Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, economia, pd, politica

Dal proclama al rinvio


resizerMi servirebbe sapere qual è la differenza tra lo scorso governo Berlusconi-Berlusconi e l’attuale governo Berlusconi-Letta sugli annunci. Mi servirebbe sapere se i critici della ‘politica degli annunci’ di B. trovano più etica, più responsabile, più democratica la ‘politica dei rinvii’.
Mi piacerebbe anche sapere se la coalizione che ha partorito questo governissimo è quella stessa urgente e ineludibile che era obbligatoria per affrontare le emergenze: le emergenze che sono state tutte rinviate a dopo l’estate per non disturbare la missione della crisi.
Siamo passati del proclama al rinvio e ci dovrebbe bastare. Contenti così.

GIULIO CAVALLI

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/03/proclama-al-rinvio/

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De Gennaro dalla Diaz a Finmeccanica


DE GENNARO: DA FALCONE ALLE BR PASSANDO PER IL G8by Paolo Limonta

La dignità e la forza di centinaia di migliaia di donne e uomini che nel luglio del 2001 erano a Genova determinati e pacifici.

E che hanno continuato e continuano a esserci a testa alta per costruire una società più giusta dove i diritti di tutti siano davvero rispettati e realizzati.

La responsabilità politica, materiale e morale di chi, a Genova, ha realizzato la barbarie di piazza Alimonda, di Bolzaneto e della Diaz.

Tra questi Gianni De Gennaro, allora capo della polizia.

Che oggi diventa Presidente di Finmeccanica.

Loro non si vergognano, noi non ci voltiamo dall’altra parte.

Lo dobbiamo a chi era a Genova nel 2001 ed è stato ucciso, picchiato, torturato e umiliato.
Perché noi non abbiamo dimenticato e continueremo a ricordare a tutti che a Genova, nel luglio del 2001, la democrazia è stata sospesa.

E in troppi hanno taciuto…

http://www.milanox.eu/de-gennaro-dalla-diaz-alla-finmeccanica/

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

Pubblicato in: elezioni amministrative, politica

La sinistra che vince: il modello Messina


accorintisindacoPacifisti, movimento NoPonte, artisti del Teatro Pinelli, studiosi dei Beni Comuni, preti di periferia: a Messina la società civile s’è messa insieme, ha scelto un candidato sindaco – Renato Accorinti – e l’ha portato avanti. Mesi e mesi di campagna nei quartieri: “Non vi chiediamo il voto, vi chiediamo di lottare”. E via per il prossimo volantinaggio, per il prossimo incontro per la strada.

Non c’è stato bisogno di urlare insulti, non c’è stato bisogno di nessun guru e di nessun Vip. Decisioni prese sempre tutti insieme, dall’inizio alla fine, e senza grandi leader. E hanno vinto così.

Volevate sapere che cosa sono i movimenti dal basso, la famosa società civile? Eccoli: sono questi qua.

Speriamo che i politologhi, i grandi esperti dei media, i cucitori di alleanze e anche i grandi politici New Democrat e della Democracy 2.0 (nessuno dei quali s’era minimamente accorto che nella lontana Messina stesse accadendo qualcosa) adesso tengano le zampacce lontane da questa vittoria di poveri, di gente seria e perbene.

Qua infatti si sta cominciando a ricostruire l’Italia, senza grandi parole, così alla buona. E’ una politica semplice, con una parola banale: “democrazia”.

RICCARDO ORIOLES

http://www.isiciliani.it/la-sinistra-che-vince-il-modello-messina/#.UdKW3flM-So

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, scuola, video

Pisapia riapri il Gandhi !!


gandhi 8Il Liceo Civico serale Gandhi era l’unico liceo disponibile per la classe lavoratrice della citta’ di Milano e limitrofi. Fornendo ben 4 corsi liceali (Classico/Scientifico/Socio-psico-pedagogico/di lingue) permetteva a molti lavoratori di eta’ media 40/45 anni di concludere, seppur in ritardo, il ciclo di studi. Sfortunatamente l’istituto venne chiuso nel Settembre 2010 senza preavviso causando cosi’ ingenti danni sia agli studenti sia ai vari professori. Tale chiusura significava la dismissione di uno dei servizi fondamentali che tanto vantiamo in questo paese e vale a dire il diritto all’istruzione. Soprattutto in una citta’ come milano significava la disfatta totale dell’incentivazione per coloro che piu’ necessitavano di attenzioni. Ad oggi, dopo 6 mesi di battaglie burocratiche e di resistenza passiva (con tanto di presidio permanente ect) e 3 anni di lotte giuridiche, pur avendo vinto sia al tar che al consiglio di stato la scuola rimane chiusa mentre vengono investiti ingenti, forse troppi capitali per la EXPO 2015. Proporrei di riattivare questo servizio presso il comune di milano.

EDUARDO  ANTIVALLE  (dal blog di GRILLO)

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/forum/2013/03/riapertura-unico-liceo-civico-serale-gandhi—milano-1.html

Liceo Gandhi: il torto di chi ha solo la forza!    (15 settembre 2010)

E così studentesse e studenti del liceo serale Gandhi avevano ragione a occupare la scuola, a salire sul tetto e far arrivare fino al cielo la loro protesta; avevamo ragione a sostenere quella lotta sacrosanta e generosa di studentesse/studenti e professoresse/professori; e, soprattutto, ancora una volta aveva torto l’amministrazione comunale che ha voluto pervicacemente chiudere quell’esperienza, eliminando dal panorama milanese lo “scandalo” di un liceo pubblico serale.

Adesso anche il Tar lombardo riconosce quelle ragioni e quei torti, annullando la decisione dei dirigenti comunali per la non attivazione delle classi dell’anno scolastico 2009/2010 e la definitiva chiusura del Liceo serale Gandhi.
Il Tar ha ritenuto quella decisione illegittima sia per “incompetenza” – non potevano essere i dirigenti a prenderla, ma eventualmente gli organi politici (Giunta o Consiglio); sia nel merito: il Comune aveva giustificato la decisione come “atto dovuto” di fronte alle disposizioni nazionali che aumentavano il numero di alunni per classe, ma il Tar ha ricordato agli incapaci dirigenti politici e funzionari dell’amministrazione che quelle norme non si applicano immediatamente agli enti locali che hanno la necessaria autonomia per dare i loro indirizzi in materia. Ma questo fanno finta di non saperlo i fautori nostrani del “federalismo” (quando poi non sono in grado nemmeno di far valere la loro autonomia locale…).

Purtroppo il riconoscimento delle ragione dei ricorrenti da parte del Tar arriva tardi e il Liceo Gandhi è chiuso e vuoto (grazie anche al contributo di Questura e Prefettura solerti nel respingere occupazioni e manifestazioni, un po’ meno nel far applicare al Comune la legge).
Questo non deve però comportare una nostra rassegnazione, anche perché l’amministrazione comunale applica la politica del…carciofo – sfoltendo scuola dopo scuola il patrimonio pubblico. E oggi sono sotto attacco le altre paritarie – e la scuola di formazione Greppi di quarto Oggiaro, dove ieri sera professoresse/professori, studentesse/studenti e associazioni del quartiere hanno manifestato in tante/i per difendere il carattere pubblico e contrastare l’ennesimo affidamento ai soliti noti (Compagnie delle opere e loro amici…).
E perché non far tornare a vivere il Gandhi: visto che il provvedimento di chiusura è stata annullato, da oggi il Liceo deve essere aperto e chiunque può iscriversi.

L’amministrazione comunale ha le forza ma non la ragione, ma non è detto che riesca sempre a vincere. Noi dobbiamo fare in modo che sia possibile fermare questi distruttori della formazione e della cultura!
Difendiamo la scuola pubblica. Sosteniamo le lotte di professoresse/professori e studentesse/studenti.

Sinistra Critica Milano

http://sinistracriticamilano.blogspot.it/2010/09/liceo-gandhi-il-torto-di-chi-ha-solo-la.html

Giuliano Pisapia ha fatto della riapertura e del rilancio delle scuole paritarie civiche diurne e serali, un punto chiave del suo programma sulla scuola per il Comune di Milano, e questa è una grande prospettiva per coloro che credono ancora che la scuola pubblica debba garantire gli stessi diritti e opportunità per tutti.

Pubblicato su Scuola Oggi il 4 Maggio 2011

La riapertura dei licei serali riporterebbe Milano in quella posizione d’avanguardia che ha sempre avuto rispetto all’istruzione pubblica per gli adulti (comunale e statale), sia per radici storiche, sia per ricchezza e eccellenza dell’offerta (licei, istituti tecnici e professionali). Un ruolo che sarebbe oggi ancor più significativo, dato che i civici licei paritari serali – delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico – diventerebbero non solo gli unici licei serali pubblici in Italia, ma gli unici in assoluto.
Gli studenti che frequentano una scuola paritaria serale, in particolare un corso di liceo, si sforzano di recuperare un percorso scolastico, passando per anni le proprie sere sui banchi, spesso dopo una faticosa giornata di lavoro; i civici licei serali si sono costantemente caratterizzati per un ridotto livello di dispersione scolastica, il 100% degli studenti sono stati ammessi all’esame anche nell’ultimo a.s. con i corsi al completo (in tutte le classi finali dei 3 indirizzi attivati.

In seguito alle disposizioni del Ministro Gelmini i licei serali milanesi esistenti sono stati chiusi e non è prevista nessuna riapertura futura di corsi di liceo delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico.
Chi vuole frequentare corsi serali di liceo oggi può rivolgersi ora solo ai corsi di preparazione agli esami d’idoneità (che non danno la possibilità di conseguire direttamente alcun titolo.

PAOLA BOCCI   (Consigliera comunale PD)

http://paolabocci.wordpress.com/2011/05/05/una-occasione-da-non-perdere/

Pubblicato in: diritti, economia, LAVORO, libertà, politica

Teoria e Prassi del Precariato secondo un Precario


di Alex Foti

precariatoccupy

Allora, sorelle e fratelli che soffrite per disoccupazione o precarietà: il precariato siamo noi. Il precariato è socialmente composto da chi è precari@ (truismo), vale a dire sottoposto a condizioni di lavoro e vita precarie causa mancanza reddito e lavoro intermittente. Tecnicamente il precariato è composto da chi nella generazione X+Y+Z (i nati dopo il 1965): lavora con un contratto precario (parasubordinato, apprendistato, tempo determinato, lavoro in cooperativa, part-time subìto, interinale ecc ecc), è disoccupato oppure è un NEET, cioè chi non studia e non è nel mercato del lavoro (il 30% degli under 25 in Turchia, il 25% in Grecia, il 20% in Italia e Spagna) né fa la formazione finanziata a caro prezzo dall’UE e invariabilmente intascata dalle amministrazioni regionali (vedi anche Sergio Bologna sul sito della furia dei cervelli); oppure ancora, è solo formalmente un lavoratore autonomo (partite iva monocommittente, freelance, consulenze ecc). La società fordista era fatta di tute blu e colletti bianchi, la società neoliberista è fatta di colletti rosa e creativi: tutti precari. Ma sono in completo disaccordo con Standing: il precariato proviene prevalentemente dalla classe media, non dalla underclass. Del resto non ci si può aspettare da un britannico l’elaborazione accurata di un concetto, il precariato, coniato dai precari dell’Europa continentale. L’espressione precariousness of labor compare nell’edizione inglese del libro I del Capitale, ma precarity e precariat sono importazioni recenti dai movimenti di Italia, Francia, Spagna.

Numericamente il precariato consta 5/6 milioni di giovani donne e uomini (spesso con bambini) sommando/incrociando dati ISTAT in Italia (vedi Gallino) e forse 30 milioni di precari/e nell’eurozona. La stima di eurostat è che ci sono 19,4 milioni di disoccupati nell’eurozona, di cui 3,6 milioni under 25. Nella primavera 2013, Il tasso di disoccupazione fra i giovani toccava il 63% in Grecia, il 56% in Spagna, il 41% in Italia. Tipicamente, in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è sempre il doppio di quello complessivo. Al momento nell’eurozona è al 12% e rotti, per i giovani è a più del 24%: una/o su quattro è disoccupato in Europa, uno su due nell’Europa mediterrane. E la stima dell’economist è che ci sono oggi almeno 300 milioni under 25 senza lavoro nel mondo. La procedura statistica risolutiva sarebbe calcolare la forza lavoro under40 (occupati+disoccupati) e determinare quanta percentuale di occupazione under40 è non-standard (nel senso che nn né long-term né full-time) per arrivare al calcolo definitivo dei precari/e in Italia, eurozona, UE, USA, OCSE (i dati ci sono, ma sono sparsi, bisogna solo mettersi di buzzo buono iniziando dai vari numeri di OECD Employment Outlook). Il fatto stilizzato ma prossimo alla realtà è che il 25% degli under 40 è disoccupato, il 50% è precario e il restante 25% gode di un’occupazione stabile. Il che vuol dire che il precariato e composto da decine di milioni di persone che vivono in Europa. Molte di esse lavorano come precarie nei servizi poco qualificati (cura, ristorazione, logistica ecc.), altre come cognitarie nelle c.d. industrie creative (la classe creativa che lavora nell’informazione, cultura e conoscenza è un sottoinsieme del precariato), altre ancora come stagisti e precari in aziende private e amministrazioni pubblica, svolgendo le stesse mansioni degli assunti a lungo termine. Se il precariato è sezionalmente differenziato, la sua unità sociale e politica è possibile intorno a un nuovo welfare e a un nuovo progetto di società, democraticamente discusso, deliberato e, soprattutto, conquistato contro le forze sia moderate sia reazionarie.

In Italia, politicamente il precariato o non vota o vota a 5stelle, e qualcuno ancora a sinistra. I primi nemici dei precari sono i politici, italiani ed europei, che hanno scientemente perseguito dietro la cortina di fumo della flessibilità, politiche del mercato del lavoro volte ad aumentare precarietà e ricattabilità delle Generazioni X+Y+Z (dai crashati delle dotcom gli zombies della Great Recession). Sindacalmente i precari italiani non li rappresenta nessuno, se si eccettuano esperienze creative, meritorie, ma limitate come EuroMayDay, San Precario e ACTA. I sindacati confederali sono nostri avversari. Non l’abbiamo scelto noi. L’hanno scelto loro quando hanno deciso di puntare sulla tutela degli assunti a tempo indeterminato e dei pensionati. I sindacati di base (parlo soprattutto dell’USB) fanno qualcosa per i/le precari/e delle amministrazioni pubbliche, ma il loro quadro di riferimento ideologico è il seguente: tutto ciò che è accaduto dopo lo Statuto dei Lavoratori è da rinnegare. Ora, il mondo in 40 anni è cambiato. Non c’è più l’Unione Sovietica, ma c’è Internet. E l’agente rivoluzionario non è più l’operaio socialista, ma la/il shabab facebook, la/il giovane studente/ssa o precaria/o che fa fatto la rivoluzione da Tunisi al Cairo.

La crisi, che ho chiamato fra i primi Grande Recessione e che ho in qualche modo previsto (vedi rekombinant, nettime, leftcurve fra il 2003 e il 2006), ha reso l’intera società precaria, col ritorno della disoccupazione di massa. Sì, ma della disoccupazione di massa giovanile. La disoccupazione fra i giovani ha raggiunto livelli parossistici Grecia, Portogallo, Spagna, Italy. Questo è il risultato più evidente del processo di precarizzazione che ha investito la società europea negli ultimi vent’anni, ossia da Maastricht in poi, e soprattutto delle politiche suicide di austerity portate avanti da Germania e UE. L’austerity delle élite neoliberiste ancora al potere ha costituito quella che è indiscutibilmente la parte ribelle ed esplosiva del precariato italiano ed europeo. In una situazione così, con i banchieri che s’intascano soldi a tasso zero mentre i giovani sono lasciati a marcire, chi non tira sassi contro i vetri del potere è irrazionale.

Mentre in Europa i leader, vista la malaparata, in queste settimane le élite decidono di come allentare il piedino malese dell’austerità e del rigore, i ghetti vanno in fiamme da Londra a Stoccolma e la gioventù multietnica senza speranza e senza giustizia risponde come da sempre nella storia della democrazia dal 1300 in poi: ribellione, tumulto, riot. The politics of austerity is the politics of riots, e il precariato lo deve sapere anche se è non violento. Da Tahrir fino a Taksim passando per Sol e Zuccotti, si sta da una parte sola della barricata. Dalla parte dei ribelli, contro il potere. In nome di una democrazia della piazza, dei media, autorganizzata, radicale, partecipata. Cosa vogliono i movimenti indignati e blockupy d’Europa animati da centinaia di migliaia di studenti e precari/e? La fine dell’austerità e del saccheggio della democrazia a opere delle élite. Aggiungo che dobbiamo coalizzarci intorno a un’ampia rivendicazione: ci dobbiamo conquistare una montagna di miliardi di euro (finanziata da eurobond monetizzati da Francoforte) da spendere in quelle persone, progetti, esperienze che creano realmente società e socialità, condivisione e convivialità, tolleranza e rispetto, fiducia e solidarietà invece di paura e ostilità.

Il precariato non ha ideologia né soggettività che non sia oggettiva: rimane ancora classe ex se. Il precariato (assai più del proletariato, i cui contorni rimasero sempre vaghi e che escludeva i lumpen) è una generazione che il processo storico ha trasformato in classe sociale nel senso marxiano o weberiano del termine. Il precariato è soprattutto il prodotto della distruzione della classe media a opera del neoliberismo e della crescita di una classe servile, ricattabile e precaria, nella conoscenza e nei servizi. Come il fordismo aveva generato il proletariato industriale, il neoliberismo ha generato il precariato sociale. Il precariato non ha ancora quindi coscienza di sé ed è impolitico. I precari, soprattutto in sud Europa, aspettano la vita che gli passa di fronte inesorabile, lasciandoli al margine delle grandi scelte, mentre il tempo passa e nessuno può più permettersi di fare bambini. In assenza di ogni speranza ragionevole di futuro, i precari non possono che essere prevalentemente nichilisti, come del resto tutta la cultura pop contemporanea da Twilight in poi. Tuttavia, se vuole essere politicamente e sindacalmente efficace, il precariato deve dotarsi di una visione politica e di un’organizzazione che persegua i propri interessi di generazione-classe (e di classe generale, come lo fu quella operaia – che tutti a sinistra se lo mettano in testa): un reddito stabile, una città conviviale, accesso a istruzione, cultura, ecologia, tecnologia, servizi sociali e sanitari gratuiti, una casa e la scuola per i figli delle coppie precarie. Il precariato non è al momento di sinistra. Del resto la sinistra è stata massimamente ipocrita sui precari e nei fatti si è attardato su battaglie di retroguardia invece di fornire tutele adeguate alla massa crescente del precariato. Può tuttavia avere molte chance un’organizzazione implicitamente di sinistra (come battaglie e rivendicazioni, ma non come simboli e riferimenti) che difenda i diritti dei precari/e in Italia e in Europa, vale a dire un’advocacy moderna, strutturata come una ONG internazionale.

Il precariato è per metà figlia/o di immigrati. Gli immigrati sono l’avanguardia del precariato e le loro lotte (penso alla logistica) sono fiere e coraggiose. Lo ius soli non è più indifferibile, proprio come il matrimonio e le adozioni gay. Il precariato prenderà coscienza di sé quando diventerà attivamente multietnico e meticcio come è già il popolo europeo. Tante culture e pratiche devono alimentare la soggettività del precariato. Un soggetto ribelle e barricadero, escluso e sfruttato, e per questo tutt’altro che pacificato, è l’unica scossa che può rianimare un’Europa morente, in solidarietà con le sorelle e i fratelli di tutto il bacino mediterraneo.

La politica autonoma del precariato non può che essere il populismo di sinistra, l’agire e la comunicazione che costituisce il popolo in opposizione alle oligarchie finanziarie e agli eurocrati in nome dell’Altra Europa: ecologista, libertaria, femminista, socialista. Contro la BCE e la Commissione Europea, diamo forza inedita a quelle tendenze nel Parlamento Europeo per rivendicare una nuova sovranità nell’UE, non più quella intergovernativa e tecnocratica di poche elite, ma quella democratica del popolo che la crisi l’ha pagata eccome.

Islamofobia e islamismo sono i due pericoli che abbiamo di fronte sia in Europa sia nel Magreb e in Turchia. Anche a Tunisi e al Cairo i salafiti sono una brutta storia, un acerrimo nemico. I giovani precari di Tahrir e Taksim si oppongono ad autoritarismo e islamismo, anche moderato, in nome di una società attiva, secolarizzata, creativa, sovversiva. Proprio per questo, l’advocacy sindacale del precariato (Precarious Anonymous?) non può che essere laica e pink. Si batte per i diritti sociali di tutte e tutti i precari nell’Euromediterraneo, qualunque sia il loro genere e la loro fede religiosa, porta solidarietà ovunque i diritti di donne, gay, minoranze siano violati nel mondo. Coordina proteste transeuropeee come quelle di Blockupy. Lancia e realizza scioperi e campagne del precariato, che rilancia l’indignazione di Plaza del Sol e di Gezi Park: OCCUPY EVERYWHERE. Il precariato deve continuare a conquistare l’agorà pubblica e mediatica come ha saputo fare da Occupy Wall Street fino ad Occupy Taksim. La sua costituzione online e sulle piazze centrali delle città del globo, è il passaggio necessario perché il precariato diventi soggettività politica autonoma, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria.

