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Il Bar dello Sport dei Professori Emeriti


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Se c’è una cosa che mi causa fastidio fisico, epidermico, immediato è il benaltrismo. Il classico discorso da “bar dello sport” “E allora quello? E allora quell’altro? Si ma se invece di pensare a quello pensassero a…? Ma non ci sono cose più importanti?”. La scaletta che parte dai famosi braccianti calabresi di un noto film con Alberto Sordi e finisce coi Marò. E se c’è una cosa che mi irrita ancora di più è quando questi discorsi vengono fatti da blasonati Professori dei media e causano subito schiere di difensori a spada tratta, che più dei concetti espressi si fermano non alla prima riga del titolo, come al bar, ma all’ultima della firma: e si esercitano in uno degli sport nazionali più in voga da sempre: il feticismo. “Se l’ha detta LUI non può essere che vera”. Ripeto, provo un fastidio che mi tira fuori un vocabolario da scaricatore di porto.
Abbiamo assistito alla più grande strage commessa negli USA dai tempi delle Twin Tower,: una strage mirata, precisa, una strage OMOFOBA, discriminante, delirante. E come in altri casi, saltano fuori coloro che devono distinguersi: chi giustificandola in un qualche modo, chi incitandola, chi mettendola nel calderone dei luoghi comuni tipo “mancanza di valori”. E se questi commenti al bar li puoi risolvere scrollando la testa, finendo il caffè e allontanandosi il più in fretta possibile, non è altrettanto facile con certi blasonati intellettuali. Questa di Orlando è stata solo la punta di un iceberg, poiché vediamo questi maestri della sapienza sbracciarsi con le teorie più assurde, salvo poi urlare alla persecuzione ogni volta che qualcuno sfiora anche solo per scherzo le loro adorate corporazioni.
Questi maghi delle parole , messa nell’armadio la t-shirt del “Je suis charlie” ora li vediamo indossare di nuovo la divisa in camicia e cravatta da Intellettuale e Fonte di Sapienza e si esprimono, con episodi di inequivocabile timbro, palese anche a un cieco, nei modi più poetici: così assistiamo a 100 donne uccise solo perché donne chiamate “tragedie familiari”, assistiamo a episodi di intolleranza razziale chiamati “esasperazione dei cittadini”, a episodi di pedofilia omicida dove si tirano fuori “i boccoli e il degrado”. In sostanza, il concetto è sempre lo stesso della minigonna associata allo stupro, cambiano solo i parametri: la formula morale è la medesima.
Adesso, abbiamo i media intasati di “ Non sono morti 50 gay sono morte 50 persone”. Nel senso che andrebbero considerati tali. E un concetto di una tale banalità, oltretutto, se lo contesti te lo argomentano pure che “non l’hai capito”, come sempre, del resto, come negli altri casi. Può darsi che sia io a “non avere capito”: peccato che poi leggiamo Senatori che commentano “Ucciderne uno per educarne 100” (questo in un’altra occasione, ma il senso è il medesimo) e altre cose tipo “hanno salvato i bambini dalla pedofilia” (altro luogo comune: che omosessuale sia sinonimo di pedofilo, altra colossale idiozia). E allora, Signori ho come l’impressione che chi non ha capito, forse, siete proprio voi.
Quindi secondo voi dal Gennaio non sono morte 50 donne ma 50 “persone”: peccato che eran tutte donne. Non sono morti 50 gay ma 50 “persone”: peccato che questo non è andato a sparare alla sede del Klu Klux Klan ma in un locale gay, infastidito da un bacio tra uomini. Ad Auschwitz sono morte milioni di “persone” nei forni: peccato che di nazisti, di camicie nere, di repubblichini non ce n’è morto uno. Evidentemente per voi Esimi Maestri gli stemmini gialli, rosa, azzurri eccetera le SS li mettevano perché facevano carina la divisa dei detenuti, ed i tatuaggi perché faceva look. Poi, scoprite che nella strage USA ci potevano morire e ci son morti anche gli etero. E magari che nelle Twin Tower c’era pure qualche arabo, o che i bombardamenti nazisti hanno ucciso anche i tedeschi. Una scoperta sensazionale, che solo dei grandi scrittori possono capire.
E’ arrivata l’ora che si chiamino le cose con il LORO nome: basta coi vezzeggiativi, le giustificazioni, le poesie, i benaltrismi. Basta con le banalità ed il pressappochismo spacciati per filosofia solo perché hanno il pedigrée del Blasonato Trombone. Perché se tutta la frequenza e lo zelo che avete ora a scrivere che “certe categorie sono persone come le altre, che hanno diritto al medesimo rispetto” eccetera ci fosse stato, da parte vostra, in passato, forse la strage di Orlando,- come tante altre- poteva pure essere evitata.
Provate a pensarci, nel vostro prezioso tempo libero tra un talk show ed un caffè col Ministro.
Paolo S.

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BLACK BLOCK, E TUTTO PASSA IN SECONDO PIANO


Bastano poche ore per distruggere tutto: Vetrine, auto, un movimento di protesta, il sostegno della gente. E’ esattamente ciò che è capitato nel MayDay 2015. Il pericolo dei Black Bloc era previsto da mesi, eppure non si è riuscito a far nulla per evitare ciò che è successo. O semplicemente, non si è voluto far nulla. Qualunque sia il verbo da adottare, il risultato di tutto ciò è sotto i nostri occhi. E’ facile commentare le distruzioni di negozi ed autovetture avvenute a Milano. Ancor più facile, sarebbe sottolineare l’idiozia di questi individui. Questo perché non c’è alcun motivo valido per giustificare l’accaduto. Se il messaggio era: “Combattere il capitalismo e le sue sfaccettature”, comunque non si è riusciti a farlo. Questo perché il capitalismo non è l’auto del privato cittadino, o la bottega di qualche poveraccio. Il capitalismo è ben altro. Così facendo, invece, si è voluto dimostrare al mondo quanto fossero confuse le idee di queste persone. Il messaggio che è venuto fuori dalle devastazioni del primo Maggio, è stato quello di distruggere ciò che è facilmente attaccabile, come auto o negozi, senza avere alcuna voglia di combattere ciò che invece andrebbe combattuto. E soprattutto, si è oscurato completamente il dissenso verso l’EXPO…  […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/05/06/black-block-e-tutto-passa-in-secondo-piano/

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Diaz, omertà di Stato


La Corte europea dei diritti umani è stata chiara: “Alla Diaz vi fu tortura. I colpevoli restano impuniti, e l’Italia necessita di una legge adeguata per tale reato.” Naturalmente in un paese normale, questo creerebbe un gran scalpore. In sostanza, non solo la Polizia italiana non ha rispettato i diritti universali dell’uomo, ma l’intero paese è messo sotto accusa perché inerte dinanzi ai soprusi avvenuti in quei giorni, e perché vi è una mancanza sostanziale all’interno del diritto. Per l’Italia invece, che di normale ha ben poco, la cosa è quasi “scontata”. Tanto che oggi, i responsabili della mattanza di quei giorni, siedono dietro scrivanie di mogano, pagati profumatamente dallo stato italiano…. […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/04/20/diaz-omerta-di-stato/diaz

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La ragione e la valenza dell’esito del voto in Grecia


tempio greco

La ragione e la valenza dell’esito del voto in Grecia

di Gianluca Bellentani

Domenica 25 gennaio 2015, si sono svolte le elezioni Presidenziali in Grecia. I sondaggi davano Tsipras come favorito ed infatti il risultato e’ stato questo, ma ben oltre le piu’ rosee previsioni. Syriza, il partito della sinistra greca, raggiunge quasi la maggioranza assoluta. Nuova Democrazia, il partito dell’ ex Premier Samaras, si ferma ad un misero 26%. Scompare quasi totalmente il Pasok, il partito socialista che passa dal 44% del 2009 al 4% di oggi ( e questa fuga di votanti, dovrebbe forse far riflettere chi si pavoneggia di un 40,8 % ottenuto alle Europee ). Ottiene un pericoloso 16% Alba Dorada, il partito nazi-fascista decapitato nei vertici, in quanto i suoi esponenti di spicco sono da mesi in carcere. Probabilmente, l’aver aiutato con distribuzioni di generi di prima necessita’ la popolazione ha dato i suoi frutti. Syriza ha quindi quasi la maggioranza assoluta e per averla manca una manciata di voti. Si rivolge quindi per avere l’appoggio all’ altro partito di sinistra, il KKE, il partito dei comunisti duri e puri, quelli fermi alle idee del bolscevismo sovietico, che rifiutano sdegnosamente di entrare a far parte del nuovo Governo. A questo punto Tsipras , che pretende un cambio di rotta e non puo’ certo chiedere appoggi a Nuova Democrazia e al Pasok, entrambi responsabili del disastro greco, si rivolge quindi all’unico partito rimasto, ANEL, un partito di destra noto per le sue dure posizioni contro gli immigrati. Al leader di ANEL, Panos Kamnenos, viene data la poltrona di Ministro della Difesa. E’ una abile mossa strategica per due motivi. Innanzitutto si toglie ANEL da eventuali ingerenze nel programma di riforme ma soprattutto, memori di quanto accaduto alla fine degli anni ’60 col Regime dei Colonnelli, si ripara dal pericolo di un qualche golpe militare.varoufakis

Il nuovo Governo e’ composto da soli 10 Ministri, tutti uomini, tra cui spicca il nome di Yanos Varoufakis, un economista tanto sobrio nel look ( si presenta al giuramento con jeans e camicia fuori dai pantaloni) quanto fermo nelle proprie idee di una diversa economia. Un personaggio comunque preparatissimo, che segue le orme del piu’ conosciuto Paul Piketti.

I commenti al risultato di queste elezioni sono davvero stravaganti, almeno nel nostro Paese. Il ‘’ genio ‘’ Matteo Salvini, il Segretario della Lega ( quindi non certamente un partito di sinistra ), scrive queste parole su Twitter : ‘’ Finalmente i Komunisti greci hanno capito quanto cattiva sia l’ Europa e quanto l’euro sia una disgrazia per i paesi membri della Ue ‘’ ( quando sappiamo tutti che Tsipras ha sempre ripetuto di voler rimanere sia in Europa che nella moneta unica ). Inconcepibili i commenti di tanti simpatizzanti del PD, con a capo M. Renzi e che governa con una parte del cdx, che parlano di Tsipras come ‘’ uno sbruffoncello che per governare deve allearsi con la destra, ‘’ un ‘’ sola ‘’ che non vuole pagare i debiti fatti dal suo Paese’’. Le femministe lo attaccano per non avere rispettato le quote rosa ( quasi che le quote rosa fossero sempre sinonimo di buon governo ). Anche gli organi di informazione ci mettono del loro, con titoli roboanti ( Vince Tsipras, trema l’ Europa !! Dalla Grecia, culla della civilta’, nasce il nuovo Sol dell’ Avvenir ) etc. etc. Cerchiamo quindi di capire il come sia stato possibile che il popolo greco, mai stato come idee a sinistra, abbia adesso spostato direzione di voto e soprattutto, quanto valga sia dal punto di vista economico che politico il risultato del voto greco.

Il perchè di questo voto

scontri in greciaLa ragione di questo risultato e’ tanto semplice quanto drammatica : i greci, come sanno bene coloro che hanno amici e parenti in Grecia, specialmente nei grandi centri, stanno morendo. Non per una qualche malattia pandemica come in Sierra Leone ne per una guerra civile come in Ucraina, ma di stenti. Immaginatevi se da un giorno all’altro foste lasciati a casa dal lavoro e non aveste alcun sostegno. Se gli ospedali fossero al collasso e doveste pagare qualsiasi cura o medicinale e se anche mandare a scuola i vostri figli fosse qualcosa che non vi potete permettere. Se vi tagliassero gli stipendi del 30% e le pensioni del 50%. Se i prezzi delle utenze salissero vertiginosamente e non aveste di che pagare nemmeno la luce, l’acqua o il riscaldamento . Se le banche con cui avete un mutuo per la casa, vi sbattessero in strada in quanto non riuscite a pagare le rate. Se vi togliessero i vostri figli in quanto non siete piu’ capaci di sfamarli. Se le strade fossero piene di ladri e balordi  e le poche forze dell’ ordine fossero usate quasi esclusivamente per soffocare le proteste di piazza. Se le vostre mogli e figlie si prostituissero solo per poter portare a casa i soldi per vivere…… Il tutto, mentre un pugno di nababbi, tassati in maniera ridicola, continua ad accumulare ogni giorno smisurate ricchezze. Uno scenario da incubo, imposto dalla Troika per ripianare il debito greco ( debito che non solo non scende ma addirittura sale ). A questo punto, voi come cittadini, che fareste ? Non vi verrebbe voglia di dire basta a queste draconiane misure ? Non vi affidereste a qualcun altro, anziche’ a coloro che questo debito lo hanno creato ? Questa e’ la ragione del risultato del voto. Non e’ che da un giorno all’altro i greci siano diventati comunisti,  ma hanno solo votato chi vuole cambiare le cose in maniera diversa dalle direttive della Troika. Vi pare un qualcosa di cosi’ truffaldino ? Ma scusate, se foste ammalati e un medico vi prescrisse una cura che non solo non fa effetto ma vi peggiora, non vi verrebbe spontaneo cambiare medico e cura ? Ecco del perche’ i greci non hanno votato in maggioranza ne’ Nuova Democrazia ne’ tantomeno il Pasok, che appoggiavano la cura della Troika. Vi era da scegliere tra un estremismo di destra quale Alba Dorada ( che voleva abbandonare l’euro e l’ Europa, con tutte le conseguenze del caso ) e una sinistra vera, che vuole rimanere nella UE e nell’ euro ma che crede che la strada per ripianare il debito interno debba essere diversa. I greci hanno quindi scelto il partito che sperano li porti fuori da questa drammatica situazione, con meno rischi per il loro futuro.

sirizaQuali sono le misure adottate da Tsipras per far ripartire la Grecia ? Elenchiamone alcune. Riassunzione dei lavoratori statali licenziati non per esubero ma per mancanza di risorse. Sanita’ gratuita per tutti, cosi’ come le scuole e gli asili. Raddoppio delle pensioni minime, che passeranno dagli attuali 360 euro a 720 euro. Reddito di sopravvivenza per coloro che non hanno alcuna entrata. Utenze elettriche gratuite per i piu’ disagiati e soprattutto fine delle privatizzazioni ( il porto del Pireo rimarra’ greco e non sara’ venduto alla Cina ) . Dove si pensa di trovare le risorse per questo piano economico ? Ricevendo dalla BCE gli aiuti gia’ concordati per le banche elleniche, che hanno le casse vuote. Ridiscutendo i tassi di interesse sui titoli statali, schizzati alle stelle per colpa di una finanza internazionale speculativa. Chiedendo piu’ tempo per ripianare il debito e soprattutto imponendo ai nababbi  greci una forte tassazione.   E’ questo un programma di riforme di sinistra ? Sicuramente, ma non solo. L’ idea di Tsipras e’ che per poter pagare i debiti, la soluzione non sia quella di uccidere le persone spremendole come limoni, ma facendo crescere il Paese ; e se la gente non ha di che spendere, nessuna crescita e’ possibile. Vi pare questa una idea tanto balzana ? Un qualcosa di utopistico ed irrealizzabile ? Personalmente credo di no, ma almeno ci si prova, visto che il solo rigore non ha dato i frutti sperati.

Quanto vale l’esito del voto greco ?

  Dal punto di vista strettamente economico pochissimo, visto che il debito greco e’ una goccia nel mare del debito dell’ eurozona. Il PIL greco corrisponde all’incirca al 4% del PIL europeo, paragonabile a quello della sola regione veneto. I 320 mld di debito non possono certo mettere a rischio i conti della BCE. Conta invece moltissimo dal punto di vista politico. Se questa nuova strategia economica cominciasse a dare frutti e soprattutto se a primavera, con le elezioni in Spagna, la sinistra di Podemos col suo leader Iglesias vincesse, si creerebbe un effetto domino con cui i ricchi Paesi del Nord , Germania in primis, si dovrebbero confrontare.

Cosa accadra’ quindi, nel breve e medio periodo ?

Certamente la Germania e la BCE si opporranno a questo cambio di passo della Grecia. Se ne sono gia’ avuti i sentori quando si minacciava prima di espellere la Grecia dall’ Europa. Poi si e’ minacciato di chiudere i rubinetti degli aiuti alle banche e adesso, dichiarando che i titoli greci non sono piu’ affidabili come garanzia per gli aiuti. Insomma, il capitalismo cerchera’ in ogni modo di ostacolare queste politiche di sinistra, come gia’ si accadde nel ’73 col Cile di S. Allende. Si trovera’ quindi una situazione di compromesso, non tanto perche’ i Paesi creditori saranno mossi da spirito cristiano ma per la semplice ragione che, tra perdere i soldi prestati e dare piu’ tempo per ripagarli, la seconda ipotesi e’ sicuramente la meno sconveniente. Ancor piu’ pericoloso, dal punto di vista politico, sarebbe non accettare questo cambio di passo per il risanamento delle finanze. Se, come pare, le soluzioni del Governo greco fossero inascoltate, Tsipras si troverebbe costretto a chiedere aiuti economici a Putin, che non vede l’ora di scardinare il processo di Unione, dopo le penalizzazioni a cui la Russia e’ stata sottoposta dopo la crisi ucraina. Ancor peggior scenario, sarebbe quello di una avanzata di partiti fascisti, xenofobi e anti – euro, come il Front National della Le Pen in Francia.

Alexis_Tsipras_die_16_Ianuarii_2012Ecco quindi perche’ occorre dare appoggio a Tsipras e alle sue idee. Non puo’ essere lasciato solo in questa battaglia che ha intrapreso. Non e’ solo una battaglia per la difesa delle idee di sinistra ma una battaglia per l’ Europa, che deve essere in futuro non una prigione che ingabbia gli Stati membri, con diversita’ di trattamento tra membri di serie A e di serie B, ma una grande occasione di opportunita’ e benessere per tutti i suoi cittadini . Un continente non piu’ dilaniato da guerre, che parla con una voce sola, in cui i cittadini tutti si sentano assistiti e tutelati. Questa e’ stata l’idea che ha fatto nascere questo progetto di Unione. Non tradiamo questa idea e difendiamola da chi vuole mettere in secondo piano questi ideali !

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Prestiti ai privati: situazioni e consigli


Che si attribuisca la colpa alla situazione economica o alla crisi finanziaria i dati parlano chiaro: le banche chiudono i rubinetti e i prestiti ai privati calano ulteriormente.

I numeri sono relativi al mese di novembre 2014, e dimostrano come i finanziamenti degli istituti di credito al settore privato, sia che si tratti di famiglie o imprese, siano calati ulteriormente dell’1,6%. Un dato che fa il paio col calo del 2,1% registrato nel mese precedente, anche se in lieve miglioramento.

In generale sono diminuiti i prestiti alle società non finanziarie (-2,6%) più che quelli alle famiglie (-0,6%), anche se il quadro generale pare tutt’altro che confortante. Stesso discorso per quanto concerne le sofferenze bancarie, ovverosia i crediti che le banche fanno fatica a riscuotere in quanto provenienti da aziende in crisi.

Il cosiddetto ‘tasso di sofferenza’ si attesta sul 18,4%, in lieve ripresa rispetto ad ottobre (+0,7%) ma comunque preoccupante. Una via d’uscita potrebbe consistere nella cartolarizzazione dei crediti, con la Banca Centrale Europea a fare da intermediario per l’acquisto dell’intero pacchetto creditizio mentre il Governo svolgerebbe il ruolo di venditore.

L’unico mercato che pare non aver avuto scossoni negli ultimi mesi è quello relativo ai mutui sugli immobili: i tassi di interesse aumentano dello 0,01% nel mese di novembre, stabilizzandosi a quota 3,19%. E’ da sottolineare il ruolo che la Rete sta assumendo nelle richieste di mutuo o di finanziamento: oggigiorno è diventato più semplice , veloce e alla portata di tutti richiedere un prestito grazie anche alle risorse e agli strumenti messi a disposizione degli istituti di credito, strumenti come quello sul sito di Hellobank che permettono la simulazione in tempo reale dei tassi dei prestiti o dei mutui da richiedere.

Intanto si attende il sì dell’Italia all’adesione del fondo “Efsi” – European fund for strategic investment – uno strumento operativo del ‘Piano Junker’ elaborato dalla Commissione Europea per dare nuova linfa agli investimenti, sia nel pubblico che nel privato. Come ha spiegato in una conferenza stampa tenutasi a Roma il vice-presidente della Commissione Europea delegato per il piano di investimenti Jyrki Katainen: “L’Efsi darà prestiti, non saranno finanziamenti a fondo perduto, il suo obiettivo è soprattutto spingere gli investimenti privati, soprattutto quelli ad alto rischio”

Lo stesso Katainen fa il punto sulla situazione degli investimenti in Europa, sostenendo che: “A livello europeo si sono ridotti anche gli investimenti pubblici, ma, a causa dei vincoli e della situazione economica, ma è triste constatare che molti Stati membri, quando tagliano i bilanci, in questi anni hanno in realtà dato la precedenza nei tagli agli investimenti pubblici, e questo ha ridotto tantissimo il livello degli investimenti”

Il piano inerente al Fondo sarà completato entro il mese di giugno, anche se l’attività dovrebbe cominciare già prima della stagione estiva. L’Italia sta alla finestra, in attesa di confermare o meno la sua partecipazione: “Ho incontrato il Ministro Padoan: l’Italia non ha ancora deciso se e per quale cifra contribuire al fondo” ha chiosato il vice-presidente Katainen.

Monica Fabrizi
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IMPARI OPPORTUNITA’ per le DONNE


pari_opportuna5201E’ giunto il momento, per noi donne, di prendere coscienza che le nostre battaglie per conseguire PARI OPPORTUNITA’ in ogni ambito sociale ci stanno rinchiudendo nel RECINTO COMUNE che la societa’ maschilista/patriarcale

Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche.

Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno.

Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:
– il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio / femmina.
– il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo / donna.

Sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri biologici si innesta il processo di produzione delle identità di genere.

Traducono le due dimensioni dell’essere uomo e donna.

Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale.

Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.

Il rapporto tra sesso e genere varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza.

I concetti di maschilità e femminilità sono concetti dinamici che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori additare alle varie identità di genere, in cosa consiste essere uomo o donna. Maschilità e femminilità sono quindi concetti relativi.

La prima formulazione del concetto di genere nell’accezione utilizzata da questo tipo di studi venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin nel suo The Traffic in Women (Lo scambio delle donne) del 1975. La studiosa parla di un sex-gender system in cui il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi ne derivano una reciproca definizione.

Il concetto di identità di genere, in alcune correnti della sociologia sviluppatesi negli Stati Uniti d’America a partire dagli anni settanta del Novecento, viene utilizzato per descrivere il genere in cui una persona si identifica (cioè, se si percepisce uomo, donna, o in qualcosa di diverso da queste due polarità). Secondo i ricercatori, l’identità di genere può avere origini biologiche, tra cui lo sviluppo e i fattori ormonali durante la gestazione, e venire in seguito infuenzata dall’ambiente sociale e culturale in cui nasce il bambino o la bambina, per poi consolidarsi dopo i due anni di età. Non c’è comunque un’età precisa e risulta molto variabile anche l’età in cui potrebbero sorgere eventuali problemi legati all’identità di genere.

La Consigliera di Parità è la figura istituzionale prevista dall’art.16 della legge provinciale 18 giugno 2012, n.13 preposta ad intervenire in modo specifico sulle tematiche delle Pari Opportunità tra uomo e donna legate al mondo del lavoro.

