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LA GUERRA… E LA MORTE (tutte le guerre sono uguali)


LA GUERRA…E LA MORTE (tutte le guerre sono uguali)

 

Un racconto di Maria Longo.

Bob e Kurt– così tutti li chiamavano al plotone – cominciarono a rendersi conto che, quasi certamente, erano rimasti tagliati fuori dal nuovo schieramento assunto dalla 312° Brigata dei Fanti di Marina.

Il grosso era stato impegnato per più giorni, da un nemico, pronto a colpire, ma rapido ad eclissarsi, tenace e coraggioso, deciso a sacrificare molto pur di ottenere – in quel settore- anche un piccolo vantaggio.

Bob e Kurt – sergente il primo, informatico il secondo – erano stati spediti, insieme a Body, sulle alture per sistemarvi un posto di osservazione.

Body, prima di cominciare ad inerpicarsi, lo avevano lasciato a valle con gli intestini dilaniati da una mina anti-uomo.

I due avevano proseguito. Per un po’ si diressero con gli strumenti al di là della collina.

Seguì per qualche ora, un inferno: da quella alta posizione videro, in basso, come operavano, a distanza ravvicinata, le armi automatiche dei commilitoni. Contarono i morti da ambo le parti.

Ci furono anche maledetti attacchi e contrattacchi da parte delle truppe regolari, che i guerriglieri usavano alla perfezione. Le bombe inchiodavano e staccavano le teste come virgulti.

Poi la battaglia si placò in scontri dispersivi e subentrò una immobilità.

Rapidi, al tramonto, fantasmi portarono via dalla boscaglia i corpi ancora palpitanti di tanti guerriglieri, mentre le crocerossine percorrevano il campo della morte con barelle e flaconi di plasma. Un cappellano impartì la benedizione a quanti non erano in grado di confessarsi più.

Kurt aveva sempre sulle spalle gli strumenti per trasmettere.  Disse a Sterling di avere timore di usarli perché il nemico – certamente in agguato – avrebbe potuto localizzarli.

Decisero di attendere. Consumarono le poche vettovaglie di emergenza.

Venne la notte. Si sistemarono vicino ad un grande cedro con le spalle appoggiate al tronco. Sterling guardava al nord, George il declivio verso il mare. Non volevano addormentarsi: le mani stringevano i mitra con i nervi. A sinistra e a destra dei loro corpi distrutti posero due granate, pronte per l’uso.

Il sergente chiede precisazioni all’amico: sarebbe stato proprio pericoloso usare gli strumenti di ricezione? George scosse il capo: certo, è così!

Bob osservò allora che non avrebbero dovuto neppure fumare.

Di nuovo la sera…e la giungla si animò di mille suoni notturni. I due poveri soldati, cullati da flebili strumenti, da parole di foglie e da sospiri di piccoli animali, caddero presto in un sonno nervoso, ma pur sempre profondo.

Bob, prima disse, levandosi l’elmetto: “Che sporca guerra!. Quando siamo lì si fa tutto…passata la burrasca…ti accorgi dello schifo generale” e si addormentò.

Kurt allungò la mano alla radio e l’accarezzò: un apparecchio potente, ma delicato! Se lo mise sotto le gambe e rimase così, chissà per quanto…

Che bello sognare quando – ad un certo punto – non te ne frega più niente! Vada come vada, quando si è stanchi…non conta più nulla

Anche Kurt crollò.

E vide meravigliosi spazi erbosi del suo paese: una villetta col tetto rosso e tutta bianca…

Appesa – vicino al focolare – una sciabola di cavalleria. Era del nonno: una volta la guardava con rispetto; ma da quando era  diventato soldato, dopo aver preso dimestichezza con mitra e granate, ad ogni suo ritorno a casa, si trovava a sorridere di quella sciabola.

Il nonno raccontava sempre dei tempi andati e del suo squadrone all’attacco.

Ora, c’erano le felci e le ombre della radura che lo circondavano: eppure, fisso nella memoria, spiccava il prato verde, il ruscello, la inutilità di quel paesaggio da mettere in cornice…

Vide la sua donna uscire dalla scuola, attorniata dai suoi piccoli alunni, mentre le ore le scandiva il campanile della chiesetta fatta di legno…

Rosso del tetto …i muri bianchi…la sua donna…il verde del prato…il fucile…

Alt!!!

Un movimento a destra lo fece sobbalzare. Era giorno.

“Bob!” – urlò – e scaricò il mitra verso un gruppo di cespugli che sembrava muoversi.

Fece eco – da dietro un albero – un boato: il sergente aveva certamente tirato una granata: un attimo e si illuminò la boscaglia come sotto l’effetto di un lampo per una foto-ricordo in un locale notturno…

Risposero, ripetutamente, altri colpi: rimase senza respiro; poi altro colpo di granata. Gli mancò definitivamente il respiro…Era morto!?

Kurt , riverso a terra, con la mano cercò la radio, la tirò a sé: era intatta. Si palpò il corpo; forse era proprio morto! Ma non era possibile perché avrebbe voluto chiamare Bob: aveva paura…preferì tacere. Strisciò attorno  al grosso tronco. Dall’altra parte non lo trovò. Certamente si era gettato tra le felci, aguzzò gli occhi, non ebbe la forza di muoversi più.

Silenzio. Il sole, ormai alto, gli folgorava gli occhi e gli dava dolore.

Si mosse nuovamente, come fa un bambino, a quattro zampe, annaspò…Sterling proprio non c’era…

Lentamente si alzò, scrutò tutto intorno, pronto con il mitra.

Nessuno, nessuno…Dove poteva essersi cacciato?!

Voleva chiamare, fu preso dalla frenesia di gettarsi sulla radio “ Qui COM3, sono Kurt, sono rimasto solo, dove siete?”

Al di là di quelle foglie qualche compagno lo avrebbe potuto già aver scoperto, forse già molti occhi lo stavano fissando…

Kurt, Kurt…che fai? Stai calmo! Controllati! Vedrai che Bob è qui vicino. Vedrai che – quando meno te lo aspetti – i tuoi compagni ti ritroveranno e tu, addirittura, li prenderai, lì per lì, per nemici e starai per sparare: dopo, invece, che bevuta generale!…

Il tempo passava e, comunque, per fortuna, ogni minuto di più era un’ora di meno di quell’incubo…così aveva insegnato a pensare il Colonnello, sostenendo che ogni cosa ha la sua fine…

Riprese a muoversi cautamente: prima tracciò sul terriccio, con gli scarponi, una freccia. Kurt avrebbe compreso che si dirigeva a Sud, verso la base.

Camminò a lungo, e si sentì ad un tratto tanto stanco…

Chissà quanto tempo era trascorso? un’ora, due, un giorno?

La sera prima, con quella sparatoria, proprio allora l’orologio si era fermato.

Imbruniva e Kurt camminava ancora. Sapeva che da quel posto, scendendo le alture, avrebbe incontrato i suoi.

Nuovamente, intanto, era venuta la notte – come dire? – mai vista così…

Gli rammentava quelle di cui di cui raccontava la nonna quando, angeli e streghe, si mettevano d’accordo – due o tre volte l’anno – e nessuno usciva nel cielo. Allora tutto si fermava – e più non v’era né bene né male – sotto una coltre di neutra immobilità – come ora  – e i paesaggi divenivano cartoline illustrate, fermate, per magia, in un attimo senza fine.

Si ripeteva, Kurt, che tale sensazione dipendeva dal non aver mangiato, che dipendeva dai nervi scossi, dall’aver vagato, senza riposo, da tanto.

Malgrado tutto, gli sembrava di muoversi come in una pellicola al rallentatore: appena uscito da quel ginepraio di verdure, si sarebbe trovato sulla spiaggia. di fronte al golfo, dove era all’ancora la flotta.

Eccola la rada: la trovò deserta. Solo all’orizzonte, qualche vela nel grigiore che non voleva dileguarsi.

Rimase interdetto: il mare era spento, Kurt procedeva a tentoni, era allo stremo…

E Greta gli diceva: “Non puoi lasciarmi così! C’è sempre il prato verde che circonda la nostra casa e che ripete: ti amo! E lo ripetono gli alberi che hanno le loro parole, sia che splenda il sole, sia che l’inverno li copra di neve…

“ C’è anche anche qualcos’altro – continuava la voce di Greta – che tu non puoi aver dimenticato. Sono cose di anni fa…di cento anni fa……sono di un tempo che non esiste più…tombe di un cimitero che, però, non facevano paura”.

Oggi non si andrebbe più a fare l’amore  in un cimitero antico: nessuno ci andrebbe… Eppure, quelle tombe conservano morti, anonimi ormai perché cessarono di vivere quando nessuno li ricordò più…

Kurt non resse più. Aprì la radio, quella insensibile radio che aveva fatto tacere da troppo…basta, basta…ormai non gli rimaneva che lei…

Ad un tratto, una voce metallica domandò: “Chi siete?”

La terza pattuglia del secondo battaglione. I miei compagni sono morti: uno, l’ho visto io! L’altro  è scomparso!”

– Facevate qualche manovra?

– Abbiamo avuto stanotte uno scontro a fuoco…

– Qui Norton Augusta che parla, abbiamo a bordo più di sessanta turisti…

– Turisti?…con la guerra? Ma la flotta dov’è ?

– La flotta ? Chi siete ?

– Questa sporca guerra non l’ho voluta io, venite a recuperarmi…

– Ma quale guerra? Se le serve qualcosa …

– Volete farmi impazzire , che state dicendo? Ascoltatemi!

– State parlando di guerra, ma quale guerra…prenda qualcosa…che le farà bene…Chiudo”

Kurt non si raccapezzava più.

-Mi dia,  per favore, il 4227 di Boston City…

Sentì stridere la radio, quindi:

               -Il 4227 di Boston non esiste…lei deve stare veramente male…vuole un aiuto?

-Come è possibile? e Greta dov’è?

               -Sta abusando di noi, credevamo che fosse in difficoltà, invece ci viene a parlare di donne…

Non capiva più niente…

Una luna diversa, aveva un biancore, come se si guardasse attraverso un bicchiere di limonata: oltretutto era più lontana del solito. Ora se ne accorgeva…

Kurt studiò a lungo. Pensò che, in fin dei conti, la luna era una cosa e la terra – su cui stava – un’altra. E’ vero che la terra aveva quella particolare luce proprio per essa; ma era anche certo che – anche senza di lei –  sarebbe stata ugualmente una regione desolata, arida, vuota, perché proprio così di natura.

La luna, stupida e lontana, non si rendeva conto che, in conclusione, non contava nulla.

Faceva, però, un certo effetto…

Stanchissimo, abbandonò il mitra e la radio…era leggero e libero come non mai.

               Cominciò ad incamminarsi sulla strada che lo avrebbe portato verso la sua battaglia senza fine.

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Il senso dell’assedio


Dieci ore di pullmann nel deserto del Sinai e si arriva al valico di Rafah. Il cancello nero di ferro battuto si apre. E’ un giorno fortunato. Il primo impatto è desolante, macerie ovunque, poi arriva una innaturale pressione sul petto che soffoca il respiro: è il senso dell’assedio. Mahmud ha 17 anni, era alla disperata ricerca del suo migliore amico tra le macerie quando è arrivata la seconda bomba. Ha perso la vista e l’olfatto. Adesso non vuole più uscire di casa. È il progetto Gazzella, con i bambini e i ragazzi sopravvissuti ai bombardamenti. Pochi giorni a Gaza bastano a mettere in discussione completamente cosa abbiamo capito della guerra e della pace, della vita e della morte. Forse aveva ragione lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato dal Mossad nel 1972, quando scriveva all’amico esiliato Mustafà: “Impariamo dalle gambe amputate di Nadia cos’è la vita”

10498697_10152630509489136_4681051280481918603_odi Alessio Marri*

“A Gaza solo chi muore vede la fine della guerra”. Lo scrisse Vittorio Arrigoni sulle pagine del manifesto durante l’operazione “Piombo Fuso”. Una sensazione livida e permanente che investe chiunque attraversi questo lembo di terra in tempo di pace. Ora più che mai, con l’ennesima strage in corso.

Quattrocento morti in meno di dieci giorni (1). Bombe su bimbi in spiaggia, il quartiere povero di Shejaya dilaniato dall’artiglieria senza scrupoli, vite spezzate ridotte a conta, numeri neutri senza alcuna distinzione.

Ansia e speranza ti accompagnano al valico di Rafah, ingresso egiziano della Striscia di Gaza. Il cancello nero in ferro battuto s’è appena aperto, lasciando alle spalle oltre dieci ore di pullman nel deserto del Sinai.

Dall’ambasciata il visto tanto atteso e’ giunto e nella hall di controllo che ricorda un qualsiasi piccolo aereoporto di provincia ci si mette in fila per il timbro sul passaporto. Varcata la soglia, la gioia è incontenibile, capita infatti non di rado di essere respinti o di dover aspettare infiniti tempi burocratici.

Sono entrato.

In questi 40 chilometri ingabbiati tra il mare e la buffer zone (la zona cuscinetto, ndr) delle recinzioni israeliane. Due miglia marine oltre le quali la marina israeliana arresta i pescatori, un chilometro di terra dove i cecchini giocano al tiro al bersaglio con i contadini.

Il primo impatto è desolante. Strade e marciapiedi in condizioni precarie. Macerie ovunque. Costruzioni ferme a metà, probabilmente a causa del blocco del cemento che arriva a singhiozzo solo attraverso i tunnel sotterranei di Rafah.

Solo le lunghe e ampie spiagge di Gaza riconsegnano un senso di normalità.

3.Shareef-Sarhan

Giorno dopo giorno una innaturale pressione sul petto soffoca il respiro. È il senso di assedio. Con lo sguardo si cerca una via di fuga, ma anche il mare sembra riconsegnare un’angoscia da reclusione.

Pochi giorni a Gaza bastano per riconsiderare i concetti di vita e morte, di guerra e pace. L’istinto di vita e di morte è palpabile. L’imbocco dello stomaco si ispessisce. La fame svanisce, sale la nausea. Il rigetto allevia lo stato d’animo.

Soprattutto quando con il Progetto Gazzella visiti adolescenti e bambini sopravvissuti ai bombardamenti. Mahmud ha 17 anni. Un’esplosione distrusse la casa del suo migliore amico. Nel tentativo disperato di trovarlo tra le macerie una seconda bomba gli ha cancellato vista e olfatto.

Non vuole più uscire di casa, l’assistenza psicologica non basta a lenire il suo trauma.

Hamed è suo coetaneo. È stato ridotto su una sedia a rotelle da un colpo di mortaio che ha centrato la sua scuola. Alcune schegge hanno raggiunto il cervello creando danni permanenti alle sue funzioni cognitive. Ama il calcio. Un nostro compagno di viaggio gli regala una maglia con il 10 di Totti, gli occhi s’illuminano e sorride fino a commuoversi.

Farah invece è una piccola bimba di 4 anni. Il corpo è per metà sfigurato da un attacco chimico che ha sterminato la sua famiglia, solo la nonna si è salvata malgrado le ustioni a un braccio.

Un proiettile di fosforo bianco ha sfondato una parete, ha fuso le piastrelle in marmo. Senza lasciare scampo ai corpi della madre con in grembo un neonato, del padre e dei 4 fratellini. Farah avrà bisogno di costanti impianti di pelle, in caso contrario il corpo sarà ingabbiato dalle ustioni e crescerà deforme.

Il dottor Maher ci aspetta nel suo centro medico, costruito grazie agli sforzi dell’associazione Hanan. Si occupa in particolare di patologie genetiche e deficit congeniti causati dalle radiazioni e dalle armi chimiche.

Nella sala d’aspetto decine di madri stringono tra le braccia figli dalle accentuate malformazioni fisiche.

La guerra anche per loro non finirà mai.

L’umanità della gente di Gaza ti rapisce. Andare via, tornare alla tua vita sembra un abbandono, non un saluto. D’obbligo l’arrivederci.

E forse solo dopo esserci stati si comprendono appieno le parole di Ghassan Kanafani in una lettera all’amico Mustafa

Dopo un breve allontanamento da Gaza per insegnare in Kuwait, lo scrittore e membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ucciso dal Mossad con un’autobomba a Beirut nel 1972, racconta le ragioni per le quali rinuncia a un lavoro negli Stati Uniti dopo aver visitato in ospedale Nadia, la cugina adolescente colpita da un bombardamento israeliano e rimasta senza gambe.

Spingendosi oltre fino a chiedere a Mustafa di rientrare in patria: “Non verrò da te, ma tu ritorna da noi! Torna indietro e impariamo dalle gambe di Nadia, amputate dalla punta dei piedi fino alle cosce, che cos’è la vita e che esistenza sia peggiore”.

 

 

* Alessio Marri ha scritto questo reportage per l’Osservatorio Iraq, Medioriente e Nordafrica, che ringraziamo come sempre per la cortesia e la qualità del lavoro. Alessio è un giornalista freelance che ha realizzato diverse corrispondenze da Gaza nel 2011, subito dopo l’uccisione di Vittorio Arrigoni.

Le immagini di questa pagina sono del fotografo Shareef Sarhan, che è nato e vive a Gaza. Nella foto in alto è con i bambini della città, la seconda foto è invece tratta da un reportage sulla vera resistenza della città – non quella dei razzi ma quella della vita di ogni giorno della gente comune – che è stato pubblicato da Il lavoro culturale
(1). Nota. A oggi, mercoledì 23 luglio, sono oltre 600

 

FONTE  http://comune-info.net/2014/07/senso-dellassedio/

 

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“HAI VISTO CHI TI SPARAVA?”


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Provengono dallo stesso distretto, hanno la stessa età, sono ricoverati nello stesso reparto, uno di fronte all’altro, nel nostro ospedale per vittime di guerra a Lashkar-gah, in Afghanistan.

Shamsullah, 12 anni, di Sangin, ha subito una doppia amputazione alle gambe. La causa: l’esplosione di una mina ha travolto il carretto sul quale lui e il padre stavano andando al bazar.

Abdul Ahad, 10 anni, lo guarda seduto sul suo letto, con la gamba destra in trazione. Gli hanno sparato mentre giocava sui tetti. “Hai visto chi ti sparava?”. “No, ma non mi importa”.

 

http://www.emergency.it/index.html

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Il silenzio dei colpevoli


il silenzio dei colpevoliSe la memoria non mi inganna, i raid aerei israeliani nella Striscia di Gaza sono iniziati da diverse settimane, mentre l’operazione militare terrestre è scattata da due settimane circa.

Ebbene, le vittime palestinesi, quasi tutte civili inermi, in grandissima parte bambini, hanno ormai raggiunto e superato quota mille. I morti israeliani sono poche decine, tutti militari. Per non parlare dei feriti e degli sfollati, che sono diverse migliaia tra la popolazione di Gaza.

In sostanza, si va delineando un eccidio di massa che non sarebbe eccessivo o fuori luogo rappresentare nei termini agghiaccianti di un “genocidio”, e la cosiddetta “comunità internazionale” tace e latita. Il silenzio e l’indifferenza del mondo sono addirittura più terrificanti dei massacri e delle carneficine che Israele sta compiendo nella Striscia.

La cosiddetta “diplomazia internazionale” che, tradotto in un linguaggio meno ipocrita, è la difesa degli interessi delle cancellerie occidentali, sta assistendo alle stragi senza muovere un dito solo perché Israele costituisce un caposaldo del “mondo occidentale”, cioè un bastione dell’imperialismo economico-militare delle superpotenze occidentali. Tutte le massime istituzioni mondiali tacciono.

Tace persino papa Francesco, che finora si era presentato come una figura attestata dalla parte degli ultimi, dei reprobi e diseredati della terra. Oggi i Palestinesi di Gaza sono gli ultimi tra gli ultimi, gli esseri più deboli ed indifesi, la parte più derelitta, reietta e sventurata dell’umanità.

Lucio Garofalo

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Fuck Israel. Fuck Hamas


ADThe Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda fuori di noi, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni.Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui.DICIAMO di STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

 

 

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

FONTE http://comune-info.net/2014/07/fuck-hamas-fuck-israel/

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VACCINATI A MORTE


tumori-tra-i-soldati-italiani-si-indaga-sui-vaccini_2699Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.



Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano.Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo. Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni invalido al 90%. 

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco, l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene  negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente. Questi ragazzi devono essere operativi subito: far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo al Ministero della Difesa di vigilare affinchè:

– sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali;

– il medico vaccinatore pretenda al momento dall’arruolamento, come previsto dal regolamento, da tutti i militari il libretto dell’USL, e rispetti quanto lì riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione;

– i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni;

– siano date risposte sui casi dei militari ammalati facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati.

