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Prestiti ai privati: situazioni e consigli


Che si attribuisca la colpa alla situazione economica o alla crisi finanziaria i dati parlano chiaro: le banche chiudono i rubinetti e i prestiti ai privati calano ulteriormente.

I numeri sono relativi al mese di novembre 2014, e dimostrano come i finanziamenti degli istituti di credito al settore privato, sia che si tratti di famiglie o imprese, siano calati ulteriormente dell’1,6%. Un dato che fa il paio col calo del 2,1% registrato nel mese precedente, anche se in lieve miglioramento.

In generale sono diminuiti i prestiti alle società non finanziarie (-2,6%) più che quelli alle famiglie (-0,6%), anche se il quadro generale pare tutt’altro che confortante. Stesso discorso per quanto concerne le sofferenze bancarie, ovverosia i crediti che le banche fanno fatica a riscuotere in quanto provenienti da aziende in crisi.

Il cosiddetto ‘tasso di sofferenza’ si attesta sul 18,4%, in lieve ripresa rispetto ad ottobre (+0,7%) ma comunque preoccupante. Una via d’uscita potrebbe consistere nella cartolarizzazione dei crediti, con la Banca Centrale Europea a fare da intermediario per l’acquisto dell’intero pacchetto creditizio mentre il Governo svolgerebbe il ruolo di venditore.

L’unico mercato che pare non aver avuto scossoni negli ultimi mesi è quello relativo ai mutui sugli immobili: i tassi di interesse aumentano dello 0,01% nel mese di novembre, stabilizzandosi a quota 3,19%. E’ da sottolineare il ruolo che la Rete sta assumendo nelle richieste di mutuo o di finanziamento: oggigiorno è diventato più semplice , veloce e alla portata di tutti richiedere un prestito grazie anche alle risorse e agli strumenti messi a disposizione degli istituti di credito, strumenti come quello sul sito di Hellobank che permettono la simulazione in tempo reale dei tassi dei prestiti o dei mutui da richiedere.

Intanto si attende il sì dell’Italia all’adesione del fondo “Efsi” – European fund for strategic investment – uno strumento operativo del ‘Piano Junker’ elaborato dalla Commissione Europea per dare nuova linfa agli investimenti, sia nel pubblico che nel privato. Come ha spiegato in una conferenza stampa tenutasi a Roma il vice-presidente della Commissione Europea delegato per il piano di investimenti Jyrki Katainen: “L’Efsi darà prestiti, non saranno finanziamenti a fondo perduto, il suo obiettivo è soprattutto spingere gli investimenti privati, soprattutto quelli ad alto rischio”

Lo stesso Katainen fa il punto sulla situazione degli investimenti in Europa, sostenendo che: “A livello europeo si sono ridotti anche gli investimenti pubblici, ma, a causa dei vincoli e della situazione economica, ma è triste constatare che molti Stati membri, quando tagliano i bilanci, in questi anni hanno in realtà dato la precedenza nei tagli agli investimenti pubblici, e questo ha ridotto tantissimo il livello degli investimenti”

Il piano inerente al Fondo sarà completato entro il mese di giugno, anche se l’attività dovrebbe cominciare già prima della stagione estiva. L’Italia sta alla finestra, in attesa di confermare o meno la sua partecipazione: “Ho incontrato il Ministro Padoan: l’Italia non ha ancora deciso se e per quale cifra contribuire al fondo” ha chiosato il vice-presidente Katainen.

Monica Fabrizi
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Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact.


Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschifiscalc

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32908-al-comando-una-oligarchia-politico-economica-per-far/

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Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

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La “Grillonomics”. Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle


monte-paschi-siena-beppe-grillo-9999-770x511 Quella che segue è una sintesi del saggio di Vladimiro Giacché sul programma del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Il Movimento 5 Stelle sarà un protagonista a tutti gli effetti della vita politica del nostro paese. Ecco perché le sue proposte vanno ‘prese sul serio’ ed esaminate con lo stesso rigore che si applica a quelle degli altri partiti. Purtroppo il programma della forza guidata da Beppe Grillo è spesso estremamente impreciso e vago, sopratutto in tema di economia. Ecco quel che dice, e sopratutto quel che non dice, la Grillonomics.

di Vladimiro Giacché

Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione […] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. […] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.
In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.

Cosa c’è nel programma economico di Grillo

Nei 16 punti del 27 dicembre, per la verità, di economia non si parla troppo. Riproduco testualmente i punti di interesse sotto tale profilo: «reddito di cittadinanza» (punto 2), «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» (13), «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav» (14).
Hanno inoltre implicazioni economiche anche altri punti del programma: «legge anticorruzione» (punto 1), «abolizione dei contributi pubblici ai partiti» (3), «abolizione immediata dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali» (4), «referendum sulla permanenza nell’euro» (6), «informatizzazione e semplificazione dello Stato» (15), «accesso gratuito alla Rete per cittadinanza» (16).
Per quanto riguarda il programma del movimento, esso approfondisce anche temi non presenti nei 16 punti. Lo ripercorro rapidamente seguendo i capitoli di cui si compone.

Energia. Assieme alla salute, l’unico altro caso in cui le proposte sono enunciate con un tentativo di ragionamento articolato – e non soltanto per cenni molto sintetici – è il tema dell’energia. Al riguardo il programma si sofferma in particolare sui temi del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Si propongono incentivazioni per fonti rinnovabili e biocombustibili, e si chiede (giustamente, anche se la cosa non sembra di competenza del parlamento) l’applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico. C’è anche qualche incoerenza. Ad esempio, prima si confrontano i rendimenti energetici attuali delle centrali termoelettriche dell’Enel con gli standard delle centrali di nuova generazione, poi però si dice che non bisogna costruire nuove centrali ma rendere più efficienti quelle già esistenti.

Informazione. Il tema dell’informazione, al quale il Movimento 5 Stelle è tradizionalmente molto sensibile, ha alcune implicazioni di natura economica. Sia in termini di risparmi per lo Stato (attraverso l’eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche: è anche il quarto dei 16 punti), sia in termini di maggiori spese: così è per la «cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» (una più chiara articolazione del sedicesimo punto) e per la «copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale»; così è, soprattutto, per la «statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico».

Economia. Il tema economia è comprensibilmente molto vasto. Possiamo raggruppare le proposte secondo l’ambito a cui si riferiscono.
Molte proposte concernono il funzionamento del mercato finanziario: introduzione della class action, abolizione delle scatole cinesi in Borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate (questo per la verità è già avvenuto con il decreto legge 201/2011, che regolamenta il cosiddetto «divieto di interlocking», e che è già applicato in base al regolamento congiunto Consob-Banca d’Italia dell’aprile 2012), «introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate», introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante dello Stato, divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende partecipate dallo Stato o quotate in Borsa (come caso da non ripetere il programma cita Paolo Scaroni all’Eni), abolizione delle stock options, divieto di acquisto a debito di una società.
Altre riguardano più precisamente il settore bancario: questo vale per il divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale e per l’introduzione della responsabilità e compartecipazione alle perdite degli istituti finanziari per i prodotti finanziari che offrono alla clientela.
Quanto al mercato del lavoro, troviamo la proposta di abolizione della (cosiddetta) legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito» (che a dire il vero è un concetto diverso dal «reddito di cittadinanza» menzionato al secondo dei 16 punti citati sopra).
Riguardano i grandi settori economici della produzione di merci e servizi altri obiettivi: «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno» (si propone anche di «favorire le produzioni locali»), abolire i «monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato» e mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)». Nessun cenno, invece, alle «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» che rappresentano il tredicesimo dei 16 punti. Non conoscendo quale sia «il modello francese» a cui Grillo si riferisce, non è facile capire se questa lacuna del programma dettagliato sia grave o meno.
Infine, quanto alla riduzione del debito pubblico, si ritiene che essa possa essere conseguita «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari» (corrisponde grosso modo al quindicesimo punto).

Trasporti. Per quanto riguarda i trasporti, molti dei provvedimenti proposti vanno nella direzione di un disincentivo all’uso dell’automobile nei centri urbani. Quanto alle ferrovie, si propone il «blocco immediato della Tav in Val di Susa» e per contro lo «sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo». Più in generale, si propone una riduzione della mobilità lavorativa attraverso incentivi al telelavoro e, ancora una volta, alla copertura dell’intero paese con la banda larga.

