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BLACK BLOCK, E TUTTO PASSA IN SECONDO PIANO


Bastano poche ore per distruggere tutto: Vetrine, auto, un movimento di protesta, il sostegno della gente. E’ esattamente ciò che è capitato nel MayDay 2015. Il pericolo dei Black Bloc era previsto da mesi, eppure non si è riuscito a far nulla per evitare ciò che è successo. O semplicemente, non si è voluto far nulla. Qualunque sia il verbo da adottare, il risultato di tutto ciò è sotto i nostri occhi. E’ facile commentare le distruzioni di negozi ed autovetture avvenute a Milano. Ancor più facile, sarebbe sottolineare l’idiozia di questi individui. Questo perché non c’è alcun motivo valido per giustificare l’accaduto. Se il messaggio era: “Combattere il capitalismo e le sue sfaccettature”, comunque non si è riusciti a farlo. Questo perché il capitalismo non è l’auto del privato cittadino, o la bottega di qualche poveraccio. Il capitalismo è ben altro. Così facendo, invece, si è voluto dimostrare al mondo quanto fossero confuse le idee di queste persone. Il messaggio che è venuto fuori dalle devastazioni del primo Maggio, è stato quello di distruggere ciò che è facilmente attaccabile, come auto o negozi, senza avere alcuna voglia di combattere ciò che invece andrebbe combattuto. E soprattutto, si è oscurato completamente il dissenso verso l’EXPO…  […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/05/06/black-block-e-tutto-passa-in-secondo-piano/

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A REPORT, UNA CADUTA DI STILE


 REPORT OCHENell’ultima puntata di Report, si e’ parlato di oche o meglio, di piume d’oca. Sono state mostrate immagini cruente di poveri animali sanguinolenti e spiumati, girate segretamente da una giornalista nei vari allevamenti europei, dall’ Ungheria alla Romania e anche in Moldavia. Si sottolineava il fatto che le oche venissero spiumate senza tener conto della normativa europea che prevede la tecnica del pettinamento anziche’ dello spiumamento. Che gli animali venissero spiumati il doppio di volte di quanto fosse sancito dalle norme dell’ Unione e che il risparmio per il compratore fosse di poche decine di euro a confronto di un acquisto da allevamenti in regola con le norme disciplinari. Si e’ attaccato quindi il proprietario della Moncler, il maggior produttore di giubbotti con piumino d’oca, che vende il proprio prodotto a prezzi altissimi. Nella settimana seguente, il titolo Moncler ha subito una perdita in borsa di oltre il 5% del proprio valore azionario per le proteste degli animalisti che hanno raggiunto livelli elevatissimi. Personalmente,vorrei porre alla conduttrice di Report Milena Gabanelli qualche domanda .

Dopo il servizio mi sono chiesto :  E allora ? Quale significato ha questo servizio  ? Visto che Report e’ una denuncia del malaffare del Paese, quale denuncia si vuole far sapere al pubblico ? Che vi sono Paesi che non rispettano le norme UE e che nonostante cio’ invadono il mercato europeo con prodotti meno controllati e ad un costo minore ? Lo sappiamo benissimo e questo accade non solo con gli animali ma con tutti i prodotti, dagli alimentari sino alla tecnologia. Sara’ cosi’ sempre, sino a che l’ Europa acconsentira’ a varare una politica seria di protezione del prodotto in cui  le norme di tutela siano rispettate davvero, con multe salatissime per chi sgarra. Non si tratta di protezionismo ma di tutela del prodotto e dell’ utilizzatore finale. Che sulle etichette dei prodotti vengano elencati i vari passaggi della filiera, affinche’ il consumatore sappia sempre la provenienza e i vari passaggi della merce acquistata.

Si e’ voluto invece denunciare il maltrattamento degli animali ? Sappiamo anche questo, con esempi raccapriccianti . Non fanno meno pena gli orsi della luna, costretti in gabbie strette e quasi immobili, a cui i cinesi estraggono il midollo ? Sono meno seviziati i tanti animali da laboratorio sottoposti a vivisezione ? E’ forse meno cruento bollire vive le aragoste ? Allevare galline chiuse in gabbia e farle deporre uova a ritmi industriali ? Oppure, tornando alle oche, e’ poi tanto nobile nutrirle forzatamente sino a farle scoppiare il fegato per poi avere del gustoso fois- gras ? A chi non fanno pena certi esempi, che pero’ sono meno vergognosi dei bambini – soldato o dei ragazzini calati in miniera per estrarre il coltan per costruire i cellulari o dei bambini indiani e bengalesi costretti a fare scarpe e palloni da calcio per pochi centesimi. E’ purtroppo il prezzo da pagare per una globalizzazione in cui un capitalismo senza regole sguazza e si arricchisce, lasciando sul proprio cammino sempre piu’ poverta’ e disperazione. Ricordiamoci comunque sempre, e lo voglio sottolineare da animalista convinto, che il numero di tanti animali sarebbe di molto inferiore se essi non fossero adatti alla nutrizione e al sostentamento dell’ essere umano.

Sul linciaggio mediatico verso la Moncler, credo davvero si sia passato il segno. Sarebbe come filmare un camion di bovini trasportati al mattatoio in condizioni igieniche precarie e poi accusare Della Valle di lucrare sulla pelle di poveri animali.

E’ stata comunque questa una caduta di stile da parte della brava Milena G. che non ci aspettavamo. Si e’ forse voluto sacrificare l’interesse per il contenuto a favore dell’ audience e per una trasmissione di denuncia, una delle piu’ seguite, questa non e’ certo una bella cosa. Puo’ comunque capitare e speriamo che la Gabanelli, nelle prossime puntate, torni a fare quel bel giornalismo d’ inchiesta serio a cui in questi anni ci ha abituato !!

Gianluca Bellentani

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Sesso-mania


prost.Nella puntata di Presa Diretta di domenica 7 settembre, il bravo Riccardo Iacona ha parlato dell’ argomento che piu’ interessa agli italiani, ancor piu’ del calcio : il sesso. Non si e’ parlato come di solito avviene di mariti fedifraghi  e di mogli cornificate ( o viceversa ) ma degli utilizzatori finali, parola questa che potrebbe tranquillamente essere sostituita col termine consumatori. Nella prima parte della trasmissione si e’ parlato della squallida storia delle ragazzine minorenni dei Parioli , ‘’ utilizzate ‘’ da uomini adulti di ogni ceto sociale, mentre nella seconda parte si sono mostrati i vari bordelli di cui gli uomini italiani sono i maggiori frequentatori, da quelli poco oltre confine di Svizzera e Austria fino alla lontana Thailandia, in quella specie di lupanare a cielo aperto che e’ l’isola di Pattaya, dove i bordelli sono sempre pieni e le splendide spiagge deserte. Il quadro che viene mostrato e’ tanto disarmante quanto inquietante. Siamo un popolo di puttanieri, che considera il sesso non come forma di conoscenza del partner e di reciproco scambio di sensazioni ma come mero sfogo dei propri umori interni. Il sesso e’ visto come una specie di salutare ginnastica ma soprattutto come valvola di sfogo, come urinare o defecare ma con la differenza che, a differenza di queste ultime ( che sono normali funzioni corporee ) , la cosa e’ vista come una sorta di merito di cui vantarsi. Quello che lascia sconcertati e’ il fatto che questa considerazione di cosa sia il sesso e’ entrata ormai nel comune sentire. Si vedono personaggi squallidi e in eta’ che pagano ragazzine che potrebbero essere loro figlie o addirittura nipoti , che non vengono additati come vecchi sporcaccioni ma come ancora sessualmente prestanti . Quando vengono interrogati i vari indagati per la vicenda dei Parioli , gli uomini non recitano un mea culpa, un normale ‘’ Ho sbagliato, sono stato un porco ad approfittare di queste ragazzine ‘’, ma un semplice  ‘’ Credevo avessero 18 anni ‘’, quasi che avere un anno in piu’ potesse fare questa gran differenza, almeno dal punto di vista etico. L’ avere a fianco o nel letto una donna bella o di solito piu’ giovane viene considerato motivo di vanto, come un bel vestito o una costosa automobile. Nella donna, gli uomini non cercano piu’ intelligenza, simpatia o perlomeno quell’ empatia che ti fa star bene con accanto questa o quella persona ma solo performance sessuali. Esistono per gli uomini italiani due tipi di donne: quella che ti accudisce e che e’ la madre dei tuoi figli e quella con cui hai solo un rapporto di letto. Si cercano le ‘’ carni fresche ‘’, quasi si fosse in una macelleria anziche’ nella vita reale. A questo errato modo di pensare, anche troppe donne si adeguono. Eccole dal chirurgo estetico per farsi ritoccare questa o quella parte corporea, per farla ritornare come un tempo o come magari non sono mai state. Eccole scusare i loro mariti con frasi tipo ‘’ E’ STATA SOLO UN’ AVVENTURA, LO CAPISCO, DOPO TANTI ANNI DI MATRIMONIO  ‘’, quasi che sia normale per un uomo uscire dalla normale routine sessuale. Non si tratta di essere bigotti o bacchettoni ma di essere contro questo modo di pensare, che sminuisce tanto la donna quanto l’uomo. Qualcuno potra’ obiettare che questa ricerca del sesso ad ogni costo sia da sempre esistita, sin dai tempi dell’ Impero Romano : e’ pero’ anche vero che sono passati oltre 2000 anni da allora e oggigiorno, almeno sulla carta, dovremmo essere una societa’ culturalmente ed eticamente piu’ evoluta.

Il messaggio che viene dato ai giovani e’ invece devastante. Ragazzini/e giovanissime, bombardati da pornografia da tutte le parti, praticano sesso senza alcuna conoscenza delle piu’ normali misure di cautela. Il sesso, cosi’ come l’alcool e la droga, sono visti come un momento di sballo, di uscita da una realta’ che non piace e che spaventa. Spesso sono incoraggiati anche dai genitori, che invece di guidarli in questa avventura dandogli consigli, li incitano , in quanto ‘’ MEGLIO CHE SCOPI PIUTTOSTO CHE SI DROGHI ‘’. La settimana scorsa, due ragazzi di 21 anni di buona famiglia, abitanti in un ricco Paese del modenese, hanno abusato in contemporanea di una ragazza 17enne, ubriaca fradicia, nel parcheggio di una discoteca. Quando i Carabinieri li hanno arrestati, la loro versione dei fatti e’ stata unanime : ‘’ CE LO HA CHIESTO LEI E NON POTEVAMO TIRARCI INDIETRO ‘’,  come se rifiutare l’invito di una ragazzina quasi in coma etilico e invece aiutarla a farle passare la sbronza fosse un qualcosa di cui vergognarsi. A volte e’ ancor peggio, come per il caso delle ragazzine dei Parioli, la cui preoccupazione piu’ grande e’ stata quella di ‘’ NON POTER PIU’ AVERE TUTTI QUEI SOLDI DA SPENDERE ‘’.

chat ero Il messaggio che viene dato dai tanti video porno che circolano in rete e’ che la donna ( e a volte l’uomo ) altro non sono che meri strumenti di piacere, da utilizzare come un qualsiasi elettrodomestico di casa. Questo sesso virtuale, questi incontri segreti nelle varie chat erotiche, fanno perdere il contatto con la realta’ delle cose e anche i normali rapporti di incontro trai giovani spariscono o perlomeno diventano sempre piu’ sporadici. Qualcuno dira’ che negli ultimi anni, non abbiamo avuto grandi esempi di comportamento da parte di chi ci ha governato ma sicuramente anche noi abbiamo avuto gravi negligenze e silenzi su questo argomento. Cerchiamo quindi di educare i nostri figli, insegnando loro che fare sesso e’ una cosa bella ma lo e’ancor di piu’ quando anche il partner lo vuole. Che il godimento e’ maggiore quando e’ di entrambi. Che occorre cercare il godimento dell’altra/o ancor prima che il proprio, perche’ riceverai cio’ che hai dato. Che la parola SEDUZIONE non e’ una parola desueta ma la parte piu’ bella di ogni storia, per certi versi piu’ appagante del mero atto sessuale. Ricordiamoci sempre che siamo esseri umani e non solo animali da monta.

Gianluca Bellentani

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Breaking Beppe. La «guerra civile simulata» del Movimento 5 Stelle


Breaking_BeppeUna segnalazione doverosa. La quarta edizione del libro di Giuliano Santoro Un Grillo qualunque esce ampliata, con un importante aggiornamento al post-Europee2014 e ulteriori precisazioni teoriche. Tanto che diventa un nuovo libro, un’opera diversa, da qui il nuovo titolo: Breaking Beppe.

«La guerra civile simulata è il conflitto che viene solo agitato, che chiede di essere delegato e che non comporta alcuna responsabilità.Matteo Renzi tiene la sua orazione in Parlamento con lo sguardo alla telecamera, rivolgendosi a «chi ci guarda da casa». L’opposizione segue la stessa logica: gli assalti ai banchi del governo hanno l’obiettivo di occupare lo spazio mediatico ed emotivo che in altri Paesi hanno le mobilitazioni di piazza. I combattenti digitali della “guerra civile simulata” temono le strade, che hanno smesso di essere il luogo dell’incontro e dello scontro e si limitano al più a ospitare i comizi del Capo o le rappresentazioni itineranti dei suoi adepti. Per questo i consiglieri grillini romani, un mese prima delle elezioni, votano a maggioranza assieme alle Destre e al Pd una mozione che chiede di spostare i cortei in periferia, dove arrechino meno disturbo possibile. Il Popolo vuole applaudire, fotografare col telefonino e condividere i selfie. Vuole far sapere di esserci. Allo stesso modo, i tossici digitali che paiono usciti da un ritratto cyberpunk seguono i talk-show nella speranza che il loro beniamino politico “distrugga”, “faccia a pezzi” o “sbugiardi” l’avversario di turno (locuzioni frequenti nel fervore da tastiera dei commenti online: la tv diventa social, la Rete serve a diffondere viralmente la televisione). Gli spettatori connessi sono alla ricerca di una dose istantanea di dopamina digitale che sublimi il loro essere impotenti.»

FONTE  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=17789

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

Pubblicato in: MEDIA, video

Tutto quello che Report ha omesso su Di Pietro.


Di Pietro è stato “fottuto politicamente” perche’ la gente si fermerà a Report e non andrà a verificare che dietro quell’inchiesta c’è solo diffamazione. L’unica consolazione per Di Pietro sarà quella di poter acquistare, con i vari risarcimenti che riceverà da Report e da tutti i media che sostengono il falso, tutti gli immobili che falsamente gli attribuiscono.

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MEDIA, scuola, sociale, società, video, violenza

PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

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Ho vinto io


Suonarono come pietre quelle parole che dal pulpito della cattedrale di Palermo diceva quell’esile signora, fino a quel momento sconosciuta, davanti a tutta quella gente, riunita per i funerali di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Mortinaro e Vito Schifani, assassinati due giorni prima dalla mafia, facendo esplodere 500 kilogrammi di tritolo sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lei era Rosaria, la vedova di Vito Schifani. I funerali erano trasmessi in diretta televisiva e la chiesa traboccava di rabbia, tanta rabbia, che travolgeva, anche fisicamente i politici presenti, fra cui il neo eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Già, i politici che per molti dei presenti erano i veri responsabili della morte di Giovanni Falcone, lasciato praticamente solo in prima linea nella lotta alla mafia.

Sono passati vent’anni da quella data e quella frase così semplice ma allo stesso tempo così complessa: “Vi perdono però dovete mettervi in ginocchio” seguita da un’altra frase che lasciava poche speranze “se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano” è stampata lì nella memoria di chi seguiva in diretta quelle immagini o era lì presente in quella cattedrale o nella piazza antistante. Questa sera sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo Rosaria Schifani si racconta e ci racconta questi venti anni nel documentario “Ho vinto io” la sua storia di dolore e di coraggio. La storia di una donna che ha lasciato Palermo, con un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ora ventenne arruolato nella guardia di finanza, alla ricerca di una vita, che 500 kilogrammi di tritolo gli aveva strappato.

Oggi come ieri dice che non crede al pentimento dei mafiosi, ma stasera racconterà come, con grande fatica, ha saputo ricostruirsi una vita, mentre gli esecutori materiali e non di quella strage, restano avvolti in una spirale di morte, senza speranza.

Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l’arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».

Rosaria se ne andò da Palermo, adesso vive in Toscana, si è rifatta una vita con un militare della Guardia di Finanza “un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Pensi che in una delle rare volte che sono tornata a Palermo, uno che mi ha riconosciuta mi ha bisbigliato: te lo sei portato appresso lo sbirro”.

Altri fingono di non riconoscerla, non si avvicinano, con una così è meglio non averci a che fare, mentre Manù le domanda “Mamma, perchè Palermo è così bella e così brutta?”.

Dal terrazzino della sua casa-vacanza il panorama è mozzafiato, ma si tratta di sepolcri imbiancati, poco è cambiato in vent’anni. Motorini truccati che sfrecciano con a bordo ragazzini senza casco, il mare cristallino che bagna polvere e rifiuti.

Rosaria pensa che si sia persa un’occasione irripetibile “Poteva cambiare tutto, invece lo Stato si è fermato. I giudici hanno incominciato a litigare fra di loro, caselli ani contro grassiani, pur con tutti i meriti che vanno dati loro”.

I suoi ricordi vanno a quando era ragazzina, sempre ottimista, anche se erano anni terribili per Palermo, erano gli anni del maxiprocesso “quando uscivo da scuola e sentivo le sirene delle macchine delle scorte, venivo pervasa da un senso di inquietudine, di tristezza. Cercavo risposte in una città cosparsa di lapidi di gente morta ammazzata. Amavo Palermo, ma mi terrorizzava”.

Poi, Vito, un uomo perbene, per lei un uomo speciale “Avevamo tanti sogni, il suo era quello di pilotare gli elicotteri della polizia”, sogni spazzati via da una furia bestiale, che ha distrutto le vite di chi le è sopravvissuto. “La settimana prima della strage avevo sognato delle croci bianche, ero turbata, percepivo il nervosismo di Vito. Vito aveva lavorato fino al venerdì sera all’ufficio scorte, ma il turno festivo era saltato perché il dottore Falcone sarebbe arrivato il sabato”.

Un ultimo saluto e Vito, insieme agli altri ragazzi, corre incontro alla morte “Per l’inizio di un calvario, mi ritrovo sola con mio figlio, a farmi e rifarmi mille domande, perché morire così? Perché era morto Giovanni Falcone?”.

Rosaria voleva delle risposte “Alla camera mortuaria c’erano tutte le istituzioni, la loro presenza era irritante. Il Capo della polizia  mi disse: vedrà, l’aiuteremo, lei lavora? Sul tavolo c’erano delle buste con dei soldi per i familiari delle vittime. Io rifiutai, mi sentii offesa, cme se con quelle buste volessero tapparci la bocca e pulirsi la coscienza. La busta venne presa dai parenti di Vito”.

Rosaria non ci sta, non si è mai arresa, quelle risposte non le ha avute, nessuna certezza di giustizia, di verità “Ecco da dove nasce la mia ribellione. I risarcimenti non possono comprare il mio urlare al mondo il senso di legalità.Tanti hanno continuato a ripetermi che è stata una disgrazia, ma ad uccidere Vito è stata una fatalità chiamata mafia”.

 

FONTI : http://www.tvblog.it/post/35975/ho-vinto-io-strage-capaci-rosaria-schifani-rai3

http://www.articolotre.com/2012/05/capaci-1992-2012-rosaria-schifani-racconta-la-sua-palermo/87350

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/22/schifani_palermo_mafia_falcone_Cavallaro.shtml

Pubblicato in: banche, DOSSIER, economia, MALAFFARE, MEDIA, Televisione pubblica

Report il monte dei fiaschi


Massoneria, clientelismo della politica, nomine di dirigenti fatte per soddisfare le voglie dei partiti, soldi a pioggia per tenere buono il popolino (di Siena), una banca che non concede prestiti per le imprese che fanno economia reale, ma che fa invece speculazioni e investimenti rischiosi.
Una banca piccola ma antica che si si crede grande e che, per le manie di gigantismo, ora si ritrova senza buona parte del patrimonio (venduto per fare cassa) e con una brutta situazione debitoria.

Ieri sera Report parlava di Siena e della sua banca Il Monte dei paschi, e della fondazione che la controlla. Ma sembrava che si stesse parlando dell’Italia e dei suoi problemi.

E per fortuna che nella sala dei nove del palazzo pubblico di Siena c’è il dipinto sulle allegorie del buono e del cattivo governo:

“La sapienza divina tiene la bilancia della giustizia da cui parte una corda che finisce
alla concordia che ha in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e livellatrice dei
contrasti. La corda passa per ventiquattro cittadini e finisce nella mano destra del
comune, rappresentato da un monarca. Ai suoi lati siedono la giustizia con la spada, la
corona e il capo mozzo; la temperanza con la clessidra segno di saggio impiego del
tempo, la prudenza con uno specchio per interpretare il passato e prevedere il futuro;
la fortezza con la mazza e lo scudo; la pace, sdraiata su un cumulo di armi, e la
magnanimità, dispensatrice di corone e denari”.

A Siena potrebbero essere ricchi, per il fatto di essere un vero museo all’aria aperta, per la cultura e la storia. E anche per questa banca che dovrebbe investire sul territorio i propri profitti: invece i cittadini senesi si sono risvegliati da questo sogno di ricchezza e grandiosità all’improvviso, il 16 marzo scorso, con i contratti di solidarietà decisi dal nuovo AD della banca Viola.

Il groviglio armonioso, per usare le parole del venerabile maestro Bisi, si è alla fine rivelato per quello che è: una lottizzazione da parte dei partiti, con operazioni che hanno portato all’indebitamento della banca.
Per gli stipendi del management:

Giuseppe Mussari da presidente guadagnava 700 mila euro l’anno, Antonio Vigni, direttore generale uscente, con la banca in piena crisi ha preso 1,9 milioni nel 2009, 1,4 milioni nel 2010 e 5,8 milioni nel 2011 compresa la buonuscita; Emilio Tonini, ex manager, tra stipendio e liquidazione ha incassato in tre anni 10 milioni e mezzo di euro e si è beccato una condanna a otto mesi di reclusione per aggiotaggio, poi salvato dalla prescrizione.

Per le operazione speculative fatte dal desk area finanze di Londra: tramite broker stranieri MPS si è lanciata nel business dei cdo (Alexandria Capital), che ha portato solo pedite al gruppo oggi difficilmente rintracciabili nel bilancio.

Oggi il passivo conta 8,4 miliardi di euro: MPS ha preso 34 miliardi dalla BCE, di questi 26 sono finiti in BTP: un investimento sicuro per la banca che però così non fa il suo mestiere che dovrebbe essere quello di prestare capitali alle imprese, non fare speculazioni. Come quella con la IMCO dei Ligresti, a Roma.

Non concedere prestiti alle imprese ha peggiorato le cose: il risultato ottenuto è stato mettere in crisi l’economia del posto; le imprese senza prestiti diventano insolventi (totale insolvenza, cioè soldi che la banca non recupererà più, ammmonta a 14 miliardi).
Poi ci sono stati i prestiti ai membri del cda che usavano la banca come un bancomat; le vendite degli immobili fatte per creare utili da distribuire.

Anche la Fondazione MPS, che controlla la banca, dal 2001 si è lanciata in spese superiori a quelle che si poteva permettere: la cattiva amministrazione è derivata anche dalle nomine dei suoi vertici, che hanno seguito più criteri clientelari che non meritocratici.

Il presidente delle fondazioni bancarie, Guzzetti, ha cercato di difendere Mancini, pres. fondazione MPS, impiegato della Asl, ma sembrava più un volersi arrampicare sugli specchi.

GIUSEPPE GUZZETTI – PRESIDENTE ASS. FONDAZIONI BANCARIE –
FONDAZIONE CARIPLO
No. Mah, le dico: intanto essere amministratore di Asl quantomeno la conoscenza dei problemi del sociale… Ma lei sa che tra i settori due dei nostri settori d’intervento c’è la sanità, quindi non mi pare proprio uno sprovveduto.

Forse, le nomine di Mussari e Mancini sono dovute alla loro tessera politica della DC.

Altri problemi per MPS sono arrivati dall’acquisizione di Banca Antonveneta:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
e nel 2007 il Monte dei Paschi acquista Banca Antonveneta dal Banco Santander, la più
importante banca spagnola guidata da Emilio Botin, uomo dell’Opus Dei.

Una banca comprata a 10 miliardi, quando pochi mesi prima era stata acquistata da Santander a 6 miliardi e che oggi vale ancora meno. Un acquisto deciso da Mussari a scatola chiusa:

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Improvvisamente Mussari fa la grande operazione: compra la Banca Antonveneta. E la
compra senza più avere un soldo in cassa. Quindi che fa? Per spendere i 10 miliardi
che gli servono, di euro lui ricorre per la metà a indebitarsi e, per l’altra metà, li
chiede ai soci. E quindi la Fondazione che fa? Si libera di tutti i suoi investimenti
obbligazionari e compra tutte azioni Monte Paschi. Spende circa 2 miliardi e 9 della
sua liquidità, per sottoscrivere questo aumento di capitale che serve a comprare
Antonveneta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La banca a questo punto è senza liquidità e per andare avanti è costretta a comprare
1,9 miliardi di euro di Tremonti Bond che la obbligano a riconoscere al Tesoro una
cedola annua di 160 milioni. E a pagare sono i risparmiatori. Ma siccome il debito è
troppo alto, l’anno scorso la banca chiede un nuovo aumento di capitale per oltre 2
miliardi di euro. E la Fondazione si svena.