A:
Ammiraglio Giampaolo di Paola, Ministro della Difesa
Renato Balduzzi, Ministro della Salute
Sarebbero i vaccini numerosi, ripetuti, spesso fatti senza rispettare i protocolli, a indebolire il sistema immunitario di migliaia di militari (3700 al momento) scelti dall’Esercito perché sanissimi. Sembrerebbe che queste procedure aprono le porte a malattie molto gravi, specialmente nel momento in cui vengono esposti a materiali tossici o sostanze inquinanti che possono essere l’uranio impoverito ma anche la diossina, le esalazioni di una discarica o agenti chimici fuoriusciti da una fabbrica.

Siamo i genitori di 3 altrettanti ragazzi che hanno servito l’Esercito Italiano. Andrea Rinaldelli, padre di Francesco Rinaldelli, morto nel 2008. Santa Passaniti, madre di Francesco Finessi, morto nel 2002, ammalatosi alcuni mesi dopo il congedo, Silvana Miotto, madre di David Gomiero malato di una malattia molto grave causata dalle vaccinazioni ricevute durante il servizio militare e da 6 anni e invalido al 90%.

I nostri figli erano stati vaccinati senza indagare correttamente sul loro stato di salute, senza sapere se erano già immuni ad alcune malattie o domandarsi se fosse realmente necessario un vaccino in più. Sui loro libretti vaccinali sarebbero segnate molte situazioni poco chiare, vaccinazioni fatte non necessarie, alcune senza senso, visite mediche mai effettuate.

Come denunciato da Repubblica.it con l’inchiesta di Vittoria Iacovella “Vaccinati a morte”, l’85 per cento dei militari ammalati non è mai stato all’estero. Il problema come abbiamo denunciato da tempo, è che non serve arrivare in Kosovo, o da qualsiasi altra parte, la stessa Italia con tutti i suoi veleni rappresenta un pericolo mortale per chi ha un sistema immunitario disattivato, impazzito a causa della somministrazione dei vaccini. Come accaduto a Francesco l’alpino di 26 anni mandato a Porto Marghera e poi morto di tumore, molti altri si sono ammalati appena pochi mesi dopo essere congedati, senza sapere il perché.

La cosa più grave e che lo Stato non riconosce quasi mai il nesso a chi ha indossato la divisa, quindi il riconoscimento e tantomeno il risarcimento per le malattie contratte. Nella quasi totalità dei casi viene negato che si tratti di cause di servizio.

Questa pratica vaccinale accade perché si cerca di far tutto velocemente, questi ragazzi essere operativi subito, far partire per una missione 600 militari, seguire i protocolli e fare lo screening di tutti sarebbe difficile. Magari in base a un’attenta analisi 100 finirebbero per non essere in regola e quindi non partire, e allora cosa succederebbe?

Altro problema importante è rifiutare di vaccinarsi, fare troppe domande non è consentito. Si rischiano sanzioni disciplinari e addirittura il carcere come nel caso del Maresciallo dell’aereonautica Luigi Sanna che ha chiesto di rinviare i vaccini a quando avrebbe avuto risposte a una serie di domande sulla loro sicurezza e necessità.

Chiediamo alle autorità Militari, cosi come al Ministero della Salute , di vigilare.
– Che sia garantita per tutti l’applicazione reale del principio del consenso informato ad essere sottoposti o meno a vaccinazioni senza conseguenze legali.
– Che il medico vaccinatore come previsto dal regolamento pretenda da tutti i militari al momento dall’arruolamento il libretto dell’USL, e rispetti quanto li riportato: copertura vaccinale, durata dell’immunizzazione,
-Che i militari siano sottoposti ad anamnesi e test immunologici ed anticorpali, prima di essere vaccinati, e che venga preteso il rispetto del previsto riposo prima di e dopo la vaccinazioni, a maggior ragione se dovessero partire per missioni di qualsiasi tipo e luogo.
– Che siano date risposte da parte del Ministero della Difesa sui casi dei militari ammalati fornendo, numeri,facendo indagini su chi non applica con correttezza i protocolli di vaccinazione, applicando loro provvedimenti disciplinari appropriati, che venga segnalato sul libretto vaccinale qualsiasi tipo di reazione. E che vengano segnalati alle autorità competenti.
– I vaccini sono farmaci quindi il rispetto delle regole e fondamentali.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

 

PETIZIONE  http://www.change.org/it/petizioni/ministro-della-difesa-chiarezza-sui-militari-vaccinati-a-morte-per-evitarne-altri

http://www.comilva.org/eventi/vaccinati_morte_di_vittoria_iacovella

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De Gennaro dalla Diaz a Finmeccanica


DE GENNARO: DA FALCONE ALLE BR PASSANDO PER IL G8by Paolo Limonta

La dignità e la forza di centinaia di migliaia di donne e uomini che nel luglio del 2001 erano a Genova determinati e pacifici.

E che hanno continuato e continuano a esserci a testa alta per costruire una società più giusta dove i diritti di tutti siano davvero rispettati e realizzati.

La responsabilità politica, materiale e morale di chi, a Genova, ha realizzato la barbarie di piazza Alimonda, di Bolzaneto e della Diaz.

Tra questi Gianni De Gennaro, allora capo della polizia.

Che oggi diventa Presidente di Finmeccanica.

Loro non si vergognano, noi non ci voltiamo dall’altra parte.

Lo dobbiamo a chi era a Genova nel 2001 ed è stato ucciso, picchiato, torturato e umiliato.
Perché noi non abbiamo dimenticato e continueremo a ricordare a tutti che a Genova, nel luglio del 2001, la democrazia è stata sospesa.

E in troppi hanno taciuto…

http://www.milanox.eu/de-gennaro-dalla-diaz-alla-finmeccanica/

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I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

Pubblicato in: economia, guerre, INGIUSTIZIE, politica, scuola, sociale, società

IL RIGORE NON È PER TUTTI


Le polemiche sui cacciabombardieri F35 sono destinate a non avere fine, come giustamente deve essere per una scelta insensata ed economicamente folle, che non solo i pacifisti, ma la gente di buon senso non riesce a comprendere. Ora, la notizia è che il costo già altissimo (12 miliardi di euro) è lievitato del 60%, comportando una spesa maggiore di 3 miliardi e 200 milioni di euro, una cifra molto superiore di quanto la Legge di Stabilità taglia alla sanità, all’istruzione e agli enti locali. La spending review vale per gli ospedali e per le scuole, ma non per i cacciabombardieri.

Niente di nuovo per Sbilanciamoci e la campagna Taglia le ali alle armi, che il possibile aumento del costo degli F35 l’avevano denunciato da molto tempo. La novità è che dopo tante smentite arriva la conferma dei vertici delle forze armate, per bocca del segretario generale della Difesa che ammette una lievitazione del costo per ciascun cacciabombardiere da 80 a oltre 127 milioni di dollari. Un 60% di aumento ben superiore a quel 40% che secondo l’indagine del governo sulla corruzione è il sovrapprezzo medio per gli appalti pubblici dovuto al malaffare. E di tangenti nelle industrie militari ne sono girate tante in questi anni.

Solo pochi giorni fa la Ragioneria dello Stato ha bloccato il provvedimento sugli esodati in discussione alla Camera dei Deputati, perché giudicato «troppo oneroso» e «privo di copertura». Non ci risulta che lo stesso scrupolo verso i lavoratori senza stipendio e senza pensione sia stato applicato ai cacciabombardieri F35, per i quali spenderemo così tanti soldi nei prossimi anni. Né abbiamo notizia che la Corte dei Conti si sia interrogata su come mai in poco tempo una somma così enorme sia destinata a lievitare del 60%. Cosa che invece negli Stati Uniti fa il Gao (Government Accountability Office), una sorta di Corte dei Conti americana, che ha tirato le orecchie al Congresso degli Stati Uniti per i tanti problemi tecnici che presenta l’F35 con i suoi costi troppo alti e crescenti.

Il rigore di Monti vale per gli esodati, i pensionati e gli studenti, ma non per le armi dove invece le spese più folli sono ammesse.

Invece di destinare i pochi soldi che abbiamo alle misure per fronteggiare la crisi e dare una risposta a milioni di persone a rischio di povertà, si fanno contenti pochi “dottor Stranamore” (generali, ammiragli, consulenti a libro paga della Difesa) così bisognosi di portaerei (fa status) fortunatamente inutilizzate e cacciabombardieri di lusso fermi sulle piste (meno male) perché a secco di carburante: per quello non ci sono i soldi.

Sappiamo quindi che nella cosiddetta “agenda Monti” ci sono anche gli F35. Ecco perché serve un altro premier, espressione del paese e non dell’establishment, che abbia la forza di dire a questi signori dalle tante mostrine e stellette: fermatevi, non fate altri sprechi, questi soldi in più non ve li diamo e – anzi – li destiniamo a qualcosa di più utile: il lavoro, la scuola, la sanità. Rimettete il vostro Risiko nella scatola e pensiamo all’Italia.

 

Fonte: il manifesto | Autore: Giulio Marcon
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/10/17/27279-il-rigore-non-e-per-tutti/

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Senza verità e giustizia (Ilaria e Miran uccisi 2 volte)


20 marzo 2012: a 18 anni dalla morte di Ilaria e Miran. Mariangela Gritta Grainer ripercorre il Caso ancora senza verità e giustizia.

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell’agguato in cui, insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata a Mogadiscio, quasi 18 anni fa, il 20 marzo 1994. Ma chi era Ilaria? Chi era lei, la donna, la giornalista. I racconti che di lei sono stati fatti, con diversi linguaggi – la musica, il cinema, la poesia, le inchieste, il teatro fino a questo testo – ci hanno avvicinato a lei, ci hanno fatto conoscere Ilaria, ci hanno detto che è stata uccisa perché era brava, era un talento. E’ stato il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla che ha fatto paura e che fa ancora paura. Per questo la verità sulla sua uccisione ancora non si conosce per intero.

Si sa che si è trattato di un’ esecuzione. Un’esecuzione su commissione: questo è quanto è emerso da tutte le inchieste giornalistiche, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta che ne hanno evidenziato anche il movente. “Impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Si sa che si tratta di traffici illeciti che solamente organizzazioni criminali, la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere.

Si sa che recenti inchieste della magistratura riferite al nord Italia dimostrano che tali organizzazioni criminali  possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati  perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

Si sa che in tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come ad esempio  il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991),  l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran: è il filo “rosso” di cui parlava sempre Giorgio Alpi il papà di Ilaria che ci ha lasciato senza aver avuto giustizia.

Si sa che a Mogadiscio in quei giorni c’erano ancora migliaia di soldati dell’ONU,

che il generale Carmine Fiore comandava il contingente italiano,

che il colonnello Luca Rayola Pescarini era responsabile del SISMI,

che il colonnello Fulvio Vezzalini era a capo dell’intelligence dell’UNOSOM,

che Mario Scialoja era ambasciatore italiano in Somalia,

che anche un nucleo di carabinieri del Tuscania con compiti di indagine era lì.

Si sa che nessuno di loro si recò sul luogo del duplice delitto e che quando Giancarlo Marocchino, un “chiacchierato” italiano in Somalia dal 1984, arriva sul posto e recupera i corpi, come documentato da un filmato dell’ABC, Ilaria è ancora viva. Ci fu un’omissione di soccorso.

Si sa che non vennero sequestrate le armi dell’autista di Ilaria né della scorta, non vennero interrogati i testimoni.

Si sa che nessuna inchiesta è stata finora conclusa da parte delle istituzioni che avevano il dovere di indagare e di assicurare alla giustizia esecutori e mandanti.

Si sa che senza l’impegno e la determinazione di Luciana e Giorgio Alpi questo “caso” sarebbe chiuso da anni.

Si sa che non fu disposta l’autopsia ma solo un esame esterno del corpo il cui risultato è però chiarissimo:

Il 22 marzo 1994 al cimitero Flaminio, il dottor Giulio Sacchetti, perito medico scrive:

“….trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico; mezzo adoperato pistola, arma corta…….

Quanto ai mezzi che produssero il decesso si identificano in un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo.”

Si sa che Miran Hrovatin è stato colpito da un proiettile analogo al capo.

Si sa che il corpo di Ilaria è stato dolorosamente riesumato due volte (1996, 2004).

Si sa che sono spariti il certificato di morte redatto sulla nave Garibaldi (riemerso dopo molti anni), e il body anatomy report redatto dalla compagnia Brown Root di Huston, insieme ai bloch notes di Ilaria e alle videocassette registrate.

Si sa che la sentenza di condanna all’ergastolo di Hashi Omar Assan (secondo processo), nelle sue motivazioni, indica un solo movente di quella che definisce una esecuzione premeditata e organizzata.

“…. E che questi scopi siano da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista perché divenuta costei estremamente “scomoda” per qualcuno è ipotesi non seriamente contestabile alla luce non solo di quanto sopra argomentato ma anche degli elementi e delle considerazioni che seguono.

Gli argomenti trattati dalla giornalista durante il colloquio avuto poco prima della sua partenza per Bosaso con Faduma Mohamed Mamud (teste sentita nel primo processo) nonché quelli oggetto dell’intervista con il sultano di Bosaso difficoltosamente ottenuta, l’interesse dimostrato in relazione al sequestro della nave della società Shifco, la visita dei pozzi oggetto di uno scandalo connesso con la cooperazione, il tenore della telefonata intercorsa tra la Alpi e il suo caporedattore Massimo Loche nel corso della quale la giornalista aveva anticipato al collega di avere in mano “cose molto grosse”…… sono tutte circostanze che inducono a fondatamente ritenere che Ilaria Alpi avesse nella sua attività di giornalista scoperto fatti ed attività connesse con traffici illeciti di vasto ambito……”

Si sa che Ilaria Alpi era stata minacciata di morte a Bosaso nei giorni precedenti il suo assassinio e probabilmente sequestrata se pur per breve tempo da esponenti di clan locali.

Si sa che è in corso il processo per il reato di calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni.

Si sa che c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto e pagato da un’autorità italiana perchè accusasse Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Si sa che se verrà confermato che Jelle ha mentito e che è stato pagato per mentire si dovrà riaprire tutta l’inchiesta sul duplice assassinio di Ilaria e Miran.

Si sa che la sentenza di assoluzione (primo processo)  di Hashi Omar Assan definiva tutto il procedimento come “la costruzione di un capro espiatorio” stante che “il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti tra Italia e Somalia” e stante che “alcune piste potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (presidente della Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Fara Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando ndr)”.

Si sa che quando Ilaria effettuò la prima (di sette in poco più di un anno) missione in Somalia (20 dicembre 1992-10 gennaio 1993) erano giunti da pochi giorni i primi elementi di ricognizione del nostro contingente militare per la missione internazionale al comando USA.

Si sa che il 9 dicembre erano sbarcati per primi in Somalia i marines americani in modo spettacolare e con le Tv di tutto il mondo appostate sulle spiagge: una risposta allo shoc delle immagini dell’immane tragedia somala che erano entrate in tutte le case nei mesi precedenti. Dal gennaio del 1991, alla caduta (e alla fuga) di Siad Barre, sanguinario dittatore, corrotto, sostenuto e foraggiato anche dall’Italia fino all’ultimo, la Somalia era precipitata in una guerra civile disastrosa: cinque milioni di somali divisi in sei etnie, cinquanta clan e oltre 200 sottoclan. I clan, le faide tribali, i signori della guerra sono i nuovi padroni. Le conseguenze per la popolazione già stremata e poverissima sono esodi, carestie, epidemie, criminalità, contrabbando: un terreno fecondo per faccendieri e trafficanti di ogni tipo.

Si sa che esiste un documento (ancora segretato ma già all’attenzione del Copasir, l’organismo di controllo sull’attività dei servizi segreti)  che rivelerebbe come il SISMI (attuale Aise) sarebbe “coinvolto” nella gestione del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici con un esplicito riferimento anche al traffico di armi.

Il documento porta la data dell’11 dicembre 1995 e rivela “che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi»”.

Si sa che il 13 dicembre 1995, in circostanze misteriose (secondo gli stessi magistrati impegnati nelle indagini) muore il capitano Natale De Grazia, figura chiave del pool investigativo coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri che indaga sulle “navi dei veleni”.

Francesco Neri  nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine  sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Ha spiegato dettagliatamente della perquisizione a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento.

Francesco Neri dirà tra molte altre cose:

“Nella perquisizione ……la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia……

insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi”. Che ci faceva il certificato di morte di Ilaria tra le carte di Comerio?

Si sa che l’avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin invece che ricercare i responsabili del duplice assassinio ha perseguito con tenacia e senza risparmio di mezzi l’obiettivo di scagionare alcune persone quali:

Giancarlo Marocchino ha raccontato diverse versioni di quanto accadde il 20 marzo 1994; ha assistito forse anche all’agguato stesso, di certo non ha detto tutto quello che sa e forse ha anche mentito.

Omar Mugne, ingegnere della Shifco, società a cui apparteneva la Farah Omar, il peschereccio sequestrato a Bosaso di cui si occupò Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio in Somalia. E’ possibile che Mugne abbia anche  incontrato Ilaria forse proprio sulla Farah Omar sospettata di trasportare armi e rifiuti; dell’incontro esisterebbe una cassetta registrata, come sostenuto dal alcuni testimoni.

Si sa che le conclusioni di Taormina sono vergognosamente false, offensive della professionalità e della memoria di Ilaria e Miran: “Si trattò di un tentativo di sequestro finito male; nessun mistero, dunque, Ilaria e Miran non stavano conducendo alcuna indagine scottante. A Bosaso erano andati in vacanza, al mare. Eroi del giornalismo perché sono morti. Ma nulla stavano cercando o avevano trovato circa ipotetici traffici di armi di rifiuti o altro”.

Si sa che sono state fatte carte false ignorando tutte le testimonianze che provavano la tesi dell’esecuzione e “pilotandone” altre.

Il sultano di Bosaso, ad esempio, ha confermato la sparizione di alcune cassette video registrate (ha detto che l’intervista che gli fece Ilaria, pochi giorni prima di essere uccisa, durò due o tre ore, solo una di una ventina di minuti è giunta in Italia!) e ha dichiarato davanti alla commissione d’inchiesta (10 febbraio 2006): “…a Ilaria ho detto che quelle navi portavano via dalla Somalia il pesce e poi venivano con le armi………tutti parlavano del trasporto delle armi e dei rifiuti….chi diceva di aver visto…non si vedeva vivo o spariva, in un modo o nell’altro, moriva…

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 17 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove.

Si conosce ormai quasi tutto su quel che accadde in quei giorni a Mogadiscio, sul perché del duplice delitto, perfino su chi poteva far parte del commando. Ma gli esecutori sono ancora impuniti e non si è ancora arrivati ai mandanti a chi ha armato il gruppo di fuoco.

Perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

In fondo basterebbe indagare a fondo su quanto aveva scritto Ilaria su alcuni bloch notes ritrovati.

A partire da questa piccola nota: ” 1400 miliardi di lire dove è finita questa impressionante mole di denaro? “ (1.400.000.000.000 “Sono tanti undici zero. Proprio tanti. Troppi. …. non è che il viaggio è finito. E infatti ce ne vuole, ancora, per arrivare in fondo al viaggio, in fondo a tutti e undici gli zero.” da Lo schifo – omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione” )

Ilaria nel film “il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….

“Io so.

Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

Mariangela Gritta Grainer

Portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi

(postfazione tratta dal libro LO SCHIFO  di Stefano Massini, Promo Music, Corvino Meda Editore)

fonti :  http://www.ilariaalpi.it/?p=4552

Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, estero, guerre, INGIUSTIZIE, libertà, PACIFISMO, politica, società

Rossella Urru e i Marò Italiani: Due i Pesi e Due le Misure


Di Rita Pani  (dal blog Mente Critica)

La vita umana? Non sia più un tabù

Forse domani si alzerà qualcuno di quelli che non hanno vergogna, e davanti a un microfono decreteranno la caduta di un altro tabù: la vita umana.

La notte del 22 Ottobre scorso, Rossella Urru, cooperante italiana (sarda) è stata sequestrata nel sudest dell’Algeria da un commando armato. Dopo la rivendicazione del gesto da parte del gruppo che la tiene in ostaggio, avvenuta a Dicembre, della giovane donna, ufficialmente, non si è più parlato. Ufficialmente significa sui giornali o sui telegiornali, perché tranne che nell’immediatezza del fatto, la Farnesina ha sempre taciuto, fedele al vuoto politico e istituzionale che ci circonda.
C’è da dire, o è bene ricordare, che la ragazza in Algeria si occupava della distribuzione del cibo in un campo profughi che trabocca miserabili vite umane. Era andata là in pace, a portare il suo tangibile contributo pacifico.