Il precariato arabo-turco differisce da quello europeo e quello americano, anche se è il prodotto delle stesse politiche neoliberiste. I precari del Cairo e d’Istanbul hanno dalla loro parte la forza della demografia; i precari di Madrid e di Milano sono invece immersi in società ingrigite dall’invecchiamento della popolazione. L’America è un caso intermedio: l’immigrazione clandestina la mantiene giovane. Mentre Intern (lo stagista, lavoro usa-e-getta che spesso non riceve alcun rimborso e cova vendetta) è la commedia amara dell’estate cinematografica statunitense, la disoccupazione dilagante fra i neolaureati oberati di debiti per pagare le costose università americane ha portato diversi trentenni a dover rispolverare la cameretta nella casa di mamma e papà. Fenomeno senza precedenti, che porta il Nordamerica ad assomigliare sempre più all’Europa mediterranea, dove i figli non se ne sono mai veramente andati dalla famiglia d’origine. Hanno preferito mantenere il proprio livello di consumo, piuttosto che metter su casa (occupandola, magari) lontano dalla protezione di genitori che lavorano ancora a tempo indeterminato oppure percepiscono laute pensioni e godono di discreti livelli di ricchezza immobiliare e finanziaria. Per chi lavora, il salario minimo (che ancora non esiste nell’eurozona) è la norma, i benefits di chi invece è assunto a lungo termine (contributi medici e pensionistici) una chimera. E in un’economia in cui la libertà di licenziare è raramente messa in discussione, i licenziamenti fra i neoassunti hanno falcidiato un’intera generazione. I giovani USA, proprio come quelli UE, sono la prima generazione ad avere la certezza di avere un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Le aspettative crescenti sono finite, dilagano pessimismo e profezie di declino. In America non c’è la stessa rigida divisione corporativa del mercato del lavoro che esiste in Europa, fra insiders di mezza età protetti dai sindacati e ousiders precari (giovani, donne, immigrati): tutti sono a rischio e alla mercè dei datori di lavoro, ma gli ultimi arrivati sono come in Europa nelle peggiori condizioni possibili di partenza. Tuttavia, la precarietà negli Stati Uniti è un prodotto della Grande Recessione; nell’Unione Europea ha ulteriormente aggravato una questione sociale già esistente.

Oggi la missione sociale fondamentale del precariato è sconfiggere l’austerity e imporre soluzioni fiscalmente espansive alla crisi che vadano in direzione di un miglioramento netto complessivo delle condizioni educative, lavorative, sociali della generazione precaria. Solo nuovi e ingenti trasferimenti sociali come il reddito minimo di base, l’istituzione del salario minimo orario nell’eurozona, il lancio di programmi europei per l’impiego di giovani artisti e scrittori, l’ampliamento dell’Erasmus, il credito a tasso zero dato a startup d’impresa e sociali animate da comunità di precari/e, istruzione universitaria gratuita e altre misure radicali ma fattibili, potranno consentire all’economia europea di uscire dalla Grande Recessione, di cui soffre più di ogni altra regione al mondo, a causa della politica macroeconomica autolesionista di aggressione alla società imposta dalla Troika. Il precariato deve far saltare Maastricht e ottenere mutualizzazione/amnistia del debito ed emissione di eurobond per avere il reddito di base (e non chiamiamolo di cittadinanza, perché al momento larga parte dei potenziali beneficiari non sono ancora cittadini). Questo è il problema centrale e la sfida esiziale. Per vincerla, il precariato deve allearsi con chiunque condivida la negazione dell’austerità, ma sapendo che quando dalle politiche restrittive si passerà alle politiche espansive, dovrà attentamente vegliare a che i nuovi soldi siano spesi a beneficio del proprio interesse sociale, e lì i vecchi alleati saranno inservibili. Per esempio, riguardo all’attuale piano del lavoro ai giovani di Letta benedetto dall’UE possiamo scommettere che non darà un’oncia di stabilità e prevedibilità in più alla vita dei precari.

Ogni governo di larghe intese va contro gli interessi del precariato. Dal ’68 fino all’Hartz IV le Grosse Koalition si sono fatte contro la gioventù tedesca. Dal ’77 al 2011-2013 i governi di solidarietà nazionale si fanno sulla pelle dei giovani disoccupati e precari. Soprattutto i governi di grande coalizione perseguono la politica conservatrice della sua parte destra, Merkel in Germania, Berlusconi e Monti in Italia. E’ vitale che verdi, socialdemocratici e sinistra tornino maggioranza in Germania e in Europa. La politica di popolari e conservatori porta solo a povertà crescente e pulsioni di destra razzista e nazionalista sempre più incontrollabili. Il fronte populista del precariato è antifascista e anitrazzista, così come antiautoritario e antiproibizionista. Solo una base sociale attiva e conflittuale può imprimere una svolta di sinistra alla politica europea. Se il precariato non si ribellerà, ogni riforma del welfare è preclusa. Questa è la scommessa politica e di piazza oggi. Ogni illusione di fuga dall’Europa si rivela presto o tardi nazionalismo/populismo di destra. Bisogna sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa, non con la fine dell’Europa. L’Europa bisogna affrontarla frontalmente rivendicando una fonte alternativa di tradizione e legittimità politica: quella giacobina, garibaldina, comunarda, consiliarista, partigiana, contestaria, noglobal, occupy. Un bivio storico si è aperto con la Grande Recessione, saprà il precariato essere il soggetto sociale che cambia l’equazione del potere in Europa, in America e Medio Oriente? Che impone una soluzione climaticamente sostenibile e socialmente egualitaria alla crisi?

Visto il discredito in cui è caduta la politica, l’importante è diventare parte di un fronte sociale che cambi il corso del futuro e ricostruisca radicalmente la democrazia. Che svolga il ruolo che fu del Fronte Popolare in Europa e in America negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: sconfiggere il fascismo nel mondo e dare una soluzione di sinistra (forti sindacati, alti salari, welfare state) alla Grande Depressione. Voglio chiudere con un sogno giacobino: che il precariato europeo emuli il precariato arabo e rovesci il potere europeo attuale. Occupiamo il Parlamento Europeo e facciamone un potere in opposizione a Consiglio, Banca e Commissione. Perché per difendere la società, il precariato deve prendere il potere. La generazione dei social media non si può più far governare dalla gerontocrazia.

http://www.milanox.eu/teoria-e-prassi-del-precariato-secondo-un-precario/

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Con un briciolo di gusto


li-amoIl Comune in cui vivo, Treviso, è uno di quelli attualmente in procinto di eleggere una nuova amministrazione. Domenica prossima avrà luogo il ballottaggio fra il candidato del centro-sinistra, in vantaggio al primo turno, e il candidato della destra-e-basta: trattandosi del sindaco-sceriffo leghista che si è reso famoso anche oltre confine, per panchine divelte e “panteganizzazione” (pantegana = rattus IV norvegicus = topo di fogna) di chiunque non la pensi come lui, aggiungere a “destra” la parola “centro” non avrebbe gran senso.

Naturalmente sono vent’anni che NON voto per lui ma ho trovato veramente interessante il modo in cui pensa di convincermi a farlo ed è per questo che lo condivido con voi lettrici/lettori. Sappiate, mie care e miei cari, che secondo i volantini con cui i suoi accoliti stanno ingozzando le cassette postali dell’intera città, “con la sinistra a Treviso tutti avranno gli stessi diritti”. Avete letto bene. Rileggete pure, non sto scherzando.

Dopo un ventennio di occupazione in stile militare di istituzioni, aziende pubbliche correlate, informazione locale, costoro ancora non sanno cosa sono i diritti umani. In questo lungo periodo, avranno messo le loro firme, come sindaci e presidenti di provincia e assessori e direttori di questo e quello su migliaia di convenzioni e ratificazioni e dichiarazioni d’impegno relative ai diritti umani, ma ancora non li distinguono da “benefici”, “concessioni” o “gesti caritatevoli” garantiti dal Principe in carica ai suoi servi della gleba (se si comportano bene, ove bene indica nel modo che il Principe desidera).

Un tetto sopra la testa, acqua potabile, cibo, accesso all’istruzione ed alle cure sanitarie, esistenza sicura e dignitosa senza discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione, sull’opinione politica, sull’origine sociale o nazionale, sull’orientamento sessuale: questi sono i diritti umani basilari di cui ogni persona è titolare, semplicemente perché è nata umana. Tale è il fondamento di tutti i documenti in proposito sottoscritti dalle nazioni, dalla Dichiarazione del 1948 alle Convenzioni più recenti. Una persona viene al mondo e non deve essere buona, non deve essere bella, non deve essere trevigiana doc, per essere trattata umanamente.

Sul serio? Si chiederanno stupiti i sostenitori dell’imitazione locale di John Wayne. Anche se le persone sono delinquenti, anche se sono zingari, anche se sono Kabobo? (tutte cose che avete scritto nei vostri foglietti disinformativi) Sì. Se uno zingaro delinque o un Kabobo uccide – come delinquono e uccidono gli italiani in generale e i trevigiani in particolare – la reazione della società per la salvaguardia della propria sicurezza è contenuta principalmente in una cosa che si chiama Codice Penale. Nessuno perde i propri diritti umani perché commette reati. Così come non possono portarvi via degli anni una volta che li abbiate compiuti. Nascete, e questa roba – almeno sulla carta, anzi, su moltissime Carte, Costituzione italiana compresa – vi appartiene; compite gli anni e una candelina in più fa la sua comparsa sulla torta. Le premiazioni e le vendette esercitate da un singolo, anche se investito della carica di Sindaco, non hanno nessun potere sulla questione.

Cercate di seguirmi: come comunità umana li abbiamo stabiliti, questi benedetti diritti, proprio per raddrizzare sbilanciamenti di potere e contrastare le ingiustizie, quali la povertà e l’esclusione. Sono attrezzi che incarnano un consenso diffuso su quali siano le condizioni minime per un’esistenza decente. Usare la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani consente di individuare con maggior chiarezza le necessità delle persone, fa avanzare eguaglianza, benessere e sicurezza, fornisce parametri che sanno dirci se un’azione, una legge, un progetto siano accettabili o no. Un buon Sindaco queste cose deve saperle, questa conoscenza deve metterla in pratica, sempre che veda la sua città come una comunità di esseri umani in cui vivere apertamente, gestendone anche le difficoltà e le sfide, e non come una serie di bunker antiatomici con aria condizionata in cui rinchiudere i meritevoli mentre si lascia che il resto dei cittadini respiri veleno.

Ecco, se mi permettete di continuare ad essere onesta e franca, vi dirò che un effetto la vostra propaganda lo ha avuto. Non quello che speravate, e cioè di suscitare in me la paura dell’alterità (sono una donna e una femminista, per antonomasia questo approccio con me non può funzionare): avete invece acceso una piccola speranza.

Davvero posso pensare che se il candidato del centro-sinistra vince si impegnerà affinché a Treviso tutti noi si goda pienamente dei nostri diritti umani? Be’, lo avrei votato per disperazione, dopo vent’anni di leghismo. Adesso lo voterò con un briciolo di gusto. Maria G. Di Rienzo

FONTE  http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/07/con-un-briciolo-di-gusto/

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Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/

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Il paese che si ammazza per la crisi


Giorgio Salvetti –
suicidio«Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi». Gli amici di G.S., l’uomo di 33 anni che ieri a Milano si è tolto la vita insieme ad un suo amico e coetaneo, sono sconvolti. Per loro la crisi non c’entra. G.S. faceva l’ingegnere a Londra e abitava in una casa di proprietà della madre, in via Tommaseo, una zona signorile della città. F.B., il suo amico, invece era disoccupato e sarebbe stato lui a scrivere due lettere nelle quali ha raccontato di «problemi di famiglia e di lavoro». I due avevano una cosa in comune, erano padri separati di due bambini. A trovarli è stata proprio la madre di G.S. Non lo sentiva da giorni e ha suonato alla sua porta. Non avendo alcuna risposta ha chiamato i vigili del fuoco che sono dovuti entrare da una finestra utilizzando la scala. Li hanno trovati sdraiati in due letti diversi, con un sacchetto di plastica in testa e una bombola del gas aperta.
Nessuno saprà mai fino in fondo perché una persona decide di togliersi la vita. Ma basta guardare nelle pieghe della cronaca di un giorno qualsiasi per scoprire la tragedia di un paese che letteralmente si uccide per la crisi. Sono tragedie quotidiane completamente oscurate dalle notizie che calamitano l’attenzione della politica e dei giornali, ma raccontano più di ogni altra cosa il dramma che stiamo vivendo. Come è successo dopo il doppio suicidio dei due anziani di Civitanove Marche che per una volta, ma per poche ore, ha un po’ scosso la coscienza di una paese che sembra rassegnato.
Solo ieri si «sono registrati» altri due casi di suicidio, o tentato suicidio, che con ancor più evidenza sono dovuti a difficoltà economiche. A Bologna A.C., 59 anni, è stato trovato senza vita nella sua casa in via dei Mille. Si è ucciso con un colpo di fucile proprio mentre alla sua porta stava per presentarsi l’ufficiale giudiziario che gli intimava lo sfratto. In casa sarebbe stato ritrovato anche un biglietto. Era separato dalla moglie e aveva due figli ed era titolare di una società immobiliare.
A Ostia, invece, i carabinieri hanno fatto appena in tempo ad evitare il peggio. Un fioraio si è presentato come sempre davanti al mercato rionale con il suo furgone. Ma ieri mattina lo ha cosparso di benzina e ci ha appeso sopra un cartello con la scritta «finita la crisi, arrivata la miseria, ora la morte». L’uomo è stato fermato prima che portasse a termine il suo gesto disperato ed è stato portato all’ospedale.
Ma il doloroso elenco dei suicidi non conosce sosta e si ripete sempre uguale, e sempre diverso, in ogni regione e città d’Italia. Accomuna piccoli imprenditori, lavoratori dipendenti e operai. Ci limitiamo a ricordare solo le vittime degli ultimi giorni. Il 18 aprile a Bitonto (Bari) un uomo di 60 anni si è impiccato nel suo capannone. Nel suo biglietto d’addio ha scritto: «Nel momento del bisogno tutti mi hanno abbandonato». Era in difficoltà forse perché aveva dei crediti che non gli venivano saldati. Per questo aveva dovuto già licenziare alcuni suoi operai ma non voleva accettare di lasciare a casa i due dipendenti che lavoravano con lui da oltre 30 anni. Lo hanno trovato i dipendenti dei capannoni vicini che hanno visto la sagoma del suo corpo.
Un giorno prima, il 17 aprile, a Torino, un muratore di 38 anni si è recato nel suo cantiere e ha scoperto di essere stato licenziato in tronco per colpa della crisi. E’ tornato a casa, ha parlato con la moglie incinta che ha tentato di rincuorarlo. Ma poco dopo è sceso in cantina e si è impiccato con un cavo elettrico. La donna che non lo vedeva rientrare lo ha scoperto così ed è stata trasportata sotto choc all’ospedale.
Il 15 aprile, a Santa Croce sull’Arno (Pisa), il titolare di un’azienda di prodotti chimici, 65 anni, è stato trovato morto nella sua ditta. Anche lui era in difficoltà economiche. Il 10 aprile a Ortelli (Nuoro) G.P., 47 anni, imprenditore edile in crisi, si è sparato un colpo di fucile in un casolare. Lascia la moglie e tre figli piccoli. Il giorno prima, sempre nel nuorese, a Macomer, un altro lavoratore si era tolto la vita nella sua segheria, mentre nello stesso giorno, a Siracusa, un commerciante costretto a chiudere la sua attività si è impiccato con un filo di nylon.
Nessuno saprà mai fino in fondo perché una persona si toglie la vita, ma nessuno a questo punto può dubitare che la crisi uccide.

Il Manifesto – 23.04.13

http://www2.rifondazione.it/primapagina/?p=3058

Pubblicato in: banche, berlusconeide, cose da PDL, economia, lega, libertà, pd, politica

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact.


Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschifiscalc

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32908-al-comando-una-oligarchia-politico-economica-per-far/

Pubblicato in: diritti, INGIUSTIZIE, opinioni, società, violenza

i bambini non sono tutti uguali


aan-8yearold-among-victims-of-boston-bomb-atta-001-fabf6Il razzismo degli incoscienti.

 

Questa foto è di Martin, il bambino di 8 anni morto, lunedi 15 aprile, nel vile attentato alla maratona di Boston. Tutti siamo indignati e soprattutto immensamente addolorati per le tre vite stroncate e decine di altre ferite, mutilate. L’informazione globale continua a fornire dettagli dell’attentato e assicura che le autorità Usa cattureranno i responsabili per punirli in modo esemplare… Speriamo che, non trovandoli, non dichiarino un’altra guerra… ai paesi produttori di pentole a pressione.

In quest’altra foto si vedono undici bambini afghani (i nomi nessuno li ha pubblicati; tanto, undici più, undici in meno, che importanza hanno: afghani sono!) uccisi da un missile lanciato da un Drone in dotazione all’esercito di occupazione USA.

In questo caso, la stessa informazione globale è parca di notizie e ancor meno di dettagli. Risultato: quasi nessuno, specie in Occidente, sa di questa recente, ennesima strage d’innocenti. Un silenzio irreale, incosciente copre le notizie imbarazzanti.

Tra i pochi che hanno saputo, solo pochissimi si sono mostrati altrettanto addolorati per quei morti allineati sopra un tappeto e legati con lo spago, quasi si temesse che potessero alzarsi e scappare dalla guerra infinita che, come una maledizione biblica, dilania, da circa 30 anni, il loro Paese. Poveri figli! Nessuno ha chiesto alle autorità Usa di punire i responsabili sicuramente noti… Anche se, si sa, quelle autorità non avrebbero punito gli alti gradi del loro esercito e le loro ditte costruttrici di Droni e di missili.

afghanistan-bimbi-uccisi-reuters-258-80053E il mondo guarda, sgomento, a queste morti diverse, di serie A e di serie B o C. E quante altre stragi, assassinii di bambini in giro per il mondo! Nella sola “operazione piombo fuso” (una delle tante compiute dagli eserciti israeliani) furono uccisi decine, centinaia di bambini palestinesi. Eppure, non un fiore, nemmeno una lacrima per quei bambini innocenti. Salvo, poi, quando ne cade uno dell’altra parte, a pretendere cortei di capi di Stato e di governo al funerale. Anche la pietà procede a senso unico e non s’incontra mai col dolore dell’altro!

Insomma, è terribile dirlo, nemmeno di fronte alla morte, che per fortuna non fa eccezioni, c’è uguaglianza di percezione, di pietosa considerazione. Domanda: perché questa diversità di sensibilità, di reazione persino di fronte alla morte crudele di bambini innocenti? Siamo o non siamo tutti esseri umani, uguali per diritto naturale e costituzionale? Si può tergiversare intorno a questi interrogativi, ma nessuno, moralmente, potrà mai giustificare tale diversità. Tranne un razzista dichiarato o anche inconsapevole.

Domanda chiama domanda: perché il razzismo, comunque camuffato, dilaga in Occidente? Cosa sta succedendo alla “grande civiltà giudaico-cristiana”?

 

Provo a dire la mia.

Credo che il fattore religioso c’entri poco. Io penso che il “male” che oggi domina l’Occidente ossia il“neoliberismo”, finanziario capitalista e senza regole, sia riuscito a inaridire le nostre coscienze e sapienze, ad inoculare dentro di noi i semi, spietati, dell’individualismo, del rampantismo, del razzismo, del pensiero unico.

Mediante il potere dei suoi mezzi di persuasione occulta o palese (compreso questo che stiamo utilizzando) è riuscito a fiaccare, parcellizzare le società, le comunità e a ridurre gli uomini e le donne da persone a individui solitari, praticamente asociali.

Si ricorre al razzismo e ai terrorismi per imporre il disegno della “nuova economia del terrore” che dilanierà i popoli in questo nuovo secolo. Che fare? Esattamente non lo so. Bisognerebbe discuterne insieme e in tanti.

So solo che non basta recriminare. E’ da oltre venti anni che recriminiamo, inutilmente.

Se si vuole, davvero, bloccare questa pericolosa deriva e riprendere nelle nostre mani il filo della speranza, del futuro dell’umanità dobbiamo riprendere, su basi completamente nuove, il discorso del socialismo, dellacooperazione diffusa, dei diritti e dei servizi fondamentali di cittadinanza, ecc.

In primo luogo, bisogna battersi per riformare o abrogare gli attuali accordi sul commercio internazionale di merci e capitali, ricostituire la primazia dello Stato democratico, laico e di diritto, per salvare l’uomo e il Pianeta dall’ autodistruzione.

L’altro grande tema da porre sul tappeto è quello dell’uso sociale delle scoperte scientifiche e tecnologiche.La conoscenza è patrimonio comune dell’umanità, non di gruppi ristretti di ricchi speculatori ed evasori degli obblighi sociali!

Per fare tutto ciò (ed altro) è indispensabile svegliarci dal torpore asintomatico in cui siamo caduti, creare nuovi sindacati e partiti (con idee chiare, alternative) da mettere al servizio del buongoverno e della giusta lotta dei lavoratori, dei giovani, di tutti gli oppressi ossia della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, oggi, ridotta al silenzio, all’impotenza da un gruppo di potere tutto sommato ristretto e fortemente minoritario. Non vedo altra via. Pensateci!

