Pubblicato in: CRONACA

Addio al ribelle Manolis Glezos, primo partigiano d’Europa


E’ morto all’età di 97 anni Manolis Glezos, leggenda della resistenza greca contro l’occupazione nazifascista e storico esponente della sinistra ellenica, entrato nella Storia per aver staccato la bandiera con la svastica dall’Acropoli di Atene nel 1941. Aveva sposato un’idea proveniente dalla storiografia marxista: la convinzione che, nei secoli e nei millenni, l’attitudine alla resistenza sia diventata parte integrante della cultura popolare greca: i greci come naturaliter partigiani.

leggenda greca

Prima del golpe dei colonnelli era stato presidente della Sinistra Democratica. Quando, nel 1968, il Partito Comunista si spaccò, lui creò in prigione un suo gruppo indipendente chiamato «Caos». Più tardi fu eletto deputato con i socialisti di Andreas Papandreou e nel nuovo secolo Syriza, fino alla rottura.

Si è sempre dichiarato europeista e da eurodeputato eletto con Syriza ha rivendicato con forza la «eredità greca» della cultura europea, che «non va regalata ai mercati e ai loro sacerdoti». Ma la sua permanenza a Strasburgo non è durata molto. L’eroe della resistenza, il primo partigiano d’Europa, il ribelle sempre giovane a 98 anni, aveva paura dell’aereo.

 

 

 

 

https://ilmanifesto.it/addio-al-ribelle-manolis-glezos-primo-partigiano-deuropa/

Pubblicato in: CRONACA

Coronavirus: In Italia come negli Usa,la situazione è al limite del collasso.


 

 

sacchi spazzatura 02

sacchi spazzatura 03

I medici di  uno dei centri più famosi di New York, hanno pubblicato sui social una foto in cui indossano sacchi della spazzatura al posto dei camici. E hanno lanciato un grido d’allarme: “Non abbiamo più camici in tutto l’ospedale”.

spazzatura

spazatura2

 

Pubblicato in: CRONACA

Welfare italiano


In questi giorni difficili per il nostro Paese, il plauso al servizio sanitario nazionale è unanime: nonostante le difficoltà  dovute ai continui tagli e alla mancanza di personale, lo sforzo di medici e infermieri per fronteggiare questa crisi è senza precedenti. Se a oggi riusciamo a rispondere a una simile emergenza sanitaria è perché qualcuno credeva che l’accesso alle cure dovesse essere libero e gratuito per tutti. E a farlo è stata una donna, Tina Anselmi.

Prima della nascita del Ssn, la sanità pubblica era molto eterogenea e frammentata. C’erano gli enti e le casse mutualistiche, come l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) o l’Inam (Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie), che funzionavano come le assicurazioni sanitarie ancora in vigore in alcuni Paesi, ad esempio negli Stati Uniti: chi aveva una mutua, pagata in parte con i contributi e in parte dal datore di lavoro, poteva usufruire di determinati servizi fino a un tetto massimo di spesa, mentre tutto quello che non rientrava doveva essere pagato di tasca propria. C’erano poi i medici condotti, la cui presenza però dipendeva dal singolo comune, e varie altre strutture di carità o a gestione pubblica, come i sanatori, che però trattavano solo certi tipi di malattie che richiedevano lunghe degenze, come ad esempio la tubercolosi polmonare.

Riconoscendo che lo Stato “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”, la Costituzione all’art. 32 pose la premessa per un sistema sanitario nazionale e gratuito. L’art 32 è la prima delle quattro tappe che portarono alla nascita del sistema sanitario per come lo conosciamo oggi. Le altre due sono l’istituzione del ministero della Salute nel 1958, coincidente con una grave epidemia di poliomelite, e la Legge Mariotti  del 1968, che sancisce la nascita dell’assistenza ospedaliera pubblica. Il principio di questa norma, ispirato dalla Costituzione, è che i neonati ospedali dovessero offrire cure a chiunque ne avesse bisogno, ma ancora mancava un vero e proprio sistema sanitario, ultima tappa del percorso.

