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Evadere un vizio antico in Italia


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Già prima che l’Unità fosse compiuta, il Piemonte aveva avuto brutte gatte da pelare con le denunce dei liguri: Genova, di fronte al fisco, risultava tre volte più povera di Torino, mentre era vero piuttosto il contrario. Le denunce, che in Piemonte e in Savoia non si scostavano troppo dalla realtà, risultavano a Genova del tutto inverosimili. Genova, si sa, era mazziniana, e negare i soldi all’erario “piemontese” costituiva una virtù». Va da sé che per non pagare le tasse al Regno d’Italia ogni scusa era buona. E se i liguri rivendicavano di essere repubblicani, i romani e gli ex sudditi pontifici si appellavano alla loro fedeltà al Papa e al suo divieto, dopo la presa di Porta Pia, di collaborare coi piemontesi invasori.

I meridionali si dicevano devoti ai Borboni e la loro borghesia «viziata nel 1860 dai governanti garibaldini in cerca di popolarità (…) considerava un’offesa non già l’inasprimento, bensì la pura e semplice applicazione delle leggi tributarie». Quanto ai veneti, lacrimavano nel rimpianto della Serenissima: «Co San Marco governava se disnava e se senava / coi francesi bona zente se disnava solamente / co la casa de Lorena no se disna e no se sena…». E col regno di Sardegna? «Chi lo ga in tel (censura) se ’o tegna!» Ed ecco che, quasi 160 anni dopo l’Unità, ci ritroviamo inchiodati, in questi giorni, sempre lì. Con un problema in più da risolvere: l’elusione fiscale delle multinazionali dell’economia digitale.

 

 

 

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_10/passano-anni-6883fbb4-1b7f-11ea-9c4c-98ae20290393.shtml?fbclid=IwAR2j1U6TLs3uI0kMIczKtg9fmxZ3f67DgIUID9B47J2HV6e8Ln-uB2s3fZ0

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Adriano Olivetti, 60 anni fa moriva l’imprenditore che aveva a cuore lavoratori e ambiente.


Il 27 febbraio del 1960, alla vigilia del carnevale, ci lasciava Adriano Olivetti, morto all’improvviso mentre viaggiava in treno da Milano in Svizzera.
Ivrea, città natale dell’ingegnere piemontese, quell’anno annullò la tradizionale battaglia delle arance. Adriano Olivetti era un industriale e un imprenditore: al momento della sua scomparsa, la storica fabbrica Olivetti dava lavoro a 36 mila persone, di cui 25mila in Italia.

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Olivetti era però anche un intellettuale e un visionario, capace di intraprendere strade mai percorse prima di lui. Le sue fabbriche erano caratterizzate da grandi vetrate, così che potesse entrare luce negli ambienti di lavoro e per consentire ai dipendenti di mantenere un rapporto con la natura e il territorio, senza sentirsi alienati dal lavoro.Per evitare che le persone spopolassero le campagne, allontanandosi dalla natura per trasferirsi a Ivrea a lavorare nelle sue fabbriche, Olivetti forniva prestiti agevolati ai propri dipendenti, perché questi potessero mantenere la loro attività agricola. Olivetti aveva voluto anche una biblioteca aziendale, che poteva essere frequentata dai dipendenti anche durante l’orario di lavoro. Nei locali adibiti a mensa, poi, erano abitualmente organizzati spettacoli teatrali per i lavoratori.

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Gli effetti delle idee della sua filosofia, sono ancora visibili oggi, a cominciare dall’orario di lavoro: l’Olivetti ridusse infatti l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario nel 1956, anticipando di diversi anni quello che poi è stato raggiunto a livello nazionale con i contratti collettivi del lavoro. L’Olivetti fu inoltre la prima azienda italiana a riconoscere il congedo di maternità per 9 mesi e mezzo garantendo l’’80% della retribuzione, quando ancora la misura non era prevista dalla legge, e a costruire asili nido vicini alle fabbriche. Servizi sociali che Olivetti forniva prima dell’intervento pubblico, concepiti come un diritto dei lavoratori e non come concessione. Perché l’idea di Adriano Olivetti era quella di costruire un’azienda con una precisa funzione e con una responsabilità sociale, non solo orientata al profitto.

 

 

 

Adriano Olivetti, 60 anni fa moriva l’imprenditore che aveva a cuore lavoratori e ambiente

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Nessuna corsa verso possibili soluzioni reali.


