Pubblicato in: antifascismo, razzismo

IERI HO VISTO HIMMLER


11000824_928446727192714_7342885555517161732_nIeri a Treviso sono arrivati alcuni profughi e gli abitanti del quartiere sono insorti. Nella notte qualcuno di loro è entrato negli appartamenti e ha incendiato i mobili, i divani, i vestiti, le sedie e perfino le ciabatte destinate ai profughi. Poi il giorno dopo, gli stessi abitanti del quartiere, hanno impedito a una cesta di cibo di arrivare alle bocche dei profughi a cui quel cibo era destinato.

Io qualche mese fa sono stato ad Auschwitz, e vi dico che le vostre idee non sono per niente originali, ci avevano già pensato i vostri nonni. Era già accaduto che qualcuno denunciasse la dodicenne clandestina Anna Frank nascosta in soffitta, era già accaduto che la colpa fosse data ai rom e ai sinti, tra l’altro gli unici popoli che nella storia umana non hanno mai dichiarato una guerra. Era già accaduto che gli invalidi, gli handicappati e i matti fossero allontanati perché erano un costo. Era già accaduta, insomma, la storia del capro espiatorio.
Voi, gente di quartiere e spada che oggi impedite l’accoglienza bruciando vestiti e sedie di quelli più poveri di voi, siete i nipoti scaduti di idee che stanno un gradino sotto la melma.
E se quello che voi siete è la mia razza, voglio dirlo chiaramente, la mia razza mi fa schifo. Ma se ci penso un attimo no, voi non siete la mia razza. Perché la mia sola razza è quella umana, e la vicinanza all’essere stronzo o all’essere Uomo non la fa il colore della pelle, e neanche il luogo di nascita, e nonostante lo urliate, con la bava alla bocca, continuerete ad avere torto.

PS. voi sarete anche dei capoccioni razzisti e velenosi, ma noi siamo dei testardissimi uomini e donne di razza umana che conoscono delle storie che voi non avete mai voluto ascoltare. Per questo siamo più forti, perché sappiamo di non essere soli.

Solidarietà a ogni donna e uomo e bambino, in fuga da guerre, persecuzioni, leghisti e povertà.
Saverio Tommasi

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, Il Malpaese, MALAFFARE, opinioni, pd, politica

Quella incomprensibile occupazione di posti di comando.


poletti e la cena con i criminaliDal terremoto giudiziario che sconvolge la capitale e che coinvolge personaggi di tutti gli schieramenti ( e siamo solo agli inizi ), nascono diverse domande che una persona onesta e per bene comincia a farsi. Una su tutte e’ comunque questa : come e’ possibile che certi figuri possano occupare certi posti di prestigio ? Come fai,  partito o istituzione che tu sia, a non accorgerti di che figura hai messo in certi ruoli  di comando ? Perche’ vedete, e’ vero che a chi si iscrive ad un partito non puoi certo fare ogni volta il chek-up completo della sua posizione giudiziaria, ma e’ anche vero che prima di mettere questa persona in certi posti di comando dovrai quantomeno verificare chi e’ e che passato abbia. Lo stesso vale per i finanziamenti alla campagna elettorale di un candidato ; e’ vero che il danaro non ha colore, ma allo stesso tempo ti dovrai anche porre qualche domanda su chi e’ che ti sponsorizza.

Tralasciando il nome di Massimo Carminati, che davvero col suo passato non si capisce come possa essere ancora libero e cosi’ potente, prendiamo in esame la figura di Salvatore Buzzi, il fondatore e amministratore della cooperativa sociale 29 giugno. Costui, un passato nei NAR, nel 1981 viene condannato per omicidio a 24 anni. Ne sconta circa una ventina nel carcere di Rebibbia e poi esce anticipatamente per buona condotta. Sul fatto di avere una riduzione di pena per essersi comportato bene in carcere nulla da obiettare, cosi’ come sul fatto che, quando hai espiato le tue colpe, sei un libero cittadino e che puoi crearti il tuo ruolo nella societa’. Ci puo’ quindi stare che invece di trovarti un lavoro dipendente, tu decida di voler fare l’imprenditore, creando una cooperativa sociale per il reinserimento di altri ex detenuti. Quello invece che reputo paradossale e’ che a nessuno, se non per salvaguardare i propri interessi personali, venga in mente di verificare come sia possibile che un omicida ex galeotto, che parla come un facchino dei mercati generali, possa essere a capo di una cooperativa nata da pochi anni, con 1200 dipendenti, che fattura oltre 50 mln di euro ogni anno e che soprattutto riesce a vincere ogni tipo di appalto. Un uomo che si circonda di personaggi che non vorremmo nemmeno incontrare per strada tanto fanno paura.

Il Ministro del Lavoro Poletti, attaccato dalla stampa per essere comparso nella foto di una cena in cui erano presenti sia Buzzi che Carminati ( e a fianco della tavolata anche  Casamonica, definito il boss dei Rom), si difende con queste parole : ‘’ Sapevo che Buzzi era stato in carcere per omicidio ma i nostri erano solo colloqui informali di lavoro ‘’. No Ministro Poletti, non e’ solo questo. Perche’ vede, un conto e’ essere fotografato mentre stai passeggiando per strada o fai un’ intervista e ti si accosta un criminale, un’ altra invece e’ fare affari con lui. Come dice ? Stiamo sbagliando ? Il business e’ business ? Sara’, ma che vuole….noi siamo persone senza potere e certe cose non riusciamo a capirle. Certamente pero’ queste persone non le frequentiamo anzi, le evitiamo come la peste !!

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, violenza

Ciro Esposito – E i media rovesciano le parti


l43-santis-scontri-olimpico-140507083356_mediumOrmai era una regola. Prima l’omicidio. Poi la speranza di avere anche un mezzo sospetto sull’omicida per darlo in pasto all’opinione pubblica. Al suo irrefrenabile desiderio di vendetta. Era una regola. Finora era andata sempre così. Dell’omicida, anche se solo indiziato, anche di striscio, in un minuto veniva rivelato tutto. Foto in tutte le pose. In spiaggia, coi figli, con la madre. Figure intere di lui da piccolo vicino l’albero di Natale. In vacanza con le sue tre ex fidanzate e per ognuna tanto di foto, meglio se in costume. Dopo le foto seguiva il resto. Interviste ai professori che aveva avuto fino all’ora x, dall’asilo alle superiori. Particolari rivelati dai suoi amici di sempre, dai vicini di casa. Storia e dettagli del suo vissuto visti da mille angolazioni diverse. Sembrava impossibile che andasse diversamente.

Finora è così che ce li avevano dati in pasto i sospettati dell’omicidio. C’è anche da dire che nella prassi era prevista anche una certa tutela della vittima. Qualcosa anche di quest’ultima veniva rivelato, ma meno. Come se persino un meccanismo così oleato di sciacallaggio mediatico, volesse dimostrare un barlume di pudore. La vittima no! Di lei non vi diciamo. Oppure vi diciamo, ma fino a un certo punto.

E invece con Ciro Esposito è andata da subito diversamente. Nel caso del ragazzo di Napoli tutto ha funzionato al contrario. Lui era la vittima, eppure gli è stato riservato il trattamento che di solito si da al carnefice. Di lui abbiamo visto foto, conosciamo i parenti, sappiamo dove abitava, chi era la sua ragazza, ci hanno detto che avrebbe voluto sposarla. Poi conosciamo cosa faceva per lavoro, i suoi soprannomi, il credo religioso della madre. Abbiamo da subito conosciuto anche le patologie riscontrate dopo il ferimento e ci hanno (in verità poco), aggiornato (quando non potevano farne a meno diciamo), sulla sua cartella clinica. Insomma, tutto! Il trattamento che di solito è riservato al carnefice nel caso di Ciro è stato riservato alla vittima.

E dire che il sospettato c’era in questo caso sin da subito! Anzi, più che il sospettato c’era proprio lui. Il probabile esecutore materiale del ferimento mortale. L’assassino insomma. Daniele De Santis, detto Gastone, punto.

Già, punto; perchè in questo caso tutti i racconti intorno all’omicida iniziano e finiscono qua. Di lui non ci hanno detto niente. Non ci hanno detto come mai è ancora in ospedale, per esempio. Ci hanno detto che è stato pestato dagli amici di Ciro dopo che lo aveva ferito per ucciderlo, ma niente di più. D’accordo, pestato, ma dopo un mese e passa è ancora in ospedale? Cosa gli è stato riscontrato? Perchè non ce lo avete detto? Non fosse altro per giustificare il fatto che continuasse a trovarsi lì, anzichè nei luoghi dove solitamente portano gli indiziati di omicidio presi in flagranza di reato! E poi chi è? Nemmeno un approfondimento storico?

Si è vero, avevate iniziato a dirci che era stato sempre lui a far sospendere il derby Roma Lazio nel 2004, ma lo avete solo accennato. Siete stati molto vaghi, per usare un eufemismo, d’altronde anche nel 2004, non è che abbiate molto approfondito quegli eventi. “Frequenta ambienti di estrema destra”, si è detto sempre vagamente. Ma quali sono questi ambienti di estrema destra ? Dove stanno? Che cos’è veramente quel posto chiamato prima “Trifoglio” ed ora “Ciak” di cui era il custode e da dove è partita l’aggressione ? ( gli è sfuggita qualche foto inequivocabile degli interni che lo stesso De Santis aveva pubblicato sul suo profilo Facebook ma cos’è veramente quel posto continuano a non dircelo) …. Chi sono i suoi amici di sempre? Suo padre? Sua madre? Le sue eventuali ragazze? La Sciarelli? Non si è appassionata? Perchè non ci avete detto che si è presentato alle elezioni? Si, con il “popolo della vita” per Alemanno. Fa ridere? Non lo avete detto perchè è grottesco il nome “popolo della vita” da associare a un probabile assassino?

Eh sì, fa ridere, ma mica tanto! E’ inquietante piuttosto, e magari è utile per capire…per capire con chi era lì per esempio! Ha dichiarato qualcosa al momento dell’arresto? E nei giorni seguenti? Perchè lo avete avvolto fin dall’inizio in una sorta di protezione? La stessa che di solito si da ai capi di Stato? Non venite a dirmi che lo avete fatto perchè si temevano rappresaglie contro di lui. Ma come? Lui e altri che probabilmente erano con lui e ancora sono in giro per Roma hanno dimostrato concretamente una volontà omicida e voi vi preoccupate per qualcosa che è completamente campato in aria? Parole di vendetta espresse in libertà un po’ qui e un po’ la e che dovrebbero arrivare da Napoli?

Ancora un ragionamento al contrario? Ancora le vittime che vengono fatte passare come potenziali carnefici? E allora per Ciro? Per la madre? Per lo stesso “Gerry à carogna” additato al pubblico ludibrio ? Loro non rischiavano? Perchè avete voluto salvaguardare, questa volta, l’onorabilità del carnefice invece di quella della vittima e delle vittime?

Non era questa la regola. Per quanto, a pensarci bene, potrebbe esserci una regola anche in questo caso da dover rispettare. Quella che di solito si segue, quando ci si preoccupa di quello che il carnefice potrebbe rivelare. Solo in quel caso lo si protegge contro ogni evidenza e decenza. In quel caso, è vero, si procede al contrario.

Perchè magari potrebbe uscire fuori che Daniele De Santis, insieme al suo carissimo amico e camerata Giuliano Castellino era, fino a poco più di un anno fa, accompagnatore fisso del sindaco Gianni Alemanno in tutte le sue uscite ufficiali … e questo dopo svariati annetti dal suo altro momento da protagonista e nonostante questo precedente, quel famoso “derby del bambino mai morto” del 2004 … cosa che evidentemente non aveva impedito che fosse poi stato addetto alla sicurezza personale del Sindaco con la celtica … anzi forse era una “referenza” positiva in questo senso …

O potrebbe uscire fuori anche che, sempre insieme all’amico Castellino, De Santis si era distinto negli anni scorsi in altri due tipi di occupazione/speculazione similari al Trifoglio/Ciak… dove da 11 anni si affittano abusivamente i campi sportivi del Coni ed era proprio De Santis a riscuotere …. le altre due occupazioni sono quella del cinema Augustus in Corso Vittorio e poi quella dell’ex Cral del Poligrafico a breve distanza dal luogo dell’agguato a Ciro … praticamente di fronte al Trifoglio/Ciak ma dall’altra parte del Tevere … occupazioni ufficialmente fatte a scopo “sociale” ma immediatamente dopo sub-appaltate ad una società che vi aveva realizzato abusivamente due discoteche di lusso dove erano stati visti spesso, con tanto di foto sui giornali specializzati, non solo Alemanno con signora ma anche Gasparri, Storace, La Russa, la Meloni e persino l’ex Presidente del Coni Pescante …

Due occupazioni, che a differenza di quella del Trifoglio/Ciak, per la quale sembra che il Coni ( guarda caso allora diretto proprio dal Pescante poi avvistato spesso al Poligrafico) non abbia nemmeno mai sporto denuncia … sono poi state sgomberate … ma non per “scelta politica” come avviene per le occupazioni di case o per qualche centro sociale “de sinistra” in questi giorni un pò in tutta Italia … ma solo perchè, essendo luoghi malamente insonorizzati, le due discoteche impedivano il sonno a tutti i residenti delle rispettive zone di Roma che ovviamente hanno protestato …

Ecco sì, è così che dev’essere andata per il camerata Daniele De Santis. Ops, mi è scappato… volevo scrivere, per Gastone, “ultrà giallorosso” …

di InformationGuerrilla

da bellaciao.org

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

Pubblicato in: antifascismo, cultura, politica, società

bau bau Casapau


Nella città dove lavoro ci devono essere almeno uno o due gruppi di neofascisti particolarmente attivi.

Da svariati mesi, infatti, vedo un proliferare di manifesti propagandistici, elettorali, di incontri e convegni, commemorativi e striscioni politici con caratteri di formato e stampo del ventennio.
Molti portano il logo di Casa Pound (il cui solo nome mi da i conati di vomito), altri -gli ultimi- una semplice croce celtica. Semplice ma efficace.

Ora, mi piacerebbe davvero sapere con quali soldi si pagano tutti questi manifesti, che -vi assicuro- per coprire così capilarmente una città da circa 100.000 abitanti, devono essere tantini. Avendo appeso io stesso qualche manifesto, ho una vaga idea del costo di progettazione, disegno e stampa. Oltreché del lavoro fisico per andare di persona ad attaccarli.
Quindi, la domanda mi viene naturale: con quanti e quali soldi Casa Pound & co. paga queste migliaia di poster?
Vorrei proprio saperlo, perché mi pare difficile immaginare che gli aderenti -per quanto numerosi essi siano- facciano costanti volontarie donazioni a tal fine.
Oppure hanno qualche generoso finanziatore? Oppure…
Eppoi, quanti sono per andare con tale frequenza ad appenderli?
Concediamo pure che i fascisti abbiano un senso del dovere e di dedizione più accentuato dei “comuni cittadini”, ma davvero arriva a tal punto?

Ma, aldilà della mia personale curiosità, quello che profondamente mi irrita è l’occupazione selvaggia dello spazio pubblico che questi fascisti fanno.
Potrei anche capire un paio di poster qui e là sui muri o sui pilastri dei cavalcavia… non mi piacerebbe, ma lo capirei.
Quello che già faccio più fatica a capire ed accettare è quando tale “attacchinaggio” ricopra metri e metri quadrati con decine di manifesti in sequenza.
Questo, francamente mi sembra eccessivo.
Ma quello che veramente, veramente, mi irrita è vedere questi manifesti o locandine appesi anche alle fermate dei bus.
Intendiamoci, quando dico “appesi” non intendo con un pezzo di nastro adesivo (questo, lo riconosco, l’ho fatto anche io): intendo letteralmente incollati con la colla da manifesti, che oscura i vetri della fermata e li lascia potenzialmente attaccati per mesi. Obbligando quindi gli impiegati preposti a passare, pulire e staccarli.

Non ho dubbi che nella loro, distorta e malata, ideologia sia una specie di “dovere” quello di far propaganda in questo modo violento e selvaggio, irrispettoso del decoro urbano e delle idee altrui.
Ma questo non li giustifica minimante.

Così, quando ieri passando davanti l’ennesima sfilza di manifesti dedicati a due camerati caduti negli anni ’70 vi ho letto sopra un “merde” opera di qualche writer o attivista di sinistra, ammetto di non aver provato alcuna pietà per i morti commemorati.
Probabilmente sbaglio io, che pietà per i morti si dovrebbe sempre averla, come recitava John Donne. Ma non ne ho avuta.

Per chi fosse interessato al finanziamento (secondo alcuni “totalmente spontaneo”…) di Casa Pound, copio qui l’articolo del Huffington Post gentilmente segnalato da ammennicolidipensiero, che ringrazio, secondo il quale Casa Pound ha illegittimamente e tramite escamotages usufruito del 5 per mille:

http://www.huffingtonpost.it/2013/05/16/casapound-fascisti-del-5x1000_n_3284635.html

Cito dall’articolo: “sfogliando gli elenchi del volontariato che attinge a questi soldi pubblici, proprio non ti aspetteresti d’incappare cinque-mille-casapound-238831_tnin CasaPound. Pregiudizio vuole, d’altronde, che parlando di organizzazioni di utilità sociale il pensiero corra più facilmente al mondo dell’associazionismo, della ricerca o della spiritualità, che a un gruppo dell’estrema destra italiana (per quanto sociale). E in effetti “CasaPound Italia”, nelle oltre ottocento pagine delle liste del 5 per mille, formalmente non ce la trovi, neppure a cercarla con il lanternino: né scritta con la “u” italiana, né con la “v” latina. Ciò che vedi, piuttosto, è una società cooperativa onlus a responsabilità limitata: “L’isola delle tartarughe”. Nome che – per chi non ha familiarità con la testuggine ottagonale del logo casapoundiano – potrebbe sembrare soltanto una delle innumerevoli associazioni animaliste dedicate al panda di turno.
Allora che cos’è veramente, questa mitica Isola delle Tartarughe? Il cosiddetto codice “Ateco” con cui è registrata (93299) indica “altre attività di intrattenimento e di divertimento”. Cioè nello specifico: sagre, mostre, animazione di feste e villaggi, ludoteche, marionette, fuochi d’artificio e stand di tiro a segno. Ma sfogliando un’aggiornata visura camerale, l’oggetto sociale della cooperativa lievita alla lunghezza monstre di sei pagine. Per prendersi cura degli emarginati – dagli ex degenti di istituti psichiatrici ai tossicodipendenti – i mezzi sono infiniti: dalla raccolta differenziata alla tutela delle arti, dalla consegna pacchi alla vendita di pezzi di ricambio per auto. Tutto ciò, con due (2) dipendenti.
Non è chiaro che cosa c’entri questo con CasaPound Italia. Sul sito, se cerchi le parole “isola delle tartarughe”, ti si risponde pacatamente: “Nessun post corrispondente alla query”. Il legame però salta facilmente agli occhi: in apertura della loro homepage campeggia a caratteri cubitali la scritta “5×1000 A CASAPOUND”, e il codice fiscale riportato in bella vista sotto la scritta – cioè 09301381001 – non lascia spazio a dubbi: è quello dell’Isola delle tartarughe (del resto neanche per una tartaruga un codice fiscale può fare riferimento a due soggetti diversi).

