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Addio all’antica città millenaria di Hasankeyf in Turchia, colpa di una maxi diga.


Hasankeyf, nel sud-est della Turchia, ha iniziato ufficialmente a sparire dalla faccia della terra. Sta svanendo, infatti, sotto il peso di una nuova gigantesca diga idroelettrica sul fiume Tigri una delle città più antiche della Turchia: è quasi una settimana che è iniziato l’invaso del sito archeologico per creare una centrale idroelettrica da 10 miliardi di metri cubi di acqua.Ciò vuol dire 199 i villaggi sommersi sul Tigri e 6mila curdi obbligati a lasciare le case.

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Sin dall’inizio, la diga di Ilisu e il progetto della centrale idroelettrica sono stati molto controversi, sia sulle rive del Tigri nella regione del Kurdistan turco, che in tutto il bacino, fino alle paludi della Mesopotamia nel sud dell’Iraq. Ma il governo turco ha portato comunque avanti il suo programma, incurante dei gravi effetti sociali, culturali ed ecologici e delle continue lotte a livello locale. Nulla da fare, infatti: la Valle del Tigri, dove si trova il sito archeologico di Hasankeyf e altri quasi 200 villaggi, sarà sommersa nel bacino da 10 miliardi di metri cubi di acqua della Diga Ilisu.

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Il guaio del progetto Ilisu è anche questo: il grande intervento inonderebbe fino a 400 km di prezioso habitat fluviale, che ospita molte specie, come la tartaruga dal guscio morbido dell’Eufrate già in via di estinzione. I tratti del fiume Tigri sono ecologicamente ancora molto preziosi e molto importanti per l’intera ecologia della regione. Ad esempio, la sola Hasankeyf ospita almeno 123 uccelli. Il clima regionale, inoltre, cambierebbe anche perché, per i pochi studi svolti, si prevede che la qualità dell’acqua del giacimento sarà estremamente bassa, portando a massicci stermini di pesce e minacciando la salute delle persone. Più a valle, il flusso d’acqua ridotto avrà un effetto negativo sulle paludi mesopotamiche in Iraq – la più grande area umida del Medio Oriente e sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO.

diga02.jpgInfine, in zone già provate da conflitti interni, il governo turco prenderà ancora più il controllo totale delle risorse idriche e sarà in grado di ridurre alla sete per ragioni geo-politiche parte dell’Iraq.

 

 

 

 

Addio all’antica città millenaria di Hasankeyf in Turchia, colpa di una maxi diga

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L’ECONOMIA CHE CI CONSUMA E CI SOTTRAE TEMPO


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L’idea della prosperità al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un’idea per pazzi o per rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita.  Ci sono enormi risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l’espressione ‘commercializzazione della moralità’.

Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari e spesso ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi.  Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l’ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in servizio.L’obiettivo diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all’amore, non ci sono limiti all’affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo è il motore del consumismo odierno, questo l’impulso che ci spinge a fare sempre di più, a produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione.

 

Zygmunt Bauman,  Trento 2011

 

L’ECONOMIA CHE CI CONSUMA E CI SOTTRAE TEMPO

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Giornata mondiale per combattere la desertificazione e la siccità.


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Ogni anno il 17 giugno si celebra la Giornata Mondiale per la lotta contro la desertificazione, istituita nel 1995 (Risoluzione dell´Assemblea Generale delle Nazioni Unite A/RES/49/1995) per sensibilizzare l´opinione pubblica in materia di cooperazione internazionale per combattere la desertificazione e gli effetti della siccità .La desertificazione spesso deriva dalla siccità  e dalla carenza di acqua, ma le cause più significative sono rappresentate dalle attività  umane: le coltivazioni intensive che esauriscono il suolo; la gestione scorretta delle risorse idriche; il sovrapascolamento del bestiame che elimina la vegetazione; l’abbattimento degli alberi, che trattengono il manto superficiale del terreno.
Le conseguenze della degradazione del suolo si riflettono sia sull’ecosistema che direttamente sulle condizioni di vita umana, per esempio accrescendo l’incidenza di povertà , carestie, esodi migratori, tensioni politiche, economiche e sociali. La desertificazione è una minaccia per le terre aride e semi-aride delle aree più povere del pianeta, che sono anche le più vulnerabili ai cambiamenti climatici; ma sono più di 110 i paesi potenzialmente a rischio di desertificazione. Anche l´Italia è stata inclusa nei paesi potenzialmente soggetti a fenomeni di desertificazione, tanto che il tema è pienamente trattato nella Strategia nazionale di adattamento al cambiamento climatico in via di completamento.

 

 

Giornata mondiale per combattere la desertificazione e la siccità

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Amiamo la musica. Per questo siamo umani.


Esperimento sul cervello: l’ascolto di una melodia attiva la corteccia uditiva nell’uomo. Nulla di simile avviene nei macachi. Forse è per questo, suggerisce uno studio su Nature, che linguaggio e musica si sono evoluti con noi. E ci hanno reso una specie unica

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La questione ruota attorno al concetto di intonazione o melodia. Le parole sussurrate non ne hanno per nulla. Una canzone si situa all’estremo opposto. In mezzo c’è il nostro normale modo di parlare, che può essere più o meno intonato a seconda delle circostanze. Anche i macachi ai loro richiami possono aggiungere piccole dosi di musicalità. Ma questo avviene probabilmente per caso, non perché risultino più graditi. Quando si va a osservare la reazione del cervello con la risonanza magnetica, infatti, le scimmie dimostrano di non fare differenza fra suoni sgraziati o melodiosi. Semmai, hanno una leggera preferenza per i richiami privi di intonazione. Nell’uomo, al contrario, più il suono si avvicina alla musica, più attiva in modo esteso la corteccia uditiva, che si trova all’altezza delle tempie. “Questo suggerisce che l’apprezzamento per la melodia ha forse modellato la struttura del cervello umano” spiega Conway.

Uomini e macachi, nel cammino dell’evoluzione, si sono salutati circa 25 milioni di anni fa. Il primo strumento musicale mai ritrovato dagli archeologi è un flauto d’osso di 35mila anni. La prima domanda che si fecero i suoi scopritori è perché mai un primitivo che viveva in una grotta al freddo e al buio sentisse il bisogno di suonare. La risposta ce la danno oggi i macachi che non amano Mozart. Forse musica e parola, insieme, fanno parte da sempre del nostro modo di essere umani.

 

 

https://www.repubblica.it/scienze/2019/06/10/news/amiamo_la_musica_per_questo_siamo_umani-228470247/?ref=RHPPBT-VT-I0-C4-P22-S1.4-T1

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16 GIUGNO: GIORNATA MONDIALE DELLE TARTARUGHE MARINE.


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Nel nostro paese muoiono ogni anno più di 10.000 tartarughe marine della specie Caretta Caretta. A causarne la morte è la cattura accidentale da parte dei pescatori. A fronte di 50.000 tartarughe pescate o intrappolate nelle reti, 1 su 5 non ce la fa.
La buona notizia è che il numero di tartarughe marine catturate e uccise in modo accidentale è calato negli anni; infatti, esistono misure di sicurezza efficaci per evitare che i pescatori intrappolino le tartarughe.
In particolare, tra il 2013 e il 2018 in Italia è stato attivato il progetto Tartalife, con l’obiettivo di ridurre la mortalità della tartaruga marina nelle attività di pesca professionale.
La cattura accidentale delle tartarughe si può evitare adottando alcuni accorgimenti. In particolare:

  • utilizzando ami da pesca circolari, che non vengono ingoiati dalle tartarughe e limitano la maggior parte dei danni;
  • dotando le reti da pesca di TED (Turtle Excluder Device), speciali griglie che bloccano le tartarughe prima che possano rimanere impigliate nelle reti;
  • utilizzando delle luci UV come deterrente per allontanare le tartarughe dai dispositivi da pesca.