Tale figura svolge funzioni di promozione e controllo sull’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per lavoratrici e lavoratori: è un organo di garanzia e vigilanza sul rispetto della legislazioni di parità operante a livello nazionale, regionale e provinciale; promuove azioni positive a favore dell’inserimento e della permanenza delle donne nel mondo del lavoro e ha la possibilità di agire in giudizio contro qualsiasi discriminazione, diretta o indiretta, individuale o collettiva (L. 125/91; d.lgs. 196/2000).

La Consigliera di Parità intraprende ogni utile iniziativa ai fini del rispetto del principio di non discriminazione e della promozione di pari opportunità per donne e uomini nel mondo del lavoro come:
– diffondere la conoscenza e lo scambio di buone prassi e attivare l’informazione e la formazione culturale sulle tematiche delle pari opportunità e sulle varie forme di discriminazione;
– rilevare la situazione di squilibrio di genere nell’accesso al lavoro, nell’ambiente lavorativo e nelle articolazioni professionali, proponendo azioni che ne rimuovano le cause;
– sostenere le politiche attive del lavoro, comprese quelle formative, sotto il profilo della promozione e realizzazione di pari opportunità;
– promuovere i progetti di azioni positive e valutare i dati emersi dai rapporti biennali delle aziende con oltre 100 dipendenti (L.125/91, art. 9);
– promuovere l’attuazione delle politiche di pari opportunità da parte dei soggetti pubblici e privati che operano nel mercato del lavoro;
– collaborare con le direzioni provinciali e regionali del lavoro al fine di individuare procedure efficaci di rilevazione delle violazioni alla normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni, anche mediante la progettazione di appositi pacchetti formativi;
– promuovere la coerenza nella programmazione delle politiche di sviluppo territoriale rispetto agli indirizzi comunitari, nazionali e regionali in materia di pari opportunità;
– collaborare attivamente con gli assessorati al lavoro e con organismi di parità degli enti locali, compresa la Commissione Provinciale per le Pari Opportunità fra uomo e donna di cui è componente.

Gruppo Facebook

Opinone di una Lettrice :” E’ mia convinzione che ORA, subito, noi donne possiamo e dobbiamo CREARE nuove Visioni e Prospettive di una SOCIETA’ che prenda le distanze dalla ripetitivita’ millenaria delle societa’ maschili .

Chiedo IMPARI OPPORTUNITA’ , che significa: MOLTE PIU’ opportunita e molto DIVERSE da quelle che cisono prposte dal mondo del lavor maschile…..”

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Tesseramento al PD: perche’ pagare per avere gli stessi diritti di chi non paga ?


 tessera pdSu Repubblica , il giornalista Goffredo de Marchis denuncia il crollo verticale del tesseramento del PD. Gli iscritti si sono dimezzati raggiungendo punte del’ 80%. Non e’ un calo di poco conto, magari dovuto ai problemi economici delle famiglie, sempre piu’ in difficolta’. Non e’ solo un problema di quantita’ di danaro che entra nelle casse del partito, quanto proprio nel numero dei tesserati. Se il numero delle tessere fosse costante o anche in lieve diminuzione, il problema delle minori  entrate sarebbe anche sopportabile, ma qui si parla proprio di crollo del numero degli iscritti . Nell’articolo, la colpa di questa inversione di tendenza viene data alla sinistra del partito, agli elettori storici e non piu’ giovani che si sentono tagliati fuori dalle scelte del Segretario. Che non si sentono piu’ partecipi in quanto manca completamente la discussione e le varie proposte vengono presentate e basta, con la sola opzione del prendere o lasciare. Questo problema che viene definito come un  ‘’ distacco silenzioso ‘’ e’ sempre stato trattato come un problema di poco conto e non lo si e’ mai analizzato sino in fondo. E’ un problema che non e’ solo riscontrabile nella Segreteria nazionale ma anche e ancor piu’ a livello locale. Alle riunioni nelle sedi, non puoi porre domande o fare qualche critica.. Se la cosa ti sta’ bene e’ cosi’ se no quella e’ la porta, in quanto la maggioranza ha sempre ragione. Un atteggiamento questo che mai si e’ riscontrato in questo partito, litigioso magari ma con sempre un alto e democratico livello di discussione.

Esiste pero’ anche un’altra ragione per spiegare questo crollo del numero di tesserati, molto piu’ banale ma credo fondamentale. Innanzitutto, cos e’ una tessera ? Non e’ solo un pezzo di cartone o di plastica ma un qualcosa che ti da’ dei privilegi nei confronti di chi questa tessera non ce l’ha. Paghereste la tessera Ski se i programmi di questa rete potessero vederli anche quelli che la tessera non ce l’hanno ? Paghereste per essere iscritti a un qualche club o circolo in cui chi non e’ iscritto puo’ fare le stesse cose degli iscritti ? Questo e’ il problema vero, che sarebbe stato subito riscontrabile qualora si fosse chiesto a quelli che,come me, vanno a fare il tesseramento in giro. Quando vai a casa di qualcuno a fargli la tessera e quello ti chiede quali sono i vantaggi di averla, sinceramente…cosa gli rispondi ? Possono entrare nelle sezioni solo gli iscritti ? No, anche solo i simpatizzanti, in quanto il PD e’ un partito ‘’ leggero e gassoso ‘’ ( descrizione questa che mi ricorda piu’ un gas nobile che un partito ). Votano solo gli iscritti per la scelta del Segretario? No, le primarie sono aperte a tutti quelli che vogliono partecipare. Ho un qualche sconto magari a pranzo o a cena alle feste del PD ? No, paghi come gli altri. Quindi alla domanda ‘’ E allora perche’ dovrei fare la tessera ‘’ che cosa rispondi ? Questo e’ il vero problema del calo vertiginoso dei tesserati . E’ venuto a mancare completamente quel senso di appartenenza che ci ha sempre distinto dagli altri partiti.

Rimane pero’ il fatto che le casse del partito sono vuote e lo saranno ancor di piu’ prossimamente, dopo che la Direzione ha abbracciato l’idea tanto demagogica quanto scellerata di abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Che accadra’ quindi, visto che i soldi provenienti dal tesseramento verranno drasticamente ridotti? Semplice, si fara’ come negli USA, in cui i magnati dell’industria e le varie lobbie sponsorizzano con fior di milioni questo o quel candidato ; e visto che giustamente questi soggetti vorranno qualcosa in cambio ai loro finanziamenti, siete cosi’ sicuri che le prossime politiche del PD saranno a favore dei meno abbienti o faranno invece gli interessi di questi  foraggiatori di danaro ? Meditate gente, meditate !!!

 

Gianluca Bellentani  

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Domande e risposte sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.


statuto lavorATORINon c’e’ niente da fare, niente. E’ ormai una tradizione, come le uova di cioccolato a Pasqua, il pranzo a Ferragosto o il brindisi a Capodanno. Ogni volta che si parla di riforma del lavoro, piccola o grande che sia, che si chiami riforma o abbia termini anglosassoni come Jobs Act, la destra ripete sempre che il motivo principale per cui le aziende non assumono sia l’ art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Che questo articolo sia ormai anacronistico riguardo alle reali condizioni economiche in cui versa il Paese e che vada cancellato per aprire le porte ai tanti disoccupati. Non ci sarebbe quindi nulla di nuovo in questa eterna diatriba se non fosse che, per la prima volta nella storia, il leader del maggior partito di centro-sx sostenesse questa teoria. Proviamo quindi a farci delle domande e a darci risposte, lasciando da parte le personali  ideologie e a dire le cose come realmente sono.

L’ ART.18 E’ UNA COSA CHE ABBIAMO SOLO NOI IN EUROPA ? No, con altri nomi e norme ma esiste anche in altri Paesi come Francia e Germania. Poi, ricordiamoci sempre che nella Ue, solo in Italia e nella disperata Grecia non esiste alcun assegno statale di sussistenza.

L’ ART. 18 E’ VECCHIO E TUTELA SOLO POCHE MIGLIAIA DI LAVORATORI ? Si, certamente. Fu introdotto nel lontano ’73 e non riguarda i lavoratori di aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Da qualche anno, le aziende oltre i 15 dipendenti, quando assumono qualcuno lo fanno con uno dei tanti contratti a termine, che vengono  rinnovati  a discrezione dell’ imprenditore di volta in volta.

L’ ART. 18 E’ LA VERA CAUSA DELLA DISOCCUPAZIONE CHE ATTANAGLIA IL PAESE ? E’ VERO CHE SE QUESTO ARTICOLO VENISSE CANCELLATO, LE AZIENDE INIZIEREBBERO AD ASSUMERE ? Assolutamente no, e per un fatto molto semplice.  Quando fu introdotto questo articolo, la congiuntura economica era favorevole e il Paese cresceva con numeri a doppia cifra e non come ora con degli 0 virgola. Le aziende quindi assumevano, nonostante ci fosse questo articolo. Se le aziende non assumono oggigiorno e’ perche’ la domanda interna langue, la burocrazia e’ ormai una vera jungla di norme e cavilli e la tassazione sul lavoro e’ troppo elevata.

L’ ART. 18 E’ QUINDI UN’ ASSICURAZIONE PERENNE DEL POSTO DI LAVORO ? UN PRIVILEGIO INALIENABILE ? Assolutamente no. Tralasciando il fatto che il datore di lavoro puo’ sempre crearti quelle condizioni di invivibilita’ all’ interno dell’ azienda, tutt’ ora venga presentato un bilancio aziendale in negativo o anche solo minore del precedente, il datore di lavoro puo’ ottenere una riduzione di organico.

Quindi questo art. 18, che non e’ ne’ la causa della disoccupazione ne’ tanto meno un inalienabile privilegio, deve essere lasciato od abolito ? E’ poi cosi’ importante ?  Si, perche’ questo articolo e’ ancor oggi la principale tutela per i lavoratori. E’ solo grazie a questo articolo dello Statuto se un lavoratore puo’ essere reintegrato quando il motivo del licenziamento e’ discrezionale. Se non esistesse, qualsiasi lavoratore /ice potrebbe essere lasciato a casa solo per essere iscritto a questo o quel sindacato, per non aver ceduto alle avances del datore di lavoro o anche solo per stare sulle palle del padrone.

Quindi l’ art. 18 deve essere un mantra, un dogma che non deve mai mutare ? Assolutamente no, anzi… Questo articolo non solo si PUO’ ma lo si DEVE cambiare. Certe garanzie, certi diritti fondamentali del lavoratore, inteso come persona e non solo come numero, devono essere estesi a tutti. Questa deve essere la vera rivoluzione, quel cambio di passo che occorre al Paese. La societa’ si evolve non quando togli ai pochi che hanno un diritto per metterli sullo stesso piano di chi questi diritti non li ha, ma quando TUTTI hanno questi diritti. Se corriamo verso il basso, inseguendo questa sorta di ‘’ cinesizzazione ‘’ dei diritti e del lavoro per stare al passo di altri Paesi emergenti, la battaglia e’ persa in partenza. La domanda interna che langue e’ il vero problema di questa crisi occupazionale e a questo problema occorre porre rimedio ridando alle persone quella sicurezza che si sta’ perdendo ogni giorno di piu’. Solo cosi’ la domanda e di conseguenza l’economia potra’ ripartire.

Poi diciamoci la verita’ sino in fondo ….Se questa riforma che Renzi ha in mente piace tanto al centro-destra ; se questa riforma viene definita da Sacconi (le cui idee come PD abbiamo sempre avversato ) come la miglior riforma  possibile, non ti possono fischiare le orecchie o quanto meno farti pensare che forse stai sbagliando qualcosa ?

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: diritti, economia

L’obiettivo di Renzi: lavoratori tutti uguali e tutti sfruttati


pomodoriDa molto tempo la propaganda sistemica, per giustificare lo smantellamento delle difese dei lavoratori, utilizza subdolamente i temi della precarietà e della disoccupazione, anche se dovrebbe essere evidente, soprattutto a chi vive situazioni di precarietà, di lavoro nero e di assenza di occasioni lavorative, che i contratti a termine del precariato e la disoccupazione di massa è lo stesso sistema ad averli diffusi, fino a esaltare la “spaccatura” nel mercato del lavoro italiano, che oggi possiamo osservare con estrema chiarezza. Si tratta di una tripartizione che genera squilibri e ingiustizie sociali, non producendo alcun effetto positivo per la produzione, i redditi e i consumi, come ci insegna un’esperienza ultradecennale.  Il mercato del lavoro è così tripartito:

1)    Lavoro “garantito”, cioè quello ancora tutelato dalla normativa vigente e dallo statuto dei lavoratori degli anni settanta, che sta diventando sempre di più l’ultima “ridotta”, particolarmente nel pubblico impiego, dei diritti e delle tutele concesse ai lavoratori. E’ destinato progressivamente a scomparire, perché troppo “oneroso”, sia in termini di costi, sia in termini di “privilegi” concessi ai lavoratori protetti, in ossequio agli interessi degli agenti strategici neocapitalistici, ben tutelati dai loro servitori politici locali. Obiettivo di attacchi continui e reiterati (Sacconi, Brunetta, Renzi), addirittura d’insulti e di criminalizzazione (Ichino, i “nullafacenti” della pubblica amministrazione) il lavoro stabile, garantito e a tempo indeterminato è contrario all’ideologia neoliberista dominante e, per tale motivo, deve essere portato a estinzione. La stabilità del lavoro e le garanzie garantite dal comunismo, dal fascismo, dal keynesismo postbellico, non appartengono in alcun modo alla liberaldemocrazia di mercato, espressa dal grande capitale finanziario.

2)    Lavoro precario, flessibile, interinale, introdotto in Italia nella seconda metà degli anni novanta e dilagato progressivamente nei duemila, figlio naturale del cosiddetto toyotismo. Dal “just in time”, applicato una prima volta negli anni settanta, per razionalizzare le scorte, dall’industria automobilistica giapponese (la Toyota, appunto), compiendo un passo successivo di grande rilevanza sociale e antropologica, si è deciso di estendere il “toyotismo” e di pagare i lavoratori esclusivamente per il tempo di lavoro, utilizzando il “servizio lavorativo” quando necessario per esigenze produttive. Da questo punto di vita, chiaramente economico e di organizzazione della produzione, l’imposizione del lavoro precario mira a razionalizzare l’uso del fattore-lavoro comprimendone all’estremo i costi, come nel caso delle materie prime, dei pezzi da assemblare, delle scorte, dei semilavorati. E’ chiaro che il precario non è un cittadino, nel mondo neocapitalistico, ma soltanto l’anonimo prestatore di un servizio lavorativo, che si tende a pagare sempre meno, riducendone l’incidenza sul costo di produzione. Quella dell’imposizione di soli contratti a termine e precari, in un progressivo e rapido evaporare dei diritti, è la strada scelta dagli agenti strategici neocapitalistici per l’Italia, ed è esattamente la consegna che hanno dato ai lacchè subpolitici, come Matteo Renzi.

3)    Lavoro nero, senza oneri contributivi e prelievi fiscali, senza alcuna garanzia e diritto. Realizza il massimo della flessibilità/precarietà del lavoratore, alimenta l’evasione e garantisce un significativo risparmio di costi. Con il declino produttivo in accelerazione e la disoccupazione galoppante, anche il lavoro nero entra in crisi, riducendosi il numero degli occupati, non pagando i lavoratori e aumentandone lo sfruttamento.

Se questa è la situazione, Renzi spergiura di voler rinnovare il mercato del lavoro dalle fondamenta, introducendo un nuovo contratto d’ingresso che partirebbe da una condizione di precarietà per arrivare alle chimeriche tutele. Dichiara di voler semplificare e di voler estendere le opportunità di lavoro anche a chi, oggi, ne è escluso. Dichiarazioni chiaramente mendaci, le sue, che nascondono l’unico esito possibile della riforma: rendere il lavoro precario contrattualizzato (di cui al punto 2) assolutamente prevalente.

La cgil, messa con le spalle al muro, non può approvare il “piano lavoro” renziano apertamente, ma deve fingere di attaccarlo, deve contestarlo con enfasi e risonanza mediatica. Perciò si erge a difesa di quel vecchio simulacro che ormai è diventato lo statuto dei lavoratori, che ancora sbarra la strada, con l’articolo 18, ai sogni liberisti, europeisti “alla Benigni”, occidentali, di libertà, cioè, nel concreto, alla realizzazione di una precarietà assoluta e generale.

Renzi e i suoi accoliti vogliono realizzare i “sogni” dei padroni neocapitalisti, unificando il mercato del lavoro italiano sotto il segno, non dei pesci, ma della precarietà fin dall’inizio della vita lavorativa. La cgil dell’orripilante Camusso, legata a doppio filo al pd, deve obbligatoriamente fingere di opporsi e di tutelare gli iscritti, per trattenere tessere e consensi. La cosa, in effetti, puzza di bruciato, di contrapposizione sul piano mediatico-propagandistico che non fermerà “il nuovo che avanza”, rullando i lavoratori. In prima battuta, il contratto d’ingresso senza diritti per i nuovi assunti, poi, in futuro, l’abolizione del tempo indeterminato anche per i “vecchi” lavoratori. Non si può partecipare troppo apertamente al massacro, questo ai vertici della cgil lo sanno bene, perciò si oppongono alla riforma, a costo di passare per “conservatori”!

Uno scontro fra “parenti serpenti”, quello fra Renzi e Camusso, disposti a coprirsi a vicenda di contumelie, a fronteggiarsi tirandosi piatti e soprammobili ma uniti da vincoli “di sangue” e di appartenenza. Più che altro, l’ennesima recita infarcita di imbrogli, finzione e malafede, per truffare gli italiani.

E’ bene analizzare di seguito ciò che ha dichiarato in proposito Renzi, in un video presente su You Tube della durata di due minuti e mezzo. Le parole e i buoni propositi espressi dal furbetto neoliberista, in polemica col sindacato, nascondono le sue vere intenzioni nei confronti del “popolo lavoratore”, non dissimili da quelle di Draghi, della Lagarde, di Junker, a lui ideologicamente affini.

La cgil avrebbe deciso l’attacco al governo, secondo Renzi, che accetta la “sfida” della Camusso (sicuro di vincerla, a quanto sembra) e nega di aver in mente Margaret Thatcher quando si parla del lavoro. Infatti, possiamo scommettere che lui non incontrerà una resistenza sanguinosa come quella opposta alla Thatcher dai minatori britannici di Arthur Scargill (dal 1984 al 1985), ma, al più, le blande resistenze di maniera della cgil all’abolizione dell’articolo 18. Per questo Renzi dichiara in video di non preoccuparsi di uno scontro del passato, ideologico, come non si preoccupa della Thatcher, ma di Marta, di 28 anni, che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino, ma a differenza delle sue amiche, che sono dipendenti pubblici, non ha nessuna garanzia. Perché? Perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B. Pensa a Giuseppe di 50 anni che non può avere la cassa integrazione, o a chi, piccolo artigiano, è stato tagliato fuori da tutte le tutele. Magari la banca gli ha chiuso i ponti e improvvisamente si è trovato dalla mattina alla sera a piedi.Come si nota, con molta malizia tira in ballo una precaria che non può andare in maternità, ma solo per stigmatizzare la tutela finora concessa ai dipendenti pubblici – come se fossero loro i colpevoli della situazione di Marta – fra i quali le sue amiche che hanno il diritto alla maternità. Perché non toglierlo anche a loro, questo diritto, per una questione di giustizia, rendendo i cittadini tutti uguali? Perché non ridurre tutti come Giuseppe, senza cassa integrazione, o come il piccolo artigiano (una sorta di “piccola fiammiferaia” dei nostri tempi, che suscita tenerezza), rovinato dalle banche? Il suo vero piano, incentrato sull’estensione massima della precarietà lavorativa, è ridurre tutti a cittadini di serie B, senza discriminazione alcuna, come Marta, Giuseppe e il piccolo artigiano.

Renzi e i suoi pensano ai co.co.co. e co.co.pro., pensano a quelli ai quali non ha pensato nessuno in questi anni. Condannati a un precariato a cui il sindacato ha contribuito, preoccupandosi soltanto dei diritti di qualcuno e non dei diritti di tutti. Loro non vogliono il mercato del lavoro di Margaret Thatcher, ma i cittadini tutti uguali sul mercato del lavoro (nel senso prima esplicitato, però), un mercato del lavoro giusto e regole giuste, non che dividono sulla base della provenienza geografica e non regole complicate. Se poi con queste regole nuove aziende, multinazionali e non solo, verranno a investire in Italia e creeranno posti di lavoro, si potrà finalmente dare il lavoro a chi non ce l’ha. Così s’introduce il tema dei capitali stranieri che devono tornare a investire in Italia, ma che lo faranno, come sappiamo, solo se il lavoro sarà debitamente flessibilizzato, offerto a prezzi stracciati e a condizioni di semi-schiavitù. Renzi è felice, come ha dichiarato più volte, se i grandi squali “investono” in Italia, facendo lo shopping di aziende a prezzi di fine stagione, anche se poi chiudono e spostano le produzioni in estremo oriente o nell’Europa dell’est.

Ai sindacati che vogliono contestarlo (Camusso, Landini) Renzi dice: dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l’Italia? L’ingiustizia tra chi il lavoro ce l’ha e chi non ce l’ha, tra chi ce l’ha a tempo indeterminato e chi è precario e soprattutto tra chi non può neanche pensare a costruirsi un progetto di vita, perché si è pensato soltanto a difendere le battaglie ideologiche e non i problemi concreti della gente. Sono i diritti di chi non ha diritti che ci interessano e noi li difenderemo in modo concreto e serio.Commovente. I diritti di chi non ha diritti. Una frase di sicuro effetto alla papa Francesco (non d’Assisi, ma de Xavier, gesuita). Così, per difendere gli ultimi, si abolisce la tutela dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori per i nuovi assunti “a tutele crescenti”, in modo tale che l’ingresso nel mondo del lavoro sia sempre e comunque precario. A questo, forse, non ci aveva pensato neppure Marco Biagi (n. 1950, giustiziato nel 2002), il giuslavorista e consigliere ministeriale da laboratorio, che ha contribuito a inoculare il virus della precarietà nella società italiana. Sulla concretezza e sulla serietà dell’impegno, trattandosi di Renzi, è lecito avanzare qualche dubbio.

Su una cosa, però, ha ragione l’imbonitore fiorentino, in polemica strumentale con la cgil: ciò che è accaduto ai lavoratori negli ultimi decenni, tutte le ingiustizie che hanno subito, portano anche la firma dei sindacati, che hanno favorito, in modo più o meno scoperto – scopertamente la cisl, più subdolamente la cgil e ancor più nascostamente la fiom – la “discesa negli inferi” neoliberista del lavoro, siglando contratti-truffa e accordi-capestro, avallando riforme antipopolari, facendo carne di porco persino dei loro iscritti.