Ulteriore nota, un pò personale, un pò di colore: dopo la pubblicazione iniziale di questo post nel mio blog, qualche commentatore (ben protetto dall’anonimato offerto da internet) “fascistoide” è passato ha lasciare il suo gentile contributo, commentando.
“Commenti” di enorme spessore intellettuale direi, utili soltanto a cercare di sminuire quanto scritto con lapidari e vuoti giudizi. Un interessante bau bau a sottolineare la propria virile e minacciosa musculatura, privo di contenuto come solo i bau bau sanno essere.

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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Parma: imbrattato monumento antifascista “Basta comunisti, viva Beppe Grillo”


r-PICELLI-large570Nella notte di sabato, un ignoto provocatore ha imbrattato il monumento in bronzo dedicato a Guido Picelli, nell’omonimo piazzale di Parma, scrivendoci sopra: ‘Sei solo un comunista come Bersani. W Grillo'”. Lo rende noto Giancarlo Bocchi, il regista del documentario ‘Il Ribelle, Guido Picelli un eroe scomodo’, dalla pagina Facebook dedicata al film. 
“E’ molto grave che in una città Medaglia d’oro al valore militare per la Resistenza al nazifascismo possa accadere una cosa del genere – prosegue Bocchi nella nota – ma non c’è da stupirsi, constatando l’accondiscendenza del sindaco Pizzarotti verso la sezione cittadina di Casa Pound o ascoltando ogni giorno sui media lo squadrismo verbale del suo caporione Beppe Grillo. La cosa stupefacente è invece il silenzio colpevole, su tutta la vicenda del monumento, dei candidati locali e poi degli eletti del Pd, delle locali sezioni dell’Anpi e dell’Anppia, dei sindacati. Personaggi buoni solo per sgomitare per la prima fila di celebrazioni inutili e retoriche. L’autore della provocazione ha poi offeso due volte la memoria di Picelli. Non solo imbrattando il monumento, ma scrivendo pure che l’eroe delle Barricate di Parma era ‘un comunista’ come il segretario del Pd”.

 

http://www.huffingtonpost.it/2013/03/03/parma-imbrattato-monumento-antifascista-basta-comunisti-viva-beppe-grillo_n_2802396.html

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, cultura, diritti, donna

È morta Olema Righi, la partigiana in bicicletta


arton45946-1f8dcÈ morta questa mattina nella sua abitazione di Carpi, in Provincia di Modena, Olema Righi. Staffetta partigiana, per molti emiliani rappresentava il simbolo stesso della Resistenza, insieme a tante altre compagne come Ibes Pioli o Tina Anselmi.

Celebre la foto che la ritrae in sella alla sua bicicletta, nei giorni della Liberazione, con il fucile ancora in spalla e la bandiera dell’Italia libera sullo sfondo. Chi l’ha conosciuta ricorderà per sempre il suo sguardo determinato – lo stesso di quella vecchia fotografia – ed il sorriso inscritto nel viso di una bellezza severa che si era addolcita col passare degli anni.

Riportiamo il racconto del suo arresto e della tragica morte del fratello (partigiano anche lui), tratto dal sito dell’Associazione Nazionale Partigiana – Emilia Romagna:

 

Era una mattina di novembre quando, senza neanche poter dire a mia madre che andavo via, sono stata presa e caricata su un camion, dove c’erano altri giovani che dicevano di essere stati arrestati.

Da Limidi, i camion dei repubblichini sono passati per Carpi, dove hanno caricato altra gente, poi si sono diretti a Modena. Dai loro discorsi, si capiva che i repubblichini erano orgogliosi delle loro scelleratezze, della loro “azione”.

A causa delle lunghe soste siamo arrivati all’Accademia (ora Accademia Militare) che era già sera. La mattina seguente il capitano mi ha fatto andare nel suo ufficio per interrogarmi. Stava seduto alla sua scrivania e teneva davanti a se un foglio scritto a mano. Ha cominciato a leggerlo: vi era scritto che io ero una staffetta partigiana, che mio fratello, mia sorella e mio padre erano antifascisti. Quest’ultimo poi era anche in prigione per questo.

C’era scritto proprio tutto in quel maledetto foglio. Avevano saputo tutto della nostra famiglia, anche che noi avevamo un terreno nei prati di Cortile sul quale mio fratello Sarno, insieme ai suoi compagni, aveva costruito un rifugio dove andavano a nascondersi e a dormire.

In seguito, sono stata tenuta per lunghe ore in una stanza di isolamento. Isolamento reso ancora più duro e imprevedibile dalla guardia, un omettino basso e dalla voce rauca, che mi sorvegliava e mi prospettava tutte le cose più brutte, compreso che mi avrebbero mandato in Germania e che mi avrebbero ammazzato. Dopo sette giorni di interrogatori e minacce, il 20 novembre ci fu lo scambio: le vite di 60 partigiani furono scambiate con quelle di 6 tedeschi, così anche noi fummo rilasciati.

Mentre uscivo dal portone dell’Accademia, il capitano che mi aveva interrogato mi prese da parte, per un attimo ebbi paura che mi tenesse ancora là, invece mi fece la predica e tra le altre cose mi disse di non prendere più parte alla guerra. Ricordo ancora le sue parole: “la guerra è per gli uomini e dì a tuo padre che non faccia più attività contro di noi perché, se non lo sa, il coltello dalla parte del manico l’abbiamo noi”. Poi aggiunse: “va a divertirti a casa troverai delle novità”.

Salutai e raggiunsi Stefanina e le altre per andare a casa. Avevamo tanta strada da fare a piedi, ma scherzavamo e ridevamo perché eravamo libere. Finalmente libere da un incubo, ancora tremanti per quegli interrogatori in cui avevamo sempre negato tutto, che ci avevano fatto capire che c’era una spia molto vicina a noi. Una spia amica di quelli scellerati che si vantavano di aver portato via i partigiani, saccheggiato il caseificio e bruciate le case…

A Ganaceto ho incontrato una staffetta, Ione, che si è offerta di accompagnarmi a casa sulla bicicletta. Lungo quel breve tragitto non parlammo molto e io pensavo ad alta voce a chi avrei trovato a casa. Quasi certamente mia madre, mia sorella e mio fratello piccolo. Chissà se mio padre era ancora nascosto a Panzano. Chissà dov’era mio fratello Sarno. L’avevo visto per l’ultima volta il giorno prima del rastrellamento. L’avevo chiamato da lontano e lui si era girato a salutarmi. Fu proprio mentre me lo ricordavo così che Ione mi disse “hanno ucciso tuo fratello”.

Non ricordo più niente di preciso di quello che seguì, ricordo solo che ho ricominciato la mia vita di staffetta con un motivo in più: onorare il sacrificio di mio fratello con una fede ancora più forte nell’antifascismo e nella memoria.

Olema Righi.

 

Olema bella, ciao.

FONTE :  http://www.agoravox.it/E-morta-Olema-Righi-la-partigiana.html

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Mi chiamo Renato, non temo i fascisti ma gli indifferenti


renato_biagetti1_bigStefania Zuccari*

La lettera della mamma di un ragazzo ucciso dai fascisti a Roma per denunciare la normalità del male

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

*Stefania è la mamma di Renato Biagetti ucciso dalle coltellate di due fascisti dopo una festa in spiaggia a Focene. E’ la fondatrice di Madri per Roma città aperta. Come le Madres de la Plaza de Mayo ha raccolto anche lei il testimone delle idee di suo figlio

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=6272

http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

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La Svastica Sul Busto


manja-448x180Se si leggono le dichiarazioni dei dirigenti della Pro Patria e del sindaco di Busto Arsizio, i cori razzisti del 3 gennaio contro Kevin Boateng e i giocatori di colore del Milan sembrano dei fulmini saettati inspiegabilmente da un cielo limpidissimo. La narrativa post-incidente si è infatti concentrata sui Quattro Deficienti Allo Stadio Che Hanno Rovinato Tutto e infangato un’oasi pacifica e civile.

Danilo Castiglioni, dirigente del club dei tifosi della Pro Patria, ha detto: «Quello avvenuto ieri è stato un episodio inqualificabile e spero che i quattro deficienti autori dei cori vengano individuati e puniti come meritano». E ancora: «Gli autori dei cori non fanno parte del tifo organizzato della Pro Patria, non penso siano persone che frequentano abitualmente lo stadio». Opinione condivisa anche da un tifoso del Pro Patria Club: «È un gesto da condannare. Gli autori dei cori non fanno parte dei gruppi di tifosi abituali, ma con il loro gesto hanno messo in cattiva luce tutta la città».

Il patron della Pro Patria, Pietro Vavassori, si è sintonizzato sulla stessa linea d’onda: «Innanzitutto preciso che sono stati isolati quei signori che hanno fatto cori razzisti e non sono ultras della Pro Patria: sono persone che non vediamo mai allo stadio, persone che hanno utilizzato questo grande evento per rovinare la festa a tutti, che hanno rovinato la partita contro una delle squadra più prestigiose al mondo».

E Boateng? In fondo, il giocatore del Milan poteva essere più flessibile: doveva stare muto, non frignare, non scagliare la palla in tribuna a «200 all’ora» e continuare a giocare. Il sindaco di Busto Arsizio, Gianluigi Farioli (Pdl), si è lamentato della scarsa professionalità di arbitro e giocatori: «Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare. Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su di un tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria». Già.

Il deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto su Facebook:

Boateng lancia a 200 all’ora la palla su un tifoso perchè infastidito da “buuu” e cori sulla fidanzata. Tutta l’informazione contro il razzismo di Busto ??!! Ma quale razzismo, è il gesto di una “mammoletta” che guadagna milioni l’anno e non sa fare il professionista. Busto non è razzista, e chi aveva pagato aveva il diritto di vedersi la partita. Basta con il “politically correct” ad ogni costo!

In pratica, Boateng dev’essere grato ai tifosi per non essersi beccato una banana, come successe aRoberto Carlos in Russia. Francesco Iadonisi, segretario dell’Udc di Busto, sempre su Facebook se l’è presa con i giocatori del Milan, un presunto complotto digestivo e la lingua italiana:

Cari amici Milanisti, vi invito a stracciare gli abbonamenti nel caso ne abbiate, se questi signori dovessero tornare e spero di no, lo stadio li dovrebbe accogliere vuoto. Ieri hanno colto la “palla al balzo” per evitare di giocare, magari ancora appesantiti dal pranzo natalizio. Si vergognino di aver offeso una città, lo facessero durante Milan – Inter o Milan – Juve.

Dopo la partita, le autorità sportive e comunali di Busto Arsizio si sono fatte prendere da una certa smania solidaristica. Vavassori ha comunicato la decisione di «aprire lo stadio ‘Speroni’ a tutte le persone di colore ospitandole in tribuna d’onore per festeggiare insieme la gioia di una partita di calcio» 1. Il Sindaco ha proposto, in successione, la cittadinanza onoraria a Boateng, la costituzione di parte civile del comune di Busto Arsizio nel caso di un procedimento penale e la creazione di un «laboratorio permanente per l’estirpazione del razzismo dentro e fuori dagli stadi», eventualmente presieduto dall’ex calciatore francese Lilian Thuram.

Il messaggio che si vuole lanciare non potrebbe essere più chiaro: Busto Arsizio non è una città razzista. «Non è gente di qui – ha detto il Sindaco – non deve andarci di mezzo tutta la città, qui non siamo a Verona» 2. Tuttavia, le prime denunce contro i tifosi della Pro Patria mettono in discussione l’auto-narrazione bustocca. Cito da Repubblica:

Un tifoso della Pro Patria è stato già denunciato a piede libero. E’ un giovane di 20 anni: aveva la tessera del tifoso e l’abbonamento della Pro Patria, anche se non sarebbe legato a gruppi di tifoseria organizzata. Secondo quanto è emerso dalle indagini anche gli altri autori dei cori sarebbero giovani che frequentavano abitualmente lo stadio Speroni.

Il Fatto Quotidiano rende conto del primo identikit degli autori dei cori: «Hanno tutti tra i 20 e i 28 anni, sono tifosi abituali della Pro Patria e non appartengono alle frange estreme del tifo organizzato, sebbene gli elementi raccolti facciano pensare che abbiano quantomeno una marcata simpatia politica per l’ultradestra».

olimpico_incidentiInsomma, la tesi dei Quattro Deficienti/Non-Veri-Ultras Che Sbagliano non sta in piedi. In effetti, dietro i cori razzisti del 3 gennaio si agita un bell’ambientino in camicia scura e braccia spianate al cielo.

Nella stagione 2003-2004, l’ex direttore sportivo della Pro Patria Riccardo Guffanti portò in squadra l’attaccante di colore Ikechukwu Kalu. «La reazione fu agghiacciante», ricorda VareseNews:

I tifosi in questione accolsero l’attaccante Ikechukwu Kalu disertando prima la presentazione della squadra e poi non presentandosi per tutta la stagione 2003-2004 sugli spalti. Nel corso della stagione un numero ristretto di persone non ha lesinato delle minacce nei confronti del dirigente, reo di aver fatto questa scelta.

L’anno precedente (aprile 2002), la tifoseria del Pro Patria si meritò una citazione nel rapporto Racism, Football and the Internet stilato dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia:

The Pro Patria supporter group site shows more interest for football, but Fascist symbols and racist references are still abundant. What seems to be really alarming in this site is the area containing songs and chants (presented in a downloadable format). This section contains stadium chants as well as other slogans like “there are no Italian niggers” and the monkey imitation racist supporters make when a black player touches the ball.

Nel 2009, dopo una partita contro il Varese, la Pro Patria venne multata di 5000 euro per gli insulti ai calciatori avversari Osuji e Ebagua; nel novembre 2011, i cori nei confronti di Dimas del Montichiari vennero sanzionati con 7500 euro di multa; e nell’ottobre 2012, le frasi razziste rivolte ai giocatori Kanouté e Jidayi del Valle d’Aosta costarono alla società altri 5000 euro.

Fuori dagli spalti dello stadio “Speroni”, la situazione a Busto Arsizio (città a cui è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta di Liberazione) e dintorni non è certamente migliore. Nel settembre del 2007 la Digos fece un blitz contro il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, fondato nel 2002 dall’albergatore di Castano Primo (Milano) Pier Luigi Pagliuchi. Il movimento neonazista 1aveva presentato dei candidati in occasione delle amministrative del 2006-2007 in alcuni comuni delle province di Varese, Como, Lecco e Milano, riuscendo ad eleggere un consigliere a Nosate.

Dall’indagine spuntarono fuori «volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, manifesti del periodo hitleriano, un pugnale, felpe con simboli», una raccolta fondi per terroristi neri ed una festa di compleanno di Adolf Hitler celebrata il 23 aprile 2007 in una birreria di Buguggiate. Secondo le carte dell’inchiesta, questo è quello che è successo 5 anni fa alla birreria “Centro del lago”:

[…] Quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «…la stella gialla sui negozi ebrei». Di male in peggio: la bellissima «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’ improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale nazista Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciao e divenne. «Priebke, cuore di acciaio». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri du du du…in cerca di guai».

Il 25 ottobre 2012 il pm Luca Petrucci ha notificato 22 avvisi di comparizione ad altrettante persone, indagate per istigazione all’odio razziale. Tra gli indagati, riporta VareseNews, c’è anche il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada (ex capogruppo di An, ora Pdl), che all’epoca era il gestore del locale. Repubblica lo descrive così: «un signore che per gli ultrà “neri” della Pro Patria è una specie di totem».

Nel 2007, il partigiano e reduce dei lager nazisti Angioletto Castiglioni (scomparso nel 2011) venneaggredito verbalmente («sporco partigiano») da una ventina di neonazi nel pieno centro della città. Nel 2009, un cittadino segnalò che una bancarella al mercato dell’antiquariato di Busto «esponeva e vendeva esclusivamente oggetti ineggianti al fascismo e nazismo, come coltelli con svastiche, magliette con simboli e scritte nazifasciste, manganelli, busti del duce e quant’altro». Non mancano i raid razzisti: il 2 ottobre 2010, a Gallarate, tre estremisti di destra (armati di fido manganello) entrarono nel circolo Juventus di Sciarè e, al grido di «bastardi extracomunitari dovete andarvene dall’Italia», aggredirono cinque uomini originari del Bangladesh. Infine, negli scorsi mesi sui muri della città sono apparse diverse celtiche accompagnate da scritte concilianti quali «Calci in pancia a compagna incinta».

Dal 2009, inoltre, a Busto Arsizio è molto attiva l’associazione culturale Ardito Borgo («nata per offrire un’alternativa giovanile»), che periodicamente organizza concerti di band RAC (Rock Against Communism), “identitarie”, “non conformi” e qualsiasi altro aggettivo si possa tirare in ballo per non dire nazifasciste. Secondo Paolo Berizzi di Repubblica, molti iscritti all’Ardito Borgo «sono vicini a Forza Nuova, sono collegati con la Skinhouse di Bollate e con i duri di Militia Como, altri due avamposti dell’estremismo nero in Lombardia».

oltrenero_0039E non solo: il Borgo «è considerato, di fatto, un solo corpo con gli ultrà della Pro Patria». Il 4 giugno del 2011, l’associazione aveva organizzato una festa (intitolata “Avanti le pinte – atto II”) proprio insieme agli ultras della Pro Patria. «Tra sedi chiuse e altre vicende ben note legate alla Pro Patria 2 abbiamo deciso di unire le forze e dimostrare che nessuno dei due vuole mollare e continuare a testa alta con lo spirito di aggregazione giovanile che ci accomuna».

Secondo «il ragionamento informale» di un investigatore che segue le tifoserie più estreme e violente della provincia di Varese, i fatti del 3 gennaio fanno parte di una strategia premeditata e non estemporanea: «È vero che si giocava col Milan, ma 200 ultrà della Pro Patria schierati il 3 gennaio in un giorno feriale alle due e mezza del pomeriggio, non si vedevano dal ‘45…» La sensazione, scrive Berizzi

è che il pacchetto-Boateng […] sia deflagrato, in realtà, in modo tutt’altro che imprevisto da parte dei leader della curva. Un’esibizione organizzata, magari proprio con l’intenzione di «fare casino», sfruttando la visibilità offerta da una squadra blasonata, e seguita in tutto il mondo, come il Milan.

Missione compiuta, non c’è che dire. Con buona pace della consolatoria storiella dei Quattro Pirla che guastano la «festa».

Autore: Blicero

La Svastica Sul Busto

 

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Ricordi di una Strage


Il Comune e l’Associazione parenti delle vittime lanciano un sito con l’obiettivo di raccontare le storie di chi ha vissuto quel tragico 2 agosto 1980.

Dalla lapide al blog collettivo, dalle manifestazioni di piazza agli hashtag online, la commemorazione di eventi del passato passa sempre più dalla rete.
Lo scorso anno la rete civica Iperbole del Comune di Bologna aveva invitato gli utenti a condividere su Twitter e Facebook un ricordo della strage di Bologna. Accompagnate dall’hashtag #ioricordo, erano arrivate decine di testimonianze di parenti delle vittime, di sopravvissuti, ma anche semplici di bolognesi che si trovavano a pochi metri dalla stazione il 2 Agosto 1980.
In occasione del 32esimo anniversario della strage, Iperbole rilancia il progetto con unTumblr che intende aggregare tutte le testimonianze condivise l’anno scorso e quelle che ancora oggi continuano ad arrivare. Un modo per sottrarre alla velocità della rete i migliori contributi e provare a costruire una memoria dal basso di uno degli eventi più tragici della storia italiana recente.

http://dueagosto.tumblr.com/tagged/vittime#.UBo-Z2E0OfU

Maria insieme ad Angela, la figlia di soli 3 anni, aspetta nella sala d’attesa. Stava partendo con due amiche, Verdiana e Silvana, per una vacanza sul lago di Garda. Angela è la vittima più piccola della strage. I resti di Maria furono furono riconosciuti solo il 29 dicembre. A casa Fresu, a Gricciano di Montespertoli, rimangono i genitori di Angela e i suoi sette fratelli. Il nonno Salvatore ricorda la sua nipotina Angela: “Voleva sempre venire sul campo con me, in trattore”.