 

http://www.agoravox.it/Attentato-di-Boston-Ma-i-bambini.html

http://www.infomedi.it/razzismo-incoscienti.htm

Pubblicato in: economia, libertà, pd, politica

Io disprezzo Giuliano Amato


amato-craxiNon sono mai stato un genio negli affari. Nella vita ho perso molto più danaro di quello che ho guadagnato. E’ appunto per questo che nella notte del 9 luglio 1992, sul mio conto corrente in Banca Commerciale, erano depositati circa 400 milioni di lire. L’importo derivava dalla vendita di una proprietà immobiliare della mia famiglia che ero stato autorizzato a cedere per coprire i debiti contratti a seguito di un’operazione imprenditoriale conclusasi in maniera fallimentare.
Fu così che io, debitore coscienzioso ma ormai praticamente sul lastrico salvato solo dalla comprensione di familiari fiduciosi, mi ritrovai a contribuire per la gigantesca cifra di due milioni e quattrocentomila lire al prelievo forzoso del sei per mille che Giuliano Amato impose retroattivamente sui conti correnti degli italiani con un decreto legge giustificato da un “interesse di straordinario rilievo”. Un prelievo ottuso, effettuato in modalità bovine, senza curarsi della contingenza che aveva portato ad assumere una certa consistenza dei depositi, senza distinguere tra le finalità dell’accumulo, senza curarsi minimamente dei danni inflitti. Fu l’esempio più palese della considerazione che Giuliano Amato aveva dei suoi connazionali: nulla.
A quei tempi, per guadagnare 2.400.000 lire con il lavoro ordinario che avevo deciso di fare, ci volevano due mesi di vita. Mi sentii derubato nella maniera più vile. In un paese normale si decidono misure anche gravi, ma con il consenso di una maggioranza parlamentare che dia un crisma di legalità. Quello di Amato fu solo un atto di barbarie giurisprudenziale, un’azione ottusa che fece retrocedere la civiltà giuridica di questo paese al tempo delle decime estorte ai contadini a colpi di alabarda. Ne ebbi tanto disgusto da riprendere con ferocia un’attività lavorativa redditizia che avevo deciso di abbandonare per questioni personali. In poco tempo recuperai il maltolto anche se più di una persona ebbe tristemente ed irreversibilmente a dolersene. Quando in una società si lede il perimetro entro il quale un uomo si sente sicuro, si mette in atto una degenerazione civile che non verrà mai compensata dalle risorse che si è riusciti a recuperare.

Se questa è la mia visione personale di quel provvedimento, vi allego un brano pubblicato da “Il Giornale” il 5 aprile 2006, quando Giuliano Amato era ancora poco gradito agli interessi dell’editore reale della testa. Lo ripropongo per intero perché ho la sensazione che i sentimenti per Giuliano Amato siano cambiati e “Il Giornale” possa avere la tentazione di oscurare i segni di un’antica inimicizia.

Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1992, indossata metaforicamente una tuta di seta nera alla Diabolik, il governo guidato da Giuliano Amato penetrò nei forzieri delle banche italiane prelevando il 6 per mille da ogni deposito. Un decreto legge di emergenza l’’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla lira, erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’’aumento dell’’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso stra per diventare una gabella ordinaria: l’’imposta comunale sugli immobili, ovverosia l’’Ici.
Con il Paese sull’’orlo del baratro, il dottor Sottile adottò misure grossier. La più nota ed esecrata fu appunto il prelievo sui conti correnti, che ebbe almeno il pudore d’essere una tantum. All’’ultimo momento, in Consiglio dei ministri, il titolare del Tesoro Piero Barucci propose, senza successo, di sostituirla con l’aumento dell’’imposta sugli interessi bancari (una proposta analoga era stata fatta dall’’allora vicedirettore di Bankitalia Antonio Fazio, preoccupato delle conseguenze della violazione notturna del risparmio nazionale). […] Le cose andarono diversamente da quanto Giuliano Amato aveva sperato: nonostante la cura da cavallo (manovra di luglio più finanziaria sfioravano insieme i centomila miliardi di lire), che portò l’’economia italiana sull’’orlo della recessione, la lira dovette uscire dal Sistema monetario europeo neppure tre mesi dopo quella notte di luglio, e nella primavera successiva il dottor Sottile si dimise. Venne chiamato Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, per formare un governo tecnico che traghettasse l’Italia fuori dalla crisi.

Gli uomini si giudicano dalle loro opere e quando le loro opere falliscono dalle attitudini che le hanno guidate. Si può sopportare un’azione sgradevole, se si intuisce che dietro quell’azione c’è un disegno ispirato che, magari non si condivide, ma si comprende. Quando invece si percepisce l’approssimazione, la mancanza di visione sistemica e l’assoluta indifferenza nei confronti dei destini individuali, allora al disagio per la prepotenza si unisce il disprezzo per chi l’ha esercitata.

Ecco, se volessi definire correttamente il mio sentimento nei confronti di Giuliano Amato, la parola più giusta è “disprezzo”. Disprezzo per una competenza millantata e mai verificata dai fatti, disprezzo per una visione miope e ragionieristica dell’economia, disprezzo per una vita da Boiardo di stato condotta senza un attimo di fulgore, nascosto dietro le lenti degli occhiali, all’ombra di uomini potenti a cui affidare la propria furbizia ferina per l’esecuzione di azioni esecrabili.

E’ per questo che l’eventuale incarico a Giuliano Amato come presidente del consiglio, dopo le modalità vergognose che hanno portato all’elezione del capo dello stato, mi sembra l’ennesimo ed intollerabile schiaffo a chi, da anni, da questo paese viene sfruttato per alimentare la colonia di parassiti che ne hanno invaso il sistema nervoso.

http://www.mentecritica.net/io-disprezzo-giuliano-amato/informazione/diritto-di-replica/comandante-nebbia/35039/

Pubblicato in: cultura, economia, estero, libertà, politica

Sognavo l’Europa


unione_europea1Sognavo l’Europa

Era il 1992, facevo le scuole superiori e sognavo l’Europa. Seguii con entusiasmo i passi che portarono alla ratifica del trattato di Maastricht, un trattato che ritenevo incompleto ma fondamentale perché, secondo la mia visione, sarebbe stato il primo mattone verso la nascita di uno Stato sovranazionale, forte, coeso e unito.
Sognavo di viaggiare, imparare le lingue e avere amici tedeschi, francesi, spagnoli e inglesi. Avrei lavorato per un po’ in questi paesi, ma poi sarei tornato a casa mia, nella mia terra, avrei fondato la mia innovativa azienda informatica e avrei cercato di rendere la mia città un posto migliore in cui vivere.

Sognavo l’Europa mentre l’Italia politica era travolta dallo scandalo di mani pulite. La gente per le strade protestava e tirava monetine ai politici, ladri e corrotti. Credevo che quello che stavo vivendo fosse un momento storico straordinario, unico e irripetibile. Qualche anno prima era caduto il muro di Berlino e poi era crollata anche l’U.R.S.S. Sognavo l’Europa anche quando bisognava votare per il referendum che avrebbe abrogato la legge elettorale proporzionale, che da anni consentiva ai soliti politici corrotti di mantenere il potere, impedendo al paese di crescere e svilupparsi. Arringavo i miei compagni di classe, chiamati come me al primo voto, affinché votassero a favore del maggioritario e contro il finanziamento pubblico ai partiti. Sono passati vent’anni da allora, sembra ieri.
Loro non erano particolarmente interessati all’argomento, mi ricordo che uno di loro per prendermi in giro mi disse: “sembri Leoluca Orlando”. Sì, il Leoluca Orlando che l’anno dopo, il 1993, sarebbe stato eletto sindaco di Palermo. Nel frattempo Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica, sceglieva due “tecnici”, prima Amato e poi Ciampi come Presidenti del Consiglio, perché il Parlamento (la cui Camera dei Deputati era presieduta da Napolitano) e i partiti che siedevano in quel Parlamento, erano ormai stati esautorati dagli scandali giudiziari
I Governi tecnici “Amato” e “Ciampi” salassarono i cittadini con tasse e gabelle, il cui scopo dichiarato era quello di risanare il debito pubblico e far entrare l’Italia nell’Europa, il grande stato sovrannazionale che sognavo. E io, che soldi non avevo, pensavo che valeva la pena, se il premio era entrare nel grande sogno. Il grande sogno che avrebbe cambiato l’Italia. Perché l’Italia stava cambiando: i vecchi partiti stavano scomparendo, assieme ai loro grigi dirigenti. Gli italiani, nei referendum, avevano abbattuto la legge proporzionale che consentiva ai partiti di decidere chi far sedere in Parlamento e il finanziamento pubblico ai partiti era stato abrogato per referendum. Pannella e il Partito Radicale andavano in piazza per restituire ai cittadini i soldi che ricevevano dai finanziamenti pubblici.

Io dicevo ai miei compagni che l’Italia non poteva entrare in Europa senza rinnovarsi e cambiare, perché altrimenti saremmo stati l’ultima ruota del carro, saremmo finiti schiacciati da economie più forti e sane, finendo per diventare la terronia della Germania. Dicevo che quel cambiamento era figlio dell’Europa, non soltanto merito nostro.

L’Europa per me era un sogno bellissimo. Da una parte l’U.R.S.S., regime totalitario che priva le persone della loro libertà, dall’altra gli Stati Uniti, paese ricchissimo ma incapace di tutelare i più deboli, una dittatura del consumismo. In mezzo l’Europa e la sua socialdemocrazia: perfetta sintesi tra lo sfrenato liberismo americano e la dittatura statale del Comunismo. Noi, Europa, faro della civiltà, avremmo insegnato la via giusta, quella che sa correlare una corretta dose di libero mercato con le necessarie tutele per i più deboli. Perché a volte deboli si nasce, raramente lo si diventa.

Sono passati vent’anni da allora. Leoluca Orlando l’anno scorso è stato eletto sindaco di Palermo, per la terza volta. La sua vittoria è stata salutata come una novità. Gli scandali hanno travolto la politica, di nuovo. Ieri un po’ di parlamentari, tutti eletti con sistema proporzionale e liste bloccate, hanno beccato qualche monetina in testa. I loro partiti sopravvivono grazie ai milioni di rimborsi elettorali pagati dallo Stato. Napolitano è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica, un po’ come successe con Scalfaro, i partiti ormai in crisi si sono nascosti dietro la sua figura istituzionale. Amato potrebbe diventare il prossimo Presidente del Consiglio. Serviranno sacrifici per restare nell’Europa, dicono. Ma io l’Europa non la sogno più, perché quella comunità di Stati che tanto agognavo, invece di rendere questo paese migliore, ha forse contribuito a renderlo peggiore. Quanto a me, sono stanco, mi sembra di vivere in un incubo fatto di specchi che ripetono all’infinito sempre le stesse immagini, fino a distorcerle a trasformarle in mostri che mi dilaniano l’anima. Per cui ho deciso di chiudere gli occhi, distogliere lo sguardo e smettere di sognare.

http://www.mentecritica.net/sognavo-leuropa/informazione/cronache-italiane/doxaliber/35047/

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Quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra


Image263Di Giuseppe Civati

Michele Serra lo scrive oggi su Repubblica.

Nella sinistra parecchie persone odiano la sinistra.

Nel senso che la combattono e la temono.

Nel senso che ogni vero cambiamento degli assetti di potere, degli equilibri sociali, della distribuzione del reddito, metterebbe a rischio il loro potere, le loro aspirazioni, i loro interessi.

Purtroppo questo pezzo della sinistra è un pezzo del Pd.

Avremmo potuto partire da Prodi e Rodotà e invece siamo partiti da Marini o Amato o qualcun altro che parlasse a Berlusconi.

E non ci siamo fermati quando abbiamo capito che su Marini non avremmo retto. No, abbiamo deciso di andare in aula così.

Non abbiamo considerato la candidatura di Rodotà perché quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra non la volevano. Non perché ci fossero altri motivi, né altre questioni.

Del resto, nel 1992 ci fu il duello tra Napolitano e Rodotà sulla presidenza della Camera, che assomiglia moltissimo alla partita attuale.

Quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra allora come oggi non se lo potevano permettere, evidentemente.

E non si potevano permettere Romano Prodi, nonostante fosse il più titolato tra i candidati e quello che avrebbe potuto evitare che il centrosinistra si dividesse.

Ora potremmo avere un presidente come lui e un premier come Fabrizio Barca e invece avremo Monti all’economia e magari Alfano a fare il vicepremier.

Perdendo Sel, per altro, il Pd sarà azionista di minoranza del nuovo governissimo (il Pdl avrà più peso elettorale, anche se sembra non averlo notato nessuno) e così il rovesciamento sarà completo.

A chi mi chiede come vorrei che fosse il Pd, rispondo così.

Che vorrei che quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra si levassero di torno, una volta per tutte. Che non è una rottamazione, ma una rivoluzione.

Che non lo vorrei spacchettato in due o tre pezzi, ma che lo terrei unito, su basi diverse, persone diverse, parole diverse.

Che chiederei a tutti quelli che se ne stanno andando di rientrare di corsa, perché possono diventare protagonisti della nuova stagione almeno quanto ora lo sono quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra.

Che non accadrà mai più che chi ha perso le elezioni rimanga a dettare legge dopo le elezioni, dicendo di voler salvare il Paese ma in realtà salvando solo se stesso.

Perché il 24 e 25 febbraio, le elezioni le hanno perse i partiti maggiori per colpa delle loro incertezze, le ha perse l’«operazione Monti» e tutti quelli che vi avevano partecipato, le hanno perse quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra, perché il M5S è nato per colpa loro.

E adesso quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra sono i più sollevati (qualcuno non riesce a celare un vero e proprio entusiasmo). Molti altri, invece, sono fuori dalla grazia di dio. O, semplicemente, fuori dal Pd.

http://www.ciwati.it/2013/04/21/quelli-di-sinistra-che-odiano-la-sinistra/

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Il Sindaco che lotta contro GOMORRA: mi hanno lasciato solo!


vitale_sindaco_pareteIl primo cittadino di Parete: ecco perché ho impedito che la processione facesse omaggio al boss

Parete(Ce)- In terra di Gomorra spesso stare da una parte è un giuramento da ripetere ogni giorno. Lo sa bene il sindaco di Parete, Raffaele Vitale, 31 anni, del PartitoDemocratico. Per lui non sono stati giorni facili dopo il gesto forte di sfilarsi la fascia tricolore, quando la processione in onore della protettrice di Parete, Maria Santissima della Rotonda, stava svoltando in una stradina, fermandosi davanti all’abitazione di un ammalato, parente del boss Bidgonetti.
E ora il primo cittadino accusa: «I vertici provinciali del mio partito mi hanno lasciato solo, mentre sui social network, attraverso profili falsi, c’è chi mi invita a vergognarmi e dimettermi per salvare la faccia o addirittura qualche consigliere comunale di opposizione mi definisce un finto perbenista».
Lo Stato invece gli ha già testimoniato solidarietà: il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, l’ha invitato mercoledì scorso a partecipare al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, complimentandosi per un atto, «che vale più di cento convegni sulla legalità». E il prefetto andrà a Parete, molto probabilmente a maggio, per far sentire la vicinanza ai cittadini, in occasione dell’inaugurazione di una mostra sulle vittime di camorra, che sarà ospitata nella villetta confiscata proprio al clan Bidognetti.
«Il mio gesto – racconta – era doveroso per dare un messaggio chiaro alla comunità. Ho voluto dire che qui ci sono istituzioni che lottano per smantellare questo substrato culturale che vede ancora un fascino nella camorra. Nulla contro la carità cristiana, ma «no» a messaggi che possono essere letti come sudditanza». Ma la camorra in città è ancora forte?
«Forze dell’ordine e polizia hanno fatto tanto qui, ma esiste ancora il fenomeno estorsivo – sottolinea – Cantieri edili e negozi sono stati presi di mira anche la scorsa Pasqua. E poi la droga è l’altro business. Ora tocca alle istituzioni fare la propria parte e togliere terreno a un modo di pensare alla criminalità con assuefazione, rassegnazione o peggio come alternativa».(Articolo di lorenzo Iuliano. Tratto da Il Mattino)

http://altocasertano.wordpress.com/2013/04/22/69212a/

Pubblicato in: pd, politica

Vita, agonia e morte di un partito mai nato


dalema-occhetto-bersani-220755_tnDal Pds di Occhetto al Pd di Bersani, passando per i Ds di D’Alema, Veltroni, Fassino e parentesi breve dell’ex Ppi Franceschini

Da vent’anni a questa parte un uomo solo torreggia alla guida del centrodestra. Dall’altra parte, invece, il turn over dei segretari è stato vertiginoso, e ciascuno ha aggiunto la sua pietra o pietruzza al monumento funebre di quello che oggi si chiama Pd.

Il primo fu Achille Occhetto però non se lo ricorda nessuno: in un rigurgito di soviettismo reale ne hanno cancellato anche la memoria. Pur di eliminare ogni pur minima traccia del suo passaggio terreno, nel febbraio 1998 cambiarono persino il nome del partito che aveva fondato sette anni tondi prima. Modifica chirurgica e mirata: eliminarono la «P» dal Pds e tutto quel che potesse ricordare il fondatore. Punto. Democratici sì, ma con quel tanto di moscovita che non guasta.

Occhetto era un di quei tipi che non sanno dove andare però ci vanno. A gente così capita di cambiare idea a ripetizione e il segretario-fondatore si guadagnò per questo l’epiteto di «ondivago». Non che fosse immeritato, ma confrontato a quelli che l’hanno seguito era un modello di tetragona coerenza.

Più che una strategia aveva in mente una visione, oltretutto tra le più fumose. Parlava di «carovane» invece di pensare alle alleanze. Profetizzava tremolanti orizzonti invece di mettersi lì a fare la conta dei voti e delle convenienze. Fu il primo, ma non l’ultimo, a rimanere vittime delle sue stesse certezze: covintissimo di avere già in tasca la vittoria nelle elezioni del 1994 e non si preoccupò più che tanto di ramazzare consensi con una campagna elettorale efficace. Berlusconi lo fece nero in due riprese: la sconfitta nelle politiche di marzo e subito dopo quella nelle europee, che gli affibbiò il colpo di grazia. Lasciò come pensate eredità l’incapacità costitutiva di adottare una linea politica precisa: il primo tra i tanti nodi arrivati al pettine negli ultimi tre giorni di passione e agonia.
Il segretario prossimo venturo, Massimo D’Alema, aspettava solo il momento giusto per sbalzare di sella l’odiatissimo rivale. Poco diplomatico, un secondo dopo i risultati delle europee gli chiari la situazione senza delicatezze: «Sei obsoleto». Lui, Massimino la Volpe, era di tutt’altra tempra. Basta baloccarsi con carovane e visioni profetiche, che la politica è una cosa seria: alleanze, giochi di corridoio, manovre tanto complicate che alla fine ci si perdeva lui stesso. Si liberò di Berlusconi in pochi mesi con metodi che chiamarli discutibili sarebbe un eufemismo, poi però lo nominò padre costituente inventandosi una bicamerale che avrebbe dovuto riscrivere la Carta. S’inventò la candidatura Prodi, lo portò al governo, poi, essendo l’indole quella che è, iniziò a brigare per farlo fuori proprio come aveva fatto con Occhetto. L’uomo è fatto così: uno di quei casi che attengono alla patologia più che alla politica.
Centrò l’obiettivo anche stavolta. Conquistò palazzo Chigi e ci passò un annetto e mezzo. Giusto il tempo di scaricare un po’ di bombe sulla ex Jugoslavia e condannare così il suo partito a certa sconfitta prima nelle Regionali del 2000, che gli costarono il governo, e l’anno dopo anche nelle politiche.

Tra tutte le eredità venefiche che ogni segretario ha lasciato al partito, la sua è di gran lunga la peggiore: la politica come intrigo e spregiudicatezza camuffata da paroloni altisonanti. Un flagello.

Mentre la volpe bombardava sia la Serbia che il centrosinistra da palazzo Chigi, al suo posto subentrava l’amico-nemico di sempre, il gemello diverso Walterino Veltroni. Aveva in mente lo stesso identico modello, una sinistra di destra, ma tutt’altro stile: quintalate di melassa pura, di quella che ti fa capire perché i cattivi di solito mettono meno paura dei buoni e cultura varia disseminata un po’ alla ‘ndo cojo cojo, come si dice a Roma. La differenza tra lui e l’eterno rivale era questione di facciata, se non per la capacità del nuovo segretario di cadere sempre e comunque in piedi. Mentre il suo partito correva come un treno ad alta velocità verso la tranvata elettorale del 2001 il pilota saltò giù all’ultimo secondo per andare a fare il sindaco di Roma. Impagabile.

Però al peggio non c’è mai fine, così nel 2001 l’ambito scettro passò nelle scheletriche mani di Piero Fassino, quello che quando parla un dirigente Fiat va in deliquio per default. Della sua segreteria si ricorda poco: giusto le crisi isteriche, peraltro frequentissime e una telefonata con una banca per argomento che gli costò qualche milione di voti. Evviva, abbiamo una banca! Per il resto fece un onesto sforzo per rendere i Ds moderni, cioè pronti a vendersi mamma, nonni e amato micio in nome della compatibilità. Il dirigente che ogni salariato e precario incontra quando dorme. Si chiamano incubi.

Tra una sbraitata e l’altra, l’adoratore del Lingotto portò i Ds all’appuntamento con la fondazione del partito numero 3, il Pd, poi passò la guida al redivivo Walterino, che accetto giusto per senso di responsabilità: «Volevo andare in Africa a fare il missionario, ma se la patria chiama…».

