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IMPARI OPPORTUNITA’ per le DONNE


pari_opportuna5201E’ giunto il momento, per noi donne, di prendere coscienza che le nostre battaglie per conseguire PARI OPPORTUNITA’ in ogni ambito sociale ci stanno rinchiudendo nel RECINTO COMUNE che la societa’ maschilista/patriarcale

Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche.

Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno.

Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:
– il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio / femmina.
– il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo / donna.

Sesso e genere non costituiscono due dimensioni contrapposte ma interdipendenti: sui caratteri biologici si innesta il processo di produzione delle identità di genere.

Traducono le due dimensioni dell’essere uomo e donna.

Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne. A livello sociale è necessario testimoniare continuamente la propria appartenenza di genere attraverso il comportamento, il linguaggio, il ruolo sociale.

Si parla a questo proposito di ruoli di genere. In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.

Il rapporto tra sesso e genere varia a seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza.

I concetti di maschilità e femminilità sono concetti dinamici che devono essere storicizzati e contestualizzati. Ogni società definisce quali valori additare alle varie identità di genere, in cosa consiste essere uomo o donna. Maschilità e femminilità sono quindi concetti relativi.

La prima formulazione del concetto di genere nell’accezione utilizzata da questo tipo di studi venne formulata dall’antropologa Gayle Rubin nel suo The Traffic in Women (Lo scambio delle donne) del 1975. La studiosa parla di un sex-gender system in cui il dato biologico viene trasformato in un sistema binario asimmetrico in cui il maschile occupa una posizione privilegiata rispetto al femminile, al quale è legato da strette connessioni da cui entrambi ne derivano una reciproca definizione.

Il concetto di identità di genere, in alcune correnti della sociologia sviluppatesi negli Stati Uniti d’America a partire dagli anni settanta del Novecento, viene utilizzato per descrivere il genere in cui una persona si identifica (cioè, se si percepisce uomo, donna, o in qualcosa di diverso da queste due polarità). Secondo i ricercatori, l’identità di genere può avere origini biologiche, tra cui lo sviluppo e i fattori ormonali durante la gestazione, e venire in seguito infuenzata dall’ambiente sociale e culturale in cui nasce il bambino o la bambina, per poi consolidarsi dopo i due anni di età. Non c’è comunque un’età precisa e risulta molto variabile anche l’età in cui potrebbero sorgere eventuali problemi legati all’identità di genere.

La Consigliera di Parità è la figura istituzionale prevista dall’art.16 della legge provinciale 18 giugno 2012, n.13 preposta ad intervenire in modo specifico sulle tematiche delle Pari Opportunità tra uomo e donna legate al mondo del lavoro.

Tale figura svolge funzioni di promozione e controllo sull’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per lavoratrici e lavoratori: è un organo di garanzia e vigilanza sul rispetto della legislazioni di parità operante a livello nazionale, regionale e provinciale; promuove azioni positive a favore dell’inserimento e della permanenza delle donne nel mondo del lavoro e ha la possibilità di agire in giudizio contro qualsiasi discriminazione, diretta o indiretta, individuale o collettiva (L. 125/91; d.lgs. 196/2000).

La Consigliera di Parità intraprende ogni utile iniziativa ai fini del rispetto del principio di non discriminazione e della promozione di pari opportunità per donne e uomini nel mondo del lavoro come:
– diffondere la conoscenza e lo scambio di buone prassi e attivare l’informazione e la formazione culturale sulle tematiche delle pari opportunità e sulle varie forme di discriminazione;
– rilevare la situazione di squilibrio di genere nell’accesso al lavoro, nell’ambiente lavorativo e nelle articolazioni professionali, proponendo azioni che ne rimuovano le cause;
– sostenere le politiche attive del lavoro, comprese quelle formative, sotto il profilo della promozione e realizzazione di pari opportunità;
– promuovere i progetti di azioni positive e valutare i dati emersi dai rapporti biennali delle aziende con oltre 100 dipendenti (L.125/91, art. 9);
– promuovere l’attuazione delle politiche di pari opportunità da parte dei soggetti pubblici e privati che operano nel mercato del lavoro;
– collaborare con le direzioni provinciali e regionali del lavoro al fine di individuare procedure efficaci di rilevazione delle violazioni alla normativa in materia di parità, pari opportunità e garanzia contro le discriminazioni, anche mediante la progettazione di appositi pacchetti formativi;
– promuovere la coerenza nella programmazione delle politiche di sviluppo territoriale rispetto agli indirizzi comunitari, nazionali e regionali in materia di pari opportunità;
– collaborare attivamente con gli assessorati al lavoro e con organismi di parità degli enti locali, compresa la Commissione Provinciale per le Pari Opportunità fra uomo e donna di cui è componente.

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Opinone di una Lettrice :” E’ mia convinzione che ORA, subito, noi donne possiamo e dobbiamo CREARE nuove Visioni e Prospettive di una SOCIETA’ che prenda le distanze dalla ripetitivita’ millenaria delle societa’ maschili .

Chiedo IMPARI OPPORTUNITA’ , che significa: MOLTE PIU’ opportunita e molto DIVERSE da quelle che cisono prposte dal mondo del lavor maschile…..”

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A colloquio con una donna maltrattata


dommaAlcuni anni fa per Radio Radicale, per la precisione  per il convegno AMORE CIVILE, ho intervistato ( con una certa fatica ) una donna  che subiva violenza dal marito,per un video che posto qui sotto.

Video finito poi alla Camera dei deputati come  gli atti del convegno.

Convegno amore civile : “Conferenza per una riforma globale del diritto di famiglia, per il riconoscimento delle nuove famiglie e la regolamentazione delle diverse forme di relazioni affettive. Una nuova prospettiva culturale incentrata sul concetto di “amore civile”.

Amore civile significa mettere al centro non la forma, ma la qualità delle relazioni affettive. Amore civile è l’antidoto all’amore fatale come passione travolgente assoluta incapace di risconoscere l’autonomia dell’altro. Amore civile è convivenza basata sui criteri della democrazia, del rispetto e del dialogo. Amore civile è anche accoglienza delle diversità, riconoscere che oggi la famiglia è composta da tante “diverse normalità”, e che in questo è rintracciabile la sua vitalità e ricchezza. Significa rivendicare che amore non è sinonimo di riproduzione, e che la civiltà dell’amore richiede sforzo, consapevolezza e anche aiuto, non il baratto di tutele in cambio di imposizioni di una morale di stato.”

Ricordo che ci son voluti alcuni mesi per convincerla, anzi convincerle.. all’inizio erano più di una…

Alla fine solo lei…. Maria ( none convenzionale ).

Si stabilì un luogo neutro….niente immagini e la distorsione della voce….

E finalmente ci riuscimmo, il risultato qui  sotto.. al minuto 7,50 la mia intervista a  lei.

Riflessione….ricordo che per lei  fu una specie   di catarsi, di liberazione,poter urlare  anche in modo anonimo la sua rabbia contro l’uomo che la minacciava anche di morte, sicuramente l’aiutò ad avere più fiducia.. più coragggio.

Poca cosa, sicuramente non la soluzione del problema..ma per risolvere il problema non ci sono nè giornate,nè manifestazionei,nè cortei.. ma di questo ne riparlerò esponendo la mia tesi .

Ah il destino è stato gentile con lei…. l’uomo è morto….

farnca corradini

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La resistenza con la scopa


Hanno sperimentato sulla loro vita il nuovo “ammortizzatore” sociale: otto mesi in mobilità col 75 per cento di uno stipendio di 550 euro. E poi si salvi chi può: tutte e 595 in mezzo alla strada. Che resistenza avrebbero potuto opporre tante donne povere, ignoranti, isolate, invecchiate senza diritti né sindacato? Se erano finite con la scopa in mano, poi, tanto intelligenti non dovevano essere… Si sarebbe aperta così la strada alle misure necessarie a contrastare la crisi: 25 mila nuovi licenziamenti nel settore pubblico per il bene della Grecia e dell’Europa. “Siamo donne delle pulizie, non siamo sceme”, hanno risposto Lisa, Despina, Georgia e le altre. E hanno inventato una resistenza tenace quanto fantasiosa, una lezione politica senza precedenti rivolta non solo alla Troika e ai suoi compari ma anche a chi, tra coloro che si oppongono ai sacrifici umani europei, continua a non considerarle un soggetto capace di decidere come e per cosa lottare. Umiliate per motivi di genere e di classe, picchiate brutalmente dalla polizia, ignorate dai sindacati e dalla sinistra politica, proprio come certi indigeni lontani, hanno dovuto far rumore per farsi ascoltare e crearsi un’immagine per rendersi visibili. Sono le risorse di chi vive in basso, della gente comune, cioè ribelle. Venerdì 22 settembre è la giornata di solidarietà internazionale con le 595 donne delle pulizie licenziate dal ministero delle finanze e da altri uffici pubblici in Grecia

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di Sonia Mitralia

Licenziate a settembre dello scorso anno, dopo undici mesi di lotta lunga e amara, messe in “mobilità” (essendo state licenziate al termine degli otto mesi previsti dalla normativa), in Grecia 595 donne delle pulizie della funzione pubblica sono diventate il simbolo della più fiera resistenza contro l’austerità.

Avendo avuto il coraggio di battersi contro un avversario tanto forte, il governo di Atene, la Bce, la Commissione e il Fmi, sono diventate una questione politica e leader di tutta la resistenza attuale contro la politica della Troika. E, tuttavia – dopo 11 mesi di lotta, dopo l’enorme sfida che hanno lanciato, dopo essersi trasformate nel principale nemico del governo e della Troika, dopo essere andate oltre l’applicazione delle misure di austerità e dopo una presenza molto veicolata dai media sulla scena politica, queste donne in lotta non vengono ancora considerate un soggetto politico dagli avversari dell’austerità.

Di certo, dall’inizio delle misure imposte dalla Troika, le donne sono scese in piazza in massa e la loro resistenza sembra possedere una dinamica propria e molto specifica, costituisce una lezione politica.

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Durante questi quattro anni di politiche di austerità, anni che hanno trasformato la Grecia in un disastro sociale, economico e soprattutto umano, si è parlato molto poco della vita delle donne, e ancora meno delle loro lotte contro le imposizioni della Troika. Per questo l’opinione pubblica ha accolto con stupore questa lotta esemplare, condotta esclusivamente da donne. Ma è veramente una sorpresa? Le donne hanno partecipato in massa ai 26 scioperi generali greci. Durante il movimento degli indignati, hanno occupato le piazze, si sono accampate e hanno lottato. Si sono mobilitate in prima linea anche nella occupazione e autogestione della ERT (l’azienda radiotelevisiva pubblica).

Sono state ancora le donne, e in maniera veramente esemplare, l’anima delle assemblee durante lo sciopero della scuola e dell’università, e poi lo sono state nella lotta contro la “mobilità”, vale a dire contro il licenziamento, dopo otto mesi con il 75 per cento del salario. Venticinquemila dipendenti pubblici, in maggioranza donne, sono vittime dei tagli dei servizi pubblici. Le donne rappresentano poi la schiacciante maggioranza (95 per cento) del Movimento di solidarietà e dei servizi autogestiti che cerca di far fronte alla crisi sanitaria e umanitaria.

La massiccia partecipazione delle donne ai movimenti di resistenza contro la distruzione dello stato sociale, attraverso le politiche di austerità, dunque, non è una sorpresa e non è casuale: in primo luogo, è ben noto, perché le donne sono nel mirino delle politiche di austerità. La demolizione dello stato sociale e dei servizi pubblici ha attaccato le loro vite, come per la maggioranza dei dipendenti pubblici ma anche come utenti degli stessi servizi, per questo le donne sono state ancora una volta doppiamente colpite dai tagli.

Di conseguenza, le donne hanno mille ragioni per non accettare la regressione storica della loro condizione, cosa che equivarrebbe a un concreto ritorno al 19° secolo. Certamente, all’inizio le donne non si erano caratterizzate come “soggetto politico”, condividendo le stesse richieste e le stesse forme di lotta degli uomini. Erano sicuramente molte, ma già nella lotta esemplare contro l’estrazione dell’oro nell’area di Skouries, in Calcidia, nel nord della Grecia, quella contro la multinazionale canadese Eldorado, le donne si erano rapidamente distinte per le loro forme di lotta e per la loro radicalità.

E se la stampa e il pubblico non erano consapevoli della ripercussione dell’identità di genere nelle forme di lotta, la polizia lo era. Di fatto, i reparti antisommossa venivano impiegati in particolar modo contro le donne. Una repressione feroce e selettiva, per terrorizzare attraverso loro tutta la popolazione, per schiacciare ogni tipo di disobbedienza e movimento di resistenza. Criminalizzate, incarcerate, le donne sono state vittime di abusi umilianti, anche di natura sessuale, sui loro corpi.

In una seconda fase, poi, le donne hanno espresso iniziative e forme specifiche nelle loro lotte.

Tutto ha avuto inizio quando, per imporre la parte più difficile del suo programma di austerità e portare a termine gli accordi con i creditori, il governo si è concentrato sulle donne delle pulizie del ministero delle finanze e dell’amministrazione tributaria e doganale. Sono state inserite nel meccanismo della “mobilità”, dalla fine di agosto 2013, un fatto che ha comportato che per otto mesi venisse loro corrisposta una cifra pari a tre quarti del loro salario di 550 euro, prima del licenziamento definitivo.

Il governo ha seguito esattamente la stessa strategia utilizzata nella vicenda di Skouries. L’obiettivo era attaccare innanzitutto i più deboli e quelli con minori probabilità di ricevere sostegni, vale a dire le donne delle pulizie. In seguito sarebbe venuto il turno della maggioranza degli impiegati arrivando al licenziamento di 25 mila dipendenti pubblici. Questo è avvenuto in una fase in cui i movimenti di resistenza erano stati colpiti dall’austerità senza fine, erano atomizzati, stanchi, sfiniti, vulnerabili. Il governo riteneva che “questa categoria di lavoratrici”, queste povere donne di “classe sociale bassa”, con salari di appena 500 euro, e neanche molto intelligenti (da qui lo slogan “non siamo stupide, siamo donne delle pulizie”) sarebbero state schiacciate come mosche.

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L’obiettivo è la privatizzazione dell’attività delle pulizie, un autentico regalo alle imprese private, cioè a organizzazioni mafiose, note come campioni nelle frodi fiscali, che subappaltano, con salari di 200 euro mensili o di 2 euro l’ora, con coperture assicurative parziali, nessun diritto sul lavoro. Insomma, l’equivalente di una condizione di semischiavitù o di galera.

Le lavoratrici licenziate e sacrificate sull’altare cannibale della Troika sono donne dai 45 ai 57 anni, a volte madri nubili, divorziate, vedove, indebitate, con figli o mariti disoccupati o lavoratori dipendenti con basse qualifiche, che si trovano nell’impossibilità di accedere al pensionamento anticipato. Non riescono ad accedervi dopo oltre 20 anni di lavoro, e senza alcuna possibilità di trovarne un altro.

Quelle donne hanno deciso di non farsi calpestare, di afferrare le redini della loro vita e di andare oltre le forme di lotta dei sindacati tradizionali. Alcune hanno preso l’iniziativa di organizzarsi in modo autonomo, una parte di loro aveva già lottato e vinto 10 anni prima, nella lotta per l’assunzione a tempo indeterminato.

Hanno lavorato come formiche, pazientemente, tessendo una ragnatela in tutto il paese. Visto che sono state sbattute sulla strada dal ministero, per loro lo sciopero non aveva più molto senso. Per cui hanno pensato di costruire un muro umano con i loro corpi, proprio nella strada, davanti all’ingresso principale del ministero delle finanze, nella piazza Syntagma, quella davanti al parlamento, il luogo più simbolico del potere.

Non è un caso che siano state delle donne a costruire forme di lotta così piene di immaginazione. Poco considerate per ragioni di genere e di classe, marginalizzate dai sindacati e senza legami con le organizzazioni tradizionali della sinistra greca, hanno dovuto fare rumore per farsi sentire, per farsi ascoltare, Hanno dovuto crearsi un’immagine per essere visibili.

Hanno sostituito gli scioperi passivi, le giornate di azioni effimere e inefficaci, con l’azione diretta e collettiva. Oltre alla nonviolenza utilizzano l’ironia e la “spettacolarizzazione”. Sono andate con corone di spine in testa nel giorno di Pasqua, con la corda al collo davanti alla sede del partito Nuova Democrazia, con musica e balli hanno chiesto la riassunzione immediata di tutte. Tutto questo non ha precedenti in Grecia.

Così adesso le donne delle pulizie occupano e bloccano l’accesso al ministero, inseguono i membri della Troika quando vogliono entrare e li costringono a fuggire e a uscire dalla porta di servizio insieme ai loro guardiaspalle. Si scontrano e lottano corpo a corpo con le unità speciali della polizia. Ogni giorno inventano nuove azioni che i media diffondono e mettono in allarme tutta la popolazione, insomma rompono l’isolamento.

In questo modo, le cifre record della disoccupazione e quella della povertà, cifre che abitualmente sono rappresentate da una statistica senza vita né anima, diventano astrazioni che si umanizzano, acquistano un volto, si trasformano in donne in carne e ossa, donne che hanno in più una personalità e una volontà politica propria. Si chiamano Lisa, Despina, Georgia, Fotini, Dimitri…E con il loro esempio, la forza, la perseveranza, la rabbia, la voglia di vincere, danno una speranza a tutte le vittime dell’austerità…

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I reparti della polizia antisommossa maltrattano queste donne quasi ogni giorno, proprio perchè non servano d’esempio, i padroni temono il contagio. E tutta la Grecia assiste al triste spettacolo di queste donne, a volte di età avanzata, che giorno dopo giorno vengono calpestate, maltrattate e ferite da Rambo della polizia che potrebbero essere loro figli. Perchè? È proprio la Troika che chiede che vengano distrutte, perchè ormai rappresentano un esempio da imitare per tutti gli oppressi, perché sono alla avanguardia della protesta contro l’austerità, non solo in Grecia ma in tutta l’Europa. La loro lotta può essere contagiosa.

Oggi più che mai la lotta eroica di queste 595 donne delle pulizie è la nostra lotta.Non lasciamole sole. Lottano per noi, noi dobbiamo lottare per loro. Organizziamo la solidarietà europea e mondiale!