Il Coronavirus è, inevitabilmente, l’argomento sulla bocca di tutti in questi giorni. Una situazione che si sta cercando di gestire, ma che di fatto ci sta facendo sottovalutare altri problemi molto seri che, una volta conclusa l’emergenza virus, ci troveremo comunque a dover affrontare.

artico-buchi-permafrost

Smettiamo per un attimo di pensare al Coronavirus, ai contagiati, a chi si trova in quarantena, ai supermercati svuotati e alle tante conseguenze di questa emergenza che sta vivendo il nostro paese. Prima o poi, tutto questo finirà ma, nel frattempo, l’attenzione verso altri gravi questioni che riguardano il nostro pianeta e tutti noi è un po’ troppo calata.

antartide senza neve

Mentre cerchiamo di isolare questo nuovo virus, cosa accade (di altro) nel mondo? La crisi climatica e sociale che stiamo vivendo è la più grande sfida che abbiamo mai affrontato. La vita sulla Terra è a rischio. Ma tutto questo non fa rumore. Il Coranavirus ci spaventa perché si amplificata in men che non si dica la percezione del rischio.

Deforestazione Amazzonia

Per queste drammatiche situazioni, però, di cui siamo in gran parte a conoscenza da tempo, dalla guerra in Siria allo scioglimento dei ghiacci, dall’invasione di cavallette alla deforestazione selvaggia, non c’è (e non c’è stata) nessuna corsa verso possibili soluzioni reali.

Ma solo negazione, indifferenza. O, peggio, rassegnazione.

 

 

 

 

Talmente presi dal Coronavirus, non ci stiamo preoccupando di queste terribili notizie (per noi e per il Pianeta)

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È morta Kiki Dimoula, la più grande poetessa greca contemporanea


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La scrittrice Kiki Dimoula, considerata la maggiore poetessa greca contemporanea, è morta sabato sera in un ospedale di Atene all’età di 89 anni, dopo un ricovero di una ventina di giorni, per una grave infezione respiratoria. La memoria e la nostalgia sono i due grandi assi intorno ai quali ruota il suo mondo poetico, in cui l’inesorabile trascorrere del tempo diventa la misura del vuoto che circonda l’esistenza degli uomini. Nata ad Atene nel 1931, Dimoula ha lavorato per tutta la vita professionale come impiegata alla Banca Nazionale Greca. Il suo esordio nelle lettere risale al 1952 con la collezione «Poesie» e da allora ha pubblicato una decina di raccolte di versi, tra le quali «Buio» (1956), «In contumacia» (1958), «Sulle orme» (1963), «Il poco del mondo» (1971), «Il mio ultimo corpo» (1981), «Addio mai» (1988, Premio nazionale di poesia greca) e «Per un attimo insieme» (1998). Con la raccolta «L’adolescenza dell’oblio» (1994, pubblicata in italiano da Crocetti nel 2007) ha vinto il Premio dell’Accademia di Atene. L’antologia percorre l’arco della produzione poetica di Dimoula che sin dall’esordio letterario nell’ambito della poesia greca ha imposto uno stile personale, fatto di ellissi, di assenze, di oggetti del quotidiano, di situazioni “crepuscolari” che lasciano una sensazione di amaro, di incompiuto, di qualcosa che si è perso nei meandri della memoria.

 

 

 

https://www.ilgazzettino.it/cultura/poetessa_greca_kiki_dimoula_morta-5071726.html

Kiki Dimoulà: «La pietra perifrastica»

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Edgar Allan Poe e quel precedente letterario che richiama il coronavirus


Una terribile pestilenza, la Morte Rossa, sta devastando una contrada e il  principe Prospero, uomo di animo felice e temerario, si rende conto che le sue terre sono spopolate (molti sono morti a causa della pestilenza, oppure sono semplicemente fuggiti per evitare il contagio). L’uomo allora decide di ritirarsi insieme ad un migliaio di amici e cortigiani nel suo palazzo, così da evitare di contrarre il morbo. All’interno dell’edificio gli occupanti trascorrono gioiosamente le giornate, con danze  e giullari, e dopo cinque mesi di isolamento il principe decide di indire un ballo in maschera.  Vengono quindi allestite sette stanze, ciascuna di un colore diverso., l’ultima è nera. I partecipanti si concentrano nelle prime sei ed evitano l’ultima, perché troppo cupa.

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Durante lo svolgimento della festa compare tra gli invitati una figura misteriosa, la quale indossa un sudario macchiato di sangue e una maschera che raffigura il volto di un cadavere.   La figura attraversa tutte e sette le stanze tra lo sconcerto dei presenti, che si fanno da parte per evitare di toccarla. Quando ha concluso la sua camminata, Prospero, ripresosi e oltraggiato da quello che crede un orribile scherzo, corre incontro al nuovo venuto con l’intenzione di ucciderlo, ma poco prima di raggiungerlo cade a terra senza  vita.  Solo allora gli astanti riescono a togliere il costume al misterioso ospite, ma si accorgono che sotto di esso non c’è niente: è la Morte Rossa, riuscita a entrare nel palazzo. Gli occupanti cadono morti uno dopo l’altro, e la Morte Rossa stabilisce il suo regno sull’intera contrada e sull’edificio, ormai buio e desolato.