L’altro giorno, nello svolgimento del loro dovere di guerra in tempo di pace, due militari italiani, pacificamente addetti alla scorta del Dio Petrolio a bordo di una nave battente bandiera italiana, hanno sparato uccidendo due pescatori indiani. Arrestati dalle autorità indiane per omicidio, è scoppiato subito il caso diplomatico, con ben due ministeri impegnati strenuamente giorno e notte per riportare a casa i due eroi. A detta della politica istituzionale italiana, i due militari avevano l’immunità, ed essendo a bordo di una nave italiana, la competenza delle indagini sarebbe della nostra nazione. Ufficialmente se ne parla, sui giornali e sui telegiornali spuntano le foto dei due militari con le loro barbe, la diplomazia fibrilla, e non si lascerà nulla di intentato. Certo rischiano la morte i due, ed è grave.

I due ci erano stati mandati a scortare il petrolio, questo bene così prezioso che ci dà vita. Rossella Urru, invece c’era andata di sua spontanea volontà a dar da mangiare a chi, senza, la vita l’avrebbe persa. Questo probabilmente è il limite che segna il peso e il valore delle vite umane, che non sono tutte uguali – non più – nemmeno rispetto alla morte, che per inciso è il rischio uguale che accomuna i due episodi così diversamente pesanti in questo nostro piccolo e mostruoso paese.

Ed oggi, a guardar bene, altre tre vite se ne sono andate per nulla. Sui social network e sui giornali, rimbalza la morte di tre militari italiani in Afghanistan, anche loro diversi da Rossella Urru, anche loro impegnati in questa strana e inutile operazione di pacificazione attraverso i blindati, le armi e le bombe. Morti per un incidente stradale non saranno fatti eroi, solo disgraziati morti di lavoro. Come tanti di cui presto non si ricorderà né un nome né un volto, che saranno sui giornali solo mezz’ora, per essere poi ingoiati da altre notizie da altri fatti.

So che sono facili parallelismi, che sembra retorica demagogica, ma in fondo è con questo nulla che da molto controllano le menti deboli di chi non ha più voglia di guardarsi intorno. Sui giornali, ancora oggi scrivono parole sulla farfallina inguinale di Belen a Sanremo, che per far vedere le sue mutande invisibili (che vanno a ruba su Internet) ha preso più soldi di quelli che ce ne stanno nel bilancio di un piccolo paese africano. Ma pare che fosse una mossa studiata, per provocare. Che bella provocazione sarebbe stata, quella di mostrare, invece, la foto di una ragazza che la sua vita la rischia in pace. La foto di una donna italiana, che evidentemente non merita l’interesse delle istituzioni perché anziché uccidere dava vita.

FONTE : http://www.mentecritica.net/rossella-urru-e-i-maro-italiani-due-i-pesi-e-due-le-misure/informazione/democrazia-e-diritti/rita-pani/23938/

La storia di Rossella è quella dell’Italia migliore, dei tanti italiani che lasciano il nostro Paese e decidono di dedicarsi agli altri in ogni parte del mondo. Senza guadagnarci nulla: per amore, per passione nei confronti dell’altro e lontani da ogni clamore mediatico.

Con questo appello chiediamo ai media di dedicare spazio alla storia di Rossella, di renderla nota all’opinione pubblica. Chiediamo al governo e al mondo politico di attivarsi per la sua liberazione. E la stessa richiesta la rivolgiamo alla Rai, agli autori e ai conduttori di Sanremo 2012 affinché, anche dal palco del Festival, venga rilanciato un messaggio di attenzione e sostegno nei confronti di questa nostra concittadina: Rossella libera.

MassimoMalerba

L’appello di Geppi Cucciari dal palco di Sanremo

Spazio del Tg3 dedicato a Rossella Urru

Altre info sul sequestro di Rossella sul sito di Articolo 21

FONTE :  http://violapost.wordpress.com/2012/02/17/siamo-tutti-rossella-urru-diffondete-importante/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, guerre, opinioni, pd, politica

Contro il revisionismo storico: noi ricordiamo tutto.


Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani

Benito Mussolini
1920

Da quanto nel 2004 l’allora governo Berlusconi introdusse per legge il “Giorno del ricordo” ogni anno il 10 febbraio si ripete lo stesso rituale.
La pressoché totalità del mondo politico svolge la funzione che fino a pochi anni fa era appannaggio esclusivo della destra missina, irredentista e neofascista: organizza seminari, convegni, commemorazioni, non di rado manifestazioni di piazza e mobilitazioni vere e proprie. Buona parte del mondo accademico e di quella che con molta presunzione si ritiene l’élite intellettuale – basta sfogliare in questi giorni i più letti quotidiani nazionali – sale sul carro del vincitore e di tanto in tanto, all’approssimarsi della ricorrenza, dà in pasto all’opinione pubblica nuovi dettagli, nuove cifre, nuove ricostruzioni. Poco importa che si tratti in larga misura di vere e proprie mistificazioni.
Quel che rileva è che il rituale del 10 febbraio, con tutto ciò che muove, è tutt’altro che un rituale stanco e statico. Si tratta al contrario di un rituale dinamico, gravido di conseguenze e di capacità di costruire e a sua volta descrivere un “senso comune” che progressivamente, in questi anni, ha conquistato e conquista forza, valenza e significati che vanno ben oltre le stesse previsioni politiche ipotizzate dai promotori dell’iniziativa di legge.
E allora forse conviene fermarsi a riflettere, e provare a ragionare intorno a questi pochi elementi, che a me paiono di una qualche rilevanza.
Il primo: il “Giorno del ricordo” sceglie di fare i conti con una porzione di storia artificiosamente estrapolata dalle vicende precedenti la Liberazione di Gorizia del 1° maggio 1945. Affronta il tema delle foibe come se fossero un evento sconnesso dalla Storia. Quale storia? Vent’anni di regime fascista che, sul confine orientale, ha corrisposto alla persecuzione nazionalista e razzista di oltre mezzo milione di sloveni e croati che abitavano nei territori divenuti italiani dopo la fine della Prima Guerra Mondiale (divieto di parlare la propria lingua, soppressione delle associazioni slovene e croate, incarcerazione e condanna a morte dei resistenti), con il lugubre epilogo (1941-45) della guerra di aggressione nazifascista alla Jugoslavia e la deportazione nei campi di concentramento (Arbe/Rab, Gonars e molti altri) di migliaia di persone.
Il secondo: lo stesso utilizzo massiccio delle foibe, esattamente all’opposto di quello che si vuole fare credere, è storicamente riconducibile alle persecuzioni e alle esecuzioni di antifascisti (soprattutto slavi ma anche italiani) messe in atto a partire dal 1942 dal fascistissimo e italianissimo Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia.
Il terzo: quando nel 1943 sono anche i partigiani titini ad eseguire esecuzioni e ad utilizzare le foibe come luogo di sepoltura, le vittime sono nella stragrande maggioranza dei casi uomini compromessi con il fascismo (collaborazionisti a diverso titolo, come nella segnalazione di ebrei, allo scopo dei rastrellamenti, al “Centro per lo studio del problema ebraico” aperto nel giugno del 1942 a Trieste) quando non militari dell’esercito italiano prima e dell’esercito occupante tedesco poi. Questa è la realtà dei fatti. I documenti storiografici a disposizione di chi volesse studiare il fenomeno in maniera seria e rigorosa parlano di poche centinaia di persone uccise in Istria dopo l’insurrezione dell’8 settembre e la successiva rioccupazione da parte dei nazifascisti e di poche decine tra Trieste e Gorizia dopo il 1945.
Una gigantesca operazione di mistificazione storica, dunque. Che passa attraverso l’utilizzo di fatti specifici e circostanziati, collocati all’interno di quello scenario di guerra e di resistenza, allo scopo di riscrivere a proprio uso e consumo la storia nazionale, legittimandone le pagine peggiori e, di conseguenza, una presunta memoria condivisa che, nei fatti, è l’apologia del peggiore nazionalismo.
Qual è la relazione tra questo revisionismo storico e l’Italia di questi mesi? Ve ne sono molte, perché la cultura storiografica delle classi dominanti è parte della cultura complessiva delle classi dominanti. E questo, come sappiamo, accompagna e in una certa misura motiva e legittima le stesse classi dominanti e le loro scelte.
Nel nostro caso, l’operazione-foibe è funzionale alla costruzione di una narrazione utile a sdoganare protagonisti altrimenti impresentabili e, insieme ad essi, una vocazione interventista ed espansionistica e un abnorme orgoglio nazionale, cresciuto ancor più in corrispondenza delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Non stupiamoci se tra qualche mese, se non tra qualche settimana, questi ingredienti verranno utilizzati per sorreggere una nuova operazione di guerra, questa volta molto probabilmente contro la Siria.
Un motivo in più per ricordare e ricordare a noi stessi il senso di questo 10 febbraio. Per ricordare tutto.

SIMONE OGGIONI

 

FONTE : http://www.reblab.it/2012/02/contro-il-revisionismo-storico-noi-ricordiamo-tutto/

Pubblicato in: guerre

Se solo gli Stati mettessero dei pacifisti al Ministero della Difesa


Vedo che, a parte il titolare delle carica, si è passati dal collezionista di soldatini e incazzatissimo La Russa al tecnicissimo e graduatissimo ammiraglio Di Paola, non è cambiato nulla, per quanto concerne la spesa militare, al Ministero della Difesa.  Non è stato tagliato proprio nulla, anzi, l’acquisto degli F-35 è stato confermato e non contento, Di Paola ha chiesto anche l’acquisto di dieci fregate. E’ evidente che, tecnici o non tecnici, è sbagliato proprio l’approccio ideologico degli Stati al “concetto di difesa.” Per i quali, non è mezzo di difesa alla popolazione da eventuali rischi ma unicamente business. Ormai dire cio’ è diventato anche banale, anche perchè se non fosse cosi’, non avrebbe molto senso per gli Stati armarsi fino ai denti, ma dato che è cosi’, ha molto senso per gli Stati armarsi fino ai denti e armare anche il nemico fino ai denti. Se gli Stati avessero dei pacifisti nei vari Ministeri della difesa… ma questa non è roba di questo Mondo.

Pubblicato in: economia, estero, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

Oil e gas: il bottino vero. A chi andrà?


di GERALDINA COLOTTI – IL MANIFESTO del 25 AGOSTO 2011
Quanto vale la Libia nello scenario energetico internazionale ora che la Nato ha spinto gli insorti al cuore di Tripoli e la sorte di Muammar Gheddafi sembra segnata? Che la partita in gioco non fossero i destini dei civili, ma le risorse petrolifere, è un dato difficilmente contestabile. Ma quale nuovo quadro emergerà dallo scontro di interessi delle potenze occidentali? Il Consiglio nazionale degli insorti fa sapere che ricompenserà adeguatamente i paesi che lo hanno appoggiato, mentre nei confronti di «Russia, Cina e Brasile, che non hanno appoggiato le sanzioni contro il regime libico» vi saranno «differenze». Le grandi compagnie presenti scalpitano.

Dopo vent’anni di isolamento economico e di sanzioni internazionali contro il regime del Colonnello, in pochi anni erano accorse in Libia tutte le più grandi compagnie petrolifere occidentali: l’italiana Eni, la francese Total e i giganti anglosassoni Bp, Shell e Exxon Mobil. Ora la Francia sgomita e fa la voce grossa, la Russia si vede fuori dal gioco («Abbiamo perso la Libia, le nostre imprese dovranno andarsene perché la Nato ci impedirà futuri accordi»); la Cina – grande nemico da battere, costretta a far fagotto – chiede la tutela dei propri interessi. L’Italia, prima per bocca del ministro Frattini, poi per bocca dell’Eni, sostiene addirittura che «in futuro sarà la numero uno».
Secondo Margherita Paolini, coordinatrice scientifica della rivista Limes, non bisogna però fermarsi alla cronaca e alle dichiarazioni. Certo, per quanto riguarda il petrolio, è la Cina che perde e la Russia che non guadagna le alleanze utili per fare marketing col prezzo del petrolio sui mercati internazionali. I primi cartelli comparsi all’entrata delle concessioni petrolifere dicevano infatti: fuori la Russia e la Cina. L’interesse di Usa e Francia era di sbattere fuori la Cina. E poi ci sono quelli del Qatar, per conto dei paesi del Golfo, che hanno un greggio pesante e devono miscelarlo con quello leggero della libia per piazzare quote di petrolio. Il Qatar, che ha postazioni in Europa, ha fatto l’operazione per i paesi del Golfo e fa da broker per loro sui mercati.
Tuttavia – dice Paolini al manifesto – è ancora presto per fare previsioni serie. «Sul mercato energetico internazionale la situazione libica oggi conta meno di quanto si pensi. Al di là di altalene e ripresine, il petrolio di riferimento del Brent si è assestato comunque al di sopra dei 100, purtroppo è rimasto alto. E non può decrescere per merito del mercato libico perché, comunque vadano le cose, anche nella migliore delle ipotesi, quel mercato non può ritornare a produrre quello che produceva prima della guerra se non fra almeno due o tre anni».
In concreto, gli osservatori petroliferi dicono: cautela. Tra l’altro – afferma la studiosa – la produzione petrolifera libica era arrivata a un punto di stand bay perché nella Sirte, i bacini del centro est e sud est erano ormai bacini maturi per cui si stavano preventivando e pianificando – ecco tutto il grande giro di grandi contratti che aveva fatto l’ultimo Gheddafi – grandi interventi basati su nuove tecnologie per mantere a est livelli produttivi consistenti (la parte che oggi è sicuramente sotto controllo della parte del Cnt). La parte ovest era quella in piena espansione, che avrebbe dovuto dare subito un grosso innalzamento, naturalmente con i grossi investimenti in ballo». Quasi l’80% delle riserve storiche di petrolio libico si trova nella parte orientale.
E ieri Sirte, città natale di Gheddafi e una delle ultime roccaforti ancora in mano alle forze lealiste, ha messo in atto una resistenza «inattesa» per la Nato. Ieri, i ribelli impegnati nell’offensiva sono andati avanti di parecchi chilometri verso Ovest conquistando il porto petrolifero di Ras Lanuf e spingendosi fino a Bin Jawad, a 50 chilometri a est di Sirte. Importanti terminali di esportazione del petrolio della Sirte.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), prima dello scoppio della guerra, il paese – membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep) in cui era nono su 12 membri – era tra le più grandi economie petrolifere al mondo (la quarta), possedeva all’incirca il 3,5% delle riserve mondiali, oltre il doppio di quelle degli Stati uniti. La sua produzione era di circa 1,6 milioni di barili al giorno, quasi il 2% di quella mondiale: fra le più importanti riserve petrolifere dell’Africa, con 44 miliardi di barili, molto avanti la Nigeria (37,2 miliardi) e all’Algeria (12,2). Ma, con le nuove tecnologie, le sue riserve avrebbero potuto triplicarsi. Esportava l’80% dell’oro nero verso l’Europa, in particolare in Italia e in Francia. Nel 2010, l’Italia ne ha comprato il 28%, la Francia il 15%, la Cina l’11%, la Germania il 10%, al pari della Spagna. Gli Stati uniti ne hanno acquistato il 2%. Un greggio ambito, perché poco ricco in zolfo e ad alta resa di prodotto.
In qualche anno, il paese ha anche raddoppiato le esportazioni di gas naturale, da 5,4 miliardi di metri cubi nel 2005 a oltre 10 miliardi l’anno: grazie anche a un nuovo gasdotto verso l’Italia, ora fermo. Le riserve di gas sono valutate a 1.540 miliardi di metri cubi. «E infatti – dice Paolini – se oggi la partita è il petrolio, domani sarà il gas.Per l’Europa e per l’Italia. E per noi le cose non vanno lisce, visto che i nostri giacimenti sono a ovest, dove la situazione è incerta». Anche sul piano interno, «non si è trattato di una guerra per la democrazia, ma di un conflitto dell’est per le risorse dell’ovest. Al di là di Gheddafi, la contrapposizione territoriale conterà nel resettaggio politico dell’incerta partita»

 
Pubblicato in: estero, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

LIBIA: CRIMINI DI GUERRA NATO


di Marinella Correggia

L’intervento militare si basa su una serie di menzogne e omissioni. I media internazionali sono stati i primi ad alimentare la disinformazione. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti Nato? E la popolazione libica quanto patisce le conseguenze del conflitto?

La Nato dichiara “significativi progressi” nella guerra in Libia, soprattutto nel nord ovest del Paese. Intanto, però, il Consiglio Nazionale di transizione, con sede a Bengasi, non riesce ad avere un’azione amministrativa “efficace” nelle regioni conquistate. Centinaia le vittime civili prodotte dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica, mentre le città sono sotto assedio e la popolazione vive condizioni di estremo disagio.

Hai scritto che la Guerra in Libia è “la madre di tutte le bugie”. Perché? Quali sono le reali ragioni che stanno dietro all’intervento militare?

“Questa che è la quinta guerra combattuta dall’Italia in venti anni, contro un Paese che non ci ha aggrediti, raggiunge il top quanto a propaganda e disinformazione, impiegate in abbondanza per giustificare, per spacciare come umanitario un intervento che ha ragioni geostrategiche e che peraltro per l’Italia è sicuramente un danno. Già nelle guerre precedenti contro l’Iraq, l’ Afghanistan e il Kosovo, le bugie, le menzogne di guerra, la propaganda hanno fatto una parte da leone, però questa volta di più. In realtà sono stati i media a cominciare e tra questi, anche media in precedenza più indipendenti come Al jazeera che però evidentemente hanno conosciuto un percorso a ritroso quanto a libertà di informazione.
Questi media internazionali, sin dall’inizio degli eventi in Libia e quindi delle manifestazioni che sono subito diventate armate, hanno cominciato a disinformare, come poi è stato verificato, e purtroppo come si sa le smentite non hanno mai spazio. Tutto parte in realtà da un ballon d’essai secondo me, la madre di tutte le bugie come l’ho chiamata, un twitter della tv saudita e quindi della monarchia saudita, Al Arabiya che sparava questa cifra già il 23 febbraio: 10 mila morti sotto i colpi dei miliziani di Gheddafi. Tra parentesi c’è anche un fatto terminologico perché in questa guerra l’esercito libico è sempre chiamato “insieme di miliziani, miliziani di Gheddafi, mercenari, cecchini” mentre gli altri sono i combattenti per la libertà. Appunto questo twitter lanciava 10 mila morti e 50 mila feriti. La fonte del messaggio era un tale Sayed Al Shanuka che parlava da Parigi e diceva di essere rappresentante della Corte Penale internazionale e quindi senza prove video o fotografie il rappresentante sedicente della Corte lancia questa cifra. Il twitter di Al Arabiya fa il giro del mondo e da lì parte tutto tant’è che si arriva al Consiglio di Sicurezza dell’Onu senza mandare nel Paese una missione di verifica delle Nazioni Unite come chiedeva lo stesso governo libico. Il giorno dopo la Corte penale dice che Sayed Al Shanuka non è affatto un proprio rappresentante, dunque se la fonte era sbagliata, sarebbe stato logico verificare la cifra. Tuttavia tutto è andato avanti, si è cominciato a parlare di fosse comuni salvo poi anche lì verificare che il famoso cimitero in riva al mare non era un fossa comune ma un normale cimitero e il video si riferiva a mesi prima. Si è parlato di bombardamenti sui quartieri di Tripoli, io sono stata a Tripoli e anche i migranti che sono rimasti lì, che non hanno quindi nessun particolare ruolo governativo né di altro genere, mi hanno detto che non c’è mai stato nessun bombardamento dell’esercito libico su Tripoli, i bombardamenti sono quelli della nato e stanno facendo danni incalcolabili. Quindi tutto è iniziato in questo modo e poi è andato avanti. Dopodichè dopo alcuni mesi la stessa Corte penale internazionale, pur avendo incriminato Gheddafi, parla di 200 morti negli scontri iniziali compresi i pro governativi, quindi non 10 mila morti e 50 mila feriti, una cosa nazista praticamente, ma 200 da entrambe le parti.”

Per giustificare la guerra, si era parlato di migliaia di vittime del regime di Gheddafi. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti NATO? Quanto la popolazione libica patisce questa situazione?