Appena insediato il risegretario iniziò a mitragliare il governo Prodi, che aveva fretta di tornare al voto. Per sostanziare la sua bizzarra teoria sociale piazzò come capolista nel Veneto Massimo Calearo, industriale dai denti a sciabola, uno che Forza Italia ce l’aveva nel cuore e, dicono, persino nella suoneria del telefonino. Scaricò la sinistra, che ci mise del suo per identica miopia, scoprì la «vocazione maggioritaria», grazie alla quale consegnò al Berlusca una maggioranza mai vista nella storia patria. Un geniaccio.
L’ultimo segretario Bersani il Crocefisso, ha commesso errori a valanga e chi mai lo negherà? Ma se avesse vicino un avvocato difensore invece che solo avvoltoi otterrebbe facilmente le attenuanti. Il Partito che ha ereditato dai suddetti gentiluomini era quello che era. Le corde che lo stanno strangolando erano state tese da quindici anni e da sei segreterie (senza contare la segreteria pro-tempore Franceschini, la più anonima e forse la meno dannosa). Non è stato capace di raddrizzare la barra. Non ci ha nemmeno saputo provare. Però non era facile. Forse non era possibile.

ANDREA COLOMBO (IL MANIFESTO)

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/21/32920-vita-agonia-e-morte-di-un-partito-mai-nato/

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Non è un golpe, è una resa


napolitano21-112844_159x159di Marco Revelli –

Da oggi l’Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c’è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando. E se la prima volta poteva apparire ancora “umana”, la seconda volta – con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità – è senz’altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C’è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d’eccezione. Una sospensione della forma di governo… Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D’ora in poi – e in un momento socialmente drammatico – Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com’è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un’estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.
 
il manifesto 21 aprile 2013
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Caffaro, la fabbrica che ha avvelenato Brescia


2961-pcb-caffaro-che-cosa-hanno-detto-politici-e-tecnici-in-tutti-questi-anni-di-disastro-ambientale.coverL’inchiesta di Presadiretta sull’inquinamento da Pcb nella città lombarda, dove i tumori sono aumentati in maniera esponenziale negli ultimi anni. A produrre il “veleno” era la Caffaro, chiusa a metà anni ’80. Nei pressi della fabbrica c’è una scuola, dove agli alunni è proibito andare nel verde

A Brescia c’è una emergenza sanitaria che tutti nascondono e che riguarda direttamente 25mila tra uomini, donne e bambini. Sono gli abitanti della zona che si estende a sud della Caffaro, la fabbrica adesso chiusa che dagli anni trenta fino a metà degli anni 80 ha prodotto migliaia di tonnellate di Pcb (policlorobifenili), al pari della diossina un pericoloso cancerogeno, sversandone centinaia di tonnellate allo stato puro nell’ambiente circostante.

Coinvolta è tutta la popolazione di Brescia, visto che in 50 anni di continuo inquinamento il Pcb è entrato nella catena alimentare, tramite le verdure, la carne, il latte e anche attraverso l’allattamento materno. Secondo Philippe Grandjean, il più grande studioso delle conseguenze nell’uomo della contaminazione da diossine e Pcb che siamo andati a intervistare a Boston, nella Harvard University dove insegna e fa ricerca, “più della metà del Pcb depositato nel grasso della madre passa al neonato tramite il latte materno”. La vicenda è conosciuta almeno da dieci anni, da quando cioè nel 2002 il sito Caffaro è entrato a far parte ufficialmente dei siti di interesse nazionale individuati dal ministero dell’Ambiente come sito fortemente contaminato da Pcb e quindi da bonificare. Quelli che invece sono nuovi sono i dati sull’insorgenza dei tumori, che questa sera vi mostreremo per la prima volta in Presadiretta.

Sono il risultato di una recente ricerca svolta da Paolo Ricci, epidemiologo della Asl di Mantova che segue il sito Caffaro da quando si è scoperto il grave inquinamento. La ricerca è stata realizzata dall’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il Registro nazionale dei tumori, ed è quindi uno studio importante. Finora la Asl di Brescia aveva condotto negli anni studi sulla mortalità per malattie tumorali nella città, a confronto con quella media del nord dell’Italia e per questa strada aveva già registrato un aumento quasi del doppio di tante forme tumorali, ma la particolarità e l’importanza di questo studio è che rende conto della incidenza dei tumori a Brescia, “la mortalità risente della velocità di una popolazione ad ammalarsi ma anche del livello di assistenza mentre l’incidenza ci dice esclusivamente del rischio.

È quindi più puntuale e precisa sul rischio che i cittadini di Brescia hanno di ammalarsi di tumore”, ci spiega Paolo Ricci che ho invitato in trasmissione perché raccontasse quello che ha scoperto. Nella sua ricerca il tumore maligno alla tiroide segna un più 49 per cento di incidenza a Brescia rispetto al Nord Italia, il linfoma non hodgkin più 20 per cento, il tumore al fegato il più 58 per cento, mentre infine il tumore al seno schizza al 26 per cento in più. Secondo Ricci la correlazione tra questa maggiore incidenza e il Pcb è più che probabile, visti i risultati della ricerca scientifica internazionale, ma date anche le incredibili dimensioni dell’inquinamento dei terreni a sud della Caffaro rilevati dai tecnici del ministero dell’Ambiente e dell’Arpa.

Per i dati vale quello che ci ha detto Grandjean quando ci ha raccontato i risultati delle ricerche sugli effetti del Pcb sui quali lavora da più di venti anni : “È ormai provato che il Pcb provoca il cancro, in particolare cancro al seno, tumori del sangue e tumore al fegato. Ma fa anche molto di più: è collegato allo sviluppo del diabete e secondo le nostre ricerche impedisce il corretto sviluppo del cervello dei bambini, i bambini esposti al Pcb hanno capacità cognitive ridotte. Ma abbiamo visto anche che attacca il sistema immunitario del nostro corpo indebolendolo, aprendo la strada a diverse malattie”. Grandjean dà un giudizio senza appello: “Questo tipo di inquinamento va trattato come un serio problema di salute pubblica che richiederebbe una immediata bonifica perché espone la popolazione a malattie mortali”. Per quanto riguarda la dimensione, e l’estensione dell’inquinamento a Brescia, abbiamo ricostruito quartiere per quartiere l’incidenza del Pcb, nei terreni tra le case, nei parchi pubblici, persino vicino alle scuole elementari che i bambini continuano a frequentare.

Che cosa è stato fatto finora? Pochissimo. Un’ordinanza del Comune, in vigore da dieci anni, vieta alle persone che vivono nelle zone contaminate di passare sulle superfici non coperte da asfalto o da cemento, mentre la bonifica non è mai partita perché la Caffaro è una società fallita, una scatola vuota senza soldi e al ministero dell’Ambiente risorse non ce ne sono. Ma soprattutto, tranne pochi comitati, non si è voluto prendere atto di questa situazione, come se l’emergenza sanitaria non esistesse, un silenzio che a Presadiretta vogliamo squarciare.

di Riccardo Iacona

da il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2013

video della puntata

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Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi


giovanardi-300x147 (1)di Filippo Vendemmiati

Onorevole, di Lei non posso nemmeno dire che ha la fronte inutilmente spaziosa, come in un memorabile fondo sull’Unità Fortebraccio descrisse il socialdemocratico Antonio Cariglia, perché la laurea in giurisprudenza le ha consumato pure quella. Siede in parlamento da 21 anni,  ha reso servizio alla patria nell’Arma dei carabinieri, ex democratico cristiano, oggi fedele nei secoli a Berlusconi che l’ha fatta ministro e sottosegretario alla presidenza del consiglio, tanto per citare solo alcune delle tante cariche governative. Ma non per questo sarà ricordato. Lei, onorevole Giovanardi, cattolico praticante, così dice, passerà alla storia come il più implacabile fustigatore di vittime prive diritto di replica, essendo scomparse per morte violenta. La madre di Federico Aldrovandi ha deciso di querelarla e spero faccia altrettanto Ilaria Cucci per le accuse false e infamanti indirizzate ai loro famigliari, il figlio Federico e il fratello Stefano. Non so quale diabolico tormento la porti ad insultare così gratuitamente, senza nemmeno il ritegno della umana pietas che la sua fede, sempre invocata, dovrebbe suggerirle. Lo confesso, la sua persona mi provoca fastidio, perché la sua volgarità questa volta ha superato ogni limite.  Non per questo mi sottraggo al mio compito,  sempre più difficile e vituperato, anche a ragione di questi tempi. Il compito di informare, di rendere noti senza pedanteria anche a Lei alcuni fatti. Le lascio questo piccolo promemoria. Se crede, lo rilegga due o tre volte come una  preghiera prima di addormentarsi. Forse sognerà un ragazzo di 18 anni, massacrato di botte senza “un motivo apparente” da quattro agenti di polizia che le verrà incontro e sorridendo le dirà:

– 1 Mi chiamo Federico Aldrovandi, e non Aldovrandi.
– 2 Mia madre è dipendente comunale, mio padre ispettore di polizia comunale, mio nonno carabiniere.
– 3 Non sono un eroinomane come Lei disse di me in parlamento da ministro nel febbraio del 2006
– 4 Quella sera non ero ubriaco, né drogato. Lo confesso, mi ero fatto due canne.
– 5 Quando arrivai nel giardinetto di via Ippodromo a Ferrara, c’era già parcheggiata una volante con due agenti a bordo
– 6 E’ scoppiata una lite violenta, ma non posso dirle perché, la verità la devono scoprire gli uomini in terra.
– 7 Mi hanno picchiato in quattro per almeno mezz’ora, manganelli (due si sono rotti), calci e pugni. L’autopsia ha riscontrato 57 ferite compatibili con azioni violente. Un vostro giudice ha scritto: “Per ognuna di queste ferite sarebbe stato possibile aprire un procedimento per lesioni colpose”.
– 8 Ho chiesto aiuto invano, non credevano che mi chiamassi Federico, uno li loro mi ha scambiato per un extracomunitario, mi sono saliti sulla schiena con le ginocchia, mi è mancato il respiro e sono morto
– 9 Poi sono stato ucciso anche altre volte: quando mi hanno lasciato per ore sull’asfalto, senza rispondere al mio cellulare quando chiamavano i miei genitori. E’ stato allora che mi hanno fotografato. Che brutta foto! L’ho vista per la prima volta nelle manifestazioni portata in giro dai miei amici. Ah è vero, lei non lo può ricordare perchè non c’era. Poi quella foto è entrata anche nelle aule dei tribunali. Io ricordo solo una sensazione di caldo attorno alla mia testa,  l’odore di sangue e la durezza dell’asfalto. Magari, onorevole, mi avessero messo un cuscino sotto la testa, pensi non mi hanno nemmeno coperto con un lenzuolo.

Tutto qui, non voglio tediarla. Le chiedo solo un piccolo favore personale:  non è necessario credermi, magari un giorno ci incontreremo e avremo più tempo per conoscerci e spiegarci. Nel frattempo il favore è un altro: per cortesia, onorevole Carlo Giovanardi, lasci in pace i miei genitori, Patrizia e  Lino,e mio fratello Stefano. Dio quanto mi mancano, lei non può immaginate quanto!

Buona Pasqua. Federico

31 marzo 2013

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi

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Lettera aperta al ministro Severino


luciauva-182x300 (1)Cinque anni fa ho denunciato pubblicamente alla Procura della Repubblica di Varese quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 a mio fratello Giuseppe Uva. Mio fratello e’ morto proprio per quanto ha dovuto sopportare quella notte. Il giudice di Varese ha stabilito questo , e , ha ordinato di scoprire il perché Giuseppe e stato portato e trattenuto in caserma senza un verbale di fermo, senza un verbale di arresto , e senza un verbale di identificazione.

Lo stesso giudice , aveva ordinato di scoprire per quale motivo quella notte , dall’ano di mio fratello e’ uscito tanto sangue da imbrattare i suoi pantaloni con una macchia di 16 cm x 10 all’altezza del cavallo.
Un testimone ha dichiarato di averlo sentito urlare per ore e , di aver sentito dire dai carabinieri che lo stavano picchiando.

Quel testimone chiamo’ quella notte il 118 .. ma dalla caserma l’intervento venne respinto.
Il giudice ha ordinato anche di fare indagini su un t.s.o. ( TRATTAMENTO – SANITARIO – OBBLIGATORIO ) disposto dal sindaco Fontana di Varese quanto meno dubbio.
Dopo tutto questo cinque anni fa era stato aperto un fascicolo dal procuratore capo Grigo.

Il giudice di Varese l’anno scorso ha sollecitato e intimato la procura di fare indagini , dicendo espressamente che noi avevamo il sacrosanto diritto umano di sapere cosa e’ successo quella notte al nostro caro.
Bene signor ministro, non solo il PM Abate non ha fatto (ed ora lo posso dire ) nulla, ma proprio nulla di quanto era suo dovere fare su ordine del giudice, ma lo ha pure dichiarato pubblicamente , ed ha pure insultato il giudice.

Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono i g.i.p., infatti la notizia di reato riguardante le torture subite da mio fratello , non deve essere sottoposta all’esame del g.i.p.

Al g.i.p. Il Dott. Abate porta imputati accusati di colpa medica, ma nessuno di quelli che hanno usato violenza su Giuseppe, nessuno di quelli che lo hanno sequestrato, portato e trattenuto contro la sua volontà nella caserma dei carabinieri.

Nemmeno per chiedere l’archiviazione perché sa Benissimo che nessuno lo archivierebbe mai.
Siccome però , sul tavolo dell’Avvocato generale di Milano vi era una istanza di avvocazione presentata dai miei legali proprio su quel fascicolo n. 5509 , con indagati da identificare da due anni, per evitare che gli venisse sottratto , portò su quello stesso fascicolo a giudizio me e i giornalisti delle Iene per diffamazione.

Ma vede Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono proprio i g.i.p., perché vedrà  che io e le Iene andremo a giudizio direttamente, senza passare dalla necessaria udienza preliminare, dal suo amico presidente del tribunale.
Signor ministro, io sono disperata, mi dicono che il dott. Abate è molto potente e molto protetto , ed in effetti me ne ha fatte di tutti i colori , buttando fuori me Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi più volte dal tribunale senza motivo, e addirittura accusandomi di avere provocato io il sangue che usciva dall’ano di mio fratello già cadavere.

Tutto quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 , viene cestinato dal PM in una ormai prossima archiviazione , in barba ad ogni principio della obbligatorietà dell’azione penale.

La mia denuncia di allora viene portata ai g.i.p. con imputati ed accuse che nulla c’entrano con quello che è successo nella caserma dei carabinieri.
Io di legge non ne capisco proprio nulla , ma posso dire che provo rabbia, dolore, ma anche paura.
Varese e’ una città  piccola e il PM Abate mi ha già  fatto capire a suo modo che la farà  pagare a me, ai miei avvocati e ai miei più vicini amici.
Tanto quello che è successo a Giuseppe non verrà  mai portato in un’aula di tribunale.
La prescrizione si avvicina e qui a Varese lo Stato non esiste per noi.
Con rispetto.
Lucia Uva

1 aprile 2013

Lettera aperta al ministro Severino

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Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

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Monti: L’epilogo umiliante di un uomo piccolo piccolo


mario-monti4-478x32011Un giorno si ricorderà Mario Monti per l’eccezionale parabola che ha accompagnato il suo destino politico. Dal suo ingresso nelle camere, direttamente col laticlavio a vita, alla presidenza di un consiglio di ministri incaricato nientemeno che della “salvezza della patria”, con i primi tentennamenti in casa e all’estero per passare ad una campagna elettorale che definire poco dignitosa è esercizio di pietoso eufemismo.

Il tutto chiuso da una relazione sulla questione dei fucilieri di marina che Brunetta, personaggio sovente supponente ma dalla retorica sempre efficace, ha sagacemente definito per metà grigia relazione burocratica e per l’altra metà opera di vile scaricabarile dove ad aver preso la decisione di tornare in India risultano essere stati gli stessi marò e le dimissioni del ministro degli esteri presentate “a sua insaputa” (di Monti). Il tutto condito con una punta di maligna insinuazione nella quale si è inteso pregiudicare un eventuale futuro politico per Terzi. Insomma uno spettacolo che è sembrato indecoroso ed umiliante anche in un aula dove si sono viste e sentite cose che ancora oggi fanno arrossire.

La figura di Monti e dei suoi dilettanti allo sbaraglio che fra lacrimuccie e affermazioni discutibili hanno deliberato su imposte, tasse, pensioni, mercato del lavoro e questioni internazionali mi appare ora così triste da farmi ripensare seriamente alle modalità con le quali si è concretizzato il loro insediamento. Un appannamento del metodo democratico non è mai un’occorrenza gradevole, ma se è compensata dall’emergere di grandi personalità può avere dei risvolti in grado di mitigare il disappunto.
Invece la sospensione della democrazia di cui siamo stati vittima ha partorito una rappresentanza della vacua borghesia dai doppi cognomi che presidia sterilmente da decenni i salotti italiani mangiando pasticcini e pontificando su supposte competenze e nobiltà. Un gruppo di burocrati superbi ed incapaci capitanati dal grande Mario Monti, un uomo che si è rivelato professionalmente discutibilepoliticamente mediocreed umanamente deprecabile. Al suo confronto, anche quel gran gaglioffo di Silvio Berlusconi appare meno ipocrita, proletario, più “sincero” nella sua palese disonestà e sicuramente dotato di un carisma per ordini di grandezza superiore.

Ecco, forse fra le tante cose sarà questa quella che non perdonerò mai a Mario Monti. Per un istante mi ha fatto pensare a Berlusconi in termini positivi come vittima di un’immeritata ingiustizia. E’ stato un attimo, è durato poco, ma non mi è piaciuto lo stesso.

Vade retro Monti. Vade retro.

Monti: L’epilogo umiliante di un uomo piccolo piccolo

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Le spese folli della Lega in Friuli… tutto rigorosamente verde!


01822504-04Polenta, calzature, vestiti, casalinghi, cravatte verdi. C’era un po’ di tutto nella lista della spesa del gruppo della Lega Nord alla Regione Friuli Venezia Giulia finita sotto la lente di ingrandimento della procura di Trieste. Insieme ai rappresentanti di altri partiti seduti in consiglio anche il vertice del Carroccio deve rispondere dell’accusa di peculato per essersi servita di fondi pubblici per uno scopo ben diverso da quello per il quale era stato elargito il contributo. I legali del capogruppo leghista Daniele Narduzzi hanno presentato una memoria difensiva per spiegare gli strani acquisti e respingere le accuse chiamando spese di rappresentanza orecchini, i portachiavi, le felpe, le t-shirt, collanine e braccialetti che venivano distribuiti in occasione delle feste padane. Ma se le giustificazioni per queste spese lasciano perplessi,   le spiegazioni per gli altri prodotti ci portano in un mondo surreale. Gli articoli sportivi definiti «acquisti legati alle premiazioni in cui i consiglieri partecipano per divulgare notizie sulle attività svolte e raccogliere informazioni e proposte su possibili modifiche di normative regionali in materia». Superata anche l’impasse dei casalinghi: «Sono in realtà acquisti in negozi bazar e riguardano oggetti utilizzati per supporto dell’attività politica. «Trattasi – si legge – di vasellame, piatti e bicchieri e anche di stoviglie indispensabili nelle cucine delle feste politiche». E ancora: «L’acquisto indicato come Nelly 33cm non è un elettrodomestico ma un pupazzetto verde arancio usato come mascotte. Idem per il pupazzetto Maxi Nina».

Poi ci sono il cibo per gli animali e un biglietto per la lotteria… anche questa attività di propaganda? I loro elettori sono cani?

http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/03/28/le-spese-folli-della-lega-in-friuli-tutto-rigorosamente-verde/

 

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SQUADRACCIA MOBILE


mamma2Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio

Caro Federico, è pazzesco, assurdo ed inconcepibile difenderti ancora e ancora dal male, nonostante lo Stato attraverso “brave persone” ti abbia chiesto scusa.”, lo scrive su Facebook Lino Aldrovandi, papà di Francesco, il ragazzo di 18 anni la cui storia – purtroppo – conosciamo tutti fin troppo bene.

Ieri pomeriggio gli agenti del Coisp (sindacato di polizia “indipendente”) di Ferrara hanno manifestato sotto la finestra dell’ufficio di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, la loro “solidarietà ai quattro agenti di polizia condannati per l’omicidio di Aldrovandi. “La legge non è uguale per tutti. I poliziotti in carcere, i criminali a casa. Solidarietà, amicizia, speranza, affetto per Luca, Paolo, Monica, Enzo”, recitava il loro striscione.

Una “coincidenza” che in tanti hanno chiamato per quella che è: una volgare provocazione. A cominciare dal sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, che ha cercato di convincere i poliziotti a spostarsi di qualche decina di metri, “per evitare strumentalizzazioni”. Nel frattempo, Patrizia Moretti era scesa in strada con la foto di suo figlio, il volto rigato di lacrime. Alla vista della foto del ragazzo massacrato i “manifestanti” si sono voltati di spalle quindi, finalmente, se ne sono andati.

Oggi il padre di Federico difende l’intervento del sindaco Tagliani, attaccato tra l’altro dall’europarlamentareSalato: “Onore al Sindaco Tagliani, onore al Sindaco Sateriale, onore al Capo della Polizia, onore al Ministro degli Interni prof. Giuliano Amato che in questa storia, come uomini delle istituzioni si sono prodigati di ricucire uno strappo “infame” e odioso sotto tutti i punti di vista”.

