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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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Giulio Cavalli e gli «amici politici» delle cosche


cavalli-giuliodi Luca Rinaldi (LINKIESTA)

Le parole dei collaboratori di giustizia, per quanto dichiarati affidabili dalla magistratura, sono sempre da prendere con le molle. Il passo da fare è quello di verificarle e di chiedere conto a coloro che sono tirati in ballo dalla dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. Ecco, appurato che verificare i riscontri alle parole dei collaboratori è in primis un compito che spetta a magistratura e investigatori, chissà cosa avrà da dire la politica lombarda sulle ultime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Bonaventura non si è mai fatto mancare l’aspetto mediatico sulla sua vita da pentito “usato, abbandonato e sotto tiro” e l’attendibilità delle sue dichiarazioni è stata più volte riscontrata. Nelle ultime settimane il collaboratore di giustizia affiliato alla cosca Vrenna di Crotone ha rilasciato più di una intervista al sito Fanpage in cui la ‘ndrangheta avrebbe progettato di far tacere in qualche modo l’attore, regista e autore teatrale, nonchè ex consigliere regionale della Lombardia Giulio Cavalli. Uno che di mafia in Lombardia parlava nei suoi spettacoli quando il tema era ancora tabù e che per questo motivo finì sotto scorta nel 2009.

Insomma, Giulio Cavalli, come ripete anche Bonaventura era uno “scassaminchia” e come tale minacce e intimidazioni erano per lui diventate compagne terribili. Nel 2010 si candida alla Regione Lombardia e viene eletto come consigliere regionale, negli stessi periodi in cui i cittadini lombardi (ri)scoprono di avere la mafia in casa e anche in politica. Una politica che non disdegna di elemosinare voti agli appartenenti alle organizzazioni criminali, che di certo non ce l’hanno scritti in fronte, ma che, per citare Ilda Boccassini, basterebbe fare una ricerca su Internet per avere notizie sul loro conto.

Nelle intervista rilasciate a Fanpage Bonaventura parla prima di un progetto per mettere Cavalli a tacere da parte del clan dei De Stefano, tra i clan che comandano in Calabria e anche in Lombardia, e in ultimo lo stesso collaboratore di giustizia aggiunge che «la politica lombarda sosteneva la ‘Ndrangheta». Frase un po’ ad effetto, che non condita da nomi e cognomi dice tutto e niente. «Questa qui è anche la volontà di amici nostri politici», riferisce Bonaventura usando le parole dei De Stefano.

Circostanze dunque tutte da verificare, ma che non stupirebbero nemmeno poi più di tanto: il pentito glissa su nomi e area politica «su questa domanda preferisco non rispondere perché la mia posizione non è molto sicura. Preferisco riferire ai magistrati». Ancora nessuno però si è fatto vivo alla porta di Bonaventura da quando ha rilasciato queste dichiarazioni su Giulio Cavalli. Lo stesso si dice scioccato: «dal fatto che nessuno sia venuto a raccogliere queste informazioni che sto rivelando nessuno mi ha sentito su questa vicenda, dovrebbe essere il minimo ascoltarmi, mettere sotto protezione me e le informazioni. Sembra che mi stiano lasciando qua, aspettando cosa? Che io muoia e con me le informazioni? Oppure che venga spinto a ritrattare?».

L’augurio è quello che qualcuno tra i magistrati e gli investigatori si premuri di verificare le dichiarazioni di Bonaventura, e allo stesso modo, che se qualcuno al Pirellone, o tra gli ex del Pirellone ne sa qualcosa parli. Perché se «gli amici politici» dei De Stefano avevano intenzione di mettere a tacere Giulio Cavalli con l’aiuto della ‘ndrangheta sarebbe bene saperlo. Hanno qualcosa da dire in proposito? Qualcuno che è saltato sulla sedia credo ci sarà, altrimenti non avrei potuto raccogliere inchieste e reportage sulla mafia in Lombardia in questo eBook. Inutile dire intanto della vicinanza che va a Giulio Cavalli, anche e soprattutto, per non aver mai accettato quel comodo ruolo della vittima con i riflettori puntati addosso.

Twitter@lucarinaldi

fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/pizza-connection/giulio-cavalli-e-gli-amici-politici-delle-cosche#ixzz2dReCNnoO

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

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De Gennaro dalla Diaz a Finmeccanica


DE GENNARO: DA FALCONE ALLE BR PASSANDO PER IL G8by Paolo Limonta

La dignità e la forza di centinaia di migliaia di donne e uomini che nel luglio del 2001 erano a Genova determinati e pacifici.

E che hanno continuato e continuano a esserci a testa alta per costruire una società più giusta dove i diritti di tutti siano davvero rispettati e realizzati.

La responsabilità politica, materiale e morale di chi, a Genova, ha realizzato la barbarie di piazza Alimonda, di Bolzaneto e della Diaz.

Tra questi Gianni De Gennaro, allora capo della polizia.

Che oggi diventa Presidente di Finmeccanica.

Loro non si vergognano, noi non ci voltiamo dall’altra parte.

Lo dobbiamo a chi era a Genova nel 2001 ed è stato ucciso, picchiato, torturato e umiliato.
Perché noi non abbiamo dimenticato e continueremo a ricordare a tutti che a Genova, nel luglio del 2001, la democrazia è stata sospesa.

E in troppi hanno taciuto…

http://www.milanox.eu/de-gennaro-dalla-diaz-alla-finmeccanica/

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

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Pisapia riapri il Gandhi !!


gandhi 8Il Liceo Civico serale Gandhi era l’unico liceo disponibile per la classe lavoratrice della citta’ di Milano e limitrofi. Fornendo ben 4 corsi liceali (Classico/Scientifico/Socio-psico-pedagogico/di lingue) permetteva a molti lavoratori di eta’ media 40/45 anni di concludere, seppur in ritardo, il ciclo di studi. Sfortunatamente l’istituto venne chiuso nel Settembre 2010 senza preavviso causando cosi’ ingenti danni sia agli studenti sia ai vari professori. Tale chiusura significava la dismissione di uno dei servizi fondamentali che tanto vantiamo in questo paese e vale a dire il diritto all’istruzione. Soprattutto in una citta’ come milano significava la disfatta totale dell’incentivazione per coloro che piu’ necessitavano di attenzioni. Ad oggi, dopo 6 mesi di battaglie burocratiche e di resistenza passiva (con tanto di presidio permanente ect) e 3 anni di lotte giuridiche, pur avendo vinto sia al tar che al consiglio di stato la scuola rimane chiusa mentre vengono investiti ingenti, forse troppi capitali per la EXPO 2015. Proporrei di riattivare questo servizio presso il comune di milano.

EDUARDO  ANTIVALLE  (dal blog di GRILLO)

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/forum/2013/03/riapertura-unico-liceo-civico-serale-gandhi—milano-1.html

Liceo Gandhi: il torto di chi ha solo la forza!    (15 settembre 2010)

E così studentesse e studenti del liceo serale Gandhi avevano ragione a occupare la scuola, a salire sul tetto e far arrivare fino al cielo la loro protesta; avevamo ragione a sostenere quella lotta sacrosanta e generosa di studentesse/studenti e professoresse/professori; e, soprattutto, ancora una volta aveva torto l’amministrazione comunale che ha voluto pervicacemente chiudere quell’esperienza, eliminando dal panorama milanese lo “scandalo” di un liceo pubblico serale.

Adesso anche il Tar lombardo riconosce quelle ragioni e quei torti, annullando la decisione dei dirigenti comunali per la non attivazione delle classi dell’anno scolastico 2009/2010 e la definitiva chiusura del Liceo serale Gandhi.
Il Tar ha ritenuto quella decisione illegittima sia per “incompetenza” – non potevano essere i dirigenti a prenderla, ma eventualmente gli organi politici (Giunta o Consiglio); sia nel merito: il Comune aveva giustificato la decisione come “atto dovuto” di fronte alle disposizioni nazionali che aumentavano il numero di alunni per classe, ma il Tar ha ricordato agli incapaci dirigenti politici e funzionari dell’amministrazione che quelle norme non si applicano immediatamente agli enti locali che hanno la necessaria autonomia per dare i loro indirizzi in materia. Ma questo fanno finta di non saperlo i fautori nostrani del “federalismo” (quando poi non sono in grado nemmeno di far valere la loro autonomia locale…).

Purtroppo il riconoscimento delle ragione dei ricorrenti da parte del Tar arriva tardi e il Liceo Gandhi è chiuso e vuoto (grazie anche al contributo di Questura e Prefettura solerti nel respingere occupazioni e manifestazioni, un po’ meno nel far applicare al Comune la legge).
Questo non deve però comportare una nostra rassegnazione, anche perché l’amministrazione comunale applica la politica del…carciofo – sfoltendo scuola dopo scuola il patrimonio pubblico. E oggi sono sotto attacco le altre paritarie – e la scuola di formazione Greppi di quarto Oggiaro, dove ieri sera professoresse/professori, studentesse/studenti e associazioni del quartiere hanno manifestato in tante/i per difendere il carattere pubblico e contrastare l’ennesimo affidamento ai soliti noti (Compagnie delle opere e loro amici…).
E perché non far tornare a vivere il Gandhi: visto che il provvedimento di chiusura è stata annullato, da oggi il Liceo deve essere aperto e chiunque può iscriversi.

L’amministrazione comunale ha le forza ma non la ragione, ma non è detto che riesca sempre a vincere. Noi dobbiamo fare in modo che sia possibile fermare questi distruttori della formazione e della cultura!
Difendiamo la scuola pubblica. Sosteniamo le lotte di professoresse/professori e studentesse/studenti.

Sinistra Critica Milano

http://sinistracriticamilano.blogspot.it/2010/09/liceo-gandhi-il-torto-di-chi-ha-solo-la.html

Giuliano Pisapia ha fatto della riapertura e del rilancio delle scuole paritarie civiche diurne e serali, un punto chiave del suo programma sulla scuola per il Comune di Milano, e questa è una grande prospettiva per coloro che credono ancora che la scuola pubblica debba garantire gli stessi diritti e opportunità per tutti.

