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Per andare avanti ci vuole verità


larte-di-dimenticareAnita Nair – L’arte di dimenticare – 369 pagine Guanda

Spesso si sente parlare di quanto dobbiamo lasciarci il passato alle spalle, lasciarlo andare appunto, per poter procedere con la nostra vita. Ma non possiamo lasciar andare ciò che è stato se non lo conosciamo a fondo e per questo, è necessario che emerga la verità sull’accaduto. In questo libro, Anita Nair, scrittrice indiana intreccia due storie, quella di Mira, casalinga scrittrice di libri rivolti alle mogli di dirigenti e quella di Jak, professore universitario e padre, soprattutto padre. Mira è stata abbandonata dal marito e, in un pomeriggio afoso, si trova a chiedersi cosa sia successo alla sua vita che credeva perfetta, mentre Jak è alle prese con una figlia resa completamente inabile da un incidente che si rivelerà in realtà un delitto. Il loro incontro, il loro affrontare gli eventi e indagare per scoprire la verità, li aiuterà a trovarsi liberi dal proprio passato e pronti a ricominciare.
La storia si svolge a Bangalore (città dove la stessa scrittrice vive) e mette l’accento sul senso di colpa, sullo stridere di un paese, sottofondo del romanzo, che ci fa cogliere il peso delle tradizioni e la complessità di un presente gravido di nuove prospettive. L’India è sicuramente un paese moderno, ormai evoluto, eppure la tradizione ancora pesa, soprattutto se parliamo della condizione di vita delle donne.
Anita Nair parla in fondo della società più alta, nella divisione di casta tipicamente indiana che ritroviamo negli scorci dei piccoli paesi narrati, il romanzo apre il sipario su un festa di dirigenti. E la protagonsita spesso si paragona ad Era, moglie sottomessa del traditore Zeus.
Essere abbandonata la obbligherà a trovare un lavoro per mantenere i suoi figli, sua madre e sua nonna. Sarà cruciale l’incontro con Jak con il quale si unirà ma con una riserva, quella di rimanere indipendente da lui, soprattutto a livello psicologico, per non subire la tentazione di trasformarsi nuovamente in Era, una donna dipendente dagli uomini e dalla loro idea. E’ come se la scrittrice indiana esortasse tutte le donne ad amarsi, a capire che hanno le risorse per vivere al meglio e prendersi cura della loro stessa famiglia, senza nessun bisogno di un uomo. Ad uscire da quel tunnel di schivitù che è prima di tutto psichica e poi fisica. Solo con questa indipendenza, che non è semplice svincolo economico, ma che si caratterizza come un’autonomia anche emotiva, si può arrivare ad amare nuovamente. Mira si scoprirà una donna nuova appunto e aiuterà Jak a trovare la verità su quanto accaduto alla figlia, vittima di un maschilismo che fa parte della tradizione, molto radicata nei paesi più piccoli dell’India. La figlia di Jack scoprirà un traffico losco e per questo sarà picchiata da tre uomini e rimarrà inchiodata in un letto per sempre mentre Jak capirà che nulla poteva fare per la sua incolumità. Anche lui vivendo questa vicenda si sentirà rinnovato e pronto ad amare nuovamente. Ma, per quanto la vita sia dura e l’amore ci dia la forza per continuare il nostro percorso, Anita Nair ci sollecita a non confondere quell’energia vitale con una dipendenza che non ci aiuta affatto, ma che piuttosto limita i nostri movimenti. Affinchè il nostro agire rimanga sempre vitale.

Bianca Folino

 

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Le divisioni portano solo ad altre divisioni


LeQuarantaPorteElif Shafak – Le quaranta porte – 445 pagine. Rizzoli
Spirituale o materiale, divino o mondano, orientale o occidentale. Le divisioni portano solo altre divisioni, mentre il nostro compito sarebbe quello di trovare ciò che ci unisce anche nel pensiero. Questo in sintesi il messaggio della scrittrice turca che in questo libro gioca alle scatole cinesi, anche dal punto di vista formale, per arrivare al concetto di differenziare ciò che è spirituale da ciò che è religioso e che il più delle volte diventa fanatismo. Formalmente parlando, la struttura narrativa è sicuramente moderna, nonostante venga mantenuto l’ampio respiro, le storie si incastrano e si fondono per coinvolgere maggiormente il lettore che viene risucchiato nella trama.
Ella è una casalinga che arriva alla mezza età e mette tutto in discussione, il suo stesso modo di vivere. Legge molto, tanto che decide di trovarsi un lavoro presso una casa editrice che le commissiona la scheda critica e il giudizio per un romanzo da pubblicare, “La dolce eresia” che narra del rapporto profondo tra Rumi, noto poeta e il derviscio Shams. Il romanzo è scritto da Aziz, uno strano personaggio con il quale Ella inizierà una relazione, prima attraverso semplici mail e poi attraverso un amore profondo che farà in modo che la donna accompagni gli ultimi giorni di Aziz, abbandonando ogni sua credenza, la sua stessa famiglia che, come si legge tra le righe, troppo spesso l’ha data per scontata. Suo marito l’ha ripetutamente tradita, ma quando lei scoprirà di avere una propria autonomia, anche emotiva, lui cercherà invano di riconquistarla. Mentre Ella imparerà ad ascoltare il proprio cuore e i suoi aneliti, rovesciando completamente le proprie credenze e le proprie sicurezze che si riveleranno fittizie. Nessun controllo è possibile, soprattutto sulla vita degli altri e questo Ella lo imparerà a proprie spese, in un rapporto conflittuale con i figli. Rivedrà tutte le sue posizioni e le sue rigidità anche rispetto a loro.
All’interno di questo processo si svolgerà la storia del rapporto tra derviscio e poeta, che metterà in luce quanto la spiritualità sia molto differente dalla religione, quest’ultima quasi sempre utilizzata a fini di potere. L’amore è la chiave di volta di ogni cosa e grazie all’amore riusciamo a trovare quei punti di comune che uniscono persone e cose e quindi, volendo, anche religione e spirito. Ma trattandosi di uomini, il gioco non è così semplice e il derviscio alla fine sarà ucciso dalle brame di potere umane che vestono panni religiosi. La differenza è netta e il concetto è ben espresso da una frase di Aziz, rivolta ad Ella: “Non chiederti di quale tipo di amore andare in cerca, l’amore non ha etichette o definizioni. E’ quello che è , puro e semplice”.
Stesso concetto espresso anche dal derviscio a Rumi seppur in diverse conversazioni e elaborazioni: disfarci delle conoscenze acquisite, vuol dire allora riuscire ad eliminare i nostri pregiudizi per vedere le cose e il mondo con occhi nuovi, capaci di arrivare a Dio. Coltivare la nostra spiritualità per scoprirci fratelli anzichè farci dividere dal potere che non ci libererà dal destino comune che tutti viviamo.

Bianca Folino

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La vita è un soffio che si propaga


il libro dei soffiMassimo Beggio – Il libro dei soffi, la via di guarigione del Maestro Inoue Muhen – 151 pagine Bellavite editore

Si dice che la vita è un soffio e per quanto questa affermazione possa sembrare un luogo comune, questo libro mette ben in luce quanto non lo sia e come, a volte, basti un soffio per lenire la sofferenza altrui. Negli anni Ottanta, un monaco gaipponese, Master Muhen, girava per l’Europa portando in vari paesi un metodo terapeutico di sua invenzione, il soffio appunto, che aveva il potere di guarire da molti malanni e, comunque, portare sollievo. Scopo della vita di questo uomo straordinario, che l’autore ha conosciuto e potuto seguire per diversi anni fino alla sua morte avvenuta nel 2000, era aiutare le persone che soffrivano. Il suo nome, Muhen, è monastico, perchè è nella tradizione buddista che il discepolo riceva dal proprio maestro un nome particolare che solitamente indica le caratteristiche peculiari di quella persona. Muhen significa “senza limiti” e, come ben descritto da Beggio, il monaco così era, girovago e senza particolari pesi, la sua vita è stata un cammino nella direzione dell’andare oltre. O, come espresso dallo stesso Muhen, in un disegno regalato proprio all’autore, “Bu-Ji: essere liberi da ansie e timori”.
Il libro parla della terapia, con tavole e indicazioni pratiche per apprenderla, in modo semplice e chiaro a tutti. Non è necessario essere terapisti, o addetti ai lavori per entrare nel cuore di quest’opera che traccia un ritratto del monaco giapponese, offre spunti di riflessione e insegna una semplice quanto efficace terapia. Nello spirito semplice espresso spesso da Muhen, ma arricchito delle conoscenze di Beggio che, oltre ad essere un terapista shiatsu da oltre 25 anni, dimostra una notevole conoscenza del buddismo e delle sue diverse correnti. In particolare vengono presi in esame alcuni testi di Dogen sullo Zazen, una pratica meditativa che Master Muhen consigliava a chi si rivolgeva a lui.
Il Libro dei soffi è diviso in tre parti: una prima che parla della terapia e della tecnica per poterla utilizzare, con qualche cenno personale dell’autore che continua a sperimentarla utilizzando zone e punti di agopuntura, una seconda che parla invece della filosofia e del sentimento religioso che caratterizzavano il monaco giapponese nel suo agire, con particolare riferimento alla corrente buddista del “grande carro” (alla quale Muhen sentiva di appartenere) e dello zazen con riferimenti specifici ai testi di Dogen. In questa sezione viene esaminato anche il significato del Sutra del Cuore che Muhen recitava a fine terapia e che a suo dire aveva un particolare potere di guarigione, intesa nel senso più ampio del termine. Infine, nella terza parte l’autore si sofferma sul concetto di Bu-Ji, dell’essere liberi da ansie e timori.
In generale c’è un tentativo ben riuscito di amalgamare diverse culture, non mancano infatti i riferimenti ai greci quanto ai nostri mistici. Perchè quando entriamo nel campo dell’energia, anche quella di un soffio, spesso scopriamo proprio ciò che ci rende simili, ciò che ci unisce. Come se fosse un filo che segue l’evoluzione dell’umanità.
Trovo la conclusione di Beggio e di questo libro di una bellezza sorprendente e di una semplicità altrettanto sorprendente, qualcosa da cui siamo forse troppo spesso distratti, per questo la riporto per esteso: “Della sua terapia trovo sempre nuove tracce, persone che lavorano con il soffio e che mi fanno ripensare a Muhen come a qualcuno che ha indicato una strada che altri riempiranno ancora con le loro esperienze. Mi viene anche da dire, prendendo a prestito dal buddismo, che non è poi così difficile trovare sul nostro cammino un buddha compassionevole che ci aiuti. E’ segno che il voto di Avalokitesvara, il grande Bodhisattva della compassione, si compie e si rinnova continuamente. Detta in modo più semplice significa che il bene non viene mai a mancare, è sempre intorno a noi e si manifesta per innumerevoli vie. Anche quanto i tempi sembrano tanto difficili. Per nostra fortuna.”

Bianca Folino

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L’intramontabile fascino del grande schermo


una sera a parigiNicolas Barreau – Una sera a Parigi – 251 pagine. Feltrinelli

La città dell’amore per eccellenza e il fascino di un film. Questo lo scenario della storia del giovane scrittore francese che non è proprio al suo esordio, visti i due romanzi precedentemente pubblicati. Questo libro non è certo un capolavoro letterario, ma ha tutta la freschezza di una scrittura che sembra scivolare su un panno di seta. Scorrevole e semplice con tutti gli ingredienti che una storia d’amore richiede. Un libro molto piacevole che si legge senza nessuna difficoltà.
Parigi appare in ogni suo angolo, non descritta nei minimi particolari, ma in un certo senso suggerita al lettore. E con lei il fascino del cinema, fin dalla proiezione delle pellicole e con una forte suggestione italiana. Non a caso il cinema del protagonista si chiama “Paradis”, in omaggio al film di Tornatore “Nuovo cinema paradiso”.
Alain, il protagonista decide di lasciare un lavoro piuttosto redditizio per dedicarsi al cinema che lo zio gli ha lasciato, oltre alla passione per i film. Deciderà di dedicare una sera alla settimana, il mercoledì, ai film d’amore, tutti d’autore naturalmente e, alla fine del libro, Barreau non dimenticherà di fornire al lettore la lista dei film proiettati. Ogni mercoledì vede una donna con un cappotto rosso, Melaniè che si rivelerà la donna della sua vita. E quando finalmente i due riusciranno ad incontrarsi, il cinema diventerà il protagonista dell’intera città e della “press”, perchè un regista americano e un’attrice molto famosa decideranno di girare al Paradis alcune scene del film a cui stanno lavorando. Sarà un’esperienza che porterà Alain ad avere fama e anche una notevole entrata economica, oltre a riguadagnare la stima dei suoi genitori che non avevano visto di buon occhio la sua scelta. Ma nello stesso momento, Melaniè sparirà e varie vicende mostreanno il legame tra lei e l’attrice e la paura della donna di perdere il suo nuovo amore.
Non mancano spezzoni nei vari locali di Parigi e l’amicizia con Robert, tipico antagonista del protagonista. Se l’amicizia sembra un concetto facile sia da esprimere che da vivere, un po’ meno lo sono i rapporti familiari e i legami che ne conseguono. La famiglia non appare certo come qualcosa di lineare, piuttosto come qualcosa di problematico, che spesso ci ostacola. La complessità delle relazioni interpersonali viene messa in luce a più riprese. Melaniè sparirà per paura mentre Alain farà di tutto per ritrovarla, scoprendo appunto la complessità dei rapporti familiari e soprattutto la mancanza di comunicazione che, il più delle volte, peggiora le cose.
Il finale è rosa, con un trionfo totale dell’amore. Ma se nella struttura e nel finale questo libro pare un po’ scontato, è proprio nella scorrevolezza della scrittura che riesce ad incantare il lettore. Nelle atmosfere cittadine descritte e anche nel cinema, negli spezzoni dei film e negli stessi backstages, quando il Paradis si trasformerà in set. Insomma c’è davvero del gran fascino in queste pagine che si susseguono e alla fine la storia sembra essere il copione ideale per un film.
E non è detto che non lo diventerà.

Bianca Folino

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Verso l’armonia delle piccole cose


 

un viaggio chiamato vitaBanana Yoshimoto – Un viaggio chiamato vita – 187 pagine. Feltrinelli

L’importanza delle piccole cose, gioie quotidiane nate dalla fioritura o dalla resistenza di una pianta alle intemperie, il gusto del buon cibo intorno ad una tavolata di amici. La presenza di chi si ama nella propria vita, nonostante tutto anche le pigrizie personali. In una Tokyo che sembra aver perso la capacità di emozionarsi e di un reale contatto fisico tra le persone, Banana Yoshimoto ci propone un viaggio verso l’armonia, parlando di viaggi reali, luoghi visitati per motivi professionali o solo per il gusto di rivedere un amico e luoghi quotidiani, tappe della propria vita. Nel suo linguaggio scorrevole e semplice, accessibile a tutti, Yoshimoto ci propone di riscoprire le piccole gioie, quello che dà sapore alla vita, come un tramonto o una stretta di mano. In questo viaggio, il narratore non fa altro che riportare episodi della propria vita, dalla maternità vissuta non sempre in modo positivo, fino all’amore e all’amicizia, valori sempre presenti nei suoi libri. Viaggiare non è altro che un percorso all’interno di se stessi, secondo la scrittrice giapponese che non si risparmia l’autocritica, quando si definisce troppo indolente e pigra per cucinare un buon piatto. Ogni piccola cosa può farci riflettere, lo stesso cibo è lo specchio del luogo dove viviamo, il sapore non è scelto a caso, molto dipende dal clima in fatto di diete dei popoli. Ma anche un fiore che sboccia e qualcuno che muore ci dà quel senso di appartenza ad un genere, come se il mondo fosse in realtà una grande famiglia, con le dovute differenze di latitudine, come se tutti noi fossimo fratelli di un destino comune e quindi potessimo riconoscerci in alcuni viaggi, reali e immaginari che ci troviamo a fare durante la nostra vita.

E se da una parte, alcuni sapori e paesaggi giapponesi vengono descritti con la delicatezza di un dipinto pastello (la parola delicato ricorre spesso in questi casi), la città e Tokyo in particolare sembrano aver dimenticato la dimensione umana. Tutto concorre a fare di noi ciò che siamo, le persone che frequentiamo, il cibo che mangiamo, i libri che leggiamo e gli spettacoli ai quali assistiamo. Anche i nostri animali domestici sono parte di noi e soprattutto ci arricchiscono.

Il senso ultimo del viaggio, oltre al conoscere se stessi e il mondo, è quello di accumulare ricordi. Perchè non ci porteremo niente dietro, quando lasceremo questo mondo, soprattutto non potremmo portarci cose materiali. Quindi i ricordi sono fondamentali, per arricchirsi in vita e per ricercare quell’armonia in tutte le cose che sembra far parte di molta letteratura giapponese, quasi fosse un anello della catena del loro Dna. La scrittrice sembra dire al lettore di porre una maggiore attenzione alle cose che vede, di riprendersi il proprio tempo, diventarne padrone e di viaggiare sempre a caccia di ricordi da collezionare.

Un giorno ce ne andremo, partiremo per un viaggio diverso che ci porterà in un luogo che è sconosciuto e in questo ultimo nostro viaggio i ricordi saranno fondamentali per un passaggio delicato, e soprattutto per il nostro spirito, che non si sentirà solo.

Bianca Folino

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Pennellate di dolore


 

il diario segreto di fridaAlexandra Scheiman – Il diario perduto di Frida Kahlo – 322 pagine. Rizzoli editore

Pennellate di dolore mischiate a tinte forti e una suggestione di profumi e sapori, pagine che sanno di zenzero e vaniglia. Sono questi gli ingredienti scelti da Alexandra Scheiman per dipingere la vita di Frida Kahlo. Non si può non amare la pittrice messicana che è stata capace di coinvolgere i suoi seguaci molto più dello stesso marito, il famosissimo Diego Rivera. E la si ama per la sua tenacia per quella passione che ha sempre messo, nella vita come nei suoi quadri, nonostante la sofferenza fisica che la farà morire prematuramente, a soli 47 anni.

Il libro si riferisce ad un diario perduto, ovvero ad un quaderno dalla copertina nera dove Frida segnava le ricette di cucina accompagnandole ad alcuni pensieri. Scheiman, scrittrice messicana, va oltre la semplice biografia per entrare empaticamente in contatto con Frida e ci riesce a pieno titolo. Con una forma narrativa snella che dà molto spessore e importanza al punto di vista della pittrice messicana, al suo modo di vivere gli eventi della vita e le passioni, dall’amore all’odio. La vicenda parte dall’apparizione di un messaggero, un cavaliere che è simbolo di cattivo presagio e in un certo senso, immagine stessa di quella che nel libro viene chiamata Madrina e che è la morte. La signora dal manto nero ha concesso una possibilità di vita a Frida, quando questa rimane vittima dell’incidente che le causerà tanto dolore. Potrà vivere, ma ogni giorno maledirà quella vita fatta soprattutto di sofferenza.

La scrittrice messicana dà prova di grande conoscenza di Frida e di grande amore per la sua arte. I riferimenti alle lettere private sono palesi, la narrazione è sempre dal punto di vista della pittrice e del suo dolore. Ma davvero è impossibile non subire il fascino di queste pagine che hanno un sapore, che lasciano nel lettore la suggestione di una cucina piccante e colorata e dei riti che accompagnano la cultura messicana, in particolare quello dei morti.

Il grande amore per Diego, il “panzon” come Frida lo chiamava affettuosamente, e i suoi tradimenti, la malattia e il dolore fisico, che accompagneranno la pittrice fino alla morte, coinvolgono il lettore, lo rendono partecipe. A partire dall’incidente che vede il bacino della pittrice dilaniato da un tubo, le successive operazioni e i ricoveri, il dolore di sempre, dovuto anche alla poliomelite. E la sua passione che si tramuta in rabbia e colore, che diventa pennellata e le conferisce la fama che ancor oggi accompagna la sua storia.

Gran parte del libro è ambientato nella famosa casa Azul, oggi museo dove arrivano gli amici di Frida e dove anche Diego spesso soggiorna, perchè com’è noto i due fecero costruire due case gemelle e comunicanti. In particolare qui Frida rivive nelle gonne alla tehuana, nelle sue camicette e nei colori che pone nel vestirsi che la fanno essere, così come è stata definita, una principessa atzeca. Dell’antica storia messicana Frida si fa memoria, non solo nelle ricette e nei colori, ma nel modo di essere e vivere la stessa morte, in modo tipicamente ironico ed esorcizzante. E la forza dimostrata dalla pittrice sembra attingere proprio a quelle radici.

Un romanzo davvero piacevolissimo che si legge d’un fiato, come fosse la proiezione di un film, nel quale ci sentiamo trascinati per vivere la vita di Frida Kahlo.