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/La_maschera_della_morte_rossa_(racconto)

https://www.lastampa.it/topnews/tempi-moderni/2020/02/24/news/edgar-allan-poe-e-quel-precedente-letterario-che-richiama-il-coronavirus-1.38512480

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La paura della morte improvvisa irrompe tra noi


Col coronavirus  la paura  è come una cappa, sembriamo, e in tanti, impazziti. Quella calca davanti agli ipermercati, quei grandi carrelli che si tamponano, nell’ansia di colmarli. Zeppi: tutto quello che ci sta. Roba, roba, in una arcaica paura di una carestia mai conosciuta. In una scompostezza che dice qualcosa di noi, o almeno di molti. La sola ipotesi di un improbabile contagio è intollerabile. La sconosciuta costantemente censurata morte, l’Innominabile, se appena si affaccia all’orizzonte scatena il panico. Ci pensiamo immortali? O forse non pensiamo proprio a certe questioni, finché possiamo e ci comportiamo come se stesse per finire il mondo.

coronavirus

Un problema di fondo però c’è: perché siamo la nazione più infetta d’Europa? C’è stata qualche falla nella prevenzione e nella protezione?

Al Brennero l’Austria ci blocca i treni, poi ci ripensa e li lascia passare, ma comunque è in allarme verso di noi. Dalla Francia la signora Le Pen sta pensando di rendere più severi i controlli sull’entrata dei nostri concittadini, poi ritira la minaccia, ma intanto l’ha formulata. Ieri mattina un volo da Londra a Milano è partito con ritardo, perché un passeggero ci ha ripensato e ha voluto scendere, non voleva più andare a Milano. Un gruppo di nostri connazionali, appena sceso a Mauritius, s’è visto porre brutalmente l’alternativa: o accettavano di andare in quarantena, o tornavano indietro tutti. Noi ci comportiamo come le iene su un campo di battaglia: passiamo tra i feriti, li annusiamo, e mangiamo i più prossimi alla morte. Alludo all’aumento dei prezzi. Che ha qualcosa di folle, non umano, non cristiano, ma mercantile. L’insistenza con cui ci raccomandano da tutte le parti di lavarci le mani, ha moltiplicato l’acquisto dell’amuchina, e adesso ci son negozi dove questo disinfettante, comodo ed efficace, ha rispetto a un mese fa un prezzo aumentato del settecento per cento. Anche su Amazon.

 

 

 

 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-paura-della-morte-improvvisa-irrompe-tra-noi

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/vita-quotidiana-con-il-virus

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Il Carnevale nella storia dell’arte.


Festività cattolica, il Carnevale ha origini antichissime che lo legano ai grandi riti pagani come le dionisiache greche o i saturnali romani. Un periodo di rinnovamento simbolico, un evento che collega sacro e profano e che ha caratterizzato l’arte di numerosi pittori dal Rinascimento all’età moderna. Le maschere della Commedia dell’Arte italiana, tradizionalmente associate a questa festività, ebbero notevole popolarità in ambiente europeo. Ciò che ha interessato artisti come Picasso, ma anche Cezanne o Juan Gris, sono state le maschere e la tipologia di soggetti da esse rappresentate. Picasso ha dipinto numerosissimi Arlecchini, mentre Mirò attraverso la simbologia carnevalesca ha costruito una riflessione profonda sull’uomo. In occasione dell’approssimarsi del Carnevale.

Joan-Miro, Carnevael di Arlecchino,1925

Joan–Miro, Carnevael di Arlecchino,1925

Lotta tra Carnevale e Quaresima, Pieter Bruegel

Lotta tra Carnevale e Quaresima, Pieter Bruegel

Paul Cézanne, Marted' grasso, 1888

Paul Cézanne, Martedì grasso, 1888

Pablo Picasso, Paulo vestito da Arlecchino

Pablo Picasso, Paulo vestito da Arlecchino

Juan Gris, Arlecchino con Chitarra.

 

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/il-carnevale-nella-storia-dell-arte/

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23 febbraio 1909: la prima vera giornata della donna.


Siamo abituati ad associare l’8 marzo alla Giornata internazionale della donna, che purtroppo con l’avvento della società consumistica, si è trasformata in ‘Festa delle donne’, ma in realtà, fu il 23 febbraio del 1909 la prima volta in cui si parlò di rivendicazioni di genere e lotta contro le discriminazioni sessuali.  Woman’s Day negli Stati Uniti nasce dopo qualche tempo dal VII Congresso della II Internazionale socialista, tenuto a Stoccarda dal 18 al 24 agosto 1907.

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Durante la conferenza, in mancanza dell’oratore ufficiale, prese la parola la socialista e attivista dei diritti delle donne Corinne Brown, che non perse occasione per parlare dello sfruttamento delle operaie, delle discriminazioni sessuali e della possibilità del suffragio universale. Purtroppo però i tempi non erano maturi per grandi trasformazioni, ma tuttavia questa voce fuori dal coro contribuì alla nascita di un sentimento di rivendicazione.  Iniziarono battaglie e manifestazioni, fino appunto alla celebrazione della prima giornata della donna il 23 febbraio 1909. E’ quindi ufficialmente da questa data, che si acquista una nuova consapevolezza e soprattutto che il Partito socialista americano dà vita a una sezione a favore delle lotte femministe.

