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L’esito dell’evoluzione sarà l’autoestinzione della nostra specie


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La specie umana sta procedendo verso l’ autoestinzione. È una conclusione netta e provocatoria quella emersa dallo studio condotto da Paolo Rognini del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Già Konrad Lorenz negli anni ’70 del secolo scorso ipotizzò che alcuni comportamenti umani, apparentemente non funzionali, fossero residui di moduli che erano stati adattativi in un passato più o meno remoto, fra cui, ad esempio, le paure irrazionali dell’infanzia o la fobia dei serpenti e dei ragni. Tra gli altri comportamenti residuali non adattivi c’è l’eccessiva rapacità nei confronti delle risorse e l’impulso all’espansione. Tendenze che nel Paleolitico ci hanno garantito la sopravvivenza oggi invece, complice il progresso tecnico, porterebbero al sovra sfruttamento delle risorse e alla sovrappopolazione, minacciando così di portare il pianeta Terra verso il definitivo collasso. Gli esempi non mancano: la storia mostra che talvolta i gruppi umani – a causa del sovra sfruttamento delle risorse – possono implodere. Questo è quello che accaduto agli Anasazi del Nord America, agli abitanti dell’ Isola di Pasqua ai norvegesi della Groenlandia.Tra i 2 milioni e i 50.000 anni fa abbiamo fatto parte integrante dell’ecosistema e, anche se super-predatori, siamo rimasti soggetti al controllo dell’ambiente come tutti gli altri animali. Poi, le regole del gioco sono cambiate e l’uomo è diventato sempre più vorace di nuove risorse. Negli ultimi 10.000 anni, l’umanità è infatti passata da pochi milioni di individui a oltre sette miliardi e mezzo. Dal punto di vista del nostro rapporto con l’ambiente questo si traduce in una serie di criticità quali la scomparsa di migliaia di specie viventi ogni anno, la deforestazione, il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, la desertificazione e l’inquinamento.

Insomma, la nostra specie è depositaria di alcuni elementi organici e comportamentali che non sembrano essere cambiati dall’era del Pleistocene ad oggi. Se non aggiorneremo il software delle nostre false convinzioni, come l’inesauribilità delle risorse, l’espansione illimitata della specie o il vorace accaparramento di risorse, potremmo rischiare l’ autoestinzione: un fenomeno che si rivelerebbe unico nella storia delle specie viventi.

 

 

 

 

https://rivistanatura.com/autoestinzione-della-nostra-specie/

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L’ORCHESTRA DEI BRACCIANTI SALVA LA TERRA


Il nuovo progetto dell’associazione ambientalista  Terra mette insieme per la prima volta musicisti e braccianti da 9 paesi diversi per cantare la terra, il lavoro e i diritti. Uno strumento di sensibilizzazione contro il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura

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Questo progetto ha l’obiettivo di sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sulle condizioni dei lavoratori agricoli nel nostro Paese. Ancora oggi, nelle campagne italiane, migliaia di braccianti raccolgono il cibo destinato alle nostre tavole in condizioni di sfruttamento. Nonostante una buona legge, il fenomeno del caporalato non è ancora debellato e le filiere alimentari restano poco trasparenti, mentre l’eccessivo potere della Grande distribuzione organizzata nello schiacciare i prezzi dei prodotti spinge le aziende a comprimere i costi della manodopera. Tutto questo non è più accettabile e oggi è ribadito con un linguaggio nuovo, quello della musica

L’Orchestra dei braccianti rappresenta un altro tassello nella costruzione di una cultura della conoscenza del mondo dei lavoratori agricoli.  Un’esperienza nata all’insegna della multiculturalità, con persone che vengono da diverse parti del mondo e si ritrovano nella musica, per raccontare il lavoro, le lotte, i paesi che si attraversano, le battaglie per la dignità e contro lo sfruttamento. Solo la musica, con la sua forza artistica, può arrivare più lontano delle semplici parole, raccontando il riscatto attraverso momenti profondi di partecipazione e condivisione.

 

 

 

 

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/l-orchestra-dei-braccianti-salva-la-terra.aspx

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Si chiamava Violeta Senchiu.


Bruciata viva dal compagno italiano, “uno di quelli che vengono prima”

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Violeta non è un caso, Violeta è un accidente locale, senza possibilità di elezione a vicenda che scuota, non dico la storia triste che viviamo, ma neanche la cronaca di questo Paese che giorno dopo giorno collassa, implode rovinando sui suoi valori. Violeta aveva un bel viso, da donna che fatica senza mai smarrire il sorriso, neanche in una casa dove subiva. I figli sono sempre un buon motivo per sorridere per le donne, sono forti, anche quando la vita dura, resa più dura da sentimenti irrimediabilmente persi, ti dovrebbe consegnare alla disperazione. Violeta, come tante altre donne straniere in Italia, con alle spalle storie personali che tutti dovremmo conoscere. Storia di difficoltà, forse di povertà, storia di strappi dolorosi e viaggi di speranza senza chance. L’Italia, un uomo, forse un amore, forse. Certamente una famiglia, certamente la felicità di tre bambini. Quando Violeta è diventata una torcia, data alle fiamme dal suo uomo, aveva tre figli, piccoli, il primo 10 anni, il più piccolo due. Orfani per mano del padre. Faranno i conti con questo per tutta la vita.

Una tragedia passata nell’indifferenza e che invece ha tanti elementi per una drammatica lettura del nostro tempo. Ma in questo nostro tempo si è smarrita anche la capacità di leggere e di raccontare. Lettura e racconto seppelliti dallo smarrimento umano e culturale. Nel crollo dei valori, spesso l’informazione non riesce a recuperare e mettere in ordine i tasselli principali del mosaico. Raccoglie i tasselli insignificanti, non recupera quelli che ricostruirebbero gli occhi. Distratta, superficiale, preoccupata soltanto di barcamenarsi nell’inedito terreno di una politica mai a un livello così basso. Per il resto, il Paese lo si racconta quando proprio non se ne può fare a meno. Quando si può fare senza fatica, senza letture difficili, magari restando seduti in ufficio. Pardon, in redazione.

 

 

 

https://www.globalist.it/news/2018/11/07/si-chiamava-violeta-arsa-viva-e-raccontata-distrattamente-2033296.html

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Far scendere la montagna, anziché spedirla altrove: la Malesia nuova pattumiera della plastica.


Il no di Pechino di smaltire le nostre plastiche, sposta i nostri rifiuti verso altri Paesi. Dalla Thailandia al Vietnam, i nostri scarti trattati in impianti a rischio. Un’industria da 270 milioni di tonnellate che vale 200 miliardi di dollari all’anno.

 

riciclo-plastica.jpg– Da qualche parte dovevano pur finire. Alcune restano lì dove sono prodotte, in Occidente, senza che neppure gli inceneritori alla massima potenza riescano a smaltirle. Ma la gran parte, respinta alle frontiere cinesi, ha trovato sbocchi in Malesia, Vietnam, Thailandia: negli ultimi mesi questi Paesi hanno rimpiazzato la Cina come i principali centri di lavorazione degli scarti da riciclo. A volte con le stesse aziende cinesi, che per continuare a lavorare si sono trasferite oltre confine. Spesso con standard ambientali e di sicurezza ancora più bassi. Un flusso di bottiglie e cartoni cresciuto con tale rapidità che ora pure i governi del Sudest asiatico frenano: così non si può andare avanti.

L’inatteso blocco cinese  ha rivelato una crisi esistenziale del riciclo, industria che finora ha funzionato nella misura in cui dei Paesi in via di sviluppo hanno acquistato e trasformato i rifiuti prodotti e cestinati dalle famiglie occidentali. Perché funzioni domani, i Paesi sviluppati dovranno iniziare a trattarseli sempre di più in casa. Oppure, ancora meglio, a diminuire radicalmente gli scarti, puntando sul riuso e le politiche “rifiuti zero”.

 

 

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/11/09/news/sindrome_cinese_la_malesia_nuova_pattumiera_della_plastica-211144336/

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Lettera inedita di Einstein: nel 1922 previde il nazismo..


fu scritta dopo l’assassinio da parte di nazionalisti tedeschi del ministro degli esteri Walter Rathenau, ebreo come Einstein, e dopo che la polizia aveva avvisato lo scienziato che, come amico di Rathenau, anche lui era in grave pericolo.

