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Quel clima da svolta autoritaria (detti e contraddetti… e non solo)


L’Italia si sa, è un Paese bello e vario, nel bene e nel male. In Italia quando si parla di riforme costituzionali fuoriescono sempre termini come autoritarismo, dittatura e affini come svolta totalitaria etc. Nella (a)normalità (in altri Paesi la “a” non ci sarebbe) raramente si sente parlare didemocrazia (anzi, si sostiene che questa non c’è), Stato sociale (quello che siamo sulla “Carta”) e tante altre belle parole. Senza poi contare le contraddizioni insite nel nostro modo di pensare (forse una caratteristica tutta “italiana”).

Insomma, dopo anni di parole e non fatti, da quel di Firenze sbuca un tale Matteo Renzi che, dopo essere stato Presidente della Provincia e Sindaco del capoluogo toscano, perde le primarie per candidarsi a premier ma diventaSegretario del Partito Democratico, riuscendolo a portare al 40,8% alle Europee (il risultato più alto di sempre) e mettendo in ginocchio il suo principale avversario: il M5S. Ovviamente, non bisogna dimenticarci della «sfiducia» a Enrico Letta e la conseguente ascesa a Presidente del Consiglio. Insomma, la democrazia per Renzi è stata (soprattutto) gioie e dolori, con le preferenze in buona parte ci ha costruito la sua carriera politica. Tutto questo per dire che l’attuale maggioranza che sostiene il premier è legittimata a fare le riforme costituzionali e non ? Assolutamente no. Innanzitutto sfatiamo un mito: il 40.8% raggiunto il 25 maggio. Sicuramente il ritorno alle piazze per rispondere alle folle pentastellate sono state un fattore importante, gli 80 euro in più in busta paga ad alcune fasce della popolazione anche. Ma, quel risultato è figlio soprattutto di altri fattori: il #vinciamonoi aggressivo e violento dei grillini, le polemiche interne e le espulsioni in Parlamento del M5S, la leadership di Silvio Berlusconi che si indebolisce con il passare degli anni e la spaccatura con il Nuovo Centrodestra, l’agonia di Scelta Civica e Sinistra, Ecologia e Libertàetc. Insomma, nonostante le diverse posizioni all’interno del PD, questo è l’unico partito solido a livello strutturale, capace di fronteggiare tutti gli ostacoli posti sul suo cammino. E di questo la popolazione ne tiene conto al momento del voto.

Detto questo, torniamo al tema delle riforme costituzionali. In questi giorni si sta parlando dell’approvazione in prima lettura riguardo la riforma del Senato (potete consultare il contenuto qui oppure qui).Alla maggioranza PD – LEGA – FI che ovviamente difende il testo, risponde una minoranza composta da M5S – DISSIDENTI PD E FI – SEL che lanciano serie critiche. Fino a qui (fortunatamente), nulla di strano e tutto legittimo. I problemi iniziano dopo e (soprattutto) al di fuori delle aule parlamentari: giornali, costituzionalisti, altri esperti del settori ma anche persone che non hanno a che vedere tutti i giorni con queste tematiche, parlano disvolta autoritaria (era autoritario il regime di Benito Mussolini) o addirittura totalitaria (è totalitario il regime nordcoreano). A tal proposito, occorre innanzitutto chiarire il significato di tali termini (se avete tempo, date un’occhiata qui:http://elnuevodia.altervista.org/wp-content/uploads/2013/05/Nuovo-corso-di-scienza-politica2.pdf a partire da pag.56). Inoltre, è curioso evidenziare le contraddizioni espresse dai partiti facenti parte del Parlamento e che oggi attaccano fortemente le intenzioni renziane. Su tutti spicca il M5S. Giusto per rinfrescare la memoria:

  • fu dei grillini la proposta del referendum sull’euro (art.75 della Costituzione Italiana: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali »; art.50 Trattato di Lisbona:http://europa.eu/legislation_summaries/glossary/withdrawal_clause_it.htm). L’euro è frutto delTrattato di Maastricht (1992);

  • fu dei grillini la proposta di abolire il fiscal compact (prodotto del Consiglio Europeo, su cui possono intervenire solo i Capi di Stato e di Governo, come stabilito dal Trattato di Lisbona);

  • fu dei grillini la proposta di di abolire il pareggio di bilancio (possibile farlo tramite legge costituzionale, ma bisognerà poi tenere conto sempre del Consiglio Europeo).

Senza poi dimenticare le gaffes sull’età minima per poter essere Presidente della Repubblica (indimenticabile Roberta Lombardi: http://www.blitzquotidiano.it/blitztv/roberta-lombardi-radio-radicale-presidente-della-repubblica-eta-minima-video-1531578/ ), la volontà di introdurre il vincolo di mandato (Art.67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato»). E poi, se proprio vogliamo «rischiare» e parlare di pericoli per la democrazia:

  • non mi pare che sia democratico un sistema che ti permette di candidarti online, prendere una manciata di voti, o meglio di click, da dietro un computer, senza poter avere la certezza di sapere se il voto sia stato libero e segreto (chi mi garantisce che, a fianco del votante, non ci sia stata una persona che “orientava” il voto?). E poi: siamo d’accordo nel dire che ad alcune fasce di età il voto non è accessibile (anziani, disabili etc.) ?. Art.48 Cost.: «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto […] Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge. ». Tralasciamo poi che con tutto questo si entra tranquillamente in Parlamento;

  • non mi pare democratico un sistema dove si faccia il tifo per la chiusura dei giornali, delle televisioni e dei partiti, ergendosi contemporaneamente ad unici salvatori della Patria.

Insomma, Grillo e M5S con i termini Costituzione, Democrazia e Trattati non vanno molto d’accordo.

Bellissima (si fa per dire) è la storia di Forza Italia, partito gestito da un condannato in via definitiva per frode fiscale, che si erge a Padre costituente di una Carta secondo cui “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali “ (art.3). Ma qui, piuttosto che la storia personale di Silvio Berlusconi, preme ricordare il tentativo di riforma costituzionale del 2005, capeggiata soprattutto dalla Lega di Umberto Bossi, volta ad instaurare in Italia un falso federalismo ed una vera frammentazione dell’Italia in tanti piccoli Stati quante sono le regioni italiane. Senza poi dimenticare la pazza proposta di inserire referendum popolari sui trattati internazionali: una degenerazione che porterebbe a far dipendere le responsabilità internazionali del nostro Stato dagli umori di persone che, nella stragrande maggioranza non comprendono a fondo la materia. D’altronde, voi affidereste il vostro destino ad un chirurgo che prende consigli da chi non è parte del settore della sanità?

Meglio fermarsi qui e passare poi ad una parte del contenuto della riforma sul Senato. Se si arriverà ad approvazione definitiva, per presentare un disegno di legge popolare serviranno 250mila firme (non più 50mila), per una proposta di referendum 800mila (anziché 500mila). Inoltre, il quorum referendario non terrà più conto del 50%+1 degli aventi diritti al voto bensì di una proporzione riguardante il numero di cittadini che sono andati alle urne alle elezioni politiche. Insomma, in tal senso si presenta una democrazia un po’ più logica e accessibile al cittadino.

Tutto ciò però non basta a convincermi della bontà di questa riforma. Anzi. Logica vuole che le riforme costituzionali le faccia un Parlamento eletto con una legge elettorale legittima (il Porcellum è stato ridimensionato dalla Suprema Corte, seppur si parli di principio di salvaguardia delle istituzioni democratiche), rendere il Senato una Camera non direttamente elettiva rafforza le scelte dei partiti nell’ambito delle loro segreterie, si rischia di passare da un sistema legislativo lento ad uno eccessivamente veloce etc. Insomma, timori di autoritarismi e dittature non ce ne sono, ma per una clamorosa occasione perduta si.

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/quel-clima-svolta-autoritaria-detti-contraddetti-non/

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Il sottoMarino che riflette anzichè urlare


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 mesi fa circa una frana danneggiava seriamente la Tangenziale di Roma nel tratto dell’ Olimpica, impedendone la fruizione a tutti coloro che, sempre o saltuariamente, dovevano utilizzare tale arteria. Un lavoro di ripristino durato troppo, andato a rilento… secondo molti. Parole provenienti soprattutto dall’opposizione di centrodestra, convinta che il recupero della Tangenziale si sarebbe potuto realizzare prima e con costi minori. A tal proposito conviene fare un flashback: durante la giunta di centrodestra targata Gianni Alemanno, la maggioranza di allora si vantò della revoca di un maxiappalto stradale approvato dalla precedente giuntaVeltroni (centrosinistra), convinta che tale decisione avrebbe permesso a Roma meno buche e meno allagamenti.

Sappiamo tutti come andò a finire:http://www.unita.it/ambiente/nubifragio-a-roma-bloccate-metro-e-bus-1.343987 . Senza poi dimenticare questo:http://video.repubblica.it/edizione/roma/alemanno-emergenza-neve-a-roma-una-leggenda-metropolitana/116392/114812(infatti: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/04/falso-profilo-twitter-alemanno-scatena-lironia-reteemergenza-neve-abbandonate-citta/189049/ ). Oggi il sindaco Marino ha dichiarato che «
è stato un lavoro duro e intenso per rimettere in sesto un danno idrogeologico che metteva a rischio gli abitanti della collina e gli automobilisti. 500 pali impiantati a terra per sostenere il versante, 300 chiodi di 5 metri, 1100 metri cubi di calcestruzzo, 2 trivelle e 20 operai con turni prolungati, per un totale di 18mila ore di lavoro » (fonte: http://cassia.romatoday.it/tangenziale-olimpica-aperta.html). Non solo: prima del recupero si è realizzata una fase di studio con esperti idrogeologici, si sono analizzate tutte le abitazioni (casa per casa) della zona etc. allo scopo di valutare la soluzione migliore a livello di sicurezza. In poche parole, la giunta di sottoMarino ha deciso di utilizzare una via che oggi in politica sembra essere abbandonata se non, addirittura ridimensionata: la pacata riflessione. Oggi siamo abituati ai grandi annunci, alle opere lampo… Riflettere è un verbo che fa parte del passato. Ecco, innovare significa anche questo: tornare indietro e recuperare ciò che di importante abbiamo perso.

 

Bravo Sindaco Marino.

fonte: http://elnuevodia.altervista.org/sottomarino-riflette-anziche-urlare/

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NON SOLO CALCIO


Un pizzico di fortuna in più ed il Latina sarebbe andato in serie A. Alla fine, a salire nella massima serie è il Cesena, che si gusta dunque un gradito ritorno. Nonostante ciò, il campionato nerazzurro non è affatto da buttare. I pontini erano partiti con l’obiettivo della salvezza e, dopo le prime giornate storte, il cambio di allenatore ha impresso una accelerazione che domenica dopo domenica si trasformava in una storica rimonta, fermatasi solo il 18 giugno al goal di Cascione al 94° minuto. Chissà, forse la promozione è solo rimandata. Qualunque siano gli obiettivi futuri del Latina, la stagione 2014 – 2015 si preannuncia storica. Infatti, tra serie A e serie B, il Lazio sarà rappresentato da ben 4 squadre: Lazio e Roma in A, Frosinone e Latina in B. Penso che sia la prima volta che capiti una cosa del genere, ed è giusto che ciascuna formazione si impegni affinchè tale risultato continui a vivere il più a lungo possibile.

Eppure, il calcio non cessa mai di esporre la sua “pecora nera”: (quasi) monopolizzare i gusti sportivi degli italiani, relegando gli altri sport a spazi aperti solo in caso di successo delle relative formazioni. E’ successo con l’Italrugby nel 2012, è successo con il sestetto azzurro di volley negli anni d’oro… Altri, addirittura, trovano lustro solo nel periodo delle Olimpiadi. Pensieri che impediscono di restare stupiti quando poi ti trovi davanti i bilanci del CONI, che garantiscono elevatissimi investimenti al calcio e briciole a tutti gli altri.

Una situazione che, se trasferita dal nazionale al locale, trova un eloquente esempio proprio nella città di Latina. Il capoluogo pontino negli anni ha saputo esprimere importanti realtà giovandosi anche di progetti nati nei territori limitrofi: l’Andreoli Latina, nata a Cori (Icom Cori); Latina C5, titolo rilevato dall’Atletico Roccamassima. La città ha però il merito di mantenere vivi i progetti, anche con importanti soddisfazioni. E poi: la seria A di pallanuoto, il basket da anni tra le maggiori categorie nazionali etc. Il tutto contribuisce a creare un patrimonio che, se sfruttato bene, renderebbe Latina e provincia un importante polo sportivo, con tanto di vantaggi economici, lavorativi etc. Eccoci arrivare al punto dolente. Solo con la conquista della serie B, la città e la provincia sembrano essersi svegliatieda un tepore sportivo che durava da anni. Non si parla d’altro che di pallone, di goal, di stadio da adeguare… Appunto, lo stadio. Il «Francioni» è una struttura risalente all’epoca fascista, non adatta al momento per accogliere partite di livelli elevati quali la serie cadetta presenta. Sarebbe cosa buona e giusta intervenire. Eppure, fino ad oggi, chi aveva ospitato i maggiori successi era stato il«PalaBianchini», il palazzetto dello sport ove l’Andreoli ha conquistato la massima serie di volley, per due volte consecutive ha sfiorato la Challenge Cup, ha combattuto i play – off scudetto, ove il basket da anni cerca di restare tra le prime categorie nazionali… Senza poi dimenticare la massima serie raggiunta dalla pallanuoto, costretta però a cedere il titolo dopo lo storico accesso ai play – off scudetto. Ecco, prima del calcio (sport bellissimo), ben altre attività agonistiche avevano dato (e alcune ancora danno) lustro al Lazio meridionale, ma la cassa di risonanza non è stata così forte come invece oggi accade con l’11 nerazzurro. Quando una squadra locale raggiunge i vertici europei (volley), nazionali (pallanuoto) etc. e le infrastrutture capisci che non sono adeguate, sarebbe obbligo delle istituzioni locali lavorare per il loro adeguamento, renderle degne di ospitare il vertice dello sport. A Latina invece si continua con un palazzetto diviso tra non si sa quante squadre, con una piscina allo scoperto causa (forse) prima della fine della favola della Latina Pallanuoto… Con il calcio però, stiamone certi, sarà tutta un’altra musica: le richieste della società, a differenza di altre verranno accolte, ci sarà il massimo impegno affinchè la palla rotonda possa continuare la sua esaltante storia nelle categorie che contano. Gli altri devono accontentarsi di promesse mancate (quando vengono fatte), di auguri e complimenti (quando ovviamente si vince). Insomma: parole.

