Pubblicato in: CRONACA, magistratura, opinioni

Assolti: il fatto non sussiste


Cosa dire? Non sono un avvocato, né un’addetta ai lavori. Sono una cittadina aquilana, una dei tanti. Non conosco le regole della Giustizia, non conosco i cavilli legali. Posso aspettare di leggere le motivazioni della sentenza che ha assolto in appello gli scienziati della Commissione Grandi Rischi. Anche lì, potrò applicarmi per capire, ma resto solo una vittima, una delle settantamila. Una che ce l’ha fatta a salvare la vita. Una che avrebbe potuto morire, quella notte.

Non mi permetto di giudicare la sentenza, non ho le armi per farlo. Ma posso dire che, ancora una volta, la verità è stata sconfitta. Perché la verità è una ed una sola e nessuno meglio delle vittime può conoscerla.

La rassicurazione c’è stata e c’è stata in seguito ad una riunione frettolosa che voleva giungere solo a quella conclusione: le continue scosse scaricano, non c’è motivo di allarmarsi. Chi ha rassicurato, il capro espiatorio di tutta la vicenda, Bernardo De Bernardinis, funzionario della Protezione Civile, ha veicolato ciò che gli scienziati avevano detto, o ha inventato il tutto di sana pianta? Se ha inventato, o travisato, perché gli esimi scienziati non lo hanno smentito? Ma il fatto, per la Corte, non sussiste. Sono scienziati, non comunicatori. Lo ha deciso una Corte d’Appello, ribaltando la sentenza di condanna a sei anni, pur non essendo riuscita ad acquisire alcuna nuova prova, né elemento aggiuntivo a quanto già emerso in prima istanza. Per noi digiuni di Legge, quasi una sentenza già decisa, all’origine. Una sentenza che ristabilisce l’importanza dei forti, lo Stato, contro la nullità dei deboli, le vittime.

Mi domando come si sentano i parenti delle vittime, quelli che, sopravvissuti, recano il carico della responsabilità di aver tenuto in casa in loro congiunti, rassicurandoli, perché loro stessi si erano sentiti rassicurati. Mi domando come si possano sentire, loro, già così tanto provati dalla vita, nel sapere che nessuno è colpevole, fra quei luminari della scienza che, al termine di una riunione di venti minuti, frettolosa, superficiale, infruttuosa, hanno lasciato la nostra città, dimenticandola. Dimenticandoci.

So come ci sentiamo noi cittadini sopravvissuti: ancora carta straccia, ancora vittime, ancora soli.

Restano le parole di Guido Bertolaso, al telefono con Daniela Stati, restano come pietre : “…la cosa importante è che adesso De Bernardinis ti chiama per dirti dove volete fare la riunione. Io non vengo, ma vengono Zamberletti, Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto d’Italia. Li faccio venire all’Aquila o da te o in prefettura, decidete voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? …. Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male. Hai capito?”

Parole non valutate dalla Corte, parole defalcate. Eppure dirimenti, chiare. Inesorabili.

Restano quelle 309 vittime. Nel nostro cuore come pietra, sulle loro coscienze. Possono non sentirle, sulle loro coscienze, gli scienziati, se riescono a non conservare umanità, ma ci sono.

Inesorabili.

Anna Pacifica Colasacco, aquilana. Terremotata
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Era la nipote di Mubarak


5d6a1132cd12da29731c9f17169e82356bd93b7fe9b6f2d829d3cddc_175x175Di Norma Rangeri  (Il Manifesto)

Non sarà lo sta­ti­sta che in Europa e nel mondo ci invi­dia­vano, ed è pur sem­pre un impren­di­tore pre­giu­di­cato per reati di frode fiscale, oltre che un ex pre­si­dente del con­si­glio a pro­cesso per la compra-vendita di par­la­men­tari. Ma con l’assoluzione pro­nun­ciata dai giu­dici della corte d’appello di Milano, oggi Sil­vio Ber­lu­sconi con­qui­sta l’invidiabile sta­tus di anziano miliar­da­rio a tal punto cre­du­lone da scam­biare Ruby per la nipote di Mubarak.

Quelle sei tele­fo­nate in una notte, alla que­stura di Milano, men­tre era a Parigi per un impor­tante ver­tice inter­na­zio­nale, erano sem­pli­ce­mente un gesto uma­ni­ta­rio verso una ragazza reclu­tata in una casa-famiglia dai suoi amici, malau­gu­ra­ta­mente finita in que­stura per furto. E come avrebbe potuto un pre­si­dente del con­si­glio, privo di col­la­bo­ra­tori e infor­ma­tori, imma­gi­nare che l’oggetto delle sue paterne cure fosse una mino­renne in cerca di pro­te­zione e denaro in cam­bio di sesso?

Del resto c’è una legge che per que­sto tipo di reati, tra adulti e minori, pre­vede “l’ignoranza ine­vi­ta­bile”, cioè la pos­si­bi­lità, nel caso nostro, che l’anziano bene­fat­tore igno­rasse l’anagrafe dell’ospite delle sue cene ele­ganti. I magi­strati che lo ave­vano con­dan­nato a sette anni e all’interdizione perenne dai pub­blici uffici, non pote­vano pre­ten­dere che l’uomo più potente del paese fosse infor­mato dell’età di ogni sin­gola pas­seg­gera di quella caro­vana di donne pagate per esclu­si­va­mente per l’amabile con­ver­sa­zione come, al di là di ogni sospetto, spie­gava l’affidabile Minetti, mae­stra di bur­le­sque («c’è la dispe­rata, c’è quella che viene dalle fave­las, c’è la zoc­cola…»). Né c’è chi possa legit­ti­ma­mente sospet­tare che lo spac­chet­ta­mento del gra­vis­simo reato di con­cus­sione, con l’introduzione della fat­ti­spe­cie di “inde­bita indu­zione”, sia stato con­ge­gnato per offrire ai magi­strati la for­mula legale per ripu­lire l’immagine dell’imputato eccel­lente. Evi­den­te­mente la sen­tenza di primo grado aveva com­ple­ta­mente tra­vi­sato la realtà dei fatti.

Del resto que­sto non è il paese divo­rato dal con­flitto di inte­ressi fino al punto di can­cel­lare i con­fini e i con­flitti tra destra e sini­stra a favore di quell’amalgama, riu­sci­tis­simo, delle lar­ghe intese, oggi bril­lan­te­mente ribat­tez­zate come il patto costi­tuente del Naza­reno. Così come in nes­sun modo il nuovo potere ren­ziano, arte­fice del patto, può aver influito sul giu­di­zio di asso­lu­zione che ha gra­ziato Ber­lu­sconi. La realtà supera sem­pre la fan­ta­sia, e dice che non c’era biso­gno di que­sta asso­lu­zione per ridare a Ber­lu­sconi il ruolo di part­ner pri­vi­le­giato nella revi­sione delle regole demo­cra­ti­che. Come si diceva una volta, il pro­blema è politico.

FONTE  http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/7/19/41633-era-la-nipote-di-mubarak/

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Beppe Grillo e la presunta istigazione a disobbedire alle leggi.


Tutto il discorso sulla presunta istigazione a disobbedire alle leggi di Beppe Grillo nei confronti delle forze dell’ordine è nato da un esposto del parlamentare del PD Fausto Raciti che, nella lettera inviata da Grillo ai vertici delle forze dell’ordine italiane avrebbe ravvisato tale istigazione.

Nella lettera il leader del M5S invitava le forze dell’ordine a non schierarsi a protezione dei politici italiani. Premettendo che tutte le leggi vanno rispettate, che la magistratura farà il suo corso e che Grillo avrà modo di difendersi nelle sedi opportune, credo che andrebbe fatta qualche considerazione proprio sul reato contestato a Beppe Grillo.

Art. 415 del Codice Penale, questo il dispositivo: “Chiunque pubblicamente istiga alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico , ovvero all’odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.

Secondo la prevalente dottrina, il requisito della pubblicità costituisce l’elemento essenziale del reato.

Va ricordato che la Corte Cost. con sent. 23-4-1974, n. 108 ha dichiarato costituzionalmente illegittimo tale articolo «nella parte in cui non specifica che l’istigazione all’odio fra le classi sociali deve essere attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».
Tale sentenza sembra aver modificato il reato in questione, trasformandolo in un reato di pericolo concreto. Senonché, la Cassazione (Cass. I, 22-11-74), nello stesso periodo, ha escluso ogni effetto additivo e manipolativo alla suddetta sentenza della Corte Costituzionale, affermando che ad essa dovrebbe riconoscersi o una portata abrogativa di tutta la norma, o semplicemente l’efficacia di un invito al Parlamento a modificare la norma stessa.

Detto questo, credo che nessuno in Italia possa pensare che le forze dell’ordine si facciano istigare alla disobbedienza alle leggi da Beppe Grillo o da nessun altro.

Per tale ragione e per quelle riportate sopra, credo che tutto l’articolo di legge, a prescindere da Grillo, andrebbe rivisto.

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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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Giulio Cavalli e gli «amici politici» delle cosche


cavalli-giuliodi Luca Rinaldi (LINKIESTA)

Le parole dei collaboratori di giustizia, per quanto dichiarati affidabili dalla magistratura, sono sempre da prendere con le molle. Il passo da fare è quello di verificarle e di chiedere conto a coloro che sono tirati in ballo dalla dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. Ecco, appurato che verificare i riscontri alle parole dei collaboratori è in primis un compito che spetta a magistratura e investigatori, chissà cosa avrà da dire la politica lombarda sulle ultime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Bonaventura non si è mai fatto mancare l’aspetto mediatico sulla sua vita da pentito “usato, abbandonato e sotto tiro” e l’attendibilità delle sue dichiarazioni è stata più volte riscontrata. Nelle ultime settimane il collaboratore di giustizia affiliato alla cosca Vrenna di Crotone ha rilasciato più di una intervista al sito Fanpage in cui la ‘ndrangheta avrebbe progettato di far tacere in qualche modo l’attore, regista e autore teatrale, nonchè ex consigliere regionale della Lombardia Giulio Cavalli. Uno che di mafia in Lombardia parlava nei suoi spettacoli quando il tema era ancora tabù e che per questo motivo finì sotto scorta nel 2009.

Insomma, Giulio Cavalli, come ripete anche Bonaventura era uno “scassaminchia” e come tale minacce e intimidazioni erano per lui diventate compagne terribili. Nel 2010 si candida alla Regione Lombardia e viene eletto come consigliere regionale, negli stessi periodi in cui i cittadini lombardi (ri)scoprono di avere la mafia in casa e anche in politica. Una politica che non disdegna di elemosinare voti agli appartenenti alle organizzazioni criminali, che di certo non ce l’hanno scritti in fronte, ma che, per citare Ilda Boccassini, basterebbe fare una ricerca su Internet per avere notizie sul loro conto.

Nelle intervista rilasciate a Fanpage Bonaventura parla prima di un progetto per mettere Cavalli a tacere da parte del clan dei De Stefano, tra i clan che comandano in Calabria e anche in Lombardia, e in ultimo lo stesso collaboratore di giustizia aggiunge che «la politica lombarda sosteneva la ‘Ndrangheta». Frase un po’ ad effetto, che non condita da nomi e cognomi dice tutto e niente. «Questa qui è anche la volontà di amici nostri politici», riferisce Bonaventura usando le parole dei De Stefano.

Circostanze dunque tutte da verificare, ma che non stupirebbero nemmeno poi più di tanto: il pentito glissa su nomi e area politica «su questa domanda preferisco non rispondere perché la mia posizione non è molto sicura. Preferisco riferire ai magistrati». Ancora nessuno però si è fatto vivo alla porta di Bonaventura da quando ha rilasciato queste dichiarazioni su Giulio Cavalli. Lo stesso si dice scioccato: «dal fatto che nessuno sia venuto a raccogliere queste informazioni che sto rivelando nessuno mi ha sentito su questa vicenda, dovrebbe essere il minimo ascoltarmi, mettere sotto protezione me e le informazioni. Sembra che mi stiano lasciando qua, aspettando cosa? Che io muoia e con me le informazioni? Oppure che venga spinto a ritrattare?».

L’augurio è quello che qualcuno tra i magistrati e gli investigatori si premuri di verificare le dichiarazioni di Bonaventura, e allo stesso modo, che se qualcuno al Pirellone, o tra gli ex del Pirellone ne sa qualcosa parli. Perché se «gli amici politici» dei De Stefano avevano intenzione di mettere a tacere Giulio Cavalli con l’aiuto della ‘ndrangheta sarebbe bene saperlo. Hanno qualcosa da dire in proposito? Qualcuno che è saltato sulla sedia credo ci sarà, altrimenti non avrei potuto raccogliere inchieste e reportage sulla mafia in Lombardia in questo eBook. Inutile dire intanto della vicinanza che va a Giulio Cavalli, anche e soprattutto, per non aver mai accettato quel comodo ruolo della vittima con i riflettori puntati addosso.

Twitter@lucarinaldi

fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/pizza-connection/giulio-cavalli-e-gli-amici-politici-delle-cosche#ixzz2dReCNnoO

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qualche considerazione post-condanna


La definitiva sentenza della Corte di Cassazione che ha messo la parola “fine” alla vicenda giudiziaria di Berlusconi relativamente all’accusa di frode fiscale e fondi neri per Mediaset ha aperto ad una marea di commenti, analisi, riflessioni….
Come giurista e come persona impegnata in politica, mi sento di aggiungere a questa marea anche le mie, che certo non saranno risolutive ma -forse- aiuteranno il confronto.
Per tutti gli interessati alle motivazioni dei primi due gradi di giudizio, basta una ricerca qui: http://www.penalecontemporaneo.it/

1. Gioire” per la condanna
Ho già espresso la mia soddisfazione e piacere per l’esito del giudizio, ma sento levarsi contro tale soddisfazione diverse dimostrazioni di scandalo e ribrezzo.
Provo allora a precisarne le ragioni.
Ragioni che non hanno nulla di politico, ma sono esclusivamente fondate sul rispetto del principio di legalità e giustizia.
Da un punto di vista puramente statistico, salvo casi eccezionali, se Tizio viene imputato cento volte e 99 evita la condanna, che arrivi alla 100° secondo me è un motivo di soddisfazione. Tizio potrà anche esser innocente 90, forse persino tutte e 99 volte, ma la giustizia non agisce a caso. O, meglio, il caso esiste, ma per definizione non rappresenta il 99%.
In più, se Tizio è riuscito ad evitare la condanna in modi truffaldini (ad esempio, perché ha avuto un avvocato degno di “Carlito’s way“), il fatto che infine la giustizia riesca ad affermarsi è doppiamente importante.
E per modi truffaldini ne intendo molti: dal corrompere testimoni o giudici al cambiare le regole del gioco. Il solo fatto che il nostro Tizio abbia potuto modificare tali regole è un’oscenità indicibile, una violenza alla giustizia.

2. L’avversario politico
A mio modesto modo di vedere, con la condanna la politica non c’entra nulla.
Mi spiego: leit motiv di chi protesta contro la condanna è che essa fosse un “modo per far fuori un avversario politico” (su cui tornerò, in parte, alla fine) ed ogni celebrazione è solo dettata dalla soddisfazione di aver così finalmente eliminato un avversario.
Ebbene, personalmente ribadisco che la persona dell’imputato è per me indifferente. Se i giudici riterranno Penati colpevole, sarò ugualmente contento che la sua condanna venga confermata anche dalla Corte di Cassazione.
O dovremmo solo fare un’eccezione per Berlusconi perché è un leader politico?
Bhè, se la pensiamo così istituiamo direttamente la scriminante di “leader politico” e diciamo che ogni politico non è responsabile dei reati eventualmente commessi….
No: proviamo per un istante a pensare alla persona -condannato- di Berlusconi come un cittadino italiano e la risposta sarà semplice, lapalissiana: le leggi vanno rispettate, applicate, eseguite senza distinzioni di sorta. Neppure di “investitura popolare”.

3.  Il carcere
C’è pure una velata accusa di sadismo quando si menziona la soddisfazione abbinandola all’incarcerazione.
Intanto, Berlusconi non andrà in carcere per raggiunti limiti di età. Tanto per dire. L’unica ipotesi potrebbe esser l’arresto in flagranza se violasse le disposizione sugli arresti domiciliari / affidamento in prova ai servizi sociali.
Ciò detto, la soddisfazione non è in alcun modo legata alla carcerazione, che in Italia è una pena disumana. Semmai, essa è legata a) all’affermazione incontrovertibile di una verità; b) all’esecuzione del principio di giustizia. Se la pena viene comminata negli arresti domicilari, ciò per me va benissimo. Aggiungo: andrebbe benissimo anche si trattasse di una semplice multa. Perché, come scriveva già Beccaria, nulla rafforza di più il senso di rispetto per le leggi che la loro certa applicazione.
Ma questa valutazione spetta al codice.
Piuttosto, dovremmo riflettere sul risarcimento danni all’Agenzia delle Entrate -communato in 10.000.000 di Euro, se ho ben letto-.

4. Le ragioni della condanna
Non volendo fare affermazioni affrettate, mi son cercato io stesso “le carte” (le motivazioni) delle sentenze di primo e secondo grado.
In esse (sentenza di primo grado) si legge: “Rileva il Collegio che il c.d. “giro dei diritti” si inserisce in un contesto più generale di ricorso a società off shore anche non ufficiali ideate e realizzate da Berlusconi avvalendosi di strettissimi e fidati collaboratori quali Berruti 142, Milis e Del Bue nonché di alcuni dirigenti
finanziari del Gruppo Fininvest.
Questo contesto è già stato ampiamente analizzato in tutte le sue possibil i sfaccettature; quello che qui si intende ribadire è la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto
.” Ahn però!
Ma prosegue “Vi è la piena prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale per così dire del Group B) e, quindi, del l ‘ enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore di cui si è lungamente detto. Questa fase è stata condotta da persone di sicura fiducia dell ‘ imputato e quando Milis non ha potuto proseguire, a causa della vicenda Edsaco, i tramite sono stati spostati a Malta sotto il controllo del Del Bue.” E di seguito: “E del resto la qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di i ntervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori, ma anche correi , ne costituisce la più evidente dimostrazione.
L’affermazione “non poteva non sapere“, falsamente messa in giro dalla difesa, si fonda su un ragionamento semplicissimo: cui prodest? E’ possibile immaginare che un gruppo industriale si lasci pacificamente rubare milioni di euro per anni ed anni senza rendersi conto di nulla?
No, non pare plausibile.
Queste le parole della Corte d’Appello: “Un imprenditore che pertanto avrebbe dovuto essere così sprovveduto da non avvedersi del fatto che avrebbe potuto notevolmente ridurre il budget di quello che era il maggior costo per le sue aziende e che tutti questi personaggi, che a lui facevano diretto riferimento, non solo gli occultavano tale fondamentale opportunità ma che, su questo, lucravano ingenti somme, sostanzialmente a lui, oltre che a Mediaset, sottraendole“.
Ora, noi tutti sappiamo che Berlusconi ha stima di sé come grande imprenditore…. Sapete cosa mi ricorda? Mi ricorda il Rutelli “Non son ladro, sò scemo“…. contento tu!
Così, poco oltre: “Ed era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera“.
Ora, cari berlusconiani, le opzioni a vostra disposizione sono due: i) Berlusconi è un evasore fiscale acclarato e condannato; ii) Berlusconi è un pirla, incapace di amministrare le proprie aziende.In entrambi i casi, non è uomo cui affidare la gestione dello Stato.

Aggiungo, alcune considerazioni sulla democrazia, o forse sarebbe opportuno dire sulla concezione berlusconiana della democrazia.

5. I poteri dello Stato
Il primo punto, facimente confutabile anche da chi abbia la semplice licenza media, riguarda la magistratura (la giustizia) come “ordine dello Stato“.
Questa l’affermazione di Berlusconi nel proprio videomessaggio dopo la condanna: “una parte della magistratura, nel nostro Paese sia diventata un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile ed incontrollata, che è assurta da ‘ordine dello Stato’ (con magistrati non eletti dal popolo ma selezionati attraverso un concorso come tutti i funzionari pubblici) a un vero e proprio ‘potere dello Stato’” – l’intero transcript qui.
Mi dispiace dove ricorrere a tale autorità intellettuale per demistificare una simile affermazione, ma basterà ricorda come Montesquieu nel proprio “Lo spirito delle leggi” parlasse di divisione dei poteri fra un potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario.
Insomma, l’idea berlusconiana che la giustizia debba essere un “ordine” dello Stato, in qualche modo subordinato agli altri poteri, è un puro e semplice sovvertimento dell’idea democratica.

6. L’autorità  democratica
La successiva riguarda l’idea di Berlusconi secondo la quale la giustizia (i giudici) non può “sovvertire” il risultato democratico, inteso come espressione della volontà popolare.
Larry Diamond, professore di “democratic developmentStanford ed affermato studioso che certo non corre il rischio di essere bollato come “comunista”, ha in realtà un’idea leggermente diversa. In proprio mooc accessibile a tutti, egli afferma discutento delle fonti della legittimazione democratica: “over time, a democratic system must make a transition, from a charismatic authority -if that played a role at the beginning. The founding of a democracy to a rational system of authority based on the law or the Constitution. Seymour Lipset and Martin Lipset argued that there needs to be a separation between the source of authority and the agent of authority. In a democracy the source of authority is the Constitution. It’s the sacred legal document defining the rules of the game” proseguendo poi “But in terms of genuine power and authority, in a presidential system even, what lies above the elected, the ruler, is the Constitution as the source of authority“.
Insomma, secondo Diamond “la più alta autorità [highest authority] in una democrazia” è rappresentata dalla “Costituzione e dal sistema giudiziario“, in quanto potere destinato al suo controllo e tutela (quanto già affermato da Carl Schmitt nel proprio “Il custode della Costituzione“).
– di Diamond consiglio anche questo video, specie per la parte relativa alle riforme costituzionali –

7. La persona e le istituzioni
Ultima considerazione, strettamente collegata alle precedenti, riguardante l’affermazione –sostenuta da ultima da Daniela Santanchè– è l’idea per la quale essendo Berlusconi un leader politico chiave del nostro paese, per continuare a garantire la rappresentanza democratica, gli deve essere concessa una grazia.
Anche questa, un’idea fortemente distorta.
In democrazia, le istituzioni e le idee rimangono, mentre le persone (inclusi i leaders) vanno e vengono. L’idea che una parte politica necessiti imprescindibilmente di una specifica persona per poter essere rappresentata, è ovviamente una forzatura: se non si trovano altri esponenti validi (“validi” presumibilmente nel senso di in grado di competere con gli avversari politici: quindi implicitamente si rinnega persino lo stesso principio democratico di sovranità popolare!), è evidente che detta parte politica rappresenta una miseria intellettuale e personale incapace di rigenerarsi a seconda dei temi ed indegna di essere fidata nella gestione dello Stato.