ANGELA FRESU (3 anni)

MARIA FRESU (24 anni)

il #2agosto la mia nonna era nella sala d’attesa.Persone accanto a lei sono morte,lei è qua.Da quel giorno ha i capelli bianchi come la neve (Luca Ghinelli)

Giuseppe e Antonio, due fratelli, due compagni di giochi e lavoro. In vacanza a Rimini conoscono tre ragazze straniere e decidono di accompagnarle a Bologna a prendere il treno.Ricorda Antonio: “[…]e così siamo arrivati sul primo binario dove c’era proprio un treno che partiva per Basilea. Noi eravamo sulla destra delle sale d’aspetto, lontano dai vagoni, e per avvicinarci ci siamo avviati verso sinistra. Giuseppe camminava in fretta, andava sempre di corsa lui. Io invece mi sono fermato e voltato indietro per aspettare un nostro amico che camminava lentamente. A quel punto ho sentito un gran botto, poi sono svenuto e non ho visto più niente. Mi sono svegliato per terra, fuori della stazione, e mi hanno portato all’ospedale perché avevo la testa rotta. Giuseppe non l’ho visto fino alla sera, quando ho saputo che era morto”.

GIUSEPPE PATRUNO (18 anni)

Da wikipedia:

La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Come esecutori materiali furono individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai NAR, tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Alle 10.25 di 32 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B”, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).
Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi (La Stampa, 31.7.2010):

“I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

Lapide alla stazione di Bologna
I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).

Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità”.

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Sono immerso da mesi nella lettura – matta e disperatissima – di saggi, libri, paper, relazioni, Considerazioni Finali degli anni Settanta, al fine di completare con lo storico Sandro Gerbi un saggio dedicato alla figura di Paolo Baffi, Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell’esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l’assassinio del giudice Mario Amato – che indagava come il giudice Occorsio sui NAR – con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell’ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l’impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S: per approfondimenti, consiglio la lettura di Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, BUR Rizzoli

Strage di Bologna: ricordare per la democrazia

Messaggio del Presidente della Repubblica Napolitano a 32 anni dall’eccidio: “Il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo consente di trasmettere il senso della libertà e della democrazia”. Cancellieri: “Molti interrogativi restano senza risposta”.

“Nel trentaduesimo anniversario della strage rivolgo il mio pensiero commosso alleottantacinque vittime di quel vile atto terroristico e agli oltre duecento feriti, rimasti indelebilmente segnati dall’orrore di quella mattina, e sono vicino ai famigliari delle vittime e dei feriti”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi.

 

2 Agosto, Raisi contro Bolognesi: «È un abusivo»
Il deputato di Fli attacca il presidente dei familiari: «Non ha titoli per stare nell’associazione»

L’AMACA di Michele Serra
Basta avere perso la suocera per considerarsi a pieno titolo parente delle vittime di una strage? Sembra Achille Campanile, puro umorismo nero, è invece la cronaca politica di questo pazzesco Paese, nel quale uno dei condannati per la strage di Bologna (il serial killer Giuseppe Valerio Fioravanti) e un deputato di destra non convinto della sentenza (Raisi) accusano il presidente dell’Associazione delle vittime di non essere legittimato a quel ruolo perché in quella mattanza ha perduto solamente la suocera…
Ridere e piangere per la stessa notizia è cosa che capita sempre più spesso. Non sai se siano la vergogna o il ridicolo, l’ira o l’ilarità a garantire il miglior esito ai tuoi sentimenti. Nel dubbio, preferendo non fare domande a Fioravanti, è al deputato Raisi che chiediamo di chiarire meglio la sua posizione stilando una graduatoria che consenta ai parenti delle vittime di tutte le stragi di legittimarsi. È sufficiente perdere la moglie? Un figlio può bastare? E quanti punti in meno valgono, secondo Raisi, un cognato, un cugino? E un partner molto amato, ma non sposato regolarmente, vale, quanto a gravità del lutto, come un coniuge regolare, o la Chiesa metterebbe il veto?

In occasione del trentesimo anniversario, la ricostruzione a fumetti dei fatti della strage alla stazione di Bologna. Con prefazione di Carlo Lucarelli, intervista di Gian Antonio Stella a Valerio Fioravanti e un contributo di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna.

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli

Come accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione dellastrage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, eValerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

FONTI :

http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/08/01/anniversario-della-strage-di-bologna-la-polemica-raisi-bolognesi-lamaca-di-michele-serra/

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Bologna

http://www.rassegna.it/articoli/2012/08/2/90635/strage-di-bologna-ricordare-per-la-democrazia

http://www.linkiesta.it/bologna-strage

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2012/07/31/strage_bologna_tumblr_ricordo_online.html

http://dueagosto.tumblr.com/

http://www.beccogiallo.org/shop/edizioni-beccogiallo/31-la-strage-di-bologna.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/strage-di-bologna-il-vero-scandalo-nelle-parole-di-gelli/306727/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, cose da PDL, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, politica, società, violenza

Siamo tutti fascisti


In qualche modo, oggi si chiude la lunga orbita che questo paese e tanti di noi hanno iniziato a percorrere 11 anni fa. Che quella del g8 di Genova fu macelleria messicana oggi è verità processuale, non più impugnabile. Dopo un decennio, la repubblica, con inaccettabile ritardo, viene a sapere che sul suolo metropolitano persone innocenti e pacifiche sono state barbaramente torturate e che la verità dei fatti fu completamente travisata nei verbali ufficiali delle forze dell’ordine. Tutto questo non in uno staterello africano dal nome impronunciabile, ma nel cuore dell’antica Europa, in una delle 8 nazioni più economicamente avanzate del mondo.

Chi non è mai stato oggetto di un pestaggio o di una vessazione fisica non può sapere che se il dolore e le ferite (almeno quelle che non inducono invalidità permanenti) passano., l’umiliazione che viene imposta all’anima attraverso il corpo, no. E questo diventa veramente inaccettabile quando il carnefice non è un nemico, uno che parla un’altra lingua o indossa un’altra divisa, ma uno che gioca nella tua stessa squadra. Uno del quale, in un modo o nell’altro, hai avuto fiducia perché sulle mostrine porta la tua bandiera.

A meno delle inqualificabili leggi razziali, gli aspetti più truci del fascismo il nostro paese non li ha vissuti nel ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale, ma probabilmente nei 50 che l’hanno succeduta, quando in nome dell’integrità militare e politica dell’occidente, la democrazia sulla quale idealmente era stata fondata questa nazione si è andata lentamente svuotando di significato fino a trasformarsi nel concetto astratto di cui ora siamo tristemente protagonisti.

L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini. La Chiesa, i Carabinieri, i Partiti, i Sindacati, ecc. regnano come pallidi signori medievali su una terra oscura, senza il barlume di una scintilla di luce. Morta nell’anima prima che nel lavoro e nella politica.

E in questo fascismo intrinseco indotto dalla sfiducia in sé stessi, gli italiani si trovano ad avere come capi della polizia gli stessi che dieci anni prima avevano ordinato, corrotto, picchiato ed infine mentito. “Grandi professionisti” dicono i giornali, quasi a farci pensare che la pena per costoro “che nel frattempo avevano fatto carriera” giunge inopportuna perché le forze dell’ordine ne escono “decapitate”.

Triste è il paese che ha bisogno di eroi, tristissimo quello che si ritrova questi eroi come capi di forze dell’ordine. Gente la cui mancanza di professionalità è un dato così evidente che non può essere citato perché vorrebbe dire mettere in crisi il sistema s nella sua stessa spina dorsale. Tanti i fatti, anche recentissimi, che lo dimostrano senza ombra di dubbio e senza possedere quelle competenze che per caso io, in prima persona, mi ritrovo a possedere. Non li cito per rispetto delle vittime, ma sappiamo tutti di chi stiamo parlando.

Una polizia incompetente, improvvisata e pronta truccare le carte è l’indispensabile stampella sulla quale si poggia una classe dirigente corrotta e criminale. Classe dirigente che noi abbiamo la colpa di tollerare e sostenere da anni perché nel cuore, magari nella parte più nascosta, siamo tutti fascisti.

fonte : http://www.mentecritica.net/siamo-tutti-fascisti/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/26995/

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, cultura, estero, ICI PER LA CHIESA, libertà, politica, religione, violenza

Argentina, non solo Videla. Complicità e atrocità della chiesa cattolica


Giornali e televisioni hanno dato la notizia delle condanne per il rapimento dei figli dei desaparecidos da parte di molti responsabili della giunta militare argentina che durante la feroce dittatura si resero responsabili di almeno 30.000 sparizioni di giovani di sinistra e dei loro figli che nascevano nelle stanze di tortura dell’Esma. Le donne dopo aver partorito venivano sempre uccise.
Naturalmente la stampa italiana sempre prona davanti alla Chiesa cattolica non ha detto nulla sulla responsabilità dei vertici vaticani che in quel periodo, come scrisse Horacio Vertbitsky nei suoi libri, “Il volo e L’isola del silenzio,” spronava i militari ad eliminare l’erba cattiva. Responsabilità emerse anche durante questo processo.
Sul El Pais la notizia sul coinvolgimento della chiesa di Roma sta in prima pagina: «Muchos de ellos aún siguen dando misa»

“Molti di loro continuano a dire messa”. Queste le parole Victoria Montenegro, 36 anni, figlia di genitori desaparecidos, la quale afferma che il piano sistematico del rapimento dei neonati, come è venuto a galla durante questo processo “ha dejado en evidencia la participación que tuvo la Iglesia en los hechos”; “ha posto in evidenza la partecipazione che ebbe la Chiesa in questi fatti”.
“Nel mio caso – racconta la donna – il miei genitori adottivi mi raccontarono che mi “ritirarono” in un commissariato. (…) Nel commissariato c’erano molti neonati, sorvegliati da monache cattoliche. Di fatto a me mi battezzò nel commissariato un prete che sapeva perfettamente che le persone che mi stavano prendendo non erano miei genitori”.

“A questi rapimenti collaborarono gli stessi sacerdoti – continua la Montenegro – che benedivano le armi e dava sostegno agli uomini prima dei voli della morte”.
“Quando non sapevamo a chi rivolgersi per avere giustizia la Chiesa cattolica non solo non ci aiutò ma cercò in tutti i modi di opporsi alle ricerche” ”, ricorda la vicepresidentessa de las Abuelas de la Plaza de Mayo, Rosa Roisinblit, de 92 anni.

E così, per ora, mentre l’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla è stato condannato a 50 anni di carcere per il sequestro dei figli dei desaparecidos durante l’ultimo regime militare (1976-1983), e Jorge Acosta, “el Tigre”, che diresse il campo di concentramento dell’Esma, a 30 anni, le gerarchie dalla Chiesa cattolica argentina e i responsabili del vaticano che già negli anni sessanta preparavano la mattanza nell’America latina ‘contaminata’ dalla Teologia della liberazione, continuano imperterriti a parlare di amore cristiano utilizzando i nostri otto miliardi per pagare anche il silenzio dei giornalisti italiani.

Fonte: dazebao news | Autore: giulia de baudi

http://www.controlacrisi.org/notizia/Altro/2012/7/7/24284-argentina-non-solo-videla-complicita-e-atrocita-della/

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ROMANZO DI UNA STRAGE


Il trailer di “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana in uscita venerdì 30 marzo sulla strage di piazza Fontana

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RECENSIONI IN RETE

Mymovies

Romanzo di una strage

Un film di Marco Tullio Giordana. Con Valerio MastandreaPierfrancesco FavinoMichela CesconLaura ChiattiFabrizio Gifuni.

 Drammatico, durata 129 min. – Italia 2012.

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Ondacinema

Matteo De Simei Romanzo di una strage

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Film Scoop

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Cinema del Silenzio

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RASSEGNA STAMPA

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Corriere della Sera 25 marzo 2012

Romanzo di una strage visto da Mario Calabresi

Aldo Cazzullo

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L’Unità 27 marzo 2012

Un film fatto per la meglio Italia

Alberto Crespi

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L’Unità 27 marzo 2012

Il romanzo di una strage infinita

Gabriella Gallozzi

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Corriere della Sera 27 marzo 2012

L’anarchico e il commissario. I due protagonisti tra i poteri oscuri

Paolo Mereghetti

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La Repubblica 27 marzo 2012

Il romanzo di Piazza Fontana ma il finale bipartisan non regge

Curzio Maltese

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La Stampa 27 marzo 2012

Rivivono i fantasmi di un Paese che non ha memoria

Michele Brambilla

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Il Riformista 27 marzo 2012

Piazza Fontana, bugie e depistaggi. I giovani andranno?

Romanzo di una strage

di Michele Anselmi

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Secolo d’Italia  27 marzo 2012

Piazza Fontana, finalmente un film contro le vulgate

Maurizio Cabona

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Libero 27 marzo 2012

L’hanno ucciso un’altra volta

Giampaolo Pansa

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Il Messaggero 27 marzo 2012

Quella lotta tra Stato e antistato

Mario Ajello

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Corriere della Sera 28 marzo 2012

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

 Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Corrado Stajano
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Gli Altri  29 marzo 2012

Andrea Colombo

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L’Espresso 30 marzo 2012

Calabresi vittima non carnefice

intervista a Dario Fo

Roberto Di Caro

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Il Fatto Quotidiano 30 marzo 2012

La seconda bomba di piazza Fontana

Cucchiarelli con il suo libro ha ispirato il film di Giordana: «Lo dicono le perizie»

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Malcom Pagani

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Il Messaggero 31 marzo 2012

«A piazza Fontana una sola bomba» L’altra verità di Adriano Sofri

L’ex leader di Lotta Continua contesta la tesi del libro da cui è tratto il film di Giordana

Stefano Cappellini

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Il Fatto Quotidiano 1 aprile 2012
Gianni Barbacetto
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.L’Unità 1 aprile 2012
Lo scrittore Carlo Lucarelli smentisce la tesi sostenuta nel film di Giordana sulla strage di Piazza Fontana: «Nessuna prova. Si rischia di oscurare la verità»
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Il Sole 24 ore 1 aprile 2012
Goffredo Fofi
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La Repubblica 1 aprile 2012
Miguel Gotor
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LIBRI

Il Post  31 marzo 2012

43 anni. Piazza Fontana. Un libro, un film

Adriano Sofri
 si può scaricare qui.

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani.  (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano). Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti. E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora. “

Indice
43 anni 3
Gunhild 8
Perché comincio da qui 10
L’anonimo e il passeggero 16
Il raddoppio universale 18
Promemoria sugli errori più vistosi 28
I fratelli Erda 31
La toppa peggiore del buco 36
La cantonata del compagno misterioso 38
L’Italia di Maramaldo 42
L’alibi superfluo 43
La tredicesima in tasca 45
Ce l’hanno con Valpreda 52
Sottosanti 56
Sottosanti e la cassetta 58
Dovevamo interrogarlo su Sottosanti 69
Le due bombe “ritirate” 76
La cantonata del numero 7 78
L’altro ferroviere 83
Il treno impossibile 88
Altre illazioni131
Il confronto immaginario 90
Potenza del nazimaoismo 93
Il timer, la miccia e la logica 95
Le mani in tasca a Pinelli 100
Spoon River 103
Le fonti anonime 106
43 anni 108
Appendice
L’alibi di Pinelli 112
Cronologia 122
Persone 125

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Adriano Sofri “La notte che Pinelli” Sellerio 2009 .

la recensione di Valerio Evangelisti a “La notte che Pinelli”  roma.indymedia.it

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Camilla Cederna “Pinelli. Una finestra sulla strage

Nutopia [sergio falcone & co.]

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VIDEO  E TRASMISSIONI TV

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Carlo Lucarelli Piazza Fontana

Blu Notte

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Sergio Zavoli Piazza Fontana

La notte della Repubblica

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Piazza Fontana: una strage di Stato?

La morte di Giuseppe Pinelli

La prima vittima: storia di Luigi Calabresi

La Storia siamo noi

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Ipotesi su Pinelli

Documentario su Giuseppe Pinelli, Strage Piazza Fontana
Elio Petri, Nelo Risi

fonte http://foglianuova.wordpress.com/2012/03/31/romanzo-di-una-strage/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, libertà, politica

Vivere da Partigiani


 

“Io vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.” (A.  Gramsci)

Io sono ribelle per nascita, non e’ un merito o un atteggiamento che ho ottenuto vivendo o entrando nell’adolescenza. Ero ribelle a due anni, lo sono adesso e lo sarò a sessanta, se essere ribelli significa cercare giustizia, benessere e progresso. E’ una mia proprietà intrinseca presente dalla nascita, presente nel mio corpo e in ogni sua cellula che istante dopo istante si rigenera a suon di ciò che mi circonda.

Ciò che mi circonda, perlopiù, e’ l’indifferenza della gente che giorno dopo giorno si adatta ai dettami di una società come fosse una religione, dimenticando se stessa e dove voleva andare, lasciandosi oziosamente guidare dai voleri di chi (per nascita o per fortuna) si e’ ritrovato a gestire un paese a suo completo interesse e comodità. E più trovo indifferenza sul mio cammino, più le mie cellule si ribellano, si contorcono, mi ordinano di agire e cambiare il mondo, che cambiarlo può farlo chiunque, che la storia ne e’ piena di esempi.

Gli indifferenti, invece, nella storia trovano altri esempi, quelli che fanno comodo a loro. Forse le loro cellule non sono ribelli quanto le mie, perche’ sembrano cogliere sempre e solo ciò che la storia ha di negativo da insegnarci: che i padroni ci sono sempre stati, i poveri anche, e ringraziamo Dio se oggi abbiamo il Parlamento e il Suffragio Universale… come se poi certe cose facciano realmente la differenza.

Io anche ho notato certe cose, perche’ non sono ne’ cieca ne’ ignorante ne’ totalmente sprovveduta. Però le mie cellule tendono a dare maggior importanza a Giordano Bruno e Galileo, Newton e Tesla, Freud, Marx, Nietzsche… a tutti quei personaggi che con impegno e costanza hanno portato avanti le loro idee. Tendo a dare importanza a tutte quelle persone che hanno deviato il corso della storia perche’ lo ritenevano più giusto, alla consapevolezza che nulla succede se non per azione diretta di qualcuno. E saranno le mie cellule, sarà che sono nata in febbraio… ma sento la febbrile necessità di cambiare ciò che mi circonda, di non adattarmi a quello che ho trovato. Sarei una dis-adattata sociale? E’ questa la mia colpa? Il mio merito? La mia incapacità? La mia forza?

Il mio cervello non può fare a meno di pensare alla natura dell’uomo, alla sua caratteristica principale: l’uomo non si e’ adattato al mondo, ma lo ha plasmato e sfruttato secondo il suo bisogno. La mia colpa, il mio merito, e’ dunque quello di essere troppo umana? E gli indifferenti a quale astrusa specie a me sconosciuta appartengono? Sono io ad essere troppo umana o sono loro ad aver perso la loro principale caratteristica? Sono stati loro ad averla buttata o qualcuno gliel’ha voluta rubare?

