Pubblicato in: abusi di potere, diritti, INGIUSTIZIE, politica, scuola, violenza

Diaz, omertà di Stato


La Corte europea dei diritti umani è stata chiara: “Alla Diaz vi fu tortura. I colpevoli restano impuniti, e l’Italia necessita di una legge adeguata per tale reato.” Naturalmente in un paese normale, questo creerebbe un gran scalpore. In sostanza, non solo la Polizia italiana non ha rispettato i diritti universali dell’uomo, ma l’intero paese è messo sotto accusa perché inerte dinanzi ai soprusi avvenuti in quei giorni, e perché vi è una mancanza sostanziale all’interno del diritto. Per l’Italia invece, che di normale ha ben poco, la cosa è quasi “scontata”. Tanto che oggi, i responsabili della mattanza di quei giorni, siedono dietro scrivanie di mogano, pagati profumatamente dallo stato italiano…. […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/04/20/diaz-omerta-di-stato/diaz

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, Il Malpaese, MALAFFARE, opinioni, pd, politica

Quella incomprensibile occupazione di posti di comando.


poletti e la cena con i criminaliDal terremoto giudiziario che sconvolge la capitale e che coinvolge personaggi di tutti gli schieramenti ( e siamo solo agli inizi ), nascono diverse domande che una persona onesta e per bene comincia a farsi. Una su tutte e’ comunque questa : come e’ possibile che certi figuri possano occupare certi posti di prestigio ? Come fai,  partito o istituzione che tu sia, a non accorgerti di che figura hai messo in certi ruoli  di comando ? Perche’ vedete, e’ vero che a chi si iscrive ad un partito non puoi certo fare ogni volta il chek-up completo della sua posizione giudiziaria, ma e’ anche vero che prima di mettere questa persona in certi posti di comando dovrai quantomeno verificare chi e’ e che passato abbia. Lo stesso vale per i finanziamenti alla campagna elettorale di un candidato ; e’ vero che il danaro non ha colore, ma allo stesso tempo ti dovrai anche porre qualche domanda su chi e’ che ti sponsorizza.

Tralasciando il nome di Massimo Carminati, che davvero col suo passato non si capisce come possa essere ancora libero e cosi’ potente, prendiamo in esame la figura di Salvatore Buzzi, il fondatore e amministratore della cooperativa sociale 29 giugno. Costui, un passato nei NAR, nel 1981 viene condannato per omicidio a 24 anni. Ne sconta circa una ventina nel carcere di Rebibbia e poi esce anticipatamente per buona condotta. Sul fatto di avere una riduzione di pena per essersi comportato bene in carcere nulla da obiettare, cosi’ come sul fatto che, quando hai espiato le tue colpe, sei un libero cittadino e che puoi crearti il tuo ruolo nella societa’. Ci puo’ quindi stare che invece di trovarti un lavoro dipendente, tu decida di voler fare l’imprenditore, creando una cooperativa sociale per il reinserimento di altri ex detenuti. Quello invece che reputo paradossale e’ che a nessuno, se non per salvaguardare i propri interessi personali, venga in mente di verificare come sia possibile che un omicida ex galeotto, che parla come un facchino dei mercati generali, possa essere a capo di una cooperativa nata da pochi anni, con 1200 dipendenti, che fattura oltre 50 mln di euro ogni anno e che soprattutto riesce a vincere ogni tipo di appalto. Un uomo che si circonda di personaggi che non vorremmo nemmeno incontrare per strada tanto fanno paura.

Il Ministro del Lavoro Poletti, attaccato dalla stampa per essere comparso nella foto di una cena in cui erano presenti sia Buzzi che Carminati ( e a fianco della tavolata anche  Casamonica, definito il boss dei Rom), si difende con queste parole : ‘’ Sapevo che Buzzi era stato in carcere per omicidio ma i nostri erano solo colloqui informali di lavoro ‘’. No Ministro Poletti, non e’ solo questo. Perche’ vede, un conto e’ essere fotografato mentre stai passeggiando per strada o fai un’ intervista e ti si accosta un criminale, un’ altra invece e’ fare affari con lui. Come dice ? Stiamo sbagliando ? Il business e’ business ? Sara’, ma che vuole….noi siamo persone senza potere e certe cose non riusciamo a capirle. Certamente pero’ queste persone non le frequentiamo anzi, le evitiamo come la peste !!

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, economia, LAVORO, libertà

Domande e risposte sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.


statuto lavorATORINon c’e’ niente da fare, niente. E’ ormai una tradizione, come le uova di cioccolato a Pasqua, il pranzo a Ferragosto o il brindisi a Capodanno. Ogni volta che si parla di riforma del lavoro, piccola o grande che sia, che si chiami riforma o abbia termini anglosassoni come Jobs Act, la destra ripete sempre che il motivo principale per cui le aziende non assumono sia l’ art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Che questo articolo sia ormai anacronistico riguardo alle reali condizioni economiche in cui versa il Paese e che vada cancellato per aprire le porte ai tanti disoccupati. Non ci sarebbe quindi nulla di nuovo in questa eterna diatriba se non fosse che, per la prima volta nella storia, il leader del maggior partito di centro-sx sostenesse questa teoria. Proviamo quindi a farci delle domande e a darci risposte, lasciando da parte le personali  ideologie e a dire le cose come realmente sono.

L’ ART.18 E’ UNA COSA CHE ABBIAMO SOLO NOI IN EUROPA ? No, con altri nomi e norme ma esiste anche in altri Paesi come Francia e Germania. Poi, ricordiamoci sempre che nella Ue, solo in Italia e nella disperata Grecia non esiste alcun assegno statale di sussistenza.

L’ ART. 18 E’ VECCHIO E TUTELA SOLO POCHE MIGLIAIA DI LAVORATORI ? Si, certamente. Fu introdotto nel lontano ’73 e non riguarda i lavoratori di aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Da qualche anno, le aziende oltre i 15 dipendenti, quando assumono qualcuno lo fanno con uno dei tanti contratti a termine, che vengono  rinnovati  a discrezione dell’ imprenditore di volta in volta.

L’ ART. 18 E’ LA VERA CAUSA DELLA DISOCCUPAZIONE CHE ATTANAGLIA IL PAESE ? E’ VERO CHE SE QUESTO ARTICOLO VENISSE CANCELLATO, LE AZIENDE INIZIEREBBERO AD ASSUMERE ? Assolutamente no, e per un fatto molto semplice.  Quando fu introdotto questo articolo, la congiuntura economica era favorevole e il Paese cresceva con numeri a doppia cifra e non come ora con degli 0 virgola. Le aziende quindi assumevano, nonostante ci fosse questo articolo. Se le aziende non assumono oggigiorno e’ perche’ la domanda interna langue, la burocrazia e’ ormai una vera jungla di norme e cavilli e la tassazione sul lavoro e’ troppo elevata.

L’ ART. 18 E’ QUINDI UN’ ASSICURAZIONE PERENNE DEL POSTO DI LAVORO ? UN PRIVILEGIO INALIENABILE ? Assolutamente no. Tralasciando il fatto che il datore di lavoro puo’ sempre crearti quelle condizioni di invivibilita’ all’ interno dell’ azienda, tutt’ ora venga presentato un bilancio aziendale in negativo o anche solo minore del precedente, il datore di lavoro puo’ ottenere una riduzione di organico.

Quindi questo art. 18, che non e’ ne’ la causa della disoccupazione ne’ tanto meno un inalienabile privilegio, deve essere lasciato od abolito ? E’ poi cosi’ importante ?  Si, perche’ questo articolo e’ ancor oggi la principale tutela per i lavoratori. E’ solo grazie a questo articolo dello Statuto se un lavoratore puo’ essere reintegrato quando il motivo del licenziamento e’ discrezionale. Se non esistesse, qualsiasi lavoratore /ice potrebbe essere lasciato a casa solo per essere iscritto a questo o quel sindacato, per non aver ceduto alle avances del datore di lavoro o anche solo per stare sulle palle del padrone.

Quindi l’ art. 18 deve essere un mantra, un dogma che non deve mai mutare ? Assolutamente no, anzi… Questo articolo non solo si PUO’ ma lo si DEVE cambiare. Certe garanzie, certi diritti fondamentali del lavoratore, inteso come persona e non solo come numero, devono essere estesi a tutti. Questa deve essere la vera rivoluzione, quel cambio di passo che occorre al Paese. La societa’ si evolve non quando togli ai pochi che hanno un diritto per metterli sullo stesso piano di chi questi diritti non li ha, ma quando TUTTI hanno questi diritti. Se corriamo verso il basso, inseguendo questa sorta di ‘’ cinesizzazione ‘’ dei diritti e del lavoro per stare al passo di altri Paesi emergenti, la battaglia e’ persa in partenza. La domanda interna che langue e’ il vero problema di questa crisi occupazionale e a questo problema occorre porre rimedio ridando alle persone quella sicurezza che si sta’ perdendo ogni giorno di piu’. Solo cosi’ la domanda e di conseguenza l’economia potra’ ripartire.

Poi diciamoci la verita’ sino in fondo ….Se questa riforma che Renzi ha in mente piace tanto al centro-destra ; se questa riforma viene definita da Sacconi (le cui idee come PD abbiamo sempre avversato ) come la miglior riforma  possibile, non ti possono fischiare le orecchie o quanto meno farti pensare che forse stai sbagliando qualcosa ?

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, estero, opinioni, PACIFISMO, violenza

Lettera a Giulia Latorre, figlia di un marò


giulia latorreCara Giulia,

ho letto le frasi che hai scritto sul tuo profilo FB, quando hai appreso la notizia che tuo padre Massimiliano era stato colpito da ischemia nella lontana India. Giudico le tue frasi dettate, almeno spero, dalla frustrazione di chi e’ preoccupato per la salute di un proprio genitore e non puo’ stargli accanto. Visto che mi sento tirato in ballo, essendo anche io, come te, un abitante di questo Paese di merda ( parole tue ), provo a risponderti. Lo faccio con parole diverse nel tono e nei modi che hai usato tu e i tanti che ti hanno risposto. Ho una decina d’ anni piu’ di tuo padre e, con l’esperienza dell’ eta’, vorrei farti capire o almeno riflettere su certe cose che hai scritto e che, probabilmente, non hai nemmeno considerato. Innanzitutto tu parli del tuo papa’ ancora prigioniero. Vedi Giulia, quando si usa la parola prigioniero e’ sottointeso che il soggetto di cui si parli sia in una qualche galera, bella o brutta che sia, ma sempre con certe regole come la sveglia ad una certa ora, il pranzo uguale per tutti, l’ora d’aria a orari prestabiliti etc. Tuo padre e il suo collega Girone trascorrono invece i giorni e le notti in Ambasciata e godono di tutti gli agi e i diritti, tranne quello di allontanarsi da questo luogo. Non sono quindi prigionieri ma trattenuti. Certamente starebbero meglio a casa loro, trai loro affetti ma questa differenza a me pare sostanziale. Poi, mi pare che tu abbia dimenticato il motivo di questa detenzione. Perche’ vedi, il tuo papa’non e’ accusato di eccesso di velocita’, di essere passato col rosso o di essersi fumato una canna ma di aver ucciso due pescatori disarmati. Non si tratta di stabilire se il fatto sia avvenuto o meno ma quali siano le responsabilita’ oggettive dei due fucilieri. In altre parole, si tratta di accertare se i maro’ abbiano sparato deliberatamente senza ragione alcuna o se invece abbiano davvero creduto che una piccola barca di pescatori fosse invece un imbarcazione di pirati. Questo e non altri e’ il vero motivo del loro trattenimento in India; e quando parliamo di India non stiamo parlando di una repubblica delle banane ma di uno Stato grandissimo che, pur con tutte le sue anomalie e problemi, e’ una democrazia, con le sue leggi scritte. Conosci qualche Stato degno di questo nome che non chiedesse chiarimenti su cio’ che e’ davvero avvenuto ? Che non volesse almeno far luce sui fatti ? Io non ne conosco. Come dici ? Il tuo papa’non e’ un Rambo che spara a tutto cio’ che si muove ? E’ anche la mia personale opinione, come ti do’ ragione sul fatto che queste lungaggini burocratiche e procedurali abbiano davvero stancato tutti. Sono invece in totale disaccordo con te quando dici che hanno fatto il loro dovere, che sono degli eroi  e dovremmo pensare a loro anziche’ ai tanti clandestini che arrivano sulle nostre coste, che ci costano e fanno solo danni. Perche’ vedi Giulia, non esiste alcun eroismo nello sparare a gente disarmata, colpevole solo di essere nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Il loro dovere era quello di proteggere la nave dai pirati e non dai pescatori ; poi sinceramente, mi fanno piu’ pena le persone che rischiano la vita per scappare da fame e guerre di persone che svolgono un lavoro che hanno scelto volutamente e anche ben retribuito. Mi spiace invece moltissimo che tu non abbia speso nemmeno una parola, se non di scusa almeno di conforto, verso le famiglie dei due pescatori, che a differenza di te non potranno mai piu’ riabbracciare i loro cari. Si vede che umanita’ e intelligenza sono doti che non ti appartengono e spero che tu le possa acquistare in un futuro non lontano. Adesso il tuo papa’ e’ a casa in degenza ( visto che questi incivili indiani non sono poi dei cattivoni  ? ). Abbraccialo forte e stagli vicino, per tutti i giorni e le notti che ti e’ mancato. Speriamo che in questi quattro mesi le cose finalmente si risolvano. Se pero’ cosi’ non fosse, sappi che il tuo papa’ fara’ sicuramente ritorno in India, per due ragioni : ha dato la sua parola d’onore e non lascera’ da solo il suo compagno Girone. In questo fara’ davvero il suo dovere e di questo devi andarne fiera;  e se proprio vuoi prendertela con qualcuno, perche’ la rabbia che hai nell’animo e’ tanta, allora prenditela con chi ha mandato due uomini dell’esercito a fare i vigilantes su un mercantile privato e non con chi, davvero, non ha alcuna colpa !!

Ciao Giulia

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti

La morte di Davide Bifolco e il vittimismo del potere


davide

Davide, ammazzato da un carabiniere prima di compiere 17 anni.

Il testo più utile e chiaro sull’uccisione di Davide Bifolco da parte di un uomo armato in divisa l’ho letto. Si intitola Non è un paese per poveri: Davide Bifolco e il razzismo di classe in Italia.

Sul serio, andate a leggerlo, e solo dopo tornate qui.

Lo avete letto? Bene, riprendiamo il discorso.

Il fatto che gli amici di Davide e la popolazione del Rione Traiano non abbiano accettato in silenzio e a capo chino la solita versione del «colpo accidentale» (sono ormai centinaia i «colpi accidentali» da quando fu approvata la Legge Reale), ma abbiano espresso in vari modi la loro rabbia, ha scatenato i vermi brulicanti nel ventre di «quelli che benpensano», come li chiamava Frankie Hi Nrg.

Sono i vermi del razzismo verso chi sta peggio; dell’odio per gli esclusi spinto fino a invocarne l’esecuzione sommaria; del conformismo rancoroso che nutre gli intruppamenti sui social media; dell’inflessibilità verso i poveri che va sempre di pari passo con l’ammirazione per la furbizia dei ricchi, tanto bravi ad aggirare le leggi per farsi i cazzi propri.

«Se l’è andata a cercare», Davide Bifolco. Non si è fermato all’alt. Era in motorino con altri due. Era senza casco. Il motorino era senza assicurazione. Era in giro di notte. Soprattutto, era uno del Rione Traiano e quindi quasi geneticamente pericoloso, camorrista in potenza.

Sulla base di tali pseudomotivi, una parte di opinione pubblica – pungolata dalla marmaglia dei commentatori e opinion maker proni al potere in divisa – trova ovvio che un’auto dei carabinieri speroni un motorino, poi un carabiniere, pur potendo facilmente risalire alla sua identità, si accanisca a inseguire un ragazzo e infine lo ammazzi in mezzo alla strada. Lo trova ovvio e lo giustifica.
O meglio: dice di trovarlo ovvio perché vuole giustificarlo.

Tutto ciò nella completa assenza di qualunque reato. Per chi gira senza casco o assicurazione non è previsto un proiettile in petto, ma una multa o il sequestro del motorino. Eppure, sembra che molta gente abbia letto (parola grossa, lo so) un altro codice della strada:

forcaiolo4forcaiolo3

forcaiolo2

forcaiolo1
Sia ben chiaro: anche nel caso di un reato – ad esempio uno scippo – quella del carabiniere sarebbe stata una condotta ingiustificabile.

Anche nel caso con Davide ci fosse stato «un latitante» – circostanza già smentita dal diretto interessato – va ricordato che in Italia non c’è la pena di morte, in teoria. Men che meno irrogata a casaccio e messa in atto da un militare, per strada, senza la seccatura di un processo. In teoria.

Ma no, dicono quelli che benpensano: la vittima non è Davide, la vittima è il carabiniere. Poverino, immaginate lo stress, la rottura di coglioni a dover lavorare in quel quartiere, in mezzo a quella gentaglia. Pure Aldrovandi, in fondo, mica era un santarellino! Applausi ai poliziotti ingiustamente condannati per averlo ucciso! Facile criticare chi mantiene l’ordine! E Cucchi? Un tossico. Gabriele Sandri? Un ultrà. Non se ne può più di questa delinquenza, e tutti ‘sti negri che portano l’ebola, dove andremo a finire, ci vuole il pugno di ferro, solidarietà alle forze dell’ordine ecc. ecc.

A questo punto, di solito, arriva la citazione (a cazzo) di Pasolini. Se questi apologeti della repressione sapessero cos’ha scritto davveroPasolini sulle forze dell’ordine, direbbero che han fatto bene ad ammazzare anche lui, comunista e pure ricchione.
[Molti, del resto, la pensano già così, e sovente sono gli stessi che lo citano a sproposito per difendere a priori chi manganella e uccide.]

Il 12 settembre scorso ho presentato L’Armata dei Sonnambuli proprio allo Zero81 Occupato, e ho parlato anche di questa vicenda, cercando di inserirla in un contesto ideologico e storico più ampio. Il tema è il vittimismo del potere e di chi ne giustifica o nasconde gli abusi, il «non è mai colpa nostra» come fondamento dell’ideologia dominante italiana, parte essenziale di un dispositivo che plasma le nostre vite tutti i giorni.

FONTE  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18935

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, eventi

Non è un paese per poveri: #DavideBifolco e il #Razzismo di classe in #Italia


davide-bifolco-corteo-05-630x419Partiamo dall’inizio, per chiarire le cose: noi, come tanti altri, nel Rione Traiano sabato 6 settembre c’eravamo.

In realtà eravamo lì già il giorno prima, quando ci ha travolto la notizia che un carabiniere avesse ucciso un ragazzino di 16 anni.

Scusateci, ma non siamo proprio capaci di guardare quello che accade attorno   a noi senza averne conoscenza diretta e abbiamo sentito dal primo momento il bisogno di stare accanto alla famiglia di #Davide che perdeva un figlio e un fratello per mano di “un uomo dello stato” proprio in quel quartiere già devastato dall’abbandono e dalla criminalità organizzata.

Abbiamo voluto esserci per loro e per Davide: troppo giovane per poter portare sulle spalle anche le responsabilità della sua stessa morte. Una responsabilità che dal giorno dopo, con lurida freddezza, hanno provato ad addossargli carabinieri, poliziotti, istituzioni, intellettuali progressisti e quel gigantesco ventre molle razzista e classista che abita questo paese.

Abbiamo fatto una scelta di parte, quella che ci è sempre appartenuta: affiancarci agli ultimi di questa società e di questa città, coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, che vivono di piccoli lavoretti a nero, che sopravvivono nel centro e nelle periferie senza aver mai conosciuto nessuna forma di welfare; chi vive in questi quartieri dormitorio e campa di lavori sottopagati in altre parti della città, o a quelli che vivono di illegalità perché di possibilità di scelta non ne hanno mai avute, a quelli che la gente chiama “La Camorra” ma che della Camorra sono le prime vittime, manovalanza di un mercato del lavoro criminale spietato quasi come quello legale, ma decisamente più accessibile.