Il Ssn viene istituito con la legge 833 del 23 dicembre del 1978, dopo molti compromessi e negoziazioni, guidate appunto da Tina Anselmi. La sua costituzione si accompagna a due importanti conquiste per il diritto alla salute: la chiusura dei manicomi con la legge Basaglia (che verrà poi accorpata alla 833) e la depenalizzazione dell’aborto, che coincide con l’istituzione dei consultori pubblici, che ancora oggi sono le strutture di riferimento per l’accesso alle cure riproduttive di ogni tipo. Nonostante la sua fede cattolica, Tina Anselmi non si è mai opposta al diritto all’aborto, ma anzi ha accompagnato la nascita della leggecon senso di responsabilità,   mettendo al centro la salute delle donne e il rispetto del processo democratico prima di ogni altra sua convinzione personale.

 

 

 

 

 

https://thevision.com/cultura/tina-anselmi-ssn/

Pubblicato in: CRONACA

24 MARZO 1944: L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE.


Settantacinque anni fa  i soldati della Germania nazista che occupavano Roma rastrellarono 335 italiani (civili, ebrei e militari) e li fucilarono in una cava presso l’antica via Ardeatina, appena fuori dalla capitale.

fossea

La strage del 24 marzo si compì come rappresaglia per un’azione partigiana. Il 23 marzo – il giorno prima del triste evento – una bomba partigiana piazzata in Via Rastella aveva ucciso 33 tedeschi appartenenti ai corpi di polizia del reparto “Bozen” (altri periranno nei giorni successivi). L’atto terroristico fu un duro colpo per i nazisti, che infatti reagirono con furia ceca, ordinando un’immediata vendetta: 10 italiani sarebbero dovuti morire per ogni tedesco ucciso.

Renato-Guttuso-Fosse-Ardeatine-1950-Collezione-Luciano-Lenti-Valenza-AL

La mattina del 24 marzo dunque, con la complicità delle autorità italiane (fasciste), le SS del colonnello Herbert Kappler caricarono sui furgoni 335 prigionieri – di cui 75 italiani di origine ebraica – e si diressero verso delle cave vicine alla Via Ardeatina. I cinque prigionieri in più rispetto al conto “dieci italiani per un tedesco” fu un tragico errore di conto. Qui i nazisti fucilarono tutti i presenti, cercando poi di nascondere il loro massacro facendo saltare in aria parte dell’entrata alle Fosse Ardeatine. Primi testimoni l’orrore nazista furono un gruppo di frati salesiani che, udito per tutto il giorno i rumori dell’esecuzione, s’intrufolarono di notte nella cava per vedere cosa fosse successo.

Ora nel luogo dell’eccidi sorge un monumento a imperitura memoria delle vittime innocenti che quel giorno persero la vita sotto i colpi di un nemico crudele e senza pietà.

 

 

 

 

24 marzo 1944: cos’è stato l’Eccidio delle Fosse Ardeatine?

Pubblicato in: CRONACA

Lezioni di storia: peste, influenza spagnola e vaiolo.


Il coronavirus che ci sta flagellando, l’ormai famigerato SARS-CoV-2 all’origine della pandemia, è solo un esempio (uno de tanti) nella lunga storia delle zoonosi (le malattie che passano dagli animali agli uomini). L’addomesticazione del cavallo permise di fare il salto di specie a quello che oggi è il virus responsabile del comune raffreddore; l’addomesticazione dei polli causò malattie come la varicella, il fuoco di Sant’Antonio e diversi ceppi di influenza aviaria; all’origine dell’influenza ci sono i maiali, mentre morbillo, vaiolo e tubercolosi vengono dai bovini. Quando un virus riesce a saltare da un animale a un umano (il “paziente zero”, il primo capace di infettare i suoi simili), e quella versione del virus a sua volta riesce a contagiare un secondo individuo, quelle due persone diventano i primi due vettori umani di trasmissione del virus.