Grazie a questi accorgimenti, è possibile ridurre il numero di tartarughe catturate e uccise fino al 100%! Il progetto Tartalife ha sensibilizzato i pescatori professionisti sull’importanza di utilizzare strumenti capaci di evitare le catture accidentali, con buoni risultati. Le attrezzature da pesca sono la principale causa di morte per le tartarughe; tuttavia, anche i rifiuti plastici gettati in mare sono pericolosi: se vengono ingeriti, infatti, possono causare il soffocamento o l’occlusione intestinale delle tartarughe.
Anche noi possiamo aiutare le tartarughe, comportandoci in modo civile durante le vacanze marine e evitando di abbandonare rifiuti in spiaggia e in acqua!

 

 

16 GIUGNO: GIORNATA MONDIALE DELLE TARTARUGHE MARINE

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Il magico “Teatro” del pastore Lorenzo


Quando alcuni studenti di architettura, anni fa, parlarono con i loro professori del Teatro di Andromeda gli edotti risposero che non andava preso a modello perché dal punto di vista architettonico non rispettava molti criteri.
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Lorenzo Reina è un pastore anche se avrebbe voluto essere uno scultore: conosce bene la storia, la filosofia, l’arte, l’astronomia e soprattutto le leggi della natura, ma è un autodidatta perché i suoi studi si fermano alla terza media.

Trent’anni fa quando era in giro per portare al pascolo il suo gregge di pecore nel suo appezzamento di terra e arrivò in questo belvedere naturale, una terrazza sospesa tra il cielo e la terra, e vide le sue pecore disposte in modo sparso ma tutte rapite dalla bellezza della visuale, un momento ascetico di comunione assoluta con la natura e, perché no, anche con Dio.

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Quel giorno si immagino un teatro dedicato alla costellazione di Andromeda proprio in quel punto che regala tramonti, notti stellate e panorami incredibili.Al teatro arrivano turisti da tutto il mondo, anche siciliani migrati all’estero, alcuni per assistere alle rappresentazioni o alle serate in programma al teatro.

 

 

http://www.famedisud.it/teatro-andromeda-il-capolavoro-visionario-del-pastore-scultore-lorenzo-reina/

 

https://www.balarm.it/news/da-tutto-il-mondo-in-sicilia-per-vederlo-il-magico-teatro-di-andromeda-del-pastore-lorenzo-21329

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Oggi Anna Frank avrebbe compiuto 90 anni.


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Nasce a Francoforte sul Meno Anna Frank. La sua famiglia, ebrea, si trasferisce in Olanda per sfuggire alle persecuzioni antisemitiche ordinate da Hitler. Dal luglio 1942, per oltre 2 anni, i Frank si nascondono in un appartamento segreto, posto sopra i locali dell’ufficio del padre. Il 4 agosto 1944 vengono scoperti dalla Gestapo e deportati. Anna muore nel marzo ’45, nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Nel 1942, per il suo tredicesimo compleanno, Anna riceve in regalo un diario. Il diario diventerà per lei “Kitty”, l’amica che non ha, alla quale inizia a confidare i suoi pensieri e le sue emozioni. «12 giugno 1942 Spero di poterti confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che mi sarai di grande sostegno. […] Venerdi 12 giugno ero sveglia alle sei, ovvio, era il mio compleanno. Ma alle sei non mi potevo alzare, così aspettai fino alle sette meno un quarto. Quando non riuscii più a trattenermi dalla curiosità andai in tinello dove Moortje, la gatta, mi salutò strusciandomi la testa contro i piedi. Poco dopo le sette andai da papà e mamma e poi in salotto per aprire i pacchetti: tu eri il primo, sicuramente uno dei più belli».

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/2019/06/12/cultura/oggi-anni-fa-nasceva-anna-frank-il-suo-diario-diventato-immortale-psJEL3M3bvK9aIlIlNe0lI/pagina.html

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Nel mondo 152 milioni di minori, 1 su 10, vittime di sfruttamento lavorativo.


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Se vivessero tutti in unico Paese, costituirebbero il nono Stato più popoloso al mondo, più del doppio dell’Italia, più grande anche della Russia: sono i 152 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni, 1 su 10 al mondo, vittime di sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà – 73 milioni – costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mettono a grave rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico.

Sessantaquattro milioni di bambine e 88 milioni di bambini che si vedono sottrarre l’infanzia alla quale hanno diritto, allontanati dalla scuola e dallo studio, privati della protezione di cui hanno bisogno e dell’opportunità di costruirsi il futuro che sognano. In più di 7 su 10 vengono impiegati in agricoltura, mentre il restante 29% lavora nel settore dei servizi (17%) o nell’industriaminiere comprese (12%)Anche in Italia c’è ancora molto da fare per mettere fine allo sfruttamento lavorativo di cui sono vittime bambini e adolescenti, a partire dalla necessità di istituire una raccolta dati, sistematica e puntuale, che permetta di avere un quadro preciso del fenomeno. È inoltre fondamentale e urgente che le istituzioni rafforzino l’impegno per contrastare la povertà minorile e la dispersione scolastica, fenomeni entrambi strettamente collegati al lavoro minorile, e da questo punto di vista il livello di dispersione scolastica che dopo molti anni è ritornato a crescere non può che rappresentare un preoccupante campanello d’allarme. Complessivamente negli ultimi vent’anni sono stati tuttavia compiuti significativi passi avanti per contrastare il fenomeno. Nel 2000, infatti, il lavoro minorile coinvolgeva 246 milioni di bambine e bambini, 94 milioni in più rispetto alla situazione attuale. Progressi che hanno riguardato in particolar modo i minori tra i 12 e i 17 anni, con un tasso calato del 42% rispetto al 2000, mentre si è ridotto in misura minore il numero di minori tra i 5 e gli 11 anni (passati da 110 milioni nel 2000 ai 73 milioni di oggi).

 

 

 

https://www.savethechildren.it/press/giornata-mondiale-contro-il-lavoro-minorile-nel-mondo-152-milioni-di-minori-1-su-10-vittime-di

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I diari raccontano: quando eravamo noi i migranti.


