Un posto nei campi.


Una delle tante conseguenze del coronavirus è stata la mancaza di manodopera, soprattutto nei campi.
Ci siamo accorti che, quei lavoratori stranieri che pensiamo ci rubino il lavoro, in realtà, sono utilissimi perché, quel lavoro non è poi così appetibile.
Così, son nate diverse scuole di pensiero sintetizzabili in due fazioni: chi pensa che sarebbe giusto mandare a lavorare nei campi i percettori del reddito di cittadinanza e chi crede che, a quelle condizioni, non ci dovrebbe andare proprio nessuno.
La questione andrebbe posta da un diverso punto di vista, non prima di aver fatto alcune premesse.
Esiste il lavoro nero nei campi ? Si. Le paghe sono basse ? Si. Gli imprenditori agricoli sono tutti caporali senza scrupoli? No.
Al netto di pochi, ma comunque troppi, caporali, la maggior parte degli imprenditori ricorre al lavoro nero o in regola, ma con stipendi bassi, per necessità.
Le ragioni sono diverse ma quella che le accomuna è la crisi profonda del settore.
Fare reddito con l’agricoltura è sempre stato difficile, oggi, ancor di più.
Regole comunitarie insensate, costi di produzione crescenti (tra cui la tassazione), concorrenza sleale venutasi a creare tramite accordi con Paesi extraeuropei, sbilanciamento del rapporto di forza a favore della grande distribuzione.
A tutto questo, che è solo una sintesi, dobbiamo aggiungere la precarietà del lavoro essendo legato alle intemperie del tempo e, più in generale, ai cambiamenti climatici.
La gran parte delle attività, non riesce ad assicurare stipendi dignitosi non perché si voglia risparmiare sul personale ma perché se aumentassero le paghe non ci sarebbe più utile per l’attività e fallirebbe.
Questi fallimenti, produrrebbero un disastro economico in considerazione del fatto che, in moltissime aree agricole del Paese, le aziende agricole rappresentano le uniche realtà che creano lavoro. In moltissimi comuni, l’agricoltura genera gran parte del PIL cittadino.
La risposta ? Bisognerebbe mettere al centro del ciclo produttivo il produttore, capirne le esigenze. Stralciare tutta una serie di norme comunitarie e patti bilaterali con Paesi che sono nostri concorrenti sui mercati. Impedire le aste al ribasso che, la grande distribuzione, impone ai produttori. Snellire la filiera, puntare maggiormente sul km 0.
Finanziare le attività che investono in ricerca e sviluppo per rendere, tra le altre cose, meno faticoso questo mestiere.
Si tratta di un percorso complicato ma necessario.
A fine percorso ci sarà la corsa per avere un posto di lavoro in un’azienda agricola.

Giovanni Chianta

One thought on “Un posto nei campi.

  1. Sono d’accordo con tutto ciò che scrivi Giovanni, soprattutto al punto di 1) “stralciare le norme comunitarie che sono nostri concorrenti sui mercati” infatti non ha senso fare accordi che vanno ad intaccare la ricchezza e il valore della nostra agricoltura. E di conseguenza 2) “impedire le aste al ribasso ai produttori” ma il concetto che approvo ancora di più è 3) “puntare maggiormente sul Km 0” io aggiungerei totalmente sul Km 0 ! perché non se ne può più, quando si va a fare la spesa perdere un sacco di tempo a leggere le etichette per non comprare arance dall’Argentina, limoni dal Cile, aglio dal Vietnam,dalla Cina, dalla Spagna, lievito per pizza dall’Egitto etc. a prezzi pure alti ! Secondo me dovreste creare un’ ASSOCIAZIONE nazionale di tutti i produttori e andare al governo Chiedendo la Totale e Completa Tutela dei nostri prodotti agricoli nazionali, che sono i Migliori al Mondo.

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