A me hanno provato a rubarla un sacco di volte. E continuano, continuano, ogni volta una persona e un evento diversi, ogni volta con una scusa diversa. E prima perche’ devo finire la scuola e prendere il diploma (chissà poi perche’), e quindi “taci, ignora tutto e stringi i denti” (o, come tradurrebbe qualcuno qui dentro “zitta e continua a prenderlo in culo”). Poi perche’ non e’ possibile combattere tutte le battaglie, a volte bisogna perdere, e chissenefrega se sono tutte vitali, l’importante e’ partecipare. E poi, suvvia, bisogna imparare a rapportarsi con il mondo e adattarsi alla società in cui si vive. Ma e’ proprio un umano chi mi dice tutto ciò? Lo stesso umano che se nella preistoria non avesse trovato un modo per plasmare il mondo, si sarebbe estinto in un batter d’occhi, da un giorno all’altro, senza lasciare traccia della sua esistenza?

No grazie, io non mi adatto. Non mi adatto a questa scenografia da società oligarchica che vuole spacciarsi come l’unica possibile. Non mi adatto al dovere di delegare, no, tanto vale allora che deleghi la mia stessa vita, le mie stesse scelte, le mie stesse passioni, ai capricci del governo di turno. Che mi sparino, allora!

Bergson, nel 1907, scriveva che l’umanità “non sa abbastanza che il suo divenire dipende da lei. A lei vedere prima di tutto se vuole soltanto vivere, o fornire anche lo sforzo perche’ si compia, anche sul nostro pianeta refrattario, la funzione essenziale dell’universo, che e’ una macchina destinata a creare delle divinità.”

Io ho fatto la mia scelta, quella di voler perfezionare questa macchina costi quel che costi. Stringo un patto con me stessa, un patto che probabilmente ho già stretto alla nascita, o in una qualche eventuale vita passata: il patto di non piegarmi, per nessuna ragione al mondo, qualunque fosse il prezzo della mia ribellione. Da oggi sono in guerra, in guerra contro il potere e contro chi gli e’ indifferente. In guerra perche’ l’unico valore su cui posso contare e’ la mia vita, ed e’ questa la posta in gioco di questa guerra: un bene troppo prezioso per accettare compromessi.

N.B. la scrivente e’ consapevole che su tutte le “e” e “perche” del testo non va l’apostrofo ma l’accento. Causa tastiera che fa i capricci, mi devo accontentare dell’apostrofo.

GILDA

FONTE :  http://www.mentecritica.net/vivere-da-partigiani/meccanica-delle-cose/il-futuro-e-nei-giovani/gilda/23797/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, guerre, opinioni, pd, politica

Contro il revisionismo storico: noi ricordiamo tutto.


Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani

Benito Mussolini
1920

Da quanto nel 2004 l’allora governo Berlusconi introdusse per legge il “Giorno del ricordo” ogni anno il 10 febbraio si ripete lo stesso rituale.
La pressoché totalità del mondo politico svolge la funzione che fino a pochi anni fa era appannaggio esclusivo della destra missina, irredentista e neofascista: organizza seminari, convegni, commemorazioni, non di rado manifestazioni di piazza e mobilitazioni vere e proprie. Buona parte del mondo accademico e di quella che con molta presunzione si ritiene l’élite intellettuale – basta sfogliare in questi giorni i più letti quotidiani nazionali – sale sul carro del vincitore e di tanto in tanto, all’approssimarsi della ricorrenza, dà in pasto all’opinione pubblica nuovi dettagli, nuove cifre, nuove ricostruzioni. Poco importa che si tratti in larga misura di vere e proprie mistificazioni.
Quel che rileva è che il rituale del 10 febbraio, con tutto ciò che muove, è tutt’altro che un rituale stanco e statico. Si tratta al contrario di un rituale dinamico, gravido di conseguenze e di capacità di costruire e a sua volta descrivere un “senso comune” che progressivamente, in questi anni, ha conquistato e conquista forza, valenza e significati che vanno ben oltre le stesse previsioni politiche ipotizzate dai promotori dell’iniziativa di legge.
E allora forse conviene fermarsi a riflettere, e provare a ragionare intorno a questi pochi elementi, che a me paiono di una qualche rilevanza.
Il primo: il “Giorno del ricordo” sceglie di fare i conti con una porzione di storia artificiosamente estrapolata dalle vicende precedenti la Liberazione di Gorizia del 1° maggio 1945. Affronta il tema delle foibe come se fossero un evento sconnesso dalla Storia. Quale storia? Vent’anni di regime fascista che, sul confine orientale, ha corrisposto alla persecuzione nazionalista e razzista di oltre mezzo milione di sloveni e croati che abitavano nei territori divenuti italiani dopo la fine della Prima Guerra Mondiale (divieto di parlare la propria lingua, soppressione delle associazioni slovene e croate, incarcerazione e condanna a morte dei resistenti), con il lugubre epilogo (1941-45) della guerra di aggressione nazifascista alla Jugoslavia e la deportazione nei campi di concentramento (Arbe/Rab, Gonars e molti altri) di migliaia di persone.
Il secondo: lo stesso utilizzo massiccio delle foibe, esattamente all’opposto di quello che si vuole fare credere, è storicamente riconducibile alle persecuzioni e alle esecuzioni di antifascisti (soprattutto slavi ma anche italiani) messe in atto a partire dal 1942 dal fascistissimo e italianissimo Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia.
Il terzo: quando nel 1943 sono anche i partigiani titini ad eseguire esecuzioni e ad utilizzare le foibe come luogo di sepoltura, le vittime sono nella stragrande maggioranza dei casi uomini compromessi con il fascismo (collaborazionisti a diverso titolo, come nella segnalazione di ebrei, allo scopo dei rastrellamenti, al “Centro per lo studio del problema ebraico” aperto nel giugno del 1942 a Trieste) quando non militari dell’esercito italiano prima e dell’esercito occupante tedesco poi. Questa è la realtà dei fatti. I documenti storiografici a disposizione di chi volesse studiare il fenomeno in maniera seria e rigorosa parlano di poche centinaia di persone uccise in Istria dopo l’insurrezione dell’8 settembre e la successiva rioccupazione da parte dei nazifascisti e di poche decine tra Trieste e Gorizia dopo il 1945.
Una gigantesca operazione di mistificazione storica, dunque. Che passa attraverso l’utilizzo di fatti specifici e circostanziati, collocati all’interno di quello scenario di guerra e di resistenza, allo scopo di riscrivere a proprio uso e consumo la storia nazionale, legittimandone le pagine peggiori e, di conseguenza, una presunta memoria condivisa che, nei fatti, è l’apologia del peggiore nazionalismo.
Qual è la relazione tra questo revisionismo storico e l’Italia di questi mesi? Ve ne sono molte, perché la cultura storiografica delle classi dominanti è parte della cultura complessiva delle classi dominanti. E questo, come sappiamo, accompagna e in una certa misura motiva e legittima le stesse classi dominanti e le loro scelte.
Nel nostro caso, l’operazione-foibe è funzionale alla costruzione di una narrazione utile a sdoganare protagonisti altrimenti impresentabili e, insieme ad essi, una vocazione interventista ed espansionistica e un abnorme orgoglio nazionale, cresciuto ancor più in corrispondenza delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Non stupiamoci se tra qualche mese, se non tra qualche settimana, questi ingredienti verranno utilizzati per sorreggere una nuova operazione di guerra, questa volta molto probabilmente contro la Siria.
Un motivo in più per ricordare e ricordare a noi stessi il senso di questo 10 febbraio. Per ricordare tutto.

SIMONE OGGIONI

 

FONTE : http://www.reblab.it/2012/02/contro-il-revisionismo-storico-noi-ricordiamo-tutto/

Pubblicato in: antifascismo, facebook, lega, OMOFOBIA, politica, razzismo

Ti odio su Facebook, due anni dopo.


Quando nel 2010 ho pubblicato ‘Ti odio su Facebook’ ero convinto che il libro sarebbe diventato presto obsoleto. I gruppi inneggianti al Duce o alle Br, le miriadi di manifestazioni di violenza e intolleranza di personaggi anche pubblici a livello locale: pensavo che tutto questo, raccontato nelle sue pagine, sarebbe scomparso da bacheche e giornali, sopraffatto dalla graduale presa di consapevolezza da parte degli utenti della pubblicità del mezzo, da un lato, e delle dinamiche del trolling, dall’altro.

Impossibile stabilire un confronto quantitativo, naturalmente, che permetta di tirare delle conclusioni statisticamente fondate sulla diffusione dell’odio sul social network di Mark Zuckerberg. Eppure le cronache di questi giorni sembrano indicare che mi sbagliavo. Con 20 milioni di italiani iscritti, e un fenomeno che  a livello planetario riguarda ormai 800 milioni di individui, ci sono ancora docenti che su Facebook non fanno mistero delle proprie posizioni antisemite, consiglieri che sostengono che contro gli immigrati «servono i forni» e assessori che dichiarano candidamente che a loro avviso l’omosessualità è una «turba psichica».

Posizioni in certi casi degni del ‘miglior’ trolling: manca solo il tiro al bersaglio contro i bambini down. Con la differenza che, in tutti questi casi, non c’è nemmeno l’intento (per quanto maldestro, azzardato o sopra le righe) di far ridere, farsi notare o denunciare ipocrisie: è pura e semplice idiozia messa in bella mostra, senza alcuna remora, davanti a milioni di concittadini.

Due anni fa ho scritto quel libro per raccontare come molti giornalisti avessero travisato alcune dinamiche dell’odio in rete, finendo mani e piedi nelle trappole di buontemponi e provocatori – con la conseguenza, per fortuna finora sventata, di legittimare strette repressive della libera espressione sul web. Oggi mi viene da pensare che, mentre la gran parte dei professionisti dell’informazione ha colmato in breve tempo la lacuna, altrettanto non si possa dire di alcuni personaggi pubblici.

O forse hanno capito, ma se ne infischiano. Il che sarebbe anche più grave.

FONTE http://ilnichilista.wordpress.com/2012/01/08/ti-odio-su-facebook-due-anni-dopo/

Pubblicato in: antifascismo

11 settembre 1973


L’undici settembre è una data che ci rimarrà nel cuore per l’attacco al cuore del mondo occidentale da parte di pazzoidi che credevano di agire in nome di Dio così come i crociati che tanto odiano e odiamo. Come potrei dimenticare quel giorno, io che gioco di sopra con mia sorella, e mia madre che ci chiama e poi quelle immagini, il fumo che si alza dalle torri, la gente che grida, che si butta dai piani più alti nel isperato tentativo di salvarsi o morire più rapidamente. Ricordo della rabbia che mi ha pervaso nei giorni successivi, non verso l’intero islam come Orianna Fallaci ma contro i terroristi, quei misteriosi uomini che hanno drasticamente posto fine alla mia infanzia così come la foto della bambina vietnamita fuggita dai raid al napalm avrà segnato l’infanzia dei miei genitori. Ma il mio articolo non sarà  su questa terribile data, ma su un altro undici settembre, quello del 73 in Cile.

11/09/1973

La nostra storia inizia tre anni prima, nel 1970, in Cile ci sono le elezioni e il leader del partito socialista cileno, Salvador Allende è alla guida dell’Unidad Popular, un fronte che unisce socialisti, comunisti e radicali corre contro il partito conservatore e la Democrazia Cristiana ; il primo turno va a vuoto con Allende in leggero vantaggio sul candidato di destra. Gli elementi più radicali del partito non credono alla vittoria di Allende e si costituiscono i primi gruppi armati per combattere il neo presidente di destra ma il popolo da loro torto e il 4 settembre 1970 Salvador Allende viene nominato presidente della repubblica del Cile.

Allende aveva realizzato il suo sogno, che il socialismo era possibile anche utilizzano forme democratiche senza cioè un rovesciamento violento della situazione socio economica del Paese. Ciò che lascia più sconcertati è che il movimento di  destra perse nonostante i grandi finanziamenti degli USA (10.000.000 $).

Vengono subito nazionalizzate le ricche miniere di rame in possesso alla multinazionale americana Anaconda Cooper Mining Company un impresa che ha l’invidiabile record di essere stata di proprietà dei  Rothschilds (1890-1899 acquistata per 7.500.000$) e dei più famosi Rockefeller che persero la proprietà a causa di un controllo anti trust voluto dall’allora presidente Theodore Roosvelt (quello dell’invasione di Cuba e Filippine) e della Kennecot anch’essa americana. 

Un’altra grande mossa di Allende è stata la riforma agraria volta ad aiutare i contadini medio piccoli, la loro alfabetizzazione e il mantenimento di questi tramite l’acquisizione dell’intero raccolto. Un altro importante passo avanti fu compiuto nelle relazioni con il governo di Fidel finora vietate dal governo americano.

Ma Nixon e soprattutto Kissinger non potevano sopportare che un “erbaccia” crescesse nel giardino di casa, Kissinger addirittura disse “Non possiamo lasciare che il Cile vada in contro al comunismo per colpa dell’incompetenza dei suoi cittadini “ dimostrando una volta per tutte l’estrema ipocrisia che come la spada di Damocle o il pendolo ne “il pozzo e il pendolo” grava sulla nomenklatura yankee .

La CIA cercò di sabotare il Cile pagando sindacati di professionisti e di studenti fascisti che cercarono di sabotare il Paese con scioperi, sul campo militare la Cia fomentò sentimenti fascisti e eliminazione di apparati militari che si rifiutarono di colpire il governo. Ma nonostante i tentativi americani il popolo non rovesciò Allende, anzi il loro amore per lui crebbe.

 In aggiunta alle condizioni per favorire l’impiego discusse in precedenza, Allende alzò i salari in diverse occasioni durante il 1970 e il 1971. Questi aumenti venivano annullati dai continui rialzi nel prezzo degli alimentari. Anche se la crescita dei prezzi aveva avuto inizio sotto Frei (27% all’anno tra il 1967 e il 1970), un paniere base di beni di consumo crebbe del 120%, da 190 a 421 escudos, in un solo mese, nell’agosto 1972.

Il crollo delle esportazioni era dovuto principalmente al crollo del prezzo del rame. Il Cile era alla mercé delle fluttuazioni nel valore del suo più importante prodotto da esportazione. Come per quasi la metà dei paesi in via di sviluppo, più del 50 percento degli introiti delle esportazioni del Cile derivava da una singola materia prima[7]. Le fluttuazioni avverse nel prezzo internazionale del rame ebbero un’influenza negativa sull’economia cilena durante il 1971-2. Il prezzo del rame cadde da un massimo di 66$ a tonnellata nel 1970 a solo 48-9$ nel 1971 e 1972. Questo crollo nel valore del rame si sarebbe combinato ad una mancanza di aiuto economico, per creare le condizioni economiche che avrebbero in seguito portato agli eventi del 1973.

Il 29 giugno 1973, un reggimento corazzato al comando del colonnello Roberto Souper circondò il palazzo presidenziale (la Moneda) in un violento ma infruttuoso tentativo di golpe. Quel colpo fallito venne seguito da un ulteriore attacco alla fine di luglio, cui questa volta si aggiunsero anche i minatori di rame di El Teniente. Il 9 agosto, il generale Prats venne nominato Ministro della Difesa, ma questa decisione si rivelò così impopolare presso i militari che il 22 agosto fu costretto a dimettersi, non solo da quell’incarico, ma anche da quello di comandante in capo dell’esercito; venne sostituito in quest’ultimo ruolo da Pinochet.

L’undici settembre Allende si trovava alla Moneda con le sue guardie del corpo e ad alcuni ministri quando venne a conoscenza del colpo di stato e il suo primo pensiero fu per le sorti di Pinochet ignorando il fatto che a guidare il golpe era lo stesso generale. Dopo una serie di ultimatum, Allende si convinse che per lui era finita, fece allontanare le figlie e i suoi ministri e si barricò dentro il palazzo presidenziale dove  diramò il suo ultimo e commuovente discorso in cui chiedeva ai cileni di resistere civilmente, di non aiutarlo per paura che molti compatriotti che a lui avevano affidato le speranze e le loro vite, morissero. Un ultimo ultimatum fu lanciato ma Allende non uscì e, affacciatosi al un balcone urlò “Allende non si arrende”. L’assedio alla Moneda duro un giorno, quando ormai i militari traditori erano entrati nel palazzo, Allende si chiuse nella stanza del gabinetto, si puntò alla bocca il mitra regalatogli da Fidel e si uccise. Uno dei suoi collaboratori lo trovò ancora con il mitra in mano, lo avvolse in una bandiera cilena e tornò a combattere gridando “il presidente è morto, viva il Cile vaffanculo, viva Allende”. Quando le ultime resistenze si arresero i soldati trovarono il corpo di Allende avvolto nella bandiera nazionale. E così il sogno di Allende morì con lui, il sogno di un Paese in mano ai lavoratori, in cui i politici fossero al servizio del popolo era caduto. Se l’undici settembre 2001 è stato un attacco all’occidente, l’undici settembre 1973 è stato senza alcun dubbio un attacco contro la democrazia e il popolo cileno ma ahime, nessuno tra i politici sembra ricordarlo e quindi spetta a noi, i campesinos, gli estudiantes, i trabacadores de todo el mundo a ricordare il compagno Allende e i 5000 cileni uccisi dalla dittatura di Pinochet. Hasta siempre compagnero presidente

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Saya? Più che uno choc è un “nazionalismo miserabile”


Donne, gay e stampa. È arrivata anche in Italia quell’onda squallida e insopportabile che imperversa su mezza Europa. E ha fatto capolino con quel grande classico presentato in apertura. Le parole di Gaetano Saya ricordano quelle che si ascoltano a Budapest, nelle sedi del Front national o delle altre formazioni anti modernità e nemiche dell’uguaglianza di genere, di etnia o preferenza sessuale. Quello del così definito Partito nazionalista più che un programma choc è una proposta miserabile, oltre qualsiasi minimo sindacale di civiltà morale e politica.

Finora abbiamo parecchio criticato la deriva populista e xenofoba di Viktor Orbán che ha fatto della destra ungherese un circolo di paranoici seduttori dei ceti inquieti. Con Saya, però, l’Italia supera anche il partito della famiglia Le Pen. Per statuto nessun incarico alle donne del sedicente difensore dell’italianità, a fronte di leadership femminili nell’estrema destra francese e ungherese. Persino i Tea party hanno esponenti di punta senza baffi né barba. 

Sempre attuale è la lotta agli omosessuali, vera minaccia alla sanità di un popolo. Discorso valido soprattutto in un paese che ha sempre fatto vanto della sua potenza sessuale, da Rodolfo Valentino alle tedesche private dell’onore sulla sabbia di Rimini. Depurare le istituzioni dalla presenza dei gay, come propone Saya, è quindi doveroso per ripristinare quella virilità romana di mussoliniana propaganda. 

Altro squallore è quello che si aggiunge col trattamento da riservare alla stampa e l’idea di un controllo governativo su cittadinanza dei giornalisti e lingua delle testate. Se è esilarante immaginare Scilipoti che autorizza la diffusione in Italia del New York Times è doveroso lanciare un appello all’Ordine dei giornalisti per verificare se il baffetto dei noantri risulta iscritto all’albo. E, in tal caso, aprire un procedimento disciplinare che porti alla sua radiazione per aver manifestato un orientamento non compatibile ai valori di una categoria che deve nutrirsi di libertà, oltre che di serietà e decenza. Il resto lo valuti la magistratura continuando a ingrossare il fascicolo col nome di Saya in copertina.