“Si infatti, la Nato sta inanellando una serie di crimini di guerra come abbiamo già visto nelle guerre precedenti. Si è resa responsabile di stragi di civili: pochi giorni fa nel villaggio di Majar, vicino Zliten, sono stati mostrati i cadaveri di persone che non erano certo morte di polmonite e non erano soldati, ma donne e bambini e anche anziani, 85 morti. La Nato ha detto che queste case di campagna che erano state colpite nascondevano l’esercito libico, anzi come dice la nato “i miliziani di Gheddafi”, ma queste persone non erano militari, le case distrutte erano piene di oggetti della vita quotidiana e comunque come dice un avvocato italiano, Claudio Giangiacomo dell’Associazione Ialana, anche colpire l’esercito libico se non sta aggredendo delle città, come in questo caso, sarebbe illegale. Ma soffermiamoci sui civili che la Nato dovrebbe proteggere, sono surreali le conferenze stampa della Nato, suggerisco di guardarne qualcuna, questi civili sono ammazzati, feriti… Mentre ero a Tripoli, ho incontrato anche una donna superstite di una famiglia nel quartiere Al Arada, colpito dai bombardamenti. E poi ci sono i danni collaterali. Centinaia di miglialia di migranti che sono dovuti tornare nei loro paesi. Ho parlato con un ragazzo del Niger, che è rimasto in Libia, ma mi ha riferito che è devastante quello che sta succedendo in Niger, un paese poverissimo che adesso si deve far carico di decine di migliaia di famiglie tornate lì. Ci sono famiglie spostate dalle zone di conflitto, ho parlato anche con degli sfollati libici, che da Misurata la famosa città sotto assedio, si sono rifugiati a Tripoli. Mi hanno raccontato che sono i ribelli ad andare in giro per le case ad ammazzare le persone e tutto quanto. Tripoli è sotto assedio, quindi una città con milioni di abitanti adesso si trova ad avere tagliati gli approvvigionamenti di gas, di benzina tra un po’ anche di scorte alimentari. Questo perché con il blocco navale, con le condutture che sono state tagliate dai ribelli, l’unica via di approvvigionamento per gli alimentari erano i camion dalla Tunisia ma adesso anche in quella zona ci sono scontri. Poi per quanto riguarda i carburanti, che servono anche per far funzionare i frigoriferi e e le cucine, c’era un’unica raffineria ormai che non era tagliata fuori a Zawia ma anche lì i ribelli sono avanzati, quindi probabilmente anche questa via di approvvigionamento per Tripoli sarà interrotta. Con le navi non arriva qusi nulla perché, anche se il materiale civile potrebbe passare, il comitato per le sanzioni dell’Onu ritarda, come succedeva anche per l’Iraq, i permessi e quindi di fatto Tripoli è una città che vogliono prendere per fame.”

I migranti stanno subendo forse più di altri le conseguenze del conflitto…

Molti sono andati via perché le aziende hanno chiuso. Questo ragazzo del Niger, ad esempio, lavorava per i cinesi e loro sono partiti tutti. Adesso lui si arrangia un po’ con dei lavoretti. È molto interessante quello che dicono. Oltre a confermare che non ci sono stati i famosi attacchi indiscriminati ai civili che sarebbero stati la causa dell’intervento della Nato, dipingono il quadro di una Libia sotto assedio in cui si attenta ai beni necessari alla vita quotidiana.
Due donne parlavano di fronte alla chiesa che è il punto dove si ritrovano i migranti, perché non ci sono libici cattolici ma ci sono molti migranti dalle Filippine, dall’Africa. Due donne del Ghana e del Togo parlavano tra di loro e dicevano “Adesso la Libia è diventata come l’Africa. Anche qua non c’è nemmeno l’elettricità. Dove andiamo?” e poi ho parlato con un pakistano che vendeva delle croci davanti alla chiesa. È lì da ventun’anni e mi ha detto “ma se arrivano i ribelli”- che tra l’altro si sono dimostrati parecchio razzisti – “io dove vado? Se torno in Pakistan la nostra vita è in pericolo”. In effetti in Pakistan i cristiani sono messi molto male. Quindi, e questo va detto, il Governo libico ha sempre protetto le altre religioni. I migranti africani comunque avevano lì una situazione di lavoro e anche abitativa e di permessi buona. Chi è in Libia non in transito ma per lavoro non si deve nascondere come i clandestini in Italia. Può rimanere, non viene espulso. Quindi il fatto di avere costretto i bengalesi, le persone Bangladesh a ritornare a migliaia nel loro Paese, è un danno collaterale enorme: il Bangladesh è un paese poverissimo. Poi ho incontrato anche le famiglie degli sfollati da Misurata, da Brega, da Tobruk. Quindi dall’Est, da Bengasi. Persone che avevano una casa ed una vita normale che adesso vivono nei container lasciati liberi dai cinesi alle porte di Tripoli. Persone che vivono accampate lì che non sanno quando torneranno perché nell’Est la situazione non è affatto tranquilla per chi non è dalla parte dei ribelli. Quindi ecco c’è una situazione umana devastante. Così come per le altre guerre è sempre angosciante chiedersi che fare. Chi è contro la guerra e ne conosce gli effetti si chiede come può impegnarsi. Come rete “No war”, un piccolo gruppo pacifista italiano, abbiamo iniziato una campagna alla quale tutti possono aderire mandando una mail non al nostro Governo, alla Francia, agli Stati Uniti ma ai membri non belligeranti del consiglio di Sicurezza. Il Consiglio di sicurezza ha quindici membri, tra permanenti e non permanenti, dodici non partecipano a questa guerra. Ci sono Russia, Cina che hanno diritto di veto, India, Brasile, Sud Africa, dei Paesi molto importanti. Possiamo noi fare appello a loro affinché isolino i Paesi belligeranti, nel caso del Consiglio di sicurezza sono Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, perché Cina e Russia pongano il veto a Settembre, affinché decada il mandato della Nato, braccio armato dell’Onu come non dovrebbe essere. Se volete sapere di più su questo appello basta andare su questo sito www.interculture.it/libia. E lì trovate l’appello e anche le mail a cui mandarlo”.

FONTE: http://www.cadoinpiedi.it/2011/08/18/libia_crimini_di_guerra_nato.html#anchor

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Uranio impoverito: qualcuno dovrà pure chiedere scusa.


Il Caporalmaggiore Valery Melis.

Il Caporalmaggiore Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Nei giorni scorsi, finalmente, il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati dall’uranio impoverito, nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione.

Se si esaminano le aree interessate ai bombardamenti della Nato del 1999 sul Kosovo quella di Peja-Peć è sicuramente una delle più colpite. Nella distruzione generale, i segni dei bombardamenti erano visibili ad occhio nudo perché interessavano gli insediamenti industriali, i depositi, le caserme, le linee di comunicazione.

Nei mesi immediatamente successivi ai 78 giorni di fuoco che portarono all’abbandono della regione da parte dell’esercito serbo-montenegrino si sapeva che gran parte dei bombardamenti della coalizione occidentale avvenivano con missili arricchiti da “uranio impoverito”: 31 mila ogive con queste caratteristiche vennero scaricate in poco più di due mesi su Serbia, Montenegro e Kosovo, in violazione del diritto internazionale ed in particolare dei protocolli della Convenzione di Ginevra del 1977. Fonti delle Nazioni Unite parlarono allora di una quantità pari ad oltre 8 tonnellate di uranio Impoverito riversata su quei Paesi.

Lo sapevano bene le autorità politiche del nostro Paese, come del resto le gerarchie dell’Esercito italiano, ma non venne fatto nulla, né per mettere in guardia la popolazione civile che in quei luoghi ci tornava ad abitare, né per proteggere i soldati italiani che proprio a Peja – Peć avevano (ed hanno) il loro insediamento permanente.

Fra quei ragazzi in divisa c’era Valery Melis, caporalmaggiore di un esercito che, a differenza di altri contingenti militari presenti nella regione, non informò e nemmeno attrezzò i propri uomini al presidio di un territorio che fra le macerie nascondeva l’invisibile insidia dell’uranio impoverito. Non c’erano tute speciali, né maschere e guanti. Persino il tema era tabù, “inutile allarmismo” si diceva. Melis si ammalò nell’autunno ‘99 e quando nel dicembre di quello stesso anno se ne tornò in Sardegna i noduli sul collo che preoccupavano quel giovane dai lineamenti così dolci presero rapidamente un nome: linfoma di Hodgkin. L’inizio di un calvario, affrontato con straordinaria dignità.

La dignità che invece non ebbero le gerarchie politiche e militari. Perché si può ben dire che si è sbagliato, si possono ammettere le proprie responsabilità, si possono rassegnare le proprie dimissioni. E invece non avvenne niente di tutto questo, a negare ogni evidenza, ovvero la relazione fra l’uranio impoverito e l’insorgere di patologie cancerogene.

Ero a Peja-Peć nel febbraio del 2000, ad accompagnare il processo di trasformazione della presenza trentina in quella parte del Kosovo: dall’emergenza che aveva visto come protagonisti i volontari della protezione civile all’avvio di una fase nuova di cooperazione fra le nostre comunità. Dalla quale nacquero i mille progetti che nei successivi undici anni sono stati implementati (e che ancora oggi proseguono) nell’ambito del “Tavolo Trentino con il Kosovo”.

Decine di incontri, per conoscere e capire prima di agire. Fra questi, quello con il colonnello Di Benedetto, allora comandante del contingente italiano di stanza a Peja-Peć. Nei miei appunti di allora, molte annotazioni sulla presenza militare italiana, sulle attività svolte, sulla formazione riservata ai soldati. Di una di queste ho un nitido ricordo, quando alla mia domanda sulla presenza di uranio impoverito nell’area di Peja-Peć mi rispose un po’ stizzito che si trattava solo di propaganda giornalistica.

Erano le stesse risposte che venivano date nei mesi immediatamente successivi ai bombardamenti ai rappresentanti delle molte Ong ambientaliste internazionali (Greenpeace, WWF, Rec, Focus Project…) che monitoravano quel territorio, ma anche alle agenzie delle Nazioni Unite come Unep, che poi confermarono nei loro rapporti come la situazione di rischio non fosse limitata solo alle aree direttamente colpite.

Solo dopo anni, nel 2007, il Governo italiano riconobbe per la prima volta il rapporto di causa/effetto nella morte di 37 militari (e 255 malati) esposti all’uranio impoverito utilizzato nei sistemi d’arma (dati per altro contestati dall’Osservatorio militare che invece parlava di 164 morti e di 2.500 ammalati). Numeri che con gli anni sono tragicamente cresciuti fino ad una recente ammissione da parte del ministro La Russa che ha parlato di 2.727 patologie neoplastiche riscontrate fra i soldati italiani fino al 31 dicembre 2009.

Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Ora finalmente il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione, condannandolo a risarcire i genitori e i fratelli di Valery. “Deve ritenersi – scrive il giudice nella sentenza – che il linfoma di Hodgkin sia stato contratto dal giovane Valery Melis proprio a causa dell’esposizione ad agenti chimici e fisici potenzialmente nocivi durante il servizio militare nei Balcani, atteso che proprio i detriti reperiti nel suo organismo hanno ben più che attendibilmente causato alterazioni gravi alle cellule del sistema immunitario come rilevato con frequenza di gran lunga superiore della media per i militari rientrati dai Balcani”.

Nel 1999 si inaugurò il concetto di “guerra umanitaria”. Venne fatta senza alcun mandato delle Nazioni Unite, bombardando città ed impianti chimici, usando l’uranio impoverito. Che è entrato nella vita (e nelle viscere) di tanta gente che si è ammalata e continua ad ammalarsi di cancro senza fare notizia. Anche di molti ragazzi italiani impegnati nelle “missioni di pace”, soldati come Valery e tante altre vittime di quel veleno invisibile chiamato “uranio impoverito”.

Prima o poi qualcuno dovrà pure chiedere scusa.

MICHELE NARDELLI * da UNIMONDO.ORG del 19/08/2011.

* Presidente del Forum trentino per la pace ed i diritti umani

FONTE : http://triskel182.wordpress.com/2011/08/19/uranio-impoverito-qualcuno-dovra-pure-chiedere-scusa/

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LIBIA: LA “BUFALA” DEGLI STUPRI DI MASSA


Dopo tre mesi d’inchiesta Donatella Rovera, l’inviata di Amnesty International, non è riuscita a trovare alcuna prova di queste violenze. Stesso risultato per Liesel Gerntholts, responsabile dei diritti femminili di Human Rights Watch.

DI MAURIZIO MATTEUZZI*

Roma, 25 giugno 2011,  – Che Gheddafi se ne debba andare è giusto. Che se ne vada, o con le sue gambe (improbabile) o da morto, è scritto o prevedibile (anche se non saranno gli insorti di Bengasi a cacciarlo). Ma quello che è – o dovrebbe essere – insopportabile è il doppio standard, l’ipocrisia, il livello sfacciato di menzogne (sembra di essere tornati ai tempi del conflitto Serbia-Kosovo), o come minimo di unilateralità, con cui la «comunità internazionale», la «coalizione dei volenterosi» (con Sarkozy e Cameron in testa), l’Onu del pallido Ban Ki-moon, la Corte penale internazionale dello strabico procuratore Moreno Ocampo, la Nato, l’Italia (l’Italia dei penosissimi Berlusconi, Frattini, La Russa ma anche del presidente Napolitano e del Pd) ha intrapreso tre mesi fa «la guerra umanitaria» e continua a giustificarla oggi. Vediamo. Gli stupri di massa commessi dalle forze del Colonnello, utilizzati per giustificare l’attacco Nato e l’incriminazione di Gheddafi davanti alla Cpi, potrebbero (potrebbero) non essere mai avvenuti. Questa è la conclusione di un’inchiesta di tre mesi sul campo (Tripoli e Bengasi) condotta da Amnesty international. Donatella Rovera, l’inviata da Ai, non è riuscita a trovare alcuna prova di queste violenze e abusi dei diritti umani, rilevando che «in alcuni casi» i ribelli di Bengasi avevano dichiarato il falso o manipolato prove. In tre mesi non è stato possibile «trovare alcuna prova o una singola vittima di violenze sessuali, o un medico che ne fosse al corrente» (chiaro: questo non dimostra che gli stupri non siano avvenuti).

Anche Liesel Gerntholts, responsabile dei diritti femminili di Human Rights Watch, dopo un’inchiesta sulle accuse di violenze sessuali, ha detto di «non essere stata in grado di trovare alcuna prova». E la famosa storia del Viagra distribuito da Gheddafi ai suoi (come le «fosse comuni», i «10 mila morti a Tripoli»…)? Rovera scrive che la fonte erano i ribelli di Bengasi, che avevano mostrato ai giornalisti stranieri alcuni pacchetti di Viagra trovati su carri armati andati a fuoco, ma che i pacchetti stessi non mostravano bruciature. Un paio di settimane fa il procuratore Moreno Ocampo ha basato le sue accuse contro Gheddafi sulla precisa strategia di «violentare chi è contro il governo» e la settimana scorsa il segretario di statoUsa Hillary Clinton ha parlato di «violenze sessuali» in Libia. Il rapporto di Amnesty combacia con quello di Sherif Bassiouni, il capo della commissione d’inchiesta Onu sulle violazioni dei diritti umani nel conflitto libico, che nel suo rapporto finale, il 9 giugno, aveva espresso gli stessi dubbi su una politica – gheddafiana, ovvio – di strupri di massa («tre casi» verificati), che aveva definito «una gigantesca isteria». Vediamo ancora. I famosi «mercenari» africani impiegati da Gheddafi contro gli insorti. Il rapporto di Amnesty critica il silenzio, e peggio, del Cnt di Bengasi al proposito. In realtà, secondo quanto ha potuto verificare sul campo, i «mercenari» africani (e quindi neri) «al servizio di Gheddafi» erano figure «mitiche», «lavoratori o gente che cercava lavoro», divenuti capri espiatori per indirizzare la rabbia della popolazione contro i migranti «in un contesto di forti sentimenti razzisti e xenofobi». E il rapporto firmato Bassiouni del 9 giugno, pur consacrato alle nefandezze delle forze gheddafiane verso la popolazione civile (migranti inclusi), ammoniva sulle «possibili violazioni dei diritti umani commesse dalle forze dell’opposizione, specialmente verso la popolazione immigrata residente in Libia ». E raccontava del caso di un «mercenario» buttato da una finestra del tribunale di Bengasi (19 febbraio) e finito a colpi di machete e del caso della «esecuzione extra-giudiziale di 5 ciadiani» irrorati di kerosene e poi bruciati vivi (21 febbraio). Per concludere che i «presunti mercenari» erano indicati e perseguiti come tali «sulla base delle loro nazionalità o del colore della pelle».

Sarà che l’inglese The Independent e il francese Le monde che scrivono questo cose sono gheddafiani? Vediamo ancora. In un articolo sul Sole di ieri a commento dello sblocco delle riserve strategiche di petrolio da parte dell’occidente, AlbertoNegri scrive che «il rapporto dei servizi francesi in visita a Bengasi e a Tripoli, redatto tra gli altri dall’ex capo del controspionaggio Yves Bonnet, è chiaro. La rivolta libica, si legge, anche con una certa sorpresa, “non è né democratica né spontanea”. Tra le motivazioni dell’intervento francese si riconoscono due punti: le ricchezze energetiche e la frustrazione della Francia di non aver saputo prevedere le rivolte arabe». Vediamo ancora. Medici senza frontiere, ieri per bocca di uno dei suoi direttori, Loris De Filippi, lamentando «l’incoerenza» dell’accordo del 17 giugno fra il governo italiano e il Cnt di Bengasi e «il doppio standard applicato dai paesi europei implicati in questa guerra», conclude che «è intollerabile che un paese impegnato nei bombardamenti in nome della protezione dei civili, contemporaneamente respinga le vittime della stessa guerra».

Però tutto questo non importa. La guerra «per proteggere i civili» va e continuerà «fino alla caduta di Gheddafi», come ha giurato Sarkozy e hanno concordato all’unanimità ieri i leader del Consiglio europeo a Bruxelles. Che poi si ritiri o no «in un’oasi libica sotto controllo internazionale», come ha proposto un membro del Cnt, si vedrà. Nena News

*questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2011 dal quotidiano Il Manifesto

http://www.nena-news.com/?p=10954

Pubblicato in: guerre, INGIUSTIZIE, PACIFISMO, politica, società

Perche’ l’esercito israeliano uccide i bambini di Gaza? (Vittorio Arrigoni)


Questo e’ l’ultimo articolo di Vittorio Arrigoni che avevamo in bozza e che dovevamo postare il giorno della sua scomparsa.

L’esercito di occupazione israeliana uccide altri 2 bambini palestinesi a Gaza

fonte: Guerrilla Radio di Vittorio Arrigoni

In Libia bombardamenti umanitari targati ONU, in Yemen gas nervino e cecchini contro i manifestanti, in Bahrein carri armati sauditi con licenza di strage suscitano il biasimo generale, mentre in Palestina l’ennesimo bagno di sangue perpetrato dalla cosiddetta unica democrazia del medio oriente scivola ordinariamente in secondo piano.

Ieri notte massicci bombardamenti lungo la Striscia a Gaza city, Rafah e Khan Younis, hanno causato secondo fonti mediche 18 feriti, 7 dei quali bambini e 2 donne.

Questa mattina carri armati israeliani hanno invaso est di Gaza city aprendo il fuoco: un ferito. Nello stesso momento un drone (UCAV) bombardava a est di Shuajaiyeh ferendo gravemente alcuni guerriglieri della resistenza.

Queste ultime vittime si sommano ai 5 feriti di sabato mattina, fra i quali un infante di 3 anni colpito alla testa da schegge di esplosivo a Rafah, sud della Striscia e soprattutto si aggiungono all’uccisione di 2 bambini sabato sera.

Attacchi indiscriminati contro la popolazione civile di Gaza in seguito al lancio nel deserto del Negev, in territorio israeliano, sempre nella giornata di sabato, di una cinquantina di colpi di mortaio da parte delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, lancio che aveva provocato 2 feriti lievi.

Hamas che non sparava piu’ un colpo contro obbiettivi israeliani da mesi, che in pratica aveva disarmato la sua resistenza e continuamente tramite il premier Ismail Hanye invitava le altre fazioni a fare altrettanto, decideva questo nuovo attacco mentre a Gaza city la sua polizia reprimeva nel sangue le manifestazione pacifiche dei giovani di Gaza per la fine delle divisioni, assalendo brutalmente anche i giornalisti di testate straniere come Reuters, France Television e Associated Press (secondo quanto denunciato dall’autorevole PCHR), e soprattutto, contemporaneamente ai primi contatti fra rappresentanti del governo di Gaza e Fatah col preciso intento di avvicinare le parti verso l’unita’ nazionale.