Salute. Anche sul tema della salute, come su quello dell’ambiente, troviamo punti sviluppati in maniera più argomentata di quanto accada per gli altri temi. Qui il programma di Grillo parte da una constatazione corretta, e assai sgradita alle diverse destre nostrane (tanto Berlusconi/Lega, quanto Monti): «L’Italia è uno dei pochi paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale». Questa caratteristica è però minacciata da un lato dal federalismo e dall’attribuzione alle regioni dell’assistenza sanitaria (il testo parla di devolution, ma il concetto è questo), dall’altro al fatto che «si tende a organizzare la sanità come un’azienda», facendo prevalere gli obiettivi economici sulla salute e sulla gratuità dei servizi. La risposta enunciata nel programma è l’imposizione di un ticket progressivo e proporzionale al reddito sulle prestazioni non essenziali e la possibilità di destinare l’8 per mille alla ricerca medico-scientifica.

Istruzione. Infine, l’istruzione. Qui si chiede l’abolizione della legge Gelmini, il finanziamento pubblico esclusivamente per la scuola pubblica e investimenti nella ricerca universitaria. Per il finanziamento alla scuola (e anche alla sanità) si può fare riferimento al quattordicesimo dei 16 punti: «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav». A occhio sembra un po’ poco… Ma la parte di programma sull’istruzione che suscita maggiori perplessità è quella relativa agli strumenti e alle modalità di studio: se si può condividere l’obiettivo di una «diffusione obbligatoria di internet», la «graduale abolizione dei libri di scuola stampati» non è affatto condivisibile. Lo stesso «accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie» non sembra un obiettivo confortato dai risultati (in genere tutt’altro che brillanti) ottenuti dalle cosiddette «università a distanza». Infine, due obiettivi francamente bizzarri, anche se molto di moda, sono le proposte di insegnamento obbligatorio dell’inglese dall’asilo e di abolizione del valore legale dei titoli di studio.

Cosa non c’è nel programma economico di Grillo

[…]

Euro. Nel programma in 16 punti troviamo l’unico accenno all’euro e all’Europa che sia dato rinvenire nei programmi del Movimento.
Non a caso, esso non riguarda un giudizio sui pro e contro della moneta unica, né sui processi che attualmente interessano l’Unione monetaria (balcanizzazione finanziaria e progressiva divergenza tra le economie dell’Eurozona, processi entrambi molto negativi per l’Italia e potenzialmente catastrofici per la stessa sopravvivenza della moneta unica), né sulle conseguenze per il nostro paese del cosiddetto fiscal compact e delle misure di austerity depressiva decise a livello europeo (con alcune tra esse, su tutte la riduzione del 5 per cento annuo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil, che colpiscono in misura particolarmente grave il nostro paese).
Si tratta invece della proposta di lanciare un «referendum sulla permanenza nell’euro». È un obiettivo che parla direttamente alla necessità, molto avvertita dai cittadini, di decidere del proprio destino e del ruolo dell’Italia in Europa. Ma è un obiettivo sbagliato: anche i critici dell’euro più feroci e conseguenti (si pensi ad Alberto Bagnai) hanno infatti ben chiaro che uno dei presupposti essenziali per un’eventuale uscita non catastrofica di un paese dalla moneta unica consiste nell’avvenire in maniera rapida e inattesa, ponendo altrettanto tempestivamente vincoli sui movimenti dei capitali (in caso contrario, infatti, sarebbero pressoché certi un’enorme fuoriuscita di capitali e il fallimento in serie delle banche del paese interessato). Per questo motivo, è evidente che una campagna referendaria sull’euro condurrebbe l’Italia alla bancarotta ancora prima dell’eventuale uscita dall’euro. In ogni caso, è evidente che quest’unico accenno all’euro, slegato da ogni ragionamento sulla situazione europea (e sulle condizioni italiane in questo contesto), è molto debole e scarsamente persuasivo.
Ma a ben vedere non è questa l’unica, e neppure la principale lacuna del programma del Movimento 5 Stelle. Il punto è che mancano i capitoli cruciali di un ragionamento sulla situazione economica nazionale.

Lavoro. Come abbiamo visto sopra, gli unici cenni che riguardano il lavoro sono relativi all’abolizione della legge Biagi e all’indennità di disoccupazione. Un po’ poco in un paese che negli ultimi due anni ha conosciuto un vero e proprio smantellamento delle tutele del lavoro consolidate da oltre quarant’anni. L’abolizione di fatto del diritto di reintegro per i lavoratori licenziati non per giusta causa (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e lo smantellamento del presidio rappresentato dalla contrattazione nazionale (grazie all’articolo 8 del DL 138/2011 e alla libertà di deroga in peggio a livello aziendale delle condizioni stabilite nel contratto nazionale) rappresentano, molto semplicemente, una regressione di quasi mezzo secolo per i diritti dei lavoratori. Ma non rappresentano soltanto questo. Essi sono altrettanti tasselli di un modello di competitività che oltre ad essere ingiusto è perdente ed economicamente fallimentare. […]
Fisco. Anche il tema del fisco è completamente trascurato. E dire che si tratta di uno dei nodi chiave per la finanza pubblica italiana. E quindi anche dal punto di vista del reperimento delle risorse necessarie a realizzare svariati punti del programma di Beppe Grillo. Non si può ragionevolmente pensare che la riduzione del debito pubblico possa essere conseguita – come si afferma nel programma del Movimento 5 Stelle – soltanto «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie» (le quali ultime, anzi, abbisognano di ingenti investimenti che potranno essere ammortizzati in tempi non brevissimi).
Stando ad alcuni interventi pubblici dei mesi scorsi, si direbbe che Beppe Grillo negli ultimi mesi abbia scelto la strada più facile sui temi della fiscalità: quella dell’attacco a Equitalia (comodo capro espiatorio delle leggi sbagliate di questi anni), anziché quella della rivendicazione dell’equità fiscale e del rispetto della legge da parte di tutti i cittadini, a cominciare da chi da sempre scarica sugli altri (soprattutto sui lavoratori dipendenti) l’onere di pagare le tasse. […]

Politica industriale. Le indicazioni del programma del Movimento 5 Stelle in tema di economia, come abbiamo visto, sono molto focalizzate sui mercati finanziari, ed esprimono abbastanza chiaramente gli interessi dei piccoli risparmiatori. Significative al riguardo la proposta di introdurre una vera class action e anche la suggestiva idea (purtroppo non meglio precisata) di introdurre «strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate».
Il problema nasce quando si passa a proposte di politica economica più generale. Il divieto di incrocio azionario tra banche e industria, ad esempio, in una situazione di crisi come l’attuale inasprirebbe la crisi (impedendo la trasformazione di crediti bancari inesigibili – e come è noto in giro ce ne sono parecchi – in partecipazioni azionarie nelle società debitrici). Quanto all’abolizione dei «monopoli di fatto», essa per diversi settori è priva di senso: quando si tratta di monopoli naturali (come nel caso delle autostrade) l’abolizione della condizione di monopolio è, infatti, impossibile. Quello su cui invece varrebbe la pena di ragionare, e seriamente, è se questi monopoli – proprio per la loro ineliminabilità – non siano da riportare sotto un controllo pubblico: solo così, infatti, la connessa rendita di monopolio potrebbe essere ripartita socialmente (anziché intascata dall’azionista privato).
Ma è evidente che il tema della proprietà pubblica delle imprese di interesse strategico, anche per Grillo, come per la stragrande maggioranza dei partiti che si presentano a queste elezioni, è tabù. L’unica eccezione riguarda la dorsale telefonica, di cui Grillo propone il riacquisto da parte dello Stato «al prezzo di costo».
Del pari è ignorata la necessità che lo Stato faccia politiche industriali: ossia elabori piani strategici di sviluppo dei settori principali dell’economia, con chiare politiche di incentivo e di disincentivo. L’unico accenno a politiche di questo genere presente nel programma riguarda i «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»: ben poca cosa rispetto a quanto troviamo nella nostra Costituzione, la quale all’articolo 41 prevede che l’iniziativa economica privata non possa «svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», e all’articolo 43 dichiara che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale».
Il tema qui sollevato è di importanza cruciale. È infatti ben difficile pensare che l’Italia possa risollevarsi dalla crisi attuale ampliando ulteriormente a spese dello Stato il peso della componente privata nell’economia o, come si dice, del «mercato». L’intervento pubblico è oggi necessario sia sotto un profilo strategico che da un punto di vista più immediato: per affrontare e risolvere le numerosissime crisi aziendali oggi aperte in Italia. Senza questo intervento, l’Italia è destinata a perdere pezzi rilevanti del suo apparato industriale, bruciando irrimediabilmente una quantità difficilmente calcolabile di posti di lavoro. Occorre un intervento pubblico, e occorre che esso sia coordinato e non confusamente decentrato secondo il modello «federalistico» attuale, tanto insostenibile economicamente quanto iniquo e fonte di corruzione. Il programma di Grillo sfiora questo problema, quando, in relazione alla sanità, individua una fonte di pericolo nel federalismo di questi anni. Ma è un giudizio che andrebbe approfondito e soprattutto generalizzato: si pensi alle politiche pubbliche di incentivazione alle imprese, che il federalismo ha disperso in mille rivoli e privato di efficacia, impedendone ogni sensata programmazione sul piano nazionale. Non è un caso se persino Confindustria oggi – un po’ tardivamente – sembra giunta alla conclusione che sia indispensabile una riforma del Titolo V della Costituzione (quello che è stato stravolto in senso «federalista»).

