiani rifugiatisi nella Riviera, erano presenti numerosi profughi ebrei che dalla Francia si erano trasferiti in Italia dopo l’8 settembre 1943 nella speranza di ricongiungersi alle truppe alleate. Si spiega così la scelta di un luogo di detenzione così grande. La maggior parte dei ricercati tuttavia fu capace di sottrarsi all’arresto, spesso con l’aiuto attivo della popolazione locale. Dal campo passarono 29 ebrei; furono tutti deportati dapprima a piccoli gruppi attraverso il carcere di Marassi e San Vittore. L’ultimo gruppo di 20 ebrei fu prelevato il 21 gennaio 1944 dal maresciallo delle SS Max Ablinger  e inviato al campo di concentramento di Auschwitz con il trasporto che il 30 gennaio 1944 partì dal binario 21 della Stazione centrale di Milano.  Non risultano sopravvissuti. Il campo fu ufficialmente e definitivamente chiuso.

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_Coreglia_Ligure

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10 frasi per ricordare un evento così tragico da sfiorare l’inimmaginabile e che perciò non può essere dimenticato.


“Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora” Anna Frank

 

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“L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria” Primo Levi

 

“Ho provato anch’io a dimenticare, ma qualcosa si è mosso dentro me. Ho finalmente capito che dovevo parlare, prima che fosse troppo tardi” Elisa Springer

 

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso” Hannah Arendt

 

“Questi ricordi non sono semplici indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio. Sono incisi nella nostra pelle! Non possiamo liberarcene” Trudi Birger

 

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“All’uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta” Viktor E. Frankl

 

“Chiunque contesti l’esistenza delle camere a gas di Auschwitz è sempre o un vecchio nazista o un neonazista” Simon Wiesenthal

 

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre” Primo Levi

 

“La civiltà moderna non è stata la condizione “sufficiente” dell’Olocausto, ma ha rappresentato senza alcun dubbio la sua condizione “necessaria”. Senza di essa l’Olocausto sarebbe impensabile” Zygmunt Bauman

 

“Gli ebrei hanno sei sensi. Tatto, gusto, vista, odorato, udito… memoria” Jonathan Safran Foer

 

 

https://www.ibs.it/ibs-cafe/27-gennaio-giorno-della-memoria-libri-film-frasi-citazioni

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Quando nasceva il Partito Comunista Italiano.


Il 21 gennaio 1921, nell’ultimo giorno del XVII congresso del Partito Socialista Italiano che si svolgeva al teatro Carlo Goldoni di Livorno, una nutrita rappresentanza di delegati guidati da Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, Anselmo Marabini, Antonio Graziadei e Nicola Bombacci, unitamente alla stragrande maggioranza dei giovani della Federazione Giovanile Socialista, abbandonò la sala del teatro Goldoni e, raggiunto il non distante teatro San Marco, proclamò la nascita del Partito Comunista d’Italia aderente alla III Internazionale anche nota come Comintern.

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Il motivo della scissione dal Partito socialista risale alla bocciatura da parte della maggioranza del congresso socialista della mozione così chiamata dei “21 punti” elaborati dallo stesso Lenin come condizione per l’adesione all’Internazionale comunista. Il punto 13 testualmente stabiliva: “I partiti comunisti dei paesi in cui i comunisti operano nella legalità ogni tanto debbono intraprendere un’opera di epurazione (reiscrizione) tra i membri del partito per sbarazzarsi di tutti gli elementi piccolo borghesi che vi siano infiltrati”. E fu così che dal più vecchio partito politico italiano, il partito socialista, si consumò l’ennesima scissione (la prima, non volendo considerare gli anarchici di Andrea Costa, con Leonida Bissolati che diede vita al partito socialista riformista, poi seguirà Mussolini  il cui movimento sarà  inizialmente socialrivoluzionario e nazionale, poi…) e nacque il partito comunista italiano.

Nei suoi 70 anni di vita il PCI applicherà più volte il dettato del punto 13: il primo espulso fu Angelo Tasca a cui man mano si uniranno decine e decine di dirigenti non graditi al nuovo corso stalinista e alla leadership di Palmiro Togliatti di stretta osservanza moscovita; lo stesso Antonio Gramsci fu abbandonato al suo destino senza muovere un dito per la sua liberazione che, come è  stato storicamente dimostrato, sarebbe stata assai gradita al regime fascista.