In merito all‘intervista del presidente della sezione feriale Antonio Esposito, aggiungo di seguito il paragrafo “incriminato”, per un pò di maggiore chiarezza:

Lasciamo in unberlusconi0101082013 angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»?
«Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».
Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?
«Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».

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Venti anni persi inutilmente. E siete tutti colpevoli


999422_406241802815824_1959189296_ndiAldo Funicelli(sito)

“Il populismo democratico ha quattro ingredienti: un popolo elettore che tende ad esprimersi in uno stile plebiscitario con un rapporto di finta immediatezza con il leader; la dominanza di una leadership personale, gratificata di qualità carismatiche; un sistema partitico semplificato con un ricambio di elite politiche che è di supporto immediato al leader; il ruolo decisivo e insostituibile dei media alleati ”

Gian Enrico Rusconi, La Stampa 13 settembre 2008.

Il copione è stato eseguito fedelmente: da una parte i falchi che minacciano, pretendono, urlano. Sapendo che le loro richieste verranno comunque accettate, magari con un compromesso che porti a scegliere il male minore (la riforma dell’interdizione? Una riformina della giustizia?).

Dall’altra il perseguitato che si presenta davanti il portone di casa, su un palco abusivo, di fronte ad una platea di persone tele chiamate che sventolano le vecchie e care bandiere della discesa in campo.
E il perseguitato che usa toni da vittima, dà garanzie al governo, usa un tono moderato (ci penseranno i falchi per lui), “non lo faccio per me ma per la libertà. Sono innocente e rimango qui”.

Il potere dei magistrati e il regime della magistratura. Le sentenze politiche. Sono vittima di unapersecuzione che dura venti anni. I comunisti che vogliono andare al governo col golpe giudiziario.

Sono 20 anni che sentiamo queste bufale, al pari della rivoluzione liberale e del miracolo italiano. All’estero ridono di noi e si chiedono perché.

Il perché è semplice: è il potere dei media da una parte che mette il cerone anche di fronte alla realtà. L’enorme frode fiscale che la giustizia ha sancito.

E il gruppo di potere che si è saldato attorno al leader. Se cade lui, cadono tutti.

Anche quelli che l’hanno rimandato al governo.

E che ora si stupiscono, si indignano, “valuteranno” i toni.

Ennesimo gioco delle parti di cui siete tutti colpevoli.

Abbiamo perso venti anni: venti anni in cui abbiamo perso cultura, industria, produzione, ricerca, turismo.

E ora dobbiamo sentirci dire che questo governo, ricattato, deve essere tenuto in piedi a qualunque costo?

La scena è tratta dal film di Virzì “Ferie d’agosto” del 1995: il gruppo familiare di sinistra e quello di destra (che ha votato tutti …).

Ecco siamo tornati a questo:

http://unoenessuno.blogspot.fr/2013/08/20-anni-persi-inutilmente.html

http://www.agoravox.it/Venti-anni-persi-inutilmente-E.html

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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MARICICA HAHAIANU (ROMANIA 1978 – ROMA 15.10.2010)


MICHELE AUDISIO AG TOIATI Foto donna in coma dopo pugnodi 

Il nome di questa donna è difficile da ricordare.

Sono certo che molto presto sparirà dalla memoria collettiva e diventerà solo “quella donna rumena che ha avuto sfortuna”. Quella che ha trovato il classico bullo di paese. Uno che dopo averla insultata per futili motivi, urlandole di tornarsene da dove veniva ha visto bene, per sentirsi più uomo e più virile, di tirarle un cazzotto in faccia e ammazzarla all’interno di una stazione della metropolitana di Roma. La Anagnina per la precisione, per poi andarsene  lasciandola agonizzare tra l’indifferenza dei passanti.

L’orrore è continuato quando poi quel tipo mentre veniva arrestato uscendo di casa scortato dagli agenti, si è messo a sorridere perché la folla del suo rione lo stava difendendo e protestava con la polizia per l’arresto in corso.

Non oso poi immaginare che cosa sarebbe successo se lei fosse stata italiana e lui un rumeno invece.

Non sono riesco a non pensare ai nostri compatrioti emigranti ad inizio novecento. Mi viene da ricordare come venissero presi a calci nel sedere, insultati e umiliati e talvolta persino uccisi dai “nativi”. Quando guardiamo i film che parlano delle loro storie ci commuoviamo tutti. Sono certo anche quella bestia (perché questo è chi compie gesti come quello che ha fatto quel tipo che non voglio nemmeno nominare da quanto mi ripugna).

Tuttavia, quando occorre trovare la forza di affrontare il razzismo strisciante che alberga in ognuno di noi, ci scordiamo di ciò che è capitato anche alla nostra gente. E che potrebbe succedere di nuovo. La tolleranza è parola semplice da pronunciare ma amica difficile con cui convivere in una qualunque delle nostre città.

Per cercare di fare qualcosa, fosse anche stupida e banale, per combattere questa tendenza alla degenerazione senza limiti ho deciso di non scordare mai il tuo nome Maricica. Ho deciso di portarti con me e raccontare la tua storia finché qualcuno avrà voglia di ascoltarmi.

http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

         

 

 

 

 

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Arrestato Ligresti con famiglia: la fine di un impero del mattone


ligrestisdi Giorgio Salvetti

Dopo il disastro finanziario, le manette. L’epopea del principe del mattone Salvatore Ligresti, detto Totò, uno degli uomini chiave del capitalismo italiano degli ultimi quarant’anni, è finita con l’arresto suo e di tutti i suoi figli per ordine della procura di Torino. Il patriarca è ai domiciliari a Milano. Le figlie Giulia Maria e Jonella sono in carcere rispettivamente a Vercelli e Cagliari. L’altro figlio, Paolo, è latitante in Svizzera. Sono stati arrestati anche gli ex amministratori delegati di Fonsai, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Sono tutti accusati di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. La procura sta valutando se procedere anche alla confisca dei beni. Gli arresti sono scattati per scongiurare il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Torino Vittorio Nessi, è solo una delle tante iniziative giudiziarie che stanno facendo luce sulla caduta dell’impero immobiliare e finanziario dei Ligresti. Una storia simbolo del modo di fare impresa e finanza in Italia che si è concluso con l’acquisizione da parte di Unipol di Fonsai.
Il più grande gruppo assicurativo rc auto italiano fino ad allora era controllato dai Ligresti che lo avevano portato sull’orlo del tracollo. Salvatore Ligresti, grazie al suo rapporto con Mediobanca ed ai suoi agganci politici, a cominciare da Craxi per finire con il padre e i figli di Ignazio La Russa, era riuscito a costituire Fonsai tramite la quale finanziava i suoi progetti immobiliari (era il principale costruttore a Milano e non solo) e le sue partecipazioni in moltissime società strategiche, da Pirelli a Rcs, tanto da essere soprannominato «mister 5%». Inoltre utilizzava il serbatoio di capitale di Fonsai anche per le spese di famiglia ed i capricci dei figli – Giulia Maria si lanciò nel mondo della moda, mentre Jonella, amante di cavalli, si dava all’ippica. Un salasso di risorse milionario che con il passare degli anni divenne insostenibile e costrinse Mediobanca a orchestrare il salvataggio di Fonsai puntando su Unipol.
L’indagine della procura di Torino adesso chiarisce come effettivamente venivano distratti i fondi. Secondo i magistrati, nel bilancio 2010 è stato occultato un buco da 600 milioni grazie alla sottovalutazione delle riserve da accantonare per il pagamento dei sinistri. 253 milioni sono finiti alla Premafin, la società di famiglia dei Ligresti, trasformando delle perdite in utili. Il falso è stato determinante per il piano di ricapitalizzazione del 2011, ha condizionato il mercato e danneggiato 12 mila piccoli risparmiatori. Sono state proprio le querele di alcuni di loro ad allargare il fronte delle indagini della procura di Torino che già nei mesi scorsi aveva emesso 12 avvisi di garanzia e aveva effettuato molte perquisizioni.
Come tutto questo è potuto accadere senza che nessuno se ne accorgesse? Una possibile risposta viene da un altro provvedimento, questa volta della procura di Milano che da tempo indaga su diversi filone della vicenda Ligresti, fra questi anche il papello segreto con cui Mediobanca avrebbe garantito privilegi e fondi ai Ligresti per cedere Fonsai a Unipol.
Solo ieri si è saputo che da sei mesi è indagato per corruzione e calunnia Giancarlo Giannini, l’ex presidente dell’Isvap, l’ente che avrebbe dovuto controllare le società di assicurazioni. Secondo i magistrati, Giannini avrebbe evitato per ben 10 anni di fare controlli su Fonsai in cambio di una raccomandazione di Ligresti presso Berlusconi e Gianni Letta per farlo nominare componente dell’Antitrust. A rivelare ai magistrati l’intreccio perverso tra controllore e controllato è stato Fulvio Gismondi, l’uomo di Fonsai che doveva tenere i rapporti con Isvap. In base alle carte già nel 2008 Fonsai stava sottovalutando le riserve per i sinistri. Sarebbe bastato intervenire allora per tutelare i risparmiatori, questo però avrebbe buttato all’aria i piani non solo di Ligresti, ma di buona parte del capitalismo e della politica italiani.

L’impero tossico di Ligresti: 4 miliardi di euro di esposizione bancaria

di Andrea Di Stefano, candidato etico

L’epilogo della famiglia Ligresti, da dinastia degli immobiliaristi e assicuratori a inquilini delle patrie galere, è una delle istantanee più veritiere del capitalismo cannibale italiano: parte del declino economico del Belpaese si può rileggere analizzando il rapporto perverso tra sistema del credito e il capitalismo famigliare dedito a partire dall’inizio degli anni Ottanta alla rendita e alla speculazione.
Non è possibile ricostruire la vicenda dell’ottantunenne Salvatore Ligresti senza ricordare il ruolo svolto dal salotto buono di Mediobanca. Enrico Cuccia venne incaricato da Raffaele Mattioli di mettere al riparo dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale il meglio del capitalismo nostrano, dagli Agnelli ai Pirelli, dai Falck ai Marzotto. Il grande vecchio di Via Filodrammatici governò per oltre trent’anni il sistema capitalistico italiano come un monarca assoluto, totalmente refrattario a qualsiasi forma di trasparenza, con il supporto ambiguo delle Banche di interesse nazionale azioniste di Mediobanca (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma e Credito Italiano) e con meccanismi di cooptazione ispirati a mantenere un apparente equilibrio di controllo del potere finanziario sul sistema politico. Al banchetto ha così potuto sedersi anche Don Salvatore Ligresti da Paternò.
La leggenda, costruita dallo stesso capostipite in una famosa intervista al Mondo, vuole Ligresti giovane emigrante e fortunato miliardario già nei primi anni ’60 grazie alla compravendita dei diritti per un sopralzo di un sottotetto in via Savona che, grazie al finanziamento dell’allora Credito Commerciale, permise all’Ingegnere di realizzare il suo primo miliardo. Di prestito in prestito l’impero della famiglia è cresciuto a dismisura sino a comprendere il secondo gruppo assicurativo italiano (Fonsai, Fondiaria-Sai) portato sull’orlo del fallimento con oltre due miliardi di euro di perdite cumulate proprio per garantire lauti guadagni (prevalentemente offshore) proprio alla famigliola. Insieme a Zunino, Statuto, Coppola, Ricucci e altri protagonisti minori hanno costituito a tutti gli effetti il club degli immobiliaristi «tossici»: spericolati speculatori, maghi delle compravendite di aree dismesse con i soldi del sistema creditizio che all’inizio della crisi si è trovato con circa 20 miliardi di euro di potenziali insolvenze. Solo il gruppo Ligresti al momento dell’operazione di salvataggio aveva un’esposizione complessiva nei confronti del sistema creditizio per oltre 4 miliardi di euro dopo aver bruciato oltre tre miliardi di patrimonio netto di Fonsai tra il 2007 e il 2012. Una situazione simile a quella di Risanamento, la società di Luigi Zunino, sprofondata sotto oltre 4 miliardi di esposizione, mentre per Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e Stefano Ricucci si tratta di circa un miliardo a testa. Una pioggia di miliardi (se si considerano anche personaggi come il finanziere franco-polacco Romain Zaleski) che invece di finire verso il sistema manifatturiero hanno alimentato le scalate bancarie (Antoveneta e Bnl in primis) contribuendo alla bolla immobiliare in larga parte virtuale, costruita sulla compravendita di aree dismesse per le quali, spesso, sarebbero indispensabili onerose bonifiche.
Il rappresentante simbolo del club degli immobiliaristi che hanno disegnato il boom e lo sboom edilizio milanese ha lasciato un’impronta rappresentata da numerose torri d’uffici (rimaste vuote o occupate da uffici delle pubbliche amministrazioni) e dai terreni agricoli, soprattutto del Parco Sud, sui quali si muovono gli interessi, diretti e indiretti, di Expo. È stato grazie al collettivo Macao che sono stati accesi i riflettori su una delle più significative incompiute che portano la firma di Ligresti, la Torre Galfa, nei pressi della Stazione Centrale. Alla famiglia dell’ingegnere di Paternò sono associati numerosi simboli della città di Milano. È stato don Salvatore a cercare di vendere la Torre Velasca prima del crollo del suo impero. Per l’ingegnere la Torre è sempre stata il fiore all’occhiello del suo patrimonio immobiliare, detenuto tramite FonSai. L’impresa però non è riuscita e il grattacielo «con le bretelle» con tutto il gruppo FonSai è passato all’Unipol. A raccontare la fine dell’impero immobiliare Ligresti, prima delle inchieste giudiziarie, sono stati i fallimenti dei grandi progetti. Fra i cantieri centrali destinati al maggior impatto sulla città oggi c’è Citylife: si è consumato un passaggio storico nel luglio di due anni fa quando Salvatore Ligresti, che molto aveva puntato su quell’impresa, gettò la spugna, vendendo a Generali. Chi ha acquistato gli appartamenti tra 8 e 12 mila euro al metro quadro, con l’impegno di una consegna nel 2015, dovrà vivere in cantiere sino al 2023 e con l’assistenza di Federconsumatori ha investito l’Authority per pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.
L’altro progetto destinato a cambiare lo skyline cittadino è quello Porta Nuova-Garibaldi-Isola, e anche in questo caso Ligresti ha seguito il progetto fin dall’inizio. Fortemente voluto per ridisegnare il cuore di Milano, proprio nel momento in cui il progetto è decollato e i grattacieli come il Cesar Pelli hanno iniziato a salire Ligresti è uscito dalla compagine degli investitori: a fine 2011 ha venduto le sue quote a Hines.
Sono numerose le operazioni immobiliari che hanno contribuito a drenare risorse dalla compagnia assicurativa FonSai, alcune finite nel mirino della magistratura. Sotto la lente negli ultimi anni però sono finite numerose altre acquisizioni e operazioni immobiliari: ad esempio quelle relative ai terreni limitrofi all’area dove si terrà Expo 2015 (il progetto Fiera); agli immobili di via Lancetti a Milano acquistati dalla controllata Milano Assicurazioni; ai palazzi di via Fiorentini a Roma e via Confalonieri a Milano; al porto di Marina di Loano o all’Hotel Gilli.

FONTE :  http://www.milanox.eu/arrestato-ligresti-con-famiglia-la-fine-di-un-impero-del-mattone/

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ILVA, OMISSIONI E BUGIE


di Ernesto Burgio

La replica di ISDE Italia: “La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni cagionati dall’inquinamento ambientale. Il Governo ristabilisca la verità”

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Il Commissario dell’Ilva, Enrico Bondi è stato nominato dal Governo per rappresentare gli interessi di tutti. Tuttavia le sue recenti affermazioni, che riprendono una perizia di parte aziendale, sono lungi dall’essere imparziali. Nella sua relazione al Presidente della Regione Puglia, Bondi cita infatti una relazione dei periti aziendali (Boffetta et al), secondo cui: “E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70” 

La frase sottintende che non vi sarebbe un eccesso di tumori dovuti all’inquinamento ma tale eccesso sarebbe attribuibile al consumo di sigarette.

Contestiamo questo modo di porre il problema:

(a) il Commissario non può sposare un tesi di parte -, in modo peraltro superficiale;

(b) la relazione consegnata dai Periti della Procura di Taranto e degli Enti pubblici preposti (Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ARPA Puglia, Agenzia Regionale Sanitaria Pugliese) contiene un’analisi approfondita della mortalità per tumori a Taranto e nei suoi quartieri, e va considerata nella sua interezza.

La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni che l’inquinamento ambientale arreca all’ambiente e alla salute umana.

Sia il Commissario sia la perizia di parte sembrano ignorare le prove del fatto che l’inquinamento atmosferico è causa del cancro del polmone anche nei non fumatori. L’autorevole rivista Lancet Oncology pubblica in questi giorni i risultati di un grande studio epidemiologico europeo che dimostra come l’inquinamento atmosferico svolga un ruolo importante nell’aumentare il rischio di cancro del polmone anche nei non-fumatori.
Se Bondi, come sarebbe stato suo dovere, si fosse preoccupato di informarsi sulle prove scientifiche nel loro insieme, e non solo sul parere dei periti di parte, avrebbe tratto delle conclusioni diverse. In tal modo avrebbe dimostrato rispetto per i cittadiniper i lavoratori e per gli operatori sanitari anziché agire sulla base di un’agenda precostituita.

Sulla base di queste semplici riflessioni ISDE Italia chiede al Governo Italiano di provvedere a ristabilire la verità e a richiamare i suoi rappresentanti a un maggiore equilibrio e senso della giustizia.

Dal blog di Ernesto Burgio

http://www.cadoinpiedi.it/2013/07/16/ilva_omissioni_e_bugie.html#anchor

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Expopolis Il grande gioco di Milano 2015


Dal Manifesto di martedì 9 luglio, intervista di Luca Fazio a Rob Maggioni

L’evento messianico è stato benedetto domenica da Re Giorgio alla Villa Reale di Monza. La storiella adesso è ufficiale: «Expo 2015 è un’occasione per tutto il paese». Ne parliamo con Roberto Maggioni, giornalista di Radio Popolare e autore del libro Expopolis. Il grande gioco di Milano 2015, scritto con il laboratorio Off Topic (edizioni Agenzia X)expopolis

Al di là della retorica da coesione nazionale, il business è gigantesco. Chi si prende il grosso della fetta?
Intanto l’Expo viene finanziata con risorse pubbliche: 1,4 miliardi di investimenti diretti sul sito, cifra che raggiunge i 10 miliardi se consideriamo le opere collegate. Vecchi progetti autostradali, per esempio, che si sono rifatti una verginità per rientrare nel progetto, mentre le opere più utili sono state accantonate. La linea 6 della metropolitana è stata stralciata, la 4 avrà solo due fermate e la linea Lilla, già inaugurata, copre solo la zona nord di Milano. Il 40% dei finanziamenti arriva dal governo, ma il comune di Milano, che ha un buco di bilancio di 430 milioni, nel 2013 ne deve stanziare 370. Per questo Pisapia continua a chiedere una deroga al patto di stabilità, e il governo tace. Tacciono anche le forze politiche, del resto i due appalti più importanti se li sono aggiudicati la Cmc di Ravenna della Lega delle Cooperative (90 milioni) e la Mantovani (270 milioni), che comprende diverse imprese venete vicine al Pdl. L’Expo è bipartisan anche nella spartizione dei soldi.

Il presidente Napolitano dice che è un’occasione per l’Italia.
Dipende per fare cosa. Forse per sperimentare nuove forme di flessibilità nel lavoro e nuove forme di governo del territorio, con la figura del commissario straordinario che può imporre scelte discutibili in deroga alle leggi, magari in nome dell’emergenza imposta dai tempi stretti per realizzare le opere.

Cosa c’entra la flessibilità del lavoro?
Sacconi, presidente della Commissione Lavoro al Senato, lo ha detto chiaramente: siccome l’Expo è un evento nazionale, la possibilità di sperimentare nuove forme di flessibilità va estesa a tutto il territorio. Lo chiede anche Confindustria. Vogliono prolungare di 48 mesi i contratti a tempo determinato, sfruttare di più la formula dell’apprendistato, allungare il primo contratto a termine… Se Expo servirà per dare soldi alle solite imprese, ridurre i diritti di chi lavora e comprimere welfare nelle città, non capisco di quale occasione si stia parlando.

Il governatore Maroni ha detto che Expo è un evento “Mafia Free”.
Da ministro dell’Interno, Maroni aveva lanciato l’esperimento delle White List, un elenco di aziende pulite controllate dalla prefettura, peccato che non sia andato in porto. Ora si parla di un “protocollo della legalità”, ma nel frattempo le aziende hanno già cominciato a lavorare ed è difficile controllare la giungla dei subappalti, infatti alcune sono state già escluse perché in odore di criminalità organizzata. E i lavori sono appena cominciati.