Sonia Mitralia fa parte delle Donne contro il debito e le misure di austerità (Grecia)

Fonte: Patas arriba

Traduzione per Comune-info: Massimo Angrisano

La resistenza con la scopa

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Sesso-mania


prost.Nella puntata di Presa Diretta di domenica 7 settembre, il bravo Riccardo Iacona ha parlato dell’ argomento che piu’ interessa agli italiani, ancor piu’ del calcio : il sesso. Non si e’ parlato come di solito avviene di mariti fedifraghi  e di mogli cornificate ( o viceversa ) ma degli utilizzatori finali, parola questa che potrebbe tranquillamente essere sostituita col termine consumatori. Nella prima parte della trasmissione si e’ parlato della squallida storia delle ragazzine minorenni dei Parioli , ‘’ utilizzate ‘’ da uomini adulti di ogni ceto sociale, mentre nella seconda parte si sono mostrati i vari bordelli di cui gli uomini italiani sono i maggiori frequentatori, da quelli poco oltre confine di Svizzera e Austria fino alla lontana Thailandia, in quella specie di lupanare a cielo aperto che e’ l’isola di Pattaya, dove i bordelli sono sempre pieni e le splendide spiagge deserte. Il quadro che viene mostrato e’ tanto disarmante quanto inquietante. Siamo un popolo di puttanieri, che considera il sesso non come forma di conoscenza del partner e di reciproco scambio di sensazioni ma come mero sfogo dei propri umori interni. Il sesso e’ visto come una specie di salutare ginnastica ma soprattutto come valvola di sfogo, come urinare o defecare ma con la differenza che, a differenza di queste ultime ( che sono normali funzioni corporee ) , la cosa e’ vista come una sorta di merito di cui vantarsi. Quello che lascia sconcertati e’ il fatto che questa considerazione di cosa sia il sesso e’ entrata ormai nel comune sentire. Si vedono personaggi squallidi e in eta’ che pagano ragazzine che potrebbero essere loro figlie o addirittura nipoti , che non vengono additati come vecchi sporcaccioni ma come ancora sessualmente prestanti . Quando vengono interrogati i vari indagati per la vicenda dei Parioli , gli uomini non recitano un mea culpa, un normale ‘’ Ho sbagliato, sono stato un porco ad approfittare di queste ragazzine ‘’, ma un semplice  ‘’ Credevo avessero 18 anni ‘’, quasi che avere un anno in piu’ potesse fare questa gran differenza, almeno dal punto di vista etico. L’ avere a fianco o nel letto una donna bella o di solito piu’ giovane viene considerato motivo di vanto, come un bel vestito o una costosa automobile. Nella donna, gli uomini non cercano piu’ intelligenza, simpatia o perlomeno quell’ empatia che ti fa star bene con accanto questa o quella persona ma solo performance sessuali. Esistono per gli uomini italiani due tipi di donne: quella che ti accudisce e che e’ la madre dei tuoi figli e quella con cui hai solo un rapporto di letto. Si cercano le ‘’ carni fresche ‘’, quasi si fosse in una macelleria anziche’ nella vita reale. A questo errato modo di pensare, anche troppe donne si adeguono. Eccole dal chirurgo estetico per farsi ritoccare questa o quella parte corporea, per farla ritornare come un tempo o come magari non sono mai state. Eccole scusare i loro mariti con frasi tipo ‘’ E’ STATA SOLO UN’ AVVENTURA, LO CAPISCO, DOPO TANTI ANNI DI MATRIMONIO  ‘’, quasi che sia normale per un uomo uscire dalla normale routine sessuale. Non si tratta di essere bigotti o bacchettoni ma di essere contro questo modo di pensare, che sminuisce tanto la donna quanto l’uomo. Qualcuno potra’ obiettare che questa ricerca del sesso ad ogni costo sia da sempre esistita, sin dai tempi dell’ Impero Romano : e’ pero’ anche vero che sono passati oltre 2000 anni da allora e oggigiorno, almeno sulla carta, dovremmo essere una societa’ culturalmente ed eticamente piu’ evoluta.

Il messaggio che viene dato ai giovani e’ invece devastante. Ragazzini/e giovanissime, bombardati da pornografia da tutte le parti, praticano sesso senza alcuna conoscenza delle piu’ normali misure di cautela. Il sesso, cosi’ come l’alcool e la droga, sono visti come un momento di sballo, di uscita da una realta’ che non piace e che spaventa. Spesso sono incoraggiati anche dai genitori, che invece di guidarli in questa avventura dandogli consigli, li incitano , in quanto ‘’ MEGLIO CHE SCOPI PIUTTOSTO CHE SI DROGHI ‘’. La settimana scorsa, due ragazzi di 21 anni di buona famiglia, abitanti in un ricco Paese del modenese, hanno abusato in contemporanea di una ragazza 17enne, ubriaca fradicia, nel parcheggio di una discoteca. Quando i Carabinieri li hanno arrestati, la loro versione dei fatti e’ stata unanime : ‘’ CE LO HA CHIESTO LEI E NON POTEVAMO TIRARCI INDIETRO ‘’,  come se rifiutare l’invito di una ragazzina quasi in coma etilico e invece aiutarla a farle passare la sbronza fosse un qualcosa di cui vergognarsi. A volte e’ ancor peggio, come per il caso delle ragazzine dei Parioli, la cui preoccupazione piu’ grande e’ stata quella di ‘’ NON POTER PIU’ AVERE TUTTI QUEI SOLDI DA SPENDERE ‘’.

chat ero Il messaggio che viene dato dai tanti video porno che circolano in rete e’ che la donna ( e a volte l’uomo ) altro non sono che meri strumenti di piacere, da utilizzare come un qualsiasi elettrodomestico di casa. Questo sesso virtuale, questi incontri segreti nelle varie chat erotiche, fanno perdere il contatto con la realta’ delle cose e anche i normali rapporti di incontro trai giovani spariscono o perlomeno diventano sempre piu’ sporadici. Qualcuno dira’ che negli ultimi anni, non abbiamo avuto grandi esempi di comportamento da parte di chi ci ha governato ma sicuramente anche noi abbiamo avuto gravi negligenze e silenzi su questo argomento. Cerchiamo quindi di educare i nostri figli, insegnando loro che fare sesso e’ una cosa bella ma lo e’ancor di piu’ quando anche il partner lo vuole. Che il godimento e’ maggiore quando e’ di entrambi. Che occorre cercare il godimento dell’altra/o ancor prima che il proprio, perche’ riceverai cio’ che hai dato. Che la parola SEDUZIONE non e’ una parola desueta ma la parte piu’ bella di ogni storia, per certi versi piu’ appagante del mero atto sessuale. Ricordiamoci sempre che siamo esseri umani e non solo animali da monta.

Gianluca Bellentani

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Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

Pubblicato in: diritti, donna, magistratura, razzismo, video, violenza

MARICICA HAHAIANU (ROMANIA 1978 – ROMA 15.10.2010)


MICHELE AUDISIO AG TOIATI Foto donna in coma dopo pugnodi 

Il nome di questa donna è difficile da ricordare.

Sono certo che molto presto sparirà dalla memoria collettiva e diventerà solo “quella donna rumena che ha avuto sfortuna”. Quella che ha trovato il classico bullo di paese. Uno che dopo averla insultata per futili motivi, urlandole di tornarsene da dove veniva ha visto bene, per sentirsi più uomo e più virile, di tirarle un cazzotto in faccia e ammazzarla all’interno di una stazione della metropolitana di Roma. La Anagnina per la precisione, per poi andarsene  lasciandola agonizzare tra l’indifferenza dei passanti.

L’orrore è continuato quando poi quel tipo mentre veniva arrestato uscendo di casa scortato dagli agenti, si è messo a sorridere perché la folla del suo rione lo stava difendendo e protestava con la polizia per l’arresto in corso.

Non oso poi immaginare che cosa sarebbe successo se lei fosse stata italiana e lui un rumeno invece.

Non sono riesco a non pensare ai nostri compatrioti emigranti ad inizio novecento. Mi viene da ricordare come venissero presi a calci nel sedere, insultati e umiliati e talvolta persino uccisi dai “nativi”. Quando guardiamo i film che parlano delle loro storie ci commuoviamo tutti. Sono certo anche quella bestia (perché questo è chi compie gesti come quello che ha fatto quel tipo che non voglio nemmeno nominare da quanto mi ripugna).

Tuttavia, quando occorre trovare la forza di affrontare il razzismo strisciante che alberga in ognuno di noi, ci scordiamo di ciò che è capitato anche alla nostra gente. E che potrebbe succedere di nuovo. La tolleranza è parola semplice da pronunciare ma amica difficile con cui convivere in una qualunque delle nostre città.

Per cercare di fare qualcosa, fosse anche stupida e banale, per combattere questa tendenza alla degenerazione senza limiti ho deciso di non scordare mai il tuo nome Maricica. Ho deciso di portarti con me e raccontare la tua storia finché qualcuno avrà voglia di ascoltarmi.

http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

         

 

 

 

 

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, lega, libertà, pd, politica, razzismo

Calderoli si tolga dai piedi


calderoliPresa di posizione dei missionari comboniani contro le mancate dimissioni da vice presidente del Senato dell’esponente leghista, e sull’inerzia colpevole della maggioranza parlamentare.

La decenza evidentemente non appartiene all’etica politica di Roberto Calderoli, vice presidente, pro tempore, del Senato. Le dimissioni? Ma quando mai? Bastano le scuse personali, a suo dire, a Cécile Kyenge  per chiudere in modo indolore la vicenda delle offese alla ministra dell’integrazione (“Quando la vedo non posso non pensare a un orango”).

Ma non può finire così. Rievocare quel parallelo (negro=scimmia) significa sdoganare uno schema di pensiero che, in un passato non molto lontano, ha portato alla morte di milioni di africani. È questa la differenza con gli altri beceri insulti (dal caimano, al nano, alla pitonessa…) che si scambiano quotidianamente i politici d’alta scuola del teatrino italiano e che contribuiscono all’imbarbarimento del linguaggio, dei rapporti e della vita pubblica. Perché battersi contro il cattivo linguaggio significa anche opporsi al declino della civiltà.

Sappiamo che la paura dello straniero è un bacino inesauribile per chi fa politica. Ma la Lega Nord, da sempre si è spinta oltre: nell’annientamento dell’altro/a già nelle parole. La biografia di Calderoli e dei suoi sodali lo testimonia. La ricchezza del pensiero invece richiede, anzi esige, ricchezza di linguaggio. Mentre è da più di 20 anni che il linguaggio leghista disegna una democrazia povera di principi e ricca di angoscia.

Come missionari comboniani, come Fondazione Nigrizia, riteniamo inaccettabile il girare la testa dall’altra parte. Questa non assunzione di responsabilità, non solo del gruppo dirigente leghista, ma della stessa maggioranza che controlla le aule parlamentari e che avrebbe i numeri per sfiduciare Calderoli.

Riteniamo che le parole siano degli atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. E se moralismo significa battersi per evitare che sia espulso dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile, riteniamo sia giusta questa battaglia moralista. Anche, se non soprattutto, all’interno delle istituzioni.

Può infatti, come ha ricordato Gad Lerner, “un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini?!”.

Noi pensiamo di no. Per questo ribadiamo, assieme alla nostra vicinanza alla ministra Kyenge, il nostro sconcerto per l’impermeabilità del parlamento italiano alle ragioni che dovrebbero portare alle immediate dimissioni di Roberto Calderoli.

Fondazione Nigrizia
Missionari Comboniani

 

http://www.nigrizia.it/notizia/calderoli-si-tolga-dai-piedi/notizie

Pubblicato in: donna

Il coraggio di Federica Cardia


Federica-Cardia4Roberto Loddo
“Mi chiamo Federica e ho 30 anni. Nell’aprile del 2011 mi è stato diagnosticato un tumore al colon al quarto stadio e da allora la mia vita è cambiata per sempre”. Questo è l’inizio della storia di Federica Cardia, una ragazza sarda che sta combattendo con tutte le sue forze contro un grande male, un tumore al colon al IV stadio. Delle cellule impazzite hanno stravolto la sua vita e i risultati delle ultime analisi l’hanno convinta che dopo tanti mesi di cure “non appropriate” sia arrivato il tempo di combattere questo male non più da sola, ma come scrive nel suo blog “con l’aiuto di un popolo che mi conosce bene, quello della rete”.
Infatti Federica ha studiato Comunicazione e ha conseguito un Dottorato di ricerca in questa materia dedicandosi per qualche anno alla ricerca sulle nuove potenzialità della Rete e sulla condivisione. Un’opportunità che ha saputo mettere a frutto per creare un sito: www.tantovincoio.com, portale che contiene tutta la sua storia clinica, i suoi esami e le informazioni che ha raccolto. Ha chiesto al popolo della Rete un aiuto economico per sostenere cure molto costose. Ma soprattutto l’idea è di condividere quanto più possibile il link, in modo da arrivare a medici, chirurghi disposti a tentare un’operazione, persone che hanno vissuto o che vivono la sua stessa situazione, esperti di terapie alternative o innovative. Questa iniziativa si inserisce in un torrente di dati digitali e si configura come uno strumento all’incrocio tra il crowdsourcing (cercare informazioni sulla sua malattia e medici che possano aiutarla) e crowdfunding (cercare un aiuto economico per sostenere le nuove cure).
La vita di Federica è eccezionale. Federica è una cancer blogger che non si limita a parlare solo del suo male. Scrive per l’huffingtonpost e per cagliari.globalist di ogni diritto negato in ogni sfera della vita umana. Anche della sua vita privata, perché guarire è un suo diritto. Il sociologo Bauman, descrivendo l’importanza della vita umana ha scritto che gli artisti che immaginano la loro arte si pongono degli obbiettivi estremamente difficili. Anche fuori dalla propria portata. Per questo motivo discutere e confrontarsi con l’esperienza di “Tanto vinco io” è importante perché ci insegna che per essere felici dobbiamo tentare l’impossibile. A volte di fronte alla sofferenza siamo soli, ma possiamo ritrovare il coraggio, la forza e la dignità in noi stessi anche senza le previsioni affidabili e le certezze mediche e scientifiche a cui siamo abituati.
E da qui che la storia di Federica inizia e si connette con un’altra storia. La storia di altre milioni di persone. Di fronte alla sofferenza del cancro ci possono essere solo due strade, arrendersi, chiudersi in se stessi e nascondersi in una condizione di infelicità eterna, oppure resistere. Federica ha deciso che di fronte alle sofferenze che travolgono le nostre vite, la disperazione non serve a nulla. Il cancro non è una croce che ci dobbiamo portare dietro come un senso di sconfitta definitiva o come una sentenza di morte. Questo male può essere vissuto anche come un’opportunità di vita nuova, un’occasione di crescita personale e collettiva delle persone che condividono la stessa esperienza per portare la felicità agli altri.
Chissà se in un futuro vicino o lontano, queste nuove modalità di condivisione orizzontale offerte dal mondo della rete, potranno veramente orientare alla guarigione anche altre persone. L’obbiettivo di Federica non è allontanare l’immagine del cancro dalla sua vita. Federica vuole vederlo, viverlo e affrontarlo, e come dicono i buddisti, vuole una prova concreta di trasformazione del suo veleno in medicina. Si può abbracciare il cancro per sconfiggerlo?

– See more at: http://www.manifestosardo.org/il-coraggio-di-federica-cardia/#sthash.uagyV7iN.dpuf

Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, lega, libertà, pd, politica, razzismo

Il leghismo come eversione e come viltà


grande-638x425Oggi Salvini difende Calderoli scagliandosi contro Napolitano che aveva mostrato indignazione. L’elenco delle scandalose parole razziste di esponenti leghisti è lunghissima. E basta sintonizzarsi su “Radio Padania” per capire come pietà, solidarietà, comprensione e compassione siano concetti che non hanno patria qui, in questa Patria farlocca che chiamano “Padania”.

Voglio segnalare solo due cose: la viltà di certi leghisti e il fondamento essenzialmente eversivo della loro azione.

La viltà leghista è quella tipica del branco di bulli. Assieme sono gradassi, insultano il debole, l’omosessuale, l’immigrato e via via si superano l’un l’altro con l’annullamento di chiunque non rientri nel loro ristretto orizzonte culturale. Ma come tutti i bulli sono dei vili e non vogliono mai assumersi le responsabilità (eventualmente anche penali) di ciò che dicono. Se guardate agli insulti contro la Ministra Kyenge, da Borghezio in poi, l’insulto è sempre frettolosamente stato seguito da scuse (“Mi scuso…”, “Non volevo…”, “Era una battuta…”); se non ricordate più la catena di insulti-scuse potete leggere QUI.

La strategia leghista è eversiva. Poiché sono convinto dell’intenzionalità di questi gesti è necessario chiedersi “Perché?”. A che scopo? Cosa ci guadagnano? Se, come me, non cadete nell’illusione della voce dal sen fuggita, bensì pensate a una volontà, una strategia (rozza, inaccettabile…), occorre chiedersi quale ne sia lo scopo, per opporre un’indispensabile resistenza democratica. La strategia è questa: poiché le parole costruiscono la realtàhanno conseguenze pratiche (ne ho parlato QUI), soffiare sul fuoco dell’intolleranza, dell’odio, della discriminazione serve per perpetuare uno stato emergenziale in Italia, alimentare il torbido, spaventare la gente, indurla a tenere la testa bassa e affidarsi a chi, con parole roboanti, pretende di difenderla: contro i froci che distruggono la famiglia; contro gli immigrati che rubano; contro i negri che hanno osato diventare ministri! E se per alimentare questo vomito si devono calpestare le Istituzioni, svillaneggiare il Presidente della Repubblica, minacciare l’insurrezione armata… Chi se ne frega? Al massimo, se le cose si mettessero male, si chiederà scusa, si dirà che si è scherzato…

Se volete, continuiamo a resistere su Twitter (@bezzicante).

fonte   http://www.fanpage.it/il-leghismo-come-eversione-e-come-vilta/#ixzz2Z7JwFl7i
http://www.fanpage.itt

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, cultura, diritti, donna, estero, libertà, politica

Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

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Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

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Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, sociale, società, video, violenza

La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

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Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

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Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/

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Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

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Uomini, mica funghi


20130309-080438

Di Giulio Cavalli.

Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

Uomini, mica funghi

http://andreariscassi.wordpress.com/2013/03/10/oggi-a-tavazzano-viene-piantato-un-albero-per-anna-politkovskaja/

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L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

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21 donne


8-marzo-2Prima delle quote rosa. E anche oltre.

21 donne.

Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Teresa Noce Longo, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio, Bianca Bianchi, Angelina Merlin, Ottavia Penna Buscemi.

 

fonte :  http://mediamondo.wordpress.com/2013/03/08/21-donne/

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, cultura, diritti, donna

È morta Olema Righi, la partigiana in bicicletta


arton45946-1f8dcÈ morta questa mattina nella sua abitazione di Carpi, in Provincia di Modena, Olema Righi. Staffetta partigiana, per molti emiliani rappresentava il simbolo stesso della Resistenza, insieme a tante altre compagne come Ibes Pioli o Tina Anselmi.

Celebre la foto che la ritrae in sella alla sua bicicletta, nei giorni della Liberazione, con il fucile ancora in spalla e la bandiera dell’Italia libera sullo sfondo. Chi l’ha conosciuta ricorderà per sempre il suo sguardo determinato – lo stesso di quella vecchia fotografia – ed il sorriso inscritto nel viso di una bellezza severa che si era addolcita col passare degli anni.

Riportiamo il racconto del suo arresto e della tragica morte del fratello (partigiano anche lui), tratto dal sito dell’Associazione Nazionale Partigiana – Emilia Romagna:

 

Era una mattina di novembre quando, senza neanche poter dire a mia madre che andavo via, sono stata presa e caricata su un camion, dove c’erano altri giovani che dicevano di essere stati arrestati.

Da Limidi, i camion dei repubblichini sono passati per Carpi, dove hanno caricato altra gente, poi si sono diretti a Modena. Dai loro discorsi, si capiva che i repubblichini erano orgogliosi delle loro scelleratezze, della loro “azione”.

A causa delle lunghe soste siamo arrivati all’Accademia (ora Accademia Militare) che era già sera. La mattina seguente il capitano mi ha fatto andare nel suo ufficio per interrogarmi. Stava seduto alla sua scrivania e teneva davanti a se un foglio scritto a mano. Ha cominciato a leggerlo: vi era scritto che io ero una staffetta partigiana, che mio fratello, mia sorella e mio padre erano antifascisti. Quest’ultimo poi era anche in prigione per questo.

C’era scritto proprio tutto in quel maledetto foglio. Avevano saputo tutto della nostra famiglia, anche che noi avevamo un terreno nei prati di Cortile sul quale mio fratello Sarno, insieme ai suoi compagni, aveva costruito un rifugio dove andavano a nascondersi e a dormire.

In seguito, sono stata tenuta per lunghe ore in una stanza di isolamento. Isolamento reso ancora più duro e imprevedibile dalla guardia, un omettino basso e dalla voce rauca, che mi sorvegliava e mi prospettava tutte le cose più brutte, compreso che mi avrebbero mandato in Germania e che mi avrebbero ammazzato. Dopo sette giorni di interrogatori e minacce, il 20 novembre ci fu lo scambio: le vite di 60 partigiani furono scambiate con quelle di 6 tedeschi, così anche noi fummo rilasciati.

Mentre uscivo dal portone dell’Accademia, il capitano che mi aveva interrogato mi prese da parte, per un attimo ebbi paura che mi tenesse ancora là, invece mi fece la predica e tra le altre cose mi disse di non prendere più parte alla guerra. Ricordo ancora le sue parole: “la guerra è per gli uomini e dì a tuo padre che non faccia più attività contro di noi perché, se non lo sa, il coltello dalla parte del manico l’abbiamo noi”. Poi aggiunse: “va a divertirti a casa troverai delle novità”.

Salutai e raggiunsi Stefanina e le altre per andare a casa. Avevamo tanta strada da fare a piedi, ma scherzavamo e ridevamo perché eravamo libere. Finalmente libere da un incubo, ancora tremanti per quegli interrogatori in cui avevamo sempre negato tutto, che ci avevano fatto capire che c’era una spia molto vicina a noi. Una spia amica di quelli scellerati che si vantavano di aver portato via i partigiani, saccheggiato il caseificio e bruciate le case…

A Ganaceto ho incontrato una staffetta, Ione, che si è offerta di accompagnarmi a casa sulla bicicletta. Lungo quel breve tragitto non parlammo molto e io pensavo ad alta voce a chi avrei trovato a casa. Quasi certamente mia madre, mia sorella e mio fratello piccolo. Chissà se mio padre era ancora nascosto a Panzano. Chissà dov’era mio fratello Sarno. L’avevo visto per l’ultima volta il giorno prima del rastrellamento. L’avevo chiamato da lontano e lui si era girato a salutarmi. Fu proprio mentre me lo ricordavo così che Ione mi disse “hanno ucciso tuo fratello”.

Non ricordo più niente di preciso di quello che seguì, ricordo solo che ho ricominciato la mia vita di staffetta con un motivo in più: onorare il sacrificio di mio fratello con una fede ancora più forte nell’antifascismo e nella memoria.

Olema Righi.

 

Olema bella, ciao.

FONTE :  http://www.agoravox.it/E-morta-Olema-Righi-la-partigiana.html

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Disegna l’immagine della mamma morta a causa della guerra e ne cerca l’abbraccio


E’ un’immagine sconvolgente e commovente che sta facendo il giro della rete, è l’immagine dei sentimenti e dei diritti calpestati dei bambini.

La mamma di questa bambina è una vittima di guerra, la bambina nel cortile di casa ha disegnato la sagoma della sua mamma e ci si è raggomitolata sopra.

Appoggia inizialmente le scarpette in prossimità della sagoma.

Ma poi decide di stendersi sopra il suo disegno e cerca per terra gli abbracci della mamma che non c’è più.

Volge la testa in basso, ha bisogno di calore e amore, ma si rannicchia soltanto su se stessa.

Questa bimba adesso vive in un orfanotrofio.

http://www.articolotre.com/2012/11/disegna-limmagine-della-mamma-morta-a-causa-della-guerra-e-ne-cerca-labbraccio/120856

 

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Riflusso al femminile


Negli anni ’80 del secolo scorso andava di moda la parola riflusso. L’immagine che suggeriva era quella di una marea che, dopo essere salita al massimo, tristemente si ritrae lasciando solo detriti. All’epoca il riflusso riguardava l’impegno politico e le contrapposte ideologie dopo gli anni di piombo. Tempi lontani.

Ma oggi si potrebbe tornare a parlare di riflusso e lo spunto potrebbe fornircelo quella che è stata la foto di qualche settimana fa. Barack Obama è stato rieletto, come tutti sappiamo. In molti in Italia hanno gioito e si sono commossi davanti alle parole immediatamente post-elezione. Quelle dedicate a Michelle e che sono la perfetta didascalia della foto di cui sopra. Barack in maniche di camicia che abbraccia Michelle.Lui, ovviamente, porge il volto all’obiettivo. Michelle è di spalle. Perché, è risaputo, dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. La cui importanza è riconosciuta. “Non sarei l’uomo che sono se 20 anni fa non avessi sposato Michelle”, ha dichiarato il neo-eletto presidente degli Stati Uniti. Ma riconosciuta a patto, appunto, che la grande donna resti alle spalle del grande uomo.

Riflusso. Rifluiscono verso il focolare le manager in carriera americane, ammettendo la sconfitta. Perché una donna, nel secondo decennio del terzo millennio, ormai lo sa che non si può avere tutto: casa, amore, figli, successo personale. A una cosa si deve rinunciare e sarebbe egoistico farlo per aspetti dell’esistenza che coinvolgono terze persone (casa, amore, figli). Quindi via il successo personale. Via il lavoro. Via gli obiettivi di realizzazione. Via l’indipendenza.

Così succede, come racconta Natalia Aspesi in un editoriale, che il film ebraico ultraortodosso “La sposa promessa”, in uscita questa settimana ma visto in anteprima alla Mostra di Venezia, abbia “sedotto e turbato” le donne presenti. Scopriamo così dalla penna di una donna di acuta e ironica intelligenza qual è la Aspesi, che la regista del film si chiama Rama Burshtein, ha 46 anni. Era laica e americana, oggi è ortodossa ed ebraica, ha cinque figli, come prescrive la legge ebraica, obbedisce al marito e al rabbino ed è felice. Talmente felice che “dovunque l film venga proiettato, conquista soprattutto le donne, per lo meno quelle che cominciano a sentirsi affaticate dalla loro indipendenza”.

Per la cronaca, il film racconta di una ragazza cui i genitori scelgono il marito in una società dove le donne vivono separate dagli uomini, si sposano vergini con uno sconosciuto e lo rendono padre di quanti più figli possibili mentre lo servono e lo riveriscono ben chiuse in casa. Dopo i contratti sadomaso, le sottomesse e i dominatori, scopriamo che le donne italiane anelano a rifluire in massa nell’apartheid sessista delle religioni più estreme. Stanche come sono di lottare per una parità che sembrava a portata di mano solo pochi anni fa. Poi la marea si è ritratta e Cenerentola è tornata di gran moda.

Autore: Laura Costantini

http://www.mentecritica.net/it/riflusso-al-femminile/meccanica-delle-cose/vere-donne/laura-costantini/31438/

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Lavoro e dignità


Di Vincenza63

Avrei preferito di gran lunga essere manganellata da questi poliziotti piuttosto che subire l’umiliazione di essere “dimissionata”, come mi è successo anni fa. Qualcuno si chiederà cosa abbia a che fare quest’immagine con la fine del mio rapporto di lavoro subordinato, ottenuta in modo apparentemente e falsamente volontario, con l’azienda per la quale lavoravo fino al 2 febbraio 1996.

Credetemi, ha molto a che fare…

Non vi ho mai raccontato di questo. Oggi ho deciso, dopo una riflessione indotta da un amico giornalista e a sua volta blogger molto più famoso di me, di far emergere i ricordi e liberarmi di questo ennesimo dolore. Tutto è cominciato nella tarda mattinata di un paio di giorni fa, quando ho letto un post di Andrea Riscassi sulla morte avvenuta poche ore prima di una persona da lui molto apprezzata: Ezio Trussoni, scomparso a causa della SLA. Lo cito per un motivo molto particolare, e cioè come l’azienda RAI a detta di Andrea abbia rispettato la persona e soprattutto il lavoratore anche se malato da tutti punti di vista. Salvaguardando la sua posizione, rispettandone la professionalità fino all’ultimo giorno e soprattutto, non da ultimo, vedendolo come risorsa e non come peso per l’azienda stessa dimostrando in questo modo un’elevata umanità e il giusto rispetto per l’uomo.

Non così è stato per me. Brevemente la mia storia lavorativa, ovvero il mio rapporto con l’azienda dove ho mosso i primi passi nel mio settore per poi apprendere sempre di più e specializzarmi in quello che poi sarebbe diventata la mia professione attuale: la traduttrice di testi tecnici scientifici, meglio conosciuto come technical writer. Per sei anni ho continuato ad apprendere nozioni di tutti i tipi: dalla lettera commerciale agli inizi e man mano alle pratiche di export fino a raggiungere un alto livello nel settore traducendo brochure, manuali d’uso e riparazione, manuali di manutenzione e intrattenendo rapporti di tipo tecnico affiancando i responsabili di officina e di produzione nella mia azienda. Tutto questo, imparato per la mia buona volontà e la curiosità che mi ha sempre contraddistinto nella vita non mi è mai stato riconosciuto, né moralmente né tantomeno economicamente, con avanzamenti di carriera e di stipendio. In più… ero una donna.

Non c’era spazio per l’ambizione, tutto ciò che si riceveva era pressione e stress.

I miei 41° di febbre mi facevano compagnia sotto le lenzuola completamente nuda, mentre mi trovavo da più di tre mesi nel reparto di neurologia dell’ospedale San Paolo a Milano senza sapere neanche quale sarebbe stato il mio destino definitivo.Completamente sdraiata, incapace di muovere qualsiasi muscolo, passavo i giorni interminabili in attesa di non so neppure io cosa. Mio marito sempre al mio fianco. Mia madre pure. Dio… era steso dentro di me.

Dopo tre mesi in quella situazione, senza diagnosi certa si viveva un giorno alla volta. Per me è ancora così, nonostante tutto. Progetti a breve termine. Anzi, brevissimo.

Un giorno, ricordo come fosse ora… ero sola, probabilmente chi mi assisteva tutto il giorno (mio marito e mia madre) si erano assentati per qualche momento. Mi sembrava di vivere in un sogno. Anzi un incubo. Vedo spuntare come dal nulla il capo del personale della mia azienda accompagnata da un’altra persona. Dopo un breve colloquio in cui mi chiedevano notizie delle mie condizioni di salute, ho appreso che quell’uomo era un notaio venuto apposta in ospedale perché fossero formalizzate le mie “dimissioni”. Poiché erano necessari due testimoni, hanno chiesto la disponibilità a due infermieri di turno in quel momento.C’è voluto meno di un quarto d’ora. Mi è passata davanti agli occhi la mia vita tra i miei colleghi, i clienti, i grafici, le operaie del reparto di produzione… l’amministratore delegato, che mi è capitato di incontrare in Rinascente anni dopo.

L’unico ricordo che ho distinto e doloroso di quel giorno è stato chiedere a uno di quegli infermieri di coprirmi il viso per non dover vedere quelle persone, solo che purtroppo mi raggiungeva ancora il suono della loro voce molto distinto. Parlavano di cose tecniche, erano a soli 2 m da me sul tavolo della stanza dell’ospedale, avevano appoggiato là documenti vari.

Ho desiderato veramente di morire quel giorno, schiacciata dall’umiliazione di non poter reagire né fisicamente né in altro modo, sentendomi completamente indifesa e in balia degli eventi. Sarei stata licenziata comunque di lì a qualche mese perché avrei superato il limite massimo di malattia consentito dal mio contratto nazionale metalmeccanici. Però… io posso capire chi si sente messo da parte per i motivi più disparati in questi periodi di crisi e di disoccupazione sempre più crescente. Soprattutto se ad essere colpita è una persona isolata, come lo ero io in quel letto, dal resto della società civile.

Finalmente… un saluto da lontano… senza neanche il coraggio di avvicinarsi guardandomi in viso… se ne stanno andando. Ora posso anche piangere. Meno male che sono da sola, perché chi mi ama sta soffrendo già così tanto per la mia salute che mi ha detto addio da qualche mese e che, così come intesa comunemente, non tornerà mai più.

Ho detto addio quel giorno alla mia azienda, alla vecchia Vicky che si dava da fare in ufficio, a quella ancora più piacevole che traduceva i manuali andando in officina dei riparatori per capire come funzionassero gli strumenti da noi commercializzati, oppure semplicemente imparare a tararli secondo le richieste del cliente oppure il tipo di applicazione. Sì, è stato un brutto giorno. Ma non da dimenticare, piuttosto da ricordare quando la tentazione di lasciarmi andare e di non reagire o non voler prendere decisioni, magari anche le più piccole, si affaccia nella mia mente.

Nessuno può decidere da un bel po’ di anni della mia vita al mio posto. Questo in alcuni momenti è un peso. In altri una grandissima gioia, quella di una dignitosa indipendenza intellettuale e culturale.

Dedico questa breve riflessione a chi pensa di rubarci la dignità togliendoci il lavoro. Li osservo a volte dall’alto mentre seduta sulla mia carrozzina li guardo strisciare… altre volte li vedo dal basso, quando ricordo me stessa sdraiata come morta sotto quel lenzuolo.
Sono ancora qui. Mi sono reinventata per anni altre collaborazioni lavorative, dopo il tempo necessario a stabilizzare la mia situazione di salute, o meglio quel poco che mi rimaneva.

Mi è capitato di incontrare vecchi colleghi e anche di intravedere qualche dirigente nel centro commerciale di Rozzano, alle soglie di Milano sud.
Non ho provato sentimenti particolari, se non un iniziale imbarazzo da entrambe le parti superato velocemente. Ma soprattutto…non ho provato alcun sentimento d’inferiorità perché privata di un mezzo fondamentale per vivere: il lavoro. Quello che ci fa contare nella società, quello senza il quale per gli altri non sei più nessuno, se non un peso.

Io… mi sento leggerissima!

Sempre Vicky!

 

FONTE : http://vincenza63.wordpress.com/2012/11/10/lavoro-e-dignita/

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Come vivere, in cinque, con solo 5 euro al giorno


Madre di tre bimbi e moglie di un operaio metalmeccanico, Stefania Rossini vive in provincia di Brescia, a Pontevico. Qualche hanno fa ha perduto il lavoro, ma non si è persa d’animo: «Ho ripensato il nostro modo di vivere e, in due anni di perfezionamenti, ho scoperto che possiamo vivere, in cinque, con appena 5 euro al giorno». Sembra uno slogan, e invece è il titolo del libro che racconta la sua esperienza. Un manuale tecnico-pratico, che spiega come è possibile vivere – senza privazioni – spendendo, ogni giorno, appena un euro a persona. «Ho cercato di migliorarmi ogni giorno», racconta Stefania. «Mi sono sforzata di imparare, di migliorare. Ho fatto l’orto, ho scovato nuove ricette per l’autoproduzione. A un certo punto ho deciso di fare due conti di quanto spendevo al mese e sono saltati fuori questi cinque euro. Una media giornaliera che comprende un po’ tutto: alimentazione, detersivi per la casa e l’igiene personale, materiale scolastico e altre piccole cose». Possibile? Sì: «Perché, con l’orto e l’autoproduzione, ci facciamo in casa quasi tutto».

Una scelta di vita: «Con la mia famiglia abbiamo deciso di investire per i prossimi trent’anni in una casa che

avesse la possibilità di realizzare un orto», racconta Stefania a Simone Zuin su “Il Cambiamento”. «La casa ce la siamo costruita io e mio marito, invece di andare in vacanza o andare a mangiare la pizza». Niente di extraterrestre, dunque: tutto perfettamente a misura d’uomo. «Certo, bisogna mettersi in gioco parecchio. E quello che stiamo facendo non è alla portata di tutti: di sicuro, uno che vive in centro a Milano o a Romanon può arrivare a questo». Fondamentale, infatti, il terreno per l’orto: produrre cibo è decisivo, «non solo a livello economico, ma anche a per alsalute». E i bambini, come se la passano? Ce l’hanno lo zainetto e il diario “griffato”? «Li hanno, li hanno. E ci sono riuscita perché ho trovato tutto in baratto, oppure ho acquistato l’anno scorso dopo l’inizio della scuola», spiega Stefania. «Sto infatti aspettando che inizi la scuola, così posso andare al centro commerciale dove troverò zaini a 10 euro, quando fino a pochi giorni fa ne costavano 60».