Saranno gli anni del trotskismo e poi del revisionismo e poi del deviazionismo. In ogni caso il PCI avrà gran parte nella nascita della Repubblica e nel suo impianto istituzionale. Accompagnerà per oltre mezzo secolo le battaglie per l’emancipazione dei lavoratori che saranno tolti alla tutela dello storico partito socialista. Influenzerà in maniera preponderante la cultura italiana riconoscendo la validità del pensiero gramsciano. Il 3 febbraio 1991, caduto il muro di Berlino e dissoltosi il blocco sovietico il PCI cesserà di esistere e sarà Partito Democratico della Sinistra. Sarà anche l’unico partito comunista al mondo a non subire i contraccolpi della sconfitta ideologica del marxismo-leninismo.

 

 

 

21 gennaio 1921, nasce il Partito Comunista Italiano

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Mamma Lucia che vinse la guerra con la pietà


Mamma Lucia, umile donna di Cava de’ Tirreni  dopo il passaggio delle truppe alleate raccolse e diede degna sepoltura al centinaia di soldati morti senza nome.

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Lucia Pisapia, conosciuta anche come Mamma Lucia,  è stata una filantropa italiana e medaglia d’oro al merito civile della Repubblica italiana per essersi prodigata, subito dopo la seconda guerra mondiale, quando  si mise da sola a cercare, ricomporre e riconoscere i cadaveri dei soldati dispersi di entrambi i fronti. Diede così degna sepoltura a 700 giovani.  Lucia raccoglie e ricompone anche i resti di caduti  anglo-americani, marocchini o polacchi, perché lei non guarda a differenza di divise o di bandiere.  A Cava de’ Tirreni, mamma Lucia è l’unica a esumare le salme dei soldati, per l’intera nazione si dovette attendere la legge 9 gennaio 1951, n. 204 perché si provvedesse al censimento e sistemazione delle salme dei militari e dei civili deceduti in quel terribile periodo di guerra.

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A lei le sono state date anche numerose onorificenze tra le quali la cittadinanza onoraria di Salerno, la Medaglia d’oro al merito civile alla Memoria, e la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

A lei è dedicato il Premio Mamma Lucia che viene conferito alle donne.

 

 

Personaggi storici di Cava de’ Tirreni: ecco chi era mamma Lucia Apicella

https://www.avvenire.it/agora/pagine/mamma-lucia-apicella-madre-dei-morti-cava-de-tirreni

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La storia (dimenticata) dei bambini di Sciesopoli


Nel secondo dopoguerra, un paesino del bergamasco ospitò per anni centinaia di bambini ebrei orfani, sopravvissuti all’Olocausto. Oggi l’edificio che li ospitò è in rovina e molti vorrebbero trasformarlo in un museo alla memoria.

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Di fronte all’emergenza dei piccoli sopravvissuti, il paese di Selvino, borgo agricolo su un altopiano che domina la val Seriana, a quasi mille metri di altitudine, sembra il luogo ideale: nell’autunno del 1945 l’edificio chiamato Sciesopoli si rianima di centinaia di voci diverse, yiddish, polacco, rumeno, tedesco.

Era un mondo tutto da ricostruire, non solo esteriormente: per gli animi devastati degli ottocento giovani sopravvissuti si imponeva un nuovo metodo pedagogico, che tenesse conto sì delle sofferenze, ma che le lasciasse alle spalle per ridare un senso e una speranza, una nuova autostima e consapevolezza, una fiducia unita alla voglia di riuscire. E così, grazie all’applicazione di nuovi metodi psicopedagogici, il direttore Zeiri organizza, oltre alla scuola, un giornalino, un parlamento e una repubblica dei bambini in miniatura, corsi di pittura e musica, oltre al gioco, al teatro, corsi di artigianato.