Perché questo ritardo?
Perché per tre anni il centrodestra ha lavorato esclusivamente per spartirsi la governance dell’evento, così dal 2008 al 2011 non è stato fatto nulla. Adesso dovranno correre e per questo il commissario straordinario Sala ha chiesto poteri speciali.

Cosa ne pensi del ruolo che si è ritagliato Pisapia?
E’ stato poco coraggioso all’inizio del suo mandato, quando ha ratificato l’accordo di programma di Letizia Moratti che vincola il destino delle aree: con l’indice di edificazione dello 0,52% si potrà costruire sulla metà di un’area da un milione di metri quadrati. Il sindaco vuole lasciare a Milano un parco in eredità. Ma nel 2016 scade il suo mandato e i terreni sono di proprietà di Aree Expo, una società che solo in parte appartiene al Comune. Quindi il post Expo potrebbe essere un affare che non riguarda più Pisapia.

Sono poche e isolate le voci contro l’Expo.
Quando la sinistra governa, come a Milano, le forze conflittuali assumono un basso profilo, e poi l’Expo continua ad essere un oggetto misterioso. Pochi si rendono conto di quante risorse sottrae alla città, per questo è un progetto più pericoloso di quelli che producono movimento laddove viene agita la logica “nimby”: chiunque si rende conto del danno che provoca un treno che sfregia una valle, più difficile ragionare su un evento la cui logica mette a rischio non solo il territorio ma anche i diritti di tutti. Domenica a protestare contro Napolitano c’era una fitta rete di soggetti che sta ragionando per far diventare la critica all’Expo un collante comune in grado di graffiare l’evento.

FONTI  http://www.milanox.eu/expo-occasione-per-tutti-no-e-un-progetto-pericoloso/

 

 

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Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

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concorso esterno for dummies


Ieri sera mentre tornavo a casa in autobus sentivo un giovincello studente di giurisprudenza presso un celebre ateneo predicare sul perchè i giudici “si sono inventati il concorso esterno in associazione mafiosa“, sciovinando all’incauto ascoltatore massime di giustizia, di equit, di analogia legis ed esigenze di tutela…

Chi avesse già letto il mio blog, avrà già visto lì le mie argomentazioni contro la bislacca idea di un “reato di pura creazione giurisprudenziale”, come sostiene Berlusconi ed i suoi adepti.
Tuttavia, voglio qui riproporre quello stesso ragionamento, in base a quella massima dell’avvocato Denzel Washington nel film “Philadelphia“: “me la spieghi come se avessi cinque anni“.
Allora, per tutti coloro che si ostinano a credere che i giudici si siano “inventati” il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, lo spiego come se avessimo cinque anni.

Tanto per cominciare, una precisazione: i giudici con il “concorso esterno” non hanno creato un ‘reato’(ovvero, un illecito penale, una fattispecie sanzionata dalla legge), bensì una forma di partecipazione nel reato. Un concorso di persone.

Ma cosa intendiamo con questa “creazione” dei giudici? (che creazione, come vedremo, non è).
Pensiamolo in un esempio immaginario in un altro mondo: diciamo che il legislatore emani un codice penale nella quale si sanzioni come reato “ogni sport”.
“Ogni sport” sarebbe troppo generico e violerebbe il principio di tassatività, quindi il bravo legislatore decide di precisare un pò le fattispecie. Immaginiamo per semplicità che preveda solo fattispecie dolose (intenzionali).
Siccome il rugby gli piace e gli stanno simpatici i rugbysti, lo “depenalizza”. Però, ad esempio, detesta il calcio, la pallavolo, lo scii ed il pattinaggio. Più di tutti odia il calcio, per il quale prevede una pena da 5 a 15 anni.
La pallavolo tuttosommato gli sta meno antipatica e la sanziona solo da 2 a 5 anni.
Scii pattinaggio li sanziona da 3 a 7 anni.
Tutti capiamo che per fare dello scii, lo poso fare da solo. Ma per giocare a calcio o pallavolo ho bisogno di altri, ho bisogno del “concorso” di altre persone. I primi li diremo quindi a “concorso eventuale“, i secondi a “concorso necessario“: non potendo giocare a calcio da solo, se non ci sono altri che giocano con me, non commetto il reato.

Ora mettiamo che Tizio sia preso a scendere da una montagna con gli scii ai piedi… condannato a 4 anni.
Mettiamo però che il legislatore non voglia neanche che qualcuno possa aiutare gli altri a commettere simili reati, quindi prevede che chiunque contribuisca in qualche modo alla commissione di un reato, è punito con la stessa pena.
Quindi, se becchiamo Caio a passare la sciolina sugli scii di Tizio, anche Caio si beccherà 4 anni. Ecco un concorso eventuale in reato unipersonale: solo Tizio sciava e commetteva il fatto punito, ma Caio lo aiutava.
Ovviamente, se la nostra polizia becca i sei giocatori di una squadra di pallavolo, i giudici li dovranno condannare.
Ma se oltre ai giocatori la polizia trovasse anche Mevio che li allena, spiega loro le tattiche di gioco, distribuisce bevande…. oppure Sempronio che salito su una scaletta detti i tempi fra sei+ sei giocatori, decida i punti ed i falli anche Mevio e Sempronio dovranno essere condannati. Ovvero, avremo un concorso eventuale in un reato plurisoggetti (ovvero, concorso eventuale in concorso necessario).

In inglese lo diremo “aiding and abetting“: aiutare od incitare chi commette un crimine.

Ma il calcio, come la mafia, è leggermente diverso in questo nostro mondo immaginario.
Qui, per giocare a calcio, bisogna essere necessariamente (generalmente) parte di un’ “Associazione calcistica”, altrimenti gli altri affiliati, gli altri calciatori si incazzano…. Quindi, chiunque voglia giocare a calcio, si dovrà affiliare ad un’associazione: “Usura S.C.”, “Pizzo F.C.”, “Protezione U.S.” etc. etc. E che tutte queste associazioni abbiamo di fondo uno scopo, condiviso dai loro membri; nel nostro caso: vincere il campionato!
Capite bene, però, che fondamentalmente, il principio è lo stesso con o senza questa forma di associazione: più persone si mettono insieme, occasionalmente (nella pallavolo) od in pianta stabile e con uno scopo determinato (nel calcio), per commettere uno o più reati.
Per giocare a pallavolo, ci si può anche solo incontrare al parco. Per giocare a calcio bisogna essere aderenti ad un’associazione.
Per giocare.
Ma le associazioni non hanno nulla in contrario a che altri, non associati, non calciatori, contribuiscano alle proprie partite ed al proprio campionato: non giocano, ma possono dare una mano. Possono tagliare l’erba del campo, pulire gli spogliatoi, arbitrare ed allenare.
Così, anche nel caso del calcio, se la polizia becca due squadre che giocano ed un pirla che arbitra, arresterà tutti i giocatori e anche l’arbitro. Così l’arbitro, anche se non dovesse risultare iscritto a nessuna “Associazione calcistica”, dovrà essere condannato per aver contribuito alla partita, al gioco.

Vediamo, brevemente, come funzionano le cose nel nostro -vero- diritto penale.
Il furto, ad esempio, è un reato unipersonale a concorso eventuale: Tizio può rubarmi il portafoglio da solo.
La corruzione, a contrario, è un reato a concorso necessario: corrotto e corruttore. Tizio e Caio si mettono d’accordo che Caio, dietro pagamento di Tizio, trucchi un appalto. Senza sia Tizio che Caio (senza il loro contributi e, quindi, il loro accordo) non c’è corruzione.
Così l’associazione di tipo mafioso: Tizio, Caio, Sempronio e Mevio fondano una “cosca”. Un’associazione in pianta stabile per commettere certi reati.

Ma il nostro codice penale prevede altresì, all’art. 110, che più persone possano contribuire allo stesso reato. Concorrere.
Così, Tizio può rubarmi il portafoglio da solo. Ma Caio può fare il palo.
Tizio e Caio possono accordarsi per la corruzione di quest’ultimo, ma Sempronio può dare i soldi necessari a Tizio e Mevio può aiutare Caio a truccare l’appalto.
In tutti questi casi, anche coloro che svolgono un’azione collaterale e non essenziale per integrare il reato saranno puniti: possiamo toglierli di mezzo e l’azione resterebbe invariata, ma il loro apporto va comunque sanzionato.

Lo stesso non vale per l’associazione di tipo mafioso?
E perchè mai? Se Tizio, Caio, Sempronio e Mevio affiliati alla cosca “tal dei tali” vengono a riuscuotere il pizzo da me mese dopo mese ed un pirla qualsiasi prima per caso gli fa un fischio mentre passa la polizia; poi una seconda volta si ferma proprio ad aspettare e controllare; una terza gli fa un cenno; una quarta passeggia ed una quinta si becca 10 euro per non averli fatti arrestare…. bhè, anche lui avrà contribuito agli scopi dell’associazione mafiosa.

I giudici hanno “inventato” o “creato” qualcosa che non c’era, che non esisteva? Giudicate voi.
tribunalePer quel che mi riguarda, si tratta di una logica applicazione di principi e norme generali. Se si prevede, come fa il nostro art. 110 cp che ogni forma di aiuto in un reato sia punita, non si vede perchè escludere da questa il reato specifico di cui all’art. 416 bis del codice.
Diverso sarebbe se fossero “tipizzate”, specificate e dettagliatamente elencate le forme di concorso (“palo”, “basista” ect. etc) come avviene in alcuni ordinamenti.
Certo, essendo l’art. 416 bis un “reato associativo” non basterà il mero aiuto esterno all’associazione -che estenderebbe troppo l’area del concorso- ma dovrà essere ben focalizzato in aiuto concreto e stabile a raggiungerne gli scopi.

La prossima volta che qualcuno vi parla di “invezione dei giudici”, ricordatevi del calcio…

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Il Sindaco che lotta contro GOMORRA: mi hanno lasciato solo!


vitale_sindaco_pareteIl primo cittadino di Parete: ecco perché ho impedito che la processione facesse omaggio al boss

Parete(Ce)- In terra di Gomorra spesso stare da una parte è un giuramento da ripetere ogni giorno. Lo sa bene il sindaco di Parete, Raffaele Vitale, 31 anni, del PartitoDemocratico. Per lui non sono stati giorni facili dopo il gesto forte di sfilarsi la fascia tricolore, quando la processione in onore della protettrice di Parete, Maria Santissima della Rotonda, stava svoltando in una stradina, fermandosi davanti all’abitazione di un ammalato, parente del boss Bidgonetti.
E ora il primo cittadino accusa: «I vertici provinciali del mio partito mi hanno lasciato solo, mentre sui social network, attraverso profili falsi, c’è chi mi invita a vergognarmi e dimettermi per salvare la faccia o addirittura qualche consigliere comunale di opposizione mi definisce un finto perbenista».
Lo Stato invece gli ha già testimoniato solidarietà: il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, l’ha invitato mercoledì scorso a partecipare al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, complimentandosi per un atto, «che vale più di cento convegni sulla legalità». E il prefetto andrà a Parete, molto probabilmente a maggio, per far sentire la vicinanza ai cittadini, in occasione dell’inaugurazione di una mostra sulle vittime di camorra, che sarà ospitata nella villetta confiscata proprio al clan Bidognetti.
«Il mio gesto – racconta – era doveroso per dare un messaggio chiaro alla comunità. Ho voluto dire che qui ci sono istituzioni che lottano per smantellare questo substrato culturale che vede ancora un fascino nella camorra. Nulla contro la carità cristiana, ma «no» a messaggi che possono essere letti come sudditanza». Ma la camorra in città è ancora forte?
«Forze dell’ordine e polizia hanno fatto tanto qui, ma esiste ancora il fenomeno estorsivo – sottolinea – Cantieri edili e negozi sono stati presi di mira anche la scorsa Pasqua. E poi la droga è l’altro business. Ora tocca alle istituzioni fare la propria parte e togliere terreno a un modo di pensare alla criminalità con assuefazione, rassegnazione o peggio come alternativa».(Articolo di lorenzo Iuliano. Tratto da Il Mattino)

http://altocasertano.wordpress.com/2013/04/22/69212a/

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Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi


giovanardi-300x147 (1)di Filippo Vendemmiati

Onorevole, di Lei non posso nemmeno dire che ha la fronte inutilmente spaziosa, come in un memorabile fondo sull’Unità Fortebraccio descrisse il socialdemocratico Antonio Cariglia, perché la laurea in giurisprudenza le ha consumato pure quella. Siede in parlamento da 21 anni,  ha reso servizio alla patria nell’Arma dei carabinieri, ex democratico cristiano, oggi fedele nei secoli a Berlusconi che l’ha fatta ministro e sottosegretario alla presidenza del consiglio, tanto per citare solo alcune delle tante cariche governative. Ma non per questo sarà ricordato. Lei, onorevole Giovanardi, cattolico praticante, così dice, passerà alla storia come il più implacabile fustigatore di vittime prive diritto di replica, essendo scomparse per morte violenta. La madre di Federico Aldrovandi ha deciso di querelarla e spero faccia altrettanto Ilaria Cucci per le accuse false e infamanti indirizzate ai loro famigliari, il figlio Federico e il fratello Stefano. Non so quale diabolico tormento la porti ad insultare così gratuitamente, senza nemmeno il ritegno della umana pietas che la sua fede, sempre invocata, dovrebbe suggerirle. Lo confesso, la sua persona mi provoca fastidio, perché la sua volgarità questa volta ha superato ogni limite.  Non per questo mi sottraggo al mio compito,  sempre più difficile e vituperato, anche a ragione di questi tempi. Il compito di informare, di rendere noti senza pedanteria anche a Lei alcuni fatti. Le lascio questo piccolo promemoria. Se crede, lo rilegga due o tre volte come una  preghiera prima di addormentarsi. Forse sognerà un ragazzo di 18 anni, massacrato di botte senza “un motivo apparente” da quattro agenti di polizia che le verrà incontro e sorridendo le dirà:

– 1 Mi chiamo Federico Aldrovandi, e non Aldovrandi.
– 2 Mia madre è dipendente comunale, mio padre ispettore di polizia comunale, mio nonno carabiniere.
– 3 Non sono un eroinomane come Lei disse di me in parlamento da ministro nel febbraio del 2006
– 4 Quella sera non ero ubriaco, né drogato. Lo confesso, mi ero fatto due canne.
– 5 Quando arrivai nel giardinetto di via Ippodromo a Ferrara, c’era già parcheggiata una volante con due agenti a bordo
– 6 E’ scoppiata una lite violenta, ma non posso dirle perché, la verità la devono scoprire gli uomini in terra.
– 7 Mi hanno picchiato in quattro per almeno mezz’ora, manganelli (due si sono rotti), calci e pugni. L’autopsia ha riscontrato 57 ferite compatibili con azioni violente. Un vostro giudice ha scritto: “Per ognuna di queste ferite sarebbe stato possibile aprire un procedimento per lesioni colpose”.
– 8 Ho chiesto aiuto invano, non credevano che mi chiamassi Federico, uno li loro mi ha scambiato per un extracomunitario, mi sono saliti sulla schiena con le ginocchia, mi è mancato il respiro e sono morto
– 9 Poi sono stato ucciso anche altre volte: quando mi hanno lasciato per ore sull’asfalto, senza rispondere al mio cellulare quando chiamavano i miei genitori. E’ stato allora che mi hanno fotografato. Che brutta foto! L’ho vista per la prima volta nelle manifestazioni portata in giro dai miei amici. Ah è vero, lei non lo può ricordare perchè non c’era. Poi quella foto è entrata anche nelle aule dei tribunali. Io ricordo solo una sensazione di caldo attorno alla mia testa,  l’odore di sangue e la durezza dell’asfalto. Magari, onorevole, mi avessero messo un cuscino sotto la testa, pensi non mi hanno nemmeno coperto con un lenzuolo.

Tutto qui, non voglio tediarla. Le chiedo solo un piccolo favore personale:  non è necessario credermi, magari un giorno ci incontreremo e avremo più tempo per conoscerci e spiegarci. Nel frattempo il favore è un altro: per cortesia, onorevole Carlo Giovanardi, lasci in pace i miei genitori, Patrizia e  Lino,e mio fratello Stefano. Dio quanto mi mancano, lei non può immaginate quanto!

Buona Pasqua. Federico

31 marzo 2013

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi

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Lettera aperta al ministro Severino


luciauva-182x300 (1)Cinque anni fa ho denunciato pubblicamente alla Procura della Repubblica di Varese quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 a mio fratello Giuseppe Uva. Mio fratello e’ morto proprio per quanto ha dovuto sopportare quella notte. Il giudice di Varese ha stabilito questo , e , ha ordinato di scoprire il perché Giuseppe e stato portato e trattenuto in caserma senza un verbale di fermo, senza un verbale di arresto , e senza un verbale di identificazione.

Lo stesso giudice , aveva ordinato di scoprire per quale motivo quella notte , dall’ano di mio fratello e’ uscito tanto sangue da imbrattare i suoi pantaloni con una macchia di 16 cm x 10 all’altezza del cavallo.
Un testimone ha dichiarato di averlo sentito urlare per ore e , di aver sentito dire dai carabinieri che lo stavano picchiando.

Quel testimone chiamo’ quella notte il 118 .. ma dalla caserma l’intervento venne respinto.
Il giudice ha ordinato anche di fare indagini su un t.s.o. ( TRATTAMENTO – SANITARIO – OBBLIGATORIO ) disposto dal sindaco Fontana di Varese quanto meno dubbio.
Dopo tutto questo cinque anni fa era stato aperto un fascicolo dal procuratore capo Grigo.

Il giudice di Varese l’anno scorso ha sollecitato e intimato la procura di fare indagini , dicendo espressamente che noi avevamo il sacrosanto diritto umano di sapere cosa e’ successo quella notte al nostro caro.
Bene signor ministro, non solo il PM Abate non ha fatto (ed ora lo posso dire ) nulla, ma proprio nulla di quanto era suo dovere fare su ordine del giudice, ma lo ha pure dichiarato pubblicamente , ed ha pure insultato il giudice.

Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono i g.i.p., infatti la notizia di reato riguardante le torture subite da mio fratello , non deve essere sottoposta all’esame del g.i.p.

Al g.i.p. Il Dott. Abate porta imputati accusati di colpa medica, ma nessuno di quelli che hanno usato violenza su Giuseppe, nessuno di quelli che lo hanno sequestrato, portato e trattenuto contro la sua volontà nella caserma dei carabinieri.

Nemmeno per chiedere l’archiviazione perché sa Benissimo che nessuno lo archivierebbe mai.
Siccome però , sul tavolo dell’Avvocato generale di Milano vi era una istanza di avvocazione presentata dai miei legali proprio su quel fascicolo n. 5509 , con indagati da identificare da due anni, per evitare che gli venisse sottratto , portò su quello stesso fascicolo a giudizio me e i giornalisti delle Iene per diffamazione.

Ma vede Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono proprio i g.i.p., perché vedrà  che io e le Iene andremo a giudizio direttamente, senza passare dalla necessaria udienza preliminare, dal suo amico presidente del tribunale.
Signor ministro, io sono disperata, mi dicono che il dott. Abate è molto potente e molto protetto , ed in effetti me ne ha fatte di tutti i colori , buttando fuori me Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi più volte dal tribunale senza motivo, e addirittura accusandomi di avere provocato io il sangue che usciva dall’ano di mio fratello già cadavere.

Tutto quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 , viene cestinato dal PM in una ormai prossima archiviazione , in barba ad ogni principio della obbligatorietà dell’azione penale.

La mia denuncia di allora viene portata ai g.i.p. con imputati ed accuse che nulla c’entrano con quello che è successo nella caserma dei carabinieri.
Io di legge non ne capisco proprio nulla , ma posso dire che provo rabbia, dolore, ma anche paura.
Varese e’ una città  piccola e il PM Abate mi ha già  fatto capire a suo modo che la farà  pagare a me, ai miei avvocati e ai miei più vicini amici.
Tanto quello che è successo a Giuseppe non verrà  mai portato in un’aula di tribunale.
La prescrizione si avvicina e qui a Varese lo Stato non esiste per noi.
Con rispetto.
Lucia Uva

1 aprile 2013

Lettera aperta al ministro Severino

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Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

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Le spese folli della Lega in Friuli… tutto rigorosamente verde!


01822504-04Polenta, calzature, vestiti, casalinghi, cravatte verdi. C’era un po’ di tutto nella lista della spesa del gruppo della Lega Nord alla Regione Friuli Venezia Giulia finita sotto la lente di ingrandimento della procura di Trieste. Insieme ai rappresentanti di altri partiti seduti in consiglio anche il vertice del Carroccio deve rispondere dell’accusa di peculato per essersi servita di fondi pubblici per uno scopo ben diverso da quello per il quale era stato elargito il contributo. I legali del capogruppo leghista Daniele Narduzzi hanno presentato una memoria difensiva per spiegare gli strani acquisti e respingere le accuse chiamando spese di rappresentanza orecchini, i portachiavi, le felpe, le t-shirt, collanine e braccialetti che venivano distribuiti in occasione delle feste padane. Ma se le giustificazioni per queste spese lasciano perplessi,   le spiegazioni per gli altri prodotti ci portano in un mondo surreale. Gli articoli sportivi definiti «acquisti legati alle premiazioni in cui i consiglieri partecipano per divulgare notizie sulle attività svolte e raccogliere informazioni e proposte su possibili modifiche di normative regionali in materia». Superata anche l’impasse dei casalinghi: «Sono in realtà acquisti in negozi bazar e riguardano oggetti utilizzati per supporto dell’attività politica. «Trattasi – si legge – di vasellame, piatti e bicchieri e anche di stoviglie indispensabili nelle cucine delle feste politiche». E ancora: «L’acquisto indicato come Nelly 33cm non è un elettrodomestico ma un pupazzetto verde arancio usato come mascotte. Idem per il pupazzetto Maxi Nina».