Spese oculate, scambi e baratti. Ma se uno lavora otto ore in ufficio o in fabbrica può trovare gli stessi spazi per realizzare tutte le autoproduzioni di mamma Stefania? «No, purtroppo», ammette lei. «Però, con un’ottima organizzazione, ci si può avvicinare». Esempio: un lavoratore dipendente magari «il sapone lo fa una volta all’anno, la pasta fatta in casa la prepara il sabato mattina e ne fa per una settimana e poi la congela, così come il pane». Attenzione: «Ovviamente, chi lavora ha un reddito che io non ho. Io invece ho tempo. E’ la mia personaledecrescita». Un quotidiano differente: «Mi alzo presto al mattino, rassetto casa finché i bambini sono a letto. Poi, se c’è il sole, lavoro nell’orto». Molto dipende dalla giornata: «Se oggi  mangiamo un chilo di pane domani devo fare il pane, invece se me ne mangiamo due etti domani non lo faccio. Mi gestisco di giorno in giorno: non esiste una giornata tipo, e questa è anche la mia forma di libertà».

Decrescita felice? «Per me la decrescita  non è un “de”, cioè non è un tornare indietro, se non per una riscoperta dei valori che si avevano una volta e per la qualità dei prodotti». Guardare al passato, ma solo per riscoprire delizie dimenticate. E senza mai perdere di vista il futuro: «Ad esempio, io utilizzo il web: Internet per me è stato fondamentale per imparare». Un paradosso solo apparente: «La mia forma di decrescita sta nell’utilizzare al meglio la tecnologia e le risorse che abbiamo: sono tantissime, una volta non ne avevano, ma le stiamo sfruttando male. Dovremmo semplicemente essere un po’ più sobri e apprezzare quello che abbiamo». Nessuna “retromarcia” nel medioevo, per intenderci. Piuttosto, un inno all’autarchia familiare. Tradotto: riduzione delle dipendenze che degenerano in nuove schiavitù. E molta creatività fatta in casa, o magari scovata in rete: «Io non ho inventato nulla, le ricette antiche le trovi sul web». Magari le si può adattare: «Ad esempio, quando trovo una ricetta che contiene il burro, visto che sono di tendenza vegana ci metto l’olio e provo a vedere se è buona. Lo stesso con le creme, con i saponi, con tutto».

(Il libro: Stefania Rossini, “Vivere in 5 con 5 euro al giorno”, edizioni L’Età dell’Acquario, 104 pagine, 9 euro).

FONTE : http://www.libreidee.org/2012/11/stefania-come-vivere-in-cinque-con-solo-5-euro-al-giorno/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=feed+%28LIBRE+-+associazione+di+idee%29

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Assassini


Ieri sera è morta una ragazza di 17 anni. E’ morta in ospedale dopo essere stata investita lungo una provinciale a Casalmaiocco, nel lodigiano. E’ morta perché stava tornando a casa in bicicletta, con un gruppo di amici scout.

E’ stata uccisa da un uomo alla guida di un Suv, l’esecutore materiale del delitto. Ma gli amministratori pubblici, locali e nazionali, sono i suoi complici perché sono loro – Governo, Parlamento, Enti Locali – a creare le condizioni che trasformano le strade in posti dove si muore.

Per non perdere consenso elettorale si guardano bene dal sanzionare sistematicamente le infrazioni al codice della strada (soprattutto la violazione dei limiti di velocità). Per non perdere consenso elettorale hanno trasformato la patente a punti in una barzelletta. Per non perdere consenso elettorale, scartano in Parlamento l’ipotesi di modificare il codice della strada introducendo il limite di 30 kmh  nei centri abitati e lo stesso fanno i sindaci sul loro territorio, quando è certo che una moderazione della velocità farebbe immediatamente dimezzare il numero delle vittime della strada: duemila morti in meno ogni anno.

C’è un uomo, alla guida di un’auto, che ieri si è reso responsabile di un delitto. Ci sono i politici, che guidano le nostre città e il nostro Paese, che sono responsabili di una strage.

http://bicisnob.wordpress.com/2012/11/12/assassini/

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La giovane cronista e il sindaco colluso


Giornalista antimafia: siamo tutte Ester Castano

Storia di una giovane cronista e di un sindaco che l’ha bersagliata con minacce. E che ora è finito agli arresti accusato di legami con la ‘ndrangheta. [Silvia Resta]

“I miei guai sono iniziati un anno fa, con il mio primo articolo scritto su Sedriano (comune del milanese. 10.000 abitanti).

Era il primo ottobre 2011. Andai nell’ufficio del sindaco Alfredo Celeste, vice coordinatore provinciale del pdl, per avere un chiarimento: a maggio si era svolto un concorso di creatività femminile in cui il sindaco – professore di religione – aveva invitato Nicole Minetti a fare da madrina. Durante quella serata, c’era stata una piccola contestazione: un centinaio di cittadini fuori dal Comune per protestare contro la presenza di Minetti, coinvolta in quei mesi nello scandalo delle Olgettine. A manifestare c’erano anche una suora e una maestra di scuola elementare che vennero attaccate, strattonate da uomini dello staff del sindaco. La maestra fu bruscamente invitata ad allontanarsi dal medico Marco Scalambra, marito della consigliera comunale di Sedriano, Maria Stella Fagnani, anche lei del pdl. Proprio per denunciare queste violenze verbali che avevano subito da Scalambra su ordine del sindaco, suora e maestra avevano scritto una lettera al comandante dei carabinieri. Per valutare se ci fossero gli estremi per querelare le firmatarie di quella lettera, il Sindaco aveva chiesto il parere di un suo amico avvocato, Giorgio Bonamassa, pagando 7000 euro per la consulenza.

Ecco. Io ero andata dal sindaco per porgli una semplice domanda: “Lei pensa che sia corretto pagare un amico avvocato con 7000 euro di soldi pubblici, presi dalle casse cittadine?”

Il sindaco mi rispose con molta tranquillità che sì, “sono stati pagati effettivamente settemila e venti euro, perché il lavoro è una cosa seria e va ben retribuito”. Riporto questo colloquio sul mio giornale, l’Altomilanese, con la risposta del sindaco tra virgolette. E da lì è partita la prima querela per diffamazione. Non solo per me, ma anche per il direttore della testata. E anche per tutti gli edicolanti della zona.

Sì, i giornalai. L’avvocato del sindaco, lo stesso Bonamassa, mandò una lettera di avviso di querela anche a tutti gli edicolanti di Sedriano e dei paesi vicini. Una pura intimidazione: “Avete esposto la locandina dell’Altomilanese che conteneva l’articolo di Ester Càstano, di conseguenza risponderete di questo in sede penale”. Secondo loro, il giornale doveva sparire dalle edicole.

Questa è stata la prima mossa del sindaco nei miei confronti, nonché l’ultima volta in cui ho potuto parlargli liberamente. Da allora è stato innalzato un muro di sbarramento: la comunicazione con il primo cittadino mi è stata letteralmente impedita. Non solo con lui, ma anche con la sua maggioranza. La giunta è composta prevalentemente da donne, il sindaco si è circondato di belle signore. E anche loro hanno fatto muro contro di me. Ovviamente per scrivere articoli di cronaca locale è indispensabile il colloquio con gli amministratori e con il sindaco. Ma a me è stato materialmente impedito di mettere piede nel palazzo comunale, un diktat preciso da parte del sindaco. Ho dovuto continuare a lavorare usando il telefono, senza poter più entrare in Comune.

Poi il sindaco ha minacciato di denunciarmi per molestie, sì, per molestie, tenendomi alla larga anche con il consenso dei Carabinieri. Come se io fossi una stalker, e non una giornalista che svolge il suo diritto dovere di informare. Ho ventidue anni, sono una giovane cronista. Ma lavoro in modo serio e senza equivoci. Non è escluso che il fatto di avermi visto così piccola, sola, una giovane ragazza, insomma, abbia favorito questo tipo di intimidazioni nei miei confronti. Magari un pregiudizio…La mia immagine non è certo quella di un giornalista, magari robusto, magari di un giornale importante. Probabilmente, se fossi stato un giornalista di 45 anni, ben piazzato, magari avrebbero usato altri sistemi per zittirmi. Però, non so.

Comunque le querele (4 in tutto) sono arrivate anche al mio direttore. In determinati ambienti probabilmente essere non solo donna, ma anche così giovane, non sempre facilita. Tant’è che un giorno, in consiglio comunale, il sindaco si è sentito autorizzato a darmi una lezione di giornalismo. Attaccandomi, anche senza fare il mio nome, dicendo che “non esiste più il giornalismo di una volta, oggi i giovani sono sfacciati, sfrontati, arroganti, vogliono gettare fango dappertutto, vedono il marcio dove non esiste, dovrebbero pensare a fare un bel po’ di gavetta” e affermazioni simili. Trascurando il fatto che, nonostante io abbia 22 anni, sono già cinque anni che faccio questo lavoro.

Io ho riportato questa sua lezione sul mio giornale. Quel giorno, ero l’unica cronista presente in consiglio comunale. Anche perché Sedriano è un comune molto piccolo, sono diecimila abitanti, non arriva la grande stampa. E anche quando si è cominciato a parlare di infiltrazioni della ‘ndrangheta, i colleghi se ne sono praticamente infischiati. E poi c’è stato l’intervento dei Carabinieri. Ogni volta che scrivevo un pezzo, venivo convocata nella caserma dell’Arma. Probabilmente il sindaco pensava che con l’intervento dei carabinieri io mi sarei tirata indietro, magari spaventata. Magari intimorita. Avrei smesso di scrivere sul suo operato. E’ successo molte volte, almeno una decina. Lui comprava il giornale, fotocopiava l’articolo che lo riguardava, lo dava ai carabinieri e chiedeva loro di convocarmi in caserma il prima possibile. Una volta in caserma il mio articolo veniva letto davanti al comandante, che mi invitava a smettere, a non proseguire con le mie inchieste. Il sindaco non è mai stato presente in caserma in questi incontri. Ero sempre io, da sola, con il comandante dei carabinieri.

A giugno, Celeste ha mandato l’ennesima diffida nei miei confronti, una lettera in cui venivo descritta come una persona violenta, che alza la voce in pubblico, che lo metteva in cattiva luce, che aveva un disegno per far rovinare la sua reputazione politica. Cosa che io non ho mai fatto. In quell’ occasione io chiesi al comandante di portare un breve messaggio al sindaco, chiedendogli un incontro alla presenza del mio direttore. Perché era successo che avevo incontrato il sindaco in piazza, e gli avevo fatto una domanda, e lui aveva chiamato i vigili, e il vicesindaco mi aveva placcato. sono situazioni poco piacevoli, soprattutto se sei una ragazza di ventidue anni.

Ma la giovane età, il fatto di essere una donna non mi è mai stato di ostacolo. Io non mi sono mai lasciata condizionare da questo. Anzi. Poi c’è stata la svolta. L’inchiesta sui legami con la ‘ndrangheta, e il 10 ottobre il sindaco è finito agli arresti domiciliari, coinvolto nell’indagine che ha portato in carcere l’assessore della Regione Lombardia, Domenico Zambetti per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nella stessa operazione è stato arrestato anche il medico Marco Scalambra, con l’accusa di aver tentato di offrire voti sporchi ad una lista civica del comune di Rho. Dall’ordinanza abbiamo appreso che il giorno del concorso di creatività femminile il sindaco Celeste aveva telefonato a Eugenio Costantino per invitarlo alla serata:”Vieni che c’è Nicole Minetti.”. Chi è Costantino? E’ un personaggio molto potente, legato alle cosche della ‘ndrangheta Di Grillo Mancuso. Padre di Teresa, consigliera di maggioranza pdl al Comune di Sedriano. Anche lui è finito agli arresti, grazie all’inchiesta della Procura di Milano.

Non posso dire di essermi presa una rivincita: per Sedriano, avrei preferito sapere di aver sbagliato io, durante questo anno. Perché se prima potevo essere una visionaria, adesso ci sono le carte che documentano i meccanismi, i sotterfugi, le amicizie non del tutto chiare da parte del sindaco e dei suoi amministratori comunali. Adesso finalmente sono arrivati gli atti della magistratura da leggere, su cui lavorare. A dimostrazione che non abbiamo mai inventato nulla. Le carte dicono che Alfredo Celeste, grazie alla sua amicizia con Eugenio Costantino, e anche con Scalambra, il medico del paese, “ha favorito l’affermarsi della cosca Di Grillo – Mancuso sul territorio di Sedriano”. Perché non è che a Sedriano esiste il mafioso con la lupara e la coppola in testa, che va in giro con pistola e proiettili. Oddio, i proiettili ci sono anche stati.

La mafia è la cosiddetta area grigia: il rapporto tra classe dirigente e le cosche. La criminalità qui al Nord si è via via istituzionalizzata. Nello specifico le cosche della ‘ndrangheta sono entrate dentro i consigli comunali. Non hanno più bisogno di bussare alla porta. Non si tratta più di un’ infiltrazione ma a quanto pare, a quanto dicono le carte, il consiglio comunale di Sedriano aveva dei legami robusti con la ‘ndrangheta. Non è più un’ infiltrazione come poteva essere una decina di anni fa, nell’hinterland di Milano con altre cosche, ma una vera penetrazione.

Spero comunque che non si faccia un polverone di tutta questa storia. Oggi i fatti mi hanno dato ragione, ma non mi aspetto delle scuse. Proprio perché ho sempre cercato di affrontare questa situazione da un punto di vista professionale e non personale. Questo sindaco Celeste le scuse non deve farle a me. Io ho solo svolto il mio lavoro, nonostante le difficoltà e le intimidazioni.Le scuse dovrebbe farle alle cittadine e ai cittadini. I soldi per le mie querele le stanno pagando loro. A me dispiace, per questo. Le scuse andrebbero rivolte anche all’ intera categoria dei giornalisti. Io non sono né la prima né l’ultima cronista minacciata. In un paese normale queste cose non dovrebbero accadere. Questo tipo di violenze verbali, o le intimidazioni in caserma dei carabinieri. Penso anche ai non certo piacevoli sguardi del vicesindaco.

Ora di tutta questa storia in tre sono finiti dentro, perseguibili per legge da parte della magistratura. Il sindaco, il medico, e il presunto boss. Ma la cosiddetta cricca, comunque, è rimasta fuori. Per quello che mi hanno fatto passare, dovrebbero scusarsi nei confronti dei giornalisti. Scuse dovrebbero farle, ma non me le aspetto.”

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34712&typeb=0&Giornalista-antimafia-siamo-tutte-Ester-Castano

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Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

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PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

Pubblicato in: diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, razzismo, sessismo, sociale, società, violenza

Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, ICI PER LA CHIESA, libertà, sessismo, sociale

Costanza Miriano, o delle farneticazioni contraccettive


Di Chiara Lalli.

In L’Aborto del giorno dopo – con la “A” maiuscola – Costanza Miriano concentra alcune delle farneticazioni più comuni, scelte con cura tra quelle asservite alla battaglia per confondere le idee e stabilire un codice di comportamento Universale (con la “U”) – il suo.

Quando la bugia da far passare è molto grossa è bene attrezzarsi subito, sin dalla scelta del nome. E così si chiama dipartimento all’educazione la struttura che ha deciso di distribuire gratuitamente nelle scuole superiori di New York la pillola del giorno dopo alle ragazze che ne facciano richiesta. Poi non ci sarà neanche più bisogno del consenso dei genitori, se hanno preventivamente aderito al programma di contraccezione preventiva, e qui è la bugia più grossa di tutte.

Miriano si riferisce a questa iniziativa, giudicata immorale, oscena, pericolosa, negazionista e abortiva. Che manca?

La pillola del giorno dopo, poiché appunto si prende il giorno dopo (anzi, entro 72 ore), non è affatto preventiva, e può o ritardare l’ovulazione, oppure, se il concepimento è avvenuto, impedire l’impianto di una nuova vita che già è cominciata, e quindi si tratta di un vero e proprio aborto in piena regola. C’è di mezzo insomma la vita di un bambino che viene interrotta.

La bugia più grossa di tutte, però, è proprio quella di Miriano. Se avesse avuto la voglia o la buona fede di cercare, avrebbe trovato i comunicati e gli articoli in cui si spiega il funzionamento della contraccezione d’emergenza. Avrebbe poi potuto leggere qualche fondamento di embriologia, magari un Bignami non dico un intero manuale. Ma no, non importano questi dettagli materialisti per chi difende la “Vita”, per chi chiama “bambino” poche cellule che forse nemmeno si impianterebbero o che magari diventerebbero due organismi in seguito (nel caso dei gemelli). Quelle sono una “Vita”, no, non solo, sono un bambino e quindi se prendi una contraccettivo sei un omicida. Ovviamente in seguito te ne renderai conto e ti pentirai per tutta la vita.
Per andare incontro alla pigrizia ecco alcuni link:

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

World Health Organization sulla contraccezione.

http://ec.princeton.edu

Il gioco è ben riconoscibile (e ben noto): la vita – che diavolo significa? – e l’aborto e il bambino.
Ovviamente stiamo parlando di un ovocita non fecondato o di uno non annidato – questo sarebbe il “bambino” abortito con la contraccezione d’emergenza, che ovviamente non è più contraccezione ma un aborto!
Ma la parte più bella, in linea con il pensiero miraniano, è questa:

A me risulta piuttosto che uno dei passi principali della crescita sia imparare a prendersi responsabilità, smettere di dire “non è colpa mia, l’ho fatto per sbaglio”, cominciare a dire “ho fatto un errore, me ne prendo le conseguenze”. Ho visto tante vite rifiorire, quando una mamma si è fatta carico di quello che all’inizio sembrava un incidente di percorso, e invece è diventata occasione di conversione, e poi gioia infinita, cioè un bambino.
E tra l’altro qui non si vede quale sia il progresso tra abortire in ospedale, sapendo che lo si sta facendo, e abortire senza neanche esserne certe. Io penso che queste adolescenti, crescendo, potrebbero anche tormentarsi tutta la vita, nel dubbio che la bomba preventiva che hanno fatto esplodere nel loro utero abbia ucciso una vita, quella del loro bambino. Sarà ancora più difficile fare i conti con il lutto, se neanche si è certe di cosa si è fatto davvero. C’era mio figlio, lì dentro? L’ho ucciso?

