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QUEI 7 RAMI SPEZZATI…..


 

 

famiglia cervi al completodi Gianluca Bellentani

A  Campegine, un paese della bassa reggiana, vive la famiglia Cervi. E’ una di quelle grandi famiglie di un tempo, composta dal padre Alcide, dalla madre Genoeffa ( scritto così ) Cocconi e da 9 figli. I figli sono 7 maschi, Gelindo Antenore Aldo Ferdinando Agostino Ovidio e Ettore più 2 donne, Rina e Diomira. Sono da tutti conosciuti come i Rubàn, non perché rubino ma dal nome del paese d’origine della famiglia, Rubiera, un altro paese del reggiano. Il padre Alcide condivide le idee socialiste, in particolare i pensieri di Camillo Prampolini, quell’ uomo mite, dalla barba bianca e dal grande cappello, che proprio in quei luoghi organizza comizi e riunioni, parlando di un mondo migliore senza sfruttatori ne sfruttati, in cui ognuno dovrà dare quello che può e consumare solo quello di cui ha bisogno. Certo Alcide non può perdere tempo con la politica ; il lavoro nei campi è duro e necessita sempre di tempo e di braccia. I Cervi sono mezzadri e questo rende la loro condizione ben misera, così come per gli altri come loro. Perché quella del mezzadro è davvero una condizione misera : tanto lavoro, tanta fatica e quando l’annata è buona il padrone si ingrassa e tu sopravvivi. Quando invece l’annata non è buona, magari solo per una tempestata o per la siccità, allora il padrone ingrassa di meno ma tu e la tua famiglia fate la fame. Non puoi nemmeno ribellarti in quanto basta qualche parola di troppo perché  il padrone del terreno ti cacci, tanto a prendere il tuo posto c’è la fila. Il pelatone romagnolo, quello che si affaccia dal balcone davanti ad una folla osannante, non è certo quello che ‘’ avrebbe portato l’ Italia ad essere la stella polare del firmamento mondiale ‘’. I Cervi non sono stupidi e non si lasciano certo influenzare dalla follia collettiva. Che poi non ci vuole certo un genio a capire che se si difendono i padroni e le loro ricchezze, non puoi certo dirti che sei dalla parte di chi lavora. Come possono coesistere senza regole scritte e condivise, due mondi in cui uno lavora e a stento sopravvive e l’altro non fa nulla e prospera sul lavoro degli altri ? Certamente potresti cambiare la tua posizione, magari prendendo in affitto un qualche podere, ma e’ comunque un rischio altissimo; perché se il terreno lo fai fruttare la cosa va bene, ma se il terreno non ti rende e non riesci nemmeno a pagare il prezzo d’affitto, sei rovinato per sempre e anche il buon nome della famiglia verrà marchiato dalla nomea di incapace. I Cervi continuano ad essere mezzadri, spostandosi dal podere del Tagliavino a Campegine in altri poderi vicini . Prima ad Olmo di Gattatico, poi a Valle Re. Poi una sera del ’34, mentre tutta la famiglia e’ riunita a tavola per la cena, il capofamiglia Alcide dopo essere stato in silenzio per tutto il giorno, batte i pugni sulla tavola : ‘’A io’ decis : andomm a i Camp Ròss ‘’. La famiglia allora si sposta solo di pochi km ma è comunque un viaggio che per loro rappresenta tutto. Non e’ un cambiare podere ne lavoro ma un andare incontro ad una nuova vita. Saranno loro e non altri i padroni del loro destino.

Qui la loro storia dovrebbe finire e i Cervi sarebbero ricordati solo come persone che ebbero più coraggio di altre per cambiare la loro posizione sociale. Come in tutte le storie però, accade qualcosa che rende questa storia diversa dalle altre. Non più storia anonima ma esempio perenne di lotta e di antifascismo.

Come per tutti i giovani in età, anche ai fratelli Cervi viene mandata la cartolina di precetto per presentarsi al servizio di leva. I Cervi considerano questo tempo un tempo perso, a fare cose senza senso e senza alcuna utilità ; un tempo non solo perso ma anche rubato a cose molto più utili ed urgenti come il lavoro nei campi. I sette fratelli cercano ogni mezzo per farsi riformare, chi per un’ernia e chi per i pochi denti rimasti dopo una malattia alle gengive. Qualcuno invece, non può addurre nessuna motivazione ed è costretto suo malgrado a partire : e’ Aldo, che viene mandato a svolgere il servizio militare in Veneto, a  Susegana. E’ il 1930 e l’ Italia fascista non e’ ancora in guerra e sono finiti pure i massacri nel continente africano. Per Aldo quindi si prospettano 24 mesi di normale e pallosa routine. Il giovane non da segni di insofferenza alla vita militare e svolge le proprie mansioni diligentemente. Una notte, mentre e’ di guardia ad un deposito, un caporale si avvicina furtivamente al posto di guardia. Il caporale sa bene che nel caso sorprendesse il soldato a dormire o lontano dal posto di guardia, avrebbe una promozione ( e il soldato si prenderebbe 20 anni di prigione militare ). Aldo invece non dorme affatto e, sentendo un rumore e vedendo un’ombra furtiva vicino alla sua postazione, dopo aver urlato per 2 volte ‘’ Alt ! Chi va la ? ‘’ e non ottenendo risposta, spara contro l’intruso.  I fucili delle sentinelle sono caricati con pallottole esplodenti e il caporale viene ferito solo leggermente ad un braccio. Quando si reca all’infermeria della caserma e gliene viene chiesta la causa, questi racconta che la sentinella gli ha sparato volutamente senza alcun preavviso. Il tribunale militare apre un’ inchiesta e il caporale, avvalendosi delle testimonianze di alcuni colleghi e dalla reticenza dei testimoni, pur essendo palesemente in torto, non viene perseguito. Al soldato Cervi viene invece inflitta una condanna abbastanza blanda rispetto ad una sua eventuale colpa e viene condannato alla pena detentiva di 24 mesi ( anche se ne farà per buona condotta poco più della metà ) da scontare nel penitenziario militare di Gaeta. Aldo e’ molto abbattuto per quanto è accaduto : non solo perché  sa di essere innocente ma in quanto si sente come un leone in gabbia. Lui sempre abituato al lavoro all’ aria aperta, adesso si trova tra quattro mura, con le mani in mano, senza sapere come passare il tempo … Come potrà riuscire a far passare due lunghi anni ? Mentre è assorto in questi tristi pensieri, gli si avvicina un altro prigioniero. L’altro e’ rinchiuso in quanto prigioniero politico e gli consiglia di leggere, non solo per passarsi il tempo ma anche per apprendere nuove cose. Gli presta libri di Marx e di Lenin, che Aldo legge dapprima con curiosità poi con stupore. Quei libri, quelle pagine, gli aprono nuovi orizzonti di pensiero. Tutte le risposte alle domande che lui ogni tanto si poneva, stavano scritte in quelle pagine.  Quando Aldo uscirà di prigione, sarà un’ altra persona e con le sue idee sarà il volano della storia dei Cervi da ogni punto di vista, sia economico che ideale.