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“Qui si stanno preparando tempi bui, politicamente ed economicamente, ed io sono felice di andarmene via da tutto per un anno e mezzo”. Nessuno sa dove mi trovo  e pensano che io sia scomparso… Sto abbastanza bene, nonostante gli antisemiti tra i colleghi tedeschi”.

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Albert Einstein scrisse queste parole alla sorella Maya nell’agosto del 1922 prevedendo con largo anticipo quanto sarebbe successo in Germania con l’arrivo dei nazisti al potere che, nel 1938, 80 anni fa, avrebbero avviato il pogrom anti ebraico della ‘Notte dei Cristalli’, avvisaglia della Soluzione Finale in Europa.

 

 

 

https://www.repubblica.it/scienze/2018/11/09/news/lettera_inedita_di_einstein_nel_1922_previde_il_nazismo-211224799/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P9-S1.4-T1

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Cosma Manera: 10mila chilometri per salvare 10mila italiani nella Russia della Grande Guerra


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Nell’aprile del 1920 giunsero a Trieste tre piroscafi: erano carichi di soldati che tornavano a casa dalla Russia, salvati dal maggiore dei carabinieri Cosma Manera. Pochi conoscono quest’ufficiale, morto il 25 febbraio 1958 a 82 anni. Ma è uno dei militari dell’Arma che hanno ricevuto il maggior numero di decorazioni straniere. E tra il 1916 e la primavera del 1920 realizzò un’impresa epica, recuperando circa diecimila italiani originari delle terre irredente, arruolati dall’esercito austro-ungarico nella Grande Guerra, fatti prigionieri dalle truppe zariste e rimasti intrappolati in Russia durante la rivoluzione. Manera riuscì a guidarli in un viaggio di diecimila chilometri, sfidando l’inverno siberiano e le insidie di un Paese devastato.

 

https://video.repubblica.it/rubriche/quelli-che-eravamo/cosma-manera-10mila-chilometri-per-salvare-10mila-italiani-nella-russia-della-grande-guerra/319153/319782

https://thevision.com/cultura/tenente-cosma-manera-russia/

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Il 9 novembre 1989 inizia lo smantellamento del Muro di Berlino..


principale simbolo della Guerra fredda che vedeva contrapposte le due superpotenze egemoni sulla scena mondiale dalla sconfitta del nazismo: Stati Uniti e Unione Sovietica.

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Per 28 anni questa barriera di cemento armato lunga 155 chilometri divise fisicamente la capitale tedesca in due parti: la Berlino Est, controllata dall’Unione Sovietica e la Berlino Ovest, zona di occupazione americana, britannica e francese. La costruzione iniziò nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961 per bloccare il flusso di cittadini che dall’est emigravano verso ovest, in cerca di condizioni di vita migliori. Inizialmente costituito da pali e filo spinato, negli anni successivi il muro fu ampliato e reso sempre più impenetrabile. Due lunghe file di blocchi prefabbricati di cemento armato alti 3 metri correvano parallele lungo il confine, controllate da torrette e posti di blocco. Nel mezzo, una lingua di terra nota come “la striscia della morte”, presidiata da cecchini. Si stima che oltre duecento persone siano state uccise dalle guardie mentre provavano a fuggire verso Berlino Ovest. In cinquemila circa riuscirono a varcare il confine, utilizzando diversi stratagemmi tra cui bagagliai con il doppio fondo e tunnel scavati al di sotto del muro.

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http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-frontiera-aperta-da-adesso-29-anni-il-muro-di-Berlino-iniziava-a-sgretolarsi-a765fb62-f4b3-473d-8429-4c38986456d1.html#foto-1

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Estinzioni: biodiversità dei vertebrati in allarme rosso.


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Un consumo di risorse prepotente e in piena “esplosione” da parte dell’uomo ha causato, negli ultimi quattro decenni, una calo generalizzato e senza precedenti di esemplari nelle popolazioni di vertebrati. O meglio, con alcuni precedenti, sì, ma rintracciabili soltanto nelle grandi estinzioni di massa che hanno interessato la storia del Pianeta. Nel  periodo tra il 1970 e il 2014, perdite medie del 60% nelle popolazioni di mammiferi, pesci, anfibi, rettili e uccelli, una percentuale allarmante che rende necessario istituire, in nome della tutela della biodiversità, accordi internazionali simili a quelli presi sul clima. La situazione è cupa, al punto che oggi, nel 2018, solo un quarto della superficie terrestre disponibile risulta libera dall’impatto dell’attività umana. Nel 2050, sarà il 10%. L’occupazione di terra per la produzione di cibo, energia e infrastrutture strappa alle specie animali habitat essenziali per la loro sopravvivenza (e per la nostra: perché è dalla ricchezza degli ecosistemi, che traiamo risorse per vivere). Nonostante gli sforzi di riforestazione in diverse regioni, la deforestazione è accelerata nelle foreste tropicali scrigno della biodiversità terrestre. Le riduzioni più marcate nelle popolazioni di vertebrati (dell’89% rispetto al 1970) si sono concentrate in America meridionale e centrale. Nelle specie d’acqua dolce (fiumi, laghi, paludi), l’assottigliamento medio infra-specie è stato dell’83%.

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/wwf-ultimi-40-anni-un-ecatombe-di-vertebrati

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Un giusto prezzo.


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Riconoscere agli agricoltori un giusto prezzo per i loro prodotti. È  il primo passo da compiere perché l’agricoltura cessi di essere un’attività inquinante e distruttiva del pianeta e una causa di sfruttamento dei braccianti nei campi: non possiamo,  come cittadini, ricordarci della piaga del caporalato solo quando si rovesciano i pullmini dei lavoratori, uccidendoli. Occorre ripensare al sistema nella sua interezza: certamente non si possono penalizzare le fasce deboli del consumo, allo stesso tempo un cibo che non ripaga la cura della terra e dell’ambiente viene ripagato in termini di salute e di benessere, e favorisce lo spreco alimentare e il consumo inconsapevole. Solo nel nostro Paese finiscono nella pattumiera 2,2 milioni di tonnellate di alimenti, pari a 8,5 miliardi di euro. Se ci sono agricoltori che per produrre sempre più e, contemporaneamente, ridurre i costi di produzione sono spinti a fare uso massiccio di pesticidi di sintesi e a mantenere in stato di sfruttamento i braccianti, dall’altra c’è una grande quota di popolazione che, evidentemente, compra più di quello di cui ha bisogno. Un sistema insostenibile, insomma, da molti punti di vista. Dopo oltre 60 anni di rivoluzione verde (industrializzazione e uso di prodotti chimici di sintesi) l’agricoltura convenzionale è diventata una attività ad alto impatto ambientale:  è responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra, diffonde sostanze inquinanti nei corsi d’acqua, nella terra, in aria e sugli stessi cibi, mettendo a rischio la salute umana. In Italia ogni anno l’agricoltura convenzionale usa 148.651.423 chili di pesticidi di sintesi e 5.443.730.700 di fertilizzanti, equivalenti in media a 527 chili per ogni ettaro di suolo agricolo. Vuol dire che per ogni chilo di prodotti che arrivano sulle nostre tavole sono impiegati teoricamente più di 50 grammi fra pesticidi e fertilizzanti di sintesi.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/11/08/scienza/pomodori-e-pasta-se-costano-troppo-poco-a-pagare-sono-lambiente-e-i-lavoratori-6bU21BS8P9Kp1oEaGIwbaO/pagina.html

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Il buco dell’ozono“Guarirà” per una scelta di 31 anni fa