Consiglierei di scagliarsi anche contro le spirali (iud) e, perché no?, contro i preservativi. Forse anche contro l’astinenza (forse lo ha fatto, sono io a essermi persa le precedenti puntate). Tutti i bambini potenziali eliminati da questi infernali meccanismi abortivi!
Miriano è uno degli esempi migliori della totale inutilità del sistema nervoso centrale (vedasi anche i suoi commenti sugli embrioni e sulla fluidità sessuale, se la prende a morte con il pezzo tradotto la settimana passata da Internazionale e pubblicato la scorsa estate dal New York Times).

FONTE :http://bioetiche.blogspot.it/2012/09/costanza-miriano-o-delle-farneticazioni.html

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MALAFFARE, sociale, società, violenza

La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, estero, INGIUSTIZIE, politica, razzismo, sociale, società, sport

E SI MUORE….


di Franco Trapani
E si muore anche se si è stati un campione tale da partecipare alle Olimpiadi. E se sei etiope e se sei donna, se sei stata una così sfortunata partecipante agli antichi giochi che non sei riuscita ad importi contro i tuoi antagonisti, come richiede il mercato delle nuove Olimpiadi liberiste, allora muori di sete e di fame mentre cerchi di approdare laddove speravi di trovare una goccia d’acqua dolce, un tozzo di pane o, almeno,  in una pietosa carezza, quel calore umano che ti aiutasse al momento dell’atroce morte. Morir di sete e morir di fame, un orribile modo di morire a vent’anni.

E noi, invece, noi benestanti di questa società europea occidentale, noi oggi come ieri non siamo più capaci di offrire né un sorso d’acqua dolce, né un tozzo di pan secco e men che mai una mano solidale a chi sta morendo prosciugata da un sole implacabilmente nemico e ladro di vita. Al massimo noi avremmo potuto dare una distaccata elemosina e, con ciò metterci a posto per sempre la coscienza.

Noi benestanti oggi siamo tutti così: incapaci.

Non nascondiamoci la verità: in queste morti, troppi morti e tutte eguali, c’è chi cerca uno spiraglio d’umanità nel suo simile, ma dall’altro lato della stessa scena, ci siamo noi, come in uno specchio.

Sì noi, sì noi tutti, tutti noi liberisti alla Ayn Rand o meno, ma anche noi ex social-comunisti d’ogni tipo e colore. Sì tutti noi che a queste tragedie abbiamo fatto il callo e non vediamo, non sentiamo né capiamo i fatti che incrociamo.

Oggi tutta la nostra parte, tutti noi insieme, credenti in una qualsiasi religione o atei, colti o ignoranti, maschi o femmine, formiamo una sinistra in fuga disordinata dai nostri ideali, inseguiti da un mondo liberale o liberista o libertarista che ci ammalia e ci conquista con i suoi modi di adulare e bastonare fatto di promesse e di cose. Promesse alle quali noi facciamo finta di credere e gadget che ci attraggono e ci perdono rendendoci schiavi.

Ma non schiavi che potrebbero sempre accarezzare il momento di una libertà avvenire, meglio dire servi, anzi servili comodi, stupidi idioti, ben felici, spesso, d’essere asserviti a quel mondo.

Come ci siamo ridotti male tutti noi cari compagni, tutti. Mentre molti ci abbandonano, gli operai sostengono un padronato che li affama e li riempirà di malattie mortali. E nella tragedia che incombe i loro rappresentanti stanno lì a cercare un inesistente equilibrio tra salute e servitù. I figli e i nipoti di quei potenziali compagni ci hanno tradito:  e stanno inebetiti tra un Gramsci dimenticato o mai letto in una mano e la frusta o la mannaia del carnefice nell’altra.

Non sanno per chi decidere, ma c’è sempre chi colpire più in basso, qualcuno più piccolo o più mite o comunque diverso per nazionalità e provenienza su cui sfogare con rabbia i proprii limiti e le proprie frustrazioni. Non avranno mai il coraggio civile di sostenersi l’un l’altro nelle loro baracche senza acqua né luce e di farsi sparare addosso, cadendo a decine.

Poche chiacchere e sentimentalismi.

Dopo una secolare storia di sfruttamento di tutto il mondo e dopo averne lasciato gli avanzi ai capitalisti e ai figliastri semicivilizzati di un socialismo traviato, oggi noi a questo basso ruolo servile siamo decaduti: fare i carnefici al soldo dei ricchi.

Se vogliamo cambiare le cose, ma nei tempi lunghi o lunghissimi e senza facili entusiasmi, abbiamo solo una strada da percorrere: lasciare la città dei faraone e riprendere un faticoso ritorno alla terra tradita, in una peregrinazione di nuova cultura e di antichi ideali.

Ciò che ci misero, di pratico e duro, gli Stalin e i Lenin, non è bagaglio utile e sano. Non conterrà acqua per strada, ci porterà ancora odio, dolori e morte.

Dobbiamo avviarci per una strada tutta nuova e tutta nostra, tanto nelle difficoltà a percorrerla che nella felicità di raggiungerla.

Noi e i nostri morti, noi e le nostre vittime, noi e i nostri nuovi compagni, noi ed i nostri ideali. Almeno potremo almeno sperare una vita nuova con inizio diverso ed opposto. Solamente da un primo germe di unione solidale potrà nascere il nuovo, ma nello stesso tempo il germe sarà portatore del vecchio nucleo universale. Che è poi il nostro stile di essere veramente di sinistra.

Anche la morte per sete e per fame di una donna che non potrà mai più sperare in niente e in nessuno, anche quel funerale non celebrato, potrebbe diventare l’occasione di una rinascita.

Invio sconsolati saluti ai pochi sopravvissuti maestri e ai molti compagni perduti: che rimangano dove stanno, a servizio, se la loro felicità consiste solo in questo.

Invio a tutti i miei saluti sperando che qualcuno cominci a cambiare ed aspettando che cambi il mondo. Mi scuso per le iperboli e le metafore.

…………………………………

Nella foto:
Samia Yusuf Omar, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta, come i suoi fratelli, in povertà. Nel 2008, questa ragazza piccola e gracile, partecipò alle Olimpiadi proprio in rappresentanza della Somalia. Figlia di una fruttivendola e di un uomo ucciso da un proiettile d’artiglieria, questa ragazza era riuscita con molti sacrifici a partecipare alla gara dei 200 metri femminili di Pechino 2008. Da testimonianze di un gruppo di naufraghi, Samia è morta durante una traversata del mediterraneo nel tentativo di sbarcare in Italia per poi raggiungere Londra per partecipare alle ultime olimpiadi.

FONTE : http://cambiailmondo.org/2012/08/22/e-si-muore/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, opinioni, razzismo, religione, sessismo, società

Il cattolicesimo puzzone di Camillo Langone


Lo sapevo che Camillo Langone a gioco lungo ci avrebbe dato grandi soddisfazioni. Le premesse c’erano tutte, il suo cattolicesimo puzzone una garanzia. Oggi Femminismo a Sud segnala questa sua perla. Incommentabile per quanto razzista, criminale e complice di criminali. Non a caso lo avevo elencato tra i cattivi maestri dei nostri Breivik. Cattivi maestri pagati da Silvio Berlusconi, vero e proprio mandante morale e sponsor di questo abominio, che qualcuno s’ostina a passare per un esercizio legittimo di giornalismo. Evidentemente, in casi del genere la vergogna e il controllo sociale cedono il passo al fanatismo più becero.

 

fonte : http://mazzetta.wordpress.com/2012/08/27/il-cattolicesimo-puzzone-di-camillo-langone/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, razzismo, sociale, società

Angelica Varga, Colpevole Perché Rom


di 

Maggio 2008, Ponticelli, quartiere di Napoli. Angelica Varga, una ragazzina rumena di neanche 16 anni, di etnia rom, arrivata da poco in Italia, viene accusata di tentato rapimento di una bambina italiana. Presa e condannata successivamente a tre anni e otto mesi di carcere. Non ci sono prove né testimoni, solo la testimonianza della mamma della bambina, ritenuta dagli inquirenti pienamente credibile, nonostante le contraddizioni e la non verosimiglianza del suo racconto documentate dalla difesa. La stessa Polizia, nel suo rapporto conclusivo consegnato all’autorità giudiziaria, esprimerà “fortissimi dubbi” sulla “verosimiglianza” di quanto accaduto. Chi la giudica – dopo otto mesi di carcere preventivo – però non ha dubbi. Scrive addirittura che Angelica è “incline a compiere delitti analoghi” in quanto “zingara”. E questo la dice lunga su come certi pregiudizi siano presenti anche dove uno meno se lo aspetterebbe.
Lei si dichiara disperatamente innocente. Nulla conta il fatto che sia incensurata, nulla conta la sua giovanissima età. Niente attenuanti, niente benefici di legge previsti per i minorenni, niente misure alternative al carcere, come ad esempio l’inserimento in strutture di recupero. Il suo dichiararsi innocente aggrava addirittura la sua posizione. Infatti gli “sconti” di pena vengono concessi solo se l’imputato ammette di essere colpevole. Questa è la ragione per cui molti immigrati di fronte ad una condanna ritenuta inevitabile si dichiarano colpevoli. Questi casi andranno ad alimentare le statistiche, permettendo alle Lega e simili di “dimostrare” che gli immigrati e gli zingari commettono più reati degli italiani.

Angelica non ha confessato, si è “rifiutata di collaborare”. Starà in galera quasi quattro anni e mezzo. Così impara che essere zingara è un’aggravante.

Sei colpevole? Allora siete tutti colpevoli
Dopo l’arresto di Angelica, si scatena – come da copione in casi simili – la “sacrosanta rabbia popolare”. Ottocento rom devono scappare abbandonando nel giro di poche ore le loro misere abitazioni per evitare il linciaggio di massa da parte di gruppi di “pacifici cittadini” di Ponticelli aizzati da elementi della malavita locale e da improvvisati giustizieri che si fanno sempre vivi in circostanze come queste. Trionfa ancora una volta il “nobile e civilissimo” principio di ogni razzismo, per cui se uno zingaro è colpevole, allora tutti gli zingari sono colpevoli. Non è una novità nella storia delle persecuzioni di massa. Si saprà poi che due anni dopo, nel 2010, una serie di incendi in alcuni campi rom di Ponticelli erano stati commissionati da “onesti cittadini” di Ponticelli a personaggi della camorra per spingere alla fuga le famiglie rom ed evitare che i propri figli andassero a scuola con i bambini rom. In nome dell’integrazione, naturalmente. Gli arresti dei presunti responsabili sono stati effettuati proprio qualche settimana fa.

Il giorno dopo
Davide Varì è un giornalista (“pentito”, dice di se stesso) che nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei rom da Ponticelli è andato a intervistare alcuni dei testimoni dei fatti. La sua testimonianza, riportata nel suo blog, inizia così: Sono stato a Ponticelli, i rom non ci sono più e quanto segue è quello che ho visto … “Certo, io tengo paura degli zingari. Però, mo’ che li hanno cacciati, il mio amichetto di classe non ci sta più e a me mi dispiace assai”. Sta nelle parole di Marco – otto anni, della scuola elementare Enrico Toti – il senso di quel che è accaduto a Ponticelli nei giorni della caccia al rom. Nei giorni dei roghi, della furia popolare e delle strane infiltrazioni della camorra. D’o sistema. C’è ancora l’accanimento contro gli zingari “scocciatori, ladri e puzzolenti”; ma c’è anche la pietà, “perché in fondo – dice una giovane donna in attesa che il figlio esca da scuola – non facevano proprio nulla di male. Qui a Ponticelli, il vero problema sono gli spacciatori che arrivano fin sotto la scuola a vendere chilla merda”. E poi quella storia del rapimento della bambina a cui non crede nessuno. “Quella ragazza rom la conoscevano tutti. Mi sembra strano. E’ tutto molto strano”.

La fine dell’incubo
Oggi, scontata la pena, Angelica è libera e sta per compiere vent’anni. Dice che vuole dimostrare la sua innocenza (ci sarà il processo di appello), che vuole un lavoro (sa fare la parrucchiera), che vuole una famiglia, l’integrazione. Tanti auguri, Angelica.

Gli zingari che rubano i bambini, ovvero – come ebbe a dire Albert Einstein – “È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio”
Nello stesso periodo in cui avvenivano questi fatti, veniva pubblicata parte di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona, dal titolo “La zingara rapitrice”, a cura di Sabrina Tosi Cambrini (2008). Eccone una sintesi tratta dalla presentazione della ricerca: “Nella pubblicazione si esaminano minuziosamente le carte processuali di tutti gli episodi in cui una notizia di reato per sequestro di minore da parte di una rom è arrivata presso gli sportelli delle procure italiane, negli anni dal 1986 al 2007. In questi anni i ricercatori segnalano 40 accuse di rapimento da parte di rom. Di queste solo sette hanno portato all’attivazione di un procedimento penale. Tutte e quaranta si sono dimostrate infondate e non c’è mai stata alcuna condanna. Ennesima dimostrazione che tra le carte giudiziarie da una parte e quello che i giornalisti scrivono e quello che il senso comune reputa dall’altra, c’è spesso una distanza che si può colmare solo con pregiudizi razzisti e leggende metropolitane. La sceneggiatura tipica dei racconti delle madri che hanno denunciato una rom per aver tentato di portar via il loro bambino è estremamente convenzionale, e ribadisce il carattere stereotipo e favolistico di questi episodi: l’accusatrice è l’unica testimone ed è la madre del bambino che si vorrebbe rapito; è una giovane donna, di solito madre del primo figlio di pochi mesi; è una madre coraggio che riesce a sventare il sequestro del proprio figlio”.
La condanna di Angelica rompe questo schema. Per la prima volta, il 12 gennaio del 2009, data del processo contro Angelica, un giudice ha emesso una condanna di colpevolezza ai danni di una donna rom per l’accusa di sequestro di persona, creando così un precedente giudiziario. C’è solo da sperare nel processo di appello.

fonte :  http://www.mentecritica.net/angelica-varga-colpevole-perche-rom/informazione/bruno-carchedi/29164/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, OMOFOBIA, opinioni, sessismo, sociale, società, violenza

Confessioni di un “oppressore”


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Scrivo questo articolo dopo più di un anno che con Femminile Plurale avevo deciso di affrontare la questione femminile, per l’appunto, da un punto di vista maschile. Lo preciso perché questo tempo è dovuto necessariamente passare per permettermi di mettere a fuoco la questione senza cadere nella banalità della tolleranza o delle quote rosa. Sono un maschio bianco eterosessuale attorno ai trent’anni, lavoro, ho una compagna, sono economicamente indipendente. Ho tutte quelle caratteristiche che dovrebbero fare di me un perfetto predatore, un capobranco, un uomo che sostanzialmente non vive sulla sua pelle alcuna discriminazione e anzi, in linea teorica, è colui che mette in atto e gode dei più ampi privilegi sociali nel nostro paese. Eppure, nonostante tutto questo, provo un profondo disagio ad interpretare il ruolo che mi è stato assegnato e per cui sono stato educato, ad accettare che dire la mia sulla questione di genere voglia dire ricordarsi di mettere quote rosa un po’ dappertutto (salvo poi decidere sempre e solo tra uomini), riempire le mie mail di asterischi o ricordarmi di usare anche il femminile quando mi riferisco per iscritto a un gruppo di persone. Ecco, penso che la questione sia leggermente più complessa (anche dal punto di vista linguistico) e vada affrontata cercando di capire anche l’altra metà del cielo.

Per questo l’unico strumento teorico che mi sembra reggere per analizzare questa situazione è il concetto di violenza simbolica di Pierre Bourdieu, per il quale la violenza simbolica è quella violenza dolce “esercitata non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.”

 

Declinando il concetto sulla dominazione maschio-femmina il sociologo francese dice:

“Penso che la violenza simbolica si eserciti con la complicità di strutture cognitive che non sono consce, che sono delle strutture profondamente incorporate, le quali – per esempio, nel caso della dominazione maschile – si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne, per esempio. Ci sono molti studi di questo tipo: sulle maniere di parlare, sulle maniere di gesticolare, sulle maniere di guardare [a seconda dei sessi, e dei ceti sociali]. Nella maggior parte delle società, si insegna alle donne ad abbassare gli occhi quando sono guardate, per esempio. Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’ alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’ onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’ onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”; la parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei principi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche: le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ ordine maschile, ecc. Dunque, è sempre grazie a questa sorta di complicità [che l’ ordine si impone]…”.

Per tagliare corto sull’aspetto più teorico della questione, che comunque va indagato, come si viene educati a questo essere “dritti”? Come si cresce da maschi eterosessuali? Quale educazione sentimentale viene data?

Quello che sino ad ora sono riuscito a focalizzare è:

1. Apprendimento a polarizzare il giudizio sul mondo femminile e sulla sessualità in genere sull’asse puro/impuro. Da qui le mamme/spose/amanti ideali si contrappongono alle puttane in genere, che poi si declinano in vario modo. È importante notare come la relazione col sesso femminile in ambedue i casi sia comunque negata dato che il giudizio su di esso è sempre aprioristico.

2. Apprendimento del comportamento sessuale tramite la pornografia. Praticamente la quasi totalità dei maschi apprende i comportamenti sessuali tramite un’esposizione massicia a materiale pornografico che, in una società che nega l’educazione sessuale come materia scolastica, sono il primo e molto spesso unico modello anche banalmente pratico. Il mondo della pornografia, essendo in gran misura un mercato, tende a spettacolarizzare e ad estremizzare i comportamenti così da renderli più appetibili ai suoi pubblici.

3. Competizione intragenere. La sessualità, l’amore e il rapporto con il sesso femminile è quasi sempre vissuto in un contesto competitivo. L’importante sembra sempre essere “il più…” in qualcosa: il più bello, il più simpatico, il più intelligente o semplicemente quello col pene e le prestazioni più lunghe. Lo stigma di genere si semplifica proprio qui: avere un pene corto e/o un’eiaculazione precoce rappresentano il terrore di tutti i maschi.