Lino Aldrovandi non risparmia parole forti per gli agenti del COISP, “squadraccia mobile” secondo la copertina de il Manifesto di oggi:

“ha visto questa grigia o meglio “nera” mattina delle persone che dicono di essere dei poliziotti girare le spalle ad una madre a cui loro colleghi un vigliacco, infame e bastardo 25 settembre 2005, hanno soffocato, bastonato e alla fine ucciso senza una ragione un figlio. Non riesco a sopportarlo umanamente parlando. Vorrei chiedere semplicemente loro se si fossero comportati così, invertendo le parti. Non credo, forse sarebbero loro in galera se quella persona a terra fosse stato carne della loro carne. Non esiste destra o sinistra, esiste il rispetto della vita, forse questo sfugge a molti. Voltare le spalle non è rispetto della vita, è indifferenza…., uccide come quella maledetta mattina”

Il padre di Federico chiude poi augurandosi che il Ministro Cancellieri prenda opportune misure disciplinari di fronte ad un gesto inspiegabile ed assurdo.

Un abbraccio al mio Sindaco e uno meraviglioso ad una mamma, forse un po’ mamma di tutti, ma soprattutto di Federico.

Lino Aldrovandi, papà di Federico

Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio – AgoraVox Italia.

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Le verità nell’urna


no-austeritadi Marco d’Eramo, da Tageszeitung, 1 marzo 2013

Nei castelli medievali toccava ai giullari dire al sovrano le verità più scomode. Oggi, nelle cancellerie e nelle grandi banche europee l’amara verità giunge dai “clown” italiani, come li ha definiti il socialdemocratico Peer Steinbrück. Se infatti non ci si limita a ironie giustificate ma futili, nell’esito delle elezioni politiche a sud delle Alpi si possono leggere alcuni messaggi forti, forse forieri di tempeste, certo istruttivi.

Il primo messaggio è la netta sconfitta, anzi la batosta memorabile che ha subito una certa Europa, quella della Trojka, dei banchieri di Francoforte e della cancelliera Angela Merkel. Non solo il candidato di quest’Europa, Mario Monti, è stato polverizzato, restituito al ruolo marginale e riportato nelle aule universitarie da cui proprio quella certa Europa l’aveva tirato fuori per imporlo all’Italia come premier contro ogni legalità democratica (non dimentichiamo infatti che, per quanto non piaccia a nessuno, Silvio Berlusconi fu costretto – con un vero e proprio golpe istituzionale – a dimettersi da primo ministro nonostante godesse della maggioranza parlamentare più solida di tutta la storia repubblicana italiana, cioè da 65 anni a questa parte).

Ora Mario Monti ha perso malgrado l’appoggio di tutto il gran padronato italiano (era sostenuto dal boss della Fiat Sergio Marchionne, dal presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, dall’ex Ceo della più grande banca italiana Corrado Passera), dell’Europa filotedesca e di tutta la finanza internazionale (Monti era stato consulente della più grande banca privata mondiale, Goldman Sachs). Non solo: Monti è stato sconfitto malgrado l’aperto sostegno delle gerarchie vaticane e della Conferenza episcopale italiana: corollario non secondario di questa prima lezione è che l’influenza della Chiesa cattolica sulle elezioni italiane è largamente sopravalutata sia dai politici che dal mondo dell’informazione.

Ma la sconfitta della Trojka, della Merkel e dell’Europa dei banchieri appare ancora più eclatante se si valuta il voto italiano in un’ottica comparativa: tra i paesi “deboli” dell’Europa – i cosiddetti Piigs, alias Club Méd –, l’elettorato italiano è l’unico che abbia resistito alle pressioni venute dal Nord e abbia espresso una maggioranza assoluta contraria all’austerità tedesca. Nel regime di “capitalismo reale” che vige in Europa, gli italiani sono i primi che osano sfidare le minacce finanziarie dei “banchieri fratelli”, un coraggio che non hanno avuto né i greci, né gli spagnoli, né i portoghesi, che tutti hanno finito per esprimere disciplinate maggioranze prone agli ordini di Francoforte e Berlino. E anche la ben più potente Francia ha osato esprimere un disaccordo solo sussurrato quando ha eletto presidente François Hollande.

In Italia invece le tre formazioni che hanno fatto campagna forte contro l’austerità, contro la Merkel, contro “la dittatura dello spread” hanno ottenuto complessivamente il 57% dei suffragi per la Camera dei deputati, cioè una solidissima maggioranza assoluta: parlo della Coalizione di Centrodestra (29,18%) guidata da Berlusconi, del Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo (25,55%) e di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia (2,24%). Il messaggio anti-tedesco è espresso bene da un manifesto elettorale della destra affisso sui muri di Roma in cui campeggia la scritta: “Il governo dell’Italia lo decidono gli italiani” sovrimpressa all’immagine di Monti che stringe la mano a Merkel.

Il messaggio è chiaro: sta scemando il potere delle cancellerie e delle banche europee di piegare gli elettori europei alla propria austerità. Forse altri popoli seguiranno i clown italiani.
Ma dai giullari giunge un secondo messaggio e riguarda il populismo: negli ultimi anni ha infatti prevalso la fastidiosa tendenza a tacciare di populista qualunque aspirazione popolare. Vuoi la sanità per tutti? Sei proprio un populista (soprattutto negli Stati uniti). Vuoi la tua pensione indicizzata sull’inflazione? Ma che razza di populista! Vuoi poter mandare i tuoi figli all’università senza svenarti? Lo sapevo che sotto sotto eri un populista! Quando ti appiccicano quest’etichetta addosso non riesci più a staccartela, hai voglia a dire che tu stai esprimendo solo sacrosante aspirazioni popolari. Ebbene, domenica scorsa gli italiani hanno eletto una maggioranza di populisti, per quanto pittoreschi come Grillo, perché – a torto o a ragione – sembravano loro gli unici che rappresentassero le esigenze popolari.

Come ha scritto il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: “Senza cercare di difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre questa ovvia domanda: ‘Quella che oggi passa come politica di maturo realismo cosa ha fatto esattamente di buono in Italia o, se è per questo, in Europa nel suo insieme?’ Perché Monti era a tutti gli effetti il proconsole insediato dalla Germania per imporre austerità a un’economica già anemica; la volontà di perseguire un’austerità illimitata è ciò che definisce la rispettabilità nei circoli politici europei”. Ora i clowns italiani hanno mostrato a tutta l’Europa che a forza di restare sordi alle rivendicazioni popolari si rischia di farsi governare dal populismo (un rischio già sperimentato durante un’altra crisi economica).

L’ultimo messaggio infine è che pare tramontata l’ora della corsa al centro. Si sfarina la dittatura del moderatismo. Tutti i parrucconi della politologia mondiale ci hanno ammorbato per decenni con la litania secondo cui “le elezioni si vincono al centro”, che per vincere bisogna tagliare le ali estreme ed essere “moderati”. Già George Bush jr. aveva mostrato negli Stati uniti che questo luogo comune era falso. Adesso gli italiani ce lo confermano. Magari si può governare al centro, ma certo non si possono vincere le elezioni con posizioni centriste. Non con un 36 % di giovani disoccupati (Italia), tanto meno col 50% come in Spagna o il 60% come in Grecia (ma anche la suscettibile Francia è al 20 %). Per questi giovani non ci sono soluzioni moderate e centriste che tengano.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-verita-nellurna/

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Le battaglie sono giuste anche quando si perdono


Umberto-Ambrosoli-300x254Le battaglie sono giuste anche quando si perdono. …

ma direi anche che le battaglie giuste le si porta avanti fino a che non si vince. Bob Dylan – The times they are a changin’

http://www.neltempodiunacanzone.com/2013/02/27/ambrosoli-o-male-accompagnati/#more-65

DAL BLOG DI GIULIO CAVALLI

“Le battaglie sono giuste anche quando si perdono” è la frase (bellissima) che Umberto Ambrosoli racconta di avere detto a suo figlio ed è la caratura di una persona che dal punto di vita etico, umano e di storia personale ha da insegnare molto, a tutti.

Poi c’è il lato politico, ma questo è meglio valutarlo appena si abbassa la polvere perché a caldo si rischia di non riuscire a vederne tutti i lati. Roberto Maroni ha vinto con più di 4 punti di scarto, sostenuto dalla tenuta di PDL, Lega e la sua lista civica mentre nel centrosinistra tiene il PD e la Lista Civica di Ambrosoli, Albertini sparisce e Il Movimento 5 Stelle incassa un 13,62 per niente inaspettato anche se più basso della media nazionale. La sconfitta non ha bisogno di appello ed è una sconfitta che arriva in una Lombardia che già si era sbriciolata nella credibilità: una traversa a porta vuota, mi scriveva ieri qualcuno.

SEL si attesta sul 1,80%: una percentuale con cui non si può fare politica. Punto. Al di là della scomparsa del partito dal Consiglio Regionale (quindi non sono stato eletto, no) rimane il senso del progetto politico che ora è da considerare sul serio. Abbiamo fatto una campagna elettorale difficile e intensa ma perdente e riconoscere la sconfitta è il punto da cui ripartire per un’analisi collettiva.

Io posso intanto ringraziare i tanti che mi hanno votato e dato fiducia e chi si è speso con tutte le forze ( penso a Odetta, Leonardo). Ora è il tempo di pensare. Con calma.

http://www.giuliocavalli.net/2013/02/27/le-battaglie-sono-giuste-anche-quando-si-perdono/

 

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Chi mangia sulle carceri-lager


620x413xl43-carcere-cella-120629124907_big-pagespeed-ic-gyimqqr2yrMentre in galera le condizioni sono sempre più disumane, emergono le spese folli dei suoer dirigenti: foresterie con Jacuzzi in terrazzo, tivù da sessanta pollici e tappeti persiani (ma anche scopini da bagno pagati 250 euro l’uno)

di Lirio Abbate

Il vitto di un detenuto costa allo Stato meno di quattro euro al giorno, una somma che dovrebbe garantire tre pasti quotidiani. Ma non sempre le imprese che si aggiudicano gli appalti per cifre così basse riescono a garantire quantità e qualità del cibo che viene distribuito nelle celle. E così i reclusi devono arrangiarsi, con i viveri che ricevono dalle famiglie o con le merci acquistate a carissimo prezzo negli spacci delle case di pena.

Una situazione che condiziona la vita delle oltre 65 mila persone rinchiuse nelle prigioni italiane, in strutture che dovrebbe ospitarne al massimo 47 mila. Allo stesso tempo, però, alcuni magistrati al vertice dell’amministrazione penitenziaria godono di benefit scandalosi: hanno diritto ad appartamenti anche nel centro di Roma con un canone di sei euro al giorno, acqua, luce, gas e pulizie compresi, che non tutti però pagano. Un privilegio che, come nel caso di Gianni Tinebra da sette anni procuratore generale a Catania, mantengono anche dopo avere lasciato l’incarico. E per arredare queste foresterie non si risparmia sui lussi: sul tetto-terrazza di una è stata installata una Jacuzzi con idromassagio, in salotto ci sono tv da sessanta pollici costate duemila euro, sui pavimenti tappeti persiani e si arriva alla follia di far pagare 250 euro lo scopino di un bagno.

L’elenco di queste spese “fuori norma” è stato depositato ai pm di Roma e alla Corte dei Conti che hanno avviato indagini. Ma è solo uno dei paradossi di un sistema carcerario che continua a essere una vergogna italiana. I nostri penitenziari sono una discarica di esseri umani dove non solo è negata ogni possibilità di rieducazione ma viene umiliata anche la dignità delle persone. «Più volte ho denunciato l’insostenibilità di queste condizioni ma i miei appelli sono caduti nel vuoto», ha dichiarato il presidente Giorgio Napolitano nella storica visita a San Vittore del 7 febbraio. Il dramma è stato praticamente ignorato dalla campagna elettorale, con l’unica eccezione dei Radicali, soli a portare avanti una battaglia di civiltà per l’amnistia: un provvedimento che il capo dello Stato ha detto di essere stato pronto a firmare «non una ma dieci volte».

A testimoniare quanto sia paradossale la situazione bastano pochi dati: ogni anno lo Stato destina due miliardi e ottocento milioni per l’amministrazione penitenziaria, ma l’88 per cento finisce negli stipendi del personale. Un altro 7,3 per cento viene impegnato per il vitto dei detenuti e così rimane meno del 5 per cento per qualunque altra necessità: 140 milioni per la benzina, le vetture, le divise, gli arredi, la manutenzione e le ristrutturazioni. Insomma, non ci sono fondi per mettere mano alle terribili condizioni delle prigioni, spesso ancora ospitate in monasteri ottocenteschi o vetuste fortezze. Se si investisse poco meno di 200 milioni di euro sulla ristrutturazione, come spiegano funzionari del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, si potrebbero ottenere subito nuovi posti per garantire spazi a 69 mila detenuti, solo per il circuito maschile: basterebbe puntare su un ampliamento degli istituti, senza impegnarsi nella costruzione di altre carceri.

La direzione generale risorse del Dap ha fatto un calcolo di quanto servirebbe per fronteggiare l’emergenza edilizia. La proposta è stata illustrata nei mesi scorsi al Consiglio d’Europa che si è svolto a Roma. Secondo il Dap oggi il valore convenzionale degli immobili è di circa cinque miliardi di euro: ci vorrebbero 50 milioni l’anno per la manutenzione ordinaria e 150 per quella straordinaria. La cronica carenza di stanziamenti oggi ha azzerato gli investimenti per nuovi padiglioni e l’assenza di manutenzione ha determinato la chiusura o il completo abbandono di intere sezioni che «attualmente si trovano in condizioni strutturali e igieniche assolutamente incompatibili con le finalità penitenziarie per cui gli spazi a disposizione dei detenuti si sono ulteriormente ridotti».

Ma invece di fare passi avanti, si continua a precipitare nel baratro. Perché sulla carta c’è «un numero eccessivo di istituti»: sono 206, ma di questi 120 hanno meno di duecento posti e 63 addirittura meno di cento. E le strutture piccole si trasformano in uno spreco di risorse, richiedono un numero più alto di agenti e personale rispetto al numero di reclusi. In teoria, l’Italia ha il miglior rapporto tra metro cubo di edifici e detenuti, senza però che questo dato statistico si trasformi in un miglioramento delle condizioni. Tutt’altro: secondo le analisi del Formez ci sono in media 140 reclusi per cento posti letto. Persone obbligate a vivere per ventidue ore al giorno in celle claustrofobiche, con tre-quattro brande sovrapposte, bagni minuscoli e pochissime docce.

 

Chi mangia sulle carceri-lager – l’Espresso.

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Bersani, Grillo e il marziano che cade sulla terra


grillo-spiaggia-2Di Adriana Santacroce – Cosa capirebbe di quello che sta accadendo, dopo le elezioni, un marziano caduto improvvisamente sulla Terra? Probabilmente molto poco. Abbiamo già votato o stiamo per votare? Chi si professa più democratico degli altri, poi, lo è per davvero? Nulla di chiaro. Solo tanta confusione.

A partire da Beppe Grillo. Il suo successo è dipeso essenzialmente da tre fattori: l’utilizzo della democrazia diretta con il web, il disprezzo della casta e l’elogio dell’onestà (a volte a discapito della competenza) come qualità di partecipazione alla vita pubblica. Guardando, però, come si stanno svolgendo le cose,  il nostro amico noterebbe che il consenso ottenuto dal comico genovese ha diversi punti deboli. A partire dalla democrazia diretta. Come fa a funzionare in uno stato nazionale? Si chiederebbe l’alieno. Troppo complesse le questioni da affrontare, nei contenuti e nei modi. Come nella decisione più importante che il M5S deve prendere. Ovvero appoggiare o meno la proposta di Bersani. Beh, adesso voteranno sul web, si aspetterebbe il marziano. Come per il referendum sull’euro (e qui l’alieno si chiederebbe anche come farebbe chiunque, a digiuno di economia, a dare un giudizio basato solo sull’emotività su una cosa così complessa).Invece niente. Grillo e Casaleggio hanno già detto no. Anzi, sia uno sia l’altro hanno minacciato di andarsene in caso di alleanza con il Pd. A che serve, allora, sbandierare la web-democracy se poi alla resa dei conti non la si usa? Altro che leader della democrazia! Per il nostro amico Grillo sarebbe solo uno che dice una cosa e poi ne fa l’esatto contrario. Per non parlare della competenza. Dopo aver sbandierato, per mesi, che quello che contava era l’onestà, perché le presunte preparazioni dei politici precedenti ci hanno portato alla rovina, oggi Grillo cambia idea. Sul suo blog compare un annuncio in cui il Movimento cerca laureati, con determinate competenze, per specifiche mansioni in parlamento. Ma come? Si chiede il marziano.  Non doveva affidare il ministero delle finanze a una mamma di tre figli perché era capace di far quadrare un bilancio? Insomma,  l’alieno strabuzzerebbe gli occhi senza più capire chi deve occuparsi della cosa pubblica. Gli onesti? I competenti? Grillo e Casaleggio che dettano la linea senza neanche essere stati votati?  Niente, nebbia più totale. Meglio guardare in casa di altri. E le sue antenne si  rivolgerebbero al Pd.

Dove chi non ha ancora capito cosa dire, a chi dirlo e quando dirlo è il segretario del partito.

Dopo il modesto risultato elettorale del 24 febbraio,  Bersani sta ripetendo a mari e monti i suoi 8 punti per convincere Grillo e i suoi parlamentari a una intesa di governo. Bene. I risultati delle ultime elezioni hanno dimostrato che più il messaggio è semplice più è persuasivo. Maroni ha vinto in Lombardia ripetendo che avrebbe trattenuto il 75% delle tasse e Berlusconi ha recuperato 10 punti promettendo abolizione e restituzione dell’imu. Facile, no? Direbbe il nostro amico. Eppure lo schema degli otto punti di Bersani è ferraginoso e pieno di subordinate. Strano, direbbe il marziano. Mi sembra evidente che la gente ora vuole due cose: un piano per il lavoro e i tagli alla politica. Questa è l’emergenza. Il resto viene dopo. Vabbè, direbbe l’alieno. Forse pretendo troppo. Riconosciamo almeno lo sforzo di sintesi negli 8 punti. Ma ecco che arriva un altro nonsense. A cosa serve farlo adesso? Si chiederebbe il marziano, sempre più confuso.  Non avete già votato? Perché Bersani non ha comunicato con chiarezza gli 8 punti prima del voto invece che perdere tempo “a smacchiare il giaguaro”? Per di più il segretario Pd si rivolge ai suoi elettori, che in questa fase sono totalmente ininfluenti! Come durante la direzione nazionale, o con le mail che stanno arrivando a tutti gli elettori delle primarie. E l’alieno si chiederebbe: a che serve parlare con chi la pensa come te e per di più ha già votato?

Sconsolato,  il nostro amico lascerebbe il pianeta, troppo complesso per le sue antenne. Politici che fanno campagna elettorale tra chi già li vota e per di più dopo il voto, altri che dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. E ora qualcuno vorrebbe pure che governassero insieme,  direbbe, sornione, mentre la Terra si rimpicciolisce. Niente da fare, è troppo presto per un governo che sistemi le cose. Bisognerà votare ancora per avere un senso logico in quello che accade. E forse la prossima volta il nostro amico, se tornasse, capirebbe qualcosa in più.  (http://affaritaliani.libero.it/politica/adriana110313.html)

altaningovernabili

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Uomini, mica funghi


20130309-080438

Di Giulio Cavalli.

Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

Uomini, mica funghi

http://andreariscassi.wordpress.com/2013/03/10/oggi-a-tavazzano-viene-piantato-un-albero-per-anna-politkovskaja/

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LETTERA A 5 STELLE


5-stelleGiovani e non piu’ giovani elettori del M5S,

mi rivolgo a quella parte di voi che ha aderito al Movimento per dare al Paese un nuovo modo di fare politica, dando voce a tutti e abolendo i privilegi della casta. A quella parte di voi che ha ancora una propria coscienza e ragiona ( siete in tanti ) e soprattutto accetta il confronto sulle varie idee senza cadere nell’ offesa personale ( sempre troppo pochi ). A quelli che vogliono partecipare attivamente in prima persona alla politica ( non c’ e’ niente di male in questo ) e che ancora si reputano persone di sinistra ( eh si, perche’ per quanto se ne dica, le differenze tra dx e sx ci sono ancora, eccome ).

Innanzitutto….complimenti sinceri per il risultato elettorale raggiunto !! Non era facile in pochi mesi fondare un Movimento che raccogliesse tanti consensi e di questo ve ne do’ atto. Credo che anche voi stessi, intimamente, non credevate di ottenere questo risultato, che e’ andato al di la’ di ogni previsione. Vah beh, tanti sono stati i voti solo di protesta, voti venuti da ex berlusconiani e soprattutto da ex leghisti ma ogni voto, come la pecunia, non olet. Se permettete, vi vorrei porre alcune domande, una innanzitutto : E ADESSO ?? Chi metterete ? Che farete ?? No dai….non cominciamo col solito refrain dell’ 1 vale 1 e del ‘’ ci atterremo al programma‘’ : ho appena detto che siete persone intelligenti !! Lo sapete benissimo che 1 vale 1 e’ caso mai riconducibile agli elettori, nel senso che anche il voto della persona piu’ stupida vale quanto quello di una mente eccelsa ma in ruoli di comando e di leadership chi metterete ? E se un domani andaste voi al Governo, su quali basi di consenso selezionerete i vari candidati ? Ma vi rendete conto che con le Parlamentarie che avete fatto in rete,  quello che ha preso  preso piu’ voti ha preso meno di Tabacci alle Primarie del csx ? Per svolgere certe attivita’ occorre anche esperienza e non credo che chi ha giocato a calcio come stopper in 2a divisione possa poi ambire a diventare Ministro della Difesa. Riguardo al vostro Programma, credo che anche voi che ancora usate il cervello e non altri organi sappiate benissimo che contiene punti irrealizzabili. Come fate a dire che ‘’ a un lavoratore che perde il lavoro andranno dati 1000 euro come salario di sussistenza ‘’ quando tanta gente che lavora a quella cifra manco ci arriva ? Dai, siamo seri e soprattutto realistici.