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I bambini del paese di Selvino giocavano con i bambini di Sciesopoli, organizzavano tornei di calcio e passeggiate, nascevano amicizie. Finché nel 1948, alla nascita dello Stato di Israele, i ragazzi lasciarono la grande struttura per una nuova patria e Sciesopoli fu chiusa. Partirono ragazzi e ragazze dei quali ancora oggi non si conoscono tutti i nomi, poiché carte e documenti conservati nell’Archivio di stato di Bergamo sono stati distrutti durante un’alluvione: la documentazione era già frammentaria per ammissione dei responsabili, visto che di fronte a ottocento bambini non c’era molto tempo da dedicare alla burocrazia.

La grande casa di Sciesopoli, nonostante fosse stata costruita con impeccabili e solidi materiali, marmi e raffinata architettura, è abbandonata dagli anni Ottanta, e ora è in rovina, con alberi che crescono rigogliosi all’interno della struttura, depredata da arredi ed elementi decorativi. Il progetto del museo resta attuale, soprattutto in momenti come questo, sull’orlo di una crisi umanitaria in Italia, in Medio Oriente, ai confini della civilissima Europa.

 

 

 

La storia (dimenticata) dei bambini di Sciesopoli

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ARTE E CAMBIAMENTO CLIMATICO: I CAPOLAVORI SCIOLTI DI ALPER DOSTAL.


Con il suo progetto “Hot Art Exhibition” Alper Dostal, artista e multidisciplinary designer viennese, tratta il tema del riscaldamento globale con un certa ironia, ipotizzando i possibili effetti del caldo su opere iconiche di Picasso, Van Gogh, Mondrian e molti altri. Ma dietro all’approccio “leggero” si nascondono tutte le sue preoccupazioni, assolutamente condivisibili, per la salvaguardia del patrimonio culturale (e non solo) in seguito a un rovinoso innalzamento delle temperature.

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E così l’arte digitale di Alper Dostal ci mostra la graduale liquefazione dei capolavori più riconoscibili del mondo dell’arte sui pavimenti dei musei in cui sono conservati.

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Come se fosse improvvisamente mancata l’aria condizionata in una torrida estate figlia del cambiamento climatico.

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Alper Dostal, il designer che scioglie i capolavori dell’arte per mettere in guardia sul riscaldamento globale

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I triangoli del dolore


Primo Levi “L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”.

Una volta sorpassati i cancelli dei campi di sterminio, i prigionieri erano denudati, rasati a zero. Da lì in poi l’unico abito indossato è una divisa a strisce grigio-azzurre. La zebrata, sempre la stessa, perché non è consentito lavarla. Una casacca e un paio di pantaloni per i maschi, un camicione per le femmine, sono imposti a tutti i prigionieri, inclusi i bambini.Per snellire le pratiche di identificazione cuciti sulle divise ci sono dei triangoli colorati, attribuiti in base alla presunta colpa. Una sorta di folle sistema semiologico di identificazione della persona.

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Agli ebrei sono assegnati due triangoli gialli sovrapposti come a formare la Stella di David. Già nel 1941 l’obbligo di portare la Stella di David con scritta la parola “Jude” (giudeo in tedesco) fu imposto agli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania nazista

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I triangoli rossi identificano i prigionieri politici, composti per la maggior parte da comunisti, socialdemocratici e anarchici, nei cui confronti è stato emesso un mandato di arresto per motivi di sicurezza.

Nel 2002 il Governo tedesco ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità gay. Gli omosessuali sono stati a lungo vittime dimenticate del regime nazista, ma numerosi furono internati e uccisi nei campi di concentramento. A distinguerli dagli altri prigionieri era il triangolo rosa, cucito sulla divisa all’altezza del petto. Più di un milione di tedeschi sospettati di “attività omosessuali” sono stati  colpiti di cui almeno 100 mila sono stati arrestati, interrogati e processati, e non meno di 50 mila condannati alla carcerazione.

Indossavano il triangolo nero gli asociali. Le donne che amavano le donne erano, secondo l’ideologia nazista, un pericolo ai valori dello stato. Essere lesbica era considerata un’aggravante rispetto ad altre imputazioni (ebree, ladre, prostitute…). Essere lesbica significava non obbedire al volere dei maschi che pretendevano in ogni caso e in ogni modo di sottomettere la donna.

