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Sesso-mania


prost.Nella puntata di Presa Diretta di domenica 7 settembre, il bravo Riccardo Iacona ha parlato dell’ argomento che piu’ interessa agli italiani, ancor piu’ del calcio : il sesso. Non si e’ parlato come di solito avviene di mariti fedifraghi  e di mogli cornificate ( o viceversa ) ma degli utilizzatori finali, parola questa che potrebbe tranquillamente essere sostituita col termine consumatori. Nella prima parte della trasmissione si e’ parlato della squallida storia delle ragazzine minorenni dei Parioli , ‘’ utilizzate ‘’ da uomini adulti di ogni ceto sociale, mentre nella seconda parte si sono mostrati i vari bordelli di cui gli uomini italiani sono i maggiori frequentatori, da quelli poco oltre confine di Svizzera e Austria fino alla lontana Thailandia, in quella specie di lupanare a cielo aperto che e’ l’isola di Pattaya, dove i bordelli sono sempre pieni e le splendide spiagge deserte. Il quadro che viene mostrato e’ tanto disarmante quanto inquietante. Siamo un popolo di puttanieri, che considera il sesso non come forma di conoscenza del partner e di reciproco scambio di sensazioni ma come mero sfogo dei propri umori interni. Il sesso e’ visto come una specie di salutare ginnastica ma soprattutto come valvola di sfogo, come urinare o defecare ma con la differenza che, a differenza di queste ultime ( che sono normali funzioni corporee ) , la cosa e’ vista come una sorta di merito di cui vantarsi. Quello che lascia sconcertati e’ il fatto che questa considerazione di cosa sia il sesso e’ entrata ormai nel comune sentire. Si vedono personaggi squallidi e in eta’ che pagano ragazzine che potrebbero essere loro figlie o addirittura nipoti , che non vengono additati come vecchi sporcaccioni ma come ancora sessualmente prestanti . Quando vengono interrogati i vari indagati per la vicenda dei Parioli , gli uomini non recitano un mea culpa, un normale ‘’ Ho sbagliato, sono stato un porco ad approfittare di queste ragazzine ‘’, ma un semplice  ‘’ Credevo avessero 18 anni ‘’, quasi che avere un anno in piu’ potesse fare questa gran differenza, almeno dal punto di vista etico. L’ avere a fianco o nel letto una donna bella o di solito piu’ giovane viene considerato motivo di vanto, come un bel vestito o una costosa automobile. Nella donna, gli uomini non cercano piu’ intelligenza, simpatia o perlomeno quell’ empatia che ti fa star bene con accanto questa o quella persona ma solo performance sessuali. Esistono per gli uomini italiani due tipi di donne: quella che ti accudisce e che e’ la madre dei tuoi figli e quella con cui hai solo un rapporto di letto. Si cercano le ‘’ carni fresche ‘’, quasi si fosse in una macelleria anziche’ nella vita reale. A questo errato modo di pensare, anche troppe donne si adeguono. Eccole dal chirurgo estetico per farsi ritoccare questa o quella parte corporea, per farla ritornare come un tempo o come magari non sono mai state. Eccole scusare i loro mariti con frasi tipo ‘’ E’ STATA SOLO UN’ AVVENTURA, LO CAPISCO, DOPO TANTI ANNI DI MATRIMONIO  ‘’, quasi che sia normale per un uomo uscire dalla normale routine sessuale. Non si tratta di essere bigotti o bacchettoni ma di essere contro questo modo di pensare, che sminuisce tanto la donna quanto l’uomo. Qualcuno potra’ obiettare che questa ricerca del sesso ad ogni costo sia da sempre esistita, sin dai tempi dell’ Impero Romano : e’ pero’ anche vero che sono passati oltre 2000 anni da allora e oggigiorno, almeno sulla carta, dovremmo essere una societa’ culturalmente ed eticamente piu’ evoluta.

Il messaggio che viene dato ai giovani e’ invece devastante. Ragazzini/e giovanissime, bombardati da pornografia da tutte le parti, praticano sesso senza alcuna conoscenza delle piu’ normali misure di cautela. Il sesso, cosi’ come l’alcool e la droga, sono visti come un momento di sballo, di uscita da una realta’ che non piace e che spaventa. Spesso sono incoraggiati anche dai genitori, che invece di guidarli in questa avventura dandogli consigli, li incitano , in quanto ‘’ MEGLIO CHE SCOPI PIUTTOSTO CHE SI DROGHI ‘’. La settimana scorsa, due ragazzi di 21 anni di buona famiglia, abitanti in un ricco Paese del modenese, hanno abusato in contemporanea di una ragazza 17enne, ubriaca fradicia, nel parcheggio di una discoteca. Quando i Carabinieri li hanno arrestati, la loro versione dei fatti e’ stata unanime : ‘’ CE LO HA CHIESTO LEI E NON POTEVAMO TIRARCI INDIETRO ‘’,  come se rifiutare l’invito di una ragazzina quasi in coma etilico e invece aiutarla a farle passare la sbronza fosse un qualcosa di cui vergognarsi. A volte e’ ancor peggio, come per il caso delle ragazzine dei Parioli, la cui preoccupazione piu’ grande e’ stata quella di ‘’ NON POTER PIU’ AVERE TUTTI QUEI SOLDI DA SPENDERE ‘’.

chat ero Il messaggio che viene dato dai tanti video porno che circolano in rete e’ che la donna ( e a volte l’uomo ) altro non sono che meri strumenti di piacere, da utilizzare come un qualsiasi elettrodomestico di casa. Questo sesso virtuale, questi incontri segreti nelle varie chat erotiche, fanno perdere il contatto con la realta’ delle cose e anche i normali rapporti di incontro trai giovani spariscono o perlomeno diventano sempre piu’ sporadici. Qualcuno dira’ che negli ultimi anni, non abbiamo avuto grandi esempi di comportamento da parte di chi ci ha governato ma sicuramente anche noi abbiamo avuto gravi negligenze e silenzi su questo argomento. Cerchiamo quindi di educare i nostri figli, insegnando loro che fare sesso e’ una cosa bella ma lo e’ancor di piu’ quando anche il partner lo vuole. Che il godimento e’ maggiore quando e’ di entrambi. Che occorre cercare il godimento dell’altra/o ancor prima che il proprio, perche’ riceverai cio’ che hai dato. Che la parola SEDUZIONE non e’ una parola desueta ma la parte piu’ bella di ogni storia, per certi versi piu’ appagante del mero atto sessuale. Ricordiamoci sempre che siamo esseri umani e non solo animali da monta.

Gianluca Bellentani

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Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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Il canto dell’ usignolo


06(Dal blog della madre di Federico)

Era un bambino di 8 anni e mezzo !

Federico era nato a Milano precisamente a Segrate il 19 Aprile 2000 era, come amava lui stesso definirsi, un bambino del terzo millennio. Era bellissimo tutti lo dicevano ma la cosa che maggiormente colpiva di lui era il suo carattere: era dolce ma nello stesso tempo risoluto, era sensibile, determinato e con tanto amore nel suo piccolo ma stupefacente cuore. Era molto allegro anche se a volte nei suo occhi profondi come il mare compariva tristezza ed angoscia dovuta la presenza oppressiva di un papà instabile, che era ricomparso nella sua vita quando lui aveva circa 4 anni. Amava il Nintendo come la maggior parte dei bambini, era un asso con il computer e con la tecnologia in genere del resto come spesso diceva di me, la sua mamma era di un altro secolo! se avevo delle difficoltà con il tv o con la Wii lui sistemava tutto e subito.

Non si poteva dire nulla sul suo rendimento scolastico era bravissimo, il massimo dei voti. Era ferratissimo in tutte le materie, soprattutto in quelle scientifiche, amava le stelle ed i pianeti. Ogni sera prima di dormire gli raccontavo episodi di una storia da me inventata. La storia parlava di un pianeta chiamato K2 e di un personaggio androide chiamo Delta 80; questa storia è durata sino alla sera prima della sua uccisione avvenuta il 25 Febbraio 2009 .

Federico ha vissuto tutto intensamente, era un vulcano di energia e vitalità, aveva mille interessi che io adoravo assecondare. Il mio bambino leggeva tanto, disegnava, faceva lavori creativi con me, costruivamo casette con sassolini di fiume o di mare, andavamo per librerie dei ragazzi, a teatro per bambini, a sciare, a correre sotto la pioggia insieme. Al mare la sua massima passione era arrampicarsi su di me in mille modi e farmi fare da trampolino di lancio: che fatica, ma che gioia!. Spesso al sabato pomeriggio facevamo lungi giri in bici, andavamo alla fonte a prendere l’acqua, ai giardini per incontrarsi con gli amichetti. Amava tanto cucinare insieme a me, fare dolci allo zenzero di mille forme. Il giorno prima della sua morte facemmo insieme le praline di cioccolato e che dramma se non le facevo perfettamente rotonde!, non si perdeva mai le trasmissioni in tv di gastronomia, eppure lui aveva gusti semplici mangiava solo pasta al pesto o bianca (quasi cruda come la mamma ) carne , salamino, olive, cioccolato e tantissimo latte pasteggiava persino a pranzo e cena con il latte.

Alla sera quando arrivavo a casa mi aspettava sulla porta, mi correva in contro e buttandomi le braccia al collo mi diceva. “ mammina sei arrivata “ poi si fermava in piedi diritto come un fuso sull’attenti, osservava lo sguardo e poi guardandomi negli occhi mi diceva, senza mai sbagliare (cavolo !): “oggi giornata pesante vero ?” oppure “ oggi tutto ok vero ?” non riuscivo mai a svicolare da lui ne lui da me, ci parlavano con lo sguardo!. Quando andavo in giro non avevo bisogno di intervenire con lui, bastava che ci guardassimo per capire il da farsi . Io e Federico eravamo molto uniti, ero la sua mamma ma anche la sola persona su cui lui poteva sempre contare. Non è stato un caso che sia stato ucciso quando io ero lontano da lui , se vi fossi stata io al suo fianco non avrebbe avuto il modo il padre ( colui che lo ha ucciso) di avvicinarsi al mio bambino. Negli anni avevo da sola organizzato una rete di protezione in torno a lui, a scuola , a casa , al Campus, in Accademia, ovunque Federico era protetto meno là dove doveva esserlo maggiormente!