Ci siamo stupiti che grande parte della città non ci fosse, mentre la ritrovavamo sui social media, comodamente seduta dietro le proprie scrivanie, a pontificare su quello che non ha mai visto e a pensare di poter dare lezioni di vita.

Napoli4-630x419

Abbiamo creduto che un evento tragico come quello della notte del 5 settembre avesse la forza di scuotere anche le coscienze più perbeniste.

Anche la razzistissima America ha avuto un briciolo di comprensione per la rabbia di Ferguson, mentre l’Italia razzista e bigotta, e pezzi consistenti della classe dirigente di questa città, hanno guardato l’ennesimo spettacolo da “gomorra”, non riuscendo a “perdonare” a Davide Bifolco, napoletano, di essere morto ammazzato per mano di un carabiniere.

Quel ventre molle, razzista e classista, è il terreno fertile di un’opinione pubblica e il mercato di una stampa che dal giorno dopo ha scelto di ignorare i fatti accaduti nel corso di quella notte (e confermati dalle testimonianze dei giorni seguenti) per darsi a un’imbarazzante litania sociologica sulle “colpe” di Davide, dei suoi amici, del suo quartiere e della sua città.

Di certo ci aspettavamo le cazzate del Salvini e del Saviano di turno, e le evocazioni legalitarie del fascista più inappropriato e odioso della situazione: a questo giro il premio l’ha vinto Bobbio, ex sindaco di Castellamare di Stabia e membro del partito con il più alto tasso di collusione mafiosa della regione.

Quello che non ci aspettavamo, invece, è la foga di alcuni editoriali e di numerosi profili Facebook e Twitter che hanno messo in luce quanto questo paese e questa città covino un odio viscerale nei confronti dei poveri, degli ultimi della società, i fanoniani “dannati della terra” o una lombrosiana “razza maledetta”.

Scrive Paolo Macry sul Corriere della Sera dell’8 settembre: “A Napoli esistono i ghetti. Ciò che nella Parigi di Victor Hugo o nella Londra di Charles Dickens era il confine di classe e che nelle città americane è stato lungamente (e in parte è tuttora) il confine di razza, a Napoli è il confine della legalità. Scampia, Forcella, il Rione Berlingieri, il Rione Luzzatti, eccetera, costituiscono aree economicamente degradate e urbanisticamente fatiscenti, ma sono anche il luogo di una contrapposizione dei cittadini allo Stato che appare intensa, diffusa e, a quanto sembra, introiettata. È qui che si nascondono i latitanti, che la gente cerca di resistere con la forza agli arresti della polizia, che i conflitti tra interessi vengono risolti da una giustizia privata e cruenta e le guerre tra bande armate avvengono alla luce del sole. Mentre un miscuglio inestricabile di paura, collusione e omertà suggerisce il silenzio ai testimoni. Sono insomma ghetti perché riflettono un contesto infernale ma anche perché, in qualche modo, si sentono essi stessi ghetti. Ovvero territori separati dal resto del tessuto urbano, soggetti a codici speciali, abituati a proprie gerarchie di potere, fidelizzati con ricompense di varia natura dalle organizzazioni criminali”

Il “quartiere illegale” è l’espressione sublime della razzializzazione di questo popolo. È il ghetto all’italiana nel suo odiato, utile e imbarazzante Sud. È lo spazio dove esiste un peccato originale e oggettivo, per il quale non esiste sociologia che tenga.

È uno shock culturale e discorsivo che annienta tutte le altre categorie del discorso.

È (scusateci l’astrazione che abbandoniamo immediatamente) ciò che consente di superare, con un battito di ciglia, tutte le questioni di diritto che la storia di quella notte pone.

In primo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un uomo. Ragazzino o non ragazzino, di spalle o di faccia, in fuga o inerte.

In secondo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un ragazzino in fuga, senza alcun rischio di offesa. Che abbia ignorato o meno un posto di blocco con il suo motorino, che girasse da solo o evidentemente in barba al codice della strada (ma solo al codice della strada!!) a due, a tre, o quattro senza casco.

Questa discussione non esiste. Esistono invece tutte quegli argomenti che servono a giustificare l’omicidio di un ragazzino a opera di un carabiniere, che si esprimono nel trovarsi in un quartiere dormitorio con un alto tasso di criminalità organizzata, con altissima disoccupazione e dispersione scolastica, con servizi zero, prospettive nulle. Esiste, dunque, la colpa di essere povero.

In un quartiere ghetto, costruito, come tanti altri ghetti nostrani, da quello stesso Stato e dai poteri forti che evocano legalità mentre continuano ad affamare, avvelenare e impoverire le nostre terre. E mentre sparano, senza alcun diritto, rivendicano legalità.

Il giorno dopo raccontano al mondo il ghetto. Mentre continuano ad avvelenarlo di miseria, mentre continuano a intossicarlo di disoccupazione e dispersione scolastica. Domani sarà di nuovo il ghetto “dimenticato”, perché in questo paese non si vede luce in fondo al tunnel della disoccupazione e della precarietà, allo smantellamento della scuola e dei servizi.

Quello che vediamo davanti a noi è un razziale odio di classe da romanzo dell’800, ma terribilmente vivo nelle attuali testate nazionali e nell’opinione pubblica nostrana.

Un odio di classe necessario: l’odio figlio della paura che quella moltitudine di corpi esca dal corpo, rabbiosa, per rivendicare un briciolo di dignità. La paura che quella moltitudine fuoriesca dal ghetto.

La Napoli bene, che ha trascorso l’inverno a scimmiottare le frasi più cult di “gomorra”, ha tremato dinanzi all’ipotesi che quella gente arrivasse fuori alle proprie case, ha tremato all’idea che lo stato di cose presenti venisse messo in discussione.

Su queste paure, coscienti o meno, mette basi il falso assioma classista che vuole nella povertà e nell’illegalità la causa della prevaricazione e la nascita delle mafie. Lo stesso assioma che vuole tutti i poveri camorristi e, fuori dalla città, tutti i napoletani camorristi. Sulla base di questo assioma trova perfino giustificazione l’omicidio di un ragazzino di 16 anni per mano di un carabiniere.

Noi oggi non vogliamo raccontare la storia di quella notte, lo sta facendo benissimo la gente del rione Traiano che con forza dirompente esplode di narrazioni, testimonianze, video, interviste, che scende in piazza ogni giorno e parla linguaggi diversi. Che ha la forza di parlare con noi, reagendo anche alle svariate operazioni delle grandi testate giornalistiche e dei miseri poliziotti di quartiere che dal primo giorno hanno avuto l’ansia di raccontarci in piazza come corpo estraneo, “portatori d’odio”, violenti e pericolosi, che dal primo giorno si sono occupati di diffamare la nostra solidarietà.

Testate e poliziotti che non aspettano altro che completare l’assioma povertà=illegalità=camorra mettendoci dentro anche coloro che come noi dal primo giorno hanno scelto di non abbandonare Davide e i suoi amici (un primo imbarazzante comico assaggio sul Corriere del Mezzogiorno del 10 settembre traccia con aria massonica trame di connessione tra antagonisti e dei virgolettati “amici di Davide”, inserendo con un colpo di magia tra le prime quindici parole anche i mitici “black block”).

Testate e poliziotti che non aspettano altro che creare altri ghetti nel ghetto, per rimettere ogni cosa al suo posto e tornare a dialogare serenamente con i galoppini delle piazze di spaccio della zona, quelli che portano valanghe di voti ai politici di turno a ogni appuntamento elettorale.

Questo ve lo possiamo raccontare: in piazza, sabato, c’erano loro a mantenere calma la manifestazione.

Per nostra fortuna erano la minoranza di un quartiere vivo e solidale che piangeva, urlava, cantava e pregava. Gente semplice.

Noi stiamo con queste persone, voi scegliete da che parte stare.

Il silenzio, sicuramente,  sarebbe più dignitoso.

Noi vogliamo ringraziare questi ragazzi perché è solo grazie alla loro scelta di stare in piazza ogni giorno da sabato che forse la ricerca di verità e giustizia non sarà vana.

E vogliamo ringraziare l’associazione ACAD che ha tempestivamente offerto supporto legale, gestendo anche in parte efficientemente la comunicazione nei giorni successivi.

A tutti i perbenisti da tastiera facciamo l’invito a un po’ di silenzio e ad una rapida ricerca su Google per scoprire che la metà delle proprie convinzioni è falsa. Se proprio non ci riescono, gliene forniamo qualcuna.

1) “A Napoli si scende in piazza solo quando un carabiniere ammazza un ragazzo e mai quando uccide la camorra!”

  • Falso. A Napoli si scende in piazza sempre contro gli abusi dell”una e dell’altra faccia del capitalismo, basta guardare la fiaccolata dopo la morte di Pasquale Romano (novembre 2013), vittima innocente di una guerra di camorra.

2) “Dopo la morte di Davide Bifolco sono state incendiate 6 auto della polizia.”

  • Falso. La questura stessa in un comunicato ufficiale smentisce la notizia.

3) “Bisogna tutelare la privacy del carabiniere e non diffondere le sue generalità per la presunzione d’innocenza.”

Noi chiediamo a gran voce che le generalità del carabiniere siano diffuse perché siamo convinti che questo sia un atto di tutela nei confronti dell’intera cittadinanza. Vogliamo essere sicuri che sia lui e solo lui a pagare per ciò che ha fatto, senza la possibilità di insabbiare e depistare le indagini o inquinare le prove come già è stato fatto sul luogo del delitto. Vogliamo che sia lui a non tornare mai più al suo posto di lavoro, per la tutela dell’intera comunità, pretendiamo le sue generalità per una questione di trasparenze e tutela dal basso della cittadinanza. Al contrario, dettagli della vita della famiglia di Davide sono stati passati al setaccio dai giornali per costruire l’immagine di un ragazzo-delinquente.

4) Per quale motivo nessun giornale ha posto l’attenzione sul fatto che l’indagine sia stata affidata agli stessi carabinieri, dunque colleghi dell’omicida? Non sarebbe stato un gesto di buon senso e di trasparenza affidarle a un altro organo dello Stato?

5) “Il colpo che ha ucciso Davide è accidentale”

– Da quando in Italia esiste la legge Reale, 1975, sono più di 1000 i casi di morti “accidentali”, grazie all’art. 14 che recita: “estendendo la previsione normativa dell’art. 53 c.p., consente alle forze dell’ordine di usare legittimamente le armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. Gli agenti colpevoli di omicidio l’hanno sempre fatta franca. È arrivato il momento di abolire questa infame legge che tutela gli omicidi di Stato.

6) “ Il carabiniere che ha ucciso Davide Bifolco NON È sottoposto a custodia cautelare”

– Questo risulta davvero incomprensibile, visto che è stato già appurato che l’agente dell’Arma abbia di proposito inquinato la scena del delitto e le relative prove, spostando il cadavere e nascondendo il bossolo. Cosa fa credere al PM che non possa farlo di nuovo? Questa eventualità è resa possibile dal fatto che sono gli stessi appartenenti all’Arma a condurre le indagini sul caso.

7) “Se vai a 3 sul motorino senza casco e assicurazione sei colpevole quanto il carabiniere”.

– Sembra assurdo, ma va ricordato a tutti i paladini della giustizia che le mancate osservanze del codice della strada prevedono una sanzione amministrativa che, per quanto cruenta, non ha ancora raggiunto la pena di morte. La Corte di Cassazione, inoltre, ha in passato definito l’infrazione di un posto di blocco non un reato penale. L’omicidio in Italia prevede una pena non inferiore ai 21 anni di reclusione.

8 ) “Il carabiniere era sotto pressione, succede quando si fa servizio in quartieri difficili”

– Falso! Se il carabiniere subisce cosi tanto la pressione può scegliere tranquillamente un altro mestiere: viviamo tutti i giorni di stenti e lavori precari e non per questo ammazziamo la gente. Ripetiamo, inoltre e fuor di retorica, che nei quartieri difficili le forze dell’ordine hanno dei rapporti di convivenza, politici ed economici, con la criminalità organizzata che permette loro di stare tranquilli. La maggior parte delle caserme o dei commissariati della periferia sorgono nei pressi di piazze di spaccio (vedi Secondigliano, Scampia, o lo stesso Rione Traiano) e non ci sembra che vengano assaltate quotidianamente.

9 )“I cortei sono gestiti dalla camorra, come durante l’emergenza rifiuti”

– Niente di più falso! Basterebbe farsi un giro e non fermarsi alle apparenze, per capire che i primi a non volere troppa visibilità e caos nelle strade sono gli stessi appartenenti alle organizzazioni criminali. La stessa magistratura ha poi confermato negli anni che l’interesse dei clan è sempre stato rivolto al ciclo dei rifiuti, legale e illegale, e che esistevano delle connessioni tra i capitali che provenivano dai clan e la costruzione delle discariche e degli inceneritori. Ne deriva che la Camorra e lo Stato si sono alleate contro i cittadini perché il ciclo dei rifiuti fosse quello progettato dalle istituzioni. (Ancora oggi un nuovo ciclo virtuoso dei rifiuti in Campania non si vede. Impianti di riciclaggio e compostaggio non vengono costruiti!)

10) “Il carabiniere non aveva altra scelta, era una situazione difficile e doveva impugnare la pistola per sicurezza”

– Quello che è imperdonabile all’infame che ha ucciso Davide Bifolco è proprio questo: sorvolando sull’inusuale accanimento con il quale di principio si è appassionato all’inseguimento di questi pericolosi criminali, la gazzella dei carabinieri aveva già speronato e fatto cadere i tre ragazzi, i carabinieri avevano ormai il motorino e sarebbero potuti risalire al proprietario; avevano inoltre tratto in arresto già uno dei tre. Esistevano insomma tutti gli elementi per risalire agli altri due presenti sul mezzo (non vi raccontiamo quali strumenti vengono quotidianamente utilizzati nelle caserme napoletane per portare a buon fine gli interrogatori!): non c’era nessun motivo per sparare, non c’era nessun motivo per togliere gli anni migliori a un ragazzino innocente.

o-DAVIDE-facebook-630x315

FONTE http://www.zer081.org/2014/09/11/non-e-un-paese-per-poveri-davidebifolco-e-il-razzismo-di-classe-in-italia/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, politica

L’emendamento di SEL che potrebbe far chiudere il blog di Beppe Grillo


 

Ecco il testo dell’emendamento, prima firmataria Loredana De Petris (Sel):

Proposta di modifica n. 5.8 al DDL n. 1213

Dopo il comma 4, aggiungere il seguente:

        «4-bis. È vietata la pubblicazione di annunci di carattere commerciale o pubblicitario sui siti internet, anche presentati sotto forma di blog:

        – di partiti o di movimenti politici;

        – dei gruppi politici di qualunque assemblea elettiva;

        – di chiunque ricopra un incarico istituzionale anche non elettivo;

        – di chiunque ricopra l’incarico di Presidente, Segretario o legale rappresentante di partito o movimento politico che abbia conseguito un eletto alla Camera dei Deputati, al Senato della Repubblica, al Parlamento europeo o in un Consiglio regionale.

        D’ufficio ovvero a seguito di segnalazione la Commissione intima la rimozione degli annunci all’intestatario del sito internet, così come individuato secondo il protocollo di rete ”Whois”, entro un termine non superiore a sette giorni. Nel caso di inadempimento è comminata all’intestatario una sanzione amministrativa pari a 5.000 euro per ciascun giorno di permanenza dei suddetti annunci successivamente al termine intimato».

Se l’emendamento passasse Beppe Grillo che è, dal punto di vista burocratico, il presidente del M5S, dovrebbe chiudere il suo blog.

In Italia la povertà dilaga: 8,2 milioni di poveri, una famiglia su quattro non arriva alla fine del mese mentre 3,4 milioni di persone “vivono” in assoluta indigenza. In questa situazione economica drammatica per milioni di persone, c’è gente in Parlamento che pensa alla pubblicità sui blog che, tradotto dal politichese all’italiano, vuol dire che pensa a come fermare certe forze politiche. Pensassero a come fermare la povertà in questo Paese.

P.S. L’emendamento è stato bocciato in Senato ma c’è da credere che torneranno alla carica con emendamenti ancora piu’ vergognosi.

senatrice de petris

Pubblicato in: abusi di potere, agricoltura, ambiente, CRONACA, diritti, libertà, MALAFFARE, pd, politica, razzismo

Un popolo si, di merda no


nopasaranFrancesca Pilla

Pubblichiamo un’articolo tratto dal blog del manifesto “Napoli Centrale” a cura di Francesca Pilla. Il suo blog è un diario di bordo che racconta la complessità di Napoli e della Campania senza remore e filtri politici. In questa riflessione Francesca risponde ai tanti Adinolfi che hanno la memoria corta sulle responsabilità dei disastri della Campania. (Red)

Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd ha scritto su Twitter che i napoletani sono un popolo di merda. Ha ragione? Ma dov’era quando dal 2002 (circa) al 2006 (circa) gli acerrani insieme ai napoletani, ai campani protestavano contro l’inceneritore? Solo il 30 agosto del 2004 in una manifestazione oceanica, con bambini che avevano portato i palloncini, i contadini le loro mucche, le donne tantissimi fiori, finì tutto in una repressione di lacrimogeni e cariche. Anche il primo cittadino venne manganellato, si chiamava Espedito Marletta, gli spaccarono la testa. Io c’ero.

Il partito con cui è stato eletto al parlamento Adinolfi, all’epoca rappresentato dall’Ulivo nel frattempo continuava a spingere e sostenere l’Impregilo che pure verrà poi indagata per gravi mancanze nel ciclo dei rifiuti e per aver creato la cittadella della munnezza a Giugliano, 6 milioni di ecoballe. Proprio Prodi chiuse un accordo (alias firmò un decreto) per la società che prevedeva l’impiego dei Cip6 (una sorta di truffa per far passare come fonte energetica rinnovabile la termovalorizzazione) solo per la Campania.

Dov’erano i politici quando sempre nel 2004 la rivista Lancet coniò la definizione del triangolo della morte da parte degli studiosi Kathryn Senior e Alfredo Mazza? Dopo quasi 10 anni ci siamo dovuti sentire dall’ex ministro Balduzzi che da noi si muore 3 volte tanto di tumore perché abbiamo uno stile di vita sbagliato.

Dov’era Adinolfi quando nel 2008 Lucia De Cicco si è data fuoco proprio davanti al sito di stoccaggio di Giugliano? Dov’eranp quelli che fanno finta di non sapere nel 2008 durante le sollevazioni di Chiaiano dove è stata aperta la più grande discarica cittadina tra i palazzi. Nel maggio di quell’anno gli abitanti vennero picchiati, malmenati, alcuni perfino arrestati. Anche i giornalisti (tra cui Romolo Sticchi) furono bastonati. L’ordine l’aveva dato Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti, perché quello era stato dichiarato sito militare e chi protestava era sottoposto a leggi speciali. Dov’era dunque Adinolfi a Pianura, a Quarto a Pozzuoli, alla famosa “Rotonda” contro le discariche nel parco del Vesuvio?

E’ una storia lunga. Io c’ero e so che chi ha osato dissentire contro l’avvelenamento dei nostri territori è stato trattato come oggi i no tav: camorristi (invece di terroristi), estremisti, attentatori dell’ordine precostituito ecc ecc.. E’ facile offendere per “categorie”, rom, migranti, arabi, Lgtb, e in Italia i napoletani oggetto dei più sprezzanti commenti. Bisogna stare molto attenti a soffiare sul fuoco dell’odio “etnico”.

Allora resta da dire solo una cosa si è vero siamo un popolo, ma di merda no. La testa l’abbiamo sempre alzata. E siamo stati governati dalle stesse persone.

Adinolfi comunque si giustifica così: http://www.napolitoday.it/cronaca/adinolfi-popolo-di-merda.html

– See more at: http://www.manifestosardo.org/popolo-si-merda/#sthash.bj8zZbQn.dpuf

Pubblicato in: abusi di potere, ambiente, cose da PDL, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, libertà, magistratura, MALAFFARE, politica

Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, guerre, PACIFISMO, video

VACCINATI A MORTE


tumori-tra-i-soldati-italiani-si-indaga-sui-vaccini_2699Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.



Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano.Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo. Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni invalido al 90%. 

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco, l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene  negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente. Questi ragazzi devono essere operativi subito: far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo al Ministero della Difesa di vigilare affinchè:

– sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali;

– il medico vaccinatore pretenda al momento dall’arruolamento, come previsto dal regolamento, da tutti i militari il libretto dell’USL, e rispetti quanto lì riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione;

– i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni;

– siano date risposte sui casi dei militari ammalati facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati.

A:
Ammiraglio Giampaolo di Paola, Ministro della Difesa
Renato Balduzzi, Ministro della Salute
Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.

Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano. Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo, Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni e invalido al 90%.

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema come abbiamo denunciato da tempo, è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente, questi ragazzi essere operativi subito, far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo alle autorità Militari, cosi come al Ministero della Salute , di vigilare.
– Che sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali.
– Che il medico vaccinatore come previsto dal regolamento pretenda da tutti i militari al momento dall’arruolamento il libretto dell’USL, e rispetti quanto li riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione,
-Che i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni di qualsiasi tipo e luogo.
– Che siano date risposte da parte del Ministero della Difesa sui casi dei militari ammalati fornendo, numeri,facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati, che venga segnalato sul libretto vaccinale qualsiasi tipo di reazione. E che vengano segnalati alle autorità competenti.
– I vaccini sono farmaci quindi il rispetto delle regole e fondamentali.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

 

PETIZIONE  http://www.change.org/it/petizioni/ministro-della-difesa-chiarezza-sui-militari-vaccinati-a-morte-per-evitarne-altri

http://www.comilva.org/eventi/vaccinati_morte_di_vittoria_iacovella

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, estero, libertà, società, violenza

il golpe egiziano (discutibile discussione)


Con amici e conoscenti si sviluppa da tempo ormai un’accesa (intellettualmente accesa) discussione sugli avvenimenti egiziani. Quelli che io definisco un golpe.
Questa rinnovata discussione mi offre in realtà l’occasione per sviscerare e chiarificare ancor meglio alcuni punti del mio pensiero, che temo tuttora fraintesi.
1) Perché l’esercito no: ripeto da tempo ormai che per me vi è una differenza fondamentale fra “rivoluzione” e “golpe”. Tale differenza risiede, semplicemente, nell’autore e nella partecipazione. Una rivoluzione è fatta (prevalentemente) dai cittadini; un golpe, al contrario, è fatto solo da una minoranza di essi o da una parte particolarmente qualificata.
Sul punto maggioranza/minoranza mi son già ampiamente speso e ribadisco qui solo il fatto che, ad oggi, i sostenitori dei Fratelli Mussulmani sono numerosissimi in Egitto. E nessuna prova è stata portata del fatto che la maggioranza degli egiziani sia attualmente d’accordo con l’esercito (che tanti siano andati in Piazza Tahrir è, semmai, solo un indizio). In assenza di tale prova, ritengo corretto rifarsi all’ultima valida espressione della volontà popolare, ovvero le elezioni che hanno dato la maggioranza proprio ai Fratelli Mussulmani!
Ma il secondo aspetto è ancora più importante: l’esercito è una parte qualificata della popolazione. E’ una parte armata, ovvero detiene -per conto dello Stato e non da solo (vi sono anche le forze di polizia)- il “monopolio della violenza” di weberiana memoria. L’esercito ha un potere (“dalla canna del fucile“) straordinario, potenzialmente incommensurabile rispetto a quello politico e giuridico degli altri organi dello Stato. Per tale ragione, è ancor più importante che l’esercito si attenga strettamente ai limiti assegnatigli.
Non a caso, quando le forze armate hanno preso il potere -anche sulla scia di un grande sostegno popolare-, raramente l’hanno lasciato.

2) la forma dell’intervento: il punto è per me risolutivo. Si tratta semplicemente di appurare se la legittimità costituzionale (sovrana, in un ordinamento democratico: altrimenti si ricade nel populismo del “votato dalla maggioranza dei cittadini” di berlusconiana memoria – non a caso l’art. 1 della nostra Costituzione precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – un principio simile si ritrova anche all’art. 5 della Costituzione egiziana) consente o meno all’esercito egiziano un simile intervento nella sfera politica.
A mio avviso, la questione è presto acclarata dall’ottavo preambolo della Costituzione egiziana approvata dopo la caduta di Mubarak. Per inciso, sia chiaro che questa Costituzione non avrebbe mai potuto esser approvata senza l’assenso, almeno tacito, dei militari. Dunque, recita l’ottavo preambolo: “Defending the homeland is an honor and an obligation. Our armed forces are a neutral, professional national institution that does not interfere in the political process. It is the country’s defensive shield“. L’affermazone di neutralità politica mi sembra chiara ed innegabile e tali preamboli sono qualificati come “principi” cui si aderisce.
Anche proseguendo nella lettura del testo costituzionale (art. 194 ss), si evince che nessuna disposizione autorizza le forze armate ad un simile intervento, anzi: addirittura l’art.101 stabilisce chiaramente che “No armed forces are permitted to enter either chamber [camere del Parlmento, ndr] or reside in its vicinity unless the chamber’s president has requested so“.
Infine, la Costituzione prevede specifiche procedure (art. 152) di impeachment del presidente. Procedure, è lapalissiano, non rispettate.

3) le ragioni dell’intervento: in una recente intervista dell’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy a Repubblica, l’ambasciatore così risponde alla domanda se l’intervento dell’esercito fosse necessario: “A volte, lo è. Non potevamo aspettare altri quattro anni, fino alla prossima scadenza elettorale. Parecchi egiziani erano pronti a fare i bagagli e a espatriare. Abbiamo sprecato già decenni con Mubarak. Glielo dimostro: prenda a esempio la Corea del Sud. Negli Anni Sessanta il reddito pro capite lì era più basso che in Egitto, come il totale delle esportazioni. Ma in quarant’anni i sud coreani ci hanno superati di molte volte. Con Morsi alla presidenza, continuavamo a scivolare nel precipizio: saremmo presto diventati uno Stato fallito. Quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà: l’Egitto merita ben più di questo. Ora dobbiamo recuperare il tempo perduto“.
Tradotto: l’intervento era necessario per ragioni economiche!
Ora, qualcuno vuol forse paragonare questa giustificazione con le dichiarazioni del Bundespraesident emerito Horst Koehler, costretto a dimettersi per le dichiarazioni sulle “ragioni economiche” dell’intervento tedesco in Afghanistan? O forse con il “ “ “golpe” ” ” (scusate, in questo caso le virgolette non sono mai abbastanza!) delle dimissioni di Berlusconi per la crisi economica in Italia?
Anche ammettendo -e non sarei comunque d’accordo- che simili motivazioni giustifichino l’azione dell’esercito, la sproporzione fra fini e mezzi dovrebbe lasciarci ben sospettosi, per non dire allibiti, di fronte a tale indebita intromissione. Incostituzionale.

4) ragioni umanitarie: lo stesso Helmy nelle proprie dichiarazioni richiama -e dobbiamo supporre, alla luce della risposta precedente, in modo del tutto secondario- la minaccia rappresentata dall’islamismo ed in particolare dalla violazione dei diritti umani, rappresentata dall’approvazione di una norma che abbasserebbe l’età minima per il matrimonio a 9 anni per le bambine.
Tralasciando la generica considerazione che il giudizio sull’islamismo politico spetta sempre e solo al popolo, nelle forme democratiche costituzionalmente previste, mi limito qui a ribadire che tale argomentazione è inconsistente: a) perché prima di procedere con una soluzione tanto drastica come un golpe militare in disprezzo della Costituzione si sarebbero potute perseguire altre forme di protesta democratica e civile contro l’approvazione di tale norma (boicottaggio parlamentare, scioperi ad oltranza, manifestazioni pubbliche…); b) perché non risulta che i militari abbiano giustificato con tale argomento il loro intervento; c) perché la riduzione manichea della questione militari/pedofilia è una strumentazione del discorso che semplifica irrealisticamente la complessità di questo avvenimento.
Insomma, riducendo tutto alla dicotomia citata, si forza la realtà dei fatti per incanalare la discussione in binari tali da fare passare l’interlocutore che sostenga una posizione contraria come un essere spregevole. Tecnica francamente berlusconiana.

5) le ragioni contrarie: nel dibattito mi si accusa di sostenere posizioni troppo “astratte”. Orbene, come ho ripetutamente cercato di chiarire, non trovo affatto che tali ragioni siano “astratte”. Anzi: esse sono concretissime. Si tratta, infatti, di garanzie a tutela dei diritti dei cittadini, se tali garanzie sono violate, nulla ci assicura che anche i diritti civili e politici siano rispettati.
In un sistema democratico-costituzionale (lo “Stato costituzionale di diritto“), la legittimità politica è legittimità giuridica.

6) lasciamo la storia da parte: ultima considerazione. La storia (“Storia”) non c’entra nulla.
Come possiamo pretendere di chiamare in causa e valutare la storia a pochi giorni dai fatti? No, adottare ora un simile parametro di giudizio è semplicemente fuorviante. Significa rimandare ad un tempo mitico giudizi che invece potremmo dare già ora; significa zittire le ragioni attuali in nome di quelle future.
Se questo golpe potrà avere risultati positivi, lo giudicheremo negli anni a venire.
Ma oggi, oggi, dobbiamo solo giudicare gli avvenimenti per quello che sono: l’esercito ha spodestato un presidente eletto. E questo per me altro non è che un golpe: un atto illegittimo di una forza pubblica contro un altro potere pubblico, una ribellione di un organo dello Stato contro un altro organo.
Gli organi internazionali che devono relazionarsi al nuovo governo egiziano, i parlamenti, i governi (incluso il parlamento dell’Egitto), non possono ragionare in termini di “storia”. Devono ragionare in termini -concretissimi- di legittimità politica e giuridica al’oggi.
E questa legittimità, oggi, manca.

generale Al-Sisi
generale Al-Sisi
Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, cultura, diritti, donna, estero, libertà, politica

Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

*****

Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

******

Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, guerre, politica

De Gennaro dalla Diaz a Finmeccanica


DE GENNARO: DA FALCONE ALLE BR PASSANDO PER IL G8by Paolo Limonta

La dignità e la forza di centinaia di migliaia di donne e uomini che nel luglio del 2001 erano a Genova determinati e pacifici.

E che hanno continuato e continuano a esserci a testa alta per costruire una società più giusta dove i diritti di tutti siano davvero rispettati e realizzati.

La responsabilità politica, materiale e morale di chi, a Genova, ha realizzato la barbarie di piazza Alimonda, di Bolzaneto e della Diaz.

Tra questi Gianni De Gennaro, allora capo della polizia.

Che oggi diventa Presidente di Finmeccanica.

Loro non si vergognano, noi non ci voltiamo dall’altra parte.

Lo dobbiamo a chi era a Genova nel 2001 ed è stato ucciso, picchiato, torturato e umiliato.
Perché noi non abbiamo dimenticato e continueremo a ricordare a tutti che a Genova, nel luglio del 2001, la democrazia è stata sospesa.

E in troppi hanno taciuto…

http://www.milanox.eu/de-gennaro-dalla-diaz-alla-finmeccanica/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, sociale, società, video, violenza

La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, sessismo, società

Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

.carousel4

Pubblicato in: abusi di potere, società

il ’67 di Grillo


Uno degli aspetti più interessanti del celebre maggio francese per chi lo voglia studiare è il “perché” potè accadere.

Non un generico “perché” sulle condizioni socio-politiche complessive, sullo stato dell’università in Francia alla fine degli anni ’60, bensì un perché molto specifico e focalizzato: perché potè accadere nonostante la contrarietà del PCF? In particolare, nonostate la contrarietà (o l’assenza, l’inerzia) dei giovani del partito comunista francese.
Badate, parlo di “contrarietà”, “assenza” ed “inerzia” non in termini assoluti -difatti, i comunisti parteciparono attivamente alle manifestazioni ed alle attività del maggio ’68- ma solo alla fase iniziale. Cito dalla pagina del PCF di wikipedia in francese:
Durant les événements de Mai 68, le PCF est d’abord hostile au mouvement étudiant“.

Perché? Nuovamente, la stessa pagina di wikipedia è abbstanza utile nel fornirci una spiegazione, citando un manifesto di giugno 68pcfdello stesso anno del partito comunista francese nel quale si afferma che lo stesso è stato il solo a
dénoncer publiquement les agissements, les provocations et les violences des groupes ultra-gauchistes, anarchistes, maoïstes, ou trotskystes”.
Cos’era accaduto? Il PCF era stato per lunghissimo tempo il partito comunista “più stalinista d’Europa”; il più fedele alla linea dettata dall’URSS; il più ortodosso.
Ma com’era stato possibile mantenere tale ortodossia strettissima? Tout simplement perché il PCF -e la sua sezione giovanile- procedettero sin dagli anni ’50 a tutta una lunga serie di espulsioni di quegli esponenti “eterodossi” che sostenevano idee anarchiche, maoiste, trotzkiste
Iniziando questa spiegazione, poche righe sopra, stavo scrivendo che il PCF rimase “puro”. Il concetto lo recupero qui, perché mi sembra il più eloquente: il partito comunista francese, tramite queste espulsioni, si mantenne ortodosso, puro, incontaminato da strane derive ideologiche del comunismo.
Ma pagò a carissimo prezzo tale scelta.
Mantenendosi puro negli anni antecedenti il 1968 (di qui il ’67 del titolo), il PCF si chiuse ad ogni influenza esterna, ad ogni nuovo contributo; di più: epurò volontariamente le proprie fila, cacciando chi non si conformava. Non solo il PCF non allargò le proprie fila, ma le decimò deliberatamente.
Così facendo, perse il controllo politico della maggioranza dei giovani, degli universitari, che non rinunciarono all’attività politica ma semplicemente si organizzarono al di fuori del PCF, senza coinvolgerlo.

La mia personale impressione è che il Movimento 5 Stelle stia -per volontà dei suoi leaders Grillo & Casaleggio- vivendo uno scenario simile. Il Movimento 5 Stelle si trova in una fase di “epurazioni”, di perseguimento della coerenza e purezza interna al Movimento tramite l’esclusione dei dissidenti. Per ragioni simili a quelle del PCF fra gli anni ’50 e ’60, Grillo (e Casaleggio: do per implicito che i due agiscano d’intesa) sta procedendo a questa selezione interna (“politico-darwiniana“, se vogliamo) basata sul principio di fedeltà al “verbo” del blog, ovvero del “megafono” Grillo: chiunque esprima dissenso dalla linea indicata dallo stesso, viene tacciato di “tradimento” e -salvo repentina abiura pubblica– viene spinto a lasciare.

Questo procedimento è interessante e meriterebbe un’analisi più approfondita, ma ne traccio solo un breve excursus: 1) il “colpevole” viene pubblicamente denunciato; 2) si invita lo stesso ad andarsene spontaneamente, cercando di far passare questa come una libera “scelta” di “tradire” M5S; 3) generalmente, l’accusato replica di non avere intenzione di andarsene, condividendo le idee del Movimento; 4) comincia allora il processo (pubblico o meno), nel quale si manifestano le tensioni fra “ortodossi” ligi al diktat del capo ed altri, eterodossi o titubati; 5) frequentemente, la decisione viene infine rimessa al blog.
Sottolineo un altro aspetto importante: questi continui “processi” interni hanno una funzione fondamentale dal punto di vista di Grillo. Essi non solo rinsaldano l’unità, eliminando gli elementi che potrebbero comprometterla; ma altresì sono uno strumento ottimale per testare e piegare la resistenza di coloro che meditano di ribellarsi, senza ancora farlo apertamente o che vi provano senza sufficiente convinzione. La logica, anche in questo caso, è semplice e ricalca l’esperimento Milgram: si sottopone il soggetto ad una tensione, uno scontro fra la propria coscienza ed un’altra forza esterna (sociale) coercitiva, quale il gruppo o l’autorità. Se il soggetto non riuscirà ad affermarsi, soccombendo alla pressione esterna, si piegherà alla volontà del gruppo o dell’autorità e vi si piegherà con tanta maggiore convinzione quanta era la forza che originariamente vi opponeva. Il procedimento è ben esplicato dal documentario televisivo francese La Zone Xtreme (può essere altresì utile l’articolo sulla resitenza sociale).
Fra l’altro, questo lavorio per indebolire la resistenza all’autorità viene alimentato da più parti, anche con una logica terribilmente sgradevole ed offensiva come quella della “gratitudine” verso Grillo che questi “miracolati” dovrebbero avere (se ben ricordo, Grillo mastrangelistesso battezzo Rodotà un “miracolato”) -qui riportato da Stanlec nell’esempio di Diego Cugia.
Le parole di Cugia sono particolarmente efficaci, quindi le riporto: “Ma risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata al Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si crede Che Guevara. Questa cosetta dei miserabili, intervistata da “La Stampa” che le domanda “Se la Gambaro venisse espulsa se ne andrebbe anche lei?” dichiara: “Se la scelta fosse tra Grillo e la Gambaro per me sarebbe una scelta tra schiavitù e libertà. Io scelgo la libertà.”
No, bambina, tu scegli di far parte di quella casta di paraculi che il tuo Paese, votandoti, ti aveva supplicato di togliergli dai piedi. Lo ripeto, le epurazioni non mi piacciono, ma dare dello schiavista a Grillo, al quale dovete tutto, ma proprio tutto, fa veramente vomitare […]“

Insomma, se la pressione del gruppo e dell’autorità non è abbastanza forte da piegare il dissenso, l’eretico viene espulso dal gruppo. Così, lo stesso rinsalda la propria compattezza, la propria identità, la propria coerenza interna eliminando tutto ciò che vi si pone in contraddizione.
Come per il PCF, questa è evidentemente una scelta di chiusura e di blocco rispetto agli sviluppo dialettici (e abbastanza naturali) di un gruppo, di una pluralità di persone -cui corrisponde inevitabilmente una pluralità di idee e visioni. Negare questa pluralità richiede un complesso lavoro psicologico e sociale: prima si denunciano le eterodossie come “tradimenti”; poi si procede ad espellerli.
Ma questa strategia ha come conseguenza l’incapacità del gruppo di percepire i movimenti sociali e di adattarvisi: il gruppo rinuncia al controllo della società e perde persino quello che aveva, focalizzandosi solo sui “duri e puri”, radicalizzandosi sempre più.

Di questo passo, non dovremmo stupirci se Grillo ed M5S dovessero perdere ulteriormente consensi elettorali.

Ultima considerazione: ad ogni nuovo “dissidente”, ad ogni espulsione o parlamentare che lascia il gruppo di M5S si capisce meglio il senso della polemica di Grillo contro l’art. 67 della Costituzione (libertà di coscienza dei parlamentari): evidentemente, il “megafono” aveva intravisto il pericolo del dissenso ed aveva già individuato il modo migliore per mantenere compatte le proprie fila e subire senza grossi danni qualche perdita….

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, magistratura, violenza

Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

Pubblicato in: abusi di potere

Bambino di 7 anni in manicomio per salvare suora accusata di pedofilia.


L’agghiacciante storia sta succedendo a Brescia

Brescia – Alcuni giorni fa i membri del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani e di Pronto Soccorso Famiglia sono stati contattati da una mamma disperata a causa del ricovero “coatto” del figlio di soli sette anni nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Brescia. L’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha depositato oggi il mandato per riaprire il caso sull’episodio di pedofilia riferito dal bambino nei confronti di una suora di un asilo di Brescia, per fare luce sul comportamento delle istituzioni sociali e sanitarie locali e soprattutto per restituire il bambino alla sua famiglia.