* * *

Uno Stato che non sia spettatore passivo di ciò che si muove nell’economia, e che non si limiti a socializzare le perdite dei privati. Un fisco realmente equo, che premi chi ha sempre pagato e faccia pagare chi può e deve. Una politica per la competitività basata su formazione pubblica di qualità (e non strangolata dai tagli lineari) e su maggiori investimenti (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo tecnologico, anziché continuare a comprimere il costo del lavoro. Un’Italia in grado di far sentire la propria voce nel consesso europeo, e di rifiutare il cappio del fiscal compact. Sono queste le priorità di una politica economica in grado di ridare speranza a questo paese e a chi ci abita. Purtroppo, su nessuno di questi punti il programma di Grillo è di qualche aiuto.

http://keynesblog.com/2013/02/07/la-grillonomics-analisi-del-programma-economico-del-movimento-5-stelle/

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il centrosinistra non esiste


downloaddi Federico Pontiggia –

“In Gran Bretagna si prepara a vincere, ma non credo che il centrosinistra esista: se si è a favore del mercato e della deregulation si è di destra, se si crede nell’economia pianificata e nella proprietà comune si è di sinistra, chi rimane al centro della strada di solito viene investito. Non so in Italia, ma da noi il centrosinistra si dice d’accordo a mantenere le misure di austerità e a proseguire le privatizzazioni, solo più lentamente. Ma se dovete essere comunque strangolati, il tempo non fa la differenza”. J’accuse firmato Ken Loach, che giriamo al nostro Bersani: ok aver vinto le primarie, ma se il centrosinistra non esiste, o è comunque destinato a far la fine di un gatto in autostrada, che ha vinto a fare?
A Roma per presentare La parte degli angeli, irresistibile commedia su gioventù bruciata e whisky scozzese dal 13 dicembre nelle nostre sale, Ken il Rosso riflette sull’impegno al cinema: “Oggi si dice ai filmaker che tutto dipende dal mercato, e inconsciamente qualcuno cambia la propria idea, ma da Occupy ai movimenti anti-guerra la preoccupazione è mondiale: il problema è che per i meccanismi di finanziamento tutto questo spesso non viene riflesso al cinema”.
Chi conosce lo sa, Ken non può esimersi dal dire la sua sul capitalismo: “Più si sviluppa, più cresce la disoccupazione, perché le multinazionali hanno bisogno di una marea di non occupati per mantenere i salari bassi. Come sinistra dobbiamo trovare il motore contro il mercato, che non è l’unica strada percorribile”. “Se “anche l’Unione Europea è un’organizzazione neoliberista, oggi il capitalismo è davvero in crisi: è il momento giusto, dobbiamo organizzarci, stiamo strappando tutti gli elementi che rendono una società civile, come il sostegno ai disabili. Ospedali sovraffollati, sanità in mano alle multinazionali, oggi non possediamo più nulla, prima avevamo metà economia…”.
Ovviamente, Ken torna sulla querelle che l’ha avuto protagonista al festival di Torino, di cui ha rifiutato il Gran Premio Torino per solidarietà con i lavoratori della Rear impegnati al Museo del Cinema: “L’importante non è che io vada o meno a un festival, ma la gente che perde lavoro, ha salari da fame e non può avere una rappresentanza sindacale. Tra il Museo e me c’è una differenza di principio: il datore di lavoro principale ha una responsabilità per la tutela di tutti i lavoratori, al di là del loro contratto, questo è quel che penso io, mentre il direttore ha dichiarato che il Museo non può essere considerato responsabile direttamente e indirettamente per il comportamento di terze parti. Che equivale a dire, “ci sono persone che puliscono i nostri uffici con una paga da fame, ma noi non siamo responsabili”: ebbene, io non sono d’accordo, è contro l’interesse dei lavoratori”.

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=3912

Pubblicato in: banche, economia, politica

Ecco come la ricchezza viene trasferita dai lavoratori agli speculatori finanziari


Nell’edizione 2012 del libro Occupy Money> uscito da pochi giorni, la Professoressa Margrit Kennedy scrive che dal 35% al 40% di quello che spendiamo serve a pagare interessi. Questi interessi vanno a banchieri, finanzieri, e obbligazionisti, che taglieggiano quindi il PIL – USA dal 35% al 40% del suo valore.

Commercianti, fornitori, grossisti e dettaglianti lungo tutta la catena della produzione si basano sul credito per pagare i conti. Devono pagare la manodopera e i materiali prima di avere un prodotto da vendere e prima che il compratore finale paghi il prezzo del prodotto, 90 giorni dopo.

Ogni attore della catena aggiunge interesse per i suoi costi di produzione, che vengono trasferiti al consumatore finale. La dottoressa Kennedy parla di oneri per interessi che vanno dal 12% per la raccolta dei rifiuti, al 38% per l’acqua potabile fino al 77% per un affitto di una casa popolare nella sua nativa Germania.

Queste cifre sono pubblicate in una ricerca dell’economista Helmut Creutz, che le ha estratte da documenti ufficiali della Bundesbank e si riferiscono alle spese delle famiglie tedesche per i beni di tutti i giorni e per i servizi nel 2006, ma cifre simili si possono incontrare anche nelle analisi dei profitti del settore finanziario negli Stati Uniti, dove corrispondono a un enorme 40% dei profitti finanziari del 2006. Questa percentuale era del 7% nel 1980.

Tutto ciò spiega come la ricchezza (monetaria) viene sistematicamente trasferita dai lavoratori agli speculatori finanziari. I ricchi diventano progressivamente più ricchi a spese dei lavoratori, non solo per l’insaziabile avidità del sistema finanziario, ma a causa delle regole matematiche e inesorabili del nostro sistema bancario privato (cliccaqui per approfondire).

FONTI : http://www.ecplanet.com/node/3638

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11074

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Come un gelato al lampone


di 

All’inizio della stagione estiva, i venditori di cocco camminavano spediti sulla spiaggia e urlavano: “Cocco! Cocco fresco”, poi a metà della stagione gridavano ancora, con minore convinzione. Qualche tempo dopo, semplicemente lo dicevano: Cocco fresco”. L’altro giorno uno di questi uomini con il frigo sulle spalle e la camicia sudata fino ai pantaloni, mi ha guardato, e ha mosso appena un po’ le labbra: “Cocco.”
Il ragazzo del Senegal che per primo mi disse: “Torno in Senegal a Settembre, che almeno là c’è lavoro”, non lo vedo più dalla fine di Luglio. Mi piace pensare che sia tornato prima al paese suo, e che ogni tanto pensi a noi, poveretti, a come siamo ridotti.

Eppure, a sentir le favole del telegiornale, questo per noi dovrebbe essere il momento della ripresa; hanno detto che mai la storia d’Italia aveva visto un consiglio dei ministri, ad Agosto, protrarsi così a lungo: ben otto ore. Era una cosa importante, e si parlava di noi e della nostra crescita. Per esempio finanziare le grandi opere, defiscalizzarle, il Ponte sullo stretto o la Salerno Reggio Calabria. Cose nuove e mai sentite, cose che davvero lasciano sperare. La mafia. Poi però non se ne è fatto più nulla per fortuna. In otto ore i ministri hanno deciso che per crescere bisogna privatizzare: le poste e la cultura. Bisogna fare un concorso per la scuola, con dodicimila nuovi disgraziati che staranno almeno trent’anni in una graduatoria che non si accorcia mai, e che anzi diverrà sempre più lunga visto che le scuole continueranno a chiudere.