Bianca Folino

 

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Quel filo rosso che unisce tutto


 

tutti_i_figli_di_dio_danzanoHaruki Murakami – Tutti i figli di Dio danzano – 128 pagine. Einaudi

C’è un filo rosso che unisce tutti gli accadimenti del mondo e Murakami lo rappresenta bene in questa raccolta di racconti che hanno come scenario scatenante, di emozioni ed eventi, il terremoto di Kolbe del 1995. Sei racconti dove si parla essenzialmente di amore, di vincite e fallimenti tutti umani con lo sfondo del terremoto che diventa un evento scatenante, come se quella tragedia avesse conseguenze per tutti. Un uomo viene abbondonato dalla moglie, proprio dopo che la donna ha trascorso un periodo davanti al televisore, alle notizie che riguardano il terremoto. Al mare una ragazza incontra un pittore innamorato dei falò che gli racconterà la sua storia dai risvolti tragici, mentre entrambi si scopriranno vicini a quell’evento, perchè arrivano da Kolbe.

In una città che potrebbe essere ovunque, un ragazzo si dà al pedinamento di un uomo che presume essere il padre, mentre una donna appena divorziata si dedicherà una vacanza nella quale ascolterà la previsione di una veggente, e desidererà che il suo ex sia una delle vittime del terremoto. Una rana, più precisamente un ranocchio salverà Tokyo dall’eco di quel terremoto e tre ragazzi, studenti vivranno un amore che sfocerà in conflitto, seppur a lieto fine.

L’amore muove il mondo, si dice solitamente e sembra che Murakami voglia sposare questa tesi anche se rimane qualcosa di sospeso, in questi racconti a tratti surreali: tutti innamorati, ma di chi? Questa è l’impressione che rimane al lettore, il quale non può non farsi affascinare dallo scrittore giapponese che, ancora una volta, lo incanta per i termini utilizzati e per le tematiche trattate. Sono uomini e donne dai quali traspare l’imperfezione della vita vissuta (un tema già trattato soprattutto in Norvegian wood), che si sentono soli e cercano di comprendere quello che sta accadendo loro. Tutti in viaggio comunque, in movimento, verso un cambiamento che dovrebbe migliorare le loro esistenze. E come sempre è l’amore che può salvare l’Uomo, anche se imperfetto, anche se limitato e non certo quello che i romantici ci hanno fatto intendere, piuttosto un sentimento più concreto e terreno. Il terremoto è pari alla morte, una frattura, una separazione (e qui si parla spesso di separazioni) che ci cambia la vita, qualcosa che non ci farà mai più essere uguali a prima. Ma da questa tragedia ognuno di noi può in un certo senso riscattarsi proprio attraverso l’amore, una persona che ci faccia da specchio e ci aiuti ad attraversare le onde alte di questo oceano in cui navighiamo. Sono racconti snelli, brevi ma pieni di significato, di simbologie nelle quali il lettore si ritrova a suo agio. Facendo leva sulla memoria collettiva di un evento che ha segnato profondamente i giapponesi, Murakami porta il lettore al centro di se stesso e, tra le righe, gli fa sapere che la ricerca dell’armonia passa necessariamente attraverso l’amore.

Bianca Folino

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Quando la religione diventa un pretesto per odiare


 

ogni mattina a jeninSusan Abulhawa – Ogni mattina a Jenin – 390 pagine. Feltrinelli

Questo è un libro scritto con il cuore e quindi capace di coinvolgere pienamente il lettore, fino a farlo soffrire. Le vicende della famiglia palestinese Abulheja si susseguono dal 1948 fino al 2003 e sicuramente ci troviamo di fronte ad un testo autobiografico che narra della nascita dello stato di Israele e delle sofferenze dei palestinesi che ad oggi, purtroppo, perdurano. Non c’è la volontà nella scrittrice di denunciare o prendere parte a faide religiose, piuttosto quella di raccontare gli accadimenti, così come sono avvenuti. E’ un libro che ci fa conoscere la questione mediorientale nel profondo e l’unico reale responsabile ravvisabile è la sete di potere degli uomini che si nascondono dietro alle motivazioni religiose per portare avanti le loro lotte intestine volte solo al predominio di un popolo su un altro.

Il romanzo è scritto a più voci, da diversi punti di vista, quelli dei protagonisti e la scrittrice riesce a coinvolgerci fino in fondo al suo dolore, al dolore della sua famiglia per una vita contrassegnata dalle perdite e dalla morte. Ma anche della terra e dei suoi ritmi, perché i palestinesi erano e sono prima di tutto dei contadini che danno molta importanza ai sapori, ai profumi, ai prodotti del raccolto. Ai ritmi della Natura, al tabacco che sa di miele e mele. Un panorama che è stato squarciato dai cecchini, dalle incursioni violentissime che hanno devastato case e famiglie. Più volte la narratrice si domanda il perché di tanta violenza, come se il suo popolo dovesse pagare il peso della Shoa. Ma poi si risponde che si tratta sempre e solo di un gioco di potere che non tiene conto della dignità umana, né del valore della vita. Una spirale d’odio che va interrotta, senza dimenticare, piuttosto trovando la forza per andare avanti, al di là di ogni divergenza politica.

Rimane nel lettore un forte senso di impotenza e ingiustizia pur se la scrittrice imputa all’odio la responsabilità maggiore di ripetute carneficine che ancor oggi rendono la Palestina una terra grondante di sangue. Con un paradosso che mette in luce come dietro ad ogni motivazione religiosa ci sia un gioco di potere: uno dei figli Abulheja sarà rapito da un soldato ebreo e diventerà David, soldato di Israele che arriverà a picchiare il fratello perché si riconoscerà nel suo viso. Come se non ci fosse mai scampo all’odio, nonostante in più punto pare che la scrittrice dica che l’amore può alleviare e gli affetti rasserenare. David, originariamente Ism’il, andrà poi a cercare la sorella, quando saranno rimasti solo loro due. E la sofferenza sarà grande per entrambi, anche se continueranno a vedersi.

Le conclusioni spettano a Sara, la figlia della protagonista maggiore (e io credo che sia proprio la scrittrice) che per ricordare la madre allestirà un sito Internet. Il finale sarà a sorpresa e sottolineerà il rifiuto per l’odio, lo spezzarsi di una catena che ha causato solo dolore. Sarà il fratello maggiore, Yussef a spezzare questa catena, motivato dall’affetto familiare e dai valori tramandati a lui dalla sua famiglia. Saranno questi a fare la differenza. E questo è sicuramente il messaggio più importante di questo libro che vuole esortare gli uomini a ritrovarsi in quanto tali e quindi, fratelli.

Bianca Folino

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Quel baratro che è in ognuno di noi


 

liberaci dal male oscuroSerena Zoli, Giovanni Cassano – E liberaci dal male oscuro, 524 pagine. Tea pratica

Che ci piaccia o no, che riusciamo ad accettarlo o meno, in ognuno di noi esiste un baratro. E’ quello del disagio mentale, della depressione, della “melanconia” o di come si voglia chiamarla. Più precisamente in ognuno di noi esiste proprio il disagio, in un certo senso inscritto nel nostro Dna e che si manifesta, in occasione di qualche evento traumantico ma anche no, come depressione o come episodio maniacale. E’ un disturbo dell’umore, quello dal quale tutti, più o meno, siamo affetti. Ed è questo il punto di partenza che può poi sfociare in reale malattia psichica. Dalla melanconia, al disturbo bipolare, dall’essere ciclotimici all’avere continui sbalzi di umore, non solo in corrispondenza delle diverse stagioni, ma anche durante uno stesso giorno. Il nostro umore segue i bioritmi dell’universo, oltre ai nostri.

Questo in sintesi estrema quanto viene affrontato in questa seconda edizione del libro di Zoli e Cassano. Serena Zoli è una giornalista, che in passato è stata affetta da depressione e Giovanni Cassano è il noto psichiatra che a dieci anni di distanza dalla prima edizione, in questa riveduta e ampliata, sbaraglia il campo dai luoghi comuni e credenze che ormai fanno parte di tutti noi.

Ogni disturbo dell’umore per Cassano è sostanzialmente uno scompenso chimico e come tale, può essere curato. Bulimia, anoressia, dipendenze varie, disturbi psicosomatici, tutto viene affrontato in questo testo, anche la farmacologia e la paura delle possibili dipendenze dagli psicofarmaci. In questo libro c’è proprio tutto, sottoforma di una lunga intervista e con continui chiarimenti, circa la terminologia più tecnica, sia dal punto di vista farmacologico che medico. I più recenti studi di psichiatria vengono affrontati, insieme all’inefficacia quasi totale delle terapie psicologiche che spesso occupano gli anni dei pazienti, senza giovamenti di rilievo. Questo non vuol dire esattamente che la psicologia e le terapie correlate siano inutili, ma spesso è la stessa diagnosi ad avere delle carenze. Molto forti sono i legami familiari, ovvero la genetica: se in famiglia è presente un disagio nei genitori, anche i figli lo vivranno e non di riflesso, ma perchè inscritto nei geni. Quello che però Cassano offre è una via d’uscita, perchè, con diverse terapie, si può uscire dal tunnel della depressione, come da quello dell’anerossia.

Ognuno di noi, del resto, sperimenta la malinconia anche solo al cambio stagionale, o durante una giornata di pioggia. Niente di strano, quello che fa la differenza, è la consapevolezza del paziente di soffrire di un disturbo che può essere preso in carico e curato. Per non entrare in una spirale che non avrà mai uscita ed evitare anche episodi di violenza, sugli altri o su se stessi. E per non aver paura della parola disagio psichico, o depressione, nè temere gli antidepressivi.

Il libro è corredato di diverse testimonianze, alla fine, di personaggi noti e meno noti che hanno sofferto dei diversi disturbi trattati e che hanno provato tante terapie, compresa la psicoanalisi, prima del cruciale incontro con Cassano. Al lettore vengono anche fornite indicazioni su associazioni e organizzazioni che si occupano del problema.

Un libro davvero affascinante che fa luce sui nostri disturbi, su quel disagio che ogni tanto sentiamo alla bocca dello stomaco e che sottolinea come la biochimica sia una frontiera del futuro per la ricerca medica.

Bianca Folino

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La scomoda verità


e baciAldo Busi – E baci – 572 pagine. Il fatto quotidiano edizioni

Torna alla grande Aldo Busi, dopo anni di silenzio e lo fa con il suo italiano perfetto o quasi, con la sua eloquenza e il suo sarcasmo, con l’ilarità tipica del suo dire che non teme nessuno, soprattutto la verità. Spiace vedere che uno scrittore di tale portata sia stato pubblicato, non da un editore, ma da un quotidiano, come se fosse un pericolo da tenere ai margini. Scomodo, Busi lo è e lo è sempre stato, anche perchè ha il coraggio di dire quello che pensa in ogni situazione e fino in fondo, e lo fa talvolta urlando a chi non vuol ascoltare. Questo libro è un singulto, davvero, il suo ritmo è sorprendente, come se fosse una lama tagliente e sottile che arriva dappertutto raccontando la storia dell’ultimo decennio. O meglio, la contro storia.

Busi non risparmia le sue critiche e, come di consueto per lui, lo fa in modo intelligente e non certo improvvisato. Sparito dalla scena pubblica da qualche anno, Busi decide di approdare in Internet e questo libro è il risultato del sito altriabusi.it, dove pubblica di tutto, dalle mail agli sms. La critica al tempo e alla società, ai luoghi comuni, a questo mondo che ogni giorno sembra sempre più capovolto, è feroce. Lo stile è quello conosciuto ai suoi lettori più affezionati, abituati anche a qualche termine crudo e al suo sarcasmo.

E mano mano che si procede con la lettura sembra davvero di assistere alla proiezione de “La grande bellezza” di Sorrentino. Stessa critica feroce ad una società, o chiamiamolo sistema o come preferiamo, che ha fatto dell’apparire il suo lustro, relegando l’essere in un angolo piuttosto buio. Un mondo che sfrutta tutto e tutti, senza sosta, soprattutto i luoghi comuni. Che ha mutuato il linguaggio dall’universo pubblicitario e sembra sempre fare marketing: quello che conta è convincere la gente.

Sono scritti che vanno dal 2008 al 2013 e che interrompono, in qualche modo, il dichiarato sciopero di Busi, convinto che questo paese non meritasse nulla e soprattutto i suoi scritti. Spiace vedere che uno scrittore del suo calibro non abbia avuto la fila degli editori alla sua porta, pronti a pubblicarlo. Spiace vedere come questo sistema cerchi di relegare un personaggio scomodo come Busi in un angolo. Ma lui sembra fare spallucce e fare l’occhiolino ai suoi lettori che certo non si perderanno questo libro. Un volume molto ampio, tutto di critica e possiamo dirlo, ce n’è davvero per tutti. Eppure non c’è passaggio nel quale si possa dare veramente torto a Busi che fin dall’inizio spiega che la sua è una sorta di vendetta contro chi lo voleva emarginare e relegare nel dimenticatoio. Come sempre brillante e ironico, un trascinatore che con il suo carisma incanta il lettore e lo trascina in questo inferno dipinto con sapiente pennellata, che è il mondo che viviamo, la quotidianità dei personaggi famosi e la nostra. Non mancano considerazioni politiche e il sottolineare la totale incapacità di chi ci governa da anni, come della società che si professa in un modo, dimostrandosi poi, il più delle volte in un altro che è il suo opposto. E’ un libro di denuncia questo e tale vuole essere, un testo ribelle che non può mancare in una biblioteca dei sogni e che chiama dagli scaffali per essere letto fino all’ultima pagina.

Bianca Folino

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Chi semina vento raccoglie tempesta


 

semina il ventoAlessandro Perissinotto – Semina il vento – 251 pagine. Piemme pickwick

Il detto è noto, “chi semina vento raccoglie tempesta”. Ciò che forse è meno noto è che tutti noi, indistintamente seminiamo vento e riusciamo a trasformare quella che dovrebbe essere una storia d’amore in odio e violenza. Questa storia è a volte cruda e lascia sicuramente senza parole per l’epilogo tragico eppure così logico da disarmare.

Un uomo e una donna, un italiano e un’iraniana, vivono a Parigi, dove si conoscono e si amano, ma decidono di andare a vivere in un piccolo paese italiano dove il paesaggio mozzafiato, il silenzio, la calma e la tranquillità dei giorni li conquista. Giacomo e Shirin non sanno che quello sarà l’inizio della loro fine. Alle prese con pregiudizi e anche con una mentalità ristretta che ripete come un eco “moglie e buoi dei paesi tuoi”, con una tristezza che si fa violenza, i due cercano di portare avanti le loro vite, lui è un maestro e lei si occupa di studi di mercato. Una volta alla settimana lei va a Milano. Ma il paese che doveva essere il loro nido d’amore e un ritrovare di radici che la famiglia di Shirin ha sostanzialmente perso dopo aver lasciato l’Iran, quando lo scià viene deposto, si trasformerà per loro in una gabbia di odio e intolleranza. Bevuta prima a piccoli sorsi, con commenti fuori luogo e un sindaco che non vorrà la donna nel coro paesano, poi con l’esplodere dell’intolleranza, quando le autorità multeranno una straniera, perchè al posto del costume porta un burkini. Sarà allora che Shirin si unirà ad un gruppo islamico, a Milano, nel tentativo di rispondere a quell’odio. “Voi non ci avete voluto” dirà al marito che andrà disperatamente a cercarla. La donna morirà nella più totale disperazione di Giacomo che narra la storia attraverso una serie di fotografie che il suo avvocato gli ha fornito per poter scrivere un diario che faccia luce sulla vicenda. Ma nemmeno lui riuscirà a resistere a tanto odio e ne farà le spese.

Tutti saranno responsabili in realtà, dagli amici, ai genitori, fino all’intera comunità. Per questo sentirsi superiori rispetto agli stranieri, atteggiamento tipico degli italiani di oggi che hanno dimenticato il proprio passato di emigranti. L’intolleranza che ogni giorno possiamo vivere sulla nostra pelle, di chi è incapace di accogliere l’altro, perchè diverso e quindi visto sempre come un nemico. E mai come una ricchezza.

L’odio è sempre una spirale in crescendo.

Questo è un libro per poter riflettere su tanti atteggiamenti che, prima ironicamente e poi seriamente, siamo ormai abituati a vestire e dei quali dovremmo invece liberarci. Anche dal punto di vista narrativo, l’impostazione è moderna, a più voci, con un’uso di diversi font tipografici per distinguere il commento delle fotografie (sembra quasi di vederle, quelle immagini), dalla posizione della voce narrante e da quella dell’avvocato.

Una storia che non salva nessuno e che ci invita da un lato a fare un po’ di autocritica, dall’altro a migliorarci. Perchè ogni uomo ha la sua storia ed ogni paese anche e questa intolleranza, che sembra aumentare ogni giorno, non ci porterà a nient’altro che alla distruzione.

Bianca Folino

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Verso le tenebre dell’etica umana


 

saramago_cecitaJosè Saramago – Cecità – 315 pagine. Einaudi

Quando la letteratura si fa capolavoro. Questo libro di Saramago è tutt’oggi attualissimo e tratta appunto della notte dell’etica in cui siamo sprofondati e che quotidianamente viviamo in modo inconsapevole. La storia è ambientata in una città che potrebbe essere in Portogallo come in qualsiasi altro paese del mondo, ieri o oggi. Un uomo si scopre cieco ad un semaforo, ma la sua cecità è particolare, non vede il nero, ma una marea bianca, come se stesse affogando in un mare di latte. La sua cecità sarà una specie di virus che contagerà tutto e tutti. E se il primo gruppo di infetti sarà messo in quarantena in un manicomio dismesso, provando tutti i livelli del degrado umano, il virus si espanderà lentamente fino a che tutti saranno diventati ciechi. Ad eccezione della moglie di uno dei protagonisti, il medico che potrà aiutare il suo gruppo a restare umano in un certo senso. Ma quando gli altri si risveglieranno dalla cecità che li ha colpiti, proprio un minuto prima della fine, del baratro più assoluto in cui la vita stessa sta per scivolare inesorabilmente, lei diventerà cieca. Con una chiusa piuttosto attuale: “Non siamo diventati ciechi. Secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Questo, in sintesi, il tema trattato dallo scrittore portoghese che narra delle condizioni estreme di vita, di come sia facile, in un certo senso, perdere la propria dignità, soprattutto di come in certe condizioni l’uomo ne approfitti per avere la meglio sugli altri. In manicomio si forma una oligarghia di potere che tiene in pugno tutte le camerate con il ricatto del cibo, sono uomini armati contro altri uomini disarmati. Fratelli che anziché trovare nella tragedia una risorsa comune, si azzannano comportandosi peggio degli animali. C’è una sfiducia di fondo nell’Uomo che Saramago mette bene in evidenza, una sfiducia che oggi quanto mai dovrebbe farci riflettere su come liberarci dalle tenebre che ci stanno avvolgendo, non fisiche, ma sicuramente etiche.

Ma questo libro è visionario anche dal punto di vista del linguaggio scelto, una narrazione senza soluzione di continuità, senza la classica punteggiatura. Tutto è flusso del discorso, come se fosse una trasmissione radio che a volte si fa racconto teatrale, con un tono altisonante. Il narratore è tutto, è i personaggi tracciati nel profondo, le emozioni e i sentimenti provati, la situazione esterna e il paesaggio. Saramago utilizza solo la virgola e il punto come pause, ma il discorso diretto e indiretto sono parte integrante della narrazione. Alla maniera di Joyce verrebbe da pensare, ma con l’introduzione della mancanza di punteggiatura che Joyce aveva invece mantenuto. In questo modo il lettore viene coinvolto maggiormente, non riesce a fermarsi dal vivere questa tragedia tutta umana, diventa egli stesso parte di questo racconto.

E’ un libro di ampio respiro, ma da leggere tutto d’un fiato, così come richiede lo scrittore. Ci fa partecipi di questa cecità che potrebbe coglierci tutti, sempre che non ci abbia già colto. Come dire che la consapevolezza passa attraverso i nostri occhi e che quando non vediamo, non soffriamo apparentemente, pur se diventiamo il peggio del peggio, violenti e irrispettosi. Ma in questo buio dell’etica, l’amore rimane un’ancora di salvataggio, così come la moglie del dottore impersonifica con la sua dedizione, non solo al marito, ma all’intero suo gruppo. Come dire anche però, che perdere la propria dignità, di cui ci si fa tanto vanto anche oggi, è davvero un attimo.