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Quindi la Fondazione fa la sua parte per sottoscrivere il suo miliardo di capitale
sociale, perché è proprietaria per metà del Montepaschi , si indebita, dà in garanzia di
questo debito tutto il suo patrimonio di azioni Montepaschi, perché poco altro ha nel
suo portafoglio …

Risultato? 4,7 miliardi di perdita, il titolo di MPS che scende precipitosamente. Non è solo colpa della crisi o sfortuna.
Viene da chiedersi in che modo in Italia si viene nominati a capo di qualcosa, visto che lo stesso Mussari è stato presidente dell’Abi.

Ma tanto c’era il palio, a tenere occupata la gente: vince chi paga il fantino, e le contrade per pagare il migliore hanno chiesto soldi alla stessa banca (babbo Monte).
In questo modo si è cercato di tenere buone le voci critiche che ogni tanto si alzavano: coi soldi della banca.

“Il groviglio armonioso”, anzichè portare benessere, ha reso la città conformista, dove sinistra e destra (PD o PDL) erano uguali.
Tutti d’accordo, nessuno contrario, i soldi della banca fanno miracoli: soldi finiti anche agli amici del responsabile PDL Verdini (che ha messo nella fondazione un suo uomo, Pisaneschi), il costruttore Fusi. Che si è preso un finanziamento per la BTP, che oggi ha lasciato ad altri.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Andrea Pisaneschi e Denis Verdini sono indagati dal tribunale di Firenze nell’ambito
delle indagini sul credito cooperativo fiorentino, la banca che, da presidente, Verdini
avrebbe spolpato per finanziare amici e soci. I magistrati stanno scavando sulla
procedura attraverso cui nel 2008 un pool di banche, in testa il Montepaschi,
concedevano un mutuo di 150 milioni di euro alla BTP, l’impresa in crisi di Riccardo
Fusi, già finito nelle indagini sui grandi eventi della protezione civile. Pisaneschi, amico di Verdini e manager Montepaschi, sarebbe stato l’uomo giusto del finanziamento che
la banca accorda a Fusi. Oggi l’inchiesta procede, ma nel frattempo fusi ha lasciato ad
altri la sua BTP dopo aver accumulato circa un miliardo di euro di debiti.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Insomma, nessuno controlla l’operato dell’altro perché fanno tutti più o meno la stessa
cosa, spartirsi la torta e il potere. Verdini, che è il capo del pdl nazionale, mette un
suo uomo Pisaneschi dentro il cda di Montepaschi e questo, secondo i magistrati,
avrebbe spinto Montepaschi a prestare tanti milioni ad un imprenditore, che ha in
mano una società fallita. Verdini conosce Fusi, e Fusi li restituirà quei milioni al Monte?
C’è da dire che a Siena quasi tutte le famiglie hanno qualcuno che lavora dentro al
Monte, visto che ci sono 22 filiali, praticamente una in ogni strada. E poi c’è la
massoneria che ha un suo tesoriere, che è stato dirigente della società di gestione
dell’aeroporto, che adesso aspira a diventare un aeroporto internazionale, nonostante
in zona ce ne siano altri 3. Si fa un po’ fatica a vedere quale sia il vantaggio
imprenditoriale, ma fondazione e banca pagano.

L’aeroporto di Ampugnano.
Altro affare della banca: un aeroporto gestito dal tesoriere della Massoneria; sotto i suoi terreni scorre la falda acquifera; il pubblico estromesso dal provato, un’inchiesta della magistratura, per un grande progetto strategico in una zona dove esistono già altri aeroporti.

Un privato che dovrebbe finanziare l’opera che però ha dietro il pubblico:

FERNANDO GIANNELLI COMITATO AEROPORTO AMPUGNANO
Questo fondo è un private equity con sede in Lussemburgo partecipato però, o meglio
finanziato, da 3 Casse depositi e prestiti, la italiana, la francese e la tedesca. Cassa
Depositi e Prestiti è partecipato dal ministero e finanziato dai risparmiatori, dai libretti
postali e non ultime dalle fondazioni bancarie che hanno investito in questa società.
Quindi i soldi che sarebbero arrivati qua non erano effettivamente soldi privati.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per capire di chi sono i soldi basta guardare dentro la società che nel 2007 vince la
gara. Galaxy è partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti a sua volta partecipata dalla
fondazione Montepaschi. Quindi Galaxy risulta indirettamente partecipata anche dalla
banca. Il groviglio armonioso non sembra aver fatto attenzione alle forme: Mussari
guida la banca ed già presidente del comitato di indirizzo della Cassa Depositi e
Prestiti, mentre la professoressa Luisa Torchia, dominus del procedimento di
privatizzazione dello scalo, è nel cda della Cassa Depositi e Prestiti e consulente della
società aeroportuale, ma poco tempo prima era stata legale della Fondazione.
Insomma, più che una gara sembrava un matrimonio.

Un progetto naufragato in cui compare di tutto: dai soldi pubblici spesi male per l’università di Siena (membro della Fondazione) e delle pressioni sulla stampa locale, per le sue critiche a certe operazioni:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In realtà, non si è mai saputo quanto sarebbe costato l’aeroporto internazionale. E
oggi, in seguito all’inchiesta, Galaxy sta uscendo dalla società che gestisce lo scalo.
Resta però misterioso come un aeroporto pubblico sia passato a un privato contro il
parere del Ministero dei Trasporti. Forse per via del senatore Franco Mugnai, molto
legato all’allora ministro Matteoli e reclutato dalla società aeroportuale per 300 mila
euro. Ma tutto questo è davvero niente in confronto a quel che accade nel bilancio
dell’università.

GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Si trova di tutto, consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture
pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute,
centro di servizi costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatori senza
copertura finanziaria per i figli e gli amici, compensi illimitati ai docenti dei master dei
corsi di perfezionamento, tasse del post laurea, cioè degli studenti del post laurea
senza alcun tetto in parte intascate da qualche furbo.

[..]
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per migliorare il bilancio l’università vende il complesso del San Niccolò, sede della
facoltà di ingegneria e di lettere. Lo cede nel 2009 per 74 milioni alla società Fabrica
Immobiliare, partecipata da Montepaschi e Francesco Gaetano Caltagirone, che della
banca era azionista e vicepresidente. E Fabrica lo riaffitta subito all’università a 5
milioni l’anno per 24 anni. Ma in ateneo proprio nessuno controlla vendite e bilanci?
GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Tenga conto che nel consiglio di amministrazione dell’università di Siena c’è un
rappresentante del comune, il rappresentante della regione, il rappresentante della
provincia, il rappresentante della camera di commercio, il rappresentante della regione
toscana, tutti potevano vedere e quindi capire cosa stava succedendo nell’università di
Siena.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
il piatto piange per tutti e quando i soldi finiscono si litiga. così il pd senese si divide. il
presidente della fondazione mancini, ex margherita, contro il sindaco Ceccuzzi, ex ds.
la fondazione che non ha un soldo, contro il comune che senza quei soldi chiude. uno
scontro che blocca il bilancio in consiglio comunale e quando finisce sui giornali ci
lascia le penne un direttore.
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTOER LA NAZIONE
Avevo un giornale che stava andando molto bene, in un mercato in grande calo.
All’improvviso ero sul Frecciarossa diretto a Bologna, ho ricevuto una telefonata
dall’editore che mi comunicava che un articolo uscito in cronaca di Siena, un articolo
in cui si riferiva di un comunicato ufficiale della fondazione Monte dei Paschi, aveva
fatto irritare profondamente il sindaco di Siena che è un po’ l’azionista di riferimento,
diciamo, del mondo bancario senese. E tutto questo ha fatto sì che l’editore mi
dicesse che dovevo passare dalla sede dell’azienda nel gruppo poligrafici, che
controlla anche la Nazione, a Bologna, dove c’era una cosa per me. E questa cosa per
me era una lettera di licenziamento in tronco, del tutto inusitata.
PAOLO MONDANI
Andrea Riffeser Monti, il suo editore, ha un rapporto col Monte dei Paschi?
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTORE LA NAZIONE
Questo non lo posso dire onestamente, so che essendo in Toscana la Nazione, ed
essendo il Monte dei Paschi la più grossa banca della Toscana, è una cosa
assolutamente normale che ci fossero dei rapporti economici. 

Il commento finale di Milena Gabanelli:

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Mussari ha lasciato la presidenza di Mps giusto una settimana fa, per dedicarsi a
tempo pieno all’Abi, l’associazione bancaria italiana, che si occupa di tutto il sistema
bancario. Significa che se il piccolo azionista non era adeguato, per il sistema invece
sì. Al suo posto è arrivato Alessandro Profumo, ha qualche sospeso per via di indagini
legate all’elusione fiscale di Unicredit, ma al governo una norma che prevede di
derubricare il reato, quindi è probabile che possono stare tutti tranquilli. Però Profumo
rinuncerà allo stipendio, lo ha detto il sindaco che lo ha scelto. Possiamo aggiungere
che essendo uscito da Unicredit con una quarantina di milioni, anche senza stipendio
la vita di Profumo non cambierà. Però il gesto è molto apprezzabile. Ci dispiace invece
di non esser in grado di fornire dei fatti anche la versione del presidente della banca,
del presidente della fondazione e del sindaco di Siena, perché purtroppo hanno
rinunciato ad intervenire.

Qui il pdf della puntata.
Pubblicato in: cultura, MEDIA, OMOFOBIA, opinioni

Un dubbio su Fazio, la Littizzetto, Saviano, i gay e i ragazzi del sud


Lo confesso: mi sono sentita in profondo imbarazzo. Ieri sera, quando, a Che tempo che fa, la Littizzetto ha cominciato a prendere in giro Fabio Fazio per la sua copertina con Saviano, dicendogli: «Ma eravate appiccicati, parevate due finocchi!», ho provato un profondo disagio. E quando Fazio, per metterci la pezza, ha aggiunto: «Ma non dire queste cose, che poi Roberto è un ragazzo del sud, se la prende a male!», il disagio si è trasformato in imbarazzo. E quando poi tutto il siparietto si è concluso con i due che ridacchiavano delle loro spiritose trovate, e salutavano il pubblico perché il programma era finito, l’imbarazzo era diventato immane, e si era trasformato in costernazione.

E ho guardato lo schermo, chiedendomi se sia più deprimente che in un programma tv (che tutti peraltro gabellano per progressista e di “sinistra”) sia più offensivo che la comica offenda i gay a caso, che il conduttore offenda a caso i gay e i ragazzi del Sud, o che tutti e due continuino poi beatamente a ridacchiare, senza accorgersi nemmeno di aver offeso qualcuno.

Mi è rimasto il dubbio.

Posted by 

fonte : http://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2012/05/07/un-dubbio-su-fazio-la-littizzetto-saviano-i-gay-e-i-ragazzi-del-sud/

Pubblicato in: CRONACA, FORZE DELL'ORDINE, MEDIA, violenza

Nei mesi scorsi, sul web, gli anarchici


Sull’agguato che ha colpito il dirigente dell’Ansaldo nucleare, Roberto Adinolfi, tutti i giornali online citano con grande evidenza che gli inquirenti starebbero seguendo «la pista anarchica» e «dell’eversione». Tra le prove, la dinamica dell’accaduto – secondo le prime ricostruzioni. E una frase, evidentemente di agenzia, ripresa più o meno in tutti i servizi. Cito la versione del Secolo XIX, il quotidiano di Genova, dove è stato colpito Adinolfi:

Nei mesi scorsi sul web era circolato l’appello di alcuni gruppi anarchici «ad alzare il tiro», «a pensare di passare ad una fase che possa prevedere l’azione armata».

Ora, a prescindere dalla plausibilità della «pista anarchica» (il fatto che gli inquirenti abbianodichiarato che «non si escludono altri moventi, come motivi privati» e che il procuratore capo di Genova, Michele Di Lecce, abbia detto: «Dobbiamo ancora orientarci, sono in corso i primi rilievi», dovrebbe invitare alla prudenza – specie per un tema così delicato), ci si può e ci si deve chiedere il valore giornalistico di questa frase. Ponendosi alcune domande:

«Nei mesi scorsi»: quando?
«sul web era circolato»: su quali siti?
«l’appello»: quale?
«di alcuni gruppi anarchici»: quali?

Da ultimo: i virgolettati («alzare il tiro», «azione armata») da dove provengono?

Mancando tutte queste risposte, che senso ha inserire questa frase all’interno di un articolo di cronaca? Qual è il valore giornalistico di queste affermazioni? Cosa aggiungono della ricostruzione dell’accaduto? Cosa al tentativo di comprendere i fatti?

Messe così, queste affermazioni servono solamente ad alimentare dichiarazioni allarmistiche sul ritorno delle BR. Visto il clima che si respira nel Paese e in Europa, sarebbe meglio limitarsi alla cronaca.

(Foto: Repubblica.it)

FONTE  http://ilnichilista.wordpress.com/2012/05/07/nei-mesi-scorsi-sul-web-gli-anarchici/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MEDIA, sessismo, società, violenza

“C’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite…” Oltre lo stupro c’è la beffa


“C’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite” queste le dichiarazioni di Alberico Villani, avvocato di Francesco Tuccia 21enne militare della Provincia di Avellino, attualmente in carcere con l’accusa di violenza sessuale e di tentato omicidio nei confronti di una studentessa.

La ragazza è stata ritrovata nella notte tra il 11 ed il 12 febbraio a Pizzoli (AQ), priva di sensi, a rischio di ipotermia, in una pozza di sangue dovuta ad un’emorragia. I medici hanno riscontrato nella ragazza, gravi lesioni, anche interne, probabilmente permanenti.

Nei video riportiamo questa ed altre assurde dichiarazioni dell’avvocato del militare, che arriva a pronunciare nome e cognome della vittima, durante due trasmissioni della rete Mediasetdomenica cinque”, e “pomeriggio cinque”.

Riteniamo gravissime e inammissibili le dichiarazioni dell’avvocato del militare Francesco Tuccia, ne citiamo qualcuna:

“la ragazza non è stata costretta”;
“non c’è stato nessun dissenso da parte della ragazza”;
“non aveva segni di difesa… non c’è nessun elemento, che faccia capire che in quel momento, c’è stata una violenza per sopraffarla”;
“la ragazza dovrà spiegare perché ha accettato di seguire fuori il Tuccia”;
“c’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite”;
è un rapporto amoroso, avviato all’interno della discoteca e culminato fuori”; 
se uno si tocca all’interno di una discoteca, è amoroso… le lesioni sono avvenute alla fine”;
“anche un parto fisiologico comporta delle ferite”;
 

in quanto cercano di minimizzare l’accaduto per riportarlo a canoni accettabili per l’opinione pubblica,  portano alla giustificazione della violenza, facendo allusione al tasso alcolico della ragazza, o addirittura al fatto che non si sia difesa.

Riteniamo altrettanto grave l’aver rivelato pubblicamente le generalità della vittima e chiediamo quindi all’ordine degli avvocati, a quello dei giornalisti e a tutti coloro che ne fanno parte, di prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni dell’avvocato, in solidarietà con la famiglia della vittima.

Chiediamo, inoltre, un loro impegno ufficiale a prodigarsi affinché episodi del genere non si ripetano.

L’avvocato della difesa, violando totalmente la privacy della ragazza, ha commesso una palese infrazione del codice penale ed ha inflitto alla stessa un danno morale pari alle sofferenze fisiche, contribuendo ulteriormente a svuotare di significato il concetto di vittima. Una società che riconosce ad un suo membro lo status di vittima automaticamente lo protegge. Quando una vittima non viene protetta, allora si apre il dibattito sulla sua corresponsabilità nell’accaduto e questo è intollerabile.

Lo dice anche l’Onu, in Italia si pratica il femminicidio. E il femminicidio affonda le radici in una cultura patriarcale, maschilista e retrograda che considera la donna una proprietà privata e che le attribuisce la piena responsabilità della violenza che gli uomini esercitano su di lei.

Nonostante lo sdegno e le condanne ufficiali gli episodi di femminicidio continuano ad essere definiti come “delitti passionali”, confondendo così un atto di barbarie che ha cadenza quasi quotidiana, con un raptus occasionale dovuto all’estremizzazione di un sentimento positivo come l’amore e fornendo un’attenuante, quando non una vera e propria giustificazione, all’assassinio.

Allo stesso modo lo stupro viene sempre, con la sola esclusione dei casi in cui lo stupratore non sia italiano, associato alla parola “consenziente”. Si analizzano i tempi, i luoghi e le circostanze con una minuziosità morbosa per capire il grado di consenso della vittima e stabilire, quanto, effettivamente, si possa definirla vittima.

Come se essere stuprata in discoteca da uno che hai baciato un minuto prima, dopo aver bevuto due, tre, quattro, cinque birre fosse meno grave che essere stuprata in un garage da qualcuno che ti salta addosso uscendo dal nulla…

About @bulmosa

http://bulmosa.wordpress.com/

L’avvocato Alberico Villani fa il nome della giovane vittima in diretta tv: un “caso orrido” oltre che da codice penale

BUFERA SULL’AVVOCATO – I genitori della vittima hanno annunciato che adiranno alle vie legali per il comportamento dell’avvocato avellinese, Alberico Villani, reo di aver divulgato a milioni di persone il nome della vittima dello stupro del 17 gennaio a Pizzoli. Il legale del militare Francesco Tuccia – principale indagato per la vicenda e che deve rispondere, oltre che di violenza sessuale, anche del reato di tentato omicidio –  in due diverse trasmissioni, entrambe su Canale 5, ha pronunciato nome e cognome della vittima. Un “gesto orrido” che ha sollevato una marea di polemiche, oltre che una probabile sanzione da codice penale.

TUTELA DELLA PRIVACY – Con un provvedimento del 2 aprile 2009 il garante della Privacy spiega chiaramente il caso di donna vittima di un’aggressione e di una violenza sessuale: “….cautele che devono essere adottate a maggior ragione in caso di notizie riguardanti vicende di violenza sessuale, in considerazione della particolare delicatezza del tema e della necessità di tutelare la riservatezza delle persone che sono colpite da così gravi azioni criminose”. Evidentemente Alberico Villani non conosceva la disposizione oppure era in mala fede oppure ancora si è trattato di una colossale disattenzione.

IL COMPORTAMENTO DEI MEDIA – Non è la prima volta che scriviamo che non ci piacciono le trasmissioni sensazionalistiche sui fatti di cronaca nera. Spesso non è per la natura dei programmi quanto per colpa di giornalisti, a caccia di scoop improbabili, che si verificano situazioni a dir poco imbarazzanti. Ormai ogni vicenda viene trattata come se fosse qualcosa di normale di cui parlare, anche le storie più torbide diventano un sorta di quotidiana e ordinaria follia. Il pericolo emulazione – lo scrivono e dichiarano in molti da anni – è molto forte come pure quello di creare altri guai. Mediamo e riflettiamo sulla vicenda di questa vittima, oltre che di uno stupro, della violazione della privacy, in diretta tv, davanti milioni di spettatori.

Marco Beef

Redazione Independent

FONTI : http://fuorigenere.wordpress.com/2012/03/13/ce-stato-un-rapporto-amoroso-consenziente-che-ha-provocato-ferite/

http://www.abruzzoindependent.it/news/Oltre-lo-stupro-c-e-la-beffa/818.htm

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, MEDIA, politica, sessismo, sociale, società, violenza

Maschilismo 2.0


Nel web, è risaputo, si può trovare di tutto e di più e, di conseguenza, si trovano anche svariati siti dediti al diffondere le parole d’ordine dell’odio contro le donne. 

E spesso sono siti che per diffondere il loro messaggio misogino, e in genere anche omofobo, si mascherano dietro nomi che evocano l’antisessimo. E di conseguenza abbiamo gruppi facebook che dietro il nome “contro ogni violenza in famiglia” veicolano giustificazioni all’omicidio delle donne da parte dei mariti o, per ricordarci che una volta toccato il fondo si può sempre iniziare a scavare, che sono intitolati alla memoria di Stefania Noce, ragazza attiva nei movimenti uccisa dall’ex fidanzato qualche settimana fa, e veicolano infamie nei confronti dei movimenti femministi e antisessisti.

E ci sono anche casi clonazioni di siti web: il sito di Femminismo a Sud, blog di riferimento per molte lotte antissessite, è stato clonato in diverse versioni da personaggi che gettano fango e confusione sulle compagne di FaS, oramai sottoposte ad un vero e proprio stalking virtuale, e propugnano iniziative di legge che rendano obbligatorio l’affido condiviso anche quando uno dei due genitori ha avuto reiterati comportamenti violenti.

E tutto questo in nome della PAS, Parent Alienation Syndrome, che partendo dal banale concetto che un bambino
soffre per per la separazione dei genitori finisce per creare una vera e propria malattia psichica. Tra l’altro si può vedere il tentativo di oggettivizzare tramite medicalizzazione (in questo caso nell’ambito psichiatrico) una teoria con ben poche basi.

Poi c’è anche chi ha clonato il dominio della rete dei Centri Anti Violenza, per altro già violentemente colpiti dai tagli alla spesa pubblica e da crociate di vari politici, per creare siti in cui si dice chiaramente che gli omicidi in famiglia avvengono per colpa di perfide femministe che, incapaci di farsi gli affari propri, istigano le donne a divorziare dai mariti che, poverini, finiscono per essere costretti a diventare degli assassini.

È interessante notare che per fare passare i loro contenuti impresentabili questa gentaglia sia usi nascondersi dietro nomi di comodo, probabilmente per ottenere un duplice scopo: da un lato darsi una veste rispettabile con l’uso di nomi altisonanti e dall’altro attuare delle vere e proprie operazioni di intossicazione informativa, ovvero immettere nei canali di informazioni dati falsi con il preciso scopo di confondere e mistificare. E per fare entrambe le cose cosa c’è di meglio che copiare i nomi altrui?

Questi gruppi, in genere collegati ad una vera e propria lobby dei padri separati, che ottiene spesso attenzione dai media e conta appoggi trasversali in parlamento, propagano alcuni semplici concetti: il femminismo non è altro che un rovesciamento dell’ordine naturale delle cose ed è quindi naturalmente portatore di una volontà di dominio delle donne nei confronti delle donne (quando basta leggersi un qualsiasi testo femminista per sapere che il femminismo vuole portare a galla una visione femminile del mondo, da tempo nascosta dal dominio maschile, e che sul piano dei diritti vuole l’equità) l’identità sociale e il ruolo del maschio sono minacciati dall’aggressività femminile e questo porterà ad una disgregazione dei valori su cui si regge la nostra cultura il ruolo di una persona è biologicamente determinato, in questo caso dagli attributi sessuali, e indirizza verso un destino ineluttabile al maschio spetta il ruolo di pater familias

Questi argomenti sono più o meno esasperati dai vari gruppi (c’è chi vede il grande complotto plutogiudomassonicobolscevico dietro i femminismi). Le idee portate avanti sono piuttosto insidiose e trovano un facile terreno dove radicarsi dovuto sia alla cultura italiana, di suo già sessista e basata sul mito del maschio italico, sia al modo in cui vengono divulgate ovvero nascondendole dietro una facciata, quella di essere contro tutte le violenze, che ha facile presa da un punto di vista emotivo. Peccato che l’emotività sia il contrario dell’analisi critica e quindi ci sono utenti che, in perfetta buona fede, finisco per divulgare, tramite i vari social network, teorie sessiste.

Ci sarebbe da fare anche un’ampia riflessione sull’incapacità dei movimenti di fare proprie le tematiche femministe spesso ghettizzate (e imprigionate nello stereotipo della femminista rompicoglioni) e ridotte a folklore o banalizzate tramite semplici slogan lanciati mentre nel concreto si attuano pratiche alquanto machiste. La questione di genere non è assolutamente secondaria se si vuole creare una società, o delle società, autogestita e che lasci spazio al divenire di ogni individuo. Anche perché una questione spesso dimenticata è che il maschilismo colpisce anche l’individuo di sesso maschile, che viene imprigionato in un ruolo sociale visto come naturale per ovvi motivi biologici, e cooptato in una pretesa guerra tra sessi, generalmente combattuta unilaterlmente, per il predominio.

lorcon

FONTE : http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/01/29/maschilismo-2-0/

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Alluvione: la tv prende in giro le vittime


La televisione è ormai così trash che finisce per  prendersi gioco dei drammi di questo Paese, per darla in pasto all’incompetenza e al cinismo degli squallidi personaggi che vivono di ospitate. Oggi su Rai Uno imperversava Giletti a parlare di Genova. E magari sarebbe stato interessante ascoltare assieme a Marta Vincenzi, un climatologo, un esperto di ambiente, un sociologo, un  qualche tecnico di opere idrauliche. Invece c’erano Maria Giovanna Maglie, l’ex idrovora di soldi rai, nota incompetente in qualsiasi campo, un meteorologo dell’areonautica (cosa ben diversa da chi studia il clima), un carabiniere e solo alla fine è comparso Mario Tozzi, subito sommerso dal berciare della Maglie e da Klaus Davi, il nullmediologo spazzolato che è una statua vivente alla futilità esangue del berlusconismo.

E Giletti che si beava della “discussione” da lui virilmente condotta, mentre in sottofondo scorrevano le immagini di repertorio dell’alluvione e le urla delle persone mentre l’acqua spazzava via tutto. Virilmente, proprio così:  secondo lui le donne sono inadatte a condurre talk show perché per tenere a bada gli ospiti “ci vuole una fisicità maschile”. E’ a gente di questa risma, che si affida l’informazione sulle tristi pagine di questa Italia. Infatti e durato poco: subito dopo il virile Giletti si è dedicato assieme a Fiorello a giocare con la carta igienica.