Alcuni anni fa Gianni (nome di fantasia) ha riportato con dovizia di particolari gli episodi di abuso sessuale commessi da una suora nell’asilo che frequentava. La mamma si è rivolta alle istituzioni ma il bambino non è stato creduto, e soprattutto non sono state avviate le procedure standard volte ad avviare le indagini e a proteggere il minore. Anzi le istituzioni si sono accanite contro il bambino. Gianni è stato affidato ai servizi sociali e le istituzioni che non hanno saputo riconoscere i segni evidenti degli abusi ma hanno incolpato la mamma dei problemi di Gianni. Alla fine Gianni è stato allontanato dalla famiglia, nonostante non ci fossero indizi di maltrattamenti famigliari, ed è stato ricoverato in una casa famiglia. La motivazione di un provvedimento tanto grave ed estremo si può riassumere così: “sì, volevano comprendere i problemi del bambino“. Potrebbe sembrare assurdo che un bambino venga tolto a una famiglia per delle motivazioni talmente superficiali, ma purtroppo in Italia questa è diventata una pratica abbastanza comune. Secondo i ritrovamenti di una ricerca della regione Piemonte e di altre ricerche, infatti, oltre il 70% dei minori sono allontanati senza motivi gravi o accertati.

A questo punto le cose sono precipitate e il bambino ha dato in escandescenze contro questo provvedimento assurdo, chiedendo di tornare dalla mamma. Le istituzioni, invece di cogliere le ovvie motivazioni dello stato del bambino, lo hanno trasferito in un reparto di psichiatria con un “grave disturbo esplosivo del comportamento e dell’umore“, sedandolo pesantemente con il Risperdal: un potente antipsicotico. Da notare altresì che secondo il foglio informativo NON è “raccomandato per l’uso nei bambini al di sotto di 18 anni con schizofrenia, per la mancanza di dati sull’efficacia“. Inoltre il farmaco è stato somministrato in due pillole da un milligrammo al giorno (con posologia aumentabile fino a 3 milligrammi al giorno) sebbene il foglio illustrativo indichi che:

Nei pazienti con peso inferiore a 50 kg, si raccomanda di iniziare il trattamento somministrando 0,25 mg una volta al giorno. Tale dose può essere adattata individualmente, se necessario, con aumenti di 0,25 mg una volta al giorno, esclusivamente a giorni alterni. Per la maggior parte dei pazienti, la dose ottimale è 0,5 mg una volta al giorno .

A questo farmaco i medici hanno aggiunto anche una dose di 1 milligrammo di Depakin, che è un antiepilettico. Ma il bambino non soffre di epilessia e pertanto lo scopo di questo farmaco è solamente sedativo. Infatti questo farmaco:

…può potenziare l’effetto di altri farmaci psicotropi come i neurolettici ” e “ poiché aumenta le concentrazioni plasmatiche di fenobarbital può verificarsi sedazione soprattutto nei bambini.

In pratica viene pesantemente sedato con due potenti farmaci in dosi da cavallo perché è un bambino di 7 anni che non può comprendere come mai viene sottoposto a questi provvedimenti coatti e che giustamente protesta. Anche un bambino lo capirebbe, ma a quanto pare i “competenti” medici degli Spedali Civili di Brescia non ci arrivano.

In realtà le ragioni del disagio del bambino sono scritte nella stessa lettera di dimissioni firmata dalla dottoressa Battaglia Silvia per il trasferimento alla struttura psichiatrica: “ abuso subito da parte di una suora, separazione dalla madre per essere rinchiuso in comunità o in ospedale ”. Ma queste affermazioni vengono considerate “ pensieri privi di nessi logici con vissuti traumatici non sequenziali ”. Mentre le affermazioni del bambino: “ mi avete traumatizzato ” e “ mi volete fare del male ”, che corrispondono alla realtà dei fatti, vengono considerate di “ tipo persecutorio ”.

In effetti agli occhi del bambino l’essere strappato dalla mamma, sedato violentemente e rinchiuso in un ospedale è una vera e propria persecuzione e le sue affermazioni sono precise e puntuali. Ma per i professionisti dell’ospedale di Brescia il bambino presenta una “ disorganizzazione del pensiero ” e va quindi trasferito in una struttura psichiatrica ad alto contenimento per minori che, a nostro avviso, è semplicemente un piccolo manicomio per minori: da una prima valutazione sommaria sembra infatti avere le caratteristiche classiche del manicomio. Inoltre la Comunità accoglie pre-adolescenti e adolescenti, maschi e femmine, di norma tra i 12 e i 18 anni, con eventuale possibilità di anticipo a 8 anni, sulla base di specifici bisogni clinici o sociali. Quindi non è neppure adatta per un bambino di soli 7 anni.

Questa vicenda incredibile nella “civile” Italia ci ricorda la storia di Carmela Cirella, la ragazzina di tredici anni che nel 2007 è volata giù dal settimo piano, dopo aver subito diversi abusi e violenze sessuali, ma soprattutto dopo aver constatato sulla propria pelle l’assoluta incapacità delle istituzioni, nel rispondere alle sue richieste di aiuto. E purtroppo le conclusioni di una recente ricerca della regione Piemonte si stanno rivelando drammaticamente fondate:

L’attuale sistema di sostegno e tutela dei minori sta rischiando di andare in corto circuito a causa del potere sproporzionato degli operatori sociali e della leggerezza con cui le decisioni di allontanamento vengono prese. Decisioni che segnano le serenità di intere famiglie e soprattutto il benessere psicologico degli stessi bambini che oggi si vogliono proteggere e che domani, quando saranno adulti e genitori, presenteranno il conto alla società civile che verrà. Bisogna puntare il dito e riflettere sulla cultura errata che si sta diffondendo e che anziché difendere e tutelare i minori li mette in gravi difficoltà e li espone a drammi difficilmente superabili.

Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani continuerà la battaglia per questo piccolo con tutti i mezzi e in tutte le sedi possibili, finché non sarà fatta luce su tutta la vicenda e il bambino non sarà restituito alla sua vita normale.

Silvio De Fanti
Vicepresidente del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani Onlus

FONTE: http://www.ccdu.org/comunicati/bambino-7-anni-manicomio

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, CRONACA

Italiani LettAralmente fottuti.


letta-napolitano_jpg_1535498604_jpg_415368877Diciamocelo, Enrico Letta è l’uomo giusto al posto giusto, il Premier ideale per il “governo dell’Inciucio”. Laureatosi a pieni voti all’Accademia dell’Inciucismo, relatore Massimo D’Alema, puo’ vantare conoscenze molto altolocate, parentele bipartisan e ottimi rapporti con il Vaticano.  Buttata via 67 anni di prassi costituzionale, secondo la quale il mandato del Capo dello Stato dura sette anni e poi viene eletto un Presidente diverso da quello precedente ne sono nate delle nuove. Infatti, da prassi ormai, per fare il Premier in Italia devi far parte delle piu’ importanti organizzazioni di potere europee e mondiali e Letta è:  membro della Commissione Trilaterale, di Aspen Institute e frequentatore della ormai famosissime riunioni organizzate dal Gruppo Bilderberg.  

Nella scelta dei Ministri del suo (e di Berlusconi) governo è stato astutissimo, ha inserito qualche nome azzeccato, gente competente e meritevole, con il chiaro obiettivo di nascondere tutta quella caterva di gente incompetente che ha inserito nel suo governo per accontentare democristianamente tutti.

Tra le scelte non azzeccate ma  pur sempre fenomenali nel loro genere (horror) troviamo Beatrice Lorenzin, la liceale che comandera’ i dottori. Questo perché, in Italia, per fare gli infermieri serve una Laurea, per fare i dottori serve una laurea in Medicina e Chirurgia piu’ la specializzazione, per fare il direttore sanitario di un ospedale pubblico o privato serve, per Legge, una laurea in Medicina e Chirurgia, mentre per fare il Ministro della Salute basta una semplice maturità classica.

Nel Paese alla rovescia, quello, per capirci, nel quale devi essere incensurato per fare il bidello ma puoi tranquillamente fare il parlamentare con a carico diverse condanne, questa è tutta gente giusta al posto giusto.

 berlulettaPer diciannove anni abbiamo avuto al potere, alternativamente, Berlusconi e la pseudo Sinistra: il primo ha governato con il chiaro obiettivo di salvarsi dalla galera e i “Sinistri” hanno governato con il chiaro obiettivo di salvare Berlusconi dalla galera perché senza Berlusconi non sapevano che fare e soprattutto non sarebbero esistiti nemmeno loro. I piu’ informati hanno sempre saputo che Destra e Sinistra facevano finta di litigare ma andavano a letto insieme  ogni notte, Berlusconi e i “Sinistri”  pero’, hanno sempre puntato sui meno informati (che nel nostro Paese rappresentano la maggioranza) e infatti, proprio i meno informati, hanno davvero creduto che Berlusconi e i “Sinistri” si facessero la guerra.

Adesso che non hanno nemmeno piu’ bisogno di far finta di farsi la guerra e possono amarsi alla luce del sole chi li ferma piu’ ? Potranno compiere ogni nefandezza possibile ed immaginabile. Tutti coloro che si ribellano, perché non possono accettare che la Costituzione venga violentata da chi è pagato per difenderla, verranno considerati degli eversori, siamo pur sempre il Paese alla rovescia.

Ma i cittadini che possono fare? L’unica arma che hanno a disposizione è il diritto al voto, nello stesso momento in cui l’esito elettorale viene completamente ignorato, il voto si riduce ad una farsa e la Democrazia subisce una ferita probabilmente mortale.

 E’ proprio vero allora che “se il voto servisse a qualcosa sarebbe illegale”.

Gio’ Chianta

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, FORZE DELL'ORDINE, magistratura, violenza

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi


giovanardi-300x147 (1)di Filippo Vendemmiati

Onorevole, di Lei non posso nemmeno dire che ha la fronte inutilmente spaziosa, come in un memorabile fondo sull’Unità Fortebraccio descrisse il socialdemocratico Antonio Cariglia, perché la laurea in giurisprudenza le ha consumato pure quella. Siede in parlamento da 21 anni,  ha reso servizio alla patria nell’Arma dei carabinieri, ex democratico cristiano, oggi fedele nei secoli a Berlusconi che l’ha fatta ministro e sottosegretario alla presidenza del consiglio, tanto per citare solo alcune delle tante cariche governative. Ma non per questo sarà ricordato. Lei, onorevole Giovanardi, cattolico praticante, così dice, passerà alla storia come il più implacabile fustigatore di vittime prive diritto di replica, essendo scomparse per morte violenta. La madre di Federico Aldrovandi ha deciso di querelarla e spero faccia altrettanto Ilaria Cucci per le accuse false e infamanti indirizzate ai loro famigliari, il figlio Federico e il fratello Stefano. Non so quale diabolico tormento la porti ad insultare così gratuitamente, senza nemmeno il ritegno della umana pietas che la sua fede, sempre invocata, dovrebbe suggerirle. Lo confesso, la sua persona mi provoca fastidio, perché la sua volgarità questa volta ha superato ogni limite.  Non per questo mi sottraggo al mio compito,  sempre più difficile e vituperato, anche a ragione di questi tempi. Il compito di informare, di rendere noti senza pedanteria anche a Lei alcuni fatti. Le lascio questo piccolo promemoria. Se crede, lo rilegga due o tre volte come una  preghiera prima di addormentarsi. Forse sognerà un ragazzo di 18 anni, massacrato di botte senza “un motivo apparente” da quattro agenti di polizia che le verrà incontro e sorridendo le dirà:

– 1 Mi chiamo Federico Aldrovandi, e non Aldovrandi.
– 2 Mia madre è dipendente comunale, mio padre ispettore di polizia comunale, mio nonno carabiniere.
– 3 Non sono un eroinomane come Lei disse di me in parlamento da ministro nel febbraio del 2006
– 4 Quella sera non ero ubriaco, né drogato. Lo confesso, mi ero fatto due canne.
– 5 Quando arrivai nel giardinetto di via Ippodromo a Ferrara, c’era già parcheggiata una volante con due agenti a bordo
– 6 E’ scoppiata una lite violenta, ma non posso dirle perché, la verità la devono scoprire gli uomini in terra.
– 7 Mi hanno picchiato in quattro per almeno mezz’ora, manganelli (due si sono rotti), calci e pugni. L’autopsia ha riscontrato 57 ferite compatibili con azioni violente. Un vostro giudice ha scritto: “Per ognuna di queste ferite sarebbe stato possibile aprire un procedimento per lesioni colpose”.
– 8 Ho chiesto aiuto invano, non credevano che mi chiamassi Federico, uno li loro mi ha scambiato per un extracomunitario, mi sono saliti sulla schiena con le ginocchia, mi è mancato il respiro e sono morto
– 9 Poi sono stato ucciso anche altre volte: quando mi hanno lasciato per ore sull’asfalto, senza rispondere al mio cellulare quando chiamavano i miei genitori. E’ stato allora che mi hanno fotografato. Che brutta foto! L’ho vista per la prima volta nelle manifestazioni portata in giro dai miei amici. Ah è vero, lei non lo può ricordare perchè non c’era. Poi quella foto è entrata anche nelle aule dei tribunali. Io ricordo solo una sensazione di caldo attorno alla mia testa,  l’odore di sangue e la durezza dell’asfalto. Magari, onorevole, mi avessero messo un cuscino sotto la testa, pensi non mi hanno nemmeno coperto con un lenzuolo.

Tutto qui, non voglio tediarla. Le chiedo solo un piccolo favore personale:  non è necessario credermi, magari un giorno ci incontreremo e avremo più tempo per conoscerci e spiegarci. Nel frattempo il favore è un altro: per cortesia, onorevole Carlo Giovanardi, lasci in pace i miei genitori, Patrizia e  Lino,e mio fratello Stefano. Dio quanto mi mancano, lei non può immaginate quanto!

Buona Pasqua. Federico

31 marzo 2013

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi

Pubblicato in: abusi di potere, FORZE DELL'ORDINE, libertà, magistratura, violenza

Lettera aperta al ministro Severino


luciauva-182x300 (1)Cinque anni fa ho denunciato pubblicamente alla Procura della Repubblica di Varese quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 a mio fratello Giuseppe Uva. Mio fratello e’ morto proprio per quanto ha dovuto sopportare quella notte. Il giudice di Varese ha stabilito questo , e , ha ordinato di scoprire il perché Giuseppe e stato portato e trattenuto in caserma senza un verbale di fermo, senza un verbale di arresto , e senza un verbale di identificazione.

Lo stesso giudice , aveva ordinato di scoprire per quale motivo quella notte , dall’ano di mio fratello e’ uscito tanto sangue da imbrattare i suoi pantaloni con una macchia di 16 cm x 10 all’altezza del cavallo.
Un testimone ha dichiarato di averlo sentito urlare per ore e , di aver sentito dire dai carabinieri che lo stavano picchiando.

Quel testimone chiamo’ quella notte il 118 .. ma dalla caserma l’intervento venne respinto.
Il giudice ha ordinato anche di fare indagini su un t.s.o. ( TRATTAMENTO – SANITARIO – OBBLIGATORIO ) disposto dal sindaco Fontana di Varese quanto meno dubbio.
Dopo tutto questo cinque anni fa era stato aperto un fascicolo dal procuratore capo Grigo.

Il giudice di Varese l’anno scorso ha sollecitato e intimato la procura di fare indagini , dicendo espressamente che noi avevamo il sacrosanto diritto umano di sapere cosa e’ successo quella notte al nostro caro.
Bene signor ministro, non solo il PM Abate non ha fatto (ed ora lo posso dire ) nulla, ma proprio nulla di quanto era suo dovere fare su ordine del giudice, ma lo ha pure dichiarato pubblicamente , ed ha pure insultato il giudice.

Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono i g.i.p., infatti la notizia di reato riguardante le torture subite da mio fratello , non deve essere sottoposta all’esame del g.i.p.

Al g.i.p. Il Dott. Abate porta imputati accusati di colpa medica, ma nessuno di quelli che hanno usato violenza su Giuseppe, nessuno di quelli che lo hanno sequestrato, portato e trattenuto contro la sua volontà nella caserma dei carabinieri.

Nemmeno per chiedere l’archiviazione perché sa Benissimo che nessuno lo archivierebbe mai.
Siccome però , sul tavolo dell’Avvocato generale di Milano vi era una istanza di avvocazione presentata dai miei legali proprio su quel fascicolo n. 5509 , con indagati da identificare da due anni, per evitare che gli venisse sottratto , portò su quello stesso fascicolo a giudizio me e i giornalisti delle Iene per diffamazione.

Ma vede Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono proprio i g.i.p., perché vedrà  che io e le Iene andremo a giudizio direttamente, senza passare dalla necessaria udienza preliminare, dal suo amico presidente del tribunale.
Signor ministro, io sono disperata, mi dicono che il dott. Abate è molto potente e molto protetto , ed in effetti me ne ha fatte di tutti i colori , buttando fuori me Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi più volte dal tribunale senza motivo, e addirittura accusandomi di avere provocato io il sangue che usciva dall’ano di mio fratello già cadavere.

Tutto quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 , viene cestinato dal PM in una ormai prossima archiviazione , in barba ad ogni principio della obbligatorietà dell’azione penale.

La mia denuncia di allora viene portata ai g.i.p. con imputati ed accuse che nulla c’entrano con quello che è successo nella caserma dei carabinieri.
Io di legge non ne capisco proprio nulla , ma posso dire che provo rabbia, dolore, ma anche paura.
Varese e’ una città  piccola e il PM Abate mi ha già  fatto capire a suo modo che la farà  pagare a me, ai miei avvocati e ai miei più vicini amici.
Tanto quello che è successo a Giuseppe non verrà  mai portato in un’aula di tribunale.
La prescrizione si avvicina e qui a Varese lo Stato non esiste per noi.
Con rispetto.
Lucia Uva

1 aprile 2013

Lettera aperta al ministro Severino

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, FORZE DELL'ORDINE

SQUADRACCIA MOBILE


mamma2Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio

Caro Federico, è pazzesco, assurdo ed inconcepibile difenderti ancora e ancora dal male, nonostante lo Stato attraverso “brave persone” ti abbia chiesto scusa.”, lo scrive su Facebook Lino Aldrovandi, papà di Francesco, il ragazzo di 18 anni la cui storia – purtroppo – conosciamo tutti fin troppo bene.

Ieri pomeriggio gli agenti del Coisp (sindacato di polizia “indipendente”) di Ferrara hanno manifestato sotto la finestra dell’ufficio di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, la loro “solidarietà ai quattro agenti di polizia condannati per l’omicidio di Aldrovandi. “La legge non è uguale per tutti. I poliziotti in carcere, i criminali a casa. Solidarietà, amicizia, speranza, affetto per Luca, Paolo, Monica, Enzo”, recitava il loro striscione.

Una “coincidenza” che in tanti hanno chiamato per quella che è: una volgare provocazione. A cominciare dal sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, che ha cercato di convincere i poliziotti a spostarsi di qualche decina di metri, “per evitare strumentalizzazioni”. Nel frattempo, Patrizia Moretti era scesa in strada con la foto di suo figlio, il volto rigato di lacrime. Alla vista della foto del ragazzo massacrato i “manifestanti” si sono voltati di spalle quindi, finalmente, se ne sono andati.

Oggi il padre di Federico difende l’intervento del sindaco Tagliani, attaccato tra l’altro dall’europarlamentareSalato: “Onore al Sindaco Tagliani, onore al Sindaco Sateriale, onore al Capo della Polizia, onore al Ministro degli Interni prof. Giuliano Amato che in questa storia, come uomini delle istituzioni si sono prodigati di ricucire uno strappo “infame” e odioso sotto tutti i punti di vista”.

Lino Aldrovandi non risparmia parole forti per gli agenti del COISP, “squadraccia mobile” secondo la copertina de il Manifesto di oggi:

“ha visto questa grigia o meglio “nera” mattina delle persone che dicono di essere dei poliziotti girare le spalle ad una madre a cui loro colleghi un vigliacco, infame e bastardo 25 settembre 2005, hanno soffocato, bastonato e alla fine ucciso senza una ragione un figlio. Non riesco a sopportarlo umanamente parlando. Vorrei chiedere semplicemente loro se si fossero comportati così, invertendo le parti. Non credo, forse sarebbero loro in galera se quella persona a terra fosse stato carne della loro carne. Non esiste destra o sinistra, esiste il rispetto della vita, forse questo sfugge a molti. Voltare le spalle non è rispetto della vita, è indifferenza…., uccide come quella maledetta mattina”

Il padre di Federico chiude poi augurandosi che il Ministro Cancellieri prenda opportune misure disciplinari di fronte ad un gesto inspiegabile ed assurdo.