Poi ci sono il cibo per gli animali e un biglietto per la lotteria… anche questa attività di propaganda? I loro elettori sono cani?

http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/03/28/le-spese-folli-della-lega-in-friuli-tutto-rigorosamente-verde/

 

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Chi mangia sulle carceri-lager


620x413xl43-carcere-cella-120629124907_big-pagespeed-ic-gyimqqr2yrMentre in galera le condizioni sono sempre più disumane, emergono le spese folli dei suoer dirigenti: foresterie con Jacuzzi in terrazzo, tivù da sessanta pollici e tappeti persiani (ma anche scopini da bagno pagati 250 euro l’uno)

di Lirio Abbate

Il vitto di un detenuto costa allo Stato meno di quattro euro al giorno, una somma che dovrebbe garantire tre pasti quotidiani. Ma non sempre le imprese che si aggiudicano gli appalti per cifre così basse riescono a garantire quantità e qualità del cibo che viene distribuito nelle celle. E così i reclusi devono arrangiarsi, con i viveri che ricevono dalle famiglie o con le merci acquistate a carissimo prezzo negli spacci delle case di pena.

Una situazione che condiziona la vita delle oltre 65 mila persone rinchiuse nelle prigioni italiane, in strutture che dovrebbe ospitarne al massimo 47 mila. Allo stesso tempo, però, alcuni magistrati al vertice dell’amministrazione penitenziaria godono di benefit scandalosi: hanno diritto ad appartamenti anche nel centro di Roma con un canone di sei euro al giorno, acqua, luce, gas e pulizie compresi, che non tutti però pagano. Un privilegio che, come nel caso di Gianni Tinebra da sette anni procuratore generale a Catania, mantengono anche dopo avere lasciato l’incarico. E per arredare queste foresterie non si risparmia sui lussi: sul tetto-terrazza di una è stata installata una Jacuzzi con idromassagio, in salotto ci sono tv da sessanta pollici costate duemila euro, sui pavimenti tappeti persiani e si arriva alla follia di far pagare 250 euro lo scopino di un bagno.

L’elenco di queste spese “fuori norma” è stato depositato ai pm di Roma e alla Corte dei Conti che hanno avviato indagini. Ma è solo uno dei paradossi di un sistema carcerario che continua a essere una vergogna italiana. I nostri penitenziari sono una discarica di esseri umani dove non solo è negata ogni possibilità di rieducazione ma viene umiliata anche la dignità delle persone. «Più volte ho denunciato l’insostenibilità di queste condizioni ma i miei appelli sono caduti nel vuoto», ha dichiarato il presidente Giorgio Napolitano nella storica visita a San Vittore del 7 febbraio. Il dramma è stato praticamente ignorato dalla campagna elettorale, con l’unica eccezione dei Radicali, soli a portare avanti una battaglia di civiltà per l’amnistia: un provvedimento che il capo dello Stato ha detto di essere stato pronto a firmare «non una ma dieci volte».

A testimoniare quanto sia paradossale la situazione bastano pochi dati: ogni anno lo Stato destina due miliardi e ottocento milioni per l’amministrazione penitenziaria, ma l’88 per cento finisce negli stipendi del personale. Un altro 7,3 per cento viene impegnato per il vitto dei detenuti e così rimane meno del 5 per cento per qualunque altra necessità: 140 milioni per la benzina, le vetture, le divise, gli arredi, la manutenzione e le ristrutturazioni. Insomma, non ci sono fondi per mettere mano alle terribili condizioni delle prigioni, spesso ancora ospitate in monasteri ottocenteschi o vetuste fortezze. Se si investisse poco meno di 200 milioni di euro sulla ristrutturazione, come spiegano funzionari del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, si potrebbero ottenere subito nuovi posti per garantire spazi a 69 mila detenuti, solo per il circuito maschile: basterebbe puntare su un ampliamento degli istituti, senza impegnarsi nella costruzione di altre carceri.

La direzione generale risorse del Dap ha fatto un calcolo di quanto servirebbe per fronteggiare l’emergenza edilizia. La proposta è stata illustrata nei mesi scorsi al Consiglio d’Europa che si è svolto a Roma. Secondo il Dap oggi il valore convenzionale degli immobili è di circa cinque miliardi di euro: ci vorrebbero 50 milioni l’anno per la manutenzione ordinaria e 150 per quella straordinaria. La cronica carenza di stanziamenti oggi ha azzerato gli investimenti per nuovi padiglioni e l’assenza di manutenzione ha determinato la chiusura o il completo abbandono di intere sezioni che «attualmente si trovano in condizioni strutturali e igieniche assolutamente incompatibili con le finalità penitenziarie per cui gli spazi a disposizione dei detenuti si sono ulteriormente ridotti».

Ma invece di fare passi avanti, si continua a precipitare nel baratro. Perché sulla carta c’è «un numero eccessivo di istituti»: sono 206, ma di questi 120 hanno meno di duecento posti e 63 addirittura meno di cento. E le strutture piccole si trasformano in uno spreco di risorse, richiedono un numero più alto di agenti e personale rispetto al numero di reclusi. In teoria, l’Italia ha il miglior rapporto tra metro cubo di edifici e detenuti, senza però che questo dato statistico si trasformi in un miglioramento delle condizioni. Tutt’altro: secondo le analisi del Formez ci sono in media 140 reclusi per cento posti letto. Persone obbligate a vivere per ventidue ore al giorno in celle claustrofobiche, con tre-quattro brande sovrapposte, bagni minuscoli e pochissime docce.

 

Chi mangia sulle carceri-lager – l’Espresso.

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La corruzione tiene in pugno l’Italia: chiedi 5 impegni ai candidati politici


La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

A:
Candidati alle Elezioni Politiche 2013
La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

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Cosentino, Cosentino, Cosentino


Berlusconi alle prese con CosentinoStamattina, mentre leggevo il pezzo di Marino sulle elezioni regionali tedesche, ho sentito, riga dopo riga, salire l’inquietudine.
Non che abbia un particolare trasporto per la Germania. Quel che rimane dei miei palpiti notturni è giàoverbooked. E’ che leggendolo mi è ritornato in mente un concetto a cui sono disabituato: la politica è si questione di individualità, rappresentanze, alleanze e personalità, ma è anche aggregazione intorno a progetti reali, condivisione di obiettivi a medio e lungo termine, strategia di sviluppo, politica economica, salvaguardia dell’ambiente, innovazione. E’ intorno a concetti come questi che un aggregato casuale di persone, ognuna presa dai casi suoi, si trasforma in nazione.
Ed è proprio sul concetto di nazione che il paragone tra Germania e Italia non regge. Può essere vero che i tedeschi stiano cercando di fare quattrini alle spalle dell’Europa debole, è sicuramente vero che la Germania è un paese che tutela in primo luogo i suoi interessi, può darsi che su certe produzioni siamo in competizione, ma non c’è paragone tra la “nazione Italia” e la “nazione Germania”. E’ un po’ come confrontare un aquilone e un elicottero. Volano entrambi, è vero, ma le somiglianze finiscono qui.

Così, mentre in quel paese ci si divide sullo sviluppo di qui a un secolo della politica energetica, a Roma, nelle stanze delle consorterie del potere, si brigherà fino alle 20.00 di stasera per redigere le liste di quelli che diventeranno senatore o deputato per via del “posto sicuro” che riusciranno a guadagnarsi con la blandizie o la minaccia.

Fra tutti voglio ricordare il signor Cosentino. Non che lui sia più speciale degli altri, in fondo certi casi sono diventati una regola più che l’eccezione, ma per la meccanica attraverso la quale si è esplicitata la sua presenza o meno nelle liste del PDL. Da prima estromesso come “impresentabile” dallo stesso Berlusconi, poi esortato a “fare un passo indietro”, infine nuovamente “in pista” come lo definisce il Corriere della Sera.
Sembra che il signor Cosentino, potentemente radicato elettoralmente su un territorio sotto il controllo assoluto e totale della criminalità organizzata, abbia ripetutamente minacciato di far cadere diverse giunte sulle quali, evidentemente, esercita un potere trasversale e non trasparente che poco ha a che fare con la politica, la rappresentanza o la democrazia e somiglia maggiormente al controllo territoriale esercitato dalla camorra.

Le giunte, il potere, gli appalti, il controllo del territorio. Se si va oltre il parolone, se si riesce a non farsi stordire dalla retorica, si capisce immediatamente che è questo a fare il potere, il governo, l’equilibrio. Ma questo, come dicevo prima, non è nazione, è banditismo.
Forse, se tra 50 anni ci sarà ancora una Germania e non un’Italia, non si sarà consumata un’ingiustizia, ma una semplice ed asettica selezione naturale.

Cosentino, Cosentino, Cosentino

Pubblicato in: antifascismo, cose da PDL, CRONACA, libertà, magistratura, razzismo

La Svastica Sul Busto


manja-448x180Se si leggono le dichiarazioni dei dirigenti della Pro Patria e del sindaco di Busto Arsizio, i cori razzisti del 3 gennaio contro Kevin Boateng e i giocatori di colore del Milan sembrano dei fulmini saettati inspiegabilmente da un cielo limpidissimo. La narrativa post-incidente si è infatti concentrata sui Quattro Deficienti Allo Stadio Che Hanno Rovinato Tutto e infangato un’oasi pacifica e civile.

Danilo Castiglioni, dirigente del club dei tifosi della Pro Patria, ha detto: «Quello avvenuto ieri è stato un episodio inqualificabile e spero che i quattro deficienti autori dei cori vengano individuati e puniti come meritano». E ancora: «Gli autori dei cori non fanno parte del tifo organizzato della Pro Patria, non penso siano persone che frequentano abitualmente lo stadio». Opinione condivisa anche da un tifoso del Pro Patria Club: «È un gesto da condannare. Gli autori dei cori non fanno parte dei gruppi di tifosi abituali, ma con il loro gesto hanno messo in cattiva luce tutta la città».

Il patron della Pro Patria, Pietro Vavassori, si è sintonizzato sulla stessa linea d’onda: «Innanzitutto preciso che sono stati isolati quei signori che hanno fatto cori razzisti e non sono ultras della Pro Patria: sono persone che non vediamo mai allo stadio, persone che hanno utilizzato questo grande evento per rovinare la festa a tutti, che hanno rovinato la partita contro una delle squadra più prestigiose al mondo».

E Boateng? In fondo, il giocatore del Milan poteva essere più flessibile: doveva stare muto, non frignare, non scagliare la palla in tribuna a «200 all’ora» e continuare a giocare. Il sindaco di Busto Arsizio, Gianluigi Farioli (Pdl), si è lamentato della scarsa professionalità di arbitro e giocatori: «Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare. Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su di un tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria». Già.

Il deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto su Facebook:

Boateng lancia a 200 all’ora la palla su un tifoso perchè infastidito da “buuu” e cori sulla fidanzata. Tutta l’informazione contro il razzismo di Busto ??!! Ma quale razzismo, è il gesto di una “mammoletta” che guadagna milioni l’anno e non sa fare il professionista. Busto non è razzista, e chi aveva pagato aveva il diritto di vedersi la partita. Basta con il “politically correct” ad ogni costo!

In pratica, Boateng dev’essere grato ai tifosi per non essersi beccato una banana, come successe aRoberto Carlos in Russia. Francesco Iadonisi, segretario dell’Udc di Busto, sempre su Facebook se l’è presa con i giocatori del Milan, un presunto complotto digestivo e la lingua italiana:

Cari amici Milanisti, vi invito a stracciare gli abbonamenti nel caso ne abbiate, se questi signori dovessero tornare e spero di no, lo stadio li dovrebbe accogliere vuoto. Ieri hanno colto la “palla al balzo” per evitare di giocare, magari ancora appesantiti dal pranzo natalizio. Si vergognino di aver offeso una città, lo facessero durante Milan – Inter o Milan – Juve.

Dopo la partita, le autorità sportive e comunali di Busto Arsizio si sono fatte prendere da una certa smania solidaristica. Vavassori ha comunicato la decisione di «aprire lo stadio ‘Speroni’ a tutte le persone di colore ospitandole in tribuna d’onore per festeggiare insieme la gioia di una partita di calcio» 1. Il Sindaco ha proposto, in successione, la cittadinanza onoraria a Boateng, la costituzione di parte civile del comune di Busto Arsizio nel caso di un procedimento penale e la creazione di un «laboratorio permanente per l’estirpazione del razzismo dentro e fuori dagli stadi», eventualmente presieduto dall’ex calciatore francese Lilian Thuram.

Il messaggio che si vuole lanciare non potrebbe essere più chiaro: Busto Arsizio non è una città razzista. «Non è gente di qui – ha detto il Sindaco – non deve andarci di mezzo tutta la città, qui non siamo a Verona» 2. Tuttavia, le prime denunce contro i tifosi della Pro Patria mettono in discussione l’auto-narrazione bustocca. Cito da Repubblica:

Un tifoso della Pro Patria è stato già denunciato a piede libero. E’ un giovane di 20 anni: aveva la tessera del tifoso e l’abbonamento della Pro Patria, anche se non sarebbe legato a gruppi di tifoseria organizzata. Secondo quanto è emerso dalle indagini anche gli altri autori dei cori sarebbero giovani che frequentavano abitualmente lo stadio Speroni.

Il Fatto Quotidiano rende conto del primo identikit degli autori dei cori: «Hanno tutti tra i 20 e i 28 anni, sono tifosi abituali della Pro Patria e non appartengono alle frange estreme del tifo organizzato, sebbene gli elementi raccolti facciano pensare che abbiano quantomeno una marcata simpatia politica per l’ultradestra».

olimpico_incidentiInsomma, la tesi dei Quattro Deficienti/Non-Veri-Ultras Che Sbagliano non sta in piedi. In effetti, dietro i cori razzisti del 3 gennaio si agita un bell’ambientino in camicia scura e braccia spianate al cielo.

Nella stagione 2003-2004, l’ex direttore sportivo della Pro Patria Riccardo Guffanti portò in squadra l’attaccante di colore Ikechukwu Kalu. «La reazione fu agghiacciante», ricorda VareseNews:

I tifosi in questione accolsero l’attaccante Ikechukwu Kalu disertando prima la presentazione della squadra e poi non presentandosi per tutta la stagione 2003-2004 sugli spalti. Nel corso della stagione un numero ristretto di persone non ha lesinato delle minacce nei confronti del dirigente, reo di aver fatto questa scelta.

L’anno precedente (aprile 2002), la tifoseria del Pro Patria si meritò una citazione nel rapporto Racism, Football and the Internet stilato dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia:

The Pro Patria supporter group site shows more interest for football, but Fascist symbols and racist references are still abundant. What seems to be really alarming in this site is the area containing songs and chants (presented in a downloadable format). This section contains stadium chants as well as other slogans like “there are no Italian niggers” and the monkey imitation racist supporters make when a black player touches the ball.

Nel 2009, dopo una partita contro il Varese, la Pro Patria venne multata di 5000 euro per gli insulti ai calciatori avversari Osuji e Ebagua; nel novembre 2011, i cori nei confronti di Dimas del Montichiari vennero sanzionati con 7500 euro di multa; e nell’ottobre 2012, le frasi razziste rivolte ai giocatori Kanouté e Jidayi del Valle d’Aosta costarono alla società altri 5000 euro.

Fuori dagli spalti dello stadio “Speroni”, la situazione a Busto Arsizio (città a cui è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta di Liberazione) e dintorni non è certamente migliore. Nel settembre del 2007 la Digos fece un blitz contro il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, fondato nel 2002 dall’albergatore di Castano Primo (Milano) Pier Luigi Pagliuchi. Il movimento neonazista 1aveva presentato dei candidati in occasione delle amministrative del 2006-2007 in alcuni comuni delle province di Varese, Como, Lecco e Milano, riuscendo ad eleggere un consigliere a Nosate.

Dall’indagine spuntarono fuori «volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, manifesti del periodo hitleriano, un pugnale, felpe con simboli», una raccolta fondi per terroristi neri ed una festa di compleanno di Adolf Hitler celebrata il 23 aprile 2007 in una birreria di Buguggiate. Secondo le carte dell’inchiesta, questo è quello che è successo 5 anni fa alla birreria “Centro del lago”:

[…] Quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «…la stella gialla sui negozi ebrei». Di male in peggio: la bellissima «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’ improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale nazista Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciao e divenne. «Priebke, cuore di acciaio». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri du du du…in cerca di guai».

Il 25 ottobre 2012 il pm Luca Petrucci ha notificato 22 avvisi di comparizione ad altrettante persone, indagate per istigazione all’odio razziale. Tra gli indagati, riporta VareseNews, c’è anche il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada (ex capogruppo di An, ora Pdl), che all’epoca era il gestore del locale. Repubblica lo descrive così: «un signore che per gli ultrà “neri” della Pro Patria è una specie di totem».

Nel 2007, il partigiano e reduce dei lager nazisti Angioletto Castiglioni (scomparso nel 2011) venneaggredito verbalmente («sporco partigiano») da una ventina di neonazi nel pieno centro della città. Nel 2009, un cittadino segnalò che una bancarella al mercato dell’antiquariato di Busto «esponeva e vendeva esclusivamente oggetti ineggianti al fascismo e nazismo, come coltelli con svastiche, magliette con simboli e scritte nazifasciste, manganelli, busti del duce e quant’altro». Non mancano i raid razzisti: il 2 ottobre 2010, a Gallarate, tre estremisti di destra (armati di fido manganello) entrarono nel circolo Juventus di Sciarè e, al grido di «bastardi extracomunitari dovete andarvene dall’Italia», aggredirono cinque uomini originari del Bangladesh. Infine, negli scorsi mesi sui muri della città sono apparse diverse celtiche accompagnate da scritte concilianti quali «Calci in pancia a compagna incinta».

Dal 2009, inoltre, a Busto Arsizio è molto attiva l’associazione culturale Ardito Borgo («nata per offrire un’alternativa giovanile»), che periodicamente organizza concerti di band RAC (Rock Against Communism), “identitarie”, “non conformi” e qualsiasi altro aggettivo si possa tirare in ballo per non dire nazifasciste. Secondo Paolo Berizzi di Repubblica, molti iscritti all’Ardito Borgo «sono vicini a Forza Nuova, sono collegati con la Skinhouse di Bollate e con i duri di Militia Como, altri due avamposti dell’estremismo nero in Lombardia».

oltrenero_0039E non solo: il Borgo «è considerato, di fatto, un solo corpo con gli ultrà della Pro Patria». Il 4 giugno del 2011, l’associazione aveva organizzato una festa (intitolata “Avanti le pinte – atto II”) proprio insieme agli ultras della Pro Patria. «Tra sedi chiuse e altre vicende ben note legate alla Pro Patria 2 abbiamo deciso di unire le forze e dimostrare che nessuno dei due vuole mollare e continuare a testa alta con lo spirito di aggregazione giovanile che ci accomuna».

Secondo «il ragionamento informale» di un investigatore che segue le tifoserie più estreme e violente della provincia di Varese, i fatti del 3 gennaio fanno parte di una strategia premeditata e non estemporanea: «È vero che si giocava col Milan, ma 200 ultrà della Pro Patria schierati il 3 gennaio in un giorno feriale alle due e mezza del pomeriggio, non si vedevano dal ‘45…» La sensazione, scrive Berizzi

è che il pacchetto-Boateng […] sia deflagrato, in realtà, in modo tutt’altro che imprevisto da parte dei leader della curva. Un’esibizione organizzata, magari proprio con l’intenzione di «fare casino», sfruttando la visibilità offerta da una squadra blasonata, e seguita in tutto il mondo, come il Milan.

Missione compiuta, non c’è che dire. Con buona pace della consolatoria storiella dei Quattro Pirla che guastano la «festa».

Autore: Blicero

La Svastica Sul Busto

 

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Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

– il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

– l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

– la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

– l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

– l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

– la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

– la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

– la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

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Lista Ingroia, la legalità non basta


ingroia_legalita_NDi Giorgio Cremaschi

Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trenta anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti, non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta. Né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista. I partiti esistono sempre e chi li rifiuta semplicemente ne sta fondando un altro.

Ciò che non mi convince della coalizione Ingroia è l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader.

L’Italia è un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, una parte della classe politica è soggetto contraente di questo sistema, i berlusconiani, una parte è debole o subalterna, Monti e anche il PD. Una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è condizione di giustizia e base per una ripresa economica non pagata dai più poveri.

Questa a me pare la sintesi del pensiero di Ingroia e non c’e dubbio che essa individui uno dei nodi della crisi italiana. Il peso della corruzione, della evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato.

Tuttavia non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti. Il quale ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia proprio su questo terreno.

L’attuale presidente del consiglio mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale. E non a caso individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle ”riforme’. Il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali, ma chi lo propugna può proporsi di combattere l’economia criminale.

Naturalmente Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del fiscal compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei. La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo sviluppo. Ingroia afferma di combattere il montismo, ma perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?

A mio parere questo non avviene perché Ingroia pensa che la questione sociale ed economica siano una derivata della questione criminale e che basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo. No non è così.

Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei. O si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato magari regolato.

Non è un caso che il PD sia spiazzato dalla candidatura di Monti. Perché ha sinora sostenuto una politica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa.

Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia. E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione. Perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica.

Tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano. È lì che è nata la egemonia anche a sinistra della ideologia del mercato come antidoto alla corruzione. Ma come ci ha insegnato Bertold Brecht è più profittevole fondare una banca che rapinarla.

Nella crisi attuale la priorità è la lotta alla disoccupazione ed al super sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione. Perché dobbiamo affidargli una nuova politica economica e sociale.

Per me l’alternativa a Monti nasce dalla rottura con le politiche liberiste Europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia. Dove oggi trionfa l’economia illegale. La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa. Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista. Una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/31/giorgio-cremaschi-lista-ingroia-la-legalita-non-basta/

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I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

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ILVA, UN DRAMMA SENZA FINE


ilva_taranto_bambino.jpg_415368877di Samanta Di Persio

Ci sono responsabilità politiche e sindacali precise nella vicenda Ilva: malgrado le denunce, negli anni si è preferito chiudere gli occhi per non arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Chi pagherà?