Bianca Folino

 

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Quando il mare nasconde segreti


 

storia_di_ireneErri De Luca – Storia di Irene – 109 pagine. Feltrinelli

Irene è una creatura sovrannaturale, o quasi. Affida la sua storia ad uno straniero di passaggio, perchè nella comunità dove vive tutti l’hanno già giudicata. Questo il personaggio proposto da Erri De Luca, in questo libro che è in realtà una mini raccolta di racconti. Come di consueto, lo scrittore napoletano utilizza un linguaggio essenziale, quasi asciutto e lo fa soprattutto quando, paradossalmente parla di mare. Irene è un’adolescente, una quattordicenne che aspetta un bambino. E’ stata abbondanata sulla spiaggia quando era piccola, meglio accompagnata lì dai delfini e con i delfini nuota durante la notte. Di giorno sta a terra e appena si fa sera, lo scrittore la ritrova sulla spiaggia, pronta a raccontargli la sua storia. Irene sembra quasi una creatura d’acqua e in parte lo è, come vedremo. Fino a che non è diventata donna ha vissuto a casa del prete del paese, occupandosi della sua capra. Il parroco la caccerà una volta cresciuta e la capra, in assenza di cure, morirà. Giorno dopo giorno, la ragazzina si apre allo straniero di passaggio, fino alla notte in cui gli racconta cosa sia avvenuto veramente. La creatura che porta in grembo è infatti un delfino che sarà partorito nel mare, come le altre creature che qui vivono. Irene nuota come i delfini e come loro è in grado di capire i pensieri delle persone. Vive in modo cinestetico, si ciba di sensazioni, prima ancora che di parole. E così comunica con gli altri. Renderà partecipe lo straniero fino ad inserirlo nella sua stessa storia. Sembra quasi di assitere allo svolgimento di una favola con questa narrazione che mantiene il tono stuporoso dei bambini, la loro stessa meraviglia di fronte alla vita e al suo mistero.

Il secondo racconto narra del sottotenente degli alpini Aldo De Luca, padre di Erri, e del suo modo di lasciare definitivamente le armi. Siamo nel 1943 e con lui ci sono altri personaggi che aspettano, chi con speranza chi con amarezza, la fine della guerra. Da una stalla partiranno e, con una barca, arriveranno in una Napoli ormai liberata, arrivata comunque alla fine di un conflitto odiato da molti.

Una cosa molto stupida” è il titolo del terzo racconto che narra di un vecchio e di come questo, sentendosi un peso per la famiglia, decida di aspettare la fine seduto su uno scoglio, di fronte al mare, succhiando una mandorla. Siamo nel primo dopoguerra e la povertà è la protagonista di questo racconto dai toni amari che narra di come ci si possa sentire soli anche all’interno della propria famiglia. In questo caso salta agli occhi lo stridere tra questa storia e quella di Irene, dove la famiglia è un nido caldo, anche se si tratta di un branco di delfini, o forse proprio per questo.

Infine un breve appunto di ringraziamento “il mio debito greco”, dove lo scrittore ringrazia quella terra che ha dato i natali a Venere e che è ancora capace di ispirare i narratori. Sì, perchè in questo libro i riferimenti alla letteratura in generale e alla scrittura, al narrare a al vivere di essa, sono parecchi, fin dal primo racconto. Non mancano poi i riferimenti autobiografici, l’amore per la montagna che De Luca vive spesso, e non solo nella storia del padre. E l’amore per il mare che a volte è capace di nascondere segreti e che porta storie racchiuse in conchiglie. Pronte per chi è capace di ascoltarle. E anche per chi vuole narrarle.

Bianca Folino

 

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Chi gira le viti del mondo?


 

l'uccello che girava le vitiMurakami Hakuri – L’uccello che girava le viti del mondo – 832 pagine. Einaudi

Non c’è come entrare in uno dei libri di Murakami per farsi assorbire da un sogno. E’ come leggere su due diversi piani, uno onirico e l’altro reale, le tematiche tipiche dello scrittore giapponese alla ricerca di un’armonia che sembra insita nel dna nipponico: dall’amore al tradimento, dalle relazioni interpersonali fino alle apparenze. Questo libro è diviso in tre parti, il protagonista è Okada Toru che vive il suo matrimonio e una vita tranquilla pur avendo appena lasciato il suo lavoro. Okada è preoccupato perchè il suo gatto è sparito e questo sembra essere un presagio di infelicità. Di lì a poco, anche la moglie Kumiko lo abbandonerà senza una ragione apparente. E lui si ritroverà solo, a cercare di capire l’accaduto, a cercare di comprendere le motivazioni del gesto della moglie, oltre a cercare il gatto scomparso. Ma in questo percorso incontrerà personaggi pittoreschi che racconteranno le loro storie, così che il lettore si ritroverà all’interno di una delle tante scatole cinesi che si aprono con queste pagine, una dentro l’altra. Le storie si intrecceranno, mentre Okada si metterà alla ricerca del gatto e del proprio centro e lo farà all’interno di un pozzo, al buio e al freddo, nel giardino di una casa abbandonata, segnata da una storia piuttosto funesta. Al suo fianco un’adolescente, Kashara Mai che dietro ad una freschezza apparente nasconderà un dramma, la morte di un amico, un lutto tutto da elaborare. Ma ci saranno anche la pragmatica Nutmeg che gli offrirà un lavoro e ottomi guadagni e l’etereo Cinnamon, suo figlio, così impalpabile e di difficile comprensione, inafferrabile. Il gatto tornerà verso la fine del libro, quando molte cose saranno più chiare a Okada che inizialmente gli aveva dato il nome dell’odiato cognato, Wataya Noboru, un uomo furbo, ma violento e corrotto nell’animo, che entra in politica. Sì, perchè questo libro parla anche di questo, oltre a tracciare uno spaccato del passato nipponico attraverso la storia di Nutmeg, traccia con pennellate perfette un mondo fatto di prostitute, politici corrotti e soldati valorosi. Il soldato Honda, oltre ad essere diventato un sensitivo, ricorderà a Okada i valori della vita, la solidarietà, l’amicizia, il cercare se stessi, l’onore anche. Ma quello che conta davvero è quel sottofondo, quell’uccello che non ha nome, ma che gira le viti del mondo. Come se fosse lui a decidere gli eventi, con il suo canto che assomiglia molto al rumore di viti girate. Sarà il fil rouge che legherà le diverse storie, come se fosse un Dio che girando le viti del mondo, decide del destino degli uomini. A volte loro malgrado, a volte a loro favore.

Come sempre nei libri di Murakami, anche qui c’è una sottolineatura dei rapporti familiari, nel bene e nel male, non per forza positivi, ma comunque significativi. Con quel linguaggio che sembra incantare il lettore, lo scrittore giapponese riesce a narrare a tutto tondo, con un ampio respiro che sembra cosa rara oggi, in un periodo dove i romanzi non superano mai le 300 pagine. Murakami ha lo spessore dei grandi romanzieri del passato, ma con un fascino in più, quello di riuscire a far vivere al lettore i diversi piani paralleli delle sue storie, capaci di rendere realtà i sogni.

Bianca Folino

 

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I sapori e la memoria di un conflitto


 

la bastarda di istanbulElif Shafak – La bastarda di Istanbul – 388 pagine. Rizzoli

Melograna, noci, cannella, riso e acqua di rose. Sono i sapori di Istanbul, di una città caotica e della sua cultura, così profonda e ricca di detti, come quello che recita “niente di ciò che arriva dal cielo va maledetto, nemmeno la pioggia”. Ma dove c’è luce c’è anche ombra e se quello è lo scenario nel quale viene ambientato il romanzo di Shafak, è il conflitto turco-armeno il vero protagonista di questa storia.

Due diversi punti di vista, due ragazze che nonostante le differenze e le ammissioni di colpe che riguardano il passato e i loro antenati, faranno amicizia e sarà attraverso questo rapporto che ogni conflitto sarà superato. La storia è ambientata tra Istanbul e gli Stati Uniti, dove molti armeni si sono rifugiati e dove è nata Amanoush che va alla ricerca delle proprie radici ad Istanbul, la città di sua nonna. Si fa ospitare dalla famiglia del suo patrigno turco, ed è in quella casa piena di donne, dove vivono 4 sorelle con la madre e la nonna affetta da Alzheimer, che incontrerà Asya, la figlia di Zehila (che la ragazza chiamerà comunque zia). Nei loro vissuti, per quanto diversi, troveranno diversi punti in comune, come la volontà di essere indipendenti e allontanarsi da una famiglia che tende a soffocarle.

Il conflitto armeno turco viene visto e analizzato, ma in un certo senso, quello che la scrittrice vorrebbe, è un suo superamento. Contrariamente a molte teorie che vedono il passato come qualcosa da dimenticare, per Shafak il passato torna, non è proprio possibile dimenticare. E’ il caos e la casualità che determina gli eventi che non sempre hanno una logica o un motivo di essere e avvenire. E’ il caso che determina gli intrecci di questa storia, dove si scopriranno legami insospettabili tra i personaggi.

E’ una casa di donne, dove ci sono profumi, dove i sapori dominano e il chiacchiericcio non smette mai, i consigli imposti seguono le ricette, una cultura forte che si impone ai turchi, quanto agli armeni. Interessante notare come questo libro inizi con il detto che niente che arriva dal cielo può essere maledetto e così finisce, in una circolarità che ci fa capire anche un certo ripetersi degli accadimenti umani. L’accettazione della vita, così come ci si propone è cosa consigliata, per il nostro bene. I simbolismi e le tinte forti, a volte, ricordano quelli dei mercati turchi, dove le spezie diffondo i forti profumi e l’occhio viene colpito dai colori delle polveri utilizzate in cucina. Ci sono pagine in cui sembra di udire i rumori della città e le sue luci. Sono pagine ricche di poesia anche, in parte per il linguaggio che a tratti si fa lirico, in parte per gli argomenti trattati che non risparmiano toni crudi e violenti, quando si parla del conflitto turco-armeno. Sono soprattutto le particolarità legate ai sapori, ad un caffè chiamato Kundera senza un reale motivo che ricordi lo scrittore ceco, ma con una passione che naviga l’atmosfera a catturare il lettore fino alla fine. Un ribadire che la Turchia ha una cultura occidentale, quasi come se fosse più una volontà che una verità e un ammettere che in realtà siamo in oriente, soprattutto se ci lasciamo affascinare dal movimento di un velo o dal sapore di un cibo. E nonostante tutto, quella favolosa Istanbul rimane nel cuore.

Bianca Folino

 

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Quando l’apparenza inganna


 

il profumo delle foglie di limoneClara Sanchez – Il profumo delle foglie di limone- 361 pagine. Garzanti

Questo è un libro scritto a due voci. La narrazione si alterna tra il punto di vista di Julian, anziano che viene in un certo senso chiamato dal passato e Sandra, una giovane ragazza arrivata ad una svolta nella propria vita. Siamo sempre convinti di non sbagliare quando giudichiamo persone e situazioni? Siamo sicuri che ciò che appare è sempre ciò che è? Questo il dubbio maggiore che insinua questo libro della scrittrice spagnola che, dopo averlo pubblicato, ha subito diverse minacce da organizzazioni filonaziste.

Bella la narrazione divisa in due voci, il linguaggio è descrittivo, i personaggi pensano e raccontano per filo e per segno i loro timori e le loro emozioni, senza riserve. Il tutto condito da una certa suspance e da una serie di colpi di scena che catturano il lettore.

La storia è ambientata ai giorni nostri, in una località marina spagnola dove il profumo di mare si mischia a quello delle foglie di limone. Sandra è incinta e non sa cosa fare della propria vita, perciò va al mare, a casa della sorella e qui incontrerà due anziani svedesi, in spiaggia. Diventeranno amici e tutto sarebbe da favola, come se quei due fossero i suoi nonni ideali, se non sopraggiungesse Julian e la sua storia. Julian è chiamato nel luogo da una lettera di un amico, con il quale in passato si è dato alla caccia di ex nazisti, ora deceduto, ma che gli insinua il dubbio che in quel luogo marino ci sia un’intera confraternita di ex nazisti. Quindi Julian si darà nuovamente alla caccia, nonostante i suoi problemi di cuore e scoprirà i giochi della confraternita, coinvolgendo proprio Sandra che lo aiuterà, rischiando la sua stessa vita, ma sentendosi finalmente parte di qualcosa più grande di lei. Tra sensi di colpa mancati e furbizie sornione di chi “non ha semplicemente eseguito degli ordini” ma è convinto che sia stato giusto così, perchè quello era ed è l’ordine che le cose devono avere, Sandra scoprirà un passato fatto di violenze e suprusi. Si avvicinerà, grazie a Julian, ad un’epoca che non le appartiene ma che deve conoscere, perchè la storia se non è ricordata corre il rischio di essere in un certo senso riscritta nella stessa maniera. Ma alla fine sono i “cattivi” a vincere e non solo per la memoria. Gli ex nazisti si ritireranno in una casa di riposo, dove anche Julian deciderà di trascorrere i suoi ultimi giorni. Però, sarà la stessa Natura a punirli, con una caducità che non riguarda solo il corpo, ma soprattutto lo spirito. Saranno i cattivi e al contempo quelli gabbati, da un farmaco che ritenevano miracoloso e che si rivelerà essere una semplice associazione di vitamine, venduta ad un prezzo proibitivo. Qualcuno di loro finirà sul lastrico per questo e la Confraternita si scioglierà.

Questo libro rimarrà attuale per decenni, fino a quando non capiremo che distinguere gli eventi è cosa dovuta, capirne le modalità nel profondo, prima di qualsiasi giudizio. Con una lezione che deve diventare pietra miliare nella storia: i morti non sono tutti uguali. E dimenticare equivale ad essere costretti a rivivere. Varrebbe la pena riflettere su questi concetti.

Bianca Folino

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La vita si vive in due


 

il contrario di unoErri De Luca- Il contrario di uno – 115 pagine

Edizioni Feltrinelli

Odorano di boschi e montagne questi racconti dello scrittore napoletano che cerca un modo per combattere la solitudine. Lo trova proprio nella matematica, per cui due non è solo il doppio di uno, ma è proprio il suo contrario, l’opposto della solitudine che non è mai amata nè cercata veramente, più che altro se vogliamo realizzarci come essere umani. Il libro è dedicato alle madri “perchè essere in due comincia da loro”. Con una poesia dedicata alla madre e seguita da un racconto che traccia un ricordo di infanzia in cui i genitori sono i protagonisti insieme al suo sguardo e ad una Napoli che sarà abbandonata. E a più riprese lo scrittore ripeterà questa voglia di allontanarsi soprattutto dai limiti della propria città, dal pericolo del vulcano e non solo. Come sempre, si tratta di poche pagine, intensissime, dove i termini non sono lasciati al caso, ma piuttosto scelti con cura. E’ un linguaggio fatto di sospensioni, quello di De Luca che invita il lettore a riflettere sui concetti e sulle singole frasi.

Soprattutto quando parla di montagna, Erri De Luca sembra tracciare il suo panorama ideale, dove il corpo è consapevole di ogni minimo gesto (la copertina riporta proprio una foto dello scrittore mentre arrampica), di dove vada messo il peso e di come ci si sposti nello spazio. Al contempo viene indagata l’anima di alcune persone che, per motivi diversi, sono state lasciate sole. Bellissimo l’incontro con la donna abbandonata sull’altare, alla ricerca di un assassino che metta fine alle sue pene. Lui le fa una promessa “domani sera o non ci sarà più il dolore o non ci sarai più tu”. E la porta con sè, in arrampicata, dove la centratura è fondamentale, dove si è soli e quando si ha un compagno la sintonia è importante, quanto non commettere imprudenze. Questa fiducia alla quale la donna si abbandona, guarendo al fine dal suo male, le fa sudare letteralmente tre magliette. Al mattino dopo lui le lascerà un biglietto, suggerendole di buttare quelle magliette perchè sono il suo passato. Come se la montagna e il silenzio fossero la cura giusta ad ogni tristezza, abbandono o dolore.

Ma in particolare questo libro indaga la solitudine e il suo contrario, che è sempre preferibile. Si coglie nella domanda “Ma tu non vuoi essere per una volta il prossimo per qualcuno?”, come nella riflessione sul numero due che un personaggio fa: “Due non è il doppio ma il contrario di uno, della sua solitudine. Due è alleanza, filo doppio che non è spezzato”.

E in quel due c’è la coppia prima, ovvero madre e figlio e tutte le coppie del futuro, dove noi ricerchiamo la matrice stessa della nostra vita. Coppie dove c’è sintonia anche di pensieri, magari solo per qualche ora, ma in quel frangente i due diventano uno, come madre e figlio appunto. De Luca parla anche di coppie che avrebbero potuto essere e non sono state, per esempio ne “La gonna blu”. Ma alla fine il concetto è sempre quello: condividere la vita con qualcuno, in una alleanza che aiuta a scalare montagne, è preferibile ad un silenzio di cui i boschi si cibano, ma che ci lasciano anche senza possibilità di evolvere.

Bianca Folino

 

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Il fuoco che dà la vita e brucia


 

l'amore graffia il mondoUgo Riccarelli – L’amore graffia il mondo – 219 pagine. Mondadori

 

 

Un Campiello postumo e ben meritato quello dato allo scrittore Ugo Riccarelli, scomparso lo scorso luglio. L’amore graffia il mondo mostra davvero le unghie, fin dalla scelta dei capitoli brevi. La storia è di ampio respiro, seppur concentrata in poche pagine, riguarda diverse generazioni. Signorina è la protagonista e deve il suo nome ad un treno, un bellissimo treno tanto amato dal padre, capostazione, che decide di chiamare così l’ultima delle sue figlie. L’infanzia e l’età adulta della famiglia di origine di Signorina si snoda tra i binari e tra le locomotive, con animali che sono amati alla stregua di umani e tragedie tipicamente paesane in un’epoca che attraversa la seconda Grande guerra.

I personaggi di Riccarelli pensano, come di consueto e i loro pensieri diventano vissuti interiori ricchi di emozioni e sentimenti. Il linguaggio è chiaro, limpido, non ricercato, va dritto al cuore che è la dimora dell’amore. Un amore cercato da tutti, centro delle nostre vite eppure al contempo è un amore che graffia, che ci guasta il corpo e l’anima. Signorina si sposerà e già l’amore per il marito, che cercherà di far di tutto per renderla felice e quindi si indebiterà e vivrà al di sopra delle proprie possibilità, le causerà problemi. Tanto che lavorerà per ricomporre il tutto, il nido familiare e per questo suo figlio Ivo nascerà prima del previsto, con polmoni non ancora maturi. Ma lei lotterà tutta la vita fino a riuscire ad ottener, per questo figlio fragile come il cristallo e tanto amato che si esprime con la musica e attraverso essa tocca i cuori di tutti, un trapianto di polmoni che cambierà le sorti del ragazzo. Ma già prima, i dolori causati dalla morte del padre, da una sorella che decide di sposare un fascista violento che la picchierà, dai fratelli partiti per la guerra, guasteranno la salute di Signorina che alla fine si accascerà, semplicemente sopraffatta dall’amore che, se da un lato riempie i nostri cuori e ci dà motivazioni a vivere, dall’altro ci consuma. Sarà proprio quel cuore ad abbandonarla e al contempo a trasformarla in un velo leggero che si siederà a fianco del figlio tanto amato.

Questo è un libro sull’amore, senza toni idialliaci, ma molto realistico, sulle rinunce anche che a volte l’amore ci impone e che facciamo senza mai perdere il sorriso. Signorina ha un talento, quello di tagliare e cucire splendidi abiti, ma dovrà rinunciare al suo atelier da sarta, proprio per dare una mano prima al marito e poi al figlio. Rinuncerà ad una bella casa e ai suoi attrezzi di lavoro per occuparsi della contabilità del marito Beppe, per aiutarlo a far fronte ai debiti. Si adatterà a vivere in due locali, con mattonelle e arredi che tanto le ricordano la casa paterna, locali umidi che comprometteranno ulteriormente la salute di Ivo.

Rinuncerà al figlio stesso, quando lo metterà in un collegio vicino al mare, per assicurargli un maggior benessere e un miglior respiro. E di nuovo, rinuncerà a realizzare i suoi abiti, quando la salute di Ivo si aggraverà al punto da richiedere un trapianto, possibile solo a Londra. Ce la farà a fare tutto e tutti i traguardi saranno raggiunti, ma al prezzo di se stessa. Eppure il finale non risulta affatto triste, semmai il lettore si rivede in queste pagine che graffiano l’anima, quanto l’amore.

 

Bianca Folino

 

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Il centro del mondo e dell’Uomo


 

allende_amoreIsabel Allende – Amore – 195 pagine. Feltrinelli

Nulla di nuovo sotto al sole, per i lettori di Isabel Allende che con questo nuovo libro intende proporre le sue migliori pagine sull’amore. Sono scritti già editi, già apparsi e quindi noti a chi segue la scrittrice cilena fin dai suoi esordi. Eppure questo collage mette in luce la genesi di quei testi, come sono nati e scritti, svelandone anche gli elementi autobiografici. Quindi, questo è un libro che i lettori affezionati apprezzeranno perchè farà conoscere meglio la scrittrice cilena, farà capire le motivazioni dei suoi precedenti libri.

Non si tratta di rivisitazioni, ma di ripubblicazione, le pagine sull’amore vengono raccolte e divise per gruppi, nel senso che ogni gruppo ha un’età precisa. Come se il vero protagonista fosse l’uomo nelle fasi della sua vita, dalla gioventù alla vecchiaia. E il suo modo di vivere l’amore e farsi vivere da esso.