Le favole son belle, perché lasciano in bocca un sapore dolce come il gelato di lampone.
La realtà è amara, quella sì, che non viene bene nemmeno a raccontarla.
Cosa sarà mai la privatizzazione della cultura?
La svendita dell’arte e dei musei, la chiusura delle scuole e il finanziamento alle scuole private che – cosa che non si dice mai – è libera di assumere il corpo docente e trattarlo come il corpo di uno schiavo, sottopangandolo, sfruttandolo e ricattandolo. Perché se vai da un preside di una scuola cattolica a protestare, quello ti mette alla porta, esattamente come accade in un call center o in un supermercato, o in uno di quei posti dove si vendono panini di merda con in regalo il giocattolino per il bambino.

Raccontavano la favola della finanza impegnata in operazioni anti evasione: le merci taroccate erano state sequestrate al porto di Palermo. Tutta merce che veniva dalla Cina, così simile all’originale da poter restare confusi. Gli orologi finto Rolex, dicevano, quelli che in questo periodo si vendono ai turisti sulle spiagge.
Raccontano la favola delle liberalizzazioni, senza dirti che nel mondo reale, quando ti svendi un paese al Fondo Monetario Internazionale, poi il debito lo devi pagare.
All’inizio della stagione, i senegalesi vendevano collanine colorate sulla spiaggia, e accendini, e cavigliere. La stagione, nonostante Beatrice, c’è ancora, ma i senegalesi non ci sono più. Siamo rimasti noi, ed è rimasta la campagna elettorale, son rimaste le elezioni e nessuno da votare.

FONTE: http://www.mentecritica.net/it/come-un-gelato-al-lampone/informazione/cronache-italiane/rita-pani/29322/

Pubblicato in: banche, economia, politica

NOBEL ED ECONOMISTI CONTRO IL RIGORE E L’AUSTERITA’.


“Io penso che sia fondato chiedere all’Europa di muoversi: tutta questa austerità è la negazione della crescita. Serve invece un programma di stimolo.
Robert Solow Nobel per l’economia”

“Pensare di risolvere il problema con l’austerity è un miraggio: questa crisi non è un problema statale e pensarla come tale riflette una debolezza di pensiero
Amartya Sen premio Nobel per l’Economia”

“Ciò che stiamo soffrendo è la conseguenza di risposte inadeguate alla crisi Il miglior modo di tagliare il deficit è di avere crescita economica
Amartya Sen 10 maggio 2012”

“La politica di austerità è stata introdotta in Europa troppo presto. Prima bisogna stimolare la crescita, poi pensare all’equilibrio di bilancio
Eric Maskin premio Nobel per l’Economia”

“La politica dell’austerity è stata un fallimento: non solo non ha risolto la crisi dell’Eurozona, ma ha minato la partecipazione dei cittadini creando disaffezione verso la politica e le istituzioni
Amartya Sen”

“Io vengo dalla scuola di Chicago e sono un sostenitore della responsabilità fiscale ma a questo punto è chiaro che la ripresa non può venire con i tagli. La crescita va messa prima dell’austerità
Gary Becker, premio Nobel Economia”

“Nessuna grande economia si è rialzata da una crisi con un piano
di austerity: sarebbe un disastro sia per gli Stati Uniti che per l’Europa
Jospeh Stiglitz premio Nobel per l’Economia”

“Io non sono un socialista. Non ho nulla contro i soldi, tantomeno odio i ricchi. Voglio solo che paghino più tasse del ceto medio.
Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, 4 maggio 2012”

“Lo scandalo del capitalismo sta nella mondializzazione della povertà, perfino nei Paesi più ricchi. E ancora di più in quel circolo di illegalità insostenibile nei Paesi democratici.
Jean Paul Fitoussi”

L’Italia non può andare avanti così. Non potete reggere a lungo con l’economia ferma e la disoccupazione giovanile a questi livelli
Jean-Paul Fitoussi”

“Tutti i governi europei stanno varando riforme di austerità che forse rassicurano i mercati ma creano problemi sociali enormi. Tutto questo è sostenibile?
Jean Paul Fitoussi”

“L’austerità è un cane che si morde la coda: alla fine ti ritrovi più povero perché un’economia depressa non può produrre nuovo gettito fiscale.
Jeff Madrick, 11 aprile 2012”

“Quando i mercati crollano i governi puntano sull’austerità: solo che così le imprese non crescono, non producono più ricchezza e i mercati crollano di nuovo
Jean-Paul Fitoussi”

“Un mercato del lavoro flessibile non risolverà i vostri problemi. Soltanto un aumento della domanda porterà la situazione a migliorare.
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia”

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I disabili contestano il Ministro Fornero.


Di Marina Garaventa

Premesso che io sono stata sempre favorevole al Governo Monti, mi corre l’obbligo di segnalare alcune affermazioni del Ministro Fornero che hanno gettato nello sconforto sia le associazioni che operano nel settore, sia le famiglie e i cittadini. E’ opportuno sottolineare che gli aiuti ai disabili gravi, a parte qualche regione che spicca per eccellenza, sono ridotti ai minimi termini, sia economicamente (assegno massimo per disabili al 100% 745 euro mensili) sia dal punto di vista assistenziale. Le dichiarazioni del ministro sono state fatte durante il convegno Autonomia delle persone con disabilità: un nuovo contributo per assicurarla (Reatech, Milano, 25 maggio).

Ecco le sue parole:

Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi’’.“Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata”.(I prodotti di cui si parla sarebbero quelli assicurativi.  “Per evitare accuse di raggiro o frodi, il ruolo pubblico dovrebbe dare credibilità inserendosi nella relazione tra la persona e il mondo assicurativo. C’è bisogno di innovazione finanziaria e creatività”. fonte

Ovviamente , tali affermazioni hanno sconcertato i disabili, le loro famiglie e le diverse associazioni che operano in questo non facile campo. Da parte mia , comprendo bene le difficoltà finanziarie che il nostro paese sta affrontando, ma non credo che questo sia il modo migliore per affrontare il risparmio nel campo assistenziale. Occorrerebbe invece, cominciare con un’attenta revisione e un maggiore sulle spese, rivedere il sistema delle gare e riorganizzare il lavoro del personale, spesso gestito in maniera farraginosa e dispersiva.

La polemica tra il Ministro e la comunità disabile, alla quale i media, hanno dato scarso rilievo, si è diffusa velocemente tramite i social network e attraverso i vari siti dedicati:Dopo diversi contatti, è stata indetta una manifestazione nazionale a Milano il 13 giugno.
Saranno davvero tante le associazioni, le realtà del Terzo Settore e anche le organizzazioni sindacali, che hanno aderito e che parteciperanno concretamente all’iniziativa promossa dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – componente regionale lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), culmine della campagna lanciata nelle scorse settimane, denominata “No ai tagli! Sì alla Vita Indipendente e all’inclusione nella società”.

Cresce dunque l’attesa per la manifestazione del 13 giugno a Milano, che vedrà migliaia di persone con disabilità in piazza, a denunciare le politiche improntate a quei tagli netti e radicali che colpiscono le persone con disabilità e le loro famiglie, politiche che ancora considerano il welfare come un fattore di costo e non come un investimento necessario, per il rispetto dei diritti fondamentali della persone e per avere una prospettiva di crescita e sviluppo sociale ed economico nel nostro Paese. (superando.it)

Spero sinceramente che il governo riveda questa sua posizione che getterebbe i disabili, già tanto colpiti dal destino, i un completo stato di abbandono e di dipendenza a spregiudicate speculazioni assicurative che acuirebbero, una volta di più, il divario tra i benestanti e i meno abbienti.
Per concludere vi invito a leggere la lettera che Marina Cometto, madre battagliera di Claudia Bottigelli, 39enne disabile gravissima, ha scritto al Ministro.

La madre di una disabile scrive

Ho ricevuto questa mail per un altro post “Niente soldi ai disabili”. Ma desidero dedicare un post nuovo proprio alla famiglia Cometto, affinché la lettera non si perda nel mare delle cose che scriviamo. Di mio posso solo dire che condivido in pieno le opinioni della signora Marina.

MIA FIGLIA  SI CHIAMA CLAUDIA, HA 39 ANNI E LA SINDROME DI RETT.