Nel 2008 visitai Taranto per la prima volta, giunsi in macchina e non notai quello che mi colpì l’anno dopo arrivando in treno. Dal finestrino del vagone vidi una nube sopra la città e contemporaneamente sentii un odore strano, non so perché lo associai alla diossina. Una volta arrivata chiesi informazioni ai due sindacalisti dello Slai Cobas che mi vennero a prendere: mi confermeranno che si trattava dell’odore dell’Ilva. Rimasi perplessa e mi chiesi, come sia possibile respirare, sopravvivere in quelle condizioni? Averlo scritto, aver raccolto le testimonianze dei lavoratori, aver conosciuto Alessandro Marescotti di Peacelink non era stato sufficiente, dovevo vedere l’Ilva per capire. Visitai il rione Tamburi, adiacente all’acciaieria, mi spiegarono che ogni famiglia è stata segnata dalla morte di qualcuno per tumore. Una polvere rosa si posa ovunque, ciò vuol dire che si posa sui campi, sulla pelle, nei polmoni, il vento la porta chissà dove. Nel libro “Morti bianche” fra le noto riporto uno studio epidemiologico del dottor Sante Minerba, l’indagine è stata condotta nel 2007 e, già allora, a Taranto si registrava un eccesso di mortalità negli uomini pari al 28% per il cancro al polmone e del 460% per il cancro alla pleura rispetto allo standard regionale. Inoltre su 15 diversi tipi di tumore maligno che presentavano eccessi di mortalità nell’intera provincia ionica, 11 di questi erano contratti nel capoluogo. Nel 2008 Taranto aveva oltre 1200 decessi l’anno per neoplasie, nettamente al di sopra della media nazionale. La situazione diventò insostenibile quando nel 2011 vennero abbattute migliaia di pecore, le carni erano contaminate dalla diossina ma lo erano anche: latte, formaggio, ricotta. Scattò la rivolta degli allevatori, anche la mitilicoltura era a rischio: nelle cozze vennero trovate tracce di diossina.

Ci sono oltre 10mila persone che lavorano per l’Ilva e 8mila per l’indotto. Questa acciaieria ha rappresentato per i pugliesi l’ancora di salvezza, ha permesso di non lasciare la loro regione. Ma a quale prezzo? Un ex operaio, in un’intervista all’Unità, nel 2001 raccontava: “Non riuscivo più a respirare. Ho fatto le analisi e mi hanno riscontrato una ostruzione alle vie aeree superiori. Così ho deciso di lasciare il posto. Prima di entrare all’Ilva, era quello il mio ideale di lavoro. A Taranto c’è solo quella speranza, ti aggrappi. Quando ho finito la scuola superiore e il militare, lavoro non ce n’era. Ho fatto il volantinaggio e poi ho lavorato come geometra per 100mila a settimana. Allora ho fatto la domanda per essere assunto all’Ilva. Se non vai là, il lavoro qui lo trovi solo in nero, capisci? Mi hanno preso, che fortuna! Pensavo, un milione e otto al mese”.

Dal 2001 sono trascorsi un po’ di anni. Rispetto al periodo 2002-2005, nel 2009 i tumori nelle donne sono aumentati del 100% e l’Ilva è il potenziale responsabile per emissione di benzopirene. La mortalità infantile nel primo anno di vita è aumentata del 35% e sono aumentate del 71% le morti nel periodo perinatale. Questi dati sono stati diffusi dal Ministero della Sanità. La magistratura interviene con il sequestro. Bonificare l’Ilva per Riva costerebbe miliardi di euro, se non l’ha fatto prima, perchè dovrebbe farlo ora? Ci sonoresponsabilità politiche (voti) e sindacali (consenso) precise, perché le denunce, gli studi in questi anni ci sono stati, ma non provenivano da persone che facevano parte di un establishment, quindi si è preferito chiudere entrambi gli occhi per arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Gli operai hanno occupato la fabbrica per difendere ciò che hanno, la natura si è scatenata: un fulmine ha colpito uno dei camini, ci sono stati feriti e ancora morte. Chi pagherà?

Dal blog di Samanta Di Persio

http://www.cadoinpiedi.it/2012/12/01/ilva_un_dramma_senza_fine.html

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Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale “Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

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Bersani, i soldi dell’Ilva e le lettere di Riva


Un risvolto dell’inchiesta sulle acciaierie di Taranto che non piacerà al segretario Pd

Pierluigi Bersani, quei 98mila euro per finanziare la campagna elettorale e le email dall’Ilva. Le carte che escono dalla procura di Taranto non aiutano il segretario del Partito Democratico nella corsa per la leadership contro Matteo Renzi. Il Fatto Quotidiano (che verrà per questo di certo tacciato a sproposito di renzismo militante) pubblica la lettera di Emilio Riva:

a il quotidiano:

“MI SCUSI LO SFOGO”, scrive Emilio Riva, patron dell’Ilva, a Pier Luigi Bersani in una lettera del 30 settembre 2010 agli atti dell’inchiesta. Riva fa leva sulla “reciproca conoscenza” per segnalare al segretario del Pd quanto poco abbia gradito gli interventi del parlamentare democratico Roberto della Seta che lo hanno “sconcertato”. Della Seta annunciava di voler cambiare un provvedimento del governo Berlusconi (cosiddetto “decreto salva Ilva”) che rinviava di due anni il termine entro cui lo stabilimento di Taranto doveva rispettare i requisiti ambientali sul benzo( a)pirene. Riva è scandalizzato dalla “pressione mediatica violentissima”

Tra gli anni di reciproca conoscenza  spicca il 2006, ricorda il Fatto, quando il gruppo Riva finanziò la campagna elettorale di Bersani con 98mila euro:

Sentito dal Fatto Quotidiano, Della Seta spiega: “Nel testo su cui il Parlamento aveva espresso parere non c’era la norma che prorogava i limiti per la concentrazione di benzoapirente nell’aria. Venne inserita dopo con un blitz del ministro Prestigiacomo, una norma ritagliata esclusivamente su misura dell’Ilva. Ma nessuno del Pd, men che meno Bersani, mi ha mai chiesto di cambiare il mio atteggiamento. Feci interrogazioni e dichiarazioni, ma non ho ricevuto alcuna pressione”.

http://www.giornalettismo.com/archives/625221/bersani-i-soldi-dellilva-e-le-lettere-di-riva/

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ILVA TARANTO/ Le cifre degli intrecci tra sistema Archinà e famiglia Riva


L’Ilva, la più grande industria siderurgica italiana, vive la più brutta pagina della storia: 3 arresti, 4 persone ai domiciliari e diversi indagati per accuse di corruzione ed associazione a delinquere. Tra tangenti ed inquinamenti sottaciuti a discapito della salute pubblica –con l’incremento dei tumori, la storia dell’Ilva è il racconto dei magnati dell’acciaio, la famiglia Riva con i loro spostamenti di denaro da una holding all’altra. E intanto c’è il rischio chiusura e disoccupazione.

di Maria Cristina Giovannitti

Mala tempora currunt per l’Ilva di Taranto e qualcosa era già nell’aria. Intanto il lustro della più importante industria siderurgica italiana fondata nel 1905, è proprio nella fase di declino: sei arresti e diversi indagati –tra cui politici e giornalisti compiacenti. L’indagine condotta da Remo Epifani, sostituto procuratore, si è arricchita di preziose informazioni e dati scoperti dal capitano Giuseppe Di Noi. 


SISTEMA ARCHINÀ –
 Lo stesso capitano Di Noi ha parlato del crollo del ‘sistema Archinà’ grazie alle indagini condotte dalle fiamme gialle di Taranto. Con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere gli arresti nell’Ilva sono sei, di cui tre con la condanna al carcere e quattro agli arresti domiciliari mentre sono indagati Aldo Buffo e Bruno Ferrante, entrambi presidente e direttore dell’Ilva. Agli arresti Fabio Riva, figlio del patron Emilio;Luigi Capogrosso, ex direttore e Girolamo Archinà ex consulente dello stabilimento, addetto alla pubblica amministrazione, licenziato ad agosto ed esecutore del sistema di tangenti e corruzioni. Ai domiciliari: dal 26 luglio 2012 il fondatore e magnate Emilio Riva;  Michele Conserva ex assessore provinciale all’Ambiente; Carmelo DelliSanti della Promed Engineering e Lorenzo Liberti preside della Facoltà di Ingegneria Ambientale all’Università di Taranto ed altro fondamentale tassello del sistema Archinà. Proprio al Liberti erano destinati i 10 mila euro di tangenti dategli da Archinà in un autogrill, soldi che sarebbero dovuti servire a manipolare con molta probabilità, la perizia che il preside di Ingegneria fece all’Ilva. Insomma la mazzetta serviva per diminuire la gravità del disastro ambientale e del rischio diossina.

FAMIGLIA RIVA – Gli sceicchi italiani dell’acciaio hanno segnato la loro epopea con una brutta storia di fondi che venivano spostati nelle holding di famiglia a proprio piacimento. La loro storia si lega all’Ilva nel 1995 quando lo stabilimento all’epoca statale, vive un periodo forte crisi ed è lì che entra in scena il gruppo Riva. Il Riva FIRE –Finanziaria Industriale Riva Emilio- con sede a Milano ha due società: la Riva Acciaio Spa e l’Ilva Spa. Tutto il dominio è nelle mani del ‘capostipite’ Emilio Riva. Eredi della dinastia Fabio e Nicola Riva. Con la privatizzazione cominciano le ‘stranezze finanziarie’ del grande stabilimento pugliese: molti degli introiti dell’Ilva veniva reinvestiti nella Riva FIRE, ovvero nell’altra holding di famiglia  tant’è che lo stesso Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, aveva notato degli ‘ingenti inutili’ che i Riva avevano giustificato come profitti spesi per il gruppo. Il problema è sorto a causa di un forte conflitto d’interessi: l’altra azienda dei Riva firmava contratti con l’Ilva e quest’ultima-l’Ilva-  pagava ingenti cifre di denaro che entravano nelle casse del gruppo di famiglia in maniera ‘regolare’. Insomma la Riva FIRE prendeva accordi con l’Ilva senza tener conto però che Emilio, Nicola e Fabio erano proprietari di entrambe le aziende e ciò significa che si accordavano con sé stessi. I conti non tornano neanche alla famiglia Amenduni, azionista del 10 percento e che chiede al gruppo Riva chiarimenti su questi contratti e sui movimenti sospetti dei fondi che passavano dall’Ilva alla holding: silenzio tombale.

CIFRE – Dal 2008 al 2010 circa 190 milioni di euro sono stati spostati dalle casse dell’Ilva a quelle della Riva FIRE, soldi registrati in bilancio sotto il nome di consulenze per non destare troppi sospetti. Nel bilancio 2011 è chiarito che i costi destinati alla Riva FIRE corrispondono al 1,6 percento, che in cifre sarebbero 103 milioni di euro su un guadagno totale di 6 miliardi. Questa percentuale però varia nei casi di una decrescita del ricavato annuale per cui se l’Ilva guadagna poco, la percentuale da destinare alla holding si dimezza seppur all’atto pratico molte ‘manovre finanziarie’ sono apparse poco chiare. E mentre il patron Emilio Riva gestiva gli affari italiani, i figli hanno stretto rapporti economici con delle società in Olanda e Lussemburgo –una holding dal nome Stahlebeteilingungen, oltre alla Utia del Granducato. Intanto proprio poco tempo fa l’azienda lussemburghese ha venduto il 25,3 percento delle azioni dell’Ilva di cui era proprietaria ad un certo Siderlux, proprietario di un’altra holding con cui i figli Riva hanno stretto amichevoli scambi di denaro. Saranno solo delle coincidenze?

Tra brogli e corruzioni, il rischio tumori è altissimo e la minaccia della chiusura dello stabilimento si fa sempre più concreta.

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L’incredibile ricatto di Riva: 5000 operai a casa. E Governo e Confindustria appoggiano l’industriale



Cinque mila operai senza lavoro
. Così. Dall’oggi al domani. Questo è il risultato della decisione vendicativa presa dal patron Emilio Riva dopo che la magistratura ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare, una delle quali colpisce proprio il figlio dell’industriale, Fabio Riva (vicepresidente del cda e, oggi, a tutti gli effetti latitante). Nonostante l’assurdità della vicenda, tutti solidarizzano con Riva: da Corrado Clini fino a Confindustria, tutti parlano di “accanimento giudiziario”. Quando la (triste) realtà supera l’immaginazione.

di Carmine Gazzanni

Chiusura. Per il gruppo Riva non ci sono alternative dopo i sette arresti disposti ieri dalla Procura di Taranto. Una decisione clamorosa che avrà effetti drammatici su migliaia e migliaia di famiglie: a perdere immediatamente il posto saranno circacinquemila operai, a cui, però, si aggiungeranno altre migliaia. “L’azienda – ha detto ieri il segretario Fim Cisl Marco Bentivogli – ci ha comunicato la chiusura, pressoché immediata, di ‘tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro’ e ciò riguarda oltre 5000 lavoratori cui si aggiungerebbero a cascata, in pochi giorni, i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica”. Gli effetti, insomma, saranno incredibilmente disastrosi.

Ecco perché sarà “rappresaglia”, come affermato dal segretario della Fiom Cgil di TarantoDonato Stefanelli. “Questo atteggiamento ricattatorio ‘andate a casa’ – ha aggiunto Stefanelli – non esiste. Abbiamo chiesto cosa significa sul piano lavorativo, ma non lo sanno nemmeno loro. È un’azienda allo sbando e l’unica cosa che sa fare è mettere in atto una rappresaglia. Hanno subito stamattina i provvedimenti giudiziari e ora scaricano tutto sui lavoratori”. In sintesi, è proprio questo quello che è successo. Come detto, infatti, la decisione è stata presa proprio dopo che il Gip di Taranto ha disposto ben sette arresti – tre in carcere, quattro ai domiciliari – per vari reati che vanno dal disastro ambientale alla corruzione fino all’associazione a delinquere. Tra i sette mandati spicca quello destinato proprio a Fabio Riva, figlio del patron Emilio e vicepresidente dell’industria, il quale, peraltro, risulta nei fatti latitante dato che nessuno sa dove si sia rifugiato. Al centro delle indagini quel sistema Archinà – di cui Infiltrato.it ha già parlato – che ha assicurato per anni controlli superficiali i cui risultati spesso venivano concordati precedentemente (e in cui, dalle carte, emergerebbe un ruolo determinante anche di Nichi Vendola) in cambio di mazzette che potevano arrivare anche a dieci mila euro.

LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO: LA MESCHINA RITORSIONE NEI CONFRONTI DEGLI OPERAI – Per tutta risposta ecco la decisione di Riva: dopo i mandati di custodia cautelare, licenziati tutti gli operai, chiusi tutti gli stabilimenti. Come se tutta la responsabilità fosse della magistratura. Si legge infatti nel comunicato dell’azienda, che l’ordinanza del gip comporterà “in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”. È facile rendersene conto. Da quanto si legge appare chiaro che l’obiettivo sia quello di far apparire la decisione dei giudici come causa della chiusura dello stabilimento. Siamo all’assurdo.

Nei fatti, invece, altro non è che una decisione vendicativa scaricata sugli operai. In pratica, una ritorsione. Una ritorsione, però, a cui gli operai non vogliono sottostare. Tutti i sindacati hanno già indetto uno sciopero dei lavoratori a partire da lunedì sera e per giovedì 29 novembre è prevista una manifestazione a Roma. “I Riva – si legge in una nota del sindacato – giocano duro e i lavoratori devono fare altrettanto”.

PER RIVA L’ILVA NON INQUINA – Finita qui? Certo che no. Il vertice aziendale dell’acciaieria non si è accontentato semplicemente della ritorsione nei confronti degli operai, ma ha continuato anche a negare l’evidenza: a Taranto – dicono – non c’è “un pericolo per la salute pubblica. In una nota addirittura si dice che è stato messo anche “a disposizione sul proprio sito le consulenze, redatte dai maggiori esponenti della comunità scientifica nazionale e internazionale, le quali attestano la piena conformità delle emissioni dello stabilimento di Taranto ai limiti e alle prescrizioni di legge, ai regolamenti e alle autorizzazioni ministeriali, nonché l’assenza di un pericolo per la salute pubblica”. Peccato chedecine e decine di rapporti dicano esattamente il contrario con percentuali fuori dall’ordinario di contrazioni tumorali, malformazioni congenite e malattie legate al sistema cardiorespiratorio. Casualità? Secondo i tanti dossier stilati a riguardo, assolutamente no.

CLINI E CONFINDUSTRIA DIFENDONO RIVA: TUTTA COLPA DEI GIUDICI –Insomma, menzongeritorsioniricattivendette fatte scontare su operai inermi. E poi quanto appurato dalle indagini della magistratura: documenti falsi redatti in cambio di soldimazzettecorruzioneconclamato disastro ambientaleomertà da parte di funzionari pubblici – regionali e non – oltrechè del vertice aziendale. Ebbene, nonostante tutto questo, Emilio Riva e figlio hanno ottenuto piena solidarietà da parte di Governo e Confindustria. Tutti d’accordo nel ritenere che le responsabilità nella vicenda siano imputabili alla magistraturarea di aver portato a galla il marcio – in tutti i sensi – che c’era a Taranto. Quasi meglio se niente si fosse venuto a sapere.Quasi meglio una morte in più che questo caos.

CLINI, COSA DICI? – L’associazione degli industriali ha parlato, addirittura, di “accanimento giudiziario”. Della stessa opinione anche il ministro della Salute (?)Corrado Clini, secondo cui ci sarebbe un esplicito “conflitto” tra il risanamento disposto con l’autorizzazione Aia rilasciata dal ministero e la decisione della magistratura. Peccato, però, che Clini confonda i piani della questione. Per due motivi. Buona parte dell’inchiesta verte sull’associazione a delinquere creata ad hoc – direttamente da Archinà, indirettamente da Riva – per ottenere licenze e certificati che altrimenti non si sarebbero mai avuti.

Ma c’è dell’altro. Nella nota dell’industria si contesta che, oltre agli arresti, il gip Patrizia Todisco abbia deciso anche per il sequestro di tutto l’acciaio finora prodotto dal 26 luglio scorsoÈ questo accanimento giudiziario, come vorrebbe far credere Confindustria? Niente affatto. Semplice applicazione della legge. L’Ilva, infatti, “imperterrita” ha continuato “nella criminosa produzione dell’acciaio, nella vendita di questi prodotti assicurandosi lauti profitti non curante delle disposizioni dell’autorità giudiziaria e in violazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali sopraindicati (i decreti di sequestro, ndr)”. In altre parole, ha continuato a produrre nonostante l’autorità giudiziaria avesse emesso un primo provvedimento il 26 luglio del 2012 – poi confermato dal Riesame e così fino in Cassazione – di blocco della produzione. L’azienda del gruppo Riva non avrebbe potuto far uscire dalla fabbrica nessuno tipo di lavorato o prodotto. Tutto l’acciaio prodotto all’Ilva da quel giorno in poi è frutto di un reato. Ecco perché è stato posto sotto sequestro. Niente di più normale. Lo prescrive la legge. Ma sono dettagli. Quando ci sono interessi economici meglio parlare di “accanimento giudiziario”. Un evergreen in questi casi. Anche se si è ministri della Salute. O, perlomeno, dicunt.

http://www.infiltrato.it/inchieste/italia/ilva-l-incredibile-ricatto-di-riva-5000-operai-a-casa-e-governo-e-confindustria-appoggiano-l-industriale

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La giovane cronista e il sindaco colluso


Giornalista antimafia: siamo tutte Ester Castano

Storia di una giovane cronista e di un sindaco che l’ha bersagliata con minacce. E che ora è finito agli arresti accusato di legami con la ‘ndrangheta. [Silvia Resta]

“I miei guai sono iniziati un anno fa, con il mio primo articolo scritto su Sedriano (comune del milanese. 10.000 abitanti).

Era il primo ottobre 2011. Andai nell’ufficio del sindaco Alfredo Celeste, vice coordinatore provinciale del pdl, per avere un chiarimento: a maggio si era svolto un concorso di creatività femminile in cui il sindaco – professore di religione – aveva invitato Nicole Minetti a fare da madrina. Durante quella serata, c’era stata una piccola contestazione: un centinaio di cittadini fuori dal Comune per protestare contro la presenza di Minetti, coinvolta in quei mesi nello scandalo delle Olgettine. A manifestare c’erano anche una suora e una maestra di scuola elementare che vennero attaccate, strattonate da uomini dello staff del sindaco. La maestra fu bruscamente invitata ad allontanarsi dal medico Marco Scalambra, marito della consigliera comunale di Sedriano, Maria Stella Fagnani, anche lei del pdl. Proprio per denunciare queste violenze verbali che avevano subito da Scalambra su ordine del sindaco, suora e maestra avevano scritto una lettera al comandante dei carabinieri. Per valutare se ci fossero gli estremi per querelare le firmatarie di quella lettera, il Sindaco aveva chiesto il parere di un suo amico avvocato, Giorgio Bonamassa, pagando 7000 euro per la consulenza.

Ecco. Io ero andata dal sindaco per porgli una semplice domanda: “Lei pensa che sia corretto pagare un amico avvocato con 7000 euro di soldi pubblici, presi dalle casse cittadine?”

Il sindaco mi rispose con molta tranquillità che sì, “sono stati pagati effettivamente settemila e venti euro, perché il lavoro è una cosa seria e va ben retribuito”. Riporto questo colloquio sul mio giornale, l’Altomilanese, con la risposta del sindaco tra virgolette. E da lì è partita la prima querela per diffamazione. Non solo per me, ma anche per il direttore della testata. E anche per tutti gli edicolanti della zona.