Quando la famiglia Cervi arriva ai Campi Rossi, non trova quella specie di paradiso terrestre che aveva in mente. Il terreno e’ pieno di balze che certo creeranno problemi quando ci sarà da seminare e da raccogliere. Bisognerebbe livellare il terreno e renderlo tutto pari ma sarebbe un lavoro immane ; e poi la terra che non utilizzi come fai a trasportarla fuori ? Mica puoi farlo solo con le carriole. I Cervi però sono più avanti degli altri come pensiero. Hanno imparato da Aldo che anche un contadino ignorante, se non vuole essere uno schiavo del padrone, ha un solo mezzo, istruirti : e questo lo fai solo leggendo. I Cervi pensano quindi di costruire una rotaia sul terreno e di prendere a prestito dalla ferrovia i vagoni dismessi per il trasporto terra. Con questo ingegnoso sistema, nel giro di qualche mese tutto il terreno è allo stesso livello. Vengono presi dei vitelli, si fanno crescere, si costruisce una bella e grande stalla, si nutrono per bene le mucche e queste danno fiumi di latte, da bere e da farci il formaggio. Altre invece daranno carne per tutti e cuoio per le scarpe. Ferdinando, uno dei fratelli, ha cominciato la produzione di miele e le api di miele dolce e nutriente ne fanno tanto. Il fascismo, con le sue idee autarchiche, ha affamato l’Italia e, per non essere travolto dalle proteste della gente, paga i produttori molto meno di un tempo. Avviene quindi che il mercato nero, dove trovi qualsiasi cosa basta pagarla, sia ormai una regola, che il Regime non tollera e  punisce. I produttori vengono sempre più controllati,così come i prodotti da conferire. Come possono quindi i Cervi riuscire non solo a non aiutare ma a dare danno al fascismo e a Mussolini ? Semplicemente barando sui quantitativi di produzione. Le mucche dovrebbero produrre 10 quintali di latte ? Gli fai qualche bruciatura sul muso, così da inventarti che hanno una malattia e producono la metà. Hai 10 maiali che dovrebbero darti 20 prosciutti ? Dici che te ne sono morti 5 e che li hai dovuti gettare in mezzo al letame ed ora i tuoi prosciutti sono solo 10. Le guardie vogliono controllare se davvero i maiali sono stati gettati in mezzo al letame ? Che si accomodino pure a rovistare in mezzo a tutta quella merda . Per la stessa ragione che a rovistare in mezzo alla merda le guardie non ci vanno, i Cervi costruiscono sotto l’ammasso di letame due locali, in cui macellano e fanno il formaggio ( naturalmente non a contatto col letame ). In casa cominciano ad entrare sempre più soldi ma i Cervi non accumulano fortune in denaro. Hanno tanta produzione, più di quanto servirebbe loro, ma non fanno la borsa nera. Ne danno gratuitamente a chi ne ha davvero bisogno ( e sono in tanti ). I soldi in più di quelli che servono, vengono investiti in migliorie e, cosa inaudita per quei tempi, anche in tecnologia. Il primo trattore Balilla che si vede a Reggio E. e’ il  loro.

Poi, una mattina d’estate, il 25 luglio, la radio da la notizia : Mussolini e’ caduto. Per tutti e’ un giorno di confusione e anche di smarrimento : e adesso ? Che succederà ? La guerra continuerà o no ? Chi comanda adesso ? Se questa e’ un giorno che lascia perplessi e storditi, a casa Cervi e’ invece giorno di grande festa. Il pelatone per è caduto finalmente e con lui la sua dittatura da operetta. Le donne di casa Cervi si mettono ai fornelli e cominciano a preparare kili e kili di maccheroni e di ragù. Il 27 luglio ecco che quei matti dei Cervi arrivano nella piazza del paese con un carro, su cui poggiano i bidoni del latte, che invece stavolta sono pieni di maccheroni caldi e fumanti, con sopra tanto buon ragù di carne e tanto buon formaggio. Tutti accorrono a sentirne anche solo il profumo. Chi se li ricorda più i maccheroni conditi con tanto ben di Dio ? I più increduli sono i bimbi piccoli, che quella delizia non l’hanno mai nemmeno sognata. I Cervi ne danno a tutti e qualcuno più sfacciato ( dalla fame ) fa anche il bis. I carabinieri accorsi per vedere cosa sta succedendo, non sanno cosa fare e allora decidono di partecipare anche loro alla maccheronata. C’e’ anche un fascista che passa, con la sua camicia nera addosso e li guarda quasi vergognoso. ‘’ Dai, vin anca te a magner insomm a nuèter …. Incoo l’è festa per tott‘’ gli grida uno dei fratelli. Il fascista si avvicina timoroso, poi porge il piatto e comincia ad infilare maccheroni con la forchetta, prima pochi poi tanti … Sarà quel buon sapore ormai dimenticato, ma adesso quello non pare più un fascista ma un uomo affamato, che fa festa e si diverte come tutti gli altri.

Quando arriva l’ 8 settembre e il Generale Badoglio annuncia che ‘’ La guerra è finita ‘’, sono tutti a festeggiare , meno che i Cervi. Loro, che hanno una coscienza politica e sanno leggere gli eventi, sanno benissimo che la guerra non solo non è finita ma ne comincia un’altra, ancor più violenta e drammatica : la guerra civile. Si chiedono come sia possibile che nessuno capisca quanto sta avvenendo; ma c’era davvero qualcuno che credeva che Mussolini non avrebbe fatto di tutto per riprendere il potere ? Che amasse il proprio Paese più del posto di comando ? Il nemico e’ sempre quello, il fascismo, adesso ancor più forte dopo l’appoggio di quell’altro matto coi baffetti. Adesso la lotta non può essere fatta solo dando meno conferimenti ma deve essere una battaglia da combattere ogni giorno, con tutte le tue forze. A volte a qualcuno dei fratelli sorge un qualche dubbio morale : ma non ci hanno sempre insegnato che Dio condanna la violenza da ogni parte venga ? Ma nei Comandamenti non c’è scritto a chiare lettere ‘’ NON RUBARE ‘’ ? ‘’ NON FARE DEL MALE AGLI ALTRI ‘’ ?  Non ci hanno sempre insegnato di ‘’ PORGERE L’ALTRA GUANCIA ‘’ ? Quello che stiamo facendo, che e’ giusto per noi, può essere contrario gli insegnamenti di Gesù, quell’uomo semplice come noi, che combatteva le disuguaglianze e difendeva i poveri e i deboli con la sola forza della parola ? Sono le domande che ogni persona per bene si pone ogni qualvolta è costretto a fare atti e scelte contrari alla sua natura. A dissipare questi dubbi, e’ l’incontro con un personaggio che ancor oggi non ha avuto i giusti riconoscimenti, almeno da parte della Chiesa,  per quanto fece : e’ Don Pasquino Borghi, parroco di Tapignola, una sperduta frazione dell’ alto Appennino Reggiano. Un prete magro con la faccia da buono, con piccoli occhiali montati sul naso, che nasconde nella canonica armi e munizioni e che da asilo e protezione ai tanti Partigiani delle zona. Un prete che farà la stessa fine dei Cervi, nello stesso posto e davanti allo stesso muro, meno di un anno dopo. Se anche lui, un servitore di Dio, si comporta nel nostro stesso modo, allora noi operiamo nel giusto.

I Cervi compongono una banda per compiere atti di sabotaggio . Operano soprattutto sulle colline dove non sono conosciuti. Abbattono un traliccio elettrico e a Toano, sempre sulle colline reggiane, assaltano la caserma locale dei Carabinieri, rubando armi e munizioni. Chiedono l’appoggio di quelli del CNL reggiano ma questi son peggio dei burocrati. Possibile che non capiscano che, in un momento del genere, siano più importanti certe azioni sul terreno che la formazione dei GAP locali ? Molto meglio rivolgersi a quelli di Parma, molto meno politicizzati ma più concreti sul come impostare questa strategia di lotta. Che poi quando quelli di Reggio fanno qualcosa, fanno più danno che altro. Come quando pensano di far fuori il capo del fascismo reggiano Giuseppe Scolari : l’azione non viene ben pianificata e quello scampa all’attentato senza farsi neppure un graffio. Non solo l’attentato è fallito ma da quel giorno i Cervi sono sotto l’occhio del fascio. Il paese e’ piccolo e le notizie volano. Tutto questo via vai di gente strana non può passare inosservato.

La sera del 25 novembre del ’43, mentre sono tutti ancora a tavola, da fuori si ode un grido : ‘’ Cervi arrendetevi . La casa e’ circondata ‘’ !! I fratelli stanno per prendere le armi, per sparare a quei porci dei fascisti, che adesso hanno pure dato fuoco alla loro bella stalla con tutte le bestie dentro. Se proprio devono andare all’ inferno, ne porteranno molti altri con loro. Ingaggerebbero una battaglia sino all’ ultimo uomo ma i loro sguardi incrociano quelli delle donne e dei bambini : come si può mettere in pericolo tanti esseri innocenti ? Loro malgrado, i fratelli Cervi si arrendono ed escono con le mani alzate. Con loro anche Quarto Camurri, che ha partecipato a qualche azione di guerriglia assieme a loro e quella sera si trovava lì per caso. Vengono tutti caricati su un camion per essere portati all’ antico carcere Dei Servi, un ex convento che il fascio usa come luogo di tortura e detenzione. Alcide non viene arrestato ma insiste per essere anche lui caricato coi figli. ‘’ State tranquille, noi torneremo. Non pensate a noi ma alla casa. Adesso e’ compito vostro mandare avanti la proprietà, è questo a cui dovete pensare, per non gettare al vento anni di sforzi e di sacrifici ‘’. Sono queste le raccomandazioni che i Cervi fanno alle loro donne e quelle subito si mettono in moto. E’ la vecchia madre Genoeffa che da quel momento prende in mano le redini della conduzione della famiglia e dei lavori e lo fa con un inaspettato senso di comando. Le donne di casa le ubbidiscono e trovano in lei una parola di conforto e di speranza, assieme alla pianificazione del lavoro giornaliero.

