Pubblicato in: antifascismo, razzismo

IERI HO VISTO HIMMLER


11000824_928446727192714_7342885555517161732_nIeri a Treviso sono arrivati alcuni profughi e gli abitanti del quartiere sono insorti. Nella notte qualcuno di loro è entrato negli appartamenti e ha incendiato i mobili, i divani, i vestiti, le sedie e perfino le ciabatte destinate ai profughi. Poi il giorno dopo, gli stessi abitanti del quartiere, hanno impedito a una cesta di cibo di arrivare alle bocche dei profughi a cui quel cibo era destinato.

Io qualche mese fa sono stato ad Auschwitz, e vi dico che le vostre idee non sono per niente originali, ci avevano già pensato i vostri nonni. Era già accaduto che qualcuno denunciasse la dodicenne clandestina Anna Frank nascosta in soffitta, era già accaduto che la colpa fosse data ai rom e ai sinti, tra l’altro gli unici popoli che nella storia umana non hanno mai dichiarato una guerra. Era già accaduto che gli invalidi, gli handicappati e i matti fossero allontanati perché erano un costo. Era già accaduta, insomma, la storia del capro espiatorio.
Voi, gente di quartiere e spada che oggi impedite l’accoglienza bruciando vestiti e sedie di quelli più poveri di voi, siete i nipoti scaduti di idee che stanno un gradino sotto la melma.
E se quello che voi siete è la mia razza, voglio dirlo chiaramente, la mia razza mi fa schifo. Ma se ci penso un attimo no, voi non siete la mia razza. Perché la mia sola razza è quella umana, e la vicinanza all’essere stronzo o all’essere Uomo non la fa il colore della pelle, e neanche il luogo di nascita, e nonostante lo urliate, con la bava alla bocca, continuerete ad avere torto.

PS. voi sarete anche dei capoccioni razzisti e velenosi, ma noi siamo dei testardissimi uomini e donne di razza umana che conoscono delle storie che voi non avete mai voluto ascoltare. Per questo siamo più forti, perché sappiamo di non essere soli.

Solidarietà a ogni donna e uomo e bambino, in fuga da guerre, persecuzioni, leghisti e povertà.
Saverio Tommasi

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A vent’anni non puoi aspettare le istituzioni


10873606_436138866540592_5213373978403566300_o“La Digos il 21 marzo ha fatto incursione nel condominio che ci ha ospitato per salire sul tetto – raccontano i ragazzi del cinema America – Cosa hanno trovato? Le terrazze pulite e le scale del palazzo bagnate dal nostro mocio, la nostra gentile protesta era già finita. Chiacchierando ci hanno confidato di essere stati sollecitati e chiamati dal sindaco Ignazio Marino al fine di “sgomberarci dal tetto immediatamente”, ancora più paradossale è stato il loro sgomento nel sapere che il Sindaco non ci avesse ancora assegnato uno spazio. La nostra risposta è stata chiara: “Noi avevamo passato il mocio e voi avete lasciato le pedate, tocca a voi ripulire”

di Ascanio Celestini

A vent’anni non hai tempo per la legalità dei burocrati che hanno tirato il freno a mano e inchiodato il mondo. A vent’anni apri il portone di un cinema chiuso e monti su una terrazza per proiettare un film.

A vent’anni non puoi aspettare che le istituzioni si muovano col peso di un elefantequando fa il passo della formica. Non hai tempo per la delibera del sindaco che prende una decisione solo dopo aver messo d’accordo le correnti del suo partito, e poi il proprio partito con gli altri della coalizione, e poi tutta la coalizione con i partiti d’opposizione, e poi l’amministrazione comunale con Provincia, Regione e governo nazionale, e poi la politica con gli affari, e poi la massoneria e il salotto e l’economia e la Chiesa e l’altare e il confessionale e la sagrestia e tutta la catena di sant’antonio.

Non hai tempo per il palazzinaro che compra un cinema chiuso e poi deve convincere i politici dell’inutilità di uno spazio culturale a favore di un bel centro commerciale o di un mucchio di appartamenti di lusso perché la gente ricca c’ha bisogno di comodi cuscini, perché i poveracci vogliono il pane a un euro e cinquanta e non gliene importa che è cotto nei forni della camorra dove bruciano le bare.

A vent’anni non perdi tempo a leggere, in rete o sui giornali, di lotte combattute dall’altra parte della città, del paese o del mondo. Non ti interessa se siano più belli i combattenti di Kobane o i partigiani che cantavano Bella Ciao, i venticinque che nel 1857 sequestrarono il Cagliari per iniziare la “rivoluzione italiana” o quelli della Val di Susa che tagliano le reti per riprendersi una terra che gli è stata sequestrata.

“A vent’anni non c’è bisogno di attendere l’amministrazione” dice Valerio del cinema America. “A vent’anni le cose si fanno! L’amministrazione, se vuole, ti segue. Se no risulta in totale contrasto coi territori”.

Eppure gli occupanti del cinema America ci sono andati a parlare con le istituzioni eFranceschini s’è pure seduto a guardare i film che hanno proiettato.

Hanno parlato con tutti e hanno fatto tutti i passetti da formica che le istituzioni elefantiache gli hanno chiesto di fare, ma intanto hanno pure riaperto un cinema chiuso da oltre un decennio. Una scatola vuota che si sono messi a riempire. Il cinema America è stato questo: “uno spazio dove si entrava ad offerta libera. Era il cittadino che riconosceva un valore a quello che si stava facendo. Pagava per sostenere l’esperienza. Con le offerte dei residenti l’immobile è stato restaurato e messo in sicurezza”.

Un mese e mezzo fa si sono incontrati col sindaco Marino e il loro comunicato terminava con queste parole: il Sindaco ha la nostra più totale fiducia, Grazie.

Un mese dopo scrivono “il sindaco Marino promette soluzione e poi sparisce” e “oggi il Sindaco Marino ha dimostrato di non avere il coraggio di dare opportunità a dei giovani che, a titolo gratuito, hanno garantito tre anni di servizi non-profit a tutta la cittadinanza”. E così i giovanissimi occupanti (anche di venti e quindici anni)sono saliti sul tetto del cinema.

In assenza di un tetto sotto il quale fare cultura abbiamo portato la cultura sul tetto. E stiamo lì con l’aula studio, le proiezioni, la biblioteca e proiettiamo film, facciamo cultura e soprattutto stiamo insieme. Vogliamo creare legami sociali che forse possono far rinascere quello che è il tessuto popolare di questi rioni che sono ormai diventati dei quartieri vetrina. C’è bisogno di spazi dove la cultura è accessibile e condivisibile e non solo un prodotto da acquistare”.

Occupare un edificio è illegale. Chi passa attraverso la porta del cinema America entra in un luogo dove si fa cultura, un laboratorio di cittadinanza e contemporaneamente nell’illegalità. Personalmente è un’azione che compio da quasi trent’anni. I miei figli sono più criminali di me perché frequentano spazi occupati da quando sono nati. Ci giocano, mangiano, partecipano agli spettacoli e spesso ci hanno pure dormito.

Ma c’è un confine tra legalità e illegalità? Di che tipo di confine si tratta? È come quello che sta tra Roma e Grottaferrata che quando lo passi nemmeno te ne accorgi? È tipo quello altrettanto invisibile, ma drammatico, che divide l’Africa da Lampedusa? Funziona come la mezzanotte per Cenerentola?

I difensori della legalità senza compromessi mi fanno paura. Nei secoli hanno inventato la sedia elettrica e la bomba atomica, i manicomi e la segregazione razziale, le classi differenziali e i Cie, eccetera eccetera… dalla punizione dietro alla lavagna fino ai campi di rieducazione. Da Spartaco a Rosa Parks. Sono solo esempi messi in fila. Qualcuno dirà che non sono paragonabili. È così, ma infatti non sono paragoni. Sono suggestioni.

Allora chiedo a Valerio che cosa ne pensa lui. “Secondo noi non c’è un confine tra legalità e illegalità. C’è una battaglia e un obiettivo. E se l’obiettivo è giusto… bisogna compiere tutti gli atti a nostra disposizione per raggiungerlo. Il nostro obiettivo era salvare l’immobile e non potevamo salvarlo senza occuparlo. Una volta salvato l’immobile noi saremmo anche stati disponibili a uscire pacificamente dal cinema. È solo l’amministrazione che si pone il problema della legalità perché i vincoli per salvare il cinema America li abbiamo ottenuti proprio grazie all’occupazione”.

A vent’anni non perdi tempo con i confini. Soprattutto se stai dalla parte giusta.

A vent’anni non puoi aspettare le istituzioni

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L’obiettivo di Renzi: lavoratori tutti uguali e tutti sfruttati


pomodoriDa molto tempo la propaganda sistemica, per giustificare lo smantellamento delle difese dei lavoratori, utilizza subdolamente i temi della precarietà e della disoccupazione, anche se dovrebbe essere evidente, soprattutto a chi vive situazioni di precarietà, di lavoro nero e di assenza di occasioni lavorative, che i contratti a termine del precariato e la disoccupazione di massa è lo stesso sistema ad averli diffusi, fino a esaltare la “spaccatura” nel mercato del lavoro italiano, che oggi possiamo osservare con estrema chiarezza. Si tratta di una tripartizione che genera squilibri e ingiustizie sociali, non producendo alcun effetto positivo per la produzione, i redditi e i consumi, come ci insegna un’esperienza ultradecennale.  Il mercato del lavoro è così tripartito:

1)    Lavoro “garantito”, cioè quello ancora tutelato dalla normativa vigente e dallo statuto dei lavoratori degli anni settanta, che sta diventando sempre di più l’ultima “ridotta”, particolarmente nel pubblico impiego, dei diritti e delle tutele concesse ai lavoratori. E’ destinato progressivamente a scomparire, perché troppo “oneroso”, sia in termini di costi, sia in termini di “privilegi” concessi ai lavoratori protetti, in ossequio agli interessi degli agenti strategici neocapitalistici, ben tutelati dai loro servitori politici locali. Obiettivo di attacchi continui e reiterati (Sacconi, Brunetta, Renzi), addirittura d’insulti e di criminalizzazione (Ichino, i “nullafacenti” della pubblica amministrazione) il lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato è contrario all’ideologia neoliberista dominante e, per tale motivo, deve essere portato a estinzione. La stabilità del lavoro e le garanzie garantite dal comunismo, dal fascismo, dal keynesismo postbellico, non appartengono in alcun modo alla liberaldemocrazia di mercato, espressa dal grande capitale finanziario.

2)    Lavoro precario, flessibile, interinale, introdotto in Italia nella seconda metà degli anni novanta e dilagato progressivamente nei duemila, figlio naturale del cosiddetto toyotismo. Dal “just in time”, applicato una prima volta negli anni settanta, per razionalizzare le scorte, dall’industria automobilistica giapponese (la Toyota, appunto), compiendo un passo successivo di grande rilevanza sociale e antropologica, si è deciso di estendere il “toyotismo” e di pagare i lavoratori esclusivamente per il tempo di lavoro, utilizzando il “servizio lavorativo” quando necessario per esigenze produttive. Da questo punto di vita, chiaramente economico e di organizzazione della produzione, l’imposizione del lavoro precario mira a razionalizzare l’uso del fattore-lavoro comprimendone all’estremo i costi, come nel caso delle materie prime, dei pezzi da assemblare, delle scorte, dei semilavorati. E’ chiaro che il precario non è un cittadino, nel mondo neocapitalistico, ma soltanto l’anonimo prestatore di un servizio lavorativo, che si tende a pagare sempre meno, riducendone l’incidenza sul costo di produzione. Quella dell’imposizione di soli contratti a termine e precari, in un progressivo e rapido evaporare dei diritti, è la strada scelta dagli agenti strategici neocapitalistici per l’Italia, ed è esattamente la consegna che hanno dato ai lacchè subpolitici, come Matteo Renzi.

3)    Lavoro nero, senza oneri contributivi e prelievi fiscali, senza alcuna garanzia e diritto. Realizza il massimo della flessibilità/precarietà del lavoratore, alimenta l’evasione e garantisce un significativo risparmio di costi. Con il declino produttivo in accelerazione e la disoccupazione galoppante, anche il lavoro nero entra in crisi, riducendosi il numero degli occupati, non pagando i lavoratori e aumentandone lo sfruttamento.

Se questa è la situazione, Renzi spergiura di voler rinnovare il mercato del lavoro dalle fondamenta, introducendo un nuovo contratto d’ingresso che partirebbe da una condizione di precarietà per arrivare alle chimeriche tutele. Dichiara di voler semplificare e di voler estendere le opportunità di lavoro anche a chi, oggi, ne è escluso. Dichiarazioni chiaramente mendaci, le sue, che nascondono l’unico esito possibile della riforma: rendere il lavoro precario contrattualizzato (di cui al punto 2) assolutamente prevalente.

La cgil, messa con le spalle al muro, non può approvare il “piano lavoro” renziano apertamente, ma deve fingere di attaccarlo, deve contestarlo con enfasi e risonanza mediatica. Perciò si erge a difesa di quel vecchio simulacro che ormai è diventato lo statuto dei lavoratori, che ancora sbarra la strada, con l’articolo 18, ai sogni liberisti, europeisti “alla Benigni”, occidentali, di libertà, cioè, nel concreto, alla realizzazione di una precarietà assoluta e generale.

Renzi e i suoi accoliti vogliono realizzare i “sogni” dei padroni neocapitalisti, unificando il mercato del lavoro italiano sotto il segno, non dei pesci, ma della precarietà fin dall’inizio della vita lavorativa. La cgil dell’orripilante Camusso, legata a doppio filo al pd, deve obbligatoriamente fingere di opporsi e di tutelare gli iscritti, per trattenere tessere e consensi. La cosa, in effetti, puzza di bruciato, di contrapposizione sul piano mediatico-propagandistico che non fermerà “il nuovo che avanza”, rullando i lavoratori. In prima battuta, il contratto d’ingresso senza diritti per i nuovi assunti, poi, in futuro, l’abolizione del tempo indeterminato anche per i “vecchi” lavoratori. Non si può partecipare troppo apertamente al massacro, questo ai vertici della cgil lo sanno bene, perciò si oppongono alla riforma, a costo di passare per “conservatori”!

Uno scontro fra “parenti serpenti”, quello fra Renzi e Camusso, disposti a coprirsi a vicenda di contumelie, a fronteggiarsi tirandosi piatti e soprammobili ma uniti da vincoli “di sangue” e di appartenenza. Più che altro, l’ennesima recita infarcita di imbrogli, finzione e malafede, per truffare gli italiani.

E’ bene analizzare di seguito ciò che ha dichiarato in proposito Renzi, in un video presente su You Tube della durata di due minuti e mezzo. Le parole e i buoni propositi espressi dal furbetto neoliberista, in polemica col sindacato, nascondono le sue vere intenzioni nei confronti del “popolo lavoratore”, non dissimili da quelle di Draghi, della Lagarde, di Junker, a lui ideologicamente affini.

La cgil avrebbe deciso l’attacco al governo, secondo Renzi, che accetta la “sfida” della Camusso (sicuro di vincerla, a quanto sembra) e nega di aver in mente Margaret Thatcher quando si parla del lavoro. Infatti, possiamo scommettere che lui non incontrerà una resistenza sanguinosa come quella opposta alla Thatcher dai minatori britannici di Arthur Scargill (dal 1984 al 1985), ma, al più, le blande resistenze di maniera della cgil all’abolizione dell’articolo 18. Per questo Renzi dichiara in video di non preoccuparsi di uno scontro del passato, ideologico, come non si preoccupa della Thatcher, ma di Marta, di 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino, ma a differenza delle sue amiche, che sono dipendenti pubblici, non ha nessuna garanzia. Perché? Perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B. Pensa a Giuseppe di 50 anni che non può avere la cassa integrazione, o a chi, piccolo artigiano, è stato tagliato fuori da tutte le tutele. Magari la banca gli ha chiuso i ponti e improvvisamente si è trovato dalla mattina alla sera a piedi.Come si nota, con molta malizia tira in ballo una precaria che non può andare in maternità, ma solo per stigmatizzare la tutela finora concessa ai dipendenti pubblici – come se fossero loro i colpevoli della situazione di Marta – fra i quali le sue amiche che hanno il diritto alla maternità. Perché non toglierlo anche a loro, questo diritto, per una questione di giustizia, rendendo i cittadini tutti uguali? Perché non ridurre tutti come Giuseppe, senza cassa integrazione, o come il piccolo artigiano (una sorta di “piccola fiammiferaia” dei nostri tempi, che suscita tenerezza), rovinato dalle banche? Il suo vero piano, incentrato sull’estensione massima della precarietà lavorativa, è ridurre tutti a cittadini di serie B, senza discriminazione alcuna, come Marta, Giuseppe e il piccolo artigiano.

Renzi e i suoi pensano ai co.co.co. e co.co.pro., pensano a quelli ai quali non ha pensato nessuno in questi anni. Condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito, preoccupandosi soltanto dei diritti di qualcuno e non dei diritti di tutti. Loro non vogliono il mercato del lavoro di Margaret Thatcher, ma i cittadini tutti uguali sul mercato del lavoro (nel senso prima esplicitato, però), un mercato del lavoro giusto e regole giuste, non che dividono sulla base della provenienza geografica e non regole complicate. Se poi con queste regole nuove aziende, multinazionali e non solo, verranno a investire in Italia e creeranno posti di lavoro, si potrà finalmente dare il lavoro a chi non ce l’ha. Così s’introduce il tema dei capitali stranieri che devono tornare a investire in Italia, ma che lo faranno, come sappiamo, solo se il lavoro sarà debitamente flessibilizzato, offerto a prezzi stracciati e a condizioni di semi-schiavitù. Renzi è felice, come ha dichiarato più volte, se i grandi squali “investono” in Italia, facendo lo shopping di aziende a prezzi di fine stagione, anche se poi chiudono e spostano le produzioni in estremo oriente o nell’Europa dell’est.

Ai sindacati che vogliono contestarlo (Camusso, Landini) Renzi dice: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l’Italia? L’ingiustizia tra chi il lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi è precario e soprattutto tra chi non può neanche pensare a costruirsi un progetto di vita, perché si è pensato soltanto a difendere le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente. Sono i diritti di chi non ha diritti che ci interessano e noi li difenderemo in modo concreto e serio.Commovente. I diritti di chi non ha diritti. Una frase di sicuro effetto alla papa Francesco (non d’Assisi, ma de Xavier, gesuita). Così, per difendere gli ultimi, si abolisce la tutela dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori per i nuovi assunti “a tutele crescenti”, in modo tale che l’ingresso nel mondo del lavoro sia sempre e comunque precario. A questo, forse, non ci aveva pensato neppure Marco Biagi (n. 1950, giustiziato nel 2002), il giuslavorista e consigliere ministeriale da laboratorio, che ha contribuito a inoculare il virus della precarietà nella società italiana. Sulla concretezza e sulla serietà dell’impegno, trattandosi di Renzi, è lecito avanzare qualche dubbio.

Su una cosa, però, ha ragione l’imbonitore fiorentino, in polemica strumentale con la cgil: ciò che è accaduto ai lavoratori negli ultimi decenni, tutte le ingiustizie che hanno subito, portano anche la firma dei sindacati, che hanno favorito, in modo più o meno scoperto – scopertamente la cisl, più subdolamente la cgil e ancor più nascostamente la fiom – la “discesa negli inferi” neoliberista del lavoro, siglando contratti-truffa e accordi-capestro, avallando riforme antipopolari, facendo carne di porco persino dei loro iscritti.

FONTE  http://pauperclass.myblog.it/2014/09/21/lobiettivo-renzi-lavoratori-uguali-sfruttati-eugenio-orso/

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La morte di Davide Bifolco e il vittimismo del potere


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Davide, ammazzato da un carabiniere prima di compiere 17 anni.

Il testo più utile e chiaro sull’uccisione di Davide Bifolco da parte di un uomo armato in divisa l’ho letto. Si intitola Non è un paese per poveri: Davide Bifolco e il razzismo di classe in Italia.

Sul serio, andate a leggerlo, e solo dopo tornate qui.

Lo avete letto? Bene, riprendiamo il discorso.

Il fatto che gli amici di Davide e la popolazione del Rione Traiano non abbiano accettato in silenzio e a capo chino la solita versione del «colpo accidentale» (sono ormai centinaia i «colpi accidentali» da quando fu approvata la Legge Reale), ma abbiano espresso in vari modi la loro rabbia, ha scatenato i vermi brulicanti nel ventre di «quelli che benpensano», come li chiamava Frankie Hi Nrg.

Sono i vermi del razzismo verso chi sta peggio; dell’odio per gli esclusi spinto fino a invocarne l’esecuzione sommaria; del conformismo rancoroso che nutre gli intruppamenti sui social media; dell’inflessibilità verso i poveri che va sempre di pari passo con l’ammirazione per la furbizia dei ricchi, tanto bravi ad aggirare le leggi per farsi i cazzi propri.

«Se l’è andata a cercare», Davide Bifolco. Non si è fermato all’alt. Era in motorino con altri due. Era senza casco. Il motorino era senza assicurazione. Era in giro di notte. Soprattutto, era uno del Rione Traiano e quindi quasi geneticamente pericoloso, camorrista in potenza.

Sulla base di tali pseudomotivi, una parte di opinione pubblica – pungolata dalla marmaglia dei commentatori e opinion maker proni al potere in divisa – trova ovvio che un’auto dei carabinieri speroni un motorino, poi un carabiniere, pur potendo facilmente risalire alla sua identità, si accanisca a inseguire un ragazzo e infine lo ammazzi in mezzo alla strada. Lo trova ovvio e lo giustifica.
O meglio: dice di trovarlo ovvio perché vuole giustificarlo.

Tutto ciò nella completa assenza di qualunque reato. Per chi gira senza casco o assicurazione non è previsto un proiettile in petto, ma una multa o il sequestro del motorino. Eppure, sembra che molta gente abbia letto (parola grossa, lo so) un altro codice della strada:

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Sia ben chiaro: anche nel caso di un reato – ad esempio uno scippo – quella del carabiniere sarebbe stata una condotta ingiustificabile.

Anche nel caso con Davide ci fosse stato «un latitante» – circostanza già smentita dal diretto interessato – va ricordato che in Italia non c’è la pena di morte, in teoria. Men che meno irrogata a casaccio e messa in atto da un militare, per strada, senza la seccatura di un processo. In teoria.

Ma no, dicono quelli che benpensano: la vittima non è Davide, la vittima è il carabiniere. Poverino, immaginate lo stress, la rottura di coglioni a dover lavorare in quel quartiere, in mezzo a quella gentaglia. Pure Aldrovandi, in fondo, mica era un santarellino! Applausi ai poliziotti ingiustamente condannati per averlo ucciso! Facile criticare chi mantiene l’ordine! E Cucchi? Un tossico. Gabriele Sandri? Un ultrà. Non se ne può più di questa delinquenza, e tutti ‘sti negri che portano l’ebola, dove andremo a finire, ci vuole il pugno di ferro, solidarietà alle forze dell’ordine ecc. ecc.

A questo punto, di solito, arriva la citazione (a cazzo) di Pasolini. Se questi apologeti della repressione sapessero cos’ha scritto davveroPasolini sulle forze dell’ordine, direbbero che han fatto bene ad ammazzare anche lui, comunista e pure ricchione.
[Molti, del resto, la pensano già così, e sovente sono gli stessi che lo citano a sproposito per difendere a priori chi manganella e uccide.]

Il 12 settembre scorso ho presentato L’Armata dei Sonnambuli proprio allo Zero81 Occupato, e ho parlato anche di questa vicenda, cercando di inserirla in un contesto ideologico e storico più ampio. Il tema è il vittimismo del potere e di chi ne giustifica o nasconde gli abusi, il «non è mai colpa nostra» come fondamento dell’ideologia dominante italiana, parte essenziale di un dispositivo che plasma le nostre vite tutti i giorni.

FONTE  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18935

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Non è un paese per poveri: #DavideBifolco e il #Razzismo di classe in #Italia


davide-bifolco-corteo-05-630x419Partiamo dall’inizio, per chiarire le cose: noi, come tanti altri, nel Rione Traiano sabato 6 settembre c’eravamo.

In realtà eravamo lì già il giorno prima, quando ci ha travolto la notizia che un carabiniere avesse ucciso un ragazzino di 16 anni.

Scusateci, ma non siamo proprio capaci di guardare quello che accade attorno   a noi senza averne conoscenza diretta e abbiamo sentito dal primo momento il bisogno di stare accanto alla famiglia di #Davide che perdeva un figlio e un fratello per mano di “un uomo dello stato” proprio in quel quartiere già devastato dall’abbandono e dalla criminalità organizzata.

Abbiamo voluto esserci per loro e per Davide: troppo giovane per poter portare sulle spalle anche le responsabilità della sua stessa morte. Una responsabilità che dal giorno dopo, con lurida freddezza, hanno provato ad addossargli carabinieri, poliziotti, istituzioni, intellettuali progressisti e quel gigantesco ventre molle razzista e classista che abita questo paese.

Abbiamo fatto una scelta di parte, quella che ci è sempre appartenuta: affiancarci agli ultimi di questa società e di questa città, coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, che vivono di piccoli lavoretti a nero, che sopravvivono nel centro e nelle periferie senza aver mai conosciuto nessuna forma di welfare; chi vive in questi quartieri dormitorio e campa di lavori sottopagati in altre parti della città, o a quelli che vivono di illegalità perché di possibilità di scelta non ne hanno mai avute, a quelli che la gente chiama “La Camorra” ma che della Camorra sono le prime vittime, manovalanza di un mercato del lavoro criminale spietato quasi come quello legale, ma decisamente più accessibile.

Ci siamo stupiti che grande parte della città non ci fosse, mentre la ritrovavamo sui social media, comodamente seduta dietro le proprie scrivanie, a pontificare su quello che non ha mai visto e a pensare di poter dare lezioni di vita.

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Abbiamo creduto che un evento tragico come quello della notte del 5 settembre avesse la forza di scuotere anche le coscienze più perbeniste.

Anche la razzistissima America ha avuto un briciolo di comprensione per la rabbia di Ferguson, mentre l’Italia razzista e bigotta, e pezzi consistenti della classe dirigente di questa città, hanno guardato l’ennesimo spettacolo da “gomorra”, non riuscendo a “perdonare” a Davide Bifolco, napoletano, di essere morto ammazzato per mano di un carabiniere.

Quel ventre molle, razzista e classista, è il terreno fertile di un’opinione pubblica e il mercato di una stampa che dal giorno dopo ha scelto di ignorare i fatti accaduti nel corso di quella notte (e confermati dalle testimonianze dei giorni seguenti) per darsi a un’imbarazzante litania sociologica sulle “colpe” di Davide, dei suoi amici, del suo quartiere e della sua città.

Di certo ci aspettavamo le cazzate del Salvini e del Saviano di turno, e le evocazioni legalitarie del fascista più inappropriato e odioso della situazione: a questo giro il premio l’ha vinto Bobbio, ex sindaco di Castellamare di Stabia e membro del partito con il più alto tasso di collusione mafiosa della regione.

Quello che non ci aspettavamo, invece, è la foga di alcuni editoriali e di numerosi profili Facebook e Twitter che hanno messo in luce quanto questo paese e questa città covino un odio viscerale nei confronti dei poveri, degli ultimi della società, i fanoniani “dannati della terra” o una lombrosiana “razza maledetta”.

Scrive Paolo Macry sul Corriere della Sera dell’8 settembre: “A Napoli esistono i ghetti. Ciò che nella Parigi di Victor Hugo o nella Londra di Charles Dickens era il confine di classe e che nelle città americane è stato lungamente (e in parte è tuttora) il confine di razza, a Napoli è il confine della legalità. Scampia, Forcella, il Rione Berlingieri, il Rione Luzzatti, eccetera, costituiscono aree economicamente degradate e urbanisticamente fatiscenti, ma sono anche il luogo di una contrapposizione dei cittadini allo Stato che appare intensa, diffusa e, a quanto sembra, introiettata. È qui che si nascondono i latitanti, che la gente cerca di resistere con la forza agli arresti della polizia, che i conflitti tra interessi vengono risolti da una giustizia privata e cruenta e le guerre tra bande armate avvengono alla luce del sole. Mentre un miscuglio inestricabile di paura, collusione e omertà suggerisce il silenzio ai testimoni. Sono insomma ghetti perché riflettono un contesto infernale ma anche perché, in qualche modo, si sentono essi stessi ghetti. Ovvero territori separati dal resto del tessuto urbano, soggetti a codici speciali, abituati a proprie gerarchie di potere, fidelizzati con ricompense di varia natura dalle organizzazioni criminali”

Il “quartiere illegale” è l’espressione sublime della razzializzazione di questo popolo. È il ghetto all’italiana nel suo odiato, utile e imbarazzante Sud. È lo spazio dove esiste un peccato originale e oggettivo, per il quale non esiste sociologia che tenga.

È uno shock culturale e discorsivo che annienta tutte le altre categorie del discorso.

È (scusateci l’astrazione che abbandoniamo immediatamente) ciò che consente di superare, con un battito di ciglia, tutte le questioni di diritto che la storia di quella notte pone.

In primo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un uomo. Ragazzino o non ragazzino, di spalle o di faccia, in fuga o inerte.

In secondo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un ragazzino in fuga, senza alcun rischio di offesa. Che abbia ignorato o meno un posto di blocco con il suo motorino, che girasse da solo o evidentemente in barba al codice della strada (ma solo al codice della strada!!) a due, a tre, o quattro senza casco.

Questa discussione non esiste. Esistono invece tutte quegli argomenti che servono a giustificare l’omicidio di un ragazzino a opera di un carabiniere, che si esprimono nel trovarsi in un quartiere dormitorio con un alto tasso di criminalità organizzata, con altissima disoccupazione e dispersione scolastica, con servizi zero, prospettive nulle. Esiste, dunque, la colpa di essere povero.

In un quartiere ghetto, costruito, come tanti altri ghetti nostrani, da quello stesso Stato e dai poteri forti che evocano legalità mentre continuano ad affamare, avvelenare e impoverire le nostre terre. E mentre sparano, senza alcun diritto, rivendicano legalità.