4. Omofobia. Le forme di amore omossessuale sono fortemente stigmatizzate sin dalla più tenera età. Tra amici ci si offende per scherzo chiamandosi “frocio”, “finocchio”, “culattone” così tanto che nell’età adulta questi modi di dire sono difficilmente controllabili. Peggio ancora per quanto riguarda il riconoscimento dell’amore tra donne, il quale può inquadrarsi quasi sempre solo ed esclusivamente in un ménage à trois in cui l’uomo è, come sempre, padrone. Per le lesbiche nel senso comune maschile è prevista semplicemente la non esistenza.

5. Possesso della donna. In questo quadro il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei mia”, “l’ho posseduta” sono solo alcune forme linguistiche che chiariscono molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto sia educato l’uomo. La donna “si ha” e se è negata è legittimo toglierle la vita, romperla come un oggetto. Questo approccio deviato al rapporto con l’altro è socialmente accettato tant’è che l’omicidio passionale è solitamente visto come un eccesso di amore che sfocia nella pazzia.
Brendan Monroe, Headache

I tratti sopra descritti rappresentano certamente solo un’analisi parziale del problema ma sono i modelli culturali che a mio parere maggiormente influenzano la vita di un uomo. È importante capire chequesti comportamenti non sono “naturali” e “inevitabili”(giustificazioni tipiche di chi esercita una forma di violenza simbolica in un campo) ma congiunturali e socialmente determinati. L’uomo non vive serenamente questa educazione sentimentale sessocentrica e anzi la via dell’amore e dell’accettazione della propria sessualità è costellata di immani sofferenze e di tremende paure. È, per tornare a Bourdieu, il dominante che subisce la sua stessa dominazione, la sua stessa violenza, il suo stesso potere.

È arrivato il momento di affrontare con serenità e pazienza questo sistema di valori negativi che generano solamente l’infelicità delle persone, partendo dal fatto che la questione femminile si risolve solo se si risolve anche quella maschile, perché le soluzioni, i superamenti e le rivoluzioni o si fanno insieme o non si fanno. Solo così potremo sperare di lasciare ai nostri figli una società migliore e più felice e non solamente una finta rivoluzione sessuale.

(Per l’intervista completa a Bourdieu: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=388#4)

FONTE : http://femminileplurale.wordpress.com/2012/08/01/confessioni-di-un-oppressore/

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riacquistare lo sguardo


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Questo blog ha seguito pazientemente e con ansia la vicenda di Rossella Urru. Prima del suo rapimento quasi nessun* sapeva neppure chi fosse e cosa facesse la giovane cooperante sarda giacché è proprio il lavoro stesso delle donne e degli uomini impegnate/i nella cooperazione internazionale a non prevedere la spattacolarizzazione. Non se ne sente l’esigenza, si desidera piuttosto proseguire il dettato di pieno  impegno in zone assai bisognose di sostegno e intervento. Il silenzio che ammanta la scelta di molte e molti cooperanti è la misura della totale adesione a ciò che fanno; perché seguire il proprio desiderio e andare in quei luoghi dilaniati dalla violenza e dall’ingiustizia non prevede clamore. Prevede invece determinazione insieme ad una specifica qualità del tempo che non si può sperperare per nient’altro. Sono trascorsi nove mesi dal rapimento di Rossella, Enric e Ainhoa. Nove mesi in cui si sono susseguite molte notizie, a volte false, sulla loro imminente liberazione. Il 18 di luglio la separazione dal desiderio di vita di Rossella Urru, Enric Gonyalons e Ainhoa Fernandez è finalmente finita, potranno così tornare a fare ciò che vogliono. Ora, a dire la verità, non mi importa stabilire se e come questa liberazione sia avvenuta, in che modo lo Stato italiano abbia provveduto o meno. Non mi interessa e non lo trovo prioritario. La gioia non andrebbe mai spartita con le analisi (spesso quasi ossessive) di ciò che è accaduto dietro le quinte, se cioè vi sia un giallo a cui dovremmo prepararci. La gioia, lo ripeto, non andrebbe mai spartita; si tiene stretta e se ne fa tesoro, le si permetta di covare insomma – una volta tanto. Così, al di là delle felicitazioni fuori misura come fosse la protagonista di una serie tv, e al di là delle moraleggianti segnalazioni secondo cui questa giovane donna dovrebbe rappresentare l’Italia migliore o cosette similari che mi è capitato di leggere, dico solamente che gioisco molto per la resistenza dimostrata da lei e dai suoi compagni spagnoli. Dico che non me ne importerà nulla anche in futuro di stabilire cosa e come non abbia o abbia funzionato. Rispondo anche a “quelli che sono felici del suo ritorno così si comincia a parlare di altro”: questo snobismo non mi appartiene soprattutto quando ci sono di mezzo donne e uomini in carne e ossa. Se si avverte stridore nella partecipazione accorata per la prigionia dei tre cooperanti si fa prima a decidere di non intervenire affatto, oppure si deve sempre dire qualcosa di “anticonformista” perché un tantino antipatici e distruttivi nei confronti della gioia condivisa pensate di essere più intellettuali? E ribatto a “quelli che collocano nella parte migliore del paese la fermezza di una donna che segue il proprio desiderio”, dicendo loro che non c’è bisogno di affrettarsi sempre a promuovere elenchi e classifiche di eccellenza; ci sono numerose persone che, nelle proprie singole esistenze, sono già ben straordinarie anche senza che nessuno mai ne sappia alcunché, e che non passano per filtri morali di buoni e cattivi esempi. Le intenzioni di Rossella non sono diverse da quelle che hanno mosso Vittorio Arrigoni, né da quelle delle migliaia di donne e uomini che in questo momento lavorano lontane da casa o che sono stat* uccis*, di cui non si conoscono i nomi e mai si conosceranno. Sentirsi vicini a Rossella Urru e ai due cooperanti spagnoli ha significato per questo blog vegliare con il pensiero sulla possibilità di un loro ritorno ai desideri di libertà e giustizia. Per questa ragione oggi, a distanza di due giorni dal rilascio, Gliocchidiblimundariacquista la propria testata fino ad oggi dedicata a lei. Non c’è più ragione di prestarle simbolicamente gli occhi, perché lo sguardo che ho visto l’altra sera mi è sembrato il più arioso, seppur dolente, che si potesse sperare di incontrare. Con l’augurio per Rossella, dopo essere tornata a riabbracciare in terra sarda la propria comunità, di fare ritorno alla sua famiglia più grande: quella della cooperazione internazionale.

[alessandra pigliaru]

FONTE : https://gliocchidiblimunda.wordpress.com/2012/07/20/riacquistare-lo-sguardo/

Pubblicato in: cultura, donna, sessismo

Per una teoria del porno scadente (di Sara Tommasi)


di Luca Marchese

Il porno di Sara Tommasi, finalmente, è uscito. Noi amanti del porno attendevamo questo momento con impazienza. Stuzzicati per anni da Max e GQ, calendari arrapanti, pubblicità e quant’altro, abbiamo resistito a comprare il dvd di Sara solo perché acquistarlo sarebbe stato immorale. Ce l’hai gratis nel giro di un giorno, giusto il tempo che qualcuno lo metta online, comprarlo è contro i principi razionali. Ecco, da rappresentante della categoria dei pornomani, farò una confessione: questo è un brutto porno, è mal recitato. Uno potrebbe pensare che la recitazione non sia proprio la caratteristica fondamentale del genere, eppure conta. Quello di Sara Tommasi è recitato talmente male, c’è talmente poco realismo, talmente poca convinzione, da stracciare tragicamente il tacito accordo che il pornomane stringe con il film prescelto: le persone coinvolte sono messe tra parentesi, la loro umanità non viene giudicata, così come non viene giudicata l’umanità di chi si sta masturbando. Avviene in tutti i film, per carità, non si giudica (quantomeno consciamente) la persona per la parte che interpreta, sarebbe una follia. È questo che ci permette di guardare un film senza pensare a quanto è assurdo che alcune persone facciano finta di essere altre persone mentre vengono riprese. Tutto ciò è valido soltanto se non viene a mancare una regola fondamentale, e cioè la competenza degli attori. Se questa dovesse venire a mancare, allora assistiamo al ridicolo.

Un attore che non sa recitare è ridicolo perché è come vederlo nudo in mezzo ad una piazza, e l’incapacità osservata lascia emergere la realtà della persona. Torna insomma ad essere un individuo che fa finta di essere qualcun altro di fronte ad una telecamera, e la parte intimamente individuale, esce vergognosa allo scoperto. E così, nel film di Sara, il meccanismo ben oliato si inceppa, l’accordo salta. Sara non è un’attrice porno, niente parentesi, non si può sospendere il proprio giudizio, quella nel video è la stessa che prova solitudine nel tornare a casa da sola e trovare il frigo vuoto, la stessa che si fa bella prima di uscire per vanità personale. Insomma, non è più finzione, vengono messi in discussione la personalità e le storie di vita dei personaggi, la loro dignità, e i topos tipici del porno qui non vengono in aiuto. E’ il classico caso che mentre guardi il porno, ti viene in mente tua madre, e ti passa la voglia, perché non sei riuscito a passare dalle situazioni tipiche della vita quotidiana ad una stato di eccezionalità, in cui nemmeno i tuoi parenti esistono. Tolto il velo, non rimane che la tragedia di una donna forse triste, forse disperata, sicuramente dimenticata dal mondo dello spettacolo che, ad un certo punto, l’ha scartata. Se la sarebbe ripresa, quel mondo, se questo film fosse stato girato diversamente, se tutta la messinscena che ha preceduto il porno non fosse stata così meschina. Non tutto il porno compromette, ma questo sì. E ci sarebbero state interviste, programmi televisivi. Invece probabilmente non ci sarà niente, lo squallore vero non fa spettacolo. E forse non ci sarà nemmeno un suo secondo film porno, perché a noi pornomani è nocivo il ricordo di nostra madre, mentre ci masturbiamo.

Luca Marchese, noto pornomane.

fonte : http://questoblog.com/2012/07/09/per-una-teoria-del-porno-scadente-di-sara-tommasi/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, opinioni, politica, religione, sessismo, sociale, società, video

IL BUON MEDICO NON OBIETTA


Obiezione di coscienza no!

È arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti. La Consulta di Bioetica Onlus ha scelto e ha lanciato in tutta Italia la Campagna contro l’obiezione di coscienza “IL BUON MEDICO NON OBIETTA. RISPETTA LA SCELTA DELLA DONNE DI INTERROMPERE LA GRAVIDANZA”.

Nel dibattito sull’obiezione di coscienza non viene quasi mai messo in discussione il principio che gli operatori sanitari possano rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza. La premessa è che una società liberale dovrebbe consentire ai propri cittadini di vivere in maniera conforme ai propri valori e di veder rispettata la propria autonomia. La conclusione è che un medico che non riconosce l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza dovrebbe avere sempre il diritto di non praticarla. Tuttavia, il fatto di difendere il valore dell’autonomia e della libertà personale non comporta necessariamente l’accettazione del diritto all’obiezione di coscienza. Obiettivo di una società liberal-democratica è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà. Per questa ragione il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza per l’interruzione di gravidanza rappresenta una violazione gravissima e ormai ingiustificata del diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne. Chi nega il diritto all’obiezione di coscienza in sanità non intende negare il valore dell’autonomia personale ma è impegnato nella difesa dei diritti civili fondamentali. Il diritto all’obiezione di coscienza poteva avere un senso quando la legge 194 è stata approvata perché andava a incidere sulla vita di quelle persone che avevano scelto di fare il medico quando l’interruzione di gravidanza non era permessa. Oggi non c’è più bisogno di riconoscere un diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione non coinvolta in questa pratica. La Campagna promossa dalla Consulta di Bioetica Onlus intende richiamare l’attenzione sulla illegittimità morale e giuridica del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza.

QUELLO CHE LA CONSULTA DI BIOETICA CHIEDE è L’ABROGAZIONE DELL’ARTICOLO 9 DELLA LEGGE 194. 

Nel ringraziare coloro che con il loro impegno hanno determinato il successo dell’iniziativa, la Consulta di Bioetica Onlus invita le Associazioni che hanno sostenuto la Campagna ad aprire una nuova fase di lotta per il rispetto dei diritti civili e a promuovere insieme un coordinamento nazionale per definire le strategie da seguire affinché venga data piena attuazione alla legge sull’interruzione di gravidanza.

fonti : http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/about/

http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/2012/06/06/chiedo-solo-lapplicazione-della-legge-video/

http://www.uaar.it/news/2012/05/31/buon-medico-non-obietta/

http://www.consultadibioetica.org/

 

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, ICI PER LA CHIESA, politica, sociale

Lo chiameremo Mario


Il Corriere di sabato scorso racconta la storia di un bimbo abbandonato nella ruota della Clinica Mangiagalli a Milano, inaugurata nel 2007, quando iniziavano a ripetersi i casi di cuccioli di uomo lasciati nella spazzatura come gattini o cuccioli di cane. Il primo caso da quel tempo, dicono e cronache che enfaticamente risaltano la cura e l’amore che il piccolo deve aver ricevuto dalla madre, che lo ha lasciato con tanto di biberon di latte materno, e qualche vestitino.

Un’enfasi nauseabonda, in uno scritto che racconta ma che non dice, come si usa fare in questo miserabile paese. C’è tutto, persino il costo della “Ruota tecnologica” (20.000 euro), il depliant che la pubblicizza, e i conti statistici dei bambini abbandonati negli ultimi anni alla Mangiagalli, in un crescendo che appena sfiora la narrazione della disperazione.

C’è una sorta di messaggio pubblicitario, rivolto alle madri innamorate del proprio figlio, e che proprio in virtù di quell’amore, cercano di donargli una speranza, una qualunque. Una sorta di altro messaggio rivolto a tutte: non abortite! Se vi capita di restare incinte, c’è sempre una ruota che potrà salvare il vostro bambino. E’ si cita anche il medioevo, con questa frase che a me provoca raccapriccio: “Così Milano ritorna ai tempi della Ruota degli esposti, di medievale memoria, ma oggi in riedizione supertecnologica.”

Non c’è la realtà, come sempre in questa stampa ormai schiava di sé stessa, che per vendersi deve stare attenta a non urtare le suscettibilità di chi è convinto, tutto sommato, di stare un pochino meglio del suo vicino di casa, di suo fratello o di quel signore che dorme tra i cartoni davanti al portone di casa sua.

Non c’è tutto il disprezzo che si dovrebbe sentire verso uno stato che plaude alla madre “responsabile” che è stata costretta a tradire il suo amore, a infliggersi un dolore che non sopirà mai, senza interrogarsi sulle carenze di uno stato sociale che di fatto non esiste più. Uno stato che avrebbe dovuto accogliere la madre con il figlio, e garantirle di poter essere madre. Di accompagnare il proprio figlio nel cammino della vita, di insegnarle ad essere un uomo.

Quel che nell’articolo non c’è è il carente stato di abbandono dello Stato, verso sé stesso. Verso tutti noi, illusi di essere vivi solo perché ancora riusciamo ad arrangiarci, tappando falle e creandone altre, sempre con l’intento di non affondare.

C’è poi quell’inchino alla Chiesa, che nessuno rifiuta mai. Quella silenziosa schiavitù che prova a renderci succubi, con quella chiosa finale: “Lo chiameremo Mario” e non in onore di Monti o Balotelli – per fortuna – e neppure di Draghi. In memoria di Santa Maria Goretti, che bambina ci morì.

DI RITA PANI

FONTE : http://www.mentecritica.net/lo-chiameremo-mario/cuore-di-tenebra/border-zone/rita-pani/27002/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, opinioni, politica, sessismo, società

Le false accuse di antifemministi/fascisti che fingono di occuparsi di padri separati


Il concetto di “false accuse” è divulgato per consegnare al mondo la responsabilità di chi in alcune circostanze produce una accusa falsa per trarne un vantaggio. In generale chi si occupa maldestramente di questione maschile addebita questo fenomeno esclusivamente alle donne in percentuali che variamente loro ritengono siano prossime al 100%. In realtà secondo le procure e le sentenze si può parlare di un 6% di accuse formulate da donne che inventano di aver subito uno stupro o dei maltrattamenti nei loro confronti o dei figli.

Di gravità a proposito di false accuse si occupa il reato di “calunnia” cui segue una “diffamazione” e a seconda della gravità del danno si stabilisce una pena e un giusto risarcimento. E a prescindere dalla questione giuridica di cui non ci occupiamo è fuor di dubbio che produrre una accusa che coinvolge una persona mandandola in galera, per noi a cui la galera piace meno di niente, è una azione assolutamente irresponsabile. In special modo quando coinvolge terzi, i figli.

Detto ciò va spiegato che l’area reazionaria e fascista, cattolico/integralista, che strumentalizza la questione dei padri separati negli Stati Uniti, a partire da quel Richard Gardner che negli anni ’80 ha inventato una falsa sindrome, la Pas, per difendere con le sue consulenze che costavano 500 dollari l’ora gli uomini accusati di violenza, ha assunto quel dato e l’ha generalizzato stabilendo che quasi tutte le donne avrebbero facilità nel produrre false accuse soprattutto in sede di separazione. Da lì il pregiudizio per cui qualunque donna dica di aver subito violenza o affermi che il proprio figlio ha subito abusi deve risultare inattendibile in quanto donna, per pregiudizio di genere.

Il dato del 6% delle false accuse, dati alla mano, è stato dimostrato e divulgato dai procuratori statunitensi e non da noi, tanto per capirci. Ma a prescindere dalla percentuale nessun@ qui intende  – e figuriamoci – rimuoverne e negarne la gravità.

Le “false accuse” (da cui il termine “falsabusologi”) sono state usate a pretesto anche in Italia dove il dato, anche qui ingigantito, ma non per questo, ripeto, non se ne riconosce la gravità, è stato fornito con una enorme quantità di pregiudizi addebitati ad un solo genere.