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/?doing_wp_cron=1403215885.7914659976959228515625

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GRILLO RIDIMENSIONATO DA RENZI


Alla fine Matteo Renzi l’ha spuntata: M5S ridimensionato e costretto ad aprirsi ufficialmente al dialogo con il Partito Democratico. I pentastellati passano dalla politica bellica alla diplomazia. «Se non puoi batterli, unisciti a loro si dice». Per quanto sia critico nei confronti dell’operato di Matteo Renzi, devo riconoscere una notevole sagacia nella sua persona riguardo le modalità con cui ha «curato» i rapporti con Grillo ed il suo partito. Renzi(e) è riuscito lì dove avevano fallito Bersani (indimenticabile purtroppo lo streaming con Crimi e Lombardi) e Giuseppe Civati (tragica la vicenda dei 101). L’attuale premier aveva ragione: il Partito Democratico non deve essere passivo, ma deve sfidare Grillo. E così è stato. Dopo 6 mesi di dura lotta, i grillini sono costretti ad un armistizio pesante: cambiare radicalmente la strategia politico – comunicativa. E’ l’8 dicembre 2013: Matteo Renzi diventa segretario del Partito Democratico con una maggioranza bulgara. Durante il discorso della vittoria, il segretario lancia il guanto: «Beppe, firma qui!» dichiarava Renzi(e), intenzionato ad abolire il Senato o, perlomeno, a riformarlo e ad azzerarne le spese. Il M5S confermava la politica del NO. Ma il processo si era innescato, lento ed inesorabile aveva cominciato a mietere vittime. Nel tempo i NO alle 3 proposte di legge elettorale avanzate dal PD e la farsa dell’incontro Grillo – Renzi per le consultazioni (sfociato in una caterva di insulti da parte del primo nei confronti del secondo) avevano delineato una prima immagine di ciò che sarebbe stato il risultato definitivo sfociato alle Europee: Grillo intendeva distruggere, Renzi costruire. Intanto, il «toscanaccio» realizzava uno stupendo salto mortale: smentiva quanto promesso alle primarie e accettava di diventare premier con una maggioranza di fatto uguale a quella guidata da Enrico Letta. E’ un rischio: il PD rischia la scissione. Civati affida agli iscritti del PD il destino della sua area politica. Fortunatamente (per Renzi), il rischio rientra. Ancora, poco prima della fiducia: «Grillo, insieme possiamo fare grandi cose». Di nuovo NO. Il Movimento si ritrova isolato (e perde pezzi soprattutto al Senato): maggioranza PD – NcD – SC (o quel che ne resta) e accordo con FI per le riforme. A poco servono dichiarazioni del tipo «Lo vedete? Fanno accordi con il pregiudicato!»: Renzi chiedendo a loro, comunque rispondevano, si sarebbe coperto le spalle. Poco dopo, si entra nel vivo della campagna elettorale. Il modulo pentastellato è aggressivo: #vinciamonoi. Il PD inizialmente attende, poi si vira: piazze&Matteo Renzi. Le europee diventano una sfida «o noi, o loro!» Vs «Tra speranza e distruzione». I sondaggi danno PD avanti, ma l’aria che tira sembra prospettare un duello all’ultimo respiro. Sorpresa: finisce 40 – 20 per Matteo Renzi. Le giustificazioni (goffe) non bastano (brogli elettorali, colpa dei pensionati etc.). E’ Caporetto, occorre dialogare per salvare il salvabile. 

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MARE NOSTRUM E “LA SCELTA DI SOPHIE”



L’operazione #MareNostrum ha permesso di tutelare 39mila persone provenienti dal mare, in barconi privi di sicurezze, con bambini che vomitano, donne incinte, persone costrette a sopportare condizioni igieniche scandalose… Oggi, il Parlamento ha respinto una mozione di FI, LEGA e GAL che chiedevano la fine dell’operazione. Votare contro una proposta del genere è un DOVERE civico, che sancisce il fatto che l’Italia è un Paese solidale.

Stando a Cesare Damiano, di quei 39mila salvati, l’80% è rifugiato e non clandestino. Significa che nella stragrande maggioranza dei casi, si fugge dal proprio paese perchè si è perseguitati politici, perchè si rischia la morte causa un pensiero religioso diverso… Oltre a ciò, si aggiunga la necessità di scegliere tra una situazione economica, quella (soprattutto) africana, e quella europea (si, quella della crisi economica, della Troika… ma a chi fugge questi “pericoli” sono zuccherini).

Si dirà: sono troppi, intervenga l’Europa. Quale sarebbe l’alternativa? Fare una selezione natural – matematica di chi può venire e chi no? 50 li salviamo e 50 li condanniamo alla morte? Dovremmo fare come nel film “La scelta di Sophie”, dove la madre (Sophie) è costretta dai nazisti a scegliere quale dei due figli salvare? Ci mancherebbe altro.

Intervenga l’Europa. Ma l’Italia, fino a prova contraria, è membro dell’UE, addirittura è uno degli Stato fondatori. Dire “Intervenga l’Europa” significa affermare che il nostro governo DEVE FARE (renzianamente parlando). Tra i vari organi dell’UE, c’è il Consiglio Europeo, istituzione composta dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Unione, avente il potere di orientare la politica UE. Se veramente vogliamo un coinvolgimento maggiore, allora si faccia pressione negli organi preposti, e non si piangano lacrime di coccodrillo.

Stiamo parlando di persone, non di bestiame da macellare.

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/mare-nostrum-e-la-scelta-di-sophie/

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La «Caporetto» grillina


Sembrava una tornata elettorale destinata a finire con il tentativo di sorpasso sul rettilineo finale da parte del M5S sul Partito Democratico. Invece, abbiamo visto che la realtà è stata ben altra: il PD va oltre il 40% e abbatte il record di consenso (a sinistra) appartenente a Enrico Berlinguer ed al PCI (1976, 34.4%), mentre Grillo&Co. scendono addirittura rispetto alle politiche del 2013. Inutile parlare di Forza Italia, ormai destinata ad un declino lento ed inesorabile. Da evidenziare invece la resurrezione della Lega Nord e il superamento dello sbarramento da parte del progetto Un’altra idea di Europa.

Risultati eclatanti, che avranno ovviamente ripercussioni nell’immediato futuro. Renzi ora ha ben 3 possibilità per poter durare come Presidente del Consiglio: 1) continuare con NcD Scelta Civica, puntando sul fatto che a nessuno dei due alleati conviene (in termini di consenso) staccare la spina; 2) accordo con SEL e fuoriusciti pentastellati; 3) decidere di concludere l’attuale esperienza di governo e ricandidarsi, per giocarsi così la chance di un governo non di larghe intese (i fattori ci sarebbero tutti: Grillo in difficoltà, Forza Italia idem, PD al suo massimo storico etc.).

Ma questa è un’altra storia.

In questo caso conviene soffermarsi riguardo le motivazioni che hanno portato a far saltare tutti i sondaggi che per tutta la campagna elettorale avevano dato ben altri risultati.

Partiamo da ciò che è scontato: il flop M5S. Grillo ha sbagliato completamente la comunicazione elettorale. Partendo dal programma, molto aggressivo ma privo di difese: il referendum sull’euro incostituzionale ai sensi dell’art.75 della Costituzione Italiana e dell’art.50 del Trattato di Lisbona (http://elnuevodia.altervista.org/si-puo-uscire-dalleuro-istruzioni-per-luso/ ), l’abolizione del fiscal compact non possibile tramite il Parlamento Europeo (è competenza del Consiglio d’Europa) e del pareggio di bilancio (norma della costituzione italiana figlia di un accordo sempre del Consiglio d’Europa) etc. Come a calcio, se mandi tutti avanti è più facile che l’avversario possa segnare in contropiede, soprattutto se i difensori non sono all’altezza della situazione. Dunque, io – militante del PD – incontro persone intenzionate a votare M5S, gli spiego bene le cose… ed ecco che cambiano idea (almeno nella maggior parte dei casi). Altra nota dolente: una lunghissima sequela di insulti, uno più pesante dell’altro ( “peste rossa”, giusto per citarne uno), che hanno solo oscurato le tematiche inerenti l’Europa, i suoi problemi e le sue opportunità. Tantissimi, fortunatamente, danno al voto una forte importanza: voto se so di cosa si parla. Quindi, mi informo ed evito invettive e anatemi. In poche parole: più insulti, più perdi consenso.Terzo: a differenza del Parlamento nazionale, quello europeo è composto da persone scelte dai cittadini dell’UE. In Italia, in questa tornata c’è stata la possibilità di apporre da 1 a 3 preferenze, con tanto di alternanza di genere obbligatoria. Ora, logicamente, il cittadino è chiamato a votare il partito dove trova candidato un esponente che gli ispira fiducia. Quindi, ci avrà parlato, lo avrà seguito nel suo percorso… Insomma, sa quale nome e cognome scrivere sulla scheda. Domanda: se anziché far girare mezzo mondo ai parlamentari 5 stelle, si fosse fatto spendere qualche parola in più ai candidati? Forse non sarebbe stato meglio? Io direi di si. Possibile che i magri risultati alle amministrative ed alle regionali 2013 non abbiano insegnato nulla? Da questa riflessione, ne consegue che le leggi elettorali prive di voto di preferenza sono il sistema migliore per i pentastellati. Quarto: #vinciamonoi. Si dice che i cavalli si vedono all’arrivo. Soprattutto in politica, l’eccessiva sicurezza non paga mai. Cito un precedente: 2 anni fa, nel mio Comune, la coalizione di centrodestra attuò una campagna elettorale fondata sulla certezza di una vittoria scontata (in un comune storicamente di sinistra!). Finì 63 a 37 per il centrosinistra. Senza poi evidenziare il boomerang della promessa mancata di Grillo: «o vinciamo o me ne vado».. Cinque: in Europa o crei una coalizione trasversale tra tutti (o quasi) i Stati membri, oppure non conti nulla. Candidati solo in Italia, senza alcuna alleanza, i grillini ora si ritroveranno ad essere una dozzina in un Parlamento di 730 membri. Quindi, ci si trova davanti ad un bivio: andare da soli mantenendo la linea tradizionale oppure allearsi con qualcuno? Eventualmente, allearsi con chi (Le Pen, Juncker, Schultz… )? A chiunque venga dato l’appoggio, verrebbe meno uno dei principi cardine del movimento: andare da soli, senza alcun accordo con altri. Inoltre, una volta realizzata l’alleanza, per forza di cose la politica pentastellata dovrà seguirne il relativo orientamento (di sinistra se con Tsipras, di estrema destra con la Le Pen etc.). Sei, un anno al Parlamento da cui fuoriescono pochissime cose: rimborsi restituiti; sequela di no a Bersani, Civati e Renzi; no alla proposta di legge sul voto di scambio politico – mafioso, al decreto sulla Terra dei Fuochi… e tante, troppe agorà. Ai cittadini verrà pure in mente come fanno dei parlamentari della Repubblica Italiana a stare in tantissimi posti d’Italia e in Parlamento. Insomma, incontrare i cittadini si, ma ogni tanto bisogna anche restare nel palazzo (assenteismo al 30% mica è poco!).

Candidarsi alle Europee è stato un atto coraggioso ma, qualunque fosse stato il finale, avrebbe portato solo ad uno svilimento del ruolo M5S in politica. Ora, recuperare la credibilità perduta sarà difficilissimo, soprattutto se si continuerà con la medesima linea di intransigenza. Senza poi contare le scelte che dovrà effettuare a Strasburgo, su cui mi sono soffermato prima. In pillole: avere raggiunto le massime istituzioni nazionali era più che sufficiente.

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/la-caporetto-grillina/

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«MAMMA GOODYEAR»


 Le industrie sembravano dover portare benessere e ricchezza economica ai territori ove si installavano. Sembravano dover realizzare il sogno di un mondo ove la povertà veniva sconfitta per lasciare il posto ad una società benestante. Queste belle speranze sono diventate illusioni svanite nel giro di mezzo secolo, sostituite da uno scenario spesso raccapricciante e tragico. Basta fare un tour nella Provincia di Latina, importante polo industriale del Centro – Italia campato per anni grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno, e ora ridotto ad una miriade di capannoni abbandonati e non tutti bonificati, alle tragedie dei lavoratori che hanno perso il loro posto di lavoro, consapevoli che sarà ben difficile trovarne un altro, specie se in età avanzata. Sarebbe «bello» se i guai fossero solo questi. Simbolo dello sviluppo industriale è anche la centrale nucleare di Borgo Sabotino, la prima realizzata in Italia (1963) per poi essere chiusa nel 1987 in seguito al referendum. Ricchezza e autonomia energetica, ma anche danni ambientali e problemi fisici per moltissime persone dei territori limitrofi. Insomma, benessere economico e salute non sembrano andare d’accordo quando questo rapporto è gestito dalle macchine. E spesso la seconda soccombe. Lo sanno benissimo gli operai della GoodYear di Cisterna di Latina, comune dell’omonima provincia.

E’ il 1965, la GoodYear (fabbrica che produce pneumatici) instaura a Cisterna una sua filiale. Parte l’era industriale nella giovane provincia pontina: migliaia di persone trovano occupazione, centinaia e centinaia di famiglie possono ora guardare al futuro con maggiore sicurezza. Nasce il mito di «Mamma Goodyear», colei che si occupa delle prospettive economiche dei suoi figli, i lavoratori. Ma, con il passare degli anni, quell’oro luccicante che le gomme portavano si trasforma in veleno. La fabbrica contiene amianto, le polveri sottili che il lavoro produce non hanno problemi ad inserirsi nelle vie respiratorie degli operai, privi di qualsiasi protezione. Non solo: i controlli ASL vengono pre-annunciati, così la dirigenza ha tutto il tempo per comunicare agli operai la necessità di ridurre i ritmi di lavoro. Perchè gli ispettori devono trovarsi dinanzi ad un edificio pulito e a norma, altrimenti si chiude baracca e battenti. Si arriva così al 2000, il momento in cui la «mamma» decide di abbandonare i suoi «figli» ed andarsene all’est, dove la manodopera ha un costo minore e le leggi sulla sicurezza sono molto più deboli. Ma, molti operai cominciano ad accusare, quasi contemporaneamente, forti problemi di salute. E, sempre quasi contemporaneamente, cominciano ad andarsene. Coincidenze? Forse. Ma un operaio, nonché rappresentante sindacale, all’inizio del nuovo millennio comincia a raccogliere nomi, cognomi e cartelle cliniche dei colleghi che si ammalano. Gli operai morivano, ma le cartelle cliniche non evidenziavano particolari problemi. Ma allora, come si fa a spostare un lavoratore con cartelle cliniche con risultati negativi (sanitariamente parlando) da un settore della fabbrica ad uno più leggero, perchè colpito da problemi fisici? Insomma, tante cose non tornano. Così, si decide di passare per la via giudiziaria. Stoppiamo qui il racconto, vi spiego subito il perchè. Tutto ciò che avete letto fino ad ora altro non è che una (piccolissima) parte del film – documentario «Happy GoodYear», realizzato dalla «SoundCrime» e proiettato in anteprima al Cinema «Oxer» di Latina sabato 3 maggio 2014 e destinato a girare il BelPaese. Si tratta di un progetto importante, in quanto permette – per la prima volta – alla questione di oltrepassare i confini pontini e toccare tutta la penisola. Soprattutto, permetterà alle coscienze di rispolverare tematiche come la sicurezza sul lavoro, lo sviluppo sostenibile etc. Perchè in un paese civile come dovrebbe essere il nostro, il lavoro deve essere un diritto che tuteli l’economia delle persone senza intaccarne la salute. Insomma, firmare un contratto e non una condanna a morte.