FONTE  http://pauperclass.myblog.it/2014/09/21/lobiettivo-renzi-lavoratori-uguali-sfruttati-eugenio-orso/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, estero, opinioni, PACIFISMO, violenza

Lettera a Giulia Latorre, figlia di un marò


giulia latorreCara Giulia,

ho letto le frasi che hai scritto sul tuo profilo FB, quando hai appreso la notizia che tuo padre Massimiliano era stato colpito da ischemia nella lontana India. Giudico le tue frasi dettate, almeno spero, dalla frustrazione di chi e’ preoccupato per la salute di un proprio genitore e non puo’ stargli accanto. Visto che mi sento tirato in ballo, essendo anche io, come te, un abitante di questo Paese di merda ( parole tue ), provo a risponderti. Lo faccio con parole diverse nel tono e nei modi che hai usato tu e i tanti che ti hanno risposto. Ho una decina d’ anni piu’ di tuo padre e, con l’esperienza dell’ eta’, vorrei farti capire o almeno riflettere su certe cose che hai scritto e che, probabilmente, non hai nemmeno considerato. Innanzitutto tu parli del tuo papa’ ancora prigioniero. Vedi Giulia, quando si usa la parola prigioniero e’ sottointeso che il soggetto di cui si parli sia in una qualche galera, bella o brutta che sia, ma sempre con certe regole come la sveglia ad una certa ora, il pranzo uguale per tutti, l’ora d’aria a orari prestabiliti etc. Tuo padre e il suo collega Girone trascorrono invece i giorni e le notti in Ambasciata e godono di tutti gli agi e i diritti, tranne quello di allontanarsi da questo luogo. Non sono quindi prigionieri ma trattenuti. Certamente starebbero meglio a casa loro, trai loro affetti ma questa differenza a me pare sostanziale. Poi, mi pare che tu abbia dimenticato il motivo di questa detenzione. Perche’ vedi, il tuo papa’non e’ accusato di eccesso di velocita’, di essere passato col rosso o di essersi fumato una canna ma di aver ucciso due pescatori disarmati. Non si tratta di stabilire se il fatto sia avvenuto o meno ma quali siano le responsabilita’ oggettive dei due fucilieri. In altre parole, si tratta di accertare se i maro’ abbiano sparato deliberatamente senza ragione alcuna o se invece abbiano davvero creduto che una piccola barca di pescatori fosse invece un imbarcazione di pirati. Questo e non altri e’ il vero motivo del loro trattenimento in India; e quando parliamo di India non stiamo parlando di una repubblica delle banane ma di uno Stato grandissimo che, pur con tutte le sue anomalie e problemi, e’ una democrazia, con le sue leggi scritte. Conosci qualche Stato degno di questo nome che non chiedesse chiarimenti su cio’ che e’ davvero avvenuto ? Che non volesse almeno far luce sui fatti ? Io non ne conosco. Come dici ? Il tuo papa’non e’ un Rambo che spara a tutto cio’ che si muove ? E’ anche la mia personale opinione, come ti do’ ragione sul fatto che queste lungaggini burocratiche e procedurali abbiano davvero stancato tutti. Sono invece in totale disaccordo con te quando dici che hanno fatto il loro dovere, che sono degli eroi  e dovremmo pensare a loro anziche’ ai tanti clandestini che arrivano sulle nostre coste, che ci costano e fanno solo danni. Perche’ vedi Giulia, non esiste alcun eroismo nello sparare a gente disarmata, colpevole solo di essere nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Il loro dovere era quello di proteggere la nave dai pirati e non dai pescatori ; poi sinceramente, mi fanno piu’ pena le persone che rischiano la vita per scappare da fame e guerre di persone che svolgono un lavoro che hanno scelto volutamente e anche ben retribuito. Mi spiace invece moltissimo che tu non abbia speso nemmeno una parola, se non di scusa almeno di conforto, verso le famiglie dei due pescatori, che a differenza di te non potranno mai piu’ riabbracciare i loro cari. Si vede che umanita’ e intelligenza sono doti che non ti appartengono e spero che tu le possa acquistare in un futuro non lontano. Adesso il tuo papa’ e’ a casa in degenza ( visto che questi incivili indiani non sono poi dei cattivoni  ? ). Abbraccialo forte e stagli vicino, per tutti i giorni e le notti che ti e’ mancato. Speriamo che in questi quattro mesi le cose finalmente si risolvano. Se pero’ cosi’ non fosse, sappi che il tuo papa’ fara’ sicuramente ritorno in India, per due ragioni : ha dato la sua parola d’onore e non lascera’ da solo il suo compagno Girone. In questo fara’ davvero il suo dovere e di questo devi andarne fiera;  e se proprio vuoi prendertela con qualcuno, perche’ la rabbia che hai nell’animo e’ tanta, allora prenditela con chi ha mandato due uomini dell’esercito a fare i vigilantes su un mercantile privato e non con chi, davvero, non ha alcuna colpa !!

Ciao Giulia

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti

La morte di Davide Bifolco e il vittimismo del potere


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Davide, ammazzato da un carabiniere prima di compiere 17 anni.

Il testo più utile e chiaro sull’uccisione di Davide Bifolco da parte di un uomo armato in divisa l’ho letto. Si intitola Non è un paese per poveri: Davide Bifolco e il razzismo di classe in Italia.

Sul serio, andate a leggerlo, e solo dopo tornate qui.

Lo avete letto? Bene, riprendiamo il discorso.

Il fatto che gli amici di Davide e la popolazione del Rione Traiano non abbiano accettato in silenzio e a capo chino la solita versione del «colpo accidentale» (sono ormai centinaia i «colpi accidentali» da quando fu approvata la Legge Reale), ma abbiano espresso in vari modi la loro rabbia, ha scatenato i vermi brulicanti nel ventre di «quelli che benpensano», come li chiamava Frankie Hi Nrg.

Sono i vermi del razzismo verso chi sta peggio; dell’odio per gli esclusi spinto fino a invocarne l’esecuzione sommaria; del conformismo rancoroso che nutre gli intruppamenti sui social media; dell’inflessibilità verso i poveri che va sempre di pari passo con l’ammirazione per la furbizia dei ricchi, tanto bravi ad aggirare le leggi per farsi i cazzi propri.

«Se l’è andata a cercare», Davide Bifolco. Non si è fermato all’alt. Era in motorino con altri due. Era senza casco. Il motorino era senza assicurazione. Era in giro di notte. Soprattutto, era uno del Rione Traiano e quindi quasi geneticamente pericoloso, camorrista in potenza.

Sulla base di tali pseudomotivi, una parte di opinione pubblica – pungolata dalla marmaglia dei commentatori e opinion maker proni al potere in divisa – trova ovvio che un’auto dei carabinieri speroni un motorino, poi un carabiniere, pur potendo facilmente risalire alla sua identità, si accanisca a inseguire un ragazzo e infine lo ammazzi in mezzo alla strada. Lo trova ovvio e lo giustifica.
O meglio: dice di trovarlo ovvio perché vuole giustificarlo.

Tutto ciò nella completa assenza di qualunque reato. Per chi gira senza casco o assicurazione non è previsto un proiettile in petto, ma una multa o il sequestro del motorino. Eppure, sembra che molta gente abbia letto (parola grossa, lo so) un altro codice della strada:

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Sia ben chiaro: anche nel caso di un reato – ad esempio uno scippo – quella del carabiniere sarebbe stata una condotta ingiustificabile.

Anche nel caso con Davide ci fosse stato «un latitante» – circostanza già smentita dal diretto interessato – va ricordato che in Italia non c’è la pena di morte, in teoria. Men che meno irrogata a casaccio e messa in atto da un militare, per strada, senza la seccatura di un processo. In teoria.

Ma no, dicono quelli che benpensano: la vittima non è Davide, la vittima è il carabiniere. Poverino, immaginate lo stress, la rottura di coglioni a dover lavorare in quel quartiere, in mezzo a quella gentaglia. Pure Aldrovandi, in fondo, mica era un santarellino! Applausi ai poliziotti ingiustamente condannati per averlo ucciso! Facile criticare chi mantiene l’ordine! E Cucchi? Un tossico. Gabriele Sandri? Un ultrà. Non se ne può più di questa delinquenza, e tutti ‘sti negri che portano l’ebola, dove andremo a finire, ci vuole il pugno di ferro, solidarietà alle forze dell’ordine ecc. ecc.

A questo punto, di solito, arriva la citazione (a cazzo) di Pasolini. Se questi apologeti della repressione sapessero cos’ha scritto davveroPasolini sulle forze dell’ordine, direbbero che han fatto bene ad ammazzare anche lui, comunista e pure ricchione.
[Molti, del resto, la pensano già così, e sovente sono gli stessi che lo citano a sproposito per difendere a priori chi manganella e uccide.]

Il 12 settembre scorso ho presentato L’Armata dei Sonnambuli proprio allo Zero81 Occupato, e ho parlato anche di questa vicenda, cercando di inserirla in un contesto ideologico e storico più ampio. Il tema è il vittimismo del potere e di chi ne giustifica o nasconde gli abusi, il «non è mai colpa nostra» come fondamento dell’ideologia dominante italiana, parte essenziale di un dispositivo che plasma le nostre vite tutti i giorni.

FONTE  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18935

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Non è un paese per poveri: #DavideBifolco e il #Razzismo di classe in #Italia


davide-bifolco-corteo-05-630x419Partiamo dall’inizio, per chiarire le cose: noi, come tanti altri, nel Rione Traiano sabato 6 settembre c’eravamo.

In realtà eravamo lì già il giorno prima, quando ci ha travolto la notizia che un carabiniere avesse ucciso un ragazzino di 16 anni.

Scusateci, ma non siamo proprio capaci di guardare quello che accade attorno   a noi senza averne conoscenza diretta e abbiamo sentito dal primo momento il bisogno di stare accanto alla famiglia di #Davide che perdeva un figlio e un fratello per mano di “un uomo dello stato” proprio in quel quartiere già devastato dall’abbandono e dalla criminalità organizzata.

Abbiamo voluto esserci per loro e per Davide: troppo giovane per poter portare sulle spalle anche le responsabilità della sua stessa morte. Una responsabilità che dal giorno dopo, con lurida freddezza, hanno provato ad addossargli carabinieri, poliziotti, istituzioni, intellettuali progressisti e quel gigantesco ventre molle razzista e classista che abita questo paese.

Abbiamo fatto una scelta di parte, quella che ci è sempre appartenuta: affiancarci agli ultimi di questa società e di questa città, coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, che vivono di piccoli lavoretti a nero, che sopravvivono nel centro e nelle periferie senza aver mai conosciuto nessuna forma di welfare; chi vive in questi quartieri dormitorio e campa di lavori sottopagati in altre parti della città, o a quelli che vivono di illegalità perché di possibilità di scelta non ne hanno mai avute, a quelli che la gente chiama “La Camorra” ma che della Camorra sono le prime vittime, manovalanza di un mercato del lavoro criminale spietato quasi come quello legale, ma decisamente più accessibile.

Ci siamo stupiti che grande parte della città non ci fosse, mentre la ritrovavamo sui social media, comodamente seduta dietro le proprie scrivanie, a pontificare su quello che non ha mai visto e a pensare di poter dare lezioni di vita.

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Abbiamo creduto che un evento tragico come quello della notte del 5 settembre avesse la forza di scuotere anche le coscienze più perbeniste.

Anche la razzistissima America ha avuto un briciolo di comprensione per la rabbia di Ferguson, mentre l’Italia razzista e bigotta, e pezzi consistenti della classe dirigente di questa città, hanno guardato l’ennesimo spettacolo da “gomorra”, non riuscendo a “perdonare” a Davide Bifolco, napoletano, di essere morto ammazzato per mano di un carabiniere.

Quel ventre molle, razzista e classista, è il terreno fertile di un’opinione pubblica e il mercato di una stampa che dal giorno dopo ha scelto di ignorare i fatti accaduti nel corso di quella notte (e confermati dalle testimonianze dei giorni seguenti) per darsi a un’imbarazzante litania sociologica sulle “colpe” di Davide, dei suoi amici, del suo quartiere e della sua città.

Di certo ci aspettavamo le cazzate del Salvini e del Saviano di turno, e le evocazioni legalitarie del fascista più inappropriato e odioso della situazione: a questo giro il premio l’ha vinto Bobbio, ex sindaco di Castellamare di Stabia e membro del partito con il più alto tasso di collusione mafiosa della regione.

Quello che non ci aspettavamo, invece, è la foga di alcuni editoriali e di numerosi profili Facebook e Twitter che hanno messo in luce quanto questo paese e questa città covino un odio viscerale nei confronti dei poveri, degli ultimi della società, i fanoniani “dannati della terra” o una lombrosiana “razza maledetta”.

Scrive Paolo Macry sul Corriere della Sera dell’8 settembre: “A Napoli esistono i ghetti. Ciò che nella Parigi di Victor Hugo o nella Londra di Charles Dickens era il confine di classe e che nelle città americane è stato lungamente (e in parte è tuttora) il confine di razza, a Napoli è il confine della legalità. Scampia, Forcella, il Rione Berlingieri, il Rione Luzzatti, eccetera, costituiscono aree economicamente degradate e urbanisticamente fatiscenti, ma sono anche il luogo di una contrapposizione dei cittadini allo Stato che appare intensa, diffusa e, a quanto sembra, introiettata. È qui che si nascondono i latitanti, che la gente cerca di resistere con la forza agli arresti della polizia, che i conflitti tra interessi vengono risolti da una giustizia privata e cruenta e le guerre tra bande armate avvengono alla luce del sole. Mentre un miscuglio inestricabile di paura, collusione e omertà suggerisce il silenzio ai testimoni. Sono insomma ghetti perché riflettono un contesto infernale ma anche perché, in qualche modo, si sentono essi stessi ghetti. Ovvero territori separati dal resto del tessuto urbano, soggetti a codici speciali, abituati a proprie gerarchie di potere, fidelizzati con ricompense di varia natura dalle organizzazioni criminali”

Il “quartiere illegale” è l’espressione sublime della razzializzazione di questo popolo. È il ghetto all’italiana nel suo odiato, utile e imbarazzante Sud. È lo spazio dove esiste un peccato originale e oggettivo, per il quale non esiste sociologia che tenga.

È uno shock culturale e discorsivo che annienta tutte le altre categorie del discorso.

È (scusateci l’astrazione che abbandoniamo immediatamente) ciò che consente di superare, con un battito di ciglia, tutte le questioni di diritto che la storia di quella notte pone.

In primo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un uomo. Ragazzino o non ragazzino, di spalle o di faccia, in fuga o inerte.

In secondo luogo: il diritto di un carabiniere di sparare al petto un ragazzino in fuga, senza alcun rischio di offesa. Che abbia ignorato o meno un posto di blocco con il suo motorino, che girasse da solo o evidentemente in barba al codice della strada (ma solo al codice della strada!!) a due, a tre, o quattro senza casco.

Questa discussione non esiste. Esistono invece tutte quegli argomenti che servono a giustificare l’omicidio di un ragazzino a opera di un carabiniere, che si esprimono nel trovarsi in un quartiere dormitorio con un alto tasso di criminalità organizzata, con altissima disoccupazione e dispersione scolastica, con servizi zero, prospettive nulle. Esiste, dunque, la colpa di essere povero.

In un quartiere ghetto, costruito, come tanti altri ghetti nostrani, da quello stesso Stato e dai poteri forti che evocano legalità mentre continuano ad affamare, avvelenare e impoverire le nostre terre. E mentre sparano, senza alcun diritto, rivendicano legalità.

Il giorno dopo raccontano al mondo il ghetto. Mentre continuano ad avvelenarlo di miseria, mentre continuano a intossicarlo di disoccupazione e dispersione scolastica. Domani sarà di nuovo il ghetto “dimenticato”, perché in questo paese non si vede luce in fondo al tunnel della disoccupazione e della precarietà, allo smantellamento della scuola e dei servizi.

Quello che vediamo davanti a noi è un razziale odio di classe da romanzo dell’800, ma terribilmente vivo nelle attuali testate nazionali e nell’opinione pubblica nostrana.

Un odio di classe necessario: l’odio figlio della paura che quella moltitudine di corpi esca dal corpo, rabbiosa, per rivendicare un briciolo di dignità. La paura che quella moltitudine fuoriesca dal ghetto.

La Napoli bene, che ha trascorso l’inverno a scimmiottare le frasi più cult di “gomorra”, ha tremato dinanzi all’ipotesi che quella gente arrivasse fuori alle proprie case, ha tremato all’idea che lo stato di cose presenti venisse messo in discussione.

Su queste paure, coscienti o meno, mette basi il falso assioma classista che vuole nella povertà e nell’illegalità la causa della prevaricazione e la nascita delle mafie. Lo stesso assioma che vuole tutti i poveri camorristi e, fuori dalla città, tutti i napoletani camorristi. Sulla base di questo assioma trova perfino giustificazione l’omicidio di un ragazzino di 16 anni per mano di un carabiniere.

Noi oggi non vogliamo raccontare la storia di quella notte, lo sta facendo benissimo la gente del rione Traiano che con forza dirompente esplode di narrazioni, testimonianze, video, interviste, che scende in piazza ogni giorno e parla linguaggi diversi. Che ha la forza di parlare con noi, reagendo anche alle svariate operazioni delle grandi testate giornalistiche e dei miseri poliziotti di quartiere che dal primo giorno hanno avuto l’ansia di raccontarci in piazza come corpo estraneo, “portatori d’odio”, violenti e pericolosi, che dal primo giorno si sono occupati di diffamare la nostra solidarietà.

Testate e poliziotti che non aspettano altro che completare l’assioma povertà=illegalità=camorra mettendoci dentro anche coloro che come noi dal primo giorno hanno scelto di non abbandonare Davide e i suoi amici (un primo imbarazzante comico assaggio sul Corriere del Mezzogiorno del 10 settembre traccia con aria massonica trame di connessione tra antagonisti e dei virgolettati “amici di Davide”, inserendo con un colpo di magia tra le prime quindici parole anche i mitici “black block”).

Testate e poliziotti che non aspettano altro che creare altri ghetti nel ghetto, per rimettere ogni cosa al suo posto e tornare a dialogare serenamente con i galoppini delle piazze di spaccio della zona, quelli che portano valanghe di voti ai politici di turno a ogni appuntamento elettorale.

Questo ve lo possiamo raccontare: in piazza, sabato, c’erano loro a mantenere calma la manifestazione.

Per nostra fortuna erano la minoranza di un quartiere vivo e solidale che piangeva, urlava, cantava e pregava. Gente semplice.

Noi stiamo con queste persone, voi scegliete da che parte stare.

Il silenzio, sicuramente,  sarebbe più dignitoso.

Noi vogliamo ringraziare questi ragazzi perché è solo grazie alla loro scelta di stare in piazza ogni giorno da sabato che forse la ricerca di verità e giustizia non sarà vana.

E vogliamo ringraziare l’associazione ACAD che ha tempestivamente offerto supporto legale, gestendo anche in parte efficientemente la comunicazione nei giorni successivi.

A tutti i perbenisti da tastiera facciamo l’invito a un po’ di silenzio e ad una rapida ricerca su Google per scoprire che la metà delle proprie convinzioni è falsa. Se proprio non ci riescono, gliene forniamo qualcuna.

1) “A Napoli si scende in piazza solo quando un carabiniere ammazza un ragazzo e mai quando uccide la camorra!”

  • Falso. A Napoli si scende in piazza sempre contro gli abusi dell”una e dell’altra faccia del capitalismo, basta guardare la fiaccolata dopo la morte di Pasquale Romano (novembre 2013), vittima innocente di una guerra di camorra.

2) “Dopo la morte di Davide Bifolco sono state incendiate 6 auto della polizia.”

  • Falso. La questura stessa in un comunicato ufficiale smentisce la notizia.

3) “Bisogna tutelare la privacy del carabiniere e non diffondere le sue generalità per la presunzione d’innocenza.”

Noi chiediamo a gran voce che le generalità del carabiniere siano diffuse perché siamo convinti che questo sia un atto di tutela nei confronti dell’intera cittadinanza. Vogliamo essere sicuri che sia lui e solo lui a pagare per ciò che ha fatto, senza la possibilità di insabbiare e depistare le indagini o inquinare le prove come già è stato fatto sul luogo del delitto. Vogliamo che sia lui a non tornare mai più al suo posto di lavoro, per la tutela dell’intera comunità, pretendiamo le sue generalità per una questione di trasparenze e tutela dal basso della cittadinanza. Al contrario, dettagli della vita della famiglia di Davide sono stati passati al setaccio dai giornali per costruire l’immagine di un ragazzo-delinquente.

4) Per quale motivo nessun giornale ha posto l’attenzione sul fatto che l’indagine sia stata affidata agli stessi carabinieri, dunque colleghi dell’omicida? Non sarebbe stato un gesto di buon senso e di trasparenza affidarle a un altro organo dello Stato?

5) “Il colpo che ha ucciso Davide è accidentale”

– Da quando in Italia esiste la legge Reale, 1975, sono più di 1000 i casi di morti “accidentali”, grazie all’art. 14 che recita: “estendendo la previsione normativa dell’art. 53 c.p., consente alle forze dell’ordine di usare legittimamente le armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona”. Gli agenti colpevoli di omicidio l’hanno sempre fatta franca. È arrivato il momento di abolire questa infame legge che tutela gli omicidi di Stato.

6) “ Il carabiniere che ha ucciso Davide Bifolco NON È sottoposto a custodia cautelare”

– Questo risulta davvero incomprensibile, visto che è stato già appurato che l’agente dell’Arma abbia di proposito inquinato la scena del delitto e le relative prove, spostando il cadavere e nascondendo il bossolo. Cosa fa credere al PM che non possa farlo di nuovo? Questa eventualità è resa possibile dal fatto che sono gli stessi appartenenti all’Arma a condurre le indagini sul caso.

7) “Se vai a 3 sul motorino senza casco e assicurazione sei colpevole quanto il carabiniere”.

– Sembra assurdo, ma va ricordato a tutti i paladini della giustizia che le mancate osservanze del codice della strada prevedono una sanzione amministrativa che, per quanto cruenta, non ha ancora raggiunto la pena di morte. La Corte di Cassazione, inoltre, ha in passato definito l’infrazione di un posto di blocco non un reato penale. L’omicidio in Italia prevede una pena non inferiore ai 21 anni di reclusione.

8 ) “Il carabiniere era sotto pressione, succede quando si fa servizio in quartieri difficili”

– Falso! Se il carabiniere subisce cosi tanto la pressione può scegliere tranquillamente un altro mestiere: viviamo tutti i giorni di stenti e lavori precari e non per questo ammazziamo la gente. Ripetiamo, inoltre e fuor di retorica, che nei quartieri difficili le forze dell’ordine hanno dei rapporti di convivenza, politici ed economici, con la criminalità organizzata che permette loro di stare tranquilli. La maggior parte delle caserme o dei commissariati della periferia sorgono nei pressi di piazze di spaccio (vedi Secondigliano, Scampia, o lo stesso Rione Traiano) e non ci sembra che vengano assaltate quotidianamente.

9 )“I cortei sono gestiti dalla camorra, come durante l’emergenza rifiuti”

– Niente di più falso! Basterebbe farsi un giro e non fermarsi alle apparenze, per capire che i primi a non volere troppa visibilità e caos nelle strade sono gli stessi appartenenti alle organizzazioni criminali. La stessa magistratura ha poi confermato negli anni che l’interesse dei clan è sempre stato rivolto al ciclo dei rifiuti, legale e illegale, e che esistevano delle connessioni tra i capitali che provenivano dai clan e la costruzione delle discariche e degli inceneritori. Ne deriva che la Camorra e lo Stato si sono alleate contro i cittadini perché il ciclo dei rifiuti fosse quello progettato dalle istituzioni. (Ancora oggi un nuovo ciclo virtuoso dei rifiuti in Campania non si vede. Impianti di riciclaggio e compostaggio non vengono costruiti!)

10) “Il carabiniere non aveva altra scelta, era una situazione difficile e doveva impugnare la pistola per sicurezza”

– Quello che è imperdonabile all’infame che ha ucciso Davide Bifolco è proprio questo: sorvolando sull’inusuale accanimento con il quale di principio si è appassionato all’inseguimento di questi pericolosi criminali, la gazzella dei carabinieri aveva già speronato e fatto cadere i tre ragazzi, i carabinieri avevano ormai il motorino e sarebbero potuti risalire al proprietario; avevano inoltre tratto in arresto già uno dei tre. Esistevano insomma tutti gli elementi per risalire agli altri due presenti sul mezzo (non vi raccontiamo quali strumenti vengono quotidianamente utilizzati nelle caserme napoletane per portare a buon fine gli interrogatori!): non c’era nessun motivo per sparare, non c’era nessun motivo per togliere gli anni migliori a un ragazzino innocente.