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Vi ricordate del buco dell’ozono? Si prevede che guarirà completamente entro 50 anni. A prevederlo sono gli esperti di cambiamenti climatici in un nuovo rapporto delle Nazioni Unite. Il fragile scudo di gas attorno al pianeta protegge la vita animale e vegetale dai potenti raggi ultravioletti (UV) del Sole. La sua utilità non è da sottovalutare. Se indebolito, possono passare più raggi UV, rendendoci più inclini al cancro della pelle, alla cataratta e ad altre malattie. A scoprire gli enormi danni allo strato furono degli scienziati negli anni ’80. Il principale colpevole erano i clorofluorocarburi o CFC. Provenivano dai frigoriferi, bombolette spray e nei prodotti chimici per il lavaggio a secco. Ma grazie al protocollo di Montreal sono stati banditi a livello mondiale nel 1987. Visto il declino di queste emissioni lo strato di ozono dovrebbe tornare stabile nel 2060 , secondo il rapporto del Programma ambientale delle Nazioni Unite, Organizzazione meteorologica mondiale, Commissione europea e altri organismi. In alcune parti della stratosfera, dove si trova in maggiore quantità, lo strato si è ripreso ad un tasso dell’1-3% ogni 10 anni dal 2000. La quantità di ozono nella stratosfera varia naturalmente durante l’anno. Nelle regioni polari è più significativa la diminuzione. Ai tassi di recupero previsti dal rapporto delle Onu a latitudine media l’ozono guarirà entro il 2030. Nell’emisfero meridionale nel 2050. Nelle regioni polari entro il 2060. Se non ci fosse stato il Protocollo di Montreal  due terzi dell’ozono sarebbero stati distrutti entro il 2065.

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/11/07/scienza/vi-ricordate-del-buco-dellozono-guarir-per-una-scelta-di-anni-fa-Q6WifOaapjd8go4yoBSFYO/pagina.html

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4 novembre, il maltempo devasta l’Italia. Ma era il 1966.


Era il  4 novembre 1966, quando l’Arno straripò allagando Firenze.

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Il disastro dette l’avvio a una vera e propria rifondazione del sistema di protezione civile in Italia, dopo le polemiche per il mancato allarme alla popolazione e a seguito della valida collaborazione stabilita nei soccorsi tra soccorsi civili e Forze armate e al risposta di solidarietà nazionale e internazionale. L’evento segnò una profonda mutazione culturale, dando una scossa alla gioventù di allora che trovò istintivamente una motivazione profonda per “impegnarsi” e dare un contributo, che poi venne declinata da quella generazione in un montante coinvolgimento nelle battaglie civili e sociali.

I territori colpiti vennero ricostruiti con una nuova attenzione per le emergenze climatiche, una preparazione al disastro che portò alla messa in sicurezza degli argini e delle vie di comunicazione e una maggiore presa in considerazione delle caratteristiche idrogeologiche dei terreni e dell’erosione causata da costruzioni non pianificate.

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Tristemente, è sempre dopo immani catastrofi che si prende coscienza della necessità di cambiare consuetudini e prepararsi al peggio. Questo però, nei decenni successivi e per quasi mezzo secolo, si è perso e in alcune regioni, che fino all’evidenza degli attuali cambiamenti climatici si ritenevano meno esposte ai disastri causati dalle piogge, tali accortezze non sono proprio state prese in considerazione. In molti casi, purtroppo, si ritiene che il rispetto delle regole sia un vezzo formale e anche noioso e non si capisce che le regole servono a salvare vite, a tutelare i più vulnerabili.

La cultura della consapevolezza del rischio è alla base della prevenzione. La maggior parte degli italiani, amministratori inclusi, continua a trattare il cambiamento climatico come una leggenda metropolitana o un problema che riguarda i metereologi. Non è così. Il clima è cambiato. La memoria dei disastri è un elemento fondamentale della cultura della prevenzione. Purtroppo non dovremo aspettare mezzo secolo per rivedere le scene di questi giorni. Per salvare vite dobbiamo agire adesso. Il clima è cambiato e cambierà la nostra vita. Noi dobbiamo cambiare per adattarci, come in altre ere, e sopravvivere.

 

 

https://www.huffingtonpost.it/francesco-rocca/4-novembre-il-maltempo-devasta-l-italia-ma-era-il-1966_a_23581177/?utm_hp_ref=it-homepage

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La solitudine dell’articolo 1


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La Costituzione pone il lavoro a fondamento, come principio di ciò che segue e ne dipende: dal lavoro, le politiche economiche; dalle politiche economiche, l’economia. Oggi, assistiamo a un mondo che, rispetto a questa sequenza, è rovesciato: dall’economia dipendono le politiche economiche; da queste i diritti e i doveri del lavoro.

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Asiago, il cimitero degli alberi caduti sull’Altopiano.


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ASIAGO. Una vera ecatombe per i boschi dell’Altopiano:  i danni sono paragonabili solo a quanto avvenne con la Grande Guerra: 300 mila, si ritiene, gli alberi schiantatisi a terra o spezzati.   Il 10 per cento del patrimonio boschivo altopianese. La devastazione avrà ripercussioni economiche – sulle casse comunali e sulle ditte di legname – e ambientali per almeno un decennio. Dal limite orientale dell’Altopiano con Marcesina fino alla zona della Val d’Assa i boschi portano i segni delle raffiche di vento che hanno flagellato l’Altopiano lunedì notte. La piana di Marcesina non c’è più.   I danni all’ecosistema sono incalcolabili. Nemmeno la guerra aveva ridotto Marcesina così. In Val d’Assa, lungo la strada provinciale per Trento, la foresta è letteralmente piegata su se stessa. Stessa strage nella zona delle Melette, tutt’intorno alla stazione sciistica e anche verso i boschi di Foza. Scene da bomba atomica.

 

 

http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/bassano/altopiano/altopiano-caduti-300-mila-alberi-come-in-guerra-1.6874302

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Cartoline dalla trincea, il volto umano di una grande follia


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Una bandiera tagliata a pezzetti per non farla cadere in mano al nemico.

Al Vittoriano, al sacrario delle Bandiere sono in mostra gli scritti dei soldati dal fronte, un campionario illimitato e commovente di vite messe a repentaglio giovanissime. Attraverso le cartoline i giovani oggi possono entrare in contatto col vissuto di questi loro coetanei che si sono sacrificati per la Patria.. Furono ben quattro miliardi e mezzo – incredibile – quelle spedite dai militari italiani, uno strumento efficiente di comunicazione (anche grazie al centro di smistamento che era posto a Bologna) in grado di garantire performance nei tempi di consegna sconosciuti in epoca recente. Ma il vero capolavoro sono i messaggi a matita nascosti sotto i francobolli. Lo stratagemma serve ad aggirare il timbro della censura che è ben visibile sui messaggi di maniera scritti nell’apposito spazio, mentre la cruda realtà con comunicazioni anche lunghe, a caratteri minuscoli e cesellati, veniva non di rado raccontata nei piccoli spazi del francobollo, meglio se due.

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/grande-guerra-1918-tre

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Il Pakistan si è arreso agli islamisti radicali.


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Il governo pakistano ha raggiunto un accordo con un partito radicale islamista per fermare le proteste che andavano avanti da giorni relative a una sentenza della Corte suprema su un caso di blasfemia. La vicenda riguarda la storia giudiziaria di Asia Bibi, una donna cristiana pakistana che nel 2010 fu condannata a morte per avere insultato il profeta Maometto, quindi per avere compiuto il reato di blasfemia, ma che la scorsa settimana è stata assolta dalla Corte suprema. La sentenza non è piaciuta ai gruppi islamisti più radicali del paese, tra cui il partito Tehreek-i-Labaik (TLP), che ha organizzato enormi proteste.L’accordo per fermare le proteste è stato trovato tra il governo e Tehreek-i-Labaik: in cambio della fine delle manifestazioni, il governo ha vietato ad Asia Bibi di lasciare il paese, nonostante negli ultimi giorni diversi paesi occidentali si fossero offerti di accettare una sua eventuale richiesta di asilo. Il governo si è inoltre impegnato a non opporsi a un eventuale appello contro la decisione della Corte suprema e ha stabilito la scarcerazione di tutti i manifestanti che a causa delle violenze degli ultimi giorni erano stati fermati dalla polizia.In Pakistan il reato di blasfemia è appoggiato da molti partiti politici e dalla maggioranza della popolazione. Molti dei condannati per blasfemia sono musulmani o membri del movimento religioso musulmano Ahmadi, anche se dagli anni Novanta il numero dei condannati membri della comunità cristiana è aumentato. Dal 1990 almeno 65 persone sono state uccise in Pakistan dopo essere state accusate di blasfemia.