Evidentemente, questi eventi concatenati dimostrano come vi e’ una forte frangia all’interno di Hamas che lavora assiduamente affinche’ le divisioni interpalestinesi restino cosi come sono. Oggi che l’oppressione israeliana a Gaza si sta mostrando con tutta la sua spietatezza, ecco che Hamas e’ tornato a chiedere responsabilmente a viva voce, un coprifuoco.

Fino all’ultimo ho avuto il dubbio se scaricare le foto delle ultime vittime dell’occupazione e inviarle a Peacereporter.

Sono cio’ che rimane di Mohammed Issa Faraj Allah 16 anni e Qasem Salah Abu Uteiwi, 15 anni, uccisi sabato sera mentre stavano giocando a Est del villaggio di Juhr Addik, circa a 300 metri dal confine nel centro della Striscia di Gaza.

Un carro armato israeliano ha sparato contro di loro piu’ di venti missili.

Mi sono recato ieri a portare le condoglianze alle famiglie dei 2 bambini nel campo profughi di Nuseirat.

Non sono tornati a casa la sera, eravamo tutti in pena, specie dopo che abbiamo udito i bombardamenti. Quando la mattina seguente ci e’ arrivata la notizia che all’ospedale al Shifa avevano portato 2 corpi di civili, sono corso immediatamente e nel frigorifero dell’obitorio ho riconosciuto Qasem. O quello che restava di lui, senza piu’ un braccio, senza piu’ un dente in bocca.

Cosi Khaled, un cugino della vittima.

I Faraj Allah sono una famiglia poverissima, e a Khaled durante Piombo Fuso l’esercito israeliano ha distrutto la casa e circa 3 dunum di terra. Sua sorella, Ayat, e’ stata colpita al torace da un cecchino agli inizi di gennaio 2009.

Sotto il tendone che raccoglie parenti e amici in una veglia funebre, il padre di Mohmmed si e’ rivolto verso di me: Non hanno coscienza, non hanno leggi, possono fare di noi quello che vogliono. L’Onu che ha prontamente approvato una risoluzione per attaccare la Libia, ha messo il veto contro la condanna a Israele per il crimine delle sue colonie in Palestina, e questo ha esacerbato gli animi. La chiamano guerra al terrorismo, ma dovrebbero rinominarla guerra al terrorismo arabo, perche’ il terrorismo israeliano non si tocca. Continua il padre del bambino ucciso:

Ho lavorato 12 anni in Israele, e questa e’ la gratifica. I fratelli di Mohammed hanno visto le foto del suo cadavere in quello stato, e chiedono vendetta. Sono queste le ragioni del conflitto.

Mentre uno dei ragazzini che mi circondano aziona il suo bluetooth per passarmi sul cellulare quelle terribili foto, leggo nei suoi occhi e in tutti gli occhi dei bambini che mi scrutano quello che il padre della vittima mi ha appena spiegato, quel fuoco che un domani potrebbe ardere Israele se a questa gente non viene restituita liberta’ e giustizia.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

immagini cruente, se te la senti vai avanti

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Ps. Come attivisti per i diritti umani dell’ISM Gaza ci autofinanziamo con il sostegno di chi ritiene utile la nostra presenza in queste lande oppresse, se potete, sostenete

4 palestinesi morti nei tunnel della sopravvivenza di Gaza.
13/04/2011
4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame (vedi foto).

Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.

Dall’inizio dell’assedio a oggi piu’ di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.

E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.

I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni.

Restiamo Umani

Vik da Gaza city

 

fonti : http://guerrillaradio.iobloggo.com/

http://www.criticamente.it/index.php

Pubblicato in: berlusconeide, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

Il presidente bombardiere


dal blog di Annibale
L’Italia partecipera’ ai bombardamenti Nato sulla Libia. Lo ha annunciato il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una telefonata al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. L’Italia, si apprende da una nota di Palazzo Chigi, “ha deciso di aumentare la flessibilità operativa dei propri velivoli con azioni mirate contro specifici obiettivi militari selezionati sul territorio libico, nell’intento di contribuire a proteggere la popolazione civile libica. Con ciò, nel partecipare su un piano di parità alle operazioni alleate, l’Italia si mantiene sempre nei limiti previsti dal mandato dell’operazione e dalle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

Dunque, in quest’ ennesima trasformazione della sua allucinante personalità, Berlusconi è diventato anche bombardiere. Certo, dichiara guerra a cose praticamente fatte; è nello stile dell’uomo accodarsi ai vincitori del momento, quale che sia il loro volto. Dai dittatori nordafricani ai nuovi governi post-rivoluzionari, dalla santa alleanza con George W. Bush alle telefonate con Obama. Del resto fino a ieri l’invincibile sembrava il raiss di Tripoli: da qui baciamano, ricevimenti, fiumi di dollari per un piano d’investimenti ventennale, hostess e sceneggiate varie. Era solo il settembre scorso, ricordate?

Poi ha cercato di capire che piega prendevano gli avvenimenti, ha visto le controffensive delle truppe di Gheddafi e subito ha preso le distanze dalla coalizione e dalle operazioni militari pronto a riaprire un impossibile tavolo col colonnello. Infine, seguendo le ultime pieghe degli avvenimenti, ha compreso che tutto era davvero perduto. Così, nei giorni scorsi, l’ineffabile Frattini  – l’uomo che, giova ricordarlo ancora, additava Gheddafi a modello e faro per tutto il Medio Oriente solo nel gennaio scorso – ha aperto una linea di dialogo con gli insorti. E ora ecco la svolta, Berlusconi è pronto a bombardare. E che importa se l’incredibile giravolta compiuta in meno di un anno polverizza la credibilità di tutto un Paese. Intanto i leghisti hanno cominciato a urlare, c’è da capirli:  si annunciano barconi su barconi, frontiere nel caos mentre urge una politica europea; peccato che il governo in camicia verde ha passato gli ultimi anni a tuonare contro le burocrazie di Bruxelles e a dar man forte alle motovedette italiche che pattugliavano il canale di Sicilia. I sogni isolazionisti crollano in questo subbuglio mediterraneo e mondiale.

Ma c’è anche un’altra ragione, più prosaica, per l’ultima uscita del premier, come sempre del resto. Questa volta gli serve qualcosa di grosso per evitare il crollo, l’implosione del suo stesso sistema di potere che da più parti si annuncia a cominciare dalle prossime amministrative milanesi. E allora cosa c’è di meglio di un bel polverone guerresco? Tentativo a dir la verità un po’ disperato. Nello stesso senso, del resto, vanno letti i tentativi di svuotare i referendum di giugno su acqua e nucleare, il vero obiettivo è che non si voti sul legittimo impedimento. Vasto programma  si dirà, ma questa è l’Italia di oggi nel contesto internazionale.

http://www.articolo21.org/3050/notizia/il-presidente-bombardiere.html

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Restiamo umani (omaggio a Vittorio Arrigoni)


Invece non ce l’ha fatta. Vik aveva un sogno, anzi un’utopia (dichiarata), era il suo slogan di battaglia: “restiamo umani”. E’ stato ucciso da autentiche bestie che non hanno rispettato neppure se stessi, giustiziandolo addirittura prima dell’ultimatum. Istintivamente mi ricorda la tragica fine di Baldoni, altro fantastico sognatore. Enzo andava in giro per il mondo difficile, Vik aveva scelto un luogo: la striscia di Gaza, era diventato il difensore di pescatori e contadini, combatteva nel modo più sconvolgente, con un’arma potentissima, la parola. Evidentemente “pace” è una parola pericolosissima e a trentasei anni hanno deciso di chiudergli la bocca per sempre. Vik mi ricorda Enzo anche per quell’ultimo video che evoca paesaggi irakeni e ricorda, se mai ce ne fossimo dimenticati, la ferocia degli integralisti islamici. Il paradosso della morte di Arrigoni è proprio questo: ucciso dai palestinesi che amava e che aiutava. Rileggo, come con Baldoni, le email che da anni ci scambiavamo, soprattutto le prime quando mi regalava grande amicizia per il solo fatto di diffondere le sue avventure. Un ragazzo pulito, pieno di idee strane. Per esempio quella di far smettere le guerre.

CARO,  CARO VITTORIO, AMICO MIO, FIGLIO MIO, RICORDI QUANDO QUELLA SERA, LA PRIMA SERA IN CUI TI CONOBBI, NELLA MISERA E SPOGLIA STANZETTA , COL PAVIMENTO IN GRANITO, DOVE AVEVAMO STESO MATERASSI PER POTER DORMIRE, NOI DELLA MISSIONE : ERAVAMO GIUNTI LI’, A GAZA,  DOPO UN VIAGGIO DI DUE GIORNI, CON LA PAURA CHE LE BOMBE ISRAELIANE RIPRENDESSERO A CADERE….MACERIE OVUNQUE, DOLORE,  BAMBINI MUTILATI, MISERIA, FAME….ENTRASTI TU, DA QUELLA PORTA, MI GIRAI;  GLI ALTRI TI VENNERO INCONTRO, TI ABBRACCIARONO, TI SORRISERO;   POI, RIVOLTI A ME, CI PRESENTARONO:   RENZA, INFERMIERA , E’ QUI PER AIUTARE….VITTORIO, QUESTA E’ RENZA….  IO TI GUARDAI, TI STRINSI LA MANO, PERPLESSA; E CHIESI : MA CHI SEI TU?  SI GIRARONO TUTTI , VERSO DI ME, QUASI STRANITI. MA COME, NON SAPEVO CHI ERI? COM’ERA POSSIBILE, TUTTI SAPEVANO CHI ERA …VITTORIO…CHI? ARRIGONI.  QUASI MI SENTII A DISAGIO, MA DEL RESTO, IO VENIVO DAL MIO OSPEDALE ITALIANO, NELLA VECCHIA FIRENZE,SEMPRE FRA DOLORI E SOFFERENZE; COSA VUOIMAI CHE SAPESSI  DI COSA SUCCEDEVA IN …..PALESTINA. ANZI, PER ME , COME PER MOLTI, PALESTINA ERA …..SINONIMO DI ISRAELE.

(QUANTE NE HO IMPARATE DI COSE, GRAZIE A TE , DA ALLORA!!). EBBENE,CARO VITTORIO , RICORDI QUANDO A QUEL PUNTO GLI AMICI PRESENTI, RIDENDO, MI CHIESERO:” MA COME, NON SAI CHI E’ VITTORIO!!!?? PROVA UN PO A INDOVINARE…..”   BHE’,DUE SECONDI PER PENSARE, ME LI PRESI. SOLO CHE L’UNICA COSA CHE MI VENNE IN MENTE DI DIRE……SBOTTAI:” HAI DETTO ARRIGONI? BHE’, FORSE QUELLO DEI ” PELATI”!!?POMODORI!?” FU COSI CHE VIDI LA TUA DELUSIONE, CELATA DA UN SORRISO…E CAPII CHE AVEVO SPARATO UNA …CASTRONERIA. IN COMPENSO TUTTI I PRESENTI SI PIEGARONO DALLE RISATE, E….DA LI’ IN POI S’IMPEGNARONO TUTTI A DIMINUIRE LA MIA”IGNORANZA” STORICO-POLITICA.  A CUI TU HAI CONTRIBUITO, OGNI GIORNO TRASCORSO INSIEME, PER LE STRADE MARTORIATE DELLA “TUA” GAZA. ED OGNI SERA QUANDO STANCHI RITORNAVAMO IN QUELLE STANZETTE ,E  RIUNIVAMO I NOSTRI PENSIERI, LE NOSTRE ESPERIENZE, COL TUO MAL DI SCHIENA FEROCE, RICORDI QUANDO SCOPRISTI LA POSSIBILITA’ DI USUFRUIRE DI MASSAGGI PROFESSIONALI DALLA SOTTOSCRITTA….”SI’, TI DISSI, SONO ANCHE MASSOFISIOTERAPISTA DIPLOMATA..” COME FOSTI CONTENTO, A FINE SEDUTA TI SENTISTI RIAVERE, E NON FINISTI PIU’ DI RINGRAZIARMI…..COL RISULTATO CHE , INTORNO A NOI, SI FECE “LA CODA”, COME ALLE POSTE: TUTTI AVEVANO UN “DOLORE”, UNA “CONTRATTURA”..E COSì TUTTE LE SERE, FRA I RACCONTI DI  BOMBE, SI ELARGIVANO CURE FISIOTERAPICHE…CARO VITTORIO, MI RIMANE DI TE UN DOLCE RICORDO, ASSIEME A QUEL PUPAZZETTO CHE MI DONASTI: “QUEL PICCOLO BAMBINO CHE CON LE MANI  DIETROLA SCHIENA, GIRA LE SPALLE AL MONDO……COME IL MONDO GIRA LE SPALLE A TUTTI QUEI BAMBINI…” UN SIMBOLO DELLA TUA PALESTINA..

COSI’ TU MI SPIEGASTI, COSI’ TU INSEGNASTI AD UNA COME ME, POVERA IGNORANTE OCCIDENTALE, QUAL’E ‘LA VERA UMANITA’: NON LA MIA, DISPERSA FRA I BIANCHI LETTI DI UN MODERNO OSPEDALE…MA PIUTTOSTO L’UMANITA’ DI UN GIOVANE UOMO, CON L’ETA’ DI MIO FIGLIO,CHE HA SAPUTO AMARE INCONDIZIONATAMENTE ,OLTRE SE’ STESSO,FINO A DONARE LA PROPRIA VITA, AI PIU’ MARTORIATI  E OPPRESSI FIGLI DI UN …ALLAH MINORE.

GRAZIE, VITTORIO, GRAZIE ANCHE A TUA MADRE,  CHE HA SAPUTO CREARE UN FIGLIO DIVERSO, SPECIALE, QUASI UNICO. GRAZIE A TE, GIOVANE UOMO STRAORDINARIO, CHE HAI VOLUTO DONARE PER SEMPRE I TUOI SOGNI AL VENTO DEL DESERTO DI GAZA, QUEL VENTO CHE NON MANCAMAI DI SOSPINGERELE NUBI OLTRE I CONFINI DELLA LIBERTA’;

E MENTRE I GABBIANI, SCACCIATI DALLE BOMBE, RIPRENDONO A VOLARE …ACCOMPAGNERANNO IL TUO PENSIERO ELA TUA ANIMALASSU’, OLTRE OGNI CATTIVERIA UMANA, OGNI CRUDELE SOFFERENZA,DOVE , FORSE, TROVERAI UN MONDO…GIUSTO.  NON TI DIMENTICHEREMO.  RENZA MARTINI

fonti  :  http://pinoscaccia.wordpress.com/2011/04/15/restiamo-umani/#comment-10143

http://acidcamera.wordpress.com/2011/04/15/quella-sera-a-gaza/

IL BLOG DI VITTORIO ARRIGONI

http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Pubblicato in: berlusconeide, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

Per Favore Bombardateci! Una Guerra Umanitaria Anche per l’Italia (e’ satira ovviamente)


Rivolgo un appello al nobel per la pace Barak Obama e, perché no, anche a mister Sarkozy e ai suoi colleghi europei.
L’Italia vive, ormai da troppi anni, in una sostanziale dittatura: una dittatura non formalmente riconosciuta, ma fatta di tanti soprusi, ingiustizie e leggi costruite ad hoc per garantire determinati privilegi, fino ad arrivare ad una legge elettorale che consente ad un gruppetto di non più di dieci persone di nominare l’intero Parlamento e, di conseguenza, ogni altro incarico, pubblico e privato. Una cosa chiamata “democrazia” ma che di democratico non ha proprio niente.
Una strana dittatura che non sparge il sangue dei propri cittadini. Non direttamente almeno. Però i cittadini muoiono a causa di questa dittatura.

Muoiono mentre lavorano perché non si controlla la sicurezza nei luoghi di lavoro; muoiono sulla strada perché non si investe in formazione e sicurezza stradale; muoiono nelle carceri perché la situazione è talmente invivibile che le persone si suicidano; muoiono di malattie che non sarebbe necessario curare se si facesse una prevenzione seria; muoiono schiacciati dalla criminalità organizzata che invece di essere combattuta viene portata nelle istituzioni; muoiono perfino gli imprenditori che si suicidano perché non riescono a far sopravvivere le proprie aziende. I cittadini italiani muoiono perché questa dittatura non si preoccupa dei problemi delle persone ma solo di continuare a fare feste a sfondo sessuale, ingrassare i propri portafogli, garantire privilegi per una cerchia ristretta di persone.

Una dittatura in cui è permesso manifestare la propria protesta, basta poi non lamentarsi se si torna a casa con la testa rotta da una manganellata. Una dittatura che garantisce anche l’esistenza di un’opposizione, la quale, probabilmente in segno di gratitudine, se ne guarda bene dal mettere in difficoltà il governo.

Una dittatura solo apparentemente diversa da quella, purtroppo, presente in tanti paesi del mondo: Arabia Saudita, Cina, Corea del nord, Birmania, Libia e tanti altri. La vera differenza è che questi regimi non si nascondono dietro una maschera ipocrita, ma si mostrano per quello che sono. L’Italia invece si spaccia per democrazia e pretende di sedere al fianco di paesi autenticamente democratici.

Per questo rivolgo a voi una preghiera. Come state facendo ora per la Libia, e negli ultimi anni avete fatto per altri paesi, portate un po’ di democrazia anche in Italia: scatenante una guerra umanitaria a suon di missili (intelligenti o no non ha alcuna importanza, tanto qui nessuno si accorge della differenza). Un bombardamento a tappeto sarebbe veramente salutare: la dittatura scomparirebbe, la democrazia seminata dalle bombe troverebbe terreno fertile per attecchire, e il nostro povero paese potrebbe sbocciare a nuova vita. Inoltre potreste avere l’occasione di partecipare con le vostre aziende alla ricostruzione, in modo da recuperare i soldi spesi nella guerra.
Per voi non sarebbe un grande impegno; considerata la situazione potreste sbrigare la faccenda in poche settimane, in fondo gran parte dell’Italia è da ricostruire già oggi. Se poi (scusate se mi permetto di darvi consigli) utilizzaste armi chimiche potreste ottenere un effetto ancora più marcato e duraturo, eliminando un buon numero di italiani, da sempre la peggiore tragedia di questo paese.

Milioni di italiani sofferenti attendono il vostro intervento. Non deludeteli: bombardateci!

Articolo di ilBuonPeppe

http://www.mentecritica.net/

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Bradley Manning libero: rivelare crimini non è un crimine


Generalizzando il motto sul sito del network creato a supporto del soldato Bradley Manning (Exposing war crimes is not a crime!), sono qui ad affermare che rivelare dei crimini non è un crimine.
Mai come in questo momento di crescente importanza della rete nel mondo deve essere difeso tale principio.
Un principio fondamentale e determinante ovunque, vedi l’affascinante rivoluzione che sta avvenendo in tempo reale nel nord Africa.
Principio attaccato quotidianamente anche da noi.
Perché, non sarà mai inutile ribadirlo, pubblicare pettegolezzi si chiama gossip mentre far conoscere alla popolazione i crimini di chi la governa è Giornalismo.
Giornalismo con la G maiuscola.
Per la cronaca, Bradley Manning è un giovane soldato ed esperto di informatica statunitense imprigionato da 282 giorni in isolamento presso il carcere militare di Quantico, in Virginia, con l’accusa di aver scaricato ed inviato a Wikileaks migliaia di files segreti e correndo il rischio di venire condannato alla pena capitale.
Ora, si da il caso che tra i suddetti files vi sia il video noto con il nome di Collateral Murder, di cui ho già scritto l’anno scorso su questo blog.
In esso vi sono le prove dell’assassinio di una dozzina di civili da parte di due elicotteri militari statunitensi.
Un omicidio collaterale.
Guai a rendere noti gli omicidi collaterali.
Da noi Manning magari sarebbe stato accusato anche di essere un puritano violatore della privacy…
Credo che chi ha inteso quale prezioso diritto sia in gioco in questo momento, qui, nel mondo e sul web, debba alzare la voce e impegnarsi per impedire che venga soffocato.
Ecco perché, nel mio piccolo, chiedo anch’io che il soldato Bradley Manning sia liberato al più presto.
Il perché lo racconto con…
La Storia:
Sto con Bradley perché rivelare un crimine non è un crimine.
E’ un dovere.
Casomai lo è il silenzio.
Sotto l’ombra del silenzio tutto può esser detto e tutto può esser fatto.
Lo sappiamo perfettamente tutti.
Nascosto da quel velo, qualcuno potrebbe perfino convincere il prossimo che una guerra può essere una missione di pace.
Nascoste da quel velo, le morti dei civili sono solo delle casualità.
Nascosti da quel velo, gli assassini sono addirittura celebrati come eroi.
E nascosti da quel velo, tutti coloro che si oppongono sono necessariamente dei traditori.
Ciò nonostante, io sto con Bradley, perché rivelare un crimine non è un crimine.
E’ un atto di coraggio.
Casomai, il tradimento è di chi fa di tutto per provare il contrario.
Si sa.
I prodi sono sempre meno dei vigliacchi.
E’ facile capirne il motivo.
I primi, nell’attimo in cui si dimostrano tali, il più delle volte sono soli.
I secondi, esprimono la loro codardia quasi sempre in gruppo.
E gridano, gridano a squarciagola, bramosi di ricoprire la luce della verità con le macchie della loro vergogna inconfessata.
Eppure, io sto con Bradley, perché rivelare un crimine non è e mai dovrà essere un crimine.
E’ fare un regalo al prossimo.
A tutti, ai prodi come ai vigliacchi.
Tuttavia, non tutti sono pronti ad aprire quel pacco.
Ci vuole coraggio…
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Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali conseguenze


Il 19 marzo sono iniziate la operazioni della coalizione dei volenterosi. Lo scopo è quello di impedire alle truppe di Gheddafi di fare una strage nella Cirenaica, regione che comprende Bengasi e che è stata da sempre ostile al Colonnello.