Il giorno dopo raccontano al mondo il ghetto. Mentre continuano ad avvelenarlo di miseria, mentre continuano a intossicarlo di disoccupazione e dispersione scolastica. Domani sarà di nuovo il ghetto “dimenticato”, perché in questo paese non si vede luce in fondo al tunnel della disoccupazione e della precarietà, allo smantellamento della scuola e dei servizi.

Quello che vediamo davanti a noi è un razziale odio di classe da romanzo dell’800, ma terribilmente vivo nelle attuali testate nazionali e nell’opinione pubblica nostrana.

Un odio di classe necessario: l’odio figlio della paura che quella moltitudine di corpi esca dal corpo, rabbiosa, per rivendicare un briciolo di dignità. La paura che quella moltitudine fuoriesca dal ghetto.

La Napoli bene, che ha trascorso l’inverno a scimmiottare le frasi più cult di “gomorra”, ha tremato dinanzi all’ipotesi che quella gente arrivasse fuori alle proprie case, ha tremato all’idea che lo stato di cose presenti venisse messo in discussione.

Su queste paure, coscienti o meno, mette basi il falso assioma classista che vuole nella povertà e nell’illegalità la causa della prevaricazione e la nascita delle mafie. Lo stesso assioma che vuole tutti i poveri camorristi e, fuori dalla città, tutti i napoletani camorristi. Sulla base di questo assioma trova perfino giustificazione l’omicidio di un ragazzino di 16 anni per mano di un carabiniere.

Noi oggi non vogliamo raccontare la storia di quella notte, lo sta facendo benissimo la gente del rione Traiano che con forza dirompente esplode di narrazioni, testimonianze, video, interviste, che scende in piazza ogni giorno e parla linguaggi diversi. Che ha la forza di parlare con noi, reagendo anche alle svariate operazioni delle grandi testate giornalistiche e dei miseri poliziotti di quartiere che dal primo giorno hanno avuto l’ansia di raccontarci in piazza come corpo estraneo, “portatori d’odio”, violenti e pericolosi, che dal primo giorno si sono occupati di diffamare la nostra solidarietà.

Testate e poliziotti che non aspettano altro che completare l’assioma povertà=illegalità=camorra mettendoci dentro anche coloro che come noi dal primo giorno hanno scelto di non abbandonare Davide e i suoi amici (un primo imbarazzante comico assaggio sul Corriere del Mezzogiorno del 10 settembre traccia con aria massonica trame di connessione tra antagonisti e dei virgolettati “amici di Davide”, inserendo con un colpo di magia tra le prime quindici parole anche i mitici “black block”).

Testate e poliziotti che non aspettano altro che creare altri ghetti nel ghetto, per rimettere ogni cosa al suo posto e tornare a dialogare serenamente con i galoppini delle piazze di spaccio della zona, quelli che portano valanghe di voti ai politici di turno a ogni appuntamento elettorale.

Questo ve lo possiamo raccontare: in piazza, sabato, c’erano loro a mantenere calma la manifestazione.

Per nostra fortuna erano la minoranza di un quartiere vivo e solidale che piangeva, urlava, cantava e pregava. Gente semplice.

Noi stiamo con queste persone, voi scegliete da che parte stare.

Il silenzio, sicuramente,  sarebbe più dignitoso.

Noi vogliamo ringraziare questi ragazzi perché è solo grazie alla loro scelta di stare in piazza ogni giorno da sabato che forse la ricerca di verità e giustizia non sarà vana.

E vogliamo ringraziare l’associazione ACAD che ha tempestivamente offerto supporto legale, gestendo anche in parte efficientemente la comunicazione nei giorni successivi.

A tutti i perbenisti da tastiera facciamo l’invito a un po’ di silenzio e ad una rapida ricerca su Google per scoprire che la metà delle proprie convinzioni è falsa. Se proprio non ci riescono, gliene forniamo qualcuna.

1) “A Napoli si scende in piazza solo quando un carabiniere ammazza un ragazzo e mai quando uccide la camorra!”

  • Falso. A Napoli si scende in piazza sempre contro gli abusi dell”una e dell’altra faccia del capitalismo, basta guardare la fiaccolata dopo la morte di Pasquale Romano (novembre 2013), vittima innocente di una guerra di camorra.

2) “Dopo la morte di Davide Bifolco sono state incendiate 6 auto della polizia.”

  • Falso. La questura stessa in un comunicato ufficiale smentisce la notizia.

3) “Bisogna tutelare la privacy del carabiniere e non diffondere le sue generalità per la presunzione d’innocenza.”

Noi chiediamo a gran voce che le generalità del carabiniere siano diffuse perché siamo convinti che questo sia un atto di tutela nei confronti dell’intera cittadinanza. Vogliamo essere sicuri che sia lui e solo lui a pagare per ciò che ha fatto, senza la possibilità di insabbiare e depistare le indagini o inquinare le prove come già è stato fatto sul luogo del delitto. Vogliamo che sia lui a non tornare mai più al suo posto di lavoro, per la tutela dell’intera comunità, pretendiamo le sue generalità per una questione di trasparenze e tutela dal basso della cittadinanza. Al contrario, dettagli della vita della famiglia di Davide sono stati passati al setaccio dai giornali per costruire l’immagine di un ragazzo-delinquente.

4) Per quale motivo nessun giornale ha posto l’attenzione sul fatto che l’indagine sia stata affidata agli stessi carabinieri, dunque colleghi dell’omicida? Non sarebbe stato un gesto di buon senso e di trasparenza affidarle a un altro organo dello Stato?

5) “Il colpo che ha ucciso Davide è accidentale”

– Da quando in Italia esiste la legge Reale, 1975, sono più di 1000 i casi di morti “accidentali”, grazie all’art. 14 che recita: “estendendo la previsione normativa dell’art. 53 c.p., consente alle forze dell’ordine di usare legittimamente le armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. Gli agenti colpevoli di omicidio l’hanno sempre fatta franca. È arrivato il momento di abolire questa infame legge che tutela gli omicidi di Stato.

6) “ Il carabiniere che ha ucciso Davide Bifolco NON È sottoposto a custodia cautelare”

– Questo risulta davvero incomprensibile, visto che è stato già appurato che l’agente dell’Arma abbia di proposito inquinato la scena del delitto e le relative prove, spostando il cadavere e nascondendo il bossolo. Cosa fa credere al PM che non possa farlo di nuovo? Questa eventualità è resa possibile dal fatto che sono gli stessi appartenenti all’Arma a condurre le indagini sul caso.

7) “Se vai a 3 sul motorino senza casco e assicurazione sei colpevole quanto il carabiniere”.

– Sembra assurdo, ma va ricordato a tutti i paladini della giustizia che le mancate osservanze del codice della strada prevedono una sanzione amministrativa che, per quanto cruenta, non ha ancora raggiunto la pena di morte. La Corte di Cassazione, inoltre, ha in passato definito l’infrazione di un posto di blocco non un reato penale. L’omicidio in Italia prevede una pena non inferiore ai 21 anni di reclusione.

8 ) “Il carabiniere era sotto pressione, succede quando si fa servizio in quartieri difficili”

– Falso! Se il carabiniere subisce cosi tanto la pressione può scegliere tranquillamente un altro mestiere: viviamo tutti i giorni di stenti e lavori precari e non per questo ammazziamo la gente. Ripetiamo, inoltre e fuor di retorica, che nei quartieri difficili le forze dell’ordine hanno dei rapporti di convivenza, politici ed economici, con la criminalità organizzata che permette loro di stare tranquilli. La maggior parte delle caserme o dei commissariati della periferia sorgono nei pressi di piazze di spaccio (vedi Secondigliano, Scampia, o lo stesso Rione Traiano) e non ci sembra che vengano assaltate quotidianamente.

9 )“I cortei sono gestiti dalla camorra, come durante l’emergenza rifiuti”

– Niente di più falso! Basterebbe farsi un giro e non fermarsi alle apparenze, per capire che i primi a non volere troppa visibilità e caos nelle strade sono gli stessi appartenenti alle organizzazioni criminali. La stessa magistratura ha poi confermato negli anni che l’interesse dei clan è sempre stato rivolto al ciclo dei rifiuti, legale e illegale, e che esistevano delle connessioni tra i capitali che provenivano dai clan e la costruzione delle discariche e degli inceneritori. Ne deriva che la Camorra e lo Stato si sono alleate contro i cittadini perché il ciclo dei rifiuti fosse quello progettato dalle istituzioni. (Ancora oggi un nuovo ciclo virtuoso dei rifiuti in Campania non si vede. Impianti di riciclaggio e compostaggio non vengono costruiti!)

10) “Il carabiniere non aveva altra scelta, era una situazione difficile e doveva impugnare la pistola per sicurezza”

– Quello che è imperdonabile all’infame che ha ucciso Davide Bifolco è proprio questo: sorvolando sull’inusuale accanimento con il quale di principio si è appassionato all’inseguimento di questi pericolosi criminali, la gazzella dei carabinieri aveva già speronato e fatto cadere i tre ragazzi, i carabinieri avevano ormai il motorino e sarebbero potuti risalire al proprietario; avevano inoltre tratto in arresto già uno dei tre. Esistevano insomma tutti gli elementi per risalire agli altri due presenti sul mezzo (non vi raccontiamo quali strumenti vengono quotidianamente utilizzati nelle caserme napoletane per portare a buon fine gli interrogatori!): non c’era nessun motivo per sparare, non c’era nessun motivo per togliere gli anni migliori a un ragazzino innocente.

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FONTE http://www.zer081.org/2014/09/11/non-e-un-paese-per-poveri-davidebifolco-e-il-razzismo-di-classe-in-italia/

Pubblicato in: diritti, donna, economia

La resistenza con la scopa


Hanno sperimentato sulla loro vita il nuovo “ammortizzatore” sociale: otto mesi in mobilità col 75 per cento di uno stipendio di 550 euro. E poi si salvi chi può: tutte e 595 in mezzo alla strada. Che resistenza avrebbero potuto opporre tante donne povere, ignoranti, isolate, invecchiate senza diritti né sindacato? Se erano finite con la scopa in mano, poi, tanto intelligenti non dovevano essere… Si sarebbe aperta così la strada alle misure necessarie a contrastare la crisi: 25 mila nuovi licenziamenti nel settore pubblico per il bene della Grecia e dell’Europa. “Siamo donne delle pulizie, non siamo sceme”, hanno risposto Lisa, Despina, Georgia e le altre. E hanno inventato una resistenza tenace quanto fantasiosa, una lezione politica senza precedenti rivolta non solo alla Troika e ai suoi compari ma anche a chi, tra coloro che si oppongono ai sacrifici umani europei, continua a non considerarle un soggetto capace di decidere come e per cosa lottare. Umiliate per motivi di genere e di classe, picchiate brutalmente dalla polizia, ignorate dai sindacati e dalla sinistra politica, proprio come certi indigeni lontani, hanno dovuto far rumore per farsi ascoltare e crearsi un’immagine per rendersi visibili. Sono le risorse di chi vive in basso, della gente comune, cioè ribelle. Venerdì 22 settembre è la giornata di solidarietà internazionale con le 595 donne delle pulizie licenziate dal ministero delle finanze e da altri uffici pubblici in Grecia

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di Sonia Mitralia

Licenziate a settembre dello scorso anno, dopo undici mesi di lotta lunga e amara, messe in “mobilità” (essendo state licenziate al termine degli otto mesi previsti dalla normativa), in Grecia 595 donne delle pulizie della funzione pubblica sono diventate il simbolo della più fiera resistenza contro l’austerità.

Avendo avuto il coraggio di battersi contro un avversario tanto forte, il governo di Atene, la Bce, la Commissione e il Fmi, sono diventate una questione politica e leader di tutta la resistenza attuale contro la politica della Troika. E, tuttavia – dopo 11 mesi di lotta, dopo l’enorme sfida che hanno lanciato, dopo essersi trasformate nel principale nemico del governo e della Troika, dopo essere andate oltre l’applicazione delle misure di austerità e dopo una presenza molto veicolata dai media sulla scena politica, queste donne in lotta non vengono ancora considerate un soggetto politico dagli avversari dell’austerità.

Di certo, dall’inizio delle misure imposte dalla Troika, le donne sono scese in piazza in massa e la loro resistenza sembra possedere una dinamica propria e molto specifica, costituisce una lezione politica.

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Durante questi quattro anni di politiche di austerità, anni che hanno trasformato la Grecia in un disastro sociale, economico e soprattutto umano, si è parlato molto poco della vita delle donne, e ancora meno delle loro lotte contro le imposizioni della Troika. Per questo l’opinione pubblica ha accolto con stupore questa lotta esemplare, condotta esclusivamente da donne. Ma è veramente una sorpresa? Le donne hanno partecipato in massa ai 26 scioperi generali greci. Durante il movimento degli indignati, hanno occupato le piazze, si sono accampate e hanno lottato. Si sono mobilitate in prima linea anche nella occupazione e autogestione della ERT (l’azienda radiotelevisiva pubblica).

Sono state ancora le donne, e in maniera veramente esemplare, l’anima delle assemblee durante lo sciopero della scuola e dell’università, e poi lo sono state nella lotta contro la “mobilità”, vale a dire contro il licenziamento, dopo otto mesi con il 75 per cento del salario. Venticinquemila dipendenti pubblici, in maggioranza donne, sono vittime dei tagli dei servizi pubblici. Le donne rappresentano poi la schiacciante maggioranza (95 per cento) del Movimento di solidarietà e dei servizi autogestiti che cerca di far fronte alla crisi sanitaria e umanitaria.

La massiccia partecipazione delle donne ai movimenti di resistenza contro la distruzione dello stato sociale, attraverso le politiche di austerità, dunque, non è una sorpresa e non è casuale: in primo luogo, è ben noto, perché le donne sono nel mirino delle politiche di austerità. La demolizione dello stato sociale e dei servizi pubblici ha attaccato le loro vite, come per la maggioranza dei dipendenti pubblici ma anche come utenti degli stessi servizi, per questo le donne sono state ancora una volta doppiamente colpite dai tagli.

Di conseguenza, le donne hanno mille ragioni per non accettare la regressione storica della loro condizione, cosa che equivarrebbe a un concreto ritorno al 19° secolo. Certamente, all’inizio le donne non si erano caratterizzate come “soggetto politico”, condividendo le stesse richieste e le stesse forme di lotta degli uomini. Erano sicuramente molte, ma già nella lotta esemplare contro l’estrazione dell’oro nell’area di Skouries, in Calcidia, nel nord della Grecia, quella contro la multinazionale canadese Eldorado, le donne si erano rapidamente distinte per le loro forme di lotta e per la loro radicalità.

E se la stampa e il pubblico non erano consapevoli della ripercussione dell’identità di genere nelle forme di lotta, la polizia lo era. Di fatto, i reparti antisommossa venivano impiegati in particolar modo contro le donne. Una repressione feroce e selettiva, per terrorizzare attraverso loro tutta la popolazione, per schiacciare ogni tipo di disobbedienza e movimento di resistenza. Criminalizzate, incarcerate, le donne sono state vittime di abusi umilianti, anche di natura sessuale, sui loro corpi.

In una seconda fase, poi, le donne hanno espresso iniziative e forme specifiche nelle loro lotte.

Tutto ha avuto inizio quando, per imporre la parte più difficile del suo programma di austerità e portare a termine gli accordi con i creditori, il governo si è concentrato sulle donne delle pulizie del ministero delle finanze e dell’amministrazione tributaria e doganale. Sono state inserite nel meccanismo della “mobilità”, dalla fine di agosto 2013, un fatto che ha comportato che per otto mesi venisse loro corrisposta una cifra pari a tre quarti del loro salario di 550 euro, prima del licenziamento definitivo.

Il governo ha seguito esattamente la stessa strategia utilizzata nella vicenda di Skouries. L’obiettivo era attaccare innanzitutto i più deboli e quelli con minori probabilità di ricevere sostegni, vale a dire le donne delle pulizie. In seguito sarebbe venuto il turno della maggioranza degli impiegati arrivando al licenziamento di 25 mila dipendenti pubblici. Questo è avvenuto in una fase in cui i movimenti di resistenza erano stati colpiti dall’austerità senza fine, erano atomizzati, stanchi, sfiniti, vulnerabili. Il governo riteneva che “questa categoria di lavoratrici”, queste povere donne di “classe sociale bassa”, con salari di appena 500 euro, e neanche molto intelligenti (da qui lo slogan “non siamo stupide, siamo donne delle pulizie”) sarebbero state schiacciate come mosche.

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L’obiettivo è la privatizzazione dell’attività delle pulizie, un autentico regalo alle imprese private, cioè a organizzazioni mafiose, note come campioni nelle frodi fiscali, che subappaltano, con salari di 200 euro mensili o di 2 euro l’ora, con coperture assicurative parziali, nessun diritto sul lavoro. Insomma, l’equivalente di una condizione di semischiavitù o di galera.

Le lavoratrici licenziate e sacrificate sull’altare cannibale della Troika sono donne dai 45 ai 57 anni, a volte madri nubili, divorziate, vedove, indebitate, con figli o mariti disoccupati o lavoratori dipendenti con basse qualifiche, che si trovano nell’impossibilità di accedere al pensionamento anticipato. Non riescono ad accedervi dopo oltre 20 anni di lavoro, e senza alcuna possibilità di trovarne un altro.

Quelle donne hanno deciso di non farsi calpestare, di afferrare le redini della loro vita e di andare oltre le forme di lotta dei sindacati tradizionali. Alcune hanno preso l’iniziativa di organizzarsi in modo autonomo, una parte di loro aveva già lottato e vinto 10 anni prima, nella lotta per l’assunzione a tempo indeterminato.

Hanno lavorato come formiche, pazientemente, tessendo una ragnatela in tutto il paese. Visto che sono state sbattute sulla strada dal ministero, per loro lo sciopero non aveva più molto senso. Per cui hanno pensato di costruire un muro umano con i loro corpi, proprio nella strada, davanti all’ingresso principale del ministero delle finanze, nella piazza Syntagma, quella davanti al parlamento, il luogo più simbolico del potere.

Non è un caso che siano state delle donne a costruire forme di lotta così piene di immaginazione. Poco considerate per ragioni di genere e di classe, marginalizzate dai sindacati e senza legami con le organizzazioni tradizionali della sinistra greca, hanno dovuto fare rumore per farsi sentire, per farsi ascoltare, Hanno dovuto crearsi un’immagine per essere visibili.

Hanno sostituito gli scioperi passivi, le giornate di azioni effimere e inefficaci, con l’azione diretta e collettiva. Oltre alla nonviolenza utilizzano l’ironia e la “spettacolarizzazione”. Sono andate con corone di spine in testa nel giorno di Pasqua, con la corda al collo davanti alla sede del partito Nuova Democrazia, con musica e balli hanno chiesto la riassunzione immediata di tutte. Tutto questo non ha precedenti in Grecia.

Così adesso le donne delle pulizie occupano e bloccano l’accesso al ministero, inseguono i membri della Troika quando vogliono entrare e li costringono a fuggire e a uscire dalla porta di servizio insieme ai loro guardiaspalle. Si scontrano e lottano corpo a corpo con le unità speciali della polizia. Ogni giorno inventano nuove azioni che i media diffondono e mettono in allarme tutta la popolazione, insomma rompono l’isolamento.

In questo modo, le cifre record della disoccupazione e quella della povertà, cifre che abitualmente sono rappresentate da una statistica senza vita né anima, diventano astrazioni che si umanizzano, acquistano un volto, si trasformano in donne in carne e ossa, donne che hanno in più una personalità e una volontà politica propria. Si chiamano Lisa, Despina, Georgia, Fotini, Dimitri…E con il loro esempio, la forza, la perseveranza, la rabbia, la voglia di vincere, danno una speranza a tutte le vittime dell’austerità…

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I reparti della polizia antisommossa maltrattano queste donne quasi ogni giorno, proprio perchè non servano d’esempio, i padroni temono il contagio. E tutta la Grecia assiste al triste spettacolo di queste donne, a volte di età avanzata, che giorno dopo giorno vengono calpestate, maltrattate e ferite da Rambo della polizia che potrebbero essere loro figli. Perchè? È proprio la Troika che chiede che vengano distrutte, perchè ormai rappresentano un esempio da imitare per tutti gli oppressi, perché sono alla avanguardia della protesta contro l’austerità, non solo in Grecia ma in tutta l’Europa. La loro lotta può essere contagiosa.

Oggi più che mai la lotta eroica di queste 595 donne delle pulizie è la nostra lotta.Non lasciamole sole. Lottano per noi, noi dobbiamo lottare per loro. Organizziamo la solidarietà europea e mondiale!

Sonia Mitralia fa parte delle Donne contro il debito e le misure di austerità (Grecia)

Fonte: Patas arriba

Traduzione per Comune-info: Massimo Angrisano

La resistenza con la scopa

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Il vigile che si ribella agli sfratti


44di Fabio Sebastiani

Spagna, è un vigile del fuoco l’eroe della lotta contro gli sfratti. Il suo nome Roberto Rivas a molti, soprattutto in Italia, non dirà nulla. Ma lui, che di mestiere fa il vigile del fuoco è diventato un simbolo della lotta agli sfratti nel suo paese, la Spagna.

Più di un anno fa, precisamente il 18 febbraio del 2013, si rifiutò di spezzare la catena che chiudeva la porta di casa di Aurelia Rey, affinché la donna di ottantacinque anni non venisse sfrattata dal suo appartamento, in cui viveva da oltre trent’anni. Grazie al gesto, l’anziana signora riuscì a rimanere altri due mesi in casa prima di trasferirsi in un appartamento più economico.

Così è cominciato il processo a suo carico e proprio nel tribunale della sua città, Coruna, in Galizia. E’ stato accusato di “provocare reazioni che potrebbero alterare la sicurezza cittadina”. Per quel gesto del 18 febbraio è stato condannato a pagare una multa e lui ha fatto ricorso.

45Rivas è diventato un simbolo della lotta per la casa in Spagna: spesso è stato fotografato in prima linea alle manifestazione per il diritto all’abitare e con in mano striscioni e cartelli con scritto “no agli sfratti”.

“Non è stato un atto premeditato”, ha detto l’altro giorno in tribunale, volendo sottolineare la reazione istintiva di fronte a un grande atto di palese ingiustizia. Nel 2013, nel pieno della crisi economica, quasi cinquantamila famiglie hanno perso la casa perchè non potevano pagare l’affitto o le rate del mutuo, in quella che in Spagna era diventata una vera e propria emergenza sociale.

Fonte: controlacrisi.org

Il vigile che si ribella agli sfratti

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Renzi, il petrolio e i comitati


Davvero Renzi e il governo pensano che il futuro dell’Italia e del pianeta sia ancora nel fare buchi per il petrolio? Ma perchè i bambini di Gela e di Viggiano e delle città al petrolio presenti e future non meritano l’aria pulita?

di Maria Rita D’Orsogna*

00Il futuro del nostro paese è lontano dai combustibili fossili: 

il futuro del nostro paese è l’efficienza energetica, 
l’innovazione e l’uso delle rinnovabili.
21 Novembre 2012, Le Scienze
“Quando io penso che siamo in una crisi energetica che voi tutti conoscete, e abbiamo un sacco di petrolio in Basilicata o in Sicilia che non tiriamo su per problemi dei comitati di turno, io dico eh bè, vorrà dire che perderò qualche voto ma la norma per sbloccare e per tirar su il petrolio in Basilicata e in Sicilia, creando posti di lavoro in Basilicata e in Sicilia e consentendo a questo paese di vincere la sfida energetica, io la norma la faccio, anzi l’ho già fatta. Vada come deve andare”.
6 Settembre 2014, Rubinetterie Bresciane, Gussago (Brescia)
Evviva la coerenza!
 

Interessante che Matteo Renzi vada a parlare di trivelle lucane e siciliane – con un pizzico di arroganza non lontano dal “ghe penso mi” di un altro primo ministro italiano – a Brescia e che non abbia il coraggio di annunciarle direttamente ne ai lucani, ne ai siciliani.

Perché Matteo Renzi non va a dire queste cose, per dirne una, a Gela, dove l’industria petrolifera ha portato tumori, malattie e malformazioni a residenti e lavoratori, inclusi i bambini,  fuori da ogni limite di tolleranza e di decenza? Basta solo fare google “Gela Eni petrolchimico” e viene fuori ogni sorta di schifo. Invito veramente tutti quelli che pensano che il petrolio sia la panacea ai nostri mali ad andarci a Gela e a vedere li quanto lavoro e quanto progresso abbia portato loro l’Eni che li opera da decenni.  O che, come disse a me l’Eni tanti anni fa,  “quelli sono effetti collaterali”?

Lo stesso discorso si ripete per Viggiano (Potenza) – puzze, inquinamento, fiammate in atmosfera che ogni tanto mandano la gente in ospedale e ogni volta vengono definite “anomalie di funzionamento”?

Sicilia e Basilicata si contendono, assieme alla Calabria, ogni anno il titolo di regione più povera dello stivale. E’ evidente che tutto questo lavoro e sviluppo il petrolio non l’ha portato.

Come detto ad nauseam non è solo il petrolio, ma tutto ciò che gli ruota intorno: emissioni in atmosfera, rifiuti tossici da smaltire, oleodotti, desolforatori, raffinerie, scoppi e perdite, trasformazione di territori agricoli o boschivi in aree industriali con gravi ricadute ambientali ed occupazionali e che distruggono tutto il resto e la democrazia avvelenata. Ovviamente i risultati della petrolizzazione non si vedono il giorno dopo, ma dopo anni, ed è per questo che è facile fare demagogia da Brescia. I pozzi sono altrove e le malattie verranno più avanti.

Ma lei dovrebbe saperlo meglio di me, caro Matteo: qui non si tratta di perdere voti, quanto di perdere vite preziose di persone innocenti che non hanno fatto niente di male se non nascere in posti petrolizzati. E’ facile per Matteo Renzi parlare cosi. Le trivelle non tangono lui, i suoi risparmi, la sua famiglia. Scommetto che parlerebbe diversamente se si decidesse di  trivellare le colline fiorentine a duecento metri da casa sua.

E poi, non fa ridere Renzi che parla di trivelle lucane che ci porteranno a “vincere la sfida energetica”. Ma quale sfida? E con chi? Di progetti petroliferi ne ho letti tanti, e non mi sovviene che ci siano clausole secondo le quali il petrolio estratto in Basilicata resti in Basilicata e sia venduto a prezzo di favore ai lucani. E neanche agli italiani. No, le multinazionali estraggono per vendere dove gli sta piu comodo, non certo per far vincere “la sfida energetica” all’Italia. Semmai faranno vincere la “sfida di Wall Street” agli azionisti sparsi nel mondo.

Tutto questo lascia avviliti e affranti per la piccolezza intellettuale e per l’ignoranza di chi parla.

In Basilicata non c’e’ “un sacco di petrolio”. In Basilicata c’è un giacimento di petrolio che facilmente
potrebbe essere lasciato sottoterra se decidessimo di usare al meglio tutto il resto: risparmio energetico, rinnovabili e intelligenza, come diceva lo stesso Matteo Renzi meno di due anni fa.

Ma perché Renzi ha cambiato idea? Perché ce l’ha su con i comitatini? Non lo so, ma la mia piccola esperienza nei palazzi romani mi porta ad immaginare che non sia facile resistere alle lobby, alle pressioni e alle voci di tutti quelli che con il petrolio hanno da guadagnarci sopra. Sono organizzati, hanno le tasche profonde, e non hanno niente altro da fare.  Ecco allora che è più facile cedere ai petrolieri e compari, e prendersela con i “comitatini”, che chiamati cosi sono solo enti astratti, e non persone, madri e padri di famiglia che vogliono sono l’aria sana.

In tutto questa faccenda mi fanno un po tenerezza – per essere gentili – i vari governatori di Basilicata e di Sicilia. Cosa diranno? Avranno il coraggio di andare contro il primo ministro e le sue scellerate politiche o invece se ne staranno buoni ad obbedire e a far quadrare il cerchio, sacrificando le proprie genti e i propri mari e i propri campi? Veramente Marcello Pittella e Rosario Crocetta non riescono a vedere la realtà lampante di Gela e di Viggiano? Veramente ne vogliono delle altre per le loro regioni?

Ma la persona che io vorrei interpellare più di tutte e’ Mrs. Agnese Renzi. Non hanno figli costoro? Veramente pensano che il futuro dell’Italia e del pianeta sia ancora nel fare buchi? Non lo vede che l’Italia e’ tutta densamente abitata e che non esiste una sola localita’ da trivellare senza rovinare l’ambiente e l’abitato circostante? Che ne pensa Angese Renzi *da mamma* alle trivelle? Da mamma che vuole dare sicuramente ai propri figli tutto quello che di buono gli si puo’ dare: la serenita’, una buona istruzione, viaggi, l’apertura al mondo, il diritto di realizzarsi.

…e l’aria pulita? Perché quella no? Senza l’aria sana non c’è niente altro. Perchè i bambini di Gela e di Viggiano e delle città al petrolio presenti e future non meritano l’aria pulita? Chi sono i petrolieri per poter prepotentemente prendersi i nostri campi, la nostra aria, la nostra salute?

Matteo Renzi conclude con “Vada come deve andare”. No. Qui non si tratta di una partita di calcio, qui si tratta di vita che è troppo preziosa per farci giochi ed esperimenti sopra da parte di un primo ministro improvvisato e che due anni fa diceva una cosa e ora ne dice un altra.

* Fisica e docente all’Università statale della California, cura diversi blog. Questo articolo è stato pubblicato anche su dorsogna.blogspot.it (con il titolo Renzi e petrolio: la norma la faccio io, anzi l’ho già fatta).