Il mio piccolo angelo, alla sera si addormentava tenendomi con la sua manina che amava farsi accarezzare mentre gli raccontavo la storia. Amava tanto fare la lotta con me sul lettone, era molto forte, forse perché faceva tanto sport. Amava da impazzire la musica soprattutto il rep ed il rock, aveva i porta CD pieni di musica che acquistavamo insieme. Era attento e curioso, voleva sapere sempre tutto, non gli bastavano spiegazioni sommarie se gli interessava qualche cosa voleva subito prendere un libro su quell’argomento. L’ultima mostra che abbiamo visto insieme, che gli piacque da impazzire, fu quella di Ligabue, volle non solo il poster ma anche che gli acquistassi l’intero volume della mostra che si portò orgogliosamente a scuola per farlo vedere a tutti i suoi compagni.

001bEra sportivissimo, da quando aveva 4 anni al mare faceva surf e di inverno sciava con me, aveva raggiunto in poco tempo 4 livelli federali. Al sabato andava a cavallo, il suo cavallo preferito si chiamava Duca, ma durante la settimana quello che per lui era diventato fondamentale negli anni era fare il portiere . Era il portiere più stimato dell’Accademia lo chiamavano la saracinesca, perche non faceva mai passare la palla. Ci teneva così tanto che mi chiedeva tutte le sere sia in casa che fuori di allenarlo tirandogli la palla .

Era un grande tifoso dell’Inter chissà se avrà festeggiato in cielo i 3 “tituli” appena conquistati.

Federico aveva un rapporto splendido con me, molto sincero . Le difficoltà ci hanno uniti ancora di più, mi chiamava la sua Mamma Amore e guai se qualcuno era sgarbato con me, mi accompagnava nei negozi e si comportava come un principe. Amava i miei stessi colori ed amava che lo vestissi con il bianco, azzurro, blu e verde acqua. Era un grande artista, faceva dei disegni coloratissimi Era molto maturo per la sua età, faceva tanti progetti, aveva sempre voglia di fare cose nuove era come se mordesse la vita. Quella vita così breve, che il pensiero mi fa impazzire.

A Federico a 5 anni avevo regalato il cane che lui desiderava tanto si chiamava Roy ed erano inseparabili. Dal giorno della morte di Federico, Roy quando mi vede impazzisce, corre alla ricerca di Federico, piange in modo molto strano emettendo uno strano sibilo di sofferenza dalla gola e girandomi intorno, senza fermarsi, corre avanti indietro ripetutamente verso la mia auto alla ricerca del mio bene più grande ovvero Federico. Ora il Roy è presso un centro di equitazione, in mezzo la natura, con due nuovi padroncini, giovani sposi che sono riusciti a farlo stare meglio. Ogni tanto senza esagerare, per non farlo soffrire vedendomi, vado a trovarlo .

Federico disegnava tanto. Disegnare per lui come per tutti i bambini non era solo aprire una finestra sul proprio mondo interiore , ma era anche il suo modo di comunicare con me . Tantissimi erano i disegni che mi dedicava. Il mio amore , spesso tornava a casa con disegni in cui esprimeva tutte le sue potenzialità nascoste, facendo emerge le sue emozioni più profonde e i sui sentimenti più autentici che spesso mi veicolava scrivendoli su piccoli bigliettini colorati per me. Me li faceva trovare ovunque spesso accompagnati da un fiore o una piantina o un lavoro fatto da lui.

“ Signora ma che bambino educato”, “bellissimo” mi dicevano. Spesso mi accorgevo che le persone si giravano a guardarlo, aveva un visino troppo dolce e due occhi infinitamente profondi.

Un estate estate, aveva 4 anni e mezzo Federico, per lui e con lui , in Sardegna, cercavo le spiagge più belle con acque basse e cristalline color verde smeraldo, dove lui potesse nuotare in sicurezza e tranquillità; mi ero caricata con un’ enorme zaino tecnico con dentro tutto, avevo con me dal cibo, al lettino per la nanna, all’ombrellone e tutti i sui giochi; ad un certo punto mentre camminavamo in un sentiero a picco sul mare mi disse dopo un lungo silenzio nel quale pensavo ascoltasse le cicale: “ mamma grazie per la fatica che fai per me , sembri una cammella fai sempre tutto da sola .. ti devo portare anch’io qualche cosa e poi aggiunse quando sarò grande dirò ai miei bambini quello che hai fatto per me da piccolo poi aggiunse .. sei la mia Mamma Amore e da allora sino al giorno della sua morte è così che mi chiamava, la sua mamma amore. Poco tempo dopo mi fece un disegno che conservo da allora insieme a tutti gli altri fatto di un enorme cuore con dentro scritto ciò che io rappresentavo per lui.

Federico è cresciuto in un mondo di colori, il nonno materno è stato un pittore molto noto a Milano negli anni 80 sino alla sua morte avvenuta nel 1993 Accademico San Marco, premio De Chirico nel 1978. Il mio piccolo era piuttosto dotato, spesso ricordo di aver pensato, che avesse preso dal nonno. Ed è per questo che ho ricordato l’anniversario della sua morte con un concorso di disegno da me organizzato con tutte e per tutte le scuole della città.

L’ultimo giorno della sua vita il 25 Febbraio 2009 alla mattina a colazione mi disse: “Mamma le signorine dei servizi se ne fregano di me e poi mi aggiunse non voglio andare all’incontro con quello lì ( cosi chiamava suo padre) “oggi sono stanco e stufo”. Uscendo, poco dopo dal portone di casa, aggiunse “mamma non ti preoccupare finisce presto tra poco lui muore “. In auto mi urlò: “ quelle lì ( riferendosi sempre alle due “persone” dei servizi sociali ) non capiscono niente di lui, devo andare dal giudice io e dirglielo che non voglio vederlo! Gli faccio vedere io”. Cercai di tranquillizzarlo e gli dissi dai non succede nulla stai tranquillo . Furono le mie ultime parole, non lo’ho visto più il mio angelo, il mio amore infinito.

Circa una settimana prima il mio bambino aveva fatto un’ incubo si svegliò piangendo disperato aveva sognato che suo padre lo uccideva, si ritrovava in cielo sopra una nuvola poi arrivava uno gnomo che lo riportava dalla sua mamma perché piangeva…

Nonostante le inevitabili conseguenze che le continue apparizioni , minacce e svariati atteggiamenti molesti verso di me e Federico avevo con fatica costruito per Federico una vita comunque molto ricca e positiva, lo dicevano non solo la sua resa scolastica, la sua vivacità, la sua voglia di vivere, la sua allegria il suo sorriso e tutte le persone che lo hanno conosciuto lo possono confermarlo. Federico viveva in una bella casa, faceva tanti sport, cercavo in tutti i modi di fare in modo che la sua vita fosse più tranquilla possibile . Ma la follia paterna il suo disagio aumentava sempre di più ed il pericolo anche ed è solo per questo , mi ero rivolta io ben 5 anni prima ai Servizi pensando che fossero in grado di occuparsi del disagio del padre. Mi sono trovata in un buco nero istituzionale.

Non esistono gli gnomi e nessuno mi riporta il mio bambino e nessuno può placare il doloro che provo.

1001878_10153031345930387_1383825929_nIl padre di Federico era di origini egiziane ma stava in Italia da molto tempo. All’inizio della nostra storia era una persona integrata, colta, un ‘operatore turistico stimato. Ma poi la sua persona è drammaticamente cambiata sin da subito la nascita di nostro figlio. La mia vita e quella del mio piccolino era precipitata in un incubo fatto dalle continue sparizioni e continui ritorni di suo padre, ogni volta sempre più disturbato, violento ed ossessivo.

Come madre feci una scelta di allontanare la follia, la cattiveria , del padre dalla vita di Federico. Sono però iniziati anni di soprusi, minacce, aggressioni, vero e proprio STALKING fatto di minacce, telefonate in tutte le ore del giorno e della notte, inseguimenti in auto, ( pochi giorni prima dell’uccisione mi stava buttando giù da un ponte , con a bordo Federico). La Legge sullo stalking era in discussione proprio in quei giorni in Parlamento. E’ diventata legge 3 giorni dopo la sua morte. Mi sono rivolta ai Carabinieri, al Tribunale dei Minori di Milano, ai Servizi sociali di San Donato pensando mi potessero aiutare. Furono proprio questi ultimi che mi imposero di fare vedere al bambino al padre ( sottovalutando la sua pericolosità) tentai di oppormi ma fu tutto vano. Se mi fossi opposta alle visite in ambito protetto me lo avrebbero tolto così mi dicevano ogni volta che segnalavo l’aumento del disagio paterno. “ Signora cosa vuole che succeda ci siamo qui noi, ce ne assumiamo noi la responsabilità di suo figlio, lei pensi a fare la madre” .

Dopo l’omicidio mi hanno recapitato mesi dopo ( a Dicembre, il primo Natale senza Federico ) via posta dal comune una lettera in cui mi si diceva: “ il nostro staff non centra nulla. Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna. Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata ma mi figlio in vita. Mio figlio non c’è più. Circa 2 anni prima dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno SPAZIO PROTETTO.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto. Come può un bambino essere ucciso con 8 coltellate in piena ASL. Il suo assassino è entrato armato con pistola e coltello da macelleria. E come mai mio figlio si è difeso da solo ? Il padre di Federico ha avuto il tempo di sparare (colpendo solo di striscio Federico) il mio cucciolo ha tentato di scappare ma il padre ha avuto anche il tempo di inseguire Federico raggiungerlo ed accoltellarlo più volte. Le ferite alle braccia e alle mani dimostrano che Federico ha cercato di difendersi DA SOLO (né il colpo di pistola, né le coltellate alla schiena erano state mortali).

La sua morte è avvenuta ben 57 minuti dopo il primo colpo.

SE VI FOSSE STATA UNA ADEGUATA SORVEGLIANZA, FORSE FEDERICO SAREBBE STATO FERITO MA NON SAREBBE MORTO!

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? . Il giorno stesso, la mattina del 25 febbraio 2010, ero dall’Assessore per supplicarlo di intervenire. Innumerevoli volte avevo riportato i rischi segnalati da me, da Federico, dalle perizie, dalle denuncie, dai testimoni, da avvocati, da Carabinieri che da anni seguivano il caso.

FEDERICO “LA PRATICA” E’ STATA CONSEGNATA AL SUO ASSASSINO, IL GIORNO 25 FEBBRAIO 2009 FEDERICO VENIVA BARBARARAMENTE ASSASSINATO DAL PADRE CON 8 COLTELLATE ALL’INTERNO DI UNA ASL DURANTE UNA VISITA CHE DOVEVA ESSERE PROTETTA.