I Cervi intanto sono rinchiusi insieme nella stessa fredda e umida cella, piena di sporco e di insetti. Per giorni vengono interrogati e picchiati a sangue, per fargli confessare le loro colpe. Essi negano sempre tutto, dicendo che la loro unica colpa e’ quella di aver ospitato qualche forestiero, che loro non si interessano di politica e che non hanno mai fatto nulla di quanto i fascisti li accusano. Dei Cervi, l’unico a cui non viene fatto nulla e’ il vecchio Alcide, che comunque ha certo le sue sofferenze. Ha un’ ulcera terribile che gli brucia lo stomaco e ogni giorno vede quei suoi poveri figli tornare dall’ interrogatorio sempre più pesti e sanguinanti.

Ai primi di dicembre, i Cervi vengono spostati nel carcere di S. Tommaso, in pieno centro. Per i Cervi la cosa non cambia molto ma cambia invece per gli antifascisti di Reggio che stanno preparando un piano per farli uscire. Una sortita lì per liberarli, magari in un giorno festivo, e’ molto più facile. Si decide quindi di fare l’azione il giorno di Natale ma, a causa di una soffiata, tutto viene rimandato alla notte di Capodanno. Intanto però e’ accaduto qualcosa di grosso, che probabilmente e’ stata la condanna a morte dei Cervi.

Il 15 dicembre a Cavriago, un paese vicino, due membri del GAP hanno sparato a Giovanni Fagiani , seniore della milizia fascista e lo hanno ucciso. Non e’ stata un’ azione pianificata ma una decisione presa sul momento dai due gappisti. L’ eco di quanto avvenuto è fortissimo e la stampa di Regime ne riempie le prime pagine locali. I fascisti devono dare un segnale della loro forza e della loro violenza. La mattina del 28 dicembre, i 7 fratelli vengono caricati su un camion e portati al Poligono di Reggio E. dove vengono fucilati uno di fianco all’ altro assieme a Camurri.

 

La notizia della loro esecuzione non è ancora corsa ma due donne di casa, la sorella Diomira e l’ Irnes, la moglie di Agostino, che il giorno dopo sono venute per portare qualche capo di lana e qualcosa da mangiare ai loro cari imprigionati, imparano da un secondino quanto avvenuto. Le due povere donne tornano ai Campi Rossi e in lacrime danno alle altre donne di casa la ferale notizia. Sono urla e pianti disperati quelle che riecheggiano tra le vecchie mura di casa e i bambini, i ‘’ putèin ‘’, piangono anche loro, non sapendo del perché ma solo vedendo la disperazione delle loro madri. Tutte hanno solo voglia di piangere, di buttarsi sul letto da sole, a piangere per giorni, a ricordare i momenti passati coi loro cari, una carezza, una frase detta o un momento felice. Una donna invece e’ rimasta in piedi, al centro della grande cucina ; i suoi pugni sono chiusi, i suoi occhi sono asciutti e il suo viso pare una maschera di pietra.  E’ lei a parlare per prima. ‘’ Adesso basta piangere . I nostri uomini, i vostri fratelli, i vostri mariti non ci sono più. Cosa hanno detto quando li presero ? Portate avanti il podere, per non disperdere il lavoro e la fatica di tanti anni e noi faremo come ci dissero. Tornate quindi ai vostri lavori e se avete voglia di piangere, fatelo alla notte, quando siete da sole e i bambini non vi vedono. Sapete tutte quali sono i vostri compiti in questa casa e perciò non vi dirò cosa fare. L’ unica cosa che vi chiedo, anzi che vi ordino tassativamente è di non dire nulla di quanto accaduto con Alcide : ne ha passate tante cal pover vecc che ne morirebbe ‘’ !!

Alcide e’ ancora rinchiuso nella stessa cella del carcere di S. Tommaso. E’ convinto che i suoi figli siano stati presi dai tedeschi e deportati in Germania a lavorare. Certo sarà dura per loro ma sono gente di campagna, abituati alla fatica e ce la faranno sicuramente ; poi un giorno, quando questa merda di guerra sarà finita, ci ritroveremo tutti ai Campi Rossi, a mangiare e a bere sino a notte fonda e per una volta nella vita, a ciapèr na bala da stare a letto una settimana intera. Una mattina gli alleati bombardano il centro città e una bomba abbatte un muro del carcere. Alcide esce, trova una bicicletta e pedala sino a Gattatico , dove viene accolto dagli abbracci e dalle cure delle donne di casa. Quello che e’ tornato ai Campi Rossi però non è lo stesso Alcide che era partito. Non e’ più quel vecchio dritto e vigoroso, che ascoltava tutti e poi decideva il da farsi. Adesso è un vecchio sempre più curvo e assente, che passa il tempo davanti al camino acceso a ripetere come un disco rotto sempre le stesse frasi : ‘’ Ma si, torneranno. I miei figli torneranno e tutti insieme faremo sempre più bello questo posto. E ci saranno tanti nuovi bambini che urleranno per casa. E ci saranno sempre nuove risate e discussioni a tavola….. ‘’ Un giorno a pranzo però, la vecchia Genoeffa, che ha tenuto dentro di sé tanto dolore per giorni, esplode : ‘’ Ma Cidooooooo….non vedi quanta gente c’è morta per strada ? Ma proprio non lo capisci ? I nostri figli ce li hanno ammazzati tutti e non torneranno a casa mai  piùùùùùùùùùùùùùùùùù !!!

Queste drammatiche parole, hanno un effetto opposto sui due coniugi. Alcide pare di colpo risvegliarsi da un brutto sogno e comincia pian piano a svolgere quel ruolo di patriarca che aveva un tempo. La Genoeffa invece si mette in un letto e si alzerà solo raramente, per poi morire nell’ ottobre del ’44, dopo qualche giorno dal nuovo incendio appiccato alla  stalla dai fascisti, non ancora appagati dal sangue versato e dalle sofferenze inflitte alla famiglia Cervi. Su questa donna, che nella storia comune pare sempre una bigotta più attenta agli interessi economici che ai valori della Resistenza, credo vadano spese alcune considerazioni. La Genoeffa era si una donna credente ed osservante, ma mai si tirò indietro nell’ assecondare  in tutti i modi i suoi figli e le loro idee. Era una mamma, magari non troppo espansiva ma che più delle idee e degli ideali, aveva a cuore i propri figli. Le migliori parole per descrivere questa donna e il suo dramma interiore, le scrisse Pietro Calamandrei….

Se la sera più non tornerete

Il padre è forte e rincuora i nipoti

Dopo un  raccolto ne viene un altro

Ma io son soltanto una mamma

O figli cari

Vengo con voi.

Fine Aprile 1945
Fine aprile 1945

Dopo la fine della guerra, ancora per 25 anni, Alcide Cervi, sempre più malfermo sulle gambe, girò in ogni luogo per portare la sua testimonianza di quanto avvenuto e a chi gli chiedeva quale era la cosa più importante che i suoi figli gli avevano lasciato, lui rispondeva :

Mi hanno sempre detto nelle commemorazioni : tu sei una quercia che ha cresciuto 7 rami, e questi rami sono stati falciati ma la quercia non e’ morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango nelle commemorazioni ….. Ma guarda il seme. Perché la quercia morirà e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme : il nostro seme è l’ideale nella testa dell’ uomo.