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FONTE http://www.zer081.org/2014/09/11/non-e-un-paese-per-poveri-davidebifolco-e-il-razzismo-di-classe-in-italia/

Pubblicato in: diritti, donna, economia

La resistenza con la scopa


Hanno sperimentato sulla loro vita il nuovo “ammortizzatore” sociale: otto mesi in mobilità col 75 per cento di uno stipendio di 550 euro. E poi si salvi chi può: tutte e 595 in mezzo alla strada. Che resistenza avrebbero potuto opporre tante donne povere, ignoranti, isolate, invecchiate senza diritti né sindacato? Se erano finite con la scopa in mano, poi, tanto intelligenti non dovevano essere… Si sarebbe aperta così la strada alle misure necessarie a contrastare la crisi: 25 mila nuovi licenziamenti nel settore pubblico per il bene della Grecia e dell’Europa. “Siamo donne delle pulizie, non siamo sceme”, hanno risposto Lisa, Despina, Georgia e le altre. E hanno inventato una resistenza tenace quanto fantasiosa, una lezione politica senza precedenti rivolta non solo alla Troika e ai suoi compari ma anche a chi, tra coloro che si oppongono ai sacrifici umani europei, continua a non considerarle un soggetto capace di decidere come e per cosa lottare. Umiliate per motivi di genere e di classe, picchiate brutalmente dalla polizia, ignorate dai sindacati e dalla sinistra politica, proprio come certi indigeni lontani, hanno dovuto far rumore per farsi ascoltare e crearsi un’immagine per rendersi visibili. Sono le risorse di chi vive in basso, della gente comune, cioè ribelle. Venerdì 22 settembre è la giornata di solidarietà internazionale con le 595 donne delle pulizie licenziate dal ministero delle finanze e da altri uffici pubblici in Grecia

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di Sonia Mitralia

Licenziate a settembre dello scorso anno, dopo undici mesi di lotta lunga e amara, messe in “mobilità” (essendo state licenziate al termine degli otto mesi previsti dalla normativa), in Grecia 595 donne delle pulizie della funzione pubblica sono diventate il simbolo della più fiera resistenza contro l’austerità.

Avendo avuto il coraggio di battersi contro un avversario tanto forte, il governo di Atene, la Bce, la Commissione e il Fmi, sono diventate una questione politica e leader di tutta la resistenza attuale contro la politica della Troika. E, tuttavia – dopo 11 mesi di lotta, dopo l’enorme sfida che hanno lanciato, dopo essersi trasformate nel principale nemico del governo e della Troika, dopo essere andate oltre l’applicazione delle misure di austerità e dopo una presenza molto veicolata dai media sulla scena politica, queste donne in lotta non vengono ancora considerate un soggetto politico dagli avversari dell’austerità.

Di certo, dall’inizio delle misure imposte dalla Troika, le donne sono scese in piazza in massa e la loro resistenza sembra possedere una dinamica propria e molto specifica, costituisce una lezione politica.

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Durante questi quattro anni di politiche di austerità, anni che hanno trasformato la Grecia in un disastro sociale, economico e soprattutto umano, si è parlato molto poco della vita delle donne, e ancora meno delle loro lotte contro le imposizioni della Troika. Per questo l’opinione pubblica ha accolto con stupore questa lotta esemplare, condotta esclusivamente da donne. Ma è veramente una sorpresa? Le donne hanno partecipato in massa ai 26 scioperi generali greci. Durante il movimento degli indignati, hanno occupato le piazze, si sono accampate e hanno lottato. Si sono mobilitate in prima linea anche nella occupazione e autogestione della ERT (l’azienda radiotelevisiva pubblica).

Sono state ancora le donne, e in maniera veramente esemplare, l’anima delle assemblee durante lo sciopero della scuola e dell’università, e poi lo sono state nella lotta contro la “mobilità”, vale a dire contro il licenziamento, dopo otto mesi con il 75 per cento del salario. Venticinquemila dipendenti pubblici, in maggioranza donne, sono vittime dei tagli dei servizi pubblici. Le donne rappresentano poi la schiacciante maggioranza (95 per cento) del Movimento di solidarietà e dei servizi autogestiti che cerca di far fronte alla crisi sanitaria e umanitaria.

La massiccia partecipazione delle donne ai movimenti di resistenza contro la distruzione dello stato sociale, attraverso le politiche di austerità, dunque, non è una sorpresa e non è casuale: in primo luogo, è ben noto, perché le donne sono nel mirino delle politiche di austerità. La demolizione dello stato sociale e dei servizi pubblici ha attaccato le loro vite, come per la maggioranza dei dipendenti pubblici ma anche come utenti degli stessi servizi, per questo le donne sono state ancora una volta doppiamente colpite dai tagli.

Di conseguenza, le donne hanno mille ragioni per non accettare la regressione storica della loro condizione, cosa che equivarrebbe a un concreto ritorno al 19° secolo. Certamente, all’inizio le donne non si erano caratterizzate come “soggetto politico”, condividendo le stesse richieste e le stesse forme di lotta degli uomini. Erano sicuramente molte, ma già nella lotta esemplare contro l’estrazione dell’oro nell’area di Skouries, in Calcidia, nel nord della Grecia, quella contro la multinazionale canadese Eldorado, le donne si erano rapidamente distinte per le loro forme di lotta e per la loro radicalità.

E se la stampa e il pubblico non erano consapevoli della ripercussione dell’identità di genere nelle forme di lotta, la polizia lo era. Di fatto, i reparti antisommossa venivano impiegati in particolar modo contro le donne. Una repressione feroce e selettiva, per terrorizzare attraverso loro tutta la popolazione, per schiacciare ogni tipo di disobbedienza e movimento di resistenza. Criminalizzate, incarcerate, le donne sono state vittime di abusi umilianti, anche di natura sessuale, sui loro corpi.

In una seconda fase, poi, le donne hanno espresso iniziative e forme specifiche nelle loro lotte.

Tutto ha avuto inizio quando, per imporre la parte più difficile del suo programma di austerità e portare a termine gli accordi con i creditori, il governo si è concentrato sulle donne delle pulizie del ministero delle finanze e dell’amministrazione tributaria e doganale. Sono state inserite nel meccanismo della “mobilità”, dalla fine di agosto 2013, un fatto che ha comportato che per otto mesi venisse loro corrisposta una cifra pari a tre quarti del loro salario di 550 euro, prima del licenziamento definitivo.

Il governo ha seguito esattamente la stessa strategia utilizzata nella vicenda di Skouries. L’obiettivo era attaccare innanzitutto i più deboli e quelli con minori probabilità di ricevere sostegni, vale a dire le donne delle pulizie. In seguito sarebbe venuto il turno della maggioranza degli impiegati arrivando al licenziamento di 25 mila dipendenti pubblici. Questo è avvenuto in una fase in cui i movimenti di resistenza erano stati colpiti dall’austerità senza fine, erano atomizzati, stanchi, sfiniti, vulnerabili. Il governo riteneva che “questa categoria di lavoratrici”, queste povere donne di “classe sociale bassa”, con salari di appena 500 euro, e neanche molto intelligenti (da qui lo slogan “non siamo stupide, siamo donne delle pulizie”) sarebbero state schiacciate come mosche.

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L’obiettivo è la privatizzazione dell’attività delle pulizie, un autentico regalo alle imprese private, cioè a organizzazioni mafiose, note come campioni nelle frodi fiscali, che subappaltano, con salari di 200 euro mensili o di 2 euro l’ora, con coperture assicurative parziali, nessun diritto sul lavoro. Insomma, l’equivalente di una condizione di semischiavitù o di galera.

Le lavoratrici licenziate e sacrificate sull’altare cannibale della Troika sono donne dai 45 ai 57 anni, a volte madri nubili, divorziate, vedove, indebitate, con figli o mariti disoccupati o lavoratori dipendenti con basse qualifiche, che si trovano nell’impossibilità di accedere al pensionamento anticipato. Non riescono ad accedervi dopo oltre 20 anni di lavoro, e senza alcuna possibilità di trovarne un altro.

Quelle donne hanno deciso di non farsi calpestare, di afferrare le redini della loro vita e di andare oltre le forme di lotta dei sindacati tradizionali. Alcune hanno preso l’iniziativa di organizzarsi in modo autonomo, una parte di loro aveva già lottato e vinto 10 anni prima, nella lotta per l’assunzione a tempo indeterminato.

Hanno lavorato come formiche, pazientemente, tessendo una ragnatela in tutto il paese. Visto che sono state sbattute sulla strada dal ministero, per loro lo sciopero non aveva più molto senso. Per cui hanno pensato di costruire un muro umano con i loro corpi, proprio nella strada, davanti all’ingresso principale del ministero delle finanze, nella piazza Syntagma, quella davanti al parlamento, il luogo più simbolico del potere.

Non è un caso che siano state delle donne a costruire forme di lotta così piene di immaginazione. Poco considerate per ragioni di genere e di classe, marginalizzate dai sindacati e senza legami con le organizzazioni tradizionali della sinistra greca, hanno dovuto fare rumore per farsi sentire, per farsi ascoltare, Hanno dovuto crearsi un’immagine per essere visibili.

Hanno sostituito gli scioperi passivi, le giornate di azioni effimere e inefficaci, con l’azione diretta e collettiva. Oltre alla nonviolenza utilizzano l’ironia e la “spettacolarizzazione”. Sono andate con corone di spine in testa nel giorno di Pasqua, con la corda al collo davanti alla sede del partito Nuova Democrazia, con musica e balli hanno chiesto la riassunzione immediata di tutte. Tutto questo non ha precedenti in Grecia.

Così adesso le donne delle pulizie occupano e bloccano l’accesso al ministero, inseguono i membri della Troika quando vogliono entrare e li costringono a fuggire e a uscire dalla porta di servizio insieme ai loro guardiaspalle. Si scontrano e lottano corpo a corpo con le unità speciali della polizia. Ogni giorno inventano nuove azioni che i media diffondono e mettono in allarme tutta la popolazione, insomma rompono l’isolamento.

In questo modo, le cifre record della disoccupazione e quella della povertà, cifre che abitualmente sono rappresentate da una statistica senza vita né anima, diventano astrazioni che si umanizzano, acquistano un volto, si trasformano in donne in carne e ossa, donne che hanno in più una personalità e una volontà politica propria. Si chiamano Lisa, Despina, Georgia, Fotini, Dimitri…E con il loro esempio, la forza, la perseveranza, la rabbia, la voglia di vincere, danno una speranza a tutte le vittime dell’austerità…

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I reparti della polizia antisommossa maltrattano queste donne quasi ogni giorno, proprio perchè non servano d’esempio, i padroni temono il contagio. E tutta la Grecia assiste al triste spettacolo di queste donne, a volte di età avanzata, che giorno dopo giorno vengono calpestate, maltrattate e ferite da Rambo della polizia che potrebbero essere loro figli. Perchè? È proprio la Troika che chiede che vengano distrutte, perchè ormai rappresentano un esempio da imitare per tutti gli oppressi, perché sono alla avanguardia della protesta contro l’austerità, non solo in Grecia ma in tutta l’Europa. La loro lotta può essere contagiosa.

Oggi più che mai la lotta eroica di queste 595 donne delle pulizie è la nostra lotta.Non lasciamole sole. Lottano per noi, noi dobbiamo lottare per loro. Organizziamo la solidarietà europea e mondiale!

Sonia Mitralia fa parte delle Donne contro il debito e le misure di austerità (Grecia)

Fonte: Patas arriba

Traduzione per Comune-info: Massimo Angrisano

La resistenza con la scopa

Pubblicato in: diritti, estero, guerre, libertà, PACIFISMO, palestina, politica, razzismo

Fuck Israel. Fuck Hamas


ADThe Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda fuori di noi, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni.Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui.DICIAMO di STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

 

 

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

FONTE http://comune-info.net/2014/07/fuck-hamas-fuck-israel/

Pubblicato in: berlusconeide, diritti, pd, politica

GRAZIE, NO. No al monopolio delle istituzioni


Berlusconi-renzi1 “Piaccia o meno a quelli che vogliono frenare, noi porteremo a casa il risultato. Faremo le riforme perché è giusto che l’Italia torni ad essere leader: non lasceremo l’Italia a chi dice solo “no”. Le parole di Renzi mettono il sigillo sul percorso di riforma della Carta Fondamentale nel quale il segretario del PD ha investito gran parte della sua leadership: il “patto del Nazareno” sembra destinato a reggere, un Berlusconi politicamente esangue e assediato da conti in rosso, aziende da salvare, servizi sociali da scontare e nuove condanne da schivare non può permettersi di abdicare dal ruolo di padre costituente che il Presidente del Consiglio gli ha inaspettatamente riconosciuto. Sì, il “patto del Nazareno” è destinato a reggere: alla faccia di gufi, rosiconi, frenatori e sabotatori vari ed eventuali. Alla faccia di chi sa solo dire “no”.
Epigono conclamato dei fautori di quel leaderismo plebiscitario che ha scandito il declino della Seconda Repubblica, il giovane premier affronta a petto in fuori dubbi, quesiti, giornalisti ed oppositori interni: trasformando la discussione politica in un continuo referendum sulla sua persona, rinnovando la visione di un Paese diviso tra guelfi e ghibellini, o meglio – secondo i neologismi propri del vangelo secondo Matteo – tra innovatori e frenatori. O con il rinnovamento, o con i sabotatori; o con Renzi, o rosicone.
Eppure, anche dinanzi alla manifestazione di muscoli che quotidianamente si dipana tra Palazzo Chigi e Ponte Assieve, c’è ancora qualcuno che proprio non vuole rinunciare alla fastidiosa abitudine di porre domande, di interrogarsi sulle ragioni ispiratrici di una riforma destinata (nei fatti) a sconvolgere gli equilibri dell’ordinamento democratico, di determinare l’incidenza che questa riforma potrà assumere sul nostro sistema costituzionale. E di opporre, se del caso, agli aut-aut del Presidente del Consiglio una risposta tanto semplice quanto potenzialmente eversiva, alla luce del clima politico generale: grazie, no.
Sono tanti, i nemici nel mirino del premier: non tutti espressione dei “poteri forti” che lucrano sulla conservazione di privilegi e rendite di posizione; non tutti guelfi decisi a sabotare il percorso intrapreso dai ghibellini del cambiamento; non tutti rosiconi di professione che si ostinano a non voler cambiare verso.
Ci sono i tanti democratici autentici che, dopo essersi mobilitati per anni a difesa delle istituzioni di garanzia messe sotto attacco dallo strapotere berlusconiano, non sono disposti ad accettare il perpetrarsi della logica dell’Uomo solo al comando; ci sono gli ultimi esponenti di una sinistra orgogliosa della propria identità e del proprio sistema di valori, che non vogliono barattare le conquiste ottenute in mezzo secolo di battaglie civili con uno strapuntino sul carro del vincitore; e ci sono soprattutto coloro i quali, dopo avere ribadito nel referendum del 2006 l’attualità dell’impianto della Carta Fondamentale, non possono assecondarne passivamente lo stravolgimento.
Frenatori, rosiconi, gufi: le invettive di Renzi sono destinate a scivolare via, come pioggia sull’asfalto. Ad un patto costituente che di fatto assicura la sopravvivenza (forse, prima personale che politica) al Cavaliere decaduto; all’ipotesi di un Senato ridotto alla pletorica funzione di tribuna di rappresentanti delle varie realtà locali; alla prospettiva di un sistema che – tra premi di maggioranza, liste bloccate, fiducia monocamerale, potere del premier di nomina e revoca dei ministri – in pratica consegna al leader del partito di maggioranza il monopolio esclusivo delle istituzioni si può opporre soltanto quella semplice risposta, in controtendenza rispetto al verso che cambia: grazie, no.

FONTI

http://www.libertaegiustizia.it/2014/07/14/no-al-monopolio-delle-istituzioni/

http://carlodore.blogspot.it/2014/07/grazie-no.html

Pubblicato in: diritti, eventi, sport

Demarcação


A Guarani Indian holds up a protest banner before the 2014 World Cup kickoff at the Corinthians arena in Sao PauloQualcuno di voi avrà probabilmente assistito alla cerimonia di apertura della Coppa del Mondo, probabilmente avrà anche assistito alla scenografica immagine dei tre giovani brasiliani (i tre giovani in maglia bianca nella foto sopra) che rilasciano tre colombe al centro del campo.

Difficilmente, invece, avrete assistito o vi avranno mostrato quel che è accaduto pochi istanti dopo, mentre i tre giovani lasciavano il campo. “O que a transmissão de TV oficial não mostrou“:

Questo è il genere di foto che FIFA e Brasile non vogliono mostrarvi.

Perché è il genere di foto che confligge con la buonista narrazione di un popolo (e di un mondo intero) unito e festante per i mondiali.
Mondiali nei quali “A Fifa proíbe veementemente qualquer tipo de manifestação política nos estádios da Copa“, la FIFA proibisce violentemente ogni manifestazione politica (curioso per un’associazione che si definisce “non-profit”).

10376275_743530509030633_268355830367630325_nIl ragazzo, infatti, è un indio -probabilmente guarani– e protesta per la demarcazione delle terre indigene nello stato di San Paolo in Brasile (qui un altro link brasiliano). Avevo parlato di un caso simile in Indonesia, qui.

Spero di riassumere bene la questione (riportata dal solito Der Spiegel, chapeau) scrivendo che la questione riguarda la demarcazione delle terre indigene nello Stato di San Paolo, demarcazione da tempo promessa ed attualmente oggetto di una proposta di riforma costituzionale (c.d. PEC 215). In particolare, gli indigeni richiedono che sia direttamente il governo locale ad occuparsene e non il Parlamento, che temeno troppo influenzato dalle lobby.

Inutile dire che quel ragazzino mi sta davvero simpatico. E che avrei voluto avercela io, a tredici anni, la sua forza per mandare a quel paese la FIFA, il governo brasiliano e chissà chi altro pensava di poterlo semplicemente mettere a fare la bella statuina.
Ce ne fossero, di ragazzi così.

http://discutibili.com/2014/06/18/mondiali-discutibili-redpoz-bis-demarcacao-aka-la-foto-che-fifa-e-brasile-non-vi-mostreranno/

Pubblicato in: diritti, opinioni, politica

5 ragioni per un impeachment


napolitanoC’è chi pensa, probabilmente la maggioranza degli italiani, che Napolitano sia stato uno dei migliori Presidenti della Repubblica, per i seguenti motivi: è riuscito a tenere in piedi le Istituzioni in un periodo difficilissimo della nostra storia recente, la scelta di Monti è stata l’autentico capolavoro del suo settennato e piu’ in generale ha svolto nel migliore dei modi il suo ruolo di Capo dello Stato.

Opinioni che rispetto ma non condivido e per spiegare perché non condivido le tesi dei sostenitori di Napolitano riporterò quelle che ritengo le 5 tappe   fondamentali del suo settennato e allo stesso tempo i 5 motivi per votare si all’impeachment.

1- Nel 2008 Napolitano firma immediatamente la legge 124/2008 meglio conosciuta come Lodo Alfano. Una legge riconosciuta palesemente incostituzionale direi da tutti. Cosa poteva fare Napolitano ? Rimandarla alle Camere (è una delle attribuzioni presidenziali rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione, se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata) dando un segnale fortissimo al PDL e a tutta l’opinione pubblica, del tipo: “Questa legge è incostituzionale, modificatela.” Fortunatamente è stata dichiarata incostituzionale con pronuncia della Corte Costituzionale del 7 ottobre 2009 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione (sentenza 262\2009). Questa è stata solo una delle leggi ad personam  firmate immediatamente da Napolitano, leggi che poteva rispedire al mittente perché quello è il suo mestiere, altrimenti che ci sta a fare ? Altrimenti non è piu’ il garante della Costituzione.

2-Trattativa Stato-mafia, escono alcune intercettazioni indirette e fortuite di conversazioni tra Napolitano e Mancino. Napolitano solleva il conflitto di attribuzione davanti la Corte Costituzionale e la Corte gli da ragione. La trattativa Stato-mafia rappresenta il nodo cruciale di tutta la storia repubblicana, capire come siano andate le cose sarebbe fondamentale per la storia di questo Paese e la Procura di Palermo sta lavorando per fare chiarezza. Proprio oggi, il Fatto quotidiano ha pubblicato un articolo che trovo inquietante se confermato in tutti i suoi punti, secondo il Fatto: “un documento ufficiale rivela che la segnalazione contro il pm partì dal Colle. Fu Donato Marra, cioè il braccio destro del Presidente, a denunciare il caso al Pg della Cassazione. La notizia delle intercettazioni era già uscita su tutti i giornali, eppure da 18 mesi il magistrato è sotto azione disciplinare”.

Penso che i cittadini dovevano e debbano sapere cosa si dicevano Napolitano e Mancino e che un Presidente della Repubblica, anziché nascondersi dietro un conflitto di attribuzione che nel 99,9% dei casi da sempre ragione al Capo dello Stato, visto che a decidere è proprio la Corte costituzionale il cui presidente viene eletto dallo stesso Capo dello Stato, aveva l’obbligo morale di chiedere la pubblicazione di quelle conversazioni per eliminare ogni possibile insinuazione.

3-Come sappiamo, il Capo dello Stato nomina, dopo le opportune consultazioni e “normalmente” dopo regolari elezioni, il Presidente del Consiglio.  L’operazione Mario Monti, a mio avviso, è stata invece al limite della costituzionalità, Napolitano è andato oltre le attribuzioni e le facoltà del Presidente della Repubblica soprattutto nelle modalità della scelta. Per non parlare del fatto che Monti sia stato nominato Senatore a vita dal Capo dello Stato con lo scopo di renderlo  uomo al di sopra delle parti, talmente al di sopra delle parti da candidarsi alle elezioni successive: operazione fallimentare. Piu’ in generale, sia durante il governo Monti che durante quello Letta il Presidente della Repubblica ha dettato e continua a dettare l’agenda politica a questi governi; privilegiando le maggioranze e mettendo in un angolo le opposizioni. Quando l’arbitro butta il fischietto e si mette a giocare la partita è truccata.

4-Come ho ricordato in precedenza, molti, compreso il sottoscritto, rimproverano a Napolitano l’eccessiva lentezza di riflessi nei confronti delle tante nefandezze fatte da Berlusconi. Detto delle leggi ad personam.

“Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. Con questa formula rituale i parlamentari prestano giuramento. Qualche tempo fa, dei parlamentari del PDL, rappresentanti del potere legislativo, hanno manifestato davanti ad un Tribunale dichiarando, di fatto, guerra al potere giudiziario. In qualsiasi altro Paese democratico questi politici sarebbero stati allontanati dalle forze dell’ordine, denunciati per aver manifestato senza l’autorizzazione della Digos, messi alla gogna mediatica per aver tradito il giuramento e richiamati frettolosamente e vigorosamente all’ordine dal Presidente della Repubblica. Cosa ha fatto invece Napolitano ? Ha scritto una nota tenerissima nei confronti di gente che da decenni lotta contro il potere giudiziario mettendosi dalla parte dell’eversione.

Una nota che va anche oltre il “cerchiobottismo” : da una parte Napolitano esprime rammarico per la manifestazione, invoca piu’ rispetto per la magistratura e trova inammissibile che qualcuno sospetti che la magistratura voglia far fuori, politicamente, Berlusconi; dall’altra comprende  la preoccupazione del partito “che il suo leader possa partecipare adeguatamente a questa fase politico istituzionale”. Che, tradotto dal politichese all’italiano, vuol dire:  la magistratura deve essere indipendente ma è meglio che non metta troppo sotto pressione B e che gli conceda tutti i legittimi impedimenti del caso. Per fortuna poi, la magistratura ha fatto il suo corso. O si sta dalla parte di chi protesta contro la magistratura o si sta dalla parte delle Istituzioni, questa via di mezzo è stata invece irritante.