Un abbraccio al mio Sindaco e uno meraviglioso ad una mamma, forse un po’ mamma di tutti, ma soprattutto di Federico.

Lino Aldrovandi, papà di Federico

Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio – AgoraVox Italia.

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, opinioni, politica

Imu 2013: lacrime, sangue e promesse.


Tra pochi mesi torneremo a pagare la prima rata Imu 2013 e saranno lacrime e sangue per moltissime famiglie italiane. Qui, non si vuole mettere in discussione la tassa in sè (la tassa sulla casa c’è in tutto il mondo ed è giusto che ci sia anche nel nostro Paese) quello che si deve mettere in discussione è la sua “natura incostituzionale”: l’Imu non rispetta i criteri di progressività della tassazione sanciti dall’art. 53 della Costituzione.

Insomma, non servono ricette truffaldine alla Berlusconi  per  risolvere il problema Imu. Sarebbe sufficiente renderla costituzionale in modo tale che chi ha un reddito inferiore ad una determinata soglia sia esente e dopo quella soglia si paga rispettando il criterio di progressività. Poi, sarebbe necessario esentare alcune categorie (penso, ad esempio, a chi paga il mutuo e pure l’Imu: criminale) oppure non farla pagare a chi vanta dei crediti nei confronti dello Stato. Queste e altre soluzioni potrebbero essere adottate ed è palese che siano soluzioni semplicissime e di facile attuazione.

Ma la politica che fa ? Prima delle elezioni tutti volevano risolvere il problema Imu, ora nessuno piu’ ne parla…  se non viene riformulata questa tassa saranno lacrime e sangue per molte famiglie e spero anche per tutti coloro che hanno utilizzato questo tema per prendere voti.

Gio’ Chianta

soldi-banconote

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, libertà, magistratura, politica, violenza

Chi mangia sulle carceri-lager


620x413xl43-carcere-cella-120629124907_big-pagespeed-ic-gyimqqr2yrMentre in galera le condizioni sono sempre più disumane, emergono le spese folli dei suoer dirigenti: foresterie con Jacuzzi in terrazzo, tivù da sessanta pollici e tappeti persiani (ma anche scopini da bagno pagati 250 euro l’uno)

di Lirio Abbate

Il vitto di un detenuto costa allo Stato meno di quattro euro al giorno, una somma che dovrebbe garantire tre pasti quotidiani. Ma non sempre le imprese che si aggiudicano gli appalti per cifre così basse riescono a garantire quantità e qualità del cibo che viene distribuito nelle celle. E così i reclusi devono arrangiarsi, con i viveri che ricevono dalle famiglie o con le merci acquistate a carissimo prezzo negli spacci delle case di pena.

Una situazione che condiziona la vita delle oltre 65 mila persone rinchiuse nelle prigioni italiane, in strutture che dovrebbe ospitarne al massimo 47 mila. Allo stesso tempo, però, alcuni magistrati al vertice dell’amministrazione penitenziaria godono di benefit scandalosi: hanno diritto ad appartamenti anche nel centro di Roma con un canone di sei euro al giorno, acqua, luce, gas e pulizie compresi, che non tutti però pagano. Un privilegio che, come nel caso di Gianni Tinebra da sette anni procuratore generale a Catania, mantengono anche dopo avere lasciato l’incarico. E per arredare queste foresterie non si risparmia sui lussi: sul tetto-terrazza di una è stata installata una Jacuzzi con idromassagio, in salotto ci sono tv da sessanta pollici costate duemila euro, sui pavimenti tappeti persiani e si arriva alla follia di far pagare 250 euro lo scopino di un bagno.

L’elenco di queste spese “fuori norma” è stato depositato ai pm di Roma e alla Corte dei Conti che hanno avviato indagini. Ma è solo uno dei paradossi di un sistema carcerario che continua a essere una vergogna italiana. I nostri penitenziari sono una discarica di esseri umani dove non solo è negata ogni possibilità di rieducazione ma viene umiliata anche la dignità delle persone. «Più volte ho denunciato l’insostenibilità di queste condizioni ma i miei appelli sono caduti nel vuoto», ha dichiarato il presidente Giorgio Napolitano nella storica visita a San Vittore del 7 febbraio. Il dramma è stato praticamente ignorato dalla campagna elettorale, con l’unica eccezione dei Radicali, soli a portare avanti una battaglia di civiltà per l’amnistia: un provvedimento che il capo dello Stato ha detto di essere stato pronto a firmare «non una ma dieci volte».

A testimoniare quanto sia paradossale la situazione bastano pochi dati: ogni anno lo Stato destina due miliardi e ottocento milioni per l’amministrazione penitenziaria, ma l’88 per cento finisce negli stipendi del personale. Un altro 7,3 per cento viene impegnato per il vitto dei detenuti e così rimane meno del 5 per cento per qualunque altra necessità: 140 milioni per la benzina, le vetture, le divise, gli arredi, la manutenzione e le ristrutturazioni. Insomma, non ci sono fondi per mettere mano alle terribili condizioni delle prigioni, spesso ancora ospitate in monasteri ottocenteschi o vetuste fortezze. Se si investisse poco meno di 200 milioni di euro sulla ristrutturazione, come spiegano funzionari del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, si potrebbero ottenere subito nuovi posti per garantire spazi a 69 mila detenuti, solo per il circuito maschile: basterebbe puntare su un ampliamento degli istituti, senza impegnarsi nella costruzione di altre carceri.

La direzione generale risorse del Dap ha fatto un calcolo di quanto servirebbe per fronteggiare l’emergenza edilizia. La proposta è stata illustrata nei mesi scorsi al Consiglio d’Europa che si è svolto a Roma. Secondo il Dap oggi il valore convenzionale degli immobili è di circa cinque miliardi di euro: ci vorrebbero 50 milioni l’anno per la manutenzione ordinaria e 150 per quella straordinaria. La cronica carenza di stanziamenti oggi ha azzerato gli investimenti per nuovi padiglioni e l’assenza di manutenzione ha determinato la chiusura o il completo abbandono di intere sezioni che «attualmente si trovano in condizioni strutturali e igieniche assolutamente incompatibili con le finalità penitenziarie per cui gli spazi a disposizione dei detenuti si sono ulteriormente ridotti».

Ma invece di fare passi avanti, si continua a precipitare nel baratro. Perché sulla carta c’è «un numero eccessivo di istituti»: sono 206, ma di questi 120 hanno meno di duecento posti e 63 addirittura meno di cento. E le strutture piccole si trasformano in uno spreco di risorse, richiedono un numero più alto di agenti e personale rispetto al numero di reclusi. In teoria, l’Italia ha il miglior rapporto tra metro cubo di edifici e detenuti, senza però che questo dato statistico si trasformi in un miglioramento delle condizioni. Tutt’altro: secondo le analisi del Formez ci sono in media 140 reclusi per cento posti letto. Persone obbligate a vivere per ventidue ore al giorno in celle claustrofobiche, con tre-quattro brande sovrapposte, bagni minuscoli e pochissime docce.

 

Chi mangia sulle carceri-lager – l’Espresso.

Pubblicato in: abusi di potere, cultura, diritti, donna, estero, FORZE DELL'ORDINE, libertà, pd, violenza

Uomini, mica funghi


20130309-080438

Di Giulio Cavalli.

Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

Uomini, mica funghi

http://andreariscassi.wordpress.com/2013/03/10/oggi-a-tavazzano-viene-piantato-un-albero-per-anna-politkovskaja/

Pubblicato in: abusi di potere, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MARCELLO LONZI, politica, società, violenza

Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

– il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

– l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

– la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

– l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

– l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

– la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

– la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

– la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

Pubblicato in: abusi di potere, DOSSIER, estero, FORZE DELL'ORDINE, guerre, libertà, magistratura, MEDIA, PACIFISMO, politica

I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, scuola, società, violenza

Gran bollito al sangue


Di Lameduck
“L’Italia bolliva”.


“Una foto è spesso l’effetto finale di qualcosa che magari si è svolto prima”. (Ministra Cancellieri)

Io invece, signora mia, penso, molto più alla vecchia maniera, che una foto valga più di cento parole.
Calciare in faccia, colpire sistematicamente alla testa e perfino alla nuca (un colpo che potrebbe risultare disgraziatamente fatale), come colpire chi è già a terra e disarmato o alla schiena non è un effetto finale, è voglia di fare male e usurpazione di potere. In certi casi vuol dire essere proprio carogne. Questo tipo di repressione non è confronto tra opposti schieramenti ma esercizio di qualcosa che, se proviene dal più forte, assomiglia molto alla viltà.
Io non credo, come vomitevolmente fanno capire la CGIL e il PD,  che in questi casi la violenza sia uguale da entrambe le parti, perché ci si dimentica che chi difende lo Stato, quindi i suoi cittadini, quindi noi, non i membri del Bilderberg, dovrebbe porsi su un livello etico nettamente superiore rispetto al teppistello da strada che fomenta i disordini perché è un cretino o perché lo fa su ordinazione da provocatore di mestiere.
Non mi meraviglio del Casini che parla come il Fini del G8 genovese, il che è un fenomeno naturale, ma mi fa schiumare di rabbia l’ipocrisia di questa sinistra vigliacca che dal 2001 abbandona  sistematicamente le piazze dei dimostranti al loro destino ed ha assimilato il virus tartufesco della par condicio che tutto livella e tutto annichila nella logica del +1-1=0. Sinistra che viene giustamente contestata e mai abbastanza perché forse è altrettanto distaccata dalla realtà delle mariantoniette di centrodestra ed i loro bar pieni di gente che beve cappuccini. L’ideale da accompagnare alle famose briosche.
La criminalità di un regime come quello attuale dei sado-monetaristi consiste anche nel coltivare le frustrazioni delle sue forze dell’ordine affinché esse le sfoghino ad hoc sugli oggetti sbagliati al momento giusto, sul primo che passa, che sia un black bloc o un pischello qualsiasi, partecipando come attori in un crudele esperimento di etologia, in un mondo snuff movie a tutto sangue.
La comprensibile frustrazione degli agenti, pagati poco e male e costretti a lavorare peggio, non viene agita su chi taglia i fondi per le Giustizia e costringe il personale di Polizia e Carabinieri a fare gli straordinari gratis, a pagare la benzina delle volanti e la carta per le stampanti di tasca propria; non viene lanciata contro coloro che, mentre fanno credere di combattere il crimine, sottobanco mestano e si accordano con esso in abominevoli e vergognose trattative. Nemmeno contro chi sta pianificando lo scioglimento dell’Arma dei Carabinieri per obbedire ai diktat di un’Europa che vuole un unico corpo armato che risponderebbe chissà a quale autorità. Quell’esercito unico europeo di cui si sono riempiti la bocca godendo come ricci i volonterosi carnefici del PD l’altra sera al #csxfactor.
Che direbbe oggi Pasolini delle manganellate in testa e dei calci in faccia, visto che lo si tira sempre per la giacca in questi casi? Forse direbbe che non è più il sessantotto del posto fisso e della protesta degli studenti borghesi come antidoto al vuoto ed alla noia, opposto alla lotta per il pane quotidiano dei ragazzi meridionali il cui unico sbocco sociale era fare gli sbirri.
Oggi, come ha detto Aldo Busi, gli agenti uno straccio di salario ce l’hanno ma questi ragazzi che protestano – non i pochi facinorosi e le solite comparse nerovestite, ma la maggior parte – non hanno un futuro se non di precariato. E’ un fenomeno nuovo. Sono forze sociali volutamente stroncate da piccole, alle quali si inocula solo la depressione del muro nero come futuro, alle quali si offre solo il forse se non addirittura il nulla. Forze che però, a questo punto, non hanno più nulla da perdere e che quindi bisogna rieducare a colpi di manganello prima che se ne accorgano. L’unica risposta del governo dei sado-monetaristi alle richieste di chi non fa parte del club non può che essere la pedagogia nera delle botte alla cieca.
Io, come Beppe Grillo, mi auguro che i soldati blu capiscano che stanno prestandosi ad un gioco sporco che alla fine danneggerà anche loro e che, come in tutti i copioni rivoluzionari, decidano di passare dalla parte degli oppressi, tra i quali ci sono anche loro, ma bisognerà prima che qualcuno ordini loro di sparare sulla folla.

Se la posta in gioco sarà salvare il piano diabolico che hanno ideato per assoggettare popoli interi, vedrete che prima o poi qualche potente lo farà.

Un esempio di come la stampa embedded riporta i fatti riducendoli alla solita par condicio furbesca che però alla fine si capisce da che parte pende. Nella foto in basso a sinistra si vedono i famigerati “scudi dipolistirolo usati come testuggine” che, secondo i TG – appena ascoltato su La7 – avrebbero costituito una minaccia e quindi giustificato la repressione. Polistirolo, avete letto bene.

 

fonte :  http://www.mentecritica.net/14n-gran-bollito-al-sangue/

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

La giovane cronista e il sindaco colluso


Giornalista antimafia: siamo tutte Ester Castano

Storia di una giovane cronista e di un sindaco che l’ha bersagliata con minacce. E che ora è finito agli arresti accusato di legami con la ‘ndrangheta. [Silvia Resta]

“I miei guai sono iniziati un anno fa, con il mio primo articolo scritto su Sedriano (comune del milanese. 10.000 abitanti).

Era il primo ottobre 2011. Andai nell’ufficio del sindaco Alfredo Celeste, vice coordinatore provinciale del pdl, per avere un chiarimento: a maggio si era svolto un concorso di creatività femminile in cui il sindaco – professore di religione – aveva invitato Nicole Minetti a fare da madrina. Durante quella serata, c’era stata una piccola contestazione: un centinaio di cittadini fuori dal Comune per protestare contro la presenza di Minetti, coinvolta in quei mesi nello scandalo delle Olgettine. A manifestare c’erano anche una suora e una maestra di scuola elementare che vennero attaccate, strattonate da uomini dello staff del sindaco. La maestra fu bruscamente invitata ad allontanarsi dal medico Marco Scalambra, marito della consigliera comunale di Sedriano, Maria Stella Fagnani, anche lei del pdl. Proprio per denunciare queste violenze verbali che avevano subito da Scalambra su ordine del sindaco, suora e maestra avevano scritto una lettera al comandante dei carabinieri. Per valutare se ci fossero gli estremi per querelare le firmatarie di quella lettera, il Sindaco aveva chiesto il parere di un suo amico avvocato, Giorgio Bonamassa, pagando 7000 euro per la consulenza.

Ecco. Io ero andata dal sindaco per porgli una semplice domanda: “Lei pensa che sia corretto pagare un amico avvocato con 7000 euro di soldi pubblici, presi dalle casse cittadine?”

Il sindaco mi rispose con molta tranquillità che sì, “sono stati pagati effettivamente settemila e venti euro, perché il lavoro è una cosa seria e va ben retribuito”. Riporto questo colloquio sul mio giornale, l’Altomilanese, con la risposta del sindaco tra virgolette. E da lì è partita la prima querela per diffamazione. Non solo per me, ma anche per il direttore della testata. E anche per tutti gli edicolanti della zona.

Sì, i giornalai. L’avvocato del sindaco, lo stesso Bonamassa, mandò una lettera di avviso di querela anche a tutti gli edicolanti di Sedriano e dei paesi vicini. Una pura intimidazione: “Avete esposto la locandina dell’Altomilanese che conteneva l’articolo di Ester Càstano, di conseguenza risponderete di questo in sede penale”. Secondo loro, il giornale doveva sparire dalle edicole.

Questa è stata la prima mossa del sindaco nei miei confronti, nonché l’ultima volta in cui ho potuto parlargli liberamente. Da allora è stato innalzato un muro di sbarramento: la comunicazione con il primo cittadino mi è stata letteralmente impedita. Non solo con lui, ma anche con la sua maggioranza. La giunta è composta prevalentemente da donne, il sindaco si è circondato di belle signore. E anche loro hanno fatto muro contro di me. Ovviamente per scrivere articoli di cronaca locale è indispensabile il colloquio con gli amministratori e con il sindaco. Ma a me è stato materialmente impedito di mettere piede nel palazzo comunale, un diktat preciso da parte del sindaco. Ho dovuto continuare a lavorare usando il telefono, senza poter più entrare in Comune.

Poi il sindaco ha minacciato di denunciarmi per molestie, sì, per molestie, tenendomi alla larga anche con il consenso dei Carabinieri. Come se io fossi una stalker, e non una giornalista che svolge il suo diritto dovere di informare. Ho ventidue anni, sono una giovane cronista. Ma lavoro in modo serio e senza equivoci. Non è escluso che il fatto di avermi visto così piccola, sola, una giovane ragazza, insomma, abbia favorito questo tipo di intimidazioni nei miei confronti. Magari un pregiudizio…La mia immagine non è certo quella di un giornalista, magari robusto, magari di un giornale importante. Probabilmente, se fossi stato un giornalista di 45 anni, ben piazzato, magari avrebbero usato altri sistemi per zittirmi. Però, non so.

Comunque le querele (4 in tutto) sono arrivate anche al mio direttore. In determinati ambienti probabilmente essere non solo donna, ma anche così giovane, non sempre facilita. Tant’è che un giorno, in consiglio comunale, il sindaco si è sentito autorizzato a darmi una lezione di giornalismo. Attaccandomi, anche senza fare il mio nome, dicendo che “non esiste più il giornalismo di una volta, oggi i giovani sono sfacciati, sfrontati, arroganti, vogliono gettare fango dappertutto, vedono il marcio dove non esiste, dovrebbero pensare a fare un bel po’ di gavetta” e affermazioni simili. Trascurando il fatto che, nonostante io abbia 22 anni, sono già cinque anni che faccio questo lavoro.

Io ho riportato questa sua lezione sul mio giornale. Quel giorno, ero l’unica cronista presente in consiglio comunale. Anche perché Sedriano è un comune molto piccolo, sono diecimila abitanti, non arriva la grande stampa. E anche quando si è cominciato a parlare di infiltrazioni della ‘ndrangheta, i colleghi se ne sono praticamente infischiati. E poi c’è stato l’intervento dei Carabinieri. Ogni volta che scrivevo un pezzo, venivo convocata nella caserma dell’Arma. Probabilmente il sindaco pensava che con l’intervento dei carabinieri io mi sarei tirata indietro, magari spaventata. Magari intimorita. Avrei smesso di scrivere sul suo operato. E’ successo molte volte, almeno una decina. Lui comprava il giornale, fotocopiava l’articolo che lo riguardava, lo dava ai carabinieri e chiedeva loro di convocarmi in caserma il prima possibile. Una volta in caserma il mio articolo veniva letto davanti al comandante, che mi invitava a smettere, a non proseguire con le mie inchieste. Il sindaco non è mai stato presente in caserma in questi incontri. Ero sempre io, da sola, con il comandante dei carabinieri.

A giugno, Celeste ha mandato l’ennesima diffida nei miei confronti, una lettera in cui venivo descritta come una persona violenta, che alza la voce in pubblico, che lo metteva in cattiva luce, che aveva un disegno per far rovinare la sua reputazione politica. Cosa che io non ho mai fatto. In quell’ occasione io chiesi al comandante di portare un breve messaggio al sindaco, chiedendogli un incontro alla presenza del mio direttore. Perché era successo che avevo incontrato il sindaco in piazza, e gli avevo fatto una domanda, e lui aveva chiamato i vigili, e il vicesindaco mi aveva placcato. sono situazioni poco piacevoli, soprattutto se sei una ragazza di ventidue anni.

Ma la giovane età, il fatto di essere una donna non mi è mai stato di ostacolo. Io non mi sono mai lasciata condizionare da questo. Anzi. Poi c’è stata la svolta. L’inchiesta sui legami con la ‘ndrangheta, e il 10 ottobre il sindaco è finito agli arresti domiciliari, coinvolto nell’indagine che ha portato in carcere l’assessore della Regione Lombardia, Domenico Zambetti per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nella stessa operazione è stato arrestato anche il medico Marco Scalambra, con l’accusa di aver tentato di offrire voti sporchi ad una lista civica del comune di Rho. Dall’ordinanza abbiamo appreso che il giorno del concorso di creatività femminile il sindaco Celeste aveva telefonato a Eugenio Costantino per invitarlo alla serata:”Vieni che c’è Nicole Minetti.”. Chi è Costantino? E’ un personaggio molto potente, legato alle cosche della ‘ndrangheta Di Grillo Mancuso. Padre di Teresa, consigliera di maggioranza pdl al Comune di Sedriano. Anche lui è finito agli arresti, grazie all’inchiesta della Procura di Milano.