Quello che la scrittrice mette in luce è comunque la centralità dell’amore nelle nostre vite, esso non è solo il motore per i nostri gesti, ma è la nostra stessa quotidianità e non può essere disgiunto dalle passioni provate. E se passione e amore vanno di pari passo, Isabel Allende sottolinea come, per niente al mondo, vorrebbe rinunciare all’amore e al sesso, nemmeno in età senile, seppur ammettendo che in questa fase della vita le persone cercano maggiori tenerezze, non tanto perchè la passione si sia attenuata, ma perchè il corpo ha i suoi limiti imposti dall’età.

Letterariamente parlando è molto interessante soffermarsi sulle prefazioni ad ogni gruppo di pagine sull’amore, perchè queste ben spiegano quella che viene definita la poetica della scrittrice, Le sue scelte stilistiche per esempio, ma anche rileggendo questi testi si possono notare le differenze tra i romanzi più vecchi e quelli più recenti, il cambio dello sguardo sull’amore. Il linguaggio è quello conosciuto ai lettori, coinvolgente e diretto, con un che di esotico, ma mai troppo cerebrale, è un linguaggio che potremmo definire cinestetico, nel senso che la scrittrice utilizza parole che molto hanno a che fare con il sentire. L’amore rimane comunque il centro delle nostre vite, di ogni cosa o opera che l’uomo crei. Al cntro dello stesso Universo insomma. E con lui anche la passione e il sesso che non si fa mai pornografia, perchè come spiega la scrittrice cilena, le sue scene di sesso non sono mai esplicite, sono accenni di sensi in tripudio e passioni che vengono esplicitate, più che l’atto in sè. Il tutto condito con una certa dose di “realismo magico” tipico di certa letteratura sudamericana, anche se più volte smentito dagli scrittori sudamericani. La stessa Allende spiega che in realtà viveva in un luogo che si cibava della magia, o meglio della presenza degli spiriti, nelle visioni della nonna per esempio, o in quelle di un uomo che ama sua moglie fino alla sua morte e oltre e che risulta essere molto somigliante a suo nonno. Una sensibilità particolare insomma, che fa grande il piccolo gesto e dà importanza ad ogni cosa. Quelle di Allende sono coppie per la vita, che fanno di tutto per comprendersi e cercando di condividere il possibile. Un vero incontro tra uomo e donna che vengono fatti grandi dall’amare e dall’amore, la vera scintilla delle nostre vite.

Bianca Folino

 

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L’amore è l’antidoto alle realtà parallele


 

1q84-EinaudiMurakami Haruki – 1Q84, libro primo e secondo 718 pagine, libro terzo 395 pagine. Einaudi

Murakami è la dimostrazione vivente che la grande letteratura è ancora possibile, quanto scrivere un romanzo di grande respiro come questo che si articola addirittura in tre libri. Einaudi ha raccolto la storia in due volumi, che hanno però poco senso, perchè vanno comunque letti insieme. La storia è piuttosto complicata, del resto stiamo parlando di 1113 pagine e viene narrata, nei primi due libri, attraverso il punto di vista di Aomame e Tengo e, nel terzo, si aggiunge anche il punto di vista di Ushikawa. Ma di non minor importanza sono i personaggi di Komatzu e Fukaeri, descritti in profondità tanto che il narratore giapponese sembra dare dignità a qualsiasi personaggio, anche a quello più losco.

La storia si gioca su due dimensioni, i protagonisti, Tengo e Aomame si sono conosciuti da bambini e improvvisamente si trovano a vivere in una nuova dimensione, quella che Aomame chiamerà 1Q84, perchè la narrazione è ambientata proprio nel Giappone del 1984 con un palese richiamo al romanzo di George Orwell. Per Tengo, sarà invece “il paese dei gatti”, quello che mostra in cielo due lune. Anche in questo romanzo sono presenti le tematiche tipiche di Murakami, la morte e la vita, il dolore della perdita, i segreti che giocano un ruolo nelle nostre esistenze perchè spesso non ci permettono di vivere serenamente, anzi complicano il nostro percorso. La lotta individuale e personale per diventare indipendenti e vivere secondo i criteri che si desiderano. E infine la luna, la sua luce soffusa che ci protegge e che ci dà accesso ad altre dimensioni, siano esse quelle oniriche o reali. Possibili realtà che corrono su un binario parallelo al nostro. Nell’universo ci sono delle porte d’acceso, a volte queste si presentano come una semplice scala di emergenza su una tangenziale.

Tengo riscriverà il romanzo di una giovane promessa, l’eterea Fukaeri, facendole vincere il premio letterario riservato ai giovani, ma scatenando le ire del Sakigake, una setta dove domina il Leader, ovvero il padre di Fukaeri che si macchierà, per motivi religiosi, del peccato di abusare di giovani minorenni. Per questo la signora, un’altro stupendo personaggio di questa storia incaricherà Aomame di “spedire dall’altra parte” il Leader. Aomame ha sviluppato un modo sofisticato, di dare la morte a persone considerate dalla signora colpevoli di violenza (spesso contro le donne) e soprusi: con un punteruolo adattato allo scopo dalla stessa Aomame, colpisce un punto preciso posto sul collo della persona. In questo modo non rimangono segni evidenti e l’uomo sembra morto in conseguenza di un attacco cardiaco.

Ogni personaggio ha la sua storia ed è questa che motiva e influenza il suo agire, come dire che le motivazioni più profonde stanno nel nostro vissuto. Quando Aomame si troverà a tu per tu con il Leader, questo la pregherà di darle la morte e le spiegherà che i suoi atti non sono stati motivati da lussuria, ma dal fatto che lui ha la capacità di “sentire le voci”, comprese quelle dei Little people, piccoli individui che sembrano vivere nel regno dei morti, capaci di formare delle “crisalidi d’aria” che sono una sorta di baccello. Appare chiaro come l’equilibrio tra bene e male, sia cosa dovuta, come l’alternarsi di giorno e notte, è necessario all’universo, così come noi lo concepiamo. E sarà proprio la morte del Leader a riportare quell’equilibrio che sembrava perduto.

Da quella notte di tempesta, nella quale il Leader sarà ucciso, il Sakigake si avvalerà di Ushikawa, un viscido investigatore, per trovare Aoname e regolare i conti. Ma la ragazza si nasconderà grazie all’aiuto della signora e della rete competente in seno alla sua organizzazione, capace di contrastare la setta. Aomame finalmente incontrerà Tengo e l’amore sarà la nuova porta che li farà tornare alla dimensione 1984, al mondo com’era prima.

Questa è davvero una storia che ha tutto in sè, cattura il lettore con una serie di artifici e un pizzico di suspance che lo tiene agganciato fino alla fine dei tre libri. I personaggi sono caratteristici, come molti di Murakami, originali e mai banali, non possono non essere amati in un certo senso e le loro storie diventano nel quadro generale, un incastro di scatole cinesi: ogni volta che ne apriamo una, ne troviamo subito un’altra da aprire.

Bianca Folino

 

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L’energia più potente si chiama amore


 

la donna dalla coda d'argentoHernan Huaranche Mamani – La donna dalla coda d’argento – 406 pagine. Mondadori

La donna sarà colei che salverà il mondo. Questa è la tesi di Mamani, il curandero peruviano, docente universitario di economia, che sta girando il mondo per diffondere la cultura Inca. La madre Terra soffre, modificazioni climatiche, disastri ecologici e cataclismi dovrebbero farci capire che il mondo ha preso una direzione sbagliata, sfruttando quella terra che ci ospita e che, se continuiamo in questo percorso, imploderà su se stessa. E’ innegabile che qualcosa stia andando storto nel nostro vivere, se assistiamo a continui terremoti, uragani, onde anomale e piogge continue che fanno franare il territorio, è anche innegabile che l’uomo ha cercato da sempre di sfruttare la terra senza prendersene cura (si pensi ad esempio ai deserti che sono il risultato di una agricoltura intensiva che non ha mai tenuto conto delle rotazioni e della messa a riposo del terreno). A parere di Mamani bisogna cambiare rotta e le donne saranno la massima risorsa per un mondo nuovo, diverso e sicuramente migliore, perchè fondato sull’amore che è l’energia più potente capace di trasformare e innalzarci fino a percepire il divino. Gli spagnoli hanno portato in questa parte di America, a detta dell’autore, una cultura maschilista tipicamente occidentale.

Questo libro è un romanzo, più precisamente una guida spirituale sotto forma di romanzo, scritta proprio per le donne, per risvegliarle e far capire loro che hanno risorse immani e una forza senza pari. Lara, la protagonista è una donna in crisi, dopo il naufragio del proprio matrimonio. Si recherà in Perù, per incontrare i curanderos che la trasformeranno in una “donna vera”, cioè una donna di luce, capace di un amore senza pari e di dedicarsi agli altri, siano essi intesi come singola persona o come gruppi. Lara dimostrerà di avere un coraggio senza pari, superando di volta in volta prove sempre più dure. E alla fine troverà l’origine stessa della serenità, in se stessa e nell’amore che sentirà per l’intero universo.

Il finale è aperto, non si sa se Lara deciderà di dedicare se stessa ad un uomo o alle persone, di imparare a guarirle da diversi mali, ma soprattutto dall’infelicità.

Il ricavato di questo librò sarà devoluto all’Università della Vita e della Pace che Mamani sta costruendo in Perù (www.mamani-inca.com). Credo che questo romanzo sia una specie di balsamo per quelle donne che ancora devono rinascere, devono imparare a volersi bene e a capire che posseggono davvero risorse incredibili, ma che per sfruttarle devono iniziare a vivere un modo più autentico di essere donne. Perchè le donne sono l’origine dell’amore, quello universale dal quale procedono la pace e l’armonia. Non per niente, danno la vita.

Dobbiamo perciò imparare dalle donne e dalla loro forza il modo per poter vivere in armonia, con noi stessi e con tutto il creato. La storia di Lara è anche un pretesto per parlare di una cultura millenaria, che non va dimenticata, ma che va studiata e approfondita perchè può solo arricchirci. Ed è anche un modo per dimostrare che un diverso modo di vivere è possibile.

Bianca Folino

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La letteratura è etica


 

ingredienti per una vita piena di passioniLuis Sepulveda – Ingredienti per una vita di formidabili passioni – 194 pagine. Guanda

Domani non sarà solo l’anniversario dell’attentanto alle torri gemelle, ma sarà anche l’anniversario dell’assassinio del presidente cileno Salvator Allende, avvenuta l’11 settembre 1973. Mi è sembrato quindi giusto proporre il libro di uno scrittore cileno che è stato molto vicino ad Allende: Luis Sepulveda.

La letteratura è impegno etico, almeno così la vede Luis Sepulveda, scrittore cileno esule in Europa che attualmente vive nelle Asturie. In questo libro ci dà il suo sguardo di cronista, in particolare di inviato, quale è stato nei diversi paesi attanagliati dalla guerra. A partire proprio dal suo Cile e dall’assassinio di Salvator Allende nel 1973, l’unica causa in cui Sepulveda si è messo in gioco, perché ci ha creduto fino a che la dittatura non ha sbaragliato dal campo qualsiasi idea di democrazia.

In questi scritti ci racconta di Allende, quanto di Neruda, ma anche dei minatori spagnoli che spesso sono in sciopero, della loro fatica, del loro sopravvivere a stento in un mondo che ha fatto della globalizzazione la sua ragione di distruzione. E se da un lato critica ferocemente il governo spagnolo, accusato di inettitudine (e che tanto somiglia a quanto accaduto in Italia negli ultimi 20 anni), dall’altro mette in risalto come in questo scenario le relazioni interpersonali siano centrali nella nostra vita. Non solo nel viaggio, ma anche nella quotidianità, l’incontro con l’altro dà un senso alla nostra vita. Anche quando parliamo di animali.

Per me è particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l’uomo e ciò che gli impedisce di essere felice”, in questo assunto si riassume il libro, e l’ipegno di Sepulveda verso il mondo intero. In altre parole l’eticità della letteratura, il raccontare storie e dar voce a chi non ce l’ha. Nello sguardo critico che ogni cronista dovrebbe avere e a cui forse, noi italiani siamo poco abituati.

In questi scritti il lettore sente l’eco di grandi epoche e grandi autori che hanno accompagnato lo scrittore cileno anche come maestri e la tensione di chi cerca appunto di superare quel conflitto per raggiungere la felicità dell’Uomo.

Il linguaggio di Sepulveda è quello consueto, semplice e chiaro, scorrevole e che fa risaltare le emozioni e le passioni di un uomo del Sud, come egli stesso si definisce qui, più precisamente come il Sud. E in questo scenario non poteva mancare la famiglia, i suoi figli che lo chiamano “vecchio”, nomignolo che piace molto allo scrittore cileno, e che si ritrovano attorno ad una tavola imbandita per l’asado, ovvero la carne cotta allo spiedo. Un paio di loro sono cileni, gli altri sono nati in Germania, in un tempo che era già esilio per Sepulveda. Vivono sparsi nel mondo, ma si ritrovano tutti, a casa dei genitori. Perché alla fine anche il più grande combattente sente che il cuore si scalda quando si trova vicino ai suoi affetti, così importanti e centrali per lui. A quelli di ieri che sono diventati ormai un ricordo e a quelli di oggi, i figli e i nipoti, oltre che la propria compagna o il proprio compagno.

Senza mai dimenticare che, per quanto cittadini del mondo (e lui può a ben ragione dire di esserlo), siamo nati in un luogo preciso. Ed è lì che stanno le nostre radici, come se tutto ci riportasse a quel luogo, alle nostre origini. La nostra identità nasce dalle nostre radici e si nutre di coloro che ci amano e che, anche se a distanza, ci vivono a fianco in un esserci che è presenza concreta.

Bianca Folino

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Le due epoche della Cina


 

Mo Yan – Le rane – 382 pagine. le rane

Einaudi

Se una cultura è millenaria, niente distruggerà davvero le sue radici. Questo emerge dall’ultimo libro del Nobel della letteratura Mo Yan che narra la storia di un villaggio, e dei suoi abitanti, della Cina agricola tra due epoche, subito dopo la rivoluzione culturale di Mao e ai giorni nostri. E lo fa, in particolare, tracciando un personaggio, una donna, la zia del protagonista Girino (nome d’arte scelto dal protagonista che vuole diventare un commediografo e scrivere un’opera alla maniera di Sartre), Wan Xin una levatrice, un’ostetrica che all’inizio farà nascere molti bambini, poi dedicando la sua vita al partito e alla rivoluzione culturale di Mao, abbraccerà la filosofia della pianificazione delle nascite. Praticherà aborti, anche oltre il termine e per questo diverse sue pazienti moriranno, compresa la prima moglie di Girino. Del resto la pianificazione era stata programmata per migliorare le condizioni di vita dei cinesi, ma lo scontro con una cultura di tipo agreste e al contempo millenaria che vede nel Cielo una volontà precisa, quella di unirsi alla terra per dare vita, qualcosa che per i cinesi viene considerato sacro. Superata la pianificazione però, le condizioni cambieranno per molti cinesi che non saranno più obbligati a limitare il numero dei figli, ma anzi. La stessa Wu Xin (e Xin in cinese mandarino vuol dire cuore) ritornerà a far nascere bambini, contemplando il miracolo della vita. Wan Xin è famosa tanto che l’interlocutore del protagonista, che è il signor Sugitani, chiede a Girino di scrivere una commedia con le sue gesta. La zia del protagonista è spesso paragonata alla venerata dea della fertilità Niann Gniang. E alla fine del libro, ci saranno appunto nove atti della commedia dove il lutto, la nascita, l’amore e la ricerca della felicità, oltre che del benessere, saranno i temi principali nel cambiamento d’epoca.

Dal punto di vista narrativo, Mo Yan ha usato diverse tecniche narrativa, dall’epistola alla sceneggiatura, miscelando in giuste dosi gli argomenti trattati con gli artifici letterari. E la Cina, la rivoluzione di Mao e le diverse epoche, sono messe in evidenza nei loro chiaroscuri. Mo Yan non dà giudizi definitivi, semplicemente narra e si limita a registrare le luci e ombre di un periodo, a volte travagliato e di un paese che ancora oggi non ha raggiunto un reale equilibrio, perso nella crescita esponenziale, non tanto demografica, ma economica. Non si può giudicare, perché nonostante tutto, nonostante le critiche anche feroci mosse ad alcune decisioni politiche, Mo Yan ama il proprio paese e lo fa amare al lettore che si perde tra le vicende di un villaggio di contadini, ricchissimo di usanze descritte fin nei minimi particolari. I suoi personaggi pensano spesso ed in loro emergono le passioni tipicamente umane, eppure quasi tutti si lasciano in un certo senso trasportare dal vento ineluttabile di un destino, come se implicitamente accettassero quello che la vita propone loro. Più che giudicare, c’è il tentativo di descrivere e di far capire un’epoca, a volte contraddittoria, dove la famiglia appare come un valore assoluto e indissolubile. I propri familiari si amano a prescindere, così come i propri amici, indipendentemente o quasi, dagli atti che compiono. La famiglia è intesa nel senso più allargato del termine, ma è comunque qualcosa che fa parte dell’uomo, per Mo Yan, più di quanto possiamo pensare.

Bianca Folino

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L’importanza delle proprie radici


Khaled Hosseini – e l'eco risposeE l’eco rispose – 456 pagine. Edizioni Piemme

 

L’amore e l’abbandono, il ritrovarsi comunque, a discapito della stessa memoria, ma comunque ritrovarsi in un intrecciarsi di storie, anche a diverse latitudini, che è vita umana allo stato puro. Questo romanzo di Hosseini sembra nato tra i fiori del deserto, in un paesaggio tipicamente afghano e al contempo europeo e apolide. Con il suo linguaggio, a volte affabulatore, che incanta il lettore fin dalle prime pagine, per la sua semplicità, seppur nella complessità della narrazione che si snoda attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, Hosseini fa di questo libro un’altra splendida favola, piena di lirismo e delicatezza. Vista con gli occhi dei protagonisti.

La vicenda parte proprio da un villaggio afghano e dall’amore tra due fratelli, Pari (che in farsi vuol dire fata) e Abdullah e del loro padre che narra loro una storia, davanti ad un fuoco, mentre si stanno dirigendo a Kabul. E in questa città, ci sarà la loro separazione dalla quale partiranno diverse storie, tutte unite dal comune destino di essere umani. C’è chi sentirà per tutta la vita un’assenza e chi invece percepirà una presenza, chi si innamorerà e chi di quell’amore ne farà una tragedia interiore che tramuterà la poesia in suicidio. Tra Parigi, gli Stati Uniti e l’Afghanistan questa storia narra della complessità delle relazioni interpersonali e dell’amore. Di genitori che farebbero qualsiasi cosa per assicurare un futuro migliore ai figli e di figli che si fanno carico dei propri genitori. Dell’amore verso se stessi e verso il prossimo. Dell’amore a tutto tondo, insomma, pur nei risolvi litigiosi o drammatici che a volte questo sentimento assume. Lo strappo dovuto alla lacerazione, all’abbandono, che è anche confino dalla propria terra e non solo separazione. Questi sono tutti elementi autobiografici che Hosseini ha vissuto in prima persona, allontanandosi dall’Afghanistan per andare a vivere negli Stati Uniti. Ma nonostante la partenza, il distacco, tutti i personaggi rimangono profondamente afghani, portano in sé il deserto, e il freddo delle montagne, le tradizioni e i racconti davanti ad un fuoco, i lunghi cammini silenziosi dovuti all’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, alla povertà. Ognuno di loro e le loro storie non sono altro che un simbolo: l’immagine di una terra sempre in guerra, dilaniata dai conflitti e dagli interessi di paesi stranieri che l’hanno conquistata e dominata e che hanno cercato di ferire nel profondo un popolo che invece è comunque andato avanti. Anche a piedi.

Non importa a che latitudine si vive e se alla fine, per colpa di una patologia degenerativa si dimenticano i propri cari, le proprie radici rimangono addosso, come fossero un marchio di fabbrica, la propria nazionalità e cultura è come un abito che non si può dismettere. In questo libro c’è tutto, le dominazioni straniere e i diversi cambiamenti, le guerre e le riscosse, fino agli aiuti umanitari, ai medici che arrivano per ricostruire dalle fondamenta. Nel bene e nel male di tutto, dell’intera evoluzione umana.

Nella sofferenza, nella lacerazione e nella cattiveria che a volte pervade i rapporti amorosi e familiari, rimane comunque un legame forte, qualcosa che ci guida e che fa il nostro destino. Si rimane fratelli comunque, anche quando si rinnegano le proprie origini e la propria famiglia. E i fratelli, prima o poi si ritrovano, come il senso delle proprie radici. Per quanto la vita cerchi a volte di distrarci, ognuno di noi è in perenne cammino verso le proprie origini. Verso ciò che ci rende umani.

 

Bianca Folino

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Il respiro in movimento che allunga la vita


 

Yang Jwing-Ming – otto pezzi di broccatoQigong cinese: gli “Otto pezzi di broccato”- 131 pagine. Edizioni Mediterranee

Possono otto semplici esercizi cambiare la nostra vita? Certo che possono, provare per credere. Questo libro è un semplice manuale su un’arte antica, millenaria, utilizzata in passato da uomini, saggi e monaci per il proprio benessere. E per rendere più lunga la propria vitalità, oltre che la propria vita.