5-In ultimo, ma non per importanza, la rielezione a Capo dello Stato. Qualche tempo prima della sua rielezione Napolitano dichiarava ai media: “La decisione è automatica  quando sono finiti i sette anni bisogna procedere all’elezione di un nuovo presidente. Non esistono proroghe, non esistono elezioni a tempo. I padri costituenti concepirono il ruolo del presidente sulla misura dei sette anni. Non è un caso che nessuno nella storia repubblicana abbia avuto un secondo mandato”.

Ed è proprio così infatti, art. 85 delle Costituzione: “Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.” La durata del mandato fu introdotta dai Padri costituenti  proprio per evitare colpetti di Stato mascherati da scelte democratiche e condivise.

Sempre l’articolo 85: “Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. “

La Costituzione italiana dava proprio ragione a quel Giorgio Napolitano che dichiarava le frasi riportate sopra e torto a quel Giorgio Napolitano che, buttando via una delle piu’ belle prassi che potessimo vantare, ha accettato di rimanere al Colle. Con buona pace di certi costituzionalisti che si son aggrappati agli specchi per difendere questa scelta indifendibile, credo sia impossibile negare che Costituzione ed Istituzioni abbiano  subito una ferita gravissima in relazione a quella scelta.

Detto questo, è’ del tutto ovvio che il Parlamento italiano non voterà mai l’impeachment a Napolitano semplicemente perché questo Parlamento è il frutto delle scelte di Napolitano: sarebbe come chiedere ai senatori di abolire il Senato. Pur sapendo che trattasi di pensiero utopico, sarebbe davvero opportuno che Napolitano si dimettesse prima della votazione per risparmiare un figura umiliante a se’ stesso e soprattutto a milioni di italiani.

Gio’ Chianta

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Un Matrimonio


LIsoladeiCassintegratilunicorealityreale.UngruppodidisoccupatisardioccupalAsinaraefailboomsulWebCostrettiafareilversoallaVenturaperfarcinotareLa RaiTv siciliana ha mandato in onda un servizio che mi ha davvero emozionato. Ha mostrato il matrimonio di una coppia di persone senza casa, persone che non hanno nessuno e che vivono proprio per strada. Non possiedono niente, proprio niente.
Vivono in una delle città più antiche e più belle: Siracusa. hanno deciso coraggiosamente di sposarsi ed hanno affrontato l’evento e l’incontro con la stampa con grande composta serena dignità.
Entrambi sono giovani ma sembrano più vecchi della loro età. Lui penso che avrà una quarantina d’anni ma come si fa a dirlo. Era proprio vestito e pettinato da giorno delle nozze. Con un vestito scuro, i capelli tirati strettissimi all’indietro raccolti sulla nuca.
Lei vestita da sposa con un’aureola di capelli sotto il velo della sposa. Entrambi vestiti appunto da matrimonio. Riuscivano a stonare un poco nei vestiti nuovi e di festa. Le loro facce segnate dalle privazioni dagli stenti, facce di chi passa notti e notti nel buio della strada, riflettevano il grigiore ed il logoramento della esistenza sui loro vestiti che non riuscivano a nascondere la verità tristissima delle persone che li indossavano.
Alla intervista ha risposto lui con pacatezza e dignità. Ha detto che è un operaio specializzato che ha perso il lavoro la casa e tutto da molto tempo. Lei ascoltava in silenzio. Hanno detto che la Caritas per una settimana li ospiterà. Una settimana al riparo di un tetto per loro è un regalo straordinario.
Confesso che non sono riuscito a trattenere le lacrime. Ho pensato che non sono stato buono a nulla, ho fatto sindacato e politica tutta la vita ma non sono riuscito a cambiare niente ed anti tutto peggiora ancora di giorno in giorno..

(Pietro Ancona ex sindacalista cgil)

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L’allarme non è la negritudine, ma sono i negrieri


La campagna xenofoba della Lega contro la Kyenge è fatta per nascondere l’unica vera emergenza: lo sfruttamento degli immigrati. [Miriam Vicinanza]

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERIKyenge ministro della negritudine. Complimenti alla Lega per aver rispolverato il movimento letterario francofono che voleva riscoprire i valori culturali dei popoli neri (Negritude, in italiano negritudine). Già che c’erano avrebbero potuto tirar fuori dal cilindo il “negrismo”, che della nerritude fu l’antesignano.

Ma ai nostri ex ammiratori di Bossi e Trota, oggi rappresentati da Salvini (quello di “senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani…”) cosa importa della cultura nera? Meno di zero. Importa solo di trovare un modo elegante e formalmente inattaccabile per dire “brutti negri” senza dirlo. Del resto è dai tempi dell’Eiar fascista, quando venne bandito il jazz come musica “negroide”, che a molti italiani il razzismo solletica la pancia e dà alibi ai propri fallimenti.

Peccato solo che se si scendesse dai proclami para xenofobi ai dati, sarebbe più facile capire come le corbellerie leghiste non siano altro che subdoli pretesti per indirizzare l’odio politico contro la “nera” Kyenge, ossia la scimmia e l’orango che è tanto utile per tenere stretto lo zoccolo duro del proprio elettorato più becero, altrimenti distratto dalle mutande verdi di Cota o dai tanti magna-magna a cui la Lega ha partecipato, dalle false lauree in Albania (a proposito di paesi stranieri…) fino ai più recenti rimborsi allegri.

Cosa dicono i dati? Al 1 gennaio del 2013 la popolazione straniera in Italia era stimata in 4 milioni e 900 mila persone. Di questi, secondo il ministero degli Interni i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti erano 3 milioni e 700 mila.

I paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (513.374), Albania (497.761), Cina (304.768), Ucraina (224.588) e Filippine (158.308). A questi si aggiungano i rumeni, che sono stranieri ma comunitari. Come dire: nulla a che vedere con la negritudine.

Ma andiamo avanti, a proposito dell’allarme sulla Kyenge accusata di voler trasformare l’Italia in un provincia del Congo: se parliamo di presenza di stranieri sul proprio territorio, più di noi, come percentuale della popolazione, ci sono Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Dietro solo Malta e Grecia.

Se poi passiamo ai rifugiati, quelli che secondo la vulgata leghista si metterebbero in marcia dagli sperduti villaggi della Somalia, dell’Eritrea e dell’area sub-sahariana dopo aver saputo (ma come poi? ) che in Italia c’era Cecile Kyenge che li aspattava a braccia aperte, vediamo come insieme con Spagna e Grecia l’Italia è il paese che ospita il minor numero di rifugiati: 0.96 per ogni mille abitanti. Contro i 17 (17!) della piccola Malta, i 7 della Germania e i 3,2 della Francia.

Ma l’Italia è all’avanguardia su un altro terreno: lo sfruttamento dell’immigrazione. Soprusi, discriminazioni, ricatti, manovalanza nelle mani dei gruppi criminali, speculatori che si arricchiscono sulla pelle degli stranieri.

Allora ecco che la mia visione è assai diversa da quella della Lega, che usa la Kyenge per i suoi alibi d’accatto. Se in questo paese c’è un’emergenza e un allarme da lanciare, quello non è la “negritudine” ma sono i negrieri. Quelli che sfruttano gli immigrati e, sempre più, anche gli italiani. Peccato che nessuno abbia la forza e la voglia di lanciare un crociata contro i negrieri. E perché nessuno lo fa lo sappiamo tutti.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=53422&typeb=0

Pubblicato in: CRONACA, diritti

L’ANIMALISMO TALEBANO


 

I fatti sono noti…. Caterina, una studentessa bolognese di veterinaria ( particolare non da poco ), affetta dalla nascita da una grave forma di malattia,  posta sul suo profilo Facebook una sua foto con un cartello in cui scrive di essere favorevole alla sperimentazione animale, dicendo che senza questa sperimentazione lei sarebbe sicuramente gia’ morta. Dopo qualche minuto comincia sul suo profilo una lapidazione mediatica, fatta di insulti e frasi irripetibili, da parte di sedicenti animalisti. Probabilmente se E. Priebke avesse avuto un profilo FB in cui scrivere che i morti delle Fosse Ardeatine dovevano a suo parere essere il doppio, gli insulti non avrebbero raggiunto una tale intensita’. Caterina allora si mostra in un drammatico video, con un tubo di plastica sulla faccia che la fa’ sembrare un mostro e spiega il perche’ delle sue parole, in maniera pacata e adducendo le sue motivazioni ma gli insulti continuano senza sosta da parte degli animalisti.

Ora io mi chiedo : cosa vuol dire essere animalisti ? Non vuol solo dire amare questo o quell’ animale ma CONSIDERARE GLI ESSERI VIVENTI ( INTESO COME FAUNA ) COME CREATURE DEL PIANETA E RISPETTARLE.

 Ho un cane che amo come una figlia e considero gli animali molto migliori di tante persone. Mi fanno schifo quelle donne ingioiellate che indossano una pelliccia anche se non fa’ freddo e se vedessi qualcuno che abbandona un cane per strada, pur essendo una persona tranquilla non esiterei a rincorrerlo e prenderlo a sberle. Non mi piacciono i cacciatori che sparano a poveri uccelli migratori che si posano stanchi per il volo o ancor peggio quei bracconieri che stanno estinguendo speci come il rinoceronte solo per averne il corno da usare come sedicente afrodisiaco. Sono contrario agli allevamenti intensivi che rendono gli animali macchine da produzione e rendono la loro carne e i derivati sempre meno sani e saporiti. Ora pero’ mi chiedo : ESISTONO AL MONDO ANCHE DELLE PRIORITA’ ? ESISTONO LEGGI ANCHE NELLA NATURA ? Certamente si, e questa credo sia una cosa indiscutibile. Quindi a questi animalisti talebani vorrei chiedere : ‘’ Ma voi, se steste morendo di fame e vi passasse a fianco una bella e grassa gallina, quanto tempo impieghereste a tirargli il collo ? Se steste morendo di freddo vi darebbe tanto fastidio ricoprirvi con la pelliccia di innocenti marmotte ? Se i vostri capelli fossero infestati dai pidocchi ( animali anche questi ) li terreste in testa o applichereste un qualche insetticida per ucciderli ? E soprattutto ‘’ Se questa povera ragazza fosse vostra figlia, siete proprio sicuri che scrivereste le stesse cose ???

 Gianluca Bellentani

SIMONSEN

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Un popolo si, di merda no


nopasaranFrancesca Pilla

Pubblichiamo un’articolo tratto dal blog del manifesto “Napoli Centrale” a cura di Francesca Pilla. Il suo blog è un diario di bordo che racconta la complessità di Napoli e della Campania senza remore e filtri politici. In questa riflessione Francesca risponde ai tanti Adinolfi che hanno la memoria corta sulle responsabilità dei disastri della Campania. (Red)

Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd ha scritto su Twitter che i napoletani sono un popolo di merda. Ha ragione? Ma dov’era quando dal 2002 (circa) al 2006 (circa) gli acerrani insieme ai napoletani, ai campani protestavano contro l’inceneritore? Solo il 30 agosto del 2004 in una manifestazione oceanica, con bambini che avevano portato i palloncini, i contadini le loro mucche, le donne tantissimi fiori, finì tutto in una repressione di lacrimogeni e cariche. Anche il primo cittadino venne manganellato, si chiamava Espedito Marletta, gli spaccarono la testa. Io c’ero.

Il partito con cui è stato eletto al parlamento Adinolfi, all’epoca rappresentato dall’Ulivo nel frattempo continuava a spingere e sostenere l’Impregilo che pure verrà poi indagata per gravi mancanze nel ciclo dei rifiuti e per aver creato la cittadella della munnezza a Giugliano, 6 milioni di ecoballe. Proprio Prodi chiuse un accordo (alias firmò un decreto) per la società che prevedeva l’impiego dei Cip6 (una sorta di truffa per far passare come fonte energetica rinnovabile la termovalorizzazione) solo per la Campania.

Dov’erano i politici quando sempre nel 2004 la rivista Lancet coniò la definizione del triangolo della morte da parte degli studiosi Kathryn Senior e Alfredo Mazza? Dopo quasi 10 anni ci siamo dovuti sentire dall’ex ministro Balduzzi che da noi si muore 3 volte tanto di tumore perché abbiamo uno stile di vita sbagliato.

Dov’era Adinolfi quando nel 2008 Lucia De Cicco si è data fuoco proprio davanti al sito di stoccaggio di Giugliano? Dov’eranp quelli che fanno finta di non sapere nel 2008 durante le sollevazioni di Chiaiano dove è stata aperta la più grande discarica cittadina tra i palazzi. Nel maggio di quell’anno gli abitanti vennero picchiati, malmenati, alcuni perfino arrestati. Anche i giornalisti (tra cui Romolo Sticchi) furono bastonati. L’ordine l’aveva dato Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti, perché quello era stato dichiarato sito militare e chi protestava era sottoposto a leggi speciali. Dov’era dunque Adinolfi a Pianura, a Quarto a Pozzuoli, alla famosa “Rotonda” contro le discariche nel parco del Vesuvio?

E’ una storia lunga. Io c’ero e so che chi ha osato dissentire contro l’avvelenamento dei nostri territori è stato trattato come oggi i no tav: camorristi (invece di terroristi), estremisti, attentatori dell’ordine precostituito ecc ecc.. E’ facile offendere per “categorie”, rom, migranti, arabi, Lgtb, e in Italia i napoletani oggetto dei più sprezzanti commenti. Bisogna stare molto attenti a soffiare sul fuoco dell’odio “etnico”.

Allora resta da dire solo una cosa si è vero siamo un popolo, ma di merda no. La testa l’abbiamo sempre alzata. E siamo stati governati dalle stesse persone.

Adinolfi comunque si giustifica così: http://www.napolitoday.it/cronaca/adinolfi-popolo-di-merda.html

– See more at: http://www.manifestosardo.org/popolo-si-merda/#sthash.bj8zZbQn.dpuf

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La mia terra è avvelenata


Fiume di gente ad Aversa contro Campania avvelenata

 

aversaFranco Spinelli per LivioTV – “Quando poi tratta di scegliere e di andare…te la ritrovi tutta con gli occhi aperti chè sanno benissimo cosa fare”, mai parole furono più appropriate, perché è in momenti come questi che la gente fa la “storia” come cantava De Gregori nella famosa canzone.
Un’autentica marea umana si è riversata nelle strade di Aversa per partecipare al grido di dolore lanciato nei giorni scorsi dal social network facebook: “la mia terra è avvelenata!”. All’appello hanno risposto migliaia di cittadini, molti i giovanissimi, provenienti da tutta la provincia di Caserta e da quella di Napoli. Nessuna sigla coinvolta nell’organizzazione dell’evento, nè partiti nè associazioni, un esempio lampante della capacità di “autorganizzazione dal basso” della nostra gente che troppo spesso, e incautamente, viene definita come sciatta e dedita ad atteggiamenti omertosi. L’indignazione è stata espressa con un lungo silenzio lungo tutto il percorso, dal Parco Pozzi all’Arco dell’Annunziata (Porta Napoli). Indignati per le emergenze ambientali e sanitarie che interessano gran parte del territorio campano – e che le istituzioni dimostrano di non voler prendere seriamente in considerazione – i cittadini di questa sventurata porzione di Terra di Lavoro hanno finalmente deciso di lanciare un messaggio forte alla camorra e alle istituzioni. Da tutte le parti un coro unanime: subito le bonifiche! Ovvio che non basta una, seppur straordinaria, manifestazione a risolvere il problema. E’ un passo importante, ora tocca a tutti essere costanti nel discutere e portare a conoscenza del problema ambientale una sempre più vasta fetta di popolazione. Siamo sulla buona strada. Non demordiamo!

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La solitudine dei lavoratori


solitudine-del-lavoroGianfranca Fois
Bastano solo alcune delle ultime notizie sul fronte del lavoro (vedi l’Ilva di Taranto o il trasferimento in un paese dell’Est europeo dei macchinari di una fabbrica attuato di nascosto dal padrone durante l’assenza per ferie degli operai) per mostrarci ancora una volta il volto del capitalismo italiano, rozzo e straccione, naturalmente con le dovute eccezioni,
In Italia nessun modello renano, ma numerosi padroni dai metodi ottocenteschi e senza nemmeno il tentativo di salvarsi la coscienza creando istituzioni filantropiche, insomma un capitalismo arcaico che di “moderno” ha solo l’obiettivo del profitto a tutti costi, in linea con la suprema legge di quello che Gallino ha chiamato “finanzcapitalismo”.
Di fronte a questa situazione, non contrastata ma anzi talvolta favorita dai governi degli ultimi decenni, la sinistra e il sindacato italiani non riescono a trovare parole, idee e progetti per difendere i diritti che i lavoratori hanno conquistato con dure lotte nel secondo dopoguerra, addirittura alcuni hanno introiettato l’idea (diffusa ad arte dai teorici del neoliberismo) che il debito pubblico sia stata determinato da condizioni di lavoro favorevoli e da un welfare insostenibile e impensabile ai nostri giorni e non piuttosto dal sistema finanziario e dalle sue storture avallati da scelte politiche.
Né, tanto meno, riescono a ideare modi nuovi per affrontare la crisi e ripartire con una visione del mondo e del lavoro adeguata ai tempi moderni ma non subalterna agli interessi del mondo padronale, anche qui con le dovute eccezioni.
Anzi se c’è una cosa che caratterizza oggi i lavoratori, le donne e gli uomini in generale è proprio la solitudine, e in particolar modo in Italia dove appunto un lungo periodo di tempo, almeno vent’anni, è stato caratterizzato dal ripiegamento di ognuno su se stesso, da modelli di vita non solo individualistici ma soprattutto dominati da un pensiero gretto, egoista in cui certe parole, come ad esempio lavoro, solidarietà o venivano tenute lontano dal discorso politico o addirittura irrise, determinando insomma quella situazione in cui il cittadino, come scrisse Tocqueville, può avere il senso della famiglia ma gli è scomparso il senso della società. Le persone sono quindi sole, mentre quando negli anni 70, nel milanese, ci furono le grandi ristrutturazioni industriali era presente almeno un tessuto di relazioni tra le persone e con le amministrazioni.
Nel frattempo la crisi economica mondiale, la incapacità e mancanza di volontà di pensare, progettare, programmare e attuare politiche economiche, industriali, fiscali, sociali e culturali da parte dei vari governi Berlusconi hanno gettato il nostro paese in una situazione drammatica, tra le più gravi d’Europa e per di più con un welfare arcaico e poco incisivo a confronto con quello delle grandi democrazie.
Eppure esistono alcune piccole realtà che possono aiutare ad iniziare a cambiare questa situazione, realtà che partendo dal tentativo di andare incontro ai bisogni più immediati possono indicare e aprire la via ad un capovolgimento dell’ideologia presente ponendo le basi per una cultura nuova, solidale che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro speranze.
Vorrei citare almeno qualcuno di questi tentativi perché penso sia utile che oltre alle notizie sulla disoccupazione, sugli omicidi sul lavoro, sulla disperazione di tanti lavoratori, condividiamo notizie e pratiche positive.
Il libro “Il tempo senza lavoro” scritto dai lavoratori di Agile ex Eutelia e da Massimo Cirri narra non solo le lotte dei lavoratori contro la gestione banditesca dei manager dell’impresa, condannati infatti dalla magistratura, ma attraverso il racconto della propria vicenda ognuno sperimenta l’uso terapeutico della scrittura e della condivisione di sentimenti, paure (Cose brutte che questa storia lavorativa mi ha portato), ma anche di aspetti positivi (Cose belle che questa storia ……..).
Il lavoro è stato portato avanti anche con la collaborazione della Camera del lavoro di Milano e, in particolare, di Corrado Mandreoli, già impegnati, insieme a Radio popolare, a mettere insieme i lavoratori che hanno perso il lavoro, formare dei gruppi di auto-aiuto che servono non solo come “sfogatoio” ma soprattutto a imparare a reimpostare la propria vita (spesso infatti perdita di lavoro significa perdita della casa, della famiglia, disturbi fisici e/o mentali), ad affrontare colloqui di lavoro
I lavoratori di un’impresa di Reggio Emilia hanno invece deciso di tagliare i loro salari non per mantenere il posto di lavoro per tutti , cosa che succede anche in altre realtà, ma per consentire nuove assunzioni.
Si tratta, come si vede di esperienze molto marginali anche se probabilmente più diffuse e varie di quanto immaginiamo ma che non conosciamo.
Come poco conosciamo quanto avviene in Spagna dove nei barrios delle città le persone si riuniscono per discutere e per trovare soluzioni comuni su come tirare a campare o quanto avviene da qualche tempo in Argentina dove i lavoratori hanno recuperato le fabbriche che gli imprenditori avevano chiuso e abbandonato, portando via il capitale, al momento del crollo del modello neoliberale del 2001. Dopo circa 10 anni sono già più di duecento e danno lavoro a circa diecimila lavoratori, lo stesso esperimento si sta facendo in Uruguay. Spesso queste fabbriche diventano anche centri importanti per la vita sociale, culturale e politica della comunità.
Insomma tutte queste esperienze penso ci insegnino che è possibile trovare nuovi strumenti e modi che rimettano insieme le persone, unica possibilità per affrontare positivamente il presente e il futuro. Sembra ormai assodato infatti che nei paesi occidentali la ripresa economica non significherà nuova occupazione, si rende così necessario e inevitabile impostare in modo del tutto nuovo il lavoro, i rapporti sociali, politici ed economici.

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Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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VACCINATI A MORTE


tumori-tra-i-soldati-italiani-si-indaga-sui-vaccini_2699Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.



Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano.Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo. Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni invalido al 90%. 

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco, l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene  negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente. Questi ragazzi devono essere operativi subito: far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo al Ministero della Difesa di vigilare affinchè:

– sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali;

– il medico vaccinatore pretenda al momento dall’arruolamento, come previsto dal regolamento, da tutti i militari il libretto dell’USL, e rispetti quanto lì riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione;

– i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni;

– siano date risposte sui casi dei militari ammalati facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati.

A:
Ammiraglio Giampaolo di Paola, Ministro della Difesa
Renato Balduzzi, Ministro della Salute
Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.

Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano. Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo, Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni e invalido al 90%.