Abbiamo cercato  di offrirle il meglio , abbiamo , con le poche informazioni che si potevano avere 39 anni fa cercato  soluzioni e cure che potessero  offrirle  opportunità  di riabilitazione  e un futuro migliore , eravamo soli , perché la disabilità oltre gli ostacoli burocratici, medici, organizzativi famigliari porta anche alla solitudine , gli amici si allontanano seguiti spesso anche dai parenti , ma siamo comunque riusciti a rimanere famiglia cercando di offrire ai nostri figli oltre all’amore  incondizionato  la consapevolezza di essere tutti allo stesso modo amati e seguiti .

Ho dedicato la mia vita all’assistenza di Claudia quando abbiamo capito che per lei non potevamo fare altro che amarla e farla stare al meglio , cullata tra le braccia e le attenzioni di tutti noi.

Quando gli altri figli sono diventati adulti è diventata il centro delle priorità per ognuno di noi, se sta bene lei stiamo bene tutti.

Non abbiamo mai  preteso né lussi, né privilegi ,abbiamo avuto una vita sociale limitata ma questo non ci ha impedito di rimanere nel contesto sociale , non ci spaventano le difficoltà e ne abbiamo affrontate in silenzio molte.

Ora però da genitore consapevole devo prendere seriamente in considerazione il Dopo di Noi , l’età avanza , gli acciacchi pure, non siamo padroni della nostra vita e non sappiamo quando saremo chiamati a lasciare questo mondo, però quando capiterà voglio lasciarlo con serenità sapendo di avere  costruito il futuro di Claudia .rispettando le sue necessità e quelle delle persone che  si prenderanno cura di lei.

Claudia ama la sua casa e qui deve poter rimanere anche quando noi genitori non ci saremo più , non dovrà essere ricoverata in istituto , perché anche fosse il migliore del mondo non riuscirebbe a garantirle tutte le attenzioni a cui lei è abituata e sarebbe una lenta agonia .

Perché una persona con disabilità cognitive  deve essere allontanata dalla propria casa quando i genitori non ci sono più?

Perché  non si rispettano le volontà dei genitori, e sono molti , e non si cerca di trovare un accordo che garantisca la permanenza al domicilio della persona con disabilità  anche dopo che questi genitori  com’è naturale nel percorso di ogni  vita , non ci saranno più?

La  sorella di Claudia  , che desidera prendersene cura ha il diritto però di continuare a vivere la sua vita lavorativa  e a non far mancare ai suoi figli e al proprio marito le attenzioni che offre loro ora , per questo io chiedo, anzi pretendo che sia finalmente messa in atto  correttamente  la legge162 /98 che riconosce alle persone con disabilità gravissima  di poter avere assistenza  fornita dall’Ente pubblico anche per 24 ore al giorno. Che senso ha una buona legge inapplicata per carenza di fondi.

Se Claudia fosse ricoverata  in una struttura sanitaria –assistenziale costerebbe alla collettività  300-400 euro al giorno essendo totalmente non autosufficiente ,semprechè naturalmente la si voglia tenere in vita,  cosa cambia se quella stessa cifra fosse spesa per assumere persone che l’assistono a domicilio ?

Vorrei iniziare un confronto serio ,costruttivo e concreto  con le istituzioni a questo scopo , vorrei poterlo fare senza dovermi rivolgere alla legge e alla Corte Europea  per avere riconosciuto il diritto di Claudia a rimanere nel contesto familiare senza dover penalizzare la sorella .

A un genitore non si può chiedere di sacrificare la vita di un figlio per il benessere di un altro , ma quel genitore può e deve  chiedere alle Istituzioni di poter garantire a ognuno di loro il diritto a vivere una vita dignitosa e serena  senza che  la disabilità influisca  negativamente  sulla realizzazione di questa.

Sono pronta a impegnarmi per questo e spero che altri genitori trovino la forza e il coraggio per fare altrettanto ,  per una vera realizzazione  del futuro dei loro figli e per poter chiudere  gli occhi con serenità.

Se invece  LA POLITICA ITALIANA pensa che dobbiamo togliere il disturbo eliminandoci che lo dica apertamente che ci organizziamo.

MARINA COMETTO

http://www.ledha.it/

http://www.anmic.it/Fand.aspx

http://www.mentecritica.net/i-disabili-contestano-il-ministro-fornero/informazione/democrazia-e-diritti/marina-garaventa/26659/

http://pepe.blogautore.repubblica.it/2012/06/01/la-madre-di-una-disabile-scrive/

Pubblicato in: ambiente, banche, cultura, diritti, economia, politica, REFERENDUM

LA REPUBBLICA SIAMO NOI


Roma, sabato 2 Giugno 2012
Ore 15.00 P.zza della Repubblica

Manifestazione nazionale


Per l’attuazione del risultato referendario, per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per la pace, i diritti e la democrazia, per un’alternativa alle politiche d’austerità del Governo e dell’Europa


Ad un anno 
dalla straordinaria vittoria referendaria, costruita da una partecipazione sociale senza precedenti, il Governo Monti e i poteri forti si ostinano a non riconoscerne i risultati e preparano nuove normative per consegnare definitivamente la gestione dell’acqua agli interessi dei privati, in particolare costruendo un nuovo sistema tariffario che continua a garantire i profitti ai gestori.

Non solo. Da una parte BCE, poteri forti finanziari e Governo utilizzano la crisi economico-finanziaria per rendere definitive le politiche liberiste di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, di smantellamento dei diritti del lavoro, del welfare e dell’istruzione, di precarizzazione dell’intera vita delle persone. Dall’altra le politiche d’austerità ridimensionano il ruolo dell’intervento pubblico per poi alimentare l’idea che la crescita sia possibile solo attraverso investimenti privati, che in realtà si appropriano dei servizi e devastano il territorio.

E’ in atto il tentativo di imporre definitivamente il dominio delle “esigenze dei mercati” sulla democrazia, ovvero il diritto di tutte e di tutti a decidere collettivamente sul proprio presente e futuro.

Il 2 giugno è da sempre la festa della Repubblica, ovvero della res publica, di ciò che a tutte e tutti appartiene. Una festa ormai da anni espropriata alle donne e agli uomini di questo Paese e trasformata in parata militare, come se quella fosse l’unica funzione rimasta ad un “pubblico”, che si vuole progressivamente consegnare agli interessi dei grandi gruppi bancari e dei mercati finanziari.

 

Ma la Repubblica siamo noi.

 

Le donne e gli uomini che nella propria quotidianità ed in ogni territorio lottano per la riappropriazione sociale e la tutela dell’acqua e dei beni comuni, per un welfare universale e servizi pubblici di qualità, per la dignità del lavoro e la fine della precarietà, per il diritto alla salute e all’abitare, per l’istruzione, la formazione e la conoscenza, per la trasformazione ecologica della produzione, a partire dal Forum Alternativo dei Popoli di Rio+20, per politiche di pace e cooperazione.

Le donne e gli uomini che, come nel resto d’Europa, pensano che i beni comuni siano fondamento di un nuovo modello produttivo e sociale.

Le donne e gli uomini che dentro la propria esperienza individuale e collettiva rivendicano una nuova democrazia partecipativa, dentro la quale tutte e tutti possano contribuire direttamente a costruire un diverso futuro per la presente e le future generazioni.

Crediamo sia giunto il momento in cui siano queste donne e questi uomini a riempire la piazza del 2 giugno.

Con l’allegria e la determinazione di chi vuole invertire la rotta.

Con la consapevolezza di chi sa che il futuro è solo nelle nostre mani.