Come mamma di Federico ,che ha sempre dato risposta ai bisogni emotivi, affettivi e materiali del proprio figlio, il modo più bello di dire addio al mio bambino era quello di esaudire il suo ultimo desiderio. E così il mio ultimo dono per lui è stato esaudito grazie un prete di nome Don Alfredo : il dono del battesimo ed un funerale cristiano. Ho abbracciato forte Federico dopo una settimana dalla sua uccisione. Prima di quel giorno, 3 Marzo 2009 giorno del funerale, non mi hanno permesso di vederlo se non solo per un attimo dopo 3 giorni dall’uccisione, attraverso un vetro. Ho baciato Federico e lui ha aperto gli occhi, erano vuoti e spenti , erano diventati quasi grigio verde penso sia stato il suo modo di dirmi addio.

Delle mani cattive e la follia istituzionale me lo avevano ucciso me lo avevano strappato ; ucciso all’interno di una Asl accoltellato a morte dal proprio padre. In quell’ultimo contatto con Federico sentivo solo la necessità baciandolo che vi fosse almeno un’ ultimo momento terreno di dolcezza e di bene. Quando hanno chiuso la cassa bianca la mia vita, il mio cuore, la mia anima è caduta nel vuoto fatto di immenso dolore in condivisibile. Il mi bambino morto ucciso per mano di colui che lo aveva generato non esiste cosa al mondo più orribile. Mi sono resa conto che era veramente accaduto, non ricordo nulla di come sono arrivata in chiesa ricordo più o meno solo cosa ho detto hai bambini che piangevano “ non vi preoccupate state sereni la persona cattiva non c’è più state vicino alla vs. mamma ed al vs. papà “ A tutti i bambini mi sento di dire che Federico è un angelo un angelo del cielo, è con noi ne sono certa.

Federico sicuramente verrà in vostro aiuto, perché ora è un Angelo del cielo e perché in vita era un bambino determinato, serio che non amava le ingiustizie, molto altruista. Anche se a volte si chiudeva quando gli altri lo ferivano a causa di cose che non potevano comprendere. Ricordate Federico così potrà continuare a vivere nei vostri cuori .

Il 25 Febbraio 2009 un giorno orribile in cui la vita di Federico viene spezzata da colui che era suo padre una persona che prima che lui nascesse era colta educata e gentile ma poi la malattia e la cattiveria se lo è portato via uccidendosi e portando via con se il mio bambino. Federico poteva e doveva essere protetto ma coloro che erano stati incaricati di farlo non lo hanno fatto. Alle istituzioni che dovevano proteggere mio figlio chiedo e pretendo solo la verità e l’assunzione della propria responsabilità perché la vita di un bambino ha un valore assoluto che non deve essere immolata ne violata. Quando succedono drammi cosi gravi è difficile trovare persone che ti aiutano.

Ci sono state persone di fede che mi hanno aiutato e sorretto, persone comuni , molti bambini che con la loro spontaneità mi hanno strappato un attimo di gioia . A tutte queste persone che mi hanno dimostrato affetto e disponibilità dico grazie dal profondo del cuore.

A mio figlio che si chiamava SHADY FEDERICO BARAKAT IL CUI NONE SIGNIFICAVA IL CANTO DELL’USIGNOLO

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

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Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

Pubblicato in: diritti, Il Malpaese, lega, politica, razzismo, sessismo

Calderoli, il Pitecantropo Padano


88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutiliRoberto Calderoli, vicepresidente del Senato, ha insultato ieri il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge durante un comizio della Lega a Treviglio: “Quando la vedo non posso non pensare a un orango”. Sul web si moltiplicano le iniziative per chiederne le dimissioni.

La sinistra milanese è particolarmente indignata, perché ci siamo ritrovarti Maroni a governare in regione con gli stessi uomini di Formigoni, e poi perché nn dimentichiamo certo le stronzate di Salvini (che ne ha anche per la Boldrini) & C sull’apartheid in metropolitana, la pulizia etnica dei rom e la sinistra che complottava per construire la più grande moschea d’Europa (ancora non se n’è fatta una a Milano..). Riportiamo qui le opinioni di due esponenti della sinistra della Madonnina,Paolo Limonta, il cuore a sinistra di una giunta Pisapia che sembra aver smarrito quell’orientamente, e Emanuele Patti, presidente dell’Arci Milano, il ganglio centrale della società civile di sinistra in città.

Ha scritto Limonta: “Calderoli che insulta il Ministro Kyenge alla festa della Lega di Treviglio per soddisfare gli istinti beceri e xenofobi dei militanti del suo piccolo partito non è che un povero razzista. Ma Calderoli è anche il vice presidente del Senato. E allora circondiamolo di sdegnato silenzio solo dopo averlo costretto alle dimissioni da una carica istituzionale che, semplicemente, non avrebbe mai dovuta essergli assegnata..”

E Patti amplia il quadro d’analisi: “Napolitano II, Calderoli vicepresidente del Senato che insulta Kyenge, l’affaire kazako ed il ruolo complice del ministero italiano nella deportazione di una dissidente, il 30 luglio, la magistratura e tutto quello che gira attorno a quella data, il carosello sull’iva e imu.. Lo stato sembra non esistere più, imprigionato dalla crisi di PD e PDL, e il governo di larghe intese che non può far altro che aggravare la situazione. Se pensavamo di aver toccato il fondo..”

MilanoX è per l’estizione delle specie leghista e per la salvezza degli oranghi giavanesi, messi a rischio d’estinzione dalla deforestazione, e infinatmente più intelligenti di un odontotecnico pitecantropo, malvagio e piromane.

FONTE   http://www.milanox.eu/calderoli-il-pitecantropo-padano/

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Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

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Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/

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Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

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L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, economia, libertà, opinioni, sessismo, sociale

Riflusso al femminile


Negli anni ’80 del secolo scorso andava di moda la parola riflusso. L’immagine che suggeriva era quella di una marea che, dopo essere salita al massimo, tristemente si ritrae lasciando solo detriti. All’epoca il riflusso riguardava l’impegno politico e le contrapposte ideologie dopo gli anni di piombo. Tempi lontani.

Ma oggi si potrebbe tornare a parlare di riflusso e lo spunto potrebbe fornircelo quella che è stata la foto di qualche settimana fa. Barack Obama è stato rieletto, come tutti sappiamo. In molti in Italia hanno gioito e si sono commossi davanti alle parole immediatamente post-elezione. Quelle dedicate a Michelle e che sono la perfetta didascalia della foto di cui sopra. Barack in maniche di camicia che abbraccia Michelle.Lui, ovviamente, porge il volto all’obiettivo. Michelle è di spalle. Perché, è risaputo, dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. La cui importanza è riconosciuta. “Non sarei l’uomo che sono se 20 anni fa non avessi sposato Michelle”, ha dichiarato il neo-eletto presidente degli Stati Uniti. Ma riconosciuta a patto, appunto, che la grande donna resti alle spalle del grande uomo.

Riflusso. Rifluiscono verso il focolare le manager in carriera americane, ammettendo la sconfitta. Perché una donna, nel secondo decennio del terzo millennio, ormai lo sa che non si può avere tutto: casa, amore, figli, successo personale. A una cosa si deve rinunciare e sarebbe egoistico farlo per aspetti dell’esistenza che coinvolgono terze persone (casa, amore, figli). Quindi via il successo personale. Via il lavoro. Via gli obiettivi di realizzazione. Via l’indipendenza.

Così succede, come racconta Natalia Aspesi in un editoriale, che il film ebraico ultraortodosso “La sposa promessa”, in uscita questa settimana ma visto in anteprima alla Mostra di Venezia, abbia “sedotto e turbato” le donne presenti. Scopriamo così dalla penna di una donna di acuta e ironica intelligenza qual è la Aspesi, che la regista del film si chiama Rama Burshtein, ha 46 anni. Era laica e americana, oggi è ortodossa ed ebraica, ha cinque figli, come prescrive la legge ebraica, obbedisce al marito e al rabbino ed è felice. Talmente felice che “dovunque l film venga proiettato, conquista soprattutto le donne, per lo meno quelle che cominciano a sentirsi affaticate dalla loro indipendenza”.

Per la cronaca, il film racconta di una ragazza cui i genitori scelgono il marito in una società dove le donne vivono separate dagli uomini, si sposano vergini con uno sconosciuto e lo rendono padre di quanti più figli possibili mentre lo servono e lo riveriscono ben chiuse in casa. Dopo i contratti sadomaso, le sottomesse e i dominatori, scopriamo che le donne italiane anelano a rifluire in massa nell’apartheid sessista delle religioni più estreme. Stanche come sono di lottare per una parità che sembrava a portata di mano solo pochi anni fa. Poi la marea si è ritratta e Cenerentola è tornata di gran moda.

Autore: Laura Costantini

http://www.mentecritica.net/it/riflusso-al-femminile/meccanica-delle-cose/vere-donne/laura-costantini/31438/

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Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, ICI PER LA CHIESA, libertà, sessismo, sociale

Costanza Miriano, o delle farneticazioni contraccettive


Di Chiara Lalli.

In L’Aborto del giorno dopo – con la “A” maiuscola – Costanza Miriano concentra alcune delle farneticazioni più comuni, scelte con cura tra quelle asservite alla battaglia per confondere le idee e stabilire un codice di comportamento Universale (con la “U”) – il suo.

Quando la bugia da far passare è molto grossa è bene attrezzarsi subito, sin dalla scelta del nome. E così si chiama dipartimento all’educazione la struttura che ha deciso di distribuire gratuitamente nelle scuole superiori di New York la pillola del giorno dopo alle ragazze che ne facciano richiesta. Poi non ci sarà neanche più bisogno del consenso dei genitori, se hanno preventivamente aderito al programma di contraccezione preventiva, e qui è la bugia più grossa di tutte.

Miriano si riferisce a questa iniziativa, giudicata immorale, oscena, pericolosa, negazionista e abortiva. Che manca?

La pillola del giorno dopo, poiché appunto si prende il giorno dopo (anzi, entro 72 ore), non è affatto preventiva, e può o ritardare l’ovulazione, oppure, se il concepimento è avvenuto, impedire l’impianto di una nuova vita che già è cominciata, e quindi si tratta di un vero e proprio aborto in piena regola. C’è di mezzo insomma la vita di un bambino che viene interrotta.

