Settantacinque anni fa i soldati della Germania nazista che occupavano Roma rastrellarono 335 italiani (civili, ebrei e militari) e li fucilarono in una cava presso l’antica via Ardeatina, appena fuori dalla capitale.

La strage del 24 marzo si compì come rappresaglia per un’azione partigiana. Il 23 marzo – il giorno prima del triste evento – una bomba partigiana piazzata in Via Rastella aveva ucciso 33 tedeschi appartenenti ai corpi di polizia del reparto “Bozen” (altri periranno nei giorni successivi). L’atto terroristico fu un duro colpo per i nazisti, che infatti reagirono con furia ceca, ordinando un’immediata vendetta: 10 italiani sarebbero dovuti morire per ogni tedesco ucciso.

La mattina del 24 marzo dunque, con la complicità delle autorità italiane (fasciste), le SS del colonnello Herbert Kappler caricarono sui furgoni 335 prigionieri – di cui 75 italiani di origine ebraica – e si diressero verso delle cave vicine alla Via Ardeatina. I cinque prigionieri in più rispetto al conto “dieci italiani per un tedesco” fu un tragico errore di conto. Qui i nazisti fucilarono tutti i presenti, cercando poi di nascondere il loro massacro facendo saltare in aria parte dell’entrata alle Fosse Ardeatine. Primi testimoni l’orrore nazista furono un gruppo di frati salesiani che, udito per tutto il giorno i rumori dell’esecuzione, s’intrufolarono di notte nella cava per vedere cosa fosse successo.
Ora nel luogo dell’eccidi sorge un monumento a imperitura memoria delle vittime innocenti che quel giorno persero la vita sotto i colpi di un nemico crudele e senza pietà.