Peste nera

Se il passato recente può insegnarci qualcosa, che si tratti di SARS, MERS o COVID-19, è che bisogna affrontare queste epidemie in modo proattivo, dando maggiore importanza alla prevenzione», afferma Peter Daszak, esperto in ecologia delle malattie.  Le società moderne trattano le pandemie come catastrofi, aspettando che si presentino e poi reagendo e sperando di trovare presto un vaccino. Questo, sostiene Daszak, è un approccio sbagliato.

Per quanto riguarda quello che ognuno di noi può fare per fronteggiare l’attuale epidemia, le misure migliori da adottare sono lavarsi spesso le mani e non toccarsi la faccia… Questo non è solo ciò che gli esperti di sanità pubblica raccomandano, ma quello che la storia insegna.  Durante la guerra di Crimea, Florence Nightingale  era convinta che il problema principale fosse costituito dall’alimentazione, dalla sporcizia e dalle fogne: portò al fronte cibo più sano (almeno per l’epoca) e ripulì cucine e reparti ospedalieri. La Nightingale ci ricorda, allora come ora, gli eroi sconosciuti, gli operatori sanitari in prima linea nel contenere la diffusione di un patogeno.

Gli altri eroi sono (oggi) quelli che ai primi sintomi si sono messi in quarantena volontaria: decidere di isolarsi, anche solo per prevenire la diffusione del patogeno, allevierà il peso che grava sulla sanità pubblica

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/lezioni-di-storia-peste-influenza-spagnola-vaiolo

Pubblicato in: CRONACA

Ignaz Semmelweis. Ci ha insegnato a lavare le mani


Ignaz Semmelweis è un medico ungherese, considerato il padre del protocollo clinico secondo cui i medici – per non infettare i pazienti – devono lavarsi accuratamente le mani.

Risultato immagini per lavarsi le mani nei quadri

Il 20 marzo del 1847, Ignaz Semmelweis venne nominato a capo della clinica di maternità dell’Ospedale Generale di Vienna, dove dedusse e dimostrò che una accurata pulizia e disinfezione delle mani poteva ridurre notevolmente i casi di trasmissione delle malattie tra i pazienti che in quegli anni funestavano il suo reparto di maternità. Tutto nacque proprio da una intuizione di Ignaz Semmelweis, che indagava su una malattia – la “febbre del parto” – che in tutta Europa imperversava in quegli anni e stava facendo innumerevoli vittime tra le puerpere. L’intuizione che Ignaz Semmelweis ebbe fu quella che il veicolo di trasmissione di questa febbre, che colpiva solo soggetti particolarmente sensibili e predisposti, fossero le mani dei medici che venivano prima impegnati per effettuare autopsie o altre operazioni. Fu così che prese la decisione di emanare la direttiva obbligatoria di lavarsi le mani tra una visita, o intervento, e l’altro. Sconfiggendo, ahimè in un primo momento solo nella sua clinica, dato lo scetticismo dei colleghi, questa malattia e anticipando di svariati anni quello che fu prassi igienica accettata universalmente nella “teoria dei germi della malattia”. Non solo l’ostetricia, quindi, ma tutta l’infettivologia ritiene che Ignaz Semmelweis sia di fatto il padre del controllo delle infezioni.

 

 

 

https://www.ilsussidiario.net/news/ignaz-semmelweis-chi-e-ci-ha-insegnato-a-lavare-le-mani-anche-se-non-lo-sapete/1999060/?fbclid=IwAR0MtW16LVJGJsJ-9qOO9PAe96mwNcEJnhjhHBUQv3NlLiE5p6nPz2u2RMY

Pubblicato in: CRONACA

Il 17 aprile 1975 inizia l’orrore Khmer rosso. Dai due ai tre milioni le vittime


rossik

La storia della tragedia cambogiana è strettamente legata a quella del vicino Vietnam e alla lunga guerra che vi si svolse. Il genocidio perpetrato a opera degli Khmer rossi dal 1975 al 1979, quando sparì circa un quarto, forse di più, della popolazione del Paese, è responsabilità diretta o indiretta, oltre che degli stessi Khmer, di CinaStati Uniti, e del comportamento ondivago e contraddittorio del “padre” della Cambogia Norodom Sihanuk, che di volta in volta osteggiò o appoggiò i vietnamiti del Nord, gli Stati Uniti, Pol Pot (il capo degli Khmer), la Cina, i Vietcong (i guerriglieri comunisti vietnamiti). La cosa che salta agli occhi e che desta preoccupazione, è che del genocidio negli anni immediatamente successivi non se ne parlò, i media internazionali e le diplomazie delle grandi potenze lo nascosero, come accadde per tutti i massacri e i pogrom comunisti nel XX secolo (Katyn, le purghe staliniane, le stragi delle minoranze e e dei dissidenti in Cina, etc.).