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/mamma-goodyear/

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SI PUO’ USCIRE DALL’EURO? ISTRUZIONI PER L’USO


E’ uno degli argomenti simbolo di questa campagna elettorale per le Europee. L’uscita dall’euro è un tema molto caro ai partiti definiti euro – scettici, che vedono nella nostra moneta e, più in generale, nel progetto europeo, l’inizio di tutti i nostri guai economici e sociali. Così, se vai in Italia trovi il Movimento 5 Stelle pronto a indire un referendum sulla«vita» dell’euro nel nostro Paese; se vai in Francia è una delle armi di persuasione principali del Front National etc. Uscendo poi dall’ambito prettamente politico, gli esperti del settore da tempo si scontrano tra loro sui vantaggi e svantaggi di tale eventualità: avremo maggiore potere d’acquisto, la lira sarebbe carta straccia… Insomma, tante e tante opinioni sta producendo la questione. Ma, in tutto ciò, noto che una parte fondamentale del discorso non viene evidenziata. Mi spiego: quali sono le procedure per uscire dalla moneta unica? In base a quali articoli, trattati e altre carte giuridiche è possibile realizzare ciò?

In questi giorni, ho provato a fare un mio personalissimo sondaggio. Sono andato sulle pagine facebook del M5S (il partito euroscettico più forte d’Italia), de «Il Fatto Quotidiano» (dove si concentrano molti commenti contro l’Europa) etc. chiedendo: come si fa ad uscire dall’euro? In base a quali articoli e trattati?Per qualche tempo ho lasciato perdere, aspettando che maturasse un certo numero di risposte e, il risultato è stato alquanto deludente: giudizi generici sulle politiche europee conditi da qualche insulto. Non mi sono dato per vinto, e ho rilanciato: Nessuno mi risponde? Riformulo la domanda: come si fa ad uscire dall’euro? In base a quali articoli e trattati?Di nuovo nulla. Ok, passiamo all’ultimissimo tentativo, quello dove si diventa «cattivi»:  il referendum sull’euro e’ una grandissima cavolata , dimostratemi il contrario. Alzando i toni ogni tanto si ottiene qualche risultato desiderato: se loro dicono che si può fare, allora si può fare; credo che si possa fare il referendum sull’euro… Insomma, risposte ipotetiche, che dimostrano il fatto che, anche chi propaganda l’idea di uscire non ci crede più di tanto (tra i vari commenti inoltre, non ho visto una sola persona che mi abbia elencato un qualche articolo giuridico volto a rafforzare la tesi). Il sondaggio ovviamente non è finito qui: sono andato su diversi siti internet scrivendo su «Google»uscire dall’euro; procedura per l’uscita dall’euro … ma il mio desiderio conoscitivo non è stato appagato. Ultimo tentativo: da «bravo studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali» (permettetemi questa satira tagliente) mi sono messo a rileggere i libri di diritto pubblico e diritto costituzionale comparato, nonché ho cominciato a leggere qualcosa di diritto internazionale (anche perchè ho un esame riguardo tale materia). A tutto ciò, aggiungiamoci storia contemporanea e un’attenta analisi dell’evoluzione delle istituzioni europee tramite i Trattati. Da questo momento in poi, troverete link per approfondire la questione.

Partiamo da qui:

Sia ben chiaro: la sintesi di tale excursus è volto ad evitare una eccessiva lunghezza del post. Ovviamente, chiunque è libero di approfondire (consiglio a tal proposito il seguente sito:http://ec.europa.eu/, sito archiviato ma ancora molto utile).

Tornando al tormentone si può o no uscire dall’euro, dal breve riassunto fatto ne deduciamo che:

  1. l’euro è figlio di un Trattato internazionale, firmato da capi di Stato e di Governo. Nel nostro ordinamento, per diventare legge, un trattato internazionale è soggetto ad una ratifica parlamentare;

  2. leggendo attentamente il testo del Trattato di Lisbona, si noterà che l’articolo 50 introduce unaclausola di recesso dai Trattati. Cosa significa? Basta leggere qui: Clausola di recessoIn poche parole, se l’Italia volesse uscire dall’euro, il primo passo spetterebbe a un Matteo Renzi (Presidente del Consiglio) o a un Giorgio Napolitano (Presidente della Repubblica). Non solo, uscire dall’euro significherebbe uscire automaticamente dall’Unione Europea.

Notare: fino ad ora possibilità di uscire per via referendaria, o comunque tramite il Parlamento Europeo, non sono state evidenziate. Perchè? Proviamo a spiegarlo partendo dall’istituzione che andremo a rinnovare:

Parlamento Europeo > si prega di leggere qui: Parlamento Europeo. Noterete che non c’è alcun cenno alla possibilità di poter ridiscutere i Trattati, come propagandato da molti partiti euroscettici. E, purtroppo (per loro), l’euro è figlio di un Trattato. Inoltre, si parla di un rapporto Parlamento – Commissione Europea, mentre il destino della sovranità monetaria di un Paese membro è affidato ad un altro organo: il Consiglio Europeo! ( 1) lo avete letto nella clausola di recesso linkata poco prima; 2) se volete approfondire su tale istituzione: Consiglio Europeo).

Insomma, la strada per il referendum comincia a complicarsi. Soprattutto, si sta facendo largo una sola ipotesi: solo i massimi rappresentanti nazionali di uno Stato membro possono chiedere di recedere dai Trattati. Ma, forse, la questione inerente Italia – Euro SI / NO può ribaltare il tavolo.

Dunque, nella penisola sono soprattutto 2 i partiti che attaccano la valuta attuale: Lega & M5S. Come già detto, il secondo partito è il principale sponsor della via referendaria. Allora: se Lisbona non prevede tale ipotesi, almeno le leggi nazionali permettono di realizzarla? Già da qui la situazione si complica, in quanto l’ordinamento europeo nella scala gerarchica giuridica è al di sopra delle nostre leggi.

Partiamo dalla nostra legge fondamentale: la Costituzione. Specificamente, pubblichiamo qui sotto l’art.75:

E` indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum”.

Notare bene: «autorizzazione a ratificare trattati internazionali». In sintesi: mettiamo caso che io, Governo, riesca ad ottenere l’obiettivo di ridiscutere il trattato di Maastricht. Una volta portate a compimento le modifiche, i capi di Stato e di Governo lo firmano per dargli valore ufficiale. Ma, per entrare nel nostro ordinamento, il Parlamento dovrà approvare una legge di ratifica. Se però il partito euroscettico intende mantenere la promessa, dovrà prima passare per un referendum popolare. Piccolo particolare: la Corte Costituzionale lo casserebbe! Ma, in generale: oggi ci sono le condizioni istituzionali per realizzare tale obiettivo? Non mi pare.

Qualcuno però si rifà al referendum consultivo del 1989 per chiedere se approvare o meno un mandato costituente al Parlamento Europeo eletto nel medesimo anno. Ma, in questo caso, è stata necessaria una legge costituzionale ad hocquella del 3 aprile 1989, n. 2. Anche qui, diamo un’occhiata alla Costituzione:

art.138 > Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata , se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”.

Insomma, l’iniziativa partirebbe nuovamente dalle istituzioni nazionali e non europee (!). Inoltre, ma non è detto, un’azione del genere potrebbe risultare incostituzionale ai sensi dell’art.11«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

In conclusione, chi proclama di uscire dall’euro mediante istituzioni europee o referendum, sta dicendo clamorose bugie volte solo a raccogliere un facile consenso tra le persone. Qualora non sia vero quanto detto dal sottoscritto, chiedo che mi vengano date risposte esaurienti, con tanto di articoli e trattati di riferimento (il mezzo migliore per confermare la veridicità di quanto dichiarato).

Scusate per la lunghezza

 

 FONTE:http://elnuevodia.altervista.org/si-puo-uscire-dalleuro-istruzioni-per-luso/

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Grazie Cecile!


Pur trattandosi di un governo contraddittorio, ove le politiche di centrosinistra dovevano per forza di cose mescolarsi con quelle di centrodestra, la squadra ministeriale capitanata per un anno da Enrico Letta aveva introdotto un elemento di innovazione che aveva permesso al nostro Paese di affrontare (finalmente) la questione dell’integrazione e del razzismo. Ci vuole poco, partendo da queste parole, per arrivare al tema centrale del discorso: il Ministero dell’Integrazione di Cecile Kyenge. Originaria della Repubblica Democratica del Congo, laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica di Roma e specializzatasi in Oculistica all’Università di Modena, giurando di rispettare la Costituzione Italiana diventava la prima persona (e di colore) ad assumere il debuttante dicastero dell’Integrazione. Improvvisamente, forse anche un po’ a sorpresa, la politica leghista, dei razzisti e dei “non sono razzista ma…” dovette scontrarsi di petto con questa nuova
realtà. Immigrazione, clandestinità e tante altre tematiche inerenti tale ambito diventavano di primo piano nella vita degli italiani mentre, fino al giorno prima, le azioni concrete portate avanti da organizzazioni non governative, da enti locali, dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, sotto la Presidenza del Consiglio), pur lodevolissime, restavano inferiori (senza offesa per
chi le promuove) alle tante, tantissime parole spese nell’immaginario collettivo. La ministra aveva un arduo compito: far comprendere ai cittadini che gli «status» di immigrato, di straniero o persona clandestina non sono sinonimi di delinquenza, criminalità e sottrazione del lavoro agli italiani. Il difficile percorso era iniziato e la ministra, convegno dopo convegno, raccoglieva vittorie su vittorie: il lancio di banane, la definizione di «orango tango» alla sua persona (è doverosa una precisazione: gli orango tango sono animali di colore arancione, la ministra – purtroppo per i deficienti – è di pelle nera), i link condivisi sui social network che gli attribuivano frasi prive di fondamento (es.: la Kyenge, secondo taluni, aveva dichiarato di voler abbattere il Colosseo) etc.
erano offese pesanti che però nascondevano il fatto che il nervo era stato finalmente toccato. Un po’ come successe con le bombe mafiose, che fecero comprendere la difficoltà di Cosa Nostra nel difendere il suo potere (scusate se oso tanto). E poi, finalmente, le timide statistiche favorevoli all’Integrazione cominciavano ad avere una luce sempre più grande e forte: gli immigrati costa(va)no allo Stato italiano 11,9 miliardi l’anno ma ne rendevano 13 (1, 4 miliardi di euro nelle casse dello Stato grazie a loro!), i luoghi comuni cominciavano a cadere uno dopo l’altro( la clandestinità non era più vista solo come reato, ma una situazione temporanea – nella stragrande maggioranza dei casi – da regolarizzare il prima possibile…). E poi, i risultati che non sono arrivati, ma che comunque (sono sicuro), la Kyenge avrebbe prodotto prima o poi: lo Ius Soli, l’essere italiani per nascita indipendentemente dalla cittadinanza dei propri genitori; mettere una pietra tombale sulla Bossi – Fini, perchè non si può imporre all’immigrato di lavorare per ottenere un permesso di soggiorno in un periodo in cui il desiderio di lavorare è comune a milioni e milioni di disoccupati, perchè è inammissibile trattare il clandestino come reo (oggi, il reato è ridimensionato a illecito amministrativo). E, sicuramente, tanto altro. La decisione dell’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi di non confermare tale dicastero, rischia insomma di riportare un po’ nell’oblio le varie questioni spolverate in questo ultimo anno di politica italiana. Ovviamente, spero che la mia sia una paura infondata.
Intanto, grazie di tutto Cecile!

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/grazie-cecile/
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Il giorno del ricordo… vero.


10 febbraio: giorno del ricordo. Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato periodo post – bellico, italiani fascisti e non dell’area friulana e dalmata venivano condannati dagli jugoslavi titini alla morte. I malcapitati venivano portati a ridosso di profonde cavità carsiche, con le mani legate dietro alla schiena e poi legati gli uni agli altri; i soldati sparavano ad una persona, questa cadeva nella cavità portandosi dietro tutti gli altri membri di questa tragica catena umana. Un massacro da condannare, così come tutte le azioni di tale tipo. C’è però un rilievo da fare: da quando è stata istituita la «giornata del ricordo» (30 marzo 2004), diverse forze politiche tendono a sottolineare che le persone uccise hanno subito tale destino in quanto la loro unica colpa era essere italiani. Questa espressione è una semplificazione riduttiva e molto pericolosa: si tende a far passare l’idea dell’italiano «buono ed innocente», rispettoso dello stereotipo «italiani brava gente» che a lungo ci ha caratterizzato (e non sempre dal sapore veritiero), mentre lo jugoslavo diventa l’occupante, l’assassino, il sanguinario. Inoltre, si cerca di far passare, in maniera diversa rispetto al Giorno della Memoria (27 gennaio), il tema del razzismo (appunto, l’espressione «la loro unica colpa era essere italiani»). Gli ebrei vengono perseguitati in quanto ebrei; gli italiani vengono infoibati in quanto italiani. Intendiamoci: il giorno della Memoria non è stato istituito per far passare il messaggio degli ebrei uccisi e perseguitati perchè la loro unica colpa era essere ebrei , bensì per far comprendere alla gente che, negli anni ’30 e ’40 del ‘900, l’uomo era riuscito ad arrivare al punto di attuare l’eliminazione fisica dei suoi simili causa la logica scellerata della superiorità di una razza su un’altra. D’altronde, sarebbe anche sbagliato ricordare «solo» gli ebrei, in quanto destinatari della soluzione finale furono anche Rom, Sinti, portatori di handicap, prigionieri politici etc. Se bisogna trovare dei colpevoli, questi ovviamente sono gli autori delle tragedie (essere convinti di una presunta ed inesistente superiorità di una razza su tutte le altre). In pillole: il giorno della Memoria, istituito il 1° novembre 2005 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intende ricordare lo sterminio di ebrei, rom, sinti, prigionieri politici avvenuto negli anni ’30 e ’40 del ‘900, in quanto ritenuti figli di razze inferiori e/o pericolosi per quella dominante. L’obiettivo è far si che l’uomo non ripeta più tali pazzie, comprendendo che tutti gli esseri umani sono uguali e diversi solo per caratteristiche come l’età, la salute etc. Tornando al «giorno del ricordo»: ricordiamo evidenziando i colpevoli veri (i mandanti e gli autori delle esecuzioni) e l’obiettivo (il medesimo scritto in neretto, poche righe sopra) e non diamo specifiche esemplificative del tipo la loro unica colpa era essere italiani (sono ripetitivo, scusate). Anche perchè, se qualche «matto» è appassionato di storia oppure, si azzarda soltanto a leggere qualcosa di approfondito sull’argomento, scoprirebbe che la vicenda delle foibe non è legata solo ai poveracci catturati, legati tra loro e poi gettati nelle cavità carsiche. Scoprirebbe una questione molto più larga, le cui «radici» risalgono all’occupazione italiana di quelle zone jugoslave, all’italianizzazione forzata, alle repressioni attuate dai soldati fascisti etc. E, se qualcuno calcasse ancor di più la mano, arriverebbe ad evidenziare le crudeltà dei nostri militari nelle colonie africane. Qualche maligno potrà dire: e tutti quegli africani uccisi dai fascisti, quali colpe avevano? Essere africani? Immaginate le conseguenze: si scatenerebbe una «gara» (pessima) a chi butta giù il massacro con il maggior numero di vittime, solo per difendere la propria idea politica. Insomma, l’eredità storica non deve mai essere fatta propria da una parte politica, altrimenti si cadrebbe in interpretazioni contraddittorie, ma soprattutto di favore e false. Cerchiamo di essere «indipendenti», nel senso: leggiamo libri sugli argomenti che ci interessano, andiamo sui luoghi della memoria etc.