C’è comunque ben poco di altruistico nelle intenzioni dell’Occidente. Seppur con il consenso dell’Onu e della Lega Araba , che partecipa ai raid, (non dell’Unione Africana però) Europa e Usa agiscono anche per motivi economici e politici. Sarkozy ad esempio, il primo promotore dell’azione militare, cerca un rilancio in ambito interno, le sue quotazioni sono in forte ribasso e tra un anno, nel 2012, in Francia si terranno le elezioni presidenziali. Una vittoria nel rovesciamento di Gheddafi, con conseguenti ricchi trattati economici con i successori del Rais, darebbero una carta vincente al Presidente francese in vista di una riconferma futura. Obama d’altra parte, dopo il discorso de Il Cairo di due anni fa ed il sostegno alle rivoluzioni tunisine ed egiziane, non poteva esimersi dall’appoggiare una richiesta di aiuto, fatta dagli insorti in Cirenaica e nel resto della Libia. Ed anche per gli Stati Uniti vi sono aspetti economici da non trascurare.

In tutto questo l’Italia ha un ruolo piu defilato ma comunque importante. Oltre ad aver concesso le basi Nato, il nostro paese potrebbe, in seguito, partecipare attivamente alle operazioni aeree, perche solo di operazioni aeree si tratta. Nessun militare della coalizione dovrebbe infatti mettere piede sul suolo libico.

Il Post possiamo leggere il quadro in cui si muove l’Italia:

Gheddafi si trova in un bunker nel complesso militare di Aziziya, a Tripoli, circondato da migliaia di sostenitori che si sono offerti come scudi umani.

Molti in queste ore si sono chiesti che fine fa il trattato tra Italia e Libia, che il Post aveva raccontato qui. Il trattato, tra le altre cose, impegna i due paesi a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”.

Al di là del fatto che il governo italiano ha già detto di considerare “sospeso” il trattato con la Libia, oggi ci si trova evidentemente in una circostanza di ingerenza compatibile con la Carta delle Nazioni Unite: è l’ONU che ha dato mandato agli attacchi, sulla base della dottrina generale per cui la sovranità nazionale ha limite nella minaccia alla pace e nelle violazioni dei diritti umani. Inoltre, sempre la Carta delle Nazioni Unite enuncia all’articolo 1 il principio dell’autodeterminazione dei popoli: esistono, insomma, i margini per considerare fondata la sospensione del trattato tra Italia e Libia. Un altro punto di quel trattato, infatti, impegna i due paesi ad agire “conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Non si può certo dire che Gheddafi lo abbia fatto.

Sul Corriere Fiorenza Sarzanini ci parla invece delle possibili ritorsioni del Colonnello verso il nostro paese. Bombardamenti, atti terroristici isolati etc:

In realtà nessuno è in grado di fornire certezze sugli armamenti accumulati dopo la revoca dell’embargo e dunque sull’eventualità che il Colonnello sia in grado di colpire Lampedusa, Linosa e addirittura arrivare fino a Pantelleria. Del resto gli accordi economici stretti negli ultimi anni da numerosi Stati occidentali riguardano anche l’industria bellica, però non esiste una lista ufficiale delle apparecchiature consegnate…..

…Ed è proprio un eventuale gesto isolato ad allarmare, come è stato ribadito due giorni fa durante la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato al Viminale dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.
La circolare firmata dal capo della polizia Antonio Manganelli e indirizzata a prefetti e questori al momento si limita a sollecitare «la massima attenzione per gli obiettivi sensibili e soprattutto per le frontiere marittime e terrestri», ma la decisione di convocare in maniera permanente il Comitato di analisi strategica conferma le preoccupazioni relative all’evolversi di «una situazione di guerra che può diventare simile all’Iraq e all’Afghanistan però questa volta in un Paese che si trova a poche centinaia di miglia da noi». In queste ore si cerca di scoprire se negli arsenali del Raìs ci siano armi chimiche.

E’ bene comunque fare delle puntualizzazioni sulla Libia. La rivoluzione libica è diversa da quella egiziana o tunisina. Se in quei paesi si è lottato per la libertà ma anche, e soprattutto, per un miglioramento delle condizioni di vita, in Libia la popolazione è nettamente piu ricca degli altri fratelli africani. D’altronde vi sono ben pochi immigrati libici in giro per l’Europa e i milioni di egiziani scappati dal paese, dopo la nascita delle rivolte, dimostrano come la forza lavoro in Libia sia in buona paarte importata dall’esterno, come noi stessi facciamo con gli immigrati dell’est europa e dell’africa.

Insomma, in Libia non si combatte per questioni economiche. Lo si fa per questioni tribali. Il paese infatti è formato da varie tribù, alcune delle quali sono stanche del dominio di quella di Gheddafi. D’altro canto, dopo decenni dalla rivoluzione che ha affrancato il Paese dal colonialismo occidentale, la burocrazia la fa da padrona. Tanto è vero che da anni uno dei figli di Gheddafi  stava tentando di “svecchiare” il regime del padre:

E’ almeno dal 2005 che Seif al-Islam Gheddafi, il volto più spendibile a livello internazionale ed interno, tra i tanti (otto) figli del Colonnello insieme a quello di Aisha Gheddafi, stava cercando di trovare una nuova strada per svecchiare la ‘rivoluzione verde’, ormai impantanata in logiche di potere e cristallizzata intorno ad una casta di tecnocrati cresciuti all’ombra dei pozzi petroliferi. La Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif, si era specializzata sulla questione dei diritti umani, pubblicando un libro bianco sulle condizioni delle carceri e delle libertà nel paese per due anni, l’ultimo nel novembre 2010. L’altro fattore di rinnovamento era la stampa, gestita dalla compagnia privata al Ghad, con sede a Londra e che possiede i quotidiani Qea, Quryna e l’agenzia Libya Press, chiusa a fine 2010.

Va quindi ricondotto il tutto ad una strategia politica occidentale per cambiare i propri interlocutori in Libia? L’Occidente ha quindi, ancora una volta, scelto di entrare a gamba tesa in affari interni per beneficiarne in campo economico? In parte credo sia vero. Ora l’Italia è il primo partner commerciale del paese, dopo la fine della guerra probabilmente le cose cambieranno. La Francia e la Gran Bretagna avranno un peso maggiore. L’America potrà vantare successi in campo di politica estera senza invasioni di massa come quelle di Irak ed Afghanistan. L’Italia ne uscirà ridimensionata, pagando il pegno di aver stipulato una alleanza troppo stretta con il Rais libico. Tutto questo in caso Gheddafi cada, nel caso in cui resista le cose potrebbero mettersi male per l’Occidente. Un intervento di terra credo sia fuori discussione.

Peraltro anche in Oman ed in Bahrein stanno accadendo cose gravissime, con ingerenze saudite, senza che la comunità internazionale si trappi le vesti come per la Libia.

Sono convinto però che i rivoltosi libici non debbano essere abbandonati a loro stessi. La comunità internazionale doveva fare qualcosa, qualcosa è stato fatto, forse troppo tardi, forse in modo sbagliato. Sarebbe stato preferibile ottenere la approvazione dell’Unione Africana, anche se il sostegno della Lega Araba è stato fondamentale. Sarebbe stato meglio intervenire sotto l’egida della Nato, anche se la Risoluzione Onu ha un valore decisivo.

Non era possibile lasciare che Gheddafi sterminasse centinaia di migliaia di oppositori, senza far nulla. Qualcosa si doveva fare. L’importante è che non si invada la Libia e che non si uccidano civili innocenti, altrimenti rischieremmo un nuovo Kossovo e non sarebbe il viatico migliore per il proseguimento de L’89 del mondo Arabo.

fonte : http://candidonews.wordpress.com/2011/03/20/guerra-in-libia-i-veri-scopi-del-conflitto-tra-disinformazione-reali-conseguenze/

Pubblicato in: cultura, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

le ragioni del pacifismo e il dovere di dire no alla guerra


Lettera aperta di un pacifista al popolo viola: “Abbiamo il dovere di dire no alla guerra”.

Riceviamo e pubblichiamo l’appello di Giuliano Girlando, un pacifista che vede nella diplomazia l’unica strada possibile all’uscita dal gorgo della guerra. Com’è nostra abitudine diamo spazio, con questa lettera, ad una voce fuori dal coro.

Il clima guerrafondaio che in queste ore è alimentato sia dalla posizione del governo italiano sia dalle decisioni prese nel vertice di Parigi deve farci riflettere e portare il dibattito nuovamente alla priorità di una inutile guerra ed un ennesimo fronte. Vi scrivo questo amici viola , cittadini liberi che avete partecipato sempre a manifestazioni per la Costituzione e per la pace perché abbiamo il dovere di dire no, perché non c’è un pacifismo a targhe alterne (e nemmeno una Costituzione a targhe alterne) e perché è nostro dovere sostenere l’appello di Gino Strada fondatore di Emergency che in queste ore ha detto “La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Voglio fare una proposta più aperta e condivisa possibile. Se è vero che la risoluzione Onu sancisce di fatto la creazione di una No Fly Zone , è anche vero che i raid e gli attacchi portati avanti da una coalizione franco-americana col sostegno dell’Italia non risolveranno certo una crisi diplomatica che riguarda non solo la Libia ma l’intera stabilità del Medioriente e del Magreb. La guerra è un fallimento delle diplomazie e mostra l’incapacità di una classe dirigente italiana ed europea per risoluzione di crisi economiche e sociali. La rivolta libica ci impone una doverosa riflessione che non deve farci trarre in inganno. L’azione impulsivo dell’uso militare è un danno alle popolazioni civili che già sangue hanno versato in Libia, Egitto,Tunisia, Algeria, Yeme, Bahrein e che vedono i loro diritti limitati e violati. Occorre ripensare un progetto civile, culturale che dia voce ai cittadini che sostengono l’appello di Gino Strada. L’ennesima guerra del petrolio e una politica neoliberista dissennata sono strumenti che non ci appartengono e che abbiamo il dovere di condannare. Mobilitiamoci da subito a sostegno di Emergency per un sit-in pacifista a Roma portando tantissime bandiere arcobaleno e riempiendo la piazza di musica colori e pacifismo. Non perdiamo il nostro tempo e costruiamo un futuro di pace.

Giuliano Girlando

http://violapost.wordpress.com/2011/03/21/lettera-aperta-di-un-pacifista-abbiamo-il-dovere-di-dire-no-alla-guerra/

Pubblicato in: economia, GUERRA IN LIBIA, guerre, politica

Un conflitto per il petrolio (Valentino Parlato)


E così, annunciata ma inattesa, la vera guerra in Libia è cominciata. Ricordiamo le premesse. Francesi, inglesi e americani avevano detto che sarebbero intervenuti contro le truppe di Gheddafi e non avrebbero dato alcun rilievo al cessate il fuoco del colonnello. Quindi guerra.

Nella situazione data è difficile pensare a una forte resistenza, anche se ci sarà e avrà le sue vittime. Il governo di Gheddafi non era certamente il migliore dei governi possibili, tuttavia poteva vantare un’indipendenza della Libia, antica colonia, prima ottomana e poi italiana. La fortuna-disgrazia della Libia è avere il petrolio, che – anche per i disastri giapponesi – diventa sempre più vitale per l’economia mondiale. Morale: il petrolio non può essere lasciato in mano a un soggetto come Gheddafi. Gli anglo-francesi, con il sostegno americano, sono intervenuti contro questa aporia. Ma in questo difficile contesto come sta messo il nostro paese, cioè l’Italia, che nonostante i trascorsi coloniali aveva realizzato un ottimo rapporto con la Libia gheddafiana? Come andrà a finire l’Eni quando la guerra di Francia, Gran Bretagna e Usa sarà conclusa?

Troppi sono gli interrogativi ai quali è difficile rispondere, ma viene il dubbio che siamo a una rinascita del famoso imperialismo: Francia e Gran Bretagna, con alle spalle gli Usa sono, pur nella recente globalizzazione, le potenze imperiali, per le quali di fronte ai guai del nucleare il petrolio diventa il prodotto massimamente imperiale. La Libia di Gheddafi era stata una irregolarità da sopportare, ma non da accettare. Ora questa irregolarità non è più accettabile. La ribellione, motivata, di buona parte della popolazione libica diventa un’ottima occasione per chiudere la parentesi gheddafiana e il petrolio dato a quelli che promettono la costruzione di una lunghissima autostrada, erede della via Balbia, che avrebbe dovuto sostanziare l’unità di un paese con molte diversità.

Non sappiamo come si regolerà tra i potenti la sconfitta di Gheddafi, ma una cosa almeno per noi italiani sembra certa: dopo cento anni dalla conquista della Libia (Giolitti presidente del consiglio) l’Eni rischia di essere messo fuori o, almeno, di non godere più degli attuali privilegi. Siamo al punto nel quale forse dovremo rimpiangere Gheddafi.

FONTE: il manifesto

Pubblicato in: guerre, MALAFFARE, politica

L’ECATOMBE DEI TESTIMONI


Diciassette anni fa a Mogadiscio venivano uccisi Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Da quel 20 marzo soltanto silenzi, menzogne e troppe morti sospette

 

Ricorre oggi il 17° anniversario dell’assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. 17 anni di silenzi, di menzogne, di conclamati depistaggi e insistiti insabbiamenti. Uno sforzo permanente, di proporzioni mai viste ad eccezione della strage di Ustica o del caso-Moro. Uno impegno orchestrato da mani invisibili alla giustizia, sintomatico del fatto, ormai certo, che questo duplice delitto non possa essere considerato “normale” per quanto la parola “normale” mal si adatti a qualunque fatto di sangue.
Stranezze, calunnie, segreti e delitti a distanza di 17 anni affollano ancora uno dei più intricati misteri d’Italia. In questo contesto c’è un aspetto poco noto, mal sondato, ma gravissimo e del tutto ignorato dai media che, con una certa fatica e spesso con riluttanza, cercano di seguire la vicenda e le piste di questa brutta storia che talvolta si affaccia alla finestra della informazione nazionale. Sono le vicissitudini di tutti i testimoni più importanti del delitto Alpi Hrovatin che immancabilmente, per chi ha la pazienza di scavare tra le carte, si concludono con altrettante morti misteriose. La cosiddetta “donna del the”, che ha testimoniato sulle manovre preparatorie dell’agguato mortale ai due reporter della Rai davanti all’Hotal Amana, è scomparsa e di lei non c’è traccia. L’autista di Ilaria, Ali Abdi, venuto in Italia ha poi rinunciato al programma di protezione accordatogli nel nostro Paese: pochi giorni dopo il suo ritorno in Somalia è stato trovato morto (non si sa se per droga o avvelenamento, il termine somalo usato nei giornali di Mogadiscio che hanno dato la notizia ha entrambi i significati). Starlin Arush, una buona conoscente di Ilaria, presidente dell’associazione delle donne somale e impegnata anche a livello politico, dopo l’agguato del 20 marzo 1994 si era incontrata nella sua abitazione con l’autista di Ilaria, dopo aver rilasciato una nota intervista a Isabel Pisano (buona amica di Francesco Pazienza) e autrice di un documentario sul caso per la trasmissione Rai Format, andata in onda col titolo “Chi ha paura di Ilaria?”, è stata uccisa in circostanze misteriose, nel febbraio 2003, nel corso di una rapina lungo la strada che dall’aeroporto di Nairobi porta in città.
E ancora. Il colonnello Awes: capo della sicurezza dell’albergo Amana, nei pressi del quale avviene l’agguato mortale ai due giornalisti della Rai: è deceduto non si sa in quali circostanze né in quale periodo preciso. È stato forse l’ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi. Altri testimoni, o per lo meno persone ritratte nei filmati girati dalla Tv Abc nell’immediatezza del delitto, sono morte. Come, ad esempio, «l’uomo con la maglia gialla e grigio-azzurra» che si vede durante il trasporto del corpo di Ilaria sulla macchina di Giancarlo Marocchino (l’imprenditore italiano che per primo arriva sulla scena del delitto), mentre passa nelle mani dello stesso alcuni oggetti: un taccuino, una macchina fotografica, una radio trasmittente o un registratore. Di costui si sa che era un uomo della scorta di Marocchino, il quale ha riferito trattarsi di una persona (di cui non ha fornito il nome) deceduta «sparandosi accidentalmente».

C’è poi Carlo Mavroleon, l’operatore della Tv americana Abc, che ha girato le immagini: è stato assassinato in Afghanistan nel 1997. Anche Vittorio Lenzi, operatore della televisione svizzera, presente nei primi momenti dopo il delitto è morto qualche anno dopo in uno strano incidente stradale. Il colonnello Ali Jirow Shermarke ha firmato un rapporto investigativo per le Nazioni Unite che accusava Giancarlo Marocchino, a seguito di una indagine che aveva svolto in quanto capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio. Anch’egli è morto senza che si sappia quando e come. Il suo rapporto, pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma, ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell’agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano.
Shermarke è stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell’occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che lei potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall’albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino… io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino».
Marocchino, collegato da un lato a personaggi oggetto della archiviata inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (che vedeva indagati nell’ambito di un progetto eversivo tendente a minare l’unità nazionale anche la cupola dei mafiosi stragisti insieme a personaggi come Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie), e dall’altro ai protagonisti del cosiddetto progetto Urano (un piano di traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi, coordinato da un uomo del gruppo di lavoro organizzato nel 1992 da Marcello Dell’Utri per la creazione di Forza Italia) non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto.
C’è poi il nipote della fonte Gargallo. Il somalo da una vita in Italia, ex collaboratore di Marocchino, che ha consentito alla Digos di Udine di ricostruire nei dettagli la vicenda dell’omicidio dei due giornalisti della Rai rintracciando in Somalia testimoni oculari poi fatti arrivare in Italia e accompagnati nel nostro Paese proprio dal nipote: è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Mogadiscio, in un agguato, secondo quanto riferito dallo stesso Gargallo.
Insomma, accanto agli omicidi di Ilaria e Miran, c’è un ecatombe di testimoni, un tasso di mortalità spropositato: anche per coprire traffici di armi e di rifiuti.

LUIGI GRIMALDI

http://www.cadoinpiedi.it/2011/03/20/lecatombe_dei_testimoni.html#anchor

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I genitori di Francesco Saverio Positano, morto in Afghanistan, scrivono a Napolitano


«Caro presidente, faccia quanto in suo potere perchè siano riaperte le indagini sulla morte di Francesco, così da trovare la verità che fino ad oggi ci è stata negata». Lo scrivono in una lettera al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, i coniugi Luigi e Rosa Positano, genitori di Francesco Saverio, il caporalmaggiore scelto degli Alpini morto a 29 anni il 23 giugno 2010 in missione in Aghanistan. «Il racconto reso dai commilitoni di nostro figlio – affermano i coniugi Positano – descrive una caduta di Francesco a ‘peso morto’, ‘in avanti», durante una ‘operazione di ricognizione tecnica lungo l’itinerariò ‘Bretella aeroportuale Est – Ring Road’ tra Herat e Shindand«, »caduta che gli ha procurato serissime e letali lesioni craniche«. Forse anche per questa ipotesi di ‘malore’ la Procura di Roma, »e precisamente il dott.Paolo Ielo« ha iscritto l’accaduto nel »registro che è quello riservato alle notizie non costituenti reato«.