La bugia più grossa di tutte, però, è proprio quella di Miriano. Se avesse avuto la voglia o la buona fede di cercare, avrebbe trovato i comunicati e gli articoli in cui si spiega il funzionamento della contraccezione d’emergenza. Avrebbe poi potuto leggere qualche fondamento di embriologia, magari un Bignami non dico un intero manuale. Ma no, non importano questi dettagli materialisti per chi difende la “Vita”, per chi chiama “bambino” poche cellule che forse nemmeno si impianterebbero o che magari diventerebbero due organismi in seguito (nel caso dei gemelli). Quelle sono una “Vita”, no, non solo, sono un bambino e quindi se prendi una contraccettivo sei un omicida. Ovviamente in seguito te ne renderai conto e ti pentirai per tutta la vita.
Per andare incontro alla pigrizia ecco alcuni link:

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

World Health Organization sulla contraccezione.

http://ec.princeton.edu

Il gioco è ben riconoscibile (e ben noto): la vita – che diavolo significa? – e l’aborto e il bambino.
Ovviamente stiamo parlando di un ovocita non fecondato o di uno non annidato – questo sarebbe il “bambino” abortito con la contraccezione d’emergenza, che ovviamente non è più contraccezione ma un aborto!
Ma la parte più bella, in linea con il pensiero miraniano, è questa:

A me risulta piuttosto che uno dei passi principali della crescita sia imparare a prendersi responsabilità, smettere di dire “non è colpa mia, l’ho fatto per sbaglio”, cominciare a dire “ho fatto un errore, me ne prendo le conseguenze”. Ho visto tante vite rifiorire, quando una mamma si è fatta carico di quello che all’inizio sembrava un incidente di percorso, e invece è diventata occasione di conversione, e poi gioia infinita, cioè un bambino.
E tra l’altro qui non si vede quale sia il progresso tra abortire in ospedale, sapendo che lo si sta facendo, e abortire senza neanche esserne certe. Io penso che queste adolescenti, crescendo, potrebbero anche tormentarsi tutta la vita, nel dubbio che la bomba preventiva che hanno fatto esplodere nel loro utero abbia ucciso una vita, quella del loro bambino. Sarà ancora più difficile fare i conti con il lutto, se neanche si è certe di cosa si è fatto davvero. C’era mio figlio, lì dentro? L’ho ucciso?

Consiglierei di scagliarsi anche contro le spirali (iud) e, perché no?, contro i preservativi. Forse anche contro l’astinenza (forse lo ha fatto, sono io a essermi persa le precedenti puntate). Tutti i bambini potenziali eliminati da questi infernali meccanismi abortivi!
Miriano è uno degli esempi migliori della totale inutilità del sistema nervoso centrale (vedasi anche i suoi commenti sugli embrioni e sulla fluidità sessuale, se la prende a morte con il pezzo tradotto la settimana passata da Internazionale e pubblicato la scorsa estate dal New York Times).

FONTE :http://bioetiche.blogspot.it/2012/09/costanza-miriano-o-delle-farneticazioni.html

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Il cattolicesimo puzzone di Camillo Langone


Lo sapevo che Camillo Langone a gioco lungo ci avrebbe dato grandi soddisfazioni. Le premesse c’erano tutte, il suo cattolicesimo puzzone una garanzia. Oggi Femminismo a Sud segnala questa sua perla. Incommentabile per quanto razzista, criminale e complice di criminali. Non a caso lo avevo elencato tra i cattivi maestri dei nostri Breivik. Cattivi maestri pagati da Silvio Berlusconi, vero e proprio mandante morale e sponsor di questo abominio, che qualcuno s’ostina a passare per un esercizio legittimo di giornalismo. Evidentemente, in casi del genere la vergogna e il controllo sociale cedono il passo al fanatismo più becero.

 

fonte : http://mazzetta.wordpress.com/2012/08/27/il-cattolicesimo-puzzone-di-camillo-langone/

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Confessioni di un “oppressore”


by 

Scrivo questo articolo dopo più di un anno che con Femminile Plurale avevo deciso di affrontare la questione femminile, per l’appunto, da un punto di vista maschile. Lo preciso perché questo tempo è dovuto necessariamente passare per permettermi di mettere a fuoco la questione senza cadere nella banalità della tolleranza o delle quote rosa. Sono un maschio bianco eterosessuale attorno ai trent’anni, lavoro, ho una compagna, sono economicamente indipendente. Ho tutte quelle caratteristiche che dovrebbero fare di me un perfetto predatore, un capobranco, un uomo che sostanzialmente non vive sulla sua pelle alcuna discriminazione e anzi, in linea teorica, è colui che mette in atto e gode dei più ampi privilegi sociali nel nostro paese. Eppure, nonostante tutto questo, provo un profondo disagio ad interpretare il ruolo che mi è stato assegnato e per cui sono stato educato, ad accettare che dire la mia sulla questione di genere voglia dire ricordarsi di mettere quote rosa un po’ dappertutto (salvo poi decidere sempre e solo tra uomini), riempire le mie mail di asterischi o ricordarmi di usare anche il femminile quando mi riferisco per iscritto a un gruppo di persone. Ecco, penso che la questione sia leggermente più complessa (anche dal punto di vista linguistico) e vada affrontata cercando di capire anche l’altra metà del cielo.

Per questo l’unico strumento teorico che mi sembra reggere per analizzare questa situazione è il concetto di violenza simbolica di Pierre Bourdieu, per il quale la violenza simbolica è quella violenza dolce “esercitata non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.”

 

Declinando il concetto sulla dominazione maschio-femmina il sociologo francese dice:

“Penso che la violenza simbolica si eserciti con la complicità di strutture cognitive che non sono consce, che sono delle strutture profondamente incorporate, le quali – per esempio, nel caso della dominazione maschile – si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne, per esempio. Ci sono molti studi di questo tipo: sulle maniere di parlare, sulle maniere di gesticolare, sulle maniere di guardare [a seconda dei sessi, e dei ceti sociali]. Nella maggior parte delle società, si insegna alle donne ad abbassare gli occhi quando sono guardate, per esempio. Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’ alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’ onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’ onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”; la parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei principi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche: le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ ordine maschile, ecc. Dunque, è sempre grazie a questa sorta di complicità [che l’ ordine si impone]…”.

Per tagliare corto sull’aspetto più teorico della questione, che comunque va indagato, come si viene educati a questo essere “dritti”? Come si cresce da maschi eterosessuali? Quale educazione sentimentale viene data?

Quello che sino ad ora sono riuscito a focalizzare è:

1. Apprendimento a polarizzare il giudizio sul mondo femminile e sulla sessualità in genere sull’asse puro/impuro. Da qui le mamme/spose/amanti ideali si contrappongono alle puttane in genere, che poi si declinano in vario modo. È importante notare come la relazione col sesso femminile in ambedue i casi sia comunque negata dato che il giudizio su di esso è sempre aprioristico.

2. Apprendimento del comportamento sessuale tramite la pornografia. Praticamente la quasi totalità dei maschi apprende i comportamenti sessuali tramite un’esposizione massicia a materiale pornografico che, in una società che nega l’educazione sessuale come materia scolastica, sono il primo e molto spesso unico modello anche banalmente pratico. Il mondo della pornografia, essendo in gran misura un mercato, tende a spettacolarizzare e ad estremizzare i comportamenti così da renderli più appetibili ai suoi pubblici.

3. Competizione intragenere. La sessualità, l’amore e il rapporto con il sesso femminile è quasi sempre vissuto in un contesto competitivo. L’importante sembra sempre essere “il più…” in qualcosa: il più bello, il più simpatico, il più intelligente o semplicemente quello col pene e le prestazioni più lunghe. Lo stigma di genere si semplifica proprio qui: avere un pene corto e/o un’eiaculazione precoce rappresentano il terrore di tutti i maschi.

4. Omofobia. Le forme di amore omossessuale sono fortemente stigmatizzate sin dalla più tenera età. Tra amici ci si offende per scherzo chiamandosi “frocio”, “finocchio”, “culattone” così tanto che nell’età adulta questi modi di dire sono difficilmente controllabili. Peggio ancora per quanto riguarda il riconoscimento dell’amore tra donne, il quale può inquadrarsi quasi sempre solo ed esclusivamente in un ménage à trois in cui l’uomo è, come sempre, padrone. Per le lesbiche nel senso comune maschile è prevista semplicemente la non esistenza.

5. Possesso della donna. In questo quadro il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei mia”, “l’ho posseduta” sono solo alcune forme linguistiche che chiariscono molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto sia educato l’uomo. La donna “si ha” e se è negata è legittimo toglierle la vita, romperla come un oggetto. Questo approccio deviato al rapporto con l’altro è socialmente accettato tant’è che l’omicidio passionale è solitamente visto come un eccesso di amore che sfocia nella pazzia.
Brendan Monroe, Headache

I tratti sopra descritti rappresentano certamente solo un’analisi parziale del problema ma sono i modelli culturali che a mio parere maggiormente influenzano la vita di un uomo. È importante capire chequesti comportamenti non sono “naturali” e “inevitabili”(giustificazioni tipiche di chi esercita una forma di violenza simbolica in un campo) ma congiunturali e socialmente determinati. L’uomo non vive serenamente questa educazione sentimentale sessocentrica e anzi la via dell’amore e dell’accettazione della propria sessualità è costellata di immani sofferenze e di tremende paure. È, per tornare a Bourdieu, il dominante che subisce la sua stessa dominazione, la sua stessa violenza, il suo stesso potere.

È arrivato il momento di affrontare con serenità e pazienza questo sistema di valori negativi che generano solamente l’infelicità delle persone, partendo dal fatto che la questione femminile si risolve solo se si risolve anche quella maschile, perché le soluzioni, i superamenti e le rivoluzioni o si fanno insieme o non si fanno. Solo così potremo sperare di lasciare ai nostri figli una società migliore e più felice e non solamente una finta rivoluzione sessuale.