 

alcide cerviA tutti un Buon 25 aprile

 

 

 

 

 

 

Questo brano è una poesia di Gianni Rodari che abbiamo musicato per il 70° anniversario della Liberazione. Banda POPolare dell’Emilia Rossa

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Una vergognosa onorificenza


Una vergognosa onorificenza

 di Gianluca Bellentani

Il 10 febbraio del 2015, in occasione della Giornata del Ricordo, ( su questa data e sulle foibe scriveremo in maniera piu’ esaustiva nei prossimi mesi ), il Governo conferisce una medaglia d’oro alla memoria delle vittime delle foibe. In una solenne cerimonia a Montecitorio, presenti il Presidente della Repubblica S. Mattarella, la Presidente della Camera L. Boldrini e il Sottosegretario G. Del Rio, le onorificenze vengono consegnate ai parenti delle vittime.

paride moriNon ci sarebbe nulla di strano se trai vari nomi comparisse anche quello del bersagliere Paride Mori, repubblichino di Traversetolo ( PR ), combattente a fianco delle Waffen SS e caduto a S. Maria dell’ Isonzo durante un combattimento coi Partigiani. La notizia provoca rabbia e sdegno, visto che proprio quest’ anno cadra’ il 70° anniversario della Liberazione.

Innanzitutto, credo sia da mettere in chiaro da subito una cosa : sia Mattarella, che la Boldrini e lo stesso Del Rio non hanno alcuna colpa di quanto accaduto. Quando ricopri certe cariche istituzionali, sei tenuto a compiere le funzioni che il ruolo ti impone . Le colpe sono quindi da addossare interamente alla Commissione incaricata di redigere questo elenco di meritevoli di onoreficenza. Si potrebbe dire che certi errori possono sempre capitare ma purtroppo cosi’ non e’, e per diverse ragioni.

via paride moriInnanzitutto, per chi non lo sapesse, a Traversetolo alcuni anni fa, la Giunta Comunale di centro-sinistra aveva gia’ intitolato una via cittadina a P. Mori, adducendo come motivazione il fatto che ‘’ il bersagliere Mori ( il fatto che fosse un repubblichino era stato omesso ), aveva fatto conoscere per le sue gesta il paese di Traversetolo ‘’. Francamente questa motivazione mi pare tanto ridicola quanto patetica. Se cosi’ fosse, allora anche il comune toscano di Mercatale Val di Pesa dovrebbe intitolare una via al suo cittadino piu’ conosciuto, tal Pietro Pacciani, accusato, a torto o a ragione, di essere il mostro di Firenze. Allo stesso modo, il comune reggiano di Correggio dovrebbe intitolare una via o una piazza a Leonarda Cianciulli, la squilibrata che uccideva le persone per poi bollirle e farci il sapone. Naturalmente il nome della via a Traversetolo fu poi cambiato, per le giuste proteste della cittadinanza. Nonostante cio’, i figli di Mori continuarono a sostenere che il loro padre fosse un eroe da ricordare. Ora, che un genitore per un figlio sia sempre una persona di cui avere un buon ricordo e’ giustificato, ma da questo a celebrarlo pubblicamente come un eroe ce ne passa, e molto.

Quello invece che dovrebbe seriamente preoccuparci, credo sia questo strisciante revisionismo storico che si sta’ impadronendo della societa’ e del pensiero civile. E’ quella cosa che Pietro Calamandrei indicava col nome di DESISTENZA. Non e’ il solo dimenticare del come si svolsero i fatti e le vere ragioni degli accadimenti, ma proprio un ribaltamento della vera realta’ delle cose. Ancor piu’ preoccupante e’ che certe affermazioni vengano non solo da persone di dx ma anche di sx ; chi non ricorda quando Violante disse pubblicamente che ‘’ anche chi mori’ per l’ RSI merita rispetto, in quanto l’unica sua colpa fu quella di essersi schierato dalla parte sbagliata ‘’ ? Certamente durante il Ventennio la quasi totalita’ degli italiani era fascista. Era per credenza ( siamo soliti da sempre seguire il pifferaio di turno ), a volte per beneficio personale e a volte per una mera questione di sopravvivenza. Chi scrive, ha avuto parenti Partigiani e anche un nonno che non si interessava di politica ma che dovette per anni indossare la camicia nera se voleva avere un posto di lavoro per poter sfamare i propri figli. La distinzione tra chi dopo l’8 settembre del 1943 ando’ a combattere in montagna, tra chi rimase imboscato sino alla fine della guerra e chi invece collaboro’ coi nazisti deve sempre essere giustamente fatta.

resistenza italianaAi rappresentanti del Governo, il compito di ritirare questa immeritata onorificenza. A noi invece, il compito di ricordare la Resistenza, i suoi valori, i suoi uomini e le sue donne e difenderla da chi la vuole dimenticare, svilirne l’importanza o ancor peggio travisarne la storia !!

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Chiaccherando con UN PARTIGIANO…..


Ezio-Raspanti-MascotteHo avuto la fortuna, qualche tempo fa, di intervistare lungamente un vero partigiano nella sede della sua creatura

( fondata  e curata da lui personalmente ) l’Istituto storico per l’Antifascismo e la Resistenza in Valdichiana (creato nel 2003),

Mi ha narrato come si viveva ai tempi del fascismo,mi ha narrato come arrivò alla scelta di fare il partigiano seppur giovanissimo e molte avventure successive.

Lucido, attento è stato un narratore formidabile.. instancabile e anche ironico.

Come un romanzo la sua vita, attraverso le sue parole.

Ma qui voglio ricordare un affermazione che mi colpì molto.

” se avessi saputo che le cose andavano così ( facendo  riferimento al PD  attuale ) non so se avrei fatto questa scelta ………….”.

Poi mi racconta dei nipoti disoccupati, dei giovani che sono senza futuro e si commuove.

Comprendo che per lui ,e per quelli come lui è una grossa ferita aver vissuto da brigante, nei boschi.. aver rischiato la vita…e vedere lo stato attuale delle cose.

Grande Ezio, sappi che noi tutti ti dobbiamo qualcosa !!

Franca C.

Ezio Raspanti con decreto del presidente della repubblica del 27 dicembre 2011 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. Nato ad Aosta (21.4.1927) arriva a Foiano della Chiana, dove tuttora vive con la famiglia, nel 1937 partecipando da subito alle attività sociali e sportive della comunità. Vive da protagonista la Resistenza come il più giovane partigiano combattente della Provincia di Arezzo nella squadra volante Teppa, allora comandata dalla medaglia d’oro Licio Nencetti fucilato il 26 giugno 1944 per ordine tedesco dai fascisti repubblichini.

La Teppa è la squadra che, a partire dal 1943 (dal 9 novembre il giorno della “Macchia”), ha organizzato e condotto tutta una serie di azioni contro i fascisti, i repubblichini e i tedeschi fino al 3 luglio 1944, giorno della liberazione di Cortona. La zona di intervento della Teppa fu il Casentino, il Valdarno e la Valdichiana. Ezio Raspanti è anche Medaglia d’argento (VM) per le azioni della Resistenza ed ha ottenuto altre prestigiose onorificenze e riconoscimenti per la sua attività di tramandare la memoria di quell’esperienza vissuta da giovanissimo protagonista.

È fondatore dell’Istituto storico per l’Antifascismo e la Resistenza in Valdichiana (2003), è artista di grafica e sta realizzando una serie di disegni a china in bianco e nero che illustrano i vari momenti maggiormente significativi della sua esperienza personale.

( qui sotto un autorittatto mentre disegna, tra l’altro senza avere conoscenze specifiche )normal_new_copertinara1spanti

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Rolando Rivi, vittima della follia della guerra civile.


PREMESSA

Chi legge queste righe, sicuramente si porra’ delle domande. Innanzitutto perche’ pubblicare questa storia che macchia la storia della Resistenza proprio il giorno della Festa della Liberazione ? Non si poteva pubblicarla prima o almeno in altra data ? Il racconto di questa versione dei fatti vuole essere una sorta di scusante per questo fatto di sangue compiuto dai Partigiani o magari si vuole screditare la figura di Rolando Rivi ? Noi laici e, almeno per me, non credenti, siamo contrari alla beatificazione di questo giovane, avvenuta in fretta e furia ( almeno a quanto mi fanno notare alcuni amici che di queste cose se ne intendono piu’ di me ) ? Credo quindi sia doveroso rispondere a queste domande, partendo dall’ ultima.