 

Avviso al lettore: l’articolo non intende ridurre quanto hanno subito ebrei, rom, sinti, prigionieri politici, infoibati etc. Nomi, cognomi, persecuzioni delle vittime non vanno gettati nell’oblio, ma l’importante è che non vengano utilizzati per favorire verità favorevoli a questa o quella parte politica.

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FRANCIA NEGRIZZATA


Il titolo ricopia quello pubblicato sulla prima pagina di un giornale italiano negli anni ’30, periodo in cui cominciarono ad essere emanati i provvedimenti per la difesa della razza italiana. In questa prima pagina, vi era una foto con una madre e il figlio entrambi di carnagione scura. Una didascalia, più o meno «descriveva» i caratteri dei due soggetti fotografati. E’ servita la Carta del 1° Gennaio 1948 per sancire con due articoli (21:«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»; 3:«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.») l’evitare il ripetersi, nel nostro Paese, di obbrobri simili.

Spesso, quando si tratta della soluzione finale hitleriana, si parla solo di ebrei sterminati. Dimentichiamo spesso, che non furono soltanto gli ebrei ad essere condannati alle camere a gas, bensì antifascisti, portatori di handicap (a tal proposito, segnalo questo articolo interessantissimo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/26/giornata-della-memoria-i-disabili-e-la-shoah-ai-giorni-nostri/856364/ ), Rom, Sinti etc. Motivazione? Erano diventati un peso per la società, erano una sottorazza («Un mondo imbastardito e «negrizzato» sarebbero perduti per sempre i concetti dell’umanamente bello e del sublime, nonché ogni nozione d’un avvenire idealizzato del genere umano» / «La concezione nazionale, razzista, riconosce il valore dell’umanità nei suoi primordiali elementi di razza. In conformità coi suoi pricipii, essa ravvisa nello Stato soltanto un mezzo per raggiungere un fine, il fine della conservazione dell’esistenza razzista degli uomini. Con ciò, non erede affatto ad un’eguaglianza delle razze, ma riconosce che sono diverse e quindi hanno un valore maggiore o minore; e da questo riconoscimento si sente obbligata ad esigere, in conformità con l’eterna Volontà che domina l’Universo, la vittoria del migliore e del più forte, la subordinazione del peggiore e del più debole» > Adolf Hitler nel Mein Kampf, La mia battaglia). Il Giorno della Memoria è volto a ricordare le atrocità compiute. Ma, ultimamente mi chiedo: che senso ha, ricordare cosa subirono ebrei, Rom, Sinti, portatori di handicap etc. negli anni degli autoritarismi, quando oggi, nell’epoca in cui viviamo, assistiamo ad un razzismo più sottile? Nella millenaria storia della civiltà umana, abbiamo assistito a persecuzioni atroci (l’Europa del ‘500 è un esempio «lodevole» di cui ci si ammazzava causa le diversità religiose: musulmani, ebrei, protestanti ugonotti francesi etc. erano tutte minacce all’idea di Impero universale che all’epoca impazzava in Europa; solo una fede doveva prevalere: quella cristiano – cattolica). Oggi, vedendo le tragedie di Lampedusa, quei poveracci provenienti da Paesi diversi sottoposti a veri e propri lavori forzati e sottopagati da gente che se ne approfitta, i disabili che spesso – nonostante i loro problemi – sanno affrontare la vita con molta più gioia rispetto a chi è (fortunatamente) esente da questi problemi… mi viene da pensare:

  • è razzista la persona che sostiene l’idea in cui gli immigrati devono andarsene dal nostro Paese, perchè rubano il lavoro, delinquono… Come se mafia, camorra, n’drangheta, Sacra Corona Unita, le stragi degli anni di piombo etc. fossero opera di persone provenienti dal Nord Africa o da chissà dove; come se gli italiani fossero tutte persone disposte ad accettare il primo lavoro che si ritrovano sottomano (soprattutto: pagano tutti il biglietto dei mezzi pubblici quando li utilizzano, le attività commerciali fanno sempre lo scontrino… insomma: come se italiano fosse sinonimo di onestà);

  • è razzista quella persona che ti viene a chiedere: «e i disabili come fanno? Ci avete pensato a questo» solo per rinforzare la ragione nella propria tesi. Sicuramente, a tutti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di incontrare persone lamentarsi delle isole pedonali perchè imporrebbero cambi nella propria vita quotidiana (cambi salutari dopotutto: anziché utilizzare la macchina, dovresti adoperare i mezzi pubblici oppure andare in bici o a piedi; insomma: quello che si faceva fino a mezzo secolo fa, quando i problemi ambientali erano quasi assenti) e cercano di «ristabilire la situazione» facendo leva sui disabili. Salvo poi dimenticarsene per il resto della propria vita;

  • quanti esempi potrei fare ancora. Comunque, la risposta a questi problemi è una: la solidarietà tra esseri umani. Parola che versa da tempo nell’oblio.

Oggi il razzismo è taciturno, sottile e subdolo. E’ molto più pericoloso di quello passato. Oggi, tanta persone che ricordano gli stermini, sono le medesime che da domani ricominceranno a prendersela con il «diverso» dei problemi attuali. Per dire: il colpevole è sempre un altro.

P.S.: ovviamente il titolo è un tentativo di provocazione. Chi ha letto l’articolo, sicuramente lo ha capito. Ma quanta gente si ferma al titolo?

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Qualche domanda


 

  • Chi sono i 101 franchi tiratori che hanno impallinato Romano Prodi alla votazione per la Presidenza della Repubblica?

  • Chi sono questi deputati che hanno provato una compravendita nei confronti del M5S?

  • Ha senso avere un Governo che, fino ad ora: ha rinviato l’aumento dell’IVA, ha rinviato il pagamento dell’IMU, ha rinviato l’acquisto degli F-35, ha rinviato la votazione per il Vice – Presidente della Camera?

Forse non avremo mai una risposta. O forse chissà.

Fonte: http://www.elnuevodia.altervista.org 

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L’importanza della parata del 2 giugno


 

Leggo in questi giorni articoli dove le persone esprimono tutto il proprio sdegno per la parata militare del 2 giugno.
Insomma, la festa della Repubblica non deve più godere della tradizionale sfilata di carri armati e forze dell’ordine perchè (per qualcuno) è uno spreco di almeno 10 milioni di euro e va contro il principio secondo cui l’Italia ripudia la guerra.
Allora, facciamo innanzitutto un po’ di ordine: l’Italia ripudia si la guerra ma come <<strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali >> (art.11 cost.). Quindi: l’Italia riconosce lo strumento della guerra solo in caso di difesa o, come continua l’art.11: <<consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo>>.
Chiarito questo equivoco (in cui molto spesso il popolo italiano cade), sciogliamo un altro dubbio. Dire che la parata militare del 2 giugno serve a mostrare al mondo la qualità dell’apparato bellico italiano è vero fino ad un certo punto. Anche se, non penso che si possa definire un delitto vantarsi di essere tra le prime 10 potenze militari a livello globale; ricordiamoci che siamo un periodo dove il rischio terrorismo (soprattutto internazionale) è costante, e in qualche modo bisognerà pure difenderci ( ci siamo poi per caso dimenticati che il nostro è il Paese delle stragi: Piazza della Loggia, Piazza Fontana…?).
Altro particolare: oltre a carabinieri, polizia, cacciabombardieri… alla parata del 2 giugno partecipano anche organizzazioni come la Protezione Civile, la Croce Rossa… Queste ultime uccidono le persone? Mettono bombe? Ovviamente no: la Protezione Civile ha l’arduo compito di intervenire immediatamente in caso di gravi calamità, la Croce Rossa è una organizzazione che rischia la vita al solo scopo di tutelare i civili a livello sanitario.
La parata militare dunque non ha un significato bellico, ma di unità nazionale: raccoglie tutte le forze che contribuiscono (nei settori competenti) a rendere grande questo Paese: i militari delle missioni di pace ( Nassirya vi ricorda qualcosa?), gli agenti delle scorte istituzionali (non erano per caso militari quelli che morirono a Capaci e Via d’ Amelio? Non era un militare il generale Dalla Chiesa?…), e poi la Protezione Civile, la Croce Rossa…
Insomma, è il 2 giugno, è la festa della Repubblica. E’ la festa di tutti gli italiani, di tutti quelli che credono e contribuiscono a rendere questo Paese migliore ogni giorno.
Cerchiamo di evitare facili (ed inutili) populismi.

 

Fonte: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1433627

CAMBIARE SI PUO’. CONTINUARE E MIGLIORARE SI DEVE.


In una realtà in continuo divenire in cui oggi è già ieri, e in cui domani diventa oggi, non si capisce come possano ancora esserci oggi, nel mondo in cui viviamo, venditori di fumo. Chi promette cose che non potremmo mai avere, chi seduce gli animi corruttibili dei deboli. I deboli siamo noi. Un popolo vittima delle atroci scelte di chi governa o vorrebbe governare senza un minimo di morale. Ed oggi ci troviamo spiazzati difronte agli errori di una generazione che passa. Prima erano i figli della modernità. Poi sono diventate le vittime delle guerre e delle dittature. Poi i seguaci di un sogno ricostruttore che come ogni cosa potenzialmente degenerante, è degenerato. Nell’abusivismo. Si è abusato di tutto. Della dignità umana, della persona, della famiglia, del lavoro, dei sogni e ancor di più della “res publica”. Il disgregamento dell’unità della cosa pubblica, dello Stato, per seguire vigliacchi interessi personali. L’anteposizione della parte al tutto, del bene proprio al benessere generale ha riportato in luce quella profonda crisi di valori che caratterizzò il primo Novecento. Un periodo in cui tutto fu messo in discussione. In primis la condizione dell’uomo nelmondo. Un mondo ormai privo di certezze. Travolto dal caos dell’incertezza della metafisica, della religione, della morale stessa. L’uomo che cerca continuamente se stesso. Che perde la sua identità prima come individuo poi come “animale sociale”. In preda ad una profonda crisi esistenziale che lo pone al centro del mondo. Un mondo che danza sui piedi del caso. Un mondo privo di certezze assolute. Il nichilismo. L’inesistenza di valori e dogmi assoluti. Perché “Dio è morto”, disse Nietzsche. È caduto il mondo idealistico delle speranze promesse, del fare oggi in questo mondo per esserne ricompensati in un altro. Il momento è adesso.Tutta l’antica filosofia greca ruotava intorno ad unico fine. Quello di ricercare l’ αλήθεια (alèteia = la verità). Il bello delle parole è che nascondono un significato intrinseco. E l’ αλήθεια non è solo la verità, ma più precisamente è “ciò che non può essere nascosto”. In un mondo oramai in preda ad una profonda crisi ideologica ed esistenziale come quello in cui tutti noi oggi viviamo, è facile trovare conforto in buone promesse e parole vuote. Ma diffidiamo della distorsione della realtà, della mistificazione del mondo. Diamo concretezza alle parole senza abboccare come pesci all’amo.In un famoso mito, il mito della caverna, Platone racconta di uomini fatti prigionieri (prigionieri delle credenze dell’umanità) che vivono al buio in una caverna costretti a vedere proiettate su un muro davanti a loro soltanto ombre di uomini. Questi credono che quelli siano i veri uomini (ma non sono altro che le ombre di piccole statuette tenute dai portatori di simulacri, che non sono altro che “venditori di sogni”). Il problema sta nel fatto che gli uomini-prigionieri scambiano le ombre con la realtà. Ma se solo uno di loro riuscisse a liberarsi dalle catene (cioè a staccarsi dall’ignoranza e dalle credenze) si accorgerebbe delle statuette e capirebbe che la realtà sono le statue e non le ombre. Ma se in seguito il prigioniero liberato, riuscisse ad uscire dalla caverna scoprirebbe che la vera realtà non sono nemmeno quelle statuette. In un primo momento, avendo vissuto per anni nell’oscurità, abbagliato dalla luce non riuscirà a distinguere le cose reali e guarderà solo le costellazioni e il firmamento. Poi potrà guardare il sole e distinguere le cose reali godendo della loro bellezza. Quale uomo, dopo tutto questo, vorrebbe tornare alla vita precedente? Eppure, per salvare i propri compagni di schiavitù, se l’uomo tornasse nella caverna per “svegliare” i suoi compagni, i suoi occhi offuscati dall’oscurità non riuscirebbero a distinguere più le ombre e quindi verrebbe deriso dai suoi compagni, che lo prenderebbero per pazzo, finché infastiditi dal tentativo dell’uomo di portarli fuori dalla caverna, lo ucciderebbero (la stessa fine che fece Socrate per aver detto quella verità di cui si parlava prima).Ucciso per essere “tornato alla caverna”. E ritornare nella caverna significa per l’uomo mettere quello che ha visto, le proprie conoscenze a disposizione della comunità. “Così lo Stato potrà essere costituito e governato da gente sveglia e non già, come accade ora, da gente che sogna e che si combatte per delle ombre e si contende il potere come se fosse un gran bene” (Nicola Abbagnano).Una crisi culturale profonda contagia la politica, perché la politica siamo noi. La πόλεις (poleis) è la città. E parte da noi la riforma della nostra società. Soltanto superando la fase transitoria di una grave crisi morale di valori si può dare un nuovo senso alla nostra comunità e alla politica. Altrimenti una crisi politica, generata dalla perdita di valori e dal disinteresse collettivo genera una distorta analisi della realtà che inevitabilmente creerà politiche economiche altrettanto degenerative. A discapito della società stessa. E del mondo intero. Siamo cittadini del mondo ed è impensabile che pochi uomini al mondo possano arbitrare come un burattinaio, le vite di milioni di uomini. Esiste la politica buona. E tutti noi ci crediamo perché tutti noi contribuiamo in un modo o nell’altro a renderla migliore. Esiste una economia buona, uno strumento che può rendere migliore la vita di moltissimi uomini, nella sua essenziale funzione di scienza sociale. Ma tutto questo sarà possibile solo quando tutte le nostre teste saranno pronte ad accettare il nuovo, il diverso. Perché cambiare è possibile se solo tutti ci credessero. Keynes sosteneva che la difficoltà non sta nell’introdurre nuove idee, ma nello sradicare le vecchie, che si ramificano in tutti gli angoli del nostro cervello. Siamo noi la nuova generazione del cambiamento. E allora cambiamo. Nel rispetto dei nostri limiti perchè l’uomo, come pensava Rousseau, nel passaggio dal suo stato di natura allo stato di essere sociale, diviene inevitabilmente limitato, per rispetto delle regole sociali che una comunità impone, in vista del bene collettivo. Ma il bene generale, l’interesse generale, la “volontè generale” di cui Rousseau parlava, non è la volontà di tutti, del fare tutto per tutti anche se qualcosa fra queste è ingiusta o sbagliata, ma il fare tutto in vista del bene di tutti, del benessere della comunità intera. Soltanto quando l’interesse di tutti verrà anteposto al fine particolare verrà meno quell’abusivismo morale dell’approfittarsi dell’ altro, dello sfruttamento di chi non può, moralmente o materialmente, migliorare la propria condizione. Perché l’io ha bisogno dell’altro. Perché il due è il contrario di uno.Perché insieme si può cambiare.

by Gianmarco Mattoccia

Fonte: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1420132

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Stupidario politico popolare


Giusto per ridere, ho raccolto le discussioni più divertenti a cui ho avuto modo di partecipare.