FONTE  http://comune-info.net/2014/09/renzi-petrolio/

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Saviano, Martone, Servillo, Rohrwacher, Benni, Celestini: «Stop agli F35»


72eb303c9e69b65ae946b410deb1833bca9a8149196f6aff2bbcb8caL’appello. Vanno sostenute tutte le iniziative parlamentari finalizzate a bloccare la scelta sbagliata sugli F35, puntando alla cancellazione definitiva di questo programma

Nei pros­simi giorni la Camera dei Depu­tati tor­nerà a discu­tere, con pos­si­bi­lità di deci­dere, sulla que­stione dei cac­cia F35.
Con que­sto appello — dopo la grande cre­scita degli ultimi anni di ini­zia­tive con­tro gli F35 gra­zie all’azione della società civile e del movi­mento per la pace riu­nito nella cam­pa­gna “Taglia le ali alle armi” — inten­diamo soste­nere tutte le ini­zia­tive par­la­men­tari fina­liz­zate a bloc­care tale scelta sba­gliata, pun­tando alla can­cel­la­zione defi­ni­tiva di que­sto programma.

Spen­dere 14 miliardi di euro per pro­durre e com­prare (e oltre 50 miliardi per l’intera vita del pro­gramma) un aereo con fun­zioni d’attacco e capace di tra­spor­tare ordi­gni nucleari, men­tre non si tro­vano risorse per il lavoro, la scuola, la salute è una scelta incom­pren­si­bile che il Governo ita­liano deve rivedere.

Per que­sto chie­diamo ai Depu­tati di soste­nere tutte le mozioni par­la­men­tari rivolte a fer­mare il pro­gramma degli F35 e tutte le ini­zia­tive della società civile, delle cam­pa­gne e del movi­mento per la Pace che chie­dono la ridu­zione delle spese mili­tari a favore del lavoro, dei gio­vani, del wel­fare e delle misure con­tro la crisi economica.

Appello fir­mato da: Roberto Saviano, Alex Zano­telli, Mario Mar­tone, Toni Ser­villo, Alice Rorh­wa­cher, Ste­fano Benni e Asca­nio Celestini

FONTE http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/9/11/42243-saviano-martone-servillo-rohrwacher-benni-celestini-stop/

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Vi presento Matteo Renzi, l’uomo che ha svuotato la sinistra


Da Pontassieve a Palazzo Chigi, la storia dell’inarrestabile e spietata scalata al potere di uno scout. Posted by Leonardo Bianchi on 2 settembre 2014 in Post

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Articolo in partnership con Fanpage.it

Lo scorso luglio il giornale online francese Mediapart, uno dei più autorevoli e innovativi nel panorama informativo d’Oltralpe, ha dedicato a Matteo Renzi una lunga inchiesta che ripercorre la sua carriera politica, dai primi passi nei circoli di Pontassieve alla presa di Palazzo Chigi. Per gentile concessione di Mediapart abbiamo tradotto le prime due parti dell’inchiesta, scritte dalla giornalista Amélie Poinssot.

La fonte: http://www.valigiablu.it/matteo-renzi-inchiesta-mediapart/
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Matteo Renzi, la folgorante ascesa di uno stratega

Dalla nostra inviata speciale a Firenze. Aveva appena vent’anni. Si era presentato, a Pontassieve (la cittadina toscana in cui abitava all’epoca), in una di quelle riunioni interminabili della sinistra italiana in cerca d’identità. Erano i tempi dell’Ulivo, nato dopo la scomparsa del Partito Comunista italiano e della Democrazia Cristiana. Gli innumerevoli partiti usciti dall’uno e dall’altro schieramento tentano di imbastire una coalizione. Bisogna abbandonare i riferimenti marxisti, accettare il riavvicinamento con il mondo cattolico… Per la vecchia guarda, che nella rossa Toscana ha sempre votato comunista, la pillola è parecchio dura da mandare giù. In Toscana la sinistra è sempre rimasta maggioritaria, e l’alleanza con la DC è stata a lungo ritenuta inconcepibile. Matteo Renzi, che allora faceva parte del Partito Popolare Italiano (emanazione diretta della Democrazia Cristiana), non ha preso parola subito. Ha aspettato qualche minuto. E quando l’ha fatto, i militanti di sinistra hanno sentito il vento cambiare. Non serve a niente parlare per l’ennesima volta di programmi, esclama bruscamente, bisogna discutere la ripartizione delle poltrone: il sindaco deve tornare al PPI! L’episodio è raccontato dalla storica Giuliana Laschi. All’epoca, dopo aver svolto una ricerca sugli agricoltori della regione, Laschi si era unita ai circoli militanti della sinistra locale. Ma non aveva mai visto di buon occhio il riavvicinamento delle due fazioni storiche della politica italiana, ancor meno dopo l’arrivo di Matteo Renzi. “Dato che Renzi aveva questa capacità di leadership, acquisita nel corso degli anni passati con gli scout, è stato subito spinto dalla sezione locale del PPI. È stato il sostegno della sua sezione a far partire la sua avventura politica”. Questo modo di mettere la tattica sopra ogni cosa e di schivare le discussioni sostanziali è una costante nel percorso di Matteo Renzi. Diventato segretario della sua sezione in qualche mese, Renzi rifà la stessa scena al momento delle trattative per la presidenza della provincia di Firenze, e vince la scommessa: dopo il ricatto del giovane di ritirare l’appoggio in caso di un risultato non soddisfacente, sarà un candidato del PPI a correre per la carica a nome dell’intera coalizione. “Durante i suoi primi anni in politica, l’obiettivo di Renzi era quello d’ottenere più incarichi possibili per le persone del suo partito”, racconta Simone Siliani, che si è formato nei ranghi del Pds – il diretto erede del Partito Comunista – e attualmente lavora presso il Gabinetto del Presidente della Regione Toscana. Per dirla in altri termini: ribaltare il rapporto di forza tra l’ala sinistra, maggioritaria in Toscana, e quella democristiana, fino a quel momento ai margini. L’ambizioso giovane arriva ben presto a realizzare i suoi scopi, ed è a lui che spetta, logicamente, la presidenza della provincia. Ha 29 anni. Cinque anni dopo, nel 2009, mentre le alleanze si sono ormai consolidate a livello nazionale in seno al Partito Democratico, l’ala sinistra resiste ancora in Toscana, e continua a non dare alcun credito a Renzi. Alle primarie per designare il candidato del PD alle comunali di Firenze, Matteo Renzi presenta la sua candidatura in aperto contrasto con i vertici del partito, che sosteneveno altri candidati a seguito di un accordo interno che stabiliva che la poltrona di sindaco spettasse a un ex comunista, e quella della provincia ai democristiani. “Se non arrivo al 40 percento mi ritiro dalla politica!”, minaccia Renzi – la stessa minaccia ventilata prima delle elezioni europee in caso di risultati insoddisfacenti per il Partito Democratico. La sfida ai vecchi comunisti in declino, disconnessi dal loro elettorato, è così lanciata e le elezioni vengono vinte in quella Firenze che ha sempre votato a sinistra.
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Un formidabile istinto politico

È così che viene creato un personaggio: Renzi è uno stratega, una persona che non ha paura delle sfida, fissa delle scadenze, cerca una forma di plebiscito a ogni tornata elettorale e riesce a ribaltare una situazione che all’inizio non gli è favorevole. “È un atteggiamento che denota decisionismo, una corrente di pensiero che può rilevarsi molto pericolosa. Ma il funzionamento interno del partito democratico è democratico? Certamente no”, afferma la storica fiorentina Ariane Landuyt. “Ogni volta che c’è un ostacolo, Renzi lo affronta di petto. È un uomo che sistematicamente ha bisogno di sfide e di scommesse, è il suo modo di funzionare”, spiega Simone Siliani, che ha conosciuto Matteo Renzi ai tempi della presidenza della provincia, mentre lui era assessore alla cultura di Firenze. L’ambizione, accompagnata da una fervente fede, è uno dei tratti caratteristici di Matteo Renzi. I suoi avversari, tanto quanto gli ammiratori, gli riconoscono anche un’altra qualità: Matteo Renzi è dotato di un grande istinto politico e di una capacità di persuasione fuori dal comune. Non si tratta di un teorico, ma di un uomo che “sente” le cose. “Renzi ha percepito la stanchezza dell’elettorato nei confronti della sinistra toscana, troppo abituata al potere, senza idee, incapace di rinnovarsi, arroccata in un sistema che occupava tutte le posizioni di potere a Firenze”, racconta Pietro Iozzelli, che ha diretto l’edizione fiorentina de La Repubblica per tutta l’ascesa di Renzi. “Liberatosi della vecchia struttura del partito, ha finalmente potuto dire quello che voleva”. La storia di questa ascesa è anche la storia di una generazione che non era rappresentata nel sistema politico italiano. Con Matteo Renzi, le generazioni più giovani sono improvvisamente chiamate ad avere una voce in capitolo: “tocca a noi”, martella Renzi durante i comizi. E lui stesso si presenta come il candidato anti-apparato, il “rottamatore”. Molte persone, incluse quelle dell’ala sinistra del PD, si schierano con lui sulla questione generazionale. Gli altri sono velocemente messi in disparte: prima in veste di presidente della provincia, e poi in quella di sindaco di Firenze, Matteo Renzi favorisce la progressione di volti nuovi, conformemente allo slogan della campagna che aveva tappezzato tutta Firenze: “Viva la gioventù al Palazzo Vecchio!” Ad oggi, tuttavia, le voci dissidenti si sono fatte più rare, più timide. Hanno visto la maggioranza del PD toscano “montare sul carro del vincitore”, come si dice a Firenze. A Palazzo Vecchio, in mezzo agli affreschi della sala Clemente VII che raffigurano l’alleanza tra il papa e i diplomatici francesi e tedeschi con i Medici per riconquistare Firenze nel XVI secolo, Dario Nardella riceve con molti convenevoli. Il delfino di Matteo Renzi, eletto sindaco dopo di lui, ha un volto giovanile tanto quanto Renzi. Nardella è stato uno dei primi ad affiancare l’astro nascente della Toscana, nonostante lui stesso venisse dall’ala sinistra del PD. “Mi sono riconosciuto in questa volontà di rinnovare le generazioni, di strappare Firenze dal vecchio apparato partitico”, spiega Nardella, che è stato per cinque anni vicesindaco. Da quel momento, le divergenze tra i due DNA del partito sono apparse del tutto relative. “La nostra vocazione è quella di essere un partito a vocazione maggioritaria, bisogna quindi unire le nostre forze, e Matteo mi è sembrato essere la perfetta sintesi tra le posizioni riformiste della sinistra e quelle liberali”, aggiunge questo renziano della prima ora, eletto sindaco di Firenze con il 59 percento dei voti lo scorso 25 maggio. Ora che è nella stanza dei bottoni, Dario Nardella dice di aver imparato molto dal suo mentore: “Con Matteo ho scoperto la determinazione nel prendere una decisione, la facilità di contatto con la gente, ma anche l’importanza della comunicazione nell’azione politica istituzionale”.

Un obiettivo nazionale

15072584911_71634abcd3_zLa comunicazione è un altro aspetto centrale del personaggio. Addirittura l’unico, per i detrattori di Renzi, che vedono un lui uno “sbruffone”, dei “discorsi vacui”, un “guscio vuoto”, “l’annuncismo” elevato a sistema, o direttamente un “venditore di pentole” e un “opportunista” che ha scelto la sinistra come avrebbe potuto scegliere la destra… Quando Renzi è Presidente della Provincia fa aprire una società per migliorare l’attività dell’ufficio stampa, “Toscana Multimedia”, che è finanziata dall’amministrazione e con cui fa assumere una decina di persone. La sua gestione della Provincia sarà in seguito condannata dalla Corte dei Conti, a causa di un eccesso di spese non giustificate dalla funzione. Renzi organizza anche un festival, “Il genio fiorentino”, che secondo Simone Siliani ha “una manifestazione con un programma piuttosto povero, per la quale sono stati spesi più soldi per la promozione dell’evento che per l’evento stesso”. Una volta diventato sindaco di Firenze, questa strategia mediatica si trasforma in una vera e propria macchina da guerra. Renzi moltiplica gli uffici e le loro funzioni: portavoce, ufficio stampa, relazioni esterne, responsabile della comunicazione. Secondo il consigliere municipale Tommaso Grassi di SEL, le persone che lavorano per l’immagine di Renzi si aggirano tra le 30 e le 40. Una strategia del genere comunque paga, anche perché arriva dopo i dieci anni di mandato del suo predecessore, Leonardo Domenici – un sindaco descritto come un modello di snobismo, sordo alla richieste della popolazione,  rinchiuso nel suo Palazzo. Al contrario, il giovane sindaco dal volto infantile è un grande appassionato sia dei social network che della stretta di mano. Recita la parte dell’uomo qualunque, non rifiuta mai un dibattito e, soprattutto, non nega mai un’intervista alla stampa. Spesso, infatti, i media sono informati dei progetti prima ancora del consiglio comunale…Questo non lascia molto spazio a interpretazioni: Renzi punta a un obiettivo di portata nazionale, e per lui Firenze non è che una tappa. Se qualcuno in Toscana si sorprende ancora, comunque, è esclusivamente per la rapidità di questa ascesa. Nel cuore del dispositivo Renzi c’è un personaggio chiave: Marco Carrai. È l’eminenza grigia, l’amico di tutti, un uomo di relazioni che gli porta il sostegno di banche e grandi imprese. Per sfondare nella politica italiana e restare al potere, tuttavia, non basta avere talento: servono i soldi e il sostegno  del sistema. Carrai fa parte di diversi consigli d’amministrazione di Firenze, tra cui quello della principale banca della città; è l’amministratore delegato di ADF, la società che controlla l’aeroporto di Firenze e che attualmente sta portando avanti un contestato progetto di una nuova pista; attraverso le sue società Carrai ramifica le sue attività, tra cui c’è la gestione delle audioguide dei musei di Firenze, o ancora il restauro di un palazzo storico – in seguito ceduto a Eataly – a due passi dal Duomo. Secondo la stampa locale, Carrai avrebbe messo a disposizione di Renzi un appartamento nel pieno centro di Firenze. Ed è sempre Carrai ad aver trovato i finanziamenti a Renzi per le primarie del PD del 2012 (perse contro Pierluigi Bersani) attraverso la fondazione Big Bang, che poi cambierà nome in Open.

In Italia, il finanziamento delle campagne per le primarie non è sottoposto ad alcun controllo. “La squadra di Renzi ha dichiarato di aver speso 100mila euro per quelle primarie, e ha fornito una lista di finanziatori. Ma come ha ammesso lo stesso avvocato, quella lista è incompleta perché non tutti hanno accettato di essere citati. Non è da escludere che, per aver finanziato la sua campagna, degli imprenditori abbiano ottenuto dei vantaggi grazie a Renzi”, spiega Duccio Tronci, giornalista freelance e autore del libro Chi comanda Firenze? La metamorfosi del potere e i suoi retroscena attraverso la figura di Matteo Renzi. Molti osservatori dicono che Renzi è un uomo interessato al potere e non ai soldi,  un politico che si circonda di “fedelissimi” a cui lui accorda i “suoi favori” in cambio di  appoggi incondizionati. In una Regione in cui gli interessi economici sono gelosamente conservati dai produttori di vino e le grandi famiglie fiorentine occupano gli stessi palazzi da secoli, non c’è dubbio sul fatto che Matteo Renzi abbia lavorato per assicurarsi il loro sostegno. Il giorno in cui si presenta ufficialmente come candidato sindaco in uno dei teatri più belli della città, Renzi riceve gli onori della marchesa Frescobaldi, una delle figure di spicco della nobiltà fiorentina, che scende personalmente dal suo balcone per congratularsi con lui. E quella del candidato della sinistra sostenuto da una delle grandi fortune economiche del paese è un’immagine altamente simbolica.

14601321801_c5453ca2a6_zMatteo Renzi, il toscano che ha svuotato la sinistra del suo contenuto

Cos’ha fatto Matteo Renzi a Firenze? Decrittare la sua politica la dice lunga su chi ora è segretario del PD, dirige l’esecutivo italiano e presiederà l’Unione Europea fino a dicembre. “Matteo”, come tutti lo chiamano a Firenze, non si è infatti particolarmente distinto per misure di sinistra nel corso del suo mandato da sindaco del ricco capoluogo toscano. Anzi, ha favorito certi interessi economici, evitato il dialogo sociale e, soprattutto, ha continuato a lavorare sulla sua immagine. Matteo Renzi affonda le proprie radici politiche in una Toscana rossa e cattolica. “Matteo Renzi è una figura cresciuta nel cattolicesimo toscano, un cattolicesimo di sinistra, riformista, vicino alla gente e che negli anni ’50 ha visto nascere delle riviste intellettuali, una corrente anticolonialista, degli approcci pedagogici innovativi e delle politiche sociali che sono ruotate intorno a una figura chiave: Giorgio La Pira”, racconta la storica Ariane Landuyt, che vede in Renzi “l’uomo della sintesi, colui che è riuscito, grazie alle sue origini, a recuperare un elettorato comunista che non avrebbe mai votato per la Democrazia Cristiana”. Matteo Renzi ha fatto la sua tesi di laurea in giurisprudenza proprio su questa figura storica della politica italiana. Giorgio la Pira, sindaco di Firenze negli anni ’50, era dotato di una personalità iconoclasta ed è stato estremamente popolare: ha promosso l’impegno dei cattolici in politica per cambiare la società e modellarla sui principi del Vangelo, ha sostenuto le lotte operaie e dato avvio alle prime case popolari in Italia. Matteo Renzi vi si rifà spesso,  senza tener conto della differenza tra i due. Nella pratica, infatti, la sua politica non ha nulla a che fare con quella di La Pira. Matteo Renzi è, prima di tutto, un uomo che rifiuta il dialogo sociale. È uscito piuttosto male da uno sciopero del Maggio Musicale Fiorentino, il grande festival lirico di Firenze, alla fine del 2012, quando dopo la nomina di una direttrice “paracadutata” erano stati annunciati una trentina di licenziamenti. Da sindaco, come racconta Chiara Tozzi della CGIL, Renzi ha ricevuto i sindacati solo quattro volte nel corso del suo mandato, durante un periodo piuttosto agitato in cui, a causa delle misure di austerità decise da Roma, i comuni hanno dovuto abbassare i salari e ridurre il personale: “Su certe questioni Renzi non ha mai voluto mettersi a un tavolo con i mediatori. È stato molto arrogante nei nostri confronti. Le poche volte che ci ha ricevuto, ha passato il suo tempo a compulsare il suo smartphone”. Questo grande appassionato di social network ha inoltre fatto partire, sempre nel 2012, la privatizzazione della municipalizzata dei trasporti, l’ATAF, senza negoziare con la rappresentanza sindacale per salvaguardare i posti di lavoro. Secondo la stampa locale, questa privatizzazione ha portato a un centinaio di licenziamenti e alla soppressione di diverse linee. Durante una manifestazione la sinistra radicale aveva usato questo slogan: “Il sindaco che la destra ci invidia”. Matteo Renzi ha difeso il suo operato a Genova, dove ugualmente è in corso un progetto di privatizzazione del trasporto locale. Più in generale, i detrattori di Renzi gli rimproverano di non aver fatto nulla per la vita quotidiana degli abitanti: certo, ha migliorato l’immagine della città pedonalizzando il centro storico, ma questa misura non è stata pensata per gli abitanti né è stata compensata da mezzi di trasporto adeguati per permettere loro, e soprattutto agli anziani, di recarsi in centro. Di contro le piazze pubbliche sono state trascurate, e all’inizio di luglio un albero è caduto al Parco delle Cascine causando due morti.

Un portatore sano di cultura

Quando si tratta di promuovere l’immagine della città, Matteo Renzi è sempre stato in prima linea. Un anno fa Renzi ha prestato al proprietario della Ferrari tutto il Ponte Vecchio per una sera, rendendolo inaccessibile ai pedoni. Per convincere gli abitanti che questa privatizzazione di un luogo pubblico avesse un senso, Renzi ha promesso che con il denaro raccolto si sarebbero pagate le vacanze dei bambini disabili. “Il comune ha preso eccome i soldi, ma nessun bambino è andato in vacanza”, afferma Tommaso Grassi, consigliere comunale all’opposizione. Di fatto, la nozione di giustizia sociale o la lotta contro l’evasione fiscale sono stati sempre assenti dal discorso pubblico del sindaco di Firenze, interamente incentrato sulle nozioni di tradizione e rinnovamento. Per Tomaso Montanari, storico dell’arte che è stato compagno di liceo di Matteo Renzi e oggi insegna all’Università di Napoli, “Renzi ha usato l’immagine internazionale di Firenze per costruire il proprio personaggio ed evitare di risolvere i problemi concreti della città. È un berlusconiano nato, per il quale la comunicazione è sempre più importante della realtà. Non ha alcun progetto democratico, né per la città né adesso per il paese; il suo unico progetto è incentrato su se stesso, ed è quello di detenere il potere”. L’arte utilizzata come strumento mediatico: questo esperto, autore del saggio Le pietre e il popolo, nell’analizzare la costruzione del personaggio politico di Matteo Renzi racconta anche che il sindaco, aderendo a una visione turistica e monoculturale di Firenze, ha voluto ritrovare e finire un dipinto incompleto di Leonardo da Vinci nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio – un “non senso storico”, secondo Tomaso Montari, dato che sulle pareti c’erano già altri affreschi realizzati in epoche successive. Matteo Renzi ha dunque fatto perforare le pareti per ritrovare lo strato iniziale, e ha voluto realizzare questa impresa attraverso una mescolanza di generi strabiliante: l’impresa a cui è stato conferito l’incarico di recuperare “l’affresco perduto” di Leonardo Da Vinci era di proprietà di una produttrice di vino, sposata con l’ex direttore dell’edizione toscana de Il Giornale, un quotidiano di destra che è il principale quotidiano d’opposizione a Matteo Renzi. Avvicinarsi ai suoi oppositori, del resto, è una tattica usata più volte nel corso della carriera dell’uomo che ora siede a Palazzo Chigi. Alla fine, comunque, Matteo Renzi ha dovuto sospendere il progetto dopo i pareri negativi degli esperti – tra cui un esposto dell’associazione Italia Nostra – e non appena la polemica è diventata nazionale. Per Tomaso Montari, “questo episodio ha fatto crescere la sua rabbia nei confronti degli intellettuali, dell’élite e del mondo culturale. Pur presentandosi come l’uomo del popolo, Renzi utilizza costantemente la cultura in chiave retorica, senza saperne un granché. Come un portatore sano di virus, secondo me Matteo Renzi è un portatore sano di cultura.” Un portatore sano di cultura…che del resto si è liberato da ogni vincolo ideologico. “Non è ideologico, ed è ciò che dà fastidio di lui. Ma è anche ciò che gli viene rimproverato”, spiega la storica Ariane Landuyt, “Renzi è un pragmatico”. Neanche Blair, al quale si ispira e assomiglia, fa parte del suo pantheon… “Tutto ciò è anche un punto di forza poiché gli dà libertà di esprimersi.” “Ha già ucciso la sinistra”, dice Tomaso Montanari, che vede in Renzi “un nemico del pensiero critico. La caratteristica del pensiero critico è quella di sapere che c’è sempre un’alternativa. Renzi invece è profondamente conformista”.

Un metodo in quattro tempi

15052604656_6983d8904e_zTomaso Montanari è stato relativamente vicino a Renzi agli inizi, quando il sindaco di Firenze aveva inaugurato, nel 2010, gli incontri alla Leopolda, una vecchia stazione trasformata in uno spazio culturale. “La Leopolda”, un incrocio tra un meeting politico e uno spettacolo partecipativo molto mediatico, ha riunito politici, accademici e imprenditori in una specie di “big bang” per “costruire la Terza Repubblica”. La sala è strapiena: il pubblico si diverte e riscopre la politica – il tutto mentre l’apparato del PD è lontano anni luce dal proprio elettorato, e i riti sociali che avevano accompagno la storia del PCI, come la Festa dell’Unità, sono spariti negli anni ’90. “La Leopolda” è un momento fondamentale nella scalata al PD della generazione di Renzi, ed è un laboratorio che, per molti, ridà gusto alla politica. A fianco di Renzi si trova anche un altro astro nascente del PD: Giuseppe Civati, oggi deputato, stessa età di Renzi e stessa voglia di spazzare via una direzione gerontocratica. Come lo storico d’arte Tomaso Montari, anche Giuseppe Civati si è però allontanato in fretta. Proveniente dall’ala più a sinistra del PD, eppure da sempre convinto che fosse possibile lavorare insieme all’ala più liberale del partito, Civati resta deluso molto presto dal personaggio: “Renzi è un egocentrico, ha un modo molto personale di concepire la politica, rifiuta la mediazione sociale e la concertazione, anche all’interno della sua stessa squadra. Non sono per nulla d’accordo con questa pratica, che fondamentalmente non è di sinistra,” spiega Civati, che ora è uno dei leader della fronda anti-renziana, ormai minoritaria all’interno del PD. Questo non impedisce a Matteo Renzi di riappropriarsi abilmente dei simboli della sinistra…Il presidente del Consiglio ha già annunciato la sua intenzione di voler rilanciare la festa dell’Unità a Bologna, ad agosto. “Renzi è ormai visto dai media come l’ultima speranza del paese! È una retorica pericolosa,” afferma Tomaso Montanari, “l’ultima volta che si è parlato in questi termini di una persona lo si è fatto per Mussolini…” Lo storico vede peraltro delle “analogie preoccupanti con l’avvento del fascismo: Renzi è il prodotto dell’autodistruzione del PD e della distruzione di tutti gli altri. Certo, oggi non c’è il rischio di veder emergere una dittatura, ma c’è comunque un rischio per la democrazia”. Se il pensiero di Renzi può apparire vuoto, non c’è dubbio sul fatto che ci sia comunque un metodo: “L’azione di Renzi è composta da quattro fasi,” spiega il giornalista Pietro Iozzelli, vecchio caporedattore dell’edizione locale de La Repubblica, uno dei pochi giornalisti ad aver seguito il personaggio sin dall’inizio. “C’è anzitutto l’annuncio in pompa magna, poi una scadenza fissata in giorni o mesi – che non sarà mai verificata dai giornalisti – poi l’evocazione di una serie di altre misure per distogliere l’attenzione e infine, sempre con gran velocità, un nuovo annuncio ancora più ambizioso. Si tratta di spostare incessantemente in là i traguardi e di presentare un continuum di problemi, per dimostrare di sapersi lanciare in imprese ogni volta più grandi e, sostanzialmente, di non dover mai rendere conto”. Insomma, si tratta di una fuga in avanti per mischiare le carte che ricorda stranamente la successione d’annunci fatta da quando è diventato Presidente del Consiglio. In Italia si parla già di “velocismo”. Un esempio tra gli altri: quando era presidente della provincia, Matteo Renzi si opponeva fermamente al passaggio della linea ad altà velocità sotto la città – una posizione popolare in una città dove il sottosuolo è molto fragile. Una volta eletto sindaco, però, Renzi non ha più parlato di questa questione. Di contro, Renzi sembra maneggiare benissimo l’arte delle promesse non mantenute, come quella di creare un parco in cambio della costruzione in periferia di un gigantesco inceneritore, o ancora di mettere in piedi un sistema d’alloggio d’emergenza per i senzatetto: né l’uno né l’altro hanno mai visto la luce. Matteo Renzi, contrariamente alla tradizione politica italiana, non è mai andato oltre un mandato nelle varie cariche che ha ricoperto: un modo perfetto per evitare di tracciare bilanci e per sbarazzarsi della patate bollenti…“È troppo facile guidare una città per cinque anni e poi lasciare che siano gli altri a farsi carico di tutti i problemi. Io avrei voluto un secondo mandato di Renzi!”, dice chiaramente il consigliere dell’opposizione Tommaso Grassi.

14884920276_9b9554a3de_zMa Renzi da parecchio tempo aveva un altro obiettivo. Alla fine del 2013 conquista la direzione del PD; all’inizio del 2014 si insedia a Palazzo Chigi. Al Comune di Firenze il successore di Renzi ci ha spiegato, con una certa diplomazia, che “bisogna fare politica con professionalità senza però farne una professione. Bisogna vivere per la politica, non vivere di politica”. Questi buoni propositi curiosamente ricordano gli stessi formulati dal Presidente del Consiglio in un’intervista accordata lo scorso maggio a diversi quotidiani europei: “Mi piace l’idea che si faccia politica a tempo determinato. Per alcuni anni si consacrano anima e corpo, poi si lascia”. Ancora una volta, questo è un modo di distorcere la realtà: il percorso di Matteo Renzi, infatti, dimostra che sin dall’età di vent’anni c’è stata una consapevole costruzione di una leadership nazionale. Su una cosa, comunque, tutti gli osservatori sono concordi: Renzi è destinato a rimanere a lungo nel sistema politico italiano. Matteo Renzi, insomma, è riuscito in questo incredibile gioco di prestigio: per la sinistra italiana Renzi ormai è il messia – nonostante si tratti di un uomo senza una visione ideologica, spuntato fuori dai meandri della Democrazia Cristiana e diventato, anche a forza di slogan mediatici in un’Italia profondamente segnata da vent’anni di berlusconismo, il leader di un partito sorto dalle macerie del Partito Comunista italiano. La consacrazione però non finisce qui: tutti gli occhi europei sono puntati su questo giovane Presidente del Consiglio che osa tener testa ad Angela Merkel…E dopo il successo del PD alle europee, anche i socialdemocratici di tutto il continente aspettano Matteo Renzi come se fosse il messia.

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RENZI, PORTABORSE DI ENI E FINMECCANICA di Alex Zanotelli


1_renziMentre arrivava in Senato  il disegno di legge sulla Cooperazione allo sviluppo, il presidente del ConsiglioMatteo Renzi partiva per il suo viaggio in Africa . Un viaggio emblematico che ci aiuta a capire come leggere il nuovo disegno di legge sulla cooperazione. Ritengo che sia la nuova legge come il viaggio di Renzi  possano essere riassunti in una sola parola: business/affari.

Infatti  Renzi è partito alla volta dell’Africa con una folta delegazione di manager di imprese italiane, guidata dal viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Presente nella delegazione anche Alessandro Castellano,  direttore della Sace (Società per i servizi assicurativi del commercio estero), per assicurare gli investimenti all’estero delle imprese italiane, con seicento milioni di euro a disposizione delle ditte che investono nell’Africa subsahariana. Ma tra i prestigiosi nomi  della delegazione spiccava l’Eni , la potente compagnia petrolifera ben piazzata nei tre stati visitati da Renzi: Mozambico, Congo Brazzaville e Angola.