Nasce ‘Italiani all’estero, i diari raccontano’. Un sito per navigare, anche attraverso una mappa, storie piccole e dimenticate di discriminazioni, dolore, coraggio e forza di ripartire. +immigrato.jpg

Ci sono i transatlantici entrati nella storia della navigazione e le banchine di porti che oggi vedono solo container. C’è il coraggio di partire e c’è la voglia di raccontare come, alla fine, si è riusciti a farcela, a garantire un futuro a sé stessi e ai propri figli. C’è sofferenza e disperazione, ma anche speranza e spregiudicatezza. Ci sono generosità ed egoismo, amore e violenza.
Sono mille storie di italiani che al di là dei confini della penisola hanno cercato un po’ di quel benessere che in patria non trovavano. O che hanno soddisfatto il loro desidero di aiutare il prossimo, di vivere un’avventura, di arricchire il proprio bagaglio di esperienze.
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Mille storie che da  lunedì 10 giugno, sono a disposizione di tutti su un sito dal titolo semplice e diretto: “Italiani all’estero. I diari raccontano”. Si tratta di un sito nato dalla collaborazione tra un ministero e un luogo dove da decenni si conservano i diari, le memorie e le lettere che, a oggi, novemila italiani hanno deciso di non tenere per sé ma di mettere a disposizione di chi voglia conoscere, attraverso i percorsi individuali, pezzi di storia del nostro paese.Lasciarsi trasportare dai pallini verdi della mappa dei “Diari raccontano” porta anche ai giorni e ai luoghi segnati nel calendario della storia. A piazza Tienanmen il giorno della rivolta contro il regime. In Kuwait nei giorni dell’invasione irachena. A Bruxelles quando i tedeschi la invadono nel 1914. In Francia il 10 giugno del 1940 quando gli italiani che lavoravano là da amici diventano, in un minuto, i “nemici”. In Vietnam con la divisa della Legione straniera. Ma anche più indietro nel tempo. Tutto da leggere il racconto di un garibaldino nato a Vicenza che si imbarca per gli Stati Uniti e combatte la guerra di secessione americana in un reggimento di cavalleria.

La storia di emigrazione più antica è quella di Angelo Rebay, nato sulla riva del lago di Como nel 1788. Di lui non ci sono fotografie ma un ritratto fatto da una nuora. Per 11 anni, dal 1800 al 1811 cercò fortuna in Germania insieme a suo fratello per poi tornare a vivere nel suo paese, Pognana Lario.

 

 

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/06/10/news/quando_eravamo_noi_i_migranti_mille_storie_italiane_in_un_archivio_da_rileggere_e_rivivere-228414676/?ref=RHPPBT-BH-I228423779-C4-P11-S1.4-T1

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L’EMPATIA E’ UNA MATERIA SCOLASTICA.


L’empatia si può insegnare? In Danimarca ci provano: dal 1993 hanno introdotto un’ora obbligatoria da dedicare all’empatia, a scuola. L’empatia non si insegna attraverso gli abbracci, ma imparando ad ascoltare gli altri e a discutere dei problemi. Nelle scuole danesi, appunto, si dedica un’ora settimanale a raccontare le problematicità dei propri vissuti e a ragionare insieme. In quest’azione c’è più dell’empatia: c’è l’abitudine, sin da bambini, a trattare i problemi in modo collettivo e non individuale.

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L’ora di empatia danese: insegna ai bambini che i problemi si affrontano insieme, che il “Noi” è infinitamente più forte dell’Io. Si insegna che la felicità (per riprendere un concetto caro allo psichiatra Vittorino Andreoli) non è nulla se paragonata alla gioia collettiva, alla gioia di vivere. Ma serve davvero un’ora ogni settimana per insegnare il valore di essere comunità? Non ne siamo certi.

Certo è, invece, che ciascuno di noi può portare questo concetto di empatia e comunità nella sua vita: non occorrono programmi ministeriali, decreti o riforme: ciascun insegnante può trasformare la sua classe in una comunità viva e collaborativa (se già non lo fa: ricorda sempre che la nostra scuola, pur con le sue problematicità, è molto migliore di come viene descritta dai media) e ciascun genitore può creare.

 

 

 

 

 

IN DANIMARCA L’EMPATIA E’ UNA MATERIA SCOLASTICA

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Flat tax modello Putin


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In Russia, dal 2001 è in vigore un regime fiscale per le persone fisiche basato su un’unica aliquota al 13% (24% per le imprese), tra le più basse al mondo. Un Paese dove il 52% delle famiglie riesce a malapena a sfamarsi e a vestirsi e il 3% più ricco della popolazione possiede l’89% delle risorse finanziarie (depositi bancari, obbligazioni, azioni), con una crescita media annua piuttosto modesta (poco sopra l’1% nel 2017 e nel 2018, dopo la dura recessione del biennio precedente). Miracolo della flat tax. L’abisso verso cui vorrebbero condurci i reaganiani con trent’anni di ritardo di casa nostra. In Italia. Le recenti stime dell’Istat sulla crescita (+0,1% nel primo trimestre, -0,1% rispetto al primo trimestre del 2018) e l’inflazione (a maggio +0,1% su base mensile e 0,9% su base annua) dicono una cosa molto semplice: quella italiana è una crisi di domanda. Pesano disoccupazione e sottoccupazione, bassi salari, la forbice tra nord e sud che si è ulteriormente allargata in questi anni. Un classico scenario keynesiano.

Se ne esce con politiche fiscali maggiormente espansive che, nelle condizioni generali date, non possono che essere finanziate attraverso un travaso di risorse da chi ha di più, molto di più, a chi ha di meno e molto di meno. Ridurre le disuguaglianze per rilanciare l’economia, facendo bene anche ai conti pubblici, insomma. Esattamente il contrario di ciò che vorrebbe propinarci questo governo.

 

 

 

 

 

https://ilmanifesto.it/flat-tax-un-amo-elettorale-della-lega-modello-putin/?fbclid=IwAR3WGsMYL3WQ4-UoEHkSUyIAQAuFqp807qC2p4mrR4JGGc7KeRVCLlfqOwQ

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L’importanza di salvare la Laguna


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Le mega navi non sono pericolose «solo» per le emissioni nell’aria (pari a migliaia di auto ognuna), i rumori, il guasto «estetico», eccetera, e per il rischio di incidenti come quello di domenica. Il loro impatto strutturale, radicale, va ben oltre: riguarda il moto ondoso profondo, le masse d’acqua che spingono ai lati e che vanno a confliggere con le basi stesse della città e a modificare la morfologia dei fondali. E riguarda anche, nel caso di nuovi percorsi d’accesso, la necessità di approfondire i canali. Già bocciata l’ipotesi insensata di scavare (quasi) ex novo una via d’acqua per collegare il canale Malamocco – Marghera (il famigerato «canale dei petroli») con la Stazione Marittima, l’eventualità di nuovi scali si ripropone con l’ipotesi di spostare parte delle navi, le maggiori, a Porto Marghera (scavando, oltre a quello dei «petroli», il vecchio canale Vittorio Emanuele per portare navi un po’ minori alla Marittima odierna e i canali di evoluzione per quelle destinate a Marghera). E’ un’idea di Comune e Regione, fatta propria nel 2017 dal Comitatone interministeriale, ma, a quanto pare, osteggiata dall’attuale ministro alle infrastrutture Toninelli.