Il triangolo marrone era il simbolo delle vittime di uno degli olocausti dimenticati della seconda guerra mondiale, il Porajmos (Grande Divoramento) o Samudaripen (Tutti Morti) in lingua romanì, durante il quale persero la vita oltre 500mila persone rom e sinti. In una sola notte, il 2 agosto, 2.897 persone tra uomini, donne e bambini trovarono la morte nel crematorio numero 5, quello più vicino allo Zigeunerlager, il campo per famiglie zingare di Auschwitz-Birkenau.

 Il triangolo viola è destinato ai testimoni di Geova, o Studenti Biblici, come venivano chiamati allora, spesso accusati di essere vicini a ebrei e comunisti. Perseguitati dalla Germania nazista, furono tra i primi ad essere internati nei campi, già dal 1933. Si stima che circa 10mila, su una comunità di 25mila persone, finirono nei campi di concentramento per il rifiuto di giurare fedeltà al Führer e prestare il servizio militare, e 2mila furono uccisi. A molti genitori fu tolta la potestà dei figli, rinchiusi nei centri di rieducazione o affidati a genitori nazisti.

 

 

 

 

 

 

Giornata della Memoria: i triangoli del dolore

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Jan Palach,eroe della resistenza


Al centro di Praga, in Piazza San Venceslao, il 19 gennaio 1969, lo studente cecoslovacco, Jan Palach, si da fuoco come gesto di protesta contro l’occupazione da parte delle truppe sovietiche che hanno stroncato la Primavera di Praga.

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Patriota cecoslovacco, 21 anni non ancora compiuti, divenuto simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese, muore due giorni dopo per le ustioni riportate.

 

 

 

 

https://www.raiplay.it/video/2018/12/Jam-Palach—eroe-della-resistenza–16-gennaio-1969—1cabcc54-96ff-49e7-9a89-5a76978d4a9c.html

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Martin Luther King 91 anni fa nasceva l’eroe che aveva un sogno.


Un eroe dei nostri tempi. Era nato a Atlanta il 15 gennaio 1929. Promotore delle battaglie per i diritti civili della popolazione nera degli Stati Uniti, Martin Luther King è diventato il simbolo della lotta contro la segregazione razziale. Vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1964, fu assassinato nel 1968 nel pieno della sua battaglia. Nell’estate del 1963 un corteo di oltre 200.000 persone invase il centro di Washington invocando la legge sui diritti civili. Oltre 80.000 partecipanti erano bianchi e marciavano insieme agli altri cantando black and white together («neri e bianchi insieme»). King fu l’ultimo degli oratori e il suo discorso fu accolto da applausi scroscianti:

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«Io ho un sogno: egli disse – che i miei quattro figli piccoli potranno vivere un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere».

 

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/martin-luther-king_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

https://www.globalist.it/world/2018/04/04/martin-luther-king-91-anni-fa-veniva-nasceva-l-eroe-che-aveva-un-sogno-2022122.html

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Perché il polline ha avuto così tanto successo?


Un insetto intrappolato nell’ambra rivela perché, grazie al polline, i fiori hanno avuto così tanto successo evolutivo.

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Un dubbio che Charles Darwin  si pose 140 anni fa: come mai le angiosperme, ossia le piante che fanno i fiori, hanno avuto un successo evolutivo così rapido e travolgente? La risposta, ovviamente, è negli insetti. L’interesse si è concentrato su un esemplare di Angimordella burmitina (un coleottero della famiglia dei Mordellidae) rimasto intrappolato in una goccia di resina 99 milioni di anni fa, in quello che oggi è il Myanmar. Sulle sue zampe gli scienziati hanno trovato 62 granuli di polline appartenenti a una pianta non meglio identificata; non solo: sulla superficie dei granuli hanno osservato una tripla scanalatura, una struttura perfetta per aderire alle zampe degli insetti e dunque, secondo i ricercatori, un ottimo esempio di coevoluzione. Il fossile, che risale al Cretaceo, è il più antico esempio conosciuto di impollinazione di angiosperme da parte di insetti.