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema come abbiamo denunciato da tempo, è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente, questi ragazzi essere operativi subito, far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo alle autorità Militari, cosi come al Ministero della Salute , di vigilare.
– Che sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali.
– Che il medico vaccinatore come previsto dal regolamento pretenda da tutti i militari al momento dall’arruolamento il libretto dell’USL, e rispetti quanto li riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione,
-Che i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni di qualsiasi tipo e luogo.
– Che siano date risposte da parte del Ministero della Difesa sui casi dei militari ammalati fornendo, numeri,facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati, che venga segnalato sul libretto vaccinale qualsiasi tipo di reazione. E che vengano segnalati alle autorità competenti.
– I vaccini sono farmaci quindi il rispetto delle regole e fondamentali.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

 

PETIZIONE  http://www.change.org/it/petizioni/ministro-della-difesa-chiarezza-sui-militari-vaccinati-a-morte-per-evitarne-altri

http://www.comilva.org/eventi/vaccinati_morte_di_vittoria_iacovella

Pubblicato in: cose da PDL, CRONACA, diritti, libertà, politica, razzismo

Non ci sono soldi e i CIE diventano ancora più lager


corelliby Luca Fazio

Dopo 15 anni l’esperienza concentrazionaria più disumana e rimossa del Paese – i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – forse è giunta al capolinea. Certo non per un sussulto antirazzista, e nemmeno per un ripensamento della politica, ma solo perché sono finiti i soldi anche per gestire queste prigioni per stranieri che non hanno commesso alcun reato.
Il fallimento totale dell’esperimento palesemente razzista è sotto gli occhi di tutti. Rinchiudere inutilmente persone fino a 18 mesi senza alcun utile tornaconto non è un buon modo di utilizzare soldi pubblici, e il Viminale non può far finta di niente di fronte all’evidenza: nel 2012 sono state «trattenute» 7.700 persone nei Cie di tutta Italia e ne sono state rimpatriate meno della metà. Un numero insignificante se confrontato con il dato ufficiale – e sicuramente sottostimato – degli immigrati senza documenti: 326 mila secondo uno studio della Fondazione Ismu.
La situazione ormai è sfuggita di mano anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, per non parlare dei diritti umani. Ogni giorno si ripetono episodi di autolesionismo, fughe, denunce di maltrattamenti, blocchi stradali, risse e rivolte sedate spesso con la violenza: ieri, per esempio, una rissa «per futili motivi» scoppiata nel Cie in contrada Imbriacola di Lampedusa, con un poliziotto ferito in maniera piuttosto seria (in quel centro sono imprigionate 977 persone a fronte di una capienza massima di 300).
Il caso del Cie di via Corelli, a Milano, che dal 1998 è sempre stato gestito dalla Croce Rossa Italiana (Cri), è esemplare per comprendere la drammaticità della situazione in tutta Italia. Scaduto il bando, la Cri si è detta disponibile a gestire il centro chiedendo una cifra doppia rispetto a quella messa a disposizione dal ministero degli Interni: 60 euro al giorno a persona contro i 30 proposti per affidare l’appalto «selezionando la migliore offerta con il criterio del prezzo più basso» (scrive la Prefettura di Milano). Solo la cooperativa siracusana L’Oasi è rientrata nel tetto fissato offrendo 27,50 euro per persona (fino ad oggi la Cri gestiva a fatica la prigione ricevendo 54 euro a persona). Problema risolto? Tutt’altro. Anzi, in corso Monforte, visti i precedenti della coop L’Oasi, sono piuttosto preoccupati. Lo scorso giugno il prefetto di Bologna ha rescisso il contratto con la medesima coop (28 euro a persona) dopo che diverse associazioni, sindacati compresi, avevano denunciato condizioni degradanti, e stipendi non pagati… (il Cie di Bologna è ancora chiuso). Stessi problemi anche al Cie di Modena, dove in questi giorni i lavoratori sono in agitazione perché non ricevono paghe regolari, e anche in questo caso la Cgil ha chiesto alla prefettura la revoca del contratto con la cooperativa L’Oasi. Ancora non è certo come andrà a finire a Milano, perché l’abbandono della Cri in autunno potrebbe anche provocare l’impensabile, almeno come soluzione temporanea: fine di via Corelli?
Alcuni amministratori già stanno premendo per questa soluzione. Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, proprio ieri ha proposto la chiusura del Cie cittadino: «Chiudiamolo, sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane». Il degrado, le situazioni umilianti, sono ovunque una costante. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», così ha commentato l’Unione camere penali italiane che ha appena visitato il centro trapanese riscontrando «condizioni di invivibilità». Anche il sindacato di polizia ormai definisce lager questi luoghi. Felice Romano è segretario del Siulp e dopo le proteste scoppiate in questi giorni in diversi Cie (Torino, Modena, Caltanisetta) ha voluto esprimere «solidarietà a tutti gli operatori di polizia che assolvono al gravoso compito di contrastare le rivolte che caratterizzano ormai ciclicamente la vita e la gestione di questi ambigui e pericolosi lager per immigrati e poliziotti». Per il Siulp, «detti accadimenti avvalorano la tesi che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».

http://www.milanox.eu/non-ci-sono-soldi-e-i-cie-diventano-ancora-piu-lager/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+Milanox+%28MilanoX+heretic+news+feed%29

Pubblicato in: diritti, estero

in attesa del verdetto


E’ uscita in questi giorni la decisione dell’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (per gli amici, ECCC) che fissa per il prossimo 9 ottobre la data d’inizio delle requisitorie conclusive (le “arringhe”) nel caso 002.
Presumibilmente, il verdetto potrebbe arrivare fra fine 2013 ed i primi mesi del 2014.

Si tratta di una notizia abbastanza importante. Decisamente importante per chi -come il sottoscritto- segue le vicende giudiziarie internazionali. Il “case 002″, infatti, è il secondo -e potenzialmente, l’ultimo- processo tenutosi in Cambogia contro i “principali leaders e maggiori responsabili” dei crimini commessi dai Khmer Rossi.
Rispetto al precedente “case 001″ conclusosi con sentenza definitiva della Camera di Appello nel febbraio 2012 per “Duch” alias Kang Kek Iew, il responsabile della famigerata prigione S-21, questa volta gli imputati Khieu Samphan e Nuon Chea (gli unici rimasti, dopo la morte di Ieng Sary e la dichiarazione d’infermità mentale della di lui moglie Ieng Thirith) continunano a professarsi innocenti.
Duch, a contrario, dopo essersi convertito al cattolicesimo, aveva accettato un “guilty plea” per il proprio processo, dichiaradosi sin da subito colpevole dei fatti imputatigli.
La conclusione del “case 002″ potrà quindi segnale un importante milestone giuridica e storica nel ristabilire i fatti accaduti durante la Kampuchea Democratica.

case002infographicfinalcorrectedOvviamente, trattandosi di processi tanto massivi, la prova dei fatti non è mai semplice (specie quando tenuti ad oltre 40 anni dagli eventi) ed ha coinvolto centinaia di persone. Come ben mostra l’infografica prodotta dallo stesso ECCC: decine di testimoni, migliaia di documenti….

Non nego che questa notizia abbia per me anche risvolti strettamente personali.
Nel 2009, infatti, mi trovavo proprio all’ECCC come intern e mi capitò di lavorare esattamente sulle prove relative al “case 002″: dal principio studiai alcuni siti di indagine come Wat Kirirum, la diga di Trapeang Thma e l’aeroporto di Kampong Chhnang. La prima una vecchia pagoda convertita in centro di prigionia; i secondi centri di lavoro forzato.
Per questi siti e per tanti altri (nel complesso ne furono investigati 26, sparsi in tutta la Cambogia) si trattava -oltre che di dimostrare i fatti allegati- anche e soprattutto di verificare il dolo degli imputati, ovvero di comprendere fino a che punto sapessero quanto accadeva e lo vollero (o non lo impedirono).
C’è quindi una grande curiosità nell’attesa della sentenza e del giudizio proprio su questi siti.
Ma ancor di più, mi capitò di lavorare sulle privazioni di cibo e l’esportazione di riso, decisione teoricamente presa proprio alla presenza  degli imputati durante le riunioni del comitato centrale dei khmer rossi.
Quindi, a maggior ragione, il loro collegamento sarebbe indubitabile.

Ma, come anticipato, i fatti sono complessi. Complesso è ricordare (oltre che doloroso: l’immagine di uno come Vann Nath che piange davanti alle telecamere o in udienza è qualcosa che lacera il cuore). Complesso è ritrovare le carte con le decisioni. Complesso è mettere in fila i tasselli.
Non nascondo che non vorrei esser al posto dei giudici: per quanto la sentenza storico-politica sia già in qualche modo scritta, quella giuridica ancora manca.

Non arrivo a dire che con essa qualcuno in Cambogia troverà pace. Come di certo non molti l’hanno trovata in Ruanda.
Al massimo, qualcuno in Occidente potrà mettersi tranquillo.
Però sarà un altro tassello, un tassello importante.
Chissà, forse un giorno anche grazie a questa sentenza in Cambogia le scuole potranno dire chiaro e tondo ai bambini cos’è accaduto nella loro terra fra l’aprile 1975 ed il gennaio 1979 e per il vent’anni successivi, con o senza l’approvazione del governo.

 

Qualche maggiore notizia qui.
Oltre al bellissimo libro di Henry Kamm “Cambodia: report from a stricken land

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, sessismo, sociale, società, violenza

Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

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MARICICA HAHAIANU (ROMANIA 1978 – ROMA 15.10.2010)


MICHELE AUDISIO AG TOIATI Foto donna in coma dopo pugnodi 

Il nome di questa donna è difficile da ricordare.

Sono certo che molto presto sparirà dalla memoria collettiva e diventerà solo “quella donna rumena che ha avuto sfortuna”. Quella che ha trovato il classico bullo di paese. Uno che dopo averla insultata per futili motivi, urlandole di tornarsene da dove veniva ha visto bene, per sentirsi più uomo e più virile, di tirarle un cazzotto in faccia e ammazzarla all’interno di una stazione della metropolitana di Roma. La Anagnina per la precisione, per poi andarsene  lasciandola agonizzare tra l’indifferenza dei passanti.

L’orrore è continuato quando poi quel tipo mentre veniva arrestato uscendo di casa scortato dagli agenti, si è messo a sorridere perché la folla del suo rione lo stava difendendo e protestava con la polizia per l’arresto in corso.

Non oso poi immaginare che cosa sarebbe successo se lei fosse stata italiana e lui un rumeno invece.

Non sono riesco a non pensare ai nostri compatrioti emigranti ad inizio novecento. Mi viene da ricordare come venissero presi a calci nel sedere, insultati e umiliati e talvolta persino uccisi dai “nativi”. Quando guardiamo i film che parlano delle loro storie ci commuoviamo tutti. Sono certo anche quella bestia (perché questo è chi compie gesti come quello che ha fatto quel tipo che non voglio nemmeno nominare da quanto mi ripugna).

Tuttavia, quando occorre trovare la forza di affrontare il razzismo strisciante che alberga in ognuno di noi, ci scordiamo di ciò che è capitato anche alla nostra gente. E che potrebbe succedere di nuovo. La tolleranza è parola semplice da pronunciare ma amica difficile con cui convivere in una qualunque delle nostre città.

Per cercare di fare qualcosa, fosse anche stupida e banale, per combattere questa tendenza alla degenerazione senza limiti ho deciso di non scordare mai il tuo nome Maricica. Ho deciso di portarti con me e raccontare la tua storia finché qualcuno avrà voglia di ascoltarmi.

http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

         

 

 

 

 

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, estero, libertà, società, violenza

il golpe egiziano (discutibile discussione)


Con amici e conoscenti si sviluppa da tempo ormai un’accesa (intellettualmente accesa) discussione sugli avvenimenti egiziani. Quelli che io definisco un golpe.
Questa rinnovata discussione mi offre in realtà l’occasione per sviscerare e chiarificare ancor meglio alcuni punti del mio pensiero, che temo tuttora fraintesi.
1) Perché l’esercito no: ripeto da tempo ormai che per me vi è una differenza fondamentale fra “rivoluzione” e “golpe”. Tale differenza risiede, semplicemente, nell’autore e nella partecipazione. Una rivoluzione è fatta (prevalentemente) dai cittadini; un golpe, al contrario, è fatto solo da una minoranza di essi o da una parte particolarmente qualificata.
Sul punto maggioranza/minoranza mi son già ampiamente speso e ribadisco qui solo il fatto che, ad oggi, i sostenitori dei Fratelli Mussulmani sono numerosissimi in Egitto. E nessuna prova è stata portata del fatto che la maggioranza degli egiziani sia attualmente d’accordo con l’esercito (che tanti siano andati in Piazza Tahrir è, semmai, solo un indizio). In assenza di tale prova, ritengo corretto rifarsi all’ultima valida espressione della volontà popolare, ovvero le elezioni che hanno dato la maggioranza proprio ai Fratelli Mussulmani!
Ma il secondo aspetto è ancora più importante: l’esercito è una parte qualificata della popolazione. E’ una parte armata, ovvero detiene -per conto dello Stato e non da solo (vi sono anche le forze di polizia)- il “monopolio della violenza” di weberiana memoria. L’esercito ha un potere (“dalla canna del fucile“) straordinario, potenzialmente incommensurabile rispetto a quello politico e giuridico degli altri organi dello Stato. Per tale ragione, è ancor più importante che l’esercito si attenga strettamente ai limiti assegnatigli.
Non a caso, quando le forze armate hanno preso il potere -anche sulla scia di un grande sostegno popolare-, raramente l’hanno lasciato.

2) la forma dell’intervento: il punto è per me risolutivo. Si tratta semplicemente di appurare se la legittimità costituzionale (sovrana, in un ordinamento democratico: altrimenti si ricade nel populismo del “votato dalla maggioranza dei cittadini” di berlusconiana memoria – non a caso l’art. 1 della nostra Costituzione precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – un principio simile si ritrova anche all’art. 5 della Costituzione egiziana) consente o meno all’esercito egiziano un simile intervento nella sfera politica.
A mio avviso, la questione è presto acclarata dall’ottavo preambolo della Costituzione egiziana approvata dopo la caduta di Mubarak. Per inciso, sia chiaro che questa Costituzione non avrebbe mai potuto esser approvata senza l’assenso, almeno tacito, dei militari. Dunque, recita l’ottavo preambolo: “Defending the homeland is an honor and an obligation. Our armed forces are a neutral, professional national institution that does not interfere in the political process. It is the country’s defensive shield“. L’affermazone di neutralità politica mi sembra chiara ed innegabile e tali preamboli sono qualificati come “principi” cui si aderisce.
Anche proseguendo nella lettura del testo costituzionale (art. 194 ss), si evince che nessuna disposizione autorizza le forze armate ad un simile intervento, anzi: addirittura l’art.101 stabilisce chiaramente che “No armed forces are permitted to enter either chamber [camere del Parlmento, ndr] or reside in its vicinity unless the chamber’s president has requested so“.
Infine, la Costituzione prevede specifiche procedure (art. 152) di impeachment del presidente. Procedure, è lapalissiano, non rispettate.

3) le ragioni dell’intervento: in una recente intervista dell’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy a Repubblica, l’ambasciatore così risponde alla domanda se l’intervento dell’esercito fosse necessario: “A volte, lo è. Non potevamo aspettare altri quattro anni, fino alla prossima scadenza elettorale. Parecchi egiziani erano pronti a fare i bagagli e a espatriare. Abbiamo sprecato già decenni con Mubarak. Glielo dimostro: prenda a esempio la Corea del Sud. Negli Anni Sessanta il reddito pro capite lì era più basso che in Egitto, come il totale delle esportazioni. Ma in quarant’anni i sud coreani ci hanno superati di molte volte. Con Morsi alla presidenza, continuavamo a scivolare nel precipizio: saremmo presto diventati uno Stato fallito. Quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà: l’Egitto merita ben più di questo. Ora dobbiamo recuperare il tempo perduto“.
Tradotto: l’intervento era necessario per ragioni economiche!
Ora, qualcuno vuol forse paragonare questa giustificazione con le dichiarazioni del Bundespraesident emerito Horst Koehler, costretto a dimettersi per le dichiarazioni sulle “ragioni economiche” dell’intervento tedesco in Afghanistan? O forse con il “ “ “golpe” ” ” (scusate, in questo caso le virgolette non sono mai abbastanza!) delle dimissioni di Berlusconi per la crisi economica in Italia?
Anche ammettendo -e non sarei comunque d’accordo- che simili motivazioni giustifichino l’azione dell’esercito, la sproporzione fra fini e mezzi dovrebbe lasciarci ben sospettosi, per non dire allibiti, di fronte a tale indebita intromissione. Incostituzionale.

4) ragioni umanitarie: lo stesso Helmy nelle proprie dichiarazioni richiama -e dobbiamo supporre, alla luce della risposta precedente, in modo del tutto secondario- la minaccia rappresentata dall’islamismo ed in particolare dalla violazione dei diritti umani, rappresentata dall’approvazione di una norma che abbasserebbe l’età minima per il matrimonio a 9 anni per le bambine.
Tralasciando la generica considerazione che il giudizio sull’islamismo politico spetta sempre e solo al popolo, nelle forme democratiche costituzionalmente previste, mi limito qui a ribadire che tale argomentazione è inconsistente: a) perché prima di procedere con una soluzione tanto drastica come un golpe militare in disprezzo della Costituzione si sarebbero potute perseguire altre forme di protesta democratica e civile contro l’approvazione di tale norma (boicottaggio parlamentare, scioperi ad oltranza, manifestazioni pubbliche…); b) perché non risulta che i militari abbiano giustificato con tale argomento il loro intervento; c) perché la riduzione manichea della questione militari/pedofilia è una strumentazione del discorso che semplifica irrealisticamente la complessità di questo avvenimento.
Insomma, riducendo tutto alla dicotomia citata, si forza la realtà dei fatti per incanalare la discussione in binari tali da fare passare l’interlocutore che sostenga una posizione contraria come un essere spregevole. Tecnica francamente berlusconiana.

5) le ragioni contrarie: nel dibattito mi si accusa di sostenere posizioni troppo “astratte”. Orbene, come ho ripetutamente cercato di chiarire, non trovo affatto che tali ragioni siano “astratte”. Anzi: esse sono concretissime. Si tratta, infatti, di garanzie a tutela dei diritti dei cittadini, se tali garanzie sono violate, nulla ci assicura che anche i diritti civili e politici siano rispettati.
In un sistema democratico-costituzionale (lo “Stato costituzionale di diritto“), la legittimità politica è legittimità giuridica.

6) lasciamo la storia da parte: ultima considerazione. La storia (“Storia”) non c’entra nulla.
Come possiamo pretendere di chiamare in causa e valutare la storia a pochi giorni dai fatti? No, adottare ora un simile parametro di giudizio è semplicemente fuorviante. Significa rimandare ad un tempo mitico giudizi che invece potremmo dare già ora; significa zittire le ragioni attuali in nome di quelle future.
Se questo golpe potrà avere risultati positivi, lo giudicheremo negli anni a venire.
Ma oggi, oggi, dobbiamo solo giudicare gli avvenimenti per quello che sono: l’esercito ha spodestato un presidente eletto. E questo per me altro non è che un golpe: un atto illegittimo di una forza pubblica contro un altro potere pubblico, una ribellione di un organo dello Stato contro un altro organo.
Gli organi internazionali che devono relazionarsi al nuovo governo egiziano, i parlamenti, i governi (incluso il parlamento dell’Egitto), non possono ragionare in termini di “storia”. Devono ragionare in termini -concretissimi- di legittimità politica e giuridica al’oggi.
E questa legittimità, oggi, manca.

generale Al-Sisi
generale Al-Sisi
Pubblicato in: cultura, diritti, donna, lega, libertà, pd, politica, razzismo

Calderoli si tolga dai piedi


calderoliPresa di posizione dei missionari comboniani contro le mancate dimissioni da vice presidente del Senato dell’esponente leghista, e sull’inerzia colpevole della maggioranza parlamentare.

La decenza evidentemente non appartiene all’etica politica di Roberto Calderoli, vice presidente, pro tempore, del Senato. Le dimissioni? Ma quando mai? Bastano le scuse personali, a suo dire, a Cécile Kyenge  per chiudere in modo indolore la vicenda delle offese alla ministra dell’integrazione (“Quando la vedo non posso non pensare a un orango”).

Ma non può finire così. Rievocare quel parallelo (negro=scimmia) significa sdoganare uno schema di pensiero che, in un passato non molto lontano, ha portato alla morte di milioni di africani. È questa la differenza con gli altri beceri insulti (dal caimano, al nano, alla pitonessa…) che si scambiano quotidianamente i politici d’alta scuola del teatrino italiano e che contribuiscono all’imbarbarimento del linguaggio, dei rapporti e della vita pubblica. Perché battersi contro il cattivo linguaggio significa anche opporsi al declino della civiltà.

Sappiamo che la paura dello straniero è un bacino inesauribile per chi fa politica. Ma la Lega Nord, da sempre si è spinta oltre: nell’annientamento dell’altro/a già nelle parole. La biografia di Calderoli e dei suoi sodali lo testimonia. La ricchezza del pensiero invece richiede, anzi esige, ricchezza di linguaggio. Mentre è da più di 20 anni che il linguaggio leghista disegna una democrazia povera di principi e ricca di angoscia.

Come missionari comboniani, come Fondazione Nigrizia, riteniamo inaccettabile il girare la testa dall’altra parte. Questa non assunzione di responsabilità, non solo del gruppo dirigente leghista, ma della stessa maggioranza che controlla le aule parlamentari e che avrebbe i numeri per sfiduciare Calderoli.

Riteniamo che le parole siano degli atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. E se moralismo significa battersi per evitare che sia espulso dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile, riteniamo sia giusta questa battaglia moralista. Anche, se non soprattutto, all’interno delle istituzioni.

Può infatti, come ha ricordato Gad Lerner, “un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini?!”.

Noi pensiamo di no. Per questo ribadiamo, assieme alla nostra vicinanza alla ministra Kyenge, il nostro sconcerto per l’impermeabilità del parlamento italiano alle ragioni che dovrebbero portare alle immediate dimissioni di Roberto Calderoli.

Fondazione Nigrizia
Missionari Comboniani

 

http://www.nigrizia.it/notizia/calderoli-si-tolga-dai-piedi/notizie

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ILVA, OMISSIONI E BUGIE


di Ernesto Burgio

La replica di ISDE Italia: “La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni cagionati dall’inquinamento ambientale. Il Governo ristabilisca la verità”

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Il Commissario dell’Ilva, Enrico Bondi è stato nominato dal Governo per rappresentare gli interessi di tutti. Tuttavia le sue recenti affermazioni, che riprendono una perizia di parte aziendale, sono lungi dall’essere imparziali. Nella sua relazione al Presidente della Regione Puglia, Bondi cita infatti una relazione dei periti aziendali (Boffetta et al), secondo cui: “E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70” 

La frase sottintende che non vi sarebbe un eccesso di tumori dovuti all’inquinamento ma tale eccesso sarebbe attribuibile al consumo di sigarette.

Contestiamo questo modo di porre il problema:

(a) il Commissario non può sposare un tesi di parte -, in modo peraltro superficiale;

(b) la relazione consegnata dai Periti della Procura di Taranto e degli Enti pubblici preposti (Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ARPA Puglia, Agenzia Regionale Sanitaria Pugliese) contiene un’analisi approfondita della mortalità per tumori a Taranto e nei suoi quartieri, e va considerata nella sua interezza.

La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni che l’inquinamento ambientale arreca all’ambiente e alla salute umana.

Sia il Commissario sia la perizia di parte sembrano ignorare le prove del fatto che l’inquinamento atmosferico è causa del cancro del polmone anche nei non fumatori. L’autorevole rivista Lancet Oncology pubblica in questi giorni i risultati di un grande studio epidemiologico europeo che dimostra come l’inquinamento atmosferico svolga un ruolo importante nell’aumentare il rischio di cancro del polmone anche nei non-fumatori.
Se Bondi, come sarebbe stato suo dovere, si fosse preoccupato di informarsi sulle prove scientifiche nel loro insieme, e non solo sul parere dei periti di parte, avrebbe tratto delle conclusioni diverse. In tal modo avrebbe dimostrato rispetto per i cittadiniper i lavoratori e per gli operatori sanitari anziché agire sulla base di un’agenda precostituita.

Sulla base di queste semplici riflessioni ISDE Italia chiede al Governo Italiano di provvedere a ristabilire la verità e a richiamare i suoi rappresentanti a un maggiore equilibrio e senso della giustizia.

Dal blog di Ernesto Burgio

http://www.cadoinpiedi.it/2013/07/16/ilva_omissioni_e_bugie.html#anchor

Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, lega, libertà, pd, politica, razzismo

Il leghismo come eversione e come viltà


grande-638x425Oggi Salvini difende Calderoli scagliandosi contro Napolitano che aveva mostrato indignazione. L’elenco delle scandalose parole razziste di esponenti leghisti è lunghissima. E basta sintonizzarsi su “Radio Padania” per capire come pietà, solidarietà, comprensione e compassione siano concetti che non hanno patria qui, in questa Patria farlocca che chiamano “Padania”.

Voglio segnalare solo due cose: la viltà di certi leghisti e il fondamento essenzialmente eversivo della loro azione.