Pubblicato su Scuola Oggi il 4 Maggio 2011

La riapertura dei licei serali riporterebbe Milano in quella posizione d’avanguardia che ha sempre avuto rispetto all’istruzione pubblica per gli adulti (comunale e statale), sia per radici storiche, sia per ricchezza e eccellenza dell’offerta (licei, istituti tecnici e professionali). Un ruolo che sarebbe oggi ancor più significativo, dato che i civici licei paritari serali – delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico – diventerebbero non solo gli unici licei serali pubblici in Italia, ma gli unici in assoluto.
Gli studenti che frequentano una scuola paritaria serale, in particolare un corso di liceo, si sforzano di recuperare un percorso scolastico, passando per anni le proprie sere sui banchi, spesso dopo una faticosa giornata di lavoro; i civici licei serali si sono costantemente caratterizzati per un ridotto livello di dispersione scolastica, il 100% degli studenti sono stati ammessi all’esame anche nell’ultimo a.s. con i corsi al completo (in tutte le classi finali dei 3 indirizzi attivati.

In seguito alle disposizioni del Ministro Gelmini i licei serali milanesi esistenti sono stati chiusi e non è prevista nessuna riapertura futura di corsi di liceo delle scienze umane, linguistico, scientifico e classico.
Chi vuole frequentare corsi serali di liceo oggi può rivolgersi ora solo ai corsi di preparazione agli esami d’idoneità (che non danno la possibilità di conseguire direttamente alcun titolo.

PAOLA BOCCI   (Consigliera comunale PD)

http://paolabocci.wordpress.com/2011/05/05/una-occasione-da-non-perdere/

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Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

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Il Sindaco che lotta contro GOMORRA: mi hanno lasciato solo!


vitale_sindaco_pareteIl primo cittadino di Parete: ecco perché ho impedito che la processione facesse omaggio al boss

Parete(Ce)- In terra di Gomorra spesso stare da una parte è un giuramento da ripetere ogni giorno. Lo sa bene il sindaco di Parete, Raffaele Vitale, 31 anni, del PartitoDemocratico. Per lui non sono stati giorni facili dopo il gesto forte di sfilarsi la fascia tricolore, quando la processione in onore della protettrice di Parete, Maria Santissima della Rotonda, stava svoltando in una stradina, fermandosi davanti all’abitazione di un ammalato, parente del boss Bidgonetti.
E ora il primo cittadino accusa: «I vertici provinciali del mio partito mi hanno lasciato solo, mentre sui social network, attraverso profili falsi, c’è chi mi invita a vergognarmi e dimettermi per salvare la faccia o addirittura qualche consigliere comunale di opposizione mi definisce un finto perbenista».
Lo Stato invece gli ha già testimoniato solidarietà: il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, l’ha invitato mercoledì scorso a partecipare al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, complimentandosi per un atto, «che vale più di cento convegni sulla legalità». E il prefetto andrà a Parete, molto probabilmente a maggio, per far sentire la vicinanza ai cittadini, in occasione dell’inaugurazione di una mostra sulle vittime di camorra, che sarà ospitata nella villetta confiscata proprio al clan Bidognetti.
«Il mio gesto – racconta – era doveroso per dare un messaggio chiaro alla comunità. Ho voluto dire che qui ci sono istituzioni che lottano per smantellare questo substrato culturale che vede ancora un fascino nella camorra. Nulla contro la carità cristiana, ma «no» a messaggi che possono essere letti come sudditanza». Ma la camorra in città è ancora forte?
«Forze dell’ordine e polizia hanno fatto tanto qui, ma esiste ancora il fenomeno estorsivo – sottolinea – Cantieri edili e negozi sono stati presi di mira anche la scorsa Pasqua. E poi la droga è l’altro business. Ora tocca alle istituzioni fare la propria parte e togliere terreno a un modo di pensare alla criminalità con assuefazione, rassegnazione o peggio come alternativa».(Articolo di lorenzo Iuliano. Tratto da Il Mattino)

http://altocasertano.wordpress.com/2013/04/22/69212a/

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Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi


giovanardi-300x147 (1)di Filippo Vendemmiati

Onorevole, di Lei non posso nemmeno dire che ha la fronte inutilmente spaziosa, come in un memorabile fondo sull’Unità Fortebraccio descrisse il socialdemocratico Antonio Cariglia, perché la laurea in giurisprudenza le ha consumato pure quella. Siede in parlamento da 21 anni,  ha reso servizio alla patria nell’Arma dei carabinieri, ex democratico cristiano, oggi fedele nei secoli a Berlusconi che l’ha fatta ministro e sottosegretario alla presidenza del consiglio, tanto per citare solo alcune delle tante cariche governative. Ma non per questo sarà ricordato. Lei, onorevole Giovanardi, cattolico praticante, così dice, passerà alla storia come il più implacabile fustigatore di vittime prive diritto di replica, essendo scomparse per morte violenta. La madre di Federico Aldrovandi ha deciso di querelarla e spero faccia altrettanto Ilaria Cucci per le accuse false e infamanti indirizzate ai loro famigliari, il figlio Federico e il fratello Stefano. Non so quale diabolico tormento la porti ad insultare così gratuitamente, senza nemmeno il ritegno della umana pietas che la sua fede, sempre invocata, dovrebbe suggerirle. Lo confesso, la sua persona mi provoca fastidio, perché la sua volgarità questa volta ha superato ogni limite.  Non per questo mi sottraggo al mio compito,  sempre più difficile e vituperato, anche a ragione di questi tempi. Il compito di informare, di rendere noti senza pedanteria anche a Lei alcuni fatti. Le lascio questo piccolo promemoria. Se crede, lo rilegga due o tre volte come una  preghiera prima di addormentarsi. Forse sognerà un ragazzo di 18 anni, massacrato di botte senza “un motivo apparente” da quattro agenti di polizia che le verrà incontro e sorridendo le dirà:

– 1 Mi chiamo Federico Aldrovandi, e non Aldovrandi.
– 2 Mia madre è dipendente comunale, mio padre ispettore di polizia comunale, mio nonno carabiniere.
– 3 Non sono un eroinomane come Lei disse di me in parlamento da ministro nel febbraio del 2006
– 4 Quella sera non ero ubriaco, né drogato. Lo confesso, mi ero fatto due canne.
– 5 Quando arrivai nel giardinetto di via Ippodromo a Ferrara, c’era già parcheggiata una volante con due agenti a bordo
– 6 E’ scoppiata una lite violenta, ma non posso dirle perché, la verità la devono scoprire gli uomini in terra.
– 7 Mi hanno picchiato in quattro per almeno mezz’ora, manganelli (due si sono rotti), calci e pugni. L’autopsia ha riscontrato 57 ferite compatibili con azioni violente. Un vostro giudice ha scritto: “Per ognuna di queste ferite sarebbe stato possibile aprire un procedimento per lesioni colpose”.
– 8 Ho chiesto aiuto invano, non credevano che mi chiamassi Federico, uno li loro mi ha scambiato per un extracomunitario, mi sono saliti sulla schiena con le ginocchia, mi è mancato il respiro e sono morto
– 9 Poi sono stato ucciso anche altre volte: quando mi hanno lasciato per ore sull’asfalto, senza rispondere al mio cellulare quando chiamavano i miei genitori. E’ stato allora che mi hanno fotografato. Che brutta foto! L’ho vista per la prima volta nelle manifestazioni portata in giro dai miei amici. Ah è vero, lei non lo può ricordare perchè non c’era. Poi quella foto è entrata anche nelle aule dei tribunali. Io ricordo solo una sensazione di caldo attorno alla mia testa,  l’odore di sangue e la durezza dell’asfalto. Magari, onorevole, mi avessero messo un cuscino sotto la testa, pensi non mi hanno nemmeno coperto con un lenzuolo.

Tutto qui, non voglio tediarla. Le chiedo solo un piccolo favore personale:  non è necessario credermi, magari un giorno ci incontreremo e avremo più tempo per conoscerci e spiegarci. Nel frattempo il favore è un altro: per cortesia, onorevole Carlo Giovanardi, lasci in pace i miei genitori, Patrizia e  Lino,e mio fratello Stefano. Dio quanto mi mancano, lei non può immaginate quanto!

Buona Pasqua. Federico

31 marzo 2013

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi

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Lettera aperta al ministro Severino


luciauva-182x300 (1)Cinque anni fa ho denunciato pubblicamente alla Procura della Repubblica di Varese quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 a mio fratello Giuseppe Uva. Mio fratello e’ morto proprio per quanto ha dovuto sopportare quella notte. Il giudice di Varese ha stabilito questo , e , ha ordinato di scoprire il perché Giuseppe e stato portato e trattenuto in caserma senza un verbale di fermo, senza un verbale di arresto , e senza un verbale di identificazione.

Lo stesso giudice , aveva ordinato di scoprire per quale motivo quella notte , dall’ano di mio fratello e’ uscito tanto sangue da imbrattare i suoi pantaloni con una macchia di 16 cm x 10 all’altezza del cavallo.
Un testimone ha dichiarato di averlo sentito urlare per ore e , di aver sentito dire dai carabinieri che lo stavano picchiando.

Quel testimone chiamo’ quella notte il 118 .. ma dalla caserma l’intervento venne respinto.
Il giudice ha ordinato anche di fare indagini su un t.s.o. ( TRATTAMENTO – SANITARIO – OBBLIGATORIO ) disposto dal sindaco Fontana di Varese quanto meno dubbio.
Dopo tutto questo cinque anni fa era stato aperto un fascicolo dal procuratore capo Grigo.

Il giudice di Varese l’anno scorso ha sollecitato e intimato la procura di fare indagini , dicendo espressamente che noi avevamo il sacrosanto diritto umano di sapere cosa e’ successo quella notte al nostro caro.
Bene signor ministro, non solo il PM Abate non ha fatto (ed ora lo posso dire ) nulla, ma proprio nulla di quanto era suo dovere fare su ordine del giudice, ma lo ha pure dichiarato pubblicamente , ed ha pure insultato il giudice.

Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono i g.i.p., infatti la notizia di reato riguardante le torture subite da mio fratello , non deve essere sottoposta all’esame del g.i.p.