Fu un delirio collettivo che si impadronì del Paese asiatico, ma che era ben controllato dall’alto, qualcuno dice forse proprio da Pechino. Quello che è certo è che si trattò di un tentativo di “ingegneria sociale” per cambiare completamente l’essere umano e renderlo un automa pronto a servire la patria comunista. La prima azione degli Khmer, i nomi dei cui vertici rimasero incredibilmente ignoti alla popolazione, fu quella di fucilare tutta la vecchia guardia e i potenziali oppositori politici; in tre giorni tutta la popolazione delle città fu deportata nelle campagne, costretta a marciare per giorni  senza portare nessun avere con sé, comperi ammalati e anziani. In quella lunga marcia morirono di stenti migliaia di persone.

 

 

 

 

Il 17 aprile 1975 inizia l’orrore Khmer rosso. Dai due ai tre milioni le vittime

Pubblicato in: CRONACA

Caccia agli untori nei Promessi sposi. Capitolo XXXII


Il Ripamonti cita nella sua storia della peste due fatti che provano il crescente furore popolare contro i presunti untori, non perché tali episodi siano più gravi di altri ma solo perché lo scrittore secentesco vi aveva assistito di persona. Un giorno, nella chiesa di S. Antonio, un vecchio ottantenne prega in ginocchio per qualche tempo e poi, prima di mettersi a sedere, spolvera la panca col proprio mantello. Alcune donne gridano che il vecchio “unge” le panche e gli uomini presenti gli si gettano contro, prendendolo per i capelli e tempestandolo di calci e pugni, per poi trascinarlo fuori dalla chiesa e portarlo al palazzo di giustizia (è improbabile che l’uomo sia sopravvissuto). L’altro caso ha per protagonisti tre giovani francesi presenti a Milano, i quali sono visti mentre si accostano al Duomo e ne toccano le mura, probabilmente solo per curiosità o studio. La folla li riconosce come francesi dal vestiario e ciò è sufficiente a dar loro la taccia di untori: vengono circondanti, malmenati e trascinati al palazzo di giustizia, dove per loro fortuna vengono riconosciuti innocenti e liberati.

promessi sposi

 Il Ripamonti osserva nella sua storia della peste che la paura degli untori fa vivere tutti nel sospetto reciproco e si comincia a diffidare degli amici, dei parenti stretti, persino del proprio padre o figlio, persino del coniuge. Se al principio si credeva che gli untori agissero per denaro o dietro la promessa di onori, adesso si è convinti che essi siano spinti da una volontà diabolica, per incarico dello stesso demonio; i vaneggiamenti degli ammalati, che nel delirio accusano se stessi di aver fatto ciò che temevano facessero gli altri, i loro gesti inconsulti, tutto alimenta la certezza che gli untori esistano, non diversamente dai processi per stregoneria in cui, non di rado, gli accusati confessano crimini mai commessi in modo spontaneo e senza subire la tortura, semplicemente perché la superstizione li ha convinti che certi atti siano possibili a tutti, quindi anche a loro stessi.