E’, in effetti, un’ipotesi insidiosa per più motivi. Ci si immagini, intanto, un incidente come quello di domenica, con un transatlantico fuori controllo nei canali industriali, tra petroliere, navi commerciali, portacontainer, con rive affollate di lavoratori e mezzi, a ridosso di impianti e depositi di sostanze infiammabili, pericolose, e con migliaia di passeggeri a bordo. Oltre tutto, l’estensione della monocultura turistica alla zona industriale significherebbe procedere ulteriormente in quella direzione stravolgente, sottraendo spazi all’industria e al terziario moderno, e infatti è una proposta contestata dai sindacati. Ma la questione di fondo è, infine, quella dello scavo dei canali, cioè dell’acuirsi del dissesto idrogeologico, che già le manomissioni dell’ultimo secolo hanno portato a un punto critico e che il surriscaldamento del clima esaspera ancora, con l’aumento del livello medio del mare. Per capire a quale drammatica soglia critica si sia giunti si veda l’ultimo lavoro del prof. Luigi D’Alpaos, uno dei maggiori conoscitori della laguna e fra le massime autorità in ingegneria idraulica, «S.O.S. Laguna», per le benemerite edizioni Mare di Carta. Si capirà perché la sola vera soluzione per le grandi navi sta, appunto, fuori del «contesto lagunare». I progetti non mancano, deve però scendere in campo, anzi in acqua, la volontà politica.

 

 

 

https://ilmanifesto.it/limportanza-di-salvare-la-laguna/?fbclid=IwAR0zDFuSFAXJ9Fqcb_On5iTHFi6G0DOiJnmyJzKPXeAXNJOUlurodoaQ6Hk

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Lo sbarco in Normandia 75 anni fa.


Il destino non si decide mai in ventiquattr’ore, ma se non ci fosse stato il D-day la nostra vita sarebbe stata sicuramente molto diversa. Il 6 giugno del 1944, esattamente 75 anni fa, gli alleati sbarcarono infatti in Normandia, dando inizio alla liberazione dell’Europa dall’occupazione nazifascista durante la Seconda guerra mondiale.

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L’evento è passato alla storia come D-Day perché nel gergo militare inglese questo termine indica l’inizio di una missione. Molti lo conoscono anche come “il giorno più lungo” perché così lo ribattezzò Erwin Rommel, il generale nazista a capo delle forze tedesche, in un discorso con un suo sottoposto.Non si capì subito che quell’operazione avrebbe cambiato il corso degli eventi. Quel giorno migliaia di persone nelle truppe alleate rimasero ferite, 4..400  vennero uccise. Le perdite erano state ingenti soprattutto nella spiaggia di Utah e gli Alleati non riuscirono a raggiungere tutti gli obiettivi che si erano preposti. La notizia fu però diffusa alla radio come una grande vittoria e galvanizzò la Resistenza, dando nuovo slancio anche ai partigiani.

 

 

 

Cos’è stato lo sbarco in Normandia 75 anni fa (e perché si chiama D-day)

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Un malloppo di geni che potrebbe spiegare l’unicità dei sapiens.


Un gruppo di geni che si pensava ricoprisse funzioni simili anche in specie animali molto distanti sembra avere invece caratteristiche uniche nella nostra specie, e potrebbe racchiudere il segreto del nostro successo evolutivo. I geni in questione codificano per proteine chiamate fattori di trascrizione, che a seconda della loro struttura si legano a regioni diverse del DNA e lì regolano l’attività genetica, attivando o disattivando l’espressione dei geni. Alcune sottoclassi di fattori di trascrizione hanno funzioni molto più differenziate di quanto si credesse. Anche se simili, si legano a sequenze di DNA diverse, e regolano geni diversi: una caratteristica importante per determinare la differenziazione tra specie.

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La maggior parte delle differenze nei fattori di trascrizione umani è stata trovata nelle dita di zinco, sequenze proteiche che si “avvolgono” attorno al DNA: poiché gli organismi con una più vasta gamma di fattori di trascrizione hanno anche una maggiore diversità cellulare, è possibile che queste peculiarità siano alla base, per esempio,delle caratteristiche uniche del nostro cervello, del dismorfismo sessuale o della ricchezza del sistema immunitario umano.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/un-malloppo-di-geni-che-potrebbe-spiegare-unicita-sapiens

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Il segreto della Felicità è la Gentilezza: e ne bastano 12 minuti ogni giorno


Sembra infatti che compiere gesti amorevoli e avere pensieri gentili verso il prossimo per almeno 12 minuti al giorno, possa renderci più felici e contribuisca a far diminuire l’ansia.

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I risultati della ricerca appena pubblicata arrivano da un team di ricercatori della Iowa State University, ed i risultati sono appena stati pubblicati sul Journal of Happiness Studies.

La personalità non ha influenzato particolarmente i risultati,  dimostrando che la pratica della gentilezza è valida e mostra risultati in tutti i tipi di personalità, perché avere pensieri gentili nei confronti degli altri ha ridotto l’ansia e aumentato la felicità e l’empatia in tutti i partecipanti al di là delle loro caratteristiche di personalità

Il rimedio per quando si è di cattivo umore è di non concentrarsi sui noi stessi ma donare qualcosa agli altri, anche solo attraverso gentilezza e cordialità, e bastano poco più di 10 minuti al giorno. Un rimedio semplice che non richiede molto tempo”

 

Il segreto della Felicità è la Gentilezza: e ne bastano 12 minuti ogni giorno

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Anziana restaura murale a Orgosolo.


Anziana di Orgosolo che restaura i murales

Un’anziana di Orgosolo (Nuoro) si unisce a un gruppo di artisti e compaesani e, pennelli e colori in pugno, dà una mano a rinfrescare un murale storico del paese barbaricino, quello che ritrae i padri nobili del comunismo: Marx, Engels, Lenin e Antonio Gramsci, nella via del paese intitolata proprio a Gramsci.   I murales a Orgosolo sono la cosa più democratica che ci sia: tutti aiutano a realizzarli e a restaurarli. Ognuno ha il suo ruolo, fosse anche solo quello di posizionare una scala e tutti contribuiscono a mantenere vivo il  patrimonio artistico,  e la storia del paese.

 

 

 

 

http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2018/06/09/anziana-restaura-murale-a-orgosolo_a42c6d2f-49fd-444e-adea-363a7f0d8819.html

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2 giugno 1946, le donne italiane finalmente al voto.


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Nell’immaginario collettivo le lunghe file di donne, eleganti o con abiti modesti, mamme col pupo in braccio o magnifiche come Anna Magnani colta nell’atto di sigillare la scheda prima d’imbucarla nell’urna, sono tutte immagini associate al 2 giugno ’46 e al primo voto delle donne italiane, dimenticando che il 10 marzo avevano già votato per le amministrative; una seconda tornata, ben più consistente, si avrà il 10 novembre. È comunque giusto legare il ’46 al primo voto femminile, mettendo in primo piano referendum e Assemblea costituente.

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Il diritto di voto scardinò la separazione fra pubblico e privato dando un nuovo significato all’identità femminile, sia valorizzando i ruoli tradizionali come la maternità, sia proiettando la donna nella vita pubblica. Ma dai diritti politici alla pienezza di quelli civili il percorso fu lungo e accidentato; basti ricordare che negare l’accesso alla magistratura sarà considerato una vendetta postuma al diritto di voto. Lo stesso giurista Vezio Crisafulli sostiene che le radici di tale resistenza siano culturali e non giuridiche: «Anche in molti che non sono affatto … retrivi e codini, l’idea di essere giudicati da donne provoca un senso di fastidio, nel quale confluiscono moventi irrazionali … e persino veri e propri complessi ancestrali; né ho ritegno a confessare che una tale reazione istintiva e emozionale, la conosco bene io stesso, per esperienza diretta». Il diritto al voto fu una conquista delle donne, non una concessione, non lo si ricorda mai abbastanza.  Le donne italiane affluirono in massa alle urne: per loro era la fine della lunga e faticosa marcia verso i pieni diritti politici. oggi, in tempi di  astensionismo e disinteresse, quelle immagini fanno un certo effetto. 