Buon divertimento!

PRIME ESPERIENZE POLITICHE
A: a queste elezioni politiche chi voterai?;
B: voterò il centrodestra;
A: perchè?;
B:ho chiesto consiglio a mio padre;
A: voti centrodestra solo perchè te lo ha detto tuo padre?;
B: si, quando si va a votare la prima volta bisogna fare così.

UNA TRANQUILLA DISCUSSIONE POLITICA 

A: Prodi è un comunista!;
B: Stai dicendo una boiata clamorosa;
A: Sto dicendo la verità. Prodi è un comunista, ha fatto il governo con Bertinotti;
B: Bertinotti era l’alleato comunista di Prodi, ma Prodi non era comunista;
A: se non era comunista, Prodi non si sarebbe mai alleato con Bertinotti.

REFERENDUM 
A: sei andato a votare al referendum?;
B: ovvio!;
A: ti posso chiedere cosa hai votato?;
B: certo! Ho votato NO!;
A: sei a favore della privatizzazione dell’acqua, del nucleare e del legittimo impedimento quindi?;
B: ma cosa stai dicendo? Se fosse come dici te avrei votato SI!

Fonte: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1416323

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MANI PULITE E L’ECONOMIA


 

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…
9° PARTE: I SUICIDI

10° PARTE: <<ECONOMIA>>

Ad essere travolta dalla Rivoluzione di “Mani Pulite” è soprattutto la politica, a tutti i livelli e di tutti i partiti. E’ là che vanno a finire tutti i soldi delle tangenti. In quegli anni la politica costa moltissimo.
Giuseppe Turani: << 1) bisognava tenere molta gente sul territorio a tempo pieno. Più gente hai sul territorio a tempo pieno più controlli i tuoi soldi, la tua presenza, la tua forza. Poi, bisogna anche dire che i gruppi dirigenti si erano abituati bene, a contatto con il mondo imprenditoriale, che viveva bene: jet privati, elicotteri ecc.. Ogni tanto si telefonava all’amico imprenditore che gli prestava l’aereo per un week-end o due per andare in giro a far comizi. Quando poi non c’era si affittava. Avevano poi i loro giornali di partito che non vendevano mezza copia. E poi per la campagna elettorale i soldi volavano>>.
Costa la politica: bisogna mantenere la presenza sul territorio dei partiti di massa come la DC e il PCI, ci sono i congressi faraonici del PSI, ci sono i giornali di partito, le sedi locali, quelle nazionali, il personale, le relazioni da coltivare, le clientele. Costa la politica, costa tantissimo. Soltanto l’apparato nazionale della Democrazia Cristiana costa dai 60 ai 70 miliardi di lire all’anno. Miliardi di allora. Siamo negli anni ’90. Soltanto l’apparato della DC a Milano costa 4 miliardi all’anno. Il PSI, per l’apparato nazionale, ha bisogno di 50 miliardi all’anno. Il finanziamento pubblico dei partiti, quello legale, non riesce a trovarli tutti.
Roberto Mongini: << Chi faceva il segretario del partito sapeva che bisognava pagare gli stipendi. E i stipendi chi li pagava? Li pagava il finanziamento illecito, perchè il finanziamento bianco serviva si e no per pagarne uno>>.
Sono tanti, tantissimi soldi, un fiume di denaro che riempie le valigette 24ore e gonfia piccole buste bianche e grandi buste gialle formato A4, che riempie sacchetti per fare la spesa, che si arrotola in tasca e a volte anche dentro le mutande, e che di nascosto, ma spesso alla luce del sole finisce nelle tasche dei politici, nei cassetti delle segreterie amministrative, nei conti cifrati in Svizzera.
Una prima quantificazione di questo fiume di soldi lo stima attorno a 10mila miliardi di lire all’anno, miliardi di allora. Sono tantissimi soldi, e non sempre finiscono proprio nelle casse dei partiti.

Tutto questo non è gratis, lo pagano gli imprenditori naturalmente. Però non finisce lì, perchè i soldi escono fisicamente dalle tasche delle imprese. Ma poi, alla fine, i costi veri ricadono sui cittadini sotto forma di maggiori tasse, di maggiori costi dei servizi, di debito pubblico. Opere pubbliche che servono solo per motivi politici, vere e proprie cattedrali nel deserto che non vengono mai finite ma costano. E non solo gli appalti per le costruzioni, ma anche i servizi, come la sanità, che fra tangenti e mazzette finisce per costare molto di più allo Stato e quindi ai cittadini. E anche quei lavori che effettivamente servono, alla fine costano molto di più di quello che dovrebbero. La metropolitana di Milano nel 1992 costa 120 miliardi di lire al km, quella di Amburgo 45; i lavori per il passante ferroviario della metropolitana prevedono 100 miliardi al km per 12 anni, quello di Zurigo ne costa 50 in 7 anni . E comunque, dopo la tempesta di MANI PULITE, anche i costi del passante ferroviario di Milano si abbassano della metà. Così il debito pubblico aumenta: nel 1980 il rapporto tra il PIL e il debito pubblico è del 60%, nel 1992 è salito al 118%. Sono 250mila miliardi di lire con un interesse annuo di 25mila miliardi. Sono un sacco di soldi per cose che si fanno male e in più tempo, e che a volte non servono a niente.

 

fonte: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1409069


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MANI PULITE E I SUICIDI


“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

8° PARTE: LA GENTE

9° PARTE: I SUICIDI

Questa è la storia di una rivoluzione, come abbiamo detto, e tutte le rivoluzioni hanno le loro vittime. Anche questa ne ha, e sono tante: 11 nel 1992, 10 nel 1993, e altre 10 nel 1994. Sono tutti suicidi.

  • Nando Dalla Chiesa, fondatore di SOCIETA’ CIVILE: << Ci furono decine di suicidi durante il biennio di Tangentopoli. Io feci anche uno studio in Parlamento. Credo che sia l’unico studio scientifico disponibile su quella vicenda. Il risultato è che i suicidi furono prodotti non tanto dalla detenzione in carcere, perché quasi tutti si uccisero fuori dal carcere, e molti anche dopo essere stati prosciolti. Era il clima dell’opinione pubblica che era insopportabile per chi avesse avuto comunque il marchio dell’indagine giudiziaria. Quindi, questo più che rinviare all’azione di magistrati, rinvia secondo me all’incapacità che in quel momento ebbero i giornali e l’opinione pubblica di mantenere un senso delle proporzioni.>>

Il primo si chiama Franco Franchi ed è il coordinatore di una USL di Milano. Non è ancora entrato nelle indagini, ma teme che questo accada e così, il 23 maggio si uccide con il monossido di carbonio della sua auto. Il secondo si chiama Renato Morese, è segretario del Partito Socialista di Lodi. Si uccide un mese dopo, sparandosi con un fucile alla testa. Poi si uccide Giuseppe Rosato, della Provincia di Novara, Mario Luciano Vignola, della Provincia di Savona,e l’imprenditore di Como Mario Comaschi.
Poi, il 2 settembre del 1992 si uccide Sergio Moroni.

  • On. Chiara Moroni: << Io credo che la sua decisione sia stata proprio legata al senso che dava al suo fare politica, che coincideva con la vita stessa. Quindi al senso civico e la grande passione, e il grande impegno che ci ha messo negli anni . E quindi, vedere tutta la sua vita politica, tutto il suo impegno degradato in titoli di giornali che lo accomunavano nella definizione di ladro è stato il crollo del suo equilibrio psicologico>>.

L’onorevole Sergio Moroni è un deputato del PSI alla Camera ed è tesoriere del partito in Lombardia. Il pool di Mani Pulite gli notifica tre avvisi di garanzia per una serie di tangenti sulla gestione ambientale e si appresta a richiedere alla Camera l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Prima che questo accada, l’onorevole Moroni scrive una lettera all’allora Presidente della Camera Giorgio Napolitano. Nella sua lettera parla di processo sommario e violento, di decimazioni. Parla dell’ipocrisia e dello sciacallaggio di chi si erge a censore e che invece prima faceva parte del sistema. Parla dei diritti delle famiglie e dei singoli e rifiuta la qualifica di ladro impostagli dalla stampa e aver mai personalmente approfittato di una lira.

  • Chiara Moroni: <<ricordo metodi da Inquisizione spagnola, ricordo le carcerazioni preventive, utilizzate come strumento coercitivo per le confessioni, confessioni delazioni chiaramente ottenute sotto pressione della carcerazione preventiva. Insomma, ricordo tutta una serie di modi operanti di quelle indagini che hanno leso profondamente il principio della cultura garantista di questo Paese, al di là degli obiettivi che erano evidentemente giusti. C’è stata una colpevolizzazione e una accusa, una preventiva sentenza di condanna di tutta la classe politica nel suo complesso, senza nessuna distinzione>>.

La lettera dell’onorevole Moroni al Presidente Napolitano si chiude con una frase inquietante: <<ma quando la parola è flebile non resta che il gesto>>. Il 2 settembre 1992 Sergio Moroni scende nella cantina di casa sua a Brescia, e si uccide sparandosi un colpo di fucile alla testa.

  • Piercamillo Davigo: << la morte di un uomo è sempre un avvenimento drammatico. Però credo che vada tenuto fermo il principio che le conseguenze dei delitti ricadono su coloro che li commettono non su coloro che li scoprono. Non è neanche pensabile che uno possa sentirsi responsabile delle conseguenze di delitti che altri hanno commesso. Il mestiere del magistrato è scoprirli e reprimerli>>.
  • Chiara Moroni: << Non ho nessun tipo di rancore o di rivendicazione, o un senso di rivincita nei confronti dei magistrati che hanno fatto quell’inchiesta, niente di questa cosa mi restituirà mio padre. Niente di queste cose restituirà al Paese anche una lesione grave dei diritti di libertà che ha vissuto in quel momento>>.

Tra i tanti che si uccidono c’è anche Gabriele Cagliari. Gabriele Cagliari è il Presidente dell’ENI ed è uno dei più importanti manager di Stato. Nel 1993 viene indagato dai magistrati del pool di Mani Pulite per una tangente di 4 miliardi che sarebbe stata versata da una società dell’ENI e per i fondi neri costituiti dall’ENI e gestiti dal finanziere PierFrancesco Bacini Battaglia, che verrà condannato per questo a 6 anni. L’8 marzo Gabriele Cagliari viene arrestato e finisce a San Vittore. Mentre è in carcere Gabriele Cagliari riceve un altro provvedimento di custodia emesso da un altro magistrato: il sostituto procuratore di Milano Fabio De Pasquale, che sta indagando su una tangente di 17 miliardi versata dalla società di assicurazioni SAI di Salvatore Ligresti, che per questo verrà condannato a 2 anni e 4 mesi, per ottenere l’esclusiva dei contratti di assicurazione dei tanti dipendenti dell’ENI. Gabriele Cagliari, in carcere, si dichiara estraneo alle tangenti. I provvedimenti di arresto emessi dal pool di magistrati di Mani Pulite vengono ritirati. Resta solo il provvedimento di custodia emesso dal sostituto procuratore De Pasquale, che interroga Gabriele Cagliari, che ammette di sapere della faccenda della SAI ma dice di essere completamente all’oscuro della storia della tangente. <<Basta per essere mandato a casa?>>, chiede l’avvocato di Gabriele Cagliari. Sembrerebbe di si, ma poi il sostituto procuratore De Pasquale da parere negativo, perché non è ancora convinto. La decisione passa al giudice per le indagini preliminari Maurizio Grico, che ha 5 giorni di tempo per decidere. E’ il 17 luglio, e la decisione dovrebbe arrivare entro il 22 luglio. Ma, il 20 luglio Gabriele Cagliari è già morto.
Gabriele Cagliari viene trovato nelle docce di San Vittore, con un sacchetto di plastica infilato sulla testa, e sigillato intorno al collo con una corda. Era in carcere da 4 mesi, e già dal 3 luglio aveva scritto lettere agli avvocati e familiari che esprimevano la sua esasperazione. Nell’ultima scrive: <<sto per darvi un nuovo grandissimo dolore, ho riflettuto intensamente e ho deciso che non posso sopportare più a lungo questa vergogna>>.
Nella lettera Gabriele Cagliari parla di gogna e rancore dell’opinione pubblica e di mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici. La lettera è molto dura nei confronti dei magistrati, che userebbero il carcere come uno strumento di lavoro e si conclude con: <<Non ho alternative>>.
Il suicidio di Gabriele Cagliari, la sua lettera e le circostanze in cui è avvenuto scatenano enormi polemiche contro i magistrati e il modo di condurre le indagini, soprattutto sulla carcerazione preventiva. Parte della stampa e parte della politica attaccano i magistrati. Il Ministro della Giustizia Giovanni Conso invia un’ispezione alla Procura di Milano. Le polemiche continuano, anche perché soltanto tre giorni dopo il suicidio di Gabriele Cagliari, si uccide un altro indagato eccellente di MANI PULITE: Raul Gardini. Lo chiamano il contadino, perché è di origine romagnola ed è a capo dell’impero agro-alimentare dei Ferruzzi di Ravenna. Lo chiamano anche il corsaro, perché gli piacciono le barche a vela ed è bravo a navigare anche in borsa, dove rischia e vince.

  • Giuseppe Turani, giornalista e scrittore: << Raul Gardini era un personaggio molto bizzarro. Era molto simpatico umanamente, aveva una tempra di giocatore fortissimo. Personaggio assolutamente straordinario, di grande coraggio, grande giocatore. Qualcuno ha detto che è stato probabilmente l’ultimo personaggio rinascimentale d’Italia. Lui era il tipo che aveva queste grandi visioni, questi grandi disegni, magari poi irraggiungibili, che non si potevano fare. Però, era uno che pensava in grande>>.