Sì, i giornalai. L’avvocato del sindaco, lo stesso Bonamassa, mandò una lettera di avviso di querela anche a tutti gli edicolanti di Sedriano e dei paesi vicini. Una pura intimidazione: “Avete esposto la locandina dell’Altomilanese che conteneva l’articolo di Ester Càstano, di conseguenza risponderete di questo in sede penale”. Secondo loro, il giornale doveva sparire dalle edicole.

Questa è stata la prima mossa del sindaco nei miei confronti, nonché l’ultima volta in cui ho potuto parlargli liberamente. Da allora è stato innalzato un muro di sbarramento: la comunicazione con il primo cittadino mi è stata letteralmente impedita. Non solo con lui, ma anche con la sua maggioranza. La giunta è composta prevalentemente da donne, il sindaco si è circondato di belle signore. E anche loro hanno fatto muro contro di me. Ovviamente per scrivere articoli di cronaca locale è indispensabile il colloquio con gli amministratori e con il sindaco. Ma a me è stato materialmente impedito di mettere piede nel palazzo comunale, un diktat preciso da parte del sindaco. Ho dovuto continuare a lavorare usando il telefono, senza poter più entrare in Comune.

Poi il sindaco ha minacciato di denunciarmi per molestie, sì, per molestie, tenendomi alla larga anche con il consenso dei Carabinieri. Come se io fossi una stalker, e non una giornalista che svolge il suo diritto dovere di informare. Ho ventidue anni, sono una giovane cronista. Ma lavoro in modo serio e senza equivoci. Non è escluso che il fatto di avermi visto così piccola, sola, una giovane ragazza, insomma, abbia favorito questo tipo di intimidazioni nei miei confronti. Magari un pregiudizio…La mia immagine non è certo quella di un giornalista, magari robusto, magari di un giornale importante. Probabilmente, se fossi stato un giornalista di 45 anni, ben piazzato, magari avrebbero usato altri sistemi per zittirmi. Però, non so.

Comunque le querele (4 in tutto) sono arrivate anche al mio direttore. In determinati ambienti probabilmente essere non solo donna, ma anche così giovane, non sempre facilita. Tant’è che un giorno, in consiglio comunale, il sindaco si è sentito autorizzato a darmi una lezione di giornalismo. Attaccandomi, anche senza fare il mio nome, dicendo che “non esiste più il giornalismo di una volta, oggi i giovani sono sfacciati, sfrontati, arroganti, vogliono gettare fango dappertutto, vedono il marcio dove non esiste, dovrebbero pensare a fare un bel po’ di gavetta” e affermazioni simili. Trascurando il fatto che, nonostante io abbia 22 anni, sono già cinque anni che faccio questo lavoro.

Io ho riportato questa sua lezione sul mio giornale. Quel giorno, ero l’unica cronista presente in consiglio comunale. Anche perché Sedriano è un comune molto piccolo, sono diecimila abitanti, non arriva la grande stampa. E anche quando si è cominciato a parlare di infiltrazioni della ‘ndrangheta, i colleghi se ne sono praticamente infischiati. E poi c’è stato l’intervento dei Carabinieri. Ogni volta che scrivevo un pezzo, venivo convocata nella caserma dell’Arma. Probabilmente il sindaco pensava che con l’intervento dei carabinieri io mi sarei tirata indietro, magari spaventata. Magari intimorita. Avrei smesso di scrivere sul suo operato. E’ successo molte volte, almeno una decina. Lui comprava il giornale, fotocopiava l’articolo che lo riguardava, lo dava ai carabinieri e chiedeva loro di convocarmi in caserma il prima possibile. Una volta in caserma il mio articolo veniva letto davanti al comandante, che mi invitava a smettere, a non proseguire con le mie inchieste. Il sindaco non è mai stato presente in caserma in questi incontri. Ero sempre io, da sola, con il comandante dei carabinieri.

A giugno, Celeste ha mandato l’ennesima diffida nei miei confronti, una lettera in cui venivo descritta come una persona violenta, che alza la voce in pubblico, che lo metteva in cattiva luce, che aveva un disegno per far rovinare la sua reputazione politica. Cosa che io non ho mai fatto. In quell’ occasione io chiesi al comandante di portare un breve messaggio al sindaco, chiedendogli un incontro alla presenza del mio direttore. Perché era successo che avevo incontrato il sindaco in piazza, e gli avevo fatto una domanda, e lui aveva chiamato i vigili, e il vicesindaco mi aveva placcato. sono situazioni poco piacevoli, soprattutto se sei una ragazza di ventidue anni.

Ma la giovane età, il fatto di essere una donna non mi è mai stato di ostacolo. Io non mi sono mai lasciata condizionare da questo. Anzi. Poi c’è stata la svolta. L’inchiesta sui legami con la ‘ndrangheta, e il 10 ottobre il sindaco è finito agli arresti domiciliari, coinvolto nell’indagine che ha portato in carcere l’assessore della Regione Lombardia, Domenico Zambetti per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nella stessa operazione è stato arrestato anche il medico Marco Scalambra, con l’accusa di aver tentato di offrire voti sporchi ad una lista civica del comune di Rho. Dall’ordinanza abbiamo appreso che il giorno del concorso di creatività femminile il sindaco Celeste aveva telefonato a Eugenio Costantino per invitarlo alla serata:”Vieni che c’è Nicole Minetti.”. Chi è Costantino? E’ un personaggio molto potente, legato alle cosche della ‘ndrangheta Di Grillo Mancuso. Padre di Teresa, consigliera di maggioranza pdl al Comune di Sedriano. Anche lui è finito agli arresti, grazie all’inchiesta della Procura di Milano.

Non posso dire di essermi presa una rivincita: per Sedriano, avrei preferito sapere di aver sbagliato io, durante questo anno. Perché se prima potevo essere una visionaria, adesso ci sono le carte che documentano i meccanismi, i sotterfugi, le amicizie non del tutto chiare da parte del sindaco e dei suoi amministratori comunali. Adesso finalmente sono arrivati gli atti della magistratura da leggere, su cui lavorare. A dimostrazione che non abbiamo mai inventato nulla. Le carte dicono che Alfredo Celeste, grazie alla sua amicizia con Eugenio Costantino, e anche con Scalambra, il medico del paese, “ha favorito l’affermarsi della cosca Di Grillo – Mancuso sul territorio di Sedriano”. Perché non è che a Sedriano esiste il mafioso con la lupara e la coppola in testa, che va in giro con pistola e proiettili. Oddio, i proiettili ci sono anche stati.

La mafia è la cosiddetta area grigia: il rapporto tra classe dirigente e le cosche. La criminalità qui al Nord si è via via istituzionalizzata. Nello specifico le cosche della ‘ndrangheta sono entrate dentro i consigli comunali. Non hanno più bisogno di bussare alla porta. Non si tratta più di un’ infiltrazione ma a quanto pare, a quanto dicono le carte, il consiglio comunale di Sedriano aveva dei legami robusti con la ‘ndrangheta. Non è più un’ infiltrazione come poteva essere una decina di anni fa, nell’hinterland di Milano con altre cosche, ma una vera penetrazione.

Spero comunque che non si faccia un polverone di tutta questa storia. Oggi i fatti mi hanno dato ragione, ma non mi aspetto delle scuse. Proprio perché ho sempre cercato di affrontare questa situazione da un punto di vista professionale e non personale. Questo sindaco Celeste le scuse non deve farle a me. Io ho solo svolto il mio lavoro, nonostante le difficoltà e le intimidazioni.Le scuse dovrebbe farle alle cittadine e ai cittadini. I soldi per le mie querele le stanno pagando loro. A me dispiace, per questo. Le scuse andrebbero rivolte anche all’ intera categoria dei giornalisti. Io non sono né la prima né l’ultima cronista minacciata. In un paese normale queste cose non dovrebbero accadere. Questo tipo di violenze verbali, o le intimidazioni in caserma dei carabinieri. Penso anche ai non certo piacevoli sguardi del vicesindaco.

Ora di tutta questa storia in tre sono finiti dentro, perseguibili per legge da parte della magistratura. Il sindaco, il medico, e il presunto boss. Ma la cosiddetta cricca, comunque, è rimasta fuori. Per quello che mi hanno fatto passare, dovrebbero scusarsi nei confronti dei giornalisti. Scuse dovrebbero farle, ma non me le aspetto.”

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34712&typeb=0&Giornalista-antimafia-siamo-tutte-Ester-Castano

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Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

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PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MALAFFARE, sociale, società, violenza

La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
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Come un gelato al lampone


di 

All’inizio della stagione estiva, i venditori di cocco camminavano spediti sulla spiaggia e urlavano: “Cocco! Cocco fresco”, poi a metà della stagione gridavano ancora, con minore convinzione. Qualche tempo dopo, semplicemente lo dicevano: Cocco fresco”. L’altro giorno uno di questi uomini con il frigo sulle spalle e la camicia sudata fino ai pantaloni, mi ha guardato, e ha mosso appena un po’ le labbra: “Cocco.”
Il ragazzo del Senegal che per primo mi disse: “Torno in Senegal a Settembre, che almeno là c’è lavoro”, non lo vedo più dalla fine di Luglio. Mi piace pensare che sia tornato prima al paese suo, e che ogni tanto pensi a noi, poveretti, a come siamo ridotti.

Eppure, a sentir le favole del telegiornale, questo per noi dovrebbe essere il momento della ripresa; hanno detto che mai la storia d’Italia aveva visto un consiglio dei ministri, ad Agosto, protrarsi così a lungo: ben otto ore. Era una cosa importante, e si parlava di noi e della nostra crescita. Per esempio finanziare le grandi opere, defiscalizzarle, il Ponte sullo stretto o la Salerno Reggio Calabria. Cose nuove e mai sentite, cose che davvero lasciano sperare. La mafia. Poi però non se ne è fatto più nulla per fortuna. In otto ore i ministri hanno deciso che per crescere bisogna privatizzare: le poste e la cultura. Bisogna fare un concorso per la scuola, con dodicimila nuovi disgraziati che staranno almeno trent’anni in una graduatoria che non si accorcia mai, e che anzi diverrà sempre più lunga visto che le scuole continueranno a chiudere.

Le favole son belle, perché lasciano in bocca un sapore dolce come il gelato di lampone.
La realtà è amara, quella sì, che non viene bene nemmeno a raccontarla.
Cosa sarà mai la privatizzazione della cultura?
La svendita dell’arte e dei musei, la chiusura delle scuole e il finanziamento alle scuole private che – cosa che non si dice mai – è libera di assumere il corpo docente e trattarlo come il corpo di uno schiavo, sottopangandolo, sfruttandolo e ricattandolo. Perché se vai da un preside di una scuola cattolica a protestare, quello ti mette alla porta, esattamente come accade in un call center o in un supermercato, o in uno di quei posti dove si vendono panini di merda con in regalo il giocattolino per il bambino.

Raccontavano la favola della finanza impegnata in operazioni anti evasione: le merci taroccate erano state sequestrate al porto di Palermo. Tutta merce che veniva dalla Cina, così simile all’originale da poter restare confusi. Gli orologi finto Rolex, dicevano, quelli che in questo periodo si vendono ai turisti sulle spiagge.
Raccontano la favola delle liberalizzazioni, senza dirti che nel mondo reale, quando ti svendi un paese al Fondo Monetario Internazionale, poi il debito lo devi pagare.
All’inizio della stagione, i senegalesi vendevano collanine colorate sulla spiaggia, e accendini, e cavigliere. La stagione, nonostante Beatrice, c’è ancora, ma i senegalesi non ci sono più. Siamo rimasti noi, ed è rimasta la campagna elettorale, son rimaste le elezioni e nessuno da votare.

FONTE: http://www.mentecritica.net/it/come-un-gelato-al-lampone/informazione/cronache-italiane/rita-pani/29322/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, razzismo, sociale, società

Angelica Varga, Colpevole Perché Rom


di 

Maggio 2008, Ponticelli, quartiere di Napoli. Angelica Varga, una ragazzina rumena di neanche 16 anni, di etnia rom, arrivata da poco in Italia, viene accusata di tentato rapimento di una bambina italiana. Presa e condannata successivamente a tre anni e otto mesi di carcere. Non ci sono prove né testimoni, solo la testimonianza della mamma della bambina, ritenuta dagli inquirenti pienamente credibile, nonostante le contraddizioni e la non verosimiglianza del suo racconto documentate dalla difesa. La stessa Polizia, nel suo rapporto conclusivo consegnato all’autorità giudiziaria, esprimerà “fortissimi dubbi” sulla “verosimiglianza” di quanto accaduto. Chi la giudica – dopo otto mesi di carcere preventivo – però non ha dubbi. Scrive addirittura che Angelica è “incline a compiere delitti analoghi” in quanto “zingara”. E questo la dice lunga su come certi pregiudizi siano presenti anche dove uno meno se lo aspetterebbe.
Lei si dichiara disperatamente innocente. Nulla conta il fatto che sia incensurata, nulla conta la sua giovanissima età. Niente attenuanti, niente benefici di legge previsti per i minorenni, niente misure alternative al carcere, come ad esempio l’inserimento in strutture di recupero. Il suo dichiararsi innocente aggrava addirittura la sua posizione. Infatti gli “sconti” di pena vengono concessi solo se l’imputato ammette di essere colpevole. Questa è la ragione per cui molti immigrati di fronte ad una condanna ritenuta inevitabile si dichiarano colpevoli. Questi casi andranno ad alimentare le statistiche, permettendo alle Lega e simili di “dimostrare” che gli immigrati e gli zingari commettono più reati degli italiani.

Angelica non ha confessato, si è “rifiutata di collaborare”. Starà in galera quasi quattro anni e mezzo. Così impara che essere zingara è un’aggravante.

Sei colpevole? Allora siete tutti colpevoli
Dopo l’arresto di Angelica, si scatena – come da copione in casi simili – la “sacrosanta rabbia popolare”. Ottocento rom devono scappare abbandonando nel giro di poche ore le loro misere abitazioni per evitare il linciaggio di massa da parte di gruppi di “pacifici cittadini” di Ponticelli aizzati da elementi della malavita locale e da improvvisati giustizieri che si fanno sempre vivi in circostanze come queste. Trionfa ancora una volta il “nobile e civilissimo” principio di ogni razzismo, per cui se uno zingaro è colpevole, allora tutti gli zingari sono colpevoli. Non è una novità nella storia delle persecuzioni di massa. Si saprà poi che due anni dopo, nel 2010, una serie di incendi in alcuni campi rom di Ponticelli erano stati commissionati da “onesti cittadini” di Ponticelli a personaggi della camorra per spingere alla fuga le famiglie rom ed evitare che i propri figli andassero a scuola con i bambini rom. In nome dell’integrazione, naturalmente. Gli arresti dei presunti responsabili sono stati effettuati proprio qualche settimana fa.

Il giorno dopo
Davide Varì è un giornalista (“pentito”, dice di se stesso) che nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei rom da Ponticelli è andato a intervistare alcuni dei testimoni dei fatti. La sua testimonianza, riportata nel suo blog, inizia così: Sono stato a Ponticelli, i rom non ci sono più e quanto segue è quello che ho visto … “Certo, io tengo paura degli zingari. Però, mo’ che li hanno cacciati, il mio amichetto di classe non ci sta più e a me mi dispiace assai”. Sta nelle parole di Marco – otto anni, della scuola elementare Enrico Toti – il senso di quel che è accaduto a Ponticelli nei giorni della caccia al rom. Nei giorni dei roghi, della furia popolare e delle strane infiltrazioni della camorra. D’o sistema. C’è ancora l’accanimento contro gli zingari “scocciatori, ladri e puzzolenti”; ma c’è anche la pietà, “perché in fondo – dice una giovane donna in attesa che il figlio esca da scuola – non facevano proprio nulla di male. Qui a Ponticelli, il vero problema sono gli spacciatori che arrivano fin sotto la scuola a vendere chilla merda”. E poi quella storia del rapimento della bambina a cui non crede nessuno. “Quella ragazza rom la conoscevano tutti. Mi sembra strano. E’ tutto molto strano”.

La fine dell’incubo
Oggi, scontata la pena, Angelica è libera e sta per compiere vent’anni. Dice che vuole dimostrare la sua innocenza (ci sarà il processo di appello), che vuole un lavoro (sa fare la parrucchiera), che vuole una famiglia, l’integrazione. Tanti auguri, Angelica.

Gli zingari che rubano i bambini, ovvero – come ebbe a dire Albert Einstein – “È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio”
Nello stesso periodo in cui avvenivano questi fatti, veniva pubblicata parte di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona, dal titolo “La zingara rapitrice”, a cura di Sabrina Tosi Cambrini (2008). Eccone una sintesi tratta dalla presentazione della ricerca: “Nella pubblicazione si esaminano minuziosamente le carte processuali di tutti gli episodi in cui una notizia di reato per sequestro di minore da parte di una rom è arrivata presso gli sportelli delle procure italiane, negli anni dal 1986 al 2007. In questi anni i ricercatori segnalano 40 accuse di rapimento da parte di rom. Di queste solo sette hanno portato all’attivazione di un procedimento penale. Tutte e quaranta si sono dimostrate infondate e non c’è mai stata alcuna condanna. Ennesima dimostrazione che tra le carte giudiziarie da una parte e quello che i giornalisti scrivono e quello che il senso comune reputa dall’altra, c’è spesso una distanza che si può colmare solo con pregiudizi razzisti e leggende metropolitane. La sceneggiatura tipica dei racconti delle madri che hanno denunciato una rom per aver tentato di portar via il loro bambino è estremamente convenzionale, e ribadisce il carattere stereotipo e favolistico di questi episodi: l’accusatrice è l’unica testimone ed è la madre del bambino che si vorrebbe rapito; è una giovane donna, di solito madre del primo figlio di pochi mesi; è una madre coraggio che riesce a sventare il sequestro del proprio figlio”.
La condanna di Angelica rompe questo schema. Per la prima volta, il 12 gennaio del 2009, data del processo contro Angelica, un giudice ha emesso una condanna di colpevolezza ai danni di una donna rom per l’accusa di sequestro di persona, creando così un precedente giudiziario. C’è solo da sperare nel processo di appello.

fonte :  http://www.mentecritica.net/angelica-varga-colpevole-perche-rom/informazione/bruno-carchedi/29164/

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Ilva di Taranto: il fallimento politico e industriale dell’Italia


La questione dello stabilimento dell’Ilva di Taranto in un paese democratico, civile e avanzato apparterebbe sicuramente al passato, a una storia di archeologia industriale, a un tempo in cui la vita e la salute degli operai non contava nulla rispetto al profitto della fabbrica. Invece la bomba ecologicache da decenni sta soffocando Taranto, causando innumerevoli casi di morti precoci nella popolazione della città, rimane sempre lì, sostenuta da un esplicito ricatto: o l’acciaieria (e quindi il lavoro) o il vuoto. Il fallimento di una imprenditoria retrograda, gonfiata da interventi pubblici sempre destinati sulla carta a una bonifica che non arriva mai, è il fallimento della politica, sostituita dalla magistratura. E si sa che i tribunali agiscono secondo le regole del diritto: chiudono gli stabilimenti fuori legge, accertano responsabilità, rinviano a giudizio i responsabili, aprono inchieste, allungano i tempi ma non possono sicuramente offrire un piano industriale capace di superare la dicotomia lavoro/tutela della salute che per decenni ha contrapposto le ragioni dell’ambiente con quelle dello sviluppo e dell’occupazione.

La magistratura avvia procedimenti tampone che possono pure destare qualche perplessità: l’ultimo provvedimento ha visto i giudici nominare Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, custode e amministratore delle aree e degli impianti sotto sequestro e al posto del commercialista nominato dal Gip per i compiti amministrativi. Dunque il padrone della fabbrica, che in questi anni ha fatto poco o nulla per la rigenerazione dello stabilimento, dovrà controllare la sua messa in sicurezza. Controllore e controllato coincidono.

Le ultime notizie sono queste: “Il tribunale ha disposto che «I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti».

Secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, «La conferma del sequestro anche se con diritto d’uso e degli arresti dei proprietari dell’azienda conferma l’impianto accusatorio del grave inquinamento ambientale causato dall’impianto. La strada tracciata dal Tribunale del Riesame è quella che prevede un forte e rapido ammodernamento degli impianti che per Legambiente deve avvenire attraverso una nuova Aia, che obbligherebbe l’azienda a procedere agli interventi. Gli atti d’intesa firmati negli anni scorsi a Taranto tra l’Ilva e le Istituzioni locali e nazionali ci hanno, infatti, insegnato che con l’azienda il gentleman agreement, come dimostrano le dichiarazioni di ieri di Ferrante, non funziona e che l’Ilva intraprende azioni per diminuire le proprie emissioni inquinanti solo se costretta. Non bastano le quattro modifiche impiantistiche di cui si è parlato ieri nella riunione tra enti locali e azienda, ma a nostro parere, come già ribadito con le nostre osservazioni inviate al ministro dell’ambiente Corrado Clini subito dopo la riapertura del procedimento di Aia dello scorso marzo, sono 26 i punti sostanziali e irrinunciabili da adottare nell’impianto e nelle pratiche operative per ridurre efficacemente le emissioni»“.