La viltà leghista è quella tipica del branco di bulli. Assieme sono gradassi, insultano il debole, l’omosessuale, l’immigrato e via via si superano l’un l’altro con l’annullamento di chiunque non rientri nel loro ristretto orizzonte culturale. Ma come tutti i bulli sono dei vili e non vogliono mai assumersi le responsabilità (eventualmente anche penali) di ciò che dicono. Se guardate agli insulti contro la Ministra Kyenge, da Borghezio in poi, l’insulto è sempre frettolosamente stato seguito da scuse (“Mi scuso…”, “Non volevo…”, “Era una battuta…”); se non ricordate più la catena di insulti-scuse potete leggere QUI.

La strategia leghista è eversiva. Poiché sono convinto dell’intenzionalità di questi gesti è necessario chiedersi “Perché?”. A che scopo? Cosa ci guadagnano? Se, come me, non cadete nell’illusione della voce dal sen fuggita, bensì pensate a una volontà, una strategia (rozza, inaccettabile…), occorre chiedersi quale ne sia lo scopo, per opporre un’indispensabile resistenza democratica. La strategia è questa: poiché le parole costruiscono la realtàhanno conseguenze pratiche (ne ho parlato QUI), soffiare sul fuoco dell’intolleranza, dell’odio, della discriminazione serve per perpetuare uno stato emergenziale in Italia, alimentare il torbido, spaventare la gente, indurla a tenere la testa bassa e affidarsi a chi, con parole roboanti, pretende di difenderla: contro i froci che distruggono la famiglia; contro gli immigrati che rubano; contro i negri che hanno osato diventare ministri! E se per alimentare questo vomito si devono calpestare le Istituzioni, svillaneggiare il Presidente della Repubblica, minacciare l’insurrezione armata… Chi se ne frega? Al massimo, se le cose si mettessero male, si chiederà scusa, si dirà che si è scherzato…

Se volete, continuiamo a resistere su Twitter (@bezzicante).

fonte   http://www.fanpage.it/il-leghismo-come-eversione-e-come-vilta/#ixzz2Z7JwFl7i
http://www.fanpage.itt

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Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

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Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

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Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

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Expopolis Il grande gioco di Milano 2015


Dal Manifesto di martedì 9 luglio, intervista di Luca Fazio a Rob Maggioni

L’evento messianico è stato benedetto domenica da Re Giorgio alla Villa Reale di Monza. La storiella adesso è ufficiale: «Expo 2015 è un’occasione per tutto il paese». Ne parliamo con Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare e autore del libro Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, scritto con il laboratorio Off Topic (edizioni Agenzia X)expopolis

Al di là della retorica da coesione nazionale, il business è gigantesco. Chi si prende il grosso della fetta?
Intanto l’Expo viene finanziata con risorse pubbliche: 1,4 miliardi di investimenti diretti sul sito, cifra che raggiunge i 10 miliardi se consideriamo le opere collegate. Vecchi progetti autostradali, per esempio, che si sono rifatti una verginità per rientrare nel progetto, mentre le opere più utili sono state accantonate. La linea 6 della metropolitana è stata stralciata, la 4 avrà solo due fermate e la linea Lilla, già inaugurata, copre solo la zona nord di Milano. Il 40% dei finanziamenti arriva dal governo, ma il comune di Milano, che ha un buco di bilancio di 430 milioni, nel 2013 ne deve stanziare 370. Per questo Pisapia continua a chiedere una deroga al patto di stabilità, e il governo tace. Tacciono anche le forze politiche, del resto i due appalti più importanti se li sono aggiudicati la Cmc di Ravenna della Lega delle Cooperative (90 milioni) e la Mantovani (270 milioni), che comprende diverse imprese venete vicine al Pdl. L’Expo è bipartisan anche nella spartizione dei soldi.

Il presidente Napolitano dice che è un’occasione per l’Italia.
Dipende per fare cosa. Forse per sperimentare nuove forme di flessibilità nel lavoro e nuove forme di governo del territorio, con la figura del commissario straordinario che può imporre scelte discutibili in deroga alle leggi, magari in nome dell’emergenza imposta dai tempi stretti per realizzare le opere.

Cosa c’entra la flessibilità del lavoro?
Sacconi, presidente della Commissione Lavoro al Senato, lo ha detto chiaramente: siccome l’Expo è un evento nazionale, la possibilità di sperimentare nuove forme di flessibilità va estesa a tutto il territorio. Lo chiede anche Confindustria. Vogliono prolungare di 48 mesi i contratti a tempo determinato, sfruttare di più la formula dell’apprendistato, allungare il primo contratto a termine… Se Expo servirà per dare soldi alle solite imprese, ridurre i diritti di chi lavora e comprimere welfare nelle città, non capisco di quale occasione si stia parlando.

Il governatore Maroni ha detto che Expo è un evento “Mafia Free”.
Da ministro dell’Interno, Maroni aveva lanciato l’esperimento delle White List, un elenco di aziende pulite controllate dalla prefettura, peccato che non sia andato in porto. Ora si parla di un “protocollo della legalità”, ma nel frattempo le aziende hanno già cominciato a lavorare ed è difficile controllare la giungla dei subappalti, infatti alcune sono state già escluse perché in odore di criminalità organizzata. E i lavori sono appena cominciati.

Perché questo ritardo?
Perché per tre anni il centrodestra ha lavorato esclusivamente per spartirsi la governance dell’evento, così dal 2008 al 2011 non è stato fatto nulla. Adesso dovranno correre e per questo il commissario straordinario Sala ha chiesto poteri speciali.

Cosa ne pensi del ruolo che si è ritagliato Pisapia?
E’ stato poco coraggioso all’inizio del suo mandato, quando ha ratificato l’accordo di programma di Letizia Moratti che vincola il destino delle aree: con l’indice di edificazione dello 0,52% si potrà costruire sulla metà di un’area da un milione di metri quadrati. Il sindaco vuole lasciare a Milano un parco in eredità. Ma nel 2016 scade il suo mandato e i terreni sono di proprietà di Aree Expo, una società che solo in parte appartiene al Comune. Quindi il post Expo potrebbe essere un affare che non riguarda più Pisapia.

Sono poche e isolate le voci contro l’Expo.
Quando la sinistra governa, come a Milano, le forze conflittuali assumono un basso profilo, e poi l’Expo continua ad essere un oggetto misterioso. Pochi si rendono conto di quante risorse sottrae alla città, per questo è un progetto più pericoloso di quelli che producono movimento laddove viene agita la logica “nimby”: chiunque si rende conto del danno che provoca un treno che sfregia una valle, più difficile ragionare su un evento la cui logica mette a rischio non solo il territorio ma anche i diritti di tutti. Domenica a protestare contro Napolitano c’era una fitta rete di soggetti che sta ragionando per far diventare la critica all’Expo un collante comune in grado di graffiare l’evento.

FONTI  http://www.milanox.eu/expo-occasione-per-tutti-no-e-un-progetto-pericoloso/

 

 

Pubblicato in: diritti, Il Malpaese, lega, politica, razzismo, sessismo

Calderoli, il Pitecantropo Padano


88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutiliRoberto Calderoli, vicepresidente del Senato, ha insultato ieri il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge durante un comizio della Lega a Treviglio: “Quando la vedo non posso non pensare a un orango”. Sul web si moltiplicano le iniziative per chiederne le dimissioni.

La sinistra milanese è particolarmente indignata, perché ci siamo ritrovarti Maroni a governare in regione con gli stessi uomini di Formigoni, e poi perché nn dimentichiamo certo le stronzate di Salvini (che ne ha anche per la Boldrini) & C sull’apartheid in metropolitana, la pulizia etnica dei rom e la sinistra che complottava per construire la più grande moschea d’Europa (ancora non se n’è fatta una a Milano..). Riportiamo qui le opinioni di due esponenti della sinistra della Madonnina,Paolo Limonta, il cuore a sinistra di una giunta Pisapia che sembra aver smarrito quell’orientamente, e Emanuele Patti, presidente dell’Arci Milano, il ganglio centrale della società civile di sinistra in città.

Ha scritto Limonta: “Calderoli che insulta il Ministro Kyenge alla festa della Lega di Treviglio per soddisfare gli istinti beceri e xenofobi dei militanti del suo piccolo partito non è che un povero razzista. Ma Calderoli è anche il vice presidente del Senato. E allora circondiamolo di sdegnato silenzio solo dopo averlo costretto alle dimissioni da una carica istituzionale che, semplicemente, non avrebbe mai dovuta essergli assegnata..”

E Patti amplia il quadro d’analisi: “Napolitano II, Calderoli vicepresidente del Senato che insulta Kyenge, l’affaire kazako ed il ruolo complice del ministero italiano nella deportazione di una dissidente, il 30 luglio, la magistratura e tutto quello che gira attorno a quella data, il carosello sull’iva e imu.. Lo stato sembra non esistere più, imprigionato dalla crisi di PD e PDL, e il governo di larghe intese che non può far altro che aggravare la situazione. Se pensavamo di aver toccato il fondo..”

MilanoX è per l’estizione delle specie leghista e per la salvezza degli oranghi giavanesi, messi a rischio d’estinzione dalla deforestazione, e infinatmente più intelligenti di un odontotecnico pitecantropo, malvagio e piromane.

FONTE   http://www.milanox.eu/calderoli-il-pitecantropo-padano/

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Francesco


Papa Francesco a LampedusaDi  Giulio  Cavalli

Se quel Papa che oggi è sbarcato a Lampedusa senza fronzoli e vestali e ha parlato all’Italia e all’Europa dicendo che “Dio ci giudica da come trattiamo i migranti” è il rappresentante “istituzionale” (credenti o no) più coraggioso nel campo della solidarietà e dei diritti significa che che abbiamo una notizia buona e una notizia cattiva.

La notizia buona è che la Chiesa in queste parole assomiglia molto alla Chiesa che in molti vorrebbero (credenti o no) e finalmente parla ai cuori senza perdersi in mediazioni.

La notizia cattiva è che il messaggio politico più forte di questi ultimi mesi (e, forse più di sinistra) non arrivi dal centrosinistra (nessuno con un po’ di sale in zucca se lo aspetterebbe, figurarsi, dal Governo Pd – PDL) ma da una figura esterna (potremmo chiamarlo “tecnico” della solidarietà, eh) mentre la sinistra si accartoccia su se stessa e il Partito Democratico si spende per regole congressuali e regole d’ingaggio con gli amici berluscones.

Fa venire le vertigini in questa epoca di nani, Francesco.

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/08/francesco/

 

Radio Vaticana ha pubblicato sul suo sito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha tenuto sull’isola di Lampedusa. 

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!

Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.

Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/

 

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De Gennaro dalla Diaz a Finmeccanica


DE GENNARO: DA FALCONE ALLE BR PASSANDO PER IL G8by Paolo Limonta

La dignità e la forza di centinaia di migliaia di donne e uomini che nel luglio del 2001 erano a Genova determinati e pacifici.

E che hanno continuato e continuano a esserci a testa alta per costruire una società più giusta dove i diritti di tutti siano davvero rispettati e realizzati.

La responsabilità politica, materiale e morale di chi, a Genova, ha realizzato la barbarie di piazza Alimonda, di Bolzaneto e della Diaz.

Tra questi Gianni De Gennaro, allora capo della polizia.

Che oggi diventa Presidente di Finmeccanica.

Loro non si vergognano, noi non ci voltiamo dall’altra parte.

Lo dobbiamo a chi era a Genova nel 2001 ed è stato ucciso, picchiato, torturato e umiliato.
Perché noi non abbiamo dimenticato e continueremo a ricordare a tutti che a Genova, nel luglio del 2001, la democrazia è stata sospesa.

E in troppi hanno taciuto…

http://www.milanox.eu/de-gennaro-dalla-diaz-alla-finmeccanica/

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

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Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

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Pisapia riapri il Gandhi !!


gandhi 8Il Liceo Civico serale Gandhi era l’unico liceo disponibile per la classe lavoratrice della citta’ di Milano e limitrofi. Fornendo ben 4 corsi liceali (Classico/Scientifico/Socio-psico-pedagogico/di lingue) permetteva a molti lavoratori di eta’ media 40/45 anni di concludere, seppur in ritardo, il ciclo di studi. Sfortunatamente l’istituto venne chiuso nel Settembre 2010 senza preavviso causando cosi’ ingenti danni sia agli studenti sia ai vari professori. Tale chiusura significava la dismissione di uno dei servizi fondamentali che tanto vantiamo in questo paese e vale a dire il diritto all’istruzione. Soprattutto in una citta’ come milano significava la disfatta totale dell’incentivazione per coloro che piu’ necessitavano di attenzioni. Ad oggi, dopo 6 mesi di battaglie burocratiche e di resistenza passiva (con tanto di presidio permanente ect) e 3 anni di lotte giuridiche, pur avendo vinto sia al tar che al consiglio di stato la scuola rimane chiusa mentre vengono investiti ingenti, forse troppi capitali per la EXPO 2015. Proporrei di riattivare questo servizio presso il comune di milano.

EDUARDO  ANTIVALLE  (dal blog di GRILLO)

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/forum/2013/03/riapertura-unico-liceo-civico-serale-gandhi—milano-1.html

Liceo Gandhi: il torto di chi ha solo la forza!    (15 settembre 2010)

E così studentesse e studenti del liceo serale Gandhi avevano ragione a occupare la scuola, a salire sul tetto e far arrivare fino al cielo la loro protesta; avevamo ragione a sostenere quella lotta sacrosanta e generosa di studentesse/studenti e professoresse/professori; e, soprattutto, ancora una volta aveva torto l’amministrazione comunale che ha voluto pervicacemente chiudere quell’esperienza, eliminando dal panorama milanese lo “scandalo” di un liceo pubblico serale.

Adesso anche il Tar lombardo riconosce quelle ragioni e quei torti, annullando la decisione dei dirigenti comunali per la non attivazione delle classi dell’anno scolastico 2009/2010 e la definitiva chiusura del Liceo serale Gandhi.
Il Tar ha ritenuto quella decisione illegittima sia per “incompetenza” – non potevano essere i dirigenti a prenderla, ma eventualmente gli organi politici (Giunta o Consiglio); sia nel merito: il Comune aveva giustificato la decisione come “atto dovuto” di fronte alle disposizioni nazionali che aumentavano il numero di alunni per classe, ma il Tar ha ricordato agli incapaci dirigenti politici e funzionari dell’amministrazione che quelle norme non si applicano immediatamente agli enti locali che hanno la necessaria autonomia per dare i loro indirizzi in materia. Ma questo fanno finta di non saperlo i fautori nostrani del “federalismo” (quando poi non sono in grado nemmeno di far valere la loro autonomia locale…).

Purtroppo il riconoscimento delle ragione dei ricorrenti da parte del Tar arriva tardi e il Liceo Gandhi è chiuso e vuoto (grazie anche al contributo di Questura e Prefettura solerti nel respingere occupazioni e manifestazioni, un po’ meno nel far applicare al Comune la legge).
Questo non deve però comportare una nostra rassegnazione, anche perché l’amministrazione comunale applica la politica del…carciofo – sfoltendo scuola dopo scuola il patrimonio pubblico. E oggi sono sotto attacco le altre paritarie – e la scuola di formazione Greppi di quarto Oggiaro, dove ieri sera professoresse/professori, studentesse/studenti e associazioni del quartiere hanno manifestato in tante/i per difendere il carattere pubblico e contrastare l’ennesimo affidamento ai soliti noti (Compagnie delle opere e loro amici…).
E perché non far tornare a vivere il Gandhi: visto che il provvedimento di chiusura è stata annullato, da oggi il Liceo deve essere aperto e chiunque può iscriversi.

L’amministrazione comunale ha le forza ma non la ragione, ma non è detto che riesca sempre a vincere. Noi dobbiamo fare in modo che sia possibile fermare questi distruttori della formazione e della cultura!
Difendiamo la scuola pubblica. Sosteniamo le lotte di professoresse/professori e studentesse/studenti.

Sinistra Critica Milano

http://sinistracriticamilano.blogspot.it/2010/09/liceo-gandhi-il-torto-di-chi-ha-solo-la.html

Giuliano Pisapia ha fatto della riapertura e del rilancio delle scuole paritarie civiche diurne e serali, un punto chiave del suo programma sulla scuola per il Comune di Milano, e questa è una grande prospettiva per coloro che credono ancora che la scuola pubblica debba garantire gli stessi diritti e opportunità per tutti.

Pubblicato su Scuola Oggi il 4 Maggio 2011

La riapertura dei licei serali riporterebbe Milano in quella posizione d’avanguardia che ha sempre avuto rispetto all’istruzione pubblica per gli adulti (comunale e statale), sia per radici storiche, sia per ricchezza e eccellenza dell’offerta (licei, istituti tecnici e professionali). Un ruolo che sarebbe oggi ancor più significativo, dato che i civici licei paritari serali – delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico – diventerebbero non solo gli unici licei serali pubblici in Italia, ma gli unici in assoluto.
Gli studenti che frequentano una scuola paritaria serale, in particolare un corso di liceo, si sforzano di recuperare un percorso scolastico, passando per anni le proprie sere sui banchi, spesso dopo una faticosa giornata di lavoro; i civici licei serali si sono costantemente caratterizzati per un ridotto livello di dispersione scolastica, il 100% degli studenti sono stati ammessi all’esame anche nell’ultimo a.s. con i corsi al completo (in tutte le classi finali dei 3 indirizzi attivati.

In seguito alle disposizioni del Ministro Gelmini i licei serali milanesi esistenti sono stati chiusi e non è prevista nessuna riapertura futura di corsi di liceo delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico.
Chi vuole frequentare corsi serali di liceo oggi può rivolgersi ora solo ai corsi di preparazione agli esami d’idoneità (che non danno la possibilità di conseguire direttamente alcun titolo.

PAOLA BOCCI   (Consigliera comunale PD)

http://paolabocci.wordpress.com/2011/05/05/una-occasione-da-non-perdere/

Pubblicato in: diritti, economia, LAVORO, libertà, politica

Teoria e Prassi del Precariato secondo un Precario


di Alex Foti

precariatoccupy

Allora, sorelle e fratelli che soffrite per disoccupazione o precarietà: il precariato siamo noi. Il precariato è socialmente composto da chi è precari@ (truismo), vale a dire sottoposto a condizioni di lavoro e vita precarie causa mancanza reddito e lavoro intermittente. Tecnicamente il precariato è composto da chi nella generazione X+Y+Z (i nati dopo il 1965): lavora con un contratto precario (parasubordinato, apprendistato, tempo determinato, lavoro in cooperativa, part-time subìto, interinale ecc ecc), è disoccupato oppure è un NEET, cioè chi non studia e non è nel mercato del lavoro (il 30% degli under 25 in Turchia, il 25% in Grecia, il 20% in Italia e Spagna) né fa la formazione finanziata a caro prezzo dall’UE e invariabilmente intascata dalle amministrazioni regionali (vedi anche Sergio Bologna sul sito della furia dei cervelli); oppure ancora, è solo formalmente un lavoratore autonomo (partite iva monocommittente, freelance, consulenze ecc). La società fordista era fatta di tute blu e colletti bianchi, la società neoliberista è fatta di colletti rosa e creativi: tutti precari. Ma sono in completo disaccordo con Standing: il precariato proviene prevalentemente dalla classe media, non dalla underclass. Del resto non ci si può aspettare da un britannico l’elaborazione accurata di un concetto, il precariato, coniato dai precari dell’Europa continentale. L’espressione precariousness of labor compare nell’edizione inglese del libro I del Capitale, ma precarity e precariat sono importazioni recenti dai movimenti di Italia, Francia, Spagna.

Numericamente il precariato consta 5/6 milioni di giovani donne e uomini (spesso con bambini) sommando/incrociando dati ISTAT in Italia (vedi Gallino) e forse 30 milioni di precari/e nell’eurozona. La stima di eurostat è che ci sono 19,4 milioni di disoccupati nell’eurozona, di cui 3,6 milioni under 25. Nella primavera 2013, Il tasso di disoccupazione fra i giovani toccava il 63% in Grecia, il 56% in Spagna, il 41% in Italia. Tipicamente, in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è sempre il doppio di quello complessivo. Al momento nell’eurozona è al 12% e rotti, per i giovani è a più del 24%: una/o su quattro è disoccupato in Europa, uno su due nell’Europa mediterrane. E la stima dell’economist è che ci sono oggi almeno 300 milioni under 25 senza lavoro nel mondo. La procedura statistica risolutiva sarebbe calcolare la forza lavoro under40 (occupati+disoccupati) e determinare quanta percentuale di occupazione under40 è non-standard (nel senso che nn né long-term né full-time) per arrivare al calcolo definitivo dei precari/e in Italia, eurozona, UE, USA, OCSE (i dati ci sono, ma sono sparsi, bisogna solo mettersi di buzzo buono iniziando dai vari numeri di OECD Employment Outlook). Il fatto stilizzato ma prossimo alla realtà è che il 25% degli under 40 è disoccupato, il 50% è precario e il restante 25% gode di un’occupazione stabile. Il che vuol dire che il precariato e composto da decine di milioni di persone che vivono in Europa. Molte di esse lavorano come precarie nei servizi poco qualificati (cura, ristorazione, logistica ecc.), altre come cognitarie nelle c.d. industrie creative (la classe creativa che lavora nell’informazione, cultura e conoscenza è un sottoinsieme del precariato), altre ancora come stagisti e precari in aziende private e amministrazioni pubblica, svolgendo le stesse mansioni degli assunti a lungo termine. Se il precariato è sezionalmente differenziato, la sua unità sociale e politica è possibile intorno a un nuovo welfare e a un nuovo progetto di società, democraticamente discusso, deliberato e, soprattutto, conquistato contro le forze sia moderate sia reazionarie.

In Italia, politicamente il precariato o non vota o vota a 5stelle, e qualcuno ancora a sinistra. I primi nemici dei precari sono i politici, italiani ed europei, che hanno scientemente perseguito dietro la cortina di fumo della flessibilità, politiche del mercato del lavoro volte ad aumentare precarietà e ricattabilità delle Generazioni X+Y+Z (dai crashati delle dotcom gli zombies della Great Recession). Sindacalmente i precari italiani non li rappresenta nessuno, se si eccettuano esperienze creative, meritorie, ma limitate come EuroMayDay, San Precario e ACTA. I sindacati confederali sono nostri avversari. Non l’abbiamo scelto noi. L’hanno scelto loro quando hanno deciso di puntare sulla tutela degli assunti a tempo indeterminato e dei pensionati. I sindacati di base (parlo soprattutto dell’USB) fanno qualcosa per i/le precari/e delle amministrazioni pubbliche, ma il loro quadro di riferimento ideologico è il seguente: tutto ciò che è accaduto dopo lo Statuto dei Lavoratori è da rinnegare. Ora, il mondo in 40 anni è cambiato. Non c’è più l’Unione Sovietica, ma c’è Internet. E l’agente rivoluzionario non è più l’operaio socialista, ma la/il shabab facebook, la/il giovane studente/ssa o precaria/o che fa fatto la rivoluzione da Tunisi al Cairo.

La crisi, che ho chiamato fra i primi Grande Recessione e che ho in qualche modo previsto (vedi rekombinant, nettime, leftcurve fra il 2003 e il 2006), ha reso l’intera società precaria, col ritorno della disoccupazione di massa. Sì, ma della disoccupazione di massa giovanile. La disoccupazione fra i giovani ha raggiunto livelli parossistici Grecia, Portogallo, Spagna, Italy. Questo è il risultato più evidente del processo di precarizzazione che ha investito la società europea negli ultimi vent’anni, ossia da Maastricht in poi, e soprattutto delle politiche suicide di austerity portate avanti da Germania e UE. L’austerity delle élite neoliberiste ancora al potere ha costituito quella che è indiscutibilmente la parte ribelle ed esplosiva del precariato italiano ed europeo. In una situazione così, con i banchieri che s’intascano soldi a tasso zero mentre i giovani sono lasciati a marcire, chi non tira sassi contro i vetri del potere è irrazionale.