Nessuno e’ contrario a questa beatificazione anzi, personalmente ne sono felice poiche’ immagino quanto piacere possa fare alla famiglia Rivi gia’ tanto provata . Poi, proprio per il fatto di essere un non credente, non voglio immischiarmi in faccende religiose e lascio queste decisioni agli uomini di Chiesa. Quello che mi premeva era che il nome di questo ragazzo fosse usato come condanna alla guerra e non come una condanna verso coloro che combatterono per mettere fine ad una dittatura e darci la democrazia.

Pubblicare questa triste storia proprio il giorno della Festa della Liberazione e dei Partigiani non e’ affatto un controsenso ma anzi e’ un togliere quel velo di ipocrisia e di sospetto che ricopre tanti fatti di sangue di quel periodo. Sicuramente tanti innocenti persero la vita in quegli ultimi giorni del conflitto. Persone che magari per il solo sospetto di essere stati collaborazionisti furono uccise in fretta e furia, a volte per vendette personali e a volte per fini economici. Purtroppo la guerra civile e’ anche questo. Sicuramente pero’ credo sia inammissibile mettere sullo stesso piano chi quella situazione  la volle per tornaconto personale, infliggendo ai propri connazionali sofferenze inaudite e chi invece diede la propria giovinezza e a volte la vita per darci quel bene meraviglioso chiamato LIBERTA’! !!

ROLANDO RIVI, VITTIMA DELLA FOLLIA DELLA GUERRA CIVILE

rolandorivifotoperpostSabato 5 ottobre 2013 al PalaPanini, il palazzo dello sport di Modena, si e’ svolta la cerimonia pubblica di beatificazione del seminarista Rolando Rivi. La location della cerimonia doveva essere inizialmente Piazza Grande ma, a causa dell’ alto numero di partecipanti all’ evento ( e probabilmente anche per le previsioni meteo che promettevano pioggia, come poi e’ stato ) si e’ dovuto spostare la cerimonia in altra sede. Migliaia di persone venute da tutta Italia per presenziare a questa beatificazione, per sottolineare la loro solidarieta’ e la loro vicinanza a questo giovane di 14 anni, ucciso dai partigiani il 13 aprile 1945. Si, avete letto bene, ucciso dai partigiani e non accidentalmente ma volutamente. L’ ANPI modenese non ha mai nascosto questo episodio che certamente macchia la Resistenza e i suoi uomini . Non esiste ragione al mondo per giustificare un crimine tanto atroce. E’ una ferita che vorremmo chiudere per sempre, come tutte quelle storie di sangue di quel triste periodo e vorremmo ricordare Rolando Rivi come una vittima della follia della Guerra Civile. Purtroppo tanti che furono e sono fascisti convinti  usano il nome di questo ragazzo per gettare fango sui partigiani. E’ una storia che va’ avanti da quasi 70 anni e che nel tempo si e’ arricchita di particolari senza alcun fondamento, come spesso avviene quando le storie vengono tramandate a voce e da una parte sola. Raccontiamola allora questa storia, questa brutta storia, cosi’ come la raccontano i fascisti e quella parte del clero che col fascismo ando’ a braccetto. Una di quelle storie che tanto piacciono a G. Pansa, un giornalista che si e’ calato nei panni dello storico e che, per vendere i suoi libri, e’ protagonista di un revisionismo tanto pericoloso quanto inquietante. Raccontiamola tenendo sempre presente le connotazioni geografiche e storiche che, se non giustificano almeno ci possono far comprendere come mai certe cose possano accadere.

Siamo sulle colline tra le provincie di Reggio Emilia e Modena. E’ questo un territorio che forse piu’ di ogni altro e’  stato teatro della violenza nazifascista. Forse perche’ qui, a Montefiorino, e’ nata la prima Repubblica Partigiana.monchio di palagiano dopo la strage Qui, nella frazione di Monchio di Palagano, i nazifascisti hanno compiuto una strage di civili inerti, donne , vecchi e bambini e incendiato le case. Qui gli scontri tra partigiani e nazifascisti  sono stati piu’ cruenti che in qualsiasi altro posto. Se vi capitasse di passare per questi luoghi ora tanto tranquilli, vedreste ai bordi delle strade, davanti alle vecchie case in sasso quante sono le lapidi che ricordano i partigiani e i civili trucidati.

Sono i primi mesi del ’45 e la Guerra sta’ finendo, anche se non sembra. Gli americani sono fermi sotto la Linea Gotica ( quella linea difensiva creata dai tedeschi che va’ da Rimini a Lucca , che unisce l’Adriatico al Tirreno e che divide l’Italia in due) ma ancora non salgono. Tutti guardano ad est dove l’eroica Armata Rossa, dopo aver difeso il suolo sovietico dall’ invasione nazista, comincia pian piano una controffensiva che portera’ i sovietici sin dentro Berlino. Vi sono dappertutto compagnie di tedeschi che battono in ritirata e, adirati con chi prima e’ stato uno scomodo alleato ed ora e’ un nemico, sfogano il loro odio su incolpevoli civili. Vi sono repubblichini che, accorgendosi che ormai tutto e’ perduto, cercano con ogni mezzo di zittire coloro che li conoscono per cancellare il loro passato. Vi sono delinquenti comuni che, spacciandosi per partigiani, compiono saccheggi e ruberie : il pericolo e’ ovunque.

‘’ In quella parte di Emilia conosciuta come Il Triangolo della Morte, tra le provincie di Modena e Reggio Emilia, il 7 gennaio 1931 nasce da una modesta e devota famiglia di agricoltori Rolando Rivi. Sin da piccolo egli dimostra il suo amore per Cristo. Finite le elementari entra nel seminario di Marola, da cui poi dovra’ uscire per l’occupazione da parte dei tedeschi. Si prodiga quindi nell’ aiutare il nuovo parroco, Don Camellini nella gestione della locale parrocchia. Fa’ il chierichetto, insegna catechismo ai bambini e li aiuta nei compiti. Pur non avendone diritto, veste sempre con l’abito talare, che considera come la sua seconda pelle. Da qualche tempo opera in quei luoghi un gruppo di partigiani, il tristemente noto Battaglione Frittelli, al cui comando e’ il feroce Delciso Rioli. E’ formato da sanguinari tagliagole su cui per ogni componente del gruppo pende una taglia. Sono tutti comunisti invasati dalle teorie marxiste e nutrono un cieco odio verso gli uomini di Chiesa. Sono gia’ stati diversi i preti uccisi, come ad esempio Don Pessina nel reggiano e Don Tarozzi a Castelfranco di Modena. Rolando Rivi continua lo stesso ad uscire tranquillo e quando il suo parroco lo mette in guardia da quei banditi, egli risponde candidamente: ‘’ Io indosso la divisa di Gesu’ e questa mi proteggera’ sempre ‘’. Un giorno dal parroco arriva il padre del ragazzo. Rolando non e’ tornato a casa e quando e’ uscito a cercarlo ha trovato un biglietto con queste parole : ‘’ E’ VENUTO UN ATTIMO COI PARTIGIANI, NON CERCATELO ‘’. Don Camellini tranquillizza il pover’ uomo dicendogli che il ragazzo tornera’ sicuramente di li’ a poco. Passano altri 2 giorni e il padre ritorna ancor piu’ preoccupato di prima. Il ragazzo non ha ancora fatto rientro e sente che probabilmente e’ accaduto qualcosa di brutto. I due allora decidono di andare insieme a cercarlo. Arrivati al boschetto in cui Rolando e’ solito fermarsi a leggere i Testi Sacri, trovano un partigiano che sta’ pulendo una grossa pistola. Chiedono notizie del ragazzo e questi risponde freddamente : ‘’ L’ho ammazzato io: e’ sepolto la’ in fondo , sotto quelle foglie ‘’. I due uomini rimangono ammutoliti . Mentre il padre del ragazzo scoppia in lacrime, Don Camellini ha solo il fiato per domandare : ‘’ Ha sofferto molto ‘’ ? E quell’ uomo, indicando la pistola, con noncuranza risponde ‘’ No tranquillo, questa ti ammazza al primo colpo ‘’ . Il padre di Rolando e’ sconvolto e piange in disparte e il curato si avvicina al luogo della frugale sepoltura. Scosta le foglie e subito compare il corpo senza vita del ragazzo. Ha solo le mutande e da una parte c’e’ la veste talare arrotolata con cui i partigiani avevano giocato a palla nella piazza del Paese. E’ pieno di lividi su tutto il corpo, segni delle torture subite e probabilmente e’ stato anche abusato sessualmente. E’ stato costretto a sputare sul crocefisso con pugni e cinghiate.  Ha due fori di proiettile , uno alla tempia e uno al cuore. Il corpo del giovane viene prima sepolto nel cimitero locale a Monchio poi a fine conflitto la salma viene tumulata nel cimitero di S.Valentino di Castellarano, il paese natio . Sulla sua tomba inizia un pellegrinaggio di devoti. Dopo diversi miracoli avvenuti, il 26 giugno 1997 viene disposto che la salma riposi nella chiesa di S. Valentino. Si scopri’ piu’ tardi che ad ucciderlo fu il partigiano Giuseppe Corghi, nome di battaglia Natalino, un fanatico comunista che per quell’ atroce delitto venne condannato a 25 anni di prigione ma ne sconto’ appena  cinque  ed usci’  solo per amnistia. Piu’ volte le Diocesi reggiana e modenese hanno chiesto ai rispettivi Comuni di intitolare una via o una qualche struttura urbana a questo piccolo angelo, assassinato per la sola motivazione di vestirsi da prete ma questi, da sempre guidati da giunte di sinistra, non hanno mai preso in considerazione la cosa. Eppure a Modena esiste Via C. Marx, a Reggio Emilia Via Unione Sovietica e a Cavriago addirittura un busto di Lenin…. E’ questa l’idea di giustizia e di democrazia che hanno i rossi ? VERGOGNA !!