(Per l’intervista completa a Bourdieu: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=388#4)

FONTE : http://femminileplurale.wordpress.com/2012/08/01/confessioni-di-un-oppressore/

Pubblicato in: cultura, donna, sessismo

Per una teoria del porno scadente (di Sara Tommasi)


di Luca Marchese

Il porno di Sara Tommasi, finalmente, è uscito. Noi amanti del porno attendevamo questo momento con impazienza. Stuzzicati per anni da Max e GQ, calendari arrapanti, pubblicità e quant’altro, abbiamo resistito a comprare il dvd di Sara solo perché acquistarlo sarebbe stato immorale. Ce l’hai gratis nel giro di un giorno, giusto il tempo che qualcuno lo metta online, comprarlo è contro i principi razionali. Ecco, da rappresentante della categoria dei pornomani, farò una confessione: questo è un brutto porno, è mal recitato. Uno potrebbe pensare che la recitazione non sia proprio la caratteristica fondamentale del genere, eppure conta. Quello di Sara Tommasi è recitato talmente male, c’è talmente poco realismo, talmente poca convinzione, da stracciare tragicamente il tacito accordo che il pornomane stringe con il film prescelto: le persone coinvolte sono messe tra parentesi, la loro umanità non viene giudicata, così come non viene giudicata l’umanità di chi si sta masturbando. Avviene in tutti i film, per carità, non si giudica (quantomeno consciamente) la persona per la parte che interpreta, sarebbe una follia. È questo che ci permette di guardare un film senza pensare a quanto è assurdo che alcune persone facciano finta di essere altre persone mentre vengono riprese. Tutto ciò è valido soltanto se non viene a mancare una regola fondamentale, e cioè la competenza degli attori. Se questa dovesse venire a mancare, allora assistiamo al ridicolo.

Un attore che non sa recitare è ridicolo perché è come vederlo nudo in mezzo ad una piazza, e l’incapacità osservata lascia emergere la realtà della persona. Torna insomma ad essere un individuo che fa finta di essere qualcun altro di fronte ad una telecamera, e la parte intimamente individuale, esce vergognosa allo scoperto. E così, nel film di Sara, il meccanismo ben oliato si inceppa, l’accordo salta. Sara non è un’attrice porno, niente parentesi, non si può sospendere il proprio giudizio, quella nel video è la stessa che prova solitudine nel tornare a casa da sola e trovare il frigo vuoto, la stessa che si fa bella prima di uscire per vanità personale. Insomma, non è più finzione, vengono messi in discussione la personalità e le storie di vita dei personaggi, la loro dignità, e i topos tipici del porno qui non vengono in aiuto. E’ il classico caso che mentre guardi il porno, ti viene in mente tua madre, e ti passa la voglia, perché non sei riuscito a passare dalle situazioni tipiche della vita quotidiana ad una stato di eccezionalità, in cui nemmeno i tuoi parenti esistono. Tolto il velo, non rimane che la tragedia di una donna forse triste, forse disperata, sicuramente dimenticata dal mondo dello spettacolo che, ad un certo punto, l’ha scartata. Se la sarebbe ripresa, quel mondo, se questo film fosse stato girato diversamente, se tutta la messinscena che ha preceduto il porno non fosse stata così meschina. Non tutto il porno compromette, ma questo sì. E ci sarebbero state interviste, programmi televisivi. Invece probabilmente non ci sarà niente, lo squallore vero non fa spettacolo. E forse non ci sarà nemmeno un suo secondo film porno, perché a noi pornomani è nocivo il ricordo di nostra madre, mentre ci masturbiamo.

Luca Marchese, noto pornomane.

fonte : http://questoblog.com/2012/07/09/per-una-teoria-del-porno-scadente-di-sara-tommasi/

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IL BUON MEDICO NON OBIETTA


Obiezione di coscienza no!

È arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti. La Consulta di Bioetica Onlus ha scelto e ha lanciato in tutta Italia la Campagna contro l’obiezione di coscienza “IL BUON MEDICO NON OBIETTA. RISPETTA LA SCELTA DELLA DONNE DI INTERROMPERE LA GRAVIDANZA”.

Nel dibattito sull’obiezione di coscienza non viene quasi mai messo in discussione il principio che gli operatori sanitari possano rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza. La premessa è che una società liberale dovrebbe consentire ai propri cittadini di vivere in maniera conforme ai propri valori e di veder rispettata la propria autonomia. La conclusione è che un medico che non riconosce l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza dovrebbe avere sempre il diritto di non praticarla. Tuttavia, il fatto di difendere il valore dell’autonomia e della libertà personale non comporta necessariamente l’accettazione del diritto all’obiezione di coscienza. Obiettivo di una società liberal-democratica è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà. Per questa ragione il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza per l’interruzione di gravidanza rappresenta una violazione gravissima e ormai ingiustificata del diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne. Chi nega il diritto all’obiezione di coscienza in sanità non intende negare il valore dell’autonomia personale ma è impegnato nella difesa dei diritti civili fondamentali. Il diritto all’obiezione di coscienza poteva avere un senso quando la legge 194 è stata approvata perché andava a incidere sulla vita di quelle persone che avevano scelto di fare il medico quando l’interruzione di gravidanza non era permessa. Oggi non c’è più bisogno di riconoscere un diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione non coinvolta in questa pratica. La Campagna promossa dalla Consulta di Bioetica Onlus intende richiamare l’attenzione sulla illegittimità morale e giuridica del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza.

QUELLO CHE LA CONSULTA DI BIOETICA CHIEDE è L’ABROGAZIONE DELL’ARTICOLO 9 DELLA LEGGE 194. 

Nel ringraziare coloro che con il loro impegno hanno determinato il successo dell’iniziativa, la Consulta di Bioetica Onlus invita le Associazioni che hanno sostenuto la Campagna ad aprire una nuova fase di lotta per il rispetto dei diritti civili e a promuovere insieme un coordinamento nazionale per definire le strategie da seguire affinché venga data piena attuazione alla legge sull’interruzione di gravidanza.

fonti : http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/about/

http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/2012/06/06/chiedo-solo-lapplicazione-della-legge-video/

http://www.uaar.it/news/2012/05/31/buon-medico-non-obietta/

http://www.consultadibioetica.org/

 

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Le false accuse di antifemministi/fascisti che fingono di occuparsi di padri separati


Il concetto di “false accuse” è divulgato per consegnare al mondo la responsabilità di chi in alcune circostanze produce una accusa falsa per trarne un vantaggio. In generale chi si occupa maldestramente di questione maschile addebita questo fenomeno esclusivamente alle donne in percentuali che variamente loro ritengono siano prossime al 100%. In realtà secondo le procure e le sentenze si può parlare di un 6% di accuse formulate da donne che inventano di aver subito uno stupro o dei maltrattamenti nei loro confronti o dei figli.

Di gravità a proposito di false accuse si occupa il reato di “calunnia” cui segue una “diffamazione” e a seconda della gravità del danno si stabilisce una pena e un giusto risarcimento. E a prescindere dalla questione giuridica di cui non ci occupiamo è fuor di dubbio che produrre una accusa che coinvolge una persona mandandola in galera, per noi a cui la galera piace meno di niente, è una azione assolutamente irresponsabile. In special modo quando coinvolge terzi, i figli.

Detto ciò va spiegato che l’area reazionaria e fascista, cattolico/integralista, che strumentalizza la questione dei padri separati negli Stati Uniti, a partire da quel Richard Gardner che negli anni ’80 ha inventato una falsa sindrome, la Pas, per difendere con le sue consulenze che costavano 500 dollari l’ora gli uomini accusati di violenza, ha assunto quel dato e l’ha generalizzato stabilendo che quasi tutte le donne avrebbero facilità nel produrre false accuse soprattutto in sede di separazione. Da lì il pregiudizio per cui qualunque donna dica di aver subito violenza o affermi che il proprio figlio ha subito abusi deve risultare inattendibile in quanto donna, per pregiudizio di genere.

Il dato del 6% delle false accuse, dati alla mano, è stato dimostrato e divulgato dai procuratori statunitensi e non da noi, tanto per capirci. Ma a prescindere dalla percentuale nessun@ qui intende  – e figuriamoci – rimuoverne e negarne la gravità.

Le “false accuse” (da cui il termine “falsabusologi”) sono state usate a pretesto anche in Italia dove il dato, anche qui ingigantito, ma non per questo, ripeto, non se ne riconosce la gravità, è stato fornito con una enorme quantità di pregiudizi addebitati ad un solo genere.

Nelle relazioni, nei matrimoni, nelle separazioni, quelle che direbbero il falso sarebbero sempre ed unicamente le donne. Gli uomini direbbero sempre la verità quando negano di aver commesso uno stupro, di aver commesso maltrattamenti, persecuzione, di aver intenzione di uccidere la loro ex, di aver commesso abusi nei confronti dei bambini. Gli uomini direbbero la verità a prescindere. In una costante opera di vittimizzazione negano chele donne e i bambini possano mai subire violenza da parte dei padri/mariti, quando mostri le cifre dei femminicidi negano che siano reali o li addebitano a presunti atteggiamenti errati da parte delle donne, come se esistessero pressupposti per cui in Italia possa esserci una autorizzazione implicita alla giustizia fai da te con pena di morte annessa a discrezione di qualunque uomo, si appropriano di uno status di innocenza a priori, addebitando alle donne una colpevolezza a priori (presunzione di colpevolezza innata per appartenenza al genere femminile), e stabiliscono che sia necessaria una legge in cui non si escluda l’affido condiviso quando un uomo viene riconosciuto colpevole di violenza domestica perché si ritiene lecito dire che ogni uomo è innocente in quanto uomo e ogni donna sia colpevole in quanto donna.

Questo è lo spirito che anima la propaganda portata avanti da soggetti autoritari e fascisti che prendono a pretesto e strumentalizzano la questione dei padri separati per introdurre un pregiudizio di genere in un ddl, il 957, attualmente in discussione al senato, che prevede esattamente questo, ovvero che le donne o i bambini non siano creduti mai e che ai genitori (leggasi padri) sia concesso l’affido condiviso sempre anche in casi di violenza.

La cosa curiosa che qui bisogna precisare è che tutta la campagna dell’area fascista/integralista/antiabortista/autoritaria è condita a suon di calunniefalse accuse nei confronti di persone che dicono cose di buon senso come quelle che diciamo noi.

Anche adesso, mentre sto scrivendo, ci sono delle persone, fascisti senza dubbio, cattolici/antiabortisti, gente di destra, che strumentalizza la questione dei padri separati per istigare odio contro le donne, le lesbiche e le femministe. Ci sono uomini che per l’appunto – in forum e pagine facebook – disseminano il web di insulti e calunnie.

E il motivo per cui lo fanno, addebitando a noi tutte o a qualcuna di noi in particolare (nei confronti della quale sono state divulgate le calunnie e le false accuse più gravi in assoluto) false accuse sulle questioni più disparate, è che a loro interessa che i padri separati sposino la loro ideologia.