 

 

L’anno in cui le donne fecero l’Italia

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Salina: scompare la spiaggia de ‘Il Postino’, l’ultimo film di Massimo Troisi


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Sta scomparendo la spiaggia de “Il Postino”, l’ultimo film girato da Massimo Troisprima di morire. Nella scena del film di Machael Radford si vedono il postino Troisi e il poeta Philippe Noiret scagliare i ciottoli di Pollara nel mare di Salina, suggello di un’amicizia cementata dalla comune passione per la poesia e la politica.

Ora la spiaggia di Pollara, a Malfa, comune dell’isola di Salina, nelle Eolie, è pressoché scomparsa, ridotta a pochi metri di sassi battuti dalle onde. La spiaggetta, che si raggiunge con scale e persino fori scavati nel tufo, è oramai divorata dall’inesorabile processo di erosione del mare ma anche dal ripetuto crollo dei massi che, staccandosi dal costone sovrastante, l’hanno quasi seppellita.

Nel ’94, quando il film è stato girato, la spiaggia era larga 10 metri, oggi poco più di due-tre metri. Un disastro ecologico annunciato da ripetuti segnali d’allarme, ma nessuno è mai corso ai ripari.  Si è documentato con una serie di fotografie i tanti turisti che, prima di lasciare Salina, si portano a casa come souvenir sacchi di sabbia e pietruzze prelevati proprio da quei luoghi senza che nessuno intervenga.

“Cala Troisi”, così è stata ribattezzata, sta scomparendo anche per un’altra ragione: le migliaia di barche che affollano quello specchio di mare si fermano a pochi metri dalla spiaggia e con il movimento delle eliche risucchiano e trascinano porzioni di sabbia sottraendole alla spiaggia, accelerandone così l’erosione.

Eppure esistono ordinanze della Capitaneria di Porto di Lipari, in forza delle quali a Pollara le imbarcazioni devono fermarsi ad almeno 150 metri dalla battigia. Il costone che sovrasta la spiaggia di Pollara continua a venir giù e in estate ha causato seri danni almeno a una trentina di bagnanti, assicurano alla guardia medica dell’isola. A parte il ricordo del film, spiace constatare che la natura non venga tutelata.

“Il Postino” fu l’ultimo film di Massimo Troisi, ambientato a Ischia ma girato in diverse isole: aPantelleria le scene con l’attore campano in bicicletta, a Salina quelle sul mare e a Procida per le scene del locale. E’ la storia del poeta cileno Pablo Neruda che chiese asilo politico e si trasferì nell’isola dove conobbe il postino, impersonato da Troisi.

Troisi è morto a Roma solo dodici ore dopo le ultime riprese. Due anni dopo “Il postino” viene candidato a cinque Premi Oscar, ma delle cinque nomination si concretizza solo quella per la migliore colonna sonora, scritta da Luis Bacalov, argentino naturalizzato italiano, scomparso  due anni fa.

 

 

 

Salina: scompare la spiaggia de ‘Il Postino’, l’ultimo film capolavoro di Massimo Troisi

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E’ italiana l’idea dei Caschi blu della cultura.


Si avvale dell’esperienza specialistica dei Carabinieri e di studiosi, ma la task force dovrebbe poter prevenire e collegarsi alla società civile delle aree devastate dalle guerre

caschi-blu-cultura-2-768x432.jpgL’Italia dal ’67è in prima linea nella lotta per la tutela ed il recupero del patrimonio artistico ed archeologico, grazie alla specializzazione dei carabinieri che operano in questo settore e che hanno acquisito esperienze, in Italia e altrove, che altri non hanno: è l’unica polizia culturale al mondo che ha già avuto modo di intervenire nel 2003 a Bagdad dopo la seconda guerra del Golfo.  I nostri caschi  blu potrebbero addestrare le forze d’intervento di altri Paesi e anche le forze civili delle zone devastate dalla guerra e dall’incuria. I caschi blu della cultura possono essere  un ottimo strumento per un intervento post bellico, ma è una iniziativa che  va implementata. Ed inserita in un progetto di più ampio respiro, che abbia come obiettivo la prevenzione. Un progetto globale da gestirsi nell’ambito dell’Unesco, anche nei periodi di crisi e non dopo.

 

 

 

 

E’ italiana l’idea dei Caschi blu della cultura

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TUTELA PATRIMONIO ARTISTICO (Comando Carabinieri)


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L’incalzare della criminalità nel settore dei patrimonio archeologico, artistico e storico nazionale indusse il Comando Generale dell’Arma, di concerto con il Ministero della Pubblica Istruzione, a destinare nel marzo 1969 a tale dicastero un ufficiale superiore, due sottufficiali ed un carabiniere. Subito dopo, aderendo alla richiesta di potenziamento di quel Nucleo rivoltagli dallo stesso Ministero, il Comando Generale vi assegnò anche un ufficiale inferiore, altri otto sottufficiali e quattro militari di truppa.

Il 3 maggio 1969 venne istituito il “Comando Carabinieri Ministero Pubblica Istruzione – Nucleo Tutela Patrimonio Artistico” in diretto coordinamento con la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, ed a tale Comando vennero dall’ottobre successivo indirizzate, per disposizione del Comando Generale, tutte le segnalazioni concernenti il trafugamento e gli illeciti commerci di opere d’arte.
Dal 1970 ad oggi su 438.729 oggetti trafugati l’Arma ne ha recuperati ben 134.614 grazie anche all’affiancamento di tutti i reparti territoriali dell’Arma.
Gli arresti, nell’arco di tempo considerato, sono stati 2.639, mentre 7.042 persone sono state denunciate a piede libero.
Talune operazioni di rinvenimento portate a termine dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico in Italia e all’estero sono state accompagnate da clamorosa notorietà ed hanno confermato l’efficacia dell’organizzazione investigativa centralizzata in una banca dati, considerata unica al mondo.

 

 

 

 

http://www.carabinieri.it/arma/curiosita/non-tutti-sanno-che/t/tutela-patrimonio-artistico

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IL MANCINO ZOPPO.


Morto Michel Serres, il filosofo della scienza che amava l’Italia.Grande figura dell’epistemologia e fra i primi a pensare in modo sistematico la necessità di un nuovo approccio alla questione ecologica, aveva 88 anni

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Chi avrebbe supposto che zoppia e mancinismo – oltretutto associati nella stessa figura ideale – venissero portati a vanto del pensiero in atto, come le sue insegne più onorifiche? A compiere il gesto di giustizia che li riscatta dalla difettività è Michel Serres, così intrigato dall’attuale sconvolgimento del sapere da farsene il supremo cantore, con un’euforia lungimirante e contagiosa, con un’audacia concettuale ignota ai colleghi giovani o a chi rimane abbarbicato a un «umanesimo di opposizione», e con uno stile ruscellante evocatore di mondi, al pari di Lucrezio. Alle idee astratte Serres preferisce da sempre le figure sintetiche. Il mancino zoppo è l’eroe dell’«età dolce», la nostra, che nella riconfigurazione digitale dello spazio-tempo si lascia alle spalle la «dura» rigidità euclidea, cartesiana, metrica, abitando la dimensione utopica del possibile e recuperando il concreto attraverso il virtuale. Ma è anche il simbolo vivo di ogni lavorio della mente degno di questo nome, dalla notte dei tempi: pensare vuol dire infatti deviare dai tracciati, avanzare di traverso e un po’ sghembi, rompere le simmetrie, afferrare il segreto di ciò che sarà domani con la stessa «formidabile inventiva dell’Universo in espansione». No, non c’è posto per il già formattato, secondo Serres. «Non conosco alcun metodo che abbia mai aperto la strada a qualche invenzione; né alcuna invenzione trovata con metodo». Solo di fronte al mancino zoppo, e a chi sia all’altezza del suo inesauribile estro, balenano nuovi modi di essere-nel-mondo.