Ancor peggio è andata su Canale 5 che nel parterre aveva nientedimeno che straccio Liguori, notissima autorità in fatto di clima, aho che ffà ,piove? Cecchi Paone che, non si sa come, passa per divulgatore scientifico non sapendo nulla di scienza e nemmeno di divulgazione e lo psicologo – psicopatico Meluzzi, altro solerte collezionista di gettoni.

Insomma siparietti, spettacolini, vaniloqui di cialtroni e incompetenti ad ampio spettro, chiamati ad esercitarsi  su una tragedia che si porta dietro ampie e complesse responsabilità collettive oltre che una enorme massa di problemi per il futuro. Nell’attuale linguaggio politico si chiamerebbe una presa per il sedere, un’offesa alle vittime, un’ insulto all’informazione sia pure quella enfatica e un po’ vuota di oggi.

Anche  un affronto al buon gusto, ma questo è secondario: la turba che ha occupato la televisione sta lì proprio perché non ha idea di cosa sia.

FONTE :  http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2011/11/06/alluvione-la-tv-prende-in-giro-le-vittime/

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Amy Winehouse non era overdose. Che diranno ora Carlucci, Giovanardi & Co?


Di Davide Leggio

Il caso Winehouse I risultati tossicologici: esclusi stupefacenti Amy non morì per droga L’ autopsia: solo tracce di alcol (Corriere.it)

Non c’é pace per Amy Winehouse. Come spesso accade, dopo la morte della cantante, è il cinismo speculativo a farla da padrone. Tanti gli ambiti e le sfaccettature dell’utilizzo – anzi un vero e proprio sfruttamento – della sua immagine, che spaziano dal piano economico a quello più aleatorio, proprio della politica e in generale della retorica.

Innanzitutto il solito accanimento mediatico, con le testate pronte a lanciarsi in giudizi infelici, più o meno strumentalizzati, o a speculare con deduzioni improbabili e fuorvianti sulle cause della morte della cantante, prestando il microfono a questo o quel lo spacciatore di fiducia e alimentando le polemiche attorno al personaggio.

Ovviamente è lo sfruttamento economico della sua immagine, con la famiglia che in vano tenta di controllarlo, a farla da padrone. Fra le miriadi di speculazioni che girano attorno a Amy, la faccenda più pesante si sta giocando intorno a un dominio internet, quello della “Amy Winehouse Foundation”, che un imprenditore londinese ha tempestivamente registrato a poche ore dalla morte.
 
Nonostante i famigliari stiano tentanto di ottenerne la chiusura, per il momento il padre della cantante, Mitch, è costretto a restituire i soldi donati alla neonata fondazione fintanto che le donazioni non vengano incanalate nella giusta direzione.
 
Altro esempio di cinismo macabro è stato il furto di alcuni effetti personali della Winehouse, tra cui testi di canzoni inedite, libri di poesie e lettere. I colpevoli sarebbero da rintraccciare fra quella ventina – inclusi famigliari, amici, guardie del copro e poliziotti – che, dal giorno della morte della cantante, hanno avuto accesso alla sua casa di Camden Town, a Londra.
 
Per non parlare poi dei vari siti che vendono tutta una serie di gadget, autorizzati o meno, non possono che scandalizzare al primo sguardo
 
Ma nel caso della Winehouse è la retorica di stampo sociale a farla da padrone. Sembra che tutti sentano il bisogno di parlarne o almeno di citarla per ergerla a simbolo, riuscendo così a congiungere in una sola volta i deandreani buoni consigli e il cattivo esempio.
 
Proprio come ha fatto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla lotta alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi, per il quale: “una morte tragica di questo tipo non può che far riflettere i giovani e giovanissimi su come la droga tolga la cosa più importante che una persona può avere e cioè una vita pienamente vissuta, le soddisfazioni di avere una famiglia, di avere dei figli, insomma di godere della propria esistenza”.
 
Più o meno lo stesso il discorso fatto da Stefano Tersigni, Dirigente della Fiamma Tricolore Destra Sociale che torna sul sopracitatoo sfruttamento mediatico dell’immagine della cantante: “L’immagine della sua persona andrebbe invece screditata. Si è semplicemente suicidata con le droghe. I media facciano giusta informazione e, partendo da questi esempi, invitino i giovani a stare lontano dalla droga”.
 
Completamente sui generis invece il commento di Gabriella Carlucci, deputata Pdl, che dopo aver in passato denigrato personaggi politici del calibro di Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi – ha di recente attaccato Ferrero utilizzando oltre al nome della Winehouse, anche un inquietante sillogismo: “Se durante il governo Prodi il centro-sinistra avesse realizzato il suo progetto, a firma dell’allora ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero di legalizzare le stanze del buco di Stato, oggi purtroppo avremmo avuto anche nel nostro Paese migliaia di casi tragici come quello di Amy Winehouse.
 
Insomma ogni scusa è buona per attaccare il partito antagonista. Se poi in mezzo alle accuse e agli sproloqui compare uno dei nomi più in voga al momento, non si corre che il rischio di amplificare la propria voce, una tecnica spesso vincente durante le campagne elettorali.
 
Più rapida e senz’altro più espilicita in questo senso Forza Nuova, che appena 48ore dopo la morte di Amy già utilizzava la sua immagine per farsi propaganda, lanciando uno slogan con tanto di foto della Winehouse a fare da sfondo: “Devi vivere. Se ti droghi, non ti AMY”. 
 
Anche i cugini di estrema destra d’oltralpe, i populisti conservatori della Svp Svizzera, hanno di recente sfruttato in modo molto simile il tragico destino della cantante inglese, pubblicando un manifesto praticamente identico ma con una foto ancora più choccante della cantante che la ritrae in un momento di particolare sofferenza.
 
Non poteva certo infine esimersi dalla questione la Chiesa, che nell’intento di sfruttare il personaggio per renderlo un modello negativo per eccellenza, prima che morisse, aveva gentilmente offerto l’affidamento di Amy ad alcuni esorcisti, con l’intento di “curarla dai demoni che albergavano nel suo corpo“.

FONTE : http://www.agoravox.it/Amy-Winehouse-non-era-overdose-Che.html?pagina=1

Pubblicato in: CRONACA, cultura, MEDIA, politica

Tutta la verità su Spider Truman (Show)


I segreti della casta di Montecitorio su Facebook (blog e Twitter sono stati aperti qualora venisse chiusa la sua pagina) sono, per ora, quelli di Pulcinella. Vaghe e generiche accuse senza nomi e cognomi che dicono ciò che è già stato detto, ad esempio sul libro inchiesta La Casta, di Stella e Rizzo,  o che è merso con costanza da alcuni approfondimenti sulla stampa.

Certo, Spider Truman, nick dietro l’operazione, si presenta così: “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo, ho deciso di svelare pian piano tutti i segreti della casta”. E pian piano, per ora, sta andando.

Come riassume con lucidità Galatea, nel bel post Lo strano caso del precario anticasta, il sapore di bufala e la corsa della stampa alla ricerca del nuovo Assange sono gli elementi per ora più forti.

Il Corriere della Sera individua in Leonida Maria Tucci, quarantenne che ha fatto causa ad AN per mobbing, una persona “vicina” all’ideatore dei post. Intanto Spider Truman, in puro spirito “V come Vendetta” (quello di Alan Moore, non il film) o, meglio, Luther Blisset, scrive un post dal titolo Io sono Spider Truman: oggi ho deciso di svelare la mia vera identità in cui sostiene di essere un’idea, un’indignazione, la moltitudine che prende corpo: un’identità molteplice e sparsa, frutto di quel malessere diffuso che sentiamo vicino a noi o a qualcuno che conosciamo (giovani, precari, anziani…).

La voglia di indignarsi supporta la logica virale e ad ogni post scattano migliaia di like. Per capirci, quello di oggi, “spider Truman torna a casa dal lavoro alle 16:00. ci si sente per quell’ora”, ha più di 1800 “mi piace”.

L’attenzione dei watchdog della Rete è però alta. Al di là di ogni ideale romantico e rivoluzionario l’operazione ha cominciato ad essere osservata millimetricamente. Così, ad esempio, Luca Longo scrive “il tizio ha ottenuto una pubblicità virale incredibile e in un giorno ha fatto più di 100k fan, aperto blog e pagina twitter. Sul sito però, se guardate il sorgente pagina, si vede che ha già attivato adsense per farci bei soldini sopra… questo è il suo codice cliente su adsense: google_ad_client=”pub-3620​082159807393”.

Arianna Ciccone, oltre a mostrare alcune strategie di viralità sottese all’operazione, puntualizza: “In 15 anni se volevi “sputtanare” la casta avresti anche potuto farlo sempre nascondendoti dietro anonimato. Quindi diciamolo ancora una volta: non è una questione morale che ti spinge a rivelare questi segreti. E questo insieme all’anonimato ti rende ai miei occhi poco attendibile e poco credibile”.

Che sia una possibile operazione di marketing di movimento lo testimonia Gianfranco Mascia in un’intervista in cui spiega “che è la prima operazione online del Popolo Viola in vista di un autunno di mobilitazione politica”. V per Vendetta sarebbe un San Precario clonato. L’indignazione sociale è guidata da un fake. L’assenza di trasparenza viene venduta come valore ma è solo becero marketing politico.

Oppure no: nel suo post delle 16.30 Spider Truman  scrive: “Ma quale popolo viola. piuttosto Thomas Jefferson!”. E il gioco continua, con una tattica di apparente guerriglia che si sta trasformando in un guazzabuglio online e mediale.

Quello che resta è un uso della Rete per far leva su corde emotive che contemporaneamente alzano la tensione e la scaricano in un like, sfruttando commercialmente l’indignazione. Finché non toglierà l’adsense dal suo blog non potrò pensarla diversamente. In questo momento la pubblicità che compare è: “Vuoi candidarti? Acquista a 29,90€ il miglior corso d’Italia di comunicazione politica!”

Meglio chiudere con le parole che Moore fa dire al suo personaggio…

V: “Il finale è più vicino di quanto sembri. Ed è già scritto. A noi resta solo da scegliere il momento buono per cominciare

FONTE : http://mediamondo.wordpress.com/2011/07/19/tutta-la-verita-su-spider-truman-show/

Pubblicato in: MEDIA, politica

Lo strano caso del precario della casta


Premessa: sto seguendo questa storia perché quella pagina fan che in due giorni arriva a oltre 100mila iscritti non mi convince per niente, anzi. E se avrete la pazienza di seguirmi vi spiegherò perchè.

1) Quella pagina creata da un sedicente precario della Casta (leggi ex portaborse di un onorevole) promette di rivelare i segreti dell’odiata classe politica, ormai semplicemente detta appunto casta. Non paragonatelo ad Assange perché questa sarebbe una vera e propria eresia. 
2) Perché lo fa? Perché ne sente l’urgenza morale? Il disgusto è arrivato a un punto che proprio non ne può più? No, perché è stato licenziato dopo 15 anni di precariato. Lo dice lui stesso nelle info della pagina. Quindi non è per informare e rendere participi i cittadini, ma per una sorta di spirito di vendetta. E lo fa proteggendosi con l’anonimato. Il dubbio viene. Hai cercato di essere assorbito dal sistema marcio che ora denunci, non sei stato assunto e quindi hai deciso di rivelare sprechi e vergogne della casta. Ma se allora ti avessero assunto, questa pagina non sarebbe mai stata creata? 
3) In 15 anni se volevi “sputtanare” la casta avresti anche potuto farlo sempre nascondendoti dietro anonimato. Quindi diciamolo ancora una volta: non è una questione morale che ti spinge a rivelare questi segreti. E questo insieme all’anonimato ti rende ai miei occhi poco attendibile e poco credibile.
4) Quali sono questi segreti? Non si sa. Promette a circa 100mila iscritti di rivelare documenti. Ma i documenti per ora non ci sono. Una foto di un accordo con la Tim. E allora? La Tim può tranquillamente decidere il suo tariffario in base alla clientela. Dov’è lo scandalo?
5) Intorno a questa pagina si convoglia (come era purtroppo prevedibile) l’indignazione e la rabbia dei cittadini, che presi dal furore però non si rendono conto che le note che posta il precario furioso (sì lui che si dichiara inesperto della Rete usa le note, tecnica arcinota per far crescere contatti e fan) dicono, svelano “non segreti”, ma roba che possiamo leggere nel libro di Stella e Rizzo o in questi articoli (del 2006!!!) di Repubblica. Documenti, prove originali, di prima mano? Niente. E in 15 anni di precariato non hai messo da parte nemmeno un documento? Possibile? Intanto invece di postare documenti segreti il precario vendicativo continua a chiedere agli iscritti di far girare il suo account twitter… 
6) A proposito del precario inesperto di Rete. I primi passi di SpiderTruman (così si chiama il suo account su twitter) seguono quasi il copione della spy story. La tecnica dei thriller, delle trame cospirative, ma anche del sequel televisivo. Il linguaggio è quello (anche se condito da notevoli errori di ortografia). Quasi subito avverte i suoi fan: è arrivato un messaggio da facebook, forse vogliono farmi chiudere (aè, scatena lo spirito di gruppo, strategia fantastica: la tribù è chiamata a proteggere il suo eroe). Allora per proteggersi da una eventuale chiusura da parte di Facebook, il nostro inesperto che fa? Tira fuori un blog in meno di 15 minuti. E subito dopo apre un account twitter che terrà come lui stesso dice “dormiente” (uh, che linguaggio specifico per un inesperto. Intanto si registrano oltre 2000 followers in pochissime ore per zero, dico zero, tweet).
7) A un certo punto su facebook inizia a girare l’evento: SpiderTruman, dove il fatidico “popolo del web” si scatena come può tra forconi e bruciamoli tutti. Chi lo ha creato? Pino Paolotti (che stranamente poco dopo la pubblicazione di questo articolo ha rimosso il suo account su facebook). Un account chiuso con due soli amici su facebook. E un libro segnalato “I misteri…” linkato, credo in automatico, su anobii. Clicco e anobii mi fa presente che a possedere quel libro è un solo account. Goglio52001. Ma che bella libreria, che bei titoli. Dategli un’occhiata.
8) Non so sinceramente chi ci sia dietro quella pagina. In molti commentano: e allora? L’importante è che denuncia, che ci faccia sapere… Ed è proprio qui il punto più critico della questione. Cosa stiamo sapendo che già non sapevamo? Davvero non ci rendiamo conto del pericolo che corriamo dando forza a pagine costruite in questo modo? Liberiamo gli anticorpi, perché la deriva dell’antipolitica sarà una sconfitta per tutti noi. Non si esce da quello che stiamo vivendo in questo Paese con la bava alla bocca. Dobbiamo avere fiducia nella democrazia. Non dovremmo permettere a nessuno di strumentalizzare (anche non volendo) la nostra rabbia, la nostra sacrosanta indignazione. Stiamo attenti e respingiamo tentativi come questi. Io di questa pagina e di chi l’ha creata proprio non mi fido. 
p.s. Il primo in assoluto a dare la notizia della pagina quando era solo a 15 fan è stato Ciro Pellegrino per Linkiesta. Ovviamente tutta la stampa tutta, tutta, tutta ha dato la notizia della pagina e dei suoi fan. Ma come? Qui una riflessione interessante, a mio parere, di Fabio Chiusi. 
Aggiornamento: e intanto sul blog è arrivata la pubblicità adsense di google. questo l’id della campagna google_ad_client=”pub-3620?082159807393″;. Chi ci sta guadagnando?
Arianna Ciccone
@valigia blu – riproduzione consigliata

FONTE :  http://www.valigiablu.it/doc/442/lo-strano-caso-del-precario-della-casta.htm

Pubblicato in: cultura, economia, MEDIA, sociale

IL POTERE DELLA PUBBLICITÀ, UNA MINACCIA DEL NOSTRO MODO DI VIVERE


La pubblicità è onnipresente. I mediache una volta non ne avevano – dai film a Internet – ora sono strapieni di messaggi commerciali. Fino a poco tempo fa, quasi tutti i musicisti erano riluttanti di vedere il loro lavoro abbinato a shampoo e scarpe da ginnastica. Oggi la musica e la pubblicità sono strette in un abbraccio economicamente fecondo.

Ci sono spot nelle nostre scuole e sui nostri vestiti. Stanno intasando sempre più velocemente quasi ogni forma di comunicazione immaginabile. Il genere che domina la televisione – in termini di valori assoluti – non è la commedia, la fiction o lo sport, ma la pubblicità. L’utente medio britannico è sottoposto a 48 annunci pubblicitari al giorno. Alcuni studi recenti hanno evidenziato che circa un terzo del tempo delle TV australiane è occupato dagli spot. Negli Stati Uniti il dato è vicino al 40%.

La pubblicità è diventata l’industria creativa più importante, quello che Stuart Ewen chiama “il vernacolo prevalente dell’opinione pubblica”. Succhia i talenti per le arti, il design, la creatività e la narrazione. È diventata una parte routinaria della vita di tutti i giorni e raramente ci fermiamo a pensare al suo significato.

I governi, i legislatori e le aziende dei media valutano la pubblicità solo come una fonte d’entrate. E, sotto la pressione di un’industria che vuole massimizzare i suoi profitti – gli hanno permesso di proliferare. Ci sono solo alcune eccezioni: i governi fissano delle limitazioni per la promozione di sostanze dannose come il tabacco, e presidiano i confini del gusto e della decenza. Alcuni governi, come quello svedese, si sono mossi per proteggere i bambini più piccoli dalla perniciosa influenza della pubblicità in TV.

Ma la condotta prevalente è quella di valutare ogni messaggio pubblicitario in base alle caratteristiche individuali. La questione più allargata, ossia l’impatto cumulativo di questo diluvio di spot, viene raramente analizzata. I corpi legislativi ritengono che la pubblicità sia completamente apolitica, riservando un esame più approfondito ai gruppi di attivisti. In un’epoca in cui gli economisti, gli scienziati sociali, i climatologi e gli ambientalisti stanno mettendo seriamente in discussione il valore del consumismo, questo approccio non è più difendibile.

Malgrado le varie diversità l’advertisement suffraga un sistema valoriale unico. Le pubblicità individualmente possono sembrare innocenti, ma collettivamente sono il braccio della propaganda di un’ideologia consumista. La morale che sottende le migliaia di storie differenti che ci vengono narrate è quella dell’unico sistema che possa assicurare il piacere, la popolarità, la sicurezza, la felicità e l’appagamento personale: il comprare sempre di più, consumare di più senza considerare quanto già si ha a nostra disposizione.
Ci sono tre questioni da porre e sono tutti e tre importanti. Intanto, la promessa della pubblicità è assolutamente vuota. C’è già una notevole mole di ricerche che evidenzia come, oltre un certo limite, non ci sia alcuna connessione tra il volume dei prodotti che una società accumula e il benessere della popolazione.
La ricerca mostra che una camminata nel parco, l’interazione con gli altri e il volontariato – che non costano niente – fanno molto di più per la soddisfazione personale di una qualsiasi dose di “terapia dello shopping”. La pubblicità, in questo senso, ci spinge per massimizzare le nostre entrate più che il nostro tempo libero. Ci allontana dalle occupazioni che danno piacere o significato alle nostre vite e ci conduce verso un’arena spoglia, quella che Sut Jhally chiama “il mondo morto delle cose”.

Assemblando i dati sul consumismo e sulla qualità della vita, Richard Layard ritiene che una legislazione che vieti l’advertising possa essere una politica molto più adatta per migliorare la qualità della vita rispetto all’ampliamento delle possibilità di scelta per i consumatori. Una cosa del genere è inimmaginabile nel contesto politico odierno, ma dovremmo cominciare a chiederci perché ci muoviamo sempre nella direzione opposta, quella di incremento costante dello spazio dedicato agli spazi pubblicitari, invece di una sua diminuzione.

Il seconda problema del sistema valoriale della pubblicità è ambientale. In un mondo finito, dove le dimensioni dell’attività umana coincidono con l’intera grandezza del pianeta, la crescita continua dei consumi è insostenibile. L’economia globale si è moltiplicata per cinque negli ultimi cinquanta anni. Alla fine del secolo, se continueremo a consumare ai ritmi attuali, sarà otto volte più grande.

Gli studiosi del clima insistono che, se si devono raggiungere gli obbiettivi richiesti per evitare i rischi dovuti dal cambiamento climatico, non potremmo affidarci solamente alla tecnologia. Il mezzo triliardo di dollari che spendiamo ogni anno in pubblicità ci dice, in modo accattivante, di fare esattamente l’opposto. La scienza del clima non solo deve controbattere una campagna di PR ben finanziata da chi ha interessi nel settore energetico, deve anche sfidare un ambiente culturalmente ostile che ci spinge quotidianamente a non preoccuparci e a continuare a consumare. L’advertising, e la cultura che esso promuove, per queste ragioni minaccia la sostenibilità della vita sul pianeta.

Il terzo problema è una conseguenza di quest’ultimo aspetto. Se vogliamo svilupparci come specie, dovremmo iniziare a immaginare un modello economico che apprezzi la finitezza e che non si affidi sulla crescita senza limiti. Dovremmo perseguire un modo di produrre che valorizzi la durabilità invece dell’obsolescenza programmata, le riparazioni e il riuso invece del buttar via e del ricomprare. Se vogliamo evitare un alto tasso di disoccupazione, dovremmo trasferire i guadagni di produttività dando più tempo libero alle persone invece che più soldi.

Il mondo pubblicitario rema contro tutte queste idee e quindi cerca di soffocare la nostra immaginazione. Ci tiene ancorati a un ciclo di prestiti e di spese, con politiche fiscali che dipendono da una montagna di debiti. E sostiene l’idea che il progresso dell’uomo sia misurato dalla nostra capacità di acquisire il maggior numero di beni deperibili.

Talvolta, l’advertising ci può anche dare alcune informazioni utili, anche se molto parziali. Ma nel mondo dei marchi di fabbrica, dare informazioni utili è diventato sempre più fuori moda. Assistiamo ormai al proliferare di un’industria globale che vuole elevare la propria attività al di sopra di tutte le altre per promuovere un suo peculiare insieme di valori culturali ed economici.

In un’epoca in cui questi valori vengono messi in discussione, la pubblicità, nel suo insieme, diventa un fattore politico. È venuto il tempo di guardarla da questa prospettiva.

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Fonte: http://www.opendemocracy.net/ourkingdom/justin-lewis/power-of-advertising-%E2%80%93-threat-to-our-way-of-life

 

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=8501

 

http://informarexresistere.fr/2011/06/24/il-potere-della-pubblicita-una-minaccia-del-nostro-modo-di-vivere/

 

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, MEDIA, politica

Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio


Il dramma è dover fronteggiare una mentalità oscurantista che usa gli strumenti della democrazia per schiacciare la democrazia stessa. Con la legge porcellum hanno tolto a noi cittadini il diritto di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, con la legge bavaglio sono anni che tentano di togliere, con il pretesto della tutela della privacy, il diritto dei cittadini di sapere. Oggi cercano di “aggredire” la libertà di espressione in rete, e così “col pretesto del diritto d’autore e della sua protezione vengono rese vigenti norme liberticide sulla base di pratiche e metodi antigiuridici”.

La delibera dell’AGCOM (l’Autorità delle Garanzie nelle Comunicazioni) sarà approvata in tutta fretta entro il 6 luglio. Siamo davanti alla “più forte minaccia alla libertà di espressione in Rete che sia mai stata fatta in Italia”.
Cosa prevede la delibera. Secondo la delibera AGCOM, se il titolare dei diritti di un contenuto audiovisivo dovesse riscontrare una violazione di copyright su un qualunque sito (senza distinzione tra portali, banche dati, siti privati, blog, a scopo di lucro o meno) può chiederne la rimozione al gestore. Che, «se la richiesta apparisse fondata», avrebbe 48 ore di tempo dalla ricezione per adempiere. CINQUE GIORNI PER IL CONTRADDITTORIO. Se ciò non dovesse avvenire, il richiedente potrebbe, secondo la delibera ancora in bozza, rivolgersi all’Authority che «effettuerebbe una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni», comunicandone l’avvio al gestore del sito o del servizio di hosting. E in caso di esito negativo, l’Agcom potrebbe disporre la rimozione dei contenuti. Per i siti esteri, «in casi estremi e previo contraddittorio», è prevista «l’inibizione del nome del sito web», prosegue l’allegato B della delibera, «ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia».

Eppure la politica tace, non pervenuti sono anche i cosiddetti garantisti che in nome della privacy in questi giorni si stanno sbattendo molto a favor di legge bavaglio anche fosse solo un bavaglino.
Luca Nicotra di Agorà digitale e co-autore del Libro Bianco sui diritti d’autore e i diritti fondamentali nella rete Internet, ha lanciato l’allarme: “Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell’informazione italiana”. Il suo racconto-denuncia dell’incontro con il Presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò (nella foto), è agghiacciante e fa capire molto bene che sistema di potere abbiamo di fronte:

Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche. Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente “Speriamo di no” mentre gli spieghiamo l’inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. 

Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contentuti innocenti e abusi del sistema. È questa l’ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è MAI accettabile in democrazia. 

“Speriamo di no” non è dialogo. È la frase che può dire un pezzo di potere perchè sa che non c’e’ scelta, non c’e’ dibattito, la decisione di far passare il regolamento è già avvenuta altrove e il massimo che può fare è sperare di non essere travolto. 

“L’Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci?” ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto “No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l’estate”.  