Poi nel 1910, 20mila operaie scioperarono per tre mesi a New York. Da qui, la Conferenza internazionale delle donne socialiste di Copenaghen, istituì la giornata di rivendicazione dei diritti femminili. Piano piano anche l’Europa aderì alle celebrazioni fino alla Prima guerra mondiale.

La scelta dell’8 marzo, ha invece origine russe. In quella data, nel 1917 a San Pietroburgo le donne si riunirono in una grande manifestazione per rivendicare diritti e la fine della guerra, un appello inascoltato che sfociò nella rivoluzione russa.

Questo dovremmo ricordarcelo ogni volta che si svilisce la Giornata della donna trasformandola in qualcosa di banale. Per prime noi donne dovremmo farlo. Indignandoci davanti a una simbologia e un consumismo che non hanno niente in comune con la storia dell’emancipazione femminile. L’adulterio, il divorzio, la riforma del diritto di famiglia e ancora gli anni della contestazione. La Festa della donna dovrebbe tornare a celebrare il coraggio e la determinazione di chi in passato si è battuto anche per i nostri diritti (che oggi ci sembrano troppo scontati).

 

 

 

23 febbraio 1909: la prima vera giornata della donna non fu l’8 Marzo

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Rita Levi Montalcini: come trovare il bene nel male


«Se non fossi stata discriminata o non avessi sofferto di persecuzioni, non avrei mai ricevuto il premio Nobel», aveva dichiarato Rita Levi-Montalcini. Femminista in una famiglia dai costumi vittoriani, ebrea e libera pensatrice nell’Italia di Mussolini, il premio Nobel ha dovuto fronteggiare molte e varie forme di oppressione nella sua vita. Nonostante questo la neurobiologa non ha mai perso la sua tenacia e anzi ha trasformato le difficoltà in punti di forza.Ha vinto il premio Nobel per aver scoperto una sostanza essenziale per la sopravvivenza delle cellule nervose: il nerve growth factor (Ngf), scoperta che ha portato a una nuova comprensione dello sviluppo e della differenziazione del sistema nervoso con la possibilità di rigenerare le fibre nervose. Si apriva quindi la strada delle applicazioni pratiche.

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Il premio Nobel cominciò a lavorare su possibili applicazioni nel settore dell’oculistica. La scienziata aveva visto gli effetti della sua proteina su una piccola paziente verso la fine degli anni ’90. Fu poi l’azienda biofarmaceutica Dompé a investire nel progetto.Si tratta di una proteina simile a quella naturalmente prodotta dal corpo umano, coinvolta nello sviluppo, nel mantenimento e nella sopravvivenza delle cellule nervose. Somministrato sotto forma di gocce oculari in pazienti con cheratite neurotrofica moderata o grave, questo collirio può aiutare a ripristinare i normali processi di guarigione dell’occhio e a riparare il danno della cornea. In pratica, stimola lo sviluppo, il mantenimento e la sopravvivenza delle cellule nervose e a riparare il danno della cornea.Ma si spera anche che in un futuro prossimo la molecola Ngf sotto forma di collirio possa essere somministrata durante le prime fasi dell’Alzheimer per ridurre o bloccare l’evoluzione della patologia.

 

 

 

https://www.ilsole24ore.com/art/rita-levi-montalcini-come-trovare-bene-male-ACAOQIS

https://www.ilsole24ore.com/art/si-vendita-collirio-nato-studi-nobel-montalcini-AEcu9KuB

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Compie 30 anni la foto della Terra vista da 6 miliardi di chilometri di distanza.


Compie 30 anni la foto del “puntino blu pallido”, l’ultima immagine della Terra catturata dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio 1990. Per l’occasione, i tecnici del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa l’hanno restaurata con moderni programmi di trattamento delle immagini, mantenendone però le caratteristiche originali.La foto era stata scattata quando la sonda si trovava a circa sei miliardi di chilometri di distanza. L’idea era nata dal celebre astronomo e divulgatore americano, Carl Sagan, che scelse di girare la fotocamera della Voyager indietro in cerca della Terra.