Raul Gardini viene indagato per una tangente di 150 miliardi pagata ai partiti per uscire da un affare che non funziona, l’affare ENIMONT. Uno dei dirigenti della MONTEDISON di Raul Gardini, Giuseppe Garofano, è stato arrestato in Svizzera e adesso è nelle mani dei magistrati del pool di MANI PULITE, e forse sta parlando di tutti quei soldi versati ai partiti. Così, probabilmente Gardini pensa che le prossime manette saranno per lui.
Il 23 luglio avrebbe dovuto essere interrogato dai magistrati del pool di Mani Pulite. Gli aveva scritto anche una lettera una settimana prima, il 16 luglio. 39 righe in cui si dichiarava disposto a portare a loro conoscenza <<la mia più ampia e illimitata disponibilità a ragguagliare le signorie vostre illustrissime su tutti i fatti che saranno per loro ritenuti d’interesse>>.
Quella mattina stessa, il 23 luglio, sono le 08:30: l’avvocato di Gardini lo chiama al telefono. La sera prima l’ha sentito preoccupato di essere arrestato, e poi sono uscite le anticipazioni dell’interrogatorio di Garofalo che accusa Raul Gardini. Il telefono suona a vuoto nella camera e così il maggiordomo va a vedere, e trova Raul Gardini riverso sul letto, in un lago di sangue, ucciso con un colpo di pistola Walter TPK alla testa.
L’inchiesta ha stabilito che si tratta di suicidio, anche se alcuni hanno rilevato qualche elemento di dubbio. La pistola, per esempio, che viene ritrovata sul ripiano di un mobile, lontano dal corpo di Gardini. Poi nessuno che abbia sentito il colpo di pistola nel palazzo a quell’ora, e non ci sono tracce di polvere da sparo sul cuscino, vicino al corpo di Raul Gardini. Tutto questo però potrebbe essere spiegato con una complessa ma plausibile dinamica suicidaria, come hanno ritenuto gli inquirenti, che hanno archiviato la morte di Raul Gardini come un suicidio.

    ]*]Giuseppe Turani: << Io penso che lui alla fine si sia effettivamente suicidato. Era personaggio da farlo, perché aveva capito che non c’erano più partite per lui al mondo. I giochi erano finiti, non c’era più niente da fare. Ma, non gli andava di essere coinvolto in beghe di processi, tangenti, interrogatori, deposizioni, forse prigione. Non era un uomo da fare queste cose qui>>.

E’ per questo che si è ucciso Raul Gardini? Perché aveva paura di essere arrestato e di finire nella gogna mediatica e giudiziaria di MANI PULITE? O perché gli ultimi affari, soprattutto le tangenti stavano mandando in rovina il suo gruppo? Oppure, perché la mafia, attraverso intermediari, era entrata in società con un’azienda del suo gruppo, e aveva portato l’ombra di Cosa Nostra nella grande economia?
C’è un altro strano suicidio nella storia di MANI PULITE, è quello di Sergio Castellari. Sergio Castellari è l’ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, un Ministero molto importante, che allora gestiva i rapporti tra lo Stato e le imprese pubbliche. Anche lui viene coinvolto da una delle indagini che riguardano la maxi-tangente pagata per l’affare Enimont, e anche lui ha paura di essere arrestato. La mattina del 25 febbraio 1993 il corpo di Sergio Castellari viene trovato su una collina di Sacrofaro, vicino a Roma, con accanto una bottiglia di whisky mezza vuota e un revolver Calibro 38 quasi infilato nella cintura dei pantaloni. Un proiettile di quella pistola lo ha ucciso colpendolo alla testa.

FONTE: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1407260
10° PARTE disponibile dal 20 marzo


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MANI PULITE: 8°PARTE


 

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

7° PARTE: SAN VITTORE

8° PARTE: LA GENTE

Il trauma è forte, la maggior parte degli arrestati, pur di uscire in fretta parla, e fa i nomi delle altre persone, che a loro volta, per paura di finire dentro parlano e così via. A volte però succede anche qualcos’altro, qualcosa di molto più grave e di complesso. Sono 31 i suicidi avvenuti tra le persone coinvolte nell’inchiesta su TANGENTOPOLI, ma di questo ne parleremo tra poco. In ogni caso l’effetto delle indagini, manette comprese, è sempre lo stesso: le carte saltano fuori, le contraddizioni emergono, la gente parla, l’effetto domino continua.

  • Antonio Di Pietro: <<io ero molto mattutino, ma li trovavo fuori ad aspettarmi dalle sei. Perché dici, in questo modo non vengono a casa, vado già io. Io ho trovato casi in cui lo ricordo, il provvedimento lo feci insieme a PierCamillo Davigo. Andammo a eseguire un provvedimento presso un imprenditore nell’hinterland milanese . Ha cominciato a confessare al citofono: “Si si è vero! Sono io…”. Era semplicemente una convocazione, non è che era chissà che cosa. Neanche era sceso giù dalle scale. La ragione è molto semplice: avevano capito che il sistema era stato scoperto>>.

A seguire con interesse gli sviluppi dell’indagine, non ci sono però soltanto i magistrati del pool di “Mani Pulite”, la Procura della Repubblica di Milano e l’Ufficio del Giudice per le indagini preliminari. C’è anche qualcun altro, uno che diventerà presto uno dei protagonisti di tutta questa storia. E’ uno dei più importanti, anche se spesso dimenticato: la gente.
Non si fa una rivoluzione senza la gente, senza il popolo. L’opinione pubblica nel migliore dei casi, la folla nel peggiore. Ma comunque è sempre la gente. I militanti di base dei partiti colpiti dagli arresti per esempio, o anche la gente comune che vive la vita di tutti i giorni, che certe cose le sa e le vede. Quelli che pensano che la politica, sia a livello nazionale sia a livello locale, sia una cosa sporca.
La gente segue quello che succede attraverso i giornali e la televisione. Un’intera generazione di giovani cronisti di giudiziaria assedia i corridoi del palazzo di Giustizia di Milano, segue e pressa i magistrati del pool e gli indagati, staziona per i collegamenti in diretta davanti al tribunale, in mezzo ai tram che passano. Sono dappertutto: ad ogni arresto, ad ogni scarcerazione… scrivono, fotografano, riprendono, documentano tutto.
Hanno un metodo i giornalisti di Mani Pulite, che è quello di lavorare praticamente anche loro come se fossero un pool, scambiandosi le informazioni, che così più o meno, escono sempre e su tutti i giornali.
E poi, commentatori politici ( così visti), intellettuali, praticamente tutti si mobilitano per sostenere il pool di Mani Pulite, con accenti che arrivano anche fino al limite dell’entusiasmo.

  • Gherardo Colombo: << quasi subito, nel giro di pochi mesi, io credo già all’inizio di maggio 1992, quando si cominciava a intravedere che la corruzione era così estesa, quasi subito i media, tutte le televisioni pubbliche e private, tutti i giornali (qualunque fosse la proprietà) hanno cominciato ad interessarsi di questa indagine, diciamo supportandola. Non so se sia la parola giusta però, quel che risultava era che erano tutti entusiasti del fatto che si investigasse la corruzione delle alte sfere, che si investigasse sui reati delle alte sfere. Tutti tutti tutti… credo che all’inizio non esistessero delle voci in contrario. >>

La gente, informata di quello che succede, esplode in un vero e proprio tifo da stadio, come se il pool di Mani Pulite fosse una squadra di calcio, e il sostituto procuratore Di Pietro il capitano, il bomber, osannato come un campione. Compaiono scritte sui muri e dietro i cartelli stradali, con scritto “Grazie Di Pietro” e “Di Pietro facci sognare”, si fanno gadget, saponi “Mani Pulite”, orologi “Ora Legale”, si organizzano marce e fiaccolate, feste a tema in discoteca e magliette di Mani Pulite con su scritto “ Milano ladrona, Di Pietro non perdona”.
Addirittura, uno degli arrestati eccellenti di Mani Pulite, Mario Mongini, membro della Direzione Nazionale della Democrazia Cristiana, una volta scarcerato dopo le ammissioni, si presenta in tribunale con una polo rosa con sopra scritto “MANI PULITE TEAM”, affermando che loro, gli imprenditori politici corrotti, sono stati battuti perché i magistrati sono più bravi, come due squadre di calcio.
Una rivoluzione, che oltre al tifo da stadio più o meno discutibile trova tra i suoi sostenitori autorità morali come l’arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini, che afferma che non bisogna fare di ogni erba un fascio, ma che le indagini vanno comunque allargate e difese, e che trova sostegno anche dai partiti che si ritengono fuori dal sistema incriminato, come la LEGA NORD e il Movimento Sociale Italiano, con manifestazioni di entusiasmo che arrivano fino all’eccesso, come quando, l’anno dopo, il deputato della Lega, Luca Leoni Ossenigo, si sporgerà dai banchi della Camera sventolando un cappio da impiccagione durante un dibattito parlamentare proprio sulla questione morale.

9° PARTE disponibile dall’11 marzo

 

fonte: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1404113


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MANI PULITE: SAN VITTORE (7° PARTE)


“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

6° PARTE: IL COMPUTER

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

7° PARTE: SAN VITTORE

E poi ci sono gli arresti: il giudice per le indagini preliminari Italo Ghetti approva molte delle richieste avanzate dai magistrati del pool di “Mani Pulite”, con le motivazioni richieste dalla legge. Gli indagati potrebbero scappare all’estero, potrebbero far sparire le prove che li incriminano, potrebbero continuare ad essere corrotti e a corrompere. E’ il sistema stesso del lavoro che lo richiede. Il risultato è sempre lo stesso: le manette e il carcere.
E questo naturalmente, su persone che criminali non sono, almeno da un punto di vista classico della malavita, abituata al carcere, e che ha messo in conto un certo tipo di vita avventurosa, ha il suo effetto:

  • Renato Pollini, ex tesoriere del PCI: <<l’impatto con San Vittore è un impatto che non auguro a nessuno, soprattutto quando si entra nell’ufficio matricola. Li fanno denudare, gli fanno la cosidetta “ispezione corporale”, gli prendono le impronte digitali a tutte e dieci le dita più volte, gli fanno le fotografie segnaletiche. E’ un impatto abbastanza duro>>.
  • Roberto Mongini, ex vicepresidente SEA: << l’ingresso è traumatico simbolicamente perché, diciamo che per una persona che è abituata fino a quel momento a determinati privilegi del potere e ha ruoli nel potere, l’entrata li dentro vuole dire la fine>>.

Essere prelevati dai carabinieri in manette e finire a San Vittore, in cella, è una cosa che spaventa, che terrorizza addirittura chi è abituato a ben altra vita. Ci sono imprenditori e politici che si allenano a dormire in bagno. Ma il bagno di casa, non è paragonabile ad una cella. Come dirà Roberto Mongini, il vicepresidente della SEA, uno degli arrestati eccellenti dell’inchiesta: <<Eravamo tutta gente abituata a Santa Margherita>>, che è una località di villeggiatura << e non a San Vittore>> .

  • Sergio Cusani, ex consulente del gruppo Ferruzzi: << Cosa che non era avvenuta mai, perchè di solito quando c’erano stati gli scandali, grandi scandali, c’erano avvisi di garanzia ma non c’era stata mai una intera fetta del potere dirigenziale, manageriale, editoriale… del Paese che era finita in galera. La galera era un orizzonte sconosciuto, non era messo neanche nei calcoli, perché comunque il gioco si ricomponeva a livello delle elites che governavano il Paese, sia sul piano economico e finanziario sia sul piano politico e con i poteri costituenti. Questo fu uno shock, fu un elemento di grande novità.

Carcere di San Vittore, ufficio matricola, fotografie di fronte e di profilo, spogliarsi nudi per la perquisizione corporale, e poi il sesto braccio e le celle, in isolamento o assieme ad altri detenuti, anche quattro o cinque per cella. Il carcere insomma, il carcere in Italia.

8° PARTE disponibile dal 5 marzo


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FONTE: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1401761

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MANI PULITE: IL COMPUTER (7° PARTE)


“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

5° PARTE: IL POOL

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

6° PARTE: IL COMPUTER
Sono passati pochi mesi da quando l’ingegner Chiesa ha cominciato a parlare. E la vastità di tangentopoli a Milano, in Lombardia e poi come vedremo in tutta Italia sembra non avere confini.
Dalle ammissioni scattano gli arresti, che si susseguono al ritmo di uno al giorno: amministratori, imprenditori, politici di quasi tutti i partiti: socialisti, democristiani, pdessini… e poi anche altri: repubblicani, socialdemocratici e così via, a seconda del peso politico.
I reati contestati dai magistrati del Pool di “Mani pulite” sono soprattutto di corruzione da parte degli imprenditori, di concussione, da parte degli amministratori e dei politici e di finanziamento illecito ai partiti.
Non è facile condurre un’inchiesta di quel tipo, e non è facile confrontare e coordinare la massa enorme di informazioni che sta arrivando. Per farlo, i magistrati del pool di “Mani Pulite” fanno un uso massiccio dell’informatica ed è forse la prima volta che il computer entra per la prima volta in modo così organico in un’inchiesta giudiziaria. Poi si dividono i compiti: il sostituto procuratore Colombo si occupa dell’esame delle carte che vengono sequestrate, il sostituto procuratore Davigo delle richieste di autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, che allora non si potevano toccare senza l’autorizzazione del Parlamento. E il sostituto procuratore Di Pietro dell’archivio delle carte ma, soprattutto, degli interrogatori.
I magistrati del pool di “Mani Pulite” conducono più interrogatori contemporaneamente, seguono in tempo reale le dichiarazioni sul computer, e così possono contestare le contraddizioni. Fanno credere di sapere molte più cose di quelle che sanno, e usano i metodi classici di ogni interrogatorio: il bluff e la provocazione.

  • Piercamillo Davigo: << io ricordo che una volta interrogai un imputato e, avevo con me dei giornali. Mi chiese se i giornali parlavano del suo arresto. Io gli dissi di si e lui mi chiese se poteva guardarli. Io glieli diedi perché tanto non c’era nulla che già non si sapesse perché contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare che gli era stata notificata. Questo lesse ad alta voce: la dichiarazione di un suo compagno di partito che lo aveva definito una isolata “mela marcia”. Ripiegò il giornale e lui mi disse “adesso le descrivo il resto del cestino>>.

FONTE: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1400803

7° PARTE disponibile dal 4 marzo…

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MANI PULITE: TANGENTOPOLI (5° PARTE)


 

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

4° parte: IL POOL
E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

5° parte: <<TANGENTOPOLI>>
In questo sistema, se sei un imprenditore e vuoi lavorare, sei già pronto a pagare. E cerchi un politico prima ancora che qualcuno ti chieda niente. E, se sei un politico, ti aspetti che qualcuno ti paghi per fare qualcosa, e ti stupiresti del contrario.

  • Antonio Di Pietro: << interrogai un ragazzo di 29 anni, appena laureato. Lui da 3 mesi faceva il mestiere del padre perché lui non c’era più. Quindi, aveva sostituito il padre. Non 8 ore, 8 secondi e aveva già confessato. Io, proprio per non chiudere il verbale troppo presto cercai di capire. Vabbè,hai pagato: hai fatto solo queste tre gare, quale hai pagato? A tutte e tre. Ma perché hai pagato? Questo che mi guardava così… Allora io ho cercato di invogliarlo a parlare e gli ho detto: ma, te li ha chiesti? No. Gliel’hai offerti? No. E perché l’hai pagato allora? Perché così faceva papà Ecco, è il meccanismo dell’ “azione ambientale”>>.

Quello che emerge dalle prime indagini e poi dall’effetto domino delle confessioni a catena è proprio questo: il sistema.

  • Roberto Mongini, ex vice-presidente SEA, DC: << Chi era alla SEA doveva far questo, chi era alla metropolitana doveva far questo… Era un meccanismo>>.

Nasce una definizione, una parola nuova per chiamare quel sistema. La inventa un giornalista di Repubblica che si chiama Piero Colaprico, che l’ha usata un anno prima per un altro scandalo di tangenti: TANGENTOPOLI, come PAPEROPOLI, la città dei paperi. Ecco, tangentopoli, la città delle tangenti.