 

Promuovono: Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (Comitati Territoriali per l’Acqua del Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna; Abruzzo Social Forum, Acea Onlus, Acli – Associazione Cristiana Lavoratori Italiani, Acu – Associazione Consumatori Utenti, Alternativamente.Info, Alternative Europa, Altrimondi, Arci, Associazione Acli Terra, Associazione Botteghe Del Mondo, Associazione Culturale Punto Rosso-Fma, Associazione Di Cooperazione Rurale In Africa E America Latina, Associazione Fratelli Dell’uomo, Associazione Malattie Da Intossicazione Cronica E/O Ambientale, Associazione Federativa Femminista Internazionale, Associazione Italia – Nicaragua, Associazione Italiana Amici Di Raoul Follereau, Associazione Link Onlus, Associazione Medica N.A.Di.R., Associazione Michele Mancino, Associazione Naturista Europea, Associazione Nazionale Dei Comuni Virtuosi, Associazione Ong Italiane, Associazione Per La Decrescita, Associazione Rossoverde, Associazione Sinistra Critica, A Sud Ecologia e Cooperazione Onlus, Attac Italia, Associazione Universitaria Per La Cooperazione Internazionale, Beati i Costruttori Di Pace, Carta, Campagna Per La Riforma Della Banca Mondiale – CRBM, CIPAX – Centro Interconfessionale Per La Pace, Centro Nuovo Modello Di Sviluppo, CEVI- Centro Di Volontariato Internazionale Per La Cooperazione Allo Sviluppo, Chiama L’africa, CIPSI – Coordinamento Di Iniziative Popolari Di Solidarieta’ Internazionale, CNS – Ecologia Politica, COCIS – Coordinamento Delle Organizzazioni Non Governative Per La Cooperazione Internazionale Allo Sviluppo, Comitato Acquasuav (Campagna Italiana Per La Salvaguardia Hasankeyf), Comitato Italiano Per Il Contratto Mondiale Sull’acqua, Comitato Tobin Tax, Commissione Globalizzazione e Ambiente Della Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Confederazione Cobas, Confederazione Nazionale Lavoratori, Coordinamento Nazionale Comunita’ Di Accoglienza – CNCA, CRIC – Centro Regionale Di Intervento Per La Cooperazione, Cvm – Comunità Volontari Per Il Mondo, Diocesi Di Termoli – Larino, Engim, Fairwatch, Fa’ La Cosa Giusta!, Federazione Lavoratori Della Conoscenza Cgil, Fiba Cisl – Federazione Italiana Bancari E Assicurativi Della Cisl, Fiom Cgil, Forum Ambientalista, Forum Difesa Salute, Forum Per La Democrazia Costituzionale Europea, Funzione Pubblica Cgil, Geologi Nel Mondo, Geologia Senza Frontiere, Gioventù Francescana d’Italia, Il Manifesto, Ipsia Istituto Pace Sviluppo Innovazioni Acli, Istituto Schole’ Futuro (TO), Federazione Delle Attività Dei Gesuiti Nel Sociale (Jsn), Lavoro E Societa’ Cgil, Legambiente, Libera, Liberazione, Lila Cedius, Lvia – Associazione Solidarieta’ E Cooperazione Internazionale, Lunaria, Mani Tese, Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani, Medicina Democratica, Mountain Wilderness, Movimento Consumatori, Movimento D’agape, Movimento Libero Perseo, Movimento Per La Decrescita Felice, Movimento Resistenza Continua, Network Riprendiamoci Il Pianeta, Ordine Francescano Secolare Minori D’italia, Pane E Rose Onlus, Pax Christi, Quale Stato, Rete Lilliput, Rete Nazionale Rifiuti Zero, Rete NO INC, Rete Nuovo Municipio, Rete Per Una Cultura Sostenibile E Indipendente, Rete Degli Studenti Medi, Rete 28 Aprile Nella Cgil, Senza Confine Onlus – Associazione Per Lo Sviluppo Dei Popoli, Servizio Civile Internazionale, Sbilanciamoci, Sindacato Dei Lavoratori (Sincobas E Sult), Sdl Intercategoriale, Slow Food Italia, Terres Des Hommes, Umanisti Per L’ambiente, UISP – Unione Italiana Sport Per Tutti, Unione Degli Studenti, Unione Degli Universitari, Un Ponte Per…, U.S.B., Verdi Ambiente e Societa’ – Vas Onlus, WWF Italia, Associazione Yaku), Altramente, Associazione Culturale TerradelFuoco, Associazione socio-culturale InFormazione InMovimento Legnano Arese, Associazione Medici contro la tortura ONLUS, Autorecupero San Tommaso – Roma, Comitato No Debito, Comitato “SI alle energie rinnovabili NO al nucleare”, Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Autoconvocati, FLARE – Freedom Legality And Rights in Europe, Forum Sinistra Europea, Gas Veg(etari)ano di Roma LasVeGas, Gas Testaccio Meticcio di Roma, Istituto Secolare Servi della Chiesa, Movimento “2 Giugno”, Movimento Pensiero Meticcio, Nuovo Cinema Palazzo – Roma, Presidio No Dal Molin – Vicenza, Roma non si vende, Rete della Conoscenza, RSU FIOM di SELEX-SI Roma, Scintilla Onlus, Unione Inquilini di Roma e del Lazio

Sostengono: Comunisti Uniti, Ecologisti e Reti Civiche Verdi Lazio, Federazione della Sinistra di Roma, Federazione della Sinistra, Federazione dei Verdi, Giovani Comunisti, Partito dei Comunisti Italiani, Partito Rifondazione Comunista, Piattaforma Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà

Per adesioni scrivere a segreteria@acquabenecomune.org

FONTE  http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/index.php

Pubblicato in: banche, DOSSIER, economia, MALAFFARE, MEDIA, Televisione pubblica

Report il monte dei fiaschi


Massoneria, clientelismo della politica, nomine di dirigenti fatte per soddisfare le voglie dei partiti, soldi a pioggia per tenere buono il popolino (di Siena), una banca che non concede prestiti per le imprese che fanno economia reale, ma che fa invece speculazioni e investimenti rischiosi.
Una banca piccola ma antica che si si crede grande e che, per le manie di gigantismo, ora si ritrova senza buona parte del patrimonio (venduto per fare cassa) e con una brutta situazione debitoria.

Ieri sera Report parlava di Siena e della sua banca Il Monte dei paschi, e della fondazione che la controlla. Ma sembrava che si stesse parlando dell’Italia e dei suoi problemi.

E per fortuna che nella sala dei nove del palazzo pubblico di Siena c’è il dipinto sulle allegorie del buono e del cattivo governo:

“La sapienza divina tiene la bilancia della giustizia da cui parte una corda che finisce
alla concordia che ha in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e livellatrice dei
contrasti. La corda passa per ventiquattro cittadini e finisce nella mano destra del
comune, rappresentato da un monarca. Ai suoi lati siedono la giustizia con la spada, la
corona e il capo mozzo; la temperanza con la clessidra segno di saggio impiego del
tempo, la prudenza con uno specchio per interpretare il passato e prevedere il futuro;
la fortezza con la mazza e lo scudo; la pace, sdraiata su un cumulo di armi, e la
magnanimità, dispensatrice di corone e denari”.

A Siena potrebbero essere ricchi, per il fatto di essere un vero museo all’aria aperta, per la cultura e la storia. E anche per questa banca che dovrebbe investire sul territorio i propri profitti: invece i cittadini senesi si sono risvegliati da questo sogno di ricchezza e grandiosità all’improvviso, il 16 marzo scorso, con i contratti di solidarietà decisi dal nuovo AD della banca Viola.

Il groviglio armonioso, per usare le parole del venerabile maestro Bisi, si è alla fine rivelato per quello che è: una lottizzazione da parte dei partiti, con operazioni che hanno portato all’indebitamento della banca.
Per gli stipendi del management:

Giuseppe Mussari da presidente guadagnava 700 mila euro l’anno, Antonio Vigni, direttore generale uscente, con la banca in piena crisi ha preso 1,9 milioni nel 2009, 1,4 milioni nel 2010 e 5,8 milioni nel 2011 compresa la buonuscita; Emilio Tonini, ex manager, tra stipendio e liquidazione ha incassato in tre anni 10 milioni e mezzo di euro e si è beccato una condanna a otto mesi di reclusione per aggiotaggio, poi salvato dalla prescrizione.

Per le operazione speculative fatte dal desk area finanze di Londra: tramite broker stranieri MPS si è lanciata nel business dei cdo (Alexandria Capital), che ha portato solo pedite al gruppo oggi difficilmente rintracciabili nel bilancio.

Oggi il passivo conta 8,4 miliardi di euro: MPS ha preso 34 miliardi dalla BCE, di questi 26 sono finiti in BTP: un investimento sicuro per la banca che però così non fa il suo mestiere che dovrebbe essere quello di prestare capitali alle imprese, non fare speculazioni. Come quella con la IMCO dei Ligresti, a Roma.

Non concedere prestiti alle imprese ha peggiorato le cose: il risultato ottenuto è stato mettere in crisi l’economia del posto; le imprese senza prestiti diventano insolventi (totale insolvenza, cioè soldi che la banca non recupererà più, ammmonta a 14 miliardi).
Poi ci sono stati i prestiti ai membri del cda che usavano la banca come un bancomat; le vendite degli immobili fatte per creare utili da distribuire.