 

 

https://www.bollatiboringhieri.it/libri/michel-serres-il-mancino-zoppo-9788833927602/

https://avvenire.it/agora/pagine/morto-serres

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In Italia seimila morti all’anno a causa dell’amianto.


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In Italia ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, 33 in matrice compatta e 7 friabile, in un milione di siti, di cui 50.000 industriali e 40 di interesse nazionale (di questi, 10 solo per amianto, da Fibronit di Broni e di Bari a Eternit di Casale Monferrato). Questa situazione sta provocando un fenomeno epidemico con 6.000 decessi ogni anno di mesotelioma (1.900), asbestosi (600), e tumori polmonari (3.600).  L’Osservatorio nazionale amianto (Ona) ha fatto un censimento sui materiali che contengono amianto: 2.400 scuole, con esposizione alla fibra killer di almeno 352.000 alunni e 50.000 tra docenti e non docenti; 1.000 biblioteche ed edifici culturali; 250 ospedali, 300.000 chilometri di tubature, che diventano 500.000 compresi gli allacciamenti.  Gli stessi impianti sportivi, realizzati prima dell’entrata in vigore del divieto di utilizzo di amianto (1 aprile 1993) presentano materiali in amianto e contenenti amianto e necessitano quindi di bonifica. La presenza di amianto nelle scuole parla, per esempio, per il Lazio di 64 tonnellate di amianto compatto e 150 chilogrammi di amianto friabile, per le Marche di amianto friabile in 89 istituti scolastici e di ricerca e in 24 impianti sportivi, per la Sardegna in 395, di cui 72 bonificati e 323 ancora da bonificare.

 

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2019/05/30/news/_in_italia_seimila_morti_all_anno_a_causa_dell_amianto_-227589229/

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Sette storie sul referendum del 2 giugno 1946


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L’Italia divisa in due
Lo spoglio del risultato mostrò chiaramente che l’Italia era divisa in due metà. In tutte le province a nord di Roma, tranne due (Padova e Cuneo), vinse la repubblica. In tutte le province del centro e del sud, tranne due (Latina e Trapani), vinse la monarchia. La repubblica ottenne il risultato più ampio a Trento, dove conquistò l’85 per cento dei consensi. La monarchia ottenne il risultato migliore a Napoli, con il 79 per cento dei voti. Contemporaneamente, gli italiani votarono anche per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa dei 556 deputati, 207, mentre al secondo posto arrivarono i socialisti e i comunisti arrivarono al terzo.

Non si votò in tutta Italia
Non tutti gli italiani ebbero l’opportunità di votare. Ad esempio, non votarono i militari prigionieri di guerra nei campi degli alleati (alcuni si trovavano addirittura negli Stati Uniti) e gli internati in Germania che stavano cominciando lentamente a ritornare. Non si votò nella provincia di Bolzano, che dopo la creazione della Repubblica di Salò era stata annessa alla Germania e che dopo la fine della guerra era stata messa sotto governo diretto degli Alleati. Non si votò nemmeno a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane prima della guerra, ma che sarebbero passate alla Jugoslavia. E non si votò nemmeno a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954.

Non ci fu alcun broglio. La leggenda è ancora molto diffusa, ma storici ed esperti, che hanno analizzato i risultati con tecniche moderne, concordano nel dire che il voto si svolse in maniera tutto sommato regolare. Un distacco di quasi due milioni di voti è difficilissimo da creare artificialmente: richiede la complicità di migliaia di persone e lascia dietro di sé una lunghissima scia di prove. La leggenda, comunque, è rimasta viva: in parte a causa del clima teso che si respirava in quelle settimane e che continuò per anni a incombere sull’Italia, in parte perché lo spoglio e il processo con cui venne annunciato il referendum furono gestiti in maniera incerta e a volte decisamente pasticciata.

C’era un clima da colpo di stato. Oggi il 2 giugno viene celebrato come una festa nazionale, ma 70 anni fa il clima era tutt’altro che festoso. I leader dei principali partiti, Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Comunista e Repubblicano, erano quasi tutti a favore della Repubblica, ma temevano che al sud i monarchici avrebbero potuto organizzare insurrezioni o rivolte e che in caso di disordini i carabinieri si sarebbero schierati con il re. Anche i repubblicani erano divisi tra di loro: i centristi temevano che i comunisti stessero organizzando un colpo di stato o una rivolta, non troppo diversa da quella scoppiata in Grecia in quei mesi. Dopo la proclamazione dei primi risultati, ci fu un vero e proprio scontro tra il governo provvisorio guidato dal leader della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi e la monarchia.

Lo scontro tra governo e monarchia
Al culmine, De Gasperi si rivolse al miistro della Real Casa, Falcone Lucifero, con una frase che, in varie forme, è entrata nella storia: «Entro stasera, o lei verrà a trovare me a Regina Coeli, o io verrò a trovare lei». Alla fine vinse de Gasperi, che il 13 giugno, prima che uscissero i risultati definitivi, proclamò il passaggio dei poteri dal re, Umberto II, al governo provvisorio. Il re denunciò il gesto, ma si rassegnò a lasciare il paese il giorno stesso, partendo in aereo per Lisbona dove era già arrivato suo padre, Vittorio Emanuele III, che aveva abdicato poche settimane prima, e il resto della famiglia reale.

La proclamazione dei risultati fu un pasticcio
Il periodo immediatamente successivo al referendum fu un complicato e poco chiaro, finendo per alimentare il sospetto di irregolarità. I primi risultati arrivarono il 4 giugno e sembravano dare in vantaggio la monarchia. Durante la notte e la mattina del 5, la Repubblica passò in netto vantaggio e il 10, la Corte di Cassazione proclamò il risultato: 12 milioni di voti a favore della Repubblica e 10 a favore della monarchia. A sorpresa, nel comunicato utilizzò una formula dubitativa, che rimandava l’annuncio definitivo al 18 giugno dopo l’esame delle contestazioni presentate soprattutto dai monarchici. La più importante – e improbabile – era arrivata da un gruppo di professori, secondo cui la Repubblica avrebbe potuto proclamarsi vincitrice soltanto in caso di conquista della maggioranza assoluta dei voti, cioè solo se avesse ottenuto la maggioranza di tutti i voti espressi, contando anche schede bianche e nulle. In altre parole, sostenevano, alla repubblica non sarebbe bastato superare la monarchia per proclamarsi vincitrice.