Con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, l’autore spiega i fondamenti del Qi (energia) Gong (suono ma anche movimento) che molto hanno a che fare con i precetti della millenaria Medicina tradizionale cinese. Lo scopo è quello di conoscere il proprio corpo e la propria energia, fino ad arrivare a muoverla. In particolare, in questo libro vengono esaminati “Gli otto pezzi di broccato”, otto esercizi che possono essere effettuati seduti o in piedi. La cosa importante è non mollare, continuare ad esercitarsi giornalmente fino ad arrivare a percepire il muoversi della propria energia nel corpo.

Tutti possono effettuarli e se la propria salute non è al massimo, o si è malati, si possono anche fare da seduti. Gli effetti benefici di questo “respiro in movimento” non tarderanno a farsi sentire.

Il cuore di questi esercizi sta proprio nel respiro e nel movimento, una specie di meditazione che aiuta a sgombrare la mente e a gestire lo stress, nonchè a percepire le diverse parti del corpo e i punti di equilibrio. Ci sono diverse versioni degli “Otto pezzi di broccato” e non importa quale impariamo, la cosa importante è continuare ad esercitarsi, quotidianamente. Ogni forma (pezzo) deve essere eseguita per 24 volte, o comunque per multipli di 3, per un totale di una ventina di minuti giornalieri da dedicare a se stessi, prendendosi una piccola vacanza dal mondo.

L’autore propone una versione classica, cinese e spiega come lo studio di questi pezzi, sia modellato proprio sulla risonanza dell’universo nel corpo umano: noi siamo un microcosmo che ripropone alcune regole del macrocosmo. Ogni singolo organo viene stimolato dal movimento e dal respiro, come se venisse massaggiato. Contemporaneamente le nostre difese immunitarie si rinforzano, perchè la nostra energia diventa più forte. Così potremmo ottenere una qualità della vita migliore, e maggior salute. Non è richiesta nessuna preparazione fisica, ma molta costanza per seguire questi antichi precetti che fanno del movimento, associato al respiro, una’arte sapiente. Esiste un ulteriore livello di Qigong ed è quello che porta all’illuminazione, ma come spiega bene l’autore questo è riservato ai monaci e a chi vive in solitudine, perchè solo in solitudine, lontano dalle quotidianità e da un mondo caotico, il nostro spirito può elevarsi fino ad un livello superiore. A noi basta accontentarci di mantenere la nostra salute ad un buon livello, di tenere lontani disturbi e malattie e imparare che dentro noi ci sono tutte le risorse per stare bene. Se riusciamo a metterci in contatto con la nostra energia potremo dirigerla verso il nostro benessere.

Perchè la vita è fatta soprattutto di energia.

Bianca Folino

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Vignola tra sangue e ciliege


 

Silvio Anderlini – osteria del diavoloL’osteria del diavolo – 256 pagine. Edizioni Rossopietra

Il nuovo millennio é appena iniziato quando la tranquillità di Vignola, la cittadina emiliana famosa per le ciliegie, é sconvolta da un efferato fatto di sangue. Vincenzo Pancaldi, da tutti conosciuto come l’Oste, titolare da sempre di una enoteca – osteria situata in pieno a fianco delle possente rocca seicentesca, viene trovato con un grosso coltello piantato nel petto. Sul luogo del delitto viene notata la presenza di un ambulante marocchino, Mohammed Sayid Abid che viene arrestato come esecutore del delitto. Sembra tutto risolto ma nuovi accadimenti e nuovi indizi fanno subito capire che la verità é ben diversa e molto più complicata di quel che sembra. Le forze dell’ordine brancolano nel buio e solo grazie alla caparbietà di una giovane impiegata vignolese, Anna Gozzoli, che non si ferma davanti alle sole apparenze e ai luoghi comuni, la verità verrà a galla. Emergerà, dal passato, un atroce fatto di sangue di cui tanti vignolesi insospettabili erano a conoscenza e che hanno taciuto per oltre mezzo secolo, chi per vergogna chi per interesse.

L’ autore, Silvio Anderlini, alla sua prima esperienza letteraria, ha voluto ambientare la vicenda nella sua Vignola ed esattamente in pieno centro, dove é nato e cresciuto. Di primo acchito può sembrare una denuncia, un forte rimprovero verso i propri concittadini e la loro provincialità ma é qualcosa di assai diverso. Dalle righe, dai luoghi descritti, dall’usare volentieri termini dialettali anche nei sopranomi (i famosi scutmai) si capisce bene quanto egli ami Vignola e i vignolesi. La sua é una sorta di paterna ramanzina ed un invito ad aprirsi al resto del mondo e all’umanità, al non fermarsi alle mere apparenze e al cercare sempre la verità nelle cose, qualunque essa sia. Nella prefazione compaiono due bellissime frasi, una di K. Gibran e una di H. Hesse ma credo che forse le parole piu’ appropriate sarebbero quelle contenute nella famosa poesia di J. Donne: “Nessun uomo é un’isola”. Lodevolissima la minuziosa descrizione dei vari stati d’animo e delle sensazioni fisiche e psichiche dei protagonisti. Unico neo di questo bel libro credo sia il finale che, pur se esaustivo per spiegare l’intera vicenda, appare un po’ “stiracchiato”, quasi l’autore volesse finirlo in fretta dopo tanto lavoro. Essendo pero’ alla prima esperienza come scrittore, credo che all’ amico Anderlini questo “peccatuccio” lo si possa perdonare.

Gianluca Bellentani

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Veloce come la puntata di una fiction


Rossana Campo – Il posto delle donne –

152 pagine Ponte alle Grazie edizioni  Campo-Il-posto-delle-donne-ok

Internet e la sua velocità, la superificialità a volte e l’approssimazione, ma il contatto e la comunicazione. Questo in sintesi ciò che rimane impresso nel lettore dell’ultimo romanzo di Rossana Campo, la scrittrice genovese conosciuta soprattutto per il suo “In principio erano le mutande” da cui è stato tratto l’omonimo film di Anna Negri.

E’ una storia veloce, da leggere tutta d’un fiato, ma che lascia parecchie questioni sospese e soprattutto affrontate in modo superficiale. Il libro si legge bene, il linguaggio utilizzato è quello moderno, della comunicazione a tutto tondo, del tono parlato ed è questo che in un certo senso aggancia il lettore.

Non è certo un capolavoro questa storia che narra di Emma, una italiana che vive a Parigi e lavora in un bistrot e che ama le donne. Emma è appena stata lasciata da Carmen la sua compagna e incontra Maxime, una ballerina di lap dance che pochi giorni dopo verrà ritrovata strangolata. Il linguaggio è colloquiale e diretto, a volte crudo, il mondo dipinto è quello di chi vuole vivere ai margini, ad ogni costo, di persone piene di piercing e timori anche, che a volte alzano il gomito e altre si lasciano andare alla propria confusione esistenziale. Anche il mondo omossessuale viene però descritto con una certa approssimazione, come se la fedeltà fosse impossibile, come se tatuarsi o mettersi un piercing o ballare scatenati nella più totale irregolarità dei rapporti fosse una peculiarità di chi cerca rapporti lesbici. Queste donne si sentono emarginate in quanto donne prima di tutto, e poi in quanto lesbiche, ma anche questo tema viene solo accennato dall’autrice genovese (che vive tra Roma e Parigi).

La protagonista sembra e vuole essere una dura, ma la storia appare a tratti piuttosto debole, sia se vogliamo considerare questo libro una specie di giallo, o se vogliamo considerarlo come una affresco sulla vita oggi a Parigi ma che potrebbe essere considerata solo una città simbolo, copia carbone di ogni città. Una immagine molto alla moda forse, ma monca della sua essenza più profonda.

Viene davvero in mente Internet e la sua velocità, più precisamente i social network e la loro pretesa, a volte azzeccata, di volersi sostituire alla realtà, ad un rapporto reale e ad una reale condivisione tra persone. I dialoghi sono inseriti nella narrazione, come se fossero indiretti. Pur nei suoi limiti, rimane un libro piacevole, da leggere in un pomeriggio di noia, o sotto l’ombrellone, tenendo conto che i personaggi non hanno un notevole spessore psicologico, sembrano presi da un vivere convulso che trova ragione solo in un sesso sfrenato. Nemmeno la città viene descritta, non ci sono paesaggi, nè i particolari che rendono caratteristico un locale, o un luogo.

Il lettore si trova catapultato in una fiction, sembra di assistere ad una puntata di una serie televisiva, adattissima nei momenti di stress, quando non si vuole pensare e si vuole rimanere in silenzio, per riuscire a rilassarsi.

Bianca Folino

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Il sogno ci salva dalla vita


 

Murakami Haruki – La ragazza dello sputnik –

216 pagine. Einaudi    la ragazza dello sputnik

Se la vita si fa insopportabile il sogno ci viene in aiuto. E’ questo l’assunto principale di questo libro di Murakami, scrittore giapponese piuttosto amato in Italia per la sua capacità di incantare il lettore in una serie di avvenimenti che spesso utilizzano il linguaggio onirico.

E’ una storia di intrecci e situazioni che si complicano per i tre personaggi principali, la voce narrante, un insegnante innamorato di Sumire che vuole diventare scrittrice ma che inciampa nell’amore per Myu una donna sposata che è divisa a metà, perchè 14 anni prima ha avuto una esperienza di sdoppiamento della personalità mentre si trovava su una ruota panoramica. Sumire la soprannominerà “la mia ragazza dello sputnik” per un gioco di parole e fraintendimenti su un romanzo del quale le due donne parlano quando si incontrano. Ma lo sputnik diventa anche l’emblema dell’uomo: un satellite solitario che a volte incontra altri satelliti ma che ne rimane distante, “come se la terra si cibasse delle nostre solitudini”.

E’ un libro dei segreti anche, dove la comprensione altro non è che una serie di fraintendimenti che ci portano a capire gli eventi. Causa ed effetto sono considerati inscindibili come il contenuto e la forma e questo genera confusione. Il linguaggio risente delle suggestioni pop e dell’arte urbana.

Lo scrittore giapponese ci porta dritto verso una domanda complessa e semplice al contempo: ci si perde o ci si trova strada facendo? La storia si presenta come intricata, piena di colpi di scena dove diversi livelli e piani di esistenza convivono. Gli eventi traumatici portano ad uno sdoppiamento, che non è quello concepito dalla disciplina psicologica, ma che è piuttosto un vivere su due piani diversi, al di là e al di qua di uno specchio. La dimensione del reale convive con quella del sogno e forse la soluzione ad una vita che si fa opprimente e che non ci permette di realizzarci appieno è proprio questa sorta di fuga nella dimensione del sogno, dove possiamo vivere liberi da ogni condizionamento o trauma che limita i nostri movimenti. Murakami dà alla luna, più precisamente alla luce della luna piena, il potere di accesso ad entrambe le dimensioni, intese in ultima analisi come morte e vita che sono indissolubilmente legate tra loro. Un tema ricorrente in questo scrittore, che narrando sembra cercare una risposta che non dia al distacco il senso di lacerazione, ma piuttosto di integrazione. Sumire sparirà ad un certo punto della storia, perchè entrerà in un’altra realtà, quella del sogno e il narratore continuerà ad amarla e in un certo senso ad attenderla. Ma anche nella telefonata finale dove la ragazza dirà con gioia “sono tornata” ad un certo punto la linea cadrà e il lettore rimarrà sospeso in un finale che lascia a lui la scelta: quella telefonata può segnare un reale ritorno oppure può essere un semplice sogno del narratore. Come se Murakami, sorridendo suggerisse ai lettori di prendere il sentiero che più sentono idoneo al loro essere, come se ognuno di noi fosse libero di scegliere, tra veglia e sogno, la dimensione nella quale vivere. Quello che appare chiaro invece è questo stimolo pererenne all’autorealizzazione, ad uscire di scena, ovvero a trovare la propria dimensione di vita, quella che ci permette di essere veramente liberi.

Bianca Folino

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Quella scrittura che salva la vita


 

Reinaldo Arenas – Arturo, la stella più brillante –    arturo la stella più brillante

78 pagine. Cargo edizioni

Questa è poesia in forma di prosa. Non c’è alcun dubbio e devo sottolineare come questo scrittore, scomparso a New York nel ’90 a causa dell’Aids, esule da Cuba, sia stato frainteso. Questo è un breve racconto dedicato all’amico dello scrittore cubano, Nelson Rodriguez Leyva, internato nei campi di concentramento per omosessuali conosciuti ufficialmente come campi di aiuto alla produzione agricola. Spesso si è detto che Arenas sia stato perseguitato perchè scrittore, in realtà lo è stato in qualità di omosessuale, mai accettato da una società che solo oggi sta diventando meno omofoba, e non solo a Cuba direi. Non è tanto il regime in sè che Arenas critica (ricordiamo che da giovanissimo si era unito ai ribelli durante la rivoluzione), ma i metodi usati da questo regime per reprimere l’omosessualità, ovvero le incarcerazioni immotivate e il famoso “confino” degli anni ’80, con il quale Castro si è in un certo senso liberato da quelle persone considerate malate di mente o, appunto, omosessuali. Del resto tante cose sono cambiate dalla caduta del muro, dal ’90, anno della scomparsa dello scrittore cubano.

Arenas è un ribelle e per questo si oppone a chi vorrebbe farlo vivere in un altro modo, a chi vorrebbe che scrivesse altre cose, più che altro che fosse un’altra persona diversa da quello che è. Non vuole definizioni, nè schemi o suggerimenti di vita. Del resto ognuno di noi è unico e non tutti riescono ad uniformarsi a schemi imposti o vogliono essere definiti.

In questo racconto, non viene utilizzato affatto un linguaggio barocco, così come qualcuno ha detto, piuttosto si tratta di poesia pura in forma di prosa. Ermetica a volte, e non afferrabile da subito. Ma procedendo nel racconto, il lettore si accorge che c’è un gioco, quello tra la realtà e il sogno, anche ad occhi aperti. Il modo di Arenas per poter vivere è quello di “costruire”, ovvero immaginare una realtà parallela nella quale si è liberi di essere chi si è, senza nessun limite. E, soprattutto, attraverso la scrittura la vita diventa più sopportabile.

E’ in questa realtà parallela che appaiono gli scherni anche della sua famiglia di origine, perchè la sua omosessualità non è accettata nemmeno dai fratelli o dalla stessa madre. E al contempo lo scrittore cubano si identifica nell’amico Nelson tanto da far diventare questo racconto ricco di particolari autobiografici, come se Arenas si trasformasse in Nelson, ovvero in Arturo.

Ma non è solo il regime a non essere accettato dallo scrittore che non si vuole uniformare a nulla, anche gli stessi omosessuali compagni di prigionia lo obbligano a “mossette e urletti, a sculettare e ballare” e lui sente tutto questo come artificioso, come se ci fosse uno schema da seguire nel vivere e nel comportarsi, solo perchè si è omosessuali. Del resto esistono paesi, sicuramente non più a Cuba, dove ancor oggi gli omosessuali vengono perseguitati pesantemente, come per esempio in Jamaica.

Alla fine del libro c’è una lettera nella quale Arenas spiega che l’Aids gli impone di togliersi la vita perchè non gli dà più modo di lavorare, ovvero di scrivere. Almeno in Usa nessuno lo ha perseguitato per i suoi gusti sessuali diversi, si è sentito libero, ma pur sempre esule, lontano dal paese nel quale avrebbe voluto vivere. La chiusa della lettera è molto chiara: “Esorto tutto il popolo cubano a lottare per la libertà. Il mio non è un messaggio di sconfitta, ma di lotta e speranza. Cuba sarà libera. Io lo sono già”, perchè è proprio nella morte che si realizza quella libertà di essere che appare qui tracciata dai sogni ad occhi aperti fatti da Arturo. Essere liberi di essere chi si è, senza per forza sentirsi diversi, un diritto di ogni uomo, una battaglia che ancora oggi si gioca su diversi fronti e in diversi paesi.

Bianca Folino

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Tutto scorre ma niente cambia


 

Banana Yoshimoto – amrita

Amrita – 305 pagine Feltrinelli editore

Amrita vuol dire l’acqua che bevono gli dei. Questo è il nome scelto dal padre della protagonista che si trova ad affrontare un viaggio all’interno di se stessa, dopo un incidente che le farà battere la testa e, dopo essere stata tra la vita e la morte, perdere la memoria. E’ una storia complessa dove i personaggi sono spiritualmente molto ricchi e il dialogo interiore non smette mai, tipo flusso di coscienza. Il romanzo è scritto in prima persona ed ha uno stile europeo, nonostante a fine libro ci sia un glossario per alcuni termini giapponesi.

Un viaggio nella vita di Amrita che ha percezioni di spiriti che potremmo quasi definire extrasensoriali e che sono in realtà tipiche della cultura giapponese. La spiritualità è intrinseca a queste pagine dove la protagonista si trova a fare i conti con la morte del padre, quella della sorella e una crisi che porterà suo fratello minore ad essere una specie di sensitivo che comunica attraverso i sogni. Amrita recupererà tutti i suoi ricordi, ma non per questo soffrirà meno delle varie separazioni che inevitabilmente toccano la vita di ognuno di noi. Le scene si svolgono in una casa dove le donne sono in maggioranza: ci sono sua madre, un’amica della stessa, sua cugina e suo fratello minore. E tra un’esperienza e l’altra, Amrita si scoprirà innamorata del cognato che, subito dopo la perdita della moglie partirà per un viaggio quasi perpetuo. Insieme andranno nell’isola di Samoa dove gli spiriti sembrano prendere corpo ad ogni angolo e dove una donna li calma attraverso il canto.

Ma quello che emerge è quel dolore che si prova di fronte a qualcosa che finisce, sia essa una storia d’amore o una vita. La separazione è qualcosa che genera una frattura nella nostra vita, sempre e non è così facile da superare. Ecco che in questo scenario gli odori e i colori diventano veicoli di ricordi che riaffiorano, silenziosi modi di comunicare delle menti. Non ci abituiamo mai alle separazioni. Come non ci abituiamo mai davvero al cambiamento. Vorremmo che tutto rimanesse qual’è, senza variazioni, ma sappiamo benissimo che non è possibile.

Rimangono indossolubili gli affetti, dei legami che non possono essere spezzati da niente, così come il rapporto tra Amrita e il fratello fa capire.

Le pagine scorrono veloci e piacevoli, come la vita così come ci viene narrata da Yoshimoto, come se fosse un inarrestabile flusso. La protagonista alla fine dice che in questo scorrere vitale, tutto rimane uguale, ma in realtà non è proprio così. Nella vicenda di Amrita quello che rimane uguale è proprio lei stessa, quindi ciò che è costante, oltre al cambiamento, è proprio la nostra centratura, ovvero il nostro centro spirituale. Che si nutre delle nostre relazioni interpersonali, in particolare dei nostri affetti, punti cardinali fondamentali del nostro essere, senza i quali, ci perderemmo irrimediabilmente. Solo attraverso gli affetti riusciamo a sopportare i distacchi a cui la vita ci sottopone e che in questo libro vengono descritti come vere e proprie lacerazioni. Ogni personaggio ha uno spessore psicologico profondo, che attira e fidelizza il lettore in un certo senso.

E’ la religione delle piccole cose che riesce a farci sopportare la vita al meglio, anche le grandi tragedie che a volte ci colpiscono.

Bianca Folino

 

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Quando la vita diventa dolore


 

lettere frida kahloFrida Kahlo – Lettere appassionate – 175 pagine

Edizioni A(abscondita)

Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”, questa la frase che riassume meglio questo libro, composto in gran parte dal carteggio privato di Frida Kahlo con amici e amanti della sua vita. Ma chi era veramente questa donna? Una pittrice, un’artista, una donna che ha molto amato, una passionale di natura? In realtà Frida è stata una donna che ha vissuto al centro del proprio dolore, sempre. Poliomelitica fin dall’infanzia, a soli 18 la sua salute ossea viene significatamente compromessa da un incidente. Frida si trovava su un autubus che si è ribaltato causando 4 morti. La pittrice messicana rimane gravemente ferita e la convalescenza (dopo due di una serie di operazioni che drammaticamente saranno la costante della sua vita) dura diversi mesi. Ed è proprio durante questo periodo che inizia a dipingere.

Il libro è corredato da una serie di fotografie che riproducono le sue opere e momenti di vita privata, segnata profondamente dall’amore per Diego Rivera, pittore famoso, di vent’anni più grande che sposerà per ben due volte. Frida è fin da giovanissima molto innamorata di Rivera, per lui dipinge e scrive poesie. Ma questo amore non le impedirà di conoscere e avere relazioni con altre persone, anche con donne. Quello che veramente caratterizza la sua passionalità e la sua vita è il dolore, un dolore fisico che inevitabilmente condiziona i suoi dipinti e i suoi scritti. Non dimentichiamo che perderà tre figli e non riuscirà mai a coronare il suo sogno di maternità. Morirà giovanissima a soli 47 anni, dopo aver subito l’amputazione di una gamba e l’ennesimo intervento alla colonna vertebrale che non sarà risolutivo. Nel suo diario scriverà, proprio il giorno prima di morire, della sua speranza “di non tornare mai più in questo mondo” proprio perchè la sofferenza si è fatta insopportabile.