Citando il referto autoptico eseguito dai loro consulenti sul cadavere del figlio, i coniugi sottolineano la necessità di »una perizia cinematica che, alla luce degli elementi a disposizione, vada a ricostruire la dinamica del fatto«, anche se – aggiungono – »di una cosa sono però certi« i consulenti: se Francesco è davvero caduto dal Buffalo, questo doveva essere necessariamente in movimento. Non c’è alcuno spazio per l’ipotesi della caduta dal mezzo fermo». «D’altra parte – proseguono i genitori del militare morto in Afghanistan – caro Presidente, si immagini un ragazzone in ottima salute che cade da 2 metri di altezza, perchè questa è l’altezza della piattaforma da cui sarebbe caduto Francesco, e si frantuma il cranio in mille pezzi, si devia la mandibola, le sue orbite si dislocano: neppure se cadeva dal settimo piano poteva procurarsi quelle lesioni». Del resto – continuano – anche il pm Ielo, archiviando le indagini, ha ipotizzato una «repentina ripartenza del mezzo blindato mentre il Positano non aveva, verosimilmente, recuperato una posizione di piena stabilità». «Conclusioni – sostengono i genitori di Francesco – che possono sostenere un’accusa nei confronti dei responsabili individuati, o quanto meno possono portare ad approfondire le indagini sul fatto». Di fronte a questa archiviazione – spiegano – «è come morire una seconda volta, caro Presidente. Non si può comprendere lo stato d’animo, la pugnalata che ti trafigge il cuore per la seconda volta. Ti senti tradito, beffeggiato, deluso. Dallo Stato. Quello Stato che i suoi cittadini deve proteggere sempre, tutelare e non tradire ed abbandonare». «Certo la verità non potrà ridarcelo – concludono Luigi e Rosa Positano – ma potrà rendere meno doloroso il pensiero della sua morte perchè sapremo che avrà trovato giustizia. La verità ci aiuterebbe a sopravvivere, perchè certo di vivere non può più parlarsi, e a convivere con il dolore per la perdita del nostro amato, insostituibile figlio Francesco».

fonte : http://www.dazebaonews.it/index.php

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BOICOTTIAMO LE AZIENDE ITALIANE LEGATE A GHEDDAFI


 

Bisogna far capire alle aziende italiane legate all’assassino Gheddafi, che non si fanno affari con gente che ammazza migliaia di persone. L’unico modo che abbiamo per farci sentire è quello di boicottare tutte le aziende italiane legate all’assassino Gheddafi, che tra le altre cose, detiene principalmente il:  
33 % di Tamoil
7,19 % di Unicredit
7 % di Juventus Football Club
3 % di Finmeccanica
2 % di Iveco Fiat
1 % di Eni
Pubblicato in: berlusconeide, cultura, economia, guerre, politica

Gheddafi,uno di noi


La meraviglia è una dote degli italiani. La sorpresa di fronte all’impensabile, ma solo perché nessuno ci aveva voluto pensare, è una caratteristica nazionale. Abbasso Gheddafi, il sanguinario dittatore beduino, il genocida del suo stesso popolo, lo stragista di migliaia di libici innocenti. Sì, d’accordo, ma nessuno ha mai detto nulla all’Eni di Scaroni, alla Juventus degli Agnelli, all’Impregilo di Romiti, alla Finmeccanica o all’Unicredit di nonsipapiùchi? La mamma non li ha informati prima che si sposassero con Gheddafi? Aziende italiane con enormi interessi nella Libia e partecipazioni azionarie dirette da parte del Paese responsabile dell’attentato di Lockerbie. La cittadina scozzese dove morirono le 259 persone del volo Pan Am insieme a 11 abitanti. Il più sanguinario atto terroristico prima delle Torri Gemelle? Qualcuno ha alzato un dito in quarant’anni contro chi ha spogliato di tutti i beni e cacciato da un giorno all’altro come dei cani gli italiani che vivevano in Libia da decenni? Anzi, è avvenuto il contrario. Gheddafi è stato protetto, riverito, accolto come il garante della mitica Quarta Sponda dell’Italia. Non è un mistero che la sua aviazione militare sia stata addestrata in Italia e neppure che i nostri servizi segreti lo abbiano più volte avvertito di minacce e attentati. Si dice che sfuggì alla morte durante il bombardamento ordinato da Reagan grazie a informatori italiani. Gheddafi è uno di noi, che lo si voglia o meno, che lo si accetti oppure no. Il baciamano di Berlusconi è solo l’ultimo episodio, il più plateale e indecoroso per gli italiani, di un rapporto lungo decenni. Gheddafi salvò la Fiat alla fine degli anni’ 70 con i suoi capitali, nessuno si indignò. Abbiamo barattato petrolio con armi e assistenza militare, energia con la perdita del pudore della nostra democrazia. E ora, giustamente, ci indigniamo. La meraviglia è dei bambini e degli ipocriti. L’Italia è il Paese delle Meraviglie e dell’Ipocrisia. Gheddafi ha dichiarato che rimarrà fino alla morte. L’Italia perde un suo fedele alleato che ha già rinnegato. Gheddafi? Ma chi lo conosce?

http://folletto82.wordpress.com/2011/02/23/gheddafi-uno-di-noi/

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Facebook Revolutions Dalla Tunisia all`Egitto, le nuove ribellioni nate con la Rete


Twitter, Facebook e YouTube non sono il movimento, ma gli strumenti del movimento. Quelli che hanno permesso di abbattere un regime pluridecennale, feroce e liberticida. Nelle piazze, gli attivisti avevano in una mano la bandiera, nell’altra il cellulare. Foto, post e tweet hanno incendiato gli animi e sconfitto la censura. Un pirata informatico è diventato ministro. Un rapper ha cantato la rivoluzione da YouTube. Niente sarà più come prima. E non solo nel mondo arabo.

Dalla Tunisia all’Egitto le proteste popolari di massa hanno parlato una sola lingua: basta regimi dittatoriali, la gente comune vuole libere elezioni e democrazia. 

I manifestanti hanno alzato più volte lo stesso cartello: “Game Over”. Segno della consapevolezza che quelle immagini sarebbero arrivate ai sostenitori internazionali dei despoti che governano da venti, trent’anni. Le hanno chiamate “le rivoluzioni di Facebook e Twitter”. Non sono stati i social media a mandare Zine el-Abidine Ben Ali in esilio a Jedda.

Ma senza questi strumenti non ci sarebbe stata la “rivoluzione dei gelsomini”. I nuovi mezzi di comunicazione hanno permesso di diffondere informazioni, video e fotografie aggirando la censura e connettendo le persone all`interno dello stesso paese, da un paese all’altro, con l`opinione pubblica internazionale.

La rivoluzione, poi, l’hanno fatta le persone nelle strade. Opponendo i loro corpi alla repressione e pagando anche con la vita. In una mano un cartello o una bandiera, nell`altra il cellulare. Un largo movimento di massa è cresciuto a causa della sofferenza delle persone in un preciso contesto politico, economico e sociale. Twitter, Facebook e YouTube non sono il movimento, sono gli strumenti del movimento.

Hanno dato voce a questa gente, che si è ritrovata unita dalla fame di libertà. I regimi hanno perso perché pur nel loro costante controllo dell’informazione con tutti i mezzi della censura, hanno sottovalutato il potere dei social network.

L`Occidente si è trovato sorpreso e impreparato perché ha continuato a raccontare la favola di masse amorfe, attratte al più dai richiami dei muezzin. La società civile europea è in gran parte rimasta ai luoghi comuni delle parabole, degli sbarchi dei disperati o dell`invasione. E non ha capito cosa stava fermentando dall`altra parte del Mediterraneo.

http://www.terrelibere.org/libreria/facebook-revolutions

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Sindrome di Quirra, la magistratura apre un’inchiesta sul poligono della morte


Dopo la pubblicazione di una relazione dell’Asl di Cagliari sullo sproporzionato aumento di casi di tumore fra gli allevatori della zona e sulle gravi malformazioni che hanno colpito i loro animali, la procura di Lanusei ha aperto un fascicolo per capire le conseguenze sul territorio del poligono interforze nel sud della Sardegna.

Stop ai bombardamenti. Da una settimana non si spara più nel poligono interforze Salto di Quirra, la più importante base europea di sperimentazione di armi belliche, a nord est di Cagliari. Ora si indaga per omicidio plurimo, omissione di atti di ufficio e inquinamento ambientale. Ma soprattutto si sta cercando finalmente la verità sul reale impatto per la popolazione e l’ambiente legati alla presenza del centro militare dove esercito italiano e aziende private collaudano armamenti, mezzi e dispositivi utilizzati in diverse guerre del pianeta. Alla base dell’inchiesta della magistratura, un fascicolo aperto contro ignoti dal procuratore capo di Lanusei, Domenico Fiordalisi, in seguito alla pubblicazione, lo scorso 13 gennaio, di una relazione della Asl di Cagliari sullo sproporzionato aumento di casi di tumore fra gli allevatori della zona e sulle gravi malformazioni che hanno colpito i loro animali.

“Il 65% del personale, impegnato con la conduzione degli animali negli allevamenti ubicati entro il raggio di 2,7 km dalla base militare di Capo San Lorenzo a Quirra, risulta colpito da gravi malattie tumorali” si legge nella relazione dell’azienda sanitaria locale, la prima che ha monitorato tutti gli allevamenti della zona. “Nel decennio 2000-2010, sono dieci le persone che risultano colpite da neoplasie tumorali su un totale di diciotto. Si evidenzia una tendenza all’incremento, negli ultimi due anni sono quattro i nuovi casi di neoplasie”. La “sindrome di Quirra”, come ormai è stata ribattezzata da cittadini e comitati locali che da anni si battono per sapere quale è il reale prezzo da pagare per ospitare la struttura nella loro terra.

Agnelli che nascono con sei zampe o senza occhi, malformazioni fetali, e un numero anomalo di casi di tumori e leucemie fra gli abitanti dei piccoli centri a ridosso del poligono che si estende per 120 chilometri quadrati in aree naturali aperte al pascolo oltre che sul mare. A Quirra, frazione di appena centocinquanta residenti, dal 2001 gli abitanti hanno contato più di 30 casi mentre almeno la metà sono stati registrati nei limitrofi centri di Villaputzu, Muravera e San Vito. Emblematico secondo la Asl, il caso di una famiglia di allevatori nella zona di Tintinau, tre dei quali hanno sviluppato un tumore nell’arco di pochi anni, mentre a Escalaplano, paese di 2.500 anime nell’entroterra, ci si interroga ancora sulla causa della nascita, nel corso degli anni ottanta, di nove bambini con gravi malformazioni.

Una sindrome che colpisce indistintamente giovani e anziani e che presenterebbe somiglianze con le patologie contratte dai militari di ritorno dai Balcani, dall’Afghanistan o dall’Iraq, alimentando il sospetto che l’alto tasso di malattie fra la popolazione possa essere riconducibile all’utilizzo, all’interno della base, di munizioni contenenti uranio impoverito o alla presenza di nano particelle di metalli pesanti, depositate nell’ambiente in seguito alle sperimentazioni di razzi, missili e altri dispositivi sulle quali la base garantisce il segreto militare e industriale.

Un sospetto su cui la Procura di Lanusei sembra ora voler andare a fondo. Dopo aver disposto il sequestro di tutti i bersagli utilizzati durante le esercitazioni e l’acquisizione di documenti sulle attività del poligono, è stata ufficializzato mercoledì a Roma l’ingresso all’interno del pool di ricerca sulla “sindrome di Quirra” di Antonietta Morena Gatti, esperta di nano particelle e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, che nei suoi studi ha messo in evidenza similitudini fra i microresidui pericolosi ritrovati negli agnelli malati nati nei dintorni di Salto di Quirra e quelli presenti nei tessuti di soldati colpiti da tumore al ritorno dalle missioni di guerra.

Prossima tappa dell’inchiesta un grande monitoraggio con il coinvolgimento della popolazione, riguardo al quale la dottoressa avrà l’incarico di “analizzare tutti i reperti relativi a soggetti residenti o operanti nell’area del poligono che abbiano contratto tumori o linfomi negli ultimi anni”, e ciò al fine di verificare la presenza di correlazioni fra le sostanze ritrovate nei tessuti e quelle presenti sui bersagli e nell’ambiente dell’area militare.

“Accogliamo in modo estremamente positivo questa nuova inchiesta– dichiara a ilfattoquotidiano.it Mariella Cao del comitato Gettiamo le Basi, che da anni si batte contro le attività del poligono. “Finalmente si vede che c’è una strage in corso, finalmente qualcuno prende atto dei morti e dei malati che nessuno ha mai voluto vedere. Abbiamo molte speranze, ma non dimentichiamo che non è la prima volta che si aprono inchieste poi finite nel porto delle nebbie. In questo momento il controllo dal basso rimane fondamentale”.

Mentre in Sardegna si aspetta la verità, l’elenco delle morti sospette continua a crescere. L’ultima vittima si chiamava Alessandro Bellisai, militare deceduto per tumore a 28 anni il 14 gennaio a Cagliari, dopo essere rientrato nell’aprile scorso dall’Afghanistan. In passato aveva anche trascorso un periodo di addestramento al poligono interforze Salto di Quirra.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/29/salto-di-quirra-la-magistratura-apre-uninchiesta-sullimpatto-della-base-militare/89135/

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La Sindrome di Quirra e quei malati “immaginari” di cancro e leucemie


Cosa si cela dietro quei cancelli sprangati? Tra accuse e smentite lanciate da più parti e punti oscuri finora non svelati, si torna a parlare della Sindrome di Quirra. Quella base militare, chiamata San Lorenzo, situata in una delle spiagge più belle dell’intero Sarrabus continua a mietere commenti e interrogativi. A riaprire il caso, questa volta,  sono stati gli studi effettuati dalle Asl di Cagliari e di Lanusei su incarico del Comitato di indagine territoriale. Ciò che emerge dalle analisi, che l’azienda sanitaria ha divulgato in questi giorni, è davvero terrificante. Una cifra elevata di allevatori, ben il 65%, che  lavorano e vivono nelle vicinanze del poligono interforze del Salto di Quirra ha visto il proprio corpo attaccato da leucemia e linfomi negli ultimi dieci anni. Ma a risentire della sindrome non sono solo gli umani, tanti gli animali nati deformi.

È stata Antonietta Gatti, professoressa al Policlinico universitario di Modena e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito a scoprire, tramite sofisticate analisi, la presenza di nanoparticelle nei tessuti di alcuni degli animali nati deformi. La presenza di queste sostanze è stata riscontrata anche nei tessuti dei militari che si sono ammalati di tumore nei Balcani. Dal Poligono sono arrivate sempre smentite riguardo alla tesi, espressa da alcuni cittadini sarrabesi e da vari pacifisti, che al suo interno si effettuassero test con armi a base di uranio impoverito. Smentite che sono state fatte anche riguardo al fenomeno chiamato “caso Escalaplano”, risalente alla fine degli anni Ottanta, quando nacquero almeno 13 bambini affetti da gravi deformità. Tutto è stato messo sotto silenzio.

A raccogliere i nuovi dati che riaprono la “questione Quirra” e che ne certificano l’”anomalia”, sono stati due veterinari Giorgio Melis e Sandro Lorrai. E sono ancora tante le risposte che gli abitanti del luogo si attendono. Tenuti all’oscuro per anni su ciò che accadeva sotto il loro naso, beffeggiati dai militaristi se protestavano contro la base, ora corrono il rischio di essere usati per fini puramente politici. «Ribadiamo la necessità di liberare l’intero territorio sardo dalla presenza militare. La salute dei cittadini e il sostegno all’economia del territorio – ha detto il segretario regionale Gianni Fresu – non si può barattare con accordi che mantengono la Sardegna sotto il giogo delle sperimentazioni militari e che impoveriscono la nostra regione».

Ma il problema non è tanto smantellare le basi militari, quanto piuttosto smettere di usare certe armi. Se si conoscono le vittime civili di queste sperimentazioni, infatti, poco si sa sul numero dei militari che si sono ammalati di leucemia e di tutte le malattie dovute alla presenza di uranio impoverito nelle armi testate nella base. È vero, come dicono i membri del Pd, che la Sardegna paga un grosso tributo all’Italia. «Non è accettabile che ancora oggi, a 20 anni dalla caduta del muro di Berlino – afferma in una nota congiunta il partito democratico – il 60% delle servitù militari e l’80% delle bombe esplose ricadano sul territorio della Sardegna». Ma questa che si trova ad affrontare il Sarrabus è anche un’occasione unica di analisi di un sistema militare statale che deve rivedere se stesso. È assurdo, infatti, che si muoia di una guerra silenziosa a casa propria e sotto i colpi del fuoco amico.

Sabina Sestu

http://www.wakeupnews.eu/la-sindrome-di-quirra-e-quei-malati-%E2%80%9Cimmaginari%E2%80%9D-di-cancro-e-leucemie/

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Le bugie di La Russa


Afghanistan: le bugie di La Russa. L’alpino Miotto ucciso in combattimento e non da un cecchino. L’Italia è in guerra

Il generale Fabio Mini: dal 2005 l’Italia compie azioni militari. Non stiamo fornendo più assistenza alle popolazioni.

Uno scontro a fuoco, un assalto ad un avamposto italiano nella zona del Gulistan presidiata dagli alpini in Afghanistan. Emerge così una nuova verità che arriva attraverso le parole del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il soldato Andrea Miotto non è stato colpito al fianco da un tiro di arma leggera da dietro una roccia, come sosteneva la versione iniziale, bensì è caduto mentre combatteva contro un attacco della guerriglia talebana. Miotto faceva parte di una forza di intervento rapido che lo esponeva a rischi elevatissimi. Assumono così valore ancora più significativo le parole stralciate dalle lettere dell’alpino nelle quali si sosteneva che «ogni giorno può essere l’ultimo». L’Italia è quindi in guerra e lo è,  come sostiene all’Ami il generale Fabio Mini (audio), da quando ha smesso di fare assistenza alle popolazioni afgane. Ora il governo dovrà spiegare il perchè della versione iniziale sconfessata grazie alla famiglia del ragazzo caduto che, fin da subito, aveva ravvisato delle incongruenze nelle ricostruzioni ufficiali.

La ricostruzione incongruente
La ricostruzione della morte di Miotto, avvenuta il 31 dicembre scorso, aveva fin da subito mostrato qualche incongruenza e la famiglia del ragazzo ha preteso che venisse fatta immediatamente piena luce. Così quella che sembrava una “banale” eventualità di una guerra non dichiarata è divenuta la conseguenza logica di un conflitto che sembra senza via d’uscita.

L’ammissione di La Russa
La Russa che si trova ad Herat in visita al contingente militare italiano non ha potuto più tacere la vera dinamica dell’accaduto. «All’attacco degli insorti – ha detto il Ministro – ha risposto chi era di guardia, con armi leggere e altri interventi, e a questi si è aggiunto anche Miotto che da una prima ricostruzione, faceva parte di una forza di reazione rapida e per questo era salito sulla torretta a dare manforte ai colleghi».

Forza d’intervento rapido
Addirittura viene ammesso che Miotto svolgeva un compito che lo poneva al centro di rischi elevatissimi. Il fare parte di una forza di intervento rapido significa praticamente essere sicuri di combattere e rispondere al fuoco, insomma fare la guerra e difendere le proprie postazioni. In questo senso assumono un significato ancora più forte le parole stralciate dalle lettere dell’alpino nelle quali si sosteneva che «ogni giorno può essere l’ultimo».

L’Italia è in guerra
Questo implica il riconoscere che la natura della missione italiana non può essere definita di pace ma che ha un vero e proprio carattere bellico. «Dal 2005 – come ha detto all’Ami il generale Fabio Mini – gli italiani hanno cominciato a operare con azioni di guerra, non si è continuato a fare assistenza alle popolazioni afgane».