Non gli importa che siano risolti i loro problemi. Non gli importa nulla della loro povertà, delle difficoltà, del loro dolore. L’unica cosa che a loro interessa è mantenere vivo il rancore e l’odio dirigendolo grazie a false accuse. In questo, siamo certe, siamo state oggetto di altissime percentuali di menzogne.

Alcune le abbiamo svelate QUI. Ma possiamo continuare. E non ci interessa difenderci da accuse gravissime che ci hanno colpito sul piano personale, privato e familiare. Lo faremo in altre sedi se lo reputeremo opportuno. Non interessa a FikaSicula, che è stata disponibile a parlare con molti uomini che si occupano di queste questioni e giusto quando si è capito che in fondo su alcune cose si potevano perfino trovare soluzioni comuni si sono precipitati in tanti, i fascisti, per l’appunto, a istigare odio e incrinare quella fragilissima discussione condendola di insulti e calunnie.

Quello che interessa me e lei, per esempio, è che questo dimostra un fatto preciso: ci sono persone che alimentano la divisione perché a loro fa comodo. Ci sono persone che su quella divisione realizzano una carriera, uno status, un ruolo sociale, reale o virtuale, trovano comodo trarne pretesto per alimentare il proprio odio di genere e per istigarne altro. Usano il dolore dei padri separati, anche quando spesso padri non sono e figuriamoci se separati, per colpire le loro nemiche di sempre, le donne che lottano per la propria autodeterminazione e per l’uguaglianza, quelle che lottano affinché nel mondo vi siano uguali diritti. Quelle cui interessa trovare soluzioni ai disagi piuttosto che tenere vivo l’odio di genere.

In fondo non è difficile da capire. A queste persone non interessa dei problemi di chi soffre perché altrimenti dovrebbero essere felici di vederci disponibili a comprendere e a cercare soluzioni discutendo in modo civile. Invece a loro dei padri separati non interessa affatto. Gli interessa imporre dogmaticamente le loro soluzioni (di destra, tant’è che dicono che se non la vuoi risolvere come dicono loro allora sei “contro”) e gli interessa esclusivamente abbattere quella parte politica italiana che sta più a sinistra e che si occupa di contraccezione, aborto, diritto di donne, gay, lesbiche, trans, migranti, sex worker, precari.

Come abbiamo già detto – e continueremo a chiarire questi punti perché è essenziale capirsi in questo – non abbiamo mai avuto nulla contro i padri separati o contro chi lotta per ottenere un giusto riconoscimento qualora sia stato vittima di una falsa accusa. Lo siamo anche noi, costantemente, vittime di false accuse, lo sono tante donne falsamente accusate in vari modi (di aver provocato, di essere carnefici quando sono vittime) e dunque come potremmo, pur nella differenza di opinioni, non essere empatiche rispetto a questo problema.

Negli anni scorsi, quando per la prima volta ci siamo ritrovate a leggere di questi problemi, abbiamo fatto l’errore di ritenere che i padri separati fossero emanazione della propaganda, la linea di comunicazione fascista che veniva diffusa soprattutto nel web da pochissimi individui animati da odio di genere. Ci siamo dette che se i padri separati comunicavano al mondo attraverso un lessico così misogino e sessista evidentemente erano tutti d’accordo. Ma poi abbiamo approfondito e da sempre diciamo che c’è un problema di comunicazione che vi riguarda perché a chi finge di occuparsi dei vostri problemi interessa criminalizzare le donne tutte e le femministe prima che divulgare i vostri problemi affinché tutta la società civile, noi comprese, se ne assuma la responsabilità. La maniera in cui a noi il problema è arrivato è attraverso insulti incomprensibili su questioni delle quali noi non eravamo e non siamo responsabili. Nessuno ha avuto interesse, a parte alcune rare persone e solo in quest’ultimo anno, a raccontarci in modo diverso questo problema. E non dovrebbe essere invece interesse di chi dice di voler risolvere un problema così grave comunicare in modo chiaro e in modo da non produrre scontri, resistenze e divisioni sociali? Non dovrebbe essere loro interesse far comprendere il vostro problema prima che divulgare il loro odio contro di noi? Cari padri separati: vi è chiaro che per costoro che vi strumentalizzano siete solo un mezzo attraverso il quale veicolare odio nei confronti delle donne, delle lesbiche e delle femministe?

Da sempre negli ultimi anni chi aveva interesse a imporre un’unico modo di affrontare la questione (con soluzioni catto/fasciste) e a inquinare il dibattito con intimidazioni e calunnie ai nostri danni e ai danni di altre femministe ha prodotto menzogne su menzogne dicendo di noi che non saremmo state abbastanza empatiche nei confronti di padri, di persone arrestate ingiustamente, di bambini che soffrono la mancanza di genitori. Ci hanno descritte come arpie forcaiole pronte a mandare in galera un padre per il solo fatto di allontanarlo da un figlio e tutto ciò faceva e fa parte della loro strategia comunicativa, sbagliata, la strategia di chi, appunto, non si occupa di problemi dei padri separati ma sulla pelle dei padri separati, in vostro nome, compie una opera generalizzata di criminalizzazione nei confronti di tutte le donne negando che perfino le vostre madri, sorelle, amiche, colleghe abbiano mai subito una violenza.

Hanno detto di noi di tutto e dunque ribadiamo, così come abbiamo già scritto nel precedente post, che:

Dicono: le femministe sono contro i padri…

Falso. Non è vero. Se ci sono delle alleate possibili per le battaglie che fanno i padri quelle siamo noi che abbiamo sempre spinto affinché la società fosse orientata ad una redistribuzione di ruoli. Dove i padri vogliono occuparsi dei figli noi siamo con loro.

Dicono: le femministe vogliono farsi mantenere dagli ex mariti.

Falso: le femministe fanno lotte su lotte per rivendicare un lavoro e sono i conservatori, i fascisti, che nei loro spazi, forum, blog, pagine facebook, insultano la nostra intelligenza dicendo che le donne dovrebbero sentirsi realizzate nel ruolo di mogli/madri e che le femministe che vogliono lavorare sono cattivissime donne in carriera che distruggono la famiglia. Hanno da decidersi. Ci vogliono indipendenti o no? Allora devono smettere di opporsi alle nostre battaglie per un welfare fondato su valori differenti, dove le donne non devono fare da ammortizzatore sociale per compensare ogni ruolo di cura e tutti i servizi che lo Stato non dà. Perché a parte dettare il come dovrebbe essere l’uomo/padre codesti conservatori dettano regole anche su come dovrebbe essere una donna. Piacevolmente e consensualmente sottomessa. Lo vedi dalla bibliografia che propongono in cui il libro di Costanza Miriano e altre pubblicazioni affini sono in cima alla loro hit parade.

Dicono: le femministe amano il ruolo delle vittime e pensano sia utile trarre un potere dalla maternità.

Falso: noi lottiamo affinché le donne si affranchino dal ruolo di “mamme” che pare l’unico destino possibile per noi e sul quale l’Italia catto/fascista divulga una retorica senza fine. Ma se vagate per i loro forum e le loro pagine facebook notate come questa nostra azione politica sia assolutamente denigrata, in modo perfino violento. Eppure dovrebbe essere utile per loro fare in modo che le donne si liberino dallo stereotipo mammesco, smettano di pensarlo un risarcimento a compensazione di ogni altro gap sociale, di modo che anche i padri, come giustamente chiedono, abbiano accesso alla vita dei figli. Chi vuole dunque che le madri restino attaccate al proprio ruolo rendendo difficile la redistribuzione di ruoli sociali? E poi: Noi lottiamo affinché le donne si emancipino e si smarchino dal ruolo di vittima/martire che piace tanto all’Italietta fascista che ti riconosce in quanto soggetto solo se può importi “tutela”. Noi vogliamo strumenti per rimetterci in piedi e non esigiamo alcuna tutela. Vogliamo pubblico riconoscimento se ci stuprano, ci picchiano e ci ammazzano, perché tutto ciò non deve avvenire e perché la violenza sulle donne è in primo luogo una costruzione culturale ma di fare le vittime proprio non ci importa niente. Ed è proprio questo che per i fascisti è intollerabile. Sottrarsi alla loro morsa, quella di chi afferma di voler proteggere  ”le nostre donne” affermando un principio di proprietà sulla nostra pelle e negando ogni principio di autodeterminazione per tutte noi. Chi è dunque che vuole che noi si interpreti il ruolo della vittima affinché l’uomo fascista si scosti dalla mediocrità e dalla sua crisi identitaria per affermare il proprio ruolo di eroe/salvatore sulla nostra pelle? Chi è che esige che le donne siano utili a fornire quintali di autostima a uomini altrimenti privi di fonti di realizzazione? Chi è che esige che noi ricopriamo il ruolo di psicofarmaci sociali?

Dicono: le femministe vogliono soluzioni autoritarie contro gli uomini (violenti)

Falso: Vogliamo che i padri violenti (come le madri violente) non accedano all’affido e dunque non accedano al nucleo familiare, ex moglie, figli, che hanno subìto e che possono subire la violenza. Perché conosciamo le conclusioni di questo genere di situazioni. Imporre l’obbligo di mediazione familiare e di affido condiviso anche in situazioni di violenza o negare che quella violenza esista facendo ricorso ad una sindrome fasulla come la Pas è privo di buon senso da parte di chi dice di tenere alla salute psicofisica dei bambini. Non abbiamo mai chiesto la Sharìa e giusto noi non vogliamo che il “femminicidio”, che sul piano culturale va riconosciuto, diventi una aggravante in termini giuridici e in generale ci occupiamo di cultura, di prevenzione, di comunicazione e di individuazione delle risorse utili alle donne vittime di violenza. Invece sappiamo che certi fascisti che fingono di occuparsi di padri separati immaginano per le madri il Tso, la psichiatria coatta, la terapia della minaccia (Pas), la deprogrammazione e riprogrammazione del bambino che non vuole vedere il padre, si oppongono al carcere per gli uomini che praticano stalking, violenza, stupri, maltrattamenti, ma vorrebbero il carcere e addirittura la pena di morte per le madri che vivono in modo conflittuale la separazione. Non ultimo c’è chi paventa l’esecuzione delle femministe. Chi è che vuole soluzioni autoritarie dunque?

Dicono: le femministe sono contro la Pas e quindi contro i bambini.