Il dolore è il reale protagonista, non la ribellione e la volontà rivoluzionaria di questa grande artista messicana da sempre iscritta al partito comunista. Un dolore talmente forte da distrarla anche dagli impegni politici, dal suo attivismo e dalle stesse amicizie, con le quali spesso si scusa per non aver riposto alle lettere. Eppure Frida è capace di un grande amore per tutti, amici e amanti, tanto da farsi perdonare dal fotografo Nickolas Muray, quando questo si sposerà, con una lettera davvero struggente dai toni tristissimi.

Frida appare da una parte come una donna forte, capace di superare i limiti imposti dal proprio fisico e al contempo estramamente fragile, dolorante nel corpo e nell’anima. Come se non riuscisse davvero a fare tutto ciò che vorrebbe, perchè il suo fisico si rifiuta. Affetta anche da anoressia e spesso depressa, perchè spesso veniva obbligata a vivere in un letto dai medici, eppure piena di vita e energia, la stessa che traspare dai suoi dipinti dalle tinte forti, a prima vista surrealisti, ma realistici nelle simbologie scelte. Una donna che non si abbandona mai davvero a lamentele, ma che va avanti con grinta e passione, così come traspare dalle fotografie dove difficilmente sorride. Ma è proprio per questo che non si può restare immuni al suo fascino che dura nel tempo e che ce la farà amare ancora a lungo.

Bianca Folino

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La morte non è altro che una trasformazione


 

Mathias Malzieu – L’uomo delle nuvolel'uomo delle nuvole

– 131pagine. Edizioni Feltrinelli

Questo è il secondo romanzo pubblicato in Italia, ma il primo in ordine di scrittura del giovane narratore francese Mathias Malzieu, classe 1974. Questa volta ci propone la trasformazione, intesa come ultimo ed estremo atto della nostra vita. Una parodia sul legame inevitabile tra morte e vita che sempre ci spaventa.

La prima è appunto intesa come trasformazione estrema. Con l’usuale linguaggio ricco di lirismi, al quale ci ha abituato con “La meccanica del cuore”, questa volta Malzieu indaga sulle nostre paure, Claudman, ovvero l’uomo delle nuvole, nonchè protagonista di questa storia, un saltimbanco a volte ridicolo per la sua goffaggine, si trova alle prese con un tumore. Con lui viviamo, pagina dopo pagina, l’indebolimento e la caducità del corpo umano reso fragile dalla malattia, vissuta come una minaccia e un limite. Il tumore, chiamato in molti modi in questo romanzo e spesso paragonato ad un elemento della natura, come un cavolfiore, è ciò che limita il protagonista nella realizzazione dei propri sogni. In particolare ciò che Cloudman ha sempre cercato è volare e anche durante le proprie esibizioni provava ad imitare la leggerezza dei volatili. Non è importante il suo continuo fallimento, lo stesso che lo porterà in ospedale, dopo essere rovinosamente caduto durante un’esibizione e dove gli diagnosticheranno un tumore incurabile. Ciò che conta è la perseveranza, il protagonista, nonostante la malattia e i continui dolori, calmati solo da inizioni di morfina, continuerà a tentare, rubando le piume dei cuscini dell’ospedale per costruirsi due ali. Incontrerà un bambino che gli sarà compagno in questi sogni e in avventure immaginate e immaginarie. Fino all’incontro di un’affascinante creatura: metà donna e metà uccello, molto seducente, in realtà la dottoressa che lo ha in cura. Gli proporrà un patto, e se Tom Cloudman si abbandonerà ad un’estrema trasformazione in riva al cielo, potrà vivere, anche se le sue forme cambieranno, quanto la sua coscienza. Diventerà un uccello, questa sarà la scelta e non si trasformerà per vivere, per evitare la morte, ma in realtà sarà mosso dall’amore per quella donna, alla quale donerà un figlio, prima di trasformarsi definitivamente. Il linguaggio è lirico, le immagini si susseguono veloci quasi fossero pennellate di un dipinto. Ma tutta la storia si colora di oniricità, con esseri strani e fiabeschi e ambienti suggestivi e musicali.

Quello a cui il giovane scrittore francese, leader del gruppo musicale rock Dionysos, ci fa assistere è proprio una metafora che fa sembrare la morte meno spaventosa di come solitamente la percepiamo. Come se Malzieu suggerisse al lettore che non c’è nulla da avere paura, la morte è solo una trasformazione dell’uomo nei propri sogni. Ma soprattutto, quello che lo scrittore sembra voler suggerire al lettore è che l’amore è forza creativa che permette alla vita di nascere e trasformarsi. E’ pura energia che ci consente di superare i nostri limiti.

Bianca Folino

 

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Non esiste età per raccontare storie


 

il manoscritto di brodieJorge Luis Borges – Il manoscritto di Brodie – 94 pagine. Adelphi edizioni

Questa raccolta di racconti è il frutto della vecchiaia di Borges, poeta e scrittore argentino che all’età di 70 si è rimesso alla scrivania per narrare. E il risultato è davvero strabiliante in questa serie di storie, a volte crude, che vogliono descrivere l’animo umano nel profondo. Gli ambienti sono quelli della periferia di Buenos Aires, con i suoi malavitosi, istintivi e violenti, ma soprattutto forti e che molto ricordano i personaggi di Evaristo Carriego. Qui si parla di delitti efferati, di carne e sangue con quello stile tipico di Borges che ha sempre un accento nobile nel tracciare le vicende di questi malavitosi. Di uomini duri, che parlano poco, ma che davanti ad un interlocutore e magari un bicchiere di vino o altro, iniziano a parlare e raccontano la loro versione della storia. Come fosse eroi incompresi a cui lo scrittore dà voce.

All’inizio di ogni racconto c’è una specie di segreto, o meglio qualcosa da svelare su una storia di cui si è già parlato, su un omicidio di cui non si conoscono i dettagli o su un particolare che potrebbe far nuova luce su qualche evento. Paradossale è “Il vangelo secondo Marco” dove il protagonista cerca di elevare dei contadini leggendo loro dei libri, tra i quali il Vangelo appunto. Verrà preso alla lettera, tanto che lo crocifigeranno, considerandolo alla pari di Gesù, un Dio a cui si deve gratitidine, anche se in un modo che potremmo definire ortodosso. I toni a volte si fanno grotteschi, come in questo caso, altre volte sembra di assitere ad un film di Tarantino dove il sangue sgorga e zampilla per tutta la pellicola.

Il racconto che dà il titolo al libro, è invece un manoscritto fedelmente tradotto che parla di età coloniale e lo fa attraverso gli occhi di un missionario che ha vissuto presso alcune popolazioni africane prima e brasiliane poi. In particolare si parla degli Yahoos, nome scelto per non confondere i lettori, che combattono contro gli uomini-scimmia in una regione del centro Africa.

E di nuovo Borges è capace di soprendere perchè questa raccolta sembra aprire una nuova visione rispetto alla sua carriera di scrittore, come se a 70 anni fosse arrivato ad una svolta che in realtà è solo apparente, in quanto lo scrittore argentino rimane il consueto affabulatore che affascina il lettore nelle sue storie, tanto da farle sembrare reali, pezzi di cronaca in un magistrale stile giornalistico.

La sua immaginazione, nel descrivere queste storie che a volte sembrano nascere da una fantasia a tutto tondo, arriva alla fine al nucleo centrale della sua indagine che sempre ha intriso i suoi scritti, sia quelli poetici che quelli in prosa. E’ un nucleo drammaticamente umano, che potrebbe essere visto come l’unica storia narrabile, quella di un’eterna risposa senza domanda: chi siamo e cosa non siamo.

Bianca Folino

 

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Donne sull’orlo della disperazione


 

adorata nemica miaMarcela Serrano – Adorata nemica mia – 199 pagine Feltrinelli

Non sono le solite donne di Marcela Serrano, queste. Forse, si sente che il genere scelto per narrarle, ovvero il racconto è, per stessa ammissione dell’autrice “sfuggente”. Queste sono donne davvero disperate, senza via d’uscita e forse la delusione deriva dall’attesa che c’era nei lettori per questo libro che è stato preceduto da “Dieci donne”, ritratto dalla pennellata sapiente di tante donne approndite dal punto di vista psicologico. Ma mentre quelle cercavano un riscatto, una soddisfazione personale, una sorta di autonomia dal mondo che non le riconosceva per quello che erano, queste sono vittime senza nessuna possibilità.

E mentre quello che solitamente si percepisce nell’occhio dell’autrice, cioè la forza delle donne di cui parla, questa volta ci si trova di fronte a storie che paiono spesso spezzate a metà, senza finale dal punto di vista stilistico. Un po’ troppo aperte, trattandosi di racconti.

Molto carini alcuni artifici, di un paio di storie, dove a sorpresa si dà voce ai gatti o ai cani. Alcune delle donne raccontate sono viste attraverso un occhio maschile in realtà: donne che non hanno scampo e non trovano soluzione alla propria tragedia. Solo in un paio di casi, si percepisce il riscatto, la solidarietà al femminile anche.

Marcela Serrano ambienta questi racconti in varie parti del mondo, dal Messico al Cile e per sua stessa ammissione (nell’epilogo) non voleva accettare l’offerta di “El Pais” di scrivere un racconto per l’edizione estiva nel 2000, proprio perchè lo considerava uno stile “sfuggente” che non le apparteneva.

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è stato invece scritto per una pubblicazione spagnola in cui vari autori rendevano omaggio a Don Chisciotte. Lei decide qui di parlare di Dulcinea, è lei in prima persona a narrare la sua versione della storia.

Rimane comunque una punta di delusione a leggere queste donne che sembrano solo ed esclusivamente vittime del fato, della società, ma che non trovano risorse per emergere davvero. Come se la scrittrice non lasciasse speranza a loro e contemporaneamente volesse denunciare una serie di situazioni, dettate dalla società che si stringono attorno alle protagoniste. Per carità, tutto è estremamente vero ed attuale, ma si sente la mancanza di quella grinta tipica che contraddistingue i suoi personaggi di sempre. Manca quel messaggio di fondo, quell’occhio penetrante nelle corde più profonde delle donne, tipico di Marcela Serrano che si è fatta amare proprio per questo dai lettori. Manca l’approndimento psicologico delle protagoniste, che sono quasi esclusivamente viste con un occhio che potremo definire esterno. Come dire, non è il suo miglior libro e forse, ripeto, l’attesa di leggerlo aumenta la delusione nel lettore. Ma il detto vale anche in letteratura: non tutte le ciambelle riescono con il buco.

Bianca Folino

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Attaccarsi o staccarsi dalla vita?


norwgian-woodMurakami Haruki – Norvegian wood (Tokyo blues) – 376 pagine. Einaudi

Questo potrebbe essere descritto come il libro dei suicidi. Non come l’autore stesso dice, un libro che parla di musica (lo stesso titolo è quello di una canzone dei Beatles), ma un testo che affronta la vita e la morte e la nostra relazione con questi due momenti, ovvero il nostro attaccamento alla vita e la nostra capacità di distacco dalla stessa. Un libro scritto in gran parte a Roma, che a tratti riporta alcune citazioni musicali, di rock in particolare. Ma che nello specifico affronta il tema della vita-morte a tutto tondo.

Lo stile è inconfondibilmente quello di Murakami che inizia la storia in sordina e poi trascina il lettore in un vortice che lo assorbe, non si riesce a smettere di leggerlo. Con un linguaggio a volte formale, nel senso giapponese del termine, descrizioni fitte e spessore psicologico dei personaggi. Naoko, Midori, Kizumi, Reiko sembrano danzare attorno al protagonista, Watanabe. Le relazioni interpersonali vengono approfondite per riuscire a trattare un tema piuttosto spinoso, in quanto suscettibile di interpretazione, quello della moralità e dell’amoralità delle relazioni interpersonali.

Lo scrittore si limita a tracciare diversi panorami, senza dare un giudizio, cercando piuttosto di comprendere le motivazioni dell’agire dei personaggi, anche quando è evidentemente negativo, in quanto ferisce altre persone. E la chiave di lettura di questo romanzo ci è suggerita dallo stesso Murakami: “La morte non è qualcosa di opposto, ma di intrinseco alla vita”, ma con un’agguinta finale, “Niente può lenire di perdere la persona amata”, nemmeno il tempo e l’autore ci tiene a sottolineare questo assunto, sbaragliando il buon senso che vede nel Tempo il grande guaritore di ogni male.

Prima è l’amico Kizumi a togliersi la vita e a rimanere immortalato nei suoi 17 anni, un’età divenuta eterna. Lo seguirà la ragazza tanto amata, Naoko.

Ma in questo scenario, che a prima vista può sembrare tetro, appare chiaro che la vita è imperfetta e le persone sono imperfette, per questo devono aiutarsi le une con le altre, per riuscire ad affrontare le proprie imperfezioni, dettate da una spiccata sensibilità, così come ci suggeriscono i personaggi. Sono persone fortemente traumatizzate dalla vita, che hanno vissuto esperienze laceranti, ma che già alla base erano ipersensibili e quindi pronti ad amplificare il disagio che avrebbero vissuto. Ricchissime, come sempre, le descrizioni dei paesaggi che seguono il ritmo delle stagioni, con un’attenzione ai particolari, quasi a voler distrarre momentaneamente il lettore dal crescente pathos degli eventi che si susseguono.

L’attaccamento alla vita è dato invece dalla nostra incapacità a lasciar andare le persone che amiamo, in qualsiasi senso lo si voglia intendere. Le relazioni interpersonali, un tema che sembra caro ad Murakami, vengono esplorate in ogni loro risvolto, approfondite, perchè tirando le somme, sono quello che motiva e giustifica il nostro vivere.

Bianca Folino

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Comprendere il senso della propria vita


 

negli occhi dello sciamanoHernàn Huarache Mamani – Negli occhi dello sciamano – 284 pagine. Piemme edizioni (Bestseller)

Gli spiriti eletti portano sempre messaggi di pace e armonia con la Natura, in particolare con la Terra che abitiamo. Questa è la biografia di Mamami, curanderos andino e soprattutto conoscitore dell’antica cultura Inca che sta diffondendo per tutto il mondo.

La sua storia parte da una malattia che lo aveva dato per spacciato, Mamani aveva deciso di tornare a casa per morire accanto ai propri affetti. Ma appena arrivato scoprirà che suo padre, che non aveva mai ascoltato e che nella sua spledida carriera professionale cittadina aveva anche snobbato in un certo senso, è un curandero. Lo guarirà lasciandolo incredulo, perchè Mamani era piuttosto diffidente riguardo alle pratiche mediche antiche. Da qui partirà il suo viaggio che sarà un viaggio all’insegna della spiritualità per scoprire chi si è e quale compito ci aspetta. Lui arriverà ad una quota di oltre 6 mila metri, da una guida spirituale nei cui occhi si specchierà ritrovando se stesso e il proprio compito, cioè la diffusione dell’antica saggezza degli indios e della loro cultura dimenticata da molti, perchè trasmessa per lo più oralmente. E’ un percorso straordinario quello di Mamani, il cammino di un uomo verso la sua rinascita spirituale e la riscoperta di una vita più autentica. Il culmine lo raggiunge quando guardando negli occhi lo sciamano entrerà in se stesso scoprendo il proprio mondo interiore e la propria natura superando ogni paura. Tra le pagine appare chiaro il segreto per ritrovare pace, armonia e ristabilire il contatto con Madre Terra. Il suo messaggio è molto semplice: le donne sono le prescelte portatrici della cultura di pace e rispetto verso la Terra, come se avessero con essa un rapporto privilegiato. Ma hanno bisogno in un certo senso di essere “risvegliate”, sono loro la reale speranza per un futuro migliore. Saranno loro a salvare la Terra attraverso lo sciamanesimo.

Come dice l’autore: “La via dello sciamanesimo è quella di chi vuole conoscere la natura e rispettarla. Servono pazienza, buona memoria, capacità di osservazione e moltissimo amore per seguire questa via, che può aprire i nostri occhi verso l’energia pura e farci conoscere mondi di cui l’uomo occidentale ignora l’esistenza”. Ma è proprio attraverso questa via che si scoprono le connessioni tra tutte le cose e gli esseri viventi.

E’ molto più di un invito alla lettura, questo, è un invito alla salvezza del mondo, a fermarsi un attimo e imparare ad osservare ciò che ci circonda, comprendendo che è proprio la Terra che abitiamo che ci fornisce tutte le risorse necessarie. Ed è per questo che va salvaguardata.

E’ un nuovo umanesimo quello che appare in queste pagine, dove il linguaggio è accessibile a tutti, piacevole e le pagine scorrono veloci. L’uomo che sceglie valori spirituali sarà quello che avrà vita eterna, mentre quello concentrato nel materialismo, sparirà. Mamani annuncia anche un’altra era, un’era dove la pace, la fratellanza e l’armonia saranno i valori di cui le persone si ciberanno. Non è un sogno o un’utopia e come bene spiegato in questo libro, questo mondo è realizzabile, partendo proprio da una maggior cura riservata alla Terra.

Bianca Folino

 

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Quando la genialità è compromessa dalla malattia


 

il genio dei numeriSylvia Nasar- Il genio dei numeri – 440 pagine

Rizzoli editore (Bur)

Questa è la storia di John Forbes Nash Junior, nobel della matematica nel 1994 affetto da schizofrenia. E’ il libro da cui è stato tratto il film “A beautiful mind” che solo pallidamente può percorrere la vita di questo uomo, geniale da un lato, ma affetto da una grave patologia dall’altro che gli è costata continui ricoveri e cure, a volte dolorose. Ma è anche un libro sui matematici, quelli dell’Università Princeton e quelli del Mit (Massachusset institute of tecnology), su uomini che hanno dedicato la propria vita alla scienza pagandone a volte un alto prezzo.

Leggendolo, sorge spontanea la domanda se sia la malattia a generare il genio o la matematica, intesa come una scienza, a far precipitare una mente nel baratro della follia. Nash è un esempio, ma tanti matematici, colleghi di studi e di lavoro sono passati attraverso stadi depressivi, qualcuno di loro si è suicidato. In questo scenario, Nash appare quasi un miracolato, se è riuscito, nonostante tutto a rimanere vivo e a continuare i propri studi. Pubblicamente il matematico ha ringraziato la moglie, che è stata capace di stargli vicino, che a volte lo ha fatto ricoverare coattivamente, ma che comunque è sempre stata presente nelle sua vita, credendo fortemente nella guarigione del marito. Anche il figlio di Nash è affetto da schizofrenia e quindi è continuamente sottoposto a farmaci. Quegli stessi farmaci che mantengono in equilibrio il padre, anche se sempre sull’orlo di un precipizio nel quale è fortemente deciso a non ricadere.

La storia è nota e il Nobel è stato conferito grazie alla “teoria dei giochi” di Nash, elaborata durante la sua tesi di dottorato. Una teoria che potrebbe essere applicata a campi più diversi, dalla strategia militare all’economia.

Trent’anni di brillante carriera vengono ripercorsi in questo libro, che a volte appare un po’ specialistico nei termini scientifici, sottolienando fortemente come la malattia incide sulla vita privata e pubblica del matematico. In sintesi, come si dice, “non è tutto oro quel che luccica”.

La vita di Nash spesso appare come un calvario anche se l’epilogo è positivo, in quanto Nash è guarito, grazie alle terapie farmacologiche. Tutta la sua genialità sembra a volte compromessa da questa mente che implora aiuto a più riprese, che immagina complotti inesistenti e che sfocia spesso in comportamenti violenti. Come se la sua scoperta iniziale, la teoria che lo ha consacrato al Nobel, fosse stata mutilata, nel senso che non ha potuto evolversi in altro. Il lavoro di Nash non è finito, ma quello che emerge da questo libro è che è stato compromesso dalla patologia sofferta. Tanto che ripercorrendo la sua esistenza davvero ci si pone il dubbio se la matematica e lo studio non abbiano amplificato la sua schizofrenia. E senza la malattia, la mente di Nash sarebbe stata altrettanto geniale?

La sua è quindi la storia di molti, più precisamente questo libro è la storia del mistero della mente umana attraverso tre atti: il genio, la pazzia e il risveglio.

Bianca Folino

 

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Se la vita è cosa complessa il linguaggio si fa sogno


 

kafka sulla spiaggiaMurakami Hakuri – Kafka sulla spiaggia – 514 pagine

Einaudi

Questo può sembrare a prima vista un romanzo surrealista che utilizza il linguaggio onirico per spiegare la complessità della vita. Ma in realtà siamo di fronte ad un fenomeno molto simile a quello che si era inizialmente creato con il diffondersi della letteratura sudamericana che era stata definita surrealista quando descriveva invece la propria quotidianità, così come viene normalmente vissuta. Anche la letteratura giapponese si propone in questo modo, con un linguaggio raffinato, in questo caso, che si avvale del discorso diretto in modo formale, tipicamente giapponese direbbe qualcuno. Eppure fin dalle prime pagine di questo libro si percepisce tutto lo spessore di una cultura millenaria, antica, anche nei suoi risvolti religiosi.