Non esente da riflessione è l’opinione pubblica. Sulla deriva della politica italiana e sulle ragioni che le permettono di partorire roba del genere. Un’Italia che viaggia spedita verso il post berlusconismo, e quindi verso la normalità della politica del sano confronto, è incompatibile con negazioni della civiltà come quella di Saya. Eppure succede, come accade che il deputato più discusso d’Italia abbia dichiarato di sentirsi onorato del fatto che il suo nome sia stato proposto per la segreteria nazionale del partito nazista di casa nostra. Del resto anche Domenico Scilipoti è uno dei pezzi migliori del pantano politico e sociale dell’Italia di Berlusconi. Eppure non ci si può arrendere al mutare della normalità. Chiedersi se un soggetto del genere non possa essere dichiarato decaduto dal suo incarico. È vero che la Costituzione assicura l’insindacabilità delle opinioni espresse dai membri delle Camere, ma prima ancora pretende la democraticità delle istituzioni. E la mera vicinanza di Scilipoti alla formazione di Saya è pura violenza carnale della Carta fondamentale.  (di Eugenio Balsamo – ilfuturista.it)

fonte : http://infosannio.wordpress.com/2011/08/22/saya-piu-che-uno-choc-e-un-nazionalismo-miserabile/

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, cose da PDL, politica

GIÙ LE MANI DAL 25 APRILE di Patrizia Penna


Continuano a prenderci per il culo. Continuano a pisciarci in testa e a dire che piove. In un Paese ormai fermo,in cui chi non ha perso il lavoro è stato in cassa integrazione per buona parte dell’anno,il Governo decide di eliminare le uniche tre feste civili ancora presenti nel nostro calendario per AUMENTARE LA PRODUTTIVITÀ. La produttività di cosa?E senza temere nemmeno più il ridicolo decide di rendere i licenziamenti ancora più facili, attaccando nuovamente i diritti dei lavoratori,quei pochi rimasti. Io non sono un’esperta di economia ma me ne intendo di prese per il culo e questa è veramente spudorata. È chiaro come il sole che gli unici beneficiari di questi provvedimenti non sono le casse dello Stato e nemmeno i lavoratori, che pure pagano con le loro tasse il ministro Tremonti, ma i datori di lavoro, che avranno 3 giorni festivi in meno da pagare in un anno(poca cosa per chi ha pochi dipendenti, ma pensate più in grande, tipo i grandi stabilimenti, che ne so, la Fiat di mister Marpionne)e dipendenti ancora più ricattabili grazie alla scure del licenziamento facile. Sarebbe interessante chiedere al ministro dell’Economia perché invece di difendere gli interessi dei suoi datori di lavoro(tutti noi) continua a difendere gli interessi della casta degli industriali: ha forse anche lui un doppio lavoro, magari in nero? O più semplicemente il Governo più fascista dal dopoguerra a oggi ha deciso di cogliere l’occasione di una crisi che non si può più ignorare per eliminare finalmente le feste più amate dagli odiati comunisti?Chiaramente spostare le feste facendole cadere di domenica non le elimina ma le esautora della loro importanza. Chi si ricorderà più del 25 aprile se cadrà ogni anno in un giorno diverso come la festa della mamma? Perché non eliminare invece qualcuna delle 8 feste religiose presenti nel nostro calendario? Troppo rischioso scontentare nostra madre Chiesa? Primo Levi diceva che ogni tempo ha il suo fascismo. Noi ci siamo dentro, ci stiamo nuotando, lo stiamo respirando. Resteremo di nuovo a guardarlo distruggerci o stavolta saremo capaci di dire no?

fonte : http://itremoschettierimyblog.wordpress.com/2011/08/12/giu-le-mani-dal-25-aprile-di-patrizia-penna/

Pubblicato in: antifascismo, lega, politica, razzismo

Borghezio e le… sane idee


Borghezio non si smentisce. Fascista, amico dei fascisti difende le idee che definisce “sane” che hanno animato il massacratore di Utoya in Norvegia. In un’intervista pubblicata dall’agenzia di stampa agenparl, il politico leghista afferma “Il “no” alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica e financo la necessità di una risposta identitaria e cristiana di tipo templare al dilagare delle ideologie mondialiste, sono ormai patrimonio comune degli europei, fra cui il sottoscritto”. Poi aggiunge ”A nessuno, però, è oggettivamente lecito pensare che queste idee, profondamente sane, presenti anche – al netto dei propositi di violenza – negli stessi scritti di Anders Behring Breivik possano aver a che fare con il terrorismo assassino stile Al Qaeda. Al contrario, le numerose stranezze esecutive di questa azione terroristica, realizzata da un individuo lasciato agire impunemente da solo, noto su internet per le sue elucubrazioni ultraestremiste, fa molto pensare. Anche alle finalità oscure di quelle forze mondialiste a cui interessa criminalizzare certe idee che in Europa stanno riconquistando i cuori dei veri patrioti e che non sono certo in sintonia con l’ideologia mondialista. E allora, è più che lecito domandarsi: a chi giova la ‘mattanza’ di Oslo?”.

Insomma da una parte Feltri scarica la responsabilità della strage sulla presunta codardia dei giovani presenti all’eccidio, che chiaramente laburisti  e quindi di sinistra, hanno confermato ancora una volta l’egoismo tipico dei comunisti.
Dall’altra Borghezio si affretta a giustificare la strage frutto della società mutliculturale voluta dalla sinistra.
Proprio mentre Breivik accusa i laburisti di “aver importato musulmani in massa”.
Il mostro nazifascista norvegese nel suo “manifesto” delirante aveva messo all’indice tutti partiti politici ad eccezione di uno… indovinate quale, oppure chiedetelo a Borghezio.

fonte :   http://movimentoantilega.wordpress.com/2011/07/25/borghezio-e-le-sane-idee/#wpl-likebox

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, cose da PDL, pd, politica

Dopo 17 anni, una definizione del berlusconismo: “nuova strategia della tensione”


Il berlusconismo come “via italiana” alla poliarchia mediatica, “nuova strategia della tensione” e “fascismo bipolare”

 

di Emanuele Maggio

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Berlusconismo. Cos’è? In sintesi: è la principale connotazione politico-culturale che la Repubblica Italiana ha assunto negli ultimi 17 anni, ovvero è la specifica conformazione politica di quella che è stata chiamata “Seconda Repubblica”.

Vorrei però tentare di offrire un’analisi più dettagliata. Innanzitutto, oserei affermare che il berlusconismo è una forma di “fascismo”. Ora, qui dobbiamo essere molto cauti. L’intellighenzia liberale e di sinistra da tempo dibatte il problema. Le posizioni sono soprattutto due: c’è chi crede che il berlusconismo sia un vero e proprio “regime” fascista, basato sulla costruzione propagandistica del consenso, sul rapporto diretto capo-massa e su alleanze parlamentari razziste e nostalgiche del duce, un regime fortunatamente limitato dalle garanzie costituzionali ma costantemente minaccioso verso di esse (questa è l’opinione dominante); c’è poi invece chi ridimensiona drasticamente il fenomeno, distinguendo chiaramente il presunto “regime” berlusconiano dal regime fascista che l’Italia ha conosciuto nel ventennio, escludendo categoricamente qualsiasi pericolo di “svolta autoritaria” e negando l’esistenza stessa del berlusconismo, relegandolo magari a semplice fenomeno di degrado culturale, demagogico e populistico.

Io vorrei qui assumere una posizione intermedia. Credo fermamente che il berlusconismo sia una forma di fascismo, ma non nel senso dell’opinione pseudosinistroide dominante. Anzi, credo che quell’opinione vada ribaltata, o quantomeno bilanciata, e il sinistroide che leggerà quanto scrivo probabilmente storcerà il naso.

Prima di tutto, chiariamo un poco il termine “fascismo”. Esso, come si sa, non gode di una definizione esaustiva e precisa. Esistono i fascismi, storicamente determinati, ma non “il fascismo”. Il regime mussoliniano fu diverso da quello hitleriano, ed entrambi, comunque molto simili, furono diversi da quello franchista o da quello peronista. In ogni caso, alcuni elementi ricorrono con costanza: il culto del capo, la costruzione del consenso, la repressione del dissenso, la militarizzazione della società. Il fascismo italiano si è caratterizzato per l’aggiunta di altri elementi specifici: il “rivoluzionarismo verbale” unito al “conservatorismo sostanziale” (è l’interpretazione classica), una certa vocazione totalitaria (ovvero l’ideale di un’uniformazione ideologico-culturale della società), la funzione anticomunista, una politica economica di stampo “sociale”. Il regime hitleriano ha aggiunto a tutti questi elementi soprattutto il razzismo, il nazionalismo e un certo ritualismo di massa. Dal quadro sopra descritto capiamo bene che il berlusconismo, qualora lo considerassimo una forma di fascismo, andrebbe necessariamente declinato come fascismo “moderno”, precisamente differenziato.

Innanzitutto, esso si innesta su un’altra forma di “fascismo” (così definito da Pasolini), quest’ultima di vecchia data. Ovvero l’omologazione consumistica presente nelle società industriali avanzate, che impone come modelli dominanti il successo e la ricchezza. Sono i francofortesi a farci notare che, senza bisogno di golpe militari, il capitalismo ha imposto un “totalitarismo perfetto” che si distingue dal “totalitarismo imperfetto” dei regimi autoritari, che mai sono riusciti a raggiungere quel grado di omologazione culturale che le liberaldemocrazie capitalistiche hanno raggiunto senza problemi. Questa forma di “fascismo”, naturalmente, prescinde da Silvio Berlusconi e cronologicamente lo precede. Ci stiamo avvicinando alla definizione di “berlusconismo”, ma ancora non l’abbiamo delimitata nel suo significato precipuo.

Il berlusconismo si innesta anche su di un altro sistema politico oggi dominante: la poliarchia mediatica bipolare. Il termine “poliarchia” è stato introdotto da Robert Dahl per dare il giusto nome a quella che gli occidentali si ostinano a chiamare “democrazia”. La poliarchia, come già si auspicava nel 1975 l’americano Samuel Huntington, è il governo di molti, non di tutti. Il popolo deve autodeterminarsi, senza dubbio, ma esso può solo decidere tra una gamma di opzioni selezionate dall’alto. Non è che può decidere liberamente su qualsiasi cosa! (sul sistema economico, per esempio). Attualmente, in tutto l’Occidente, la poliarchia viene garantita dalla partitocrazia mediatica, ovvero dal privilegio mediatico di determinate forze politiche (di solito riunite in due grandi “poli”, centrodestra e centrosinistra, “non uguali ma simili”, come ebbe a dire una volta, in un raro sprazzo di sincerità, Fausto Bertinotti), che egemonizzano il dibattito pubblico e dettano l’agenda delle priorità politiche (vedere il fenomeno dell’agenda setting). In Italia disponiamo addirittura di una prova documentale di questo progetto: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2 che, semplicemente in conformità con i dettami atlantici, auspicava la formazione di due forze centripete tese ad escludere le “frange estreme”. Quali sono le caratteristiche della poliarchia mediatica bipolare? Queste le principali: spettacolarizzazione della politica, leaderismo plebiscitario, costruzione competitiva del consenso (cioè i competitori elettorali – i partiti – pubblicizzano i propri prodotti simbolici – programmi “politici” – che verranno poi “liberamente” scelti dai consumatori – elettori -), comunicazione emotiva nell’arena politica (che si sostituisce all’argomentazione razionale). Curiosamente, la stragrande maggioranza dell’intellighenzia di sinistra, amplificata da una consistente propaganda, ritiene soprattutto imputabili a Berlusconi tutti questi fattori. In realtà, a Berlusconi non siamo ancora arrivati. Il berlusconismo, per quanto ci stiamo avvicinando sempre di più, non lo abbiamo ancora definito. Il sistema sopra descritto vige attualmente in tutto il mondo occidentale e occidentalizzato, con o senza Silvio Berlusconi.

Arriviamo adesso al caso dell’Italia. Agli albori della Seconda Repubblica, un insistente bombardamento mediatico ha convinto gli italiani che essi avevano bisogno di un sistema elettorale che comportasse il bipolarismo. Un referendum popolare ha ufficialmente legittimato questa tesi. Pian piano, nel corso di questi anni, il bipolarismo è diventato una specie di istituzione ufficiosa, una realtà da cui ormai non si può più prescindere (non lo consentono i sistemi elettorali). L’ago della bilancia di questo meccanismo è l’uomo nuovo della politica italiana: l’imprenditore Silvio Berlusconi. Ecco che comincia a delinearsi una prima definizione di “berlusconismo”: il berlusconismo è la “via italiana” alla poliarchia mediatica bipolare. In che senso?

E’ molto semplice. Il centrosinistra ha sbandierato e continua a sbandierare programmaticamente, tramite i suoi canali mediatici privilegiati, il “pericolo Berlusconi” e la retorica del “voto utile”; in questo modo attrae da ben 17 anni verso un polo antiberlusconiano l’elettorato socialdemocratico e perfino parte dell’elettorato anticapitalista, potendo anche permettersi di operare una graduale svolta centrista e padronale in cui intrappolare tale elettorato, ormai costantemente “deluso” dai suoi dirigenti, ma rassegnato pur di non veder concretizzarsi il fantomatico “pericolo Berlusconi”. In questo modo, semplice ma geniale, la sinistra è stata finalmente esclusa dal Parlamento. Dobbiamo postulare necessariamente un disegno consapevole orientato a tale obiettivo, un disegno che coinvolge in ugual modo il centrodestra e il centrosinistra. Crediamo davvero che gli esponenti di punta del centrosinistra siano stati “ingenui” (nelle alleanze elettorali, nelle pallide competizioni propagandistiche, nella mancata legge sul conflitto di interessi ecc..) e non abbiano invece volutamente favorito in numerosi casi l’alternanza di governo con il centrodestra, in modo da perpetuare il più a lungo possibile il “pericolo Berlusconi”?

E poi che cos’è questo “pericolo Berlusconi”? Essenzialmente, è una sorta di eventualità senza nome, indefinibile, che riguarda presumibilmente l’equilibrio delle istituzioni democratiche, la salvaguardia della costituzione e il bilanciamento dei poteri dello Stato, tutte cose che Berlusconi metterebbe seriamente a rischio. Come è stato possibile inculcare in gran parte della popolazione un simile allarmismo, peraltro privo di fondamenti? Ciò avviene ininterrottamente da 17 anni, in due atti: vi è una fonte primaria consapevole (l’agenda dei media dominanti) e una moltiplicazione secondaria inconsapevole (media secondari – stampa, radio, web.. – blogger, comici, opinionisti, intellettuali di grido ecc..). La mobilitazione degli ultimi tempi, coadiuvata da presenze illustri (Umberto Eco, Paolo Flores d’Arcais e affini) fa davvero pensare. Nessuno sembra accorgersi del fatto che il “pericolo Berlusconi” è rimasto allo stato di “pericolo” per 17 anni. Mussolini era un pericolo nel 1922, ma 17 anni dopo stava già per completare la sua parabola. Invece Berlusconi no. Egli si trova nello stato di pericolo permanente. Ha più di 70 anni, tra poco muore, ma è sempre un pericolo per le istituzioni repubblicane. Il pericolo, ovviamente, non si concretizza mai. Ma è sempre dietro l’angolo, a livello di possibilità e prospettiva. E’ un po’ come il terrorismo islamico: non lo vedi perchè è dappertutto. Non lo vedi ma c’è, fidati che c’è, e da un momento all’altro può farsi sentire.

Occorre a questo punto tranquillizzare il lettore più sprovveduto. Le svolte autoritarie, i fascismi vecchia maniera, non sono possibili nell’attuale congiuntura internazionale, almeno in Occidente. I fascismi sono stati storicamente utili alle élites transnazionali solo quando si sono presentate minacce comuniste organizzate, minacce che oggi non si vedono, nemmeno all’orizzonte. L’Occidente ha bisogno della poliarchia (“la democrazia”, scrive Canfora, “è rimandata ad altre epoche”…), ovvero di una democratica competizione tra élites imprenditoriali, che si contendono l’egemonia del “mercato elettorale”. I dittatori sono pericolosi, possono essere scheggie impazzite, ad esempio possono operare svolte protezionistiche non autorizzate, danneggiando i mercati comuni, o possono nazionalizzare importanti risorse, eccetera eccetera. E’ in questo senso che vanno lette l’esportazione occidentale della “democrazia” (cioè della poliarchia) e le varie “rivoluzioni colorate” aizzate dagli Stati Uniti contro dittatori poco “collaborativi” (di cui l’italiano “popolo viola” non è che un’inconsapevole, grottesca appendice).

Questo inquietante, sotteso progetto allarmistico possiamo riassumerlo in un sol modo: il berlusconismo (in cui è compreso l’antiberlusconismo) è una “nuova strategia della tensione” finalizzata a marginalizzare la sinistra italiana. La si marginalizza inglobandone la forza elettorale nel moderatismo, in (ir)realtà politiche fluttuanti e amorfe, fortemente colluse con ambienti confindustriali, bancari e filoamericani, e tutto ciò sempre in nome dell’antiberlusconismo. Per fare solo un piccolo esempio, basti ricordare un sondaggio del 2009 del Ministero degli Interni: il 50% della popolazione italiana è contraria alle missioni militari in Afghanistan e in Iraq. Dunque, dov’è rappresentato questo 50% in Parlamento? Non parliamo di un 5%, che può anche succedere non venga rappresentato (dipende dal sistema elettorale). Parliamo del 50%! Ebbene, in Parlamento il voto per i finanziamenti alla guerra è unanime. Quel 50% di italiani è magicamente scomparso, nonostante essi abbiano eletto circa il 50% del Parlamento (il centrosinistra che qui incriminiamo, appunto). La poliarchia è infatti questo: ci sono questioni, dicono lorsignori (ratifica del Trattato di Lisbona, introduzione del precariato, guerre ecc…), che dobbiamo decidere tra di noi, e su cui nemmeno il 50% di voi ha diritto di parola. Voi potete esprimere le vostre preferenze su faccende più superficiali, non certo su questioni “sistemiche”. E per garantire questo Silvio Berlusconi è stato fondamentale, come “ago della bilancia”, perno centrale su cui ha ruotato tutto il meccanismo, “specchietto per le allodole”.

Ora che il quadro generale è completo, non resta che spiegare in che senso il berlusconismo (“la via italiana alla poliarchia”, “la nuova strategia della tensione”) è una forma di fascismo. Esso è una forma tutta nuova di fascismo, che definirei fascismo bipolare (da leggersi sempre all’interno dell’omologazione consumistica e della poliarchia mediatica bipolare). Ovvero: il polo berlusconiano ha davvero tentato di riproporre forme di ducismo all’antica, e Berlusconi stesso, tramite la costruzione del consenso, ha probabilmente davvero coltivato velleità autoritarie; i suoi seguaci lo hanno subito ipostatizzato come “colui che risolve i problemi”, il salvatore della patria. Viceversa, il polo antiberlusconiano ha costruito il proprio potere dipingendo Berlusconi come “pericolo pubblico n.1”. Si è assistito cioè, da parte antiberlusconiana, ad una vera e propria costruzione del dissenso, un fascismo al contrario, una sorta di culto negativo del capo. Riassumendo: un’intera classe dirigente ha giustificato per un ventennio il proprio potere e i propri privilegi intorno alla figura di Silvio Berlusconi, chi idolatrandolo, chi demonizzandolo. Questo è un fenomeno, che io sappia, senza precedenti, e la storia lo ricorderà come “berlusconismo”, variante comica del fascismo. Sembra riecheggiare quella vecchia battuta del buon Karl Marx: “i grandi avvenimenti si ripetono due volte nella storia, la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Prima il ventennio fascista, poi il ventennio berlusconista, l’alternanza di governi berlusconiani e antiberlusconiani, entrambi berlusconisti.