Intanto Per fermare la delibera firma la petizione su sitononraggiungibile.e-policy.it. Ma non basta. Serve come per la legge porcellum e la legge bavaglio la mobilitazione di tutti, media, rete, politica. Di tutti quelli che hanno a cuore la libertà, la partecipazione, la democrazia. Diffondete il più possibile questo post perché intanto ancora oggi la rete non sa cosa sta succedendo.
@valigia blu – riproduzione assolutamente consigliata
DOVE FIRMARE
Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, MEDIA, politica, Televisione pubblica

Sgarbi è costato 1,5 milioni di euro: la videotassa di destra


Una domandina facile facile. Ma com’è che tutti questi prestigiosi anchorman di destra, ogni volta che si avventurano in televisione, sprofondano se stessi ed i conti della Rai? Dopo aver lanciato anatemi contro programmi comunisti che hanno margini di contribuzione fortemente positivi, cioè che portano soldi (Annozero, Ballarò, Report, Che tempo che fa), ci troviamo ora con il raccolto comizietto serale di Giuliano Ferrara, che è partito già come un costo secco per le casse di viale Mazzini, e con la precoce dipartita dal video di Vittorio Sgarbi, uno dei maggiori bluff della storia mediatica italiana, fermato dopo solo una puntata ma con un bel sunk cost di 1,5 milioni di euro. Non c’è nulla da dire, questa destra in televisione è una tassa, l’ennesima, che si abbatte sulle tasche degli italiani. Eppure non ci pare di leggere, in giro per altrimenti vocali blog di destra e sedicenti liberisti, nessuna considerazione in merito. Lo scriviamo da tempo: la dissonanza cognitiva ormai non è più patrimonio esclusivo della sinistra italiana.

http://www.agoravox.it/Sgarbi-e-costato-1-5-milioni-di.html

Pubblicato in: berlusconeide, MEDIA, politica, Televisione pubblica

Politici: giù le mani dall’informazione!


65,067 hanno firmato la petizione (20.000 in meno di 24 ore!). Aiutaci ad arrivare 100,000.

Fra pochissimo il Parlamento si pronuncerà sulle nuove regole che minano l’indipendenza del giornalismo in televisione e mettono a repentaglio la libertà d’informazione in Italia.

Le misure proposte da un parlamentare berlusconiano lascerebbero i giornalisti senza alcuna protezione legale, dissuadendoli così dal compiere il loro lavoro d’inchiesta, e i politici imporrebbero a ogni trasmissione un doppio conduttore a settimane alternate, una contro-satira e ospiti scelti da tutti i partiti politici. L’informazione televisiva diventerebbe così un megafono dei messaggi elettorali dei partiti.

Solo un grido pubblico colossale potrà fermare questo nuovo attacco ai media. Costruiamo una petizione enorme prima del voto cruciale: Avaaz e i suoi alleati la consegneranno ai media e direttamente ai parlamentari chiave della Commissione di vigilanza durante il dibattito finale. Firma ora e inoltra la petizione a tutti. Le nostre firme possono fare la differenza!

Ai membri della Commissione parlamentare di vigilanza:

Vi chiediamo di respingere l'”Atto d’indirizzo sul pluralismo” e tutti i regolamenti che limitino l’informazione televisiva su questioni d’interesse pubblico e che mettano in pericolo l’indipendenza dei giornalisti tv. La nostra Costituzione protegge la libertà di stampa e d’informazione e questi principi devono essere difesi per preservare la nostra democrazia e proteggere il bene comune.

link petizione

http://www.avaaz.org/it/giu_le_mani_dallinformazione/?copy

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RAIS o l’arrivo dei fedelissimi del cavaliere in Rai..


PREMIATO IL LORO ATTIVISMO COME OPINIONISTI IN TV E SULLA CARTA STAMPATA

Con l’arrivo della Seconda Repubblica è andata sbiancandosi sempre più la differenza tra destra e sinistra, sostituita con prepotenza da un’altra netta distinzione: berlusconiani e anti-Berlusconi. Prossimamente, tra i berlusconiani, un premio lo riceveranno Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi; da sempre fedeli al Berlusconi politico, nonostante il primo provenga da una fede comunista (un po’ come Bondi è stato fulminato sulla via di Arcore; anche se bisogna dire che Ferrara l’ha abbandonata già nel 1983, per passare al Psi) e il secondo fosse un rispettabilissimo critico d’arte.
 
FERRARA PRESENTERA’ “RADIO LONDRA”- Giuliano Ferrara presenterà una trasmissione molto simile per orario e per formato a “Il fatto” presentato e curato da Enzo Biagi dal 1995 fino all’ “editto bulgaro” del 2002. Infatti andrà in onda dopo il Tg1 delle 20 e durerà 5-7 minuti prima della trasmissione che precede il Prime time (quella dei pacchi). Si chiamerà “Radio Londra”, una rubrica da lui già curata su Canale 5 prima e Italia uno poi dal 1988 al 1994.

Ferrara ha sempre difeso Berlusconi a spada tratta, facendolo prevalentemente mediante le pagine del quotidiano “Il foglio”, da lui fondato nel 1996 con editrice l’ex moglie di Berlusconi Veronica Lario. Il giornale esce in un un’unica pagina (in formato “lenzuolo” come si dice in gergo giornalistico) con allegato un inserto di 4 pagine (più abbondante il sabato, in cui arriva anche a 16 pagine). Sebbene non manchino raffinate e lungimiranti analisi politiche, spesso anche critiche nei confronti della stessa area politica di riferimento.
Comunque non è stato da meno anche in svariate trasmissioni televisive, prevalentemente come ospite ma anche nelle vesti di conduttore, presentando su La7 “Otto e mezzo” dal 2001 affiancato inizialmente da Gad Lerner (coppia per le rispettive posizioni politiche alquanto insolita), poi in successione da Luca Sofri, Barbara Palombelli – giornalista del Corriere della Sera e moglie di Rutelli – e quindi da Ritanna Armeni, giornalista di Liberazione. Già in passato aveva comunque palesato le proprie posizioni, con la trasmissione “Il gatto” sulle reti Mediaset (allora Fininvest), tramite i suoi giudizi negativi contro i Magistrati di Mani pulite.
 
LE ORIGINI COMUNISTE – E pensare che il suo passato è di tutt’altra natura, ovvero comunista e anticlericale. Figlio del senatore comunista Maurizio Ferrara (direttore de l’Unità) e di Marcella de Francesco (partigiana gappista e poi a lungo segretaria particolare di Togliatti), Giuliano – che, iscrittosi all’università, non terminò gli studi – si avvicina alla politica da contestatore sessantottino. Nel 1973 diventa “responsabile fabbriche” del Partito Comunista Italiano a Torino, e scrive sul quindicinale Nuova società. In seguito diventa capogruppo del partito, sempre a Torino, a fianco di Piero Fassino. Nel 1983 abbandona il PCI per protesta contro la decisione del partito di non dedicare un concerto alle vittime del massacro di Sabra
e Shatila. Inizia a lavorare a L’espresso, occupandosi, spesso in modo critico, del suo ex-partito. Si avvicina in questo periodo alle posizioni dell’allora Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi.
Ferrara ha sostenuto più volte di aver abbandonato l’ideologia comunista “in tempi non sospetti”, cioè prima della caduta del Muro di Berlino. Marco Travaglio ha sostenuto che questa e altre sue posizioni politiche siano invece state dettate da convenienza. Nel corso degli anni Ottanta inizia a lavorare per il Corriere della Sera, firmando gli articoli con lo pseudonimo Piero Dall’Ora e creando la rubrica “Bretelle rosse”. Contemporaneamente, su indicazione di Craxi e Claudio Martelli, entra nella redazione di Reporter, giornale d’inchiesta di area socialista diretto dai due ex-leader di Lotta Continua Adriano Sofri e Enrico Deaglio.
Conduce su Rai 3 Linea rovente e poi su Rai 2 Il testimone. In seguito si trasferisce a Mediaset, dove conduce su Canale 5 Radio Londra (il programma passa poi su Italia 1), L’istruttoria e il sopracitato Il gatto. Nel 1992 con la moglie Anselma Dell’Olio idea la trasmissione “Lezioni d’amore”, incentrata sul sesso e ispirata al film Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini. Dopo alcune puntate il programma viene interrotto per le pressioni di alcuni deputati democristiani su Silvio Berlusconi.
Con gli eventi dell’11 settembre 2001 le sue posizioni politiche e ideali hanno una svolta antilaicista e socialmente conservatrice: pur essendo dichiaratamente un non cattolico, inizia a sostenere la necessità del rafforzamento dei valori giudaico-cristiani come baluardo dell’Occidente di fronte al pericolo crescente dell’estremismo islamico. Viene definito da Eugenio Scalfari un “ateo devoto”.
Oltre a dirigere Il Foglio, come già menzionato, conduce su LA7 la trasmissione Otto e mezzo.
 
LA CARRIERA POLITICA SOCIALISTA PRIMA E FORZISTA POI – Dopo i suoi inizi nel PCI, la sua carriera politica prosegue nelle file del PSI, dove viene eletto europarlamentare nel 1989. Con l’ascesa di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, Ferrara decide di lasciare, assieme a molti compagni di partito, un PSI ormai in disfacimento. Diviene Ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo Berlusconi (1994-’95). Candidato per Forza Italia e la Casa delle Libertà alle elezioni politiche suppletive (per il seggio vacante del collegio elettorale del Mugello, in Toscana) per il Senato del 9 novembre 1997, viene sconfitto dall’ex-pm simbolo di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, candidato dell’Ulivo. Nel 2008 fonda un movimento “Aborto? No grazie”, che alle elezioni si presenta da solo causa un mancato accordo con Berlusconi. Si rivela un fiasco, perché alla Camera ottenne meno dello 0,4% ed egli così commentò il risultato: «Più che una sconfitta, una catastrofe: io ho lanciato un grido di dolore per un dramma e gli elettori mi hanno risposto con un pernacchio». Ha comunque continuato ad essere collocato politicamente nel centro-destra, pur se, come detto, gli vanno riconosciute anche fini analisi politiche, nonché critiche alla sua stessa area politica di riferimento, che esprime mediante il suo editoriale su Il Foglio che firma con un Elefantino uguale al simbolo della Lancia Y.
 
SUL PROGRAMMA DI SGARBI SI SA ANCORA POCO – Sul progetto di Sgarbi si sa invece ancora poco o nulla: dal titolo (quello provvisorio era Il bene e il male), alla data di partenza (non sarà l’11 marzo come ventilato, ma entro aprile) alla
collocazione della messa in onda. «Forse il martedì contro Ballarò oppure, se l’Italia perde la Champions League, il mercoledì «per non farci concorrenza con Floris e Santoro» ha spiegato il critico d’arte.
Di certo si sa solo che la sua trasmissione non parlerà di cronaca, «ma di Lorenzo Lotto o Michelangelo, parlerà di valori, quindi ispirata alla cultura», come lo stesso Sgarbi ha spiegato. Dobbiamo credergli? Bé c’è da augurarselo, visto che Sgarbi è indubbiamente un valido critico d’arte, mentre molto meno apprezzabili sono le sue uscite volgari e aggressive di cui si rende protagonisti in salotti indecenti quali quelli della coppia Sposini-Venier, quello della D’Urso, o quello di Domenica in condotto da Giletti.
 
DALL’ARTE ALLA CRONACA PASSANDO PER LA POLITICA – Laureatosi in filosofia  con specializzazione in Storia dell’arte all’Università di Bologna, iniziò ad occuparsi di arte, diventando ispettore della “Soprintendenza ai beni storici e artistici” in Veneto, insegnando altresì per tre anni “Storia delle tecniche artistiche” all’Università di Udine. A partire dalla fine degli anni ’70 ha pubblicato diverse videocassette attraverso cui commentava opere dei più importanti pittori, e ha cominciato a scrivere numerosi saggi e libri specializzati (ultimo del 2008, insieme a Marta Flavi)
Con l’arrivo degli anni ’90 Sgarbi scopre il potere della Tv, o forse è il contrario; la sua prima apparizione avviene al “Maurizio Costanzo show”, trasmissione a cui dobbiamo la scoperta di molti “talenti” simili a Sgarbi. Su tutte, la trasmissione “Sgarbi quotidiani” in onda su Canale 5 tra le 13:30 e le 14:00, dove cominciò a dare opinioni da presentatore anche sulla politica, la tv, e l’attualità in generale, diventando famoso per i suoi pesanti epiteti e per il suo continuo ordinarsi il ciuffo. Poi da lì tante apparizioni da ospite in varie trasmissioni sia di Rai che di Mediaset.
Il maestro d’arte non ha disdegnato neanche la politica, indossando varie casacche (iniziò proponendosi sindaco per il Pci alle elezioni di Pesaro); aiutandoci con Wikipedia, vediamo i suoi principali successi da politico:  
– Consigliere comunale PSI e sindaco DC-MSI di San Severino Marche
– Deputato PLI (1992-94)
– Deputato di Forza Italia (1994-96)
– Deputato indipendente con la “Lista Sgarbi (1996-2001)”
– Deputato di Forza Italia (2001-06) e Sottosegretario ai Beni Culturali nel governo Berlusconi II (2001-2002)
– Assessore alla cultura del Comune di Milano (2006-08)
– Sindaco UDC-DC di Salemi (2008), carica che detiene ancora, sebbene pochi mesi fa abbia minacciato le dimissioni, perché, parole sue lì “l’antimafia è peggio della Mafia”.
 
Insomma, anche lui avrà un posto in Rai e infondo, l’auspicio è proprio quello di veder sorgere “contrappesi” ai vari Santoro, Floris e Dandini, piuttosto che la loro cancellazione dai palinsesti. Come invece accadde quasi dieci anni fa proprio a Santoro, ma anche a Biagi, Luttazzi e la Guzzanti.

(Fonti: La Stampa, Wikipedia, Le voci di dentro)

http://lucascialo.splinder.com/post/24204397/i-due-lacche-del-cavaliere-ferrara-e-sgarbi-condurranno-una-trasmissione-a-testa-sulla-rai

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Il Razzismo Giornalistico


I giornalisti sono razzisti
e altro non fanno che aumentare
l’odio nei confronti degli immigrati:
“auto guidata da un albanese
travolge e uccide una persona”.

Era necessario sottolineare
che alla guida ci fosse un albanese?
Solo gli albanesi ubriachi
investono i pedoni?
Perchè quando questo accade
a un nostro connazionale
non viene specificato:
“auto guidata da un italiano
travolge e uccide una persona”?

Altra cosa che mi risulta
difficile digerire
sono notizie come questa:
“catastrofe, 30 morti, anche 2 italiani”.

Se non ci fossero stati italiani
era una notizia di serie B o meno grave?
Cosa mi significa la sottolineatura
sul fatto che ci sono 2 italiani coinvolti?

http://achuisle.wordpress.com/2011/02/21/il-razzismo-giornalistico/

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Il discorso del re Benigni a Sanremo


Ci voleva Roberto Benigni, una delle poche icone italiane condivise, per mettere d’accordo Nord e Sud, destra e sinistra, perfino berlusconiani e antiberlusconiani (ed è l’impresa più difficile), e inchiodare quindici milioni e passa di spettatori davanti alla televisione. In un paese eternamente diviso tra guelfi e ghibellini lui non separa ma unisce, è un formidabile collante, è naturalmente trasversale e bipartisan, anche se è schierato politicamente, e non l’ha mai nascosto. E meno male che Benigni c’è. Perché questo è un paese che, qui e ora, ha più che mai bisogno di unità, di sentire la comune identità italiana. Perché è ora di finirla di giocare sporco e pesante sull’unità del paese, di sputare sull’Italia una e indivisa, di lacerare il tessuto nazionale tra spinte nordiste da una parte e neoborboniche dall’altra.
Benigni, e sta qui la portata storica del suo discorso (davvero un discorso da re) ieri sera a Sanremo l’ha detto chiaro e forte: sono italiano, orgoglioso di esserlo, mi piace il tricolore e l’Inno di Mameli, e smettiamola di vergognarci, di autodenigrarci, di flagellarci. Abbiamo bisogno, tutti, di un’appartenenza comune, di abitare nella stessa casa, quindi attenti a non buttare via l’identità collettiva faticosamente costruita attraverso il Risorgimento e, ancora prima, attraverso la costruzione di una lingua nazionale meravigliosa. Non roviniamo il lavoro dei padri della patria, quella quaterna di nomi, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, Mazzini, che un tempo i libri di scuola instillavano nei cervelli di ogni scolaro e adesso chissà.
Viva l’Italia. Benigni l’ha detto, l’ha ripetuto, l’ha declamato, l’ha recitato. Senza vergogna, grazie a Dio. Sdoganando finalmente a sinistra, quella cultura di sinistra in cui lui si è sempre riconosciuto e che lo riconosce – fino alla venerazione – come un proprio esponente, il sano sentimento nazionale, a lungo (anzi, fino a ieri) considerato in odore di fascio-mussolinismo. Tantopiù importante, questo sdoganamento, oggi che, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Italia come stato-nazione, spira di qua e di là dello schieramento politico e nel corpo sociale il disincanto, lo scetticismo, la presa di distanza, il fastidio rispetto alla ricorrenza. Dio mio, in Egitto i ragazzi che sono scesi in piazza  agitavano entusiasti come simbolo della loro voglia di libertà e democrazia la bandiera del proprio paese, e non se ne vergognavano. Perché da noi del tricolore ci si vergogna? Perché ci ostiniamo a considerarlo un oggetto imbarazzante e di cattivo gusto? Allora, benissimo ha fatto Roberto ad arrivare come Garibaldi a Teano (o Vittorio Emanuele II) su un cavallo avvolto nel bianco-rosso-verde, e bene ha fatto a decantarcelo e a spiegarne a modo suo le origini. Credo che abbia fatto più lui ieri sera per rinsaldare il vacillante spirito nazionale di questo paese che tutte le celebrazioni che verranno.
Le perplessita sul discorso di re Benigni sono altre, e comunque poca cosa rispetto all’evento che è stato, poco più che note ai margini. Innanzitutto, troppo lungo. Quasi un’ora. A tratti insostenibile, nonostante la diabolica capacità di affabulazione con cui è stato condotto. Fluviale. Una performance, più che da televisione e da Festival di Sanremo, da teatro, da arena, da stadio. Ma la televisione, e il povero festival che ormai è ridotto a pretesto e veicolo per tutto fuorché le canzoni (che pure sarebbero la sua mission), è un’altra cosa, impone tempi e ritmi diversi, più veloci e stringati. Benigni ha strattonato il festival, l’ha tirato verso di sè, gli ha fatto fare il piccco massimo di ascolti, ma l’ha anche cannibalizzato. Qualunque cosa accada da adesso fino alla fine di Sanremo, questo festival resterà per sempre quello di Roberto Benigni, non delle canzoni presentate e come silenziate dal tornado di ieri sera. Un’ulteriore piccconata verso la morte di Sanremo come festival della canzone e spettacolo di musica (come ho già scritto ieri su questo blog).
Altro limite della sua perfomance, l’incerto quadro culturale emerso man mano dalla sua esegesi dell’Inno di Mameli, dalla sua dilettantesca ricostruzione della storia d’Italia dai Romani ai giorni nostri o quasi. Al di là della mostruosa abilità di intrattenimento, sembrava la calvalcata con casuali deviazioni di un autodidatta che avesse maldigerito i libri letti, e con semplificazioni imbarazzanti da bigino di terz’ordine. Come si fa a dire che gli antichi Romani erano italiani come noi? O che erano più moderni dei Greci? Queste sono sciocchezze, e non è necessario essere degli storici per capirlo. Poi, quell’infelice accenno al fatto che solo con una lingua nazionale così bella come l’italiano si poteva scrivere la Divina Commedia, dimenticando che allora l’italiano era poco più che il vernacolo toscano-fiorentino, frutto come tante altre lingue della decadenza e della corruzione del latino alto. Sembrava di vedere in Benigni, in quelle sue semplificazioni anche entusiaste e generose, certi intellettuali contadini di molte generazioni fa, che in mezzo a tanti analfabeti avevano avuto la fortuna di imparare a leggere, e che qualcosa avevano letto. E che la sera sull’aia raccontavano la grande storia, le gesta degli eroi e la grande letteratura (Dante, Manzoni) ai familiari e ai vicini estasiati, e la raccontavano a modo loro, inventando magari, ma anche facendone una narrazione incantatrice e meravigliosa. Ieri sera siamo stati tutti, in quindici milioni, contadini sull’aia ad ascoltare ipnotizzati il mago Benigni.

LUIGI LOCATELLI

http://luigilocatelli.wordpress.com/2011/02/18/il-discorso-del-re-benigni-a-sanremo/#comment-960

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Non satira, ma sofisticata strategia di comunicazione : la canzone di Luca e Paolo a Sanremo serve per “annacquare” lo scandalo Ruby.


Le Iene sono di sinistra o sono la foglia di fico delle TV di Berlusconi? Prima le foglie di fico erano di più, ormai è stato allontanato anche Mentana e ci sono rimasti loro e Antonio Ricci.

Sono pochi quelli che si pongono la domanda : la canzone che Luca e Paolo hanno cantato a Sanremo è frutto del loro sacco, cioè satira, oppure fa parte di una strategia sofisticata di disinformazione messa in piedi dagli specialisti in comunicazione di Berlusconi?

Ecco il testo della canzone di Luca e Paolo “Ti sputtanerò”

Ti sputtanerò

al Giornale andrò

con in mano foto dove tu sei con un trans.

Ti consegnerò le intercettazioni

e alle prossime elezioni sputtanato sei.

Ti sputtanerò con certi filmini che darò alla Boccassini dove ci sei tu.

E le mostrerò donne sopra i cubi e ci metto pure Ruby che ti fotterò

E se Emilio/Fede /non si/ vede /ce lo aggiungo col Photoshop.

Ho già sentito Lele/Mora/ che dichiara/cosa?/ tutto!

Ti sputtanerò sarà un po’ il mio tarlo

con la casa a Montecarlo dei parenti tuoi… mogli e buoi…tutti tuoi!

e ti sto sputtanando …dove? In questura!/ pure! /porto anche la Santanché.

Le ragazze stanno dalla parte mia

e so che mi sostengono se l’affitto in via dell’Olgettina è intestato a me.

Tuo cognato già lo sai io lo dimostrerò

che la casa al Principato appartiene a lui.

Ti sputtanerò farò l’inventario

con Noemi e la D’Addario dei festini tuoi

Ti sputtanerò dirò a D’Agostino

che tua suocera e Bocchino han gli inciuci in Rai.

E se tu intercetti la Nicole Minetti

c’è Ghedini che intercetterà te.

Ti sto sputtanando…dove? da Santoro… quando? Ora. Chiamo.

Ti sputtanerò. Non mi butti giù.

Sì ma il 6 aprile in aula ci vai solo tu.

 

Le vicende attuali vengono descritte dalla canzone come risultato di un conflitto tra Fini e Berlusconi. Tuttavia Fini viene attaccato molto più duramente dell’altro.

Infatti si insinua che Fini potrebbe avere avuto rapporti con trans (il che agli occhi di molti è peggio che avere rapporti con minorenni; starebbe in combutta con la Boccassini e farebbe circolare foto false ritoccate con il photoshop).

Le accuse a Berlusconi, in confronto, sono molto più lievi, ma “il 6 aprile in aula” ci andrà solo lui!

Si suggerisce in tal modo la tesi che, in fin dei conti Berlusconi, sarebbe solo un puttaniere come ce ne sono tanti, mentre Fini sarebbe mezzo gay, traditore e spione.

Ci chiediamo come mai Masi in RAI fà censura preventiva a suon di telefonate in diretta, contratti non firmati, disposizioni per la composizione del pubblico, dichiarando guerra ai Santoro, ai Floris e alle Dandini, che si rivolgono ad un pubblico già schierato e politicizzato. Si cerca di limitare e sabotare la libertà di trasmissioni e di conduttori che tutto sommato non spostano voti, se non in minima parte.

Poi la RAI permette stranamente una canzone così a Sanremo, dove si fa il 50% di share e viene visto dal pubblico meno politicizzato.

La canzone punta in effetti al bersaglio grosso del pubblico più influenzabile e popolare – che non legge i giornali e di certe cose sa solo per sentito dire – facendo passare la tesi  che tutti i politici sono colpevoli, quindi nessuno è realmente colpevole. Tradotto in linguaggio popolare : il pulito ci ha la rogna!

Il Giornale di Sallusti nel frattempo fa finta di scagliarsi contro le Iene che a Sanremo farebbero propaganda di sinistra : ciò sostiene la tesi che in Italia non ci sarebbe regime mediatico e che invece tutti si accaniscono contro il premier. (significativi i commenti dei lettori sul sito WEB de Il Giornale)

Solo qualche commentatore o blogger più attento fà rilevare che l’operazione potrebbe essere una sofisticata operazione di disinformazione.

I maggiori giornali – anche Repubblica – sembrano esserci cascati completamente. Vuol dire che le opposizioni non hanno ancora capito con chi hanno a che fare e non sanno riconoscere gli schemi narrativi ad uso del grosso pubblico che gli spin doctors della comunicazione berlusconiana preparano di volta in volta.

Diamoci un svegliata : il Grande Fratello orwelliano è all’opera per diffondere le sue verità, si avvale di grandi risorse e di strumenti comunicativi sofisticati e Berlusconi si sta giocando il tutto per tutto.

fonte : http://svistasocialclub.wordpress.com/

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“Vendola sfilava nudo!” – Continua il metodo Boffo


Patetico il titolo del Giornale di ieri: “Vendola sfilava nudo… Ma oggi fa il moralista Lui: Roba vecchia, rido”

Sottotitolo: “Un giovane Nichi (al centro) nel campo nudisti di Capo Rizzuto. Nel 1979 l’attuale governatore pugliese difendeva la libertà sessuale. Ora è il paladino dell’etica. La replica: Mi faccio una risata.”