Anche la Fondazione MPS, che controlla la banca, dal 2001 si è lanciata in spese superiori a quelle che si poteva permettere: la cattiva amministrazione è derivata anche dalle nomine dei suoi vertici, che hanno seguito più criteri clientelari che non meritocratici.

Il presidente delle fondazioni bancarie, Guzzetti, ha cercato di difendere Mancini, pres. fondazione MPS, impiegato della Asl, ma sembrava più un volersi arrampicare sugli specchi.

GIUSEPPE GUZZETTI – PRESIDENTE ASS. FONDAZIONI BANCARIE –
FONDAZIONE CARIPLO
No. Mah, le dico: intanto essere amministratore di Asl quantomeno la conoscenza dei problemi del sociale… Ma lei sa che tra i settori due dei nostri settori d’intervento c’è la sanità, quindi non mi pare proprio uno sprovveduto.

Forse, le nomine di Mussari e Mancini sono dovute alla loro tessera politica della DC.

Altri problemi per MPS sono arrivati dall’acquisizione di Banca Antonveneta:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
e nel 2007 il Monte dei Paschi acquista Banca Antonveneta dal Banco Santander, la più
importante banca spagnola guidata da Emilio Botin, uomo dell’Opus Dei.

Una banca comprata a 10 miliardi, quando pochi mesi prima era stata acquistata da Santander a 6 miliardi e che oggi vale ancora meno. Un acquisto deciso da Mussari a scatola chiusa:

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Improvvisamente Mussari fa la grande operazione: compra la Banca Antonveneta. E la
compra senza più avere un soldo in cassa. Quindi che fa? Per spendere i 10 miliardi
che gli servono, di euro lui ricorre per la metà a indebitarsi e, per l’altra metà, li
chiede ai soci. E quindi la Fondazione che fa? Si libera di tutti i suoi investimenti
obbligazionari e compra tutte azioni Monte Paschi. Spende circa 2 miliardi e 9 della
sua liquidità, per sottoscrivere questo aumento di capitale che serve a comprare
Antonveneta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La banca a questo punto è senza liquidità e per andare avanti è costretta a comprare
1,9 miliardi di euro di Tremonti Bond che la obbligano a riconoscere al Tesoro una
cedola annua di 160 milioni. E a pagare sono i risparmiatori. Ma siccome il debito è
troppo alto, l’anno scorso la banca chiede un nuovo aumento di capitale per oltre 2
miliardi di euro. E la Fondazione si svena.

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Quindi la Fondazione fa la sua parte per sottoscrivere il suo miliardo di capitale
sociale, perché è proprietaria per metà del Montepaschi , si indebita, dà in garanzia di
questo debito tutto il suo patrimonio di azioni Montepaschi, perché poco altro ha nel
suo portafoglio …

Risultato? 4,7 miliardi di perdita, il titolo di MPS che scende precipitosamente. Non è solo colpa della crisi o sfortuna.
Viene da chiedersi in che modo in Italia si viene nominati a capo di qualcosa, visto che lo stesso Mussari è stato presidente dell’Abi.

Ma tanto c’era il palio, a tenere occupata la gente: vince chi paga il fantino, e le contrade per pagare il migliore hanno chiesto soldi alla stessa banca (babbo Monte).
In questo modo si è cercato di tenere buone le voci critiche che ogni tanto si alzavano: coi soldi della banca.

“Il groviglio armonioso”, anzichè portare benessere, ha reso la città conformista, dove sinistra e destra (PD o PDL) erano uguali.
Tutti d’accordo, nessuno contrario, i soldi della banca fanno miracoli: soldi finiti anche agli amici del responsabile PDL Verdini (che ha messo nella fondazione un suo uomo, Pisaneschi), il costruttore Fusi. Che si è preso un finanziamento per la BTP, che oggi ha lasciato ad altri.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Andrea Pisaneschi e Denis Verdini sono indagati dal tribunale di Firenze nell’ambito
delle indagini sul credito cooperativo fiorentino, la banca che, da presidente, Verdini
avrebbe spolpato per finanziare amici e soci. I magistrati stanno scavando sulla
procedura attraverso cui nel 2008 un pool di banche, in testa il Montepaschi,
concedevano un mutuo di 150 milioni di euro alla BTP, l’impresa in crisi di Riccardo
Fusi, già finito nelle indagini sui grandi eventi della protezione civile. Pisaneschi, amico di Verdini e manager Montepaschi, sarebbe stato l’uomo giusto del finanziamento che
la banca accorda a Fusi. Oggi l’inchiesta procede, ma nel frattempo fusi ha lasciato ad
altri la sua BTP dopo aver accumulato circa un miliardo di euro di debiti.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Insomma, nessuno controlla l’operato dell’altro perché fanno tutti più o meno la stessa
cosa, spartirsi la torta e il potere. Verdini, che è il capo del pdl nazionale, mette un
suo uomo Pisaneschi dentro il cda di Montepaschi e questo, secondo i magistrati,
avrebbe spinto Montepaschi a prestare tanti milioni ad un imprenditore, che ha in
mano una società fallita. Verdini conosce Fusi, e Fusi li restituirà quei milioni al Monte?
C’è da dire che a Siena quasi tutte le famiglie hanno qualcuno che lavora dentro al
Monte, visto che ci sono 22 filiali, praticamente una in ogni strada. E poi c’è la
massoneria che ha un suo tesoriere, che è stato dirigente della società di gestione
dell’aeroporto, che adesso aspira a diventare un aeroporto internazionale, nonostante
in zona ce ne siano altri 3. Si fa un po’ fatica a vedere quale sia il vantaggio
imprenditoriale, ma fondazione e banca pagano.

L’aeroporto di Ampugnano.
Altro affare della banca: un aeroporto gestito dal tesoriere della Massoneria; sotto i suoi terreni scorre la falda acquifera; il pubblico estromesso dal provato, un’inchiesta della magistratura, per un grande progetto strategico in una zona dove esistono già altri aeroporti.

Un privato che dovrebbe finanziare l’opera che però ha dietro il pubblico:

FERNANDO GIANNELLI COMITATO AEROPORTO AMPUGNANO
Questo fondo è un private equity con sede in Lussemburgo partecipato però, o meglio
finanziato, da 3 Casse depositi e prestiti, la italiana, la francese e la tedesca. Cassa
Depositi e Prestiti è partecipato dal ministero e finanziato dai risparmiatori, dai libretti
postali e non ultime dalle fondazioni bancarie che hanno investito in questa società.
Quindi i soldi che sarebbero arrivati qua non erano effettivamente soldi privati.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per capire di chi sono i soldi basta guardare dentro la società che nel 2007 vince la
gara. Galaxy è partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti a sua volta partecipata dalla
fondazione Montepaschi. Quindi Galaxy risulta indirettamente partecipata anche dalla
banca. Il groviglio armonioso non sembra aver fatto attenzione alle forme: Mussari
guida la banca ed già presidente del comitato di indirizzo della Cassa Depositi e
Prestiti, mentre la professoressa Luisa Torchia, dominus del procedimento di
privatizzazione dello scalo, è nel cda della Cassa Depositi e Prestiti e consulente della
società aeroportuale, ma poco tempo prima era stata legale della Fondazione.
Insomma, più che una gara sembrava un matrimonio.

Un progetto naufragato in cui compare di tutto: dai soldi pubblici spesi male per l’università di Siena (membro della Fondazione) e delle pressioni sulla stampa locale, per le sue critiche a certe operazioni:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In realtà, non si è mai saputo quanto sarebbe costato l’aeroporto internazionale. E
oggi, in seguito all’inchiesta, Galaxy sta uscendo dalla società che gestisce lo scalo.
Resta però misterioso come un aeroporto pubblico sia passato a un privato contro il
parere del Ministero dei Trasporti. Forse per via del senatore Franco Mugnai, molto
legato all’allora ministro Matteoli e reclutato dalla società aeroportuale per 300 mila
euro. Ma tutto questo è davvero niente in confronto a quel che accade nel bilancio
dell’università.

GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Si trova di tutto, consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture
pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute,
centro di servizi costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatori senza
copertura finanziaria per i figli e gli amici, compensi illimitati ai docenti dei master dei
corsi di perfezionamento, tasse del post laurea, cioè degli studenti del post laurea
senza alcun tetto in parte intascate da qualche furbo.