 

 

https://www.ilpost.it/2018/11/03/pakistan-ceduto-islamisti-radicali-blasfemia/

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Qual è il simbolo più usato sulle bandiere nazionali?


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È sicuramente la stella il simbolo più visto sulle bandiere nazionali: è presente in circa un terzo dei vessilli dei paesi riconosciuti dall’ONU (61 su  198). Tra l’altro, appare sulle bandiere degli Stati Uniti, Cuba, Cina, Turchia, Cile, Venezuela, Israele, Marocco, Camerun, Australia eUnione Europea. Ma attenzione: Paese che vai, stella che trovi. Questo simbolo a 5 punte sottintende significati diversi a seconda delle bandiere. Se, tanto per dire, le 50 stelle sulla bandiera statunitense rappresentano ciascuno degli Stati che la compongono, quelle sulla bandiera cinese simboleggiano invece le quattro classi sociali e, la più grande, il partito comunista cinese.

 Il secondo posto dei simboli più usati è occupato dagli scudi reali, che campeggiano su ventisette bandiere, compresa quella della Spagna. Poi vengono le croci, presenti sui vessilli di diciotto nazioni come il Regno Unito, la Svizzera, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, l’Islanda, la Grecia e Malta.La croce appare anche sulla bandiera danese, che è considerata la bandiera nazionale più antica. Il quarto posto è per il sole, che appare in sedici bandiere, come, per esempio, Giappone e Argentina. La luna invece adorna gli emblemi di quattordici Paesi, in genere musulmani: Turchia, Algeria, Libia, Pakistan e Tunisia, tra gli altri.

E i colori? Il più usato è il rosso, che rappresenta il potere o il sangue dei caduti o, nel caso italiano, è eredità assieme al bianco dell’antichissimo stemma comunale di Milano. Seguono il blu, evocazione del cielo e del mare; il bianco, segno di pace e purezza; il verde, l’immagine della Terra e anche dell’Islam; e il giallo, metafora del sole o dell’oro.

SIMBOLI. La bandiera francese è composta da tre bande verticali: blu, bianco e rosso. Erano i colori presenti sulla coccarda indossata dalla milizia reale, nei giorni che precedettero la rivoluzione francese (il blu e il rosso derivano dagli antichi colori di Parigi). La bandiera giapponese, altrimenti nota come Nisshōki, è invece un rettangolo bianco con un disco rosso nel mezzo, che rappresenta la dea del sole Amaterasu, fondatrice del Giappone e simbolo di un futuro luminoso. Una delle bandiere più simboliche è quella del Brasile: adottata per la prima volta il 15 novembre 1889, è di colore verde brillante, che rappresenta le lussureggianti foreste del Brasile, e reca al centro un diamante gialloe un globo blu, evocativi della ricchezza mineraria del Brasile.LE BANDIERE (QUASI) GEMELLE. Ci sono anche bandiere molto simili, che però hanno un’origine diversa: la bandiera messicana per esempio ha gli stessi colori di quella italiana, da cui si differenzia in apparenza solo per uno stemma nel mezzo. In realtà il verde italiano è più chiaro e anche il formato della nostra bandiera è diverso. Diversi sono, ovviamente, pure i significati: sul vessillo messicano, il colore verde significa speranza, il colore bianco rappresenta la pace, e il rosso rappresenta il coraggio e la forza.

 

 

https://www.focus.it/cultura/curiosita/qual-e-il-simbolo-piu-usato-sulle-bandiere

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Finisce la guerra per Italia.


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Dopo la disastrosa battaglia di Vittorio Veneto dell’ottobre-novembre 1918, l’Esercito Austro-Ungarico era allo sfascio. La sconfitta si trasforma in rotta non più arginabile e mentre le truppe tentavano di rientrare in patria, a  Villa Giusti  si ferma l’armistizio per far cessare il fuoco su tutto il fronte italiano.

La popolazione italiana apprese il mattino del sabato 2 novembre 1918 l’esaltante notizia:

TRAVOLTO DALL’ESERCITO ITALIANO, IL NEMICO CHIEDE A DIAZ L’ARMISTIZIO

Il giorno 3 il generale Badoglio il generale Scipioni, il colonnello Gazzano, il capitano Maravigli, il comandante Accogli per la Marina Italiana è stato rinnovato con i parlamentari. Si tratta di discutere la firma vera: la stipulazione dell’armistizio.

Il colloquio durò fino alle 18,39. L’armistizio era firmato. “Sotto il titolone  L’AUSTRIA HA CAPITOLATO  il” Corriere della Sera “del 5 novembre pubblicava il famoso Bollettino della Vittoria.

In quanto alla Germania, il 4 novembre il generale Diaz telegrafò a Parigi: “Se la Germania non sottostare condizioni armistizio che le possibilità di successo, l’Italia interverrà per costringerla alla resa”.

Di fronte alla minaccia italiana alla sua frontiera meridionale, la Germania ormai boccheggiante cedette. L’8 novembre fu annunciata l’abdicazione del Kaiser. Lo stesso giorno, nella foresta di Compiègne, il generale Foch dettò ai delegati tedeschi le condizioni dell’armistizio. 11.  La Prima Guerra Mondiale era finita.

 

http://www.lagrandeguerra.net/ggarmistizio.html

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L’odio continua a preferire i social network


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I social sono il porto franco  dell’aggressione verbale e dell’insulto all’indirizzo dell’altro e la responsabilità è dei loro gestori, che finora hanno garantito la totale impunità a chi alimenta l’odio, contando sui ritardi normativi di stati e sovrastati come l’Unione europea. Moltissimi di noi comunicano attraverso i social network, che hanno potenziato le possibilità di creare e mantenere rapporti tra persone vicine e lontane, con le istituzioni, con le aziende, con i servizi pubblici e privati, spesso condizionandoli. Non possiamo più farne a meno. Ma è necessario che chi li guida trovi il modo di rendere difficile la vita a quanti li usano per spargere i semi dell’odio. Purtroppo tutte le piattaforme di social media sono progettate in modo che i post più inaccettabili viaggino due volte più veloci di quelli corretti. E operano con negligente disprezzo delle conseguenze. Purtroppo avere una platea esalta i deboli e i frustrati.

 

 

https://www.huffingtonpost.it/claudio-giua/perche-lodio-continua-a-preferire-i-social-network_a_23578863/?utm_hp_ref=it-homepage

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I 14 cibi più pericolosi da evitare assolutamente secondo Coldiretti


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Coldiretti ha recentemente divulgato una lista, basata sui rischi alimentari verificatisi nell’Unione Europea, sui cibi più pericolosi importati in Italia. Molti alimenti, infatti, hanno causato allarmi per la presenza oltre i limiti di legge di residui chimici, micotossine, metalli pesanti, inquinanti microbiologici, diossine, additivi chimici e coloranti.Secondo Coldiretti i Paesi che hanno ottenuto più segnalazioni sono la Turchia (2.925 per prodotti non conformi), seguita dalla Cina con 256 e dall’India con 194 segnalazioni. Fuori dal “podio” gli Stati Uniti con 176 e la Spagna con 171 segnalazioni.Tutte realtà con cui l’Italia commercia abitualmente, ed è per questo ancora più importante informarsi sulla provenienza dei cibi, controllando sempre le etichette e comprando prodotti in cui la provenienza è certificata. Tutto questo fa ancora più rabbia perché, ribaltando la prospettiva, il nostro Paese è quello con meno segnalazioni della classifica riguardo la presenza di residui chimici irregolari (0.5%), perfino rispetto alla media dell’Unione Europea che è dell’1,7%. Ma quali sono gli alimenti più a rischio che vengono importati nel nostro paese, e quindi a cui dobbiamo fare più attenzione? Eccoli:

1) Carne di pollo Arriva dai Paesi Bassi e dalla Polonia, la carne di pollo segnalata nella black list di Coldiretti. Rispettivamente si trova al 14° posto (15 segnalazioni) e all’8° (53 segnalazioni) posto della classifica e la ragione è la possibilità di contaminazioni microbiologiche. La carne di pollo polacca ha anche una specificazione sul tipo di contaminazione “salmonella”.