Sparata a tutta pagina la foto del giovane Niki Vendola in un campo nudisti insieme con due amici, quella che vedete qui sopra. 

Semplice, no? Sembra di risentire il premier, quando enuncia la sua becera e ribalda Weltanschauung: “Meglio andare a donne che a uomini”.

Siamo alle solite.

La difesa dell’indifendibile si è ormai arroccata su questa spiaggia desolante.

I cui assunti sono i seguenti:

– Chiunque critichi i comportamenti avventati e imprudenti del premier ( o anche semplicemente la sua inadempienza e inefficacia) è un bacchettone e un moralista.

Chi in passato (o anche nel presente, come dimostra l’articolo del Giornale!) è stato vittima di bacchettoni e moralisti, stia molto attento, se si mette in testa di criticare il premier: i suoi trascorsi e le sue inclinazioni finiranno sotto la lente del microscopio.

Alla base di tutto il solito equivoco, cui ha fatto da megafono Giuliano Ferrara con la sua tristissima manifestazione delle mutande: non c’è differenza tra libero amore e sesso comprato.

Se si è a favore del primo, bisogna essere indulgenti con il secondo (o almeno con l’utilizzatore finale!)

A quei due assunti Il Giornale ha apposto, ormai da tempo, anche un codicillo finale: Se sei gay, non puoi criticare il premier.

E’ il metodo Boffo, bellezza!

Filippo Cusumano

http://www.agoravox.it/Vendola-sfilava-nudo-Continua-il.html

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Le «poche radical chic» al Tg1.


Erano

abbastanza per riempire piazza del Popolo a Roma
100 mila a Napoli
100 mila a Torino
60 mila a Milano
50 mila a Genova
50 mila a Bologna
un migliaio a Parigi
un migliaio a Bruxelles
un centinaio a Tokyo

per un totale di 230 piazze in Italia e 50 nel mondo. E oltre un milione di persone.

Naturalmente nulla di tutto questo è stato detto al Tg1 delle 20. Dove il servizio sulle manifestazioni «Se non ora quando?» è andato in onda, come piace a Minzolini, dopo una decina di minuti (quando l’attenzione scema), senza una menzione nemmeno approssimativa del numero di presenti, di piazze coinvolte e del fatto che fossero sparpagliate in tutto il globo. In compenso c’era il commento di Mariastella Gelmini: «sono solo poche radical chic».

Chissà, magari al Tg1 hanno l’abitudine di non riportare le stime degli organizzatori. Che, si sa, sono sempre arrotondate abbondantemente per eccesso.

Poi viene in mente come lo stesso telegiornale apriva il servizio (il primo, naturalmente – gli esteri contano solo all’occorrenza) sulla manifestazione del Pdl del 20 marzo 2010 a Roma:

Buonasera dal Tg1. Più di un milione di partecipanti

E non resta, come al solito, che la malafede.

Ps: Accresciuta, tra l’altro, da come la stessa notizia è trattata sul sito del Tg1:


http://ilnichilista.wordpress.com/

 

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L’ATEISMO DEVOTO DI GIULIANO FERRARA


Tutto si può dire di Giuliano Ferrara tranne che non sia coerente, è stato comunista nel momento in cui conveniva essere comunisti, poi per lo stesso motivo è stato craxiano e in ultimo berlusconiano. Una coerenza dettata dall’opportunismo.
Ferrara è una sorta di ateo devoto, un ateo che dimostra vicinanza con le posizioni della Chiesa cattolica, nel caso di Ferrara, questo ateismo devoto si manifesta in  maniera molto discutibile:  una volta te lo ritrovi a condurre una dura battaglia per una moratoria sull’aborto, che lo stesso considera come un omicidio, e poi te lo ritrovi a condurre una dura battaglia contro i magistrati che si sono permessi di indagare Silvio Berlusconi per i reati di prostituzione minorile e concussione. Insomma, Ferrara ha una morale tutta sua, le donne non devono abortire ma possono frequentare le orgie di Hardcore. Se ci dovesse scappare un’ aborto dopo un’orgietta ? In questo caso, cosa prevede l’ateismo devoto ferrariano ? Magari Catalogare l’aborto post orgetta tra i rischi del mestiere e quindi in quanto tale considerarlo perdonabile rispetto ad un altro tipo di aborto ? Ci faccia sapere !
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Facebook Revolutions Dalla Tunisia all`Egitto, le nuove ribellioni nate con la Rete


Twitter, Facebook e YouTube non sono il movimento, ma gli strumenti del movimento. Quelli che hanno permesso di abbattere un regime pluridecennale, feroce e liberticida. Nelle piazze, gli attivisti avevano in una mano la bandiera, nell’altra il cellulare. Foto, post e tweet hanno incendiato gli animi e sconfitto la censura. Un pirata informatico è diventato ministro. Un rapper ha cantato la rivoluzione da YouTube. Niente sarà più come prima. E non solo nel mondo arabo.

Dalla Tunisia all’Egitto le proteste popolari di massa hanno parlato una sola lingua: basta regimi dittatoriali, la gente comune vuole libere elezioni e democrazia. 

I manifestanti hanno alzato più volte lo stesso cartello: “Game Over”. Segno della consapevolezza che quelle immagini sarebbero arrivate ai sostenitori internazionali dei despoti che governano da venti, trent’anni. Le hanno chiamate “le rivoluzioni di Facebook e Twitter”. Non sono stati i social media a mandare Zine el-Abidine Ben Ali in esilio a Jedda.

Ma senza questi strumenti non ci sarebbe stata la “rivoluzione dei gelsomini”. I nuovi mezzi di comunicazione hanno permesso di diffondere informazioni, video e fotografie aggirando la censura e connettendo le persone all`interno dello stesso paese, da un paese all’altro, con l`opinione pubblica internazionale.

La rivoluzione, poi, l’hanno fatta le persone nelle strade. Opponendo i loro corpi alla repressione e pagando anche con la vita. In una mano un cartello o una bandiera, nell`altra il cellulare. Un largo movimento di massa è cresciuto a causa della sofferenza delle persone in un preciso contesto politico, economico e sociale. Twitter, Facebook e YouTube non sono il movimento, sono gli strumenti del movimento.

Hanno dato voce a questa gente, che si è ritrovata unita dalla fame di libertà. I regimi hanno perso perché pur nel loro costante controllo dell’informazione con tutti i mezzi della censura, hanno sottovalutato il potere dei social network.

L`Occidente si è trovato sorpreso e impreparato perché ha continuato a raccontare la favola di masse amorfe, attratte al più dai richiami dei muezzin. La società civile europea è in gran parte rimasta ai luoghi comuni delle parabole, degli sbarchi dei disperati o dell`invasione. E non ha capito cosa stava fermentando dall`altra parte del Mediterraneo.

http://www.terrelibere.org/libreria/facebook-revolutions

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La politica? Un gioco per Signorini


Alfonso Signorini è uno dei più abili produttori di infodivertimento in Italia attraverso il suo settimanale di gossip e un neonato talk-show televisivo. Avrà un ruolo importante in campagna elettorale. Perché “Chi” e “Kalispera” mostrano un volto spensierato dell’Italia, inculcando l’idea che le cose nell’era Berlusconi non vanno poi così male. E se i cittadini si sentono più felici, è probabile che alle prossime elezioni votino più volentieri per il governo in carica, come dimostra una recente ricerca americana. Una strategia mediatica che sarebbe bene non sottovalutare.

Una previsione facile facile: Alfonso Signorini sarà uno dei protagonisti della prossima campagna elettorale. Lo si intuisce dagli eventi dell’ultimo mese: a metà dicembre il direttore di Chi debutta alla conduzione del talk-show leggero “Kalispera!”, e già ingaggia un testa a testa in termini di audience con il consolidato “Porta a Porta”. E dal lato di Chi, Signorini piazza una conturbante foto di Massimo D’Alema a Sankt Moritz, che desta un mare di polemiche e un oceano di attenzione verso la notizia (?) stessa.

FENOMENOLOGIA DI SIGNORINI

Per comprendere il ruolo politico e mediatico di Alfonso Signorini nell’Italia di oggi si può innanzi tutto leggere l’accorta analisi di Filippo Ceccarelli su Repubblica. Ancor meglio, si dovrebbe studiare con attenzione l’intervista allo stesso Signorini su Il Giornale. Secondo Ceccarelli, il metodo da rotocalco utilizzato da Signorini è un modo nuovo di fare politica, e tra le righe del pezzo traspare quasi un timore per la forza dirompente di questo metodo. Nell’intervista, Signorini rivendica con orgoglio il fatto di farsi “le domande che si fa la gente comune”, e con qualche compiacimento si stupisce che qualcuno possa pensare a una “fenomenologia di Alfonso Signorini”. Ma è l’intervista stessa a mettere bene in chiaro la sua strategia mediatica e la sua fenomenologia.
Da un certo punto di vista, forse non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Signorini è uno dei più abili produttori di “infodivertimento” (infotainment) che abbiamo oggi in Italia, e sta semplicemente seguendo la falsariga di quello che già da anni accade negli Stati Uniti: in misura sempre maggiore i cittadini si informano attraverso spettacoli di intrattenimento, e nel contempo prestano meno attenzione a formati tradizionali come i telegiornali. Negli Usa ci sono show come quelli di David Letterman, Jay Leno e Jon Stewart, che ormai da anni vengono studiati nel loro contenuto politico. (1)
“Kalispera!” è una versione italiana di questo tipo di prodotti: scanzonata, nazional-popolare per il suo appello alla “gente comune” ed essenzialmente berlusconiana, in quanto si conosce benissimo l’identità del datore di lavoro di Signorini. Naturalmente Kalispera non è un caso unico: esistono in Italia altri prodotti di infodivertimento, che si focalizzano su un pubblico probabilmente diverso da quello di “Kalispera” e offrono contenuti diversi, come ad esempio la trasmissione “Vieni via con me” con Fabio Fazio e Roberto Saviano. Ma Signorini va studiato con attenzione, un po’ come Umberto Eco fece con Mike Bongiorno.
Quali sono le caratteristiche dell’infodivertimento offerto da Signorini? L’analisi economica ci dà un aiuto: si tratta di un prodotto che contemporaneamente soddisfa le esigenze dal lato della domanda e da quello dell’offerta. La telefonata di Silvio Berlusconi a “Kalispera” aumenta l’audience, e contemporaneamente permette a Berlusconi di fare un mini-comizio elettorale in orari strani. A conti fatti, Berlusconi è felice il doppio, come beneficiario finale degli introiti pubblicitari e come presidente del Consiglio. A questo proposito, nell’intervista al Giornale Signorini sottolinea come le vendite di Chi aumentino sensibilmente tutte le volte che in copertina fa la sua apparizione Berlusconi e/o famiglia. Signorini vende prodotti politicamente perfidi, come la foto di D’Alema a Sankt Moritz, ma anche mediaticamente sublimi, come il reality-sketch di Emanuele Filiberto che si fa correggere gli strafalcioni alla lavagna durante una delle ultime puntate di “Kalispera”.

UN’ITALIA SPENSIERATA

Tutto questo armamentario avrà un ruolo importante in campagna elettorale: Chi e “Kalispera” mostrano un volto spensierato dell’Italia, inculcando l’idea che le cose – durante la lunga era di Berlusconi – non vanno poi così male. E se i cittadini italiani si sentono più felici, è probabile che alle prossime elezioni voteranno più volentieri per il governo in carica. Chiacchiere da bar? Neanche tanto: uno studio molto recente apparso sui Proceedings della National Academy of Sciences racconta come negli Usa il politico in carica (governatore, senatore o presidente) riceva un numero di voti significativamente maggiore se nella settimana precedente le elezioni la squadra locale di football vince una partita. (2) L’effetto non è trascurabile: dopo una vittoria, la percentuale di voti a favore del politico in carica aumenta di almeno l’un per cento. Inoltre, tale effetto è tanto maggiore quanto più la partita è importante e la vittoria sorprendente. Ebbene, tornando baroccamente ai casi nostri, uno show come “Kalispera” è sorprendentemente allegro e sereno rispetto ai tempi attuali e potrebbe dare il suo (piccolo) contributo alle chances elettorali di Berlusconi. Se è vero che gli elettori – come mostrato dalla ricerca più recente – sono contemporaneamente razionali ed emotivi, non deve stupire che eventi irrilevanti possano influenzare le loro scelte politiche semplicemente cambiandone l’umore medio. (3)
Sotto questo punto di vista, le teste pe(n)santi del centrosinistra devono evitare l’errore di prendere sotto gamba la strategia mediatica messa in atto da Signorini, così come spesso hanno sottovalutato l’abilità politica di Berlusconi. In ogni caso, a prescindere dai contrasti interni, la situazione del centrosinistra è resa oggettivamente più complicata dal conflitto di interessi che affligge (?) Berlusconi e gli permette di usufruire liberamente di un’arma mediatica acuminata come Signorini. E nelle circostanze difficili Signorini sa anche prendersi un rischio, come quello di intervistare in esclusiva Ruby Rubacuori. Una mossa difficile, che ancora una volta cerca di accontentare il lato della domanda, con le sue bramosie voyeuristico-informative, e il lato dell’offerta, con l’esigenza di contenere i danni e di mostrare Berlusconi come un magnanimo benefattore disinteressato. (di Riccardo Puglisi)

(1)Ad esempio: David Niven, Robert Lichter e Daniel Amundson [2003]. “The Political Content of Late Night Comedy.” The International Journal of Press/Politics, 8(3): 118-133. Abstract disponibile qui.
(2)Andrew J. Healy, Neil Malhotra, and Cecilia Hyunjung Mo [2010]. “Irrelevant Events Affect Voters’ Evaluations of Government Performance.” Proceedings of the National Academy of Sciences. 107(29): 12804-12809. Disponibile qui.
(3)Ad esempio: Jonathan Ladd e Gabriel Lenz [2008]. “Reassessing the Role of Anxiety in Vote Choice.” Political Psychology, 29(2): 275-296. Disponibile qui.

Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002110.html

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A galla i ciarlatani e i pensatori da strapazzo


cortigiano [cor-ti-già-no] agg., s.
• agg. 1 Della corte 2 fig. Ossequioso, adulatorio in modo servile
• s.m. 1 Gentiluomo di corte 2 fig. Leccapiedi

I topi avvertono che la nave affonda e sono nervosi, perché forse ormai è troppo tardi per abbandonarla. Si potrebbero ritrovare, da un giorno all’altro, senza tutti i lussi che la vita da cortigiano gli ha sempre garantito.

Ci troviamo negli studi de L’ultima Parola, programma nato come l’anti-annozero, ma che per qualità sembra più un mercato della frutta. Cinque poltrone con cinque ospiti in studio. Un calmo, preciso e pacato Peter Gomez siede al centro, circondato da personaggi del calibro di Alessandro Sallusti, Vittorio Sgarbi e Maurizio Gasparri. Verrebbe da chiedere dov’è il tanto cercato equilibrio di opinionisti che i politici invocano sempre, ma solo per programmi che il pluriprescritto non digerisce.

L’argomento trattato è quello del momento, quello che più di tutti sta facendo male al premier e al suo futuro politico. No, non è l’argomento mafia e neppure l’argomento massoneria deviata. Non è la corruzione o il malgoverno. Si parla di sfruttamento della prostituzione minorile e derivati.

Gomez dice la sua, Sgarbi anche. Al giornalista de Il Fatto Quotidiano scappa un “non è vero”, mentre Vittorio Sgarbi parla ed è il caos. Ma tutto questo, meglio lasciarlo descrivere alle video immagini. Subito dopo chiuderò con una citazione dal libro: “Homo Videns” di Giovanni Sartori, sulla TV e sui personaggi che questa premia e valorizza. Fatemi sapere se leggendo quelle parole non vi verrà subito in mente Vittorio Sgarbi.

“In TV (…) la disinformazione è alimentata da due tipiche distorsioni di un informare che deve essere a ogni costo eccitante: il premiare l’eccentricità e il privilegiare l’attacco e l’aggressività. Sul primo aspetto mi limito a osservare di passata che la visibilità è garantita alle posizioni estreme, alle stravaganze, agli esagerati e alle esagerazioni. Più una tesi è sballata, e più viene reclamizzata e diffusa. Le menti vuote si specializzano in estremismo intellettuale, e così acquistano notorietà (diffondendo, si capisce, vuotaggini). Ne risulta una formidabile selezione alla rovescia. Vengono a galla i ciarlatani, i pensatori da strapazzo, i novisti a ogni costo, e restano in ombra le persone serie e veramente pensanti.” (Giovanni Sartori)

fonte : http://www.byteliberi.com/2011/01/a-galla-i-ciarlatani-e-i-pensatori-da-strapazzo.html

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Tv del dolore, l’horror targato Barbara D’Urso


Un urlo silenzioso: la bocca semiaperta, il volto contratto. La telecamera sta lì, e lo guarda, per il piacere o il dolore degli spettatori. Ma il Dio Auditel ha tradito, nonostante i sacrifici offerti: lo show Stasera che sera – che il critico tv del Corriere Aldo Grasso ha definito «la più volgare ed efferata trasmissione della domenica» – chiude precipitosamente i battenti dopo due sole puntate, travolto dai pessimi ascolti e da uno tsunami di proteste. È che, all’apice di un delirio ultra-trash, domenica Barbara D’Urso, la conduttrice, aveva spiattellato lì la tragedia di Francesco Nuti, malato da anni: ecco a voi le pelose testimonianze di Mietta, di Pieraccioni e altri, le immagini della sua bimba, le promesse di meravigliosi progetti futuri e lui, l’ex Giancattivo in collegamento che rimane come scolpito in un’espressione terribile, di pianto e dolore. Poco prima ben cinque scrittori disquisivano nel medesimo studio sull’Unità d’Italia, non sia quanto consapevoli o compiaciuti dell’abisso della trasmissione e, subito dopo, l’immancabile balletto con natiche per aria e mutande inguinali.

Niente da fare: lo show è stato doppiato nella corsa agli ascolti da una pessima fiction su Rai1 e Mediaset ha visto bene di chiudere la trasmissione. «Quando un esperimento non riesce è onesto interromperlo senza cercare scuse»: così ora dice, in una nota, il direttore generale Informazione Mediaset Mauro Crippa. «Innovare è sempre la strada giusta e ci riproveremo con fiducia. Un sincero ringraziamento a Barbara che ha mostrato coraggio e professionalità». Altro che.

La domanda, però, è: poterono di più le polemiche o i bassi ascolti? È vero che già lunedì i siti ribollivano di proteste e di commenti indignati per il numero sul regista e attore toscano, che anni fa ebbe un incidente domestico in seguito al quale cadde in coma. I commenti sui giornali non sono stati molto più teneri. Non ha funzionato, questa volta, la pornografia dei sentimenti che tanta fortuna ha portato ad altre trasmissioni, soprattutto in casa Mediaset? Oppure in effetti è la sensibilità del pubblico nel paese di una telenovela impazzita intitolata Bunga Bunga che sta cambiando?

A ME IL POPOLO!
D’Urso sembra non avere dubbi: solo un incidente di percorso. Anzi. «Torneremo più forti di prima», ha ieri declamato nel suo salottino di Pomeriggio Cinque, anch’esso in onda sulla rete ammiraglia Mediaset, in un surreale processo di autoassoluzione mediatica, utilizzando la propria debacle d’ascolti come trampolino di lancio per il ludibrio del solito bla bla pomeridiano. «Vorrei parlare a tutti i milioni di telespettatori che mi guardano ogni pomeriggio…». E vai con la sua variante personale di quel che è cinico e quel che non lo è, dibattito su eutanasia compresa: «È tv giusta quando si mostra per motivi etici il dolore di Welby? Quello non è cinismo e questo sì?». E al povero spettatore solo questo rimane: un urlo silenzioso, come quello di Nuti.

fonte : http://www.unita.it/culture/tv-del-dolore-mediaset-chiude-br-l-horror-targato-barbara-d-urso-1.266912

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Grande Fratello: l’allevamento dei piccoli Berlusconi


Parliamo di Grande Fratello. Lunedì sera, nella puntata andata in onda come al solito su Canale 5, è stata presa un’importante decisione: l’espulsione di tre concorrenti.

Durante la settimana, infatti, tale Pietro Titone, ex calciatore ultratatuato (curiosità: avrebbe scritto sulla schiena “proud of you”, orgoglioso di te, riferendosi a sé stesso), secondo il resoconto on line pubblicato sul sito della popolare trasmissione “si è reso protagonista di uno spiacevole episodio di turpiloquio”. Il belloccio, infatti, avrebbe bestemmiato davanti alle telecamere.

“Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, ha commentato adirata la conduttrice Alessia Marcuzzi, mentre il concorrente ha tentato di giustificarsi dichiarando, in un italiano incerto: “Non me ne sono reso conto. L’unica cosa che posso dire se ho sbagliato è chiedere scusa”.

Ma Titone non è stato l’unico ad essere espulso: sotto la ghigliottina degli autori della trasmissione sono finiti anche tali Matteo Casnici e Massimo Scattarella, colpevoli anche loro di aver bestemmiato nei giorni scorsi. Il primo, fotomodello, ha comunque vinto la sua sfida personale: aveva dichiarato infatti come obiettivo personale “Il Grande Fratello è una sfida con me stesso. Non sono mai riuscito a stare chiuso in casa per più di quattro giorni” (e perché mai avrebbe dovuto, ci chiediamo noi…). Massimo Scattarella, culturista di professione, diploma di terza media faticosamente conquistato, è uscito invece dalla casa sussurrando “mi piego ma non mi spezzo”, quasi una minaccia, in realtà come spiega la sua breve biografia un comandamento al quale si attiene quotidianamente.

“Grande Fratello – ha affermato Alessia Marcuzzi, rivolgendosi ai concorrenti – è un programma che sin dalla sua nascita è sotto l’occhio del ciclone, ci sono sempre state molte polemiche che hanno offuscato anche ciò che di buono abbiamo raccontato in questi anni. Se queste cose belle sono state offuscate è anche a causa del vostro comportamento non civile, un continuo di parolacce, bestemmie ed espressioni scurrili”. Così la conduttrice ha ritenuto di dover bacchettare gli inquilini, intenta a insegnare le buone maniere.

Eppure la presentatrice non sa, o finge di non sapere, come non siano quei turpiloqui ad essere gravemente diseducativi, bensì tutto il contesto. La stragrande maggioranza dei concorrenti della trasmissione, infatti, non desidera altro che “lavorare nel mondo dello spettacolo”.

Basta farsi un giro sul sito ufficiale del programma, inoltre, per capire come la scelta degli autori sia stata accuratissima. Sono tutti supertatuati, vestono abiti firmati, molti di loro hanno studiato solo fino alla terza media. Hanno una cura maniacale per il corpo, bicipiti scolpiti e capelli mai fuori posto, e dicono in continuazione banalità mascherate da massime filosofiche (Pietro Titone, appena espulso: “non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta”). Insomma, sembrano tutti piccoli Silvio Berlusconi. Anche, ad esempio, nella visione delle donne: prede da conquistare, nella migliore delle ipotesi. E loro, le donne, di certo non fanno molto per dare di sé un’altra immagine: è più che sufficiente scorrere tra i loro “obiettivi” per capire come tutte sognino un futuro in televisione.

Insomma, il Grande Fratello appare sempre di più come una fabbrica in cui incessantemente si produce berlusconismo. Tanto che gli spettatori, pronti a scandalizzarsi per i turpiloqui in diretta, nulla hanno da dire verso i più gravi scandali che attraversano il Paese. Marchionne  pronto a distruggere lo statuto dei lavoratori. La Gelmini, che farà la stessa cosa con la ricerca e l’università. La sinistra, sempre più in panne e incapace di proporre nulla di sensato. Le dichiarazioni scandalose dei leghisti. E anche l’assenteismo dilagante: due giorni fa, dopo 19 giorni di panettoni e torroni, solo otto deputati su 630 erano presenti alla ripresa dei lavori in aula.

