
La storia della tragedia cambogiana è strettamente legata a quella del vicino Vietnam e alla lunga guerra che vi si svolse. Il genocidio perpetrato a opera degli Khmer rossi dal 1975 al 1979, quando sparì circa un quarto, forse di più, della popolazione del Paese, è responsabilità diretta o indiretta, oltre che degli stessi Khmer, di Cina, Stati Uniti, e del comportamento ondivago e contraddittorio del “padre” della Cambogia Norodom Sihanuk, che di volta in volta osteggiò o appoggiò i vietnamiti del Nord, gli Stati Uniti, Pol Pot (il capo degli Khmer), la Cina, i Vietcong (i guerriglieri comunisti vietnamiti). La cosa che salta agli occhi e che desta preoccupazione, è che del genocidio negli anni immediatamente successivi non se ne parlò, i media internazionali e le diplomazie delle grandi potenze lo nascosero, come accadde per tutti i massacri e i pogrom comunisti nel XX secolo (Katyn, le purghe staliniane, le stragi delle minoranze e e dei dissidenti in Cina, etc.).
Fu un delirio collettivo che si impadronì del Paese asiatico, ma che era ben controllato dall’alto, qualcuno dice forse proprio da Pechino. Quello che è certo è che si trattò di un tentativo di “ingegneria sociale” per cambiare completamente l’essere umano e renderlo un automa pronto a servire la patria comunista. La prima azione degli Khmer, i nomi dei cui vertici rimasero incredibilmente ignoti alla popolazione, fu quella di fucilare tutta la vecchia guardia e i potenziali oppositori politici; in tre giorni tutta la popolazione delle città fu deportata nelle campagne, costretta a marciare per giorni senza portare nessun avere con sé, comperi ammalati e anziani. In quella lunga marcia morirono di stenti migliaia di persone.
Il 17 aprile 1975 inizia l’orrore Khmer rosso. Dai due ai tre milioni le vittime