2) Noce moscata  proveniente dall’Indonesia si trova al 13° posto della classifica di Coldiretti, con 25 segnalazioni presenta aflatossine oltre i limiti di legge  e un certificato sanitario carente. Le spezie e la frutta secca sono i principali ingredienti inseriti nella lista, come vedremo in seguito, quindi è importante controllare la provenienza anche di prodotti chiusi e ben conservati.

3) Albicocche secche

Il primo, ma non ultimo, prodotto importato dalla Turchia, al 12° posto. Si tratta delle albicocche secche (disidratate) molto diffuse soprattutto nel periodo natalizio. Quelle turche hanno ricevuto 29 segnalazioni a causa della presenza di solfiti oltre i limiti consentiti.

4) Peperoncino

Proviene invece dall’India il prodotto all’11° posto della classifica. Il peperoncino indiano infatti ha ricevuto 31 segnalazioni per aflatossine e salmonella oltre i limiti. Il peperoncino ha incredibili proprietà e viene coltivato anche in Italia con produzioni, anche locali, capaci di soddisfare i palati più coraggiosi.

5) Semi di sesamo

Sempre proveniente dall’India, è necessario fare attenzione alla sua frutta secca. In particolare, alcune analisi sui lotti di semi di sesamo, una delle principali fonti vegetali di calcio, hanno segnalato una contaminazione da salmonella. Se si vuole assumere questo alimento nella nostra routine quotidiana è sempre bene scegliere un prodotto biologico poiché i semi di sesamo sono tra i principali allergeni.

6) Fragole

Coldiretti mette in guardia anche su frutta e verdura che arrivano dalle coltivazioni dell’Egitto. In  particolare, nella lista nera compaiono fragole, arance, melagrana. Il Rapporto 2015 sui Residui dei Fitosanitari in Europa parla chiaro: su questi alimenti sono stati rilevati residui chimici, coloranti e additivi fuori norma.

7) Pistacchi

Al 10° posto e al 5° posto della classifica troviamo i pistacchi, un altro alimento molto amato anche in Italia e largamente consumato. Il numero dieci della lista è il pistacchio proveniente dalla Turchia con 32 segnalazioni, mentre al quinto posto quello dell’Iran con 56 segnalazioni, entrambi per aflatossine oltre i limiti di legge.

8) Arachidi

Occupano il posto della classifica di Coldiretti, le arachidi provenienti dagli Stati Uniti. Con 33 segnalazioni, sono incluse nella lista a causa delle aflatossine presenti oltre il limite di legge consentito. Gli Stati Uniti non sono il Paese più segnalato, infatti sempre riguardo le arachidi, la Cina occupa il posto più alto in classifica. Con 60 segnalazioni per aflatossine oltre i limiti si trova al 3° posto della blacklist.

9) Nocciole

Le nocciolein arrivo dalla Turchia hanno ottenuto 37 segnalazioni per aflatossine oltre i limiti e si trovano all’8° posto della classifica stilata da Coldiretti. Anche le  nocciole si trovano largamente in Italia, alcune hanno anche il presidio Slowfood di qualità come le Nocciola tonda gentile della zona delle Langhe, sono buonissime e sicure!

10) Fichi secchi

I fichi secchi, altro baluardo delle cene delle festività sono al 6° posto della classifica dei cibi più pericolosi di Coldiretti. Provengono dalla Turchia e hanno ottenuto 53 segnalazioni per aflatossine oltre i limiti di legge.

11) Peperoni

Sempre dalla Turchia e al 4° posto della classifica troviamo i peperoni, che presentano 56 segnalazioni a causa dei pesticidi presenti oltre i limiti di legge consentiti. L’utilizzo dei pesticidi è consentito in misura diversa in differenti Paesi e ognuno ha una legge molto chiara sulla quantità e sulla tipologia di pesticidi di cui è ammesso l’utilizzo.

12) Integratori/dietetici

Il secondo posto della classifica sui cibi più pericolosi di Coldiretti è occupato dagliintegratori e dai prodotti dietetici,in arrivo dagli Stati Uniti. In questo caso gli ingredienti segnalati nel numero di 93, sono quelli non autorizzati dalle nostre leggi e riguardano i novel food, anch’essi disciplinati dal regolamento dell’Unione Europea.

13) Il pangasio del Vietnam

Ormai mangiare pesce buono, sano e di qualità è diventato molto difficile. Secondo questa ricerca il pangasio proveniente sarebbe da evitare caldamente. In questi prodotti che finiscono sulle nostre tavole sono stati trovati alti livelli di metalli pesanti.

14) Il pesce dalla Spagna al primo posto tra i cibi più pericolosi

Al primo posto della classifica, come cibo più pericoloso c’è il pesce importato dalla Spagna. Principalmente pesce spada e tonno provenienti dalla pesca in quelle zone e importati in Italia. Perché risultano al primo posto? Per maggior numero di segnalazioni (96) per quanto riguarda la presenza di metalli pesanti all’interno del prodotto, come mercurio e cadmio. Assicuratevi quindi sempre di conoscere la provenienza del pescato è molto importante, capire cosa si consuma per vivere in modo sano.

 

http://www.momentobenessere.it/alimentazione/cibi-piu-pericolosi-14-coldiretti/

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Piombo in acqua e cibo già ai tempi di Neanderthal: la prova nei denti


L’intossicazione, identificata nei resti fossili da un team di ricercatori della Griffith University, risale a circa 250mila anni fa ed è probabilmente dovuta all’assunzione di alimenti contaminati o alla respirazione di fumi, se non entrambe le cose

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La ricerca ha analizzato i denti di due uomini di Neanderthal scoperti in Francia, nella Valle del Rodano, con l’obiettivo di studiare tempi di allattamento e svezzamento e variazioni climatiche attraverso elementi chimici, come bario, piombo e ossigeno, presenti negli anelli di crescita dei denti. Durante lo sviluppo fetale e infantile, ogni giorno, infatti, si forma un nuovo strato di smalto, che cattura le sostanze chimiche assorbite con cibo e acqua, fornendo una registrazione cronologica dell’esposizione a tali elementi.

I ricercatori sono riusciti anche a collegare nascita e sviluppo dei due individui con le stagioni misurando gli isotopi di ossigeno (ossia atomi dello stesso elemento, ma con diversa massa), che variano con la temperatura. Questo ha dimostrato che i Neanderthal avevano sperimentato inverni più freddi rispetto agli uomini moderni: una situazione che provocava uno stress nello sviluppo infantile durante l’inverno. Lo stesso tipo di analisi ha permesso di stabilire che uno dei due individui sarebbe nato in primavera e svezzato quando aveva circa due anni e mezzo.

 

 

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/31/news/piombo_in_acqua_e_cibo_gia_ai_tempi_di_neanderthal_la_prova_nei_denti-210487666/?ref=RHPPBT-VA-I0-C4-P24-S1.4-T1

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Perchè cadono le piante?


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Il vento e la pioggia di lunedì 29 ottobre hanno provocato almeno 12 morti, causati in buona parte dalla caduta di piante. Le piante che si sono schiantate nelle zone abitate sono quelle che hanno creato più allarme, ma il fenomeno si è verificato anche in molti boschi: in Trentino è stato stimato che siano caduti oltre un milione e mezzo di metri cubi di alberi.  Lo studio della valutazione del rischio che un albero cada, soprattutto per effetto del vento, è diventata una scienza, la biomeccanica dell’albero, che usa metodi di indagine diversi e che ha prodotto vere e proprie equazioni per il calcolo della resistenza delle piante.

Il primo fattore è la velocità del vento. I venti di questi giorni hanno raggiunto velocità molto elevate, con punte fino a 170 km/h per esempio nella zona di Follonica, in Toscana. Il secondo fattore è la geometria dell’albero: la sua altezza, la dimensione della sua chioma, la sua forma. Una chioma concentrata verso l’alto, come quella dei pini marittimi, ha un effetto molto diverso da una chioma che si dirada verso l’alto, come negli abeti. Il terzo fattore sono le proprietà meccaniche della pianta, cioè come è fatto il tronco, ma anche come sono fatte le sue radici.