Ora, quale dei due poli, dei due fascismi, è il più pericoloso? Il 30% “che ama”, i seguaci di Silvio Berlusconi, o il 70% di “persone per bene” (come le ha chiamate Bersani), che ci tengono a precisare che sono antropologicamente diverse e moralmente superiori rispetto a Silvio Berlusconi?

L’istinto mi suggerisce di diffidare soprattutto del conformismo più diffuso…
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fonte:  http://www.agoravox.it/Dopo-17-anni-una-definizione-del.html

dal blog http://solleviamoci.wordpress.com/2011/07/21/capire-litalia-lanalisi-dopo-17-anni-una-definizione-del-berlusconismo-nuova-strategia-della-tensione-pdf-da-scaricare-1972-ricordi-della-strategia-della-tensione/

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, lega, politica, razzismo

Italiani Antileghisti


ennesimo raduno dell’estrema destra leghista ! Ancora cani SS ad abbaiare proclami di odio simili a quelli dei raduni a Norimberga negli anni ’30 ! L’Italia si è svegliata e non vuole più vedere famiglie intere applaudire e ridere a battute e proclami razzisti intolleranti vomitevoli da terzo reich ! Dire che sono al governo.. Che ci rappresentano all’estero… BASTA !!!

Appello della pagina Facebook  Italia Libera Civile E Laica = Italia Antifascista

————> Attentati leghisti 24 ore su 24 contro la Costituzione, i Diritti Umani, la Repubblica italiana ! Valori della Sinistra, dell’Estrema Sinistra e che DOVREBBE essere pure del Centro Destra !!!

Da condividere per piacere grazie :

Borghezio tiene lezione ai neo fascisti francesi: infiltrazione politica.
http://www.youtube.com/watch?v=lk8vpuajKGc

la pulizia etnica dei leghisti
http://www.youtube.com/watch?v=8Pl3-VgrAiw

Festa dei Popoli – Gentilini
http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related

L’Italia Della Lega Vietata Ai Diversi
http://www.youtube.com/watch?v=B-c1nk-lc1s

L’ITALIA RAZZISTA DI COLORE VERDE….PADANO…
http://www.youtube.com/watch?v=3D66wM4v9_o

Lega Nord (Padania libera dai coglioni della lega !!!)
http://www.youtube.com/watch?v=zRipSbdaxBA

LEGA NORD – Uccidi il diverso per qualche voto in più
http://www.youtube.com/watch?v=XiH5bdEvC4o&feature=PlayList&p=58957601C27532BA&playnext_from=PL&index=2

LEGA NORD …
http://www.youtube.com/watch?v=9O8U4-dNPb8

LEGA NORD … Un “Best” Of…
http://www.youtube.com/watch?v=9O8U4-dNPb8&feature=PlayList&p=58957601C27532BA&playnext_from=PL&index=0

BORGHEZIO… (Lega Nord)
http://www.youtube.com/watch?v=1LkQZELnJCg

ECC ECC ECC

http://www.facebook.com/pages/Italia-Libera-Civile-E-Laica-Italia-Antifascista/268616425007

 

Pubblicato in: antifascismo, cultura, politica

La Resistenza Partigiana memoria condivisa?


Ogniqualvolta si parla della Resistenza, ossia del fenomeno sorto in tutta Europa (ovviamente anche in Italia) che abbraccia gli anni dal 1943 al 1945, ci si scontra, si trovano mille posizioni differenti, mille interpretazioni.
Per capirla e comprenderla meglio credo non si possa evitare di parlare, in primis, del contesto storico, culturale e sociale di quegli anni.
L’Italia, sotto la dittatura di stampo fascista fin da dopo la marcia su Roma del 1922, è impegnata in guerra a fianco delle potenze dell’asse: GERMANIA e GIAPPONE.
Seconda Guerra Mondiale che inizia il 1 settembre 1939, con l’invasione tedesca della Polonia, successiva al patto RIBBENTROP-MOLOTOV di non aggressione reciproca fra tedeschi e sovietici.
Gli stessi sovietici aggredirono successivamente i polacchi da Est il 17 settembre 1939.
A combattere questo triplice patto vi sono le potenze alleate: FRANCIA (che cadrà sotto il dominio tedesco fin dal 1940, una parte direttamente, l’altra, la cosiddetta FRANCIA DI VICHY, indirettamente), GRAN BRETAGNA, UNIONE SOVIETICA e STATI UNITI (dal 1941).
La primissima fase della guerra, che per la Germania doveva essere una guerra lampo, è favorevole alle potenze dell’asse, più che altro a GERMANIA e GIAPPONE.
Il nostro paese, in realtà, non regge il confronto e colleziona sonore sconfitte alle quali l’alleato tedesco è spesso costretto a rimediare.
Dopo il fallito assalto tedesco prima alla Gran Bretagna, e poi all’URSS, e, soprattutto, con l’entrata in guerra degli STATI UNITI, il conflitto cambia direzione in favore delle potenze alleate, ma non così rapidamente.
In Italia vi sono due date cruciali: il 25 luglio e l’8 settembre del 1943.
Il 25 luglio, dopo 21 anni, Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio del Fascismo e messo in minoranza. Di conseguenza il Re mise al suo posto il maresciallo PIETRO BADOGLIO.
L’8 settembre l’Italia firma l’armistizio con gli alleati. Una data funesta.
Funesta perchè a sud della cosiddetta linea linea GUSTAV (linea di fortificazione che si estendeva dalla foce del Garigliano alla foce del fiume Sangro, a sud di Pescara, passando per Cassino), c’erano gli alleati che, servendosi anche dell’aiuto di numerosi uomini legati alla Mafia, stavano risalendo la penisola.
Un cosiddetto “REGNO DEL CENTRO-SUD” guidato dal capo del governo Badoglio agli ordini del RE VITTORIO EMANUELE III.
Ma a nord della stessa l’ex alleato tedesco occupò militarmente tutto il territorio.
A “governare” il tutto fu istituito uno stato “fantoccio”, la REPUBBLICA DI SALO’, con a capo Mussolini, nel frattempo prima arrestato dal governo Badoglio e poi liberato dagli stessi tedeschi, e formato da soldati teutonici e uomini legati ancora al fascismo, i cosiddetti repubblichini.
Fatta questa doverosa premessa storica, iniziamo ora il discorso prettamente “resistenziale”.
Nonostante le prime formazioni partigiane si fossero sviluppate ben prima dell’armistizio (vedi nel febbraio 1942 le prime compagini nate al confine fra Veneto e Friuli), e nonostante il fenomeno partigiano abbia compreso anche le regioni meridionali, è di fatto da tutti accettata convenzionalmente come data di inizio del fenomeno della RESISTENZA vera e propria quella dell’8 settembre 1943 nonchè il fatto che essa sia stata un movimento prettamente appartenente al centro-nord dell’Italia.
Nell’Italia centro-meridionale, infatti, il movimento partigiano non ebbe altrettanta crucialità militare. Infatti l’esercito angloamericano aveva sospinto sulla linea Gustav già dal 12 ottobre 1943 le forze tedesche che risalivano verso il nord.
Alla Resistenza presero parte gruppi organizzati e spontanei di diverse estrazioni politiche, uniti nel comune intento di opporsi militarmente (dove possibile collaborando con le truppe alleate) e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e degli occupanti nazisti tedeschi.
Il movimento partigiano, prima raggruppato in bande autonome, fu successivamente, per gran parte, organizzato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), guidato dal generale Raffaele Cadorna, diviso in CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), con sede nella Milano occupata, e il CLNC (Comitato di Liberazione Nazionale Centrale). Il CLNAI, presieduto dal 1943 al 1945 da Alfredo Pizzoni, coordinò la lotta armata nell’Italia occupata, condotta da formazioni denominate brigate e divisioni, legati a varie posizione politiche (COMUNISTA, CATTOLICO, SOCIALISTA, D’AZIONE, MONARCHICO).
Nonostante i partigiani “ufficiali” altre compagini si formarono clandestinamente, ad esempio i GAP (Gruppi di azione patriottica) e le SAP (Squadre di azione patriottica).
Con mezza penisola liberata e la restante parte ancora occupata, con violente tensioni sociali ed importanti scioperi operai che già nella primavera del 1944 avevano paralizzato le maggiori città industriali (Milano, Torino e Genova), le popolazioni dell’Italia settentrionale si preparavano a trascorrere l’inverno più lungo e più duro, quello del 1944-45. Sulle montagne della Valsesia, sulle colline delle Langhe e sulle asperità dell’Appennino Ligure e dell’Appennino Tosco-Emiliano le formazioni partigiane erano ormai pronte a combattere.
Il 19 aprile 1945, mentre gli Alleati dilagavano nella valle del Po, i partigiani su ordine del CLN diedero il via all’insurrezione generale. Dalle montagne, i partigiani confluirono verso i centri urbani del Nord Italia, occupando fabbriche, prefetture e caserme. Nelle fabbriche occupate venne dato l’ordine di proteggere i macchinari dalla distruzione. Le sedi dei quotidiani furono usate per stampare i giornali clandestini dei partiti che componevano il CLN.
Mentre avveniva ciò, le formazioni fasciste sbandavano e le truppe tedesche allo sfacelo battevano in ritirata. Si consumava il disfacimento delle truppe nazifasciste, che davano segni di cedimento già dall’inizio del 1945 e i cui vertici si preparavano alla resa agli Alleati.
Milano e Torino furono liberate il 25 aprile: questa data è stata assunta quale giornata simbolica della liberazione di tutta l’Italia dal regime nazifascista e, denominata Festa della Liberazione, viene commemorata annualmente in tutte le città italiane (e speriamo si continui ancora per molto tempo).
Le truppe alleate arrivarono nelle principali città liberate nei giorni seguenti. La liberazione di molte città, inclusi centri industriali di importanza strategica, prima dell’arrivo degli alleati rese l’avanzata di questi più rapida e meno onerosa in termini di vite e rifornimenti. In molti casi avvennero drammatici combattimenti strada per strada; i resti dell’esercito tedesco e gli ultimi irriducibili fascisti della Repubblica Sociale Italiana sparavano asserragliati in vari edifici o appostati su tetti e campanili su partigiani e civili. Tra essi e le forze partigiane avvennero talvolta vere e proprie battaglie (come a Firenze nel settembre 1944), ma solitamente la loro resistenza si ridusse a una disorganizzata guerriglia, per esempio a Parma e a Piacenza.
La notte tra il 25 e il 26 aprile 1945 Benito Mussolini, con i suoi gerarchi e famiglie, pernotta a Grandola ed Uniti nell’hotel Miravalle nella frazione di Cardano.
Il 27 aprile 1945 il Duce, indossando la divisa di un soldato tedesco, fu catturato a Dongo, in prossimità del confine con la Svizzera, mentre tentava di espatriare assieme all’amante Claretta Petacci. Riconosciuto dai partigiani, fu fatto prigioniero e giustiziato il giorno successivo 28 aprile a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como; il suo cadavere venne esposto impiccato a testa in giù, accanto a quelli della stessa Petacci e di altri gerarchi, in piazzale Loreto a Milano, ove fu lasciato alla disponibilità della folla, che infierì sul cadavere. In quello stesso luogo otto mesi prima i nazifascisti avevano esposto e dileggiato, quale monito alla Resistenza italiana, i corpi di quindici partigiani barbaramente uccisi.
Il 29 aprile la resistenza italiana ebbe formalmente termine, con la resa incondizionata dell’esercito tedesco, e i partigiani assunsero pieni poteri civili e militari.
Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia commentò che “la fucilazione di Mussolini e dei suoi complici è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro paese ancora coperto di macerie materiali e morali.”
Questa è, in estrema sintesi, la storia della Resistenza associata al contesto degli anni di guerra, o perlomeno quella che viene accettata, oramai, come unica e universale.
Ora proverò a dire la mia, sapendo benissimo il vespaio che solleverà questo mio parere, da una parte e dall’altra. Premetto, tuttavia, che questa è solo un’opinione, mai un giudizio tranciante e presuntuoso.
Vi sono vari ruoli svolti all’interno del periodo bellico: ci sono i repubblichini, i partigiani, gli alleati.
Per quanto potessero anche lontanamente perseguire un ideale intriso di nazionalismo e di onor patrio, la parte portata avanti dai Repubblichini di Salò non si può salvare, in nessun modo, nonostante quanto venga detto da molti storici e politici revisionisti attuali.

Come si possono non condannare  i barbari eccidi compiuti dalle sue frange più estreme (vedi DECIMA MAS), e come si può comprendere la volontà di combattere al fianco di un alleato nel quale, obiettivamente, è difficile intravedere qualcosa che vada oltre il più bieco razzismo e il più feroce antisemitismo? Anche se è innegabile che non tutti i componenti della R.S.I fossero dei carnefici senza scrupoli.

Ma massacri come quelli di Boves (13 settembre 1943), Acerra (2 ottobre 1943), Bellona (7 ottobre 1943), Pietransieri    (21 novembre 1943), Sant’agata (21 gennaio 1944), Palagano (18 marzo 1944), delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944), Cumiana (3 aprile 1944), della Benedicta (7 aprile 1944), Lippa (30 aprile 1944), Monte sant’angelo (4 maggio 1944), del Turchino (19 maggio 1944), Civitella (29 giugno 1944), Cavriglia (4 luglio 1944), Sant’anna di Stazzema (12 agosto 1944), Padule di Fucecchio (23 agosto 1944) e Marzabotto (29 settembre 1944), solo per citarne alcuni, sono pagine della nostra storia purtroppo indelebili, incancellabili, terrificanti, e per quanto i primi attori siano stati i soldati tedeschi, il ruolo di aiuto e, spesso di compiacenza, svolto dai seguaci più estremi della Repubblica di Salò, non può trovare alcuna giustificazione.

Poi c’è il ruolo avuto dagli alleati. E’ indubbio che essi siano stati importanti nella nostra liberazione dal nazi-fascismo.
Ma, indubbiamente (anche se pochi lo dicono), hanno anche avuto un coinvolgimento importante nel ridare slancio e forza alle organizzazioni criminali nel Sud Italia, liberando diversi boss mafiosi, servendosene durante la stessa liberazione e poi lasciandoli nei posti di comando più importanti (si scoprirà, in seguito, in chiave anticomunista. Vedi STRAGE di PORTELLA della GINESTRA del 1947).

Per non parlare dell’immediata alleanza, una volta terminato il secondo conflitto mondiale, con personaggi oscuri delle frange più estreme della Repubblica Sociale (come, ad esempio, il principe nero JUNIO VALERIO BORGHESE, comandante della terribile X MAS), sempre in una futura chiave anticomunista.

Oltretutto la loro parte andrebbe ulteriormente approfondita alla luce di quanto è emerso dagli archivi della CIA sul coinvolgimento dei servizi segreti americani nella cosiddetta “strategia della tensione”, culminata nella stagione di Gladio, del terrorismo nero, delle bombe, ed anche, in alcuni casi, dell’infiltrazione del terrorismo rosso.
Infine il ruolo dei partigiani.
Io credo che l’ideale che ha mosso i partigiani fosse veramente lodevole, soprattutto considerato il coraggio dimostrato, in primis, e poi la capacità di aggregare insieme forze con origini e motivazioni politiche anche molto diverse.

Basti pensare alle formazioni che vedevano assieme, contemporaneamente, ideali comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, monarchici, azionisti.
Tuttavia, esistono persone che si ostinano a vedere solo questa faccia della resistenza partigiana, per quanto assolutamente legittima e che attaccano etichettando come revisionisti coloro i quali cercano di analizzare o perlomeno di raccontare ogni aspetto della resistenza, anche quella partigiana. Queste persone, cercando di non tralasciare alcun aspetto, provano a non finire nel calderone, già piuttosto ampio, delle persone parziali, non obiettive, presenti da entrambe le parti.

Esiste, infatti, nella storia partigiana anche una pagina più oscura, fatta di vendette e ritorsioni che molti giustificano, in nome di una resa dei conti a loro parere legittima nei confronti della parte fascista italiana. Personalmente, invece, ferme restando le stragi di civili compiute dai nazisti con, la maggior parte delle volte, il concorso dei militanti della Repubblica di Salò, nonché il generale clima di terrore del “ventennio”, proprio non riesco a sorvolare su alcune azioni dei partigiani. So benissimo che questo giudizio è estremamente minoritario.

Rappresaglie come quelle compiute nel cosiddetto “triangolo rosso” della morte, in Emilia, oppure ad Oderzo, a Codevigo ed Argelato (nel maggio 1945), a Schio (nel luglio 1945), non possono essere taciute, ma non per motivi ideologici, quanto strettamente per mero “dovere di cronaca”.

Senza citare il fenomeno delle Foibe, anche perché riguardante non solo l’Italia ma anche un’altra nazione come la Yugoslavia di allora. Argomento sul quale, peraltro, mi sono già cimentato e che citare qui sarebbe, almeno geograficamente, fuori luogo.

Per quanto mi riguarda, non avendo mai avuto né nostalgie del ventennio, né particolari simpatie comuniste, spero di aver dato una chiave di lettura più imparziale possibile, fornendo elenchi e dati di avvenimenti e corredandoli con un globale giudizio personale, assolutamente opinabile, non condivisibile e confrontabile con quello di voi lettori.

A chi mi accuserà di eccessivo buonismo nei confronti dei partigiani rispondo che, in certe condizioni, la libertà della propria patria occorre inseguirla ed ottenerla anche a costo di azioni non sempre pacifiche, soprattutto se si considera in primis il contesto nazi-fascista in cui l’Italia si è ritrovata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e poi anche il clima respirato e subito durante tutto il ventennio precedente da parte di quegli individui che non condividevano gli ideali “mussoliniani”.

Viceversa a chi mi obietterà un generale revisionismo e un tentativo di equiparare i due ruoli avuti dai partigiani e dai repubblichini, posso dire, innanzitutto, che non è assolutamente così. Mai usciranno dalla mia penna parole volte a mettere sullo stesso piano le due parti maggiormente protagoniste negli anni della resistenza. Tuttavia, per quanto i sentimenti partigiani di vendetta potessero essere anche condivisibili, non è accettabile una volontà così forte di restituire il colpo, di punire i colpevoli, soprattutto una volta finita la guerra (e quindi quando non era più necessario un così forte ricorso alla violenza, che si poteva ritenere invece “inevitabile” nel corso della guerra civile) e poi considerando che, a volte, finirono nel novero delle vittime persone civili innocenti, per nulla compromesse col fascismo (cosa che peraltro successe, a parti invertite, anche nelle stragi nazifasciste, nelle quali tantissimi civili inermi vennero massacrati senza pietà).

Personalmente continuo ad essere convinto che violenza generi sempre violenza, in una spirale d’odio che, se nessuna delle due parti in causa si tira indietro, non può far altro che diventare insostenibile. E’ pur vero che la reazione si può condividere, soprattutto in risposta a determinati crimini, ma chi ha più intelletto, proprio per evitare il protrarsi per  tempi abnormi di situazioni di tale crudeltà, dovrebbe cercare di essere tanto forte da riuscire a trattenersi, anche se, mi rendo conto, è una cosa di una difficoltà indicibile.

La storia non va mai strumentalizzata, bisogna sempre cercare di analizzarne ogni angolo, ogni sfaccettatura, ogni aspetto. Se così non si fa, si finisce preda del pregiudizio, dell’imparzialità, della faziosità della politica.