Davide Falcioni

fonte :  http://www.inviatospeciale.com/2011/01/grande-fratello-lallevamento-dei-piccoli-berlusconi/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Inviatospeciale+%28InviatoSpeciale%29

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Questi giornali non servono


Alexander Stille: “I media italiani pensano solo alla politica, non ai lettori”

Quando potremo dire tutta la verità, ce la saremo dimenticata. La frase – copyright Leo Longanesi – fotografa fin troppo bene la stampa del Paese sempre bello, che ama parlar d’altro. O al massimo appiccica un microfono di fronte ai politici e poi si addormenta, certamente si accontenta, in ossequio al famoso “mi consenta”. Alexander Stille, giornalista, scrittore, docente alla Columbia University, non è affatto stupito: “È una vecchia storia. L’informazione italiana è sempre stata fin troppo vicina alla politica”.
Teoricamente i “clienti” dei giornali sono i lettori. O no?
I quotidiani italiani non sono fatti per i lettori, ma per i politici. C’è un bellissimo saggio dell’inizio degli anni ‘50, scritto da Enzo Forcella, che s’intitola 1500 lettori. Già allora si diceva che la stampa italiana non era pensata per informare i cittadini, ma ad uso e consumo di un ristretto gruppo di persone: i potenti. Ministri, prelati, imprenditori. Questo è sempre vero, purtroppo. Ed è così a sinistra come a destra.
Stille, stamattina (ieri per chi legge, ndr), i giornali italiani titolavano con una frase di Berlusconi: “I comunisti mi vogliono fare fuori”. Saranno più stanchi i lettori di leggerlo o i direttori di scriverlo?
Il punto è che questo modo di fare informazione fa comodo a molti. È uno degli aspetti, purtroppo geniali, di Berlusconi: da 16 anni offre una forma di intrattenimento quotidiano. Vive sulle battute, sui commenti oltraggiosi, sulle gaffe. Usa i suoi passi falsi e gli scandali come diversivo. Una distrazione dai problemi veri del Paese.
Per esempio?
Lo scandalo più grande degli ultimi decenni è la situazione dell’economia italiana. Una crisi che sentono tutti, ricchissimi a parte, e di cui quasi non si parla. La crescita del pil si è fermata quasi del tutto mentre l’Italia ha perso molto in termini di competitività. Tutti gli economisti lo sottolineano, ed è una cosa visibile anno dopo anno, soprattutto con il governo Berlusconi. Eppure i giornali italiani non se ne occupano. Forse perché il premier non vuole che se ne parli: è la controprova del fatto che il re è nudo. E soprattutto incompetente in un campo in cui avrebbe dovuto essere un maestro.
La differenza tra il Paese sul giornale e il Paese reale è la causa del crollo di vendite dei quotidiani?
In parte sicuramente sì. Perché se scrivi per 1500 lettori, tutti gli altri si sentono trascurati. O peggio, presi in giro. E comunque se tu non hai letto la prima puntata di una qualunque storia, è impossibile nei giorni seguenti capirci qualcosa.
Sciatteria?
Anche: non si riassume mai la vicenda. E poi i nomi, si dà sempre per scontato che la gente li sappia tutti. Ma bisognerebbe mettersi nei panni di una persona normale. Che si occupa d’altro durante la giornata e che va in edicola per sapere cosa succede a casa sua e nel mondo.
La formula Tg1 – servizi su come si diventa maggiordomi o sull’invasione di pappagalli in Gran Bretagna – sembra un po’ scimmiottata anche dai quotidiani. Sudditanza?
Il mondo di Minzolini è un mondo a parte, irreale, di fantasia. Però questa non può essere una scusa per fare meno bene il proprio lavoro. Anche magari facendo articoli critici su quello che appare in televisione.
O su quello che non appare. È il 2 luglio 2009. Secondo l’Istat, il rapporto deficit-pil nel primo trimestre 2009 ha toccato il 9,3%, la punta massima dal 1999. Titoli del Tg1 delle 13.30: la tragedia ferroviaria di Viareggio, approvato il pacchetto sicurezza, G8 de L’Aquila (manca una settimana), via alla stagione dei saldi estivi, veglia funebre per Michael Jackson. Nemmeno una parola sul dato Istat.
Il Tg1 è anche un ottimo ufficio stampa, quando serve.
Giornalisti più realisti del re?
Il punto di partenza era una stampa troppo vicina alla politica. E allora quando introduci un soggetto potentissimo, che può punire chiunque dissenta dalla sua vulgata, i rischi sono chiarissimi. In un giornalismo già debole, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Ricordo che un paio di anni fa un giornalista della Rai si lamentò con me del fatto che in Italia non c’era una buona informazione sul caso Alitalia. Non c’erano stati paragoni fattuali sulle offerte di Air France e quella della cordata italiana. Quando gli chiesi perché la Rai non lo faceva, mi rispose che non ci pensavano affatto: sapevano di non potere. È l’esempio perfetto di un giornalista consapevole dell’importanza di una notizia e altrettanto consapevole dell’impossibilità di fare il proprio mestiere.
Meno male che si chiama pubblico, il servizio.
Berlusconi non sarebbe sopravvissuto nemmeno un anno, con un’informazione aggressiva e capace. L’avrebbero distrutto in mille occasioni: mi viene in mente il decreto salva-ladri. O le tangenti alla Guardia di Finanza. E naturalmente potremmo continuare per ore. Invece appare dove vuole, non risponde mai e impone la sua visione del mondo sul Paese.
Ma in una democrazia l’informazione è il potere che dovrebbe sorvegliare gli altri.
Infatti: in Italia la democrazia è zoppa.

fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/01/07/questi-giornalinon-servono/85188/

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Lo squallore maschilista del Berlusconismo


Berlusconi e le donne.

[Dagens Nyheter]

Per molti svedesi è impossibile capire come il premier italiano, con le sue gaffe e i suoi passi falsi, possa essere popolare in patria. Mercoledì esce “Berlusconi – l’italiano”, il libro in cui Kristina Kappelin ne cerca una spiegazione – e tra le altre cose la trova nella dittatura della bellezza.

Federica Rossi Gasparrini, presidente dell’organizzazione delle casalinghe italiane Federcasalinghe, mi ha raccontato una volta dello scarso rispetto di Silvio Berlusconi nei confronti delle donne in politica. L’organizzazione, che conta 850 mila membri, subì il corteggiamento di Forza Italia in occasione delle elezioni del 1994 e decise di dare il suo appoggio all’esordiente Berlusconi. “Berlusconi ha promesso di agire in quei settori che più ci stanno a cuore. Ci ha garantito che farà in modo che ogni donna possa scegliere liberamente se lavorare in casa o fuori”, disse la presidentessa in un’intervista del 1994 al Corriere della Sera. Federcasalinghe decise così di mettere i suoi 300 uffici in tutta Italia a disposizione di Forza Italia, contribuendo in modo significativo alla vittoria elettorale.

Federica Rossi Gasparrini diventò deputato parlamentare, e cercò quindi di far mantenere a Berlusconi le sue promesse alle casalinghe. Ad ogni incontro, Berlusconi non risparmiava battutacce. Inizialmente Federica sorrideva un po’ per essere educata, ma col tempo il suo ribrezzo cresceva, finché sentendosi ingannata chiese apertamente se al governo in realtà interessasse qualcosa delle casalinghe e delle loro richieste.
“Certo che ci interessano le casalinghe”, rispose Berlusconi ridendo.
“A patto che abbiano meno di 25 anni e portino la quarta”.

La mia opinione è che la questione che riguarda Berlusconi e il genere femminile sia centrale per comprendere tanto questo bizzarro politico, quanto la società italiana odierna e il modo in cui lui l’ha plasmata. Oggi si usa spesso la condizione delle donne come metro di valutazione della democrazia e dello sviluppo di una società. Da questo punto di vista, l’Italia fa decisamente una pessima figura.
Non è solo colpa di Berlusconi, d’altronde: il maschilismo ha radici profonde e numerosi estimatori in Italia. Questo non toglie che gli si possa rivolgere, a buon diritto, l’accusa di aver riproposto agli uomini italiani la concezione più retrograda della donna, elevandola a norma.

Trascurando il diritto delle donne al lavoro e a servizi sociali funzionanti, Berlusconi fa un grosso sgarbo all’Italia. Finché le donne verranno relegate al ruolo passivo di “delizia per gli occhi” o di lavoratrice gratuita del welfare basato sulla famiglia, una parte importante del potenziale intellettuale ed economico del paese rimarrà inutilizzata. Tenere le donne fuori dal mondo del lavoro frena il benessere, oltre ad essere un fattore che pesa fortemente sulla scarsa natalità. Malgrado l’insistenza di Berlusconi sul fatto che la crisi economica non sia in realtà così grave e malgrado le sue promesse di un futuro scintillante, la sensazione di insicurezza economica è grande e i giovani italiani hanno poca fiducia nel futuro.

Paradossalmente, i voti delle donne sono decisivi per i successi politici di Silvio Berlusconi, ma questo significa anche che le donne possono contribuire alla sua eventuale sconfitta. Un movimento femminile forte, intelligente e dinamico sarebbe probabilmente una delle poche forze nella società davvero in grado di far vacillare Berlusconi. La liberazione delle donne è un terreno totalmente sconosciuto al premier italiano.
L’Italia è uno dei paesi europei con la più bassa rappresentanza femminile in parlamento. Sono donne solo il 21% circa dei membri della camera dei deputati ed il 18% al senato, di fronte a una media del 23% nell’UE e al 45% in Svezia. L’opposizione è più sensibile alle questioni delle pari opportunità rispetto ai partiti di governo e ha più donne tra i suoi deputati. Tuttavia, quando conta davvero, la rappresentanza e le richieste delle donne vengono messe facilmente da parte.

La scarsa presenza femminile nei palazzi del potere è ovviamente una delle ragioni per cui l’Italia non ha mai sviluppato una politica per la famiglia degna di questo nome. L’Italia spende l’1,4% del PIL per bambini, anziani e altri servizi in favore della famiglia, contro il 3% della Svezia. Gli uomini politici italiani, enormemente privilegiati, non si sono mai posti problemi in proposito, dato che non hanno mai dovuto affrontarli personalmente. A casa loro, quelli erano e sono affari delle donne.

Essere madre e lavoratrice è perciò ancora oggi problematico. Delle donne italiane in età lavorativa, solo il 46% aveva un impiego nel 2008, contro una media UE del 53%. Secondo la strategia decisa dai paesi dell’UE a Lisbona nel 2000, il 60% delle donne dovrà avere un lavoro fuori di casa a partire dal 2010. Quest’obiettivo è già stato raggiunto nell’Italia del nord, ma nel complesso il paese dista anni luce dalle peraltro timide ambizioni dell’UE.

Negli anni ’70, le donne italiane combattevano una dura battaglia per ottenere libertà e diritti fondamentali. La forte ondata femminista che attraversò l’antiquata società italiana non produsse tuttavia effetti positivi duraturi. Le donne più anziane non erano pronte per i cambiamenti e di fronte ad un futuro incerto preferirono tenersi quello che avevano. Le più giovani erano in molti casi così ansiose di rompere con i vecchi schemi che finivano col danneggiare i propri figli. I trentenni italiani non hanno perciò una concezione particolarmente positiva del femminismo.

Gli anni ’70 sono stati una decade drammatica sotto tutti gli aspetti. La crisi petrolifera colpì duramente l’Italia, che non possiede praticamente nessuna fonte di energia. La temperatura del mercato del lavoro cresceva a causa dell’aumento della disoccupazione e delle difficoltà economiche. Il partito comunista diventava sempre più forte, spaventando sia gli elettori di destra che gli alleati stranieri. Le tensioni ideologiche portarono così al terrorismo: estremisti di sinistra e di destra seminavano paura e terrore con attentati esplosivi e attacchi sanguinosi contro i nemici della rivoluzione o quelli dell’ordine sociale reazionario. Nel 1978 le Brigate Rosse riuscirono a sequestrare ed uccidere il democristiano Aldo Moro, già primo ministro.

Nello stesso anno, Berlusconi apriva i battenti del piccolo canale via cavo Telemilano58 nel centro residenziale Milano Due. Telemilano venne presto ribattezzata Canale 5 e sarebbe poi diventata il fulcro dell’impero televisivo di “Sua Emittenza”. L’offerta di programmi si incentrava completamente sull’intrattenimento. La violenza politica e la crisi economica degli anni ’70 rimanevano sullo sfondo come un’ombra sinistra e spaventosa: Berlusconi capì che la maggioranza degli italiani volevano pensare ad altro.

Fu in quel momento che la donna passò dal ruolo di partecipante attiva al dibattito sociale a quello di decorazione passiva della crescente programmazione televisiva. Gli ideatori di programmi televisivi di Berlusconi inventarono “la velina”, un tipo di donna che, sulla questione delle pari opportunità, personifica quel gigantesco arretramento caratteristico della società italiana degli ultimi anni. Una velina è una ragazza bella usata come decorazione vivente in ogni tipo di programma. Se è solo carina, come le libellule, muore dopo una stagione. Ma una velina intelligente, ambiziosa e con personalità ha buone possibilità di fare carriera.

Mamme e figlie fanno la fila fuori dagli studi Mediaset quando si cercano nuove veline per i programmi. È uno spettacolo che per certi versi fa pensare a Cappuccetto Rosso e al Lupo, cosa di cui probabilmente tutte le parti in causa sono coscienti. Il fatto è che le speranze delle ragazze e delle madri rispondono ad un bisogno reale: per le giovani donne italiane, le possibilità di realizzarsi nella società italiana sono scarse. Se si ha la fortuna di essere carine e di avere le curve al posto giusto, sarebbe un vero peccato buttare via l’occasione di fare carriera in tivù.

Se la mamma è la Madonna, la velina è la puttana moderna. Tutto molto semplificato, certo, ma questa è ancora la suddivisione fondamentale del genere femminile in Italia. Tutto ciò che vi è in mezzo rimane senza nome. Una donna che lavora non si può catalogare.

Il maschilismo ha radici profonde in Italia e Berlusconi è solo uno dei tanti specialisti del tema. Il partner di governo Umberto Bossi era solito dire che il suo partito Lega Nord “ce l’ha duro”. Anche il metodo berlusconiano di candidare donne giovani, belle e politicamente inesperte alle elezioni parlamentari, europee e locali non è una novità. Molti ricorderanno senz’altro quando la pornostar Cicciolina fece il suo ingresso in parlamento e come convinse caterve di nuovi elettori a votare il piccolo e anticlericale Partito Radicale negli anni ’80. Allora come oggi, le donne e i loro corpi venivano usati per arraffare più voti. Anche l’artista transessuale Vladimir Luxuria, solo pochi anni fa, aumentò l’interesse e l’attenzione intorno al partito Rifondazione Comunista. Gli italiani hanno già visto questo sfruttamento politico, anche se prima si trattava di casi isolati, non di una strategia.

Nel contesto italiano, la concezione della donna di Berlusconi e le sue idee sulle donne in politica non sono perciò così inaudite come lo sarebbero state da noi. Ciò che accresce la sua responsabilità rispetto ai suoi predecessori è il fatto che lui disponga di un potere infinitamente maggiore. Quelle che prima erano astute provocazioni sono diventate un sistema con Berlusconi, che in pratica ha istituzionalizzato il maschilismo italiano soffiando continuamente sul fuoco e rinchiudendo le donne in ciò che la scrittrice Caterina Soffici chiama “dittatura della bellezza”.

Berlusconi è insomma riuscito a trasferire alla politica quelle concezioni femminili retrograde che propone nelle sue televisioni. Promuovendo donne giovani e belle ma politicamente inesperte a importanti ruoli istituzionali nel governo e in parlamento, ha da una parte abbassato il livello della classe politica e dall’altra rafforzato i pregiudizi sull’incapacità delle donne in politica. Per Berlusconi sono utili, perché questo tipo di alleati non crea mai ostacoli, non vota mai contro il governo, è sempre fedele. Ma per la democrazia rappresentativa e per le donne sono una minaccia decisamente maggiore di quanto possa sembrare a prima vista.

”Vorrei appellarmi a tutte le donne italiane: non votate per Silvio Berlusconi, perché ci vede solo in posizione orizzontale, mai quando stiamo in piedi… Un voto per Silvio Berlusconi è il voto più inutile che una donna possa dare”, disse il candidato premier del partito di estrema destra La Destra, Daniela Santanchè, in occasione delle elezioni del 2008. Sembrava un messaggio veramente sentito. Due anni dopo, Berlusconi le ha offerto un posto da sottosegretario. Da allora non si è più espressa in proposito.

Eppure le donne giocano un ruolo importante per i successi politici di Berlusconi, il cui partito Forza Italia, oggi chiamato Popolo della Libertà, ha esercitato sin dall’inizio una forte attrazione sulle donne. Nel 2001, ad esempio, uno studio mostrò che il 44,8% delle casalinghe italiane votava per Berlusconi e che c’era una relazione tra la loro scelta e quanto guardavano la tivù. Rete 4, un canale diretto principalmente ad un pubblico femminile, svolge una propaganda senza mezzi termini per Silvio Berlusconi. In occasione delle europee 2009, il 42,6% delle donne intervistate e il 37,2% degli uomini hanno dichiarato che avrebbero votato per il Popolo della Libertà.

Berlusconi punta anche consapevolmente sulle donne nelle sue campagne elettorali. Quando rilascia un’intervista importante, non di rado viene pubblicata su Chi, l’equivalente italiano del Svensk Damtidning (settimanale che si occupa soprattutto della famiglia reale svedese, n.d.t.), pubblicato dalla casa editrice di Berlusconi, la Mondadori. Alle ultime elezioni, il leader del Popolo della Libertà è apparso anche in programmi mattutini, visti principalmente da donne. Ha invece evitato i talk-show di politica e si è rifiutato di affrontare il suo avversario in un duello televisivo. È nel dialogo rilassato, intimo, “apolitico” con i telespettatori che Silvio Berlusconi raccoglie molti voti femminili. Paradossalmente, queste apparizioni danno l’impressione che Berlusconi veda e ascolti le elettrici, che si interessi proprio di quelle che l’opposizione non degna nemmeno di uno sguardo.

La strategia non funziona solo con le pensionate e le casalinghe con una scolarizzazione bassa: tra i sostenitori più accaniti di Berlusconi ci sono anche donne giovani ed istruite, che spesso hanno ricevuto un’educazione borghese e tradizionale. Credono nei vecchi ruoli di genere, che danno loro sicurezza. Quando si chiede a queste donne come vivono le gaffe sessiste di Berlusconi, la risposta che si riceve è che il premier è solo “galante”, cioè gentile e cortese con l’altro sesso. I suoi scherzi e i suoi complimenti sono un modo di mostrare rispetto ed affetto. “Che cosa c’è di male?” ripetono guardandomi con divertito disprezzo, essendo io una svedese e quindi una sospetta scribacchina sinistroide.

Con Berlusconi, i confini tra la politica e la messa in scena sono diventati sempre più imprecisi. Da quando lui è entrato in politica è sempre più normale che i partiti, non solo il Popolo della Libertà, candidino personaggi della tivù alle elezioni. Il ragionamento celato dietro è ovviamente che un viso noto e benvoluto attira voti indipendentemente dal programma del personaggio in questione o dalla sua esperienza politica. Per quanto riguarda il Popolo della Libertà, tra le prerogative si potrebbe aggiungere anche la bellezza, almeno se si tratta di donne.

Il settore dell’intrattenimento è uno dei pochi in cui uomini e donne sono relativamente parificati. In un paese come l’Italia, molti ritengono perciò che la trasformazione della politica sia un cambiamento positivo, che apre porte alle donne anziché chiuderle. Un tempo la politica era un’attività dura ed intellettuale, praticata da uomini in fumose sezioni di partito. Adesso è invece una specie di scena in cui uomini e donne magistralmente diretti e finemente vestiti recitano la loro parte, declamando battute imparate a memoria. Non c’è bisogno di passare anni distribuendo volantini in piazze ventose o esaminando a fondo ragionamenti astratti. L’unica cosa di cui c’è bisogno sono persone ottimiste ed energiche. Le giovani donne alle quali vengono proposte candidature nel Popolo della Libertà passano per brevissimi corsi di preparazione alla carriera politica, dopodiché le si considera pronte per cominciare a lavorare.

Non c’è bisogno di essere degli esperti per capire che un tale modo di selezionare i rappresentanti di un popolo impoverisce e peggiora la qualità del parlamento. Ma caldeggiando certe candidate Berlusconi si può difendere dall’accusa di non dare alcuna opportunità alle donne in politica. Va da sé che le “ragazze di Berlusconi”, pur non facendo nulla per risolvere la questione delle pari opportunità, ne aumentino però l’illusione.

È un sistema astuto e funziona: molte donne vedono Silvio Berlusconi come un innovatore e un politico che dà spazio alle donne nel suo partito. Ma l’interesse di Berlusconi in donne che fanno politica sembra fermarsi al loro ruolo di delizia per gli occhi.

La legge elettorale introdotta nel 2005 dalla coalizione di destra di allora non ha solo reso più difficile all’opposizione vincere le elezioni imminenti, cosa che era l’obiettivo della legge stessa, ma ha anche peggiorato sensibilmente la situazione delle donne, dato che ha tolto all’elettore la possibilità di scegliere direttamente il candidato indicando un nome. Chi finisce sulle liste elettorali e in che ordine viene deciso oggi dagli onnipotenti uomini leader di partito. Su dieci posti eleggibili, nove sono occupati da uomini. Le donne vengono piazzate così in basso che hanno già perso ancora prima che si tengano le elezioni.

In concomitanza con la nuova legge elettorale, il ministro delle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo proponeva che almeno il 25% dei candidati sulle liste fossero donne. Se un partito non avesse riservato tale quota alle donne, avrebbe rischiato di subire una detrazione del 10% dei finanziamenti. Nemmeno una riforma così scialba è riuscita a passare: i partiti di governo hanno votato contro il proprio ministro che, come da copione, ha cominciato a piangere.

A volte però una donna viene promossa, almeno quando c’è la raccomandazione di un potente leader. Capita sia a destra che a sinistra. Alle elezioni del 2009 per il parlamento europeo, è improvvisamente spuntato fuori un intero plotone di donne giovani e belle che si candidavano per Il Popolo della Libertà. Berlusconi diceva di voler dare al partito un look fresco e rinnovato.

In brevissimo tempo la stampa scoprì che diverse candidate erano state veline o starlet della tivù. Secondo quanto riferito dai media, una delle papabili parlamentari europee era una rossa mozzafiato, il cui merito principale sembrava essere quello di aver partecipato a un’edizione del Grande Fratello. Un’altra era stata annunciatrice alla RAI e aveva avuto qualche particina in diverse serie televisive. Berlusconi smentiva quelle voci, ma era evidente che le candidature avevano infastidito i politici di professione, sia uomini che donne, che avevano sperato di poter partecipare alle elezioni europee. Le indiscrezioni intanto continuavano, finché improvvisamente, attraverso l’agenzia di stampa ANSA, alle redazioni dei giornali giunse un’energica risposta.

L’Italia è il paese dei paradossi: chi stigmatizzava questa falsa forma di rinnovamento politico definendola “ciarpame senza pudore” era nientemeno che Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi.

”Che ci siano belle donne nella politica non è un merito né un demerito… Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere, che offende la credibilità di tutte le donne… Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”.

Veronica Lario ha anche voluto chiarire che lei e suoi figli non sono complici di questa situazione, anzi se ne considerano piuttosto vittime.

Il giorno dopo, alle liste elettorali era stata data una pulitina, ma ovviamente non si potevano sacrificare tutte le pin-up, altrimenti poteva sembrare che si riconoscesse la fondatezza delle critiche. È rimasta, ad esempio, l’annunciatrice sexy Barbara Matera, che adesso dà lustro all’assemblea plenaria di Bruxelles e Strasburgo a spese dei contribuenti italiani. Stando a quanto si afferma sui quotidiani italiani, è “bravissima”, si veste pudicamente con begli abiti ed eleganti camicette, è molto colta ed ha una presenza superiore al 90%. In questo modo si ritiene che ogni dubbio sull’opportunità di eleggere Barbara Matera al parlamento europeo debba svanire.

Anche le donne ministro del governo sembrano essere scelte secondo criteri estetici. Assegnare a Mara Carfagna il posto di ministro per le Pari Opportunità è una chiara indicazione della scarsa importanza data a questo ministero da parte di Berlusconi e del suo governo.

Com’era prevedibile, anche Mara Carfagna viene dalla tivù, dove in abiti succinti faceva l’assistente di un presentatore. Si è anche fatta notare in un calendario, e Berlusconi ha affermato in diverse occasioni di avere un debole per lei.

Ciò che invece non sopporta sono le donne autorevoli e senza peli sulla lingua. Lo scambio di opinioni nel 2009 tra Berlusconi e Rosy Bindi, presidente del maggior partito di opposizione (PD), ne è un ottimo esempio, che oltretutto ha avuto un’eco enorme sia in Italia che all’estero. Rosy Bindi partecipava al talk-show “Porta a porta” dopo che la corte costituzionale aveva rigettato il tentativo del governo di introdurre una legge di immunità per alcune cariche dello stato, tra cui quella di presidente del consiglio. Berlusconi sferrava attacchi al vetriolo in tutte le direzioni, e la Bindi lo criticava accusandolo di non rispettare le istituzioni democratiche.

Berlusconi, in collegamente telefonico, interruppe la parlamentare dicendo: “Sento parlare la signora Bindi, come al solito è più bella che intelligente”. Il conduttore, Bruno Vespa, faticava a dissimulare un ghigno malizioso (Rosy Bindi è considerata brutta). Il solo fatto di chiamarla “signora” era del resto già un insulto, dato che per i parlamentari italiani viene normalmente usato il termine “onorevole” e i titoli in Italia sono molto importanti.

Pochi secondi dopo, una volta mandato giù l’affronto subito, Rosy Bindi disse: “Signor presidente del consiglio, io non sono una donna a sua disposizione”. La traduzione può sembrare criptica, ma il fatto è che l’affermazione arrivava solo alcuni mesi dopo le rivelazioni sulle feste con prostitute nella residenza del premier. Rosy Bindi intendeva puntualizzare che Berlusconi non poteva arrogarsi il diritto di giudicarla per il semplice fatto che lei è una donna. La Bindi ha insomma preso le distanze dalla concezione di Berlusconi che pensa di poter trattare l’Italia, gli italiani ed il parlamento come fossero di sua proprietà.

La reazione portò ad un’ondata di solidarietà per Rosy Bindi: per la prima volta dopo tanto tempo, le donne italiane sembravano reagire contro il maschilismo in politica. Persino il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, disse che il commento del premier era stato inopportuno, lamentando però che non veniva mostrata la stessa solidarietà alle donne di destra quando si trovavano in situazioni simili. Dal ministro per le Pari opportunità non sono invece pervenuti commenti. La Bindi ha poi precisato di non essere mai stata femminista, ma che adesso era arrivato il momento di sollevare la questione della parità tra i sessi. Il corpo della donna, ha detto, viene usato come strumento del potere. “Forse è sempre stato così. La differenza è che mentre prima cercavano di nasconderlo, adesso se ne vantano.”