Immagine

I magistrati, man mano che il contagio cresce e miete sempre più vittime, iniziano a usare le poche energie residue per dare la caccia agli untori e in alcuni casi si crede di averne individuato alcuni: tra i documenti del tempo della peste c’è una lettera inviata dal gran cancelliere Ferrer   al governatore, in cui lo informa di aver saputo che in una casa di campagna di due nobili fratelli milanesi si produce il mortale unguento e di voler prendere tutti i dovuti provvedimenti per assicurare gli autori del fatto alla giustizia (fortunatamente la cosa non sortisce poi alcun effetto). In altri casi, invece, si istruiscono dei processi a carico di presunti untori ed essi sono solo gli ultimi di una lunga serie di procedimenti simili, celebrati già nel XVI sec. in varie parti d’Italia e conclusisi per lo più con l’esecuzione degli accusati a mezzo di atroci supplizi. I processi che si sono svolti a Milano  sono tuttavia i più noti e anche quelli più facili da studiare data la presenza di documenti, come dimostra il trattato Osservazioni sulla tortura di cui è autore Pietro Verri: nonostante quell’opera tratti ampiamente il caso, sia pure al fine di argomentare contro la pratica criminale della tortura, Manzoni ritiene che ci sia materiale sufficiente per scrivere un nuovo trattato, che ovviamente non può trovare spazio nel romanzo e che sarà perciò pubblicato a parte, con l’estensione che merita. Per il momento il narratore intende tornare alle vicende dei protagonisti, col proposito di non abbandonarle più sino alla fine.

 

 

 

 

https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxxii.html

Pubblicato in: CRONACA

Che differenza c’è tra epidemia e pandemia?


Che differenza c’è tra focolaio, epidemia e pandemia? Le risposte sembrano scontate, ma spesso non lo sono. Per questo, mentre sui social si moltiplicano gli esperti improvvisati di coronavirus,  (Iss) pubblica sul portale un glossario con le parole chiave del Covid-19. Per insegnare a utilizzare le parole nel modo corretto.

 

pandemia-epidemia_0

Focolaio epidemico: si verifica quando una malattia infettiva provoca un aumento nel numero di casi rispetto a quanto atteso all’interno di una comunità o di una regione ben circoscritta.

Epidemia: è la manifestazione frequente e localizzata – ma limitata nel tempo – di una malattia infettiva, con una trasmissione diffusa del virus. Si verifica quando un soggetto ammalato contagia più di una persona e il numero dei casi di malattia aumenta rapidamente in breve tempo.

Pandemia: è la diffusione di una malattia in più continenti o comunque in vaste aree del mondo. E’ caratterizzata da una trasmissione alla maggior parte della popolazione.

Soggetto asintomatico: è una persona affetta da una malattia, ma che non presenta alcun sintomo apparente. Esiste un periodo chiamato “incubazione” in cui una malattia è già presente senza mostrare sintomi ma alcune malattie possono rimanere asintomatiche per sempre. Le persone con coronavirus sintomatiche sono la causa più frequente di diffusione del virus.

Quarantena: è un periodo di isolamento al quale vengono sottoposte persone che potrebbero portare con sé germi di malattie infettive. Per il coronavirus è stata fissata a 14 giorni, e si applica agli individui che abbiano avuto contatti stretti con casi confermati di COVID-19.

Contatto stretto: possono essere gli operatori sanitari o altre persone impiegate nell’assistenza di un caso sospetto o confermato; le persone che sono state faccia a faccia o nello stesso ambiente chiuso o che vivono nella stessa casa con un caso sospetto o confermato; così come quelle che vi hanno viaggiato in aereo nella stessa fila o nelle due file antecedenti o successive.

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/che-differenza-ce-tra-epidemia-e-pandemia_it_5e6914fcc5b68d61645ed2d7?utm_hp_ref=it-homepage

Pubblicato in: CRONACA

Quando l’Italia fu colpita dall’influenza di Hong Kong e morirono in migliaia.


influenza-hong-kong

Questa del Coronavirus non è la prima epidemia che l’Italia sta affrontando con conseguenze non solo sulla salute ma anche sull’economia. Era il 1968, infatti, quando l’influenza di Hong Kong prima si diffuse negli Stati Uniti e, poi, l’anno seguente nel resto del mondo.

Si trattò di un’influenza aviaria (o di tipo A), il primo caso conosciuto di epidemia dovuta al ceppo H3N2, e in totale provocò tra le 750mila e i 2 milioni di vittime in tutto il globo, di cui 34mila negli USA, in due anni di attività.