Io spero di essermi tenuto lontano da questi “agenti annebbianti”. Se così non fosse sono prontissimo a ricevere ogni tipo di critica da tutti voi, e a sviluppare una discussione costruttiva su ognuna di esse.

Nessuno di noi può ergersi a paladino della verità, e soprattutto non deve permettersi di esprimere giudizi definitivi per il semplice motivo che non si è trovato e non ha vissuto determinate situazioni e momenti. Può fornire la propria opinione, ma non sputare sentenze non essendosi trovato coinvolto direttamente ed emotivamente in quegli avvenimenti.

Detto tutto ciò è indispensabile mantenere la memoria di ciò che è stato, di ciò che ha rappresentato per il nostro paese la liberazione dall’occupante nazi-fascista. Una liberazione avvenuta certamente per mano degli alleati anglo-americani, ma anche e soprattutto grazie all’enorme coraggio e alla straordinaria “voglia d’Italia” dimostrati dal popolo italiano, dal popolo partigiano italiano. Un popolo al quale, comunque, saremo debitori per sempre.

Concludo con poche righe tratte da un discorso del presidente della Repubblica attuale Giorgio Napolitano e, successivamente, con una frase presa dal sito “La Storia Siamo noi”:

“l’Italia oggi acquisti una memoria condivisa che sappia guardare con maturità a quel periodo storico dove sia da una parte che dall’altra la violenza ha saputo portare solo ad altra violenza. La Resistenza non deve più essere solamente un “fenomeno da icona” da tenere in bacheca, ma deve far parte di un’unica memoria dove le diverse storie convivano”.

“Forse i morti non sono tutti uguali: c’è chi ha vinto, chi ha perso, chi è stato dalla parte giusta e chi da quella sbagliata, ma dopo 60 anni non è arrivato il momento di guardare con matura e consapevole serenità al nostro passato?”

http://www.reset-italia.net/2011/04/25/la-resistenza-fatti-avvenimenti-opinioni-chiavi-di-lettura/

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, magistratura, MALAFFARE, politica

Lele Mora: mi candido con il Pdl, non aveva altra scelta…


Lele Mora: mi candido con il Pdl, non aveva altra scelta

No, scusate, ma cosa avrebbe dovuto fare? … E’ un noto evasore fiscale, recidivo e più volte condannato … è un feticista del Duce … “amo l’uomo Benito Mussolini, sono fascista nell’anima” … è stato condannato ed incarcerato per spaccio di sostanze stupefacenti … è finito in scandali ed inchieste di ogni tipo … i Pm hanno appena chiesto il fallimento personale, in modo che gli venga impedito, in futuro, l’esercizio di qualsiasi attività imprenditoriale … è ultra indebitato – non solo con il fisco italiano – ed iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di bancarotta … è attualmente indagato per induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile … diciamoci la verità, non aveva altra scelta.

fonte : http://informazionecontro.blogspot.com/2011/03/lele-mora-mi-candido-con-il-pdl-non.html

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, guerre, INGIUSTIZIE, LAVORO, MALAFFARE

BOICOTTIAMO LE AZIENDE ITALIANE LEGATE A GHEDDAFI


 

Bisogna far capire alle aziende italiane legate all’assassino Gheddafi, che non si fanno affari con gente che ammazza migliaia di persone. L’unico modo che abbiamo per farci sentire è quello di boicottare tutte le aziende italiane legate all’assassino Gheddafi, che tra le altre cose, detiene principalmente il:  
33 % di Tamoil
7,19 % di Unicredit
7 % di Juventus Football Club
3 % di Finmeccanica
2 % di Iveco Fiat
1 % di Eni
Pubblicato in: antifascismo, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società

Chi ha ucciso Valerio Verbano


Il 22 febbraio del 1980 a Roma viene ucciso Valerio Verbano, un diciannovenne militante della sinistra extraparlamentare. Tre persone armate e col volto coperto si fanno aprire la porta di casa, aspettano il suo ritorno da scuola e quando Verbano arriva lo aggrediscono e infine gli sparano alla schiena. Seguono giorni di rivendicazioni multiple e depistaggi, e si discute di un “dossier NAR” in cui lo stesso Verbano avrebbe raccolto molte importanti informazioni sull’estremismo di destra a Roma. I processi si concludono con l’assoluzione di tutti gli imputati. Nel febbraio del 2010 la procura di Roma ha riaperto le indagini, oggi su Repubblica Carlo Bonini racconta degli sviluppi dell’inchiesta e dei nuovi indiziati.
L’omicidio di Valerio Verbano è un caso che si riapre. E la fuga di almeno due dei suoi tre carnefici, forse sta per finire. Consegnando innanzitutto a chi è stata condannata a sopravvivere a quel lutto – Carla Zappelli, 87 anni, la madre di Verbano, suo unico figlio – una “verità” in grado di chiudere una delle più simboliche, disumane e insolute pagine di sangue della storia della violenza politica del nostro Paese. A trentuno anni esatti dall’esecuzione del diciannovenne militante della sinistra extraparlamentare (22 febbraio 1980) e dal buio che da allora ne ha avvolto le responsabilità, prende corpo una nuova indagine della procura di Roma (procuratore aggiunto Pietro Saviotti, pm Erminio Amelio) e del Ros dei carabinieri che, dopo ventiquattro mesi di lavoro, colloca al centro della scena del crimine almeno due nuovi indiziati.

Per quel che al momento è possibile ricostruire, due uomini oggi sulla cinquantina, la stessa età che avrebbe avuto la loro vittima se non la avessero giustiziata con un colpo di 38 special alla schiena. Il primo, riparato da tempo all’estero. L’altro, insospettabile professionista con una vita in Italia. Entrambi, già militanti della destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo e – almeno a stare all’ipotesi investigativa – costituiti in un gruppo di fuoco deciso, nel febbraio di quel maledetto 1980, ad accreditarsi, con un cadavere di forte valore simbolico come quello di Valerio Verbano, agli occhi dei neofascisti Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.

(continua a leggere sul sito di Repubblica)

Valerio Verbano, 30 anni senza giustizia

da Il Manifesto di Domenica 14 febbraio 2010

murales valerio verbano

Sui muri di un pezzo di periferia nordorientale della capitale, tra Val Melaina, Tufello e Montesacro, alle scritte sbiadite che ricordano Valerio Verbano se ne affiancano di nuove e accese. Gli slogan e i linguaggi cambiano,come anche le generazioni e le esperienze di movimento. Sono nati centri sociali, palestre popolari dedicate al giovane massacrato da un commando fascista nella sua abitazione giusto trent’anni fa, occupazioni di case e nuovi collettivi studenteschi.

C’è un filo ininterrotto, lungo tre decenni, che ha mantenuto viva non solo la memoria, ma anche le pratiche di conflitto, definendo una nuova grammatica antifascista, legata strettamente alle lotte sociali, ai progetti culturali, alla vita dei territori. Provando in questo modo a scavalcare il rischio della retorica e dell’agiografia consolante ma immobile. È questa la scommessa di chi non rinuncia alla sfida della trasformazione sociale: non farsi infilare nel tunnel degli “opposti estremismi” e degli “anni di piombo”, non cadere nel giochino bipartisan dell’equidistanza e della toponomastica pacificatrice.

Per queste ragioni, quest’anno, l’anniversario si svilupperà in diversi eventi: assemblee, presentazioni di libri, proiezioni di documentari, concerti. Che culmineranno in un corteo, sabato prossimo 20 febbraio, che attraverserà il quartiere di Valerio, Montesacro, e terminerà a piazza Sempione con una grande serata musicale che mescolerà rap, hip hop e punk rock.


Il laboratorio neofascista

Fin dal primo dopoguerra, Roma rappresenta la città dove il neofascismo si esprime con più forza sia in termini di radicamento sociale, attivismo politico e consenso elettorale. Una dimensione materiale che, nei decenni successivi, porta i movimenti a misurarsi con le pratiche dell’antifascismo militante. Non è forse un caso che sia il 1968 che il 1977 sono aperti dagli scontri con i neofascisti: Almirante all’università, con la battaglia fuori la facoltà di giurisprudenza e il ferimento dello studente Guido Bellachioma, con il conseguente assalto alla sede del Fuan di via Sommacampagna. Tra tutte le vicende di sangue che questa lunga storia ci consegna, l’assassinio di Valerio Verbano, a trent’anni di distanza, è tra le più sentite, per diverse ragioni: per la ferocia e le predeterminazione con cui è stata spezzata la vita di un ragazzo; per l’instancabile battaglia e la generosità di Carla Verbano; per gli interrogativi ancora aperti sui mandanti e gli esecutori; per l’inscindibile intersecarsi della memoria di Valerio con le lotte e i movimenti lungo questi 30 anni.


L’omicidio impunito

Valerio Verbano nel 1977 ha sedici anni, quando muore ne ha appena 19. Una parabola umana e politica contrassegnata dalla caparbietà del suo impegno politico nell’area dell’autonomia nella sua scuola, il liceo Archimede, e nel Comitato autonomo di Val Melaina, nel quadrante nord-est di Roma. Una scelta difficile non solo per le aggressioni dei fascisti ma anche per l’accanimento degli apparati repressivi contro chi sceglie di fare inchiesta militante sui legami tra eversione nera, poteri forti e pezzi dello stato. Il 22 febbraio del 1980 tre uomini bussano alla porta di casa di Valerio dicendo di essere suoi amici. Entrano con i passamontagna, legano e imbavagliano i genitori di Valerio, aspettano il suo rientro a casa e lo uccidono dopo una non breve colluttazione.

Nel bailamme delle rivendicazioni che emergono nelle ventiquattro ore successive, la più attendibile sembra essere quella dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), la cui responsabilità penale verrà ascritta anche in sede giudiziaria. Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, da sempre, negano la paternità dell’omicidio.

Il 23 giugno 1980 viene assassinato dai Nar il giudice Amato, a poche centinaia di metri dalla casa di Verbano. Amato si occupa delle inchieste sull’eversione nera e ha in carico anche quella sull’omicidio di Valerio. Nelle mani del giudice si trova anche il dossier che Valerio aveva preparato sui rapporti tra neofascismo, forze dell’ordine e politica, e che gli era stato sequestrato nell’aprile del 1979 quando è tratto in arresto per sette mesi con l’accusa di aver fatto esplodere un ordigno rudimentale in un casolare abbandonato. Centinaia di pagine con nomi, date, indirizzi, foto, che “scompariranno” tra le stanze e i corridoi della procura e che in moltissimi, a cominciare dalla madre Carla, sono convinti essere la causa della sua morte.

Il 25 febbraio si tengono i funerali, il giorno del suo compleanno, ma è il 1980 e ogni espressione pubblica del movimento viene duramente repressa: dalle finestre del commissariato di San Lorenzo vengono esplosi diversi colpi di pistola sul corteo che accompagna Valerio al Verano, mentre le cariche, violentissime, arrivano fin dentro il cimitero. Per diversi anni il 22 febbraio diventa un anniversario segnato dalle cariche della polizia contro il corteo indetto dai compagni e dagli amici di Valerio. Le inchieste sull’omicidio non hanno portato a una verità giudiziaria, nel 1989 arriva anche l’assoluzione di quattro appartenenti ai Nar. Rimangono aperte troppe domande, alla luce degli innumerevoli episodi di depistaggio, insabbiamento e omissioni delle prove, come la scomparsa dell’arma del delitto dagli uffici della procura di Roma e di un faldone relativo al dossier scritto da Valerio.

Tutte le iniziative
Sabato il corteo

«Oggi la storia di Valerio vive nei percorsi e nei progetti avviati in questi anni nei nostri quartieri, nelle scuole e in tutta la città»: con queste parole i centri sociali e “i compagni e e le compagne di Valerio” promuovono un calendario di iniziative e appuntamenti. Mercoledì 17, alle 18, lo Spazio sociale Onda Rossa 32 organizza un’assemblea antifascista a San Lorenzo. Giovedì 18, alle 17, all’Astra di via Capraia 19 presentazione del libro “Sia folgorante la fine”, scritto da Carla Verbano. Venerdì 19, alle 19, al centro sociale Macchia Rossa si presenta la tesi su Verbano di Marco Capoccetti Boccia. Sabato 20, alle 16, corteo da via Monte Bianco a piazza Sempione (per ricordare la vertenza ancora aperta del centro sociale Horus), dove si terrà un concerto gratuito con 99 Posse, Assalti Frontali, Colle der Fomento, Empatia Venefica e Rancore.

FONTI

http://www.ilpost.it/2011/02/22/chi-ha-ucciso-valerio-verbano/

http://it.wikipedia.org/wiki/Valerio_Verbano

http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Valerio-Verbano-30-anni-senza-giustizia/3897

 

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CRONACHE DA FINE IMPERO


 Stiamo assistendo a scene da fine impero, un impero che lascerà danni irreversibili nel Paese.

 Qualche giorno fa, circa un centinaio di persone si sono presentate davanti il tribunale di Milano per protestare contro la Magistratura, a dir loro eversiva. La manifestazione era guidata da anziane signore benestanti, pare che almeno una di loro fosse una figurante del programma “Uomini e donne”, probabilmente per contratto i figuranti di questa trasmissione Mediaset devono partecipare pure a varie manifestazioni in favore di Silvio, altrimenti niente comparsate tv.

Mentre queste anziane signore venivano contestate dai passanti al grido “vergognatevi”,  il noto Ignazio La Rissa (nato La Russa) dava il peggio di se nei confronti dell’inviato di “Annozero” Corrado Formigli. Il povero Formigli, si era macchiato del reato più grave per un giornalista italiano: fare domande. A causa proprio di una domanda La Rissa andava in bestia e scalciava il giornalista, poi come un bambino viziato, diceva: “Sei stato tu, no sei stato tu” e chiamava papà  per allontanare l’incolpevole Formigli ; sfortunatamente per lui, le immagini erano eloquenti.

Mentre l’impero si sgretola, il re è sempre più nudo e i servi strisciano in mutande, il popolo allergico alla propaganda berlusconiana si è riversato in tutte le piazze italiane per riprendersi la sua dignità.

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Le Foibe tra retorica e oblio


Oggi, 10 febbraio sarà per noi italiani la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 dal Governo Berlusconi, per ricordare la pulizia etnica nella regione giuliano-dalmata di cui furono vittime anche molti italiani innocenti durante e subito dopo la seconda guerra mondiale. Anche quest’anno non si sprecano le dichiarazioni retoriche e faziose di alcuni esponenti del governo italiano, che vorrebbero promuovere una coscienza storica parziale, fatta di mezze verità.

«Ancora oggi nella scuola italiana la tragedia delle foibe non viene adeguatamente affrontata e raccontata ai ragazzi. La memoria dei tanti italiani trucidati dalla violenza comunista non trova ancora il dovuto spazio. Una situazione non piu’ tollerabile. I tanti innocenti uccisi cosi’ muoiono due volte.»

«Il 10 febbraio e’ una data fondamentale per la memoria storica del popolo italiano. La Giornata del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati non e’ soltanto un riconoscimento doveroso, arrivato con troppo ritardo, alle sofferenze subite da migliaia di nostri compatrioti. E’ anche una data che mette fine a decenni di silenzi e di strumentalizzazioni, ponendo finalmente le basi per dare all’Italia una coscienza storica condivisa e completa.»

«Per questo e’ importante che soprattutto i giovani conoscano pienamente il significato del 10 febbraio e vengano a conoscenza dei massacri, delle persecuzioni e delle discriminazioni subite da persone che non avevano altra colpa se non quella di essere italiane.»

Mariastella Gelmini, Roma, 8 febbraio 2011 (Fonte: ASCA )

Io credo invece che la storia vada sempre raccontata tutta, in modo da capire – più che giustificare – quale sia la conseguenzialità storica degli eventi, in quale contesto sono maturati e perchè. Senza un approccio a 360° non si può rendere il giusto tributo a coloro che, innocenti, hanno pagato anche per quelli che erano un pò meno innocenti. Questo non esclude le responsabilità di chi colse l’occasione per vendicarsi dei nemici personali, magari per ottenere anche benefici patrimoniali, di chi si pose l’obiettivo di dominare e terrorizzare la popolazione italiana delle zone slovene e croate contese, di chi volle attraverso massacri efferati eliminare oppositori politici e cittadini italiani che si opponevano, o avrebbero potuto opporsi ,alle politiche annessionistiche del Partito Comunista Jugoslavo.

Diventa però difficile comprendere quello che accadde più di sessanta anni fa, senza conoscere quello che accadde prima.

«Non dente per dente ma testa per dente», affermò il Generale italiano Mario Roatta,  riferendosi a come si sarebbero dovute comportare le sue truppe in Croazia, dove dal marzo 1941 al gennaio 1942 ricoprì il ruolo di Comandante della 2° Corpo d’ Armata (inoltre, dal 1934 ricoprì  il ruolo di Capo del SIM, il Servizio Informativo Militare e fu lui, tra l’altro, a pianificare l’eliminazione dei fratelli Rosselli a Parigi e di altri oppositori antifascisti).

«Si ammazza troppo poco», era invece una frase tipica del Generale italiano Mario Robotti, un altro alto ufficiale italiano impegnato nella ex-jugoslavia.

Queste due affermazioni ci offrono una sintesi di quello che fu l’impegno italiano, soprattutto nell’era fascista, nella repressione, nella deportazione e nello sterminio delle popolazioni slave in Istria, Dalmazia, Montenegro e Croazia, dove  governò tra il 1941 e il 1945 il governo nazionalista di Ante Pavelic, che si ispirava al fascismo e che, appoggiato dall’Italia e dalla Germania, si rese famoso la pulizia etnica contro ortodossi, ebrei, zingari e comunisti. Fu anche creata una rete di campi di concentramento, il più noto dei quali, il campo di concentramento di Jasenovac, è oggi monumento alla memoria degli eccidi perpetrati contro i serbi.

Ma anche gli italiani si diedero da fare nelle zone da loro direttamente controllate per non essere da meno dei tedeschi. Nei 29 mesi di occupazione italiana della Slovenia furono fucilati sul posto circa 4.000 persone di cui almeno 1.500 civili, senza scomodare i tribunali speciali e militari che, peraltro, erano stati istituiti sul posto. Morirono invece per  maltrattamenti, malattie e denutrizione nei campi di concentramento che abbondavano nella zona (il più famoso fu quello di Arbe), circa 7.000 persone .

Scriveva l’8 settembre 1942 il Generale Roatta in una lettera destinata al Comando Supremo: «… si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all’interno del regno e di sostituirle sul posto con popolazione italiana …».

Secondo alcune stime si conterebbero almeno 20.000 civili sloveni internati nei vari campi di concentramento presenti nell’area in cui si svolsero i fatti. Mentre un documento del Ministero degli interni italiano dell’agosto 1942 indica complessivamente 50.000 elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito a operazioni di polizia, di cui la metà donne e bambini.

Italianizzazione forzata, pulizia etnica, processi sommari, stragi, stupri, case incendiate, internamenti  Da quei poco più di 4.500 kmq. arrivavano più del 60% dei deportati totali per mano italiana nei lager italiani o tedeschi.