Gli scontri.
Intanto, erano in corso scontri, soprattutto nel sud. A Napoli, un gruppo di monarchici attaccò una sede del Partito Comunista  e quando la polizia intervenne nove manifestanti furono uccisi. Il 13 giugno, il clima era divenuto così teso che De Gasperi decise di forzare la mano agli eventi e, senza attendere il responso della Cassazione, proclamò il passaggio di poteri dal re al governo. Il 18 la Cassazione confermò il risultato che mostrava come la Repubblica avesse vinto la maggioranza assoluta dei voti espressi, anche contando schede bianche e nulle.

 

 

 

 

Sette storie sul referendum del 2 giugno 1946

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Cinque nuove malattie legate al fumo


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Ancora prima di pensare che esso uccide, come annunciano i pacchetti di tutte le sigarette nazionali e non, bisognerebbe riflettere sulla vasta gamma di malattie a breve e lungo termine a cui il fumo può portare. Sono almeno 21, di cui le più serie sono oncologiche: innanzitutto tumori al polmone, cavo orale, laringe, esofago che sono le  sedi più a diretto contatto con il fumo, ma anche tumori allo stomaco, colon, fegato, pancreas, vescica, rene e cervice uterina. Non meno importanti poi sono le affezioni croniche delle vie respiratorie, le malattie cardiovascolari delle arterie,Infarti,  fino ad arrivare all’ictus.Ora una recente analisi dell’American Cancer Society, svolta in collaborazione con il National Cancer Institute e quattro università statunitensi, attesterebbe lacorresponsabilità del fumo verso un rischio aumentato di infezioni, insufficienza renale, ischemia intestinaleuna condizione dovuta a un’insufficiente afflusso di sangue nell’intestino, e diversi danni all’apparato respiratorio e cardiocircolatorio. Cinque implicazioni che non erano ancora note e che sono emerse dopo l’analisi dei risultati di cinque studi che hanno coinvolto oltre 421 mila uomini e 532 mila donne ultra 55enni, monitorati per undici anni (2000-2011). Sarebbe sorto un sospetto anche nei riguardi di insorgenza di tumori al seno e della prostata, ma al momento, per questi il fumo non è ancora sotto accusa: occorreranno nuovi studi per accreditarne la colpevolezza.Ciò che è già certo invece, secondo quanto emerso dallo studio, è il fatto che il fumo causa la maggior parte (83%) per cento delle morti in eccesso registrate fra i tabagisti. Un rischio che però potrebbe essere in parte controllato o sensibilmente ridotto, perché – ricordano gli esperti – il pericolo di malattie o decesso da fumo decresce mano a mano che aumenta il tempo di cessazione dal tabacco.

 

 

 

https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/cinque-nuove-malattie-legate-al-fumo

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L’insostenibile leggerezza della moda.


Recentemente è stato dimostrato scientificamente il potere terapeutico dello shopping, e forse anche per questo è comprensibile l’eccitazione con cui ci si fionda a comprare capi venduti per pochi euro, che vengono usati, quando va bene, qualche settimana per poi essere dimenticati nell’armadio.Una “leggerezza d’acquisto” che oggi come oggi non è più sostenibile. La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite ha recentemente discusso in una conferenza in Svizzera l’impatto dell’industria della moda sull’ambiente. La fotografia è quella di un martello che batte su un’incudine arrugginita: sono da attribuire a questo settore il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica nonché la produzione di più gas serra rispetto a tutti gli spostamenti navali e aerei del mondo. Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi facendo del settore tessile il più inquinante dopo quello Oil & Gas. L’agricoltura del cotone è responsabile del 24% degli insetticidi e dell’11% dei pesticidi, nonostante l’utilizzo di solo il 3% della terra arabile mondiale. Inoltre, l’industria tessile è stata identificata negli ultimi anni come un importante contributo all’inquinamento plastico negli oceani del mondo. È stato stimato che circa mezzo milione di tonnellate di microfibre di plastica versate durante il lavaggio di tessuti a base di materie plastiche come poliestere, nylon o acrilico finiscono nell’oceano ogni anno.

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Oltre agli impatti ambientali negativi, la moda è anche legata a condizioni di lavoro pericolose a causa di processi non sicuri e sostanze pericolose utilizzate nella produzione. Spesso vengono imposte pressioni elevate in termini di costi e tempi a tutte le parti della catena di approvvigionamento, portando a lavoratori che soffrono di condizioni lavorative sfavorevoli con lunghe ore e bassa retribuzione, con prove, in alcuni casi, della schiavitù moderna e del lavoro minorile. Ma c’è di più perché l’impatto ambientale dell’industria della moda non si ferma alla produzione, anzi. Quella maglietta comprata l’estate scorsa che quest’anno non vi passerebbe mai per la testa di indossare e che finirà con buona probabilità nel bidone dell’indifferenziata, è in ottima compagnia: sempre secondo le Nazioni Unite l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato. Un dato che diventa ancora più significativo se si considera che rispetto al 2000 il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più.

È possibile migliorare lo stato delle cose? Ovviamente sì, ma si tratta di una partita lunghissima e da giocare su diversi campi contemporaneamente. Se da una parte si può prestare più attenzione a quanto e a cosa si compra sviluppando l’abitudine a un acquisto consapevole, dall’altra le Nazioni Unite hanno proposto una serie di obiettivi da attuare entro il 2030. Sono traguardi da tagliare in tutti i settori produttivi, ma raggiungerli nel settore della moda, che da solo vale a livello globale 2,5 migliaia di miliardi di dollari (per rendere l’idea: è più o meno il valore del PIL francese), potrebbe innescare un effetto domino con ripercussioni enormemente positive sullo stato di salute dell’ambiente.

 

 

 

https://d.repubblica.it/moda/2018/05/03/news/ambiente_quanto_inquina_la_moda_sostenibilita-3961678/

https://www.unece.org/info/media/news/forestry-and-timber/2018/fashion-is-an-environmental-and-social-emergency-but-can-also-drive-progress-towards-the-sustainable-development-goals/doc.html

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La curiosa storia del nuovo populismo


Dagli Stati Uniti di Donald Trump all’Italia del 2019, il nuovo protagonista della politica è il populismo. Un’idea che però tanto nuova non è: il suo spettro si aggira per la Storia da secoli.

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Il populismo propriamente detto è quello nato in Russia nella seconda metà dell’Ottocento. Il narodnicestvo (da narod, “popolo” in russo) era un movimento di giovani studenti e intellettuali (i narodniki, “populisti”) che volevano “andare verso il popolo”: aprivano scuole nei villaggi di una Russia ancora feudale, cercando di diffondere tra i contadini l’istruzione e la consapevolezza di essere sfruttati. I populisti russi avevano del popolo un’idea romantica e vedevano i contadini come una grande forza rivoluzionaria che aspettava soltanto di essere svegliata per rovesciare il regime zarista.Si sbagliavano, perché la rivoluzione la fecero poi gli operai delle fabbriche, ma alcuni di loro, pensando di dare una mano alla Storia, passarono dalla teoria alla pratica e nel 1881 organizzarono l’assassinio dello zar Alessandro II.