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La foto fa parte di una serie di 60 scatti del Sole e di sei pianeti fatti dalla Voyager 1, che costituiscono quello che la Nasa definisce “l’album di famiglia del Sistema Solare”. La sonda Voyager 1 è stata lanciata il 5 settembre 1977, 16 giorni dopo la sua gemella, la Voyager 2. In quasi 43 anni di attività, le due sonde hanno migliorato le nostre conoscenze del Sistema Solare, soprattutto dei suoi confini.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/voyager-foto-della-terra-vista-dallo-spazio-compie-30-anni

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Api e fiori, la loro è la storia d’amore più lunga al mondo (ma ora rischia di finire)


Tra i tanti grandi amori che esistono nel nostro pianeta uno dei più forti e duraturi è quello tra le api e i fiori. Una coppia speciale che, come sappiamo, è oggi seriamente in pericolo. La storia d’amore più antica della storia è quella tra l’ape e il fiore. È iniziata più di 100 milioni di anni fa, quando la natura ha escogitato un modo più efficiente dei venti per far si che le piante potessero continuare a crescere e diffondersi sulla terra. Circa l’80% delle specie vegetali si serve attualmente dell’aiuto di insetti o altri animali per trasportare granuli di polline dalla parte maschile a quella femminile della pianta. E le piante, dal canto loro, sono davvero delle abili corteggiatrici: grazie ai loro fiori, colorati, profumati e dal nettare dolce, sono in grado di attirare a sé gli insetti impollinatori proprio come farebbe una pozione d’amore. La natura le ha rese perfette all’interno di un meccanismo altrettanto perfetto.

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Nel corso del tempo, circa 25.000 specie di api si sono evolute a livello globale per giocare a fare Cupido con piante e alberi in fiore. Ogni volta che fanno visita ai loro “innamorati” si riforniscono di nettare, raccolgono polline per nutrire i loro piccoli e diventano così dei veri e propri messaggeri d’amore.

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Ma questi amanti così speciali del mondo naturale stanno ora attraversando un momento molto critico. E, come sappiamo, anche per la nostra stessa sopravvivenza, è molto importante invece che questa storia d’amore secolare persista: dalle api dipende la crescita della maggior parte di frutta, verdura, noci, erbe, spezie, ecc. di cui ci nutriamo, ma anche la crescita di piante utili in medicina oltre che fibre come il cotone e gli stessi alberi che sono i polmoni verdi del nostro pianeta.Diverse specie di api sono in netto calo numerico e tra loro ci sono anche i bombi,  altra specie fondamentale per l’impollinazione.Il problema di fondo come sappiamo sono le azioni sconsiderate dell’uomo, tra cui le monoculture e l’uso di pesticidi in agricoltura, C’è quindi il rischio questa storia d’amore, oggi tanto fragile, da cui dipende la nostra sopravvivenza è destinata a finire.

 

 

 

 

Api e fiori, la loro è la storia d’amore più lunga al mondo (ma ora rischia di finire)

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San Valentino: storia, miti e leggende del santo degli innamorati


 Secondo alcune leggende fu la Chiesa a sceglierlo per rimpiazzare il dio Lupercus, venerato nell’antica Roma proprio in questo periodo dell’anno.Difatti se per qualcuno la data della ricorrenza è riconducibile al giorno in cui Valentino venne martirizzato nel 273, per altri la scelta dipende piuttosto dai Lupercalia, antichi rituali di fertilità celebrati nell’antica Roma il 15 febbraio, con tanto di processioni e amore libero.

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Trattandosi di un rito considerato impuro dalla Chiesa, quest’ultima decise di rimpiazzare il dio Lupercus con il martire cristiano Valentino. Fu Papa Gelasio a volerlo nel 496 d.C..Perché proprio lui? Perché Valentino, secondo alcune leggende, era uno dei pochi vescovi della sua epoca a ufficializzare le unioni fra fidanzati cristiani e inoltre dedicò tutta la vita alla comunità cristiana dimostrando moltissima fede.

Per quanto riguarda la festa odierna, probabilmente si deve all’associazione fatta da Geoffrey Chaucer (1343 – 1400), nel suo poema “Parlamento degli uccelli“, tra la ricorrenza e il fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia.

 

 

 

 

San Valentino: storia, miti e leggende del santo degli innamorati (ma anche dei bambini)

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La radio cambia pelle, ma non perde la forza.


Un giorno arrivò la televisione. E i soliti profeti della tecnologia proclamarono la fine della radio, fino ad allora signora incontrastata dei media. Poi arrivò Internet. E i soliti profeti sentenziarono l’ennesima fine della radio.

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Invece no, questo strumento che deve la paternità a un italiano, Guglielmo Marconi, è ancora più che presente nella vita di tutti i giorni di centinaia e centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Nei modi più svariati, utilizzando tecnologie e tecniche comunicative vecchie e nuove. Fra tradizione e innovazione. La radio, insomma, è capace di adattarsi ai cambiamenti e di sfruttare anche internet (con lo streaming o il podcast sul cellulare) e pure la televisione dove la radio si ascolta e si vede, con il Dj che diventano anche personaggi televisivi.

Per questo ogni anno, il 13 febbraio, si celebra la Giornata mondiale della radio, promossa dall’Unesco.