Nelle relazioni, nei matrimoni, nelle separazioni, quelle che direbbero il falso sarebbero sempre ed unicamente le donne. Gli uomini direbbero sempre la verità quando negano di aver commesso uno stupro, di aver commesso maltrattamenti, persecuzione, di aver intenzione di uccidere la loro ex, di aver commesso abusi nei confronti dei bambini. Gli uomini direbbero la verità a prescindere. In una costante opera di vittimizzazione negano chele donne e i bambini possano mai subire violenza da parte dei padri/mariti, quando mostri le cifre dei femminicidi negano che siano reali o li addebitano a presunti atteggiamenti errati da parte delle donne, come se esistessero pressupposti per cui in Italia possa esserci una autorizzazione implicita alla giustizia fai da te con pena di morte annessa a discrezione di qualunque uomo, si appropriano di uno status di innocenza a priori, addebitando alle donne una colpevolezza a priori (presunzione di colpevolezza innata per appartenenza al genere femminile), e stabiliscono che sia necessaria una legge in cui non si escluda l’affido condiviso quando un uomo viene riconosciuto colpevole di violenza domestica perché si ritiene lecito dire che ogni uomo è innocente in quanto uomo e ogni donna sia colpevole in quanto donna.

Questo è lo spirito che anima la propaganda portata avanti da soggetti autoritari e fascisti che prendono a pretesto e strumentalizzano la questione dei padri separati per introdurre un pregiudizio di genere in un ddl, il 957, attualmente in discussione al senato, che prevede esattamente questo, ovvero che le donne o i bambini non siano creduti mai e che ai genitori (leggasi padri) sia concesso l’affido condiviso sempre anche in casi di violenza.

La cosa curiosa che qui bisogna precisare è che tutta la campagna dell’area fascista/integralista/antiabortista/autoritaria è condita a suon di calunniefalse accuse nei confronti di persone che dicono cose di buon senso come quelle che diciamo noi.

Anche adesso, mentre sto scrivendo, ci sono delle persone, fascisti senza dubbio, cattolici/antiabortisti, gente di destra, che strumentalizza la questione dei padri separati per istigare odio contro le donne, le lesbiche e le femministe. Ci sono uomini che per l’appunto – in forum e pagine facebook – disseminano il web di insulti e calunnie.

E il motivo per cui lo fanno, addebitando a noi tutte o a qualcuna di noi in particolare (nei confronti della quale sono state divulgate le calunnie e le false accuse più gravi in assoluto) false accuse sulle questioni più disparate, è che a loro interessa che i padri separati sposino la loro ideologia.

Non gli importa che siano risolti i loro problemi. Non gli importa nulla della loro povertà, delle difficoltà, del loro dolore. L’unica cosa che a loro interessa è mantenere vivo il rancore e l’odio dirigendolo grazie a false accuse. In questo, siamo certe, siamo state oggetto di altissime percentuali di menzogne.

Alcune le abbiamo svelate QUI. Ma possiamo continuare. E non ci interessa difenderci da accuse gravissime che ci hanno colpito sul piano personale, privato e familiare. Lo faremo in altre sedi se lo reputeremo opportuno. Non interessa a FikaSicula, che è stata disponibile a parlare con molti uomini che si occupano di queste questioni e giusto quando si è capito che in fondo su alcune cose si potevano perfino trovare soluzioni comuni si sono precipitati in tanti, i fascisti, per l’appunto, a istigare odio e incrinare quella fragilissima discussione condendola di insulti e calunnie.

Quello che interessa me e lei, per esempio, è che questo dimostra un fatto preciso: ci sono persone che alimentano la divisione perché a loro fa comodo. Ci sono persone che su quella divisione realizzano una carriera, uno status, un ruolo sociale, reale o virtuale, trovano comodo trarne pretesto per alimentare il proprio odio di genere e per istigarne altro. Usano il dolore dei padri separati, anche quando spesso padri non sono e figuriamoci se separati, per colpire le loro nemiche di sempre, le donne che lottano per la propria autodeterminazione e per l’uguaglianza, quelle che lottano affinché nel mondo vi siano uguali diritti. Quelle cui interessa trovare soluzioni ai disagi piuttosto che tenere vivo l’odio di genere.

In fondo non è difficile da capire. A queste persone non interessa dei problemi di chi soffre perché altrimenti dovrebbero essere felici di vederci disponibili a comprendere e a cercare soluzioni discutendo in modo civile. Invece a loro dei padri separati non interessa affatto. Gli interessa imporre dogmaticamente le loro soluzioni (di destra, tant’è che dicono che se non la vuoi risolvere come dicono loro allora sei “contro”) e gli interessa esclusivamente abbattere quella parte politica italiana che sta più a sinistra e che si occupa di contraccezione, aborto, diritto di donne, gay, lesbiche, trans, migranti, sex worker, precari.

Come abbiamo già detto – e continueremo a chiarire questi punti perché è essenziale capirsi in questo – non abbiamo mai avuto nulla contro i padri separati o contro chi lotta per ottenere un giusto riconoscimento qualora sia stato vittima di una falsa accusa. Lo siamo anche noi, costantemente, vittime di false accuse, lo sono tante donne falsamente accusate in vari modi (di aver provocato, di essere carnefici quando sono vittime) e dunque come potremmo, pur nella differenza di opinioni, non essere empatiche rispetto a questo problema.

Negli anni scorsi, quando per la prima volta ci siamo ritrovate a leggere di questi problemi, abbiamo fatto l’errore di ritenere che i padri separati fossero emanazione della propaganda, la linea di comunicazione fascista che veniva diffusa soprattutto nel web da pochissimi individui animati da odio di genere. Ci siamo dette che se i padri separati comunicavano al mondo attraverso un lessico così misogino e sessista evidentemente erano tutti d’accordo. Ma poi abbiamo approfondito e da sempre diciamo che c’è un problema di comunicazione che vi riguarda perché a chi finge di occuparsi dei vostri problemi interessa criminalizzare le donne tutte e le femministe prima che divulgare i vostri problemi affinché tutta la società civile, noi comprese, se ne assuma la responsabilità. La maniera in cui a noi il problema è arrivato è attraverso insulti incomprensibili su questioni delle quali noi non eravamo e non siamo responsabili. Nessuno ha avuto interesse, a parte alcune rare persone e solo in quest’ultimo anno, a raccontarci in modo diverso questo problema. E non dovrebbe essere invece interesse di chi dice di voler risolvere un problema così grave comunicare in modo chiaro e in modo da non produrre scontri, resistenze e divisioni sociali? Non dovrebbe essere loro interesse far comprendere il vostro problema prima che divulgare il loro odio contro di noi? Cari padri separati: vi è chiaro che per costoro che vi strumentalizzano siete solo un mezzo attraverso il quale veicolare odio nei confronti delle donne, delle lesbiche e delle femministe?

Da sempre negli ultimi anni chi aveva interesse a imporre un’unico modo di affrontare la questione (con soluzioni catto/fasciste) e a inquinare il dibattito con intimidazioni e calunnie ai nostri danni e ai danni di altre femministe ha prodotto menzogne su menzogne dicendo di noi che non saremmo state abbastanza empatiche nei confronti di padri, di persone arrestate ingiustamente, di bambini che soffrono la mancanza di genitori. Ci hanno descritte come arpie forcaiole pronte a mandare in galera un padre per il solo fatto di allontanarlo da un figlio e tutto ciò faceva e fa parte della loro strategia comunicativa, sbagliata, la strategia di chi, appunto, non si occupa di problemi dei padri separati ma sulla pelle dei padri separati, in vostro nome, compie una opera generalizzata di criminalizzazione nei confronti di tutte le donne negando che perfino le vostre madri, sorelle, amiche, colleghe abbiano mai subito una violenza.

Hanno detto di noi di tutto e dunque ribadiamo, così come abbiamo già scritto nel precedente post, che:

Dicono: le femministe sono contro i padri…

Falso. Non è vero. Se ci sono delle alleate possibili per le battaglie che fanno i padri quelle siamo noi che abbiamo sempre spinto affinché la società fosse orientata ad una redistribuzione di ruoli. Dove i padri vogliono occuparsi dei figli noi siamo con loro.

Dicono: le femministe vogliono farsi mantenere dagli ex mariti.

Falso: le femministe fanno lotte su lotte per rivendicare un lavoro e sono i conservatori, i fascisti, che nei loro spazi, forum, blog, pagine facebook, insultano la nostra intelligenza dicendo che le donne dovrebbero sentirsi realizzate nel ruolo di mogli/madri e che le femministe che vogliono lavorare sono cattivissime donne in carriera che distruggono la famiglia. Hanno da decidersi. Ci vogliono indipendenti o no? Allora devono smettere di opporsi alle nostre battaglie per un welfare fondato su valori differenti, dove le donne non devono fare da ammortizzatore sociale per compensare ogni ruolo di cura e tutti i servizi che lo Stato non dà. Perché a parte dettare il come dovrebbe essere l’uomo/padre codesti conservatori dettano regole anche su come dovrebbe essere una donna. Piacevolmente e consensualmente sottomessa. Lo vedi dalla bibliografia che propongono in cui il libro di Costanza Miriano e altre pubblicazioni affini sono in cima alla loro hit parade.

Dicono: le femministe amano il ruolo delle vittime e pensano sia utile trarre un potere dalla maternità.

Falso: noi lottiamo affinché le donne si affranchino dal ruolo di “mamme” che pare l’unico destino possibile per noi e sul quale l’Italia catto/fascista divulga una retorica senza fine. Ma se vagate per i loro forum e le loro pagine facebook notate come questa nostra azione politica sia assolutamente denigrata, in modo perfino violento. Eppure dovrebbe essere utile per loro fare in modo che le donne si liberino dallo stereotipo mammesco, smettano di pensarlo un risarcimento a compensazione di ogni altro gap sociale, di modo che anche i padri, come giustamente chiedono, abbiano accesso alla vita dei figli. Chi vuole dunque che le madri restino attaccate al proprio ruolo rendendo difficile la redistribuzione di ruoli sociali? E poi: Noi lottiamo affinché le donne si emancipino e si smarchino dal ruolo di vittima/martire che piace tanto all’Italietta fascista che ti riconosce in quanto soggetto solo se può importi “tutela”. Noi vogliamo strumenti per rimetterci in piedi e non esigiamo alcuna tutela. Vogliamo pubblico riconoscimento se ci stuprano, ci picchiano e ci ammazzano, perché tutto ciò non deve avvenire e perché la violenza sulle donne è in primo luogo una costruzione culturale ma di fare le vittime proprio non ci importa niente. Ed è proprio questo che per i fascisti è intollerabile. Sottrarsi alla loro morsa, quella di chi afferma di voler proteggere  ”le nostre donne” affermando un principio di proprietà sulla nostra pelle e negando ogni principio di autodeterminazione per tutte noi. Chi è dunque che vuole che noi si interpreti il ruolo della vittima affinché l’uomo fascista si scosti dalla mediocrità e dalla sua crisi identitaria per affermare il proprio ruolo di eroe/salvatore sulla nostra pelle? Chi è che esige che le donne siano utili a fornire quintali di autostima a uomini altrimenti privi di fonti di realizzazione? Chi è che esige che noi ricopriamo il ruolo di psicofarmaci sociali?

Dicono: le femministe vogliono soluzioni autoritarie contro gli uomini (violenti)

Falso: Vogliamo che i padri violenti (come le madri violente) non accedano all’affido e dunque non accedano al nucleo familiare, ex moglie, figli, che hanno subìto e che possono subire la violenza. Perché conosciamo le conclusioni di questo genere di situazioni. Imporre l’obbligo di mediazione familiare e di affido condiviso anche in situazioni di violenza o negare che quella violenza esista facendo ricorso ad una sindrome fasulla come la Pas è privo di buon senso da parte di chi dice di tenere alla salute psicofisica dei bambini. Non abbiamo mai chiesto la Sharìa e giusto noi non vogliamo che il “femminicidio”, che sul piano culturale va riconosciuto, diventi una aggravante in termini giuridici e in generale ci occupiamo di cultura, di prevenzione, di comunicazione e di individuazione delle risorse utili alle donne vittime di violenza. Invece sappiamo che certi fascisti che fingono di occuparsi di padri separati immaginano per le madri il Tso, la psichiatria coatta, la terapia della minaccia (Pas), la deprogrammazione e riprogrammazione del bambino che non vuole vedere il padre, si oppongono al carcere per gli uomini che praticano stalking, violenza, stupri, maltrattamenti, ma vorrebbero il carcere e addirittura la pena di morte per le madri che vivono in modo conflittuale la separazione. Non ultimo c’è chi paventa l’esecuzione delle femministe. Chi è che vuole soluzioni autoritarie dunque?

Dicono: le femministe sono contro la Pas e quindi contro i bambini.

Falso ideologico che sta nello stesso calderone delle imposizioni del gruppo di destra che condiziona fortemente la discussione su affido condiviso e affini. La Pas è una soluzione psichiatrica autoritaria propria di chi è di destra ed è orientata a riconoscere una malattia fasulla basata su un pregiudizio di genere, quello che ritiene che le donne che denunciano di aver subito una violenza dicano il falso anche quando denunciano per proteggere il proprio figlio da abusi.

Riformuliamo: le femministe vogliono che le persone che subiscono violenza siano tutelate e questo principio di assoluto buonsenso viene volutamente travisato e mistificato da chi usa il problema dei padri separati per imporre la propria ideologia.

Dicono che le femministe se ne fregano della povertà dei padri.

Falso: le femministe hanno dei problemi in rapporto alla propaganda che si realizza sulla pelle dei padri separati quando tramite quella propaganda si legittima/alimenta un business assistenziale che non risolve i problemi di povertà alla radice, che alimenta divisioni sociali, tipiche di una certa destra, e che discrimina un intero genere. Opporre critiche a chi vuole gestire risorse pubbliche e vuole dirigere le soluzioni (a destra) sfruttando un fenomeno così complesso non significa affatto criticare i padri separati o negare il loro disagio. E’ ovvio che da una separazione gli ex coniugi escano fuori impoveriti, entrambi, e che ciascuno ricorrerà alle risorse di cui dispone, i genitori, i familiari, il buon senso, la solidarietà reciproca quando c’è. Rilevare la povertà di padri e madri, così come racconta l’ultima indagine Istat in rapporto alla povertà di entrambi, è un dato essenziale per comprendere che in questa epoca di grande precarietà donne e uomini piuttosto che farsi la guerra in un reciproco egoismo dovrebbero lottare, insieme, per assumere una lotta contro i veri responsabili di tutto questo: chi gestisce l’economia, ci governa, ci toglie reddito e lavoro e ci impoverisce giorno per giorno. Bisogna pretendere lavoro e un reddito adeguato per tutti e pretendere che le donne abbiano un lavoro se non ce l’hanno piuttosto che supportare la politica governativa che le vuole economicamente dipendenti per realizzare un welfare che le sfrutta gratuitamente per i compiti di cura. Bisogna lottare affinché lo Stato smetta di delegare agli uomini di risarcire sul piano economico le donne che vengono impiegate nel “ruolo” di cura. Come sopra: le donne non vogliono essere mantenute e supportare le lotte per l’indipendenza economica delle donne sgrava gli uomini da un fardello economico pesante. Gli interventi assistenzialisti, forniti a partire da un pregiudizio di genere, sono una soluzione finta che serve solo a chi specula su questi problemi.

Questo è quanto abbiamo da dire e dovrebbero esserne lieti coloro i quali vogliono sensibilizzare il mondo rispetto ai problemi dei padri separati. Non fosse che non è quella la questione che a loro interessa. Anzi.

Esistono, come dicevamo nell’altro post, e l’abbiamo visto, tra chi si occupa di questione maschile, quelli che non mettono in discussione la legge 194, quelli che supportano le battaglie per l’autodeterminazione, che non calpestano la questione di classe per fare emergere un conflitto di genere, che producono ragionamenti complessi in rapporto alle questioni che ci/li riguardano e quelle persone alla fine soccombono allo strapotere e alla prepotenza dei conservatori che in quell’area di movimento fanno la voce grossa. Esistono certamente padri separati che pur di vedersi risolta la propria disperazione si affidano a gente che sul loro dolore ci si sta ritagliando una carriera mentre sdogana autoritarismi. Esistono tante categorie di persone e in questo mare di confusione, noi, tenacemente, insistiamo nel voler capire.

Perché a noi importa della vita delle persone, tutte, donne, uomini, bambini. Sempre.

FONTE : http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/07/01/le-false-accuse-di-antifemministifascisti-che-fingono-di-occuparsi-di-padri-separati/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, libertà, opinioni, sessismo, sociale

Costanza Miriano Partorisci e sii sottomessa ( a madre Natura)


“L’unico dolore sopportabile é quello degli altri”.

Giovanni Strafellini (uomo) scrive un bel post sul diritto alla partoanalgesia.
Il che è un po’ come scrivere sul diritto a non morire di fame.
Ma andiamo avanti.
Tra i commenti desolanti di molte donne e un solo maschietto, spicca per notorietà di firma questo:

Penso che le donne hanno partorito naturalmente per migliaia di anni e nella stragrande maggioranza dei casi possono continuare a farlo. Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto: la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose. Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire, e in effetti i progressi della medicina hanno fatto diminuire molto la mortalità delle donne e dei bambini. Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma.
Costanza Miriano 

(Facendo il verso) Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto (fine del verso).

Mi domando quali altri nobili scopi abbia mai la peridurale in travaglio di parto, oltre a quello appunto di rendere tollerabile il dolore nel parto (se non addirittura di eliminarlo).

(Facendo il verso) …e io non l’ho voluto (fine del verso).

E se non l’ha voluto l’autrice del libro dell’anno, Costanza Miriano, la donna che saltella tra una borsa Dior e un’Ave Maria, allora manco noi dobbiamo pretenderla.

E’ imbarazzante notare come a volte certi giornalisti (la Miriano è nell’ammiraglia Rai) – che avrebbero quantomeno il dovere di informarsi prima di scrivere – parlino senza conoscere il problema.

Il trattamento antalgico in travaglio di parto è un LEA. Non ce lo dice più la nostra Cecilia, ma l’attuale ministro Renato Balduzzi in risposta all’interrogazione parlamentare 5-05901 degli onorevoli Barani e Fucci:

Il Ministro precisa, infine, che le procedure analgesiche “sono già incluse nei LEA, le Regioni devono garantirne l’erogazione almeno nelle strutture con un numero di parti superiore a un determinato valore (1.200), mentre nelle Regioni ove non risultino presenti punti nascita con tali livelli di attività, si dovrà operare in modo che vi siano una o più strutture che possano assicurare una risposta adeguata”.

(Solito verso) la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose (fine del falsetto).

Parola di Costanza, la giornalista che si eccita con l’ortodossia matrimoniale  e presumo, pure con quella ostetrica.