In Italia  l’eccesso di mortalità attribuibile alla polmonite e all’influenza associato con questa pandemia fu stimato di circa 20mila morti.

 

 

Quando l’Italia fu colpita dall’influenza di Hong Kong e morirono in migliaia (VIDEO)

Pubblicato in: CRONACA

Gli elmetti della Prima Guerra Mondiale.


Gli elmetti prodotti un secolo fa per i soldati della Prima Guerra Mondiale non erano meno efficaci di quelli moderni, nel proteggere il cranio dalle onde d’urto generate dalle esplosioni: è la conclusione di uno studio  che ha messo alla prova diversi caschetti usati durante la Grande Guerra per provare a migliorare quelli di oggi.

fanteria

Le esplosioni simulate sono state abbastanza intense da causare ipotetiche lesioni cerebrali, ma la presenza degli elmetti ha ridotto il rischio di traumi neurologici anche di 10 volte. Tutti i caschetti hanno fornito un certo grado di protezione, e quelli della Prima Guerra Mondiale non sono risultati da meno della moderna controparte. Ma se l’elmetto tedesco ed inglese della Grande Guerra hanno ottenuto performance analoghe al moderno casco americano, il quarto copricapo – un elmetto francese Adrian mod. 15 – è sembrato migliore di tutti gli altri nel proteggere dalle onde d’urto delle esplosioni: più efficace persino dei caschetti moderni. La ragione è probabilmente da cercare nella crestina molto pronunciata fissata sopra la calotta dell’elmetto, che devia l’onda d’urto tutt’intorno alla testa creando una sorta di scudo protettivo. Proprio questo dettaglio avrebbe fatto la differenza, visto che contro altri traumi, come contusioni, colpi di pistola e colpi di fucile, l’elmetto moderno risulta comunque più sicuro. Secondo gli autori dello studio, il design dell’elmetto centenario potrebbe essere sfruttato per migliorare i già efficaci caschi moderni, in una sorta di lezione appresa dalla storia.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/gli-elmetti-della-prima-guerra-mondiale

Pubblicato in: CRONACA

Evadere un vizio antico in Italia


evasionee

Già prima che l’Unità fosse compiuta, il Piemonte aveva avuto brutte gatte da pelare con le denunce dei liguri: Genova, di fronte al fisco, risultava tre volte più povera di Torino, mentre era vero piuttosto il contrario. Le denunce, che in Piemonte e in Savoia non si scostavano troppo dalla realtà, risultavano a Genova del tutto inverosimili. Genova, si sa, era mazziniana, e negare i soldi all’erario “piemontese” costituiva una virtù». Va da sé che per non pagare le tasse al Regno d’Italia ogni scusa era buona. E se i liguri rivendicavano di essere repubblicani, i romani e gli ex sudditi pontifici si appellavano alla loro fedeltà al Papa e al suo divieto, dopo la presa di Porta Pia, di collaborare coi piemontesi invasori.

I meridionali si dicevano devoti ai Borboni e la loro borghesia «viziata nel 1860 dai governanti garibaldini in cerca di popolarità (…) considerava un’offesa non già l’inasprimento, bensì la pura e semplice applicazione delle leggi tributarie». Quanto ai veneti, lacrimavano nel rimpianto della Serenissima: «Co San Marco governava se disnava e se senava / coi francesi bona zente se disnava solamente / co la casa de Lorena no se disna e no se sena…». E col regno di Sardegna? «Chi lo ga in tel (censura) se ’o tegna!» Ed ecco che, quasi 160 anni dopo l’Unità, ci ritroviamo inchiodati, in questi giorni, sempre lì. Con un problema in più da risolvere: l’elusione fiscale delle multinazionali dell’economia digitale.

 

 

 

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_10/passano-anni-6883fbb4-1b7f-11ea-9c4c-98ae20290393.shtml?fbclid=IwAR2j1U6TLs3uI0kMIczKtg9fmxZ3f67DgIUID9B47J2HV6e8Ln-uB2s3fZ0

Pubblicato in: CRONACA

Adriano Olivetti, 60 anni fa moriva l’imprenditore che aveva a cuore lavoratori e ambiente.