Sei mesi prima, Silvio Berlusconi era stato coinvolto in affari estremamente imbarazzanti. Il primo riguardava una sconosciuta ragazzina diciottenne di Napoli, Noemi Letizia: un giorno di aprile, i giornali scrissero che Berlusconi era apparso come ospite a sorpresa alla sua festa di compleanno. La ragazza aveva ricevuto una collana d’oro con una cascata di brillanti da parte del presidente del consiglio. Nella sua prima intervista, la giovane protagonista del dramma mostrava una sincerità disarmante.

“Io lo chiamo papi, per me è come se fosse un secondo padre…Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme… Papi fa tanto per il popolo. È il politico numero uno. Non dorme mai. Io non riuscirei a fare la sua stessa vita. Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca per dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male.”

Alla domanda se pensasse di presentarsi alle imminenti elezioni regionali, rispose: No, preferisco candidarmi alla Camera. Ci penserà Papi Silvio…”

Berlusconi negò tutto e disse di conoscere da tanto tempo il padre della ragazza, di qui la relazione. Le rivelazioni su Noemi convinsero però definitivamente la moglie di Berlusconi a chiedere il divorzio. “Non posso vivere con un uomo che frequenta minorenni… Mio marito è malato e ha bisogno di aiuto.”

Poco tempo dopo lo scandalo di Noemi sono arrivate altre rivelazioni, che hanno offerto un’immagine piuttosto sordida della vita privata del presidente del consiglio. Si è venuto a sapere che Berlusconi dava feste stile harem nella sua residenza privata di Roma, a Palazzo Grazioli. Le ospiti le portava un giovane imprenditore che Berlusconi aveva conosciuto in Sardegna. Diverse di loro erano prostitute e una di loro ha poi raccontato pubblicamente le sue esperienze sessuali con Berlusconi, addirittura registrando parti delle loro conversazioni a letto. Due donne si sono fotografate in un bagno di Palazzo Grazioli, un ricordo con cui avrebbero potuto dimostrare ad altri di essere veramente state lì. Le immagini hanno portato ad una satira dal nome “Lost in WC” all’interno di un programma umoristico sul canale di sinistra RAI 3.

I resoconti delle invitate alle feste descrivono un uomo egocentrico e solo. A volte c’erano anche altri uomini, altre volte le donne erano sole con Berlusconi. I festeggiamenti cominciavano con le ospiti obbligate a guardare interminabili film in cui Berlusconi appariva in compagnia dei leader più potenti del mondo, dopodiché si cantava in coro, tra gli altri classici l’inno del Popolo della Libertà, “Meno male che Silvio c’è”. Si ballava e si ascoltavano i lunghissimi monologhi di Berlusconi. Una donna ha raccontato anche di giochi sessuali. Come ringraziamento per la loro presenza, le ospiti ricevevano dal premier gioielli, quasi sempre farfalle di forme e colori diversi. Al momento non ci sono prove del fatto che Berlusconi pagasse le donne per sesso: era l’imprenditore amico loro ad occuparsi dei soldi.

La tempesta sessuale è andata avanti per diversi mesi, in primavera ed estate, ma come al solito la bomba non è scoppiata. Ha crepitato un po’, ma poi alla fine ha emesso solo un misero fruscio.

Una serie di scandali che in molti paesi avrebbe portato alle immediate dimissioni del politico in questione è velocemente affondata nella coscienza degli italiani come l’acqua nel fondo di caffè. Stesso discorso per la questione Bindi: l’infervorato sentimento di indignazione si è placato e tutto è tornato alla normalità.

Per qualche strana ragione, l’ovvia domanda non ha ancora ottenuto una risposta convincente. Perché le italiane non reagiscono contro questa umiliazione istituzionalizzata, contro questa anacronistica oppressione? D’altronde il discorso vale anche per gli uomini: un uomo moderno dovrebbe sentirsi offeso tanto quanto una donna da un presidente del consiglio che si comporta come Berlusconi.

Ma dopo sedici anni di controversie, abusi di potere, scandali e di una sempre più evidente mescolanza tra la vita privata e quella pubblica di Silvio Berlusconi, gli italiani hanno smesso di indignarsi. Leggi fatte per salvare il premier dai suoi guai con la giustizia, amiconi e amichette di Berlusconi promossi a deputato e ministro, persino le relazioni internazionali del paese sono basate principalmente sui legami di amicizia personali di Berlusconi.

Tutto ciò era nuovo, ma col tempo è diventato vecchio e radicato. Ciò che dieci anni fa faceva indignare è oggi pane quotidiano. Gli scandali esplodono e si placano, il resto lo fa un’informazione fuorviante e la propaganda. Si è fatta strada una specie di rassegnata stanchezza. Un’alzata di spalle e avanti con la propria vita. Crescono il cinismo e il disprezzo per i politici. Niente sorprende più, e reagire non serve a niente.

Berlusconi parla di rinnovamento e riforme, ma la sensazione che in Italia non si possa cambiare niente è più forte che mai. Le disparità sono così profonde che i diversi gruppi sociali non riescono a instaurare un dialogo costruttivo. Due di questi gruppi sono gli uomini e le donne.

Quando avverrà un cambiamento? I politici dell’opposizione non perdono quasi mai l’occasione di commentare le affermazioni machiste di Berlusconi esprimendo la propria preoccupazione per questo maschilismo galoppante. Ma, ad essere onesti, si tratta quasi sempre di prese di distanza e niente più. Oggi in Italia non esiste un movimento femminile degno di questo nome, ma solo un gruppo di femministe di mezz’età piuttosto stanche, che pensano di aver fatto la loro parte. Qualche tempo fa, intervistando la scrittrice e femminista Lidia Ravera, le ho fatto la dolorosa domanda: “Perché le donne non reagiscono?”

“Per noi vecchie è troppo tardi, abbiamo già dato. E le giovani – ha aggiunto – non si rendono conto delle battaglie che sono state necessarie per arrivare dove ci troviamo oggi”.

[Articolo originale “Berlusconi och kvinnorna” di Kristina Kappelin

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Ignazio La Russa ricordi quando erano i tuoi amici camerati a tirare le bombe?


Vedere il Ministro della Difesa Ignazio La Russa che aggredisce uno studente al grido di “Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco!“, con una prepotenza, una arrogante irrefrenabile protervia, una vera aggressione che preclude e incita allo scontro fisico con argomentazioni nulle, tra grida e minacce con il rifiuto all’ascolto dell’altro e un solo spazio aperto: quello della provocazione, dell’insulto in cui l’altro idiotizzato dal fiume di parole e dalla veemenza dovrebbe precipitare (Vittorio Sgarbi ha fatto scuola) beh, è uno spettacolo banale, rivoltante e da brividi.

Qui sotto un esempio della tecnica con cui è uso affrontare le contestazioni vissute come una lesa maestà all’icona (lui) che vuole incarnare e interpretare il diffuso risentimento degli sfigati marginali di una terza età con un piede nella tomba, incarnare il risentimento verso il ribellismo come lesivo del privilegio “dell’età della ragione” e si,il giovanilismo gagliardo irrita da sempre certe classi (…)

Mi permetto di ricordare a lui che dà del vigliacco a uno studente con tanta veemenza (…) quando lui doveva parlare a comizi e partecipare a cortei che lanciavano bombe che ammazzavano poliziotti!

Sì, granate (è storia ufficiale ormai), facendo vittime (sotto l’episodio storico in cui sarebbe coinvolto Ignazio La Russa) dapprima incoraggiando il suo partito di allora (…) la violenza nelle sue forme più estreme ed eversive e poi con la delazione strumentale più ignobile consegnando gli autori alle forze dell’ordine sperando di salvare la faccia ad un partito armato, complottista, antidemocratico e terrorista!

Anche questa è storia!

L’agente Antonio Marino ucciso nel 1973 da una bomba a mano lanciata dai cordoni di una manifestazione dell’Msi a cui doveva partecipare anche il giovane Ignazio La Russa. Altro che “meno vigliacchi” erano degli assassini

Milano, si svolge una manifestazione (non autorizzata) del Msi. Il corteo, guidato dai dirigenti nazionali Servello e Petronio, si scontra con la polizia. Nel corso degli scontri, violentissimi, vengono lanciate alcune bombe a mano contro le forze dell’ordine, provocando la morte dell’agente di polizia Antonio Marino.

L’immagine legalitaria e di forza d’ordine dello Msi è irrimediabilmente incrinata. I dirigenti missini, nel tentativo di recuperare un’immagine rispettabile per il movimento, denunciano i presunti autori dell’attentato (riconosciuti poi colpevoli), sperando di dimostrare, in tal modo, l’estraneità del partito alle violenze. Tuttavia, ciò contribuirà ancor di più a sottolineare i legami tra estremisti violenti e Msi. I colpevoli (Murelli e Loi), infatti, appartengono al gruppo milanese La Fenice, che risulterà avere piena legittimità all’interno del Msi (fonte).

fonte : http://stopthecensure.blogspot.com/2010/12/ignazio-la-russa-ricordi-quando-erano-i.html

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Cosa vogliono quei ragazzi


La sera del 13 dicembre, vigilia del voto di fiducia e degli scontri di piazza del Popolo, l’ho passata alla Sapienza per discutere con gli studenti che cosa sarebbe successo il giorno dopo. Soprattutto sul come i media avrebbero trattato la rivolta degli studenti. La paura era il remake di Genova 2001. Zone rosse, black bloc, infiltrati e no, botte da orbi. In questo modo le ragioni del movimento sarebbero state completamente oscurate dal dibattito sulla violenza, come poi ha scritto Roberto Saviano.

I media si sarebbero volentieri accodati, alcuni per servilismo, altri per sensazionalismo, altri ancora per il riflesso condizionato di paragonare ogni movimento giovanile al passato. Nel 2001, fra i fumi dei lacrimogeni veri e gli altri a mezzo stampa, la strategia ha funzionato benissimo e l’Italia ha perso una grande occasione di modernità. Basta rileggersi i documenti del movimento no global dell’epoca sulla finanza internazionale, le bolle speculative, la privatizzazione dell’acqua, il clima o l’evoluzione del mercato agricolo per capire quanto fossero profetiche, acute, attuali quelle analisi. Tanto più degne d’attenzione delle quattro fesserie di circostanza e delle mille menzogne esalate durante il G8 da Bush e dagli altri potenti della terra. Ma si discusse soltanto degli atti di pochi violenti e dei discorsi vacui del potere.

Fra dieci anni potremmo pentirci di non aver ascoltato le ragioni degli studenti italiani, la loro protesta che è anzitutto contro il declino dell’Italia. Una battaglia che dovrebbe riguardare tutti, giovani e anziani, partiti e sindacati, destra e sinistra, imprenditori e lavoratori. Riguarda molto gli altri giovani di piazza del Popolo, i ragazzi in divisa, ventenni che spesso non hanno trovato altri lavori e misurano sulla propria pelle che cosa significhi aver studiato più dei colleghi anziani per avere meno soldi in busta paga e minori possibilità di carriera. Ragazzi in divisa che infatti, come si vede dai filmati, non avevano alcuna voglia di usare i manganelli. Il declino non riguarda soltanto l’Italia, ma l’Europa intera. E infatti la protesta degli studenti esplode in tutte le capitali d’Europa. La differenza è che soltanto in Italia, la nazione dove il declino è peggiore, si considera la protesta un mero problema di ordine pubblico, una faccenda poliziesca.

Qui non si tratta di una riforma buona o cattiva. Sarebbe facile smontare i due o tre slogan populisti e volgari sui quali si fonda la difesa della legge Gelmini. La guerra ai baroni? La riforma concentra il massimo del potere nelle mani dei rettorati, il Gotha del baronato. La lotta agli sprechi, ai troppi assunti, agli stipendi clientelari che fagocitano tutte le risorse? Su questo punto è difficile rimanere calmi. Il maggior spreco clientelare nella storia della scuola pubblica, il più costoso degli ultimi vent’anni, è stata l’assunzione di massa di ventimila insegnanti di una materia facoltativa, la religione, decisa da un governo Berlusconi per garantirsi l’appoggio dei vescovi. Spreco, vergogna, insulto alla Costituzione e alla meritocrazia, visto che gli insegnanti di religione non debbono affrontare un concorso, ma soltanto essere segnalati dalla curia. Ma questo è davvero il meno.

Il vero problema è che per la prima volta da secoli in Europa avanza una generazione “meno”. Una generazione che avrà meno opportunità, mobilità sociale, in concreto meno consumi, automobili, case, strade, pensioni, perfino forse aspettative di vita, nonostante i progressi della scienza, di quanto ne abbiano avute i padri. È la questione dell’epoca ed è gigantesca, inedita. Ed è tanto più evidente in Italia, avanguardia del declino europeo. La politica, i sindacati, le associazioni industriali e finanche la Chiesa non dovrebbero occuparsi d’altro. Invece si occupano soltanto d’altro. Tutti dovremmo essere grati a questi ragazzi perché ci ricordano che abbiamo un futuro e dobbiamo sceglierlo. Invece molti e forse la maggioranza sono grati all’idiota che picchia un poliziotto a terra, al delinquente che incendia una camionetta o sfonda un bancomat, a chiunque armato di un bastone ci permetta il lusso di non pensare, come ricordava Saviano. Oggi come nel 2001, dopo Genova. Dopo Genova ci sono stati i crack finanziari, la peggiore crisi dal dopoguerra, il crollo dei prezzi agricoli, la privatizzazione dei grandi acquedotti. E adesso, brava gente allevata coi dibattiti televisivi, che cosa deve accadere per svegliarsi?

CURZIO MALTESE

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/12/18/news/commento_maltese-10343067/

Pubblicato in: MEDIA, politica, razzismo, società

Quando lo straniero e’ il ‘colpevole ideale’


E’ spesso straniero il ‘colpevole ideale’ di delitti irrisolti. Quello che sembra essere accaduto oggi al marocchino Mohammed Fikri, indiziato per la scomparsa della tredicenne Yara Gambirasio, è avvenuto in passato per altri noti fatti di cronaca nera.

Come l’omicidio a Perugia della studentessa inglese Meredith Kercher, la notte dell’1 novembre del 2007. Ad un certo punto finì in manette il congolese Patrick Lumumba, proprietario del locale dove lavorava Amanda Knox, l’americana condannata poi per l’omicidio, insieme al fidanzato Raffaele Sollecito ed all’ivoriano Rudy Guede.A coinvolgere Lumumba fu la stessa Amanda, dicendo ai poliziotti che l’uomo era presente quella sera nella casa dove avvenne l’omicidio. A mettere nei guai il congolese, in particolare, l’errata traduzione di un sms in inglese inviatogli da Knox (“see you later”, tradotto, invece che come un generico “ci vediamo”, in modo letterale come “ci vediamo dopo”, facendo così credere che i due avessero un appuntamento per la sera del delitto). Patrick Lumumba fu poi rilasciato dopo una detenzione di 14 giorni.

Altro grande delitto italiano, ancora stranieri nel mirino: i due fidanzatini Erika e Omar il 21 febbraio 2001 a Novi Ligure (Alessandria) uccisero la madre ed il fratellino della ragazza. Fu la stessa Erika a fornire la falsa pista agli investigatori, accusando del duplice omicidio due rapinatori extracomunitari di cui fornì anche un identikit. Sulle base di queste informazioni venne anche fermato un giovane albanese che, però, per sua fortuna aveva un alibi di ferro e venne subito rilasciato. La storia dei due fidanzatini resse per poco, quando già in paese stavano per partire fiaccolate ed iniziative contro gli stranieri.

Caccia all’extracomunitario anche nella strage di Erba (Como) dell’11 dicembre 2006, in cui rimasero vittime Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la nonna del bambino Paola Galli, e la vicina di casa Valeria Cherubini. I sospetti si appuntarono inizialmente sul marito di Raffaella e padre del bimbo, il tunisino Azouz Marzouk, che aveva precedenti per spaccio. Ma l’uomo era in Tunisia al momento del delitto, del quale furono in seguito condannati i vicini di casa Olindo ROmano e Rosa Bazzi. Anche in quell’occasione, nelle ore immediatamente successive al delitto ci furono nel paese manifestazioni e proteste contro gli stranieri.

fonte:  http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2010/12/06/visualizza_new.html_1672657646.html?idPhoto=1

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La prepotenza totalitaria del movimento pro-vita


La pretesa del movimento cosiddetto “pro-vita” di avere nella trasmissione “Vieni con me” uno spazio riparatorio per quello dato alla signora Welby e a Beppino Englaro è una mostruosità dalle molte facce, emblematiche dell’oscurantismo e dei rovesciamenti semantici orwelliani in cui il regime ha precipitato il paese.

Prima indecente manipolazione: il movimento cosiddetto “pro-vita” finge di chiedere una presenza da Saviano e Fazio per difendere il diritto dei malati in condizioni tragiche come quella di Welby, o di persone da anni in coma vegetativo permanente (come Eluana), di ricevere le cure e l’assistenza adeguate. Ma c’è qualcuno che abbia mai messo in discussione tale diritto? Se questo è il tema, gli “antagonisti” dei cosiddetti “pro-vita” non sono certo le famiglie Welby e Englaro, né Saviano e Fazio, ma semmai un’indecente politica del governo che sulla sanità ha tagliato a man bassa, e non fornisce ai malati terminali (e a molti altri) tutto il sostegno che sarebbe doveroso, quale che ne sia il costo.

Perché allora il movimento cosiddetto “pro-vita” pensa di aver diritto a uno spazio analogo a quello di Englaro e Welby, visto che tutti – tranne il governo – siamo d’accordo nell’esigere ogni genere di cura e assistenza per i malati terminali che ne vogliano fare uso? Perché il movimento cosiddetto “pro-vita” pretende che tali malati ne DEBBANO fare uso anche se non vogliono. Mentre Englaro e Welby hanno sempre e solo chiesto che ciascuno possa decidere in libertà e veda rispettato dal sistema sanitario la propria decisione di coscienza. Di questo si è occupato “Vieni via con me”: non della tragedia di una malattia e di una disgrazia terribile, nella quale sono accomunati Welby, Eluana e coloro che il movimento cosiddetto “pro-vita” dichiara di rappresentare. Ma delle vittime di una ulteriore tragedia, voluta dagli uomini e non dal caso: che, nell’orizzonte di una condanna a morte senza colpa alcuna (questa è una malattia terminale, o lo stato vegetativo permanente) viene anche condannato – per crudeltà degli uomini sani – a passare l’attesa dell’esecuzione nella ferocia della tortura inenarrabile.

C’è infatti una asimmetria assoluta tra la richiesta dei Welby e degli Englaro e le pretese dei cosiddetti “pro-vita”. I primi chiedono che sia rispettato la propria scelta sulla propria vita, senza sognarsi di imporla e neppure di suggerirla agli altri compagni di sventura. I secondi all’opposto pretendono di costringere tutti, con la forza del braccio secolare della legge, a condividere la propria. Se la decisione di ciascuno sulla propria vita fosse garantita, come dovrebbe essere in qualsiasi paese che si dichiari civile e che sbandieri il principio della eguale dignità fra le persone, Saviano e Fazio non avrebbero invitato nessuno in trasmissione, perché non sarebbero mai esistiti un “caso Welby” e un “caso Englaro”.

Welby chiedeva solo che sulla propria vita fosse lui a decidere, anziché il cardinal Ruini, Beppino Englaro chiedeva solo che sullo stato vegetativo di Eluana decidesse la volontà espressa da Eluana, anziché quella del cardinal Bagnasco. Saviano e Fazio avrebbero il dovere civile di invitare i cosiddetti “pro-vita” (e lo avrebbero certamente fatto) se ci fosse un movimento o una legge che pretende di imporre a tutti i malati terminali la scelta di Welby, l’obbligo – anziché la libertà – di staccare la spina. Ma una prepotenza del genere non è mai venuta in mente a nessuno. O meglio: potrebbe essere la conseguenza inattesa proprio della logica del movimento cosiddetto “pro-vita”. Perché se sulla mia vita o la tua, amico lettore, o la vostra, signori della cosiddetta “pro-vita”, non ha titolo a decidere esclusivamente chi la propria vita la vive, ma la maggioranza di governo del momento, quella maggioranza domani potrebbe imporre di staccare la spina a tutti, anche a chi non vuole, magari invocando motivi di budget. Una mostruosità totalitaria. Come qualsiasi pretesa che sulla tua vita decida il governo anziché tu stesso.

Paolo Flores d’Arcais

fonte : http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-prepotenza-totalitaria-del-movimento-pro-vita/

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La protesta degli studenti è 2.0


La protesta contro la riforma Gelmini corre sul Web. I ventenni che in questi giorni protestano contro i tagli alla scuola e alla ricerca hanno preoccupazioni simili ai loro omologhi degli anni passati, anche gli slogan si assomigliano, ma le tecniche sono completamente diverse.

La grande movimentazione di massa degli studenti universitari in Italia ha una mappa concettuale totalmente digitale: i ragazzi si portano i loro netbook sui tetti, usano blog, chat forum, per gestire la protesta a livello nazionale. La parola d’ordine è non scollegarsi mai.

Professori, ricercatori e studenti sono impegnati in una rete di informazione dove si scambiano idee, proposte, iniziative. Non esiste un centro, quindi non può essere colpita e affondata. Ma ci sono alcuni luoghi che si stanno distinguendo, come Uniriot, quasi un giornale online basato su instant messaging, microblogging e video. Twitter, YouTube, diventano strumenti di lotta.

Scopri di più.

Mobilitazione ricercatori Google Maps

Protesta Universitari - Uniriot

Link, del Coordinamento Universitario, ha una sezione media e rassegna stampa particolarmente aggiornata, utile anche a chi volesse avere informazioni certe sulle occupazioni e sui documenti firmati dai collettivi.

Particolarmente emblematica è Rete 29 aprile, famosa per essere quella del tetto sul quale sono saliti Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro l’altro giorno.

Il sito di questa associazione di universitari della Sapienza di Roma è un portale fondamentale per conoscere questa protesta: dal sito si può ascoltare la Web radio che copre tutte le iniziative sparse per il Paese, c’è persino la diretta dal tetto in video streaming.

Una sezione ricchissima di link copre ogni curiosità ed è stata creata anche la pagina Facebook (già più di tremila gli iscritti) ideale per esprimere una condivisione e seguire le vicende tramite la bacheca.

Sfuggente, abile sul Web, composta da migliaia di occhi e orecchie, oltre che menti pensanti perennemente interconnesse: questa è la protesta universitaria del 2010. Forse la classe politica non se l’aspettava, difficile credere sia preparata ad affrontarla.

fonte :  http://www.oneweb20.it/26/11/2010/la-protesta-degli-studenti-e-20/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, MEDIA, politica

PERCHE’ VOGLIONO ANDARE TUTTI A “VIENI VIA CON ME” ?


Il fatto che tutti vogliano andare a “Vieni via con me” per replicare alle parole pronunciate da altri evidenzia la straordinaria importanza che viene data alla televisione. La trasmissione viene seguita da un pubblico vastissimo di possibili elettori e tutti, farebbero carte false per andarci e dire qualcosa, in questi casi, l’importante è  solamente esserci.

Come nel caso del ministro Maroni, che ha voluto andare in trasmissione a tutti i costi, anche se non si è ancora capito il motivo reale della sua partecipazione e soprattutto, cosa abbia detto di nuovo. In fondo, Saviano non aveva detto nemmeno lui nulla di nuovo sui rapporti tra la ndrangheta ed alcuni rappresentati della Lega, ha raccontato dei fatti che erano già noti nelle procure di tutto il Paese. Ma Maroni, furbo, sapendo bene che le parole di Saviano (vere e documentate) erano state sentite da milioni di persone con un possibile danno elettorale enorme, ne ha subito approfittato per andare a fare un pochino di propaganda. Le parole pronunciate dal ministro in trasmissione, non solo non dicevano nulla di nuovo, ma andavano ad avvalorare la tesi di Saviano; Maroni, con le sue banalità, è riuscito pure a fare incazzare tutti i sindacati di polizia, che non ricevono mai soldi ma solo tagli e non hanno nemmeno la benzina nelle loro autovetture per andare ad arrestare i latitanti.

Ora, ancora una volta, alcune persone che hanno sempre avuto un grande spazio nei media, vogliono cogliere, in maniera strumentale, l’occasione per andare a fare propaganda davanti a dieci milioni di persone. Si fanno chiamare i “pro- vita”, come se qualcuno fosse contrario alla vita. L’idea che i pro-vita chiedano dello spazio in tv per affermare il proprio pensiero è quasi comica; in un Paese dove i Patti Lateranensi non sono mai stati sciolti davvero, dove le parole pronunciate dal Papa vengono trasmesse quasi a reti unificate, dove in tv vengono trasmette le messe cattoliche, dove si fanno trasmissioni cattoliche, dove un laico in un Paese laico viene considerato un eversivo e un cattolico quello normale, è strano che i pro-vita chiedano ancora più spazio, forse credono ancora che la religione cattolica sia la religione di Stato?