Questa narrazione, dipinta a tinte fosche, contiene illazioni e falsi storici. Innanzitutto gli episodi della tonaca usata come pallone, dello sputare sul crocefisso, delle torture e della violenza sessuale non trovarono mai nessun riscontro reale. Il famigerato Triangolo della Morte, identificato da Pansa come i territori compresi tra Reggio Emilia, Modena e Bologna e’ in realta’ una colossale esagerazione. Quella parte di territorio chiamata con questo nome e’ storicamente collocata tra il Paese di Castelfranco Emilia  e le due frazioni di Piumazzo e Rastellino. Riguardo ai cinque anni di galera fatti da Corghi, forse non tutti sanno che a fine conflitto nel Governo De Gasperi il Ministro della Giustizia era il Segretario del PCI Palmiro Togliatti. Come in tutte le guerre civili, le esecuzioni sommarie si susseguirono ancora per qualche tempo . Per iniziare un processo di pacificazione nazionale, Togliatti si prodigo’ affinche’ il Presidente della Repubblica E. De Nicola concedesse  una amnistia per tutti i reati di guerra compiuti sino al 1946, come avvenne. Questa amnistia provoco’ forti sollevazioni popolari, particolarmente in Piemonte. Si arrivo’ al paradosso che fascisti come due componenti della famigerata Banda Koch vennero rilasciati, cosi’ come il capo della squadraccia fascista che aveva ucciso in Francia Carlo Rosselli e partigiani che avevano giustiziato assassini fascisti dopo quella data furono arrestati e imprigionati come delinquenti comuni. Nel 1948, l’ allora sottosegretario G. Andreotti cancello’ i reati antecedenti al giugno 1948. Corghi venne arrestato il 28 giugno del ’47 per questo omicidio, che venne giudicato come un reato comune e quindi non soggetto ad amnistia. Il processo fu condotto da Magistrati che avevano ricoperto lo stesso ruolo anche sotto il Regime. I 5 anni scontati da Corghi in carcere furono durissimi, passati sopportando continue angherie e privazioni da parte dei suoi carcerieri, per la maggior parte ex repubblichini . Il PCI porto’ piu’ volte all’attenzione del Parlamento questo situazione ( famosa  un’ interrogazione alla Camera dell’ On. Pietro Secchia ) e finalmente nel ’53, sotto il Governo Pella, Corghi fu liberato e usci’ dal carcere  fortemente provato fisicamente. Poi diciamocelo francamente : se questo odio verso tutti gli uomini di Chiesa fosse stato cosi’ cieco come lo si racconta, quanti sarebbero stati i sacerdoti uccisi ? Se davvero i Partigiani fossero stati solo assassini di preti e banditi, come mai anche tanti uomini di Chiesa come ad esempio Don Elio Monari e Don Pasquino Borghi appoggiarono la Resistenza contro il nazifascismo e pagarono con la vita la loro scelta ? Ecco perche’ la teoria dei partigiani solo invasati ammazza-preti non regge.

Ecco la storia di Rolando Rivi, il giovane seminarista ucciso dai partigiani il 13 aprile 1945, cosi’ come la potrete leggere digitandone il nome su Google.

Esiste pero’ un’altra versione dei fatti, molto meno romanzata, raccontata da chi a quell’ episodio era presente ( e proprio per questo probabilmente il racconto e’ piu’ vicino alla realta’ ). E’ una versione dei fatti che l’ ANPI modenese non ha mai divulgato per non offendere la memoria di questo giovane e non provocare ulteriore dolore alla sua famiglia gia’ tanto provata da questo lutto. E’ una versione dei fatti di cui la Diocesi locale e’ perfettamente a conoscenza ma che, con secolare ipocrisia, finge di ignorare. Per la prima volta dopo quasi 70 anni, credo sia doveroso raccontarla pubblicamente.

Sulle colline tra Modena e Reggio Emilia, opera da alcuni mesi il Battaglione Frittelli. E’ formato da partigiani conosciuti e temuti per il loro coraggio che hanno compiuto imprese al limite. Tra loro c’e’ chi e’ partito volontario nel ‘ 35 per partecipare alla guerra civile spagnola e non torna

casa da dieci anni. Su ognuno di loro pende una taglia della Polizia fascista. Sono uomini che hanno perso parenti e amici per colpa del Regime, che hanno subito torture e violenze e quando trovano un repubblichino o un tedesco in fuga, non guardano tanto per il sottile e lo eliminano. Appena arrivati notano subito Rolando Rivi, quel buffo ragazzino che porta un vestito da prete troppo largo per lui. Forse ricorda loro i fratelli piu’ piccoli che non vedono da anni, magari quel figlio che hanno lasciato a casa e che ora dovrebbe avere circa la stessa eta’ e per queste ragioni se lo fanno amico. E’ un’ amicizia goliardica, come spesso avviene tra uomini fatti e mocciosi, con quegli sfotto’ tipici dei grandi verso i piccoli . Quando Rolando arriva nel boschetto dove e’ solito fermarsi, spesso lo chiamano con loro a mangiare un po’ di polenta o le castagne abbrustolite. Nei pomeriggi, quando non e’ impegnato, il ragazzo e’ in mezzo a loro e ne ascolta i discorsi. Un giorno viene deciso di compiere un sabotaggio all’ ufficio anagrafe del Municipio di Monchio per distruggere le liste di leva. E’ un’ operazione senza particolari rischi  poiche’ non vi e’ sorveglianza. Basta entrare di notte da una finestra al 1° piano, versare una tanica di benzina e appiccare il  fuoco. Basta un solo uomo per questa operazione. Due giorni dopo uno dei partigiani parte per il sabotaggio e quando arriva in piena notte a Monchio  trova ad attenderlo una pattuglia di repubblichini che lo arresta e lo porta in Accademia per essere interrogato. I partigiani imprecano contro la malasorte che proprio quella sera ha fatto passare una pattuglia da quelle parti. Passa un mese e i partigiani vengono a conoscenza che di li’ a pochi giorni un convoglio di armi e munizioni passera’ da quelle parti e avra’ poca scorta per non dare nell’ occhio. Viene predisposto un piano di azione, con un attacco ai lati del convoglio proprio in mezzo a quella curva in salita che rende l’incedere dei camion piu’ lento. E’ per puro caso che mentre i partigiani sono appostati, qualcuno noti a qualche kilometro di distanza due autoblindo con cannoncini e tre camion pieni di nazisti. L’imboscata salta e i partigiani riescono miracolosamente a non avere perdite ma mentre  tornano al campo tutti hanno una certezza e una domanda in mente : qualcuno ha tradito, ma chi ? Alla sera, ognuno guarda con sospetto il compagno di fronte : possibile che sia proprio lui il traditore ? Quello con cui si e’ combattuto fianco a fianco ? Poi a qualcuno viene in mente che ad ogni discussione sui piani di azione era sempre presente Rolando Rivi. E’ solo un sospetto pero’ e, per appurarne la veridicita’ si pensa di tendere al giovane un tranello. Un giorno che Rolando e’ in mezzo a loro, si comincia a parlare della sepoltura fatta qualche mese prima di un grosso quantitativo di armi leggere. Si ricorda il posto, in una radura li’ vicino, a pochi passi da una secolare quercia. Naturalmente la cosa e’ puramente inventata ma di li’ a due giorni una compagnia di fascisti armata di pale, vanghe e picconi sale dritta nel posto indicato per scavare inutilmente sino a sera. E’ la prova certa che il delatore e’ stato Rolando Rivi. Magari non lo avra’ detto direttamente ai fascisti  e forse si sara’ confidato solo con qualche altro uomo di chiesa ma questo non toglie nulla alla gravita’ dei fatti. La rabbia dei partigiani e’ al massimo, forse ancor piu’ per la fiducia tradita che per la delazione e si decide di dare a Rolando una lezione che non dimentichera’ facilmente.