Il 27 febbraio del 1960, alla vigilia del carnevale, ci lasciava Adriano Olivetti, morto all’improvviso mentre viaggiava in treno da Milano in Svizzera.
Ivrea, città natale dell’ingegnere piemontese, quell’anno annullò la tradizionale battaglia delle arance. Adriano Olivetti era un industriale e un imprenditore: al momento della sua scomparsa, la storica fabbrica Olivetti dava lavoro a 36 mila persone, di cui 25mila in Italia.

Adriano-Olivetti

Olivetti era però anche un intellettuale e un visionario, capace di intraprendere strade mai percorse prima di lui. Le sue fabbriche erano caratterizzate da grandi vetrate, così che potesse entrare luce negli ambienti di lavoro e per consentire ai dipendenti di mantenere un rapporto con la natura e il territorio, senza sentirsi alienati dal lavoro.Per evitare che le persone spopolassero le campagne, allontanandosi dalla natura per trasferirsi a Ivrea a lavorare nelle sue fabbriche, Olivetti forniva prestiti agevolati ai propri dipendenti, perché questi potessero mantenere la loro attività agricola. Olivetti aveva voluto anche una biblioteca aziendale, che poteva essere frequentata dai dipendenti anche durante l’orario di lavoro. Nei locali adibiti a mensa, poi, erano abitualmente organizzati spettacoli teatrali per i lavoratori.

olivetti

Gli effetti delle idee della sua filosofia, sono ancora visibili oggi, a cominciare dall’orario di lavoro: l’Olivetti ridusse infatti l’orario di lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario nel 1956, anticipando di diversi anni quello che poi è stato raggiunto a livello nazionale con i contratti collettivi del lavoro. L’Olivetti fu inoltre la prima azienda italiana a riconoscere il congedo di maternità per 9 mesi e mezzo garantendo l’’80% della retribuzione, quando ancora la misura non era prevista dalla legge, e a costruire asili nido vicini alle fabbriche. Servizi sociali che Olivetti forniva prima dell’intervento pubblico, concepiti come un diritto dei lavoratori e non come concessione. Perché l’idea di Adriano Olivetti era quella di costruire un’azienda con una precisa funzione e con una responsabilità sociale, non solo orientata al profitto.

 

 

 

Adriano Olivetti, 60 anni fa moriva l’imprenditore che aveva a cuore lavoratori e ambiente

Pubblicato in: CRONACA

Nessuna corsa verso possibili soluzioni reali.


Il Coronavirus è, inevitabilmente, l’argomento sulla bocca di tutti in questi giorni. Una situazione che si sta cercando di gestire, ma che di fatto ci sta facendo sottovalutare altri problemi molto seri che, una volta conclusa l’emergenza virus, ci troveremo comunque a dover affrontare.

artico-buchi-permafrost

Smettiamo per un attimo di pensare al Coronavirus, ai contagiati, a chi si trova in quarantena, ai supermercati svuotati e alle tante conseguenze di questa emergenza che sta vivendo il nostro paese. Prima o poi, tutto questo finirà ma, nel frattempo, l’attenzione verso altri gravi questioni che riguardano il nostro pianeta e tutti noi è un po’ troppo calata.

antartide senza neve

Mentre cerchiamo di isolare questo nuovo virus, cosa accade (di altro) nel mondo? La crisi climatica e sociale che stiamo vivendo è la più grande sfida che abbiamo mai affrontato. La vita sulla Terra è a rischio. Ma tutto questo non fa rumore. Il Coranavirus ci spaventa perché si amplificata in men che non si dica la percezione del rischio.

Deforestazione Amazzonia

Per queste drammatiche situazioni, però, di cui siamo in gran parte a conoscenza da tempo, dalla guerra in Siria allo scioglimento dei ghiacci, dall’invasione di cavallette alla deforestazione selvaggia, non c’è (e non c’è stata) nessuna corsa verso possibili soluzioni reali.

Ma solo negazione, indifferenza. O, peggio, rassegnazione.