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Charles Darwin era ossessionato dall’esplosione evolutiva delle piante superiori durante il Cretaceo: com’è possibile, si chiedeva, che nel giro di una ventina di milioni di anni le angiosperme siano riuscite a conquistare la Terra a una velocità impressionante? Nel 1879 Darwin definì questa domanda “un abominevole mistero”, e da allora la risposta universalmente accettata è che furono gli insetti ad aiutare le piante nella loro scalata, diffondendo il loro polline in giro per il mondo e ottenendo in cambio una fonte di cibo facile e sicura. Finora, però, mancavano prove fossili a sostegno di questa tesi: i più antichi esempi di impollinazione di angiosperme a nostra disposizione risalivano a 50 milioni di anni fa, ben dopo l’inizio dell’esplosione. Ecco perché il coleottero del Myanmar è così importante: da oggi possiamo ufficialmente spostare indietro di circa 50 milioni di anni l’orologio dell’impollinazione, e confermare che è grazie agli insetti che le piante hanno goduto di così tanto successo.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/natura/perche-il-polline-ha-avuto-cosi-tanto-successo

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Dieci anni dopo il terremoto, tutti hanno dimenticato Haiti.


Il 12 gennaio 2010, un terremoto di magnitudo di 7.0 ha devastato Haiti, uno dei Paesi più poveri al mondo. Oltre 220mila morti, senza contare i feriti e più di un milione e mezzo di sfollati. Una tragedia che ha mobilitato il mondo intero, accorso per prestare i primi soccorsi. Solo una minima parte degli aiuti internazionali, tuttavia, è arrivata ad Haiti. 10 anni dopo il sisma, gli haitiani sono esasperati per la mancanza di lavoro e l’aumento incontrollato dei prezzi. E sull’isola caraibica i disordini sono sempre più violenti.

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Il 2010 è particolarmente orribile per Haiti: dopo il terremoto, scoppia sull’isola un’epidemia di colera. Parte della popolazione crede l’infezione sia partita dal accampamento del Nepal, parte della missione Onu. Di sicuro, le precarie condizioni igieniche dovute al sisma contribuiscono alla diffusione della malattia. Il 20 ottobre di quell’anno, il focolaio di colera è confermato ad Haiti per la prima volta in oltre un secolo. Si ammalano oltre 665mila persone e 8.183 perderanno la vita.

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Dopo dieci anni dal terremoto, a preoccupare Medici senza frontiere, presente sull’isola caraibica dal 1991, è il precario sistema sanitario haitiano. Dieci anni dopo, la maggior parte delle organizzazioni medico-umanitarie ha lasciato il paese e il sistema sanitario di Haiti è ancora una volta sull’orlo del collasso nel mezzo di una crescente crisi politica ed economica.

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Haiti, anche prima del terremoto del 2010, era una delle nazioni più povere al mondo. Il sisma ha distrutto non solo le case e le città haitiane, ma si è portato via anche la speranza di un futuro migliore. Dopo il cataclisma, per gli abitanti dell’isola non c’è stata quella ripresa tanto promessa. Al contrario, gli anni successivi sono stati contrassegnati da continue privazioni e umiliazioni. Come lo scandalo di centinaia di bambini nati da abusi commessi dai Caschi blu dell’Onu nei confronti di giovani donne, in molti casi appena adolescenti. Il sostegno internazionale che il Paese ha ricevuto, o che è stato promesso in seguito al terremoto, è ormai in gran parte esaurito o non si è mai concretizzato.  L’attenzione dei media si è spostata altrove mentre la vita quotidiana per la maggior parte degli haitiani diventa sempre più precaria a causa dell’inflazione galoppante, della mancanza di sviluppo economico e delle continue ondate di violenza.

 

 

 

 

 

https://www.fanpage.it/esteri/dieci-anni-dopo-il-terremoto-tutti-hanno-dimenticato-haiti/

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L’anniversario della nascita di Federico Fellini.