Allo stesso modo, esiste un modello che indica tre forze che agiscono contro la stabilità dell’albero (il vento, la forza di gravità, la torsione della base dell’albero) e due fattori che vi si oppongono (la resistenza de tronco e quella del sistema suolo-radici).

La valutazione delle radici, in particolare, è molto difficile. Perché non sono visibili e perché il loro sviluppo è influenzato da molti fattori. Anche dalla forza del vento per esempio: gli agronomi sanno che un albero esposto regolarmente al vento sviluppa radici più ampie per resistergli. «Ma anche il tronco fa lo stesso», spiega Vacchiano, «e l’analisi degli anelli di accrescimento rivela per esempio che il tronco si sviluppa di più sul lato opposto a quello investito da un vento regolare, per offrire maggiore resistenza». Nelle città, però, le radici sono esposte a danni provocati dai cantieri e dai lavori stradali, ma anche dal traffico.

In effetti, mentre esistono equazioni che possono predire se un albero si spezzerà sotto l’effetto del vento in base a una serie di parametri (la velocità del vento, per esempio, va elevata al quadrato e il su impatto varia in base all’altezza), non è possibile predire con altrettanta sicurezza se un albero verrà sradicato. In questo caso il sistema suolo-radici non solo è difficile da stimare, ma cambia la propria risposta in base alla situazione. In particolare, la pioggia, anche in base al tipo di terreno, può ridurre molto la resistenza allo sradicamento.

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/31/scienza/perch-cadono-le-piante-ahOZPEqa5kQTutQBcO2TVK/pagina.html

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Giornata mondiale del risparmio: etica e sviluppo


 

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(1) L’ultima parte del primo comma evidenzia la volontà che vengano adottate leggi ordinarie valevoli per tutti coloro che operano nel settore al fine di garantire uniformità all’interno di esso ed evitare che si realizzino diseguaglianze che ricadrebbero sui risparmiatori. Tra le autorità preposte al coordinamento ed al controllo vi sono: il Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio (CICR); il Ministero dell’economia e delle finanze e la Banca d’Italia. In realtà, il ruolo di quest’ultima ha subito un ridimensionamento a seguito della creazione dell’unione economica monetaria e della correlata introduzione della moneta unica e deve essere letto entro il quadro comunitario. Così, oltre alle tradizionali funzioni (quali la vigilanza sulle banche nazionali, sui mercati e sul sistema dei pagamenti) essa, ad esempio, emette banconote su autorizzazione della BCE, al cui consiglio direttivo partecipa.

(2) Il riconoscimento del diritto ad un tenore di vita adeguato a garantire un’abitazione trova il suo fondamento nell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. A sostegno del diritto alla proprietà dell’abitazione si sono susseguite nel tempo una serie di misure di agevolazione (mutui agevolati, sgravi fiscali ecc.) soprattutto rispetto all’acquisto della prima casa. Di recente, tuttavia, anche le abitazioni sono state oggetto di gravose imposizioni fiscali. Anche a sostegno della proprietà diretta coltivatrice sono state introdotte misure volte a favorire la figura del coltivatore.

(3) A presidio di questi investimenti l’ordinamento ha introdotto la CONSOB, istituto preposto alla vigilanza delle condotte tenute dalle società quotate e dalle società di intermediazione finanziaria allo scopo di tutelare gli investitori. La sua introduzione, tuttavia, non ha incentivato un tipo di investimenti già scarsi proprio a causa della diffidenza dei piccoli risparmiatori ad impiegare denaro in attività potenzialmente molto redditizie ma anche molto pericolose.

 

 

https://www.brocardi.it/costituzione/parte-i/titolo-iii/art47.html?fbclid=IwAR2sHmrIjO0oJ5QnScgZYgA61_u8nZSQevJYwl4OPBvTEwW5KZt1WlYskxo

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La più grande biblioteca del Sudamerica? In Brasile, a Rio


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Oltre 9 milioni di documenti, libri rarissimi e una solenne architettura in stile liberty-neoclassico. Il 1° novembre del 1755 la città di Lisbona fu colpita da un violento terremoto, che rase al suolo la Biblioteca Reale, una delle strutture più importanti d’Europa; in seguito a questo tragico evento il governo portoghese decise di trasferire la maggior parte delle opere in Brasile, allora colonia portoghese.  Dopo una sede provvisoria ai piani superiori  del Terzo Ordine delle Carmelitane, che si trova vicino al Palazzo Imperiale, il 29 ottobre 1810 il Principe Reggente emanò un decreto con il quale stabilì l’istituzione di una biblioteca reale da realizzare con le risorse del Tesoro; la continua crescita della biblioteca (un decreto presidenziale del 1907 sancì il dovere per tutti gli editori di spedire una copia di ogni pubblicazione alla biblioteca),portò alla costruzione dell’attuale edificio, durante il governo di Rodrigues Alves che fu terminato e inaugurato nel 1910 durante il governo del presidente Nilo Peçanha.

Il progetto dell’edificio è dell’ingegnere Francisco Marcelino de Sousa Aguiar, e ha uno stile eclettico, frutto della fusione tra elementi liberty e neoclassici. La biblioteca contiene inoltre numerose opere di artisti brasiliani.

Tra i volumi di maggior pregio presenti, due edizioni della Bibbia stampate nel XV secolo, un menù appartenente all’ultimo impero prima della fine della monarchia, e la prima edizione de I lusiadi, famoso poema epico brasiliano.

 

 

https://www.illibraio.it/biblioteca-nazionale-brasile-192282/

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Come cambierà il digitale terrestre dal 2020


Dal 2020 cambieranno le frequenze che ospitano le trasmissioni del digitale terrestre saranno liberate per far posto al 5G: ecco cosa cambierà per gli utenti

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Le frequenze occupate dal digitale terrestre dovranno essere liberate entro il 2020, anno in cui si prevede l’introduzione della rete 5G a livello europeo. I canali televisivi che al momento occupano queste frequenze verranno spostati e trasmetteranno utilizzando il nuovo standard MPEG4. Le prime emittenti a emigrare saranno quelle locali, seguite dalla RAI e dagli altri canali nazionali. Il passaggio dovrebbe durare all’incirca due anni ed essere completato entro il 30 giugno 2022.

Circa il 60% dei televisori presenti nelle abitazioni degli italiani già supporta il nuovo standard MPEG4 (che nel gergo tecnico viene definito Dvb-T2), mentre tutti gli altri hanno bisogno di un nuovo decoder che permetterà di ricevere le trasmissioni televisive. Tutti i televisori che verranno prodotti nei prossimi anni supporteranno lo standard MPEG4 e non sarà necessario acquistare il decoder. Per tutti coloro, invece, che non vorranno comprare un nuovo TV, lo Stato dovrebbe mettere a disposizione degli incentivi per acquistare il decoder.

Ma il vero problema è che gli incentivi non basteranno: prendono quota le voci (in realtà riportate nero su bianco da una “nota tecnica”) secondo cui gli incentivi dovrebbero essere limitati ai cittadini esentati dal canone (praticamente ultrasettantacinquenni con reddito inferiore a 6713 euro) in ragione di 50 euro cadauno, un’operazione che porterebbe con i fondi stanziati a “salvare” circa 2 milioni di TV, abbandonando gli altri (circa 8 milioni di consumatori) al proprio destino.  E non sarà una passeggiata: l’esperienza del passaggio dall’analogico al digitale ci ricorda quanto abbiamo odiato il decoder per le inevitabili scomodità che questo comporta (due telecomandi; la complessità, soprattutto per le persone anziane, della selezione dell’ingresso esterno; i cavi in vista e lo spazio da destinare all’apparecchio esterno). E c’è anche un’aggravante! Questa volta, la promessa di valore collegata a questo passaggio delle trasmissioni al nuovo standard è più debole: non un aumento del numero di canali, come nel passaggio dall’analogico al digitale, ma semplicemente gli stessi canali, forse tutti (?) in alta definizione. Basterà per spingere gli utenti italiani al sacrificio economico e ai disagi del decoder?