La storia vede in sostanza due protagonisti, un vecchio che a causa di un incidente mai definito ha perso la memoria anche di se stesso, ma riesce a fare cose incredibili come parlare con i gatti e con le pietre e un ragazzino di 15 anni che decide di scappare di casa, che ama la lettura e si impone un esercizio fisico per mantenersi in forma e una dura disciplina per diventare sempre più forte. Il ragazzo, per parlare con se stesso utilizza una metafora “il corvo” ogni tanto visualizzato proprio come un animale che al contempo è anche la traduzione del nome Kafka in giapponese, che lui ha scelto per non farsi trovare. La storia ha molteplici piani temporali e le avventure dei due si incroceranno, le loro vite si sovrapporranno. Tra di loro una serie di personaggi ugualmente importanti ai fini della storia, una presunta madre di cui il ragazzo si innamora, un camionista che aiuta il vecchio perchè gli ricorda suo nonno ma che rimarrà con lui perchè da lui imparerà a vivere davvero, una bibliotecaria che appare come un uomo e che in realtà è un uomo nato in un corpo di una donna e per giunta un gay. Ci sono tutti i temi della vita, compreso quello dell’incesto e dei desideri repressi. Con un linguaggio descrittivo e al contempo lirico che suscita molte emozioni nel lettore. Kafka e Nakata vivono percorsi paralleli che li portano ad incrociarsi senza saperlo e senza mai avere un reale contatto fisico. Il traguardo per entrambi è simile: vivere il qui e ora, con consapevolezza che è “ascoltare il rumore del vento”. Ovvero il sentire inteso come molteplicità di fattori, dall’emozione all’ascolto dell’altro che è massimo rispetto dell’altro anche.

All’interno della storia dei protagonisti si dipanano tante altre storie, come fossero possibilità diverse per le quali l’autore usa anche tecniche narrative diverse. Al lettore pare di entrare ed uscire da un sogno popolato di tanti personaggi e aneddoti che ci aiutano a superare la noia di una quotidianità sempre uguale a se stessa. Murakami affascina chi legge, lo attira con un linguaggio sapiente che in un certo senso ci porta ad un’atmosfera di favola. Come se avesse un flauto per incantare chi decide di tuffarsi nelle sue storie.

Una cosa è certa: il cuore pulsante della nostra vita sta nella relazione interpersonale e, in particolare, nella condivisione, la nostra maggiore ragione d’essere.

Bianca Folino

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Il viaggio è conoscenza


 

Bruce Chatwin - Le vie dei cantiBruce Chatwin – Le vie dei canti – 390 pagine

Biblioteca Adelphi

La vita è un viaggio, quante volte abbiamo sentito questa frase? Eppure c’è chi, come Chatwin, ha dedicato la sua esistenza, per quanto breve, proprio al viaggio, per comprendere se stesso e il mondo. In questo libro, il suo ultimo, l’indagine verte sulla via dei canti degli aborigenti australiani che sintetizzano il mondo e la sua conoscenza attraverso il canto appunto, visto come un canale di comunicazione privilegiato. Tutto è canto, la storia degli antenati, come le strade per raggiungere i luoghi, fino alle vicende personali che ripercorrono spesso il cammino degli antenati. Il canto è sogno ed è al contempo legge, regola di vita.

La riflessione di Chatwin non si ferma al viaggio, ma si inerpica attraverso il concetto di nomadismo in un sentiero che molto ha a che fare con la stessa esistenza umana, con il nostro vivere e le motivazioni che ci spingono a mitigare la nostra personale inquietudine attraverso il movimento.

Il protagonista è un acuto osservatore, Bruce scrive e descrive tutto quello che vede e che prova, le persone che incontra e con le quali si lancia in una serie di avventure per conoscere meglio quella terra così ampia. Questo è molto più di un resoconto di viaggio, è un chiedersi perchè il movimento sia così vitale, da sempre, per gli uomini, è un porsi delle domande precise sull’origine della specie. Il libro è infatti corredato da una serie di citazioni, alcune personali di viaggi precedenti, altre di scrittori e scienziati che hanno riflettutto sulla specie e sulle origini della vita e sul nomadismo, a partire da Darwin. Il fenomeno diventa così il punto di partenza per l’autore che ha trascorso la vita viaggiando per meglio comprenderlo, per comprendere questa necessità primaria, quasi filogenetica.

La vita degli aborigeni viene descritta non solo nei loro usi, ma nella loro quotidianità e gli incontri sono sempre interessanti, perchè ognuno di loro ha qualcosa da raccontare, un sogno o un canto da spiegare. Questo libro è un romanzo, un’indagine e un percorso di idee, perchè Chatwin arriva a parlare e porsi domande sulle cose ultime, sul senso stesso della vita. Lo fa con un linguaggio chiaro, preciso, letterario, anche quando le sue riflessioni sfociano nell’antropologia per cercare di spiegare alcuni comportamenti della specie umana paragonandoli a quelli delle specie animali. Contemporaneamente riporta citazioni dai suoi taccuini, taccuini che vengono narrati come fossero appunti di viaggio e di riflessione, come se fossero un nastro sbobinato per ricordare meglio, per trovare quella via del canto che spieghi tutto. L’ipotesi è affascinante: l’uomo nasce nomade nel deserto e, per questo, nel momento in cui diventa stanziale, sente un’inquietudine che lo spinge ad andare, a conoscere e scoprire. Se assecondata questa necessità di movimento fa sì che l’energia primaria non diventi aggressività e non esploda in atti violenti.

Chatwin riesce a coinvolgere il lettore, tanto da trasportarlo in Australia, in quelle terre abitate dagli aborigeni e da antiche tradizioni. Vale la pena percorrere, accompagnati dalla sua voce, questa via dei canti, perchè si ha davvero la sensazione di partire per un viaggio. Un lungo viaggio che ci renderà diversi e forse migliori.

Bianca Folino

Bruce Chatwin - Le vie dei canti

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Cuore: istruzioni di manutenzione


 

Respira col Cuore mJohn M. Kennedy, Jason Jennings – Respira col cuore – 240 pagine, Mondadori edizioni

Abbiamo un solo cuore e dovremmo averne cura. “Il tuo cuore è prezioso e per questo deve essere trattato con cura e sottoposto tutti i giorni alla giusta manutenzione per godere di buona salute”. Questo in sintesi quanto emerge dal libro di Kennedy e Jennings che propone ai lettori un metodo antistress, il “Respira”. Si tratta di un acronimo che sta a significare Raccogliersi, Estraniarsi, Sognare, Praticare, Invigorirsi, Risanarsi, Analizzare.

Questo testo è scritto da un cardiologo statunitense che dimostra una certa apertura mentale, tanto da attingere alle discipline orientali per arrivare a questo metodo che è un reale salvavita. L’assunto di partenza è quello che la causa maggiore di decesso sono proprio le cardiopatie, viste in tutta la loro complessità. Ma queste non sempre arrivano da danni genetici alla nascita e se fumo e cattive abitudini possono essere fattori concomitanti, lo stress detiene il primato, ovvero è la maggiore causa delle cardiopatie che sono rese mortali proprio dallo stress. Kennedy analizza la situazione americana e europea, con spiegazioni scientifiche sul funzionamento del nostro cuore e del nostro apparato circolatorio. Fornisce una serie di casi di patologie, alcune fatali, altre prese in tempo per arrivare a dire che c’è un modo per imparare a gestire lo stress. Tutti noi siamo sollecitati quotidianamente da esperienze stressanti, gli stessi ritmi sempre più veloci delle nostre esistenze mettono a dura prova il nostro cuore e il nostro apparato circolatorio. Ma per quanto lo stress sia inevitabile, si può imparare a gestirlo attraverso una tecnica che non vuole affatto escludere le terapie farmacologiche o chirurgiche, ma che si affianca ad esse e può, inoltre essere un valido strumento di prevenzione.

Il suggerimento è quello di regalarsi 15 minuti al giorno per questa tecnica basata sul respiro e sulla visualizzazione, ovvero su strumenti presi dallo yoga e dalle discipline orientali. Respirando profondamente si mette in comunicazione il nostro cervello con il nostro cuore (gli organi più importanti a dire dell’autore). Questo esercizio deve essere vissuto come un premio e la sua utilità viene dimostrata attraverso tutti i casi trattati dal cardiologo statunitense che ne hanno tratto benefici. Una prevenzione facile e non invasiva, anzi rilassante, perchè il relax è l’unica reale arma che abbiamo contro lo stress e dovremmo proprio imparare ad usarla, affinchè il nostro fisico sia in buona salute. Ma visto che tali patologie, che rimangono a livello mondiale come la prima causa di decesso, non sempre danno sintomi considerati campanelli di allarme, è necessario puntare alla prevenzione.

Il limite di questo libro, come per altri manuali che arrivano da oltreoceano è che in alcune parti è piuttosto ripetitivo. Ma se le ripetizioni servono a dare maggiori motivazioni ai lettori e a scrollarli dalla pigrizia che spesso ci fa rimandare esercizi salutari, bene venga la ripetitività!

Gli esercizi sono semplici, e il libro fornisce anche alcune immagini da visualizzare. Possono essere seguiti da tutti e il consiglio del medico è quello di impararli e farli imparare ad amici, conoscenti e familiari. Perchè il benessere e la salute passano attraverso un corretto respiro.

Bianca Folino

Respira col Cuore m

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Se la favola diventa film


tim burtonTim Burton – Tim Burton racconta Burton, 362 pagine, Feltrinelli edizioni

La prefazione è di Johnny Depp e qui c’è proprio tutto di Tim Burton. Leggere questo libro è come stare nel backstage di uno dei suoi film, per la precisione di tutti i suoi film fino a Sweeney Todd. I suoi film sono conosciuti da molti e la sua regia è piuttosto amata anche dagli attori che hanno lavorato con lui, scelti su impressioni di pelle, su sintonie che nascevano durante gli incontri. La sua vita è un tutt’uno con la sua opera, non c’è che dire, in un reciproco e continuo scambio. Fin dall’infanzia, Burton si è sentito diverso, andava al cinema da solo e i suoi film preferiti erano gli horror. Solo che lui, in qualsiasi mostro non vede mai la cattiveria, per lui non esiste un reale cattivo, esistono solo persone che non riescono a sentirsi a proprio agio nella realtà, nella società e quindi tendono a isolarsi. O anime in pena che vagano senza riuscire a trovare un proprio posto e nelle quali Burton si identifica. E forse è proprio per questo che i suoi film, non fanno mai paura. C’è sempre quel tono ironico, quelle sceneggiature in punta di matita, come se fossero delle favole. Burton potrebbe essere definito un purista del cinema, molto raramente utilizza la tecnologia, preferisce muoversi nell’animazione a passo uno, ovvero quella che utilizza pupazzi e li fa muovere, come si faceva una volta. Del resto, alle sue spalle vanta gli inizi lavorativi alla Disney, per la quale realizza diversi cartoni, film d’animazione appunto e una collaborazione con la Pixar, perchè lo stesso regista sostiene che “quelli della Pixar sono bravi, usano la tecnologia in un modo unico”. Lui preferisce i mezzi di una volta, preferisce allungare i tempi per ammaestrare 40 scoiattoli che saranno utilizzati in una sola scena (La fabbrica di cioccolato). Chiaramente senza mai ledere agli animali che ama molto, in particolare i cani come ci dice anche il suo ultimo film “Frankieweenie”.

Nei suoi film non c’è solo la firma o la regia, c’è proprio tutto Tim Burton, la sua vita. Per decidere di fare un film, il regista statunitense deve immedesimarsi, trovare qualche punto in comune con i personaggi che lo interpreteranno e quindi scegliere quegli attori che potranno entrare in sintonia con lui. Di Depp ripete spesso che capisce le cose senza nemmeno parlargli, che si immerge completamente nella parte, fino a diventare il personaggio. E spesso Deep diventa l’alter ego di Burton.

In questo libro il regista si racconta davvero senza veli, nè esitazioni, parlando delle sue paure, dei suoi punti di forza, dei suoi amori, delle sue preoccupazioni, dei suoi limiti. Ne viene fuori l’immagine di un lavoratore indefesso, che ha dedicato la propria vita al cinema e ai film, che ama disegnare (per ogni film ci sono sempre diversi bozzetti per i personaggi), che ama in un certo senso il realismo delle scene e per questo non si avvale di trucchi o supporti tecnologici. E che usa un linguaggio che sembra preso dalle favole, ma con il tipico gusto del macabro che contraddistingue i suoi films, ma che non può certo essere considerato horror, per quella punta ironica, quella voglia di giocare che rimane ben impressa nelle sue pellicole. Insomma, un artista a tutto tondo che conosce i suoi strumenti e li utilizza tutti per affascinare gli spettatori.

Bianca Folino

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Lo spettro della globalizzazione


next_bariccoAlessandro Baricco – Next, piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, 90 pagine

Feltrinelli editore

Fa impressione rileggere questo libro a 12 anni dalla sua pubblicazione, per l’atmosfera di profezia che allora aveva e che oggi è diventato realtà. Questi sono quattro articoli apparsi su Repubblica nel 2001, all’indomani del G8 di Genova. Scritti dall’abile penna di Alessandro Baricco che in quanto a linguaggio ha da insegnare molto a molti, senza dubbio. E in questo testo ha osato parecchio, ha iniziato a porsi delle domande sulla globalizzazione e sul movimento no-global, per tentare di capirli, per comprendere a fondo il fenomeno e lo scenario che annunciava e che è diventato l’inferno che stiamo vivendo tutti i giorni. Questo libro e gli articoli hanno attirato le critiche di molti, economisti, intellettuali, benpensanti e compagnia bella che hanno accusato Baricco di presunzione. Chi gli ha consigliato di tornare a scrivere romanzi e chi gli ha consigliato di smettere di scrivere addirittura. Ma Baricco ha scrollato le spalle e ha deciso di raccogliere quegli articoli e farne un libro. Si tratta di un testo moderno che prevede dei “bonus track”, ovvero delle note, come se fossero delle tracce musicali, qualcosa che può essere omessa nella lettura ma che approfondisce il ragionamento. Gli esempi sono semplici, sono quelli pubblicitari, della coca cola che è bevanda apparantemente bevuta in tutto il mondo, anche se guardando meglio ai dati le cose non stanno proprio così, fino alla rete e Internet che avrebbero dovuto unire l’intero mondo, in tutti i sensi, ma che non hanno avuto questa forza. Quello che ne emerge è un concetto più teorico che pratico, che non ha cambiato il mondo, se non peggiorandolo. Con la conclusione che era meglio fare “un sogno più grande, che richiede tenacia, fantasia” e che forse è proprio questo, il compito che ci spetta.

Vale la pena riportare per intero un passo del libro, perchè spiega la situazione odierna: “Chiedervi se siete pro o contro la globalizzazione non significa chiedervi se siete favorevoli ai cibi transgenici, o se vi piace la Nike, o se vi fa paura la scomparsa dei dialetti, o se le paghe dei cinesi che fanno le vostre scarpe, vi sembrano giuste o schifose. Significa chiedervi se, per abitare un mondo più ricco, siete disposti ad abitare un mondo selettivo, competitivo, duro, in cui vige sostanzialmente la legge del più forte, e dove i vincitori vincono e gli sconfitti perdono. Tanto per aiutare nella risposta, vorrei ricordare che una buona fetta del secolo appena passato è stata dedicata a evitare un mondo del genere. Mai come negli ultimi cent’anni si è cercato esattamente un modo di convivere e arricchirsi senza essere costretti ad arrendersi alla legge del più forte. In modo eclatante e compiuto lo hanno fatto due grandi progetti: il socialismo reale e l’idea di stato assistenziale. Adesso suonano entrambi come bestemmie, ma in origine erano esattamente questo: cercare un sistema che non bloccasse lo sviluppo ma evitasse un campo aperto dove il più forte schiacciava il più debole e amen. Perchè cercavano un simile obiettivo? Perchè erano buoni? No. Perchè erano scioccati. Scioccati dalla vita disumana dell’operaio di fine Ottocento, scioccati dalle famiglie americane sprofondate da un giorno all’altro nella miseria di un crollo di Borsa imprevedibile. Avevano capito che un mondo senza rete, senza redistribuzione della ricchezza, senza tutela dei più deboli, era un mondo che produceva inaudite sofferenze e, oltretutto, ti si poteva rivoltare in un attimo: una specie di centrifuga che tritava destini e che, se non reggevi il ritmo necessario a rimanere in centro, ti espelleva velocemente verso orbite di miseria da cui non ti tiravi più fuori. Non erano buoni. Erano scioccati”.

Forse sarebbe bene riflettere su queste parole.

Bianca Folino

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Con gli occhi di Maria


in nome della madreErri De Luca – In nome della madre – 79 pagine

Feltrinelli edizioni

La Natività, vista con gli occhi di Maria, vissuta dal suo punto di vita, quello di un’adolescente ebrea di Galilea la cui giovane età viene in un certo senso spezzata dall’annuncio di un Angelo che le predice la sua maternità. Questo è un libro breve e intensissimo, nel quale Erri De Luca, come di consueto, si basa sulle Scritture e ce ne regala una rilettura scevra da moralismi e sensi religiosi. I suoi studi di lingua ebraica appaiono in questo testo che affronta un episodio cruciale, la Natività appunto.

Il linguaggio scelto è breve, chiaro e intensissimo, fatto soprattutto dei pensieri di Maria, di ciò che prova e delle reazioni di Giuseppe e dell’amore smisurato per la donna che deciderà di sposare ugualmente, contro la stessa comunità e le sue leggi. I termini e le parole sono studiati, scelti e mai scritti a caso, con un tono in crescendo che sfocia nel parto notturno, in una capanna dove arriva la luce di una stella cometa, che accompagna tutto il vissuto di Maria, la sua maternità. E quelle poche ore che le rimangono, prima dell’arrivo del mattino e dell’alba, per stringere a sè il piccolo e lasciarsi andare all’amore profondo di madre.

La storia, come dice lo stesso autore, rimane misteriosa, ma piena di scintille e vita. Maria partorisce da sola in una stalla, chiede solo al marito di affilarle il coltello per poter tagliare il cordone ombelicale.

C’è tutto l’amore tra uomo e donna, un amore che va oltre ogni apparenza, fondato sulla fiducia reciproca e la tenerezza dei piccoli gesti. Spesso Maria sposta una ciocca di capelli di Giuseppe, pettinandolo e ascolta ogni più piccolo rumore del suo lavoro di falegname, amandolo. La parola amore viene spesso ripetuta ed è un amore denso, non carnale, l’amore tra la coppia e l’amore della madre per il figlio, un piccolo capace di trasmettere una gran forza ai genitori e alla stessa madre. Giuseppe e Maria non si curano del giudizio della comunità, da subito la ragazza sente in sè un nuovo vigore, un’energia che la porterà a fare cose incredibili, a partorire da sola, meritando tutto il rispetto di Giuseppe.

Le frasi sono volutamente brevi, intense, piene di emozioni e significati, non solo religiosi. Come se l’amore fosse davvero una forza universale, capace di farci fare grandi cose. Come se fosse il motore dell’Universo e tutto ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. Il libro, suddiviso in stanze, come fosse una “giostra” letteraria rinascimentale, finisce con tre canti, versi nei quali De Luca riassume quanto descritto nelle pagine precedenti.

Una storia così importante per gran parte dell’umanità, è descritta con una tenerezza infinita, quella dell’uomo Giuseppe che ama Maria con tutto se stesso e quella di una madre per il proprio figlio. Con un’assunto che riassume tutto, l’origine stesa del mondo: “In nome del padre: inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita”.