Quando il ragazzo sale al boschetto, gli dicono di seguirli in una porcilaia abbandonata e qui sfogano la loro rabbia su di lui. Volano sberle, calci e cinghiate e nessuno si fa’ impietosire dalle sue grida. La cosa va’ avanti sino a sera: poi anche il furore cieco  si spegne e si comincia a domandarsi sul da fare. Lasciarlo andare non e’ possibile in quanto il seminarista avrebbe certo informato dell’ accaduto e i fascisti sarebbero saliti a colpo sicuro verso il nascondiglio dei partigiani. Potrebbe essere tenuto prigioniero ma per quanto tempo ? Nessuno sa che la guerra finira’ di li’ a poco. Se non fosse per la giovane eta’, lo si sarebbe eliminato senza tanti scrupoli. La scelta da prendere viene messa ai voti e la maggioranza decide che Rolando venga giustiziato come ogni altro delatore. A chi fa’ presente che a 14 anni sei ancora un bambino, si ricorda di quanti siano i bambini, anche piu’ piccoli di Rolando che, pur sapendo che nelle loro case sono nascosti militari alleati e armi, tengono la cosa segreta e non ne parlano mai , ne’ in casa ne’ in pubblico. Probabilmente se si fosse atteso qualche giorno, se si fosse ragionato a mente fredda e con piu’ calma, le decisioni da prendere sarebbero state diverse ma cosi’ purtroppo non fu. La sentenza venne  eseguita il 13 aprile 1945 e se ne assunse la responsabilita’ il partigiano Giuseppe Corghi, nome di battaglia Natalino …. E qui, se permettete, vorrei fermarmi un attimo, non tanto perche’ io Giuseppe Corghi l’ho conosciuto personalmente quanto per sottolineare queste parole : ‘’ SE NE ASSUNSE LA RESPONSABILITA’ ‘’ !!

Viviamo in un’ epoca di pace e prosperita’ ( paragonate a quei tempi ) ma piena di persone che hanno dimenticato parole come etica, moralita’ ed onore. Gente che viene trovata con le mani nel sacco e che parla di ‘’accadimenti a mia insaputa ‘’ e di ‘’ Magistratura politicizzata ‘’ . Non sapremo mai se Corghi fu l’esecutore materiale della sentenza ma se lo fu ( e la cosa non e’ certa ) mise in pratica una decisione  collegialmente presa dal gruppo ma ne  pago’ personalmente le conseguenze per tutta la vita in quanto la nomea di assassino di preti lo accompagno’ per sempre.corghi

Riposa in pace Rolando Rivi, accanto a quel Dio che tanto amavi e che quel giorno, per un motivo a noi sconosciuto, ti volle con se’. Siamo sicuri che questa beatificazione ti avrebbe certo fatto piacere. Se avessi avuto altri precettori che ti avessero insegnato quanto in quei momenti fosse importante il silenzio, se quei tempi non fossero stati cosi’ terribili, probabilmente saresti ancora con noi . La mano che ti uccise non fu certo piu’ colpevole di chi quella situazione di guerra civile la volle e la fomento’. Riposa in pace Rolando Rivi : che il tuo nome non venga mai piu’ usato per infangare la Resistenza e i Partigiani ma che la tua triste storia venga ricordata per condannare la guerra, qualsiasi guerra, che porta dietro se’ solo morte e sofferenze .

tomba rolando rivi

A tutti un buon 25 aprile

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: RESISTENZA

MUORE LA BUONA ERMELINDA… E A PAGANINE COMINCIA LA RESISTENZA !


Paganine-2Paganine e’ un antico borgo situato nella prima periferia di Modena sud. No, non immaginatevi castelli o antiche abazie….a Paganine non c’ e’ alcunche’, nemmeno una piccola chiesetta. Sono solo modeste case, abitate oggigiorno da gente che vuole vivere in campagna ma a pochi km dalla citta’. Come tanti altri piccoli centri, e’ stato tagliato in 2 tronconi dal passaggio dell’ autostrada. Da una parte la vecchia stazione e la ferrovia, ora riconvertita a pista ciclabile e dall’ altra le case. Se non fosse sede di una nota azienda alimentare ( ditta Frigieri un tempo, Grandi Salumifici Italiani adesso ) non sarebbe nemmeno conosciuto. Adesso e’ solo uno dei tanti ‘’ dormitori ‘’ per gente che lavora altrove ma un tempo, sino agli anni del boom economico, era abitato da una comunita’ di gente unita e solidale, come forse solo la miseria, quella vera, puo’ avere. Gli abitanti di Paganine,un tempo quasi tutti poveri, si rivolgono per i servizi ad una frazione confinante, Portile, da sempre abitato da gente molto piu’ abbiente. A Portile c’ e’ l’ asilo delle suore, la scuola , la chiesa , il cimitero, la farmacia e i negozi ma a Paganine al massimo ci fu un’ osteria ( oggi ristorante ). Eppure chi ci ha abitato negli anni prima del ’60 e’ orgoglioso di essere vissuto li’ , anche dopo anni. Tra Paganine e Portile c’ e’ sempre stata una sorta di rivalita’, come sempre accade nella provincia , rivalita’ che un tempo era ancora piu’ sentita . Durante il ventennio, a Portile erano tutti iscritti al partito fascista e a Portile abitava anche un potente militare dell’ RSI, il colonnello Gazza. Forse l’unico che non era sicuramente iscritto era un mio prozio materno, Giuseppe Della Casa, una specie di armadio con mani come badili,  che pero’ fu sempre rispettato ( era un bravo e onesto mastro muratore ) e lasciato tranquillo ( dormiva con la pistola sotto il cuscino e girava con un mattarello sotto la giacca ). Proprio per questa rivalita’ campanilistica piu’ che per convinzione politica, a Paganine erano tutti ‘’ rossi ‘’. Gli scontri avvenivano in un clima da tifo da stadio ed al massimo si traducevano nell’ andare sotto la casa di Gazza a tarda notte a cantare Bandiera Rossa. Poi venne l’ 8 settembre del ‘ 43 e, come ricordano i nostri vecchi, ‘’ ci dissero che quel giorno la guerra era finita mentre invece cominciava ‘’ !!