 

Potrebbe interessarti: http://www.today.it/blog/unione-nazionale-consumatori/digitale-terrestre-cambiare-nostra-tv.html
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L’allarme del Wwf: il 60 per cento della fauna selvatica spazzato via in 44 anni.


Popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi sono diminuite del 60 per cento tra il 1970 e il 2014 che, in pratica, significa un crollo di più della metà in meno di 50 anni. Le minacce che stanno minando le oltre 8.500 specie a rischio di estinzione,  riguardano soprattutto il sovrasfruttamento e le modifiche degli ambienti naturali, in particolare quelle dovute all’agricoltura. Delle piante e di buona parte degli animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili e anfibi) che si sono estinti dal 1500 ad oggi, il 75 per cento di queste estinzioni è stata causata dal sovrasfruttamento e dall’agricoltura. Altre minacce derivano dal cambiamento climatico, che sta diventando un driver crescente, dall’inquinamento, dalle specie invasive dalle dighe e dalle miniere. L’impronta ecologica del nostro consumo. Negli ultimi 50 anni la nostra impronta ecologica, la misura del consumo delle risorse naturali, è incrementata del 190 per cento. Creare un sistema più sostenibile richiede significativi e urgenti cambiamenti nelle attività di produzione e consumo.

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Il mondo ha bisogno di  obiettivi chiari e ben definiti per ripristinare i sistemi naturali e ristabilire un livello capace di dare benessere e prosperità all’umanità.  Invertire la curva della perdita di biodiversità. La biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza di una moderna e prospera società umana, capace di continuare a vivere bene nel corso del tempo.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/30/societa/lallarme-del-wwf-il-per-cento-della-fauna-selvatica-spazzato-via-in-anni-Kt8xuGU4XavORA7unhprXP/pagina.html

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Il Kamut e i faraoni.


La magia dei faraoni ha graziato il semplice grano Khorasan. E anche, ovviamente, la Kamut International.

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Kamut non è affatto una varietà di grano. E’ semplicemente un marchio.Come avrebbero fatto, d’altronde, dei semi vecchi di 4000 anni germinare ancora dopo un tale periodo di tempo? Senza contare, inoltre, che gli antichi Egizi pare nemmeno lo conoscessero il frumento, coltivando invece solamente farro e orzo. La cruda realtà, invece, è che nel 1987 i Quinn, una famiglia di agricoltori del Montana, ebbero la bella idea di dare un nome egizianeggiante, con relativa storiella, ad un tipico grano ancora oggi coltivato in Iran, il grano Khorasan, registrandone il nome di fantasia  ma comunque di origine egiziana“Kamut”.

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L’Italia rappresenta il mercato più grande per il Kamut,  il grano “antico”,  quindi per definizione sano ed ecosostenibile, nonostante non presenti particolari proprietà nutrizionali e che sia tutto il contrario di quel che si dice un “prodotto a km zero”, considerato che la maggior parte proviene da Stati Uniti e Canada, giusto qui dietro l’angolo. Ed essendo inoltre un prodotto contenente glutine, non può nemmeno essere utilizzato nell’alimentazione dei celiaci.

Se infine aggiungiamo che il costo della farina o dei prodotti a base di Kamut è superiore a quello della normale farina di grano, viene da chiedersi quale sia il motivo di questa generale e inspiegabile infatuazione collettiva.

 

 

 

https://www.dissapore.com/alimentazione/kamut-miti-da-sfatare/

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A Roma il murales mangia-smog, è il più grande d’Europa


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Un airone alto cinque piani che caccia la sua preda in un mare gravemente inquinato, ma che a sua volta “caccia” via l’inquinamento dell’aria da uno degli incroci più trafficati della Capitale. È Hunting Pollution, il più grande murales green d’Europa, inaugurato nel quartiere Ostiense di Roma. La pittura con cui è stato realizzato – la Airlite – è molto speciale: dodici metri quadrati possono assorbire le sostanze nocive prodotte da un’auto in un giorno. L’intero murales – ben mille metri quadrati – depurerà l’aria della città, è stato calcolato, quanto un bosco di trenta alberi.

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E’ un murales da Guinness. La vernice antismog, infatti, abbatte i livelli di ossidi d’azoto emessi dalle auto, il benzene e la formaldeide, agisce contro il fumo di sigaretta, i cattivi odori ed elimina persino i batteri resistenti agli antibiotici. Un prodotto che potrebbe diventare sempre più diffuso, quindi, anche negli usi non artistici.

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https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/27/news/a_roma_il_murales_mangia-smog_e_il_piu_grande_d_europa-210148149/

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LA PRIMA VOLTA IN NUOVA ZELANDA


 

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La Nuova Zelanda è stato il primo stato nel mondo a riconoscere il diritto di voto alle donne nelle elezioni politiche. Può, quindi, essere etichettata come la madre del suffragio universale. Infatti il 19 settembre 1893 il governatore Lord Glasgow sottoscrisse un Electoral Act che concedeva alle donne il diritto di votare. Questa legge fu il risultato di anni di lotta e dedizione alla causa da parte delle suffragette kiwi, capeggiate da Kate Sheppard. Nel 1891, 1892 e 1983 hanno inviato una serie di petizioni parlamentari affinché venisse concesso il diritto di votare anche alle donne. Il contributo che Kate Sheppard ha dato alla storia neozelandese è stato riconosciuto all’unanimità ed ufficialmente. Difatti, oltre a guadagnarsi una targa commemorativa in una piazza di Auckland (Khartoum Pl), la sua immagine è stampata sulle banconote da 10 dollari neozelandesi.

http://www.voglioviverecosiworld.com/rubriche/kia-ora-da-aotearoa/le-prime-volte-della-nuova-zelanda

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Quanto inquiniamo per nutrirci?


cucina.jpgUn cittadino europeo ogni anno per nutrirsi produce oltre una tonnellata di biossido di carbonio, ossia CO2. È all’incirca la stessa quantità che si può attribuire a una persona che viaggi in auto per 6.000 chilometri. L’Italia è più o meno nella media del Continente, che è di 1.070 chilogrammi di CO2 a testa, ma da una nazione all’altra ci sono grosse differenze. I portoghesi(seguiti dagli svedesi) risultano in cima alla classifica per quantità di inquinamento prodotto: 1.460 chilogrammi equivalenti di CO2, ovvero quasi il 40% in più della media e oltre il doppio della quantità prodotta dai cittadini di un Paese come la Bulgaria, dove ciascun abitante è responsabile di appena 610 chilogrammi di CO2 in più ogni anno.

La parte più consistente delle emissioni è dovuta al consumo di carne e uova, che contribuiscono per oltre la metà alla produzione di inquinamento: in media il 56% per i Paesi europei (ma alcuni arrivano anche al 64%). Al secondo posto ci sono latte e latticini, con il 27%. Fatte le somme, carne uova, latte e formaggi arrivano a essere responsabili di più dell’80% dell’inquinamento prodotto dalla nostra alimentazione. I cereali, invece, se si prendono in considerazione solo quelli consumati direttamente dall’uomo (e non quelli che diventano mangime per gli animali) incidono appena per il 4%. E infatti lo studio indica che i bulgari, che inquinano meno di tutti, hanno solo il 25% dei propri consumi alimentari legati a prodotti animali.

 

 

https://www.lastampa.it/2018/10/26/scienza/quanto-inquiniamo-per-nutrirci-khOrMdKCpljb5fTxLsAl9H/pagina.html

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L’economia circolare richiede di guardare avanti e non indietro nella gestione dei rifiuti


Gli incendi di alcuni stoccaggi di rifiuti in diverse parti del Paese e alcune difficoltà di gestione degli scarti in alcune filiere industriali hanno aperto un dibattito sulla gestione dei rifiuti in Italia nel quale sarebbe bene non perdere di vista alcuni dati di base. In Italia si ricicla ben il 65% dei rifiuti speciali e se ne smaltisce, in varie forme, circa il 22%; si ricicla, inoltre, il 46% dei rifiuti urbani, se ne incenerisce circa il 20% e si smaltisce in discarica circa il 25%. Per il riciclo dei rifiuti speciali siamo leader in Europa, per quello degli urbani siamo fra le prime posizioni e per il riciclo degli imballaggi siamo in testa. Grazie alla forte crescita delle raccolte differenziate e del riciclo, la situazione della gestione dei rifiuti in Italia, anche se non mancano problemi in alcun settori e in alcune aree del Paese, è di buon livello, in certe realtà e filiere è un’eccellenza europea, con una rete impiantistica che è ormai una importante realtà industriale, con oltre 6000 imprese con circa 110 mila addetti, che fatturano oltre 23 miliardi e generano un valore aggiunto di oltre 8 miliardi all’anno (Eurostat 2014 ). Lo dico perché, mentre si guarda l’albero che cade, non si dimentichi la foresta che invece cresce .