Eppure, nessuno a “Vieni via con me” si è scagliato contro la vita, nessuno ha fatto uno spot a favore dell’eutanasia. In trasmissione è accaduto semplicemente che due persone hanno ricordato, attraverso un elenco, il loro caro estinto. Nessuno ha detto di essere contro la vita, ma si è voluto ricordare che alle volte la vita finisce naturalmente e non può continuare grazie ad un macchinario se il paziente non vuole. Nei paesi normali, quelli democratici, quelli che non hanno il Vaticano che regna sovrano non solo nel suo Stato ma anche nel nostro, si sarebbe già fatta una legge che impedisca ad un macchinario di prolungare le sofferenze ad una persona che senza quel macchinario sarebbe già morta. Ma soprattutto, una legge che mette al centro non la volontà delle caste politiche o ecclesiastiche ma la volontà della persona.

Per fortuna che in Italia abbiamo Bruno Vespa, sempre prontissimo a sostenere le tesi del più forte, sempre pronto a dare visibilità a chi ne ha fin troppa.

Giovanni Chianta

Pubblicato in: berlusconeide, cultura, MEDIA, politica, Televisione pubblica

«Berlusconi è come Cetto la Qualunque»


Questa frase la disse nell’aprile 2006 l’attuale portavoce  del Popolo della Libertà, Daniele Capezzone. L’ex radicale paragonò l’allora premier Berlusconi al personaggio di Albanese a causa delle continue promesse mai mantenute, molto simili a quelle negli sketch del comico lecchese. Nella sua ultima apparizione televisiva  a “Vieni Via con me“  Cetto La Qualunque alias Antonio Albanese ha avuto un momento di cedimento, un sorriso, una risata non trattenuta. Presentando al pubblico le sue due accompagnatrici e raccomandando alla polizia di non fermarle perché «nipoti di Churchill  e di  Otello» il comico non riesce a nascondersi. Albanese non resiste. Una battuta che è semplicemente copiata dalla realtà ha questo effetto e  forse gli ricorda le dichiarazione fatte pochi mesi prima sul suo personaggio, presto protagonista del  film “Qualunquamente“, quando lo definì «una rappresentazione iper realista»e lo descriveva con queste parole:  «quando l’ho inventato sei anni fa qualcuno mi ha rimproverato e mi riprendeva» mentre «oggi  invece è addirittura un moderato». Sempre Albanese parlava di un personaggio di cui «non si è inventato proprio nulla. Volevamo circondarlo di vita, di territorio. Abbiamo voluto rappresentare un carattere di politica nazionale. E’ forse la prima rappresentazione ironica, comica, di un certo cinismo politico» ma ricorda anche  che  il suo unico fine è riportare l’attualità: «Non voglio dare un messaggio, io non sono un educatore né un politico. Raccontiamo serenamente il vero, quello che esiste ma che non viene raccontato. Il cinema storicamente racconta i tempi. Cambia il linguaggio, cambiano i gesti e i colori anche. Osserviamo con onestà quello che cambia, senza citare nessuno».

Il Daniele Capezzone del 2006 non avrebbe immaginato l’avverarsi delle sue parole. Quello attuale cosa ne penserà?

fonte:  http://www.dirittodicritica.com/2010/11/18/berlusconi-e-come-cetto-la-qualunque/

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L’Italia e gli anni del Caimano.


Pensando a Enrico Brizzi torna alla mente una frase di Pier Vittorio Tondelli: “La scrittura emotiva non è altro che il sound del linguaggio parlato. […] La scrittura emotiva è spigolosa, è forte, è densa, si tocca con il corpo, ci si fa all’amore, entra dentro, ti prende” [1]. Brizzi è pura scrittura emotiva sin da quando ventenne pubblicò “Jack Frusciante è uscito dal Gruppo”. Lo abbiamo incontrato a Roma per la presentazione del nuovo libro “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (Laterza, pag. 314, € 12). Ti guarda dritto negli occhi mentre parla, tra una sigaretta e l’altra. È posseduto da una passione che sfiora quasi la rabbia. Le sue parole evocano i suoi personaggi. Tagliente, non risparmia nessuno, nemmeno se stesso. Non è Jack Frusciante, come voleva Maurizio Costanzo, è un autore maturo, un marito e un padre. Dopo aver vissuto tante vite è ancora, inevitabilmente, in cammino.

Hai definito “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” il naturale prosieguo di “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”. È una cronistoria che si intreccia con l’elemento autobiografico?
È una storia che si muove su due binari: uno è quello della grande storia del paese, ma non evocata dal punto di vista dei libri di storia, quanto da quello dei ricordi personali. Io non ricordavo che giorno fosse quello in cui Craxi è stato preso a monetine davanti all’hotel di Roma, però ricordavo in quale bar mi trovassi e quale è stata la reazione della gente. Nel libro ci sono raccontati dei momenti di svolta del Paese visti dagli occhi di un telespettatore, di uno qualsiasi. Il secondo binario è quello della storia personale. Un individuo che ha avuto il mio stesso destino e che ha una famiglia e degli amici che nuotano nel mare di questa Italia. Quindi la dialettica è continuamente giocata tra quello che capita a ‘sto povero cristiano che prima guarda Goldrake, poi Bim Bum Bam, Drive in, di straforo perché i genitori non glielo permettono, e poi vede cambiare il costume del paese intorno a sé all’epoca di Non è la Rai. Giovane, si trova ad avere un motivo, nella fattispecie aver scritto un romanzo, ma poteva essere aver vinto un concorso di aeromodellismo, per cui la televisione, questo spazio immateriale tipo ventunesima regione italiana che non si sa dove stia, si interessa di lui.

Nel libro parli anche del clamore suscitato dal tuo esordio letterario. Hai dovuto fare i conti con il tuo passato?
È stato liberatorio raccontare che cosa ti succede quando a vent’anni credi d’averla già fatta grossa pubblicando un romanzo e invece ti trovi improvvisamente di fronte alcune delle facce più note del Paese e ti rendi conto che devi interpretare una parte per essere lì. La parte dello scrittore ventenne un po’ ribelle e un po’ di buonsenso. Ti viene costruito un personaggio dagli autori delle trasmissioni che ti invitano. Ti trovi a un bivio: vuoi scrivere o vuoi essere famoso? Le due cose si contrappongono. La scrittura ha bisogno di quiete, di tempi lunghi. Apparire, invece, significa essere sempre pronti a ricevere molte chiamate e rispondere ‘sì’. Per scrivere devi tenere il cellulare spento, per andare in tv lo devi avere sempre acceso e rispondere a qualunque stimolo ricevi da quella parte. Io ho deciso di vivere col cellulare spento.

A vent’anni si può restarne fuori?
L’unica difesa che puoi opporre è l’assenza.

Poi però, e lo racconti, ci sei tornato in televisione.
È molto diverso andare lì ed essere considerato un adulto invece che un cazzo di fenomeno da baraccone post-teenager. Dalla Bignardi e da Mannoni ci vado perché so che possiamo guardarci in faccia, magari non esser d’accordo su tutto, ma parliamo fra adulti. Piombare a 19 anni al Parioli significa esser, sì, riconosciuto per la strada e ricevere le letterine a casa, ma soprattutto renderti conto che sei arrivato lì facendo la cosa più personale che potevi, cioè scrivendo un libro, la tua storia essenzialmente, e invece sperimenti, vorrei dire in diretta, ma in realtà in differita alle tre del pomeriggio, la sensazione di essere ingabbiato.

Alcuni critici ritengono che con questa tua pubblicazione denigri un meccanismo del quale comunque hai fatto parte.
Credo che sia un argomento strumentale. Chiunque abbia pubblicato o fatto un disco o partecipato in qualche modo all’industria culturale italiana degli ultimi quindici anni ne ha fatto parte. La cosa che uno può fare onestamente è raccontare il proprio punto di vista.

Sono in molti a chiedere a Roberto Saviano di non scrivere più per la Mondadori. Tu non pubblichi più per loro. Come è andata?
Ho l’idea che sia meglio essere uno degli scrittori di punta di una casa editrice più piccola piuttosto che di una enorme. Il fatto di pubblicare per Mondadori mi ha procurato delle critiche, ma non ho smesso per questo. Ho smesso perché credo che ogni progetto narrativo stia bene in un certo tipo di ‘casa’, che deve essere dimensionata in maniera adatta e poi conta anche il rapporto personale che hai con i redattori della casa editrice. La gente che tuona da fuori non ha idea delle persone che puoi incontrare da Mondadori e si immagina Missisipi burning e invece c’è gente ostaggio della proprietà della Mondadori. Lo trovo un atteggiamento ‘fighetto’ quello di organizzare i boicottaggi contro delle realtà che rappresentano il posto di lavoro di tante persone. Un conto è dire: “se posso scegliere, decido di non andare lì”, un altro è dire che quel luogo è satana. Nessuno pensa di penalizzare gli operai della Fiat per gli sprechi della famiglia Agnelli. Ed è giusto essere solidali con i lavoratori. Sarei stato incoerente, invece, se il giorno in cui ho deciso di non rinnovare il contratto con la Mondadori avessi telefonato ai giornali dicendo: ‘guardate che figo che sono’. La mia scelta è dettata da ragioni tecniche editoriali di cui non credo di dover dare conto in piazza.

Qual è la ragione ‘tecnica’?
Molto spesso c’è l’idea che lo scrittore sia un militante, e ci può stare, ma non c’è mai l’idea che lo scrittore sia un professionista e questo è un atteggiamento del cazzo. L’anomalia vera è che la più grossa casa editrice italiana sia in mano a Berlusconi non che continui a pubblicare libri. La ragione tecnica è che voglio essere libero di scrivere quello che mi pare e vado dagli editori che mi danno retta. Non posso stare a guardare se mi pagano di più o di meno se in gioco c’è la possibilità di fare o meno quello che voglio. Secondo te la Mondadori mi avrebbe concesso di fare questo libro?

No.

Questo libro segna una tua presa di posizione politica ?
Sono cose che ho sempre pensato. Non c’era stato il tempo di sedersi e guardarsi indietro. Ma come spesso accade, la scelta è figlia di letture. Ho fatto molte ricerche sul fascismo per dei romanzi ai quali ho lavorato negli ultimi anni. Trovo misterioso che la gente urlasse di gioia quando Mussolini dichiarò ‘entriamo in guerra’, perché da lì sono iniziate tutte le tragedie che sono nel cuore dei racconti di famiglia di ognuno di noi. Nessuno racconta che si stesse bene.

Ci sono delle analogie?
Ho letto per la prima volta la storia del fascismo in Italia di Gaetano Salvemini e ho pensato che sarebbe servito scrivere qualcosa del genere per il berlusconismo. Lo volevo raccontare, idealmente, alle mie figlie, che sono piccole, ma che presto si chiederanno come sia stato possibile che lo stesso uomo che ti mandava in tv il pupazzo Uan e il Tenerone sia diventato l’uomo più potente del Paese a livello politico. Di queste cose devi dare conto raccontando l’oscillazione nel suo svolgersi. Non si accontenterebbero di conoscere una sequela di eventi. Se invece gli racconti che alla loro età scrivevi a Pertini, anche se non lo vedranno mai, forse avranno almeno un’idea di che cosa significhi avere stima di un capo dello Stato.

Ha un intento ‘didattico’?
Sì, come lo sono le storie intorno al fuoco e le cacce al tesoro.

In una recente intervista Carlo Freccero ha dichiarato che ancora oggi la programmazione televisiva è americacentrica. La tv di Berlusconi è nata da lì e se il Premier non avesse comprato Rete Quattro e Italia Uno, magari lo avrebbe fatto qualcun altro…
Da Dallas a Falcon Crest, era una tv mutuata dalla provincia americana opulenta. Ci sarebbero stati comunque gli anni ottanta, ma così li abbiamo avuti con una perfezione scientifica. Che le tre grandi reti private del paese fossero nelle mani della medesima persona ha reso il piano avvolgente rispetto alla possibilità che restassero di Rusconi, Rizzoli e Berlusconi. Si sarebbero fatte concorrenza, non avrebbero giocato di squadra. Infatti negli altri Paesi d’Europa l’apertura alla tv privata significava più pluralismo nell’informazione, non meno.

Perché gli italiani nonostante scandali e processi hanno amato e votato Berlusconi?
Per chi è cresciuto in una tradizione di sinistra è molto dura raccontarsi che tutto questo è accaduto solo grazie alla forza di Berlusconi e non anche alla debolezza della sinistra. La sinistra non è stata capace all’inizio degli anni novanta, quando poteva prender per mano il Paese, di proporre un sogno comune, di contrapporre al sogno di Berlusconi di diventare tutti ricchi e famosi, un sogno di buonsenso. Un sogno comune realizzabile, qualcosa che si potesse toccare con mano nel giro di poche stagioni. Qualcosa che risultasse utile, gradito, stimolante per tutti.

Nel tuo libro sostieni che Berlusconi e tutto ciò che riguarda la sua politica facciano parte del compimento del progetto della P2, il “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli. Ce ne parli?
Mi sembra innegabile che nell’Italia di oggi vi si legga il piano di rinascita democratica così com’era stato concepito nel silenzio ovattato delle stanze dei confratelli. Ci sono delle somiglianze agghiaccianti. Dopodiché, non sono né un politologo né un detective. Ma se uno pensa ai punti di quel ‘programma’: depotenziare la tv pubblica a favore della tv privata e ridurre la pletora dei partiti a due grandi partiti, quello che non posso fare a meno di notare è che, se era una profezia, si è avverata.

[1] Pier Vittorio Tondelli “L’Abbandono”, pp.8-9, ed. Bompiani, Milano, 1998

fonte:  http://temi.repubblica.it/micromega-online/litalia-e-gli-anni-del-caimano-intervista-a-enrico-brizzi/

Pubblicato in: cultura, MEDIA

Libertà è Partecipazione


Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Giorgio Gaber

 

Da “Dialogo tra un impegnato e un non so”

 

fonte:   http://www.italianissima.net/testi/laliberta.htm

Pubblicato in: CRONACA, cultura, MEDIA

Eutanasia, cattolici contro lo spot diffuso dai radicali


Lo spot pro-eutanasia diffuso dai radicali (cfr. Ultimissima di ieri) ha scatenato, come prevedibile, la risposta del mondo cattolico.

Il quotidiano dei vescovi Avvenire ha pubblicato un editoriale di Francesco Ognibene dal titolo Pubblicità mortale, nel quale si definisce l’iniziativa radicale “una sparata deliberatamente provocatoria” e un caso di “premeditato bullismo politico e culturale”. Ognibene ha sostenuto che sia “inammissibile permettere che si pubblicizzi un reato attraverso i mezzi di comunicazione”, e ha pertanto auspicato l’intervento dell’Autorità garante delle comunicazioni.

Secondo Lucio Romano, copresidente dell’associazione Scienza&Vita, “la vera libertà è quella di scegliere in favore della vita”: la società, dice, “deve farsi carico della sofferenza del singolo, non spingerlo all’eutanasia”.

Per approfondire:

Laici    http://www.uaar.it/laicita/eutanasia

Cattolici  http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/e_eutanasia.htm

Fonte :   http://www.agoravox.it/Eutanasia-cattolici-contro-lo-spot.html

Pubblicato in: cultura, MAFIA E ANTIMAFIA, MEDIA

Scampia trip: un viaggio per resistere alla Camorra


Un progetto multimediale raccoglie l’esperienza positiva dell’altra Scampia, quella dei bambini, dei volontari, degli ex camorristi che parlano nelle scuole. Scrittori, musicisti e filmaker insieme per sfuggire alla retorica di un luogo simbolo.

Scampia è un brutto quartiere di Napoli. Scampia è camorra, droga, assenza e corruzione dello Stato. Ma Scampia è anche un trip, un viaggio, per tanti suoi abitanti che lottano, si impegnano e r-esistono (cioè esistono, come vuole la base latina del verbo) ogni giorno.

Scampia trip, restare e (r)esistere a Scampia è un progetto multimediale, libro, dvd e cd musicale, edito da A sud dell’equatore (pp. 216, euro 13,00), che raccoglie l’esperienza positiva dell’altra Scampia, quella dei bambini, degli operatori sociali, degli ex camorristi che parlano nelle scuole e fanno volontariato, la Scampia dei preti di strada, delle associazioni di promozione sociale, la Scampia dei campi di calcio e quella dei carnevali in maschera, nonostante la pioggia. La Scampia di un bambino che dice: “Io odio la camorra”, proprio quella di Davide Cirullo, ex malavitoso, autore del libro Le Ali bruciate, che passa gran parte del suo tempo a spiegare ai giovani che “il camorrista è uno che non è nessuno”.

» Il trailer del documentario

Sedici racconti, da Giancarlo De Cataldo a Ciro Corona, un cd del gruppo post rock di Scampia, gli ’A67, e un documentario di Pingitore su Le Vele, come venne inizialmente chiamato il quartiere, costruito negli anni 70 grazie alla legge di edilizia popolare 167 (da cui il nome del gruppo). Nella prefazione al libro il giornalista Sandro Ruotolo ricorda che “quando non si è liberi a Scampia, non si è liberi nel nostro paese. Non si può misurare la libertà con un metro.

O si è liberi o non si è liberi. Perciò questo non è il libro di Scampia. Volutamente e cocciutamente sono le pagine dei resistenti, di coloro che vogliono liberare il quartiere dai senza coscienza”. Scampia Trip, come spiega Ciro Corona, operatore sociale e presidente di (R)esistenza, è “un progetto fortemente voluto e realizzato dagli ’A67, dall’associazione (R)esistenza e dal Csv, Centro di servizio per il volontariato di Napoli.Tre linguaggi: musica, letteratura, cinema per raccontare Scampia e la sua voglia di vivere e resistere. Scampia Trip è un viaggio collettivo, fatto assieme da scrittori, musicisti e filmaker, uniti dallo stesso desiderio: fuggire dalla retorica con cui i media tradizionali hanno da sempre raccontato questo luogo”. Un libro scritto da chi nel quartiere c’è nato, cresciuto e ha scelto di restare, per fare volontariato, associazionismo, cultura, per vivere, insomma. Il progetto ha il patrocinio dell’associazione Libera, di “oltregomorra.Com” e dell’VIII municipalità di Napoli.

Per andare oltre i pregiudizi bastano i titoli dei racconti a spiegare lo spirito dell’opera: “Bisogna credere a qualcosa, io credo in me”, “Dove finisce gomorra”, “Un re senza corona”, “Una terra promessa, un mondo diverso”, “Voi avete fatto il funerale a mio marito”, “A Scampia qualcuno si ostina a sperare nell’attesa che passi ’a nuttata”, “Ci salveranno le vele”,”Un campo scuola”, “Schwarzenegger a Scampia”. In un posto in cui anche la polizia fatica a farsi viva, non rimane che alla società civile rimboccarsi le maniche e raccontare la verità, agendo ogni giorno, con l’esempio e l’ostinazione, sulle coscienze dei “senza coscienza”. Fino a che anche a Scampia non ci saranno che uomini, donne e bambini liberi.

Sara Picardo

fonte:  http://www.rassegna.it/articoli/2010/11/9/68454/scampia-trip-un-viaggio-per-resistere-alla-camorra

Pubblicato in: cultura, MEDIA

L’Italia (diversa) di “Vieni via con me”


Se l’idea di ‘Vieni via con me‘, il programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano di cui ieri è andata in onda la prima puntata, è quella di raccontare l’Italia, allora prima di trarne un giudizio definitivo è bene che questa narrazione sia sviluppata per intero. Ma questa prima puntata ci ha già dato l’idea di quello che è e che probabilmente sarà, con i suoi pregi e i suoi difetti. Stupido sarebbe appellarsi semplicemente al vasto pubblico – 7,6 milioni e vincitore della serata – che ha seguito la prima puntata, dato che questo risultato non è al netto dell’enorme pubblicità (data anche da una gestione del programma quantomeno discutibile da parte del Direttore Generale della Rai Mauro Masi), dell’aspettativa generale di chi sperava in un programma totalmente innovativo e dell’immensa forza dei singoli (Saviano, Benigni e Abbado, con Fazio a fare da presentatore vero e proprio).

Per avere un quadro un po’ più completo dovremmo aspettare almeno la seconda puntata e vedere quanta gente rimarrà fedele al tipo di programma scelto dai produttori. Un programma che è proceduto a blocchi: introduzione di Fazio, monologo di Saviano, monologo di Benigni, intervista ad Abbado, e ancora Saviano col monologo sul tricolore, con brevi intramezzi. Blocchi monolitici e forse poca fluidità tra essi (emblematica la ricerca da parte di Abbado di un Benigni che non sarebbe più entrato) hanno bloccato un po’ la forza attrattiva che, piaccia o meno, hanno personaggi come Saviano (che fa dell’alternanza tra la sua timidezza, il quasi essere lì per caso e l’impeto, la passione e l’indignazione, la sua forza) e Benigni. Il tutto è sembrato un po’ slegato, nonostante la forza dei singoli abbia tenuto la barra del timone dritto.
 
A farsi un giro per il web e dando una scorsa ai giornali di stamattina quello che salta all’occhio è l’assoluta radicalizzazione delle opinioni – cosa che ormai non sorprende più nessuno – quasi si discutesse se votare il duo Fazio-Saviano o meno. Ovviamente, se la radicalizzazione delle opinioni è criticabile – abbiamo letto critiche a Benigni, che sembravano dovute più alla sua vicinanza con Saviano che alla performance in sé – non lo sono le reazioni che vedono proprio nell’impostazione della trasmissione la causa di questa massimalizzazione. Un’impostazione volutamente politica, critica nei confronti del Governo e di quella parte della stampa vicina al Premier. Quelli della “Macchina del fango”, per intendersi, fil rouge del monologo dello scrittore campano che ha gioco facile a passare al racconto della storia di Falcone, osteggiato sempre nella sua carriera e nelle sue indagini e perché no, vittima anche lui di una macchina del fango discioltasi nel momento in cui la sua macchina e quella della sua scorta saltavano in aria a Capaci.
Si sapeva già tutto, tutto già sentito (sembra di risentire le accuse a Gomorra), ma sarebbe un errore cadere nel tranello di credere che tutto ciò che noi sappiamo sia di dominio pubblico e credere, soprattutto che il pubblico della tv sia tale e quale a quello della rete, quello che ogni mattina apre decine, centinaia di blog e siti d’informazione, quello che “l’ultimo di Bolzoni l’ho letto tutto”. Crediamo che non tutti quei 7,6 milioni di spettatori fosse a conoscenza di ciò che è stato raccontato ieri sera e se anche lo fosse stato, beh in un paese che ormai ha la memoria sempre più corta, una rispolverata non fa mai male. La scelta, casomai, di usare solo Il Giornale come esempio del male dell’informazione è stata, più che forzata, esagerata e sarà vittima di strumentalizzazioni già in atto. Ma una scelta, così forte, è puramente autoriale quindi diamo per scontato che le prime pagine di questa mattina dei vari Libero e Il Giornale siano state preventivate (e non abbiano influenzato più di tanto).
 
Divertente l’introduzione di Fazio a Saviano e anche l’idea delle liste, immenso come sempre Benigni, con un po’ di fiatone in più, un piccolo aiuto dalla rete (ma almeno lui a differenza di altri cita spinoza.it) e un Bossi dietro al cespuglio un po’ più debole del “Craxi ndo cazzo vai” d’antan, ma che regge la scena come in pochi sanno fare. Monologo improntato su Ruby e esilarante passaggio sulle escort come minaccia della mafia (“ecco vi do l’indirizzo anche del mio albergo”), ma spettacolo nello spettacolo sono sia la rivisitazione di “Dio e Berlusconi”, sia la versione molto toccante di “Vieni via con me”, in conclusione di un omaggio a Saviano. Molto toccante anche il momento con un Abbado (anche lui intervenuto gratuitamente) molto emozionato.
‘Vieni via con me’ è un programma in cui, come scrive Matteo Bordone “c’è un po’ di quella retorica da fortino sotto attacco che trovo sempre insopportabile. Il fatto che il programma sia effettivamente un fortino sotto attacco fornisce una attenuante indubbia a chi lo fa”. Non sarà la rivoluzione della tv come qualcuno dirà, né la dimostrazione che in Rai Berlusconi non abbia voce, ma un programma che parla di un’Italia spesso relegata ai canali satellitari Rai, un’Italia che cerca di non perdere la propria memoria, un’Italia se non sotto assedio (“non siamo in Cina, o nella dittatura fascista, nessuno viene arrestato”), certamente è zoppicante, un’Italia in cui l’informazione è un veicolo fondamentale del pensiero comune, un’Italia che ha voglia di ridere e pensare (da lì a capire poi ce ne vorrà), un’Italia che non vuole galleggiare ma cerca di prendere posizione, un’Italia, insomma, diversa da quella che ogni sera ci viene raccontata dal Tg1 o dai reality al silicone.
Pubblicato in: MEDIA

SCHEDATURA DI MASSA


La notizia pubblicata oggi dall’Espresso e subito smentita dalla polizia postale, inquieta e fa riflettere. L’accordo stipulato fra facebook e la polizia italiana, di cui si legge sul settimanale, è un passo ulteriore sulla strada della schedatura tecnologica di massa. Sarà possibile d’ora in poi un accesso arbitrario ai profili degli utenti e a ogni comunicazione che ingenuamente si riteneva riservata. Se questo è vero, l’articolo 15 della Costituzione è stato abograto di fatto e il web dovrà essere considerato, fino a nuove disposizioni, un luogo extraterritoriale. E’ chiaro che il governo dev’essere chiamato a rispondere e bene ha fatto il senatore Vincenzo Vita a rivolgersi formalmente al ministro dell’Interno. Se quell’accordo è stato stipulato, dev’essere reso pubblico.

DAL BLOG DI PIERO RICCA http://www.pieroricca.org/