Dell’infoibamento, l’occultamento di cadaveri in pozzi di formazione carsica naturale – le foibe, appunto – si iniziò a parlarne nel 1943, dopo l’Armistizio e l’uscita dell’Italia dalla guerra. La prima indagine su massacri compiuti dai partigiani di Tito fu effettuata nell’ottobre del 1943 dal maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich, su ordine delle autorità della RSI, la repubblica sociale italiana fondata da Mussolini nel nord Italia. Vennero trovate 84 salme nella foiba di Vines. La seconda indagine venne effettuata invece tra il 1 maggio e il 12 giugno del 1945, e vennero trovate diverse migliaia di persone nella zona di Gorizia (la foiba più famosa è quella di Basovizza, in territorio italiano). La profondità di queste cavità naturali, il fatto che in alcuni casi gli ingressi delle foibe furono fatti esplodere con la dinamite, non ha consentito di determinare una stima esatta degli italiani che vennero uccisi: una stima approssimativa si aggira sulle 5.000 persone infoibate.

Sull’infoibamento dell’autunno del 1943, quello che avvenne in misura minore, lo storico fiumano Anton Giron ha trovato in tempi recenti (1995) una relazione ufficiale, datata 28 gennaio 1944 e proveniente dal Ministero degli Esteri dello Stato Indipendente di Croazia. Nella relazione relativa  ai fatti accaduti nell’Istria centrale tra il settembre e l’ottobre del 1943, si legge:

« All’inizio a nessun italiano era stato fatto nulla di male. I partigiani avevano diramato l’ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno. Ma qualche giorno dopo lo scoppio della rivolta popolare alcuni corrieri a bordo di motociclette hanno portato la notizia che i fascisti di Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto e questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo si è saputo che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendogli informazione sui partigiani. Rispondendo alla chiama è subito arrivata a Sanvincenti una colonna tedesca. Tutte queste voci hanno creato una grande avversione verso i fascisti. Essi ci tradiranno! si sentiva dire dappertutto. Pertanto partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare e imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I partigiani decisero di fucilare soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti fra questi sono stati salvati grazie all’intervento dei contadini croati e ancor più dei sacerdoti. » (Fonte: AidaNews)

Diversa la situazione in seguito verso la fine della guerra o a guerra appena finità, quando i massacri compiuti verso gli italiani sono stati  sistematicamente pianificati per eliminare non solo i fascisti, ma tutti coloro che si sarebbero potuti opporre all’annessione dell’Istria e della Dalmazia da parte della Federazione Yugoslava. La violenza e l’omicidio spesso indiscriminato vengono usati per provocare l’esodo delle popolazioni italiane e risolvere la questione alla radice, molto probabilmente.

Scrive Giorgio Bocca in un suo articolo pubblicato il 22 febbraio 2004, dal titolo: «L’orrore delle foibe, il sonno della ragione»:

«Che doveva fare De Gasperi al congresso della pace di Parigi se non tacere? [dato gli eccidi nazi-fascisti degli anni precedenti, NdR] Che poteva fare Togliatti se non intervenire presso Tito e presso Stalin almeno per salvare all’Italia Trieste e parte di Gorizia?
Sicuramente in quella resa dei conti pagarono anche italiani di nulla colpevoli, di certo, le ragioni di inimicizia fra i due popoli risalivano al passato, e anche alla lotta di classe fra italiani della costa ricchi e colti e slavi dell’interno contadini e arretrati…»

«Togliatti fece il possibile per difendere l’italianità di Trieste contro il volere di Stalin e migliaia di comunisti italiani morirono nei lager di Tito in quella convulsa resa dei conti in cui comunismo e nazionalismo, inimicizie storiche e ferite recenti, imperialismo fascista e rivincite etniche, formarono un braciere ardente di odio e di follia da ricordare come qualcosa di irripetibile, di funesto, non per strappare qualche voto alle prossime elezioni.»

Il suo giudizio sull’operazione compiuta allora dall’allora Casa delle Libertà fu netto:

«La riscoperta delle foibe sessant’anni dopo fa il pari con il revisionismo antipartigiano e con l’anti antifascismo in voga nell’Italia berlusconiana. Difficile dire in che misura rappresentano un passo indietro nel modo di far politica, di fare cultura, di fare democrazia.»

Oggi, diventa difficile non dargli ragione. Ritornando alle parole del Ministro all’Istruzione Mariastella Gelmini, che ha aperto questo articolo, va ricordato che, nell’ultimo decennio, in Europa si è diffusa  l’idea di basare l’insegnamento della storia su testi scolastici redatti da storici di diverse nazionalità. L’esempio più famoso è rappresentato da un manuale di storia franco-tedesco per le scuole superiori lanciato da Schröder e Chirac nel 2006 (Histoire – Geschichte).

Per quanto riguarda le foibe, va ricordato che, nel 1993, il Governo italiano e quello sloveno istituirono una commissione congiunta, composta da storici dei due Paesi, per fare luce su tali avvenimenti. La Commissione lavorò assiduamente per sette anni e terminò il suo lavoro nel luglio 2000, dopo aver analizzato un arco temporale che va dal 1880 al 1956. La relazione finale venne pubblicata integralmente nella primavera-estate del 2001 sui principali quotidiani di Trieste e di Lubiana, e su alcune riviste storiche friulane e slovene. A dieci anni dalla sua pubblicazione, quel Rapporto non è stato mai ufficialmente presentato nè distribuito nelle scuole secondarie.

Cara Ministra Gelmini, le basi per un sapere comune e condiviso esistono già. Forse non sono ancora del tutto complete, e si può fare di più. Ma credo che la narrazione della storia abbia bisogno di una conoscenza, di una serietà e di una metodologià che non può essere ostaggio dalla propaganda politica. Se ritiene che:

«Il mondo dell’Istruzione ha un compito importantissimo nel portare le giovani generazioni a conoscenza di questa dolorosa pagina della nostra storia e lo assolvera’ pienamente.»

è bene che abbia presente che, se sessanta anni fa  poteva esserci qualche giustificazione , oggi non c’è ne sono più per scegliere la retorica piuttosto che la verità storica, l’ oblio al posto della conoscenza. Non è che uccidendo due volte – come lei ha affermato – i morti da una parte, si salvano gli altri, o viceversa.

SCARICA relazione commissione_mista_italo-slovena

fonte : http://guerrecontro.altervista.org/blog/?p=6796

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Rogo del campo rom, Forza Nuova su Facebook gioca ad “Acciacca lo zingaro”


Bandiere a mezz’asta e un minuto di silenzio in tutte le scuole romane hanno reso omaggio oggi ai quattro bambini rom che hanno perso la vita nel rogo di Tor Fiscale, campo abusivo sulla via Appia Nuova. Ma non tutti sembrano essere soddisfatti del saluto formale che il paese ha voluto dedicare alle piccole vittime innocenti del malfunzionamento dei servizi pubblici e dell’accoglienza del paese.

INSULTI 

 E così, mentre la discussione pubblica impazza su un nuovo stanziamento di fondi chiesto dal sindaco di Roma Gianni Alemanno al ministero dell’Interno, su Facebook gli utenti tolgono la sicura alla lingua.

Mi sono rotto i c***** di sentire tutti i giorni parlare dei 4 bambini rom morti nel rogo. Prima di natale ci fù una tragedia analoga a Casano Mutri nel Beneventano dove persero la vita una madre con i suo 4 figli. Anche quella era una famiglia “povera” ma nessuno ci ha fatto caso. Ma dove erano e cosa stavano facendo i genitori dei bambini rom uccisi nessuno ci pensa?

adesso diamo pure le case ai rom!!!!!!!ma vaff**** a….col c**** ke gli davo io le case….

lutto cittadino a roma x la morte d 4 zingari??? questa è l’italia…. ammazzati alemanno!!!!!

I (sic) ZINGARI SONO 100 MILA VOLTE PEGGIO E PIU CRIMINALI DELLA MAFIA,SINISTRATI LEGGETE ANCHE LE NOTIZIE CHE NON VI PIACCIONO CHE SONO IN MAGGIORANZA TRALALTRO EHEHEH…L.

C’è davvero l’imbarazzo della scelta.

ABBASSO NAPOLITANO

 Alcuni criticano il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per aver portato la propria solidarietà personale ai parenti delle vittime.

napolitano boia e’ ora che tu muoia…con i tuoi amici rom!!

Quanto era tenero il Presidente quando consolava quei rumeni?ma p**************** d*********************

E chi ne fa una questione politica generale.

viviamo in un paese di m****!!!!mille problemi da risolvere ma la priorità è aiutare gli zingari!!!siamo il paese dei balocchi!!!VERGOGNA!!

x 4 rumeni morti,lutto cittadino,si parla di dare nuove case ai rom,quando ci sono italiani ke vivono ancora nei container!!!!!!!!!!!!!!

GIOCHINI 

 Caso a parte l’organizzazione neofascista Forza Nuova che,

da molti giorni prima che il rogo dell’Appia spegnesse la vita di quattro bambini innocenti, ha lanciato da una cellula territoriale del movimento (Roma Sud) un simpatico gioco: “Acciacca lo zingaro”, ovvero, schiaccialo.
POSSONO PARTECIPARE TUTTI: BASTA AVERE UN QUALSIASI MEZZO DI LOCOMOZIONE CHE CAMMINI,PIU’ E’ GROSSO E PIU’ VA VELOCE SARA’ FACILITATO… NELLA RACCOLTA DEI PUNTI, MA SI PUO’ PARTECIPARE ANCHE CON LA BICICLETTA DOVRETE PASSARCI SOPRA PIU’ VOLTE

A corredo di tale lodevole iniziativa un video che riassume tutti i migliori manifesti anti-rom del partito neofascista.

ALEMANNO NON CI STA

Gianni Alemanno, uno fra le tante autorità istituzionali che hanno già stigmatizzato le frasi sui social network, si è subito dissociato dal razzismo che impera.
‘Le frasi aberranti che vengono pubblicate su Facebook non devono impressionare. Sono piccole minoranze che non hanno nulla a che fare con il sentimento della maggioranza dei romani. La nostra città non vuole rassegnarsi al fatto che sul proprio territorio quattro bambini possano morire bruciati e sa che di fronte ai fenomeni di emarginazione bisogna dare risposte in cui la legalità e l’integrazione non possono non marciare insieme’. Lo dichiara il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

http://www.giornalettismo.com/archives/113172/rogo-del-campo-room-forza-nuova-su-facebook-gioca-ad-acciacca-lo-zingaro/3/

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MASICHISMO !


di Giovanni Chianta

LA TELEFONATA DI MASI

 Il PDL mette in atto una bella trappola mediatica facendo disertare i suoi politici dalla trasmissione, proprio all’ultimo momento. Masi telefona in diretta a Santoro per ricordargli che non è possibile mandare in onda una trasmissione che vede in scena Rosy Bindi e nessun politico della maggioranza. A quanto pare Santoro si era anche rifiutato di sostituire Cicchitto con un altro parlamentare del PDL, Masi però si contraddice più volte durante la telefonata dando la netta impressione di non aver letto bene il copione, prima dice a Santoro che la trasmissione sta violando le regole, poi, incalzato dallo stesso Santoro, si corregge dicendo che potrebbe violarle, insomma Masi si dissocia in diretta dalla trasmissione per una potenziale violazione delle regole, una roba mai vista, neanche nello Zimbabwe. Se da oggi in poi i parlamentari della maggioranza decidessero di disertare la trasmissione il programma dovrebbe chiudere ? Questo non è un golpe madiatico ? Masi invece di telefonare a Santoro, perché non telefona a Berlusconi e gli dice di smetterla di dire agli italiani, un giorno si e l’altro pure, di non pagare il canone RAI ? Le risposte le conosciamo tutti.

MIELI HA DRAMMATICAMENTE RAGIONE !

Paolo Mieli in una perfetta e lucida analisi ha fatto capire che anche questa volta Berlusconi se la caverà, perché in Italia uno che ha molti soldi, un ufficio di onorevoli avvocati imponente e un potere mediatico enorme più riuscire a cavarsela sempre e comunque, anche davanti all’evidenza. Mieli ha perfettamente ragione, infatti, sappiamo bene che, anche se Berlusconi venisse colto in flagrante ad uccidere qualcuno, i suoi servi comincerebbero subito a dire che quel qualcuno voleva morire e Silvio, da grande benefattore, gli ha amorevolmente praticato l’eutanasia, poi andrebbero in Parlamento a fare una legge ad personam sull’eutanasia, rigorosamente rotroattiva.

 

LA PROPOSTA DI BELPIETRO

Belpietro ha suggerito alla Bindi di far ritirale tutti i parlamentari di opposizione, in modo tale da costringere Berlusconi a dimettersi ed andare al voto. Apparentemente una proposta condivisibile, anche la Bindi sembrava più o meno d’accordo. Peccato che alla maggioranza abbiamo dei noti fan di Mussolini; se l’opposizione si dimettesse in blocco, la maggioranza ne approfitterebbe per fare un colpo di Stato, infatti, il giorno dopo, Berlusconi si farebbe chiamare Papi Duce e nominerebbe i gerarchi. Una bella idea quella di Belpietro, ma sappiamo bene che non è farina del suo sacco ma il desiderio dell’aspirante Papi Duce, mentre Belpietro sarebbe davvero un perfetto ministro della propaganda.

 

 

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LA PROPAGANDA BERLUSCONIANA


LA PROPAGANDA BERLUSCONIANA

La propaganda attuata dai berlusconiani non è stata di certo inventata dai fedeli seguaci di B, ma ha radici molto lontane nel tempo. Possiamo dire che i berlusconiani hanno fatto un bel copia e incolla dei famosi 11 “principi” della propaganda di Goebbels, ministro della propaganda nazista nel Terzo Reich dal 1933 al 1945. Ovviamente, nessuno vuole paragonare in nessun modo il berlusconismo al nazismo perchè niente li lega: il nazismo fu un regime violento e crudele, il berlusconismo vive all’interno della Democrazia e opera ai limiti di essa. Questo articolo vuole essere solo un invito a confrontare la propaganda di Goebbels con l’attuale propaganda che vediamo sui media di informazione berlusconiani.

1. Principio della semplificazione e del nemico unico. E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali. Il berlusconismo ha individuato nella Sinistra il nemico dichiarato responsabile di tutti i mali di Berlusconi. Il simbolo del partito di Berlusconi si identifica solo nel nome di Berlusconi e la linea adottata dai berlusconiani è una e nessuno può uscire dal coro.

2. Principio del metodo del contagio.Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo. Esattamente come accade nel Berlusconismo: i nemici sono tutti comunisti e di volta in volta il nemico ha un solo nome: Fini, Mesiano, Di Pietro ecc…

3. Principio della trasposizione. Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre. Se un berlusconiano commette degli errori si cercherà di far credere che tutti commettano errori, facendo credere che sono tutti uguali, nessuno è migliore, se i berlusconiani commettono degli atti illeciti è perché in fondo tutti li commettono. Le campagne mediatiche condotte per demonizzare il nemico rispondono a questo principio. Le notizie negative vengono strategicamente nascoste dai tg berlusconiani, in cambio vengono riportate notizie positive in modo tale che la gente non sappia la verità, credendo che tutto vada bene.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento. Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave. Tipico dei berlusconiani. Se un giudice emette una sentenza di condanna per un berlusconiano è un attacco alla Democrazia. Se un pazzo lancia un oggetto al Premier è un atto terroristico. Chiunque dichiari di essere contrario al governo è un pericoloso eversivo da demonizzare ed emarginare.

5. Principio della volgarizzazione. Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria. Berlusconi controlla le tv per controllare le masse. Le tv berlusconiane non hanno fatto altro che disinformare un pubblico molto vasto, con un linguaggio rozzo e volgare. Tutto ciò serve per mantenere le masse nella mediocrità e nell’ignoranza.

6. Principio di orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”. Anche questo principio viene adottato dal berlusconismo. Poche idee ma ripetute di continuo: mandare a casa loro gli immigrati, salvare il Premier dai giudici comunisti, ricordare sempre che il Governo ha fatto molto contro la mafia, citare sempre sondaggi favorevoli al Governo, esaltare la figura di Berlusconi in ogni circostanza. Ormai tutti hanno notato che i berlusconiani nelle varie trasmissioni recitano un copione che è sempre lo stesso. Repetita iuvant !

7. Principio del continuo rinnovamento. Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse. I berlusconiani non fanno altro. Trasformano sempre delle discussioni in risse verbali: Quando l’interlocutore gli muove una critica cercano di cambiare rapidamente argomento, interrompendo il ragionamento dell’interlocutore; portando l’attenzione del telespettatore dove fa più comodo.

8. Principio della verosimiglianza.Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie. I berlusconiani cercano sempre di unire il vero con il falso, in modo tale da non far capire dove stia davvero la verità. Le loro notizie spesso non hanno nemmeno una fonte .

9. Principio del silenziamento. Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario. Qui possiamo portare come esempio proprio il Premier. B. non risponde mai a certe domande, quelle sulle quali non saprebbe argomentare. Mentre le Tv berlusconiane non fanno altro che nascondere ciò che di buono fanno gli avversari politici al fine di far credere ai cittadini che l’avversario non fa mai nulla di buono.

10. Principio della trasfusione. Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali. Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi. Lega Nord docet!

 

11. Principio dell’unanimità. Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità. Berlusconi continua a ripetere che l’operato del Governo è condiviso da tutti gli italiani, ripete sempre che il suo gradimento personale è altissimo, che tutto il popolo ama il  superuomo. Niente di più falso: sono i numeri a dirlo: votanti per B. (alle ultime politiche) 13.628.865, non votanti per B. 36.628.669. Ma non solo, ricordiamo che il partito di B. ha perso circa dieci punti percentuali in questi due anni e mezzo di legislatura ed è in netta caduta libera. Quelli che stanno con Berlusconi  sono solo una minoranza e  sono destinati ad essere sempre di meno.

Adesso, cercate le differenze, se ci riuscite !

Gio’ Chianta

 

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Rosso Vivo, la storia di Valerio Verbano


Il reading video teatrale sulla storia di Valerio Verbano tratto dal libro di Carla Verbano con Alessandro Capponi “Sia folgorante la fine”.

Un reading teatrale con interventi video. Questa la forma scelta da Alessandra Magrini per raccontare la storia di Valerio Verbano in due serate al Teatro dell’Orologio di Roma il 14 e il 15 novembre. L’autrice e interprete di “Rosso Vivo” si è basata sul libro autobiografico di Carla, la madre di Valerio, che con il suo “Sia folgorante la fine” ripercorre questi anni segnati da quello che avvenne trent’anni fa esatti. Un figlio di 19 anni ucciso con un colpo di pistola alla nuca nell’appartamento dove vive con i genitori a Montesacro. Gli assassini erano entrati prima del rientro di Valerio, l’hanno legata e imbavagliata nella stanza accanto con suo marito e aspettato Valerio. Un’esecuzione, spietata, a sangue freddo. Suo figlio ha diciannove anni ed è vicino all’area di Autonomia Operaia, ma lei all’epoca conosce poco di quel mondo. E’ molto attivo politicamente nel quartiere, dove l’estrema destra si fonde con la criminalità e forse lo Stato. Valerio studia, osserva, raccoglie. Tra le altre cose prepara un dossier sui collegamenti tra estrema destra e apparati statali. Fino a quel 22 febbraio 1980 , quando viene ucciso. Da lì comincia la storia di Carla per comprendere perché avessero ucciso Valerio, la lotta per avere una verità, fino a oggi, a ottant’anni con la sua pagina su internet- per cercare gli assassini, per incontrare i compagni di Valerio su facebook.

fonte:  http://www.liberazione.it/news-file/Rosso-Vivo–la-storia-di-Valerio-Verbano—LIBERAZIONE-IT.htm

per non dimenticare :

http://www.valerioverbano.it/dblog/

http://www.reti-invisibili.net/valerioverbano/