Al g.i.p. Il Dott. Abate porta imputati accusati di colpa medica, ma nessuno di quelli che hanno usato violenza su Giuseppe, nessuno di quelli che lo hanno sequestrato, portato e trattenuto contro la sua volontà nella caserma dei carabinieri.

Nemmeno per chiedere l’archiviazione perché sa Benissimo che nessuno lo archivierebbe mai.
Siccome però , sul tavolo dell’Avvocato generale di Milano vi era una istanza di avvocazione presentata dai miei legali proprio su quel fascicolo n. 5509 , con indagati da identificare da due anni, per evitare che gli venisse sottratto , portò su quello stesso fascicolo a giudizio me e i giornalisti delle Iene per diffamazione.

Ma vede Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono proprio i g.i.p., perché vedrà  che io e le Iene andremo a giudizio direttamente, senza passare dalla necessaria udienza preliminare, dal suo amico presidente del tribunale.
Signor ministro, io sono disperata, mi dicono che il dott. Abate è molto potente e molto protetto , ed in effetti me ne ha fatte di tutti i colori , buttando fuori me Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi più volte dal tribunale senza motivo, e addirittura accusandomi di avere provocato io il sangue che usciva dall’ano di mio fratello già cadavere.

Tutto quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 , viene cestinato dal PM in una ormai prossima archiviazione , in barba ad ogni principio della obbligatorietà dell’azione penale.

La mia denuncia di allora viene portata ai g.i.p. con imputati ed accuse che nulla c’entrano con quello che è successo nella caserma dei carabinieri.
Io di legge non ne capisco proprio nulla , ma posso dire che provo rabbia, dolore, ma anche paura.
Varese e’ una città  piccola e il PM Abate mi ha già  fatto capire a suo modo che la farà  pagare a me, ai miei avvocati e ai miei più vicini amici.
Tanto quello che è successo a Giuseppe non verrà  mai portato in un’aula di tribunale.
La prescrizione si avvicina e qui a Varese lo Stato non esiste per noi.
Con rispetto.
Lucia Uva

1 aprile 2013

Lettera aperta al ministro Severino

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SQUADRACCIA MOBILE


mamma2Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio

Caro Federico, è pazzesco, assurdo ed inconcepibile difenderti ancora e ancora dal male, nonostante lo Stato attraverso “brave persone” ti abbia chiesto scusa.”, lo scrive su Facebook Lino Aldrovandi, papà di Francesco, il ragazzo di 18 anni la cui storia – purtroppo – conosciamo tutti fin troppo bene.

Ieri pomeriggio gli agenti del Coisp (sindacato di polizia “indipendente”) di Ferrara hanno manifestato sotto la finestra dell’ufficio di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, la loro “solidarietà ai quattro agenti di polizia condannati per l’omicidio di Aldrovandi. “La legge non è uguale per tutti. I poliziotti in carcere, i criminali a casa. Solidarietà, amicizia, speranza, affetto per Luca, Paolo, Monica, Enzo”, recitava il loro striscione.

Una “coincidenza” che in tanti hanno chiamato per quella che è: una volgare provocazione. A cominciare dal sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, che ha cercato di convincere i poliziotti a spostarsi di qualche decina di metri, “per evitare strumentalizzazioni”. Nel frattempo, Patrizia Moretti era scesa in strada con la foto di suo figlio, il volto rigato di lacrime. Alla vista della foto del ragazzo massacrato i “manifestanti” si sono voltati di spalle quindi, finalmente, se ne sono andati.

Oggi il padre di Federico difende l’intervento del sindaco Tagliani, attaccato tra l’altro dall’europarlamentareSalato: “Onore al Sindaco Tagliani, onore al Sindaco Sateriale, onore al Capo della Polizia, onore al Ministro degli Interni prof. Giuliano Amato che in questa storia, come uomini delle istituzioni si sono prodigati di ricucire uno strappo “infame” e odioso sotto tutti i punti di vista”.

Lino Aldrovandi non risparmia parole forti per gli agenti del COISP, “squadraccia mobile” secondo la copertina de il Manifesto di oggi:

“ha visto questa grigia o meglio “nera” mattina delle persone che dicono di essere dei poliziotti girare le spalle ad una madre a cui loro colleghi un vigliacco, infame e bastardo 25 settembre 2005, hanno soffocato, bastonato e alla fine ucciso senza una ragione un figlio. Non riesco a sopportarlo umanamente parlando. Vorrei chiedere semplicemente loro se si fossero comportati così, invertendo le parti. Non credo, forse sarebbero loro in galera se quella persona a terra fosse stato carne della loro carne. Non esiste destra o sinistra, esiste il rispetto della vita, forse questo sfugge a molti. Voltare le spalle non è rispetto della vita, è indifferenza…., uccide come quella maledetta mattina”

Il padre di Federico chiude poi augurandosi che il Ministro Cancellieri prenda opportune misure disciplinari di fronte ad un gesto inspiegabile ed assurdo.

Un abbraccio al mio Sindaco e uno meraviglioso ad una mamma, forse un po’ mamma di tutti, ma soprattutto di Federico.

Lino Aldrovandi, papà di Federico

Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio – AgoraVox Italia.

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Uomini, mica funghi


20130309-080438

Di Giulio Cavalli.

Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

Uomini, mica funghi

http://andreariscassi.wordpress.com/2013/03/10/oggi-a-tavazzano-viene-piantato-un-albero-per-anna-politkovskaja/

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Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

– il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

– l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

– la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

– l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

– l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

– la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

– la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

– la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

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I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, scuola, società, violenza

Gran bollito al sangue


Di Lameduck
“L’Italia bolliva”.


“Una foto è spesso l’effetto finale di qualcosa che magari si è svolto prima”. (Ministra Cancellieri)

Io invece, signora mia, penso, molto più alla vecchia maniera, che una foto valga più di cento parole.
Calciare in faccia, colpire sistematicamente alla testa e perfino alla nuca (un colpo che potrebbe risultare disgraziatamente fatale), come colpire chi è già a terra e disarmato o alla schiena non è un effetto finale, è voglia di fare male e usurpazione di potere. In certi casi vuol dire essere proprio carogne. Questo tipo di repressione non è confronto tra opposti schieramenti ma esercizio di qualcosa che, se proviene dal più forte, assomiglia molto alla viltà.
Io non credo, come vomitevolmente fanno capire la CGIL e il PD,  che in questi casi la violenza sia uguale da entrambe le parti, perché ci si dimentica che chi difende lo Stato, quindi i suoi cittadini, quindi noi, non i membri del Bilderberg, dovrebbe porsi su un livello etico nettamente superiore rispetto al teppistello da strada che fomenta i disordini perché è un cretino o perché lo fa su ordinazione da provocatore di mestiere.
Non mi meraviglio del Casini che parla come il Fini del G8 genovese, il che è un fenomeno naturale, ma mi fa schiumare di rabbia l’ipocrisia di questa sinistra vigliacca che dal 2001 abbandona  sistematicamente le piazze dei dimostranti al loro destino ed ha assimilato il virus tartufesco della par condicio che tutto livella e tutto annichila nella logica del +1-1=0. Sinistra che viene giustamente contestata e mai abbastanza perché forse è altrettanto distaccata dalla realtà delle mariantoniette di centrodestra ed i loro bar pieni di gente che beve cappuccini. L’ideale da accompagnare alle famose briosche.
La criminalità di un regime come quello attuale dei sado-monetaristi consiste anche nel coltivare le frustrazioni delle sue forze dell’ordine affinché esse le sfoghino ad hoc sugli oggetti sbagliati al momento giusto, sul primo che passa, che sia un black bloc o un pischello qualsiasi, partecipando come attori in un crudele esperimento di etologia, in un mondo snuff movie a tutto sangue.
La comprensibile frustrazione degli agenti, pagati poco e male e costretti a lavorare peggio, non viene agita su chi taglia i fondi per le Giustizia e costringe il personale di Polizia e Carabinieri a fare gli straordinari gratis, a pagare la benzina delle volanti e la carta per le stampanti di tasca propria; non viene lanciata contro coloro che, mentre fanno credere di combattere il crimine, sottobanco mestano e si accordano con esso in abominevoli e vergognose trattative. Nemmeno contro chi sta pianificando lo scioglimento dell’Arma dei Carabinieri per obbedire ai diktat di un’Europa che vuole un unico corpo armato che risponderebbe chissà a quale autorità. Quell’esercito unico europeo di cui si sono riempiti la bocca godendo come ricci i volonterosi carnefici del PD l’altra sera al #csxfactor.
Che direbbe oggi Pasolini delle manganellate in testa e dei calci in faccia, visto che lo si tira sempre per la giacca in questi casi? Forse direbbe che non è più il sessantotto del posto fisso e della protesta degli studenti borghesi come antidoto al vuoto ed alla noia, opposto alla lotta per il pane quotidiano dei ragazzi meridionali il cui unico sbocco sociale era fare gli sbirri.
Oggi, come ha detto Aldo Busi, gli agenti uno straccio di salario ce l’hanno ma questi ragazzi che protestano – non i pochi facinorosi e le solite comparse nerovestite, ma la maggior parte – non hanno un futuro se non di precariato. E’ un fenomeno nuovo. Sono forze sociali volutamente stroncate da piccole, alle quali si inocula solo la depressione del muro nero come futuro, alle quali si offre solo il forse se non addirittura il nulla. Forze che però, a questo punto, non hanno più nulla da perdere e che quindi bisogna rieducare a colpi di manganello prima che se ne accorgano. L’unica risposta del governo dei sado-monetaristi alle richieste di chi non fa parte del club non può che essere la pedagogia nera delle botte alla cieca.
Io, come Beppe Grillo, mi auguro che i soldati blu capiscano che stanno prestandosi ad un gioco sporco che alla fine danneggerà anche loro e che, come in tutti i copioni rivoluzionari, decidano di passare dalla parte degli oppressi, tra i quali ci sono anche loro, ma bisognerà prima che qualcuno ordini loro di sparare sulla folla.

Se la posta in gioco sarà salvare il piano diabolico che hanno ideato per assoggettare popoli interi, vedrete che prima o poi qualche potente lo farà.