Falso ideologico che sta nello stesso calderone delle imposizioni del gruppo di destra che condiziona fortemente la discussione su affido condiviso e affini. La Pas è una soluzione psichiatrica autoritaria propria di chi è di destra ed è orientata a riconoscere una malattia fasulla basata su un pregiudizio di genere, quello che ritiene che le donne che denunciano di aver subito una violenza dicano il falso anche quando denunciano per proteggere il proprio figlio da abusi.

Riformuliamo: le femministe vogliono che le persone che subiscono violenza siano tutelate e questo principio di assoluto buonsenso viene volutamente travisato e mistificato da chi usa il problema dei padri separati per imporre la propria ideologia.

Dicono che le femministe se ne fregano della povertà dei padri.

Falso: le femministe hanno dei problemi in rapporto alla propaganda che si realizza sulla pelle dei padri separati quando tramite quella propaganda si legittima/alimenta un business assistenziale che non risolve i problemi di povertà alla radice, che alimenta divisioni sociali, tipiche di una certa destra, e che discrimina un intero genere. Opporre critiche a chi vuole gestire risorse pubbliche e vuole dirigere le soluzioni (a destra) sfruttando un fenomeno così complesso non significa affatto criticare i padri separati o negare il loro disagio. E’ ovvio che da una separazione gli ex coniugi escano fuori impoveriti, entrambi, e che ciascuno ricorrerà alle risorse di cui dispone, i genitori, i familiari, il buon senso, la solidarietà reciproca quando c’è. Rilevare la povertà di padri e madri, così come racconta l’ultima indagine Istat in rapporto alla povertà di entrambi, è un dato essenziale per comprendere che in questa epoca di grande precarietà donne e uomini piuttosto che farsi la guerra in un reciproco egoismo dovrebbero lottare, insieme, per assumere una lotta contro i veri responsabili di tutto questo: chi gestisce l’economia, ci governa, ci toglie reddito e lavoro e ci impoverisce giorno per giorno. Bisogna pretendere lavoro e un reddito adeguato per tutti e pretendere che le donne abbiano un lavoro se non ce l’hanno piuttosto che supportare la politica governativa che le vuole economicamente dipendenti per realizzare un welfare che le sfrutta gratuitamente per i compiti di cura. Bisogna lottare affinché lo Stato smetta di delegare agli uomini di risarcire sul piano economico le donne che vengono impiegate nel “ruolo” di cura. Come sopra: le donne non vogliono essere mantenute e supportare le lotte per l’indipendenza economica delle donne sgrava gli uomini da un fardello economico pesante. Gli interventi assistenzialisti, forniti a partire da un pregiudizio di genere, sono una soluzione finta che serve solo a chi specula su questi problemi.

Questo è quanto abbiamo da dire e dovrebbero esserne lieti coloro i quali vogliono sensibilizzare il mondo rispetto ai problemi dei padri separati. Non fosse che non è quella la questione che a loro interessa. Anzi.

Esistono, come dicevamo nell’altro post, e l’abbiamo visto, tra chi si occupa di questione maschile, quelli che non mettono in discussione la legge 194, quelli che supportano le battaglie per l’autodeterminazione, che non calpestano la questione di classe per fare emergere un conflitto di genere, che producono ragionamenti complessi in rapporto alle questioni che ci/li riguardano e quelle persone alla fine soccombono allo strapotere e alla prepotenza dei conservatori che in quell’area di movimento fanno la voce grossa. Esistono certamente padri separati che pur di vedersi risolta la propria disperazione si affidano a gente che sul loro dolore ci si sta ritagliando una carriera mentre sdogana autoritarismi. Esistono tante categorie di persone e in questo mare di confusione, noi, tenacemente, insistiamo nel voler capire.

Perché a noi importa della vita delle persone, tutte, donne, uomini, bambini. Sempre.

FONTE : http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/07/01/le-false-accuse-di-antifemministifascisti-che-fingono-di-occuparsi-di-padri-separati/

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Costanza Miriano Partorisci e sii sottomessa ( a madre Natura)


“L’unico dolore sopportabile é quello degli altri”.

Giovanni Strafellini (uomo) scrive un bel post sul diritto alla partoanalgesia.
Il che è un po’ come scrivere sul diritto a non morire di fame.
Ma andiamo avanti.
Tra i commenti desolanti di molte donne e un solo maschietto, spicca per notorietà di firma questo:

Penso che le donne hanno partorito naturalmente per migliaia di anni e nella stragrande maggioranza dei casi possono continuare a farlo. Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto: la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose. Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire, e in effetti i progressi della medicina hanno fatto diminuire molto la mortalità delle donne e dei bambini. Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma.
Costanza Miriano 

(Facendo il verso) Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto (fine del verso).

Mi domando quali altri nobili scopi abbia mai la peridurale in travaglio di parto, oltre a quello appunto di rendere tollerabile il dolore nel parto (se non addirittura di eliminarlo).

(Facendo il verso) …e io non l’ho voluto (fine del verso).

E se non l’ha voluto l’autrice del libro dell’anno, Costanza Miriano, la donna che saltella tra una borsa Dior e un’Ave Maria, allora manco noi dobbiamo pretenderla.

E’ imbarazzante notare come a volte certi giornalisti (la Miriano è nell’ammiraglia Rai) – che avrebbero quantomeno il dovere di informarsi prima di scrivere – parlino senza conoscere il problema.

Il trattamento antalgico in travaglio di parto è un LEA. Non ce lo dice più la nostra Cecilia, ma l’attuale ministro Renato Balduzzi in risposta all’interrogazione parlamentare 5-05901 degli onorevoli Barani e Fucci:

Il Ministro precisa, infine, che le procedure analgesiche “sono già incluse nei LEA, le Regioni devono garantirne l’erogazione almeno nelle strutture con un numero di parti superiore a un determinato valore (1.200), mentre nelle Regioni ove non risultino presenti punti nascita con tali livelli di attività, si dovrà operare in modo che vi siano una o più strutture che possano assicurare una risposta adeguata”.

(Solito verso) la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose (fine del falsetto).

Parola di Costanza, la giornalista che si eccita con l’ortodossia matrimoniale  e presumo, pure con quella ostetrica.

(Falsetto) Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire (fine del falsetto),

Forse eh! Non illudetevi.

(Tono serissimo, da giornalista che commenta l’Angelus) Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma (fine del tono serissimo).

Carissima Costanza, non  devono diventare la norma… e perchè?
Perchè il parto è un’avventura strepitosa e l’ortodossia in fin dei conti eccita un po’ tutti?

La norma in un paese laico e civile la decide il diritto. E il diritto ci dice che curare il dolore è – oltre che un gesto umano – un livello essenziale d’assistenza.
Il diritto, così come lo intende la Miriano non è di casa in un paese civile e laico. E’ una pianta (infestante) che cresce rigogliosa e folta nella giungla. E’ la norma secondo Natura.

FONTE :  http://epidurale.blogspot.it/2012/01/costanza-miriana-partorisci-e-sii.html

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, magistratura, sessismo, violenza

La violenza della magistratura sulle donne


Di Samanta di Persio

Francesco Tuccia ha il viso angelico, una faccia pulita. Ha appena 22 anni, l’aria rassicurante, qualsiasi genitore lascerebbe uscire la propria figlia con lui: è un militare, non è un mafioso. Ma il mostro indossa una maschera perfetta. Nessuno avrebbe potuto immaginare che il 12 febbraio sarebbe stato capace di violentare e tentare di uccidere una sua coetanea in una discoteca. Se non fosse arrivata la security la ragazza sarebbe morta dissanguata al freddo, in mezzo alla neve. Il Tuccia ha sempre parlato di un rapporto consenziente, ma dall’inchiesta è emerso che avrebbe usato un corpo estraneo con il quale ha perforato l’utero della studentessa che probabilmente dovrà rinunciare ad essere mamma.

Una domenica come tante altre da trascorrere fra balli, amiche, baci e perché no sesso,  si è trasformata in un incubo. L’incubo non termina con quanto di più violento possa essere fatto ad una donna. Come spesso accade in Italia, il peggio deve arrivare. L’abuso finale arriva da chi dovrebbe difenderti, da chi implori come un ultimo respiro per poter sopravvivere: la giustizia. Il Gip Gargarella ha disposto, secondo la legge, di concedere i domiciliari (con l’accusa di violenza aggravata e tentato omicidio). Il tutto accade con una debole protesta da parte dei cittadini. In questo caso dovrebbero indignarsi gli uomini perché sicuramente molti di loro condannano la violenza del Tuccia. Dovrebbero gridare le donne perché il loro corpo può essere martoriato, seviziato e l’autore di questi atti può starsene a casa sua.  Se Francesco Tuccia si fosse chiamato Abdul, Pavel, Dimitru? La reazione sarebbe stata diversa, sarebbe intervenuta per prima la politica con lo spettro dell’immigrato. Invece, questa volta, si tratta di un italiano ex caporale dell’esercito, evidentemente in questo caso non si può chiedere rigore, la certezza della pena.

La studentessa ha dichiarato di voler lasciare l’Italia, come darle torto se, dopo quanto le è accaduto, la delusione più grande arriva dalla magistratura?

http://sdp80.wordpress.com/2012/06/12/la-violenza-della-magistratura-sulle-donne/

Pubblicato in: CRONACA, donna, INGIUSTIZIE, opinioni, politica, sessismo, sociale, società, violenza

La società del cordoglio


Troppo cordoglio nell’aria. Abbiamo un presidente della Repubblica che esce dal coma praticamente solo per esprimere cordoglio e invocare coesione nazionale. Presto avremo un ministro per il cordoglio, uno che viene fuori da un corso per cordogliatori o cordoglianti, che piange il giusto, che usa parole come “oltremodo” “infausto” e “strazio”, che ha una posa popular/friendly perché bisogna pur far capire che i governanti sono empatici con le disgrazie di noi poveri umani di quaggiù.

Poi c’è il giornalista del cordoglio, quello che si straccia le vesti e batte il pugno al petto e soffre, senti come soffre?, c’ha la sofferenza che gli cordoglia inside e come cordoglia lui proprio nessuno, e va cercando elementi cordoglianti in ogni dove per mantenere desta l’attenzione e per provocare orgasmi collettivi a quella gente così commossa, così partecipe, così curiosa e affamata di dettagli morbosi. Sono zombies che si eccitano alla vista di tanta pornografia emotiva e non sanno esistere senza un pelo di pube dell’adolescente stuprata, una pagina del diario con i cuoricini della ragazzina ammazzata, un “Filomena, piccolo angelo” tatuato sulla fronte.