 Federico Fellini, uno dei più grandi registi mai esistiti era nato  il 20 gennaio 1920. Fellini esordisce alla regia con Luci del Varietà, che dirige assieme ad Alberto Lattuada. Proprio da questa pellicola nasce l’interesse per quello che sarà considerato un archè del cinema felliniano, cioè la decadenza e la gloria del mondo d’avanspettacolo. Nonostante il triste e magro esito finanziario del progetto, Fellini non si abbatte e firma la sua prima regia da solista, Lo sceicco bianco, con la proverbiale interpretazione di Alberto Sordi. Più della precedente, questa esperienza cinematografica accende l’animo del regista, e ne fa scaturire la sua vera identità. Realismo magico e onirico si fondono sapientemente in un mix peculiare, estroso, che sfocerà poi in quello che viene definito fantarealismo.Negli anni cinquanta, sulla scia della nuova industrializzazione, nasce un altro capolavoro: I vitelloni.Quest’opera ricalca i ricordi e le rimembranze del Fellini ragazzo, tra le strade di Rimini, così come farà Amarcord vent’anni più tardi.

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Nel 1954 arriva a creare quello che sarà il suo primo successo colossale, La strada. Il film, muovendosi su un percorso di poesia e vita nel dopoguerra, narra la storia d’amore tormentata tra una meravigliosa Giulietta Masina (moglie e musa di Fellini), ed Anthony Queen, strambi artisti di strada.

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Un mondo degli ultimi e degli emarginati quello raccontato dal regista, che si estrinseca anche ne Le notti di Cabiria, dove Fellini vince un Oscar come miglior film straniero. La sua iconicità giunge sicuramente negli anni sessanta, quando vede la luce una delle pellicole più identitarie della storia del cinema: La dolce vita.Premiato con un altro Oscar, il film è stato anche inserito nella rivista inglese Sight & Sound, occupando il 9º posto tra le più belle pellicole mai realizzate.

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Anche Amarcord, l’opera del ricordo, gli permette di incassare un altro Oscar, e di mostrare ancora una volta il disagio dei borghi riminesi, dove il richiamo malinconico e nostalgico del passato viene sapientemente offerto dall’antica esperienza autobiografica dell’autore.

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Seguono lavori e riconoscimenti, fino al 1993, anno in cui il regista porta a casa l’Oscar più importante di tutti, quello alla carriera. Malauguratamente nello stesso anno, precisamente il 31 ottobre, il cineasta riminese ci lascia all’età di 73 anni. Una fine che ha tutto il sapore di un inizio, l’inizio di un mito squisitamente italiano: Federico Fellini. 

 

 

 

 

https://www.italiani.it/anniversario-nascita-federico-fellini/

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l’Epifania nei grandi capolavori della storia dell’arte.


L’episodio dell’Adorazione dei Magi, raccontato nel Vangelo di Matteo, fu uno dei temi più ricorrenti nell’arte a cavallo fra Quattro e Seicento. Questo perché si proponeva come strumento perfetto per inserire episodi legati alla contemporaneità e celebrare il potere e la ricchezza dei committenti: ma il sentimento religioso ispirato dalla manifestazione della divinità del Bambino ha sempre affascinato gli artisti, che in modi diversi hanno tentato di restituire la sacralità di quell’attimo

Masaccio.

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La scena dipinta da Masaccio rispetta ancora i canoni tradizionali, con la scena e i personaggi rappresentati di profilo. La raffigurazione è particolare, in quanto vi si trovano alcuni personaggi vestiti con cappelli alla moda dell’epoca e con lunghi mantelli grigi, che lasciano scoperte le gambe coperte da calzamaglie. Si tratta probabilmente delle figure dei committenti.

Botticelli.

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Sandro Botticelli fu il primo, con la sua “Adorazione dei Magi di Santa Maria Novella” del 1474 a porre la Sacra Famiglia al centro e i Magi alla base di una piramide ideale al cui vertice sta la figura di Maria.

Leonardo da Vinci.

"Adorazione dei Magi" di Leonardo da Vinci, Galleria degli Uffizi

Leonardo riprende questa innovazione, rivoluzionando anche la scena stessa: nella sua Adorazione l’episodio è raffigurato in un momento ben preciso, quello in cui il Bambino, facendo un gesto di benedizione, rivela la sua natura divina quale portatore di Salvezza (Leonardo coglie qui il senso più profondo e sacro del termine “epifania”). Sconvolgimento interiore, sentimento del divino e stupore: Leonardo inserisce per la prima volta una dimensione strettamente simbolica nella rappresentazione della venuta dei Magi.