Un esempio di come la stampa embedded riporta i fatti riducendoli alla solita par condicio furbesca che però alla fine si capisce da che parte pende. Nella foto in basso a sinistra si vedono i famigerati “scudi dipolistirolo usati come testuggine” che, secondo i TG – appena ascoltato su La7 – avrebbero costituito una minaccia e quindi giustificato la repressione. Polistirolo, avete letto bene.

 

fonte :  http://www.mentecritica.net/14n-gran-bollito-al-sangue/

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La giovane cronista e il sindaco colluso


Giornalista antimafia: siamo tutte Ester Castano

Storia di una giovane cronista e di un sindaco che l’ha bersagliata con minacce. E che ora è finito agli arresti accusato di legami con la ‘ndrangheta. [Silvia Resta]

“I miei guai sono iniziati un anno fa, con il mio primo articolo scritto su Sedriano (comune del milanese. 10.000 abitanti).

Era il primo ottobre 2011. Andai nell’ufficio del sindaco Alfredo Celeste, vice coordinatore provinciale del pdl, per avere un chiarimento: a maggio si era svolto un concorso di creatività femminile in cui il sindaco – professore di religione – aveva invitato Nicole Minetti a fare da madrina. Durante quella serata, c’era stata una piccola contestazione: un centinaio di cittadini fuori dal Comune per protestare contro la presenza di Minetti, coinvolta in quei mesi nello scandalo delle Olgettine. A manifestare c’erano anche una suora e una maestra di scuola elementare che vennero attaccate, strattonate da uomini dello staff del sindaco. La maestra fu bruscamente invitata ad allontanarsi dal medico Marco Scalambra, marito della consigliera comunale di Sedriano, Maria Stella Fagnani, anche lei del pdl. Proprio per denunciare queste violenze verbali che avevano subito da Scalambra su ordine del sindaco, suora e maestra avevano scritto una lettera al comandante dei carabinieri. Per valutare se ci fossero gli estremi per querelare le firmatarie di quella lettera, il Sindaco aveva chiesto il parere di un suo amico avvocato, Giorgio Bonamassa, pagando 7000 euro per la consulenza.

Ecco. Io ero andata dal sindaco per porgli una semplice domanda: “Lei pensa che sia corretto pagare un amico avvocato con 7000 euro di soldi pubblici, presi dalle casse cittadine?”

Il sindaco mi rispose con molta tranquillità che sì, “sono stati pagati effettivamente settemila e venti euro, perché il lavoro è una cosa seria e va ben retribuito”. Riporto questo colloquio sul mio giornale, l’Altomilanese, con la risposta del sindaco tra virgolette. E da lì è partita la prima querela per diffamazione. Non solo per me, ma anche per il direttore della testata. E anche per tutti gli edicolanti della zona.

Sì, i giornalai. L’avvocato del sindaco, lo stesso Bonamassa, mandò una lettera di avviso di querela anche a tutti gli edicolanti di Sedriano e dei paesi vicini. Una pura intimidazione: “Avete esposto la locandina dell’Altomilanese che conteneva l’articolo di Ester Càstano, di conseguenza risponderete di questo in sede penale”. Secondo loro, il giornale doveva sparire dalle edicole.

Questa è stata la prima mossa del sindaco nei miei confronti, nonché l’ultima volta in cui ho potuto parlargli liberamente. Da allora è stato innalzato un muro di sbarramento: la comunicazione con il primo cittadino mi è stata letteralmente impedita. Non solo con lui, ma anche con la sua maggioranza. La giunta è composta prevalentemente da donne, il sindaco si è circondato di belle signore. E anche loro hanno fatto muro contro di me. Ovviamente per scrivere articoli di cronaca locale è indispensabile il colloquio con gli amministratori e con il sindaco. Ma a me è stato materialmente impedito di mettere piede nel palazzo comunale, un diktat preciso da parte del sindaco. Ho dovuto continuare a lavorare usando il telefono, senza poter più entrare in Comune.

Poi il sindaco ha minacciato di denunciarmi per molestie, sì, per molestie, tenendomi alla larga anche con il consenso dei Carabinieri. Come se io fossi una stalker, e non una giornalista che svolge il suo diritto dovere di informare. Ho ventidue anni, sono una giovane cronista. Ma lavoro in modo serio e senza equivoci. Non è escluso che il fatto di avermi visto così piccola, sola, una giovane ragazza, insomma, abbia favorito questo tipo di intimidazioni nei miei confronti. Magari un pregiudizio…La mia immagine non è certo quella di un giornalista, magari robusto, magari di un giornale importante. Probabilmente, se fossi stato un giornalista di 45 anni, ben piazzato, magari avrebbero usato altri sistemi per zittirmi. Però, non so.

Comunque le querele (4 in tutto) sono arrivate anche al mio direttore. In determinati ambienti probabilmente essere non solo donna, ma anche così giovane, non sempre facilita. Tant’è che un giorno, in consiglio comunale, il sindaco si è sentito autorizzato a darmi una lezione di giornalismo. Attaccandomi, anche senza fare il mio nome, dicendo che “non esiste più il giornalismo di una volta, oggi i giovani sono sfacciati, sfrontati, arroganti, vogliono gettare fango dappertutto, vedono il marcio dove non esiste, dovrebbero pensare a fare un bel po’ di gavetta” e affermazioni simili. Trascurando il fatto che, nonostante io abbia 22 anni, sono già cinque anni che faccio questo lavoro.

Io ho riportato questa sua lezione sul mio giornale. Quel giorno, ero l’unica cronista presente in consiglio comunale. Anche perché Sedriano è un comune molto piccolo, sono diecimila abitanti, non arriva la grande stampa. E anche quando si è cominciato a parlare di infiltrazioni della ‘ndrangheta, i colleghi se ne sono praticamente infischiati. E poi c’è stato l’intervento dei Carabinieri. Ogni volta che scrivevo un pezzo, venivo convocata nella caserma dell’Arma. Probabilmente il sindaco pensava che con l’intervento dei carabinieri io mi sarei tirata indietro, magari spaventata. Magari intimorita. Avrei smesso di scrivere sul suo operato. E’ successo molte volte, almeno una decina. Lui comprava il giornale, fotocopiava l’articolo che lo riguardava, lo dava ai carabinieri e chiedeva loro di convocarmi in caserma il prima possibile. Una volta in caserma il mio articolo veniva letto davanti al comandante, che mi invitava a smettere, a non proseguire con le mie inchieste. Il sindaco non è mai stato presente in caserma in questi incontri. Ero sempre io, da sola, con il comandante dei carabinieri.

A giugno, Celeste ha mandato l’ennesima diffida nei miei confronti, una lettera in cui venivo descritta come una persona violenta, che alza la voce in pubblico, che lo metteva in cattiva luce, che aveva un disegno per far rovinare la sua reputazione politica. Cosa che io non ho mai fatto. In quell’ occasione io chiesi al comandante di portare un breve messaggio al sindaco, chiedendogli un incontro alla presenza del mio direttore. Perché era successo che avevo incontrato il sindaco in piazza, e gli avevo fatto una domanda, e lui aveva chiamato i vigili, e il vicesindaco mi aveva placcato. sono situazioni poco piacevoli, soprattutto se sei una ragazza di ventidue anni.

Ma la giovane età, il fatto di essere una donna non mi è mai stato di ostacolo. Io non mi sono mai lasciata condizionare da questo. Anzi. Poi c’è stata la svolta. L’inchiesta sui legami con la ‘ndrangheta, e il 10 ottobre il sindaco è finito agli arresti domiciliari, coinvolto nell’indagine che ha portato in carcere l’assessore della Regione Lombardia, Domenico Zambetti per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nella stessa operazione è stato arrestato anche il medico Marco Scalambra, con l’accusa di aver tentato di offrire voti sporchi ad una lista civica del comune di Rho. Dall’ordinanza abbiamo appreso che il giorno del concorso di creatività femminile il sindaco Celeste aveva telefonato a Eugenio Costantino per invitarlo alla serata:”Vieni che c’è Nicole Minetti.”. Chi è Costantino? E’ un personaggio molto potente, legato alle cosche della ‘ndrangheta Di Grillo Mancuso. Padre di Teresa, consigliera di maggioranza pdl al Comune di Sedriano. Anche lui è finito agli arresti, grazie all’inchiesta della Procura di Milano.

Non posso dire di essermi presa una rivincita: per Sedriano, avrei preferito sapere di aver sbagliato io, durante questo anno. Perché se prima potevo essere una visionaria, adesso ci sono le carte che documentano i meccanismi, i sotterfugi, le amicizie non del tutto chiare da parte del sindaco e dei suoi amministratori comunali. Adesso finalmente sono arrivati gli atti della magistratura da leggere, su cui lavorare. A dimostrazione che non abbiamo mai inventato nulla. Le carte dicono che Alfredo Celeste, grazie alla sua amicizia con Eugenio Costantino, e anche con Scalambra, il medico del paese, “ha favorito l’affermarsi della cosca Di Grillo – Mancuso sul territorio di Sedriano”. Perché non è che a Sedriano esiste il mafioso con la lupara e la coppola in testa, che va in giro con pistola e proiettili. Oddio, i proiettili ci sono anche stati.

La mafia è la cosiddetta area grigia: il rapporto tra classe dirigente e le cosche. La criminalità qui al Nord si è via via istituzionalizzata. Nello specifico le cosche della ‘ndrangheta sono entrate dentro i consigli comunali. Non hanno più bisogno di bussare alla porta. Non si tratta più di un’ infiltrazione ma a quanto pare, a quanto dicono le carte, il consiglio comunale di Sedriano aveva dei legami robusti con la ‘ndrangheta. Non è più un’ infiltrazione come poteva essere una decina di anni fa, nell’hinterland di Milano con altre cosche, ma una vera penetrazione.

Spero comunque che non si faccia un polverone di tutta questa storia. Oggi i fatti mi hanno dato ragione, ma non mi aspetto delle scuse. Proprio perché ho sempre cercato di affrontare questa situazione da un punto di vista professionale e non personale. Questo sindaco Celeste le scuse non deve farle a me. Io ho solo svolto il mio lavoro, nonostante le difficoltà e le intimidazioni.Le scuse dovrebbe farle alle cittadine e ai cittadini. I soldi per le mie querele le stanno pagando loro. A me dispiace, per questo. Le scuse andrebbero rivolte anche all’ intera categoria dei giornalisti. Io non sono né la prima né l’ultima cronista minacciata. In un paese normale queste cose non dovrebbero accadere. Questo tipo di violenze verbali, o le intimidazioni in caserma dei carabinieri. Penso anche ai non certo piacevoli sguardi del vicesindaco.