Bianca Folino

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Tempi moderni? Forse solo alienanti


lo spacciatore di carneGiuliano Sangiorgi – Lo spacciatore di carne – 169 pagine. Einaudi (stile libero)

I temi sono quelli trattati anche in alcune canzoni, il linguaggio è moderno, ben ritmato, a volte colloquiale e con qualche accento tipicamente pugliese, giovane è lo stile. Questa è la ricetta scelta da Giuliano Sangiorgi, il cantante del gruppo musicale “Negramaro”, per il suo romanzo d’esordio “Lo spacciatore di carne”. E il risultato è buono davvero, in una Bologna in cui la storia viene ambientata che è caotica, descritta come è ai giorni nostri e come viene percepita dai giovani. La città viene vissuta di giorno dagli studenti e di notte da quei fantasmi che vivono ai margini. La società di sfondo, con le persone che diventano “limoni”, e che si portanno addosso gli orpelli del benpensiero. Del resto, tutti noi, a detta di questa storia, viviamo ai margini, ai margini delle nostre famiglie, delle nostre origini, di ciò che vorremmo essere davvero e che non riusciamo ad essere. E a Bologna si alterna la terra natia, quella di Puglia, bella e bucolica, ma vissuta nella contraddizione di una famiglia piccolo borghese che sembra soffocare il protagonista, pur se farà ritorno ad essa, dopo averla in un certo senso “usata”. Edoardo è uno studente universitario, figlio di un macellaio che ha alte aspettative su di lui e da cui cerca di liberarsi, fin da quel giorno, a soli 5 anni d’età, in cui la vista del sangue gli ha creato una certa estraneità verso la sua famiglia, non scevra da punte critiche e amare sul vissuto dei genitori, quanto su quello della sorella. Quell’episodio dell’agnello sgozzato dal padre, lo perseguiterà, segnando i suoi giorni in modo indelebile. Eppure sarà proprio la sua famiglia che gli permetterà, attraverso un guadagno creato dalla morte e dal sangue, di fare la vita che crede di volere e che lo porterà invece ad un passo dalla distruzione. A dire il vero, la droga, la vita notturna solitaria resa possibile “dai colori”, ovvero dagli acidi (Lsd), che renderanno più sopportabile la sua esistenza ma che lo porteranno anche ad uno stato fisico vicino ad un baratro. Fondamentalmente Edoardo si sente un estraneo a tutto e tutti, fino a quando incontrerà Stella e si getterà a capofitto in una storia d’amore che assume le sfumature della pazzia e che sfocerà in un omicidio. Quello descritto da Sangiorgi è un mondo perennemente allucinato, popolato da belve fameliche, dove tutto sembra possibile, perfino la redenzione. E infatti Edoardo tornerà a casa e farà esattamente il macellaio, come suo padre.

A mio avviso questo libro è un esperimento ben riuscito, non un semplice esordio. I diversi generi narrativi si mescolano bene e in modo equilibrato, fino ad arrivare ad un libro piacevole nella lettura, mai banale. Non è una storia che offre soluzioni o ricette per vivere al meglio, semplicemente descrive uno stato di disagio di un giovane studente che vorrebbe solo poter sentirsi parte di un mondo che è alienante di suo, che spersonalizza che non lascia scampo alla propria espressività, che non accetta differenze rispetto a quelle stabilite dalla società. E’ una specie di grido di libertà rispetto ad un quotidianità percepita come una gabbia dalla quale il protagonista tenta disperatamente di evadere. Con tutto il ritmo e le sonorità di una canzone dei Negramaro.

Bianca Folino

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Il benessere ha radici antiche


mamani curanderosHernan Huaranche Mamani – Gli ultimi Curanderos – 172 pagine. Piemme edizioni

La malattia non è sempre un nemico, talvolta è il modo che la Natura ha per dirci che stiamo sbagliando strada e che dobbiamo solo cambiare direzione”, con queste parole Mamani sintetizza questo breve saggio che tratta dell’antica medicina dei curanderos peruviani, che affonda le proprie radici non solo nella civiltà Inca, ma anche in quelle preincaiche. Un diverso modo di intendere la patologie che ci colpiscono, ma anche la stessa vita che viviamo. Vale la pena prendersi il tempo per leggere questo libro se il nostro benessere ci sta a cuore.

E’ interessante notare come l’autore, laureato in economia e docente universitario, sia diventato un curandero a seguito di una patologia che la medicina tradizionale occidentale non è riuscita a curare. Ed è ancora più interessante notare le analogie riscontrabili in un’altra arte antica, meglio definita come “arte di lunga vita”: il Qi Kung (madre delle attuali arti marziali). Stessi suoni quelli scelti dai curanderos andini per stimolare alcuni tipi di guarigione e dai cinesi che prediligono la vibrazione del suono per avere effetti sul corpo. Stessa concezione della malattia sia per gli andini che per i cinesi, anche per gli antichi medici cinesi.

Mamani fa un escursus sui curanderi ancora in vita e che stanno nelle Ande, con i dovuti paralleli con la medicina occidentale. Sono guaritori dell’anima e del corpo quelli raccontati dall’autore, perchè l’Uomo è considerato indivisibile, anima-corpo, in sintonia con gli antichi medici cinesi che parlavano di mente-corpo.

Il lettore viene preso per mano in questo viaggio attraverso un’antica cultura ancora in vita e rimane indubbiamente affascinato da una civiltà che ha faticato a conservarsi e che merita di essere conosciuta per quel tesoro di saggezza e tradizione che ci vuole tramandare.

E’ un libro, fondato su fonti precise e sull’esperienza dell’autore in qualità di curandero, che indica una diversa via, un diverso benessere che passa anche attraverso la malattia. E che ci conferma che vivere in un altro modo, in una maggiore sintonia con la Natura, è possibile e ci porta solo al nostro benessere. Noi siamo il riflesso dell’Universo e per questo, tramite le osservazioni empiriche dei fenomeni, è possibile curare diverse patologie e disagi, anche mentali.

Dimostrando in modo logico e pratico che non si tratta affatto di magia, ma di un diverso modo di chiamare le cose e di arrivare a risultati sorprendenti in fatto di salute e benessere. Perchè per gli andini, siano essi considerati peruviani o incas, è uno dei valori della vita, da salvaguardare.

Forse varrebbe la pena soffermarsi a riflettere su quanto raccontato da Mamani, perchè se uomini diversi, a diverse latitudini, arrivano alle stesse conclusioni, c’è un fondamento di verità in ciò che dichiarano. E in questo caso, stiamo parlando di una reale dichiarazione d’amore alla vita e all’Uomo.

Bianca Folino

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Ma quanto è dolce l’Emilia?


Andrea Biavardi – Emilia la dolce – emilia_la_dolce

187 pagine. Cairo Editore

Una maestra ultraottantenne in pensione, con tutti i problemi pressori legati all’eta’, muore per un ictus dopo aver partecipato ad un “disner” (pranzo) in un ristorante tra Modena e Bologna assieme ai parenti, dopo aver mangiato e bevuto di tutto e di piu’, come solo gli emiliani sanno fare. L’eredità va tutta al nipote prediletto che, oltre all’appartamento, i soldi e i gioielli della zia trova tra i lasciti anche un mazzo di carte da Mercante in Fiera e un quaderno scritto con calligrafia precisa e minuta. Ogni carta, assieme ad un numero, ritrae una figura intenta ad esercitare un mestiere. Sul quaderno invece vengono invece descritti i vari soggetti di ogni carta, assieme alle loro storie. Le varie vicende si svolgono in un Paese dal nome di fantasia, Lambertone, identificabile sicuramente con Spilamberto, un Paese tra Bologna e Modena, famoso per il suo Aceto Balsamico. I tempi sono i primi anni ’60, quelli del boom economico. Ecco allora la storia del Materassaio (tamaraser), uomo religioso e pio che per alleviare le sofferenze dei suoi compaesani, cuce all’interno di ogni materasso in lana un santino che possa dare conforto al proprietario (S. Lucia per chi ha problemi di vista, S. Antonio Abate per chi ha una bestia ammalata etc). Ecco i due fratelli abili restauratori, sempre assieme e che per colpa di un crocifisso non si parleranno mai più. Il meccanico, che grazie ad una scommessa impossibile riesce a vincere una grossa somma, che gli servirà per aprire una piccola fabbrica. Il dogarolo (colui che controlla le chiuse dei canali di irrigazione) che, per poter sposare la sua amata, irriga solo il podere del futuro suocero. Tanti personaggi che magari abbiamo visto e conosciuto con altri nomi ma le cui vite ci fanno tornare alla memoria situazioni già viste o sentite raccontare, come ad esempio il capitolo dedicato al barocciaio (baruzer) che perde il suo carico di sabbia nella piazza di Lambertone e i ragazzini si mettono lì a giocare, quasi fosse una spiaggia della costiera romagnola (e lì torna in mente quando a metà degli anni ’80 un barista ebbe la splendida idea di chiudere la piazza del Paese di Piumazzo, riempirla di sabbia e creare una sorta di Rimini senza il mare). Un libro divertente e frizzante, gustoso e spumeggiante come un buon bicchiere di Lambrusco. Uno spaccato di quella parte dell’Emilia tra il fiume Panaro e il fiume Reno, per conoscere ed amare questa bella terra abitata da gente cordiale e laboriosa. Ricordiamo ai lettori, che una parte delle entrate, derivanti dalla vendita di questo libro, saranno devolute all’associazione “Rock no war” per la costruzione di una scuola di musica per i bambini delle zone terremotate.

Gianluca Bellentani

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Quaderni di dolore e vita


Marguerite Duras – duras quaderniQuaderni della guerra e altri testi – 323 pagine.

Feltrinelli editore (I Narratori)

Ci sono autori capaci di parlarci dall’aldilà. Una di queste è senz’altro Marguerite Duras, donna attivissima anche nella vita politica francese oltre che in letteratura. Questo è un libro postumo, e per questo non si può parlare di romanzo in senso classico. Sono dei quaderni che la scrittrice francese, molto conosciuta per il suo romanzo “L’Amante” da cui è stato ricavato anche un film, teneva in un armadio. Essenzialmente un diario della fine della seconda guerra mondiale, dove si passa dal dolore profondo, anche fisico, per l’ipotetica morte del marito che invece arriverà salvo a casa, per quanto emaciato e in pessime condizioni di salute, fino ad arrivare alle considerazioni politiche piuttosto dure, marmoree quasi. Duras fa una disanima della fine della guerra, senza se e senza ma, dove i protagonisti celebrati non sono quelli che erano al fronte e quelli che sono stati i reali protagonisti, ma i grandi nomi che la storia ancora ci dà. A suo giudizio per esempio il lutto nazionale doveva essere proclamato per la morte e il sacrificio dei 600 mila francesi che hanno perso la vita in quella guerra e non certo per i funerali di Churchill. Sono posizioni antiimpopolari le sue, sicuramente scomode, dello stesso tono di quelle che l’hanno successivamente fatta espellere dal partito comunista francese, eppure come darle torto? Sono anche affermazioni attualissime per noi che oggi viviamo un periodo un po’ strano, forse troppo mediatico e poco informato, in piena crisi e recessione. Assunti di chi è capace, nonostante tutto, di mantenere un occhio e una visione critica sulle cose e sugli eventi del mondo, avendo cura di approfondire gli argomenti di cui si parla.

In questo libro troviamo anche diversi appunti e brevi racconti che sono il germoglio delle sue opere “future”, quelle che più facilmente troviamo in libreria per intenderci. Con lo stesso intenso linguaggio, tipico della scrittrice francese, quell’indagare emozioni e sentimenti senza abbellimenti, per quello che sono e fin dove portano. Un libro importante per i fan di Marguerite Duras, ma anche per chi vuole avere, di questa autrice, un’immagine diversa da quella passata attraverso “L’Amante”. Una scrittrice di spessore, pienamente inserita nel contesto e nel tempo storico in cui viveva, capace di essere severa nell’interpretazione degli eventi e che usa un linguaggio raffinato a volte, molto introspettivo. Una Marguerite Duras inedita forse, ma non certo sconosciuta ai suoi lettori che riusciranno ad apprezzare anche questi quaderni. Un libro anche piuttosto attuale, che vale la pena leggere e scovare negli scaffali di una libreria.

A volte è una fortuna che qualcuno apra i nostri armadi e tiri fuori ciò che abbiamo riposto con cura e che magari, abbiamo dimenticato lì. In questo caso, credo che sia stata una scelta, per non svelare troppo delle proprie opere e della loro genesi, quanto della propria vita privata.

Bianca Folino

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Quando i fumetti facilitano la vita


Abraham J. Twerski – su con la vita charlie

Su con la vita Charlie Brown!

136 pagine Edizioni Mondadori

I fumetti possono facilitare la vita o sono solo un passatempo per bambini? A parere del rabbino e psichiatra Twerski sicuramente alcuni fumetti possono rendere più leggero il nostro passo e soprattutto possono aiutare a comprendere alcune dinamiche che inevitabilmente ci troviamo ad affrontare durante il nostro percorso. E’ il caso delle strisce, apparse su diversi quotidiani nazionali, non solo statunitensi o stranieri e dei libri di Charles M. Schulz, meglio conosciuto come il papà di Charlie Brown, Linus, Snoopy, Lucy e tutta una serie di personaggi che spiegano in modo ironico, spesso semplificando, alcuni stati psicologici, dal disagio alla gioia che caratterizzano la vita dei suoi personaggi quanto la nostra. Meglio ancora, quel mondo dell’infanzia che è anche il nostro, i processi di crescita e la motivazione di alcuni schemi mentali che continuamo ad adottare anche in età adulta. Twerski in particolare analizza in questo libro l’utilità di questi fumetti e delle caratterizzazioni dei personaggi che ci possono far comprendere alcuni passi della nostra crescita, alcune dinamiche infantili. Non si tratta di un vero e proprio manuale, piuttosto di un libro che attraverso le strisce ci spiega alcune dinamiche psicologiche, al fine di renderci maggiormente consapevoli di ciò che accade nella nostra mente e anche al di fuori di noi. Del perchè abbiamo alcune reazioni piuttosto che altre di fronte agli eventi della vita.

Twerski ha esaminato anche le conflittualità familiari in un altro libro intitolato “Parliamone Charlie Brown”, dove si sofferma sul rapporto tra familiari e in particolare tra fratelli. Il inguaggio è volutamente semplice per rendere la materia accessibile a tutti, alla maniera di Schulz appunto.

Charlie Brown ci parla di noi” dice l’autore e allora una rilettura più attenta di questi fumetti molto ci può spiegare di noi, delle dinamiche che mettiamo in atto alla ricerca della soddisfazione personale e del nostro benessere. E la risata che la vita di questi personaggi suscita in noi, può alleggerire molto il processo di consapevolezza e cambiamento che richiede un notevole impegno. Lo psichiatra, nel trattare questo argomento, parte da alcuni pazienti, dalle analogie tra i loro comportamenti e alcune strisce di Schulz. Charlie Brown, Lucy, Linus e Snoopy sono comici indubbiamente, ma ognuno di loro porta in sè una grande verità: Charlie ha il problema dell’autostima ma cerca di crescere da questa mancanza di autostima, mentre Lucy non vuole crescere e la sua mancanza di autostima viene rafforzata nell’arroccarsi dietro ad una una rigida sicurezza che diventa posticcia nel momento in cui la ragazzina viene a contatto con il piccolo pianista dei suoi sogni. E se Linus si rifugia nella sua coperta per affrontare la realtà e le frustrazioni insite in essa, Snoopy si rifugia nella proria immaginazione creando una realtà quasi parallela. Chi di noi non può dire di ritrovarsi in alcune battute, in qualche atteggiamento, di questi bambini che ci somigliano davvero? Chi di noi non ha mai pensato ad una fuga dalla realtà, magari anche solo momentanea, che ci permettesse di riprendere il fiato? E allora forse è proprio da loro che possiamo trarre una lezione di consapevolezza che ci aiuti ad affrontare al meglio la vita.

Bianca Folino

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La vita è una soffocante campana di vetro


la campana vetro plathSylvia Plath – La campana di vetro – 232 pagine Oscar Mondadori

La vita è una campana di vetro che ci opprime. Questo è quello che Sylvia Plath, poetessa statunitense morta suicidia nel 1963, esprime in questo suo unico romanzo, nonchè testo strettamente autobiografico. Vale la pena girare tra gli scaffali della nostra “biblioteca dei sogni” per riscoprire autori del genere che molto hanno dato alla letteratura e che troppo spesso vengono dimenticati.

Questo è l’unico testo in prosa dell’autrice, uscito ad un mese dal suo tragico suicidio che ricordiamo, arriva dopo una serie di disavventure vissute (la morte del padre, il divorzio sofferto da Ted Huges) che la fanno letteralmente precipitare nel baratro della depressione. E’ un testo che aiuta molto a capire la sofferenza che Sylvia Plath viveva, in un’America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta. La storia tracciata è quella di una diciannovenne, brillante studentessa, che ha vinto un soggiorno a New York, offerto da una rivista di moda. Ma intorno a lei e sopra di lei, incombe un mondo alienato, una vera “campana di vetro” che pesa e soffoca. Cosa farà la protagonista, si abbandonerà al fascino della morte o si lascerà invadere dalle onde dell’elletroshock?

Questa è una storia autobiografica che narra, con uno stile chiaro, semplice e al contempo agghiacciante perchè non risparmia il lettore dai toni aspri e crudi, gli assurdi tabù capaci di spezzare qualsiasi adolescenza. Quello che emerge molto chiaro è la discrepanza tra un mondo che fa della normalità la sua ragion d’essere e la poesia incapace di invaderlo. Come se la poesia non riuscisse a lenire dal dolore di una vita vissuta facendosi, in un certo senso, travolgere da eventi che farebbero precipitare chiunque in un baratro. Il romanzo potrebbe essere diviso in tre grandi blocchi: nel primo si traccia il percorso educativo di una ragazza della media borghesia di provincia, nel secondo scatta un processo di devianza che sfiora la follia e l’anormalità (vista però da un punto di vista piccolo borghese) e nel terzo si avvia quella che potrebbe essere definita una sorta di riabilitazione dalla devianza, sempre secondo i canoni della piccola borghesia dell’epoca. Emerge evidente anche il rifiuto di un possibile compromesso con il mondo borghese e le sue regole. Vale davvero la pena rileggere queste pagine che seppur sono inserite in un contesto di oltre cinquanta anni fa, appaiono ancora attuali nel descrivere un disagio rispetto ad una società intollerante, che divide anzichè unire le persone, e non ammette nè variazioni nè repliche. Una società che non sembra cambiata di molto in questi anni. Con la sensibilità tipica di chi scrive in versi e non può accettare una realtà che non tiene conto di quel sentire. E che davvero poco ha di poetico.

Bianca Folino

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Quando la musica racconta una generazione


Nick Hornby – Alta fedeltà – alta-fedelta

253 pagine. Edizioni Guanda

In una Londra caotica e vibrante, la storia di un negozio di dischi, di un personaggio incapace di vivere senza alcune liste precise, di una compilation musicale e di tre amici che spesso sono spietati, nel prendersi in giro. Un’intera generazione passa attraverso questo libro di Hornby, diventato anche un film, che vale sempre la pena di leggere per il suo linguaggio, in un certo senso, giovane e fresco. La parlata e dunque anche lo stile narrativo è colloquiale, come se la storia del protagonista fosse rappresentata da una lunga lettera al suo grande amore, Laura. E c’è proprio tutto di quella generazione degli anni Sessanta, dalle preferenze musicali fino ai film visti, dai libri letti ai locali frequentati, fino agli hobbies, alla ricerca dell’anima gemella, o forse solo dell’età adulta. Con tutti i sensi di colpa tipici di chi oggi è un cinquantenne un po’ deluso, anche da se stesso.

La voce narrante è in realtà un trentenne che si trova ad un bivio: scegliere se continuare a farsi vivere dalla vita o esserne il reale protagonista. Scegliere se legarsi veramente con la donna che ama (e la ama, perchè quando non c’è sta malissimo), oppure continuare a comportarsi come un eterno bambinone un po’ solitario e un po’ impaurito da un futuro che è diventato qui e ora, da un domani che si è fatto oggi.
La storia parte proprio da una lista, quelle delle ragazze che lo hanno lasciato o che lui ha lasciato e, attraverso la sua vecchia attività di Dj e quella nuova di titolare di un negozio di dischi il rapporto tra i sessi viene spiegato nelle percezione dei personaggi, compresi Dick e Barry, i due dipendenti-amici di Robert. Relazioni minime e tipico humor britannico fanno di questa storia una ricerca, un percorso di un trentenne che si accorge di non poter più aspettare e che deve lasciare da parte il suo infantile tono lamentoso per dedicarsi alla vita e viverla, anche se il suo negozio non va benissimo. Riallaccerà perciò la sua storia d’amore con Laura e sarà questa a suggerirgli, prima di tutto che lui non è l’inizio e la fine di ogni cosa, nè il centro del mondo e poi che con qualche buona idea, come il concerto o alcune promozioni, anche il suo negozio di dischi potrà rispolverarsi da un’aria di antico e reggere gli urti dei tempi. Scherzi tra amici, battute e un tono scanzonato dominano tutto il libro che si legge velocemente e piacevolmente, respirando le atmosfere tipiche londinesi degli anni Novanta. Un modo diverso, forse con un certa punta di rock and roll, per dire che quello che alla fine conta sono le piccole cose, gli affetti, un/a compagna con la quale condividere la vita e le cose di tutti i giorni, nel rispetto delle reciproche diversità. Così anche un antieroe come il protagonista di questo romanzo, potrà riuscire ad avere la sua vittoria e soprattutto il suo successo, magari non tanto a livello sociale, ma a livello personale e amoroso sì. Fino a realizzare, anche se con un piccolo aiuto, i propri sogni, con un grande ritorno alla musica da banco: Robert, con l’aiuto di Laura, tornerà da dove è partito riaprendo un vecchio locale dove una volta alla settimana farà il Dj. Nel perenne percorso, che tutti intraprendiamo, alla ricerca della felicità. Solo che in questo libro, viene messo ben in evidenza come quella felicità, alla fine, sia un concetto tutto personale.

Bianca Folino