  • Gherardo Colombo: << chi riceveva i soldi distribuiva questo denaro dando la stessa cifra, mi pare che fosse una percentuale intorno al 30% più o meno, adesso non ricordo esattamente, al Partito Socialista e alla Democrazia Cristiana. Il Partito Comunista prendeva, se mi ricordo bene, la metà di quel che prendevano gli altri. E il resto andava a partiti minori, esclusi i partiti che stavano agli estremi: il Movimento Sociale e un altro partito che ora non ricordo. Non so se non contassero niente o perché invece fossero diversi dagli altri>>.

Non c’è concorrenza tra i partiti, che si spartiscono i soldi tra le tangenti secondo il loro peso politico e secondo percentuali che sembrano corrispondere ad un tacito contratto. Nella zona di Milano, per esempio: 1/5 al PSI, 1/5 alla DC, 1/5 al Partito Comunista e il resto ai partiti minori.

E non c’è concorrenza neanche tra gli imprenditori, che sanno già quanto dovranno pagare, dal 3 al 4% per gli appalti sulle costruzioni, il 13,5% per quelli che riguardano gli impianti. E sanno anche a chi toccherò il prossimo lavoro, secondo una rotazione stabilita sulla capacità di pagare e quindi di avere peso politico. A volte gli imprenditori si consorziano in CARTELLI e mandano un rappresentante a pagare la tangente per portarsi a casa l’affare e poi dividerlo in parti prestabilite.

  • Piercamillo Davigo: << ma io non credo che gli imprenditori siano stati vittime di un sistema. Certo, ci sono stati casi di concussione, ma è una storia a se. Però complessivamente ci guadagnavano, si tenevano al riparo dalla concorrenza. O meglio, ci guadagnavano in modo miope perché tenendosi al riparo dalla concorrenza le loro imprese erano diventate inefficienti. Praticavano prezzi più alti, avevano un trattamento privilegiato. Oltretutto, il fatto che avessero fondi neri per pagare le tangenti dimostra che i loro bilanci erano falsi, con quel che ne segue anche in tema di evasione fiscale. Certo, io ho sempre pensato che fossero meno colpevoli perché, benchè il codice penale preveda la stessa pena per corrotto e corruttore, la Costituzione della Repubblica stabilisce che tutti i cittadini devono essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. Però poi dice che i cittadini a cui sono affidate pubbliche funzioni devono adempiere ad essa con disciplina ed onore, prestando il giuramento nei casi prestabiliti dalla legge. Nessun imprenditore aveva giurato fedeltà alla Repubblica, quelli che prendevano le mazzette invece si. Erano persone che avevano pubbliche funzioni e quindi avevano doveri maggiori, e quindi secondo me responsabilità maggiori>>.

5° PARTE disponibile dal 1° marzo

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20 ANNI FA… “MANI PULITE”


 

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

3°parte: la <<Repubblica delle Banane>>

4°parte: IL POOL

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

  • Vittorio d’Aiello, avvocato difensore di Clemente Rovati: << volevano sapere: con quale ditta aveva lavorato la sua impresa, quanti lavori aveva fatto, con quali amministrazioni li aveva fatti. Ho capito da quel modo di interrogare, che l’inchiesta si sarebbe sviluppata a cascata>>.

Il primo a presentarsi spontaneamente alla Procura della Repubblica di Milano è Alfredo Mosini, assessore socialista ai Lavori Pubblici di Milano, ex segretario del sindaco Tonioli ed ex presidente dell’ospedale “Fate Bene Fratelli”. Racconta di alcune tangenti per gli appalti di alcuni ospedali milanesi. Dopo di lui, la lista di quelli che parlano si allunga praticamente all’infinito. Le inchieste si moltiplicano, gli affari a Milano e Lombardia sono tanti, come i lavori pubblici. Da molti salta fuori un problema di tangenti, qualcosa di illegale, qualcosa di criminale. Gli appalti del Pio Albergo Trivulzio e di altri ospedali milanesi, per la metropolitana di Milano, per il terzo anello dello stadio di San Siro, la SEA, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. L’inchiesta ha un nome vocativo: <<Mani Pulite>>, dalle iniziali dei nomi in codice con cui comunicano via radio il capitano dei carabinieri Zuliani e il sostituto procuratore Antonio Di Pietro: Mike (il capitano dei carabinieri), Papa (il magistrato). Il magistrato da solo non basta, e così il 27 aprile, il procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli e il procuratore aggiunto Gerrardo d’Ambrosio creano un pool, un gruppo di magistrati che accentrano un certo tipo di indagini su un certo territorio e condividere informazioni.
Lo stesso sistema che aveva inventato il giudice istruttore Giancarlo Caselli per le indagini sul terrorismo a Torino e che poi aveva applicato il consigliere – capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo Antonino Caponnetto, per l’indagine su Cosa Nostra. A far parte del pool di Mani Pulite arrivano due sostituti procuratori: uno si chiama PierCamillo Davigo.

  • Pier Camillo Davigo: <<io all’epoca ero già un sostituto anziano, consideravo quasi conclusa la mia esperienza alla Procura della Repubblica. Intendevo chiedere il trasferimento, ed ero molto perplesso anche perché leggendo gli atti mi resi conto subito che le conseguenze immediate del processo sarebbero state esplosive e, di conseguenza, i magistrati che lo trattavano avrebbero passato un sacco di guai. Era una facile profezia. Accadde però che in concomitanza con la mia risposta ci fosse la strage di Capaci, allora io mi vergognai anche solo di aver pensato che potevo passare dei guai. Quindi diedi la mia disponibilità e poi ho passato i guai conseguenti>>.

Il sostituto procuratore Davigo si aggiunge ad un altro magistrato affiancato dal dottor Di Pietro nell’inchiesta di “Mani Pulite”: il sostituto procuratore Gherardo Colombo, che di indagini sulla politica se ne intende. Si è già occupato infatti della P2 di Licio Gelli, una loggia massonica segreta che comprendeva ministri, politici e giornalisti e vertici delle Forze Armate e dei servizi segreti, e dello scandalo dei fondi neri dell’IRI, un’importante azienda di Stato che secondo l’inchiesta sarebbero finiti nelle casse dei partiti di governo. Tutte e due le inchieste erano state trasferite dalla procura di Milano a quella di Roma. Ma questa è un’altra storia.

  • Gherardo Colombo: << Io credo di essere stato in una posizione abbastanza privilegiata per riuscire ad intuire quali sarebbero potuti essere gli sviluppi dell’indagine. Però devo dire che mai e poi mai mi sarei immaginato, alla fine di aprile quando sono entrato, che avremmo scoperto così tanto, che avremmo scoperto un vero e proprio sistema della corruzione>>.

Il sostituto procuratore Di Pietro ne aveva già parlato nel 1991, in una serie di articoli pubblicati da un mensile milanese, <<Società civile>>. Lo aveva chiamato in un modo particolare, il sistema della corruzione che già cominciava ad emergere da allora, prima dell’inchiesta <<Mani pulite>> : l’<<azione ambientale>>. Come se il fatto di pagare, di corrompere e di essere corrotto non fosse più fatto eccezionale in seguito ad una richiesta, ma un fatto normale, come quasi fosse nell’aria,nelle usanze, nei costumi di un certo ambiente.

QUINTA PARTE disponibile dal 23 febbraio

FONTE: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1397433


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20 ANNI FA… MANI PULITE: LA “REPUBBLICA DELLE BANANE>>


 

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

2° PARTE:l’acqua minerale e la pallina ghiacciata

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

3°parte: la <<Repubblica delle Banane>>

27 marzo 1992: ancora però non è successo niente. La rivoluzione deve ancora arrivare. La procura di Milano si muove con lentezza e senza chiasso  perché proprio in quei giorni ci sono le elezioni.

  • Antonio Di Pietro: << l’indagine il primo mese e mezzo viaggiò in sordina perché c’erano le elezioni, e quindi cercammo tutti di buttare acqua sul fuoco e di non scoprirci prima delle elezioni per essere accusati di fare una scena politica. Questo a proposito di chi dice che quell’indagine è a fini politici. Noi fino al giorno dopo le elezioni non procedemmo in alcun modo. E’ il giorno dopo le elezioni che procedemmo, non il giorno prima>>.

E’ un’Italia particolare quella in cui sta per scoppiare la rivoluzione. Intanto è il mondo stesso che è cambiato. Nel 1989 è crollato il Muro di Berlino, simbolo della divisione del mondo in due blocchi: quello occidentale e quello sovietico. Quella contrapposizione adesso non c’è più, l’Unione Sovietica non c’è più. Il mondo deve riorganizzarsi: vanno ripensati gli assetti politici ed economici che fino a quel momento avevano garantito l’equilibrio di quel mondo. Cosa Nostra per esempio, che era stata anche un’artefice di quell’equilibrio, si trova ad attraversare un momento di grandi cambiamenti e di crisi. La conclusione del maxiprocesso di Palermo che nel 1992 manda all’ergastolo con sentenza definitiva la Cupola fa capire la Mafia che deve cambiare il suo rapporto con la politica, riorganizzarsi, inventarsi qualcosa. La prima reazione di Cosa Nostra è perfettamente in linea con lo stile dei Corleonesi di Totò Rina che comandano l’organizzazione: la violenza. Il 12 marzo 1992, in piena campagna elettorale, viene ucciso a Mondello, vicino Palermo, uno dei principali esponenti della corrente andreottiana in Sicilia: Salvo Lima. Salvo Lima, definito  in atti giudiziari come un referente politico di Cosa Nostra, viene ucciso da un gruppo di fuoco di Cosa Nostra dei Corleonesi.

  • Claudio Martelli, ex ministro della giustizia: <<perché la svolta è l’assassinio di Salvo Lima? Perché Salvo Lima in qualche modo rappresentava un punto di compromesso, di mediazione, una sorta di ruolo di cerniera che si può aprire ma anche chiudere nei rapporti tra politica, istituzioni siciliane e Cosa Nostra. L’assassinio di Salvo Lima, Falcone lo commentò con me dicendo “adesso può succedere di tutto. Se la Mafia, se Cosa Nostra rompe questo clima omertoso con lo Stato può succedere di tutto.” E difatti è successo di tutto >> .

Uno stato di guerra, di guerra allo Stato, che fa scrivere al settimanale inglese <<The Observer>> che l’Italia sta rapidamente diventando la Repubblica delle Banane in Europa.Le Repubbliche delle banane sono quei Stati sudamericani dove regnano la violenza e il caos. Ma non c’è soltanto Cosa Nostra in quel periodo ad entrare in crisi e a sentire la necessità di ripensare il tutto. C’è l’economia, l’Italia in quegli anni sta attraversando una crisi economica senza precedenti: ad un passo dalla bancarotta, rischia l’esclusione dall’Europa e, per un certo periodo, in settembre, la lira esce dal sistema monetario europeo.
E poi entra in crisi anche la politica, il sistema dei partiti che aveva governato l’Italia fin dal dopoguerra. La DC, il Partito Socialista, il Partito Comunista, il pentapartito, il CAF (l’asse Andreotti – Craxi – Forlani), i governi <<balneari>> che durano una sola estate, il fattore K (escluderebbe i comunisti dal governo perché troppo vicini al blocco sovietico). Insomma, quella che verrà chiamata la 1° Repubblica.
Il 5 aprile del 1992 si tengono le elezioni politiche. Il <<Corriere della Sera>> le chiama le “elezioni terremoto”. L’astensione, che testimonia la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica dei partiti, raggiunge il 17,4%. Perdono voti i principali protagonisti della vita politica italiana: la Democrazia Cristiana, tutti i partiti di governo e il PDS ( che ha preso il posto del PCI). Ma, si affermano due partiti nuovi  totalmente estranei al vecchio sistema politico: <<La Rete>>, un movimento politico che ha al centro i temi della legalità e la questione morale, e la Lega Nord, che dallo 0,5% balza all’8,7% su scala nazionale e in Lombardia, con il 25,1% dei voti diventa il primo partito. Le elezioni si tengono il 5 aprile. Il 6 aprile, dalla Procura della Repubblica di Milano, ricominciano a partire gli avvisi di garanzia per gli amministratori ed imprenditori. E’ a questo punto che succede qualcosa, qualcosa di particolare. Perché l’inchiesta potrebbe ancora fermarsi. E’già successo con altre inchieste sulla pubblica amministrazione. Ma questa volta è diverso. L’hanno chiamato l’ <<effetto domino>>: gli imprenditori sanno che i politici stanno parlando oppure  temono che possano farlo, e allora si presentano spontaneamente dal magistrato. E i politici, che vedono gli imprenditori parlare, fanno lo stesso.

QUARTA PARTE disponibile dal 21 febbraio


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FONTE: http://www.ilgrido.eu/index.php?set=102&blog_tool_id=&local_page=blog&left_local_page=&month=&year=&users_table=&dom_sld=ilgrido&dom_tld=eu&sito_gratis=&sito=&leggi_risposte=1396583

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20 ANNI FA… “MANI PULITE”: L’ACQUA MINERALE E LA PALLINA GHIACCIATA


                                                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

“MANI PULITE”:

Storia di una rivoluzione <<italiana>>

1°PARTE: l’arresto di Mario Chiesa

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

2° parte: l’acqua minerale e la pallina ghiacciata

Che tra imprenditori e politici girano soldi e mazzette questo si sa. E si sa anche che ne girano tanti. E questo succede a Milano, dove gli affari ci sono e la gente lavora.
E’ la Milano della fine degli anni ’80, la <<Milano da bere>>. Ma, non solo a Milano, anche nel resto d’Italia c’erano già state incriminazioni di politici ed imprenditori per questioni di soldi . Nell’immaginario della gente, esteso fino a luogo comune, c’era ormai il concetto che la politica fosse una cosa sporca. Ma nessuno immagina quanto e come lo sia. E soprattutto che ci si possa fare qualcosa, che si possa fare la rivoluzione. Perchè se l’episodio di corruzione al Pio Albergo Trivulzio è soltanto un fatto isolato, un caso di malapolitica e riguarda soltanto l’ingegner Mario Chiesa, allora non investe la politica che è sana e pulita. Investe i partiti come il PSI, di cui Mario Chiesa fa parte e di cui allora segretario è Bettino Craxi.
Da un programma televisivo inizio anni ’90:

  • Giornalista: << un ascoltatore chiede: che conseguenze ci saranno alle prossime elezioni dopo la vicenda Chiesa?>>. Bettino Craxi: <<Bè, in questa vicenda purtroppo una delle vittime sono proprio io. Mi preoccupo di creare le condizioni perchè il Paese abbia un governo che affronti gli anni difficili che abbiamo davanti e mi trovo un mariuolo che getta l’ombra su tutta l’immagine di un partito che mai in cinquant’anni nell’amministrazione del Comune di Milano, nell’amministrazione degli enti cittadini non ha mai avuto un amministratore condannato per reati gravi commessi contro la pubblica amministrazione>>.