Mentre in Europa i leader, vista la malaparata, in queste settimane le élite decidono di come allentare il piedino malese dell’austerità e del rigore, i ghetti vanno in fiamme da Londra a Stoccolma e la gioventù multietnica senza speranza e senza giustizia risponde come da sempre nella storia della democrazia dal 1300 in poi: ribellione, tumulto, riot. The politics of austerity is the politics of riots, e il precariato lo deve sapere anche se è non violento. Da Tahrir fino a Taksim passando per Sol e Zuccotti, si sta da una parte sola della barricata. Dalla parte dei ribelli, contro il potere. In nome di una democrazia della piazza, dei media, autorganizzata, radicale, partecipata. Cosa vogliono i movimenti indignati e blockupy d’Europa animati da centinaia di migliaia di studenti e precari/e? La fine dell’austerità e del saccheggio della democrazia a opere delle élite. Aggiungo che dobbiamo coalizzarci intorno a un’ampia rivendicazione: ci dobbiamo conquistare una montagna di miliardi di euro (finanziata da eurobond monetizzati da Francoforte) da spendere in quelle persone, progetti, esperienze che creano realmente società e socialità, condivisione e convivialità, tolleranza e rispetto, fiducia e solidarietà invece di paura e ostilità.

Il precariato non ha ideologia né soggettività che non sia oggettiva: rimane ancora classe ex se. Il precariato (assai più del proletariato, i cui contorni rimasero sempre vaghi e che escludeva i lumpen) è una generazione che il processo storico ha trasformato in classe sociale nel senso marxiano o weberiano del termine. Il precariato è soprattutto il prodotto della distruzione della classe media a opera del neoliberismo e della crescita di una classe servile, ricattabile e precaria, nella conoscenza e nei servizi. Come il fordismo aveva generato il proletariato industriale, il neoliberismo ha generato il precariato sociale. Il precariato non ha ancora quindi coscienza di sé ed è impolitico. I precari, soprattutto in sud Europa, aspettano la vita che gli passa di fronte inesorabile, lasciandoli al margine delle grandi scelte, mentre il tempo passa e nessuno può più permettersi di fare bambini. In assenza di ogni speranza ragionevole di futuro, i precari non possono che essere prevalentemente nichilisti, come del resto tutta la cultura pop contemporanea da Twilight in poi. Tuttavia, se vuole essere politicamente e sindacalmente efficace, il precariato deve dotarsi di una visione politica e di un’organizzazione che persegua i propri interessi di generazione-classe (e di classe generale, come lo fu quella operaia – che tutti a sinistra se lo mettano in testa): un reddito stabile, una città conviviale, accesso a istruzione, cultura, ecologia, tecnologia, servizi sociali e sanitari gratuiti, una casa e la scuola per i figli delle coppie precarie. Il precariato non è al momento di sinistra. Del resto la sinistra è stata massimamente ipocrita sui precari e nei fatti si è attardato su battaglie di retroguardia invece di fornire tutele adeguate alla massa crescente del precariato. Può tuttavia avere molte chance un’organizzazione implicitamente di sinistra (come battaglie e rivendicazioni, ma non come simboli e riferimenti) che difenda i diritti dei precari/e in Italia e in Europa, vale a dire un’advocacy moderna, strutturata come una ONG internazionale.

Il precariato è per metà figlia/o di immigrati. Gli immigrati sono l’avanguardia del precariato e le loro lotte (penso alla logistica) sono fiere e coraggiose. Lo ius soli non è più indifferibile, proprio come il matrimonio e le adozioni gay. Il precariato prenderà coscienza di sé quando diventerà attivamente multietnico e meticcio come è già il popolo europeo. Tante culture e pratiche devono alimentare la soggettività del precariato. Un soggetto ribelle e barricadero, escluso e sfruttato, e per questo tutt’altro che pacificato, è l’unica scossa che può rianimare un’Europa morente, in solidarietà con le sorelle e i fratelli di tutto il bacino mediterraneo.

La politica autonoma del precariato non può che essere il populismo di sinistra, l’agire e la comunicazione che costituisce il popolo in opposizione alle oligarchie finanziarie e agli eurocrati in nome dell’Altra Europa: ecologista, libertaria, femminista, socialista. Contro la BCE e la Commissione Europea, diamo forza inedita a quelle tendenze nel Parlamento Europeo per rivendicare una nuova sovranità nell’UE, non più quella intergovernativa e tecnocratica di poche elite, ma quella democratica del popolo che la crisi l’ha pagata eccome.

Islamofobia e islamismo sono i due pericoli che abbiamo di fronte sia in Europa sia nel Magreb e in Turchia. Anche a Tunisi e al Cairo i salafiti sono una brutta storia, un acerrimo nemico. I giovani precari di Tahrir e Taksim si oppongono ad autoritarismo e islamismo, anche moderato, in nome di una società attiva, secolarizzata, creativa, sovversiva. Proprio per questo, l’advocacy sindacale del precariato (Precarious Anonymous?) non può che essere laica e pink. Si batte per i diritti sociali di tutte e tutti i precari nell’Euromediterraneo, qualunque sia il loro genere e la loro fede religiosa, porta solidarietà ovunque i diritti di donne, gay, minoranze siano violati nel mondo. Coordina proteste transeuropeee come quelle di Blockupy. Lancia e realizza scioperi e campagne del precariato, che rilancia l’indignazione di Plaza del Sol e di Gezi Park: OCCUPY EVERYWHERE. Il precariato deve continuare a conquistare l’agorà pubblica e mediatica come ha saputo fare da Occupy Wall Street fino ad Occupy Taksim. La sua costituzione online e sulle piazze centrali delle città del globo, è il passaggio necessario perché il precariato diventi soggettività politica autonoma, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria.

Il precariato arabo-turco differisce da quello europeo e quello americano, anche se è il prodotto delle stesse politiche neoliberiste. I precari del Cairo e d’Istanbul hanno dalla loro parte la forza della demografia; i precari di Madrid e di Milano sono invece immersi in società ingrigite dall’invecchiamento della popolazione. L’America è un caso intermedio: l’immigrazione clandestina la mantiene giovane. Mentre Intern (lo stagista, lavoro usa-e-getta che spesso non riceve alcun rimborso e cova vendetta) è la commedia amara dell’estate cinematografica statunitense, la disoccupazione dilagante fra i neolaureati oberati di debiti per pagare le costose università americane ha portato diversi trentenni a dover rispolverare la cameretta nella casa di mamma e papà. Fenomeno senza precedenti, che porta il Nordamerica ad assomigliare sempre più all’Europa mediterranea, dove i figli non se ne sono mai veramente andati dalla famiglia d’origine. Hanno preferito mantenere il proprio livello di consumo, piuttosto che metter su casa (occupandola, magari) lontano dalla protezione di genitori che lavorano ancora a tempo indeterminato oppure percepiscono laute pensioni e godono di discreti livelli di ricchezza immobiliare e finanziaria. Per chi lavora, il salario minimo (che ancora non esiste nell’eurozona) è la norma, i benefits di chi invece è assunto a lungo termine (contributi medici e pensionistici) una chimera. E in un’economia in cui la libertà di licenziare è raramente messa in discussione, i licenziamenti fra i neoassunti hanno falcidiato un’intera generazione. I giovani USA, proprio come quelli UE, sono la prima generazione ad avere la certezza di avere un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Le aspettative crescenti sono finite, dilagano pessimismo e profezie di declino. In America non c’è la stessa rigida divisione corporativa del mercato del lavoro che esiste in Europa, fra insiders di mezza età protetti dai sindacati e ousiders precari (giovani, donne, immigrati): tutti sono a rischio e alla mercè dei datori di lavoro, ma gli ultimi arrivati sono come in Europa nelle peggiori condizioni possibili di partenza. Tuttavia, la precarietà negli Stati Uniti è un prodotto della Grande Recessione; nell’Unione Europea ha ulteriormente aggravato una questione sociale già esistente.

Oggi la missione sociale fondamentale del precariato è sconfiggere l’austerity e imporre soluzioni fiscalmente espansive alla crisi che vadano in direzione di un miglioramento netto complessivo delle condizioni educative, lavorative, sociali della generazione precaria. Solo nuovi e ingenti trasferimenti sociali come il reddito minimo di base, l’istituzione del salario minimo orario nell’eurozona, il lancio di programmi europei per l’impiego di giovani artisti e scrittori, l’ampliamento dell’Erasmus, il credito a tasso zero dato a startup d’impresa e sociali animate da comunità di precari/e, istruzione universitaria gratuita e altre misure radicali ma fattibili, potranno consentire all’economia europea di uscire dalla Grande Recessione, di cui soffre più di ogni altra regione al mondo, a causa della politica macroeconomica autolesionista di aggressione alla società imposta dalla Troika. Il precariato deve far saltare Maastricht e ottenere mutualizzazione/amnistia del debito ed emissione di eurobond per avere il reddito di base (e non chiamiamolo di cittadinanza, perché al momento larga parte dei potenziali beneficiari non sono ancora cittadini). Questo è il problema centrale e la sfida esiziale. Per vincerla, il precariato deve allearsi con chiunque condivida la negazione dell’austerità, ma sapendo che quando dalle politiche restrittive si passerà alle politiche espansive, dovrà attentamente vegliare a che i nuovi soldi siano spesi a beneficio del proprio interesse sociale, e lì i vecchi alleati saranno inservibili. Per esempio, riguardo all’attuale piano del lavoro ai giovani di Letta benedetto dall’UE possiamo scommettere che non darà un’oncia di stabilità e prevedibilità in più alla vita dei precari.

Ogni governo di larghe intese va contro gli interessi del precariato. Dal ’68 fino all’Hartz IV le Grosse Koalition si sono fatte contro la gioventù tedesca. Dal ’77 al 2011-2013 i governi di solidarietà nazionale si fanno sulla pelle dei giovani disoccupati e precari. Soprattutto i governi di grande coalizione perseguono la politica conservatrice della sua parte destra, Merkel in Germania, Berlusconi e Monti in Italia. E’ vitale che verdi, socialdemocratici e sinistra tornino maggioranza in Germania e in Europa. La politica di popolari e conservatori porta solo a povertà crescente e pulsioni di destra razzista e nazionalista sempre più incontrollabili. Il fronte populista del precariato è antifascista e anitrazzista, così come antiautoritario e antiproibizionista. Solo una base sociale attiva e conflittuale può imprimere una svolta di sinistra alla politica europea. Se il precariato non si ribellerà, ogni riforma del welfare è preclusa. Questa è la scommessa politica e di piazza oggi. Ogni illusione di fuga dall’Europa si rivela presto o tardi nazionalismo/populismo di destra. Bisogna sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa, non con la fine dell’Europa. L’Europa bisogna affrontarla frontalmente rivendicando una fonte alternativa di tradizione e legittimità politica: quella giacobina, garibaldina, comunarda, consiliarista, partigiana, contestaria, noglobal, occupy. Un bivio storico si è aperto con la Grande Recessione, saprà il precariato essere il soggetto sociale che cambia l’equazione del potere in Europa, in America e Medio Oriente? Che impone una soluzione climaticamente sostenibile e socialmente egualitaria alla crisi?

Visto il discredito in cui è caduta la politica, l’importante è diventare parte di un fronte sociale che cambi il corso del futuro e ricostruisca radicalmente la democrazia. Che svolga il ruolo che fu del Fronte Popolare in Europa e in America negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: sconfiggere il fascismo nel mondo e dare una soluzione di sinistra (forti sindacati, alti salari, welfare state) alla Grande Depressione. Voglio chiudere con un sogno giacobino: che il precariato europeo emuli il precariato arabo e rovesci il potere europeo attuale. Occupiamo il Parlamento Europeo e facciamone un potere in opposizione a Consiglio, Banca e Commissione. Perché per difendere la società, il precariato deve prendere il potere. La generazione dei social media non si può più far governare dalla gerontocrazia.

http://www.milanox.eu/teoria-e-prassi-del-precariato-secondo-un-precario/

Pubblicato in: diritti, elezioni amministrative, lega, libertà, politica, razzismo

Con un briciolo di gusto


li-amoIl Comune in cui vivo, Treviso, è uno di quelli attualmente in procinto di eleggere una nuova amministrazione. Domenica prossima avrà luogo il ballottaggio fra il candidato del centro-sinistra, in vantaggio al primo turno, e il candidato della destra-e-basta: trattandosi del sindaco-sceriffo leghista che si è reso famoso anche oltre confine, per panchine divelte e “panteganizzazione” (pantegana = rattus IV norvegicus = topo di fogna) di chiunque non la pensi come lui, aggiungere a “destra” la parola “centro” non avrebbe gran senso.

Naturalmente sono vent’anni che NON voto per lui ma ho trovato veramente interessante il modo in cui pensa di convincermi a farlo ed è per questo che lo condivido con voi lettrici/lettori. Sappiate, mie care e miei cari, che secondo i volantini con cui i suoi accoliti stanno ingozzando le cassette postali dell’intera città, “con la sinistra a Treviso tutti avranno gli stessi diritti”. Avete letto bene. Rileggete pure, non sto scherzando.

Dopo un ventennio di occupazione in stile militare di istituzioni, aziende pubbliche correlate, informazione locale, costoro ancora non sanno cosa sono i diritti umani. In questo lungo periodo, avranno messo le loro firme, come sindaci e presidenti di provincia e assessori e direttori di questo e quello su migliaia di convenzioni e ratificazioni e dichiarazioni d’impegno relative ai diritti umani, ma ancora non li distinguono da “benefici”, “concessioni” o “gesti caritatevoli” garantiti dal Principe in carica ai suoi servi della gleba (se si comportano bene, ove bene indica nel modo che il Principe desidera).

Un tetto sopra la testa, acqua potabile, cibo, accesso all’istruzione ed alle cure sanitarie, esistenza sicura e dignitosa senza discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione, sull’opinione politica, sull’origine sociale o nazionale, sull’orientamento sessuale: questi sono i diritti umani basilari di cui ogni persona è titolare, semplicemente perché è nata umana. Tale è il fondamento di tutti i documenti in proposito sottoscritti dalle nazioni, dalla Dichiarazione del 1948 alle Convenzioni più recenti. Una persona viene al mondo e non deve essere buona, non deve essere bella, non deve essere trevigiana doc, per essere trattata umanamente.

Sul serio? Si chiederanno stupiti i sostenitori dell’imitazione locale di John Wayne. Anche se le persone sono delinquenti, anche se sono zingari, anche se sono Kabobo? (tutte cose che avete scritto nei vostri foglietti disinformativi) Sì. Se uno zingaro delinque o un Kabobo uccide – come delinquono e uccidono gli italiani in generale e i trevigiani in particolare – la reazione della società per la salvaguardia della propria sicurezza è contenuta principalmente in una cosa che si chiama Codice Penale. Nessuno perde i propri diritti umani perché commette reati. Così come non possono portarvi via degli anni una volta che li abbiate compiuti. Nascete, e questa roba – almeno sulla carta, anzi, su moltissime Carte, Costituzione italiana compresa – vi appartiene; compite gli anni e una candelina in più fa la sua comparsa sulla torta. Le premiazioni e le vendette esercitate da un singolo, anche se investito della carica di Sindaco, non hanno nessun potere sulla questione.

Cercate di seguirmi: come comunità umana li abbiamo stabiliti, questi benedetti diritti, proprio per raddrizzare sbilanciamenti di potere e contrastare le ingiustizie, quali la povertà e l’esclusione. Sono attrezzi che incarnano un consenso diffuso su quali siano le condizioni minime per un’esistenza decente. Usare la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani consente di individuare con maggior chiarezza le necessità delle persone, fa avanzare eguaglianza, benessere e sicurezza, fornisce parametri che sanno dirci se un’azione, una legge, un progetto siano accettabili o no. Un buon Sindaco queste cose deve saperle, questa conoscenza deve metterla in pratica, sempre che veda la sua città come una comunità di esseri umani in cui vivere apertamente, gestendone anche le difficoltà e le sfide, e non come una serie di bunker antiatomici con aria condizionata in cui rinchiudere i meritevoli mentre si lascia che il resto dei cittadini respiri veleno.

Ecco, se mi permettete di continuare ad essere onesta e franca, vi dirò che un effetto la vostra propaganda lo ha avuto. Non quello che speravate, e cioè di suscitare in me la paura dell’alterità (sono una donna e una femminista, per antonomasia questo approccio con me non può funzionare): avete invece acceso una piccola speranza.

Davvero posso pensare che se il candidato del centro-sinistra vince si impegnerà affinché a Treviso tutti noi si goda pienamente dei nostri diritti umani? Be’, lo avrei votato per disperazione, dopo vent’anni di leghismo. Adesso lo voterò con un briciolo di gusto. Maria G. Di Rienzo

FONTE  http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/07/con-un-briciolo-di-gusto/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, magistratura, violenza

Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

Pubblicato in: diritti

5 domande a Josefa Idem


“La cittadinanza italiana per alti meriti sportivi agli atleti stranieri che si sono distinti”.

Se fosse davanti a me chiederei a Josefa Idem:

1- Perché vorrebbe dare la cittadinanza agli atleti  figli di immigrati regolarmente residenti in Italia e non ai figli di immigrati che si sono distinti, ad esempio, per le straordinarie capacità intellettive ?

2- Cosa vuol dire quando parla di “alti meriti sportivi” e di “si sono distinti” ?  Tradotti letteralmente vorrebbero dire che un atleta non particolarmente bravo non potrà ricevere la cittadinanza, è così ?

3- Tutti i figli di immigrati regolarmente residenti in Italia, senza alti meriti sportivi li consideriamo, per Legge, di serie B ?

4- Tutti i figli di immigrati regolarmente residenti in Italia che per loro sfortuna hanno  un problema fisico o mentale li consideriamo, per Legge, di serie C ?

5- Lei non crede che sarebbe piu’ utile applicare lo ius soli (applicando, ad esempio, il modello francese) anche nel nostro Paese  anziché perdere tempo con proposte che, se fossero realmente applicate, darebbero qualche privilegio a chi ha già avuto dalla vita un particolare dono mentre  diffonderebbero un senso di profonda ingiustizia verso chi non ha avuto dalla vita nemmeno quel dono ?

Gio’ Chianta

RAVENNA 19/11/2008. JOSEFA IDEM

Pubblicato in: cultura, diritti, libertà, Televisione pubblica

un paio di “no!”


Una discussione fondamentale si sta sollevando ultimamente attorno ad un tema essenziale per il nostro Stato, ovvero il dibattito sul semipresidenzialismo.
Personalmente, mi dispiace e preoccupa sentire tante voci che anche da sinistra approvano una simile “riforma” istituzionale, voci come quelle di Enrico Letta, di Veltroni e dello stesso Prodi.

Personalmente, dico NO! ad una simile proposta. E non perché concordata o meno con il PDL od altre forze politiche, quanto perché -come ben argomentava Gustavo Zagrebelsky da Gad Lerner sabato sera- questa non è una mera “riforma” costituzionale.
Questa è una radicale innovazione, un’innovazione che ci condurrebbe in una diversa forma di Stato rispetto a quella voluta dall’Assemblea Costituente nel 1947. Una forma di Stato che addirittura, viste tutte le cautele associate nell’attuale Costituzione al potere esecutivo, potrebbe essere considerata antitetica rispetto a questa.
gustavo-zagrebelskyZagrebelsky mi trova altresì concorde nel dire che è cosa anche più grave il modo cui si è impostato il ragionamento su questa “riforma” (che continuo a virgolettare perchè riforma, propriamente detta, non è: è uno stravolgimento). Ovvero, il ragionamento proposto (parole anche di Letta sabato) è fondamentalmente il seguente “il ruolo del Presidente si è ampiato, quindi è giusto ampiarne i poteri costituzionalmente sanciti“, una sorta di legittimazione della “riforma” alla luce del ruolo chiave giocato dal Presidente Napolitano: siccome Napolitano ha avuto un ruolgo così importante, è giusto garantire ai futuri Presidenti un simile margine d’azione e direzione.
Francamente, questa logica non mi convince affatto. Anzi, dirò di più: mi ricorda il triste referendum francese del 1958 che in settembre legittimò ex post un atto fondamentalmente golpista da parte di De Gaulle, tornato a capo del governo nel giugno dello stesso anno.
Qui non si tratta di legittimare l’operato di Napolitano, che a mio modesto avviso (ma anche per voci ben più autorevoli come lo stesso Zagrebelsky) rientra fondamentalmente nell’alveo dei poteri costituzionalmente attribuiti al Presidente; bensì si vuole utilizzare l’impiego “critico” di detti poteri fatto da Napolitano per attribuirne di ancor maggiori al suo successore.
Trovo la cosa grave e confindo non sia approvata. Perchè, come detto, è uno stravolgimento dell’attuale assetto costituzionale. Un simile stravolgimento deve corrispondere a fatti ben più significativi che lo giustifichino e non può in alcun modo essere il semplice risultato di un accordo politico. Veri e propri eventi che esigano un diverso assetto istituzionale, una diversa forma di Stato.
Inoltre, la immaginate una cohabitation nell’attuale contesto politico italiano?
Se comunque una simile riforma dovesse passare, sarà essenziale sottoporla a referendum: perchè su aspetti tanto decisivi, tutta la cittadinanza deve essere chiamata ad esprimersi. Quindi, auspico i parlamentari siano tanto corretti da non eludere l’applicazione dell’art. 138 Cost.

C’è un altro NO che mi sento di dire in questo momento.
Un no che senza dubbio susciterà diversi malumori: quello all’idea di affidare la Presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI ad M5S, come recentemente richiesto dal “megafono” Grillo.
Ammetto di aver anche pensato per un certo tempo che, in fondo, il ruolo di M5S come “apriscatole” delle stanze del Palazzo potesse essere proficuo per la cittadinanza. In questa prospettiva, avrei volentieri affidato al Movimento 5 Stelle non solo la Vigilanza RAI, ma persino il Copasir (Comitato Parlamentare Controllo Servizi Segreti) -pur conscio dei rischi connessi…. specie con l’uso che fanno delle e-mail!
Tuttavia, le parole di Grillo secondo cui “i giornalisti dovranno rendere conto” è inquietante. Inquietante non per l’idea, in sé giustissima, quanto per la logica ed i destinatari cui Grillo vorrebbe applicarla. Bastino due nomi: Floris e Gabanelli. Se pure sul primo qualche velato sospetto di essere “di sinistra” non è mai mancato, vorrei capire quali sono le colpe della seconda…. forse aver fatto un’inchiesta (oltre che su i partiti tradizionali) anche su M5S?
Le sue parole sono abbastanza eloquenti: “Siamo stufi di ricevere schiaffi e di essere, allo stesso tempo, presi per il culo dalla Rai. O ci verrà affidata al più presto – dice Grillo – o ne trarremo le conseguenze… Faremo i conti con Floris e con Ballarò, ma anche con i Rodotà e i Gabanelli, quelli che si sono rivoltati contro“. Fare i conti? Ci si sono rivoltati contro?
Ma che logica è questa? Siamo forse ad un regolamento di conti, ad un’epurazione? Eppoi, punire qualcuno -neppure organico al Movimento- per il suo dissenso?
Curioso che Grillo non dica nulla, invece, di giornalisti come Vespa, Masi, Giorgino o Paragone…
Sulla stessa linea l’affermazione per la quale “non andremo in TV, la occuperemo“. Occupare la TV??? Ne conosco un altro che aveva un progetto simile….
No, se queste sono le premesse (decisamente berlusconiane), allora è bene che M5S non abbia affatto la presidenza della Commissione di Vigilanza RAI!

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, video, violenza

“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/