Il 19 luglio l’arrivo a Maputo, capitale del Mozambico, non a caso scelta come prima tappa del viaggio di Renzi.  Infatti nel 2011  l’Eni ha scoperto nella provincia di Cabo del Gado un giacimento off-shore di due miliardi e mezzo di metri cubi di gas, capaci di soddisfare i bisogni energetici delle famiglie italiane per i prossimi trent’anni. Renzi ha detto che l’Eni investirà 50 miliardi di dollari in Mozambico. «Uno dei più grandi investimenti al mondo sul gas», ha detto Calenda. In Mozambico operano già oltre 90 imprese italiane. «Il governo intende fare del Mozambico il test su come si affronta un mercato in Africa» ha detto ancora il viceministro, «e intende farne il centro della sua attività».

È chiaro che gli investimenti andranno a beneficio delle imprese italiane, poco o nulla andrà a beneficio del popolo mozambicano. È questo l’aiuto allo “sviluppo”?

Nella seconda tappa, il 20 luglio, Renzi arriva a Brazzaville, capitale del Congo, dove l’Eni è ben piazzata per l’estrazione del petrolio. Renzi firma un altro accordo con il governo congolese per un giacimento di petrolio off-shore.

Terza tappa: il 21 luglio Renzi raggiunge Luanda, capitale dell’Angola, tra le nazioni più ricche di risorse dell’Africa. Anche qui l’Eni è presente, fin dal 1961. Renzi apre al governo angolano la scatola di Pandora delle imprese italiane. Il messaggio di Renzi è chiaro: è venuto in Africa per fare affari. E i soldi della Cooperazione italiana servono spesso a sostenere le imprese nostrane con appalti all’estero che spesso hanno ben poca utilità per le popolazioni locali.

Infatti mentre le élites borghesi al potere, con le quali il governo italiano si accorda, diventano sempre più ricche , il popolo diventa sempre più povero.

Trovo molto grave che il viaggio di Renzi sia stato organizzato quasi in funzione dell’Eni che, in Africa, ha sulla coscienza un grave crimine ambientale: il disastro ecologico del Delta del Niger. Nonostante le proteste e le lotte del popolo Ogoni che vive in quella regione, nonostante la costante pressione dei movimenti ambientalisti nostrani, i vari governi italiani (da Berlusconi a Renzi), non hanno mai voluto affrontare l’argomento. Ho lavorato personalmente per l’invio di una Commissione parlamentare nel Delta del Niger, ma il ministero degli affari esteri ha negato il permesso.

Ritengo altresì grave la presenza di Finmeccanica nella delegazione che ha seguito Renzi. In un continente dilaniato da guerre e guerriglie, come può l’Italia presentarsi vendendo altre armi? Come ha potuto il governo italiano inviare la portaerei Cavour per il periplo dell’Africa, esibendo la nostra migliore produzione di armi ai governi africani? Non si può dare con una mano l’aiuto per la lotta contro la fame nel mondo, e con l’altra offrire armi.

Inoltre, non è con questo tipo di “cooperazione” che risolveremo il dramma delle migrazioni. Nonostante Renzi a Maputo abbia detto che «serve ciò che stiamo facendo in Mozambico»,  è proprio il tipo di “sviluppo” promosso dal presidente del consiglio che forza la gente a fuggire dalle zone rurali per ammucchiarsi nelle baraccopoli o a imbarcarsi sui barconi della “speranza”. È proprio il nostro Sistema economico-finanziario, del quale Renzi è un paladino, che ridurrà l’Africa a essere per tre quarti non abitabile (per il surriscaldamento) e forzerà almeno duecento milioni di africani a fuggire, secondo i dati Onu.

Non è questa la strada della cooperazione, della solidarietà, del futuro per noi e per loro.

Lo scrivo come missionario, inviato dalla mia gente africana a convertire la “tribù bianca”. La missione continua.

Napoli 23 luglio 2014

FONTE  http://www.nigrizia.it/notizia/renzi-portaborse-di-eni-e-finmeccanica/blog

Pubblicato in: estero, guerre, libertà, violenza

Il senso dell’assedio


Dieci ore di pullmann nel deserto del Sinai e si arriva al valico di Rafah. Il cancello nero di ferro battuto si apre. E’ un giorno fortunato. Il primo impatto è desolante, macerie ovunque, poi arriva una innaturale pressione sul petto che soffoca il respiro: è il senso dell’assedio. Mahmud ha 17 anni, era alla disperata ricerca del suo migliore amico tra le macerie quando è arrivata la seconda bomba. Ha perso la vista e l’olfatto. Adesso non vuole più uscire di casa. È il progetto Gazzella, con i bambini e i ragazzi sopravvissuti ai bombardamenti. Pochi giorni a Gaza bastano a mettere in discussione completamente cosa abbiamo capito della guerra e della pace, della vita e della morte. Forse aveva ragione lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato dal Mossad nel 1972, quando scriveva all’amico esiliato Mustafà: “Impariamo dalle gambe amputate di Nadia cos’è la vita”

10498697_10152630509489136_4681051280481918603_odi Alessio Marri*

“A Gaza solo chi muore vede la fine della guerra”. Lo scrisse Vittorio Arrigoni sulle pagine del manifesto durante l’operazione “Piombo Fuso”. Una sensazione livida e permanente che investe chiunque attraversi questo lembo di terra in tempo di pace. Ora più che mai, con l’ennesima strage in corso.

Quattrocento morti in meno di dieci giorni (1). Bombe su bimbi in spiaggia, il quartiere povero di Shejaya dilaniato dall’artiglieria senza scrupoli, vite spezzate ridotte a conta, numeri neutri senza alcuna distinzione.

Ansia e speranza ti accompagnano al valico di Rafah, ingresso egiziano della Striscia di Gaza. Il cancello nero in ferro battuto s’è appena aperto, lasciando alle spalle oltre dieci ore di pullman nel deserto del Sinai.

Dall’ambasciata il visto tanto atteso e’ giunto e nella hall di controllo che ricorda un qualsiasi piccolo aereoporto di provincia ci si mette in fila per il timbro sul passaporto. Varcata la soglia, la gioia è incontenibile, capita infatti non di rado di essere respinti o di dover aspettare infiniti tempi burocratici.

Sono entrato.

In questi 40 chilometri ingabbiati tra il mare e la buffer zone (la zona cuscinetto, ndr) delle recinzioni israeliane. Due miglia marine oltre le quali la marina israeliana arresta i pescatori, un chilometro di terra dove i cecchini giocano al tiro al bersaglio con i contadini.

Il primo impatto è desolante. Strade e marciapiedi in condizioni precarie. Macerie ovunque. Costruzioni ferme a metà, probabilmente a causa del blocco del cemento che arriva a singhiozzo solo attraverso i tunnel sotterranei di Rafah.

Solo le lunghe e ampie spiagge di Gaza riconsegnano un senso di normalità.

3.Shareef-Sarhan

Giorno dopo giorno una innaturale pressione sul petto soffoca il respiro. È il senso di assedio. Con lo sguardo si cerca una via di fuga, ma anche il mare sembra riconsegnare un’angoscia da reclusione.

Pochi giorni a Gaza bastano per riconsiderare i concetti di vita e morte, di guerra e pace. L’istinto di vita e di morte è palpabile. L’imbocco dello stomaco si ispessisce. La fame svanisce, sale la nausea. Il rigetto allevia lo stato d’animo.

Soprattutto quando con il Progetto Gazzella visiti adolescenti e bambini sopravvissuti ai bombardamenti. Mahmud ha 17 anni. Un’esplosione distrusse la casa del suo migliore amico. Nel tentativo disperato di trovarlo tra le macerie una seconda bomba gli ha cancellato vista e olfatto.

Non vuole più uscire di casa, l’assistenza psicologica non basta a lenire il suo trauma.

Hamed è suo coetaneo. È stato ridotto su una sedia a rotelle da un colpo di mortaio che ha centrato la sua scuola. Alcune schegge hanno raggiunto il cervello creando danni permanenti alle sue funzioni cognitive. Ama il calcio. Un nostro compagno di viaggio gli regala una maglia con il 10 di Totti, gli occhi s’illuminano e sorride fino a commuoversi.

Farah invece è una piccola bimba di 4 anni. Il corpo è per metà sfigurato da un attacco chimico che ha sterminato la sua famiglia, solo la nonna si è salvata malgrado le ustioni a un braccio.

Un proiettile di fosforo bianco ha sfondato una parete, ha fuso le piastrelle in marmo. Senza lasciare scampo ai corpi della madre con in grembo un neonato, del padre e dei 4 fratellini. Farah avrà bisogno di costanti impianti di pelle, in caso contrario il corpo sarà ingabbiato dalle ustioni e crescerà deforme.

Il dottor Maher ci aspetta nel suo centro medico, costruito grazie agli sforzi dell’associazione Hanan. Si occupa in particolare di patologie genetiche e deficit congeniti causati dalle radiazioni e dalle armi chimiche.

Nella sala d’aspetto decine di madri stringono tra le braccia figli dalle accentuate malformazioni fisiche.

La guerra anche per loro non finirà mai.

L’umanità della gente di Gaza ti rapisce. Andare via, tornare alla tua vita sembra un abbandono, non un saluto. D’obbligo l’arrivederci.

E forse solo dopo esserci stati si comprendono appieno le parole di Ghassan Kanafani in una lettera all’amico Mustafa

Dopo un breve allontanamento da Gaza per insegnare in Kuwait, lo scrittore e membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ucciso dal Mossad con un’autobomba a Beirut nel 1972, racconta le ragioni per le quali rinuncia a un lavoro negli Stati Uniti dopo aver visitato in ospedale Nadia, la cugina adolescente colpita da un bombardamento israeliano e rimasta senza gambe.

Spingendosi oltre fino a chiedere a Mustafa di rientrare in patria: “Non verrò da te, ma tu ritorna da noi! Torna indietro e impariamo dalle gambe di Nadia, amputate dalla punta dei piedi fino alle cosce, che cos’è la vita e che esistenza sia peggiore”.

 

 

* Alessio Marri ha scritto questo reportage per l’Osservatorio Iraq, Medioriente e Nordafrica, che ringraziamo come sempre per la cortesia e la qualità del lavoro. Alessio è un giornalista freelance che ha realizzato diverse corrispondenze da Gaza nel 2011, subito dopo l’uccisione di Vittorio Arrigoni.

Le immagini di questa pagina sono del fotografo Shareef Sarhan, che è nato e vive a Gaza. Nella foto in alto è con i bambini della città, la seconda foto è invece tratta da un reportage sulla vera resistenza della città – non quella dei razzi ma quella della vita di ogni giorno della gente comune – che è stato pubblicato da Il lavoro culturale
(1). Nota. A oggi, mercoledì 23 luglio, sono oltre 600

 

FONTE  http://comune-info.net/2014/07/senso-dellassedio/

 

Pubblicato in: estero, guerre

“HAI VISTO CHI TI SPARAVA?”


ImageProxy (1)

Provengono dallo stesso distretto, hanno la stessa età, sono ricoverati nello stesso reparto, uno di fronte all’altro, nel nostro ospedale per vittime di guerra a Lashkar-gah, in Afghanistan.

Shamsullah, 12 anni, di Sangin, ha subito una doppia amputazione alle gambe. La causa: l’esplosione di una mina ha travolto il carretto sul quale lui e il padre stavano andando al bazar.

Abdul Ahad, 10 anni, lo guarda seduto sul suo letto, con la gamba destra in trazione. Gli hanno sparato mentre giocava sui tetti. “Hai visto chi ti sparava?”. “No, ma non mi importa”.

 

http://www.emergency.it/index.html

Pubblicato in: cultura

Paesi amari


30-5-9Paese lucano
Mia madre è felice per le ginestre in fiore, che si ferma spesso a fotografare. Io invece le detesto, non riesco nemmeno più a guardarle: la strada che percorrevo dietro la bara di mio padre ne era piena. Non mi piace più neanche venire in questo posto, dove mio padre è nato e dove ho trascorso l’infanzia, pensando sempre bene della gente e della vita semplice, perché mi sono accorta che anche qui la solitudine ha dato frutti amari. Quando stai per partire ti dicono: “La prossima volta resta un poco, vieni a casa a salutarmi”. Quando torni e ti vedono a stento ti salutano, e tanto basta a dire d’essersi incontrati. Altre volte ti fissano in silenzio, con un odio senza cura.
Il paese che si svuota, la gente sola, la malattia che non vale la pena guarire. Di una nascita, dei due giovani ammazzati ieri, delle olive che si perdono si parla senza dispiacere né speranza.
Zia Maria vive da sola da 50 anni, circondata da calendari scaduti, foto di Santi e defunti. Le chiedo come riesce a vivere senza tristezza né allegria. Le dico che nessuno è fatto per stare da solo, nemmeno le cose. Pure le tende appena lavate, per stirarsi bene devono stare in compagnia, prendere il vapore di una tisana, il fiato di chi ci dorme accanto. Mi risponde che lei sta bene così, e che non le manca niente.
Visita a donna Titta. Si parla ancora del paese, delle cose che non vanno, della sua vita così spenta. Le chiedo che si può fare per cambiare la situazione. Titta guarda fuori, alza le spalle e dice: “Tutte le cose finiscono”.

Paese campano
1.
Giovanni era un bel ragazzo sveglio. Lo saluto e non mi riconosce. Non ha mai lavorato. A 56 anni vive ancora con la madre, in faccia il ghigno degli stolti.
Alfonsina, 20 anni, passa la vita dalla casa alla chiesa e dalla chiesa al cimitero; le mani chiuse a pugno, le pantofole, non un filo di trucco, molti capelli bianchi, lo sguardo di una suora crudele. Il suo saluto è un cenno col mento, fissando per terra.
Lucia, che fino a tre mesi fa stava bene, ha un tumore. Viene a salutarci piangendo, mostrandoci la pancia gonfia, la faccia invecchiata di 20 anni, maledicendo, dice, la sua vita inutile in questo posto di merda. Per curarsi deve andare in un ospedale che dista 2 ore di pullman, accompagnata da una vicina più vecchia di lei, vedova, malconcia, madre di un figlio unico che vive altrove, e che non vede quasi mai.
La casa di Filomena è crepata a causa dello smottamento della montagna, che in poco tempo, dice, cancellerà gran parte del paese. Gli abitanti del quartiere sono andati dal sindaco a protestare? Non serve a niente. Perché allora almeno lei non se ne va da un’altra parte, come mai non ha paura della frana che le avanza contro? Perché prima o poi bisogna morire, e un posto vale l’altro.
Il cielo fermo, le strade vuote. Osservo la piazzetta costruita da poco, con fioriere e panchine che non servono a nessuno. Da qui si vedono solo il cimitero, il muro della montagna, il fondovalle deserto, con tornanti come vipere. Poi solo vecchie cose meravigliose, accanto a quelle di cui più nessuno si cura.

2.
In questo posto non mi trucco, mi vesto comoda e non mi affretto: le azioni sono un pane che deve bastare per giorni. Stamattina il sole dà un poco di speranza a chi è seduto dall’alba davanti al bar. I piedi di molti, stesi sulle sedie difronte, hanno preso la stortura dei morti. Faccio il giro dei vicoli, ma dura poco: la malora mi ha stancata. Le case che hanno perso le pietre saporite di un tempo spiccano senza voce tra quelle rimaste. Molte in vendita, che nessuno vuole nemmeno regalate, perché qui c’è solo gente che scompare. I giovani in piazza stanno seduti in silenzio, ciascuno da solo, nella posa dei parenti in casa dopo un lutto. I vecchi, da anni sulla stessa panchina, muoiono per essiccazione sul posto, fiduciosi nella terra che curerà i loro resti.
Qui le nascite riguardano soprattutto rondini, passeri, piccioni, violacciocche tra le pietre della torre medievale. I ragazzi del posto non hanno scelta: dopo le scuole devono andarsene. Troveranno lavoro fuori regione o all’estero. Molti torneranno ad agosto, per pochi giorni. Mi chiedo se, come i loro padri, da vecchi vorranno tornare qui, o almeno esservi sepolti. Molti non potranno, altri non vorranno. Eppure ricorderanno a volte l’odore della pioggia sui muri della casa dove nacquero, l’ombra delle nuvole sulle montagne e sui fiumi, il volo delle poiane, lo sconforto familiare dei giorni vuoti, il profumo delle ginestre che si sente per chilometri, fin dentro le case.
Prima di partire, visita all’ospizio, in cui vivono 9 anziani: alcuni dementi, gli altri abbandonati dai figli che vivono altrove. “Chiudi la finestra”, dice Rosetta, 83 anni, anche se la finestra è chiusa. Rosetta ha paura del vento, che toglie le cose da dove stavano, e ne porta altre dove prima non c’erano.
Di sera, guardando le montagne, il mio nome mi chiama dall’interno con una fitta dolorosa.
Vivo alla luce del giorno e non mi manca niente, ma non so chi sono. Non come le persone di un tempo, che nel buio delle loro menti capivano ogni cosa.

eliana petrizzi

Paesi amari

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Fuck Israel. Fuck Hamas


ADThe Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda fuori di noi, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni.Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui.DICIAMO di STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

 

 

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

FONTE http://comune-info.net/2014/07/fuck-hamas-fuck-israel/

Pubblicato in: berlusconeide, magistratura, opinioni, politica

Era la nipote di Mubarak


5d6a1132cd12da29731c9f17169e82356bd93b7fe9b6f2d829d3cddc_175x175Di Norma Rangeri  (Il Manifesto)

Non sarà lo sta­ti­sta che in Europa e nel mondo ci invi­dia­vano, ed è pur sem­pre un impren­di­tore pre­giu­di­cato per reati di frode fiscale, oltre che un ex pre­si­dente del con­si­glio a pro­cesso per la compra-vendita di par­la­men­tari. Ma con l’assoluzione pro­nun­ciata dai giu­dici della corte d’appello di Milano, oggi Sil­vio Ber­lu­sconi con­qui­sta l’invidiabile sta­tus di anziano miliar­da­rio a tal punto cre­du­lone da scam­biare Ruby per la nipote di Mubarak.

Quelle sei tele­fo­nate in una notte, alla que­stura di Milano, men­tre era a Parigi per un impor­tante ver­tice inter­na­zio­nale, erano sem­pli­ce­mente un gesto uma­ni­ta­rio verso una ragazza reclu­tata in una casa-famiglia dai suoi amici, malau­gu­ra­ta­mente finita in que­stura per furto. E come avrebbe potuto un pre­si­dente del con­si­glio, privo di col­la­bo­ra­tori e infor­ma­tori, imma­gi­nare che l’oggetto delle sue paterne cure fosse una mino­renne in cerca di pro­te­zione e denaro in cam­bio di sesso?

Del resto c’è una legge che per que­sto tipo di reati, tra adulti e minori, pre­vede “l’ignoranza ine­vi­ta­bile”, cioè la pos­si­bi­lità, nel caso nostro, che l’anziano bene­fat­tore igno­rasse l’anagrafe dell’ospite delle sue cene ele­ganti. I magi­strati che lo ave­vano con­dan­nato a sette anni e all’interdizione perenne dai pub­blici uffici, non pote­vano pre­ten­dere che l’uomo più potente del paese fosse infor­mato dell’età di ogni sin­gola pas­seg­gera di quella caro­vana di donne pagate per esclu­si­va­mente per l’amabile con­ver­sa­zione come, al di là di ogni sospetto, spie­gava l’affidabile Minetti, mae­stra di bur­le­sque («c’è la dispe­rata, c’è quella che viene dalle fave­las, c’è la zoc­cola…»). Né c’è chi possa legit­ti­ma­mente sospet­tare che lo spac­chet­ta­mento del gra­vis­simo reato di con­cus­sione, con l’introduzione della fat­ti­spe­cie di “inde­bita indu­zione”, sia stato con­ge­gnato per offrire ai magi­strati la for­mula legale per ripu­lire l’immagine dell’imputato eccel­lente. Evi­den­te­mente la sen­tenza di primo grado aveva com­ple­ta­mente tra­vi­sato la realtà dei fatti.

Del resto que­sto non è il paese divo­rato dal con­flitto di inte­ressi fino al punto di can­cel­lare i con­fini e i con­flitti tra destra e sini­stra a favore di quell’amalgama, riu­sci­tis­simo, delle lar­ghe intese, oggi bril­lan­te­mente ribat­tez­zate come il patto costi­tuente del Naza­reno. Così come in nes­sun modo il nuovo potere ren­ziano, arte­fice del patto, può aver influito sul giu­di­zio di asso­lu­zione che ha gra­ziato Ber­lu­sconi. La realtà supera sem­pre la fan­ta­sia, e dice che non c’era biso­gno di que­sta asso­lu­zione per ridare a Ber­lu­sconi il ruolo di part­ner pri­vi­le­giato nella revi­sione delle regole demo­cra­ti­che. Come si diceva una volta, il pro­blema è politico.

FONTE  http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/7/19/41633-era-la-nipote-di-mubarak/

Pubblicato in: pd, politica, satira

Renzi ‘o Flop. Il Nulla Oltre l’Hashtag.


renzi-ingleseNegli ultimi giorni la strategia comunicativa del presidente del consiglio appare clamorosamente inceppata. Ad esempio, il silenzio colpevole e risentito sulla grossa cantonata presa a Digital Venice dove un’operazione di marketing di immagine si è trasformata in una Caporetto mediatica a livello internazionale è stato uno sbaglio fatale dopo un errore gravissimo. L’immagine vincente e risoluta è tutto in politica. Si veda il caso di Putin che gestisce le sue apparizioni con la sapienza di chi sa che il suo popolo ama vedere uomini decisi al comando e che la comunità internazionale è abituata ad un’immagine “virile” della Russia che non ammette debolezze.

 

Sulla stessa linea si sta dipanando la campagna di informazione, probabilmente promossa dall’esecutivo attraverso opportune dichiarazioni e comunicati stampa, intorno alla vicenda di “Lady Pesc”, sfortunata denominazione attribuita al responsabile esteri della UE. Il braccio di ferro tra il Renzi che “vuole cambiare la UE” e la fronda che, per diversi motivi, non gradisce la Mogherini rischia di trasformarsi in un altro clamoroso autogol anche per la ridda di dichiarazioni balbettanti che si sono succedute quando, quasi come una minaccia verso la UE, si sono proposti nomi alternativi (il signor D’Alema utilizzato quale temibile arma di ritorsione). In questo senso, lo spostamento della decisioni a fine agosto sembra il risultato di una trattativa tesa a “coprire” mediaticamente un altro insuccesso comunicativo del giovane premier.

In patria le cose non vanno meglio. Il successo elettorale alle europee non ha ovviamente modificato i numeri nelle camere, per cui le famose riforme sono in grave ritardo e rischiano di arrivare al traguardo gravemente menomate e ammantate di un’aura di restaurazione e autoritarismo. I begli occhi della Signora Boschi e la sua elegante falcata non sembrano sufficienti a nascondere il fatto che l’Italia non solo non sta cambiando verso, ma che la grave crisi sistemica di cui abbiamo già diffusamente parlato sta rapidamente rendendo obsoleta una strategia politica che si avvita su se stessa ed ignora l’urgenza dei tempi e la gravità del quadro produttivo.

Come nel caso del M5S, l’approccio comunicativo in stile cocainico del “adesso arrivo io e spacco tutto” espone ad una sorta di crisi di down quando l’effetto galvanizzante della droga mediatica scompare. Non saranno certo i famosi ottanta euro al mese a garantire al signor Renzi gloria imperitura e nessuno può cambiare la costituzione fino a rendersi eterno. Non ne sono stati capaci uomini con carattere e mezzi superiori al signor Renzi, non ci riuscirà nemmeno lui.

La verità è che, a mio avviso, il signor Renzi ha iniziato a sopravvalutare le sue possibilità. E’ un bravo comunicatore che si è infine autonomamente ed immotivatamente convinto di essere anche uno statista, incidente già verificatosi nei recenti corsi della politica italiana.
E’ probabile che di qui a qualche mese il paese si troverà a contabilizzare l’ennesimo flop messo a segno in un momento di gravissima congiuntura economica per l’Italia. Il danno, in termini di comunicazione, motivazione ed immagine internazionale potrebbe diventare irreversibile.

FONTE  http://www.mentecritica.net/renzi-o-flop-il-nulla-oltre-lhashtag/politica-2/gianraffaele-percannella/45653/

Pubblicato in: berlusconeide, diritti, pd, politica

GRAZIE, NO. No al monopolio delle istituzioni


Berlusconi-renzi1 “Piaccia o meno a quelli che vogliono frenare, noi porteremo a casa il risultato. Faremo le riforme perché è giusto che l’Italia torni ad essere leader: non lasceremo l’Italia a chi dice solo “no”. Le parole di Renzi mettono il sigillo sul percorso di riforma della Carta Fondamentale nel quale il segretario del PD ha investito gran parte della sua leadership: il “patto del Nazareno” sembra destinato a reggere, un Berlusconi politicamente esangue e assediato da conti in rosso, aziende da salvare, servizi sociali da scontare e nuove condanne da schivare non può permettersi di abdicare dal ruolo di padre costituente che il Presidente del Consiglio gli ha inaspettatamente riconosciuto. Sì, il “patto del Nazareno” è destinato a reggere: alla faccia di gufi, rosiconi, frenatori e sabotatori vari ed eventuali. Alla faccia di chi sa solo dire “no”.
Epigono conclamato dei fautori di quel leaderismo plebiscitario che ha scandito il declino della Seconda Repubblica, il giovane premier affronta a petto in fuori dubbi, quesiti, giornalisti ed oppositori interni: trasformando la discussione politica in un continuo referendum sulla sua persona, rinnovando la visione di un Paese diviso tra guelfi e ghibellini, o meglio – secondo i neologismi propri del vangelo secondo Matteo – tra innovatori e frenatori. O con il rinnovamento, o con i sabotatori; o con Renzi, o rosicone.
Eppure, anche dinanzi alla manifestazione di muscoli che quotidianamente si dipana tra Palazzo Chigi e Ponte Assieve, c’è ancora qualcuno che proprio non vuole rinunciare alla fastidiosa abitudine di porre domande, di interrogarsi sulle ragioni ispiratrici di una riforma destinata (nei fatti) a sconvolgere gli equilibri dell’ordinamento democratico, di determinare l’incidenza che questa riforma potrà assumere sul nostro sistema costituzionale. E di opporre, se del caso, agli aut-aut del Presidente del Consiglio una risposta tanto semplice quanto potenzialmente eversiva, alla luce del clima politico generale: grazie, no.
Sono tanti, i nemici nel mirino del premier: non tutti espressione dei “poteri forti” che lucrano sulla conservazione di privilegi e rendite di posizione; non tutti guelfi decisi a sabotare il percorso intrapreso dai ghibellini del cambiamento; non tutti rosiconi di professione che si ostinano a non voler cambiare verso.
Ci sono i tanti democratici autentici che, dopo essersi mobilitati per anni a difesa delle istituzioni di garanzia messe sotto attacco dallo strapotere berlusconiano, non sono disposti ad accettare il perpetrarsi della logica dell’Uomo solo al comando; ci sono gli ultimi esponenti di una sinistra orgogliosa della propria identità e del proprio sistema di valori, che non vogliono barattare le conquiste ottenute in mezzo secolo di battaglie civili con uno strapuntino sul carro del vincitore; e ci sono soprattutto coloro i quali, dopo avere ribadito nel referendum del 2006 l’attualità dell’impianto della Carta Fondamentale, non possono assecondarne passivamente lo stravolgimento.
Frenatori, rosiconi, gufi: le invettive di Renzi sono destinate a scivolare via, come pioggia sull’asfalto. Ad un patto costituente che di fatto assicura la sopravvivenza (forse, prima personale che politica) al Cavaliere decaduto; all’ipotesi di un Senato ridotto alla pletorica funzione di tribuna di rappresentanti delle varie realtà locali; alla prospettiva di un sistema che – tra premi di maggioranza, liste bloccate, fiducia monocamerale, potere del premier di nomina e revoca dei ministri – in pratica consegna al leader del partito di maggioranza il monopolio esclusivo delle istituzioni si può opporre soltanto quella semplice risposta, in controtendenza rispetto al verso che cambia: grazie, no.

FONTI

http://www.libertaegiustizia.it/2014/07/14/no-al-monopolio-delle-istituzioni/

http://carlodore.blogspot.it/2014/07/grazie-no.html

Pubblicato in: MEDIA, politica

Breaking Beppe. La «guerra civile simulata» del Movimento 5 Stelle


Breaking_BeppeUna segnalazione doverosa. La quarta edizione del libro di Giuliano Santoro Un Grillo qualunque esce ampliata, con un importante aggiornamento al post-Europee2014 e ulteriori precisazioni teoriche. Tanto che diventa un nuovo libro, un’opera diversa, da qui il nuovo titolo: Breaking Beppe.

«La guerra civile simulata è il conflitto che viene solo agitato, che chiede di essere delegato e che non comporta alcuna responsabilità.Matteo Renzi tiene la sua orazione in Parlamento con lo sguardo alla telecamera, rivolgendosi a «chi ci guarda da casa». L’opposizione segue la stessa logica: gli assalti ai banchi del governo hanno l’obiettivo di occupare lo spazio mediatico ed emotivo che in altri Paesi hanno le mobilitazioni di piazza. I combattenti digitali della “guerra civile simulata” temono le strade, che hanno smesso di essere il luogo dell’incontro e dello scontro e si limitano al più a ospitare i comizi del Capo o le rappresentazioni itineranti dei suoi adepti. Per questo i consiglieri grillini romani, un mese prima delle elezioni, votano a maggioranza assieme alle Destre e al Pd una mozione che chiede di spostare i cortei in periferia, dove arrechino meno disturbo possibile. Il Popolo vuole applaudire, fotografare col telefonino e condividere i selfie. Vuole far sapere di esserci. Allo stesso modo, i tossici digitali che paiono usciti da un ritratto cyberpunk seguono i talk-show nella speranza che il loro beniamino politico “distrugga”, “faccia a pezzi” o “sbugiardi” l’avversario di turno (locuzioni frequenti nel fervore da tastiera dei commenti online: la tv diventa social, la Rete serve a diffondere viralmente la televisione). Gli spettatori connessi sono alla ricerca di una dose istantanea di dopamina digitale che sublimi il loro essere impotenti.»