Il risultato delle urne vi ha premiato ma al tempo stesso vi ha anche messo di fronte alle vostre responsabilita’ di Governo. Come sapete, la coalizione di csx ha la maggioranza, risicata fin che volete ma c’ e’. Purtroppo mancano i numeri. Vi si chiede un’ alleanza con noi ? Di passare dalla nostra parte ? Di votare cose che non condividete ? Certamente no, non ve lo chiediamo : ma per quale ragione non potete appoggiare gli 8 punti del PD che sono gli stessi del vostro Programma ? Solo perche’ il PD meno Elle ( come lo chiamate voi ) rappresenta ‘’ la vecchia politica ‘’ ? Come potete bocciare sul nascere proposte che un domani farete ai vostri elettori ? Non vi pare questo un comportamento ‘’ a prescindere ‘’ ?? Avete paura di brogli ? E anche se li volessimo fare, come potremmo, visto che vi chiediamo solo un appoggio per poche riforme che sono anche vostre ?

Qualcuno di voi giustamente si domandera’ quale giovamento potrebbe ottenere il Movimento da questo appoggio….. Uno sicuramente : sarete considerati davvero una forza nuova nel panorama politico del Paese e sarete arbitri imparziali delle varie decisioni governative, senza alcuna forzatura. Date prova di maturita’ per dare all’ Italia un Governo, senza il quale un Paese e’ fermo, con tutti i problemi che ne derivano. E’ un’ occasione unica e irripetibile, non sprecatala se davvero amate il vostro Paese. Se invece qualcuno ha idea di distruggerlo, ricostruendolo poi sulle macerie con una visione di una pseudo – democrazia personalizzata, sappia che non glielo lasceremo fare, ne’ ora ne’ mai.

ilmaestrobellentani

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L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, politica

21 donne


8-marzo-2Prima delle quote rosa. E anche oltre.

21 donne.

Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, Bianca Bianchi, Angelina Merlin, Ottavia Penna Buscemi.

 

fonte :  http://mediamondo.wordpress.com/2013/03/08/21-donne/

Pubblicato in: opinioni, politica, Televisione pubblica

Spiazzati dagli italiani: veri sconfitti, i media di regime


Floirs-e-VespaLe recenti elezioni italiane hanno decretato diversi sconfitti, primi fra tutti il Pd e “Rivoluzione civile”. I giornalisti ne hanno disinvoltamente dimenticato un terzo: se stessi. Vorrei essere molto esplicito: i giornalisti non ne hanno azzeccata una, e tuttavia continuano a pontificare come se qualcuno avesse loro conferito un qualche diritto di prescienza. Si chiama opinionismo, naturalmente. Ma ha i chiari caratteri del vaniloquio. D’altronde è inevitabile che sia così. Avendo ridotto la realtà alla sua rappresentazione mediatica, costoro hanno perso di vista la complessità con cui il reale si manifesta. Lo hanno parcellizzato in statistiche, proiezioni, categorie politologiche e diatribe televisive. Quando essa pulsava dentro cuori, animi e problematiche che con la tarantella dei talk show non solo non hanno nulla a che fare ma non vogliono più avere a che fare.

Così ecco il compiaciuto stupore di Vespa e dei suoi accoliti a fronte del “sorprendente”, “inatteso” risultato del “Movimento 5 Stelle”, lo stesso che alla gente, in quei mesi, invece di parlare attraverso gli schermi parlava de visu, nelle piazze, nella vecchia agorà della vita reale. Lo stesso che nel rifiutarsi ai balletti televisivi colse l’unico dato veramente drammatico della politica italiana: la sua autoreferenzialità. E non solo l’autoreferenzialità della politica – che conosciamo bene – ma quella che la promuove mediaticamente: quella giornalistica. Ora, la domanda è: perché proprio coloro che dovrebbero avere il polso della società – politici in primis, giornalisti a ridosso – la sensibilità di tale polso hanno delegato a un ex comico come Beppe Grillo? Possibile sia necessario un outsider per capire dove sta andando l’Italia e cosa reclama?

La formuletta di consolazione è sempre la solita: voto di protesta, antipolitica. Uno di quei mantra che, a furia di essere ripetuto, ha finito per convincere i giornalisti stessi: che con Giuliano Ferrara in testa si ostinano ancora a parlare di “populismo”. È desolante accorgersene, ma non è proprio il popolo televisivo l’unico davvero preda del populismo? Non è al ridondante siparietto delle solite formulette rimasticate nei talk show che va imputata la responsabilità di una decadenza della politica e del suo allontanamento dalla realtà? Grillo userà toni inusuali, scomposti, non avrà chiare idee programmatiche, e avrà pure su di sé la damnatio memoriae dei suoi trascorsi di comico. Ma populistico non è arringare le folle invitandole a sognare una possibile revulsione delle viete categorie su cui la politica marcia dal secondo dopoguerra in avanti.

Populistico è fare giornalismo come lo si fa oggi in Italia, soprattutto in televisione, agendo non già sulle aspettative profonde degli italiani – che per conoscere bisogna incontrare – ma sul loro voyeurismo, sul compiacimento fine a se stesso di seguire questo o quel talk show per vedere chi vincerà la sfida sofistica. Questo è il populismo che mina l’Italia, questo il fondo di responsabilità da imputare a una classe giornalistica che mira all’audience come Scotti o Fazio. Questo, non il populismo presunto di chi mobilita le piazze proprio contro questa stagnazione del risaputo e delle diatribe da starlette. Allora ripetiamoci la domanda: com’è possibile che tale giornalismo la faccia sempre franca? Com’è possibile che non esistano dirigenze illuminate alla Rai o a Mediaset che sappiano proporre un giornalismo diverso da quello prono alle esigenze più becere – e perciò più populistiche – del popolo bue che non segue “Porta a Porta” per capire come si potrebbe governare il paese, ma come Alfano potrebbe mettere in difficoltà la Bindi (o viceversa)?

Sembra inverosimile: ma di questo tracollo del giornalismo nessuno parla. Di questa deriva della politica come effetto di un giornalismo del voyeurismo e della querelle fine a se stessa nessuno si occupa. Assurti ormai a divinità incontestabili, i grandi presentatori italiani procedono sul loro tappeto rosso come se non fossero altrettanto corresponsabili, non solo delle loro previsioni mancate – lo abbiamo visto a queste elezioni – ma anche della stessa disaffezione alla politica, che loro per primi richiamano assurdamente, chiamandosene fuori. Non è verosimile che proprio questo tipo di giornalismo chieda alla politica un rimpasto che esso per primo pregiudica con la sua complicità e il suo modus operandi che promuove voyeurismo e sofismo della politica. È ora che alla riforma della politica si accompagni una riforma del giornalismo.

(Marco Alloni, “Elezioni, la sconfitta del giornalismo”, da “Micromega” del 27 febbraio 2013).

http://www.libreidee.org/2013/03/spiazzati-dagli-italiani-veri-sconfitti-i-media-di-regime/

Pubblicato in: libertà, opinioni, politica

Il futuro a 5 stelle?


di Paolo De Gregorio.

deputati-grilliniParecchi mesi fa chiedevo a Grillo di puntare a quel 57% del popolo italiano, riflessivo e positivo, che per interessi materiali e principi etici si era manifestato nel voto referendario per l’acqua pubblica, contro il nucleare, contro il legittimo impedimento del vero cancro della nostra democrazia Silvio B.

La vittoria ci fu, malgrado PDL e PD puntassero apertamente alla mancanza  del “quorum” perché la politica è meglio che non esca dai palazzi del potere, visto mai che i cittadini prendano gusto alla democrazia diretta. Fu quello il primo segnale che qualche cosa stava cambiando nella testa degli italiani.

Oggi, ad elezioni avvenute, con la dimostrazione matematica che si può fare politica anche senza soldi, rileggendo i primi 20 punti del programma del Movimento, una vera lama di luce verso una autentica democrazia attenta agli ultimi ma anche alla piccola e media impresa, bisogna concludere che il 25% dei voti, con la maglia rosa di primo partito, è molto poco, specialmente se ci confrontiamo con il NULLA proposto dagli altri partiti.

Nel rifiutare ogni alleanza con PD o PDL non bisogna perdere l’occasione di ribadire che la crisi economica è in gran parte frutto di una situazione politiche che da almeno 20 anni è di tipo consociativo, spartitorio (vedi RAI, BANCHE), in cui non esistono più né destra né sinistra, non vi è stato un vero ruolo di opposizione e di controllo, fino allo scandalo conclamato del governo Monti, sostenuto da PDL e PD.

Il teatrino della politica ci vuol far credere che B. e Bersani sono avversari, uno di destra, l’altro di sinistra, ma in realtà sono due partiti di CENTRO, in perenne lotta tra loro per spartirsi potere, affari, mantenimento dei privilegi di CASTA, diretti e pieni responsabili di una crisi che non hanno saputo né individuare, né governare.

A fronte di questi “esperti della politica”, professionisti da decenni, in realtà cialtroni e incapaci, con un’Italia ormai fallita e commissariata dall’Europa e dalle banche, gli italiani perbene dovrebbero premiare più pesantemente una organizzazione di incensurati, che promettono di andarsene dopo due legislature, che si autoriducono lo stipendio, che propongono un reddito di cittadinanza a tutti i disoccupati, da pagare con i soldi che dovremmo buttare per i bombardieri F35, che propongono di abolire le Province, di rientrare da tutte le avventure militari, che propongono l’abolizione del finanziamento ai partiti e all’editoria, e con questi risparmi finanziare massicciamente piccole e medie imprese, industriali, artigiane, agricole, che sono la spina dorsale della nostra economia.

E’ urgente che quel 57% di materializzi di nuovo alle prossime elezioni, poiché dai D’Alema, Bersani, Berlusconi verranno solo guai, paralisi, disoccupazione, precarietà, inganni, e anche se si metteranno d’accordo per un nuovo governo, non hanno la più pallida idea di come uscire dalla crisi, se non continuando

Oggi già si vede la linea contro il M5S da cui il PD “pretende” la fiducia, mentre sottobanco cerca di comprarsi qualche senatore, come ha fatto B. con Sergio De Gregorio dell’IDV, cercando di appiccicare al Movimento l’etichetta di irresponsabilità per il governo del paese.

Con Pd e PDL non c’è da prendere nemmeno un caffè. Loro hanno creato la crisi, devono riconoscere questa evidente verità e provare a tirarcene fuori. Se non sono in grado di farlo, gli elettori lo capiranno e daranno al M5S la maggioranza assoluta per governare senza limiti e ricatti.

fonte :  http://www.ischiablog.it/index.php/politica-e-societa/il-futuro-a-5-stelle/

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Parma: imbrattato monumento antifascista “Basta comunisti, viva Beppe Grillo”


r-PICELLI-large570Nella notte di sabato, un ignoto provocatore ha imbrattato il monumento in bronzo dedicato a Guido Picelli, nell’omonimo piazzale di Parma, scrivendoci sopra: ‘Sei solo un comunista come Bersani. W Grillo'”. Lo rende noto Giancarlo Bocchi, il regista del documentario ‘Il Ribelle, Guido Picelli un eroe scomodo’, dalla pagina Facebook dedicata al film. 
“E’ molto grave che in una città Medaglia d’oro al valore militare per la Resistenza al nazifascismo possa accadere una cosa del genere – prosegue Bocchi nella nota – ma non c’è da stupirsi, constatando l’accondiscendenza del sindaco Pizzarotti verso la sezione cittadina di Casa Pound o ascoltando ogni giorno sui media lo squadrismo verbale del suo caporione Beppe Grillo. La cosa stupefacente è invece il silenzio colpevole, su tutta la vicenda del monumento, dei candidati locali e poi degli eletti del Pd, delle locali sezioni dell’Anpi e dell’Anppia, dei sindacati. Personaggi buoni solo per sgomitare per la prima fila di celebrazioni inutili e retoriche. L’autore della provocazione ha poi offeso due volte la memoria di Picelli. Non solo imbrattando il monumento, ma scrivendo pure che l’eroe delle Barricate di Parma era ‘un comunista’ come il segretario del Pd”.

 

http://www.huffingtonpost.it/2013/03/03/parma-imbrattato-monumento-antifascista-basta-comunisti-viva-beppe-grillo_n_2802396.html

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È morta Olema Righi, la partigiana in bicicletta


arton45946-1f8dcÈ morta questa mattina nella sua abitazione di Carpi, in Provincia di Modena, Olema Righi. Staffetta partigiana, per molti emiliani rappresentava il simbolo stesso della Resistenza, insieme a tante altre compagne come Ibes Pioli o Tina Anselmi.

Celebre la foto che la ritrae in sella alla sua bicicletta, nei giorni della Liberazione, con il fucile ancora in spalla e la bandiera dell’Italia libera sullo sfondo. Chi l’ha conosciuta ricorderà per sempre il suo sguardo determinato – lo stesso di quella vecchia fotografia – ed il sorriso inscritto nel viso di una bellezza severa che si era addolcita col passare degli anni.

Riportiamo il racconto del suo arresto e della tragica morte del fratello (partigiano anche lui), tratto dal sito dell’Associazione Nazionale Partigiana – Emilia Romagna:

 

Era una mattina di novembre quando, senza neanche poter dire a mia madre che andavo via, sono stata presa e caricata su un camion, dove c’erano altri giovani che dicevano di essere stati arrestati.

Da Limidi, i camion dei repubblichini sono passati per Carpi, dove hanno caricato altra gente, poi si sono diretti a Modena. Dai loro discorsi, si capiva che i repubblichini erano orgogliosi delle loro scelleratezze, della loro “azione”.

A causa delle lunghe soste siamo arrivati all’Accademia (ora Accademia Militare) che era già sera. La mattina seguente il capitano mi ha fatto andare nel suo ufficio per interrogarmi. Stava seduto alla sua scrivania e teneva davanti a se un foglio scritto a mano. Ha cominciato a leggerlo: vi era scritto che io ero una staffetta partigiana, che mio fratello, mia sorella e mio padre erano antifascisti. Quest’ultimo poi era anche in prigione per questo.

C’era scritto proprio tutto in quel maledetto foglio. Avevano saputo tutto della nostra famiglia, anche che noi avevamo un terreno nei prati di Cortile sul quale mio fratello Sarno, insieme ai suoi compagni, aveva costruito un rifugio dove andavano a nascondersi e a dormire.

In seguito, sono stata tenuta per lunghe ore in una stanza di isolamento. Isolamento reso ancora più duro e imprevedibile dalla guardia, un omettino basso e dalla voce rauca, che mi sorvegliava e mi prospettava tutte le cose più brutte, compreso che mi avrebbero mandato in Germania e che mi avrebbero ammazzato. Dopo sette giorni di interrogatori e minacce, il 20 novembre ci fu lo scambio: le vite di 60 partigiani furono scambiate con quelle di 6 tedeschi, così anche noi fummo rilasciati.

Mentre uscivo dal portone dell’Accademia, il capitano che mi aveva interrogato mi prese da parte, per un attimo ebbi paura che mi tenesse ancora là, invece mi fece la predica e tra le altre cose mi disse di non prendere più parte alla guerra. Ricordo ancora le sue parole: “la guerra è per gli uomini e dì a tuo padre che non faccia più attività contro di noi perché, se non lo sa, il coltello dalla parte del manico l’abbiamo noi”. Poi aggiunse: “va a divertirti a casa troverai delle novità”.

Salutai e raggiunsi Stefanina e le altre per andare a casa. Avevamo tanta strada da fare a piedi, ma scherzavamo e ridevamo perché eravamo libere. Finalmente libere da un incubo, ancora tremanti per quegli interrogatori in cui avevamo sempre negato tutto, che ci avevano fatto capire che c’era una spia molto vicina a noi. Una spia amica di quelli scellerati che si vantavano di aver portato via i partigiani, saccheggiato il caseificio e bruciate le case…

A Ganaceto ho incontrato una staffetta, Ione, che si è offerta di accompagnarmi a casa sulla bicicletta. Lungo quel breve tragitto non parlammo molto e io pensavo ad alta voce a chi avrei trovato a casa. Quasi certamente mia madre, mia sorella e mio fratello piccolo. Chissà se mio padre era ancora nascosto a Panzano. Chissà dov’era mio fratello Sarno. L’avevo visto per l’ultima volta il giorno prima del rastrellamento. L’avevo chiamato da lontano e lui si era girato a salutarmi. Fu proprio mentre me lo ricordavo così che Ione mi disse “hanno ucciso tuo fratello”.

Non ricordo più niente di preciso di quello che seguì, ricordo solo che ho ricominciato la mia vita di staffetta con un motivo in più: onorare il sacrificio di mio fratello con una fede ancora più forte nell’antifascismo e nella memoria.

Olema Righi.

 

Olema bella, ciao.

FONTE :  http://www.agoravox.it/E-morta-Olema-Righi-la-partigiana.html

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Il Movimento 5 stelle ha difeso il sistema


arton518-01886Wu Ming

Adesso che il Movimento 5 stelle sembra aver “fatto il botto” alle elezioni, non crediamo si possa più rinviare una constatazione sull’assenza, sulla mancanza, che il movimento di Grillo e Casaleggio rappresenta e amministra. Il M5S amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia. C’è uno spazio vuoto che il M5S occupa… per mantenerlo vuoto.

Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. È un’affermazione controintuitiva, suona assurda, se si guarda solo all’Italia e, soprattutto, ci si ferma alla prima occhiata. Ma come? Grillo stabilizzante? Proprio lui che vuole “mandare a casa la vecchia politica”? Proprio lui che, dicono tutti, si appresta a essere un fattore di ingovernabilità?

Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema.

Negli ultimi tre anni, mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente anti-austerity e antiliberisti, qui da noi non è accaduto. Ci sono sì state lotte importanti, ma sono rimaste confinate in territori ristretti oppure sono durate poco. Tanti fuochi di paglia, ma nessuna scintilla ha incendiato la prateria, come invece è accaduto altrove. Nienteindignados, da noi; niente #Occupy; niente “primavere” di alcun genere; niente “Je lutte des classes” contro la riforma delle pensioni. Non abbiamo avuto una Piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una Piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?

I motivi sono diversi, ma oggi vogliamo ipotizzarne uno solo. Forse non è il principale, ma crediamo abbia un certo rilievo.

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo.

Fateci caso: il M5S separa il mondo tra un “noi” e un “loro” in modo completamente diverso da quello dei movimenti di cui sopra.

Quando #Occupy ha proposto la separazione tra 1 e 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, cioè va dritta al punto della disuguaglianza: l’1 per cento sono i multimilionari. Se lo avesse conosciuto, #Occupy ci avrebbe messo anche Grillo. In Italia, Grillo fa parte dell’1 per cento.

Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini “Que se vayan todos!”, non si sta riferendo solo alla “casta”, e non sta implicitamente aggiungendo “Andiamo noi al posto loro”. Sta rivendicando l’autorganizzazione autogestione sociale: proviamo a fare il più possibile senza di loro, inventiamo nuove forme, nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle università. E non sono le fesserie tecnofeticistiche grilline, le montagne di retorica che danno alla luce piccoli roditori tipo “parlamentarie”: sono pratiche radicali, mettersi insieme per difendere le comunità di esclusi, impedire fisicamente sfratti e pignoramenti eccetera.

Tra quelli che “se ne devono andare”, gli spagnoli includerebbero anche Grillo e Casaleggio (inconcepibile un movimento comandato da un milionario e da un’azienda di pubblicità!), e anche quel Pizzarotti che a Parma da mesi gestisce l’austerity e si rimangia le roboanti promesse elettorali una dopo l’altra.

Ora che il grillismo entra in parlamento, votato come extrema ratio da milioni di persone che giustamente hanno trovato disgustose o comunque irricevibili le altre offerte politiche, termina una fase e ne comincia un’altra. L’unico modo per saper leggere la fase che inizia, è comprendere quale sia stato il ruolo di Grillo e Casaleggio nella fase che termina. Per molti, si sono comportati da incendiari. Per noi, hanno avuto la funzione di pompieri.

Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?

Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle.


Fonte: www.internazionale.it/live-blog/le-elezioni-politiche-in-diretta/#399f025808
Wu Ming: www.wumingfoundation.com

- Perché «tifiamo rivolta» nel Movimento 5 Stelle articolo di Wu Ming in risposta ai commenti e alle reazioni provocate da questo articolo.

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Elezioni 2013, odissea nello spazio


SILVIOOre nove di mattina, le prime elezioni d’inverno della storia italiana hanno restituito i risultati definitivi da pochissimo. Un bello schiaffo per chi diceva che sarebbe stato il ritorno della Sinistra, che Berlusconi era finito, che il populismo di Beppe Grillo avrebbe catturato “solo” i voti di protesta. E invece, tanto per far un riassunto breve breve, ci troviamo in una quasi parità tra i tre: benvenuto, tripolarismo, mai visto prima nel Governo italiano, benvenuti Vendola, Berlusconi, Maroni, Bersani, Renzi, Storace, Meloni, tutti insieme in Parlamento a fare un’unico grande mappazzone (per dirla alla Masterchef).
Succede che oggi l’Italia di fatto non ha una maggioranza che garantisca stabilità. Succede che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, non può sciogliere le camere, in modo da avere nuove elezioni, perché si trova alla fine del suo mandato.  Succede che senza un capo dello Stato non si possono fissare nuove elezioni, senza un governo stabile non si può eleggere il nuovo capo dello Stato. Succede che anche se andassimo a votare subito lo faremo con una legge elettorale, gentilmente nominata Porcellum dal suo stesso inventore, che ci riporterà nella stessa situazione di caos, dato che è fatta apposta.