Non posso dire di essermi presa una rivincita: per Sedriano, avrei preferito sapere di aver sbagliato io, durante questo anno. Perché se prima potevo essere una visionaria, adesso ci sono le carte che documentano i meccanismi, i sotterfugi, le amicizie non del tutto chiare da parte del sindaco e dei suoi amministratori comunali. Adesso finalmente sono arrivati gli atti della magistratura da leggere, su cui lavorare. A dimostrazione che non abbiamo mai inventato nulla. Le carte dicono che Alfredo Celeste, grazie alla sua amicizia con Eugenio Costantino, e anche con Scalambra, il medico del paese, “ha favorito l’affermarsi della cosca Di Grillo – Mancuso sul territorio di Sedriano”. Perché non è che a Sedriano esiste il mafioso con la lupara e la coppola in testa, che va in giro con pistola e proiettili. Oddio, i proiettili ci sono anche stati.

La mafia è la cosiddetta area grigia: il rapporto tra classe dirigente e le cosche. La criminalità qui al Nord si è via via istituzionalizzata. Nello specifico le cosche della ‘ndrangheta sono entrate dentro i consigli comunali. Non hanno più bisogno di bussare alla porta. Non si tratta più di un’ infiltrazione ma a quanto pare, a quanto dicono le carte, il consiglio comunale di Sedriano aveva dei legami robusti con la ‘ndrangheta. Non è più un’ infiltrazione come poteva essere una decina di anni fa, nell’hinterland di Milano con altre cosche, ma una vera penetrazione.

Spero comunque che non si faccia un polverone di tutta questa storia. Oggi i fatti mi hanno dato ragione, ma non mi aspetto delle scuse. Proprio perché ho sempre cercato di affrontare questa situazione da un punto di vista professionale e non personale. Questo sindaco Celeste le scuse non deve farle a me. Io ho solo svolto il mio lavoro, nonostante le difficoltà e le intimidazioni.Le scuse dovrebbe farle alle cittadine e ai cittadini. I soldi per le mie querele le stanno pagando loro. A me dispiace, per questo. Le scuse andrebbero rivolte anche all’ intera categoria dei giornalisti. Io non sono né la prima né l’ultima cronista minacciata. In un paese normale queste cose non dovrebbero accadere. Questo tipo di violenze verbali, o le intimidazioni in caserma dei carabinieri. Penso anche ai non certo piacevoli sguardi del vicesindaco.

Ora di tutta questa storia in tre sono finiti dentro, perseguibili per legge da parte della magistratura. Il sindaco, il medico, e il presunto boss. Ma la cosiddetta cricca, comunque, è rimasta fuori. Per quello che mi hanno fatto passare, dovrebbero scusarsi nei confronti dei giornalisti. Scuse dovrebbero farle, ma non me le aspetto.”

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34712&typeb=0&Giornalista-antimafia-siamo-tutte-Ester-Castano

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, donna, DOSSIER, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, MARCELLO LONZI, sociale, società, violenza

Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MEDIA, scuola, sociale, società, video, violenza

PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MALAFFARE, sociale, società, violenza

La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
Pubblicato in: abusi di potere, ambiente, CRONACA, diritti, economia, eventi, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, MALAFFARE, politica, sociale, società, violenza

Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare


diAlvin Vent, Davide Falcioni

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno dellapartecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alleoccupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizione del Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.

FONTE : http://www.agoravox.it/Movimento-No-Tav-strategia-e.html

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società, strage di Bologna, violenza

Ricordi di una Strage


Il Comune e l’Associazione parenti delle vittime lanciano un sito con l’obiettivo di raccontare le storie di chi ha vissuto quel tragico 2 agosto 1980.

Dalla lapide al blog collettivo, dalle manifestazioni di piazza agli hashtag online, la commemorazione di eventi del passato passa sempre più dalla rete.
Lo scorso anno la rete civica Iperbole del Comune di Bologna aveva invitato gli utenti a condividere su Twitter e Facebook un ricordo della strage di Bologna. Accompagnate dall’hashtag #ioricordo, erano arrivate decine di testimonianze di parenti delle vittime, di sopravvissuti, ma anche semplici di bolognesi che si trovavano a pochi metri dalla stazione il 2 Agosto 1980.
In occasione del 32esimo anniversario della strage, Iperbole rilancia il progetto con unTumblr che intende aggregare tutte le testimonianze condivise l’anno scorso e quelle che ancora oggi continuano ad arrivare. Un modo per sottrarre alla velocità della rete i migliori contributi e provare a costruire una memoria dal basso di uno degli eventi più tragici della storia italiana recente.

http://dueagosto.tumblr.com/tagged/vittime#.UBo-Z2E0OfU

Maria insieme ad Angela, la figlia di soli 3 anni, aspetta nella sala d’attesa. Stava partendo con due amiche, Verdiana e Silvana, per una vacanza sul lago di Garda. Angela è la vittima più piccola della strage. I resti di Maria furono furono riconosciuti solo il 29 dicembre. A casa Fresu, a Gricciano di Montespertoli, rimangono i genitori di Angela e i suoi sette fratelli. Il nonno Salvatore ricorda la sua nipotina Angela: “Voleva sempre venire sul campo con me, in trattore”.

ANGELA FRESU (3 anni)

MARIA FRESU (24 anni)

il #2agosto la mia nonna era nella sala d’attesa.Persone accanto a lei sono morte,lei è qua.Da quel giorno ha i capelli bianchi come la neve (Luca Ghinelli)

Giuseppe e Antonio, due fratelli, due compagni di giochi e lavoro. In vacanza a Rimini conoscono tre ragazze straniere e decidono di accompagnarle a Bologna a prendere il treno.Ricorda Antonio: “[…]e così siamo arrivati sul primo binario dove c’era proprio un treno che partiva per Basilea. Noi eravamo sulla destra delle sale d’aspetto, lontano dai vagoni, e per avvicinarci ci siamo avviati verso sinistra. Giuseppe camminava in fretta, andava sempre di corsa lui. Io invece mi sono fermato e voltato indietro per aspettare un nostro amico che camminava lentamente. A quel punto ho sentito un gran botto, poi sono svenuto e non ho visto più niente. Mi sono svegliato per terra, fuori della stazione, e mi hanno portato all’ospedale perché avevo la testa rotta. Giuseppe non l’ho visto fino alla sera, quando ho saputo che era morto”.

GIUSEPPE PATRUNO (18 anni)

Da wikipedia:

La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Come esecutori materiali furono individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai NAR, tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Alle 10.25 di 32 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B”, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).
Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi (La Stampa, 31.7.2010):

“I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

Lapide alla stazione di Bologna
I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).

Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità”.

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Sono immerso da mesi nella lettura – matta e disperatissima – di saggi, libri, paper, relazioni, Considerazioni Finali degli anni Settanta, al fine di completare con lo storico Sandro Gerbi un saggio dedicato alla figura di Paolo Baffi, Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell’esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l’assassinio del giudice Mario Amato – che indagava come il giudice Occorsio sui NAR – con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell’ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l’impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S: per approfondimenti, consiglio la lettura di Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, BUR Rizzoli

Strage di Bologna: ricordare per la democrazia

Messaggio del Presidente della Repubblica Napolitano a 32 anni dall’eccidio: “Il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo consente di trasmettere il senso della libertà e della democrazia”. Cancellieri: “Molti interrogativi restano senza risposta”.

“Nel trentaduesimo anniversario della strage rivolgo il mio pensiero commosso alleottantacinque vittime di quel vile atto terroristico e agli oltre duecento feriti, rimasti indelebilmente segnati dall’orrore di quella mattina, e sono vicino ai famigliari delle vittime e dei feriti”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi.

 

2 Agosto, Raisi contro Bolognesi: «È un abusivo»
Il deputato di Fli attacca il presidente dei familiari: «Non ha titoli per stare nell’associazione»

L’AMACA di Michele Serra
Basta avere perso la suocera per considerarsi a pieno titolo parente delle vittime di una strage? Sembra Achille Campanile, puro umorismo nero, è invece la cronaca politica di questo pazzesco Paese, nel quale uno dei condannati per la strage di Bologna (il serial killer Giuseppe Valerio Fioravanti) e un deputato di destra non convinto della sentenza (Raisi) accusano il presidente dell’Associazione delle vittime di non essere legittimato a quel ruolo perché in quella mattanza ha perduto solamente la suocera…
Ridere e piangere per la stessa notizia è cosa che capita sempre più spesso. Non sai se siano la vergogna o il ridicolo, l’ira o l’ilarità a garantire il miglior esito ai tuoi sentimenti. Nel dubbio, preferendo non fare domande a Fioravanti, è al deputato Raisi che chiediamo di chiarire meglio la sua posizione stilando una graduatoria che consenta ai parenti delle vittime di tutte le stragi di legittimarsi. È sufficiente perdere la moglie? Un figlio può bastare? E quanti punti in meno valgono, secondo Raisi, un cognato, un cugino? E un partner molto amato, ma non sposato regolarmente, vale, quanto a gravità del lutto, come un coniuge regolare, o la Chiesa metterebbe il veto?

In occasione del trentesimo anniversario, la ricostruzione a fumetti dei fatti della strage alla stazione di Bologna. Con prefazione di Carlo Lucarelli, intervista di Gian Antonio Stella a Valerio Fioravanti e un contributo di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna.

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli

Come accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione dellastrage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, eValerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

FONTI :

http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/08/01/anniversario-della-strage-di-bologna-la-polemica-raisi-bolognesi-lamaca-di-michele-serra/

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Bologna

http://www.rassegna.it/articoli/2012/08/2/90635/strage-di-bologna-ricordare-per-la-democrazia

http://www.linkiesta.it/bologna-strage

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2012/07/31/strage_bologna_tumblr_ricordo_online.html

http://dueagosto.tumblr.com/

http://www.beccogiallo.org/shop/edizioni-beccogiallo/31-la-strage-di-bologna.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/strage-di-bologna-il-vero-scandalo-nelle-parole-di-gelli/306727/

Pubblicato in: abusi di potere, berlusconeide, cose da PDL, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, politica, società, video, violenza

Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?


Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.

Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:

«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.

La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.

Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».

Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

COMMENTO AL VIDEO (Daniele)

“Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda)”

Premesso che ho appena trasgredito ad entrambi i consigli, a rendere ancora più acida questa bile nera che sale è sapere che dovrai reprimerla, perchè urlando ai quattro venti tutto ciò che hai visto ci sarà chi non vuole ascoltarti, chi non sa e chi non vorrà sapere.
A loro basta la verità ufficiale.
D’ altronde la strategia della verità ufficiale è una non-strategia, la strategia già vista e rivista di appiccicarti un’ etichetta sulla fronte, il “blec bloc”, quello dei centri sociali, il diverso.
Il diverso che parla di cose diverse.
E poi sono loro che non parleranno di ciò che non parlerai tu, non parleranno di chi muore sotto i manganelli, non parleranno di valli trucidate da ferrovie assassine, non parleranno di chi nelle carceri paga l’ ottusità di un intero sistema.
Lasciano che tutto ciò, a farlo, sia tu.
Solo tu.
Sarai solo tu a parlare di Piazza Alimonda.
Sarai solo tu a parlare di Aldrovandi.
Sarai solo tu a parlare di CIE.
Sarai solo tu a parlare di TAV.
Sarai solo tu, come un povero scemo, a parlare a vanvera di nomi e di sigle.
E sarai un diverso, stavolta per davvero.
Come loro hanno sempre voluto.

Loro parlano di escort, spending reviev, conti e bilanci che non tornano ma anche si, e ciò di cui parlerai tu sarà solo ciò di cui parla il blec bloc.
Parole nere.
Se a questo ci aggiungiamo che il “partito di sinistra” spende forze e striscioni per dissociarsi da “chi lancia le pietre”, beh, il gioco è fatto, anche perchè come dice il video al 48° minuto “Vatti a fidare di un no-global!”

E la rabbia sale, sale, sale, e poi basta.

FONTE : http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, diritti, DOSSIER, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, magistratura, politica, società, video

Ancora parole su Carlo e su Genova, sì


Undici anni fa l’uccisione di un ragazzo nei giorni dell’incubo. Genova tra le battaglie perse e uno scorcio di realtà per un Paese sempre uguale a se stesso.

Perchè un altro articolo su Carlo? Perchè altre parole suGenova? Perchè oggi ricade una data che in qualche modo lo impone, perchè pochi giorni fa sono arrivate le condannedefinitive per  qualche poliziotto e quelle terribili a carico dei manifestanti. No. Perchè è giusto ed indispensabile che anche una sola persona in più sappia cosa è successo e veda con i propri occhi il sorriso di un ragazzo. “Diaz non è un film” e Carlo non è un simbolo. E’ un ragazzo ucciso con calcolata ferocia, uno tra le tante e i tanti che a partire da quel luglio hanno subito la violenza armata delle forze dell’ordine, la violenza meschina della presunta “politica”, la violenza spietata della sedicente “giustizia” e la violenza avvelenata della cosiddetta “informazione”.

In questi giorni su Giap vengono rilanciate le numerose e puntuali inchieste realizzate per far luce su quanto accadde al G8 del 2011, perchè “tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso”. Semplicità che fa male. A distanza di 11 anni Genova è lontana ed è vicina. Uno scorcio di realtà in un Paese aggrovigliato nelle proprie ombre, sempre più uguale a se stesso. Incapace di fare i conti con la propria storia e di guardare al di là del naso del demiurgo di turno. Che dopo il sorriso di Carlo ha spento quello di Aldro e quello di Stefano e di altri ancora.

Genova mistificata. Genova chiusa in un cassetto. Genova senza giustizia. Genova con poche verità. Genova ferita. Genova sconfitta. Ma Genova viva, ancora, fra le dita di tanti che hanno respirato quell’aria. Genova presente, ancora, per chi non c’era ma ha cominciato ad esserci da quell’istante.

Speciale / Genova 2001
Le poltrone cambiano, l’ingiustizia resta

 

Diaz, la prima sentenza è un “amnistia per la polizia”: assolti i vertici. Ma le cose cambiano in appello, condannati alti dirigenti. Nel luglio 2012 la cassazione conferma le condanne. Bolzaneto, 15 condanne e niente tortura, poi in secondo grado interviene la prescrizione. Resta però la responsabilità civile. Dei 25 manifestanti rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio, dieci condannati in appello. Il 13 luglio 2012 la cassazione conferma cinque condanne, da 6 ai 14 anni, che diventano esecutive. Gli altri cinque rinviati in appello ma limitatamente alla concessione delle attenuanti.
Il 17 novembre 2007, contro il processo ai manifestanti, si era svolta a Genova, con straordinario successo, una manifestazione nazionale. Di nuovo a Genova, in cinquantamila, nel decennale, il 23 luglio 2011.
Rivelazioni. Falsi documenti. Ammissioni. Intercettazioni. Risarcimenti. E promozioni. Come quella di Gianni De Gennaro al ministero di Amato e poi al commissariato per i rifiuti campani, e quella del suo vice Antonio Manganelli a capo della polizia. Ingiustizia è fatta. Notizie, testimonianze e materiali audiovisivi raccolti negli anni da Zeroincondotta.

http://www.zic.it/g8-2001/

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, politica, società, violenza

Genova 2001, nomi e cognomi


 La preparazione di Genova 2001, la protesta, il dopo G8, sono per molte ragioni il simbolo dell’emersione di punti di vista e di pratiche sociali che hanno segnato la storia di singoli cittadini, di movimenti e pure di media indipendenti. Indirettamente anche di Comune-info, che all’epoca non era nato, ma tutti i suoi promotori e redattori erano lì. Di seguito, un articolo che ricostruisce in modo puntuale quanto accaduto negli ultimi anni, partendo dai processi. Non lo leggerete sui «grandi» media. Fatelo girare, come hanno cominciato a fare Wu Ming e altri.

I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: Il G8 di Genova non si può derubricare ad una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale la pena di chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.

Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, mentre Mastella spiegò che non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77). Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora partito democratico. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in un’intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 Luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverne, oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiedeva Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.

Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabiniere, ovviamente di Alleanza Nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale. Peccato che durò dalle 10 alle 16,30. E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta bocciata nel 2007 ci fu una commissionediindagine poco dopo i fatti del G8 con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra e una di rifondazione). Rileggendole oggi si scopre che contenevano già tutti gli elementi necessari per farsi un’idea di quello che era accaduto avanzando anche delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio. Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistatol’anno scorso dal Manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì archiviarlo dopo che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana (Lega Nord). Il motivo? Definiva tortura solo il comportamento reiterato, con il paradosso che che se fosse stato fatto una volta sola, su una o più persone, non sarebbe stato reato. Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti del parlamento mentre l’Italia è ancora inadempiente rispetto al trattato internazionale sottoscritto nel 2003. Del resto cosa ne pensasse la Lega fu chiaro quando, Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, intervistato nel 2008 da Repubblica disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura perché: «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. E non sono stati i soli. Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto codici identificativi, commissione d’inchiesta e reato di tortura (oltre al bando del pericoloso gas CS dei lacrimogeni e alla sospensione dei poliziotti condannati) sia al PresidentedellaRepubblica, Napolitano, che aisegretaridelcentrosinistra, Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. E questo nonostate il fatto che perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, avesse avanzato la richiesta di scuse da parte dello stato e di dimissioni dei responsabili dell’ordine pubblico. Anche perché la Diaz si sta dimostrando un caso non isolato. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia, passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi, in corso o in partenza, incombe la prescrizione.

Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti a al lavoro della segreteria del genova social forum che hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibiliinrete e hanno smentito tutte le ricostruzioni mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione, smentendo le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana mandò in onda il video di Indymedia qualche tempo dopo, oscurando il logo del network). Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine divideo e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci, alimentando per oltre dieci anni un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali, se non con l’eccezione di qualche cronaca locale, che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come «Genova nomep er nome» di Carlo Gubitosa o Leclisse della democrazia» di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto. Questi racconti non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc., mentre continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.

Per esempio, quei giornalisti che hanno riportato le parole sulla professionalità dei condannati di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare IDV, non avrebbero fatto un servizio più completo aggiungendo che questi due politici sono stati avvocati difensoririspettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?

Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzicherischiano 100 anni di pena complessiva in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. E poi c’è il tema delle scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti, che invece non si sono visti in questi 11 anni. E invece alle istituzioni bisognerà porre un’altra domanda: come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?. Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non si tratta di generiche responsabilità politiche, ma di chiamare con nome e per cognome le persone coinvolte. Altrimenti non avremo un alibi se Genova sarà solo l’ennesima pagina nera della storia di questo paese raccolta in un libro che non si vuole chiudere.

FONTE : http://comune-info.net/2012/07/genova-2001-nomi-e-cognomi/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, cose da PDL, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, politica, società, violenza

Siamo tutti fascisti


In qualche modo, oggi si chiude la lunga orbita che questo paese e tanti di noi hanno iniziato a percorrere 11 anni fa. Che quella del g8 di Genova fu macelleria messicana oggi è verità processuale, non più impugnabile. Dopo un decennio, la repubblica, con inaccettabile ritardo, viene a sapere che sul suolo metropolitano persone innocenti e pacifiche sono state barbaramente torturate e che la verità dei fatti fu completamente travisata nei verbali ufficiali delle forze dell’ordine. Tutto questo non in uno staterello africano dal nome impronunciabile, ma nel cuore dell’antica Europa, in una delle 8 nazioni più economicamente avanzate del mondo.

Chi non è mai stato oggetto di un pestaggio o di una vessazione fisica non può sapere che se il dolore e le ferite (almeno quelle che non inducono invalidità permanenti) passano., l’umiliazione che viene imposta all’anima attraverso il corpo, no. E questo diventa veramente inaccettabile quando il carnefice non è un nemico, uno che parla un’altra lingua o indossa un’altra divisa, ma uno che gioca nella tua stessa squadra. Uno del quale, in un modo o nell’altro, hai avuto fiducia perché sulle mostrine porta la tua bandiera.