FONTE  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=17789

Pubblicato in: pd, politica, satira

Le Renziforme


breakingprimarie-2Di Gemma Gemson

Mentre il prode Telematteo parla con veemenza alla procia Merkel, l’Italia accoglie con gaudio e tripudio le riforme che Berlusconi il governo farà nei prossimi mesi del prossimo governo:

  • Canonizzazione asap di Maria Elena Boschi Serbelloni Mazzanti Viendalmare.
  • Per massimizzare il rendimento degli edifici, le scuole di ogni ordine e grado resteranno aperte 24 ore su 24: il giovedì sera Revival, il venerdì Latinoamericano, il sabato House/commerciale.
  • Il Senato sarà composto da 10 sindaci eletti da 10 presidenti di regione eletti dalla società civile che al mercato mio padre comprò, 10 ex concorrenti del Grande Fratello (tranne Rocco Casalino), più quelli che fanno sempre 1 al Superenalotto, a rotazione. Il compito del nuovo organo così composto sarà di taroccare il televoto nelle trasmissioni della De Filippi.
  • Tutti i lavoratori dovranno dare prova di flessibilità perdendo il lavoro prima della scadenza del contratto a tempo determinato.
  • Tutti i prodotti agricoli di alta qualità potranno essere commercializzati solo da Oscar Farinetti nei locali sciccosi di Oscar Farinetti.
  • Per mantenere gli 80 euro in più in busta paga diventerà obbligatorio usarli per fare la spesa. Verranno perciò elargiti in buoni COOP. In regalo Pina Picierno che spunta le cose dalla lista e spinge il carrello.
  • Non si pagherà più il bollo sul passaporto, ma quando si viaggerà all’estero sarà obbligatorio portarsi Gianni Pittella come interprete.
  • Le pretese della lobbighei che fanno piangere Gesù verranno momentaneamente congelate sotto azoto liquido e lanciate su Marte dall’ESA entro il 2015.
  • Chi si ammala sul posto di lavoro dovrà mostrare spirito di sacrificio e dedizione al Paese morendo subito.
  • Si dovrà rivedere la legge Fini-Giovanardi. La riscriveranno Giulia Innocenzi e Fedez. È il massimo che riusciamo a permetterci.
  • A Laura Boldrini verrà fornito un tablet per navigare su Internet programmato in modo da poter visualizzare solo i video dei gatti. A noi poveri stronzi come home di Chrome verrà invece impostata la pagina facebook di Mario Adinolfi.
  • Marianna Madia potrà aggiungere alla sua pagina di Wikipedia (visto che l’ha scambiata per il suo curriculum vitae) la frase “faccio cose e vedo gente”.
  • Il Mo.S.E. verrà collegato direttamente alla TAV che sarà collegata a F.I.Co. passando per la villa di Galan sui colli euganei.
  • La politica energetica e dei rifiuti verrà completamente centralizzata in modo da eliminare quei fastidiosissimi sindaci e cittadini che hanno le case proprio dove vanno messe le centrali a misto greggio e carbone del Sulcis non trattato.
  • Il numero dei deputati potrebbe essere ridotto al solo PD di comprovata fede renziana. Ciwati dovrà continuare a scrivere ogni giorno sul suo blog quanto gli fa cagare il partito di cui ha la tessera, in modo da non creare troppa confusione nell’elettorato.
  • Per mostrare all’Europa che deve prendersi le proprie responsabilità sui migranti che arrivano sulle nostre sacre coste, verrà scavato un canale che unirà il Mar Ligure al Baltico. Dai migranti stessi. Pena il rimpatrio su un pullman guidato da Borghezio.
  • I servizi fotografici del Duca Conte Matteo Renzi su Vanity Fair fanno impazzire le ragazzine e le loro mamme, come neanche i Uan Direcscion. Le sue idee sono sempre tutte all’avanguardia e fanno avanzare un sacco il Paese in tutte le direzioni. Qualsiasi manovra liberista deve essere interpretata come “dinamismo”. Qualsiasi manovra democristiana deve essere interpretata come “difesa del brand Italia”. Per qualsiasi altra manovra che non ricada nelle due categorie citate, si potranno utilizzare le espressioni “com’è bravo il premier”, “com’è giovane il premier”, “siamo fiduciosi”, “come sono democratici nel partito democratico”, “com’è bella la Boschi siete solo invidiose”, “il premier è infallibile per definizione” e “ma allora sei grillino?”

 

FONTE  http://www.mentecritica.net/le-renziforme/vetrina-mc/gemma-gemson/45493/

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MATTEO chi?


renzi-evoluzione-638x425Matteo Renzi ai primi di Gennaio aveva esclamato «Fassina chi?», rispondendo in modo provocatorio all’allora viceministro dell’economia del governo Letta; di fronte alla vittoria di Renzi alle primarie del Pd, Fassina aveva dichiarato che l’esecutivo non era più in linea con la leadership di partito. Seguirono le dimissioni di Fassina e non passò molto che lo stesso Letta dovette levare le tende, così da consacrare il suo segretario politico a Capo del governo (22 Febbraio). Tutto accadde con il beneplacito di Napolitano. Renzi, che aveva in precedenza e più volte affermato di volere il voto del popolo e che mai sarebbe andato al governo in caso contrario, si ritrovò, guarda un po’, proprio a detenere il massimo potere senza l’ombra d’un consenso ratificato dalle urne. «Su Matteo Renzi ho sbagliato, è l’uomo giusto al momento giusto», asseriva Fassina a fine Maggio. Uomo dai forti ideali.

Le elezioni europee sono state un banco di prova per il giovane Premier (39 anni), che con la percentuale bulgara di voti ricevuti dal Pd ha consolidato la sua posizione. Ai Parioli, Roma, quartiere storicamente di destra, il Pd ha riscosso il 48% di voti, ben cinque punti sopra la media romana presa dal carrozzone centro-sinistrorso d’ispirazione democratico-cattolica e stranamente anche oligarghico-massonica. Non è che ai Parioli d’improvviso siano tutti divenuti comunisti, è Renzi a non essere mai stato di sinistra. Ma nemmeno di destra. Né di centro, nel senso di luogo teoretico che respinge gli estremi radicalismi. Insomma, chi è Renzi? Vogliamo rispondere alla domanda: «Matteo chi?»; si può tracciare, come per gli alimenti, un filo che ci dica qualcosa di più su un attore della politica che in brevissimo tempo è diventato Presidente del Consiglio? Da dove viene? Chi lo sostiene? Dove vuole andare?

La giornalista e saggista torinese Enrica Perucchietti ha pubblicato Il lato B. di Matteo Renzi per Arianna Editrice, la prima biografia non autorizzata del Premier. Andato in stampa a Maggio poco prima delle elezioni europee ma distribuito appena dopo, si tratta d’un libello che si legge agevolmente. La Perucchietti, che ha alle spalle una produzione non da poco (tra i tanti titoli: Governo Globale, 2013, e La fabbrica della manipolazione, 2014, scritti con Gianluca Marletta sempre pei tipi di Arianna), inserisce nel suo lavoro documenti, aneddoti, interviste e retroscena che possono aiutarci a rispondere alle domande che ci siamo posti poco fa.

Per capire qualcosa di una persona aiuta seguire la via del sangue e quella dei soldi. Il padre: Tiziano, storia democristiana alle spalle, «controlla dagli anni ’90 la distribuzione di giornali e di pubblicità in Toscana», vale a dire«controllo di Tv, radio, giornali locali, magazine di settore ma, soprattutto, contatti con la concessionaria di pubblicità Publitalia, la concessionaria del gruppo Mediaset: e qua si torna a Berlusconi». Renzi nasce nel ’75 a Firenze e nel 1994 entra in politica; nel 2003 è segretario provinciale della Margherita, nel 2004 (29 anni) viene eletto Presidente della Provincia e nel 2009 diventa Sindaco del capoluogo toscano battendo il candidato del centrodestra, l’ex portiere della nazionale Giovanni Galli. Galli era l’uomo voluto da Verdini (ergo: Berlusconi) sulla piazza di Firenze, un “candidato a perdere” messo lì per aprire la strada a Renzi. Gli opposti si attraggono. La cena ad Arcore è un altro tassello di una storia di amicizia che, tralasciando alcuni reciproci strali per salvare le apparenze, Renzi e Berlusconi sembrano portare avanti da anni. Giorgio Gori, già direttore di Canale 5, indicato da molti come l’ideatore delle cento proposte programmatiche della Leopolda e che «contribuirà a costruire il progetto del Pd», è un ulteriore indizio. Il più chiacchierato è forse il “Patto del Nazareno”, cioè l’incontro tra Renzi e Berlusconi del 18 Gennaio di quest’anno avvenuto nella sede del Partito Democratico per discutere della legge elettorale, l’Italicum. Non basta, però, il legame con Berlusconi per rispondere in maniera adeguata alla domanda “Matteo chi?”. Tocca seguire la via dei soldi tra finanziatori e banchieri. Tra i finanziatori troviamo al primo posto Davide Serra, laurea cum laude alla Bocconi (ma tutti da lì provengono? Viene in mente un nome a caso: Monti), cofondatore e amministratore delegato del fondo speculativo Algebris, in contatto con Profumo e Passera. Si tratta della persona che organizzò la famosa cena per le primarie 2012 di Renzi, quello con il conto alle Cayman. Di eminenze grigie ce ne sono parecchie attorno al Premier, basti qui citare Carrai e Bianchi che si sono occupati di fund raising (trovare fondi) attraverso varie fondazioni (Big Bang, Open e, prima, Festina Lente e Link). Tutti i soci di questi apparati, come ben documenta la Perucchietti, sono stati premiati, «hanno avuto una sedia da nominato, eletto o assunto».

La continuità coi governi precedenti è palese se si pensa ai banchieri che si sono succeduti al vertice del dicastero dell’economia: Monti, che fu membro della Banca Commerciale Italiana e legato alla Goldman Sachs, Saccomanni (governo Letta) con incarichi al Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e direttore generale di Bankitalia dal 2006 al 2013, e infine l’attuale ministro Padoan già consulente presso la Banca Mondiale e la Bce, nonché direttore esecutivo per l’Italia del Fmi, vicesegretario generale e capo economista dell’Ocse. I datori di lavoro di queste persone, realmente, chi sono? Non gli italiani, ma organismi che dicono loro cosa fare in Italia!

Renzi il rottamatore? Non sembra, considerando che «metà dei ministri del governo Renzi erano già presenti nel governo Letta», e che su trentacinque sottosegretari «ben diciotto confermati dal precedente governo». Renzi non è né di destra né di sinistra, è semplicemente per un mondialismo a trazione finanziaria e si configura come un prosecutore delle politiche di austerity. Il popolo, però, alle europee si è lasciato incantare. Ogni giorno Renzi fa nuove promesse che non mantiene, ma il popolo se le scorda. Ottanta euro, che in tanti casi sono anche meno, e il popolo gongola, cieco di fronte all’aumento di tutte le altre tasse, come la Tasi, stangata micidiale. Svende le aziende pubbliche (RaiWay che distribuisce il segnale televisivo, ma non sfuggiranno Eni, Enel, ecc). Non parla dei contratti collettivi bloccati da anni ma nessuno se ne duole. La gente muore di fame ma, evidentemente, muore contenta e allora si merita i capi che ha. Lo stato sociale è in fin di vita, la Nazione agonizza. Licio Gelli nel 2003 dichiarò con orgoglio che i 53 punti della famigerata P2 si stavano realizzando. Era forse un veggente? Giovani italiani, ma davvero un domani vorrete vivere in un mondo gestito da poche famiglie senza più nulla di pubblico che sia anche vostro? Volete l’estinzione della Res Publica? Via il Senato e chissà, perché non la Camera, mai più un lavoro sicuro, la libertà?

Mauro Scacchi

FONTE http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48857

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Decreto Ambiente Protetto del ministro Galletti, per i Verdi è barbarie


A view of the ILVA plant in the southernSi è sentito parlare assai poco del ministro dell’ambiente Galletti in queste settimane, ma dopo aver conosciuto le misure del decreto 91, del decreto Ambiente Protetto, in molti rimpiangono i tempi in cui dal ministro dell’ambiente non giungeva quasi nessuna notizia. Angelo Bonelli dei Verdi parla di barbarie contenuta nel provvedimento. Cerchiamo di capire perché.

Al centro delle critiche al decreto Ambiente protetto del ministro Galletti troviamo la valutazione delle deroghe di sforamento per gli scarichi delle industrie caso per caso. Ambiente protetto – per alcuni no, potremmo dire. Ma prima di parlare delle misure, un paio di precisazioni: il decreto Ambiente, ufficialmente decreto 91, è stato pubblicato in GU e risulta in vigore dal 25 giugno 2014. Senza girarci attorno la problematica principale è insita nella facoltà concessa alle industrie di sforare rispetto ai precedenti parametri stabiliti per legge, con valutazioni che – come accennato – varieranno a seconda dei casi, permettendo uno sforamento rispetto ai passati limiti in proporzione alla capacità produttiva delle industrie.

Risultano molto significative le dichiarazioni, in esplicita antitesi, del ministro Galletti e diAngelo Bonelli dei Verdi. Per quest’ultimo il decreto rappresenta un regalo agli stabilimenti, in particolare ai più grandi, che otterranno un “via libera a inquinare”. Chi potrebbe beneficiare dai provvedimenti del decreto Ambiente protetto? Senz’altro alcune grande industrie. L’Ilva naturalmente, e la centrale di Porto Torres, e il petrolchimico di Gela. Queste realtà ed altre simili sulla carta avranno la possibilità di inquinare di più sulla base della loro capacità produttiva.

 

Il ministro dell’ambiente Galletti ha risposto alle critiche con le seguenti dichiarazioni

La legge che c’era prima aveva dei limiti che non tenevano conto di dove le aziende scaricavano, perché come assorbimento c’è differenza se si scarica in fiume o se si scarica in mare. Noi, sempre in aderenza alle normative europee, anzi in maniera ancora più restrittiva, abbiamo introdotto questo concetto: l’impatto sull’ambiente si valuta volta per volta, in sede di Autorizzazione ambientale, a seconda del caso.

Ma Bonelli parla di “una vera e propria barbarie”. Chi ha ragione? Vediamo cosa è stato messo nero su bianco. Il passaggio su cui si concentrano le critiche degli ambientalisti è l’articolo 13 del decreto Ambiente che oltre a parlare della semplificazione proceduraleper le bonifiche di varie aree, tocca il tema della normativa per gli scarichi inquinantiin mare. In questa sede si permettono dosi di inquinamento superiori ai precedenti limiti (stabiliti nel 2006), per i grandi stabilimenti la cui attività produttiva può essere legata al carbone, all’acciaio, al gas e quant’altro. Si legge nel decreto

le Autorizzazioni integrate ambientali rilasciate per l’esercizio di dette installazioni possono prevedere valori limite di emissione anche più elevati e proporzionati ai livelli di produzione, comunque in conformità ai medesimi documenti europei.

Oltre a questo, modifiche anche sulla disciplina per il risanamento della aree militari,che ora non hanno più come valori di riferimento quelli delle aree verdi residenziali ma quelli dei siti industriali, il che in soldoni significa che i parametri di contaminazionesono stati elevati. Per Galletti questo permetterà di avviare un maggior numero di bonifiche, ma occorre dire che tale spiegazione appare lontana dall’essere esaustiva e convincente.

Concludiamo con la tetra sintesi di Angelo Bonelli in merito all’entrata in vigore del decreto Ambiente Protetto:

Con tre mosse il ministro dell’Ambiente Galletti demolisce il principio che chi inquina paga. E in un colpo solo salva Ilva, la grande industria e i militari.

 

http://www.ecologiae.com/decreto-ambiente-protetto-ministro-galletti-verdi-barbarie/72502/

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IL GOVERNICCHIO RENZI FAVORISCE GLI INQUINATORI INDUSTRIALI


Renzi-pd.-730x365Coordinamento Nazionale Siti Contaminati Comunicato stampa 2/7/2014

 

 

Non basta il caso dei poligoni equiparati ad aree industriali, il Decreto 91/2014 nasconde una sorpresa ancora più tragica per le aree inquinate, da Taranto a Crotone, dal Sulcis a Porto Torres, da Bussi a Piano d’Orta, da Falconara a Mantova, da Trieste alla Valle del Sacco, da Manfredonia a Margherita di Savoia, ed altre migliaia di siti.

 

Altro che semplificazione, si tratta della completa privatizzazione delle bonifiche e della salute delle persone. Infatti, il recente decreto 91/2014 pubblicato il 25 giugno sulla Gazzetta Ufficiale, sarà ricordato come una delle più lucide operazioni di rimozione “sulla carta” dei problemi di contaminazione dei siti inquinati, più che un decreto “Ambiente protetto” come è stato incautamente definito dal Ministro una norma “Inquinatore-protetto”.

 
Decollato secondo le dichiarazioni del ministro Galletti, con il positivo intento di semplificare le farraginose procedure delineate dal Testo Unico dell’Ambiente (Decreto legislativo 152/2006) si è trasformato in un invito a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto. Dopo il caso dei poligoni militari trasformati in aree industriali per alzare i limiti di legge per la contaminazione dei suoli il famigerato decreto contiene una norma ancora più grave che riguarda tutti i siti inquinati italiani, anche quelli ancora da scoprire. Il rimedio? Basta non convertirlo  in legge.

 

Alla voce deregolamentazione. Nel belpaese si demanda tutto al privato in un vero e proprio far west dove a rimetterci sono solo le comunità che vivono nelle migliaia di luoghi inquinati del paese.

La norma prevede che il primo passo sia fatto dall’inquinatore (o dal proprietario dell’area inquinata), che presenta direttamente un progetto di bonifica autocertificando la veridicità dei dati della contaminazione, senza alcun controllo, anche a campione, da parte dell’ente pubblico. In questa fase emerge un primo problema: come farà l’ente pubblico a verificare l’esatta estensione della contaminazione, visto che è lecito attendersi dai privati una sottovalutazione del reale stato di inquinamento (ad esempio: si seguirà tutto il corso di un fiume per scoprire l’area esatta interessata dall’inquinamento partito da una fabbrica posta a monte?). A quel punto la procedura prevede una rapida approvazione da parte dell’ente pubblico del progetto di bonifica (90 giorni; ricordiamo che il Ministero dell’Ambiente per i Siti nazionali di Bonifica convoca le conferenze dei servizi se va bene con una media di una l’anno per sito). Approvato il progetto il privato realizza la bonifica. Solo a quel punto presenta un programma di analisi (il cosiddetto piano di caratterizzazione) delle aree su cui si è intanto intervenuti. Il Piano deve essere esaminato, prima della sua realizzazione, dagli enti pubblici in 45 giorni e vale il silenzio-assenso. Qui si pone un secondo problema. Dice un detto “chi cerca, trova, chi non cerca, non trova”. Le sostanze tossiche sono centinaia e attualmente ci sono dei criteri minimi per cercare un certo numero di queste sostanze sulla base delle lavorazioni che hanno interessato il sito. Questo decreto invece da’ la massima libertà ai privati di scegliere quali sostanze cercare. Considerando che i costi di analisi e bonifiche sono strettamente collegati al tipo di sostanze, ci si può aspettare che i privati provino a presentare piani di caratterizzazione minimali con pochissime sostanze. Poiché queste scelte spostano decine di milioni di euro, si potrà immaginare la pressione per far decorrere inutilmente quei 45 giorni in modo tale da avere il silenzio-assenso, sollevando anche gli enti da qualsiasi responsabilità in caso di mancata risposta. A questo punto si fanno le analisi vere e proprio per vedere se la bonifica è stata efficace e, finalmente, si prevedono le contro-analisi da parte dell’ARPA locale. Ma su cosa? Ovviamente solo sui parametri indicati dal privato. Inoltre attualmente le ARPA fanno le contro-analisi solo sul 10% dei campioni. Insomma, ci sarà un’altissima probabilità di avere bonifiche solo sulla carta.

 

La caratterizzazione a valle e non a monte porta con sé altri gravissimi problemi di carattere ambientale, sanitario e giudiziario. Infatti oggi la caratterizzazione realizzata dal privato in contraddittorio con gli enti fin dall’inizio della procedura permette di valutare l’esatta estensione della contaminazione, mentre con questo decreto il privato potrà presentare un progetto solo su piccole aree o, almeno, ci proverà. Sarà compito dell’ente pubblico in pochissimi giorni e su aree estremamente complesse in cui di solito ci vogliono anni per capire bene la reale estensione della contaminazione valutare se possono esistere altre aree limitrofe potenzialmente inquinate, senza avere strumenti reali per fare ipotesi in tal senso (ad esempio, l’accesso e la consultazione degli archivi sulle produzioni).

 

Dal punto di vista sanitario e giudiziario si perde la sicurezza sul reale stato di contaminazione a cui sono stati esposti magari per decenni i cittadini. La popolazione che vive in un’area inquinata (ma anche i ricercatori che devono valutare l’esposizione ad inquinanti e le eventuali conseguenze) dovranno basarsi sui dati dei privati per capire se sono stati esposti a pericoli per la salute.

 

Si arriva al paradosso che se un cittadino volesse chiedere i danni sanitari al privato inquinatore dovrebbe basarsi sui dati presentati proprio da chi ha devastato l’ambiente rendendolo pericoloso. Una volta avvenuta la bonifica faranno fede solo i dati dei privati, per carità, “autocertificati”. Ma viene spontaneo chiedersi: quale privato, quale multinazionale autocertificherà mai l’esistenza di uno stato di inquinamento per il quale potrebbe essere chiamata a rispondere per danni nelle aule dei tribunali?

 

Tra l’altro è incredibile che non vi sia alcun accenno ai doveri di trasparenza e pubblicazione di progetti e dati integrali, nonché della partecipazione dei cittadini ai procedimenti, in violazione della Convenzione europea di Aarhus, ratificata dalla legge statale numero 108 del 2001. Singolare, infine, il fatto che la norma abbia la scadenza, il 2017, come se si trattasse di uno yogurt.

 

Questa previsione è però rivelatrice del reale intento del Governo. Sulle bonifiche appare evidente la volontà di mettere definitivamente sotto il tappeto le scorie di un passato in cui il sistema industriale italiano programmaticamente cercava di stare sul mercato sotterrando i rifiuti per non pagarne i costi. Ora che la realtà sta venendo a galla con manifestazioni e lutti, lo stesso sistema industriale chiede di non pagare i danni miliardari secondo il principio “Chi inquina paga”.

 

Per queste ragioni chiediamo ai parlamentari di intervenire in sede di conversione in legge del decreto al fine di superare le criticità che evidenziamo:

 

-sulla trasparenza e informazione dei cittadini durante il procedimento;

-sulla definizione di criteri minimi rispetto ai dati di partenza necessari per redigere il progetto di bonifica e il piano di caratterizzazione;

-sulla certificazione a campione di questi dati di contaminazione di partenza da parte delle agenzie regionali;

-sulla modifica del criterio del silenzio/assenso per l’approvazione dei piani di caratterizzazione.

 

Ciò che chiediamo, invece, al Governo è un Piano generale per la bonifiche, che preveda innanzitutto un potenziamento ed una riqualificazione delle strutture di indagine ambientale e di controllo (ISPRA e agenzie locali con organici adeguati e resi indipendenti dalla politica), un finanziamento consistente per i cosiddetti “siti orfani” a a causa del fallimento delle imprese inquinatrici, un rafforzamento degli strumenti giuridici ed amministrativi per applicare con efficacia il principio “chi inquina paga” ed, infine, un sistema trasparente di informazione dei cittadini interessati che dia conto di tutti i dati.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2014/07/il-governicchio-renzi-favorisce-gli.html

 

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, violenza

Ciro Esposito – E i media rovesciano le parti


l43-santis-scontri-olimpico-140507083356_mediumOrmai era una regola. Prima l’omicidio. Poi la speranza di avere anche un mezzo sospetto sull’omicida per darlo in pasto all’opinione pubblica. Al suo irrefrenabile desiderio di vendetta. Era una regola. Finora era andata sempre così. Dell’omicida, anche se solo indiziato, anche di striscio, in un minuto veniva rivelato tutto. Foto in tutte le pose. In spiaggia, coi figli, con la madre. Figure intere di lui da piccolo vicino l’albero di Natale. In vacanza con le sue tre ex fidanzate e per ognuna tanto di foto, meglio se in costume. Dopo le foto seguiva il resto. Interviste ai professori che aveva avuto fino all’ora x, dall’asilo alle superiori. Particolari rivelati dai suoi amici di sempre, dai vicini di casa. Storia e dettagli del suo vissuto visti da mille angolazioni diverse. Sembrava impossibile che andasse diversamente.

Finora è così che ce li avevano dati in pasto i sospettati dell’omicidio. C’è anche da dire che nella prassi era prevista anche una certa tutela della vittima. Qualcosa anche di quest’ultima veniva rivelato, ma meno. Come se persino un meccanismo così oleato di sciacallaggio mediatico, volesse dimostrare un barlume di pudore. La vittima no! Di lei non vi diciamo. Oppure vi diciamo, ma fino a un certo punto.

E invece con Ciro Esposito è andata da subito diversamente. Nel caso del ragazzo di Napoli tutto ha funzionato al contrario. Lui era la vittima, eppure gli è stato riservato il trattamento che di solito si da al carnefice. Di lui abbiamo visto foto, conosciamo i parenti, sappiamo dove abitava, chi era la sua ragazza, ci hanno detto che avrebbe voluto sposarla. Poi conosciamo cosa faceva per lavoro, i suoi soprannomi, il credo religioso della madre. Abbiamo da subito conosciuto anche le patologie riscontrate dopo il ferimento e ci hanno (in verità poco), aggiornato (quando non potevano farne a meno diciamo), sulla sua cartella clinica. Insomma, tutto! Il trattamento che di solito è riservato al carnefice nel caso di Ciro è stato riservato alla vittima.

E dire che il sospettato c’era in questo caso sin da subito! Anzi, più che il sospettato c’era proprio lui. Il probabile esecutore materiale del ferimento mortale. L’assassino insomma. Daniele De Santis, detto Gastone, punto.

Già, punto; perchè in questo caso tutti i racconti intorno all’omicida iniziano e finiscono qua. Di lui non ci hanno detto niente. Non ci hanno detto come mai è ancora in ospedale, per esempio. Ci hanno detto che è stato pestato dagli amici di Ciro dopo che lo aveva ferito per ucciderlo, ma niente di più. D’accordo, pestato, ma dopo un mese e passa è ancora in ospedale? Cosa gli è stato riscontrato? Perchè non ce lo avete detto? Non fosse altro per giustificare il fatto che continuasse a trovarsi lì, anzichè nei luoghi dove solitamente portano gli indiziati di omicidio presi in flagranza di reato! E poi chi è? Nemmeno un approfondimento storico?

Si è vero, avevate iniziato a dirci che era stato sempre lui a far sospendere il derby Roma Lazio nel 2004, ma lo avete solo accennato. Siete stati molto vaghi, per usare un eufemismo, d’altronde anche nel 2004, non è che abbiate molto approfondito quegli eventi. “Frequenta ambienti di estrema destra”, si è detto sempre vagamente. Ma quali sono questi ambienti di estrema destra ? Dove stanno? Che cos’è veramente quel posto chiamato prima “Trifoglio” ed ora “Ciak” di cui era il custode e da dove è partita l’aggressione ? ( gli è sfuggita qualche foto inequivocabile degli interni che lo stesso De Santis aveva pubblicato sul suo profilo Facebook ma cos’è veramente quel posto continuano a non dircelo) …. Chi sono i suoi amici di sempre? Suo padre? Sua madre? Le sue eventuali ragazze? La Sciarelli? Non si è appassionata? Perchè non ci avete detto che si è presentato alle elezioni? Si, con il “popolo della vita” per Alemanno. Fa ridere? Non lo avete detto perchè è grottesco il nome “popolo della vita” da associare a un probabile assassino?

Eh sì, fa ridere, ma mica tanto! E’ inquietante piuttosto, e magari è utile per capire…per capire con chi era lì per esempio! Ha dichiarato qualcosa al momento dell’arresto? E nei giorni seguenti? Perchè lo avete avvolto fin dall’inizio in una sorta di protezione? La stessa che di solito si da ai capi di Stato? Non venite a dirmi che lo avete fatto perchè si temevano rappresaglie contro di lui. Ma come? Lui e altri che probabilmente erano con lui e ancora sono in giro per Roma hanno dimostrato concretamente una volontà omicida e voi vi preoccupate per qualcosa che è completamente campato in aria? Parole di vendetta espresse in libertà un po’ qui e un po’ la e che dovrebbero arrivare da Napoli?

Ancora un ragionamento al contrario? Ancora le vittime che vengono fatte passare come potenziali carnefici? E allora per Ciro? Per la madre? Per lo stesso “Gerry à carogna” additato al pubblico ludibrio ? Loro non rischiavano? Perchè avete voluto salvaguardare, questa volta, l’onorabilità del carnefice invece di quella della vittima e delle vittime?

Non era questa la regola. Per quanto, a pensarci bene, potrebbe esserci una regola anche in questo caso da dover rispettare. Quella che di solito si segue, quando ci si preoccupa di quello che il carnefice potrebbe rivelare. Solo in quel caso lo si protegge contro ogni evidenza e decenza. In quel caso, è vero, si procede al contrario.