Albrecht Dürer.

Albrecht Dürer, "Adorazione dei Magi", Galleria degli Uffizi

L’importanza di questo quadro sta soprattutto nell’ armoniosa commistione di elementi italiani e nordici: dopo il suo viaggio a Venezia infatti, la sua pittura si arricchisce di dettagli sontuosi, drappi ricchi e colorati, tipici appunto della grande tradizione italiana dell’epoca.

Domenico il Ghirlandaio.

"Adorazione dei Magi degli Innocenti", il Ghirlandaio, Galleria dello Spedale degli Innocenti

la composizione piramidale dei personaggi, con alla base due dei Magi e con il terzo in piedi sulla sinistra, è un chiaro esempio della novità introdotta da Domenico il Ghirlandaio

Diego Velázquez
"Adorazione dei Magi" di Velasquez (1619), Museo del Prado, Madrid

Il pittore spagnolo dipinse la sua personalissima e intima Adorazione nel 1619, a soli vent’anni. A differenza di altre grandi rappresentazioni della venuta dei Magi alla capanna del Bambino Gesù, che utilizzavano la scena biblica per inscenare un omaggio ai potenti del tempo vestendoli dei panni dei protagonisti, nel quadro di Velasquez non compare alcun personaggio noto: vengono rappresentati, invece, i membri della sua famiglia.

Nella scena compare lo stesso pittore nei panni di Melchiorre, inginocchiato in primo piano. Il volto di Gaspare sarebbe quello di suo suocero Pacheco, mentre quello di Baldassarre quello di un suo servitore. Per dipingere Maria, si racconta che Velasquez abbia fatto posare sua moglie Juana, mentre il Bambino sarebbe sua figlia, appena nata. L’Adorazione dei Magi di Velasquez, conservata presso il Museo del Prado, è famosa per essere diversa dalle altre, per aver rappresentato in modo intimo e familiare una delle scene più famose e ricorrenti dell’epoca.

 

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/da-leonardo-a-durer-l-epifania-nei-grandi-capolavori-della-storia-dell-arte/

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La befana dona anche la speranza


 

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Mi hanno detto, cara Befana,
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.
Io buono sempre sono stato
ma un dono mai me lo hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto;
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.
Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
Oh cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa di ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.

Gianni Rodari

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Angels Unawares :il messaggio che esiste una componente sacra nello straniero, in termini di rifugiati e migranti.


“Angels Unawares”, realizzata in bronzo a grandezza naturale, raffigura un gruppo di migranti e rifugiati di diversa origine culturale ed etnica, e di diversi periodi storici. Sono raffigurati insieme, spalla a spalla, rannicchiati su una zattera. In questa diversa moltitudine di persone, emergono dal loro interno delle ali d’angelo per suggerire la presenza del sacro. L’ispirazione alla base dell’opera è tratta da un brano della Bibbia:

Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”

Ebrei 13:2

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A settembre 2019, la grande versione in bronzo è stata installata in Piazza San Pietro a Roma e il bronzo più piccolo è stato installato nella Basilica di San Paolo, a Roma.

 

La Scultura

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Peppino Impastato. Il 5 gennaio avrebbe compiuto 72 anni


Giuseppe (Peppino) Impastato nasce a Cinisi il 5 Gennaio del 1948. I suoi familiari erano mafiosi (il padre fu mandato al Confino durante il periodo fascista), e una sua zia aveva sposato il boss Cesare Manzella.

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Peppino frequenta il liceo classico di Partinico e in quegli anni si avvicina al PSIUP. Con altri giovani fonda “L’idea socialista”, giornale che verrà sequestrato poco dopo.

Nel 1976 fonda il circolo Musica e Cultura, di grande successo all’interno di Cinisi.

Nel 1977 a Terrasini fonda Radio Aut, ricevibile sui 98.8 Mhz a Terrasini e dintorni, trasmessa con un trasmettitore di 40W. Con autofinanziamenti, si procurano antenna, mixer, piatti e piastra.