A meno delle inqualificabili leggi razziali, gli aspetti più truci del fascismo il nostro paese non li ha vissuti nel ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale, ma probabilmente nei 50 che l’hanno succeduta, quando in nome dell’integrità militare e politica dell’occidente, la democrazia sulla quale idealmente era stata fondata questa nazione si è andata lentamente svuotando di significato fino a trasformarsi nel concetto astratto di cui ora siamo tristemente protagonisti.

L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini. La Chiesa, i Carabinieri, i Partiti, i Sindacati, ecc. regnano come pallidi signori medievali su una terra oscura, senza il barlume di una scintilla di luce. Morta nell’anima prima che nel lavoro e nella politica.

E in questo fascismo intrinseco indotto dalla sfiducia in sé stessi, gli italiani si trovano ad avere come capi della polizia gli stessi che dieci anni prima avevano ordinato, corrotto, picchiato ed infine mentito. “Grandi professionisti” dicono i giornali, quasi a farci pensare che la pena per costoro “che nel frattempo avevano fatto carriera” giunge inopportuna perché le forze dell’ordine ne escono “decapitate”.

Triste è il paese che ha bisogno di eroi, tristissimo quello che si ritrova questi eroi come capi di forze dell’ordine. Gente la cui mancanza di professionalità è un dato così evidente che non può essere citato perché vorrebbe dire mettere in crisi il sistema s nella sua stessa spina dorsale. Tanti i fatti, anche recentissimi, che lo dimostrano senza ombra di dubbio e senza possedere quelle competenze che per caso io, in prima persona, mi ritrovo a possedere. Non li cito per rispetto delle vittime, ma sappiamo tutti di chi stiamo parlando.

Una polizia incompetente, improvvisata e pronta truccare le carte è l’indispensabile stampella sulla quale si poggia una classe dirigente corrotta e criminale. Classe dirigente che noi abbiamo la colpa di tollerare e sostenere da anni perché nel cuore, magari nella parte più nascosta, siamo tutti fascisti.

fonte : http://www.mentecritica.net/siamo-tutti-fascisti/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/26995/

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, politica, società

10×100


[…]Che tempi sono questi in cui
Un discorso sugli alberi è quasi un reato
Perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
Forse non è più raggiungibile per i suoi amici
Che soffrono?
[…] b. brecht, 1939 – “A quelli nati dopo di noi”

Quando abbiamo lanciato la campagna 10×100 non immaginavamo che migliaia di persone sul web avrebbero raccolto questo appello.
Manca una settimana alla sentenza in Cassazione, quando 10 manifestanti, nostri compagne e compagni, vedranno deciso il loro immediato futuro. Se la sentenza di condanna in appello venisse confermata, il carcere diverrebbe la loro realtà quotidiana per i prossimi anni.

Nell’incontro “Costruzione del nemico : criminalizzazione degli indesiderati da Genova ad oggi” abbiamo voluto indagare insieme ad avvocati e attivisti per i diritti civili il peso che certe condanne – politiche – hanno nel ridefinire gli spazi del nostro agire, non solo in quanto attivisti, ma anche come abitanti di questo paese.

Pensiamo ai diversi casi di tortura che avvengono nelle celle delle caserme e delle carceri. Pensiamo alla progressiva sostituzione delle leggi con la decretazione d’urgenza. Ai diversi pacchetti sicurezza prodotti negli ultimi anni. Alla individuazione di siti di interesse strategico senza ascoltare le ragioni delle popolazioni (Val di Susa, discariche, siti per la costruzione delle centrali nucleari). Pensiamo al referendum popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, disatteso e inascoltato. Pensiamo, quindi, all’accanimento con cui hanno perseguito 10 persone condannate per devastazione e saccheggio: un reato figlio del fascismo che
punisce in maniera spropositata reati lievi contro le cose, o la resistenza. Ma soprattutto punisce anche solo la partecipazione, la ”compartecipazione psichica”.

Il messaggio è chiaro, come ha dichiarato anche Antonio Manganelli nella sua relazione del 20 febbraio scorso: non è più importante capire se si commette un delitto o meno, ma che il solo manifestare, il solo scendere in piazza è già un elemento di colpevolezza.
In altri paesi certe dichiarazioni desterebbero scalpore, soprattutto se escono fuori dalla bocca del vicecapo della polizia all’epoca delle manifestazioni contro il G8 di Genova. Siamo però in Italia, e sappiamo che la catena di comando di Genova 2001 ha nel frattempo ottenuto avanzamenti di carriera e siede oggi ai vertici delle forze di polizia e d’intelligence del paese. Sappiamo che la Camera dei Deputati non ha mai voluto aprire una commissione d’inchiesta su quelle vicende. Sappiamo che si è voluto circoscrivere Genova a un enorme problema di ordine pubblico, che andava gestito con tutta la forza necessaria.

Nel suo libro “In marcia con i ribelli” Arundhati Roy torna a raccontare la “guerra ai poveri” condotta dallo stato indiano in difesa dei grandi poteri economici. A noi, che viviamo nella cara vecchia Europa, si dice che dobbiamo sopportare le ricadute pesanti della crisi economica, cercando di ritrovare l’ottimismo.

Se non vogliamo chiamarla anche noi guerra ai poveri è certo che le misure di austerity e le ‘manovre d’estate’ dei diversi stati europei ci renderanno tutte e tutti un po’ più poveri di prima, restringendo poi ulteriormente gli spazi d’espressione e di partecipazione delle e dei cittadini.

Le ragioni di una campagna come questa, dunque, risiedono qui.
Nel ricordare che prendere parola per i 10 condannati per devastazione e saccheggio vuol dire affermare che le vite delle persone valgono più di un oggetto danneggiato durante una manifestazione. Che la solidarietà è un valore opposto e contrario alla solitudine in cui le si vorrebbe lasciare. Non si tratta di decidere se sia giusto o sbagliato, se ci siano metodi più o meno corretti di manifestare. Si tratta, oggi più che mai, di capire che c’è una sfera incedibile si sovranità, che è quella che attiene al dissenso, alla volontà di cambiare le proprie condizioni di vita, di pretendere il meglio per sé e per gli altri.

Per questo diamo appuntamento davanti alla Cassazione a Piazza Cavour per le ore 10:30 per una conferenza stampa e a partecipare al presidio indetto.

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

 

fonte : http://www.10×100.it/?p=786

appello http://www.10×100.it/?page_id=19

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, FORZE DELL'ORDINE, magistratura

Perché sto con la mamma di Aldrovandi – di Ilaria Cucchi


Noi eravamo presenti al momento della pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione. Lucia Uva, Domenica Ferrulli ed io. Perché noi in questi anni siamo diventati una famiglia.
Noi sappiamo cosa significa lottare momento dopo momento per una giustizia che si da per scontata ma che molto spesso non lo è.

Noi sappiamo quanto è importante per noi, e per quelli come noi, che finalmente e definitivamente coloro che hanno tolto la vita a un ragazzino che non aveva fatto niente di male siano stati giudicati colpevoli. Questa è la giustizia in cui vogliamo credere. Questo ciò che da a noi la speranza di andare avanti.

Questo ciò che è riuscita a fare, da sola, Patrizia Moretti. Per la sua famiglia, per Federico che ora le sorride da lassù ma che mai nessuna sentenza potrà restituirle. Ma anche per l’intera collettività. E per noi, che senza il suo coraggio non avremmo mai trovato la forza necessaria per intraprendere battaglie di simili dimensioni.

Patrizia lo ha fatto sapendo bene che quanto aveva di più prezioso non le sarebbe stato restituito da una sentenza di condanna. Nella quale ella stessa, pur sapendo benissimo come erano andate le cose, avendo imparato a sue spese a conoscere questa giustizia in tanti momenti non ha sperato.

E lo ha fatto anche nell’illusione di poter cambiare una cultura. Quella terribile per la quale chi indossa una divisa ha ragione a prescindere. Ma contro il pregiudizio e l’ottusità a volte non basta nemmeno questo. Se oggi, di fronte all’evidenza delle atrocità che hanno fatto coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi, c’è ancora chi ha il coraggio di difenderli. E non solo. Purtroppo.

Patrizia ha visto calpestata la vita di suo figlio, appena diciottenne e con tutta la vita davanti, ed oggi dopo tanto dolore aggiunto al dolore, quello di una lotta impari affrontata con lo strazio della consapevolezza che ormai la sua vita era finita nello stesso istante in cui era finita quella di Federico, vede calpestata anche la sua memoria.

Ma che senso ha tutto questo?
E la nostra realtà politica non ci aiuta.
Troppo presi evidentemente a fare leggi su misura per loro. Ignorando quali sono i problemi veri della gente comune.
Gente che per merito della nostra giustizia riesce a fatica a far emergere realtà scomode, grazie solo ed esclusivamente alle pubbliche denunce. Quelle rivolte alla gente normale.

Quelle che fanno indignare il vicino di casa e l’impiegato dell’ufficio postale, che solo in quel momento assumono consapevolezza dei soprusi che avvengono ogni giorno nell’indifferenza generale.
Perché fa comodo a tutti non parlarne.
Così. Come se niente fosse successo.
Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema.
Molto meglio chiedere a noi di farcene una ragione.
Sfatiamo questo mito. La giustizia non è uguale per tutti.
Cambiano le persone che comandano questo Paese, ma non cambia la mentalità. Se il ministro degli interni, piuttosto che tacere, ritiene opportuno esprimersi in maniera vaga anziché compiacersi per la vittoria della giustizia, quella vera, una volta tanto.

Cosa dovremmo pensare noi?
Che siamo soli. E ancora una volta qualcuno ce lo ha dimostrato.
Ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal nostro bisogno di giustizia. I nostri cari non sono morti per un puro caso, ma per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarne i diritti.

E nessuno può chiederci di far finta di niente.
Lo sappiamo bene quanto è e sarà dura.
E sappiamo anche bene che possiamo confidare solo su noi stessi, sul nostro avvocato e angelo.

E sul coraggio di Patrizia.
Che ha cresciuto un ragazzo fantastico, che sarebbe stato accanto a lei per tutti i giorni della sua vita, se quattro assassini non avessero deciso di portarlo lontano da lei.

fonte globalist 26 giugno 2012

( DALLA PAGINA FACEBOOK https://www.facebook.com/photo.php?fbid=480376628655830&set=a.120858557940974.18402.120344521325711&type=1&ref=nf)

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, facebook, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MARCELLO LONZI, opinioni, società, video

Federico mio fratello


Succede che in un afoso sabato sera d’inizio estate all’indomani della sentenza che conferma la pena di 3 anni e 6 mesi per gli agenti Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani, ritenuti responsabili dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi (e che i quattro non sconteranno perché già bonificata dall’indulto), Rainew24 mandi in onda questo documentario lento e straziante sul viaggio verso la giustizia lungo sette anni di una madre, di un padre e di un fratello minore.

E grazie a internet scopri quasi subito che l’esplosione della tua emozione è solo un pixel di un’onda gigantesca di cuori contratti e catturati come il tuo nel medesimo istante dalle stesse immagini e parole, in un insieme compatto che rende più sopportabili un dolore e uno sgomento altrimenti ingestibili.

Poi il giorno dopo col diaframma ancora in tumulto e una riserva di lacrime in rifornimento, vieni a sapere che sulla pagina di Prima Difesa Due (“FACCIAMO TUTTO PER TUTELARE I DIRITTI UMANI DI CHI INDOSSA UNA DIVISA… NOI DALLA PARTE GIUSTA”, dice la fondatrice Simona Cenni) è scattato lo sdegno accorato dei sostenitori dell”operato degli agenti riconosciuti colpevoli e che in realtà sarebbero le sfortunate vittime della violenza incontrollata di un drogato diciottenne di ritorno da un concerto.

E a colpirti in pieno naso col culo della padella sono più i toni dei contenuti, come sempre avviene quando il disprezzo e l’aggressività decidono di copulare e generare mostri.

In questa volgare guerra di sputi in cui scopri che la madre di Federico avrebbe allevato un cucciolo di maiale, che lei e il marito sapevano e appoggiavano l’utilizzo di droghe da parte del figlio e che con i 2 milioni di euro di risarcimento oggi faranno la bella vita alla faccia dei quattro poliziotti ligi al dovere ai quali hanno distrutto per sempre l’esistenza, il tanfo dell’odio a giustificare l’ingiustificabile che ti assale rimanda all’ottundimento emotivo durante l’ascolto dei commenti fra colleghi intercettati dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, la visione delle ferite sul cadavere di Stefano Cucchi, la lettura della perizia medico-scientifica sul corpo martoriato di Giuseppe Uva.

Ogni dettaglio grida giustizia nella vicenda di Federico come nelle altre e se malgrado il manto di omissioni e protezione in questo caso si è giunti alla conferma della condanna, evidentemente condanna doveva essere, con buona pace dei mantra di sdegno di chi parteggia per i robocop sottopagati ai quali il gioco del manganello quella notte è sfuggito di mano.

E che la giustizia sia cosa da aggirare e arginare nella logica di certi ambienti al di sopra delle parti è confermato dall’eliminazione immediata, alla notizia che i genitori di Federico hanno sporto querela, della cascata di commenti offensivi tanto spavaldamente lasciati sulla pagina amica solo poche ore prima (tardi, comunque, le pagine sono state ampiamente fotografate e diffuse sul web).

Non si capacita la fondatrice del gruppo Simona Cenni (quella che difende i giusti), querelata lei stessa insieme a Sergio Bandoli (quello del cucciolo di maiale) e Paolo Forlani (quello condannato che non sta più zitto e sfoga a insulti la rabbia di sette anni di ingiustizie). Chiede di non fare commenti, la Cenni, inutili, la vicenda si commenta da sola dice, e per una volta siamo d’accordo.

Io però avrei una domanda se posso, una domanda incauta e spaventosa che riguarda quello che non sappiamo e non sapremo mai su eventuali casi simili di “allenamento machista in divisa” sulla pelle di figli e fratelli senza genitori e sorelle a chiedere instancabili l’accertamento di verità che sfuggono alla versione ufficiale e gridano il linguaggio dell’intelligenza etica e civile.

 

 

FONTE :  http://sentogentepensocose.wordpress.com/2012/06/25/federico-mio-fratello-60/

Pubblicato in: abusi di potere, banche, CRONACA, diritti, economia, INGIUSTIZIE, politica, sociale, società

I disabili contestano il Ministro Fornero.


Di Marina Garaventa

Premesso che io sono stata sempre favorevole al Governo Monti, mi corre l’obbligo di segnalare alcune affermazioni del Ministro Fornero che hanno gettato nello sconforto sia le associazioni che operano nel settore, sia le famiglie e i cittadini. E’ opportuno sottolineare che gli aiuti ai disabili gravi, a parte qualche regione che spicca per eccellenza, sono ridotti ai minimi termini, sia economicamente (assegno massimo per disabili al 100% 745 euro mensili) sia dal punto di vista assistenziale. Le dichiarazioni del ministro sono state fatte durante il convegno Autonomia delle persone con disabilità: un nuovo contributo per assicurarla (Reatech, Milano, 25 maggio).

Ecco le sue parole:

Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi’’.“Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata”.(I prodotti di cui si parla sarebbero quelli assicurativi.  “Per evitare accuse di raggiro o frodi, il ruolo pubblico dovrebbe dare credibilità inserendosi nella relazione tra la persona e il mondo assicurativo. C’è bisogno di innovazione finanziaria e creatività”. fonte

Ovviamente , tali affermazioni hanno sconcertato i disabili, le loro famiglie e le diverse associazioni che operano in questo non facile campo. Da parte mia , comprendo bene le difficoltà finanziarie che il nostro paese sta affrontando, ma non credo che questo sia il modo migliore per affrontare il risparmio nel campo assistenziale. Occorrerebbe invece, cominciare con un’attenta revisione e un maggiore sulle spese, rivedere il sistema delle gare e riorganizzare il lavoro del personale, spesso gestito in maniera farraginosa e dispersiva.

La polemica tra il Ministro e la comunità disabile, alla quale i media, hanno dato scarso rilievo, si è diffusa velocemente tramite i social network e attraverso i vari siti dedicati:Dopo diversi contatti, è stata indetta una manifestazione nazionale a Milano il 13 giugno.
Saranno davvero tante le associazioni, le realtà del Terzo Settore e anche le organizzazioni sindacali, che hanno aderito e che parteciperanno concretamente all’iniziativa promossa dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – componente regionale lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), culmine della campagna lanciata nelle scorse settimane, denominata “No ai tagli! Sì alla Vita Indipendente e all’inclusione nella società”.

Cresce dunque l’attesa per la manifestazione del 13 giugno a Milano, che vedrà migliaia di persone con disabilità in piazza, a denunciare le politiche improntate a quei tagli netti e radicali che colpiscono le persone con disabilità e le loro famiglie, politiche che ancora considerano il welfare come un fattore di costo e non come un investimento necessario, per il rispetto dei diritti fondamentali della persone e per avere una prospettiva di crescita e sviluppo sociale ed economico nel nostro Paese. (superando.it)

Spero sinceramente che il governo riveda questa sua posizione che getterebbe i disabili, già tanto colpiti dal destino, i un completo stato di abbandono e di dipendenza a spregiudicate speculazioni assicurative che acuirebbero, una volta di più, il divario tra i benestanti e i meno abbienti.
Per concludere vi invito a leggere la lettera che Marina Cometto, madre battagliera di Claudia Bottigelli, 39enne disabile gravissima, ha scritto al Ministro.

La madre di una disabile scrive

Ho ricevuto questa mail per un altro post “Niente soldi ai disabili”. Ma desidero dedicare un post nuovo proprio alla famiglia Cometto, affinché la lettera non si perda nel mare delle cose che scriviamo. Di mio posso solo dire che condivido in pieno le opinioni della signora Marina.

MIA FIGLIA  SI CHIAMA CLAUDIA, HA 39 ANNI E LA SINDROME DI RETT.

Abbiamo cercato  di offrirle il meglio , abbiamo , con le poche informazioni che si potevano avere 39 anni fa cercato  soluzioni e cure che potessero  offrirle  opportunità  di riabilitazione  e un futuro migliore , eravamo soli , perché la disabilità oltre gli ostacoli burocratici, medici, organizzativi famigliari porta anche alla solitudine , gli amici si allontanano seguiti spesso anche dai parenti , ma siamo comunque riusciti a rimanere famiglia cercando di offrire ai nostri figli oltre all’amore  incondizionato  la consapevolezza di essere tutti allo stesso modo amati e seguiti .

Ho dedicato la mia vita all’assistenza di Claudia quando abbiamo capito che per lei non potevamo fare altro che amarla e farla stare al meglio , cullata tra le braccia e le attenzioni di tutti noi.

Quando gli altri figli sono diventati adulti è diventata il centro delle priorità per ognuno di noi, se sta bene lei stiamo bene tutti.

Non abbiamo mai  preteso né lussi, né privilegi ,abbiamo avuto una vita sociale limitata ma questo non ci ha impedito di rimanere nel contesto sociale , non ci spaventano le difficoltà e ne abbiamo affrontate in silenzio molte.

Ora però da genitore consapevole devo prendere seriamente in considerazione il Dopo di Noi , l’età avanza , gli acciacchi pure, non siamo padroni della nostra vita e non sappiamo quando saremo chiamati a lasciare questo mondo, però quando capiterà voglio lasciarlo con serenità sapendo di avere  costruito il futuro di Claudia .rispettando le sue necessità e quelle delle persone che  si prenderanno cura di lei.

Claudia ama la sua casa e qui deve poter rimanere anche quando noi genitori non ci saremo più , non dovrà essere ricoverata in istituto , perché anche fosse il migliore del mondo non riuscirebbe a garantirle tutte le attenzioni a cui lei è abituata e sarebbe una lenta agonia .

Perché una persona con disabilità cognitive  deve essere allontanata dalla propria casa quando i genitori non ci sono più?