Così descrive la situazione l’Associazione Antimafie Rita Atria: “Non dimentichiamo che la prima denuncia è del 1965, la prima manifestazione ambientalista del 1971, la città è dal 1991 è “area a elevato rischio ambientale”, la prima condanna in tribunale per “getto di polveri” è del 1982 (quindici giorni di reclusione per il direttore dell’allora Italsider), la prima condanna per Emilio Riva arriva per i “parchi minerali” nel 2002, nel 2007 Emilio Riva e suo figlio Claudio furono anche interdetti dall’esercizio dell’attività industriale, e fu loro inibita la possibilità di contrattare con la pubblica amministrazione. Davanti a questa realtà le Istituzioni non hanno saputo tutelare i cittadini, non hanno saputo imporre il rispetto della legalità e del diritto. …

Riteniamo, pertanto, gravissime le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sull’ambientalismo isterico che consideriamo offensive e dannose. Il Presidente Vendola, così come molti altri esponenti istituzionali, dovrebbe chiedere scusa alla città e all’Italia intera per i ritardi e le omissioni istituzionali. L’azione di questi anni dell’associazionismo merita di essere ringraziato e sostenuto, a partire dall’Associazione PeaceLink il cui Presidente, prof. Alessandro Marescotti, è stato oggetto la settimana scorsa di una provocatoria contestazione durante il suo intervento ad un convegno pubblico. Le associazioni ambientaliste hanno, in questi anni, svolto i compiti di tutela pubblica e di analisi ambientale che spettavano alle Istituzioni. E dal mondo ambientalista è venuta l’unica proposta di progetto di bonifica dell’area e che salverebbe anche i posti di lavoro. Dimostrazione che il cosiddetto “ricatto occupazionale”, di cui in questi giorni si sono fatti portavoce alcuni politici locali e nazionali, gran parte della stampa locale e nazionale (comprese trasmissioni di quello che dovrebbe essere “servizio pubblico”) e, purtroppo, alcuni sindacalisti è falso ed è solo un favore alla proprietà e a chi non vuole un futuro migliore per Taranto: in tutta Europa esistono esempi di riconversioni industriali e, anche, di poli siderurgici che non mettono a rischio la salute pubblica e l’ambiente. Sono questi gli esempi che Taranto deve seguire, smontando tale ricatto e costruendo un avvenire dove l’aria possa tornare pulita e i cittadini non debbano vivere con il timore di ammalarsi o di vedere nascere figli già condannati”.

PeaceLink, associazione ambientalista con base proprio a Taranto, è da anni in prima linea per combattere una battaglia tanto vitale quanto difficile. Scriveva qualche giorno fa Lidia Giannotti per Peacelink:” Si è fatto in modo che i molti processi penali per inquinamento (a partire dal 1982) e le sentenze di condanna (a carico dell’Italsider prima e poi della società della famiglia Riva) non destassero clamore, infischiandosene del perpetrarsi dell’inquinamento, di nuovi reati e dell’evidenza di effetti sempre più devastanti per la popolazione.

Oggi che c’è più attenzione, si prova a far passare l’idea – folle – che la malattia dipenda dalla fotografia che ne è stata fatta e dal chirurgo (le associazioni che si sono adoperate in questi anni e i magistrati, intervenuti a tutela della legalità e della salute di tutti).

Ma alcune dichiarazioni e reazioni, che evitano accuratamente di parlare della città e delle vittime – quasi come al cospetto di una fanciulla offerta in sacrificio e riemersa all’improvviso dal mare – sono di ottusa e grottesca cecità.

Come proprio molti politici amano ripetere, sono dichiarazioni che offendono una seconda volta i morti e gli ammalati, i sempre più bambini con tumori infantili (il picco aumenterà a lungo e si fermerà solo dopo il 2020), le donne la cui vita ha significato passare da un capezzale all’altro, gli operatori economici le cui attività sono state spazzate via, i cervelli in fuga da un territorio il cui destino è sempre stato deciso altrove. Sono dichiarazioni che rispecchiano un’irresponsabilità dimostrata per anni e che non prospettano niente di buono per nessuno.

Sarebbe meglio, piuttosto, portare rispetto a chi ha sofferto e mettersi a lavorare sul serio, per il presente e il futuro di questi duecento mila cittadini.

Così facendo, si eviterebbe di prendere in giro anche il resto degli italiani, minacciato quasi ovunque ormai da rischi ambientali e sanitari atroci e spesso evitabilissimi, a condizione di adottare comportamenti sani e innanzitutto leciti – si ricorda che chi non esprime solidarietà alle vittime a volte solidarizza con chi è accusato di aver addomesticato i controllori – e di effettuare investimenti in tecnologie moderne che salvaguardino la persona. Tutto questo può avvenire solo in un contesto di politiche serie, trasparenti e lungimiranti”.

Un’acciaieria ubicata nel centro di una città popolosa è un non senso che testimonia come non possiamo impartire nessuna lezione ambientalista ai paesi inquinanti. Prima di dare lezioni guardiamo in casa nostra .

FONTE : http://www.unimondo.org/Notizie/Ilva-di-Taranto-il-fallimento-politico-e-industriale-dell-Italia-136490

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, opinioni, politica, sociale, società

Lettera a Paolo Borsellino


L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire ” Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Palermo, 19 luglio 2012

fonte : http://www.centrostudisao.org/2012/08/01/la-lettera-di-roberto-scarpinato-a-paolo-borsellino/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società, strage di Bologna, violenza

Ricordi di una Strage


Il Comune e l’Associazione parenti delle vittime lanciano un sito con l’obiettivo di raccontare le storie di chi ha vissuto quel tragico 2 agosto 1980.

Dalla lapide al blog collettivo, dalle manifestazioni di piazza agli hashtag online, la commemorazione di eventi del passato passa sempre più dalla rete.
Lo scorso anno la rete civica Iperbole del Comune di Bologna aveva invitato gli utenti a condividere su Twitter e Facebook un ricordo della strage di Bologna. Accompagnate dall’hashtag #ioricordo, erano arrivate decine di testimonianze di parenti delle vittime, di sopravvissuti, ma anche semplici di bolognesi che si trovavano a pochi metri dalla stazione il 2 Agosto 1980.
In occasione del 32esimo anniversario della strage, Iperbole rilancia il progetto con unTumblr che intende aggregare tutte le testimonianze condivise l’anno scorso e quelle che ancora oggi continuano ad arrivare. Un modo per sottrarre alla velocità della rete i migliori contributi e provare a costruire una memoria dal basso di uno degli eventi più tragici della storia italiana recente.

http://dueagosto.tumblr.com/tagged/vittime#.UBo-Z2E0OfU

Maria insieme ad Angela, la figlia di soli 3 anni, aspetta nella sala d’attesa. Stava partendo con due amiche, Verdiana e Silvana, per una vacanza sul lago di Garda. Angela è la vittima più piccola della strage. I resti di Maria furono furono riconosciuti solo il 29 dicembre. A casa Fresu, a Gricciano di Montespertoli, rimangono i genitori di Angela e i suoi sette fratelli. Il nonno Salvatore ricorda la sua nipotina Angela: “Voleva sempre venire sul campo con me, in trattore”.

ANGELA FRESU (3 anni)

MARIA FRESU (24 anni)

il #2agosto la mia nonna era nella sala d’attesa.Persone accanto a lei sono morte,lei è qua.Da quel giorno ha i capelli bianchi come la neve (Luca Ghinelli)

Giuseppe e Antonio, due fratelli, due compagni di giochi e lavoro. In vacanza a Rimini conoscono tre ragazze straniere e decidono di accompagnarle a Bologna a prendere il treno.Ricorda Antonio: “[…]e così siamo arrivati sul primo binario dove c’era proprio un treno che partiva per Basilea. Noi eravamo sulla destra delle sale d’aspetto, lontano dai vagoni, e per avvicinarci ci siamo avviati verso sinistra. Giuseppe camminava in fretta, andava sempre di corsa lui. Io invece mi sono fermato e voltato indietro per aspettare un nostro amico che camminava lentamente. A quel punto ho sentito un gran botto, poi sono svenuto e non ho visto più niente. Mi sono svegliato per terra, fuori della stazione, e mi hanno portato all’ospedale perché avevo la testa rotta. Giuseppe non l’ho visto fino alla sera, quando ho saputo che era morto”.

GIUSEPPE PATRUNO (18 anni)

Da wikipedia:

La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Come esecutori materiali furono individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai NAR, tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Alle 10.25 di 32 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B”, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).
Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi (La Stampa, 31.7.2010):

“I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

Lapide alla stazione di Bologna
I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).

Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità”.

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Sono immerso da mesi nella lettura – matta e disperatissima – di saggi, libri, paper, relazioni, Considerazioni Finali degli anni Settanta, al fine di completare con lo storico Sandro Gerbi un saggio dedicato alla figura di Paolo Baffi, Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell’esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l’assassinio del giudice Mario Amato – che indagava come il giudice Occorsio sui NAR – con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell’ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l’impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S: per approfondimenti, consiglio la lettura di Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, BUR Rizzoli

Strage di Bologna: ricordare per la democrazia

Messaggio del Presidente della Repubblica Napolitano a 32 anni dall’eccidio: “Il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo consente di trasmettere il senso della libertà e della democrazia”. Cancellieri: “Molti interrogativi restano senza risposta”.

“Nel trentaduesimo anniversario della strage rivolgo il mio pensiero commosso alleottantacinque vittime di quel vile atto terroristico e agli oltre duecento feriti, rimasti indelebilmente segnati dall’orrore di quella mattina, e sono vicino ai famigliari delle vittime e dei feriti”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi.

 

2 Agosto, Raisi contro Bolognesi: «È un abusivo»
Il deputato di Fli attacca il presidente dei familiari: «Non ha titoli per stare nell’associazione»

L’AMACA di Michele Serra
Basta avere perso la suocera per considerarsi a pieno titolo parente delle vittime di una strage? Sembra Achille Campanile, puro umorismo nero, è invece la cronaca politica di questo pazzesco Paese, nel quale uno dei condannati per la strage di Bologna (il serial killer Giuseppe Valerio Fioravanti) e un deputato di destra non convinto della sentenza (Raisi) accusano il presidente dell’Associazione delle vittime di non essere legittimato a quel ruolo perché in quella mattanza ha perduto solamente la suocera…
Ridere e piangere per la stessa notizia è cosa che capita sempre più spesso. Non sai se siano la vergogna o il ridicolo, l’ira o l’ilarità a garantire il miglior esito ai tuoi sentimenti. Nel dubbio, preferendo non fare domande a Fioravanti, è al deputato Raisi che chiediamo di chiarire meglio la sua posizione stilando una graduatoria che consenta ai parenti delle vittime di tutte le stragi di legittimarsi. È sufficiente perdere la moglie? Un figlio può bastare? E quanti punti in meno valgono, secondo Raisi, un cognato, un cugino? E un partner molto amato, ma non sposato regolarmente, vale, quanto a gravità del lutto, come un coniuge regolare, o la Chiesa metterebbe il veto?

In occasione del trentesimo anniversario, la ricostruzione a fumetti dei fatti della strage alla stazione di Bologna. Con prefazione di Carlo Lucarelli, intervista di Gian Antonio Stella a Valerio Fioravanti e un contributo di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna.

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli

Come accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione dellastrage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, eValerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

FONTI :

http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/08/01/anniversario-della-strage-di-bologna-la-polemica-raisi-bolognesi-lamaca-di-michele-serra/

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Bologna

http://www.rassegna.it/articoli/2012/08/2/90635/strage-di-bologna-ricordare-per-la-democrazia

http://www.linkiesta.it/bologna-strage

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2012/07/31/strage_bologna_tumblr_ricordo_online.html

http://dueagosto.tumblr.com/

http://www.beccogiallo.org/shop/edizioni-beccogiallo/31-la-strage-di-bologna.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/strage-di-bologna-il-vero-scandalo-nelle-parole-di-gelli/306727/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, sociale, società

Una piccola storia ignobile


di Giuliano Bugani

Disabile sciopera…

Ozzano Emilia. Assume toni drammatici il caso del ragazzo paralizzato, al quale il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, impediscono di costruire una rampa per disabili per uscire dalla casa. In una lettera disperata, indirizzata al sindaco alla Giunta, ai consiglieri, al Difensore Civico Regionale, la madre del ragazzo, Mara Valdrè, informa che il figlio ha deciso di fare lo sciopero dei medicinali, mettendo a rischio la propria vita. Il caso Valdrè era stato vinto al Consiglio di Stato, contro il quale, dopo anni di vertenze giudiziarie, il comune di Ozzano aveva perso la causa. Nonostante il Consiglio di Stato, il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, con una assoluta arroganza, continuano in questa battaglia legale ribadendo la propria posizione, senza considerare che ne va della vita di un disabile.

Ozzano, una piccola storia ignobile

La notizia trapela all’improvviso: il Giudice di Pace ha condannato il Comune di Ozzano Emilia a pagare le spese legali, dopo avere assolto la signora Mara Valdrè dal pagamento di una contravvenzione per occupazione di suolo pubblico. Come tutto ciò che trapela all’improvviso, lentamente si dipana il caso Valdrè, con inquietanti risvolti, anche penali. Intanto va detto che sono stati denunciati il sindaco di Ozzano, Loretta Masotti, il vicesindaco Luca Lelli, i tecnici comunali Tassinari e D’ Arco (quest’ultimo da poco in pensione). La denuncia è stata avanzata dalla signora Mara Valdrè, ozzanese, in seguito alla decisione dei tecnici comunali di non dare il permesso di realizzare una rampa di accesso per disabili gravi nel proprio parcheggio privato per l’ accesso di una lettiga, in quanto il figlio, a seguito di un grave incidente, è paralizzato. E per realizzare questa rampa, la signora Valdrè aveva recintato una parte dell’area privata.  Successivamente la polizia municipale aveva sollevato la contravvenzione alla signora Valdrè per occupazione di suolo pubblico. Ma a seguito del ricorso al Giudice di Pace, che, su parere del Ctu ha dichiarato che l’area è di proprietà della signora Valdrè, davanti a testimoni e Giudice di Pace compreso, l’agente della polizia municipale ha rilasciato risposte inquietanti, come ci racconta la signora Valdrè stessa: “Quando il Giudice di Pace ha chiesto all’agente di Polizia Municipale” (sul quale per ora manteniamo l’anonimato) “perché aveva fatto quella contravvenzione, ha risposto: Perché sono state fatte pressioni, indicando in alto con l’ indice”. A questo punto le cose potrebbero esplodere. Chi sono o chi è che ha fatto pressioni all’agente? E perché questa ostinazione da parte del sindaco Loretta Masotti, anche davanti a un caso umano come quello della signora Valdrè, con un figlio gravemente disabile?

Minacciata di morte

La cittadina ozzanese, Mara Valdrè, giorni fa si è vista recapitare una lettera anonima con minacce di morte. Immediata la denuncia alla caserma dei Carabinieri di Ozzano, ma essendo una denuncia contro ignoti, tutto potrebbe finire lì. Il fatto arriva pochi giorni dopo una querelle in riferimento alla vicenda di una realizzazione di una rampa per disabili, negata dall’Amministrazione comunale. Querelle che aveva avuto un primo epilogo nella condanna dell’Amministrazione stessa a pagare le spese legali, dopo l’assoluzione della stessa Mara Valdrè dal pagamento di una multa in relazione al tentativo di realizzare comunque la rampa per disabili nella sua proprietà. “Se Ozzano ti sta stretta – si legge nella lettera anonima attraverso titoli ritagliati da giornali – attenta, rischi ti scoppi addosso. Bum”. “Non mi lascio intimidire da vigliacchi che scrivono lettere anonime – afferma Mara Valdrè -. Andrò avanti con le battaglie per mio figlio”.

scrive al presidente Napolitano

Il progetto non è stato autorizzato. La signora Valdrè però non si è arresa, e i suoi avvocati hanno lavorato su due fronti, uno civile e l’altro penale. Il legale Maura Nicolì ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, che proprio in questi giorni ha bocciato l’ordinanza del Comune. Mara, dal canto suo, nell’attesa della decisione, si era rivolta persino al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Ho scritto che questi sono stati tre anni d’inferno, che mio figlio è prigioniero in casa. Mi hanno risposto dalla segreteria del Presidente, dicendomi che la mia pratica era appunto al Consiglio di Stato. Poi per fortuna è arrivata questa sentenza. Già nel 2010 dimostrai che il parcheggio era di mia proprietà”.

Ma c’è anche l’aspetto penale, su cui ha aperto un fascicolo il pm Antonello Gustapane. “Le indagini sono ancora in corso – dice l’avvocato di Mara, Francesco Miraglia – Al momento è indagato per abuso d’ufficio il geometra del Comune, e il pm ha in mano una relazione che dimostra come quella proprietà è privata”. “Io ho denunciato anche l’ingegnere dell’amministrazione e il sindaco Loretta Masotti – conclude Mara – Proprio il sindaco disse che quel parcheggio era pubblico, nonostante avessi dimostrato il contrario”.

FONTI :  http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/07/20/disabile-sciopera/

http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/02/22/ozzano-una-piccola-storia-ignobile/

http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=2669

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/09/news/disabile_prigioniero_in_casa_scrive_al_presidente_napolitano-34746634/

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Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?


Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.

Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:

«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.

La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.

Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».

Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

COMMENTO AL VIDEO (Daniele)

“Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda)”

Premesso che ho appena trasgredito ad entrambi i consigli, a rendere ancora più acida questa bile nera che sale è sapere che dovrai reprimerla, perchè urlando ai quattro venti tutto ciò che hai visto ci sarà chi non vuole ascoltarti, chi non sa e chi non vorrà sapere.
A loro basta la verità ufficiale.
D’ altronde la strategia della verità ufficiale è una non-strategia, la strategia già vista e rivista di appiccicarti un’ etichetta sulla fronte, il “blec bloc”, quello dei centri sociali, il diverso.
Il diverso che parla di cose diverse.
E poi sono loro che non parleranno di ciò che non parlerai tu, non parleranno di chi muore sotto i manganelli, non parleranno di valli trucidate da ferrovie assassine, non parleranno di chi nelle carceri paga l’ ottusità di un intero sistema.
Lasciano che tutto ciò, a farlo, sia tu.
Solo tu.
Sarai solo tu a parlare di Piazza Alimonda.
Sarai solo tu a parlare di Aldrovandi.
Sarai solo tu a parlare di CIE.
Sarai solo tu a parlare di TAV.
Sarai solo tu, come un povero scemo, a parlare a vanvera di nomi e di sigle.
E sarai un diverso, stavolta per davvero.
Come loro hanno sempre voluto.

Loro parlano di escort, spending reviev, conti e bilanci che non tornano ma anche si, e ciò di cui parlerai tu sarà solo ciò di cui parla il blec bloc.
Parole nere.
Se a questo ci aggiungiamo che il “partito di sinistra” spende forze e striscioni per dissociarsi da “chi lancia le pietre”, beh, il gioco è fatto, anche perchè come dice il video al 48° minuto “Vatti a fidare di un no-global!”

E la rabbia sale, sale, sale, e poi basta.

FONTE : http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071

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Ancora parole su Carlo e su Genova, sì


Undici anni fa l’uccisione di un ragazzo nei giorni dell’incubo. Genova tra le battaglie perse e uno scorcio di realtà per un Paese sempre uguale a se stesso.

Perchè un altro articolo su Carlo? Perchè altre parole suGenova? Perchè oggi ricade una data che in qualche modo lo impone, perchè pochi giorni fa sono arrivate le condannedefinitive per  qualche poliziotto e quelle terribili a carico dei manifestanti. No. Perchè è giusto ed indispensabile che anche una sola persona in più sappia cosa è successo e veda con i propri occhi il sorriso di un ragazzo. “Diaz non è un film” e Carlo non è un simbolo. E’ un ragazzo ucciso con calcolata ferocia, uno tra le tante e i tanti che a partire da quel luglio hanno subito la violenza armata delle forze dell’ordine, la violenza meschina della presunta “politica”, la violenza spietata della sedicente “giustizia” e la violenza avvelenata della cosiddetta “informazione”.

In questi giorni su Giap vengono rilanciate le numerose e puntuali inchieste realizzate per far luce su quanto accadde al G8 del 2011, perchè “tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso”. Semplicità che fa male. A distanza di 11 anni Genova è lontana ed è vicina. Uno scorcio di realtà in un Paese aggrovigliato nelle proprie ombre, sempre più uguale a se stesso. Incapace di fare i conti con la propria storia e di guardare al di là del naso del demiurgo di turno. Che dopo il sorriso di Carlo ha spento quello di Aldro e quello di Stefano e di altri ancora.

Genova mistificata. Genova chiusa in un cassetto. Genova senza giustizia. Genova con poche verità. Genova ferita. Genova sconfitta. Ma Genova viva, ancora, fra le dita di tanti che hanno respirato quell’aria. Genova presente, ancora, per chi non c’era ma ha cominciato ad esserci da quell’istante.

Speciale / Genova 2001
Le poltrone cambiano, l’ingiustizia resta

 

Diaz, la prima sentenza è un “amnistia per la polizia”: assolti i vertici. Ma le cose cambiano in appello, condannati alti dirigenti. Nel luglio 2012 la cassazione conferma le condanne. Bolzaneto, 15 condanne e niente tortura, poi in secondo grado interviene la prescrizione. Resta però la responsabilità civile. Dei 25 manifestanti rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio, dieci condannati in appello. Il 13 luglio 2012 la cassazione conferma cinque condanne, da 6 ai 14 anni, che diventano esecutive. Gli altri cinque rinviati in appello ma limitatamente alla concessione delle attenuanti.
Il 17 novembre 2007, contro il processo ai manifestanti, si era svolta a Genova, con straordinario successo, una manifestazione nazionale. Di nuovo a Genova, in cinquantamila, nel decennale, il 23 luglio 2011.
Rivelazioni. Falsi documenti. Ammissioni. Intercettazioni. Risarcimenti. E promozioni. Come quella di Gianni De Gennaro al ministero di Amato e poi al commissariato per i rifiuti campani, e quella del suo vice Antonio Manganelli a capo della polizia. Ingiustizia è fatta. Notizie, testimonianze e materiali audiovisivi raccolti negli anni da Zeroincondotta.

http://www.zic.it/g8-2001/

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Genova 2001, nomi e cognomi


 La preparazione di Genova 2001, la protesta, il dopo G8, sono per molte ragioni il simbolo dell’emersione di punti di vista e di pratiche sociali che hanno segnato la storia di singoli cittadini, di movimenti e pure di media indipendenti. Indirettamente anche di Comune-info, che all’epoca non era nato, ma tutti i suoi promotori e redattori erano lì. Di seguito, un articolo che ricostruisce in modo puntuale quanto accaduto negli ultimi anni, partendo dai processi. Non lo leggerete sui «grandi» media. Fatelo girare, come hanno cominciato a fare Wu Ming e altri.