Gli incendi negli stoccaggi di rifiuti hanno diverse cause: alcuni sono, presumibilmente, accidentali o causati da condizioni di accumulo tecnicamente inadeguate, altri, probabilmente, sono prodotti da comportamenti delinquenziali che puntano a guadagnare, dopo aver incassato dal conferimento per il corretto avvio al riciclo o allo smaltimento, risparmiando i costi dell’effettivo riciclo o dell’inceneritore. Ma vi sono altre cause che determinano, o concorrono a determinare questi incendi? Vi sono strozzature nel ciclo di gestione dei rifiuti che possono alimentare riempimenti di centri di stoccaggio e ostacolare gli svuotamenti, creando condizioni di rischio e alimentando pericoli di incendi, accidentali, colposi o anche dolosi? E’ possibile. monnezza.png Ci sono i rischi che comporta la difficoltà del riciclo dopo la sentenza del Consiglio di Stato che ha decretato l’incompetenza delle Regioni ad autorizzare attività, caso per caso, di riciclo completo (End of waste) in tutta una serie di filiere importanti e del ritardo che si va accumulando nella soluzione di tale problema.

Le raccolte differenziate dei rifiuti urbani, inoltre, in questi ultimi anni sono cresciute notevolmente, questa forte crescita non ha generato solo vantaggi, ma anche problemi di gestione: col crescere delle quantità è peggiorata la qualità delle raccolte differenziate e sono aumentate le frazioni estranee e quindi gli scarti; la capacità degli impianti di selezione, di pretrattamento ed anche di riciclo non è distribuita omogeneamente ed è carente in diverse aree;per raggiungere obiettivi più impegnativi servono nuove tecnologie per riciclare rifiuti più difficili da riciclare che sono disponibili, ma poco utilizzate; crescendo il riciclo crescono anche i problemi di gestione dei rifiuti prodotti da attività di riciclo; aumentando gli obiettivi di riciclo occorre fare di più per rendere più facilmente riciclabili tutta una serie di rifiuti; aumentando notevolmente i materiali provenienti dal riciclo, sono necessari maggiori sbocchi di mercato. Tutti questi problemi di crescita – che sarà ulteriormente incrementata dalle nuove direttive sull’economia circolare – vanno affrontati puntualmente, con innovazioni tecnologiche e gestionali, con politiche e misure mirate e precise. Quello dei rifiuti è un sistema complesso che non deve essere gestito con scorciatoie semplificate, tipo quella che, per risolvere i problemi attuali, ripropone di puntare sull’incenerimento di massa. La transizione all’economia circolare è una strada nuova che conosciamo solo in parte, ma con una certezza: porta avanti e non indietro.

https://www.huffingtonpost.it/2018/10/26/l-economia-circolare-richiede-di-guardare-avanti-e-non-indietro-nella-gestione-dei-rifiuti_a_23572496/?utm_hp_ref=it-homepage

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Gli ospedali che tengono i pazienti in ostaggio.


ostaggi-ospedali.jpgAssociated Press ha raccontato  che ci sono decine di ospedali nel mondo che tengono in ostaggio i pazienti: anche se sono guariti e potrebbero dimetterli, gli ospedali non li fanno uscire finché loro o i loro parenti non pagano una sorta di riscatto. A volte il prezzo corrisponde alle tariffe da pagare per la loro permanenza in ospedale; altre volte è molto più alto e non ha niente a che fare con i servizi, spesso scarsi, offerti dalle strutture. In alcuni casi i pazienti vengono chiusi a chiave nelle loro stanze, in altri sono legati, in altri ancora ci sono guardie armate a presidiare certe aree degli ospedali.

Queste situazioni esistono in almeno 30 paesi del mondo, tra cui la Nigeria, il Congo, la Cina, la Thailandia, la Lituania, la Bulgaria e alcuni paesi di America Latina e Medio Oriente. Su venti ospedali analizzati a Lubumbashi, la seconda città del Congo, solo uno non praticava una sorta di riscatto per dimettere i pazienti. In Bolivia, invece, almeno 49 persone sono state «detenute in ospedali o cliniche» negli ultimi due anni. Uno degli ospedali in cui la situazione è più preoccupante è però il Kenyatta National Hospital, in Kenya:  ci sono  centinaia di corpi di persone morte che ospedali e obitori restituiscono alle famiglie solo a pagamento. Trattandosi spesso di pazienti poveri, i riscatti spesso non vengono pagati. Più che per i soldi del riscatto, molti ospedali usano questa pratica come deterrente: per dissuadere persone povere dall’andare in quell’ospedale.

 

 

 

 

https://www.ilpost.it/2018/10/25/ospedali-pazienti-ostaggio/

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Universalità dell’accesso al più importante bene comune


acqua00.jpgPromuovere il consumo dell’acqua del rubinetto, ridurre i veleni e ridurre gli imballaggi in plastica sono gli obiettivi della proposta di direttiva sull’Acqua potabile approvata martedì 23 ottobre dal Parlamento Europeo, dopo una lunga discussione che ha coinvolto tutti gli  operatori  europei. Tra i punti cardine della normativa quello dell’aggiornamento in modo più rigoroso dei parametri di qualità delle acque. La legislazione inasprisce infatti i tetti massimi per alcuni inquinanti come il piombo (da dimezzare), i batteri nocivi e introduce nuovi limiti per alcuni interferenti endocrini. Fra i nuovi parametri chimici c’è ad esempio l’uranio e il bisfenolo A, un composto organico usato per produrre plastiche e resine e sospettato da decenni di essere nocivo. Fra quelli microbiologici ci sono l’Escherichia coli, un batterio molto comune nelle feci umane. Si stima che i nuovi controlli, insieme ad altre iniziative previste dalla direttiva, potrebbero costare in tutto 6-7 miliardi di euro, quasi totalmente a carico degli operatori dell’acqua.

La direttiva introduce inoltre il monitoraggio dei livelli di microplastica, un problema rivelato di recente. Inoltre, tra i nuovi doveri a carico degli Stati membri c’è quello di garantire l’accesso universale all’acqua pulita e migliorare l’accesso all’acqua nelle città e nei luoghi pubblici, attraverso la creazione di fontane gratuite, laddove sia realizzabile dal punto di vista tecnico e proporzionato all’esigenza di tali misure.

Il Parlamento chiede inoltre che l’acqua del rubinetto sia fornita gratuitamente, o a basso costo, nei ristoranti, nelle mense e nei servizi di ristorazione.

In Italia, la direttiva è stata recepita con largo anticipo con l’introduzione del Water Safety Plan da parte di uno dei maggiori gestori del servizio idrico, Gruppo CAP.

La nuova direttiva è un passo importante perché pone una sfida a innalzare qualità e investimenti nel settore idrico e a migliorarne la sostenibilità, l’universalità e la partecipazione. Obiettivi che si possono cogliere solo rafforzando la filiera industriale che nei diversi Paesi gestisce il servizio idrico, migliorandone le performance e lavorando insieme a tutti gli operatori, in modo da promuovere l’uso dell’acqua del rubinetto, riducendo l’immissione di plastica nell’ambiente e per garantire in modo concreto l’universalità dell’accesso al più importante bene comune che abbiamo che è l’acqua.

 

https://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2018-10-25/direttiva-acqua-va-servita-basso-costo-ristoranti-175144.shtml?uuid=AEfg6FVG