I populismi non sono tutti uguali. Il nazionalpopulismo è un mix di nazionalismo e militarismo che comprende l’intera gamma del nero, dal nazismo al fascismo. Include (ma non tutti sono d’accordo) anche il peronismo dell’argentino Juan Domingo Perón (1895-1974), che nel mondo diviso della Guerra fredda non voleva essere né capitalista né comunista, ma finì per essere conservatore e autoritario.Il populismo rivoluzionario tende al rosso, ma è anch’esso autoritario e nazionalista. I suoi antenati sono i giacobini di Robespierre, “l’avvocato del popolo” che nella Francia rivoluzionaria inventò il Terrore e i famigerati “tribunali del popolo” dove si processavano e ghigliottinavano i “nemici del popolo”. Il suo volto novecentesco totalitario sono stati lo stalinismo e, per i loro detrattori, il castrismo e il “chavismo” che si rifà al presidente venezuelano Hugo Chavez (1954-2013). Infine c’è il populismo democratico, che ha debuttato negli ultimi anni dell’Ottocento con l’effimero People’s Party americano, pluralista all’interno, nazionalista e isolazionista in politica estera. Il People’s Party aveva la sua base tra gli agricoltori dell’America profonda e i suoi nemici nel capitalismo industriale e finanziario e nelle élite progressiste. Quando negli Stati Uniti definiscono populist il presidente Donald Trump e il suo motto America first, alcuni storici d’Oltreoceano pensano a quel “partito del popolo” a stelle e strisce di oltre un secolo fa.

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/storia-che-cosa-e-populismo

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La «Dea della Democrazia» durante le proteste di piazza Tienanmen


Il 30 maggio 1989, durante le proteste di piazza Tienanmen a Pechino, venne svelata la statua detta “Dea della Democrazia”. La statua era composta di polistirolo e cartapesta, applicati ad un’intelaiatura di metallo, ed era alta circa 10 metri; nell’intento dei creatori la statua doveva essere il più grande possibile, di modo che fosse difficile per il governo distruggerla, senza provocare reazioni dai dimostranti. Ciononostante la statua venne distrutta il 4 giugno dall’esercito popolare di liberazione, durante lo sgombero dei manifestanti. Le proteste in piazza Tienanmen, ad opera di studenti, intellettuali ed operai, erano cominciate il 15 aprile, in seguito alla morte di Hu Yaobang, segretario generale del partito comunista; il 22 gli studenti scesero in piazza Tienanmen, chiedendo un incontro con il primo ministro Li Peng. Le alte cariche erano convinte che le masse di studenti avessero intenzioni sovversive, e li accusarono di complottare contro lo Stato. Il 4 maggio circa centomila persone marciarono per le strade di Pechino, chiedendo maggiore libertà nei media; gli intellettuali e gli studenti chiedevano segni di progresso, come la democrazia e il multipartitismo, inoltre si chiedeva la liberazione dei prigionieri politici. Dopo una tregua la protesta diventò più radicale: il 13 maggio circa duemila studenti si insediarono a piazza Tienanmen, accusarono di corruzione il partito comunista, e chiesero al governo riforme democratiche. Alcuni studenti cominciarono uno sciopero della fame. I manifestanti non avevano una leadership unita, ma comunque riuscirono a continuare la protesta nel corso di tutto il mese. Il 19 maggio Deng Xiaoping riuscì a imporre la linea dura, promulgando la legge marziale a Pechino; nonostante questo i manifestanti non si arresero. Il 30 maggio venne innalzata la statua chiamata “Dea della Democrazia” che contribuì a rincuorare lo spirito di protesta. Dopo giorni di stallo, all’esercito fu ordinato di muoversi dalla periferia verso piazza Tienanmen, quando i manifestanti resistettero, le truppe aprirono il fuoco, massacrando i civili che protestavano, i militari arrivarono in piazza verso le dieci di sera. Le stime sulle vittime variano molto a seconda delle fonti, e vanno dalle poche centinaia ad alcune migliaia di morti.

 

 

 

https://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/16_maggio_30/dea-democrazia-piazza-tienanmen-e68cbbda-1c33-11e6-86d1-c1e2db24bea0.shtml

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La mafia e la dimenticanza si combattono con la cultura. L’eredità del Sindaco Pescatore


Angelo era un pescatore, ma aveva la licenza classica e quando con la sua barca passava davanti ad Elea sapeva che lì era nata la scuola filosofica di Parmenide e Zenone. Lo studio è fondamentale, lui era un uomo molto semplice, ma la storia di un uomo cammina di pari passo con la propria cultura e con la propria intelligenza. L’importante è saper convogliare queste forze nella direzione giusta. Se lo si fa, non ce n’è per nessuno. Né per la mafia, né per la Camorra né per chi vuole fare traffici vestendo i panni delle istituzioni.

 Dario Vassallo

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Vassallo era noto come il sindaco pescatore, per il suo passato di pescatore e per l’amore per il mare e la terra, che nella sua attività di amministratore lo aveva sempre guidato. Tra le opere che vanno ricordate non può mancare il “Museo vivo del mare”, istituito nella frazione di Pioppi, presso il castello di Vinciprova.

Ambientalista convinto, amato dai suoi concittadini, viene ricordato anche per le sue ordinanze singolari. Nel gennaio 2010 firma un’ordinanza che prevede una multa fino a mille euro per chi viene sorpreso a gettare a terra cenere e mozziconi di sigarette. Esempio di rigore nel rispetto della legge, con modi severi e fermi, che però permettono di mantenere intatta la bellezza di uno dei comuni più caratteristici del Cilento.Angelo Vassallo ha travasato il suo amore per il mare, nelle buone pratiche di una bella politica. Ciò ha portato le acque di Pollica ad essere le più premiate, negli anni, con le 5 vele – massimo riconoscimento – della Bandiera Blu di Legambiente e Touring club. L’eredità di Angelo Vassallo ha consentito di proclamare Pollica, anche per il 2011, regina d’Italia, unica nella penisola a ricevere le prestigiose 5 vele.

La sera del 5 settembre 2010, mentre rincasava alla guida della sua automobile, Vassallo è stato ucciso da uno o più attentatori ancora ignoti; contro di lui sono stati esplosi nove proiettili, sette dei quali a segno. Benché  la matrice dell’attentato sia ignota, il pubblico Luigi Rocco, incaricato delle indagini, ha avanzato l’ipotesi che esso sia stato commissionato dalla camorra al fine di punire un rappresentante delle istituzioni che si era opposto a pratiche illegali: un collegamento potrebbe risiedere nelle azioni svolte da Vassallo a tutela dell’ambiente, era visto dalla camorra come un ostacolo al controllo del porto che le garantirebbe libertà nei commerci illegali di droga.

Ricordare i martiri della lotta alle mafie, da Giovanni Falcone ad Angelo Vassallo, deve essere innanzitutto lotta per la verità e sostegno a chi continua a portarla avanti. L’omaggio alla memoria di chi non c’è  non può mai essere autentico se non è anche sostegno ai vivi che continuano. L’omicidio di Angelo Vassallo attende ancora giustizia. E il territorio di Pollica, oggi come 9 anni fa, ha esiziale necessità di onestà, legalità, giustizia.

 

 

 

 

La mafia e la dimenticanza si combattono con la cultura. L’eredità del Sindaco Pescatore

AZIONE CIVILE, SOLIDARIETA’ AL FRATELLO DEL “SINDACO PESCATORE” PER LE MINACCE

http://www.fondazionevassallo.it/angelo_vassallo-1/biografia-1/

https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Vassallo

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