[..]
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per migliorare il bilancio l’università vende il complesso del San Niccolò, sede della
facoltà di ingegneria e di lettere. Lo cede nel 2009 per 74 milioni alla società Fabrica
Immobiliare, partecipata da Montepaschi e Francesco Gaetano Caltagirone, che della
banca era azionista e vicepresidente. E Fabrica lo riaffitta subito all’università a 5
milioni l’anno per 24 anni. Ma in ateneo proprio nessuno controlla vendite e bilanci?
GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Tenga conto che nel consiglio di amministrazione dell’università di Siena c’è un
rappresentante del comune, il rappresentante della regione, il rappresentante della
provincia, il rappresentante della camera di commercio, il rappresentante della regione
toscana, tutti potevano vedere e quindi capire cosa stava succedendo nell’università di
Siena.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
il piatto piange per tutti e quando i soldi finiscono si litiga. così il pd senese si divide. il
presidente della fondazione mancini, ex margherita, contro il sindaco Ceccuzzi, ex ds.
la fondazione che non ha un soldo, contro il comune che senza quei soldi chiude. uno
scontro che blocca il bilancio in consiglio comunale e quando finisce sui giornali ci
lascia le penne un direttore.
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTOER LA NAZIONE
Avevo un giornale che stava andando molto bene, in un mercato in grande calo.
All’improvviso ero sul Frecciarossa diretto a Bologna, ho ricevuto una telefonata
dall’editore che mi comunicava che un articolo uscito in cronaca di Siena, un articolo
in cui si riferiva di un comunicato ufficiale della fondazione Monte dei Paschi, aveva
fatto irritare profondamente il sindaco di Siena che è un po’ l’azionista di riferimento,
diciamo, del mondo bancario senese. E tutto questo ha fatto sì che l’editore mi
dicesse che dovevo passare dalla sede dell’azienda nel gruppo poligrafici, che
controlla anche la Nazione, a Bologna, dove c’era una cosa per me. E questa cosa per
me era una lettera di licenziamento in tronco, del tutto inusitata.
PAOLO MONDANI
Andrea Riffeser Monti, il suo editore, ha un rapporto col Monte dei Paschi?
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTORE LA NAZIONE
Questo non lo posso dire onestamente, so che essendo in Toscana la Nazione, ed
essendo il Monte dei Paschi la più grossa banca della Toscana, è una cosa
assolutamente normale che ci fossero dei rapporti economici. 

Il commento finale di Milena Gabanelli:

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Mussari ha lasciato la presidenza di Mps giusto una settimana fa, per dedicarsi a
tempo pieno all’Abi, l’associazione bancaria italiana, che si occupa di tutto il sistema
bancario. Significa che se il piccolo azionista non era adeguato, per il sistema invece
sì. Al suo posto è arrivato Alessandro Profumo, ha qualche sospeso per via di indagini
legate all’elusione fiscale di Unicredit, ma al governo una norma che prevede di
derubricare il reato, quindi è probabile che possono stare tutti tranquilli. Però Profumo
rinuncerà allo stipendio, lo ha detto il sindaco che lo ha scelto. Possiamo aggiungere
che essendo uscito da Unicredit con una quarantina di milioni, anche senza stipendio
la vita di Profumo non cambierà. Però il gesto è molto apprezzabile. Ci dispiace invece
di non esser in grado di fornire dei fatti anche la versione del presidente della banca,
del presidente della fondazione e del sindaco di Siena, perché purtroppo hanno
rinunciato ad intervenire.

Qui il pdf della puntata.
Pubblicato in: banche, economia, LAVORO, politica

Perchè pagare il debito?


Leggo dall’editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L’austerità non ha risanato i conti, ha depresso l’economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino fino alla bancarotta (default). L’Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

* * *
Perchè non possiamo fare come l’Islanda ? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

* * *
In una intervista Loretta Napoleoni propone: “L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro” .

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica – e va bene tagliare gli sprechi – hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L’Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.

Pubblicato in: banche

Un blocco sociale contro il regime dei banchieri


La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una restrizione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari.

La razione di miseria obbligatoria imposta a paesi come Portogallo, Grecia, Italia, Spagna e progressivamente a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori.

Se Obama è costretto a raddoppiare i fondi sociali di assistenza con cui vengono finanziati sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari al fine di non fare esplodere rivolte, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc.), se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi e stabilizzare l’economia, tutto questo procedere verso il disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragione d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità.

Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già 60-70 mila piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati, per lo più clandestini, dato che erano clandestini anche come lavoratori. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, cioè dei grandi supermercati nei quali i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e di contrattazione.

Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori.

Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma molta della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa  concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere enorme di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche.

E’ evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione e precarietà. Ma bisogna stare attenti poiché è proprio da questi ambienti sociali che stanno riemergendo le tesi complottiste, l’antisemitismo di ritorno, il razzismo contro gli extra-comunitari.

 Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia.

Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del potere capitalistico, poiché al vertice degli Stati, in Grecia e in Italia, si sono insediati ufficialmente dei regimi guidati da tecnocrati e alti funzionari del sistema bancario e finanziario internazionale.

Su questo punto non si può non concordare, a meno che non si voglia negare l’evidenza.

In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più facilmente gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale.

Pertanto, serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate.

Ma come e con quale durata temporale si potrebbe conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo ed auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria?

A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, bensì estremamente pratici, occorrerebbe dare una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma ribollente delle lotte sociali e materiali.

Lucio Garofalo

Pubblicato in: banche, diritti, economia

Uno spettro s’aggira in Europa: la rivolta dei proletari


 

Il capitale internazionale ha individuato nella Germania il suo punto di forza e di riferimento, il bastione politico dietro cui si riparano gli interessi delle tecnocrazie e delle élite finanziarie mondiali. Se la Germania è l’interlocutore privilegiato del grande capitale all’interno dell’area dell’euro, la conseguenza è esattamente l’imposizione dall’alto di una linea politica di “germanizzazione” di tutti i Paesi che fanno parte dell’euro, perciò chi non si adegua agli “standard” richiesti dai vertici della BCE rischia di essere emarginato dall’euro, oppure di retrocedere in una “categoria” inferiore.

Per continuare a restare nell’euro si esige la condicio sine qua non di soddisfare subito il pagamento degli interessi sul debito pubblico e ridurre progressivamente tale debito fino alla solvibilità dei singoli Paesi. In nome di questo “totem” vengono sacrificate le conquiste che in passato l’Europa ha ottenuto in termini di progresso civile, diritti, democrazia e stato sociale, e si scatena l’ennesima offensiva capitalistica contro gli interessi della classe operaia, colpendo e tartassando puntualmente le masse proletarie.

I sacrifici imposti al popolo italiano dall’emissario della BCE, Mario Monti, al solo scopo di assicurare il pagamento degli interessi sul debito pubblico al grande capitale finanziario, possono garantire al massimo un breve periodo di ripresa dei titoli italiani.

Oltre il 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono pagamenti immediati, pena il tanto temuto default: sono gli usurai dell’economia globale, i signori del denaro e dell’alta finanza, i padroni delle grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Ecco a  chi  vanno i soldi estorti ai proletari italiani ed europei.

In questo contesto storico ha un peso enorme una variabile che è un elemento imponderabile anche per il grande capitale, ossia il punto oltre il quale rischia di venir meno e di esaurirsi la rassegnazione dei proletari, rendendo imprevedibile ed ingovernabile il corso della crisi. Il tenore di vita del proletariato europeo sta precipitando verso livelli di paurosa indigenza: solo in Italia sono 18 milioni le famiglie che versano in condizioni di pauperismo, ma negli altri Paesi che si trovano in bilico tra il permanere nell’area dell’euro e il default, la situazione risulta addirittura peggiore.

Le dimensioni sociali della disoccupazione raggiungono ormai cifre inquietanti, mentre il precariato è diventato uno status permanente per milioni di giovani in tutta Europa. Per i proletari indigenti non ha alcuna importanza la risalita degli indici di borsa: essi misurano la loro esistenza su ciò di cui hanno bisogno e di cui non riescono a privarsi.

Una prossima dichiarazione di insufficienza della bilancia dei pagamenti, con il relativo varo di nuove manovre estorsive che impongano ulteriori sacrifici alle masse popolari, potrebbe non incontrare più quello spirito di rassegnazione che si richiede ai proletari.

La repressione potrebbe non essere sufficiente, ma la preoccupazione principale del potere è che cominci a rompersi la catena dell’obbedienza al comando capitalistico.

 Lucio Garofalo