Perché  non si rispettano le volontà dei genitori, e sono molti , e non si cerca di trovare un accordo che garantisca la permanenza al domicilio della persona con disabilità  anche dopo che questi genitori  com’è naturale nel percorso di ogni  vita , non ci saranno più?

La  sorella di Claudia  , che desidera prendersene cura ha il diritto però di continuare a vivere la sua vita lavorativa  e a non far mancare ai suoi figli e al proprio marito le attenzioni che offre loro ora , per questo io chiedo, anzi pretendo che sia finalmente messa in atto  correttamente  la legge162 /98 che riconosce alle persone con disabilità gravissima  di poter avere assistenza  fornita dall’Ente pubblico anche per 24 ore al giorno. Che senso ha una buona legge inapplicata per carenza di fondi.

Se Claudia fosse ricoverata  in una struttura sanitaria –assistenziale costerebbe alla collettività  300-400 euro al giorno essendo totalmente non autosufficiente ,semprechè naturalmente la si voglia tenere in vita,  cosa cambia se quella stessa cifra fosse spesa per assumere persone che l’assistono a domicilio ?

Vorrei iniziare un confronto serio ,costruttivo e concreto  con le istituzioni a questo scopo , vorrei poterlo fare senza dovermi rivolgere alla legge e alla Corte Europea  per avere riconosciuto il diritto di Claudia a rimanere nel contesto familiare senza dover penalizzare la sorella .

A un genitore non si può chiedere di sacrificare la vita di un figlio per il benessere di un altro , ma quel genitore può e deve  chiedere alle Istituzioni di poter garantire a ognuno di loro il diritto a vivere una vita dignitosa e serena  senza che  la disabilità influisca  negativamente  sulla realizzazione di questa.

Sono pronta a impegnarmi per questo e spero che altri genitori trovino la forza e il coraggio per fare altrettanto ,  per una vera realizzazione  del futuro dei loro figli e per poter chiudere  gli occhi con serenità.

Se invece  LA POLITICA ITALIANA pensa che dobbiamo togliere il disturbo eliminandoci che lo dica apertamente che ci organizziamo.

MARINA COMETTO

http://www.ledha.it/

http://www.anmic.it/Fand.aspx

http://www.mentecritica.net/i-disabili-contestano-il-ministro-fornero/informazione/democrazia-e-diritti/marina-garaventa/26659/

http://pepe.blogautore.repubblica.it/2012/06/01/la-madre-di-una-disabile-scrive/

Pubblicato in: abusi di potere

Gli stessi sessantenni Hollande li manda in pensione mentre Fornero li manda in mezzo ad una strada.


In Francia Hollande ha mandato in pensione a 60 anni circa 110 mila persone, coloro che hanno iniziato a lavorare molto giovani e hanno maturato i 41 anni di contributi). In Italia Fornero lascia letteralmente in mezzo ad una strada 390 mila persone, nel decreto ”salva-esodati” ne inserisce solo 65 mila e si permette pure di “deplorare” l’INPS per aver comunicato, una volta tanto, i numeri reali. Arroganza senza limiti.  Quando la politica aveva realmente un elettorato al quale rendere conto delle proprie scelte, i politici erano consapevoli che se non avessero accontentato, o almeno fatto finta, il loro elettorato sarebbero andati a casa. Poi è arrivato il Porcellum e infine è arrivato il Napolitanum: degli eletti per grazia presidenziale si mettono in testa di distruggere lo Stato sociale senza alcuna opposizione parlamentare e senza alcun elettorato al quale rendere conto.  Se ancora non ci sono riusciti del tutto è merito unicamente delle parti sociali e piu’ in generale della società civile che non vogliono abbassare la testa. Se questa è Democrazia…

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, società

Lettera di un papà


Caro Federico, mai e poi mai avrei pensato nella mia vita di chiedere, nel mio paese, l’introduzione del reato di tortura… http://www.firmiamo.it/introduzionereatoditortura 10000 cuori, poi chissà… Per ora aspetto solo una piccola giustizia (21 giugno 2012 – cassazione),  per poi scomparire in punta di piedi, come è nel mio e nel tuo carattere…, di quando il tuo fiore… in ogni giorno della tua …vita era per me una meraviglia continua, immagine di gioia ed energia inesauribile, come penso lo sia per ogni genitore di questa terra ogni fiore che risponde al nome di figlio. Un giorno, forse ritorneremo a camminare per dimenticare il male che ti hanno fatto, che ci hanno fatto, ma quella promessa… la devo mantenere… e ascolto questa canzone, mi sembra del 1993, con l’immagine di una foto di un bambino che insieme al suo papà camminava spensierato nei campi d’oro, per sempre. Lino Aldrovandi, papà di Federico
Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società

ROMANZO DI UNA STRAGE


Il trailer di “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana in uscita venerdì 30 marzo sulla strage di piazza Fontana

. . .

RECENSIONI IN RETE

Mymovies

Romanzo di una strage

Un film di Marco Tullio Giordana. Con Valerio MastandreaPierfrancesco FavinoMichela CesconLaura ChiattiFabrizio Gifuni.

 Drammatico, durata 129 min. – Italia 2012.

. . .

Ondacinema

Matteo De Simei Romanzo di una strage

. . .

Film Scoop

. . .

Cinema del Silenzio

. . .

. . .

RASSEGNA STAMPA

. . .

Corriere della Sera 25 marzo 2012

Romanzo di una strage visto da Mario Calabresi

Aldo Cazzullo

. . .

L’Unità 27 marzo 2012

Un film fatto per la meglio Italia

Alberto Crespi

. . .

L’Unità 27 marzo 2012

Il romanzo di una strage infinita

Gabriella Gallozzi

. . .

Corriere della Sera 27 marzo 2012

L’anarchico e il commissario. I due protagonisti tra i poteri oscuri

Paolo Mereghetti

. . .

La Repubblica 27 marzo 2012

Il romanzo di Piazza Fontana ma il finale bipartisan non regge

Curzio Maltese

. . .

La Stampa 27 marzo 2012

Rivivono i fantasmi di un Paese che non ha memoria

Michele Brambilla

. . .

Il Riformista 27 marzo 2012

Piazza Fontana, bugie e depistaggi. I giovani andranno?

Romanzo di una strage

di Michele Anselmi

. . .

Secolo d’Italia  27 marzo 2012

Piazza Fontana, finalmente un film contro le vulgate

Maurizio Cabona

. . .

Libero 27 marzo 2012

L’hanno ucciso un’altra volta

Giampaolo Pansa

. .  .

Il Messaggero 27 marzo 2012

Quella lotta tra Stato e antistato

Mario Ajello

. . .

Corriere della Sera 28 marzo 2012

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

 Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Corrado Stajano
. . .
. . .
Gli Altri  29 marzo 2012

Andrea Colombo

. . .

L’Espresso 30 marzo 2012

Calabresi vittima non carnefice

intervista a Dario Fo

Roberto Di Caro

. . .

Il Fatto Quotidiano 30 marzo 2012

La seconda bomba di piazza Fontana

Cucchiarelli con il suo libro ha ispirato il film di Giordana: «Lo dicono le perizie»

. . .

Malcom Pagani

. . .

Il Messaggero 31 marzo 2012

«A piazza Fontana una sola bomba» L’altra verità di Adriano Sofri

L’ex leader di Lotta Continua contesta la tesi del libro da cui è tratto il film di Giordana

Stefano Cappellini

. . .

Il Fatto Quotidiano 1 aprile 2012
Gianni Barbacetto
. . .
.L’Unità 1 aprile 2012
Lo scrittore Carlo Lucarelli smentisce la tesi sostenuta nel film di Giordana sulla strage di Piazza Fontana: «Nessuna prova. Si rischia di oscurare la verità»
. . .
. . .
Il Sole 24 ore 1 aprile 2012
Goffredo Fofi
. . .
La Repubblica 1 aprile 2012
Miguel Gotor
. . .
-. . .

LIBRI

Il Post  31 marzo 2012

43 anni. Piazza Fontana. Un libro, un film

Adriano Sofri
 si può scaricare qui.

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani.  (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano). Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti. E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora. “

Indice
43 anni 3
Gunhild 8
Perché comincio da qui 10
L’anonimo e il passeggero 16
Il raddoppio universale 18
Promemoria sugli errori più vistosi 28
I fratelli Erda 31
La toppa peggiore del buco 36
La cantonata del compagno misterioso 38
L’Italia di Maramaldo 42
L’alibi superfluo 43
La tredicesima in tasca 45
Ce l’hanno con Valpreda 52
Sottosanti 56
Sottosanti e la cassetta 58
Dovevamo interrogarlo su Sottosanti 69
Le due bombe “ritirate” 76
La cantonata del numero 7 78
L’altro ferroviere 83
Il treno impossibile 88
Altre illazioni131
Il confronto immaginario 90
Potenza del nazimaoismo 93
Il timer, la miccia e la logica 95
Le mani in tasca a Pinelli 100
Spoon River 103
Le fonti anonime 106
43 anni 108
Appendice
L’alibi di Pinelli 112
Cronologia 122
Persone 125

. .

Adriano Sofri “La notte che Pinelli” Sellerio 2009 .

la recensione di Valerio Evangelisti a “La notte che Pinelli”  roma.indymedia.it

.

. . .

Camilla Cederna “Pinelli. Una finestra sulla strage

Nutopia [sergio falcone & co.]

. . .

VIDEO  E TRASMISSIONI TV

. . .

Carlo Lucarelli Piazza Fontana

Blu Notte

. . .

Sergio Zavoli Piazza Fontana

La notte della Repubblica

. . .

Piazza Fontana: una strage di Stato?

La morte di Giuseppe Pinelli

La prima vittima: storia di Luigi Calabresi

La Storia siamo noi

. . .

Ipotesi su Pinelli

Documentario su Giuseppe Pinelli, Strage Piazza Fontana
Elio Petri, Nelo Risi

fonte http://foglianuova.wordpress.com/2012/03/31/romanzo-di-una-strage/

Pubblicato in: abusi di potere, cultura, diritti, libertà, violenza

Imputata


La madre di Aldrovandi da vittima a imputata

Federico Aldrovandi, morì a 18 anni, il 25 settembre 2005, dopo una colluttazione con quattro agenti di polizia, già condannati per la sua morte. La madre Patrizia Moretti il 1 marzo sarà in un’aula del tribunale di Mantova come imputata di diffamazione nei confronti della pm che condusse le prime indagini. A processo anche i giornalisti della Nuova Ferrara che seguirono il caso.

http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2012/02/24/news/processo-per-le-critiche-alla-pm-guerra-1.3214406

DAL SUO BLOG

il primo marzo inizia il processo a Mantova.  Ho già avuto diverse querele da parte dei responsabili della morte di Federico.  Finora sono state archiviate.

Molte querele partite da funzionari della questura di Ferrara hanno investito persone che commentavano sul blog.  Querele provenienti  da taluni funzionari di polizia responsabili delle indagini. Questore Elio Graziano incluso. In molti per la paura di un processo hanno patteggiato e pagato loro dei soldi. La gente normalmente teme i Tribunali, si sa.

I miei avvocati hanno dovuto rispondere al loro Ordine per richiami partiti dal vertice della Procura ferrarese.

La stessa procura che chiese l’identificazione dei giornalisti e dei direttori di quelle testate che parlavano del caso Aldrovandi.

Poi nel 2010, dopo due gradi di giudizio e condanna per omicidio, dopo le sentenze per i depistaggi e, in tutte queste, il riconoscimento che indagini e prove sono state sottratte alla giustizia nei primi mesi dopo la morte di Federico, arriva la querela della dott.ssa Mariaemanuela Guerra, primo pm incaricato del caso Aldrovandi,  a La Nuova Ferrara e a me : diffamazione. E richiesta di risarcimento milionario al giornale.

Iter fulmineo della querela e rinvio a giudizio.

Le medesime dichiarazioni le ho rilasciate a 100 giornali e siti web, radio, tv e documentari. Solo la Nuova è sotto processo. Come mai?

Basta guardare gli articoli che la querelante ha allegato.  Gli argomenti sono due distinti: il caso Aldrovandi, il caso Bad Boys: giovani della Ferrara bene accusati di spaccio di stupefacenti, uno di questi è il figlio della pm.  Condanne in primo grado, non so a che punto siano i gradi di giudizio ad oggi.

Quasi non riesco neanche più ad essere arrabbiata, sono soprattutto triste, delusa, affranta da tutto questo. Ma questo è niente rispetto all’assenza di Federico.

ma che cosa si vuole dimostrare con questa querela? Ormai tutti sanno come sono andate le cose.  E’ scritto su almeno 3 sentenze e in 6 anni di cronaca.

Basta.

Non capisco, davvero non capisco dove si voglia arrivare con le querele per diffamazione a carico della famiglia della vittima, a carico di chi scrive un commento o di chi pubblica un articolo.  Forse cambierà la realtà dei fatti? No. L’unico morto è Federico. Vorrei che si avesse rispetto per lui e per la sua giovane vita perduta. Per il dolore di tutti noi.  Per un omicidio che ha assunto una rilevanza sociale proprio perchè insabbiato.

Chi querela ora è un magistrato. Ma cosa si sta cercando? quale giustizia? Non vedo nessuna giustizia in una sua assenza durata mesi.

Amaramente penso che chi querela le vittime non cerchi giustizia, ma affermazione di potere.

http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

Pubblicato in: abusi di potere, ambiente, CRONACA, diritti, libertà, magistratura, politica

Lo Stato contro la Val Susa, con l’alibi degli “anarchici”


di  Dante Barontini

C’è un salto di qualità nella preparazione delle repressione del dissenso. Lo si vede nel linguaggio usato da certe istituzioni, dall’invito esplicito ai media a conformarsi alle direttive che vengono dal Viminale, dall’individuazione di movimenti popolari alla luce del sole come “nemici” da battere e dall’evocazione di “nemici invisibili” per criminalizzare quelli che altimenti non si riuscirebbe proprio ad incriminare.

«Ne discutono tra di loro, vogliono fare il salto di qualità, si parla di assassinio». Antonio Manganelli, capo della polizia, parla per esempio così degli “anarco-insurrezionalisti” per preparare meglio l’assalto alla Val di Susa. E il procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli, ha già fatto sentire il peso di una maxi-inchiesta in stile “anni di piombo” per arrestare un po’ di manifestanti in base a foto che li ritraevano nell’atto di lanciare un sasso. Con la novità – una vera “innovazione”, sul piano giuridico – di teorizzare l’inutilità di verificare se quel sasso avesse poi effettivamente colpito qualcuno. Una sottigliezza da azzeccagarbugli che aggira il nodo fondamentale di ogni accusa penale: la responsabilità è individuale. Caselli inventa invece una specie di “reato associativo” – far parte di un movimento, resistendo a una carica di polizia – consegnando così a qualsiasi repressore una nuova arma. Come se ce ne fossero poche…

 

Ma torniamo ai cosiddetti “anarco insurrezionalisti”. Da un lato la polizia dichiara di mantenere aperta un’attività gigantesca di intelligence. La “Direzione centrale della polizia di prevenzione”, l’ex Ucigos, monitora da 15 anni in maniera capillare qualsiasi movimento. Alcuni giornali mainstream spiegano con dovizia di particolari cosa faccia: “attività di intercettazione, di infiltrazione nei centri sociali, di intelligence con esponenti del movimento che hanno deciso di collaborare dall’interno” (più volte diversi compagni hanno denunciato queste infiltrazioni. In alcuni casi indicando anche per nome e cognome gli “agenti”. Ora arriva la conferma ufficiale, se così si può dire). Più, ovviamente, il web.

Dall’altra, però non si vede un solo arresto, una sola indicazione di “area” riferibile a questo peresunto movimento “organizzatissimo”. I pochi nomi buttati lì (“il centro sociale Askatasuna a Torino e Acrobax a Roma») non c’entrano chiaramente nulla, essendo tutt’altra la loro ispirazione culturale.

Quindi?

Non resta che registrare un’intenzione politica repressiva che lancia una serie di segnali diversivi per giustificare qualsiasi operaazione venga ritenuta “necessaria”. E la resistenza della Val di Susa, per il momento, resta in cima alla lista.

C’è anche un timing da rispettare, spiega lo stesso Manganelli. “Finora per la Tav ci siamo confrontati con forme di dissenso generalizzato, ma siamo alla vigilia delle prime azioni davvero invasive, quelle che porteranno agli espropri. Ora andremo a togliere i terreni, che peraltro sono stati venduti a centinaia di acquirenti, aumentando i destinatari delle notifiche e del dissenso”.

Una nuova fase dei lavori in valle, che prevede appunto l’esproprio dei terreni privati, spesso comprati da persone solidali con la resistenza dei valligiani, viene “accompagnata” da un innalzamento dell’”allarme” in modo da giustificare un attacco (già deciso, probabilmente) contro chi si oppone.

Il pensiero non può che andare alla manifestazione di sabato, in valle. La nostra solidarietà ai valligiani non può che crescere in proporzione.

FONTE http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/6998-lo-stato-contro-la-val-susa-con-lalibi-degli-anarchici

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, INGIUSTIZIE, magistratura, politica, sociale, società, violenza

Santanchè Shock: I poliziotti non sono assassini nemmeno quando uccidono


Ieri la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l’agente di polizia Spaccatorella, quello che ha sparato senza motivo e a sangue freddo al tifoso della Lazio, Gabriele Sandri. II poliziotto è stato condannato per omicidio volontario. Significa che è tecnicamente un assassino. Ma per la Santanché non vale nemmeno la sentenza della Cassazione: secondo lei, un poliziotto non è mai un assassino, nemmeno quando sbaglia, nemmeno quando uccide volontariamente.  Guardate cosa ha scritto sulla sua pagina Facebook.

FONTE :  http://violapost.wordpress.com/2012/02/15/santanche-shock-i-poliziotti-non-sono-assassini-nemmeno-quando-uccidono-foto/

Pubblicato in: abusi di potere

Si nega l’esito del referendum sull’acqua? parte la campagna di obbedienza civile


Con la vittoria del 2° quesito referendario del 12 giugno 2011 è stata abrogata la norma che prevede la “remunerazione del capitale” pari al 7% del capitale investito. Tale cifra, indicata nei piani d’ambito, è calcolata sulla base degli investimenti realizzati e di quelli previsti nell’anno solare di riferimento.

Essa incide sulle bollette per una percentuale che oscilla, a seconda del Piano d’Ambito e del Piano degli Investimenti in esso contenuto, fra il 10% e il 25%, variando da un anno all’altro.

Il referendum è stato proposto per far valere un principio chiaro: nella gestione dell’acqua non si devono fare profitti. E la risposta dei cittadini (95,8% a favore della cancellazione del profitto) non può lasciare alcun dubbio sull’opinione, praticamente unanime, del popolo italiano.L’effetto di quel voto è scritto molto chiaramente nella sentenza di ammissibilità del 2° quesito referendario (26/2011), nella quale La Corte costituzionale afferma che “la normativa residua è immediatamente applicabile” e “non presenta elementi di contraddittorietà“.

Con la pubblicazione, in data 20 luglio 2011, del Decreto del Presidente della Repubblica n. 116 è stata sancita ufficialmente e formalmente l’abrogazione, con effetto dal 21 luglio 2011, della norma che consentiva ai gestori di caricare nelle bollette anche la componente della “remunerazione del capitale investito”.

Oggi, a distanza di alcuni mesi tutti i gestori del servizio idrico italiano hanno ignorato con pretestuose argomentazioni l’esito referendario.

Per questo motivo è nata la campagna di “obbedienza civile”.

La campagna di “obbedienza civile” è semplice; essa consiste nel pagare le bollette relative ai periodi successivi al 21 luglio 2011 applicando una riduzione pari alla componente di costo della “remunerazione del capitale investito”.

La campagna è stata chiamata di “obbedienza civile” perché in realtà non si tratta di “disobbedire” ad una legge ingiusta, ma più semplicemente di avere comportamenti del tutto conformi alle vigenti leggi, così come modificate dagli esiti referendari.

Lo scopo principale della campagna di “obbedienza civile” è quello di ottenere l’applicazione di quello che è inequivocabilmente scaturito dai referendum, con il voto di 27 milioni di italiani: fuori il profitto dall’acqua.