I miei amici italiani che stanno all’estero non fanno che scriverci quanto sono felici di aver lasciato il paese, i miei amici italiani che sono rimasti qua invece sono molto arrabbiati. Tutti si chiedono, di volta in volta, dove la Sinistra ha sbagliato, se il risultato sarebbe stato lo stesso con Matteo Renzi e non con Bersani come leader, se le cose sarebbero andate diversamente senza Grillo e Ingroia a portar via voti alla sinistra.

Il mio dubbio di stamattina invece è un altro: dopo vent’anni di Berlusconismo (che per comodità riassumo in poche parole: quello delle battute infelici tipo l’abbronzatura di Obama o del nazismo al deputato tedesco, del cucù alla Merkel, della volgarità istituzionalizzata, delle condanne per corruzione, dei processi per prostituzione minorile, delle leggi ad personam, delle bugie dette col sorriso a reti unificate, degli imbroglietti, delle tangenti e delle amicizie mafiose, dei voti comprati e, in ultimo, della solenne cazzata della promessa sul rimborso IMU arrivata a casa nostra – perdonatemi se ho dimenticato qualcosa) dopo vent’anni di Berlusconismo, dicevo, ancora oggi, febbraio 2013, il trenta-per-cento degli elettori ancora gli da fiducia, lo vuole al governo.

Trenta-per-cento, ovvero quasi un italiano su quattro.

E’ un numero spaventoso, inquietante, tragico. Non voglio pensare che davvero uno su quattro creda ancora a Silvio Berlusconi (che la stampa internazionale, quella che ci guarda da lontano con tutta l’obiettività e la freddezza possibile, da tempo vede come un disastro di proporzioni mondiali). E allora passo la notte a chiedermi chi, e che cosa, possa aver portato a un risultato simile. Ecco le risposte che sommariamente mi sono data, senza alcuna valenza scientifica ma così, a sentimento.

La lettera sul rimborso IMU quacuno lo avrà pure convinto, immagino ultraottantenni colpiti da analfabetismo di ritorno, gli stessi che sono andati alle poste con la lettera in mano per avere l’assegno. Diciamo 1% degli elettori.

Quelli “della destra”, che hanno votato per le destre estreme coalizzate con Berlusca, tipo Lega, Storace: facciamo il 5% degli elettori?

Quelli dei vari partiti dei Pensionati, del Sud, il meraviglioso partito “Basta Tasse” (si merita solo un grande punto interrogativo, non un commento) degli AntiEquitalia. Saremo su un altro 2%, immagino.

E il restante 92%? Chi sono questi elettori della coalizione di Berlusconi? Persone che realmente credono in un programma politico che cambia di ora in ora a seconda di come tira il vento? Fedelissimi realmente affezionati al leader, ai suoi nobili ideali, alla gloriosa storia politica di Forza Italia?

E invece credo che tutta questa valanga di voti siano specchio dell’Italia: sfiduciata, ignorante, che crede nell’ora e subito, nella promessa di oggi, nella garanzia del poco istantaneo, nella furbata che premia chi è più scaltro. Gli elettori di Berlusconi sono acchiappati porta a porta grazie alle telefonate dei capetti da quartiere, quelli che ti promettono aiutini, che ti assicurano un posticino se darai loro una mano. Sono quelli conquistati con gli scambi, con le promesse da quattro soldi, attraverso una rete che ha tanti punti in comune con i sistemi mafiosi, tu mi voti e io ti assicuro che.

E’ l’unica spiegazione che mi viene in mente, davvero non voglio credere che milioni di Italiani oggi si fidano ancora, veramente, nel ghigno del nano di Arcore. O si?

http://francescamulas.wordpress.com/2013/02/26/elezioni-2013-odissea-nello-spazio/

FRANCESCAMULAS’S BLOG
Pubblicato in: cose da PDL, economia, libertà, opinioni, pd, politica

Questo non è un paese serio.


>>>ANSA/ELEZIONI: LA BATTAGLIA DELLE PIAZZEFMA (mentecritica)

Non voterò perché nessuno dei partiti in lizza mi pare credibile, non perché manchino le proposte allettanti. Anzi, il contrario. Si va dalla riduzione dell’IMU variamente declinata da Bersani e da Monti, all’abolizione con restituzione incorporata di Berlusconi, fino al reddito di cittadinanza di Grillo. Cose che non troverebbero credito in nessun paese serio, nelle nostre condizioni economiche; mentre qui da noi pare che i pensionati siano già in coda agli sportelli delle poste con la lettera di Berlusconi in bocca. Perché da noi il ragionevole non ha fortuna, anzi, non piace proprio. Meglio lagnarsi a posteriori dell’orribile iella d’essere nati circondati da stronzi, piuttosto che riconoscere che sarebbe stato facile evitarli con un minimo di onestà intellettuale. L’onestà intellettuale, per intenderci, è quella qualità che impedisce di credere a ciò che non è credibile, anche quando farebbe comodo crederci.

Faccio degli esempi.

Dovrebbe essere evidente, pure a chi è di destra ma non abbia le fette di salame sugli occhi, che Berlusconi, qualsiasi cosa dica o faccia, la dice o la fa, sempre e solo, pro domo sua. Dopo aver visto la sua nota spese soltanto i ciellini incalliti possono ancora pensare che il Celeste sia un dono del Signore. Come solo chi porta la camicia verde anche a letto può continuare a dire: meno male che c’è Bossi, che ci pensa lui. Berlusconi e la Lega hanno avuto vent’anni per mostrare ciò di cui sono capaci. Lo hanno mostrato. Non si capisce perché abbiano ancora un seguito.

I piddini hanno avuto anch’essi la loro bicicletta e hanno dimostrato, ogni volta, di non saper pedalare. Chi non sa pedalare, per esempio perché ha scelto di concertare con troppi portatori di interessi diversi, non va da nessuna parte. Anche se il programma è bellissimo, tipo pane e lavoro e la luce nei campi. Se non fosse così, l’avrebbero già realizzato da un pezzo. L’attuale amministratore della ditta, Bersani, spera per l’ennesima volta di salvarsi l’anima tenendo in pugno il passerotto Vendola, mirando in realtà al tacchino Monti che fa la ruota sul tetto. Non si può ripetere la stessa pièce all’infinito. Alla terza replica non ci si deve stupire se la platea dà segni di stanchezza.

Monti sta deludendo per un’altra questione: messo in sella ha dimostrato di saper pedalare, ma una volta salito in campo ha denunciato una mancanza di sagacia politica allarmante. Colpa del guru americano che lo consiglia male? O colpa sua che lo sta a sentire? Dimmi con chi vai e … . A un professore si possono perdonare tante cose, non la scelta dei compagni di viaggio. Fini e Casini gli sono e gli saranno esiziali comunque la si guardi, per il presente in termini di consensi, per il futuro in termini operativi. Se ti accompagni a due zoccole la tua fama di Maria Goretti non può non uscirne guasta; se poi la vorrai difendere le zoccole se ne adonteranno rendendoti la vita impossibile.

Quel che spera Ingroia, di creare la giustizia per via giudiziaria, affiancando i bravi magistrati al Quarto Stato in marcia sul sentiero della Storia, l’ha negato la Storia stessa, chiamandosene clamorosamente fuori, ormai è un quarto di secolo.

Mi resta da dire di Grillo, del perché non lo reputo credibile, al pari degli altri, o peggio. Tralascio argomenti pure importanti, quali l’assenza di democrazia interna, il culto della personalità, il populismo usato come una clava, le incoerenze di vario genere da Casa Pound alla negazione di cittadinanza ai figli degli immigrati, cito solo quello che a me pare il peccato mortale: il movimento5stelle non ha struttura, se per scelta o per necessità non lo so, ma non ha alcuna struttura. Ha solo un leader carismatico senza altro know how che non sia quello di comico e, forse, uno spin doctor. Essere un comico e saper intrattenere il pubblico va bene quando si tratta di raccogliere voti, ma non serve quando si tratta di governare un paese. E qui si tratta di amministrare un’azienda che macina 800 miliardi di euro l’anno, di rappresentare l’interesse di 60 milioni di persone nei consessi internazionali, di dare risposte interne ai problemi del sistema produttivo nazionale difendendone all’esterno gli interessi nel conflitto permanente tra nazioni, divenuto via via più acuto con l’imporsi della globalizzazione; la quale, tra parentesi, esiste senza bisogno del permesso di alcuno. Chi non è attrezzato per gestire il potere deve mettere in conto che lo faranno altri al posto suo e lui potrà solo raccoglierne i cocci. Non servirà a niente gridare al complotto. Chi si propone alla comitiva per guidare il pullman deve avere la patente e dimostrare con un giro di prova che sa guidare. Grillo e la stragrande maggioranza dei suoi, che io sappia, fin qui, non hanno mai guidato neppure la bicicletta. Mi auguro che mi smentiscano e si dimostrino bravissimi. Per ora lo vedo come un buonissimo motivo per non credergli.

Questo non è un paese serio.

Pubblicato in: cose da PDL, elezioni amministrative, libertà, pd, politica, satira

Grazie di tutto e alla prossima.


lotta-nel-fango23Siamo in grado di anticiparvi i discorsi di ringraziamento dei leader che vinceranno le prossime elezioni. E che aumenteranno la percentuale di suicidi nei prossimi mesi.

PD

Incredibile, non ci possiamo credere, siamo senza parole.
(dica: Grazie!)
Grazie!
(A tutti voi che ci avete votati)
A tutti voi che ci avete votati
(e ci avete mandato democraticamente al governo)
E ci avete democraticamente ROTTO I COGLIONI. Dico io ma come si fa?
Abbiamo fatto di tutto, anche ora che ci davano per spacciati per restare all’opposizione, che il babbo me lo diceva sempre: “Non andare al governo che si diventa capitalisti”.
Pensa te, abbiamo appoggiato tutta la merda di Monti per non vincere le elezioni, presentarci come il partito delle tasse e dei tagli e questi imbecilli ci votano.

Grazie un cazzo, vuol dire che ve lo meritate un paese così, perché voi siete così.
Avete bisogno dello spauracchio, “Se non ora quando!”, “Gomorra”, “Questo pomodoro avrà più fans di Silvio”.

Queste sono le vostre battaglie, queste sono le cose che abbiamo sempre evitato come la peste, noi non siamo per una società civile, siamo per l’opposizione a qualunque cosa. Basta che ci possa lasciare al calduccio ad aspettare lo Zio Baffone.
(é morto Baffone)
Ah sì? E quando?
(tanto tempo fa)
Ma perché cazzo nessuno mi dice mai niente in questo partito?

Bene, ricomponiamoci, ho un’idea: appena saremo al governo liberalizzerò le licenze dei taxi,.
(già fatto e ti hanno inculato)
Hai visto che non siamo buoni.

Brogli, ci sono stati dei brogli.
Silvio Berlusconi ha fatto si che noi vincessimo le elezioni per avere di fronte un paese dissestato dalle SUE politiche e quindi far fare a noi il lavoro sporco.

Per questo anche se abbiamo vinto con il 65% dei voti (guarda che bell’escamotage) ci dimettiamo.

Elezioni subito, per un’Italia democratica.

(Bravo Pierluigi, così mi piaci)
Grazie, baffetto.

Ringraziamenti elettorali 

PDL

Grazie, grazie, grazie! Sapevamo che il Governo Monti era solo una parentesi in mezzo ad una storia d’amore che dura da quasi un ventennio (e neanche una guerra all’orizzonte). Noi del PDL, ex Forza Italia, ex Centrodestra, ex Prima Repubblica,ex novo con taeg al 4,24%, vogliamo ricordarvi il nostro amore. Per la nostra gente. Per la nostra Italia. Per la nostra incolumità giudiziaria. Forse con altri 25 anni di governo riusciremo a mantenere tutte le nostre promesse.

-Meno Tasse

+ Lavoro

– Colesterolo

+ Salute e fighe giovani

+ Promesse

+ Governo

+ Emigrazioni

+ Spazio per gli italiani che restano.

Possiamo realizzare tutto questo proprio grazie a voi che ci avete votato.

Eravamo sicuri che un minimo di decenza non avrebbe intaccato il nostro legame, eravamo sicuri che i dettami dell’Europa fossero troppi per il nostro spirito africano, eravamo sicuri che troppi africani vi potessero spingere verso l’Europa, eravamo sicuri e confusi. Ma ora non lo siamo più.

Lista Monti

Sì Angela, tranquilla Angela, ti dico che non esiste nessun problema Angela.
Puoi venire quando vuoi.

Se ti faccio pagare l’IMU? Ahhahah, Che mattacchiona, mica sei cosi stupida da comprare una casa in Italia? O farlo col tuo nome.

Che dici? Le tue imprese pagano troppe tasse e pensi di riportarle in Germania?
Ma fai bene, guarda. Noi lasciamo andare FIAT, come potrei pensare di fermarti.

Ormai, ho la mia età, che cazzo me ne frega di stare qua a rendermi popolare, lacrime e sangue, tooo, come dice quel comico? ‘Nto culu!

(Presidente, La stanno aspettando per Il discorso di vittoria)

Checcazzo, sono al telefono.
Si, scusami Angela, mi hanno votato, stavolta quel filibustiere di Antonio non ha avuto bisogno di fare niente.

Si, poi ti chiamo, Cia, cia´Angela, sì ti aumento i pedaggi autostradali, sì ciao, ti voglio bene, anche io, ok, Cià.

Innanzitutto permettetemi di ringraziare tutte le italiane e gli italiani che hanno deciso di darci fiducia.

Sono sicuro che non fosse facile ritenere di confermare un Governo che, in quest’ultimo anno, per necessità ha dovuto imporre nuove tasse e riforme che hanno strangolato non solo l’economia, ma anche direttamente e indirettamente tutte le famiglie.
D’altronde, è evidente che avete ritenuto che le promesse elettorali di abbassare le tasse appena alzate avessero valore.
Grazie per esservi confermati i soliti italiani.
E capisco perché ci avete votato: non tanto perché stanchi di questo bipolarismo imperfetto, da una parte un Bersani Capitano di Ventura di un’accozzaglia di vecchi volti smunti della solita vetusta politica, e dall’altra un Berlusconi Presidente di Sventura di un’accozzaglia di volti gaudenti della solita vetusta politica. E sono anche sicuro che avete deciso di riconfermarmi non perché appoggiato da quei giganti della politica che sono Casini e Fini, compagni di Lista che mi sono ritrovato e che dovrò trombare il prima possibile prima che mi facciano fuori loro.
No, care italiane e cari italiani, vi voglio ringraziare perché il vero motivo per cui mi avete votato è che rivolevate un porto sicuro dove approdare, un’insenatura rassicurante a bassa conflittualità sociale. Insomma, rivolevate la Democrazia Cristiana.
E ora l’avete.
Grazie a tutti.
Amen.

(Presidente Monti, le avevamo preparato anche questo discorso, nel caso il primo non andasse bene)

(Uff…dai qua).

Italiane, italiani, gente di altri colori, passanti per caso e venditori di fazzoletti che avete rotto il cazzo.
Il vostro voto, denota una cosa sola: l’Italia può risorgere, tornare a brillare come negli anni’80, quando ognuno faceva quel cazzo che gli pareva e c’era il boom economico. Spero che ci crediate, così avrete sempre bisogno di qualcuno che vi rimetta i conti a posto.
Certo, avere una scuola migliore aiuterebbe a formare nuove generazioni pensanti, innovative e piene d’iniziative moderne, ma mi chiedo : “Cui prodest?”.
State bene dove state, non avete bisogno di sforzarvi.
Guardate, già si parla dell’iPhone 6, di cosa vi preoccupate.

Grazie per aver dato fiducia a chi vi ha dimostrato pugno di ferro e presa per il culo d’acciaio.
Mi meritate e ve lo dico con il cuore.
Grazie
Anche dai miei partner internazionali
Grazie.
E a buon rendere.
(Adoro avere due ghostwriters).

Movimento 5 Stelle

È una cosa pazzesca! Abbiamo vinto! Abbiamo finalmente macellato i vecchi maiali della politica! Addio psiconano, addio Rigor Montis, addio PD meno L, sarà davvero un piacere passarvi tutti per le armi. Da oggi potremo finalmente tutti vivere in una gioiosa dittatura della democrazia. Un Paese in cui qualsiasi fesso buono solo a dire “vaffanculo”, ma che appoggia il mio programma, può sedere in Parlamento, con la stessa espressione beata di chi lo visita in gita scolastica. Massì, chissenefrega se ho portato qui un manipolo di incompetenti che non ne sa un cazzo di come si governa: l’importante è essere qui, maggioranza in Parlamento e nel Paese, e la minoranza si metta in fila per la prossima lobotomia. Sappiamo dove siete. Invece per voi, cari cittadini che ci avete votato, si apre un’era prospera e telematica! Chi se ne fotte se non arrivate a fine mese: da oggi l’unico indicatore che deve interessarvi è la Felicità Interna Lorda, trombatevi la moglie e scorreggiate in libertà! Da oggi dovrete fare solo due cose: vivere felici & beoti e prostrarvi al vostro nuovo Primo Ed Unico Ministro, Giuseppe I (davvero vi eravate bevuti quella balla sulla mia incandidabilità? Bravi besughi!). Domani vi sveglierete affamati come prima, ma col belino barzotto: sarà il primo grande risultato del mio governo. E poi via col resto: lasceremo in Italia un unico inceneritore, a Parma, chiuderemo i centri storici anche ai pedoni, arresteremo Crozza, decideremo in rete il colore della mia prossima barca, indiremo le Condominiarie e ci ridurremo lo stipendio di almeno la metà di quanto ce lo siamo alzati ieri. E ridurre il numero dei parlamentari? Niente di più semplice: quelli dell’opposizione sono già stati portati a Rebibbia. E ora venite, neo-deputati e neo-senatori, venite ad assaggiare i corpi dei traditori Favia e Salsi, ce n’è un trancio per ognuno, non spingete.

Fermare il Declino

Italiane e Italiani, donne e uomini liberi, grazie, grazie, grazie.
Nessuno di noi, quando abbiamo fondato il movimento questa estate, credeva seriamente di poter arrivare ad un successo strepitoso come questo e in così poco tempo, ma all’epoca nessuno di noi sapeva che Oscar fosse una mezza sega in economia.
Un risultato talmente sorprendente che nessuno di noi ha pensato di scrivere qualcosa in merito.
Quindi grazie e ci sentiamo domani alle 9 su Radio24.

FONTE  http://www.umoremaligno.it/2013/02/grazieditutto/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, INGIUSTIZIE, libertà, società, violenza

Mi chiamo Renato, non temo i fascisti ma gli indifferenti


renato_biagetti1_bigStefania Zuccari*

La lettera della mamma di un ragazzo ucciso dai fascisti a Roma per denunciare la normalità del male

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

*Stefania è la mamma di Renato Biagetti ucciso dalle coltellate di due fascisti dopo una festa in spiaggia a Focene. E’ la fondatrice di Madri per Roma città aperta. Come le Madres de la Plaza de Mayo ha raccolto anche lei il testimone delle idee di suo figlio

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=6272

http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

Pubblicato in: economia, politica

FARE al contrario: ridurre il debito pubblico aumentando la spesa


ImmagineSi può ridurre il debito pubblico (o meglio il rapporto debito/PIL) aumentando la spesa pubblica, finanziata con le tasse? Sì, si può.

E’ scritto su tutti i libri di testo di economia: a causa del moltiplicatore keynesiano,l’effetto depressivo dovuto all’aumento delle tasse è minore dell’effetto espansivo dovuto alla spesa pubblica. Pertanto è possibile, anche mantenendo il pareggio di bilancio, aumentare il prodotto interno lordo e così ridurre il rapporto debito/PIL.

Gli economisti Nicoletta BatiniGiovanni Callegari e Giovanni Melina hanno confermato empiricamente la differenza tra il moltiplicatore della spesa e quello delle tasse in un working paper del Fondo Monetario Internazionale di alcuni mesi addietro,del quale abbiamo già parlato.

Gustavo Piga, sul suo blog, mostra ora il risultato di una simulazione condotta dai tre ricercatori. Il primo grafico rappresenta l’andamento del debito pubblico con diversi livelli di manovra espansiva (0,5% – 1% – 3% e 5% del PIL) in una situazione non recessiva. I numeri sull’asse delle ascisse rappresentano i trimestri.

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Dopo 20 trimestri (5 anni) di stimolo fiscale del 5% si potrebbe ridurre il debito pubblico di quasi 20 punti. Più di quanto richiede il Fiscal Compact, per usare un parametro di riferimento. E, vale la pena precisarlo ancora, stiamo parlando di manovre in pareggio di bilancio, come lo stesso Fiscal Compact impone.

I tre autori, su richiesta di Piga, hanno anche effettuato la stessa simulazione in caso di recessione: in questo contesto si ha una riduzione fino al 33% del debito pubblico rispetto al suo (scongiurato) aumento, dovuto alla recessione.

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Si noti che questa ricetta è l’esatto opposto di quella proposta da Alesina e Giavazzi, FARE per fermare il declino, Scelta Civica – Mario Monti, che invece sostengono il taglio delle tasse e della spesa pubblica. Quest’ultimo tipo di manovra, nelle simulazioni di Batini – Callegari – Melina, avrebbe l’effetto opposto: fare aumentare il debito pubblico. Infatti l’effetto depressivo del taglio alla spesa pubblica supererebbe quello espansivo del taglio delle tasse.