Perchè magari potrebbe uscire fuori che Daniele De Santis, insieme al suo carissimo amico e camerata Giuliano Castellino era, fino a poco più di un anno fa, accompagnatore fisso del sindaco Gianni Alemanno in tutte le sue uscite ufficiali … e questo dopo svariati annetti dal suo altro momento da protagonista e nonostante questo precedente, quel famoso “derby del bambino mai morto” del 2004 … cosa che evidentemente non aveva impedito che fosse poi stato addetto alla sicurezza personale del Sindaco con la celtica … anzi forse era una “referenza” positiva in questo senso …

O potrebbe uscire fuori anche che, sempre insieme all’amico Castellino, De Santis si era distinto negli anni scorsi in altri due tipi di occupazione/speculazione similari al Trifoglio/Ciak… dove da 11 anni si affittano abusivamente i campi sportivi del Coni ed era proprio De Santis a riscuotere …. le altre due occupazioni sono quella del cinema Augustus in Corso Vittorio e poi quella dell’ex Cral del Poligrafico a breve distanza dal luogo dell’agguato a Ciro … praticamente di fronte al Trifoglio/Ciak ma dall’altra parte del Tevere … occupazioni ufficialmente fatte a scopo “sociale” ma immediatamente dopo sub-appaltate ad una società che vi aveva realizzato abusivamente due discoteche di lusso dove erano stati visti spesso, con tanto di foto sui giornali specializzati, non solo Alemanno con signora ma anche Gasparri, Storace, La Russa, la Meloni e persino l’ex Presidente del Coni Pescante …

Due occupazioni, che a differenza di quella del Trifoglio/Ciak, per la quale sembra che il Coni ( guarda caso allora diretto proprio dal Pescante poi avvistato spesso al Poligrafico) non abbia nemmeno mai sporto denuncia … sono poi state sgomberate … ma non per “scelta politica” come avviene per le occupazioni di case o per qualche centro sociale “de sinistra” in questi giorni un pò in tutta Italia … ma solo perchè, essendo luoghi malamente insonorizzati, le due discoteche impedivano il sonno a tutti i residenti delle rispettive zone di Roma che ovviamente hanno protestato …

Ecco sì, è così che dev’essere andata per il camerata Daniele De Santis. Ops, mi è scappato… volevo scrivere, per Gastone, “ultrà giallorosso” …

di InformationGuerrilla

da bellaciao.org

Pubblicato in: CRONACA, diritti, LAVORO

Un Matrimonio


LIsoladeiCassintegratilunicorealityreale.UngruppodidisoccupatisardioccupalAsinaraefailboomsulWebCostrettiafareilversoallaVenturaperfarcinotareLa RaiTv siciliana ha mandato in onda un servizio che mi ha davvero emozionato. Ha mostrato il matrimonio di una coppia di persone senza casa, persone che non hanno nessuno e che vivono proprio per strada. Non possiedono niente, proprio niente.
Vivono in una delle città più antiche e più belle: Siracusa. hanno deciso coraggiosamente di sposarsi ed hanno affrontato l’evento e l’incontro con la stampa con grande composta serena dignità.
Entrambi sono giovani ma sembrano più vecchi della loro età. Lui penso che avrà una quarantina d’anni ma come si fa a dirlo. Era proprio vestito e pettinato da giorno delle nozze. Con un vestito scuro, i capelli tirati strettissimi all’indietro raccolti sulla nuca.
Lei vestita da sposa con un’aureola di capelli sotto il velo della sposa. Entrambi vestiti appunto da matrimonio. Riuscivano a stonare un poco nei vestiti nuovi e di festa. Le loro facce segnate dalle privazioni dagli stenti, facce di chi passa notti e notti nel buio della strada, riflettevano il grigiore ed il logoramento della esistenza sui loro vestiti che non riuscivano a nascondere la verità tristissima delle persone che li indossavano.
Alla intervista ha risposto lui con pacatezza e dignità. Ha detto che è un operaio specializzato che ha perso il lavoro la casa e tutto da molto tempo. Lei ascoltava in silenzio. Hanno detto che la Caritas per una settimana li ospiterà. Una settimana al riparo di un tetto per loro è un regalo straordinario.
Confesso che non sono riuscito a trattenere le lacrime. Ho pensato che non sono stato buono a nulla, ho fatto sindacato e politica tutta la vita ma non sono riuscito a cambiare niente ed anti tutto peggiora ancora di giorno in giorno..

(Pietro Ancona ex sindacalista cgil)

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L’allarme non è la negritudine, ma sono i negrieri


La campagna xenofoba della Lega contro la Kyenge è fatta per nascondere l’unica vera emergenza: lo sfruttamento degli immigrati. [Miriam Vicinanza]

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERIKyenge ministro della negritudine. Complimenti alla Lega per aver rispolverato il movimento letterario francofono che voleva riscoprire i valori culturali dei popoli neri (Negritude, in italiano negritudine). Già che c’erano avrebbero potuto tirar fuori dal cilindo il “negrismo”, che della nerritude fu l’antesignano.

Ma ai nostri ex ammiratori di Bossi e Trota, oggi rappresentati da Salvini (quello di “senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani…”) cosa importa della cultura nera? Meno di zero. Importa solo di trovare un modo elegante e formalmente inattaccabile per dire “brutti negri” senza dirlo. Del resto è dai tempi dell’Eiar fascista, quando venne bandito il jazz come musica “negroide”, che a molti italiani il razzismo solletica la pancia e dà alibi ai propri fallimenti.

Peccato solo che se si scendesse dai proclami para xenofobi ai dati, sarebbe più facile capire come le corbellerie leghiste non siano altro che subdoli pretesti per indirizzare l’odio politico contro la “nera” Kyenge, ossia la scimmia e l’orango che è tanto utile per tenere stretto lo zoccolo duro del proprio elettorato più becero, altrimenti distratto dalle mutande verdi di Cota o dai tanti magna-magna a cui la Lega ha partecipato, dalle false lauree in Albania (a proposito di paesi stranieri…) fino ai più recenti rimborsi allegri.

Cosa dicono i dati? Al 1 gennaio del 2013 la popolazione straniera in Italia era stimata in 4 milioni e 900 mila persone. Di questi, secondo il ministero degli Interni i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti erano 3 milioni e 700 mila.

I paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (513.374), Albania (497.761), Cina (304.768), Ucraina (224.588) e Filippine (158.308). A questi si aggiungano i rumeni, che sono stranieri ma comunitari. Come dire: nulla a che vedere con la negritudine.

Ma andiamo avanti, a proposito dell’allarme sulla Kyenge accusata di voler trasformare l’Italia in un provincia del Congo: se parliamo di presenza di stranieri sul proprio territorio, più di noi, come percentuale della popolazione, ci sono Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Dietro solo Malta e Grecia.

Se poi passiamo ai rifugiati, quelli che secondo la vulgata leghista si metterebbero in marcia dagli sperduti villaggi della Somalia, dell’Eritrea e dell’area sub-sahariana dopo aver saputo (ma come poi? ) che in Italia c’era Cecile Kyenge che li aspattava a braccia aperte, vediamo come insieme con Spagna e Grecia l’Italia è il paese che ospita il minor numero di rifugiati: 0.96 per ogni mille abitanti. Contro i 17 (17!) della piccola Malta, i 7 della Germania e i 3,2 della Francia.

Ma l’Italia è all’avanguardia su un altro terreno: lo sfruttamento dell’immigrazione. Soprusi, discriminazioni, ricatti, manovalanza nelle mani dei gruppi criminali, speculatori che si arricchiscono sulla pelle degli stranieri.

Allora ecco che la mia visione è assai diversa da quella della Lega, che usa la Kyenge per i suoi alibi d’accatto. Se in questo paese c’è un’emergenza e un allarme da lanciare, quello non è la “negritudine” ma sono i negrieri. Quelli che sfruttano gli immigrati e, sempre più, anche gli italiani. Peccato che nessuno abbia la forza e la voglia di lanciare un crociata contro i negrieri. E perché nessuno lo fa lo sappiamo tutti.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=53422&typeb=0

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Un popolo si, di merda no


nopasaranFrancesca Pilla

Pubblichiamo un’articolo tratto dal blog del manifesto “Napoli Centrale” a cura di Francesca Pilla. Il suo blog è un diario di bordo che racconta la complessità di Napoli e della Campania senza remore e filtri politici. In questa riflessione Francesca risponde ai tanti Adinolfi che hanno la memoria corta sulle responsabilità dei disastri della Campania. (Red)

Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd ha scritto su Twitter che i napoletani sono un popolo di merda. Ha ragione? Ma dov’era quando dal 2002 (circa) al 2006 (circa) gli acerrani insieme ai napoletani, ai campani protestavano contro l’inceneritore? Solo il 30 agosto del 2004 in una manifestazione oceanica, con bambini che avevano portato i palloncini, i contadini le loro mucche, le donne tantissimi fiori, finì tutto in una repressione di lacrimogeni e cariche. Anche il primo cittadino venne manganellato, si chiamava Espedito Marletta, gli spaccarono la testa. Io c’ero.

Il partito con cui è stato eletto al parlamento Adinolfi, all’epoca rappresentato dall’Ulivo nel frattempo continuava a spingere e sostenere l’Impregilo che pure verrà poi indagata per gravi mancanze nel ciclo dei rifiuti e per aver creato la cittadella della munnezza a Giugliano, 6 milioni di ecoballe. Proprio Prodi chiuse un accordo (alias firmò un decreto) per la società che prevedeva l’impiego dei Cip6 (una sorta di truffa per far passare come fonte energetica rinnovabile la termovalorizzazione) solo per la Campania.

Dov’erano i politici quando sempre nel 2004 la rivista Lancet coniò la definizione del triangolo della morte da parte degli studiosi Kathryn Senior e Alfredo Mazza? Dopo quasi 10 anni ci siamo dovuti sentire dall’ex ministro Balduzzi che da noi si muore 3 volte tanto di tumore perché abbiamo uno stile di vita sbagliato.

Dov’era Adinolfi quando nel 2008 Lucia De Cicco si è data fuoco proprio davanti al sito di stoccaggio di Giugliano? Dov’eranp quelli che fanno finta di non sapere nel 2008 durante le sollevazioni di Chiaiano dove è stata aperta la più grande discarica cittadina tra i palazzi. Nel maggio di quell’anno gli abitanti vennero picchiati, malmenati, alcuni perfino arrestati. Anche i giornalisti (tra cui Romolo Sticchi) furono bastonati. L’ordine l’aveva dato Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti, perché quello era stato dichiarato sito militare e chi protestava era sottoposto a leggi speciali. Dov’era dunque Adinolfi a Pianura, a Quarto a Pozzuoli, alla famosa “Rotonda” contro le discariche nel parco del Vesuvio?

E’ una storia lunga. Io c’ero e so che chi ha osato dissentire contro l’avvelenamento dei nostri territori è stato trattato come oggi i no tav: camorristi (invece di terroristi), estremisti, attentatori dell’ordine precostituito ecc ecc.. E’ facile offendere per “categorie”, rom, migranti, arabi, Lgtb, e in Italia i napoletani oggetto dei più sprezzanti commenti. Bisogna stare molto attenti a soffiare sul fuoco dell’odio “etnico”.

Allora resta da dire solo una cosa si è vero siamo un popolo, ma di merda no. La testa l’abbiamo sempre alzata. E siamo stati governati dalle stesse persone.

Adinolfi comunque si giustifica così: http://www.napolitoday.it/cronaca/adinolfi-popolo-di-merda.html

– See more at: http://www.manifestosardo.org/popolo-si-merda/#sthash.bj8zZbQn.dpuf

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La mia terra è avvelenata


Fiume di gente ad Aversa contro Campania avvelenata

 

aversaFranco Spinelli per LivioTV – “Quando poi tratta di scegliere e di andare…te la ritrovi tutta con gli occhi aperti chè sanno benissimo cosa fare”, mai parole furono più appropriate, perché è in momenti come questi che la gente fa la “storia” come cantava De Gregori nella famosa canzone.
Un’autentica marea umana si è riversata nelle strade di Aversa per partecipare al grido di dolore lanciato nei giorni scorsi dal social network facebook: “la mia terra è avvelenata!”. All’appello hanno risposto migliaia di cittadini, molti i giovanissimi, provenienti da tutta la provincia di Caserta e da quella di Napoli. Nessuna sigla coinvolta nell’organizzazione dell’evento, nè partiti nè associazioni, un esempio lampante della capacità di “autorganizzazione dal basso” della nostra gente che troppo spesso, e incautamente, viene definita come sciatta e dedita ad atteggiamenti omertosi. L’indignazione è stata espressa con un lungo silenzio lungo tutto il percorso, dal Parco Pozzi all’Arco dell’Annunziata (Porta Napoli). Indignati per le emergenze ambientali e sanitarie che interessano gran parte del territorio campano – e che le istituzioni dimostrano di non voler prendere seriamente in considerazione – i cittadini di questa sventurata porzione di Terra di Lavoro hanno finalmente deciso di lanciare un messaggio forte alla camorra e alle istituzioni. Da tutte le parti un coro unanime: subito le bonifiche! Ovvio che non basta una, seppur straordinaria, manifestazione a risolvere il problema. E’ un passo importante, ora tocca a tutti essere costanti nel discutere e portare a conoscenza del problema ambientale una sempre più vasta fetta di popolazione. Siamo sulla buona strada. Non demordiamo!

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La solitudine dei lavoratori


solitudine-del-lavoroGianfranca Fois
Bastano solo alcune delle ultime notizie sul fronte del lavoro (vedi l’Ilva di Taranto o il trasferimento in un paese dell’Est europeo dei macchinari di una fabbrica attuato di nascosto dal padrone durante l’assenza per ferie degli operai) per mostrarci ancora una volta il volto del capitalismo italiano, rozzo e straccione, naturalmente con le dovute eccezioni,
In Italia nessun modello renano, ma numerosi padroni dai metodi ottocenteschi e senza nemmeno il tentativo di salvarsi la coscienza creando istituzioni filantropiche, insomma un capitalismo arcaico che di “moderno” ha solo l’obiettivo del profitto a tutti costi, in linea con la suprema legge di quello che Gallino ha chiamato “finanzcapitalismo”.
Di fronte a questa situazione, non contrastata ma anzi talvolta favorita dai governi degli ultimi decenni, la sinistra e il sindacato italiani non riescono a trovare parole, idee e progetti per difendere i diritti che i lavoratori hanno conquistato con dure lotte nel secondo dopoguerra, addirittura alcuni hanno introiettato l’idea (diffusa ad arte dai teorici del neoliberismo) che il debito pubblico sia stata determinato da condizioni di lavoro favorevoli e da un welfare insostenibile e impensabile ai nostri giorni e non piuttosto dal sistema finanziario e dalle sue storture avallati da scelte politiche.
Né, tanto meno, riescono a ideare modi nuovi per affrontare la crisi e ripartire con una visione del mondo e del lavoro adeguata ai tempi moderni ma non subalterna agli interessi del mondo padronale, anche qui con le dovute eccezioni.
Anzi se c’è una cosa che caratterizza oggi i lavoratori, le donne e gli uomini in generale è proprio la solitudine, e in particolar modo in Italia dove appunto un lungo periodo di tempo, almeno vent’anni, è stato caratterizzato dal ripiegamento di ognuno su se stesso, da modelli di vita non solo individualistici ma soprattutto dominati da un pensiero gretto, egoista in cui certe parole, come ad esempio lavoro, solidarietà o venivano tenute lontano dal discorso politico o addirittura irrise, determinando insomma quella situazione in cui il cittadino, come scrisse Tocqueville, può avere il senso della famiglia ma gli è scomparso il senso della società. Le persone sono quindi sole, mentre quando negli anni 70, nel milanese, ci furono le grandi ristrutturazioni industriali era presente almeno un tessuto di relazioni tra le persone e con le amministrazioni.
Nel frattempo la crisi economica mondiale, la incapacità e mancanza di volontà di pensare, progettare, programmare e attuare politiche economiche, industriali, fiscali, sociali e culturali da parte dei vari governi Berlusconi hanno gettato il nostro paese in una situazione drammatica, tra le più gravi d’Europa e per di più con un welfare arcaico e poco incisivo a confronto con quello delle grandi democrazie.
Eppure esistono alcune piccole realtà che possono aiutare ad iniziare a cambiare questa situazione, realtà che partendo dal tentativo di andare incontro ai bisogni più immediati possono indicare e aprire la via ad un capovolgimento dell’ideologia presente ponendo le basi per una cultura nuova, solidale che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro speranze.
Vorrei citare almeno qualcuno di questi tentativi perché penso sia utile che oltre alle notizie sulla disoccupazione, sugli omicidi sul lavoro, sulla disperazione di tanti lavoratori, condividiamo notizie e pratiche positive.
Il libro “Il tempo senza lavoro” scritto dai lavoratori di Agile ex Eutelia e da Massimo Cirri narra non solo le lotte dei lavoratori contro la gestione banditesca dei manager dell’impresa, condannati infatti dalla magistratura, ma attraverso il racconto della propria vicenda ognuno sperimenta l’uso terapeutico della scrittura e della condivisione di sentimenti, paure (Cose brutte che questa storia lavorativa mi ha portato), ma anche di aspetti positivi (Cose belle che questa storia ……..).
Il lavoro è stato portato avanti anche con la collaborazione della Camera del lavoro di Milano e, in particolare, di Corrado Mandreoli, già impegnati, insieme a Radio popolare, a mettere insieme i lavoratori che hanno perso il lavoro, formare dei gruppi di auto-aiuto che servono non solo come “sfogatoio” ma soprattutto a imparare a reimpostare la propria vita (spesso infatti perdita di lavoro significa perdita della casa, della famiglia, disturbi fisici e/o mentali), ad affrontare colloqui di lavoro
I lavoratori di un’impresa di Reggio Emilia hanno invece deciso di tagliare i loro salari non per mantenere il posto di lavoro per tutti , cosa che succede anche in altre realtà, ma per consentire nuove assunzioni.
Si tratta, come si vede di esperienze molto marginali anche se probabilmente più diffuse e varie di quanto immaginiamo ma che non conosciamo.
Come poco conosciamo quanto avviene in Spagna dove nei barrios delle città le persone si riuniscono per discutere e per trovare soluzioni comuni su come tirare a campare o quanto avviene da qualche tempo in Argentina dove i lavoratori hanno recuperato le fabbriche che gli imprenditori avevano chiuso e abbandonato, portando via il capitale, al momento del crollo del modello neoliberale del 2001. Dopo circa 10 anni sono già più di duecento e danno lavoro a circa diecimila lavoratori, lo stesso esperimento si sta facendo in Uruguay. Spesso queste fabbriche diventano anche centri importanti per la vita sociale, culturale e politica della comunità.
Insomma tutte queste esperienze penso ci insegnino che è possibile trovare nuovi strumenti e modi che rimettano insieme le persone, unica possibilità per affrontare positivamente il presente e il futuro. Sembra ormai assodato infatti che nei paesi occidentali la ripresa economica non significherà nuova occupazione, si rende così necessario e inevitabile impostare in modo del tutto nuovo il lavoro, i rapporti sociali, politici ed economici.

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Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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VACCINATI A MORTE


tumori-tra-i-soldati-italiani-si-indaga-sui-vaccini_2699Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.



Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano.Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo. Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni invalido al 90%. 

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco, l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene  negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente. Questi ragazzi devono essere operativi subito: far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo al Ministero della Difesa di vigilare affinchè:

– sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali;

– il medico vaccinatore pretenda al momento dall’arruolamento, come previsto dal regolamento, da tutti i militari il libretto dell’USL, e rispetti quanto lì riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione;

– i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni;

– siano date risposte sui casi dei militari ammalati facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati.

A:
Ammiraglio Giampaolo di Paola, Ministro della Difesa
Renato Balduzzi, Ministro della Salute
Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.

Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano. Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo, Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni e invalido al 90%.

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema come abbiamo denunciato da tempo, è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente, questi ragazzi essere operativi subito, far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo alle autorità Militari, cosi come al Ministero della Salute , di vigilare.
– Che sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali.
– Che il medico vaccinatore come previsto dal regolamento pretenda da tutti i militari al momento dall’arruolamento il libretto dell’USL, e rispetti quanto li riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione,
-Che i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni di qualsiasi tipo e luogo.
– Che siano date risposte da parte del Ministero della Difesa sui casi dei militari ammalati fornendo, numeri,facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati, che venga segnalato sul libretto vaccinale qualsiasi tipo di reazione. E che vengano segnalati alle autorità competenti.
– I vaccini sono farmaci quindi il rispetto delle regole e fondamentali.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

 

PETIZIONE  http://www.change.org/it/petizioni/ministro-della-difesa-chiarezza-sui-militari-vaccinati-a-morte-per-evitarne-altri

http://www.comilva.org/eventi/vaccinati_morte_di_vittoria_iacovella

Pubblicato in: CRONACA, FORZE DELL'ORDINE, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

Giulio Cavalli e gli «amici politici» delle cosche


cavalli-giuliodi Luca Rinaldi (LINKIESTA)

Le parole dei collaboratori di giustizia, per quanto dichiarati affidabili dalla magistratura, sono sempre da prendere con le molle. Il passo da fare è quello di verificarle e di chiedere conto a coloro che sono tirati in ballo dalla dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. Ecco, appurato che verificare i riscontri alle parole dei collaboratori è in primis un compito che spetta a magistratura e investigatori, chissà cosa avrà da dire la politica lombarda sulle ultime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Bonaventura non si è mai fatto mancare l’aspetto mediatico sulla sua vita da pentito “usato, abbandonato e sotto tiro” e l’attendibilità delle sue dichiarazioni è stata più volte riscontrata. Nelle ultime settimane il collaboratore di giustizia affiliato alla cosca Vrenna di Crotone ha rilasciato più di una intervista al sito Fanpage in cui la ‘ndrangheta avrebbe progettato di far tacere in qualche modo l’attore, regista e autore teatrale, nonchè ex consigliere regionale della Lombardia Giulio Cavalli. Uno che di mafia in Lombardia parlava nei suoi spettacoli quando il tema era ancora tabù e che per questo motivo finì sotto scorta nel 2009.

Insomma, Giulio Cavalli, come ripete anche Bonaventura era uno “scassaminchia” e come tale minacce e intimidazioni erano per lui diventate compagne terribili. Nel 2010 si candida alla Regione Lombardia e viene eletto come consigliere regionale, negli stessi periodi in cui i cittadini lombardi (ri)scoprono di avere la mafia in casa e anche in politica. Una politica che non disdegna di elemosinare voti agli appartenenti alle organizzazioni criminali, che di certo non ce l’hanno scritti in fronte, ma che, per citare Ilda Boccassini, basterebbe fare una ricerca su Internet per avere notizie sul loro conto.

Nelle intervista rilasciate a Fanpage Bonaventura parla prima di un progetto per mettere Cavalli a tacere da parte del clan dei De Stefano, tra i clan che comandano in Calabria e anche in Lombardia, e in ultimo lo stesso collaboratore di giustizia aggiunge che «la politica lombarda sosteneva la ‘Ndrangheta». Frase un po’ ad effetto, che non condita da nomi e cognomi dice tutto e niente. «Questa qui è anche la volontà di amici nostri politici», riferisce Bonaventura usando le parole dei De Stefano.

Circostanze dunque tutte da verificare, ma che non stupirebbero nemmeno poi più di tanto: il pentito glissa su nomi e area politica «su questa domanda preferisco non rispondere perché la mia posizione non è molto sicura. Preferisco riferire ai magistrati». Ancora nessuno però si è fatto vivo alla porta di Bonaventura da quando ha rilasciato queste dichiarazioni su Giulio Cavalli. Lo stesso si dice scioccato: «dal fatto che nessuno sia venuto a raccogliere queste informazioni che sto rivelando nessuno mi ha sentito su questa vicenda, dovrebbe essere il minimo ascoltarmi, mettere sotto protezione me e le informazioni. Sembra che mi stiano lasciando qua, aspettando cosa? Che io muoia e con me le informazioni? Oppure che venga spinto a ritrattare?».

L’augurio è quello che qualcuno tra i magistrati e gli investigatori si premuri di verificare le dichiarazioni di Bonaventura, e allo stesso modo, che se qualcuno al Pirellone, o tra gli ex del Pirellone ne sa qualcosa parli. Perché se «gli amici politici» dei De Stefano avevano intenzione di mettere a tacere Giulio Cavalli con l’aiuto della ‘ndrangheta sarebbe bene saperlo. Hanno qualcosa da dire in proposito? Qualcuno che è saltato sulla sedia credo ci sarà, altrimenti non avrei potuto raccogliere inchieste e reportage sulla mafia in Lombardia in questo eBook. Inutile dire intanto della vicinanza che va a Giulio Cavalli, anche e soprattutto, per non aver mai accettato quel comodo ruolo della vittima con i riflettori puntati addosso.

Twitter@lucarinaldi

fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/pizza-connection/giulio-cavalli-e-gli-amici-politici-delle-cosche#ixzz2dReCNnoO

Pubblicato in: cose da PDL, opinioni, pd, politica

Sturmundlettentruppen


Italian Premier Enrico Letta in Kabul ++ rpt ++dI Lameduck (Mente Critica)

Che ci volete fare, siamo governati da questo qui. Il bello de zio in versione “proteggo tutto tranne le palle, che tanto non ho”, ha avuto, se non altro, il potere di rimettermi di buonumore dopo un inizio di giornata abbastanza fetuso. L’effetto ilarità da associazione con le Sturmtruppen di questo condottiero armato di fuciletto a tappo che ha ribadito l’impegno italiano a difendere le piantagioni in Afghanistan, costi quel che costi, è però svanito presto.

Ma ci pensate che questo genio, che un Nouriel Roubini sotto l’effetto di sostanze e da squalificare per doping ha definito oggi sul Pude Pravo, “una persona seria e rispettata a livello internazionale” (ma forse li stava solo prendendo solo per il culo, dài), potrebbe cadere per lo sgambetto del solito personaggio che da vent’anni condiziona, sinistra permettendo, i destini di questo paese?
Certo, è ovvio, a toglierci il sonno in queste notti deve essere il pensiero che Violante sia in ambasce per le sorti del suo tecnico televisivo preferito, di nuovo in pericolo, e che Fassino sia ancora fermo tra la casella della banca e quella della barca, motivato nella vita solo dal cambio di consonante. Forse è proprio questo, il timore che questo meraviglioso governaccio di incapaci con la prevalenza del piddino e l’obbligo del controfagotto del PDL stia per tirare le cuoia, che ci provoca il risveglio precoce alle quattro di mattina, con la civetta fuori che urla, le gambe che non trovano riposo e tutti i pensieri più foschi che iniziano a tormentarti.
Come faremo, si chiedono attoniti gli italiani, senza il Giovannini e il suo ottimismo della volontà, per il quale la crisi è finita e forse è stato tutto solo un sogno, un inception di qualche mercato cattivo e invidioso dell’euro?
Come sopravviveremo senza la Kyenge, che da quando è diventata ministro non fa altro che accusare i suoi connazionali (nel senso di italiani) di razzismo e che, a sentirla parlare, dà l’impressione che Rosa Parks non sia ancora nata e che l’Italia sia il Sudafrika dell’Apartheid? Come proseguirà la nostra vita con il rimpianto di cosa mai avrebbe potuto fare la canoista per noi se quella zozza IMU non si fosse messa di mezzo?
E poi il delirio di Delrio, il sorrisetto da banchiere di Saccomanni (anche lui con l’ipotesi crisi come episodio psicotico acuto ormai superato grazie agli psicofarmaci governativi), il “saggio” Quagliariello, la “cosa” Cancellieri, il duo Mauro-Bonino, quelli che si sono arresi prima che la guerra fosse cominciata, i Lupi, le De Girolamo con le Lontre Volanti, la Carrozza fantasma, nel senso che si dice nessuno l’abbia mai vista, la Lorenzin con le mani in mano per fortuna.
E poi le Fontanelle, gli inconsistenti, le anime d’o priatorio: Fassina, Moavero Milanesi, Trigilia, Franceschini, D’Alia, Bray. Scheletrucci senza stele, morti senza nome. Una prece e una strusciatina al cranio, che porta buono.
Io sto già elaborando il lutto, non so voi.
Pubblicato in: opinioni, pd, politica

MATTEO RENZI : QUANDO L’APPARENZA CONTA PIU’ DELLA SOSTANZA….


imagesAutore Gianluca Bellentani

Qualche giorno fa sono stato alla Festa dell’ Unita’ di Bosco Albergati, tra Modena e Bologna, la sera stessa in cui l’ospite era il Sindaco di Firenze Matteo Renzi. E’ una Festa a cui vado ogni anno, la piu’ bella e famosa di questa zona. Come sapete non sono un fan di Renzi, che considero molto piu’ vicino politicamente al centro che a sinistra ma a differenza di altri compagni che lo considerano una spina nel fianco io credo che Matteo sia ancora una risorsa per il Partito Democratico. La mia presenza era quindi piu’ per fini culinari che per ascoltarlo.

Nonostante il caldo opprimente e la serata feriale, alle 19 e’ gia’ tutto pieno e davanti al palco un pubblico armato di ventagli aspetta con trepidazione. Finalmente arriva sul palco, per l’occasione illuminatissimo, con i pantaloni scuri e la camicia bianca immacolata ( ma quante camicie bianche ha ? ) ed e’ un tripudio. La folla plaude e si allunga per salutarlo e lui si china per stringere piu’ mani possibili. Poi, dopo la presentazione di rito da parte del giornalista di turno, Renzi comincia a parlare. Simpatica battuta sulle donne del PDL innamorate di Berlusconi, frecciatina al Governo Letta che ‘’ e’ nato per fare e non per durare ‘’ ( certamente ) e giudizio laconico sulla condanna di Berlusconi ‘’ le sentenze vanno rispettate ‘’ ( ci mancherebbe altro ). Poi attacco ai dirigenti del PD che vorrebbero cambiare le regole per ‘’ farmi fuori dai giochi ‘’ ma ‘’ io non faccio la foglia di fico ‘’. Nessun accenno alla famosa ‘’ rottamazione ‘’ , in quanto gia’ Bersani a suo tempo ha messo nel Governo tanti giovani e gente nuova. Matteo ha perfettamente ragione quando dice che le regole ci sono gia’ e che il Segretario deve essere anche Premier, pero’ forse gli si dovrebbe ricordare che la sua discesa in campo e’ stata possibile solo in quanto e’ stata fatta dal precedente Segretario Bersani una deroga allo Statuto e allora non mi pare che Renzi abbia mai parlato di ‘’ regole da rispettare ‘’. Poi personalmente credo che mai come oggi, con un Partito in continua fibrillazione e con un Paese con tanti grandi problemi, i ruoli di Premier e di Segretario debbano essere distaccati ; in sintonia certamente ma con percorsi differenti. Aggiungiamoci poi che e’ ancora Sindaco di una grande citta’ , dove lo troverebbe il tempo materiale per gestire al meglio le tre cose ?