(Falsetto) Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire (fine del falsetto),

Forse eh! Non illudetevi.

(Tono serissimo, da giornalista che commenta l’Angelus) Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma (fine del tono serissimo).

Carissima Costanza, non  devono diventare la norma… e perchè?
Perchè il parto è un’avventura strepitosa e l’ortodossia in fin dei conti eccita un po’ tutti?

La norma in un paese laico e civile la decide il diritto. E il diritto ci dice che curare il dolore è – oltre che un gesto umano – un livello essenziale d’assistenza.
Il diritto, così come lo intende la Miriano non è di casa in un paese civile e laico. E’ una pianta (infestante) che cresce rigogliosa e folta nella giungla. E’ la norma secondo Natura.

FONTE :  http://epidurale.blogspot.it/2012/01/costanza-miriana-partorisci-e-sii.html

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Ho vinto io


Suonarono come pietre quelle parole che dal pulpito della cattedrale di Palermo diceva quell’esile signora, fino a quel momento sconosciuta, davanti a tutta quella gente, riunita per i funerali di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Mortinaro e Vito Schifani, assassinati due giorni prima dalla mafia, facendo esplodere 500 kilogrammi di tritolo sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lei era Rosaria, la vedova di Vito Schifani. I funerali erano trasmessi in diretta televisiva e la chiesa traboccava di rabbia, tanta rabbia, che travolgeva, anche fisicamente i politici presenti, fra cui il neo eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Già, i politici che per molti dei presenti erano i veri responsabili della morte di Giovanni Falcone, lasciato praticamente solo in prima linea nella lotta alla mafia.

Sono passati vent’anni da quella data e quella frase così semplice ma allo stesso tempo così complessa: “Vi perdono però dovete mettervi in ginocchio” seguita da un’altra frase che lasciava poche speranze “se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano” è stampata lì nella memoria di chi seguiva in diretta quelle immagini o era lì presente in quella cattedrale o nella piazza antistante. Questa sera sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo Rosaria Schifani si racconta e ci racconta questi venti anni nel documentario “Ho vinto io” la sua storia di dolore e di coraggio. La storia di una donna che ha lasciato Palermo, con un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ora ventenne arruolato nella guardia di finanza, alla ricerca di una vita, che 500 kilogrammi di tritolo gli aveva strappato.

Oggi come ieri dice che non crede al pentimento dei mafiosi, ma stasera racconterà come, con grande fatica, ha saputo ricostruirsi una vita, mentre gli esecutori materiali e non di quella strage, restano avvolti in una spirale di morte, senza speranza.

Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l’arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».

Rosaria se ne andò da Palermo, adesso vive in Toscana, si è rifatta una vita con un militare della Guardia di Finanza “un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Pensi che in una delle rare volte che sono tornata a Palermo, uno che mi ha riconosciuta mi ha bisbigliato: te lo sei portato appresso lo sbirro”.

Altri fingono di non riconoscerla, non si avvicinano, con una così è meglio non averci a che fare, mentre Manù le domanda “Mamma, perchè Palermo è così bella e così brutta?”.

Dal terrazzino della sua casa-vacanza il panorama è mozzafiato, ma si tratta di sepolcri imbiancati, poco è cambiato in vent’anni. Motorini truccati che sfrecciano con a bordo ragazzini senza casco, il mare cristallino che bagna polvere e rifiuti.

Rosaria pensa che si sia persa un’occasione irripetibile “Poteva cambiare tutto, invece lo Stato si è fermato. I giudici hanno incominciato a litigare fra di loro, caselli ani contro grassiani, pur con tutti i meriti che vanno dati loro”.

I suoi ricordi vanno a quando era ragazzina, sempre ottimista, anche se erano anni terribili per Palermo, erano gli anni del maxiprocesso “quando uscivo da scuola e sentivo le sirene delle macchine delle scorte, venivo pervasa da un senso di inquietudine, di tristezza. Cercavo risposte in una città cosparsa di lapidi di gente morta ammazzata. Amavo Palermo, ma mi terrorizzava”.

Poi, Vito, un uomo perbene, per lei un uomo speciale “Avevamo tanti sogni, il suo era quello di pilotare gli elicotteri della polizia”, sogni spazzati via da una furia bestiale, che ha distrutto le vite di chi le è sopravvissuto. “La settimana prima della strage avevo sognato delle croci bianche, ero turbata, percepivo il nervosismo di Vito. Vito aveva lavorato fino al venerdì sera all’ufficio scorte, ma il turno festivo era saltato perché il dottore Falcone sarebbe arrivato il sabato”.

Un ultimo saluto e Vito, insieme agli altri ragazzi, corre incontro alla morte “Per l’inizio di un calvario, mi ritrovo sola con mio figlio, a farmi e rifarmi mille domande, perché morire così? Perché era morto Giovanni Falcone?”.

Rosaria voleva delle risposte “Alla camera mortuaria c’erano tutte le istituzioni, la loro presenza era irritante. Il Capo della polizia  mi disse: vedrà, l’aiuteremo, lei lavora? Sul tavolo c’erano delle buste con dei soldi per i familiari delle vittime. Io rifiutai, mi sentii offesa, cme se con quelle buste volessero tapparci la bocca e pulirsi la coscienza. La busta venne presa dai parenti di Vito”.

Rosaria non ci sta, non si è mai arresa, quelle risposte non le ha avute, nessuna certezza di giustizia, di verità “Ecco da dove nasce la mia ribellione. I risarcimenti non possono comprare il mio urlare al mondo il senso di legalità.Tanti hanno continuato a ripetermi che è stata una disgrazia, ma ad uccidere Vito è stata una fatalità chiamata mafia”.

 

FONTI : http://www.tvblog.it/post/35975/ho-vinto-io-strage-capaci-rosaria-schifani-rai3

http://www.articolotre.com/2012/05/capaci-1992-2012-rosaria-schifani-racconta-la-sua-palermo/87350

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/22/schifani_palermo_mafia_falcone_Cavallaro.shtml

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La società del cordoglio


Troppo cordoglio nell’aria. Abbiamo un presidente della Repubblica che esce dal coma praticamente solo per esprimere cordoglio e invocare coesione nazionale. Presto avremo un ministro per il cordoglio, uno che viene fuori da un corso per cordogliatori o cordoglianti, che piange il giusto, che usa parole come “oltremodo” “infausto” e “strazio”, che ha una posa popular/friendly perché bisogna pur far capire che i governanti sono empatici con le disgrazie di noi poveri umani di quaggiù.

Poi c’è il giornalista del cordoglio, quello che si straccia le vesti e batte il pugno al petto e soffre, senti come soffre?, c’ha la sofferenza che gli cordoglia inside e come cordoglia lui proprio nessuno, e va cercando elementi cordoglianti in ogni dove per mantenere desta l’attenzione e per provocare orgasmi collettivi a quella gente così commossa, così partecipe, così curiosa e affamata di dettagli morbosi. Sono zombies che si eccitano alla vista di tanta pornografia emotiva e non sanno esistere senza un pelo di pube dell’adolescente stuprata, una pagina del diario con i cuoricini della ragazzina ammazzata, un “Filomena, piccolo angelo” tatuato sulla fronte.

Vogliono carne, carne a brandelli, brandelli umani, e diteci se in rete se ne reperiscono dei morti terremotati (ché però pare non interessino a nessuno) e delle adolescenti frantumate, di quella uccisa che al pari di una qualunque altra adolescente dalla faccia bella e pulita diventa oggetto di mercificazione. A proposito: qualcun@ è andat@ a casa sua a sottrarre lo spazzolino da denti per rivenderlo su e-bay?

E non ho il coraggio di fermarmi ad assistere alle elucubrazioni di psichiatri e presentatori da quattro soldi che hanno fatto diventare ogni delitto una festa paesana, un momento di incontro in cui porti babbaluci e fuochi d’artificio e i palloncini per i picciriddi, ché tanto è come se fossimo tornati alle grandi feste per le impiccagioni, per i roghi alle streghe, e così siamo eccitati/e aspettando di nutrirci di particolari della defunta, con la tv che pensa agli ascolti per la cronaca in diretta dai funerali di Stato, ché quello per Melissa o il matrimonio di Lady Diana pari sono.

E’ tutto un gossippare cordogliando o un cordogliare gossippando. Ed è talmente americana questa cosa, americana della peggior specie, di quella cultura che ci ha colonizzato fino a farci diventare degli automi, che quasi ci si chiede se tutto ciò non alimenti il desiderio di mitomani di apparire in televisione, di far discutere di se’, per comunicare idee completamente folli, per vedere le fazioni, pro e contro, i simpatizzanti, perfino, quelli che si preparano a provare empatia con gli assassini.

I giornalisti, quelli di una volta, Pippo Fava, Peppino Impastato, per tirare fuori due nomi a caso, non esistono più. Oggi come oggi l’inchiesta consiste nel trovare le mutande sporche della ragazza assassinata, scavare nella vita privata di ciascuno per trovare tracce torbide, buttare fango su tutto e tutti, svendere sentimenti ed emozioni, quelle che fanno presa perché il resto si censura, e si codifica un nuovo tipo di essere umano, l’homo televisivus che parla come maria de filippi e si eccita per il plastico di bruno vespa.

Non so. Abbiamo provato a fare dei ragionamenti e ogni volta che ci proviamo, dal terremoto de L’Aquila alla faccenda di Brindisi ci dicono che il cordoglio e zitte e tacete, perdio, su, sospendete la critica e i pensieri perché si parla con il “cuore” e qui invece abbiamo l’impressione che si parli con il culo, senza offesa per nessuno, ma sembrano tante imperiture scorregge dell’umanità cordogliante che cordoglia e cordoglia e cordoglia e che esige che si cordogli a reti unificate perché anche per il dolore c’è un tempo e un luogo.

“Applausi” e tutti applaudono. “Cordoglio” e tutti cordogliano. Ci faranno anche la danza del cordoglio. Paparaparaparaparapà, e applausi, yeah, e cordoglio… e cordoglia bene, capito?

Scusate il tono dissacrante, ché qui si rispetta il dolore, quello vero e non quello da tastiera, il dolore delle persone ferite a morte, ma non si può che avere il desiderio di restituire due pensieri con quei due neuroni che ci sono rimasti. Cordogliando, of course!

FONTE :http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/21/la-societa-del-cordoglio/

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Quel pasticciaccio brutto di Sant’Apollinare


Di Pino Scaccia

Finalmente sta uscendo fuori una storia che circola da molti anni, ma che mai nessuno ha avuto la forza di diffondere e che un giudice, Adele Rando,  ha inseguito per anni. Il coraggio della verità arriva da padre Gabriele Amorth, capo degli esorcisti e stimatissimo dal Papa, che ha rivelato un movente a sfondo sessuale dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi (e Mirella Gregori). Una storia supportata anche dall’archivista vaticano monsignor Simeone. Si parla dell’organizzazione di festini e di un gendarme della Santa Sede come reclutatore di ragazze. La trappola sarebbe scattata nella sacrestia di Sant’Apollinare grazie ai rapporti stretti fra il rettore e la malavita romana, tanto che – si dice – suor Dolores della scuola di flauto sconsigliava alle ragazze di recarsi in quel posto. Ci sono evidentemente riscontri se don Pietro Vergari, l’allora rettore che poi favorì la sepoltura del boss De Pedis, è stato adesso indagato per sequestro di persona. L’ipotesi è stata comunicata al fratello di Emanuela che l’ha considerata credibilissima poichè non ha mai creduto a un rapimento. Tutto coincide. Molti anni fa raccontai un particolare importante che s’inquadra perfettamente con la versione attuale. “Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un’altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell’Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. Ma c’è di più. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa (pensava che fosse il fidanzato). Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa”. Probabilmente proprio il reclutatore (che sarebbe gà stato identificato). Il servizio andò in onda al Tg1. Successe il finimondo e non se ne parlò più. Quello che non dissi allora è che c’erano ottimi elementi per pensare che le ragazze fossero rimaste vittime – durante i festini (sembra con alti prelati) – magari di eccesso di droghe. Quindi morte subito e subito seppellite, proprio come sostiene padre Amorth. Adesso che le indagini sono entrate (era ora) dentro Sant’Apollinare si cercano i resti sia di Emanuela che di Mirella. Confermando la confidenza di un vecchio vaticanista. 

FONTE : http://pinoscaccia.wordpress.com/2012/05/22/quel-pasticciaccio-brutto-di-santapollinare/

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A chi marcia per la Vita..


In Italia si interessano della tua vita se sei un embrione, un feto o sei in coma irreversibile e vegeti.

Quando invece sei vivo, perdi il lavoro, non riesci a sfamare la tua famiglia, e non riesci a pagare le tasse, allora ti puoi impiccare, di te non gliene frega più un accidente a nessuno.
Cetti De Paoli

(dalla pagina facebook  Italia libera e democratica)

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AUGURI MAMME!!


Auguri a tutte le mamme e speriamo che la nostra società ricordi sempre che siamo, prima di tutto, donne e persone! (Viviana)

fonte : https://www.facebook.com/#!/photo.php?fbid=396212767084806&set=a.139083052797780.14707.138835256155893&type=1&theater

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Marciate voi, io voglio vivere.


sproloquio di 
Domenica la mia città, “centro della cristianità e del potere politico” sarà attraversata dalla “marcia per la vita”, un corteo diverso da quelli “indecorosi e blasfemi” che siamo soliti vedere e che tanto fanno piangere  Gesù e imbestialire il SindacoDegliAltri.
Domenica sarà in piazza il popolo che vuole “affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo“, che vuole cancellare quell’abominio chiamato 194, che nel nostro paese ha causato ben cinque milioni di morti (nota a margine: è da quando sono adolescente che questa gente parla di questi cinque milioni: se non sono aumentati in una ventina d’anni, non dovremmo tutti festeggiare?), che ci vuole fare sapere che esiste una bella differenza “tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto“, che chiama gli uomini di buona volontà all’adunata e ricorda a tutti che la vita è indisponibile ed è dono di Dio, quindi non è che puoi scegliere come viverla. Mo’ che è ‘sta moda di volersi autodeterminare, di voler decidere della propria sessualità, della propria vita e della propria morte?
Niente aborto, niente pillola del giorno dopo, Dio ci scampi e liberi dall’abominio dell’eutanasia e se proprio volessimo essere gente seria fino in fondo, abbandoniamo pure sesso allegro e profilattici. Ah, se sei gay fatti curare.
Prima della simpatica marcia ci sarà un convegno, “chi salva una vita, salva il mondo intero“, dedicato aChen Guangcheng
Il programma prevede interventi che spaziano da  “Aborto e mentalità contraccettiva: che cosa dicono i numeri?” allo spazio dell’etica in scienza e tecnica. Si parlerà di diagnosi prenatale, delle “radici demografiche della crisi“, della “difesa integrale della vita” e della “donna che accoglie la vita“.
In cattedra saliranno ben due donne e sette uomini.
E in effetti il punto di vista di sette persone che non dovranno mai scegliere se figliare o meno è davvero imprescindibile.
Cosa credevate, ragazze mie, che l’aborto riguardasse voi donne? Sciocchine, l’aborto riguarda soprattutto maschi e preti.
Non mancheranno le testimonianze, anche se quella che mi stimola di più è senza dubbio alcuno quella di Giovanni Lindo Ferretti, che ha abbandonato una vita dissoluta (punk, comunista, Lotta Continua, secondo me pure qualche canna) grazie all’amore di Dio e -dicono i più acidi- al terrore della morte.
Ovviamente la marcia può vantare la piena adesione di Olimpia Tarzia, che in una splendida intervistaracconta il perché della sua partecipazione.
[Olimpia Tarzia, per chi non lo sapesse, è quella che sta distruggendo i Consultori del Lazio, luride fabbriche di morte dove donne di facili costumi corrono per abortire i figli della vergogna e della lussuria.]
Il Comune di Roma patrocina l’iniziativa e, stando a quanto riportato sul sito dei marcianti, il SindacoDegliAltri sarà presente.
Strage di embrioni, 44 milioni di morti (nel mondo, presumo), inferno.
Non manca niente, il repertorio è completo.
Buona domenica.
Comunista, femminista, profondamente e irrimediabilmente antifascista. Acida, incline all’ira, logorroica. Non mangio i bambini, non brucio reggiseni. Non ho mai votato Berlusconi, tantomeno il SindacoDegliAltri.
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Il sorriso spento di una rapinatrice



Questa ragazza si chiamava Rosa Donzelli, aveva trentasei anni. Scusate se la chiamo ancora ragazza, ma a una certa età cambiano i termini di paragone. E’ morta per quattro colpi di pistola, l’ultimo decisivo al cuore. Il cuore in effetti è sempre stato il suo problema. Napoletana, da un pò di anni si era trasferita nel sud delle Marche trascinata da un amore sbagliato, un balordo che l’aveva portata alla droga. Anche l’ultima storia era con uno spacciatore. Era una ragazza dolce, dicono tutti, che lavorava come aiuto-cuoca in una pizzeria. Infilata di brutto dentro il tunnel una mattina va a fare una rapina. Gli altri con la scacciacani, lei addirittura disarmata. Per carità, non era una vittima, in ogni caso incarnava la parte del carnefice, nessuno la assolve. Il gioielliere ha reagito con una pistola vera: quattro colpi e il sorriso di Rosa è sparito per sempre insieme alla sua vita sballata, finalmente in pace. Le indagini dimostreranno se è stata legittima difesa o se la rapinatrice bionda è stata colpita alle spalle. Comunque c’è da capire la reazione. Quello che non riuscirò mai a capire sono gli applausi della gente. Non si festeggia mai una morte.   PINO SCACCIA

FONTE :  http://pinoscaccia.wordpress.com/2012/04/06/il-sorriso-spento-di-una-rapinatrice/

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Quaresimale


Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un’infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l’unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la “sua” donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l’acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende “naturalmente” confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E’ rimasto qualcosa d’incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell’anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all’indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell’ossessione.

Poi, viene il giorno dell’abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E’ un volo cencioso, un’anima singola non può che appartenere all’aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E’ stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l’unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l’articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. ]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.

Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d’una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch’essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove. Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d’un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra (“Repubblica” di ieri), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell’evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.

Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell’ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all’apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest’incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all’urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

FONTE : http://www.mentecritica.net/quaresimale/leggere/daniela-tuscano/24946/