Ora di tutta questa storia in tre sono finiti dentro, perseguibili per legge da parte della magistratura. Il sindaco, il medico, e il presunto boss. Ma la cosiddetta cricca, comunque, è rimasta fuori. Per quello che mi hanno fatto passare, dovrebbero scusarsi nei confronti dei giornalisti. Scuse dovrebbero farle, ma non me le aspetto.”

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34712&typeb=0&Giornalista-antimafia-siamo-tutte-Ester-Castano

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Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

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PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

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La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
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Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare


diAlvin Vent, Davide Falcioni

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno dellapartecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alleoccupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizione del Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.

FONTE : http://www.agoravox.it/Movimento-No-Tav-strategia-e.html

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Lettera a Paolo Borsellino


L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire ” Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Palermo, 19 luglio 2012

fonte : http://www.centrostudisao.org/2012/08/01/la-lettera-di-roberto-scarpinato-a-paolo-borsellino/

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Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?


Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.

Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:

«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.

La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.

Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».

Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

COMMENTO AL VIDEO (Daniele)

“Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda)”

Premesso che ho appena trasgredito ad entrambi i consigli, a rendere ancora più acida questa bile nera che sale è sapere che dovrai reprimerla, perchè urlando ai quattro venti tutto ciò che hai visto ci sarà chi non vuole ascoltarti, chi non sa e chi non vorrà sapere.
A loro basta la verità ufficiale.
D’ altronde la strategia della verità ufficiale è una non-strategia, la strategia già vista e rivista di appiccicarti un’ etichetta sulla fronte, il “blec bloc”, quello dei centri sociali, il diverso.
Il diverso che parla di cose diverse.
E poi sono loro che non parleranno di ciò che non parlerai tu, non parleranno di chi muore sotto i manganelli, non parleranno di valli trucidate da ferrovie assassine, non parleranno di chi nelle carceri paga l’ ottusità di un intero sistema.
Lasciano che tutto ciò, a farlo, sia tu.
Solo tu.
Sarai solo tu a parlare di Piazza Alimonda.
Sarai solo tu a parlare di Aldrovandi.
Sarai solo tu a parlare di CIE.
Sarai solo tu a parlare di TAV.
Sarai solo tu, come un povero scemo, a parlare a vanvera di nomi e di sigle.
E sarai un diverso, stavolta per davvero.
Come loro hanno sempre voluto.

Loro parlano di escort, spending reviev, conti e bilanci che non tornano ma anche si, e ciò di cui parlerai tu sarà solo ciò di cui parla il blec bloc.
Parole nere.
Se a questo ci aggiungiamo che il “partito di sinistra” spende forze e striscioni per dissociarsi da “chi lancia le pietre”, beh, il gioco è fatto, anche perchè come dice il video al 48° minuto “Vatti a fidare di un no-global!”

E la rabbia sale, sale, sale, e poi basta.

FONTE : http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071

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Ancora parole su Carlo e su Genova, sì


Undici anni fa l’uccisione di un ragazzo nei giorni dell’incubo. Genova tra le battaglie perse e uno scorcio di realtà per un Paese sempre uguale a se stesso.

Perchè un altro articolo su Carlo? Perchè altre parole suGenova? Perchè oggi ricade una data che in qualche modo lo impone, perchè pochi giorni fa sono arrivate le condannedefinitive per  qualche poliziotto e quelle terribili a carico dei manifestanti. No. Perchè è giusto ed indispensabile che anche una sola persona in più sappia cosa è successo e veda con i propri occhi il sorriso di un ragazzo. “Diaz non è un film” e Carlo non è un simbolo. E’ un ragazzo ucciso con calcolata ferocia, uno tra le tante e i tanti che a partire da quel luglio hanno subito la violenza armata delle forze dell’ordine, la violenza meschina della presunta “politica”, la violenza spietata della sedicente “giustizia” e la violenza avvelenata della cosiddetta “informazione”.

In questi giorni su Giap vengono rilanciate le numerose e puntuali inchieste realizzate per far luce su quanto accadde al G8 del 2011, perchè “tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso”. Semplicità che fa male. A distanza di 11 anni Genova è lontana ed è vicina. Uno scorcio di realtà in un Paese aggrovigliato nelle proprie ombre, sempre più uguale a se stesso. Incapace di fare i conti con la propria storia e di guardare al di là del naso del demiurgo di turno. Che dopo il sorriso di Carlo ha spento quello di Aldro e quello di Stefano e di altri ancora.

Genova mistificata. Genova chiusa in un cassetto. Genova senza giustizia. Genova con poche verità. Genova ferita. Genova sconfitta. Ma Genova viva, ancora, fra le dita di tanti che hanno respirato quell’aria. Genova presente, ancora, per chi non c’era ma ha cominciato ad esserci da quell’istante.

Speciale / Genova 2001
Le poltrone cambiano, l’ingiustizia resta

 

Diaz, la prima sentenza è un “amnistia per la polizia”: assolti i vertici. Ma le cose cambiano in appello, condannati alti dirigenti. Nel luglio 2012 la cassazione conferma le condanne. Bolzaneto, 15 condanne e niente tortura, poi in secondo grado interviene la prescrizione. Resta però la responsabilità civile. Dei 25 manifestanti rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio, dieci condannati in appello. Il 13 luglio 2012 la cassazione conferma cinque condanne, da 6 ai 14 anni, che diventano esecutive. Gli altri cinque rinviati in appello ma limitatamente alla concessione delle attenuanti.
Il 17 novembre 2007, contro il processo ai manifestanti, si era svolta a Genova, con straordinario successo, una manifestazione nazionale. Di nuovo a Genova, in cinquantamila, nel decennale, il 23 luglio 2011.
Rivelazioni. Falsi documenti. Ammissioni. Intercettazioni. Risarcimenti. E promozioni. Come quella di Gianni De Gennaro al ministero di Amato e poi al commissariato per i rifiuti campani, e quella del suo vice Antonio Manganelli a capo della polizia. Ingiustizia è fatta. Notizie, testimonianze e materiali audiovisivi raccolti negli anni da Zeroincondotta.

http://www.zic.it/g8-2001/

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Genova 2001, nomi e cognomi


 La preparazione di Genova 2001, la protesta, il dopo G8, sono per molte ragioni il simbolo dell’emersione di punti di vista e di pratiche sociali che hanno segnato la storia di singoli cittadini, di movimenti e pure di media indipendenti. Indirettamente anche di Comune-info, che all’epoca non era nato, ma tutti i suoi promotori e redattori erano lì. Di seguito, un articolo che ricostruisce in modo puntuale quanto accaduto negli ultimi anni, partendo dai processi. Non lo leggerete sui «grandi» media. Fatelo girare, come hanno cominciato a fare Wu Ming e altri.

I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: Il G8 di Genova non si può derubricare ad una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale la pena di chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.

Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, mentre Mastella spiegò che non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77). Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora partito democratico. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in un’intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 Luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverne, oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiedeva Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.

Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabiniere, ovviamente di Alleanza Nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale. Peccato che durò dalle 10 alle 16,30. E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta bocciata nel 2007 ci fu una commissionediindagine poco dopo i fatti del G8 con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra e una di rifondazione). Rileggendole oggi si scopre che contenevano già tutti gli elementi necessari per farsi un’idea di quello che era accaduto avanzando anche delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio. Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistatol’anno scorso dal Manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì archiviarlo dopo che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana (Lega Nord). Il motivo? Definiva tortura solo il comportamento reiterato, con il paradosso che che se fosse stato fatto una volta sola, su una o più persone, non sarebbe stato reato. Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti del parlamento mentre l’Italia è ancora inadempiente rispetto al trattato internazionale sottoscritto nel 2003. Del resto cosa ne pensasse la Lega fu chiaro quando, Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, intervistato nel 2008 da Repubblica disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura perché: «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. E non sono stati i soli. Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto codici identificativi, commissione d’inchiesta e reato di tortura (oltre al bando del pericoloso gas CS dei lacrimogeni e alla sospensione dei poliziotti condannati) sia al PresidentedellaRepubblica, Napolitano, che aisegretaridelcentrosinistra, Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. E questo nonostate il fatto che perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, avesse avanzato la richiesta di scuse da parte dello stato e di dimissioni dei responsabili dell’ordine pubblico. Anche perché la Diaz si sta dimostrando un caso non isolato. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia, passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi, in corso o in partenza, incombe la prescrizione.

Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti a al lavoro della segreteria del genova social forum che hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibiliinrete e hanno smentito tutte le ricostruzioni mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione, smentendo le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana mandò in onda il video di Indymedia qualche tempo dopo, oscurando il logo del network). Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine divideo e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci, alimentando per oltre dieci anni un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali, se non con l’eccezione di qualche cronaca locale, che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come «Genova nomep er nome» di Carlo Gubitosa o Leclisse della democrazia» di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto. Questi racconti non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc., mentre continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.

Per esempio, quei giornalisti che hanno riportato le parole sulla professionalità dei condannati di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare IDV, non avrebbero fatto un servizio più completo aggiungendo che questi due politici sono stati avvocati difensoririspettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?

Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzicherischiano 100 anni di pena complessiva in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. E poi c’è il tema delle scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti, che invece non si sono visti in questi 11 anni. E invece alle istituzioni bisognerà porre un’altra domanda: come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?. Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non si tratta di generiche responsabilità politiche, ma di chiamare con nome e per cognome le persone coinvolte. Altrimenti non avremo un alibi se Genova sarà solo l’ennesima pagina nera della storia di questo paese raccolta in un libro che non si vuole chiudere.