In alcuni Paesi, e non sono pochi, la radio è ancora l’unico mezzo, almeno in certe aree, per rimanere informati su quello che accade nella regione e oltre. Lo streaming telefonico, ad esempio in molte zone rurali africane o asiatiche, o in luoghi devastati dalle guerre, non è spesso accessibile, o comunque non è affidabile oltre ad essere costoso.

L’Onu, sottolinea come la radio sia un mezzo di comunicazione a basso costo, particolarmente adatto per raggiungere comunità isolate e persone vulnerabili (gli analfabeti, le persone con disabilità, i giovani, i poveri). «Fornisce a tutti, indipendentemente dal livello di istruzione, l’opportunità di partecipare al dibattito pubblico», evidenziano le Nazioni Unite.

La radio è utilmente coinvolta, infine, nei sistemi di comunicazione di emergenza e nell’organizzazione dei soccorsi in caso di calamità. I collegamenti tramite il cellulare possono venire a mancare per il danneggiamento dei ponti telefonici (che sono sempre una forma di radio). Nel caso della tragedia di Rigopiano, nel gennaio 2017, non fu possibile chiamare col telefonino l’albergo per chiedere come andasse. Passò del tempo prezioso prima che scattassero i soccorsi. E anche i soccorritori in avvicinamento non erano in grado di comunicare con quelli dell’albergo. Per questo molte baite e rifugi in montagna sono dotate di radio ed esistono dei canali di emergenza.

 

 

 

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/giornata-mondiale-della-radio-2020

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Epilessia, 65mln di malati nel mondo, 500mila in Italia.


In Italia ogni anno si diagnosticano 36 mila nuovi casi: 20-25 mila con crisi isolate e 12-18 mila con crisi sintomatiche acute. Di questi, sono 90 mila i bambini fino a 15 anni che ne soffrono e che hanno anche problemi sociali dettati da stereotipi che rendono difficile la vita di tutti i giorni.

epilessia

Le cause di questa patologia neurologica possono essere diverse e nel 30% dei casi la malattia è farmacoresistente. Molte difficoltà per i bambini dalla scuola allo sport.Una delle criticità più rilevanti è la mancanza di preparazione degli insegnanti e degli operatori scolastici, quindi la paura per il possibile manifestarsi di crisi durante l’orario scolastico o l’incapacità di fronteggiarle inoltre,  ad oggi, nessuna legge obbliga gli insegnanti a somministrare i farmaci a scuola. Per quel che riguarda lo sport  esistono attività sportive sconsigliate o non compatibili ma si tratta di casi molto particolari. In tutti i casi di malattia lieve o di media gravità l’attività sportiva è compatibile. Bisogna tuttavia diffondere una cultura adeguata per evitare il rischio che la persona taccia sul proprio stato.

Anche per gli adulti non è semplice perché nel mondo del lavoro tuttora c’è una scarsa conoscenza del problema, soprattutto in ambito privato  si innesca dunque il solito circuito negativo: nel caso in cui si comunica la malattia, si rischia di non ottenere il lavoro o di essere considerati lavoratori ‘particolari’ e ciò porta a tacere e negare il proprio problema, contribuendo al processo di separazione o di non piena integrazione che poi ha riverberi anche psicologici sulla personalità di chi è affetto da epilessia

Se da una parte, dunque, è ancora complesso avere una vita sociale con l’epilessia, dall’altro, la ricerca scientifica offre notizie positive: una innovativa terapia anti-neuroinfiammatoria (un ultra-microcomposito composto da palmitoiletanolamide e luteolina) promette, a seconda dei casi, di ritardare la comparsa della crisi epilettica o di supportare l’azione della terapia farmacologica tradizionale con la possibilità, per il futuro, di ridurre il dosaggio dei farmaci antiepilettici e quindi dei suoi effetti collaterali.

 

 

 

http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2020/02/08/epilessia-65mln-di-malati-nel-mondo-500mila-in-italia_76e24441-94ee-4c8f-8271-bfe6fb04a3a3.html

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La passione del Cantico dei Cantici


Gli italiani non sono assidui lettori della Bibbia,  che  sta magari nelle loro librerie senza essere letta. Eppure basta che venga citata da chi sa renderla eloquente che richiama e risveglia molti ascoltatori, subito entusiasti. È quello che ha fatto Benigni a Sanremo con il Cantico dei Cantici.

cantico

Il Cantico dei cantici è uno dei libri della Bibbia ebraica che fa parte della terza classe, detta degli Agiografi, in un gruppo dei cinque più brevi scritti: i Cinque Rotoli.
Il nome del libro è equivalente a un superlativo dell’idea di “cantico”: è perciò erronea l’opinione di alcuni antichi che interpretano l’espressione come equivalente a “cantico fra i cantici”. Il contenuto di questo libro è fra i più originali e, si direbbe, fra i più inaspettati della Bibbia: parla infatti esclusivamente di amore, tra uno Sposo e una Sposa.