Dal 1° Maggio, cominciò a mandare in onda, due volte al giorno, alle 20 e alle 23, il “Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso”. Le notizie venivano raccolte dai giornali e in ogni trasmissione erano presenti dalle 30 alle 40 notizie.

Inizialmente il palinsesto non era molto ricco, e quindi si dava molto spazio alla musica.

In seguito, Radio Aut cominciò a fare satira sulla mafia e sui mafiosi con Onda Pazza a Mafiopoli e poi La Stangata.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali con la lista “Democrazia Proletaria”, ma nella notte tra l’8 e il 9 Maggio, viene ucciso e in seguito il suo corpo fu fatto esplodere sui binari di una ferrovia per far pensare ad un attacco suicida.

 

 

 

 

http://www.archivioantimafia.org/bio_impastato.php

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“Il mio secolo bellissimo e triste”Osip Mandel’štam.


Nel dicembre 1938 il mondo perdeva uno dei suoi maggiori poeti, e non lo sapeva. In un lager dell’Estremo oriente sovietico moriva Osip Mandel’štam.

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Della sua memoria, sopravvissuta a stento, siamo debitori alla moglie Nadežda. Nadežda Mandel’štam riuscì a salvare le poesie del marito Osip, morto a causa delle purghe staliniane, mandandone a memoria i versi. Non usò solamente la propria, di memoria, ma anche quella degli altri, trasmettendo ogni poesia a dieci persone per volta. Quando arrivò alla decima poesia, cento persone conoscevano e trasmettevano i versi del marito. E così via. A quel punto, per quanto nascosta e segreta, la poesia di Mandel’štam si era pian piano trasformata in un fiume carsico che attraversava la Russia, per riemergere poi con forza al termine del periodo staliniano. Tra le persone che Nadežda incontrò in questa paziente opera di trasmissione ci fu Joseph Brodsky, futuro premio Nobel.

 

 

http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/osip-mandelstam/

«Nostalgia della cultura mondiale»: le letture di Osip Mandel’štam

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Prima gli italiani; i soldati neri morti per noi nella Seconda guerra mondiale.


Il battaglione Buffalo, tutto composto da afroamericani, era impiegato per le azioni disperate.

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La 92ª divisione di fanteria, conosciuta come Buffalo Soldiers,  combatté durante la  seconda guerra mondiale . Il tenente John R. Fox apparteneva al 366º Reggimento di fanteria quando sacrificò la sua vita per sconfiggere i tedeschi e salvare la vita dei propri compagni. Nel dicembre 1944, Fox faceva parte di una piccola squadra di osservatori che si offrirono volontariamente di avanzare fino al villaggio di  Sommocolonia, nella valle del  fiume Serchio.Le forze americane furono costrette ad abbandonare il villaggio dopo essere stati accerchiate dai tedeschi. Dalla sua posizione al secondo piano di una casa, Fox diresse il fuoco difensivo dell’ artiglieria.

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I tedeschi occupavano le strade e attaccavano in forze, superando abbondantemente in numero il piccolo gruppo di soldati americani. Fox comunicò via radio per aggiustare il tiro dell’artiglieria più vicino alla sua posizione, poi comunicò di sparare ancora più vicino. Il soldato che ricevette l’ordine di Fox rimase impietrito, perché se avesse ottemperato la posizione di Fox sarebbe stata colpita, uccidendo Fox. Quando fu riferita la situazione a Fox egli rispose: “Fire it!” (Fate fuoco!) Questo sacrificio ritardò l’avanzata tedesca, consentendo alle altre unità statunitensi di riorganizzarsi per reagire all’attacco.

Il suo gesto avrebbe aiutato le forze statunitensi, costrette alla temporanea ritirata, ad organizzare un contrattacco per riprendere il controllo del villaggio.

La motivazione ufficiale della Medal of Honor riporta che le truppe americane, dopo il ritorno nel paesino, avrebbero trovato il corpo di Fox in mezzo ai cadaveri di circa cento soldati tedeschi.

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Fox_(militare)

https://rep.repubblica.it/pwa/robinson/2020/01/01/news/prima_gli_italiani_i_soldati_neri_morti_per_noi_nella_seconda_guerra_mondiale-244781561/