Il nemico uccide
Inoltre nel caso degli altri episodi nei quali sono periti militari italiani, si è trattato sempre di attentati dai quali era difficile difendersi, e comunque l’approccio nei confronti di terreni minati o ordigni artigianali ma letali non poteva che essere strettamente difensivo. Il contatto con il nemico non c’era. Nel caso di Miotto invece si è finalmente ammesso che in Afghanista gli italiani guardano negli occhi un nemico, lo stesso che li uccide.

fonte : http://www.agenziami.it/articolo/7612/Afghanistan+le+bugie+di+La+Russa+L+alpino+Miotto+ucciso+in+combattimento+e+non+da+un+cecchino+L+Italia+e+in+guerra

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Missione di Guerra e Politici sciacalli


Questo vuole essere uno sfogo irriverente, senza peli sulla lingua e contrario ad ogni mia idea di articolo. Ma non è più possibile stare zitti di fronte alle menzogne che lo stato italiano ci propina ogni giorno.

Il 31 Dicembre è morto il tredicesimo, per il 2010, militare italiano impiegato sul fronte Afghano di GUERRA – e che nessuno si azzardi a dire la parola pace – raggiungendo il numero totale, dall’inizio della GUERRA (le ripetizioni di questa parola non sono casuali) di trentacinque vittime.
E allora sapete cosa vi dico? Vi dico che mi sono rotto le palle di sentire questi porci di politici di merda che continuano a rimestare in questa pantomima della “missione di pace” che vede ogni anno decine di caduti. Questa GUERRA spezza intere famiglie che non rivedranno più il loro figlio, marito o padre che per ideologia, convinzione o necessità monetaria – perchè non nascondiamoci dietro un dito, i militari impiegati all’estero prendono bei soldoni – partono con la speranza di tornare con le proprie gambe e proseguire una vita felice, ed invece rientrano in una cassa di legno massiccio portata da 6-7 commilitoni e con il suono di una tromba che straccia la voglia di vita dei loro parenti. Che distrugge ogni singolo cuore ed ogni singolo animo.

Delle mani del Capo dello Stato o del Ministro delle Difesa poggiate sulla bara, statene certi, ne farebbero a meno e anzi, se potessero, gliele taglierebbero perchè anche in quei momenti i protagonisti diventano loro che ripetono ogni cazzo di volta le stesse parole e che mettono in ombra chi in realtà avrebbe davvero bisogno di sostegno, cioè i familiari. E invece la TV ne approfitta e inquadra, imperterrita, il pianto infinito della madri che hanno perso un figlio, delle mogli che non rivedranno più il loro marito o di un figlio, che forse non se ne è ancora reso conto, ma che non conoscerà mai suo padre. Ma dopo questi primi piani la telecamera si sposta subito sul rappresentante delle istituzioni di turno che, volente o nolente, usa quel contesto per mostrarsi più umano e per raggranellare qualche voto in più.

E allora dico vaffanculo a tutti questi personaggi. Vaffanculo a La Russa che continua a dire grazie a queste persone: un grazie che non sentiranno mai, solo per colpa sua! Vorrei essere come Michael Moore che, per far capire ai dirigenti di stato americano che la GUERRA in Afghanistan è inutile perché persa in partenza, andava da loro a chiedergli se volevano arruolare il proprio figlio: indovinate la risposta. Perché, Ministro La Russa o anche Onorevole Di Pietro, non fa arruolare suo figlio, anzichè sistemarlo in poltrone calde e comode, così da poterlo ereggere a salvatore della Democrazia? Voglio una risposta, Cristo!
Vaffanculo a Berlusconi che approfitta di queste situazioni per fare campagna elettorale.
Vaffanculo a TUTTI quei politici bastardi, destra, sinistra e centro mangia pane a tradimento che non hanno la minima idea di che cosa voglia dire perdere un figlio, un marito, un padre o un fratello in giovane età. Quando ancora tutta la vita è davanti a te e speri, un giorno o l’altro, di poter stringere di nuovo quel corpo tornato a casa e dirgli “ci sei mancato!”.
Poi invece la realtà ti viene sbattuta in faccia con la stessa forza con cui quel proiettile o quella bomba ha ucciso la persona che ami. E allora non ti resta che stringere una mano fredda e inanimata di un corpo senza vita e irriconoscibile, tanto che ti verrebbe da dire che quello “non è lui!”, e dirgli, guardandolo per l’ultima volta e senza essere ricambiati, “ci mancherai per sempre”, accompagnato poi dalla melodia del “Signore delle Cime” fuori dalla chiesa che ti frantuma l’animo e ti ammazza dentro definitivamente…

GIAMPAOLO ROSSI
giampross@katamail.com

fonte :  http://www.wilditaly.net/missione-di-pace-un-cazzo-6328/#comments

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PRESEPE DI SANGUE A GAZA


Noi i pastori li mettiamo nel presepe, gli israeliani li mettono sotto l’albero. Quattro metri sotto.” Così ha sardonicamente commentato su Facebook il mio amico Otaku, la notizia dell’ultimo civile palestinese ammazzato dai soldati israeliani.

E in effetti durante il periodo natalizio sia in West Bank che a Gaza si è registrata una escalation di attacchi contro i pastori palestinesi, oltre che contro i contadini e raccoglitori di materiale di riciclo ormai drammaticamente obbiettivi abituali dei tiratori scelti di Tel Aviv.

Il 15 dicembre il Palestinian Center for Human Rightsha denunciato come Ibrahim Hassan, 28 anni, è stato assalito da un gruppo di coloni israeliani mentre pascolava il suo bestiame a sud di Nablous. Hassan è riuscito a liberarsi e darsi alla fuga mentre 2 delle sue pecore veniva uccise dai coloni.

Sempre nei pressi di Nablous, 3 giorni dopo, il 18 dicembre, un gruppo di israeliani armati provenienti dalle colonie di “Eitamar” hanno attaccato Sameer Mohammed Bani Fadel, mentre stava pascolando le sue pecore a est del villaggio di Aqraba. Il pastore è scappato sotto le minacce degli estremisti israeliani che dopo aver raggruppato le sue pecore vicino a dei cespugli secchi gli hanno dato fuoco. Risultato: 12 pecore arse vive e altre 7 gravemente ustioniate, un atto abominevole e un grave danno economico per il pastore palestinese.

robabilmente il mio amico commenterebbe che i coloni si sono dovuti difendere, visto mai ci fosse stata una pecora kamikaze.

Qui a Gaza i pastori non hanno trascorso un Natale migliore.

Il 19 dicembre Ejmaian Fareed Abu Hwaishel di 19 anni, stava pascolando le sue bestie a Beit Lahiya, Nord della Striscia, quando cecchini israeliani piazzati sulle torri di osservazione hanno sparato verso di lui ferendolo al piede destro.

L’episodio più grave in questo periodo è certamente l’omicidio a sangue freddo di un altro pastore, avvenuto il 23 dicembre: Salama Abu Hashish.

Salama, giovane beduino di vent’anni, che sin da bambino per tirare a campare faceva pascolare le sue pecore dalle parti di Beit Lahiya, a Nord della Striscia, è stato colpito alle spalle da un cecchino israeliano mentre a detta del padre, si trovava a più di 300 metri dalla linea di confine.

Il proiettile gli perforato uno dei reni. Trasportato via prima a spalla, poi sopra un carretto trainato da un asino ed infine sopra ad un ambulanza, è stato operato d’urgenza all’ospedale di Kamal Adwan di Beit Lahiya , ma è morto subito dopo l’uscita dalla sala operatoria.

E cosi’ il mio Natale si è tramutato in un funerale: la veglia funebre all’ultima vittima dell’oppressione israeliana su Gaza, la tredicesima dall’inizio di novembre.

“Tutto questo è a causa dell’occupazione e della povertà che ha generato a Gaza! Salama rischiava molto andando nei pressi della buffer zone ma non aveva altre possibilità per dare da mangiare ai suoi animali”. Ha riferito ad un compagno dell’International Solidarity Movement lo zio del ragazzo ucciso mentre il padre Khalil domandava a me a quando la fine di questo onda di omicidi impuniti contro i civili di Gaza.

Nel piano superiore dell’abitazione, sopra il al tendone nel quale i parenti si alternavano con gli occhi lucidi scambiandosi dignitosissime condoglianze, impercettibile l’urlo soffocato di disgrazia della moglie di Salama con in braccio Ghassan, il figlio appena nato. Il cecchino israeliano con un solo proiettile ha ucciso un uomo, reso vedeva una giovane donna di 18 anni e orfano il suo primogenito, venuto al mondo appena poche ore prima dell’omicidio del marito.

Salama non ha avuto neanche il tempo di dare il nome a suo figlio.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city

FONTE : http://guerrillaradio.iobloggo.com/2015/christmas-in-gaza

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Spese militari blindate


Una risoluzione all’esame della commissione Difesa del Senato impegna il governo a non diminuire le spese di riarmo e a promuovere la propaganda militare.

La commissione Difesa del Senato discuterà (e forse approverà) lunedì 13 dicembre una risoluzione sul ‘Potenziamento delle capacità dell’Unione europea nel settore della sicurezza e della difesa’, che impegna il governo italiano, crisi o non crisi, a non diminuire le spese militari per il riarmo e a rafforzare la propaganda militare nella società civile.

Lo schema di risoluzione presentato dal senatore del Pdl Giuseppe Esposito, impegna l’esecutivo ”a reperire le necessarie risorse affinché i programmi di ammodernamento dello strumento militare non subiscano un rallentamento o, quelli in corso, non siano annullati, così da garantirne il rinnovamento e l’adeguamento tecnologico e per consentire, attraverso un adeguato impegno finanziario, che non ci siano nuovi ulteriori ostacoli sulla via dell’integrazione e della cooperazione”.

L’altro impegno al quale questa risoluzione vincola il governo è quello di ”promuovere una maggiore cultura popolare di sostegno ed appoggio alle Forze armate, di pubblica sicurezza e di protezione civile, anche attraverso una maggiore consapevolezza delle attività, dei rischi e dell’efficacia degli stessi”.

 

”Questa risoluzione – dichiara a PeaceReporter Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm) – tutela da una parte gli interessi economici di Finmeccanica, che si vede così garantite le sue commesse, e dall’altra i progetti militaristi del ministro La Russa, dalla ‘mini naja’ alla propaganda nelle scuole. In entrambi i casi stiamo parlando di impegni politici e finanziari che nulla hanno a che vedere con i reali bisogni delle nostre forze armate, che continuano invece a rimanere ignorati”.

 

Il senatore Giuseppe Esposito, interpellato da PeaceReporter, non è d’accordo. ”Questa risoluzione non mira a tutelare gli interessi di un’azienda, bensì quelli del sistema-paese, che in assenza di adeguati investimenti nel settore militare rischia di rimanere tagliato fuori dalla Difesa europea. Per capirci: se l’Eda, l’Agenzia europea per la difesa, stabilisce uno standard tecnologico per certi armamenti comuni, e quelli di fabbricazione italiana non li soddisfano, siamo poi costretti a rifornirci in altri paesi. Si tratta semplicemente di stare al passo con un’importante sfida tecnologica”.

 

E sulla propaganda, il senatore campano ammette: ”Forse quel passaggio è stato scritto male”, e precisa che ”si tratta semplicemente di cambiare l’immagine pubblica dei militari, che non devono più essere visti come strumento di guerra, ma come operatori di protezione civile e sicurezza. Insomma, l’intenzione è quella di dissociare i militari dal concetto di ‘morte’, per associarli a quello di ‘aiuto’, in linea con le funzioni della difesa comune europea delineate dall’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell’Unione europea Catherine Ashton”.

 

”Mentre si spendono miliardi di euro – ribatte Comellini – per gli F-35 e altri armamenti inutili a unico vantaggio di certe lobby industriali o si pagano 7 milioni di euro solo per riparare i blindati Lince danneggiati sul fronte di guerra afgano, si tagliano gli stipendi del personale militare e i fondi per l’ordinaria amministrazione. Ma non è solo una questione di soldi”, precisa Comellini. ”La propaganda efficentista e ottimista sulle forze armate, nasconde una realtà lavorativa militare fatta di rinunce, sofferenze, frustrazioni e umiliazioni. Una realtà invisibile, censurata, a cui bisogna dare voce: noi del Pdm proveremo a farlo in un libro che si intitolerà ‘Cittadini in divisa’.

 

http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/31-guerre-armi-a-terrorismi/7651-spese-militari-blindate-.html

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DIFESA S.P.A.


Il governo Berlusconi ha i giorni contati, ma prima di lasciare il potere ha voluto fare un ultimo regalino a Finmeccanica. Con il silenzio-assenso delle opposizioni….

Nei giorni scorsi, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versano le casse dello Stato, le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno approvato in fretta e furia, e con il silenzio-assenso dell’opposizione Pd, un programma di riarmo del valore di quasi un miliardo di euro, buona parte dei quali finiranno alle aziende belliche del gruppo industriale guidato Pier Francesco Guarguaglini.

Il programma pluriennale di acquisizione armamenti, legato al crescente impegno bellico dell’Italia sul fronte di guerra afgano e alle esigenze strategiche della Nato, prevede una spesa complessiva di di 933,8 milioni di euro nell’arco dei prossimi quattro/nove anni.
Vediamo il dettaglio di quella che potrebbe essere l’ultima lista della spesa del ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

200 milioni di euro sono destinati a fornire i nostri elicotteri da guerra A-129 Mangusta, operativi in Afghanistan, dei nuovi sistemi di puntamento Ots fabbricati dalla Salex Galileo di Finmeccanica, che consentiranno di colpire al meglio gli obiettivi ”nei nuovi scenari di impiego degli elicotteri, in situazioni caratterizzate da fluidità e indeterminatezza della posizione delle forze amiche e nemiche”. Nella stessa cifra è compresa una fornitura, sempre per gli elicotteri Mangusta, di nuovi missili anticarro Spike, di fabbricazione israeliana, che andranno a sostituire gli attuali missili Tow, meno potenti.

22,3 milioni di euro verranno spesi per l’acquisto di 271 mortai da 81 millimetri di nuova generazione, fabbricati all’estero, e del relativo munizionamento, prodotto invece negli stabilimenti di Colleferro (Roma) dell’azienda di armamenti italo-britannica Simmel Difesa. Pezzi d’artiglieria più precisi, destinati a ”elevare le capacità operative delle unità terrestri attualmente impiegate nei diversi teatri operativi” (leggi: sul fronte afgano).

125 milioni di euro sono stanziati per la costruzione, alla Fincantieri di Genova, di una nuova unità navale della Marina militare con funzione di appoggio alle forze di incursori, ricerca e soccorso, destinata a sostituire la vecchia nave A-5306 Anteo. Sarà una nave da guerra, armata di cannoni e mitragliatrici, di quelle con i portelloni anteriori per lo sbarco di mezzi anfibi.

87,5 milioni di euro verranno spesi per dotare i sommergibili classe U-212 (il ‘Salvatore Todaro’, lo ‘Scirè’ e altri due in costruzione) di un nuovo siluro ‘pesante’ (6 metri lunghezza per 1,2 tonnellate), evoluzione dell’attuale modello A-184. A costruire questi nuovi missili subacquei sarà la Whitehead Alenia Sistemi Subacquei (Wass) di Livorno, del gruppo Finmeccanica.

63 milioni di euro serviranno a realizzare, presso l’aeroporto militare di Pisa, un grande ‘hub’ aereo militare nazionale ”dedicato alla gestione dei flussi, via aerea, di personale e di materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi”. In pratica, si tratterà della più grande base aera della Nato d’Europa, destinata a funzionare come piattaforma logistica di tutte le future missioni militare alleate all’estero.

236 milioni di euro sono stati stanziati per creare una rete informatica militare sperimentale, detta Defence Information Infrastructure (Dii), ”necessaria per la trasformazione net-centrica dello strumento militare, elemento essenziale ed abilitante per la pianificazione e la condotta delle operazioni”. Un progetto che vede coinvolta, tra gli altri, la Elsag Datamat, altra azienda del gruppo Finmeccanica.

200 milioni andranno infine all’AgustaWestland di Finmeccanica per l’acquisto di dieci nuovi elicotteri Aw-139: velivoli militari di soccorso da utilizzare in operazioni all’interno del territorio ”nazionale o limitrofo”.

FONTE :  http://www.disarmo.org/rete/a/32739.html

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FINANZIARIA DI GUERRA


E l’Italia compra aerei supercostosi, ma inutili…

Via libera nella legge di Stabilità all’acquisto dei controversi F-35: gran parte degli alleati li ha messi in discussione
C’è una grande prova di fedeltà atlantica nel Documento di stabilità (l’ex legge finanziaria) appena approvato dalla Camera. È la previsione, passata senza difficoltà, della spesa per i controversi cacciabombardieri F-35 JSF, un jet progettato per la Guerra fredda ma considerato poco adatto per le esigenze italiane. Per lo sviluppo di questo aereo, nel bilancio della Difesa figurano per l’ anno venturo 471,8 milioni di euro: sono spese di investimento, e coprono solo una parte del costo complessivo. 

Per ora il contratto con la produttrice Lockheed-Martin non è stato firmato, ma il progetto va avanti nonostante i dubbi degli esperti. All’inizio, l’ F-35 doveva costare attorno ai 60 milioni, poi la cifra è lievitata fino a raddoppiare. Il costo “a regime”, dicono i tecnici, sarà attorno ai duecento milioni di euro per esemplare. L’aumento dei costi ha spaventato tutte le nazioni che avevano deciso di dotarsi dell’ F35: nella Nato gli alleati più esitanti (Olanda, Norvegia, Germania) hanno fermato il programma per ridiscuterlo, i più decisi hanno comunque falcidiato le previsioni di spesa (la Gran Bretagna ne doveva comprare circa 130, oggi ne vuole 20).

I dubbi sono sbarcati persino al Congresso Usa, che sta valutando l’annullamento della versione “B”, a decollo corto e atterraggio verticale, che interessava la Marina italiana ma è in forte ritardo di realizzazione. L’ F-35 B doveva sostituire l’Harrier sui ponti della Garibaldi e della Cavour: per le portaerei americane, più grandi, è prevista un’ altra versione.

L’ Italia aveva progettato l’acquisto di 131 caccia, divisi fra la versione da portaerei e quella “normale”, in dotazione all’ aeronautica. Gli addetti ai lavori danno per scontato che in tempi di crisi e di tagli, con finanziamenti che non coprono l’ addestramento dei soldati, il piano verrà ridimensionato. Tanto più che all’Italia va una quota minima di produzione, parte dell’ala affidata ad Alenia aeronautica.

Restano dubbi sulla necessità del jet per il nostro Paese. Una macchina invisibile ai radar, capace di colpire in profondità, supertecnologica e costosissima, non sembra l’ideale per affrontare una guerriglia come quella afgana che usa mezzi medievali. A meno di motivazioni inconfessabili: l’ipotesi che le bombe nucleari Usa, ritirate dalla Germania, siano schierate solo sul territorio degli alleati “meno riottosi”, Italia e Turchia. Gli accordi Nato prevedono che eventuali raid con l’ arma atomica siano gestiti dalla nazione ospitante, per cui l’Italia dovrebbe dotarsi a peso d’ oro degli F-35 per essere pronta a scatenare, dal proprio territorio, la guerra da fine del mondo. Ipotesi spaventosa, lontana, ma comunque concretamente costosissima.

Giampaolo Cadalanu

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L’ambulanza colpita dai lagunari


Tra i documenti riservati resi noti da Wikileaks ce ne sono due che ribaltano la ricostruzione di fatti drammatici che hanno avuto gli italiani per protagonisti in Iraq. Non sparavano gli occupanti del mezzo di soccorso iracheno colpito durante la «battaglia dei Lagunari», nell’agosto 2004 sui ponti di Nassiriya, in Iraq, e poi esploso perché raggiunto dai colpi dei soldati italiani: è quanto si legge nella documentazione messa online da Wikileaks. I militari italiani dissero di aver risposto al fuoco proveniente dal veicolo iracheno. fonte

In realtà la storia non è nuova, nel senso che il dubbio che i militari italiani, i lagunari, avessero sparato contro un’ambulanza era girata insistentemente, ma poi era stata smentita dai vertici. Ce ne eravamo occupati subito, e Pipistro mise la vicenda addirittura in relazione con l’uccisione di Enzo Baldoni. Di mezzo c’era un giornalista e studioso americano, Micah Garen, a lungo ospite del campo italiano e autore di una denuncia pubblica su quello che, secondo i suoi testimoni, era stata una strage di civili: una donna incinta e la sua famiglia. Garen era venuto a trovarmi a Baghdad per offrirmi quel documento. Quando tornò la sera a Nassiryia fu rapito. Era il 13 agosto del 2004. Una settimana esatta prima di quel viaggio senza ritorno di Enzo a Najaf. Misteri sempre più pesanti.

Pino Scaccia

fonte :  http://baghdadcafe.wordpress.com/2010/10/26/37/