I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: Il G8 di Genova non si può derubricare ad una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale la pena di chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.

Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, mentre Mastella spiegò che non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77). Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora partito democratico. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in un’intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 Luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverne, oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiedeva Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.

Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabiniere, ovviamente di Alleanza Nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale. Peccato che durò dalle 10 alle 16,30. E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta bocciata nel 2007 ci fu una commissionediindagine poco dopo i fatti del G8 con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra e una di rifondazione). Rileggendole oggi si scopre che contenevano già tutti gli elementi necessari per farsi un’idea di quello che era accaduto avanzando anche delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio. Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistatol’anno scorso dal Manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì archiviarlo dopo che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana (Lega Nord). Il motivo? Definiva tortura solo il comportamento reiterato, con il paradosso che che se fosse stato fatto una volta sola, su una o più persone, non sarebbe stato reato. Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti del parlamento mentre l’Italia è ancora inadempiente rispetto al trattato internazionale sottoscritto nel 2003. Del resto cosa ne pensasse la Lega fu chiaro quando, Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, intervistato nel 2008 da Repubblica disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura perché: «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. E non sono stati i soli. Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto codici identificativi, commissione d’inchiesta e reato di tortura (oltre al bando del pericoloso gas CS dei lacrimogeni e alla sospensione dei poliziotti condannati) sia al PresidentedellaRepubblica, Napolitano, che aisegretaridelcentrosinistra, Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. E questo nonostate il fatto che perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, avesse avanzato la richiesta di scuse da parte dello stato e di dimissioni dei responsabili dell’ordine pubblico. Anche perché la Diaz si sta dimostrando un caso non isolato. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia, passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi, in corso o in partenza, incombe la prescrizione.

Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti a al lavoro della segreteria del genova social forum che hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibiliinrete e hanno smentito tutte le ricostruzioni mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione, smentendo le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana mandò in onda il video di Indymedia qualche tempo dopo, oscurando il logo del network). Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine divideo e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci, alimentando per oltre dieci anni un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali, se non con l’eccezione di qualche cronaca locale, che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come «Genova nomep er nome» di Carlo Gubitosa o Leclisse della democrazia» di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto. Questi racconti non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc., mentre continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.

Per esempio, quei giornalisti che hanno riportato le parole sulla professionalità dei condannati di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare IDV, non avrebbero fatto un servizio più completo aggiungendo che questi due politici sono stati avvocati difensoririspettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?

Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzicherischiano 100 anni di pena complessiva in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. E poi c’è il tema delle scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti, che invece non si sono visti in questi 11 anni. E invece alle istituzioni bisognerà porre un’altra domanda: come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?. Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non si tratta di generiche responsabilità politiche, ma di chiamare con nome e per cognome le persone coinvolte. Altrimenti non avremo un alibi se Genova sarà solo l’ennesima pagina nera della storia di questo paese raccolta in un libro che non si vuole chiudere.

FONTE : http://comune-info.net/2012/07/genova-2001-nomi-e-cognomi/

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Siamo tutti fascisti


In qualche modo, oggi si chiude la lunga orbita che questo paese e tanti di noi hanno iniziato a percorrere 11 anni fa. Che quella del g8 di Genova fu macelleria messicana oggi è verità processuale, non più impugnabile. Dopo un decennio, la repubblica, con inaccettabile ritardo, viene a sapere che sul suolo metropolitano persone innocenti e pacifiche sono state barbaramente torturate e che la verità dei fatti fu completamente travisata nei verbali ufficiali delle forze dell’ordine. Tutto questo non in uno staterello africano dal nome impronunciabile, ma nel cuore dell’antica Europa, in una delle 8 nazioni più economicamente avanzate del mondo.

Chi non è mai stato oggetto di un pestaggio o di una vessazione fisica non può sapere che se il dolore e le ferite (almeno quelle che non inducono invalidità permanenti) passano., l’umiliazione che viene imposta all’anima attraverso il corpo, no. E questo diventa veramente inaccettabile quando il carnefice non è un nemico, uno che parla un’altra lingua o indossa un’altra divisa, ma uno che gioca nella tua stessa squadra. Uno del quale, in un modo o nell’altro, hai avuto fiducia perché sulle mostrine porta la tua bandiera.

A meno delle inqualificabili leggi razziali, gli aspetti più truci del fascismo il nostro paese non li ha vissuti nel ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale, ma probabilmente nei 50 che l’hanno succeduta, quando in nome dell’integrità militare e politica dell’occidente, la democrazia sulla quale idealmente era stata fondata questa nazione si è andata lentamente svuotando di significato fino a trasformarsi nel concetto astratto di cui ora siamo tristemente protagonisti.

L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini. La Chiesa, i Carabinieri, i Partiti, i Sindacati, ecc. regnano come pallidi signori medievali su una terra oscura, senza il barlume di una scintilla di luce. Morta nell’anima prima che nel lavoro e nella politica.

E in questo fascismo intrinseco indotto dalla sfiducia in sé stessi, gli italiani si trovano ad avere come capi della polizia gli stessi che dieci anni prima avevano ordinato, corrotto, picchiato ed infine mentito. “Grandi professionisti” dicono i giornali, quasi a farci pensare che la pena per costoro “che nel frattempo avevano fatto carriera” giunge inopportuna perché le forze dell’ordine ne escono “decapitate”.

Triste è il paese che ha bisogno di eroi, tristissimo quello che si ritrova questi eroi come capi di forze dell’ordine. Gente la cui mancanza di professionalità è un dato così evidente che non può essere citato perché vorrebbe dire mettere in crisi il sistema s nella sua stessa spina dorsale. Tanti i fatti, anche recentissimi, che lo dimostrano senza ombra di dubbio e senza possedere quelle competenze che per caso io, in prima persona, mi ritrovo a possedere. Non li cito per rispetto delle vittime, ma sappiamo tutti di chi stiamo parlando.

Una polizia incompetente, improvvisata e pronta truccare le carte è l’indispensabile stampella sulla quale si poggia una classe dirigente corrotta e criminale. Classe dirigente che noi abbiamo la colpa di tollerare e sostenere da anni perché nel cuore, magari nella parte più nascosta, siamo tutti fascisti.

fonte : http://www.mentecritica.net/siamo-tutti-fascisti/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/26995/

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10×100


[…]Che tempi sono questi in cui
Un discorso sugli alberi è quasi un reato
Perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
Forse non è più raggiungibile per i suoi amici
Che soffrono?
[…] b. brecht, 1939 – “A quelli nati dopo di noi”

Quando abbiamo lanciato la campagna 10×100 non immaginavamo che migliaia di persone sul web avrebbero raccolto questo appello.
Manca una settimana alla sentenza in Cassazione, quando 10 manifestanti, nostri compagne e compagni, vedranno deciso il loro immediato futuro. Se la sentenza di condanna in appello venisse confermata, il carcere diverrebbe la loro realtà quotidiana per i prossimi anni.

Nell’incontro “Costruzione del nemico : criminalizzazione degli indesiderati da Genova ad oggi” abbiamo voluto indagare insieme ad avvocati e attivisti per i diritti civili il peso che certe condanne – politiche – hanno nel ridefinire gli spazi del nostro agire, non solo in quanto attivisti, ma anche come abitanti di questo paese.

Pensiamo ai diversi casi di tortura che avvengono nelle celle delle caserme e delle carceri. Pensiamo alla progressiva sostituzione delle leggi con la decretazione d’urgenza. Ai diversi pacchetti sicurezza prodotti negli ultimi anni. Alla individuazione di siti di interesse strategico senza ascoltare le ragioni delle popolazioni (Val di Susa, discariche, siti per la costruzione delle centrali nucleari). Pensiamo al referendum popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, disatteso e inascoltato. Pensiamo, quindi, all’accanimento con cui hanno perseguito 10 persone condannate per devastazione e saccheggio: un reato figlio del fascismo che
punisce in maniera spropositata reati lievi contro le cose, o la resistenza. Ma soprattutto punisce anche solo la partecipazione, la ”compartecipazione psichica”.

Il messaggio è chiaro, come ha dichiarato anche Antonio Manganelli nella sua relazione del 20 febbraio scorso: non è più importante capire se si commette un delitto o meno, ma che il solo manifestare, il solo scendere in piazza è già un elemento di colpevolezza.
In altri paesi certe dichiarazioni desterebbero scalpore, soprattutto se escono fuori dalla bocca del vicecapo della polizia all’epoca delle manifestazioni contro il G8 di Genova. Siamo però in Italia, e sappiamo che la catena di comando di Genova 2001 ha nel frattempo ottenuto avanzamenti di carriera e siede oggi ai vertici delle forze di polizia e d’intelligence del paese. Sappiamo che la Camera dei Deputati non ha mai voluto aprire una commissione d’inchiesta su quelle vicende. Sappiamo che si è voluto circoscrivere Genova a un enorme problema di ordine pubblico, che andava gestito con tutta la forza necessaria.

Nel suo libro “In marcia con i ribelli” Arundhati Roy torna a raccontare la “guerra ai poveri” condotta dallo stato indiano in difesa dei grandi poteri economici. A noi, che viviamo nella cara vecchia Europa, si dice che dobbiamo sopportare le ricadute pesanti della crisi economica, cercando di ritrovare l’ottimismo.

Se non vogliamo chiamarla anche noi guerra ai poveri è certo che le misure di austerity e le ‘manovre d’estate’ dei diversi stati europei ci renderanno tutte e tutti un po’ più poveri di prima, restringendo poi ulteriormente gli spazi d’espressione e di partecipazione delle e dei cittadini.

Le ragioni di una campagna come questa, dunque, risiedono qui.
Nel ricordare che prendere parola per i 10 condannati per devastazione e saccheggio vuol dire affermare che le vite delle persone valgono più di un oggetto danneggiato durante una manifestazione. Che la solidarietà è un valore opposto e contrario alla solitudine in cui le si vorrebbe lasciare. Non si tratta di decidere se sia giusto o sbagliato, se ci siano metodi più o meno corretti di manifestare. Si tratta, oggi più che mai, di capire che c’è una sfera incedibile si sovranità, che è quella che attiene al dissenso, alla volontà di cambiare le proprie condizioni di vita, di pretendere il meglio per sé e per gli altri.

Per questo diamo appuntamento davanti alla Cassazione a Piazza Cavour per le ore 10:30 per una conferenza stampa e a partecipare al presidio indetto.

APPELLO ALLA SOCIETÀ CIVILE E AL MONDO DELLA CULTURA

La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti.

Assemblea di supporto ai e alle 10 di Genova 2001

 

fonte : http://www.10×100.it/?p=786

appello http://www.10×100.it/?page_id=19

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Mio fratello, una macchia sul muro.


« Mio fratello, una macchia sul muro… »
(Margherita Asta, figlia di Barbara Asta)
Con la strage di Pizzolungo si intende l’attentato dinamitardo con cui la mafia intendeva uccidere il sostituto procuratore Carlo Palermo, uccidendo invece una donna e i suoi due gemellini.

“Rassegnati alla morte non all’ingiustizia le vittime del 2 aprile 1985 attendono il riscatto dei siciliani dal servaggio della mafia. Barbara, Giuseppe e Salvatore Asta”. Così  recita la stele nella spiaggia in prossimità di Trapani in memoria delle vittime della strage di Pizzolungo. In quel  drammatico attentato, il 2 aprile 1985 Margherita Asta, all’età di soli undici anni, in un istante ha perso la madre Barbara e i fratelli più piccoli, i gemellini Salvatore e Giuseppe, di sei anni. Tutti travolti e uccisi dalla violenza di Cosa Nostra. Obiettivo dell’attentato era il sostituto procuratore di Trapani, Carlo Palermo: era per lui l’autobomba posizionata sul ciglio della strada che da Pizzolungo conduce a Trapani.

Una tragica fatalità, però, lo salvò: la sua auto incontrò lungo il tragitto l’utilitaria guidata da Barbara Asta e la superò proprio nel punto in cui i sicari avevano posizionato la vettura con l’esplosivo.

Tra i primi soccorritori del giudice Palermo c’era anche il padre e marito Nunzio Asta: non si è accorto che in quell’inferno c’era anche la sua famiglia e verrà avvisato della tragedia soltanto qualche ora più tardi, da un poliziotto che al telefono gli chiede il numero di targa di quella Volkswagen guidata dalla moglie. Nunzio morirà di crepacuore nel 1993.

Post Scriptum

Per la strage di Pizzolungo sono stati condannati i boss Totò RiinaVincenzo VirgaBalduccio di Maggio e Nino Madonia. L’esplosivo che fece a pezzetti Barbara, Giuseppe e Salvatore dicono sia dello stesso tipo usato nella strage del Rapido 904, che  il 23 dicembre 1984 fece 17 vittime. Una eccidio inspiegabile di cui è stato riconosciuto colpevole lo stesso Riina. E non è forse un caso che un altro uomo che collaborò al botto di Pizzolungo, Gioacchino Calabrò, sia lo stesso “esperto” d’esplosivo che diede il suo contributo alle stragi del 1993.

Oggi Giuseppe e Salvatore Asta avrebbero 33 anni. La loro madre appena 57. A mantenerne viva la memoria è rimasta la sorella Margherita Asta, 11 anni all’ epoca della strage.

Nel 2008 ai due gemelli è stata finalmente intitolata la scuola di Erice. L’anno dopo qualcuno ha deciso di protestare dando alle fiamme l’edificio.

Se ai tempi di Ciaccio Montalto se ne negava l’esistenza, adesso non solo siamo certi che la mafia esiste, ma possiamo anche dire che spesso è stata un service che spara su input di livello superiore.

FONTI http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/02/pizzolungo-anni/201790/

http://www.antimafiaduemila.com/2012040236443/focus/27-anni-fa-la-strage-di-pizzolungo.html

http://senzamemoria.wordpress.com/

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, FORZE DELL'ORDINE, magistratura

Perché sto con la mamma di Aldrovandi – di Ilaria Cucchi


Noi eravamo presenti al momento della pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione. Lucia Uva, Domenica Ferrulli ed io. Perché noi in questi anni siamo diventati una famiglia.
Noi sappiamo cosa significa lottare momento dopo momento per una giustizia che si da per scontata ma che molto spesso non lo è.

Noi sappiamo quanto è importante per noi, e per quelli come noi, che finalmente e definitivamente coloro che hanno tolto la vita a un ragazzino che non aveva fatto niente di male siano stati giudicati colpevoli. Questa è la giustizia in cui vogliamo credere. Questo ciò che da a noi la speranza di andare avanti.

Questo ciò che è riuscita a fare, da sola, Patrizia Moretti. Per la sua famiglia, per Federico che ora le sorride da lassù ma che mai nessuna sentenza potrà restituirle. Ma anche per l’intera collettività. E per noi, che senza il suo coraggio non avremmo mai trovato la forza necessaria per intraprendere battaglie di simili dimensioni.

Patrizia lo ha fatto sapendo bene che quanto aveva di più prezioso non le sarebbe stato restituito da una sentenza di condanna. Nella quale ella stessa, pur sapendo benissimo come erano andate le cose, avendo imparato a sue spese a conoscere questa giustizia in tanti momenti non ha sperato.

E lo ha fatto anche nell’illusione di poter cambiare una cultura. Quella terribile per la quale chi indossa una divisa ha ragione a prescindere. Ma contro il pregiudizio e l’ottusità a volte non basta nemmeno questo. Se oggi, di fronte all’evidenza delle atrocità che hanno fatto coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi, c’è ancora chi ha il coraggio di difenderli. E non solo. Purtroppo.

Patrizia ha visto calpestata la vita di suo figlio, appena diciottenne e con tutta la vita davanti, ed oggi dopo tanto dolore aggiunto al dolore, quello di una lotta impari affrontata con lo strazio della consapevolezza che ormai la sua vita era finita nello stesso istante in cui era finita quella di Federico, vede calpestata anche la sua memoria.

Ma che senso ha tutto questo?
E la nostra realtà politica non ci aiuta.
Troppo presi evidentemente a fare leggi su misura per loro. Ignorando quali sono i problemi veri della gente comune.
Gente che per merito della nostra giustizia riesce a fatica a far emergere realtà scomode, grazie solo ed esclusivamente alle pubbliche denunce. Quelle rivolte alla gente normale.

Quelle che fanno indignare il vicino di casa e l’impiegato dell’ufficio postale, che solo in quel momento assumono consapevolezza dei soprusi che avvengono ogni giorno nell’indifferenza generale.
Perché fa comodo a tutti non parlarne.
Così. Come se niente fosse successo.
Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema.
Molto meglio chiedere a noi di farcene una ragione.
Sfatiamo questo mito. La giustizia non è uguale per tutti.
Cambiano le persone che comandano questo Paese, ma non cambia la mentalità. Se il ministro degli interni, piuttosto che tacere, ritiene opportuno esprimersi in maniera vaga anziché compiacersi per la vittoria della giustizia, quella vera, una volta tanto.

Cosa dovremmo pensare noi?
Che siamo soli. E ancora una volta qualcuno ce lo ha dimostrato.
Ma niente e nessuno riuscirà a farci desistere dal nostro bisogno di giustizia. I nostri cari non sono morti per un puro caso, ma per colpa di chi avrebbe dovuto tutelarne i diritti.

E nessuno può chiederci di far finta di niente.
Lo sappiamo bene quanto è e sarà dura.
E sappiamo anche bene che possiamo confidare solo su noi stessi, sul nostro avvocato e angelo.

E sul coraggio di Patrizia.
Che ha cresciuto un ragazzo fantastico, che sarebbe stato accanto a lei per tutti i giorni della sua vita, se quattro assassini non avessero deciso di portarlo lontano da lei.

fonte globalist 26 giugno 2012

( DALLA PAGINA FACEBOOK https://www.facebook.com/photo.php?fbid=480376628655830&set=a.120858557940974.18402.120344521325711&type=1&ref=nf)

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Federico mio fratello


Succede che in un afoso sabato sera d’inizio estate all’indomani della sentenza che conferma la pena di 3 anni e 6 mesi per gli agenti Enzo Pontani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Paolo Forlani, ritenuti responsabili dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi (e che i quattro non sconteranno perché già bonificata dall’indulto), Rainew24 mandi in onda questo documentario lento e straziante sul viaggio verso la giustizia lungo sette anni di una madre, di un padre e di un fratello minore.

E grazie a internet scopri quasi subito che l’esplosione della tua emozione è solo un pixel di un’onda gigantesca di cuori contratti e catturati come il tuo nel medesimo istante dalle stesse immagini e parole, in un insieme compatto che rende più sopportabili un dolore e uno sgomento altrimenti ingestibili.

Poi il giorno dopo col diaframma ancora in tumulto e una riserva di lacrime in rifornimento, vieni a sapere che sulla pagina di Prima Difesa Due (“FACCIAMO TUTTO PER TUTELARE I DIRITTI UMANI DI CHI INDOSSA UNA DIVISA… NOI DALLA PARTE GIUSTA”, dice la fondatrice Simona Cenni) è scattato lo sdegno accorato dei sostenitori dell”operato degli agenti riconosciuti colpevoli e che in realtà sarebbero le sfortunate vittime della violenza incontrollata di un drogato diciottenne di ritorno da un concerto.

E a colpirti in pieno naso col culo della padella sono più i toni dei contenuti, come sempre avviene quando il disprezzo e l’aggressività decidono di copulare e generare mostri.

In questa volgare guerra di sputi in cui scopri che la madre di Federico avrebbe allevato un cucciolo di maiale, che lei e il marito sapevano e appoggiavano l’utilizzo di droghe da parte del figlio e che con i 2 milioni di euro di risarcimento oggi faranno la bella vita alla faccia dei quattro poliziotti ligi al dovere ai quali hanno distrutto per sempre l’esistenza, il tanfo dell’odio a giustificare l’ingiustificabile che ti assale rimanda all’ottundimento emotivo durante l’ascolto dei commenti fra colleghi intercettati dopo l’assassinio di Carlo Giuliani, la visione delle ferite sul cadavere di Stefano Cucchi, la lettura della perizia medico-scientifica sul corpo martoriato di Giuseppe Uva.

Ogni dettaglio grida giustizia nella vicenda di Federico come nelle altre e se malgrado il manto di omissioni e protezione in questo caso si è giunti alla conferma della condanna, evidentemente condanna doveva essere, con buona pace dei mantra di sdegno di chi parteggia per i robocop sottopagati ai quali il gioco del manganello quella notte è sfuggito di mano.

E che la giustizia sia cosa da aggirare e arginare nella logica di certi ambienti al di sopra delle parti è confermato dall’eliminazione immediata, alla notizia che i genitori di Federico hanno sporto querela, della cascata di commenti offensivi tanto spavaldamente lasciati sulla pagina amica solo poche ore prima (tardi, comunque, le pagine sono state ampiamente fotografate e diffuse sul web).

Non si capacita la fondatrice del gruppo Simona Cenni (quella che difende i giusti), querelata lei stessa insieme a Sergio Bandoli (quello del cucciolo di maiale) e Paolo Forlani (quello condannato che non sta più zitto e sfoga a insulti la rabbia di sette anni di ingiustizie). Chiede di non fare commenti, la Cenni, inutili, la vicenda si commenta da sola dice, e per una volta siamo d’accordo.

Io però avrei una domanda se posso, una domanda incauta e spaventosa che riguarda quello che non sappiamo e non sapremo mai su eventuali casi simili di “allenamento machista in divisa” sulla pelle di figli e fratelli senza genitori e sorelle a chiedere instancabili l’accertamento di verità che sfuggono alla versione ufficiale e gridano il linguaggio dell’intelligenza etica e civile.

 

 

FONTE :  http://sentogentepensocose.wordpress.com/2012/06/25/federico-mio-fratello-60/