La Sposa esprime avanti alle Figlie di Gerusalemme i suoi desideri amorosi e le lodi per lo Sposo. Il soliloquio della Sposa che descrive una visita dallo Sposo, ripetendo la descrizione della primavera che egli recitò sotto la sua finestra e le lodi che le indirizzò.

Non è forse mai avvenuto che un libro di così piccola mole abbia provocato una letteratura così abbondante e disparata come il Cantico: dal Voltaire, che lo chiamò “canzone degna d’un corpo di guardia dei granatieri” e che trova in sostanza consenzienti moltissimi studiosi moderni, fino a Santa Teresa che trovò in esso l’occasione delle più eccelse elevazioni mistiche, sino a centinaia di commenti, israeliti e cristiani.

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/il-cantico-dei-cantici-il-testo-completo-e-il-suo-significato/

https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2020/02/08/news/la_passione_del_cantico_dei_cantici_risvegliata_dalla_lettura_di_benigni-247992181/

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In Kenya è in corso la peggior invasione di locuste del millennio


Come una piaga biblica, uno sciame di miliardi di locuste sta devastando le coltivazioni del Kenya e minaccia di invadere il resto dell’Africa.

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DA DOVE ARRIVANO LE LOCUSTE? Schistocerca gregaria è un insetto particolarmente vorace, che si riunisce in sciami che possono comprendere più di 50 milioni di esemplari, capaci di divorarsi fino a 200.000 tonnellate di piante al giorno. La loro esplosione è legata a fattori climatici: il 2019 è stato un anno particolarmente caldo e umido in Kenya, e queste sono proprio le condizioni ideali per la nascita di uno sciame gigantesco. Al momento in cui scriviamo 70.000 ettari di terra kenyana sono già infestati e le popolazioni locali descrivono il passaggio dello sciame in toni apocalittici, raccontando che le locuste sono talmente tante da oscurare il cielo.

Kenya Africa Locust Outbreak

L’INVASIONE DELL’AFRICA. Oltre al rischio per l’economia (e per la sopravvivenza della popolazione), lo sciame del Kenya rappresenta una minaccia per il resto del continente: alcune locuste hanno già scavalcato il confine nazionale e sono entrate in Etiopia e Somalia, e considerando che sono in grado di volare fino a 150 km al giorno, il rischio che possano invadere l’intero continente è molto alto. Anche perché le condizioni climatiche dell’area continuano a favorire le locuste: al momento, dice la FAO, la rapidità con cui si stanno riproducendo e diffondendo è di molto superiore ai nostri tempi di risposta, tanto che per contrastare lo sciame è impossibile agire a terra e bisogna affidarsi all’intervento di aerei che spargono pesticidi sui campi infestati – una soluzione estrema che ha anche molti, pessimi effetti collaterali.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/animali/cavallette-piaghe-bibliche-invasione-di-locuste-in-kenia

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Conserve e marmellate per dimenticarsi delle stagioni


 Gli accostamenti sono insoliti, a volte sorprendenti. In quei barattoli di vetro convivono frutti che “naturalmente” non starebbero insieme. Una confettura, per esempio, di albicocche e mandarini, mescola due ingredienti che appartengono a stagioni diverse, l’estate incipiente e il tardo autunno. E subito scatta un’osservazione: mettere i frutti in conserva è un modo per combattere le stagioni, “fissarle” come in una sorta di paradiso terrestre dove tutto è presente sempre. Nell’Eden non c’erano stagioni, racconta la Bibbia. E non ci sono stagioni nel favoloso Paese di Cuccagna, il luogo in cui la fame non esiste, tutto è a portata di mano e facile da raggiungere. In qualsiasi momento. On demand.

  1. marmellata

Questa grande utopia dell’immaginario popolare nasce da un desiderio che ha attraversato la storia in lungo e in largo: il desiderio di sicurezza, di stabilità, di certezza. I frutti, in quei barattoli, superano il vincolo stagionale, si incontrano e si mescolano noncuranti del clima, del luogo, del tempo. In altri barattoli, ben protette da un velo di aceto, le verdure si confondono  una “giardiniera” che evoca sì l’orto, ma in qualche modo anche il giardino dell’Eden… È il sogno di un’umanità che vive al ritmo delle stagioni e gode dei prodotti sempre nuovi che esse offrono, ma in quell’avvicendamento intravede anche un pericolo, un rischio da cui proteggersi.

Come ha scritto il sociologo Sineri, la conserva è “ansia allo stato puro”. Ma è anche una speranza, e una scommessa sul futuro: “chi farebbe mai più marmellate, se non avesse la speranza di vivere almeno il tempo di poterle mangiare?”.