Il 12 settembre del 1943, Vandelli Walter sta’ facendo un giro per la campagna e nota 2 uomini in uniforme che cercano di nascondersi. In quei giorni non era difficile incontrare militari sbandati e il Vandelli si avvicina ai 2. Questi hanno una strana uniforme e parlano una lingua incomprensibile. Spiegano a gesti di essere aviatori inglesi della RAF che sono fuggiti da un campo di prigionia a Modena, appena in tempo per non essere deportati in Germania. Vandelli e’ a conoscenza del fatto che chi da’ asilo ai ricercati e’ punito con l’ impiccagione ma non puo’ lasciare soli quei poveri cristi. Si rivolge quindi a Giuseppe Corghi , un abitante di Paganine vicino da mesi alla Resistenza . Gli inglesi vengono ospitati per 45 giorni, uno in casa di Vandelli e l’altro nella soffitta di Corghi, che non vuol fare sapere la cosa alla madre, la buona Ermelinda, per non farla stare in pensiero. I due militari verranno poi imbarcati a La Spezia e avranno cosi’ salva la vita.

Ai primi di novembre , all’ osteria di Paganine si presentano due uomini con la divisa italiana. Dicono di essere di un battaglione di stanza a Reggio E. e che stanno raggiungendo Bologna. Si comincia a parlare, poi quelli offrono da bere a tutti. Una partita a biliardo e poi scappa qualche confidenza da parte e del Vandelli e del Corghi sugli inglesi nascosti sino a pochi giorni prima. Dorvan e altri ragazzi del luogo riconoscono nei due gli istruttori ginnici fascisti della palestra Tersicore e lo dicono a Corghi che li scaccia in malo modo per ‘’ aver offeso quei bravi e gentili signori ‘’. A tarda notte i due militari se ne vanno.

Due giorni dopo, arriva a Paganine una squadraccia fascista di repubblichini armati sino ai denti. La gente di Paganine e’ stupita e incredula : che ci fanno in un posto come questo tanti fascisti ? Che vogliono ? Cosa vogliono fare ? I fascisti si fermano alla casa del Vandelli e non trovandolo prelevano la moglie, la Coca. Poi vanno alla casa del Corghi e non trovando nemmeno lui, arrestano la madre, la buona Ermelinda , per portarle entrambe in Accademia a Modena per essere interrogate.

Le due donne si conoscono da sempre e abitano a poche centinaia di metri l’una dall’ altra ma sono caratterialmente agli antipodi. La Coca e’ un donnone con una forza da uomo. Lavora in campagna, tiene dietro la casa e gira sempre in bicicletta per andare a fare faccende pesanti a casa di signori. E’ famosa per la sua abitudine di masticare piccoli pezzi di carbone da legna, che tiene sempre nelle tasche. Morira’ quasi centenaria di vecchiaia . L’ Ermelinda e’ invece una donna tranquilla e religiosa, che esce di casa solo la domenica mattina per andare a messa . Vive per la famiglia e in particolare per il figlio Giuseppe, Pippo, avuto in tarda eta’ dopo tre femmine, per il quale nutre un ricambiato amore viscerale. Anche le modalita’ del loro arresto sono diverse : tragicomico quello della Vandelli, drammatico quello della Corghi.

La Coca quando vede entrare in casa i repubblichini che le intimano di seguirla, comincia a lanciar loro contro le varie stoviglie di casa, poi sputi, calci e maledizioni. Ci vogliono in 8 a caricarla di peso e a sbatterla sulla camionetta.

L’ Ermelinda quando vede entrare in casa quegli uomini armati che cercano suo figlio e che poi le dicono di seguirli non riesce a trattenere le lacrime e viene presa da un pianto irrefrenabile, un singhiozzare a bassa voce e le lacrime le scendono sulle rosee guancie, come una bambina. Gli abitanti della casa a tre piani si affacciano sui pianerottoli ma nessuno osa protestare. Sulla porta compare mio bisnonno, Mezzanotte Francesco che e’ appena tornato dal lavoro. Chiede spiegazioni ma un fascista gli punta il moschetto alla gola e gli consiglia di non immischiarsi se non vuole una pallottola. L’ Ermelinda intanto continua a piangere e il moccio le sta’ colando dal naso. Mezzanotte impietosito si toglie il foulard dal collo e glielo porge. Le ultime parole che le si sentirono dire furono ‘’ Grazie Mezanot, a val dagh indree apeina a poss ‘’!!! Quel fazzoletto e l’ Ermelinda non fecero piu’ ritorno a Paganine.

Le 2 donne vengono portate in Accademia per essere interrogate il giorno dopo e rinchiuse nella stessa camera di detenzione. Oltre alle minacce di farle parlare con qualunque mezzo, all’ Ermelinda viene anche detto che il figlio e’ stato gia’ scovato e giustiziato ( notizia falsa in quanto Pippo e’ impegnato in una missione coi partigiani ). Non e’ dato sapere se per la notizia della morte del figlio o per la vergogna di ritrovarsi in prigione come una comune delinquente, la Corghi muore di crepacuore poche ore dopo tra le braccia della Vandelli. La Coca capisce la gravita’ della situazione : deve assolutamente uscire per informare gli abitanti di Paganine di quello che e’ successo ma come ? La porta in ferro e’ sbarrata da un pesante paletto, le guardie sono assenti sino al mattino successivo, le finestre sono a bocca di lupo…… E qui accade qualcosa che ci fa’ capire non solo che tipo di donna fosse la Vandelli ma quanto la mente umana, quando vuole davvero, riesca a costringere il fisico a sopportare qualunque cosa. La donna strappa coi denti la fodera del cappotto di coniglio e comincia ad ingerirne il contenuto. Dapprima qualche pezzetto poi a piene mani . Al mattino, quando i carcerieri aprono la porta, si trovano davanti ad uno spettacolo ripugnante. In una cella piena di vomito e con un nauseabondo odore, una donna giace morta appoggiata al muro mentre l’altra pare rigetti anche l’ anima. La Vandelli viene quindi rimandata a casa e quello stesso pomeriggio la donna torna a Paganine per informare dell’ accaduto. Tutta la popolazione e’ sconcertata e incredula…… ‘’ Ma come, proprio la buona Ermelinda ? Quella che non avrebbe fatto male a una mosca ? Ma perche’ lei ? Quale era la sua colpa ? ‘’.

Due giorni dopo il feretro arrivo’ alla stazione di Paganine. Tutto il Paese segui’ il funerale a piedi sino al cimitero, gli uomini da una parte e le donne dall’altra, in un irreale silenzio. C’ erano tutti, anche qualche faccia sconosciuta che tra la folla cercava invano di scovare l’ unico che mancava : il figlio Giuseppe. Pippo quando apprese notizia dell’ accaduto, parve impazzire. Si gettava con la testa contro al muro, urlando a squarciagola e maledicendosi per essere stato tanto ingenuo da confidarsi col primo venuto. Voleva assolutamente partecipare al funerale e i compagni impiegarono un giorno e una notte per dissuaderlo. Dovette assistere al funerale da una collinetta distante qualche centinaio di metri, nascosto tra l’erba.

Da quel momento si capi’ che le cose erano davvero cambiate e che non sarebbe piu’ bastato andare a cantare l’ Internazionale sotto la casa del fascio per combattere il fascismo ma occorreva fare di piu’, molto di piu’. Paganine divenne cosi’ un punto nevralgico della Resistenza, uno di quei punti strategici per i rifornimenti dalla pianura alla montagna. Sino alla fine della guerra, tutti gli abitanti , vecchi donne e bambini si prodigarono nella lotta al fascismo. Paganine diede altri martiri alla causa : Partigiani che morirono in montagna ma mai piu’ nessun civile.

Ecco chi erano i repubblichini : non chi ando’ dalla parte sbagliata di chi alla fine perse la guerra ma infami che usarono inaudite violenze contro i propri connazionali. Quindi se alla fine della guerra tanti furono giustiziati, furono sempre troppo pochi e ottennero solo cio’ che meritavano… E siccome la storia e’ fatta anche di luoghi e di persone sconosciute, ricordiamo Paganine e la buona Ermelinda che, grazie al suo involontario sacrificio, contribui’ ad accendere la fiamma della Resistenza in quel piccolo borgo. Un buon 25 aprile a tutti !!

 Gianluca Bellentani

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P.S. Invitiamo tutti i lettori a commentare il post raccontando uno o piu’ episodi della Resistenza. Grazie anticipatamente a tutti per la gentile collaborazione e buon 25 aprile !