FONTE : http://comune-info.net/2012/07/genova-2001-nomi-e-cognomi/

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Siamo tutti fascisti


In qualche modo, oggi si chiude la lunga orbita che questo paese e tanti di noi hanno iniziato a percorrere 11 anni fa. Che quella del g8 di Genova fu macelleria messicana oggi è verità processuale, non più impugnabile. Dopo un decennio, la repubblica, con inaccettabile ritardo, viene a sapere che sul suolo metropolitano persone innocenti e pacifiche sono state barbaramente torturate e che la verità dei fatti fu completamente travisata nei verbali ufficiali delle forze dell’ordine. Tutto questo non in uno staterello africano dal nome impronunciabile, ma nel cuore dell’antica Europa, in una delle 8 nazioni più economicamente avanzate del mondo.

Chi non è mai stato oggetto di un pestaggio o di una vessazione fisica non può sapere che se il dolore e le ferite (almeno quelle che non inducono invalidità permanenti) passano., l’umiliazione che viene imposta all’anima attraverso il corpo, no. E questo diventa veramente inaccettabile quando il carnefice non è un nemico, uno che parla un’altra lingua o indossa un’altra divisa, ma uno che gioca nella tua stessa squadra. Uno del quale, in un modo o nell’altro, hai avuto fiducia perché sulle mostrine porta la tua bandiera.

A meno delle inqualificabili leggi razziali, gli aspetti più truci del fascismo il nostro paese non li ha vissuti nel ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale, ma probabilmente nei 50 che l’hanno succeduta, quando in nome dell’integrità militare e politica dell’occidente, la democrazia sulla quale idealmente era stata fondata questa nazione si è andata lentamente svuotando di significato fino a trasformarsi nel concetto astratto di cui ora siamo tristemente protagonisti.

L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini. La Chiesa, i Carabinieri, i Partiti, i Sindacati, ecc. regnano come pallidi signori medievali su una terra oscura, senza il barlume di una scintilla di luce. Morta nell’anima prima che nel lavoro e nella politica.

E in questo fascismo intrinseco indotto dalla sfiducia in sé stessi, gli italiani si trovano ad avere come capi della polizia gli stessi che dieci anni prima avevano ordinato, corrotto, picchiato ed infine mentito. “Grandi professionisti” dicono i giornali, quasi a farci pensare che la pena per costoro “che nel frattempo avevano fatto carriera” giunge inopportuna perché le forze dell’ordine ne escono “decapitate”.

Triste è il paese che ha bisogno di eroi, tristissimo quello che si ritrova questi eroi come capi di forze dell’ordine. Gente la cui mancanza di professionalità è un dato così evidente che non può essere citato perché vorrebbe dire mettere in crisi il sistema s nella sua stessa spina dorsale. Tanti i fatti, anche recentissimi, che lo dimostrano senza ombra di dubbio e senza possedere quelle competenze che per caso io, in prima persona, mi ritrovo a possedere. Non li cito per rispetto delle vittime, ma sappiamo tutti di chi stiamo parlando.

Una polizia incompetente, improvvisata e pronta truccare le carte è l’indispensabile stampella sulla quale si poggia una classe dirigente corrotta e criminale. Classe dirigente che noi abbiamo la colpa di tollerare e sostenere da anni perché nel cuore, magari nella parte più nascosta, siamo tutti fascisti.

fonte : http://www.mentecritica.net/siamo-tutti-fascisti/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/26995/

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Perché sto con la mamma di Aldrovandi – di Ilaria Cucchi


Noi eravamo presenti al momento della pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione. Lucia Uva, Domenica Ferrulli ed io. Perché noi in questi anni siamo diventati una famiglia.
Noi sappiamo cosa significa lottare momento dopo momento per una giustizia che si da per scontata ma che molto spesso non lo è.

Noi sappiamo quanto è importante per noi, e per quelli come noi, che finalmente e definitivamente coloro che hanno tolto la vita a un ragazzino che non aveva fatto niente di male siano stati giudicati colpevoli. Questa è la giustizia in cui vogliamo credere. Questo ciò che da a noi la speranza di andare avanti.

Questo ciò che è riuscita a fare, da sola, Patrizia Moretti. Per la sua famiglia, per Federico che ora le sorride da lassù ma che mai nessuna sentenza potrà restituirle. Ma anche per l’intera collettività. E per noi, che senza il suo coraggio non avremmo mai trovato la forza necessaria per intraprendere battaglie di simili dimensioni.

Patrizia lo ha fatto sapendo bene che quanto aveva di più prezioso non le sarebbe stato restituito da una sentenza di condanna. Nella quale ella stessa, pur sapendo benissimo come erano andate le cose, avendo imparato a sue spese a conoscere questa giustizia in tanti momenti non ha sperato.

E lo ha fatto anche nell’illusione di poter cambiare una cultura. Quella terribile per la quale chi indossa una divisa ha ragione a prescindere. Ma contro il pregiudizio e l’ottusità a volte non basta nemmeno questo. Se oggi, di fronte all’evidenza delle atrocità che hanno fatto coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi, c’è ancora chi ha il coraggio di difenderli. E non solo. Purtroppo.

Patrizia ha visto calpestata la vita di suo figlio, appena diciottenne e con tutta la vita davanti, ed oggi dopo tanto dolore aggiunto al dolore, quello di una lotta impari affrontata con lo strazio della consapevolezza che ormai la sua vita era finita nello stesso istante in cui era finita quella di Federico, vede calpestata anche la sua memoria.

Ma che senso ha tutto questo?
E la nostra realtà politica non ci aiuta.
Troppo presi evidentemente a fare leggi su misura per loro. Ignorando quali sono i problemi veri della gente comune.
Gente che per merito della nostra giustizia riesce a fatica a far emergere realtà scomode, grazie solo ed esclusivamente alle pubbliche denunce. Quelle rivolte alla gente normale.

Quelle che fanno indignare il vicino di casa e l’impiegato dell’ufficio postale, che solo in quel momento assumono consapevolezza dei soprusi che avvengono ogni giorno nell’indifferenza generale.
Perché fa comodo a tutti non parlarne.
Così. Come se niente fosse successo.
Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema.
Molto meglio chiedere a noi di farcene una ragione.
Sfatiamo questo mito. La giustizia non è uguale per tutti.
Cambiano le persone che comandano questo Paese, ma non cambia la mentalità. Se il ministro degli interni, piuttosto che tacere, ritiene opportuno esprimersi in maniera vaga anziché compiacersi per la vittoria della giustizia, quella vera, una volta tanto.

Cosa dovremmo pensare noi?
Che siamo soli. E ancora una volta qualcuno ce lo ha dimostrato.
Ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal nostro bisogno di giustizia. I nostri cari non sono morti per un puro caso, ma per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarne i diritti.

E nessuno può chiederci di far finta di niente.
Lo sappiamo bene quanto è e sarà dura.
E sappiamo anche bene che possiamo confidare solo su noi stessi, sul nostro avvocato e angelo.

E sul coraggio di Patrizia.
Che ha cresciuto un ragazzo fantastico, che sarebbe stato accanto a lei per tutti i giorni della sua vita, se quattro assassini non avessero deciso di portarlo lontano da lei.

fonte globalist 26 giugno 2012

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Federico mio fratello


Succede che in un afoso sabato sera d’inizio estate all’indomani della sentenza che conferma la pena di 3 anni e 6 mesi per gli agenti Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani, ritenuti responsabili dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi (e che i quattro non sconteranno perché già bonificata dall’indulto), Rainew24 mandi in onda questo documentario lento e straziante sul viaggio verso la giustizia lungo sette anni di una madre, di un padre e di un fratello minore.

E grazie a internet scopri quasi subito che l’esplosione della tua emozione è solo un pixel di un’onda gigantesca di cuori contratti e catturati come il tuo nel medesimo istante dalle stesse immagini e parole, in un insieme compatto che rende più sopportabili un dolore e uno sgomento altrimenti ingestibili.

Poi il giorno dopo col diaframma ancora in tumulto e una riserva di lacrime in rifornimento, vieni a sapere che sulla pagina di Prima Difesa Due (“FACCIAMO TUTTO PER TUTELARE I DIRITTI UMANI DI CHI INDOSSA UNA DIVISA… NOI DALLA PARTE GIUSTA”, dice la fondatrice Simona Cenni) è scattato lo sdegno accorato dei sostenitori dell”operato degli agenti riconosciuti colpevoli e che in realtà sarebbero le sfortunate vittime della violenza incontrollata di un drogato diciottenne di ritorno da un concerto.

E a colpirti in pieno naso col culo della padella sono più i toni dei contenuti, come sempre avviene quando il disprezzo e l’aggressività decidono di copulare e generare mostri.

In questa volgare guerra di sputi in cui scopri che la madre di Federico avrebbe allevato un cucciolo di maiale, che lei e il marito sapevano e appoggiavano l’utilizzo di droghe da parte del figlio e che con i 2 milioni di euro di risarcimento oggi faranno la bella vita alla faccia dei quattro poliziotti ligi al dovere ai quali hanno distrutto per sempre l’esistenza, il tanfo dell’odio a giustificare l’ingiustificabile che ti assale rimanda all’ottundimento emotivo durante l’ascolto dei commenti fra colleghi intercettati dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, la visione delle ferite sul cadavere di Stefano Cucchi, la lettura della perizia medico-scientifica sul corpo martoriato di Giuseppe Uva.

Ogni dettaglio grida giustizia nella vicenda di Federico come nelle altre e se malgrado il manto di omissioni e protezione in questo caso si è giunti alla conferma della condanna, evidentemente condanna doveva essere, con buona pace dei mantra di sdegno di chi parteggia per i robocop sottopagati ai quali il gioco del manganello quella notte è sfuggito di mano.

E che la giustizia sia cosa da aggirare e arginare nella logica di certi ambienti al di sopra delle parti è confermato dall’eliminazione immediata, alla notizia che i genitori di Federico hanno sporto querela, della cascata di commenti offensivi tanto spavaldamente lasciati sulla pagina amica solo poche ore prima (tardi, comunque, le pagine sono state ampiamente fotografate e diffuse sul web).

Non si capacita la fondatrice del gruppo Simona Cenni (quella che difende i giusti), querelata lei stessa insieme a Sergio Bandoli (quello del cucciolo di maiale) e Paolo Forlani (quello condannato che non sta più zitto e sfoga a insulti la rabbia di sette anni di ingiustizie). Chiede di non fare commenti, la Cenni, inutili, la vicenda si commenta da sola dice, e per una volta siamo d’accordo.