Pensiamo anche alle carni, ai pesci, e a quelle straordinarie operazioni  che riescono a ricavarne prodotti di conserva, con l’aiuto del sale o del fumo o del calore, che li trasformano facendone salumi, affumicati, prosciugati (prosciutti…) e via conservando. Pensiamo al fragile e deperibile latte, che si rigenera in gustosi formaggi. Tutto questo è frutto di una “cultura della fame” che ha prodotto sofferenze e paure ma anche straordinarie invenzioni gastronomiche, magari, a un certo punto, destinate ai mercati di specialità e al gusto dei gourmet. Nella storia dell’alimentazione, il mondo della fame e il mondo del piacere non sono così lontani come si penserebbe…

 

 

 

 

 

 

 

https://consumatori.e-coop.it/rubriche/conserve-e-marmellate-per-dimenticarsi-delle-stagioni/?fbclid=IwAR1JrUyXMECg1bVrbvPfvpmplUme7wGIaTlYdssaOGgjUkp2Zek9oky9Gg8

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Oggi è il 02.02.2020, un giorno palindromo. Ne abbiamo solo 366 ogni 10mila anni


Anche negli Usa sarà un giorno palindromo, per una casualità che non si verificava da circa mille anni.

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Appassionati di cabala, oggi è il vostro giorno: il 2 febbraio 2020 è una data palindroma, che non cambia se viene letta da sinistra a destra. Una rarità assoluta che accade solo poche volte nel corso dei millenni. Per i Paesi che trascrivono le date mettendo prima il giorno, poi il mese e poi l’anno, sono solo 366 i giorni palindromi nell’arco di diecimila anni.

In questo secolo era già successo altre volte, come il 10.02.2001, il 20.02.2002, il 01.02.2010, l’11.02.2011 e il 21.02.2012. La prossima sarà il 9 febbraio 2092, mentre l’ultima, prima di una pausa di qualche secolo, sarà il 29 dicembre del 2192. Dopo questa data bisognerà aspettare addirittura il 3000 (per la precisione il 10.03.3001).

Stavolta, però, la ricorrenza è ancora più squisita: il 02.02.2020 è una data palindroma anche per le convenzioni anglosassoni (che usano la formula mese/giorno/anno). Un evento che non accadeva dal Medioevo, dal 11.11.1111 (quando, tra l’altro, la data americana non esisteva ancora).

 

 

 

https://www.open.online/2020/02/02/oggi-e-il-02-02-2020-un-giorno-palindromo-ne-abbiamo-solo-366-ogni-10mila-anni/?fbclid=IwAR3DTPOcT5kOcm8YiP1L-w5Gl9DJxPUFX7DseycXVvPPvo2N3GMClbA5XpE

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Il giorno della memoria “corta”


 

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Sono passati ormai quasi 200 anni da quel terribile quanto inutile massacro..L’uomo bianco è sempre lo stesso..ignorante e criminale come allora, ora gli “indiani” sono diventati le popolazioni della Palestina, dell’ Iraq, del Libano, dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria,dell’ Iran…Ora si uccide per il petrolio, per esportare democrazia.

Gli Indiani d’America popolavano l’intero continente americano, dalle gelide lande dell’Alaska fino alla punta meridionale del continente, la Terra del fuoco, gelide terre in prossimità dell’Antartico. L’olocausto compiuto nei confronti di questi popoli, non fu solo lo sterminio di milioni di persone, ma fu anche qualcosa di più profondo, ovvero la totale distruzione delle loro avanzatissime culture, molto più in contatto con la natura, la conoscenza delle piante e le leggi dell’universo. Per avere un’idea della loro meravigliosa etica vedi il “Codice Etico dei Nativi Americani”.

Il massacro iniziò praticamente pochi anni dopo la scoperta del continente americano (solo Colombo ne ucccise circa mezzo milione) e si concluse alla soglia della Prima Guerra Mondiale. Quindi si sviluppò lungo un periodo di tempo molto vasto e difficilmente delimitabile. Le modalità del genocidio sono state molte e diverse, dall’eccidio vero e proprio di intere comunità, sterminate sistematicamente con le armi, da eserciti regolari o da soldataglie criminali assoldate alla bisogna per mantenere pulita l’immagine dei governi ufficiali,  alla distruzione delle piante e degli animali per impedire che gli indiani si nutrissero.

 

 

https://infofree.myblog.it/2019/01/31/1-febbraio-1876-il-giorno-della-memoria-corta-gli-stati-uniti-damerica-dichiarano-guerra-ai-nativi-americani-rei-di-un-crimine-imperdonabile-nei-loro-territori-cera-loro/?fbclid=IwAR0QJ-MW4JMXbLAiCyVRnuXfa5FUOklj-VpDby5bvolzj3EWIWuEBaBsKnM

https://zapping2017.myblog.it/2018/01/25/il-giorno-della-memoria-corta-l-olocausto-indiano-che-nessuno-vuole-ricordare/?fbclid=IwAR2m0pi8SGhTkLkhDClRKXn3003dO2nuFKnb5-gucobdpJ_wPy_yh1QzAJw