Comunque nessun accenno al programma che ha in mente, a come pensa di rilanciare l’ economia, al creare posti di lavoro, alla tutela dei lavoratori …. Come da copione la solita frase ‘’ IO VOGLIO I VOTI DEI BERLUSCONIANI DELUSI ‘’ ( e qui nessun applauso in quanto nel PD certi personaggi proprio non li vorremmo come nel nostro Partito ) .Dopo due ore lascia il palco, accompagnato dai battimani dei presenti.

Mentre sto’ raggiungendo l’ uscita, passo davanti a due donne che stanno parlando tra loro in dialetto. Non sono due vecchie sceme tipo quella che parlava di Berlusconi come di ‘’ un innocente passerottino ‘’ ma di due tipiche ‘’ rezdore ‘’ emiliane con ancora addosso il grembiule e che magari hanno lavorato per ore gratuitamente nelle cucine della Festa. Ecco il loro discorso :

‘’ Certo che questo Renzi e’ proprio bravo . Quando e’ sul palco pare un attore del cinema, anzi meglio, una rock – star. Nemmeno un paragone con quell’ ammuffito di Bersani che al confronto pare una pera cotta. Certo, Pierluigi e’ una brava persona, un lavoratore ma non ha quella forza di trascinare che ha questo qui. Ah, se ci fosse stato Renzi, avremmo vinto a mani basse e non avremmo dovuto supplicare l’appoggio di quei deficienti dei grillini ne tantomeno andare a ficcarci in questo pasticcio che e’ l’ alleanza con Berlusconi ‘’ !!

Probabilmente nel discorso di queste due compagne e’ spiegata la realta’ delle cose : SIAMO ATTRATTI PIU’ DALLA FORMA CHE DALLA SOSTANZA . SIAMO PIU’ ATTENTI NON A COSA UNO DICE MA A CHI E A COME LO DICE. Questa e’ la realta’ delle cose e, piaccia o meno, l’elettorato italiano e’ questo, prendere o lasciare.

Allora io Mi chiedo e Vi chiedo : MEGLIO AVERE UN PARTITO SEMPRE MENO DI SINISTRA MA NON AVERE BERLUSCONI OPPURE GOVERNARE CON BERLUSCONI O ANCOR PEGGIO RICONSEGNARE IL PAESE NELLE MANI DI QUESTO DELINQUENTE ? MEGLIO TURARCI IL NASO OPPURE ANDARE IN UNA OPPOSIZIONE SENZA I NUMERI NECESSARI ? DOBBIAMO PER FORZA FARE UN PARTITO SEMPRE PIU’ CENTRISTA E SEMPRE MENO DI SIISTRA SE VOGLIAMO AVERE I VOTI NECESSARI ?  Ecco il vero dilemma a cui dobbiamo dare risposta !!

 

P.S.

Esisterebbe anche una terza opzione, che credo ognuno di noi vorrebbe : che dalle varie discussioni emergesse un programma condiviso, che la maggioranza decide e che chi non e’ d’accordo, per democrazia e per il bene del Partito si impegna non solo a rispettare ma a portare avanti, evitando il paradosso odierno in cui ogni candidato porta avanti non il programma deciso dalla maggioranza ma il proprio.Ognuno portando il proprio apporto, con cio’ che gli riesce meglio ( e nel caso di Renzi sarebbe la sua empatia col pubblico). Sarebbe davvero bellissimo, un sogno….ma che e’ l’unica formula possibile se non si vuole la morte del progetto del PD !!!

 

GIANLUCA BELLENTANI

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Venti anni persi inutilmente. E siete tutti colpevoli


999422_406241802815824_1959189296_ndiAldo Funicelli(sito)

“Il populismo democratico ha quattro ingredienti: un popolo elettore che tende ad esprimersi in uno stile plebiscitario con un rapporto di finta immediatezza con il leader; la dominanza di una leadership personale, gratificata di qualità carismatiche; un sistema partitico semplificato con un ricambio di elite politiche che è di supporto immediato al leader; il ruolo decisivo e insostituibile dei media alleati ”

Gian Enrico Rusconi, La Stampa 13 settembre 2008.

Il copione è stato eseguito fedelmente: da una parte i falchi che minacciano, pretendono, urlano. Sapendo che le loro richieste verranno comunque accettate, magari con un compromesso che porti a scegliere il male minore (la riforma dell’interdizione? Una riformina della giustizia?).

Dall’altra il perseguitato che si presenta davanti il portone di casa, su un palco abusivo, di fronte ad una platea di persone tele chiamate che sventolano le vecchie e care bandiere della discesa in campo.
E il perseguitato che usa toni da vittima, dà garanzie al governo, usa un tono moderato (ci penseranno i falchi per lui), “non lo faccio per me ma per la libertà. Sono innocente e rimango qui”.

Il potere dei magistrati e il regime della magistratura. Le sentenze politiche. Sono vittima di unapersecuzione che dura venti anni. I comunisti che vogliono andare al governo col golpe giudiziario.

Sono 20 anni che sentiamo queste bufale, al pari della rivoluzione liberale e del miracolo italiano. All’estero ridono di noi e si chiedono perché.

Il perché è semplice: è il potere dei media da una parte che mette il cerone anche di fronte alla realtà. L’enorme frode fiscale che la giustizia ha sancito.

E il gruppo di potere che si è saldato attorno al leader. Se cade lui, cadono tutti.

Anche quelli che l’hanno rimandato al governo.

E che ora si stupiscono, si indignano, “valuteranno” i toni.

Ennesimo gioco delle parti di cui siete tutti colpevoli.

Abbiamo perso venti anni: venti anni in cui abbiamo perso cultura, industria, produzione, ricerca, turismo.

E ora dobbiamo sentirci dire che questo governo, ricattato, deve essere tenuto in piedi a qualunque costo?

La scena è tratta dal film di Virzì “Ferie d’agosto” del 1995: il gruppo familiare di sinistra e quello di destra (che ha votato tutti …).

Ecco siamo tornati a questo:

http://unoenessuno.blogspot.fr/2013/08/20-anni-persi-inutilmente.html

http://www.agoravox.it/Venti-anni-persi-inutilmente-E.html

Pubblicato in: cose da PDL, CRONACA, diritti, libertà, politica, razzismo

Non ci sono soldi e i CIE diventano ancora più lager


corelliby Luca Fazio

Dopo 15 anni l’esperienza concentrazionaria più disumana e rimossa del Paese – i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – forse è giunta al capolinea. Certo non per un sussulto antirazzista, e nemmeno per un ripensamento della politica, ma solo perché sono finiti i soldi anche per gestire queste prigioni per stranieri che non hanno commesso alcun reato.
Il fallimento totale dell’esperimento palesemente razzista è sotto gli occhi di tutti. Rinchiudere inutilmente persone fino a 18 mesi senza alcun utile tornaconto non è un buon modo di utilizzare soldi pubblici, e il Viminale non può far finta di niente di fronte all’evidenza: nel 2012 sono state «trattenute» 7.700 persone nei Cie di tutta Italia e ne sono state rimpatriate meno della metà. Un numero insignificante se confrontato con il dato ufficiale – e sicuramente sottostimato – degli immigrati senza documenti: 326 mila secondo uno studio della Fondazione Ismu.
La situazione ormai è sfuggita di mano anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, per non parlare dei diritti umani. Ogni giorno si ripetono episodi di autolesionismo, fughe, denunce di maltrattamenti, blocchi stradali, risse e rivolte sedate spesso con la violenza: ieri, per esempio, una rissa «per futili motivi» scoppiata nel Cie in contrada Imbriacola di Lampedusa, con un poliziotto ferito in maniera piuttosto seria (in quel centro sono imprigionate 977 persone a fronte di una capienza massima di 300).
Il caso del Cie di via Corelli, a Milano, che dal 1998 è sempre stato gestito dalla Croce Rossa Italiana (Cri), è esemplare per comprendere la drammaticità della situazione in tutta Italia. Scaduto il bando, la Cri si è detta disponibile a gestire il centro chiedendo una cifra doppia rispetto a quella messa a disposizione dal ministero degli Interni: 60 euro al giorno a persona contro i 30 proposti per affidare l’appalto «selezionando la migliore offerta con il criterio del prezzo più basso» (scrive la Prefettura di Milano). Solo la cooperativa siracusana L’Oasi è rientrata nel tetto fissato offrendo 27,50 euro per persona (fino ad oggi la Cri gestiva a fatica la prigione ricevendo 54 euro a persona). Problema risolto? Tutt’altro. Anzi, in corso Monforte, visti i precedenti della coop L’Oasi, sono piuttosto preoccupati. Lo scorso giugno il prefetto di Bologna ha rescisso il contratto con la medesima coop (28 euro a persona) dopo che diverse associazioni, sindacati compresi, avevano denunciato condizioni degradanti, e stipendi non pagati… (il Cie di Bologna è ancora chiuso). Stessi problemi anche al Cie di Modena, dove in questi giorni i lavoratori sono in agitazione perché non ricevono paghe regolari, e anche in questo caso la Cgil ha chiesto alla prefettura la revoca del contratto con la cooperativa L’Oasi. Ancora non è certo come andrà a finire a Milano, perché l’abbandono della Cri in autunno potrebbe anche provocare l’impensabile, almeno come soluzione temporanea: fine di via Corelli?
Alcuni amministratori già stanno premendo per questa soluzione. Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, proprio ieri ha proposto la chiusura del Cie cittadino: «Chiudiamolo, sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane». Il degrado, le situazioni umilianti, sono ovunque una costante. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», così ha commentato l’Unione camere penali italiane che ha appena visitato il centro trapanese riscontrando «condizioni di invivibilità». Anche il sindacato di polizia ormai definisce lager questi luoghi. Felice Romano è segretario del Siulp e dopo le proteste scoppiate in questi giorni in diversi Cie (Torino, Modena, Caltanisetta) ha voluto esprimere «solidarietà a tutti gli operatori di polizia che assolvono al gravoso compito di contrastare le rivolte che caratterizzano ormai ciclicamente la vita e la gestione di questi ambigui e pericolosi lager per immigrati e poliziotti». Per il Siulp, «detti accadimenti avvalorano la tesi che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».

http://www.milanox.eu/non-ci-sono-soldi-e-i-cie-diventano-ancora-piu-lager/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+Milanox+%28MilanoX+heretic+news+feed%29

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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Il canto dell’ usignolo


06(Dal blog della madre di Federico)

Era un bambino di 8 anni e mezzo !

Federico era nato a Milano precisamente a Segrate il 19 Aprile 2000 era, come amava lui stesso definirsi, un bambino del terzo millennio. Era bellissimo tutti lo dicevano ma la cosa che maggiormente colpiva di lui era il suo carattere: era dolce ma nello stesso tempo risoluto, era sensibile, determinato e con tanto amore nel suo piccolo ma stupefacente cuore. Era molto allegro anche se a volte nei suo occhi profondi come il mare compariva tristezza ed angoscia dovuta la presenza oppressiva di un papà instabile, che era ricomparso nella sua vita quando lui aveva circa 4 anni. Amava il Nintendo come la maggior parte dei bambini, era un asso con il computer e con la tecnologia in genere del resto come spesso diceva di me, la sua mamma era di un altro secolo! se avevo delle difficoltà con il tv o con la Wii lui sistemava tutto e subito.

Non si poteva dire nulla sul suo rendimento scolastico era bravissimo, il massimo dei voti. Era ferratissimo in tutte le materie, soprattutto in quelle scientifiche, amava le stelle ed i pianeti. Ogni sera prima di dormire gli raccontavo episodi di una storia da me inventata. La storia parlava di un pianeta chiamato K2 e di un personaggio androide chiamo Delta 80; questa storia è durata sino alla sera prima della sua uccisione avvenuta il 25 Febbraio 2009 .

Federico ha vissuto tutto intensamente, era un vulcano di energia e vitalità, aveva mille interessi che io adoravo assecondare. Il mio bambino leggeva tanto, disegnava, faceva lavori creativi con me, costruivamo casette con sassolini di fiume o di mare, andavamo per librerie dei ragazzi, a teatro per bambini, a sciare, a correre sotto la pioggia insieme. Al mare la sua massima passione era arrampicarsi su di me in mille modi e farmi fare da trampolino di lancio: che fatica, ma che gioia!. Spesso al sabato pomeriggio facevamo lungi giri in bici, andavamo alla fonte a prendere l’acqua, ai giardini per incontrarsi con gli amichetti. Amava tanto cucinare insieme a me, fare dolci allo zenzero di mille forme. Il giorno prima della sua morte facemmo insieme le praline di cioccolato e che dramma se non le facevo perfettamente rotonde!, non si perdeva mai le trasmissioni in tv di gastronomia, eppure lui aveva gusti semplici mangiava solo pasta al pesto o bianca (quasi cruda come la mamma ) carne , salamino, olive, cioccolato e tantissimo latte pasteggiava persino a pranzo e cena con il latte.

Alla sera quando arrivavo a casa mi aspettava sulla porta, mi correva in contro e buttandomi le braccia al collo mi diceva. “ mammina sei arrivata “ poi si fermava in piedi diritto come un fuso sull’attenti, osservava lo sguardo e poi guardandomi negli occhi mi diceva, senza mai sbagliare (cavolo !): “oggi giornata pesante vero ?” oppure “ oggi tutto ok vero ?” non riuscivo mai a svicolare da lui ne lui da me, ci parlavano con lo sguardo!. Quando andavo in giro non avevo bisogno di intervenire con lui, bastava che ci guardassimo per capire il da farsi . Io e Federico eravamo molto uniti, ero la sua mamma ma anche la sola persona su cui lui poteva sempre contare. Non è stato un caso che sia stato ucciso quando io ero lontano da lui , se vi fossi stata io al suo fianco non avrebbe avuto il modo il padre ( colui che lo ha ucciso) di avvicinarsi al mio bambino. Negli anni avevo da sola organizzato una rete di protezione in torno a lui, a scuola , a casa , al Campus, in Accademia, ovunque Federico era protetto meno là dove doveva esserlo maggiormente!

Il mio piccolo angelo, alla sera si addormentava tenendomi con la sua manina che amava farsi accarezzare mentre gli raccontavo la storia. Amava tanto fare la lotta con me sul lettone, era molto forte, forse perché faceva tanto sport. Amava da impazzire la musica soprattutto il rep ed il rock, aveva i porta CD pieni di musica che acquistavamo insieme. Era attento e curioso, voleva sapere sempre tutto, non gli bastavano spiegazioni sommarie se gli interessava qualche cosa voleva subito prendere un libro su quell’argomento. L’ultima mostra che abbiamo visto insieme, che gli piacque da impazzire, fu quella di Ligabue, volle non solo il poster ma anche che gli acquistassi l’intero volume della mostra che si portò orgogliosamente a scuola per farlo vedere a tutti i suoi compagni.

001bEra sportivissimo, da quando aveva 4 anni al mare faceva surf e di inverno sciava con me, aveva raggiunto in poco tempo 4 livelli federali. Al sabato andava a cavallo, il suo cavallo preferito si chiamava Duca, ma durante la settimana quello che per lui era diventato fondamentale negli anni era fare il portiere . Era il portiere più stimato dell’Accademia lo chiamavano la saracinesca, perche non faceva mai passare la palla. Ci teneva così tanto che mi chiedeva tutte le sere sia in casa che fuori di allenarlo tirandogli la palla .

Era un grande tifoso dell’Inter chissà se avrà festeggiato in cielo i 3 “tituli” appena conquistati.

Federico aveva un rapporto splendido con me, molto sincero . Le difficoltà ci hanno uniti ancora di più, mi chiamava la sua Mamma Amore e guai se qualcuno era sgarbato con me, mi accompagnava nei negozi e si comportava come un principe. Amava i miei stessi colori ed amava che lo vestissi con il bianco, azzurro, blu e verde acqua. Era un grande artista, faceva dei disegni coloratissimi Era molto maturo per la sua età, faceva tanti progetti, aveva sempre voglia di fare cose nuove era come se mordesse la vita. Quella vita così breve, che il pensiero mi fa impazzire.

A Federico a 5 anni avevo regalato il cane che lui desiderava tanto si chiamava Roy ed erano inseparabili. Dal giorno della morte di Federico, Roy quando mi vede impazzisce, corre alla ricerca di Federico, piange in modo molto strano emettendo uno strano sibilo di sofferenza dalla gola e girandomi intorno, senza fermarsi, corre avanti indietro ripetutamente verso la mia auto alla ricerca del mio bene più grande ovvero Federico. Ora il Roy è presso un centro di equitazione, in mezzo la natura, con due nuovi padroncini, giovani sposi che sono riusciti a farlo stare meglio. Ogni tanto senza esagerare, per non farlo soffrire vedendomi, vado a trovarlo .

Federico disegnava tanto. Disegnare per lui come per tutti i bambini non era solo aprire una finestra sul proprio mondo interiore , ma era anche il suo modo di comunicare con me . Tantissimi erano i disegni che mi dedicava. Il mio amore , spesso tornava a casa con disegni in cui esprimeva tutte le sue potenzialità nascoste, facendo emerge le sue emozioni più profonde e i sui sentimenti più autentici che spesso mi veicolava scrivendoli su piccoli bigliettini colorati per me. Me li faceva trovare ovunque spesso accompagnati da un fiore o una piantina o un lavoro fatto da lui.

“ Signora ma che bambino educato”, “bellissimo” mi dicevano. Spesso mi accorgevo che le persone si giravano a guardarlo, aveva un visino troppo dolce e due occhi infinitamente profondi.

Un estate estate, aveva 4 anni e mezzo Federico, per lui e con lui , in Sardegna, cercavo le spiagge più belle con acque basse e cristalline color verde smeraldo, dove lui potesse nuotare in sicurezza e tranquillità; mi ero caricata con un’ enorme zaino tecnico con dentro tutto, avevo con me dal cibo, al lettino per la nanna, all’ombrellone e tutti i sui giochi; ad un certo punto mentre camminavamo in un sentiero a picco sul mare mi disse dopo un lungo silenzio nel quale pensavo ascoltasse le cicale: “ mamma grazie per la fatica che fai per me , sembri una cammella fai sempre tutto da sola .. ti devo portare anch’io qualche cosa e poi aggiunse quando sarò grande dirò ai miei bambini quello che hai fatto per me da piccolo poi aggiunse .. sei la mia Mamma Amore e da allora sino al giorno della sua morte è così che mi chiamava, la sua mamma amore. Poco tempo dopo mi fece un disegno che conservo da allora insieme a tutti gli altri fatto di un enorme cuore con dentro scritto ciò che io rappresentavo per lui.

Federico è cresciuto in un mondo di colori, il nonno materno è stato un pittore molto noto a Milano negli anni 80 sino alla sua morte avvenuta nel 1993 Accademico San Marco, premio De Chirico nel 1978. Il mio piccolo era piuttosto dotato, spesso ricordo di aver pensato, che avesse preso dal nonno. Ed è per questo che ho ricordato l’anniversario della sua morte con un concorso di disegno da me organizzato con tutte e per tutte le scuole della città.

L’ultimo giorno della sua vita il 25 Febbraio 2009 alla mattina a colazione mi disse: “Mamma le signorine dei servizi se ne fregano di me e poi mi aggiunse non voglio andare all’incontro con quello lì ( cosi chiamava suo padre) “oggi sono stanco e stufo”. Uscendo, poco dopo dal portone di casa, aggiunse “mamma non ti preoccupare finisce presto tra poco lui muore “. In auto mi urlò: “ quelle lì ( riferendosi sempre alle due “persone” dei servizi sociali ) non capiscono niente di lui, devo andare dal giudice io e dirglielo che non voglio vederlo! Gli faccio vedere io”. Cercai di tranquillizzarlo e gli dissi dai non succede nulla stai tranquillo . Furono le mie ultime parole, non lo’ho visto più il mio angelo, il mio amore infinito.

Circa una settimana prima il mio bambino aveva fatto un’ incubo si svegliò piangendo disperato aveva sognato che suo padre lo uccideva, si ritrovava in cielo sopra una nuvola poi arrivava uno gnomo che lo riportava dalla sua mamma perché piangeva…

Nonostante le inevitabili conseguenze che le continue apparizioni , minacce e svariati atteggiamenti molesti verso di me e Federico avevo con fatica costruito per Federico una vita comunque molto ricca e positiva, lo dicevano non solo la sua resa scolastica, la sua vivacità, la sua voglia di vivere, la sua allegria il suo sorriso e tutte le persone che lo hanno conosciuto lo possono confermarlo. Federico viveva in una bella casa, faceva tanti sport, cercavo in tutti i modi di fare in modo che la sua vita fosse più tranquilla possibile . Ma la follia paterna il suo disagio aumentava sempre di più ed il pericolo anche ed è solo per questo , mi ero rivolta io ben 5 anni prima ai Servizi pensando che fossero in grado di occuparsi del disagio del padre. Mi sono trovata in un buco nero istituzionale.

Non esistono gli gnomi e nessuno mi riporta il mio bambino e nessuno può placare il doloro che provo.

1001878_10153031345930387_1383825929_nIl padre di Federico era di origini egiziane ma stava in Italia da molto tempo. All’inizio della nostra storia era una persona integrata, colta, un ‘operatore turistico stimato. Ma poi la sua persona è drammaticamente cambiata sin da subito la nascita di nostro figlio. La mia vita e quella del mio piccolino era precipitata in un incubo fatto dalle continue sparizioni e continui ritorni di suo padre, ogni volta sempre più disturbato, violento ed ossessivo.

Come madre feci una scelta di allontanare la follia, la cattiveria , del padre dalla vita di Federico. Sono però iniziati anni di soprusi, minacce, aggressioni, vero e proprio STALKING fatto di minacce, telefonate in tutte le ore del giorno e della notte, inseguimenti in auto, ( pochi giorni prima dell’uccisione mi stava buttando giù da un ponte , con a bordo Federico). La Legge sullo stalking era in discussione proprio in quei giorni in Parlamento. E’ diventata legge 3 giorni dopo la sua morte. Mi sono rivolta ai Carabinieri, al Tribunale dei Minori di Milano, ai Servizi sociali di San Donato pensando mi potessero aiutare. Furono proprio questi ultimi che mi imposero di fare vedere al bambino al padre ( sottovalutando la sua pericolosità) tentai di oppormi ma fu tutto vano. Se mi fossi opposta alle visite in ambito protetto me lo avrebbero tolto così mi dicevano ogni volta che segnalavo l’aumento del disagio paterno. “ Signora cosa vuole che succeda ci siamo qui noi, ce ne assumiamo noi la responsabilità di suo figlio, lei pensi a fare la madre” .

Dopo l’omicidio mi hanno recapitato mesi dopo ( a Dicembre, il primo Natale senza Federico ) via posta dal comune una lettera in cui mi si diceva: “ il nostro staff non centra nulla. Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna. Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata ma mi figlio in vita. Mio figlio non c’è più. Circa 2 anni prima dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno SPAZIO PROTETTO.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto. Come può un bambino essere ucciso con 8 coltellate in piena ASL. Il suo assassino è entrato armato con pistola e coltello da macelleria. E come mai mio figlio si è difeso da solo ? Il padre di Federico ha avuto il tempo di sparare (colpendo solo di striscio Federico) il mio cucciolo ha tentato di scappare ma il padre ha avuto anche il tempo di inseguire Federico raggiungerlo ed accoltellarlo più volte. Le ferite alle braccia e alle mani dimostrano che Federico ha cercato di difendersi DA SOLO (né il colpo di pistola, né le coltellate alla schiena erano state mortali).

La sua morte è avvenuta ben 57 minuti dopo il primo colpo.

SE VI FOSSE STATA UNA ADEGUATA SORVEGLIANZA, FORSE FEDERICO SAREBBE STATO FERITO MA NON SAREBBE MORTO!

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? . Il giorno stesso, la mattina del 25 febbraio 2010, ero dall’Assessore per supplicarlo di intervenire. Innumerevoli volte avevo riportato i rischi segnalati da me, da Federico, dalle perizie, dalle denuncie, dai testimoni, da avvocati, da Carabinieri che da anni seguivano il caso.

FEDERICO “LA PRATICA” E’ STATA CONSEGNATA AL SUO ASSASSINO, IL GIORNO 25 FEBBRAIO 2009 FEDERICO VENIVA BARBARARAMENTE ASSASSINATO DAL PADRE CON 8 COLTELLATE ALL’INTERNO DI UNA ASL DURANTE UNA VISITA CHE DOVEVA ESSERE PROTETTA.

Come mamma di Federico ,che ha sempre dato risposta ai bisogni emotivi, affettivi e materiali del proprio figlio, il modo più bello di dire addio al mio bambino era quello di esaudire il suo ultimo desiderio. E così il mio ultimo dono per lui è stato esaudito grazie un prete di nome Don Alfredo : il dono del battesimo ed un funerale cristiano. Ho abbracciato forte Federico dopo una settimana dalla sua uccisione. Prima di quel giorno, 3 Marzo 2009 giorno del funerale, non mi hanno permesso di vederlo se non solo per un attimo dopo 3 giorni dall’uccisione, attraverso un vetro. Ho baciato Federico e lui ha aperto gli occhi, erano vuoti e spenti , erano diventati quasi grigio verde penso sia stato il suo modo di dirmi addio.

Delle mani cattive e la follia istituzionale me lo avevano ucciso me lo avevano strappato ; ucciso all’interno di una Asl accoltellato a morte dal proprio padre. In quell’ultimo contatto con Federico sentivo solo la necessità baciandolo che vi fosse almeno un’ ultimo momento terreno di dolcezza e di bene. Quando hanno chiuso la cassa bianca la mia vita, il mio cuore, la mia anima è caduta nel vuoto fatto di immenso dolore in condivisibile. Il mi bambino morto ucciso per mano di colui che lo aveva generato non esiste cosa al mondo più orribile. Mi sono resa conto che era veramente accaduto, non ricordo nulla di come sono arrivata in chiesa ricordo più o meno solo cosa ho detto hai bambini che piangevano “ non vi preoccupate state sereni la persona cattiva non c’è più state vicino alla vs. mamma ed al vs. papà “ A tutti i bambini mi sento di dire che Federico è un angelo un angelo del cielo, è con noi ne sono certa.

Federico sicuramente verrà in vostro aiuto, perché ora è un Angelo del cielo e perché in vita era un bambino determinato, serio che non amava le ingiustizie, molto altruista. Anche se a volte si chiudeva quando gli altri lo ferivano a causa di cose che non potevano comprendere. Ricordate Federico così potrà continuare a vivere nei vostri cuori .

Il 25 Febbraio 2009 un giorno orribile in cui la vita di Federico viene spezzata da colui che era suo padre una persona che prima che lui nascesse era colta educata e gentile ma poi la malattia e la cattiveria se lo è portato via uccidendosi e portando via con se il mio bambino. Federico poteva e doveva essere protetto ma coloro che erano stati incaricati di farlo non lo hanno fatto. Alle istituzioni che dovevano proteggere mio figlio chiedo e pretendo solo la verità e l’assunzione della propria responsabilità perché la vita di un bambino ha un valore assoluto che non deve essere immolata ne violata. Quando succedono drammi cosi gravi è difficile trovare persone che ti aiutano.

Ci sono state persone di fede che mi hanno aiutato e sorretto, persone comuni , molti bambini che con la loro spontaneità mi hanno strappato un attimo di gioia . A tutte queste persone che mi hanno dimostrato affetto e disponibilità dico grazie dal profondo del cuore.

A mio figlio che si chiamava SHADY FEDERICO BARAKAT IL CUI NONE SIGNIFICAVA IL CANTO DELL’USIGNOLO

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, sessismo, società, violenza

Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

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MARICICA HAHAIANU (ROMANIA 1978 – ROMA 15.10.2010)


MICHELE AUDISIO AG TOIATI Foto donna in coma dopo pugnodi 

Il nome di questa donna è difficile da ricordare.

Sono certo che molto presto sparirà dalla memoria collettiva e diventerà solo “quella donna rumena che ha avuto sfortuna”. Quella che ha trovato il classico bullo di paese. Uno che dopo averla insultata per futili motivi, urlandole di tornarsene da dove veniva ha visto bene, per sentirsi più uomo e più virile, di tirarle un cazzotto in faccia e ammazzarla all’interno di una stazione della metropolitana di Roma. La Anagnina per la precisione, per poi andarsene  lasciandola agonizzare tra l’indifferenza dei passanti.

L’orrore è continuato quando poi quel tipo mentre veniva arrestato uscendo di casa scortato dagli agenti, si è messo a sorridere perché la folla del suo rione lo stava difendendo e protestava con la polizia per l’arresto in corso.

Non oso poi immaginare che cosa sarebbe successo se lei fosse stata italiana e lui un rumeno invece.

Non sono riesco a non pensare ai nostri compatrioti emigranti ad inizio novecento. Mi viene da ricordare come venissero presi a calci nel sedere, insultati e umiliati e talvolta persino uccisi dai “nativi”. Quando guardiamo i film che parlano delle loro storie ci commuoviamo tutti. Sono certo anche quella bestia (perché questo è chi compie gesti come quello che ha fatto quel tipo che non voglio nemmeno nominare da quanto mi ripugna).

Tuttavia, quando occorre trovare la forza di affrontare il razzismo strisciante che alberga in ognuno di noi, ci scordiamo di ciò che è capitato anche alla nostra gente. E che potrebbe succedere di nuovo. La tolleranza è parola semplice da pronunciare ma amica difficile con cui convivere in una qualunque delle nostre città.