Io però avrei una domanda se posso, una domanda incauta e spaventosa che riguarda quello che non sappiamo e non sapremo mai su eventuali casi simili di “allenamento machista in divisa” sulla pelle di figli e fratelli senza genitori e sorelle a chiedere instancabili l’accertamento di verità che sfuggono alla versione ufficiale e gridano il linguaggio dell’intelligenza etica e civile.

 

 

FONTE :  http://sentogentepensocose.wordpress.com/2012/06/25/federico-mio-fratello-60/

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Ho vinto io


Suonarono come pietre quelle parole che dal pulpito della cattedrale di Palermo diceva quell’esile signora, fino a quel momento sconosciuta, davanti a tutta quella gente, riunita per i funerali di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Mortinaro e Vito Schifani, assassinati due giorni prima dalla mafia, facendo esplodere 500 kilogrammi di tritolo sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lei era Rosaria, la vedova di Vito Schifani. I funerali erano trasmessi in diretta televisiva e la chiesa traboccava di rabbia, tanta rabbia, che travolgeva, anche fisicamente i politici presenti, fra cui il neo eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Già, i politici che per molti dei presenti erano i veri responsabili della morte di Giovanni Falcone, lasciato praticamente solo in prima linea nella lotta alla mafia.

Sono passati vent’anni da quella data e quella frase così semplice ma allo stesso tempo così complessa: “Vi perdono però dovete mettervi in ginocchio” seguita da un’altra frase che lasciava poche speranze “se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano” è stampata lì nella memoria di chi seguiva in diretta quelle immagini o era lì presente in quella cattedrale o nella piazza antistante. Questa sera sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo Rosaria Schifani si racconta e ci racconta questi venti anni nel documentario “Ho vinto io” la sua storia di dolore e di coraggio. La storia di una donna che ha lasciato Palermo, con un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ora ventenne arruolato nella guardia di finanza, alla ricerca di una vita, che 500 kilogrammi di tritolo gli aveva strappato.

Oggi come ieri dice che non crede al pentimento dei mafiosi, ma stasera racconterà come, con grande fatica, ha saputo ricostruirsi una vita, mentre gli esecutori materiali e non di quella strage, restano avvolti in una spirale di morte, senza speranza.

Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l’arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».

Rosaria se ne andò da Palermo, adesso vive in Toscana, si è rifatta una vita con un militare della Guardia di Finanza “un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Pensi che in una delle rare volte che sono tornata a Palermo, uno che mi ha riconosciuta mi ha bisbigliato: te lo sei portato appresso lo sbirro”.

Altri fingono di non riconoscerla, non si avvicinano, con una così è meglio non averci a che fare, mentre Manù le domanda “Mamma, perchè Palermo è così bella e così brutta?”.

Dal terrazzino della sua casa-vacanza il panorama è mozzafiato, ma si tratta di sepolcri imbiancati, poco è cambiato in vent’anni. Motorini truccati che sfrecciano con a bordo ragazzini senza casco, il mare cristallino che bagna polvere e rifiuti.

Rosaria pensa che si sia persa un’occasione irripetibile “Poteva cambiare tutto, invece lo Stato si è fermato. I giudici hanno incominciato a litigare fra di loro, caselli ani contro grassiani, pur con tutti i meriti che vanno dati loro”.

I suoi ricordi vanno a quando era ragazzina, sempre ottimista, anche se erano anni terribili per Palermo, erano gli anni del maxiprocesso “quando uscivo da scuola e sentivo le sirene delle macchine delle scorte, venivo pervasa da un senso di inquietudine, di tristezza. Cercavo risposte in una città cosparsa di lapidi di gente morta ammazzata. Amavo Palermo, ma mi terrorizzava”.

Poi, Vito, un uomo perbene, per lei un uomo speciale “Avevamo tanti sogni, il suo era quello di pilotare gli elicotteri della polizia”, sogni spazzati via da una furia bestiale, che ha distrutto le vite di chi le è sopravvissuto. “La settimana prima della strage avevo sognato delle croci bianche, ero turbata, percepivo il nervosismo di Vito. Vito aveva lavorato fino al venerdì sera all’ufficio scorte, ma il turno festivo era saltato perché il dottore Falcone sarebbe arrivato il sabato”.

Un ultimo saluto e Vito, insieme agli altri ragazzi, corre incontro alla morte “Per l’inizio di un calvario, mi ritrovo sola con mio figlio, a farmi e rifarmi mille domande, perché morire così? Perché era morto Giovanni Falcone?”.

Rosaria voleva delle risposte “Alla camera mortuaria c’erano tutte le istituzioni, la loro presenza era irritante. Il Capo della polizia  mi disse: vedrà, l’aiuteremo, lei lavora? Sul tavolo c’erano delle buste con dei soldi per i familiari delle vittime. Io rifiutai, mi sentii offesa, cme se con quelle buste volessero tapparci la bocca e pulirsi la coscienza. La busta venne presa dai parenti di Vito”.

Rosaria non ci sta, non si è mai arresa, quelle risposte non le ha avute, nessuna certezza di giustizia, di verità “Ecco da dove nasce la mia ribellione. I risarcimenti non possono comprare il mio urlare al mondo il senso di legalità.Tanti hanno continuato a ripetermi che è stata una disgrazia, ma ad uccidere Vito è stata una fatalità chiamata mafia”.

 

FONTI : http://www.tvblog.it/post/35975/ho-vinto-io-strage-capaci-rosaria-schifani-rai3

http://www.articolotre.com/2012/05/capaci-1992-2012-rosaria-schifani-racconta-la-sua-palermo/87350

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/22/schifani_palermo_mafia_falcone_Cavallaro.shtml

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Puzza di morte, anzi di strategia della tensione


di Rosario Dello Iacovo

Prima il ritorno della violenza politica. “Gli anarchici”, “Le nuove BR”, “Il pericolo di un’escalation”. Un calderone nel quale finiscono tutte le forme di opposizione sociale alla durissima crisi che stiamo vivendo. Poi stamattina a Brindisi un ordigno esplode davanti a una scuola, la Morvillo-Falcone, uccidendo Melissa Bassi. Un’altra ragazza, Veronica Capodieci, è in condizioni gravi ma stabili. Entrambe di sedici anni. Proprio oggi, nel capoluogo pugliese si sarebbe dovuta svolgere la “Marcia della legalità”. Che si terrà comunque, alle ore 18, come ha confermato poco fa il coordinatore nazionale della Carovana antimafia, Alessandro Cobianchi. Sei i feriti, alcuni dei quali in gravissime condizioni. Una ragazza subirà l’amputazione degli arti. Altre sono completamente ustionate. Vite distrutte per sempre.

“Sacra Corona Unita”, ipotizza Roberto Saviano. Gi inquirenti sembrano confermare e le indagini partono proprio in quella direzione. Io ho molti dubbi. Non ne vedo il motivo, non vedo alcuna utilità pratica, dietro un gesto efferato che produrrà spietata repressione. Certo, il 9 maggio scorso gli investigatori avevano portato a segno un brutto colpo contro la criminalità organizzata arrestando, a Mesagne, uno dei centri chiave della mafia pugliese, 16 persone accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, porto illegale di armi da fuoco, danneggiamento aggravato e incendio aggravato.

Tuttavia, non mi convince che il mandante sia un’organizzazione, certamente temibile, ma il cui profilo criminale appare storicamente inadeguato di fronte alla gravità dell’attentato, alla sfida che lancia. A confermare il mio scetticismo le parole del prefetto di Brindisi, per il quale: “La particolare tipologia fa di questo attentato un attentato anomalo. C’è solo un precedente a Genova, contro obiettivi istitituzionali. Mai colpita una scuola nella nostra storia”. Intanto arrivano in Puglia proprio i Ros di Genova, gli stessi che hanno effettuato rilievi dell’attentato all’Ansaldo.

Non so quello che sta accadendo, ma la memoria va, come il cane di Pavlov, alla storia nera e irrisolta delle stragi di Stato. Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Ustica, Bologna, Georgofili, un filo che si spezza e riannoda nell’arco di oltre quarant’anni. Per il quale non ha mai pagato nessuno. Estendere la vigilanza democratica è oggi dovere di tutti. Così come tenere gli occhi ben aperti, nel comune cordoglio per Melissa, Veronica e gli altri giovanissimi segnati per sempre, perché non si faccia di un’erba un fascio. Perché lottare contro la crisi, la precarietà e le scelte inique non diventi automaticamente un atto di terrorismo.

Oggi è successa una cosa gravissima: è tornata la strategia della tensione.

FONTE : http://rosariodelloiacovo.wordpress.com/2012/05/19/puzza-di-morte-anzi-di-strategia-della-tensione/

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Lettera di un papà


Caro Federico, mai e poi mai avrei pensato nella mia vita di chiedere, nel mio paese, l’introduzione del reato di tortura… http://www.firmiamo.it/introduzionereatoditortura 10000 cuori, poi chissà… Per ora aspetto solo una piccola giustizia (21 giugno 2012 – cassazione),  per poi scomparire in punta di piedi, come è nel mio e nel tuo carattere…, di quando il tuo fiore… in ogni giorno della tua …vita era per me una meraviglia continua, immagine di gioia ed energia inesauribile, come penso lo sia per ogni genitore di questa terra ogni fiore che risponde al nome di figlio. Un giorno, forse ritorneremo a camminare per dimenticare il male che ti hanno fatto, che ci hanno fatto, ma quella promessa… la devo mantenere… e ascolto questa canzone, mi sembra del 1993, con l’immagine di una foto di un bambino che insieme al suo papà camminava spensierato nei campi d’oro, per sempre. Lino Aldrovandi, papà di Federico
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Nei mesi scorsi, sul web, gli anarchici


Sull’agguato che ha colpito il dirigente dell’Ansaldo nucleare, Roberto Adinolfi, tutti i giornali online citano con grande evidenza che gli inquirenti starebbero seguendo «la pista anarchica» e «dell’eversione». Tra le prove, la dinamica dell’accaduto – secondo le prime ricostruzioni. E una frase, evidentemente di agenzia, ripresa più o meno in tutti i servizi. Cito la versione del Secolo XIX, il quotidiano di Genova, dove è stato colpito Adinolfi:

Nei mesi scorsi sul web era circolato l’appello di alcuni gruppi anarchici «ad alzare il tiro», «a pensare di passare ad una fase che possa prevedere l’azione armata».