Intanto il sostituto procuratore Antonio Di Pietro va avanti. Ha esperienza di indagini, esperienza da poliziotto, perchè prima di entrare in magistratura è stato commissario presso la Polizia di Stato. E ha già avuto esperienza di indagini come quella sulla pubblica amministrazione. Così, il sostituto procuratore Di Pietro mette sotto sequestro tutti i conti correnti intestati all’ingegner Chiesa, ai suoi genitori, alla sua segretaria. Anche i conti correnti segreti. Su un paio di questi i carabinieri trovano una decina di miliardi.
Ha metodi da poliziotto Di Pietro, allusivi, ammiccanti ma efficaci. Per far sapere all’ingegner Chiesa che ha scoperto anche i suoi conti segreti in Svizzera gli fa dire dall’avvocato che è finita l’acqua minerale. I conti infatti hanno il nome in codice di LEVISSIMA e FIUGGI. E’ un braccio di ferro quello tra il sostituto procuratore e l’indagato, tra Antonio Di Pietro e Mario Chiesa, che dura per cinque settimane, dal 17 febbraio al 23 marzo. L’ingegner Chiesa è in carcere, ma sa tutto quello che succede fuori: il partito che prende le distanze, i conti segreti che saltano fuori, imprenditori che sembrano disposti a parlare. Non è del tutto vero, ma il sostituto procuratore Di Pietro gli fa credere che sia così. Alla fine, a cedere, è lui: l’ingegner Chiesa.
Per uscire di galera, l’ingegner Chiesa deve parlare. E, infatti parla, e di cose ne racconta parecchie. L’interrogatorio, condotto dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro e dal giudice per le indagini preliminari Italo Vitti dura 5 giorni. L’ingegner Chiesa parla del Pio Albergo Trivulzio e degli appalti ottenuti attraverso gare truccate. Anche i metodi per truccare gare d’appalto, per esempio quello della “pallina ghiacciata”: bisogna estrarre a sorte i nomi dei componenti di una commissione che deve giudicare di un affare importante. Ogni nome ha un numero, e sta dentro una pallina contenuta assieme alle altre in un vasetto. La pallina giusta però, quella col nome di un amico, prima di essere messa nel vasetto è stata tenuta in frigorifero, così chi deve estrarla, che è anche lui un amico, la potrà riconoscere e prendere. L’ingegner Chiesa parla anche di altri affari e di altri soldi, e anche di altri amministratori che hanno preso dei soldi per altri affari. Soprattutto però fa il nome di imprenditori e di politici del suo partito, il PSI, ma anche di altri partiti, come la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano che nel frattempo è diventato PDS.
Spiega anche il significato di uno strano registro sequestrato nel suo studio. E’ una specie di libro mastro delle tangenti, e dentro ci sono anche i nomi di due sindaci di Milano: Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, tutti e due del PSI.

TERZA PARTE disponibile dal 19 febbraio

Fonte: http://www.ilgrido.eu


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20 ANNI FA… “MANI PULITE”


  

Oggi, 17 febbraio 2012, a vent’anni dall’avvio dell’inchiesta “MANI PULITE”, iniziamo una ricostruzione dei fatti di uno degli eventi che più hanno influito sulla futura storia della politica italiana.

“MANI PULITE”:
Storia di una rivoluzione <<italiana>>

E’ una <<rivoluzione italiana>>, che inciderà negli anni futuri della storia politica nazionale. “Mani Pulite” è un po’ come la rivoluzione francese: fino al 1789 le cose vanno in un modo, poi, drammaticamente, tutto cambia fino a quando non arriva la Restaurazione a rimettere le cose a posto. Come tante rivoluzioni, anche <<questa>> è piena di eroi, tradimenti, contraddizioni, morti, misteri…

1° parte: l’arresto di Mario Chiesa]/center]

Lunedì 17 febbraio 1992, verso le ore 17:30, a Milano, Luca Magni (giovane imprenditore titolare di una imprese di pulizie di Monza si dirige verso un ufficio interno al Pio Albergo Trivulzio (istituto di ricovero per anziani indigenti della metà del ‘700, che conta migliaia di dipendenti ed è un patrimonio storico – immobiliare della città). L’ufficio è quello del Presidente della struttura. Magni è nervoso, qualcosa lo inquieta. A mezz’ora dal suo arrivo viene ricevuto dal Presidente dell’Istituto, Mario Chiesa, esponente del Partito Socialista a Milano, a lungo assessore del Comune. Ancora una decina di minuti (Chiesa è al telefono) e il colloquio potrà poi iniziare. Ma, intanto Magni si innervosisce sempre più. Finalmente l’ingegner Chiesa posa il telefono e lo riceve. Magni gli consegna una busta con dentro 7 milioni di lire, e comunica a Chiesa che il resto (7 milioni di lire, dunque in totale 14) arriverà <<fra una settimana>>. <<Bene, a posto così>> dice Chiesa.
A questo punto il signor Magni tira un sospiro di sollievo. Ciò che doveva fare l’ha fatto. Ma non per i soldi, quello l’ha già fatto altre volte. Nella tasca ha una penna molto particolare: è un registratore, mentre la valigetta che si era portato con sé ha una telecamera.
Appena esce dall’ufficio del Presidente dell’Istituto fanno irruzione i carabinieri che sequestrano la busta con i soldi: << questi soldi sono i miei>>, dice l’ingegner Chiesa. <<No>>, dicono i carabinieri, <<questi soldi sono nostri>>.
Cosa era successo? Il signor Magni si era stancato di pagare per lavorare. O meglio, non ce la faceva più. Per ottenere l’appalto delle pulizie al Pio Albergo Trivulzio, il signor Magni aveva versato all’ingegner Chiesa una quarantina di milioni in due anni dentro buste bianche. Il 10% dell’appalto. Troppo.

  • Luca Magni: <<ho denunciato quel fatto per un motivo. La mia azienda non ha possibilità di lavorare in nero perchè abbiamo appalti in cui dobbiamo solo fatturare per cui mi ero trovato nella condizione di dover tirare fuori dalla cassa della azienda dei soldi in nero per poter “lavorare”>>.

Così il signor Magni va dai carabinieri, che lo portano dal magistrato che lo convince a collaborare. Lo riempiono di microfoni e videocamere, gli danno 7 milioni in banconote firmate sia dal capitano dei carabinieri sia dal magistrato (vogliono essere sicuri), e lo mandano dall’ingegner Chiesa, che cade nella trappola e finisce a San Vittore, in carcere (concussione).
A coordinare l’inchiesta che ha portato all’arresto di Mario Chiesa è un sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Milano, che si chiama Antonio di Pietro. All’operazione non ci è arrivato per caso, soltanto con la denuncia del signor Magni. Stava già indagando da tempo sul Pio Albergo Trivulzio, e anche su Mario Chiesa, per una querela per diffamazione contro un giornalista che aveva pagato di affari sporchi all’istituto Di strani affari, di storie di tangenti, il sostituto procuratore Di Pietro se n’era già occupato anche prima.

  • Antonio Di Pietro: << lo so, che la vulgata popolare racconta di un sequestro di 7 milioni di lire, preso al mariuolo Mario Chiesa mentre lo riceva da un certo Magni, imprenditore delle pulizie del monzese. In realtà, quel fatto, quella sorpresa in flagranza, è la chiavetta di accensione di una macchina d’indagine che, è stata costruita, artigianalmente ma professionalmente, nel corso degli anni, nel corso del tempo, modellata e modulata per comprenderne la carenatura migliore. Costruita la macchina dell’indagine si cercava la chiavetta di accensione. Tradotto, che la Milano da bere fosse un insieme di grande potenzialità, di grande prospettiva e sporchi affari, lo si sapeva da tanto>>.

SECONDA PARTE disponibile dal 18 febbraio…

FONTE: http://www.ilgrido.eu


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DAMASCO 2 (il caso Fondi)


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Nel 2011, una città della Provincia di Latina era salita agli onori della cronaca nazionale per una delle tante vicende di collusione tra criminalità organizzata e istituzioni che, purtroppo, sono ormai una parte integrante della nostra Italia. Non passa anno che nel nostro Paese non si sciolgano Comuni per infiltrazioni criminali.
Ci si viene da chiedere perchè, tra tante amministrazioni sciolte nel silenzio di televisioni e stampa, Fondi ha invece avuto un ruolo «privilegiato». Cosa aveva questo Comune del sud-pontino di così speciale da far chiacchierare per mesi l’Italia? Innanzitutto, non stiamo parlando di una città la cui amministrazione è stata sciolta per infiltrazioni criminali.
Meglio fare un piccolo riassunto: nel luglio 2009 Riccardo Izzi, ex assessore del Comune di Fondi, viene arrestato. Dalla sua bocca escono le prime parole riguardo una collusione tra amministrazione comunale e criminalità organizzata avente il suo centro nel mercato ortofrutticolo comunale, il più grande in Italia e tra i primi in Europa. La Procura di Latina avvia così l’inchiesta che prenderà il nome di “DAMASCO 2”. Ciò che ne esce è sconcertante: Fondi per anni è stata governata da un’ «alleanza» centrodestrà – ‘ndrine (la famiglia Tripodo negli ultimi anni si è radicata nella Provincia pontina).
Già a fine 2008, Bruno Frattasi aveva inviato una relazione di 500 pagine all’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni per chiedere lo scioglimento del Consiglio Comunale di Fondi. Maroni dichiarò:
«è da sciogliere». Da qui si avvia la fase «mediatica» della vicenda. Il C.d.M. rinvia più volte la decisione. Si cade nel tragicomico: il Governo si rende protagonista di una vicenda ove doveva solo esprimere il proprio parere. Dagli atteggiamenti di alcuni esponenti politici si capisce che Fondi rappresenta qualcosa di più grosso: Silvio Berlusconi, allora premier, motivò un ennesimo rinvio perchè non c’erano prove sufficienti; l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Gelmini negò la risposta al senatore dell’ I.D.V. Pedica (eletto nel sud-pontino) riguardo il perchè il Consiglio dei Ministri non si pronunciava. Anzi, addirittura Maroni chiese a Frattasi una nuova relazione. Il procuratore si rimise dunque all’opera. Dopo il secondo invio finalmente il Consiglio dei Ministri decide di pronunciarsi. E’ la fine del 2009, 1 anno dopo. Ma c’è un colpo di scena. La mattina del giorno in cui è prevista la seduta del C.d.M. i consiglieri di maggioranza e Sindaco si dimettono: è il tentativo estremo per evitare il commissariamento per infiltrazioni criminali. Il C.d.M. ci ripensa: Fondi NON è da sciogliere.
E’ una sconfitta, un punto a favore del sistema politica – criminalità organizzata.
Come è potuto accadere tutto ciò? C’è una sola spiegazione: qualcuno è riuscito a tessere un filo tra l’amministrazione comunale sotto inchiesta e il Consiglio dei Ministri, qualcuno che per fare ciò, non poteva che essere un parlamentare. Quel qualcuno è Claudio Fazzone (allora senatore in quota PDL, coordinatore del partito in Provincia di Latina; durante la puntata di
«ANNOZERO» ha minacciato più volte di querela il direttore del quotidiano «Latina Oggi» per le notizie pubblicate riguardo l’inchiesta). Non ci ha impiegato molto – in quanto senatore di maggioranza – a stabilire un contatto diretto con il Governo e a guadagnare tempo con la speranza che si calmassero le acque. Alla fine, a giochi quasi fatti, ha lanciato l’ultima freccia: quella di far dimettere l’amministrazione di Fondi.
Lo scioglimento è 
stato così evitato. Il Comune è stato commissariato perchè i consiglieri hanno rimesso le deleghe. Il commissariamento per infiltrazioni criminali avrebbe invece permesso una maggior pulizia a livello legale.
Il prefetto Bruno Frattasi è stato spostato di competenza (mio pensiero: aveva lavorato
«troppo bene».
Il 19 dicembre 2011, il Tribunale di Latina ha inflitto oltre 100 anni di condanne così ripartiti:
15 anni per Venanzio e Carmelo Tripodo; 13 anni per Aldo Trani; 7 anni per Alessio Ferri; 7 anni e 5mila euro di multa per Vincenzo Bianchi; 5 anni per Antonio Schiappa, Giuseppe de Silva, Antonio d’Errigo, Franco Peppe, Igor Catalano; 6 anni per Riccardo Izzi; tante altre condanne minori. 

Il 26 giugno 2013 si è svolta la sentenza d’appello: 10 anni e 8 mesi per Carmelo e Venanzio Tripodo; 9 per Aldo Trani, 5 anni e 6 mesi per Antonino d’Errigo, 6 anni per Franco Peppe, 6 anni per Riccardo Izzi. Le condanne minori sono rimaste invariate.L’associazione per delinquere di stampo mafioso è stata riconosciuta a tutti coloro che l’avevano ricevuta in primo grado. Quindi, seppur con qualche riduzione, l’impianto accusatorio ha resistito.

Il 4 settembre i giudici hanno confermato in Cassazione le condanne per i promotori dell’assdciazione a delinquere, tra questi Carmelo e Venanzio Tripodo e Aldro Trani, annullando con rinvio la posizione di alcuni imputati: Riccardo Izzi, assistito dall’avvocato Renato Archidiacono, Antonio Schiappa, difesto da Giulio Mastrobattista e Vincenzo Biancò: per tutti loro servirà un nuovo processo in Corte d’Appello. Annullamento invece senza rinvio per Pasquale Peppe. Revocata infine la confisca dei beni per Tripodo e Trani con rinvio.

Ma da Fondi, la sentenza definitiva è questa:

  • la Provincia di Latina è ormai un terreno fertile per la criminalità organizzata. Purtroppo, non potrebbe essere altrimenti in una zona del centro – Italia dove sono previsti da anni grandi investimenti (Ospedale del Golfo, Bretella Cisterna – Valmontone…);

  • la politica locale e nazionale ha dimostrato una volta di più che, per tutelare il proprio interesse (Claudio Fazzone ha un grande bacino di voti nel sud – pontino, Latina e provincia per il centrodestra sono roccaforti indispensabili a livello soprattutto regionale), sull’illegalità ogni tanto ci si può passare sopra.

A Fondi lo Stato ha perso 2 volte: contro il sistema e contro la giustizia.

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/damasco-2-il-caso-fondi/

 

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RACCOLTA FIRME PER SOLLEVARE UMBERTO BOSSI DALLA CARICA DI MINISTRO


L’ITALIA CHIEDE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA IL SOLLEVAMENTO DI UMBERTO BOSSI DALLA CARICA DI MINISTRO

“Ill.Mo
Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
con la presente petizione i firmatari intendono esprimere il proprio sdegno per le parole che,per la medesima volta,l’attuale Ministro delle Riforme per il Federalismo, On.Umberto Bossi,ha espresso riguardo l’unità italiana.
Chiediamo,pertanto,una sua mossa forte:il sollevamento dall’incarico di ministro del Senatore Umberto Bossi.Tale richiesta è motivata dal fatto che,in un momento economico difficile per il nostro Paese,con le numerose inchieste pendenti sulla classe dirigente politica nazionale… non è possibile,nel 2011,anno del 150° dell’Unità Nazionale che si parli ancora di dividere il nostro Paese,che tanto ha sofferto per raggiungere l’agognato status unitario che ora ha.

Certi della sua attenzione a tale petizione,i firmatari la ringraziano anticipatamente e le porgono i più distinti saluti.”