Per cercare di fare qualcosa, fosse anche stupida e banale, per combattere questa tendenza alla degenerazione senza limiti ho deciso di non scordare mai il tuo nome Maricica. Ho deciso di portarti con me e raccontare la tua storia finché qualcuno avrà voglia di ascoltarmi.

http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

         

 

 

 

 

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Arrestato Ligresti con famiglia: la fine di un impero del mattone


ligrestisdi Giorgio Salvetti

Dopo il disastro finanziario, le manette. L’epopea del principe del mattone Salvatore Ligresti, detto Totò, uno degli uomini chiave del capitalismo italiano degli ultimi quarant’anni, è finita con l’arresto suo e di tutti i suoi figli per ordine della procura di Torino. Il patriarca è ai domiciliari a Milano. Le figlie Giulia Maria e Jonella sono in carcere rispettivamente a Vercelli e Cagliari. L’altro figlio, Paolo, è latitante in Svizzera. Sono stati arrestati anche gli ex amministratori delegati di Fonsai, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Sono tutti accusati di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. La procura sta valutando se procedere anche alla confisca dei beni. Gli arresti sono scattati per scongiurare il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Torino Vittorio Nessi, è solo una delle tante iniziative giudiziarie che stanno facendo luce sulla caduta dell’impero immobiliare e finanziario dei Ligresti. Una storia simbolo del modo di fare impresa e finanza in Italia che si è concluso con l’acquisizione da parte di Unipol di Fonsai.
Il più grande gruppo assicurativo rc auto italiano fino ad allora era controllato dai Ligresti che lo avevano portato sull’orlo del tracollo. Salvatore Ligresti, grazie al suo rapporto con Mediobanca ed ai suoi agganci politici, a cominciare da Craxi per finire con il padre e i figli di Ignazio La Russa, era riuscito a costituire Fonsai tramite la quale finanziava i suoi progetti immobiliari (era il principale costruttore a Milano e non solo) e le sue partecipazioni in moltissime società strategiche, da Pirelli a Rcs, tanto da essere soprannominato «mister 5%». Inoltre utilizzava il serbatoio di capitale di Fonsai anche per le spese di famiglia ed i capricci dei figli – Giulia Maria si lanciò nel mondo della moda, mentre Jonella, amante di cavalli, si dava all’ippica. Un salasso di risorse milionario che con il passare degli anni divenne insostenibile e costrinse Mediobanca a orchestrare il salvataggio di Fonsai puntando su Unipol.
L’indagine della procura di Torino adesso chiarisce come effettivamente venivano distratti i fondi. Secondo i magistrati, nel bilancio 2010 è stato occultato un buco da 600 milioni grazie alla sottovalutazione delle riserve da accantonare per il pagamento dei sinistri. 253 milioni sono finiti alla Premafin, la società di famiglia dei Ligresti, trasformando delle perdite in utili. Il falso è stato determinante per il piano di ricapitalizzazione del 2011, ha condizionato il mercato e danneggiato 12 mila piccoli risparmiatori. Sono state proprio le querele di alcuni di loro ad allargare il fronte delle indagini della procura di Torino che già nei mesi scorsi aveva emesso 12 avvisi di garanzia e aveva effettuato molte perquisizioni.
Come tutto questo è potuto accadere senza che nessuno se ne accorgesse? Una possibile risposta viene da un altro provvedimento, questa volta della procura di Milano che da tempo indaga su diversi filone della vicenda Ligresti, fra questi anche il papello segreto con cui Mediobanca avrebbe garantito privilegi e fondi ai Ligresti per cedere Fonsai a Unipol.
Solo ieri si è saputo che da sei mesi è indagato per corruzione e calunnia Giancarlo Giannini, l’ex presidente dell’Isvap, l’ente che avrebbe dovuto controllare le società di assicurazioni. Secondo i magistrati, Giannini avrebbe evitato per ben 10 anni di fare controlli su Fonsai in cambio di una raccomandazione di Ligresti presso Berlusconi e Gianni Letta per farlo nominare componente dell’Antitrust. A rivelare ai magistrati l’intreccio perverso tra controllore e controllato è stato Fulvio Gismondi, l’uomo di Fonsai che doveva tenere i rapporti con Isvap. In base alle carte già nel 2008 Fonsai stava sottovalutando le riserve per i sinistri. Sarebbe bastato intervenire allora per tutelare i risparmiatori, questo però avrebbe buttato all’aria i piani non solo di Ligresti, ma di buona parte del capitalismo e della politica italiani.

L’impero tossico di Ligresti: 4 miliardi di euro di esposizione bancaria

di Andrea Di Stefano, candidato etico

L’epilogo della famiglia Ligresti, da dinastia degli immobiliaristi e assicuratori a inquilini delle patrie galere, è una delle istantanee più veritiere del capitalismo cannibale italiano: parte del declino economico del Belpaese si può rileggere analizzando il rapporto perverso tra sistema del credito e il capitalismo famigliare dedito a partire dall’inizio degli anni Ottanta alla rendita e alla speculazione.
Non è possibile ricostruire la vicenda dell’ottantunenne Salvatore Ligresti senza ricordare il ruolo svolto dal salotto buono di Mediobanca. Enrico Cuccia venne incaricato da Raffaele Mattioli di mettere al riparo dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale il meglio del capitalismo nostrano, dagli Agnelli ai Pirelli, dai Falck ai Marzotto. Il grande vecchio di Via Filodrammatici governò per oltre trent’anni il sistema capitalistico italiano come un monarca assoluto, totalmente refrattario a qualsiasi forma di trasparenza, con il supporto ambiguo delle Banche di interesse nazionale azioniste di Mediobanca (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma e Credito Italiano) e con meccanismi di cooptazione ispirati a mantenere un apparente equilibrio di controllo del potere finanziario sul sistema politico. Al banchetto ha così potuto sedersi anche Don Salvatore Ligresti da Paternò.
La leggenda, costruita dallo stesso capostipite in una famosa intervista al Mondo, vuole Ligresti giovane emigrante e fortunato miliardario già nei primi anni ’60 grazie alla compravendita dei diritti per un sopralzo di un sottotetto in via Savona che, grazie al finanziamento dell’allora Credito Commerciale, permise all’Ingegnere di realizzare il suo primo miliardo. Di prestito in prestito l’impero della famiglia è cresciuto a dismisura sino a comprendere il secondo gruppo assicurativo italiano (Fonsai, Fondiaria-Sai) portato sull’orlo del fallimento con oltre due miliardi di euro di perdite cumulate proprio per garantire lauti guadagni (prevalentemente offshore) proprio alla famigliola. Insieme a Zunino, Statuto, Coppola, Ricucci e altri protagonisti minori hanno costituito a tutti gli effetti il club degli immobiliaristi «tossici»: spericolati speculatori, maghi delle compravendite di aree dismesse con i soldi del sistema creditizio che all’inizio della crisi si è trovato con circa 20 miliardi di euro di potenziali insolvenze. Solo il gruppo Ligresti al momento dell’operazione di salvataggio aveva un’esposizione complessiva nei confronti del sistema creditizio per oltre 4 miliardi di euro dopo aver bruciato oltre tre miliardi di patrimonio netto di Fonsai tra il 2007 e il 2012. Una situazione simile a quella di Risanamento, la società di Luigi Zunino, sprofondata sotto oltre 4 miliardi di esposizione, mentre per Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e Stefano Ricucci si tratta di circa un miliardo a testa. Una pioggia di miliardi (se si considerano anche personaggi come il finanziere franco-polacco Romain Zaleski) che invece di finire verso il sistema manifatturiero hanno alimentato le scalate bancarie (Antoveneta e Bnl in primis) contribuendo alla bolla immobiliare in larga parte virtuale, costruita sulla compravendita di aree dismesse per le quali, spesso, sarebbero indispensabili onerose bonifiche.
Il rappresentante simbolo del club degli immobiliaristi che hanno disegnato il boom e lo sboom edilizio milanese ha lasciato un’impronta rappresentata da numerose torri d’uffici (rimaste vuote o occupate da uffici delle pubbliche amministrazioni) e dai terreni agricoli, soprattutto del Parco Sud, sui quali si muovono gli interessi, diretti e indiretti, di Expo. È stato grazie al collettivo Macao che sono stati accesi i riflettori su una delle più significative incompiute che portano la firma di Ligresti, la Torre Galfa, nei pressi della Stazione Centrale. Alla famiglia dell’ingegnere di Paternò sono associati numerosi simboli della città di Milano. È stato don Salvatore a cercare di vendere la Torre Velasca prima del crollo del suo impero. Per l’ingegnere la Torre è sempre stata il fiore all’occhiello del suo patrimonio immobiliare, detenuto tramite FonSai. L’impresa però non è riuscita e il grattacielo «con le bretelle» con tutto il gruppo FonSai è passato all’Unipol. A raccontare la fine dell’impero immobiliare Ligresti, prima delle inchieste giudiziarie, sono stati i fallimenti dei grandi progetti. Fra i cantieri centrali destinati al maggior impatto sulla città oggi c’è Citylife: si è consumato un passaggio storico nel luglio di due anni fa quando Salvatore Ligresti, che molto aveva puntato su quell’impresa, gettò la spugna, vendendo a Generali. Chi ha acquistato gli appartamenti tra 8 e 12 mila euro al metro quadro, con l’impegno di una consegna nel 2015, dovrà vivere in cantiere sino al 2023 e con l’assistenza di Federconsumatori ha investito l’Authority per pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.
L’altro progetto destinato a cambiare lo skyline cittadino è quello Porta Nuova-Garibaldi-Isola, e anche in questo caso Ligresti ha seguito il progetto fin dall’inizio. Fortemente voluto per ridisegnare il cuore di Milano, proprio nel momento in cui il progetto è decollato e i grattacieli come il Cesar Pelli hanno iniziato a salire Ligresti è uscito dalla compagine degli investitori: a fine 2011 ha venduto le sue quote a Hines.
Sono numerose le operazioni immobiliari che hanno contribuito a drenare risorse dalla compagnia assicurativa FonSai, alcune finite nel mirino della magistratura. Sotto la lente negli ultimi anni però sono finite numerose altre acquisizioni e operazioni immobiliari: ad esempio quelle relative ai terreni limitrofi all’area dove si terrà Expo 2015 (il progetto Fiera); agli immobili di via Lancetti a Milano acquistati dalla controllata Milano Assicurazioni; ai palazzi di via Fiorentini a Roma e via Confalonieri a Milano; al porto di Marina di Loano o all’Hotel Gilli.

FONTE :  http://www.milanox.eu/arrestato-ligresti-con-famiglia-la-fine-di-un-impero-del-mattone/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, lega, libertà, pd, politica, razzismo

Calderoli si tolga dai piedi


calderoliPresa di posizione dei missionari comboniani contro le mancate dimissioni da vice presidente del Senato dell’esponente leghista, e sull’inerzia colpevole della maggioranza parlamentare.

La decenza evidentemente non appartiene all’etica politica di Roberto Calderoli, vice presidente, pro tempore, del Senato. Le dimissioni? Ma quando mai? Bastano le scuse personali, a suo dire, a Cécile Kyenge  per chiudere in modo indolore la vicenda delle offese alla ministra dell’integrazione (“Quando la vedo non posso non pensare a un orango”).

Ma non può finire così. Rievocare quel parallelo (negro=scimmia) significa sdoganare uno schema di pensiero che, in un passato non molto lontano, ha portato alla morte di milioni di africani. È questa la differenza con gli altri beceri insulti (dal caimano, al nano, alla pitonessa…) che si scambiano quotidianamente i politici d’alta scuola del teatrino italiano e che contribuiscono all’imbarbarimento del linguaggio, dei rapporti e della vita pubblica. Perché battersi contro il cattivo linguaggio significa anche opporsi al declino della civiltà.

Sappiamo che la paura dello straniero è un bacino inesauribile per chi fa politica. Ma la Lega Nord, da sempre si è spinta oltre: nell’annientamento dell’altro/a già nelle parole. La biografia di Calderoli e dei suoi sodali lo testimonia. La ricchezza del pensiero invece richiede, anzi esige, ricchezza di linguaggio. Mentre è da più di 20 anni che il linguaggio leghista disegna una democrazia povera di principi e ricca di angoscia.

Come missionari comboniani, come Fondazione Nigrizia, riteniamo inaccettabile il girare la testa dall’altra parte. Questa non assunzione di responsabilità, non solo del gruppo dirigente leghista, ma della stessa maggioranza che controlla le aule parlamentari e che avrebbe i numeri per sfiduciare Calderoli.

Riteniamo che le parole siano degli atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. E se moralismo significa battersi per evitare che sia espulso dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile, riteniamo sia giusta questa battaglia moralista. Anche, se non soprattutto, all’interno delle istituzioni.

Può infatti, come ha ricordato Gad Lerner, “un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini?!”.

Noi pensiamo di no. Per questo ribadiamo, assieme alla nostra vicinanza alla ministra Kyenge, il nostro sconcerto per l’impermeabilità del parlamento italiano alle ragioni che dovrebbero portare alle immediate dimissioni di Roberto Calderoli.

Fondazione Nigrizia
Missionari Comboniani

 

http://www.nigrizia.it/notizia/calderoli-si-tolga-dai-piedi/notizie

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ILVA, OMISSIONI E BUGIE


di Ernesto Burgio

La replica di ISDE Italia: “La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni cagionati dall’inquinamento ambientale. Il Governo ristabilisca la verità”

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Il Commissario dell’Ilva, Enrico Bondi è stato nominato dal Governo per rappresentare gli interessi di tutti. Tuttavia le sue recenti affermazioni, che riprendono una perizia di parte aziendale, sono lungi dall’essere imparziali. Nella sua relazione al Presidente della Regione Puglia, Bondi cita infatti una relazione dei periti aziendali (Boffetta et al), secondo cui: “E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70” 

La frase sottintende che non vi sarebbe un eccesso di tumori dovuti all’inquinamento ma tale eccesso sarebbe attribuibile al consumo di sigarette.

Contestiamo questo modo di porre il problema:

(a) il Commissario non può sposare un tesi di parte -, in modo peraltro superficiale;

(b) la relazione consegnata dai Periti della Procura di Taranto e degli Enti pubblici preposti (Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ARPA Puglia, Agenzia Regionale Sanitaria Pugliese) contiene un’analisi approfondita della mortalità per tumori a Taranto e nei suoi quartieri, e va considerata nella sua interezza.

La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni che l’inquinamento ambientale arreca all’ambiente e alla salute umana.

Sia il Commissario sia la perizia di parte sembrano ignorare le prove del fatto che l’inquinamento atmosferico è causa del cancro del polmone anche nei non fumatori. L’autorevole rivista Lancet Oncology pubblica in questi giorni i risultati di un grande studio epidemiologico europeo che dimostra come l’inquinamento atmosferico svolga un ruolo importante nell’aumentare il rischio di cancro del polmone anche nei non-fumatori.
Se Bondi, come sarebbe stato suo dovere, si fosse preoccupato di informarsi sulle prove scientifiche nel loro insieme, e non solo sul parere dei periti di parte, avrebbe tratto delle conclusioni diverse. In tal modo avrebbe dimostrato rispetto per i cittadiniper i lavoratori e per gli operatori sanitari anziché agire sulla base di un’agenda precostituita.

Sulla base di queste semplici riflessioni ISDE Italia chiede al Governo Italiano di provvedere a ristabilire la verità e a richiamare i suoi rappresentanti a un maggiore equilibrio e senso della giustizia.

Dal blog di Ernesto Burgio

http://www.cadoinpiedi.it/2013/07/16/ilva_omissioni_e_bugie.html#anchor

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Il coraggio di Federica Cardia


Federica-Cardia4Roberto Loddo
“Mi chiamo Federica e ho 30 anni. Nell’aprile del 2011 mi è stato diagnosticato un tumore al colon al quarto stadio e da allora la mia vita è cambiata per sempre”. Questo è l’inizio della storia di Federica Cardia, una ragazza sarda che sta combattendo con tutte le sue forze contro un grande male, un tumore al colon al IV stadio. Delle cellule impazzite hanno stravolto la sua vita e i risultati delle ultime analisi l’hanno convinta che dopo tanti mesi di cure “non appropriate” sia arrivato il tempo di combattere questo male non più da sola, ma come scrive nel suo blog “con l’aiuto di un popolo che mi conosce bene, quello della rete”.
Infatti Federica ha studiato Comunicazione e ha conseguito un Dottorato di ricerca in questa materia dedicandosi per qualche anno alla ricerca sulle nuove potenzialità della Rete e sulla condivisione. Un’opportunità che ha saputo mettere a frutto per creare un sito: www.tantovincoio.com, portale che contiene tutta la sua storia clinica, i suoi esami e le informazioni che ha raccolto. Ha chiesto al popolo della Rete un aiuto economico per sostenere cure molto costose. Ma soprattutto l’idea è di condividere quanto più possibile il link, in modo da arrivare a medici, chirurghi disposti a tentare un’operazione, persone che hanno vissuto o che vivono la sua stessa situazione, esperti di terapie alternative o innovative. Questa iniziativa si inserisce in un torrente di dati digitali e si configura come uno strumento all’incrocio tra il crowdsourcing (cercare informazioni sulla sua malattia e medici che possano aiutarla) e crowdfunding (cercare un aiuto economico per sostenere le nuove cure).
La vita di Federica è eccezionale. Federica è una cancer blogger che non si limita a parlare solo del suo male. Scrive per l’huffingtonpost e per cagliari.globalist di ogni diritto negato in ogni sfera della vita umana. Anche della sua vita privata, perché guarire è un suo diritto. Il sociologo Bauman, descrivendo l’importanza della vita umana ha scritto che gli artisti che immaginano la loro arte si pongono degli obbiettivi estremamente difficili. Anche fuori dalla propria portata. Per questo motivo discutere e confrontarsi con l’esperienza di “Tanto vinco io” è importante perché ci insegna che per essere felici dobbiamo tentare l’impossibile. A volte di fronte alla sofferenza siamo soli, ma possiamo ritrovare il coraggio, la forza e la dignità in noi stessi anche senza le previsioni affidabili e le certezze mediche e scientifiche a cui siamo abituati.
E da qui che la storia di Federica inizia e si connette con un’altra storia. La storia di altre milioni di persone. Di fronte alla sofferenza del cancro ci possono essere solo due strade, arrendersi, chiudersi in se stessi e nascondersi in una condizione di infelicità eterna, oppure resistere. Federica ha deciso che di fronte alle sofferenze che travolgono le nostre vite, la disperazione non serve a nulla. Il cancro non è una croce che ci dobbiamo portare dietro come un senso di sconfitta definitiva o come una sentenza di morte. Questo male può essere vissuto anche come un’opportunità di vita nuova, un’occasione di crescita personale e collettiva delle persone che condividono la stessa esperienza per portare la felicità agli altri.
Chissà se in un futuro vicino o lontano, queste nuove modalità di condivisione orizzontale offerte dal mondo della rete, potranno veramente orientare alla guarigione anche altre persone. L’obbiettivo di Federica non è allontanare l’immagine del cancro dalla sua vita. Federica vuole vederlo, viverlo e affrontarlo, e come dicono i buddisti, vuole una prova concreta di trasformazione del suo veleno in medicina. Si può abbracciare il cancro per sconfiggerlo?

– See more at: http://www.manifestosardo.org/il-coraggio-di-federica-cardia/#sthash.uagyV7iN.dpuf

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Il leghismo come eversione e come viltà


grande-638x425Oggi Salvini difende Calderoli scagliandosi contro Napolitano che aveva mostrato indignazione. L’elenco delle scandalose parole razziste di esponenti leghisti è lunghissima. E basta sintonizzarsi su “Radio Padania” per capire come pietà, solidarietà, comprensione e compassione siano concetti che non hanno patria qui, in questa Patria farlocca che chiamano “Padania”.

Voglio segnalare solo due cose: la viltà di certi leghisti e il fondamento essenzialmente eversivo della loro azione.

La viltà leghista è quella tipica del branco di bulli. Assieme sono gradassi, insultano il debole, l’omosessuale, l’immigrato e via via si superano l’un l’altro con l’annullamento di chiunque non rientri nel loro ristretto orizzonte culturale. Ma come tutti i bulli sono dei vili e non vogliono mai assumersi le responsabilità (eventualmente anche penali) di ciò che dicono. Se guardate agli insulti contro la Ministra Kyenge, da Borghezio in poi, l’insulto è sempre frettolosamente stato seguito da scuse (“Mi scuso…”, “Non volevo…”, “Era una battuta…”); se non ricordate più la catena di insulti-scuse potete leggere QUI.

La strategia leghista è eversiva. Poiché sono convinto dell’intenzionalità di questi gesti è necessario chiedersi “Perché?”. A che scopo? Cosa ci guadagnano? Se, come me, non cadete nell’illusione della voce dal sen fuggita, bensì pensate a una volontà, una strategia (rozza, inaccettabile…), occorre chiedersi quale ne sia lo scopo, per opporre un’indispensabile resistenza democratica. La strategia è questa: poiché le parole costruiscono la realtàhanno conseguenze pratiche (ne ho parlato QUI), soffiare sul fuoco dell’intolleranza, dell’odio, della discriminazione serve per perpetuare uno stato emergenziale in Italia, alimentare il torbido, spaventare la gente, indurla a tenere la testa bassa e affidarsi a chi, con parole roboanti, pretende di difenderla: contro i froci che distruggono la famiglia; contro gli immigrati che rubano; contro i negri che hanno osato diventare ministri! E se per alimentare questo vomito si devono calpestare le Istituzioni, svillaneggiare il Presidente della Repubblica, minacciare l’insurrezione armata… Chi se ne frega? Al massimo, se le cose si mettessero male, si chiederà scusa, si dirà che si è scherzato…

Se volete, continuiamo a resistere su Twitter (@bezzicante).

fonte   http://www.fanpage.it/il-leghismo-come-eversione-e-come-vilta/#ixzz2Z7JwFl7i
http://www.fanpage.itt

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Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

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Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

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Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

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Expopolis Il grande gioco di Milano 2015


Dal Manifesto di martedì 9 luglio, intervista di Luca Fazio a Rob Maggioni

L’evento messianico è stato benedetto domenica da Re Giorgio alla Villa Reale di Monza. La storiella adesso è ufficiale: «Expo 2015 è un’occasione per tutto il paese». Ne parliamo con Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare e autore del libro Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, scritto con il laboratorio Off Topic (edizioni Agenzia X)expopolis

Al di là della retorica da coesione nazionale, il business è gigantesco. Chi si prende il grosso della fetta?
Intanto l’Expo viene finanziata con risorse pubbliche: 1,4 miliardi di investimenti diretti sul sito, cifra che raggiunge i 10 miliardi se consideriamo le opere collegate. Vecchi progetti autostradali, per esempio, che si sono rifatti una verginità per rientrare nel progetto, mentre le opere più utili sono state accantonate. La linea 6 della metropolitana è stata stralciata, la 4 avrà solo due fermate e la linea Lilla, già inaugurata, copre solo la zona nord di Milano. Il 40% dei finanziamenti arriva dal governo, ma il comune di Milano, che ha un buco di bilancio di 430 milioni, nel 2013 ne deve stanziare 370. Per questo Pisapia continua a chiedere una deroga al patto di stabilità, e il governo tace. Tacciono anche le forze politiche, del resto i due appalti più importanti se li sono aggiudicati la Cmc di Ravenna della Lega delle Cooperative (90 milioni) e la Mantovani (270 milioni), che comprende diverse imprese venete vicine al Pdl. L’Expo è bipartisan anche nella spartizione dei soldi.

Il presidente Napolitano dice che è un’occasione per l’Italia.
Dipende per fare cosa. Forse per sperimentare nuove forme di flessibilità nel lavoro e nuove forme di governo del territorio, con la figura del commissario straordinario che può imporre scelte discutibili in deroga alle leggi, magari in nome dell’emergenza imposta dai tempi stretti per realizzare le opere.

Cosa c’entra la flessibilità del lavoro?
Sacconi, presidente della Commissione Lavoro al Senato, lo ha detto chiaramente: siccome l’Expo è un evento nazionale, la possibilità di sperimentare nuove forme di flessibilità va estesa a tutto il territorio. Lo chiede anche Confindustria. Vogliono prolungare di 48 mesi i contratti a tempo determinato, sfruttare di più la formula dell’apprendistato, allungare il primo contratto a termine… Se Expo servirà per dare soldi alle solite imprese, ridurre i diritti di chi lavora e comprimere welfare nelle città, non capisco di quale occasione si stia parlando.

Il governatore Maroni ha detto che Expo è un evento “Mafia Free”.
Da ministro dell’Interno, Maroni aveva lanciato l’esperimento delle White List, un elenco di aziende pulite controllate dalla prefettura, peccato che non sia andato in porto. Ora si parla di un “protocollo della legalità”, ma nel frattempo le aziende hanno già cominciato a lavorare ed è difficile controllare la giungla dei subappalti, infatti alcune sono state già escluse perché in odore di criminalità organizzata. E i lavori sono appena cominciati.

Perché questo ritardo?
Perché per tre anni il centrodestra ha lavorato esclusivamente per spartirsi la governance dell’evento, così dal 2008 al 2011 non è stato fatto nulla. Adesso dovranno correre e per questo il commissario straordinario Sala ha chiesto poteri speciali.

Cosa ne pensi del ruolo che si è ritagliato Pisapia?
E’ stato poco coraggioso all’inizio del suo mandato, quando ha ratificato l’accordo di programma di Letizia Moratti che vincola il destino delle aree: con l’indice di edificazione dello 0,52% si potrà costruire sulla metà di un’area da un milione di metri quadrati. Il sindaco vuole lasciare a Milano un parco in eredità. Ma nel 2016 scade il suo mandato e i terreni sono di proprietà di Aree Expo, una società che solo in parte appartiene al Comune. Quindi il post Expo potrebbe essere un affare che non riguarda più Pisapia.

Sono poche e isolate le voci contro l’Expo.
Quando la sinistra governa, come a Milano, le forze conflittuali assumono un basso profilo, e poi l’Expo continua ad essere un oggetto misterioso. Pochi si rendono conto di quante risorse sottrae alla città, per questo è un progetto più pericoloso di quelli che producono movimento laddove viene agita la logica “nimby”: chiunque si rende conto del danno che provoca un treno che sfregia una valle, più difficile ragionare su un evento la cui logica mette a rischio non solo il territorio ma anche i diritti di tutti. Domenica a protestare contro Napolitano c’era una fitta rete di soggetti che sta ragionando per far diventare la critica all’Expo un collante comune in grado di graffiare l’evento.

FONTI  http://www.milanox.eu/expo-occasione-per-tutti-no-e-un-progetto-pericoloso/

 

 

Pubblicato in: diritti, Il Malpaese, lega, politica, razzismo, sessismo

Calderoli, il Pitecantropo Padano


88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutiliRoberto Calderoli, vicepresidente del Senato, ha insultato ieri il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge durante un comizio della Lega a Treviglio: “Quando la vedo non posso non pensare a un orango”. Sul web si moltiplicano le iniziative per chiederne le dimissioni.

La sinistra milanese è particolarmente indignata, perché ci siamo ritrovarti Maroni a governare in regione con gli stessi uomini di Formigoni, e poi perché nn dimentichiamo certo le stronzate di Salvini (che ne ha anche per la Boldrini) & C sull’apartheid in metropolitana, la pulizia etnica dei rom e la sinistra che complottava per construire la più grande moschea d’Europa (ancora non se n’è fatta una a Milano..). Riportiamo qui le opinioni di due esponenti della sinistra della Madonnina,Paolo Limonta, il cuore a sinistra di una giunta Pisapia che sembra aver smarrito quell’orientamente, e Emanuele Patti, presidente dell’Arci Milano, il ganglio centrale della società civile di sinistra in città.

Ha scritto Limonta: “Calderoli che insulta il Ministro Kyenge alla festa della Lega di Treviglio per soddisfare gli istinti beceri e xenofobi dei militanti del suo piccolo partito non è che un povero razzista. Ma Calderoli è anche il vice presidente del Senato. E allora circondiamolo di sdegnato silenzio solo dopo averlo costretto alle dimissioni da una carica istituzionale che, semplicemente, non avrebbe mai dovuta essergli assegnata..”

E Patti amplia il quadro d’analisi: “Napolitano II, Calderoli vicepresidente del Senato che insulta Kyenge, l’affaire kazako ed il ruolo complice del ministero italiano nella deportazione di una dissidente, il 30 luglio, la magistratura e tutto quello che gira attorno a quella data, il carosello sull’iva e imu.. Lo stato sembra non esistere più, imprigionato dalla crisi di PD e PDL, e il governo di larghe intese che non può far altro che aggravare la situazione. Se pensavamo di aver toccato il fondo..”

MilanoX è per l’estizione delle specie leghista e per la salvezza degli oranghi giavanesi, messi a rischio d’estinzione dalla deforestazione, e infinatmente più intelligenti di un odontotecnico pitecantropo, malvagio e piromane.

FONTE   http://www.milanox.eu/calderoli-il-pitecantropo-padano/

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Francesco


Papa Francesco a LampedusaDi  Giulio  Cavalli

Se quel Papa che oggi è sbarcato a Lampedusa senza fronzoli e vestali e ha parlato all’Italia e all’Europa dicendo che “Dio ci giudica da come trattiamo i migranti” è il rappresentante “istituzionale” (credenti o no) più coraggioso nel campo della solidarietà e dei diritti significa che che abbiamo una notizia buona e una notizia cattiva.

La notizia buona è che la Chiesa in queste parole assomiglia molto alla Chiesa che in molti vorrebbero (credenti o no) e finalmente parla ai cuori senza perdersi in mediazioni.

La notizia cattiva è che il messaggio politico più forte di questi ultimi mesi (e, forse più di sinistra) non arrivi dal centrosinistra (nessuno con un po’ di sale in zucca se lo aspetterebbe, figurarsi, dal Governo Pd – PDL) ma da una figura esterna (potremmo chiamarlo “tecnico” della solidarietà, eh) mentre la sinistra si accartoccia su se stessa e il Partito Democratico si spende per regole congressuali e regole d’ingaggio con gli amici berluscones.

Fa venire le vertigini in questa epoca di nani, Francesco.

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/08/francesco/

 

Radio Vaticana ha pubblicato sul suo sito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha tenuto sull’isola di Lampedusa. 

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!

Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.

Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/