Ora, a prescindere dalla plausibilità della «pista anarchica» (il fatto che gli inquirenti abbianodichiarato che «non si escludono altri moventi, come motivi privati» e che il procuratore capo di Genova, Michele Di Lecce, abbia detto: «Dobbiamo ancora orientarci, sono in corso i primi rilievi», dovrebbe invitare alla prudenza – specie per un tema così delicato), ci si può e ci si deve chiedere il valore giornalistico di questa frase. Ponendosi alcune domande:

«Nei mesi scorsi»: quando?
«sul web era circolato»: su quali siti?
«l’appello»: quale?
«di alcuni gruppi anarchici»: quali?

Da ultimo: i virgolettati («alzare il tiro», «azione armata») da dove provengono?

Mancando tutte queste risposte, che senso ha inserire questa frase all’interno di un articolo di cronaca? Qual è il valore giornalistico di queste affermazioni? Cosa aggiungono della ricostruzione dell’accaduto? Cosa al tentativo di comprendere i fatti?

Messe così, queste affermazioni servono solamente ad alimentare dichiarazioni allarmistiche sul ritorno delle BR. Visto il clima che si respira nel Paese e in Europa, sarebbe meglio limitarsi alla cronaca.

(Foto: Repubblica.it)

FONTE  http://ilnichilista.wordpress.com/2012/05/07/nei-mesi-scorsi-sul-web-gli-anarchici/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società

ROMANZO DI UNA STRAGE


Il trailer di “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana in uscita venerdì 30 marzo sulla strage di piazza Fontana

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RECENSIONI IN RETE

Mymovies

Romanzo di una strage

Un film di Marco Tullio Giordana. Con Valerio MastandreaPierfrancesco FavinoMichela CesconLaura ChiattiFabrizio Gifuni.

 Drammatico, durata 129 min. – Italia 2012.

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Ondacinema

Matteo De Simei Romanzo di una strage

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Film Scoop

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Cinema del Silenzio

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RASSEGNA STAMPA

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Corriere della Sera 25 marzo 2012

Romanzo di una strage visto da Mario Calabresi

Aldo Cazzullo

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L’Unità 27 marzo 2012

Un film fatto per la meglio Italia

Alberto Crespi

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L’Unità 27 marzo 2012

Il romanzo di una strage infinita

Gabriella Gallozzi

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Corriere della Sera 27 marzo 2012

L’anarchico e il commissario. I due protagonisti tra i poteri oscuri

Paolo Mereghetti

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La Repubblica 27 marzo 2012

Il romanzo di Piazza Fontana ma il finale bipartisan non regge

Curzio Maltese

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La Stampa 27 marzo 2012

Rivivono i fantasmi di un Paese che non ha memoria

Michele Brambilla

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Il Riformista 27 marzo 2012

Piazza Fontana, bugie e depistaggi. I giovani andranno?

Romanzo di una strage

di Michele Anselmi

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Secolo d’Italia  27 marzo 2012

Piazza Fontana, finalmente un film contro le vulgate

Maurizio Cabona

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Libero 27 marzo 2012

L’hanno ucciso un’altra volta

Giampaolo Pansa

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Il Messaggero 27 marzo 2012

Quella lotta tra Stato e antistato

Mario Ajello

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Corriere della Sera 28 marzo 2012

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

 Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Corrado Stajano
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Gli Altri  29 marzo 2012

Andrea Colombo

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L’Espresso 30 marzo 2012

Calabresi vittima non carnefice

intervista a Dario Fo

Roberto Di Caro

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Il Fatto Quotidiano 30 marzo 2012

La seconda bomba di piazza Fontana

Cucchiarelli con il suo libro ha ispirato il film di Giordana: «Lo dicono le perizie»

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Malcom Pagani

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Il Messaggero 31 marzo 2012

«A piazza Fontana una sola bomba» L’altra verità di Adriano Sofri

L’ex leader di Lotta Continua contesta la tesi del libro da cui è tratto il film di Giordana

Stefano Cappellini

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Il Fatto Quotidiano 1 aprile 2012
Gianni Barbacetto
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.L’Unità 1 aprile 2012
Lo scrittore Carlo Lucarelli smentisce la tesi sostenuta nel film di Giordana sulla strage di Piazza Fontana: «Nessuna prova. Si rischia di oscurare la verità»
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Il Sole 24 ore 1 aprile 2012
Goffredo Fofi
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La Repubblica 1 aprile 2012
Miguel Gotor
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LIBRI

Il Post  31 marzo 2012

43 anni. Piazza Fontana. Un libro, un film

Adriano Sofri
 si può scaricare qui.

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani.  (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano). Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti. E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora. “

Indice
43 anni 3
Gunhild 8
Perché comincio da qui 10
L’anonimo e il passeggero 16
Il raddoppio universale 18
Promemoria sugli errori più vistosi 28
I fratelli Erda 31
La toppa peggiore del buco 36
La cantonata del compagno misterioso 38
L’Italia di Maramaldo 42
L’alibi superfluo 43
La tredicesima in tasca 45
Ce l’hanno con Valpreda 52
Sottosanti 56
Sottosanti e la cassetta 58
Dovevamo interrogarlo su Sottosanti 69
Le due bombe “ritirate” 76
La cantonata del numero 7 78
L’altro ferroviere 83
Il treno impossibile 88
Altre illazioni131
Il confronto immaginario 90
Potenza del nazimaoismo 93
Il timer, la miccia e la logica 95
Le mani in tasca a Pinelli 100
Spoon River 103
Le fonti anonime 106
43 anni 108
Appendice
L’alibi di Pinelli 112
Cronologia 122
Persone 125

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Adriano Sofri “La notte che Pinelli” Sellerio 2009 .

la recensione di Valerio Evangelisti a “La notte che Pinelli”  roma.indymedia.it

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Camilla Cederna “Pinelli. Una finestra sulla strage

Nutopia [sergio falcone & co.]

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VIDEO  E TRASMISSIONI TV

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Carlo Lucarelli Piazza Fontana

Blu Notte

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Sergio Zavoli Piazza Fontana

La notte della Repubblica

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Piazza Fontana: una strage di Stato?

La morte di Giuseppe Pinelli

La prima vittima: storia di Luigi Calabresi

La Storia siamo noi

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Ipotesi su Pinelli

Documentario su Giuseppe Pinelli, Strage Piazza Fontana
Elio Petri, Nelo Risi

fonte http://foglianuova.wordpress.com/2012/03/31/romanzo-di-una-strage/

Pubblicato in: CRONACA, FORZE DELL'ORDINE, sociale, società

Da quella società che celebra gli ergastolani: Onore a Giuseppe Iacovone


di Michele Rinelli –  In Giacca Blu

Non lo fai per una questione di soldi ma lo fai e basta, perché è quello che senti ed è ciò che è giusto fare ed è per questo forse che è morto Giuseppe Iacovone, Agente Scelto della Polizia di Stato caduto ad Isernia a seguito di un incidente stradale mentre inseguiva un SUV che si era dato alla fuga.

Non lo fai perché vuoi le medaglie o qualche soldo in più, a fine mese sempre 1300 euro sono, ne ammanetti 5 o 10,  o nessuno non cambia nulla ma questa vita ha un senso e non può non averlo.

Per quanto assurdo sembri quando ti lanci dietro a un folle che scappa con una macchina a tutta velocità non ci pensi minimamente al tuo stipendio, alla tua vita, alla tua famiglia a quello che lasceresti: ti lanci, lo insegui e capita che muori perché quella è la tua vita e quello era ed è il tuo dovere.

Ci possiamo pure arrabbiare ma lo sappiamo dal primo giorno, le statistiche poi parlano chiaro, gli esponenti delle forze dell’ordine numericamente non muoiono nel fragore o con l’onore delle armi ma muoiono banalmente  per colpa dei potenti cavalli a motore quali sono le moderne autovetture.

Quello che però mi fa arrabbiare è il silenzio, la capacità di questo sistema di informazione immerso nel disinteresse della pubblica opinione che non si preoccupa di chi siano davvero i poliziotti tranne se li arrestano per qualche nefandezza, sono violenti o quando fanno scalpore e generano chiacchierare scandalizzate nei bar… ma quando muoiono nell’interesse della collettività durante l’espletamento del servizio ecco che i media si fanno di nebbia e a parte solo qualche lancio di agenzia striminzito limitandosi a darne il triste annuncio in sordina e senza poi così tanto rispetto.

Ed è quindi nel silenzio dei canali di informazione che ci lascia Giuseppe a soli 28 anni, troppo pochi per una vita, ma abbastanza per i suoi cari, i suoi amici e i suoi colleghi per non onorarlo come sarebbe giusto.

Restituiteci o meglio dateci il beneficio della morte bianca, i nostri non sono considerati morti bianche,  perché in Italia lo sbirro deve mettere in conto anche di morire ma non importa come, se muore fa parte del mestiere ma nella più assoluta indifferenza la sua dipartita quasi non esiste nelle cronache al contrario di ben più blasonati ergastolani come Bernardo Provenzano di cui il dolore del figlio ha “inspiegabilmente” trovato molta più enfasi rispetto a come muore un servitore dello stato.

Chissà perchè poi ?

Ma dove andrà  a finire una società che celebra i delinquenti e seppellisce gli eroi quotidiani ?

Giuseppe ci lascia quindi  con questo dubbio oltre che con il dolore, la rabbia e lo scoraggiamento di valere sempre meno in mezzo alla strada e davanti ai media come uomini, persone e operatori della forza pubblica.

Onore all’Agente Scelto Giuseppe Iacovone.


 FONTE : http://paroleingiaccablu.wordpress.com/2012/03/25/da-quella-societa-che-celebra-gli-ergastolani-onore-a-giuseppe-iacovone/