 

 

 

 

Talmente presi dal Coronavirus, non ci stiamo preoccupando di queste terribili notizie (per noi e per il Pianeta)

Pubblicato in: CRONACA

È morta Kiki Dimoula, la più grande poetessa greca contemporanea


poetessa

La scrittrice Kiki Dimoula, considerata la maggiore poetessa greca contemporanea, è morta sabato sera in un ospedale di Atene all’età di 89 anni, dopo un ricovero di una ventina di giorni, per una grave infezione respiratoria. La memoria e la nostalgia sono i due grandi assi intorno ai quali ruota il suo mondo poetico, in cui l’inesorabile trascorrere del tempo diventa la misura del vuoto che circonda l’esistenza degli uomini. Nata ad Atene nel 1931, Dimoula ha lavorato per tutta la vita professionale come impiegata alla Banca Nazionale Greca. Il suo esordio nelle lettere risale al 1952 con la collezione «Poesie» e da allora ha pubblicato una decina di raccolte di versi, tra le quali «Buio» (1956), «In contumacia» (1958), «Sulle orme» (1963), «Il poco del mondo» (1971), «Il mio ultimo corpo» (1981), «Addio mai» (1988, Premio nazionale di poesia greca) e «Per un attimo insieme» (1998). Con la raccolta «L’adolescenza dell’oblio» (1994, pubblicata in italiano da Crocetti nel 2007) ha vinto il Premio dell’Accademia di Atene. L’antologia percorre l’arco della produzione poetica di Dimoula che sin dall’esordio letterario nell’ambito della poesia greca ha imposto uno stile personale, fatto di ellissi, di assenze, di oggetti del quotidiano, di situazioni “crepuscolari” che lasciano una sensazione di amaro, di incompiuto, di qualcosa che si è perso nei meandri della memoria.

 

 

 

https://www.ilgazzettino.it/cultura/poetessa_greca_kiki_dimoula_morta-5071726.html

Kiki Dimoulà: «La pietra perifrastica»

Pubblicato in: CRONACA

Edgar Allan Poe e quel precedente letterario che richiama il coronavirus


Una terribile pestilenza, la Morte Rossa, sta devastando una contrada e il  principe Prospero, uomo di animo felice e temerario, si rende conto che le sue terre sono spopolate (molti sono morti a causa della pestilenza, oppure sono semplicemente fuggiti per evitare il contagio). L’uomo allora decide di ritirarsi insieme ad un migliaio di amici e cortigiani nel suo palazzo, così da evitare di contrarre il morbo. All’interno dell’edificio gli occupanti trascorrono gioiosamente le giornate, con danze  e giullari, e dopo cinque mesi di isolamento il principe decide di indire un ballo in maschera.  Vengono quindi allestite sette stanze, ciascuna di un colore diverso., l’ultima è nera. I partecipanti si concentrano nelle prime sei ed evitano l’ultima, perché troppo cupa.

mascheramorte

Durante lo svolgimento della festa compare tra gli invitati una figura misteriosa, la quale indossa un sudario macchiato di sangue e una maschera che raffigura il volto di un cadavere.   La figura attraversa tutte e sette le stanze tra lo sconcerto dei presenti, che si fanno da parte per evitare di toccarla. Quando ha concluso la sua camminata, Prospero, ripresosi e oltraggiato da quello che crede un orribile scherzo, corre incontro al nuovo venuto con l’intenzione di ucciderlo, ma poco prima di raggiungerlo cade a terra senza  vita.  Solo allora gli astanti riescono a togliere il costume al misterioso ospite, ma si accorgono che sotto di esso non c’è niente: è la Morte Rossa, riuscita a entrare nel palazzo. Gli occupanti cadono morti uno dopo l’altro, e la Morte Rossa stabilisce il suo regno sull’intera contrada e sull’edificio, ormai buio e desolato.

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/La_maschera_della_morte_rossa_(racconto)

https://www.lastampa.it/topnews/tempi-moderni/2020/02/24/news/edgar-allan-poe-e-quel-precedente-letterario-che-richiama-il-coronavirus-1.38512480