Ripetiamo, ancora una volta, che non si tratta di nulla di esotico o eterodosso. Al contrario. Eppure nessuno, in Europa, suggerisce agli stati di effettuare manovre che prevedano maggiore spesa pubblica, in deficit o meno. Si lascia che i governi deprimano la domanda e così aggravino la crisi e i conti pubblici.

FONTE : http://keynesblog.com/2013/02/18/fare-al-contrario-ridurre-il-debito-pubblico-aumentando-la-spesa/

Pubblicato in: banche, CRONACA, cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, politica, sociale, società

Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

Pubblicato in: diritti, economia, elezioni amministrative, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

La corruzione tiene in pugno l’Italia: chiedi 5 impegni ai candidati politici


La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

A:
Candidati alle Elezioni Politiche 2013
La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

https://www.change.org/it/petizioni/la-corruzione-tiene-in-pugno-l-italia-chiedi-5-impegni-ai-candidati-politici?utm_source=action_alert&utm_medium=email&utm_campaign=18053&alert_id=ymtKlYHoXr_krImaQXaXi#share

Pubblicato in: banche, economia, elezioni amministrative, libertà, politica

La “Grillonomics”. Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle


monte-paschi-siena-beppe-grillo-9999-770x511 Quella che segue è una sintesi del saggio di Vladimiro Giacché sul programma del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Il Movimento 5 Stelle sarà un protagonista a tutti gli effetti della vita politica del nostro paese. Ecco perché le sue proposte vanno ‘prese sul serio’ ed esaminate con lo stesso rigore che si applica a quelle degli altri partiti. Purtroppo il programma della forza guidata da Beppe Grillo è spesso estremamente impreciso e vago, sopratutto in tema di economia. Ecco quel che dice, e sopratutto quel che non dice, la Grillonomics.

di Vladimiro Giacché

Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione […] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. […] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.
In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.

Cosa c’è nel programma economico di Grillo

Nei 16 punti del 27 dicembre, per la verità, di economia non si parla troppo. Riproduco testualmente i punti di interesse sotto tale profilo: «reddito di cittadinanza» (punto 2), «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» (13), «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav» (14).
Hanno inoltre implicazioni economiche anche altri punti del programma: «legge anticorruzione» (punto 1), «abolizione dei contributi pubblici ai partiti» (3), «abolizione immediata dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali» (4), «referendum sulla permanenza nell’euro» (6), «informatizzazione e semplificazione dello Stato» (15), «accesso gratuito alla Rete per cittadinanza» (16).
Per quanto riguarda il programma del movimento, esso approfondisce anche temi non presenti nei 16 punti. Lo ripercorro rapidamente seguendo i capitoli di cui si compone.

Energia. Assieme alla salute, l’unico altro caso in cui le proposte sono enunciate con un tentativo di ragionamento articolato – e non soltanto per cenni molto sintetici – è il tema dell’energia. Al riguardo il programma si sofferma in particolare sui temi del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Si propongono incentivazioni per fonti rinnovabili e biocombustibili, e si chiede (giustamente, anche se la cosa non sembra di competenza del parlamento) l’applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico. C’è anche qualche incoerenza. Ad esempio, prima si confrontano i rendimenti energetici attuali delle centrali termoelettriche dell’Enel con gli standard delle centrali di nuova generazione, poi però si dice che non bisogna costruire nuove centrali ma rendere più efficienti quelle già esistenti.

Informazione. Il tema dell’informazione, al quale il Movimento 5 Stelle è tradizionalmente molto sensibile, ha alcune implicazioni di natura economica. Sia in termini di risparmi per lo Stato (attraverso l’eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche: è anche il quarto dei 16 punti), sia in termini di maggiori spese: così è per la «cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» (una più chiara articolazione del sedicesimo punto) e per la «copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale»; così è, soprattutto, per la «statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico».

Economia. Il tema economia è comprensibilmente molto vasto. Possiamo raggruppare le proposte secondo l’ambito a cui si riferiscono.
Molte proposte concernono il funzionamento del mercato finanziario: introduzione della class action, abolizione delle scatole cinesi in Borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate (questo per la verità è già avvenuto con il decreto legge 201/2011, che regolamenta il cosiddetto «divieto di interlocking», e che è già applicato in base al regolamento congiunto Consob-Banca d’Italia dell’aprile 2012), «introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate», introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante dello Stato, divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende partecipate dallo Stato o quotate in Borsa (come caso da non ripetere il programma cita Paolo Scaroni all’Eni), abolizione delle stock options, divieto di acquisto a debito di una società.
Altre riguardano più precisamente il settore bancario: questo vale per il divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale e per l’introduzione della responsabilità e compartecipazione alle perdite degli istituti finanziari per i prodotti finanziari che offrono alla clientela.
Quanto al mercato del lavoro, troviamo la proposta di abolizione della (cosiddetta) legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito» (che a dire il vero è un concetto diverso dal «reddito di cittadinanza» menzionato al secondo dei 16 punti citati sopra).
Riguardano i grandi settori economici della produzione di merci e servizi altri obiettivi: «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno» (si propone anche di «favorire le produzioni locali»), abolire i «monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato» e mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)». Nessun cenno, invece, alle «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» che rappresentano il tredicesimo dei 16 punti. Non conoscendo quale sia «il modello francese» a cui Grillo si riferisce, non è facile capire se questa lacuna del programma dettagliato sia grave o meno.
Infine, quanto alla riduzione del debito pubblico, si ritiene che essa possa essere conseguita «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari» (corrisponde grosso modo al quindicesimo punto).

Trasporti. Per quanto riguarda i trasporti, molti dei provvedimenti proposti vanno nella direzione di un disincentivo all’uso dell’automobile nei centri urbani. Quanto alle ferrovie, si propone il «blocco immediato della Tav in Val di Susa» e per contro lo «sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo». Più in generale, si propone una riduzione della mobilità lavorativa attraverso incentivi al telelavoro e, ancora una volta, alla copertura dell’intero paese con la banda larga.

Salute. Anche sul tema della salute, come su quello dell’ambiente, troviamo punti sviluppati in maniera più argomentata di quanto accada per gli altri temi. Qui il programma di Grillo parte da una constatazione corretta, e assai sgradita alle diverse destre nostrane (tanto Berlusconi/Lega, quanto Monti): «L’Italia è uno dei pochi paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale». Questa caratteristica è però minacciata da un lato dal federalismo e dall’attribuzione alle regioni dell’assistenza sanitaria (il testo parla di devolution, ma il concetto è questo), dall’altro al fatto che «si tende a organizzare la sanità come un’azienda», facendo prevalere gli obiettivi economici sulla salute e sulla gratuità dei servizi. La risposta enunciata nel programma è l’imposizione di un ticket progressivo e proporzionale al reddito sulle prestazioni non essenziali e la possibilità di destinare l’8 per mille alla ricerca medico-scientifica.

Istruzione. Infine, l’istruzione. Qui si chiede l’abolizione della legge Gelmini, il finanziamento pubblico esclusivamente per la scuola pubblica e investimenti nella ricerca universitaria. Per il finanziamento alla scuola (e anche alla sanità) si può fare riferimento al quattordicesimo dei 16 punti: «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav». A occhio sembra un po’ poco… Ma la parte di programma sull’istruzione che suscita maggiori perplessità è quella relativa agli strumenti e alle modalità di studio: se si può condividere l’obiettivo di una «diffusione obbligatoria di internet», la «graduale abolizione dei libri di scuola stampati» non è affatto condivisibile. Lo stesso «accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie» non sembra un obiettivo confortato dai risultati (in genere tutt’altro che brillanti) ottenuti dalle cosiddette «università a distanza». Infine, due obiettivi francamente bizzarri, anche se molto di moda, sono le proposte di insegnamento obbligatorio dell’inglese dall’asilo e di abolizione del valore legale dei titoli di studio.

Cosa non c’è nel programma economico di Grillo

[…]

Euro. Nel programma in 16 punti troviamo l’unico accenno all’euro e all’Europa che sia dato rinvenire nei programmi del Movimento.
Non a caso, esso non riguarda un giudizio sui pro e contro della moneta unica, né sui processi che attualmente interessano l’Unione monetaria (balcanizzazione finanziaria e progressiva divergenza tra le economie dell’Eurozona, processi entrambi molto negativi per l’Italia e potenzialmente catastrofici per la stessa sopravvivenza della moneta unica), né sulle conseguenze per il nostro paese del cosiddetto fiscal compact e delle misure di austerity depressiva decise a livello europeo (con alcune tra esse, su tutte la riduzione del 5 per cento annuo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil, che colpiscono in misura particolarmente grave il nostro paese).
Si tratta invece della proposta di lanciare un «referendum sulla permanenza nell’euro». È un obiettivo che parla direttamente alla necessità, molto avvertita dai cittadini, di decidere del proprio destino e del ruolo dell’Italia in Europa. Ma è un obiettivo sbagliato: anche i critici dell’euro più feroci e conseguenti (si pensi ad Alberto Bagnai) hanno infatti ben chiaro che uno dei presupposti essenziali per un’eventuale uscita non catastrofica di un paese dalla moneta unica consiste nell’avvenire in maniera rapida e inattesa, ponendo altrettanto tempestivamente vincoli sui movimenti dei capitali (in caso contrario, infatti, sarebbero pressoché certi un’enorme fuoriuscita di capitali e il fallimento in serie delle banche del paese interessato). Per questo motivo, è evidente che una campagna referendaria sull’euro condurrebbe l’Italia alla bancarotta ancora prima dell’eventuale uscita dall’euro. In ogni caso, è evidente che quest’unico accenno all’euro, slegato da ogni ragionamento sulla situazione europea (e sulle condizioni italiane in questo contesto), è molto debole e scarsamente persuasivo.
Ma a ben vedere non è questa l’unica, e neppure la principale lacuna del programma del Movimento 5 Stelle. Il punto è che mancano i capitoli cruciali di un ragionamento sulla situazione economica nazionale.

Lavoro. Come abbiamo visto sopra, gli unici cenni che riguardano il lavoro sono relativi all’abolizione della legge Biagi e all’indennità di disoccupazione. Un po’ poco in un paese che negli ultimi due anni ha conosciuto un vero e proprio smantellamento delle tutele del lavoro consolidate da oltre quarant’anni. L’abolizione di fatto del diritto di reintegro per i lavoratori licenziati non per giusta causa (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e lo smantellamento del presidio rappresentato dalla contrattazione nazionale (grazie all’articolo 8 del DL 138/2011 e alla libertà di deroga in peggio a livello aziendale delle condizioni stabilite nel contratto nazionale) rappresentano, molto semplicemente, una regressione di quasi mezzo secolo per i diritti dei lavoratori. Ma non rappresentano soltanto questo. Essi sono altrettanti tasselli di un modello di competitività che oltre ad essere ingiusto è perdente ed economicamente fallimentare. […]
Fisco. Anche il tema del fisco è completamente trascurato. E dire che si tratta di uno dei nodi chiave per la finanza pubblica italiana. E quindi anche dal punto di vista del reperimento delle risorse necessarie a realizzare svariati punti del programma di Beppe Grillo. Non si può ragionevolmente pensare che la riduzione del debito pubblico possa essere conseguita – come si afferma nel programma del Movimento 5 Stelle – soltanto «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie» (le quali ultime, anzi, abbisognano di ingenti investimenti che potranno essere ammortizzati in tempi non brevissimi).
Stando ad alcuni interventi pubblici dei mesi scorsi, si direbbe che Beppe Grillo negli ultimi mesi abbia scelto la strada più facile sui temi della fiscalità: quella dell’attacco a Equitalia (comodo capro espiatorio delle leggi sbagliate di questi anni), anziché quella della rivendicazione dell’equità fiscale e del rispetto della legge da parte di tutti i cittadini, a cominciare da chi da sempre scarica sugli altri (soprattutto sui lavoratori dipendenti) l’onere di pagare le tasse. […]

Politica industriale. Le indicazioni del programma del Movimento 5 Stelle in tema di economia, come abbiamo visto, sono molto focalizzate sui mercati finanziari, ed esprimono abbastanza chiaramente gli interessi dei piccoli risparmiatori. Significative al riguardo la proposta di introdurre una vera class action e anche la suggestiva idea (purtroppo non meglio precisata) di introdurre «strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate».
Il problema nasce quando si passa a proposte di politica economica più generale. Il divieto di incrocio azionario tra banche e industria, ad esempio, in una situazione di crisi come l’attuale inasprirebbe la crisi (impedendo la trasformazione di crediti bancari inesigibili – e come è noto in giro ce ne sono parecchi – in partecipazioni azionarie nelle società debitrici). Quanto all’abolizione dei «monopoli di fatto», essa per diversi settori è priva di senso: quando si tratta di monopoli naturali (come nel caso delle autostrade) l’abolizione della condizione di monopolio è, infatti, impossibile. Quello su cui invece varrebbe la pena di ragionare, e seriamente, è se questi monopoli – proprio per la loro ineliminabilità – non siano da riportare sotto un controllo pubblico: solo così, infatti, la connessa rendita di monopolio potrebbe essere ripartita socialmente (anziché intascata dall’azionista privato).
Ma è evidente che il tema della proprietà pubblica delle imprese di interesse strategico, anche per Grillo, come per la stragrande maggioranza dei partiti che si presentano a queste elezioni, è tabù. L’unica eccezione riguarda la dorsale telefonica, di cui Grillo propone il riacquisto da parte dello Stato «al prezzo di costo».
Del pari è ignorata la necessità che lo Stato faccia politiche industriali: ossia elabori piani strategici di sviluppo dei settori principali dell’economia, con chiare politiche di incentivo e di disincentivo. L’unico accenno a politiche di questo genere presente nel programma riguarda i «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»: ben poca cosa rispetto a quanto troviamo nella nostra Costituzione, la quale all’articolo 41 prevede che l’iniziativa economica privata non possa «svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», e all’articolo 43 dichiara che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale».
Il tema qui sollevato è di importanza cruciale. È infatti ben difficile pensare che l’Italia possa risollevarsi dalla crisi attuale ampliando ulteriormente a spese dello Stato il peso della componente privata nell’economia o, come si dice, del «mercato». L’intervento pubblico è oggi necessario sia sotto un profilo strategico che da un punto di vista più immediato: per affrontare e risolvere le numerosissime crisi aziendali oggi aperte in Italia. Senza questo intervento, l’Italia è destinata a perdere pezzi rilevanti del suo apparato industriale, bruciando irrimediabilmente una quantità difficilmente calcolabile di posti di lavoro. Occorre un intervento pubblico, e occorre che esso sia coordinato e non confusamente decentrato secondo il modello «federalistico» attuale, tanto insostenibile economicamente quanto iniquo e fonte di corruzione. Il programma di Grillo sfiora questo problema, quando, in relazione alla sanità, individua una fonte di pericolo nel federalismo di questi anni. Ma è un giudizio che andrebbe approfondito e soprattutto generalizzato: si pensi alle politiche pubbliche di incentivazione alle imprese, che il federalismo ha disperso in mille rivoli e privato di efficacia, impedendone ogni sensata programmazione sul piano nazionale. Non è un caso se persino Confindustria oggi – un po’ tardivamente – sembra giunta alla conclusione che sia indispensabile una riforma del Titolo V della Costituzione (quello che è stato stravolto in senso «federalista»).

* * *

Uno Stato che non sia spettatore passivo di ciò che si muove nell’economia, e che non si limiti a socializzare le perdite dei privati. Un fisco realmente equo, che premi chi ha sempre pagato e faccia pagare chi può e deve. Una politica per la competitività basata su formazione pubblica di qualità (e non strangolata dai tagli lineari) e su maggiori investimenti (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo tecnologico, anziché continuare a comprimere il costo del lavoro. Un’Italia in grado di far sentire la propria voce nel consesso europeo, e di rifiutare il cappio del fiscal compact. Sono queste le priorità di una politica economica in grado di ridare speranza a questo paese e a chi ci abita. Purtroppo, su nessuno di questi punti il programma di Grillo è di qualche aiuto.

http://keynesblog.com/2013/02/07/la-grillonomics-analisi-del-programma-economico-del-movimento-5-stelle/

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Cosentino, Cosentino, Cosentino


Berlusconi alle prese con CosentinoStamattina, mentre leggevo il pezzo di Marino sulle elezioni regionali tedesche, ho sentito, riga dopo riga, salire l’inquietudine.
Non che abbia un particolare trasporto per la Germania. Quel che rimane dei miei palpiti notturni è giàoverbooked. E’ che leggendolo mi è ritornato in mente un concetto a cui sono disabituato: la politica è si questione di individualità, rappresentanze, alleanze e personalità, ma è anche aggregazione intorno a progetti reali, condivisione di obiettivi a medio e lungo termine, strategia di sviluppo, politica economica, salvaguardia dell’ambiente, innovazione. E’ intorno a concetti come questi che un aggregato casuale di persone, ognuna presa dai casi suoi, si trasforma in nazione.
Ed è proprio sul concetto di nazione che il paragone tra Germania e Italia non regge. Può essere vero che i tedeschi stiano cercando di fare quattrini alle spalle dell’Europa debole, è sicuramente vero che la Germania è un paese che tutela in primo luogo i suoi interessi, può darsi che su certe produzioni siamo in competizione, ma non c’è paragone tra la “nazione Italia” e la “nazione Germania”. E’ un po’ come confrontare un aquilone e un elicottero. Volano entrambi, è vero, ma le somiglianze finiscono qui.

Così, mentre in quel paese ci si divide sullo sviluppo di qui a un secolo della politica energetica, a Roma, nelle stanze delle consorterie del potere, si brigherà fino alle 20.00 di stasera per redigere le liste di quelli che diventeranno senatore o deputato per via del “posto sicuro” che riusciranno a guadagnarsi con la blandizie o la minaccia.

Fra tutti voglio ricordare il signor Cosentino. Non che lui sia più speciale degli altri, in fondo certi casi sono diventati una regola più che l’eccezione, ma per la meccanica attraverso la quale si è esplicitata la sua presenza o meno nelle liste del PDL. Da prima estromesso come “impresentabile” dallo stesso Berlusconi, poi esortato a “fare un passo indietro”, infine nuovamente “in pista” come lo definisce il Corriere della Sera.
Sembra che il signor Cosentino, potentemente radicato elettoralmente su un territorio sotto il controllo assoluto e totale della criminalità organizzata, abbia ripetutamente minacciato di far cadere diverse giunte sulle quali, evidentemente, esercita un potere trasversale e non trasparente che poco ha a che fare con la politica, la rappresentanza o la democrazia e somiglia maggiormente al controllo territoriale esercitato dalla camorra.

Le giunte, il potere, gli appalti, il controllo del territorio. Se si va oltre il parolone, se si riesce a non farsi stordire dalla retorica, si capisce immediatamente che è questo a fare il potere, il governo, l’equilibrio. Ma questo, come dicevo prima, non è nazione, è banditismo.
Forse, se tra 50 anni ci sarà ancora una Germania e non un’Italia, non si sarà consumata un’ingiustizia, ma una semplice ed asettica selezione naturale.

Cosentino, Cosentino, Cosentino

Pubblicato in: ambiente, berlusconeide, cose da PDL, Il Malpaese

IO NON VI VOTO


l43-bersani-monti-berlusconi-111205185611_bigCari leader politici, siete amici del carbone e del petrolio? Io non vi voto!

La nostra sfida alla politica fossile è partita.

Se il tuo voto non è disponibile a chi vuole fare dell’Italia un nuovo Texas petrolifero, firma la petizione.

La politica italiana e la sfida di Greenpeace: Io non vi voto! Contro le energie sporche come il carbone, pro energia rinnovabile, l’organizzazione ambientale denuncia Berlusconi, Monti e Bersani nella sua nuova campagna per la difesa terra

Greenpeace e la nuova campagna per la difesa dell’ambiente dal nome di: Io non vi voto.  Campagna che attacca direttamente la politica italiana e, in particolar modo, quelli che sono i principali partiti italiani ed i loro leader: Mario Monti, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi. Da anni l’associazione non governativa ed ambientalista, fondata da Vancouver nel 1971, si occupa dei problemi ambientali e più volte si è opposta alla polita italiana: uno dei casi più accesi fu quello contro la campagna dell’energia nucleare nel 2011.
Riparte così l’ennesima battaglia di Greenpeace per la difesa dell’ambiente. Nella home page del sito italiano appaiono una serie d’informazioni in merito alla cattiva gestione che i tre leader principali, dell’attuale campagna elettorale italiana, porterebbero a termine in caso di vittoria secondo Greenpeace Italia:
“Monti vuole svendere l’Italia alle multinazionali del petrolio, piazzando trivelle a terra e in mare alla ricerca di poche gocce di oro nero.
Bersani è pienamente d’accordo. Il suo partito, inoltre, si è dimostrato in più occasioni favorevole all’espansione del carbone – la fonte fossile più sporca e dannosa – nella produzione elettrica.
Con Berlusconi poi, che ha provato in tutti i modi a riportare il nucleare in Italia, le lobby delle energie sporche hanno sempre fatto affari d’oro”. 
I sostenitori dell’organizzazione possono partecipare alla battaglia Io non vi voto, inserendo nome, cognome e indirizzo mail sul sito dove un messaggio standard di protesta giungerà alle mail di diversi parlamentari italiani.