Vogliono carne, carne a brandelli, brandelli umani, e diteci se in rete se ne reperiscono dei morti terremotati (ché però pare non interessino a nessuno) e delle adolescenti frantumate, di quella uccisa che al pari di una qualunque altra adolescente dalla faccia bella e pulita diventa oggetto di mercificazione. A proposito: qualcun@ è andat@ a casa sua a sottrarre lo spazzolino da denti per rivenderlo su e-bay?

E non ho il coraggio di fermarmi ad assistere alle elucubrazioni di psichiatri e presentatori da quattro soldi che hanno fatto diventare ogni delitto una festa paesana, un momento di incontro in cui porti babbaluci e fuochi d’artificio e i palloncini per i picciriddi, ché tanto è come se fossimo tornati alle grandi feste per le impiccagioni, per i roghi alle streghe, e così siamo eccitati/e aspettando di nutrirci di particolari della defunta, con la tv che pensa agli ascolti per la cronaca in diretta dai funerali di Stato, ché quello per Melissa o il matrimonio di Lady Diana pari sono.

E’ tutto un gossippare cordogliando o un cordogliare gossippando. Ed è talmente americana questa cosa, americana della peggior specie, di quella cultura che ci ha colonizzato fino a farci diventare degli automi, che quasi ci si chiede se tutto ciò non alimenti il desiderio di mitomani di apparire in televisione, di far discutere di se’, per comunicare idee completamente folli, per vedere le fazioni, pro e contro, i simpatizzanti, perfino, quelli che si preparano a provare empatia con gli assassini.

I giornalisti, quelli di una volta, Pippo Fava, Peppino Impastato, per tirare fuori due nomi a caso, non esistono più. Oggi come oggi l’inchiesta consiste nel trovare le mutande sporche della ragazza assassinata, scavare nella vita privata di ciascuno per trovare tracce torbide, buttare fango su tutto e tutti, svendere sentimenti ed emozioni, quelle che fanno presa perché il resto si censura, e si codifica un nuovo tipo di essere umano, l’homo televisivus che parla come maria de filippi e si eccita per il plastico di bruno vespa.

Non so. Abbiamo provato a fare dei ragionamenti e ogni volta che ci proviamo, dal terremoto de L’Aquila alla faccenda di Brindisi ci dicono che il cordoglio e zitte e tacete, perdio, su, sospendete la critica e i pensieri perché si parla con il “cuore” e qui invece abbiamo l’impressione che si parli con il culo, senza offesa per nessuno, ma sembrano tante imperiture scorregge dell’umanità cordogliante che cordoglia e cordoglia e cordoglia e che esige che si cordogli a reti unificate perché anche per il dolore c’è un tempo e un luogo.

“Applausi” e tutti applaudono. “Cordoglio” e tutti cordogliano. Ci faranno anche la danza del cordoglio. Paparaparaparaparapà, e applausi, yeah, e cordoglio… e cordoglia bene, capito?

Scusate il tono dissacrante, ché qui si rispetta il dolore, quello vero e non quello da tastiera, il dolore delle persone ferite a morte, ma non si può che avere il desiderio di restituire due pensieri con quei due neuroni che ci sono rimasti. Cordogliando, of course!

FONTE :http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/21/la-societa-del-cordoglio/

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AUGURI MAMME!!


Auguri a tutte le mamme e speriamo che la nostra società ricordi sempre che siamo, prima di tutto, donne e persone! (Viviana)

fonte : https://www.facebook.com/#!/photo.php?fbid=396212767084806&set=a.139083052797780.14707.138835256155893&type=1&theater

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Marciate voi, io voglio vivere.


sproloquio di 
Domenica la mia città, “centro della cristianità e del potere politico” sarà attraversata dalla “marcia per la vita”, un corteo diverso da quelli “indecorosi e blasfemi” che siamo soliti vedere e che tanto fanno piangere  Gesù e imbestialire il SindacoDegliAltri.
Domenica sarà in piazza il popolo che vuole “affermare il valore universale del diritto alla vita e il primato del bene comune sul male e sull’egoismo“, che vuole cancellare quell’abominio chiamato 194, che nel nostro paese ha causato ben cinque milioni di morti (nota a margine: è da quando sono adolescente che questa gente parla di questi cinque milioni: se non sono aumentati in una ventina d’anni, non dovremmo tutti festeggiare?), che ci vuole fare sapere che esiste una bella differenza “tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto“, che chiama gli uomini di buona volontà all’adunata e ricorda a tutti che la vita è indisponibile ed è dono di Dio, quindi non è che puoi scegliere come viverla. Mo’ che è ‘sta moda di volersi autodeterminare, di voler decidere della propria sessualità, della propria vita e della propria morte?
Niente aborto, niente pillola del giorno dopo, Dio ci scampi e liberi dall’abominio dell’eutanasia e se proprio volessimo essere gente seria fino in fondo, abbandoniamo pure sesso allegro e profilattici. Ah, se sei gay fatti curare.
Prima della simpatica marcia ci sarà un convegno, “chi salva una vita, salva il mondo intero“, dedicato aChen Guangcheng
Il programma prevede interventi che spaziano da  “Aborto e mentalità contraccettiva: che cosa dicono i numeri?” allo spazio dell’etica in scienza e tecnica. Si parlerà di diagnosi prenatale, delle “radici demografiche della crisi“, della “difesa integrale della vita” e della “donna che accoglie la vita“.
In cattedra saliranno ben due donne e sette uomini.
E in effetti il punto di vista di sette persone che non dovranno mai scegliere se figliare o meno è davvero imprescindibile.
Cosa credevate, ragazze mie, che l’aborto riguardasse voi donne? Sciocchine, l’aborto riguarda soprattutto maschi e preti.
Non mancheranno le testimonianze, anche se quella che mi stimola di più è senza dubbio alcuno quella di Giovanni Lindo Ferretti, che ha abbandonato una vita dissoluta (punk, comunista, Lotta Continua, secondo me pure qualche canna) grazie all’amore di Dio e -dicono i più acidi- al terrore della morte.
Ovviamente la marcia può vantare la piena adesione di Olimpia Tarzia, che in una splendida intervistaracconta il perché della sua partecipazione.
[Olimpia Tarzia, per chi non lo sapesse, è quella che sta distruggendo i Consultori del Lazio, luride fabbriche di morte dove donne di facili costumi corrono per abortire i figli della vergogna e della lussuria.]
Il Comune di Roma patrocina l’iniziativa e, stando a quanto riportato sul sito dei marcianti, il SindacoDegliAltri sarà presente.
Strage di embrioni, 44 milioni di morti (nel mondo, presumo), inferno.
Non manca niente, il repertorio è completo.
Buona domenica.
Comunista, femminista, profondamente e irrimediabilmente antifascista. Acida, incline all’ira, logorroica. Non mangio i bambini, non brucio reggiseni. Non ho mai votato Berlusconi, tantomeno il SindacoDegliAltri.
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Quaresimale


Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un’infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l’unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la “sua” donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l’acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende “naturalmente” confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E’ rimasto qualcosa d’incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell’anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all’indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell’ossessione.

Poi, viene il giorno dell’abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E’ un volo cencioso, un’anima singola non può che appartenere all’aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E’ stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l’unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l’articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. ]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.

Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d’una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch’essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove. Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d’un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra (“Repubblica” di ieri), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell’evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.

Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell’ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all’apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest’incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all’urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

FONTE : http://www.mentecritica.net/quaresimale/leggere/daniela-tuscano/24946/

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“C’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite…” Oltre lo stupro c’è la beffa


“C’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite” queste le dichiarazioni di Alberico Villani, avvocato di Francesco Tuccia 21enne militare della Provincia di Avellino, attualmente in carcere con l’accusa di violenza sessuale e di tentato omicidio nei confronti di una studentessa.

La ragazza è stata ritrovata nella notte tra il 11 ed il 12 febbraio a Pizzoli (AQ), priva di sensi, a rischio di ipotermia, in una pozza di sangue dovuta ad un’emorragia. I medici hanno riscontrato nella ragazza, gravi lesioni, anche interne, probabilmente permanenti.

Nei video riportiamo questa ed altre assurde dichiarazioni dell’avvocato del militare, che arriva a pronunciare nome e cognome della vittima, durante due trasmissioni della rete Mediasetdomenica cinque”, e “pomeriggio cinque”.

Riteniamo gravissime e inammissibili le dichiarazioni dell’avvocato del militare Francesco Tuccia, ne citiamo qualcuna:

“la ragazza non è stata costretta”;
“non c’è stato nessun dissenso da parte della ragazza”;
“non aveva segni di difesa… non c’è nessun elemento, che faccia capire che in quel momento, c’è stata una violenza per sopraffarla”;
“la ragazza dovrà spiegare perché ha accettato di seguire fuori il Tuccia”;
“c’è stato un rapporto amoroso consenziente che ha provocato ferite”;
è un rapporto amoroso, avviato all’interno della discoteca e culminato fuori”; 
se uno si tocca all’interno di una discoteca, è amoroso… le lesioni sono avvenute alla fine”;
“anche un parto fisiologico comporta delle ferite”;
 

in quanto cercano di minimizzare l’accaduto per riportarlo a canoni accettabili per l’opinione pubblica,  portano alla giustificazione della violenza, facendo allusione al tasso alcolico della ragazza, o addirittura al fatto che non si sia difesa.

Riteniamo altrettanto grave l’aver rivelato pubblicamente le generalità della vittima e chiediamo quindi all’ordine degli avvocati, a quello dei giornalisti e a tutti coloro che ne fanno parte, di prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni dell’avvocato, in solidarietà con la famiglia della vittima.

Chiediamo, inoltre, un loro impegno ufficiale a prodigarsi affinché episodi del genere non si ripetano.

L’avvocato della difesa, violando totalmente la privacy della ragazza, ha commesso una palese infrazione del codice penale ed ha inflitto alla stessa un danno morale pari alle sofferenze fisiche, contribuendo ulteriormente a svuotare di significato il concetto di vittima. Una società che riconosce ad un suo membro lo status di vittima automaticamente lo protegge. Quando una vittima non viene protetta, allora si apre il dibattito sulla sua corresponsabilità nell’accaduto e questo è intollerabile.

Lo dice anche l’Onu, in Italia si pratica il femminicidio. E il femminicidio affonda le radici in una cultura patriarcale, maschilista e retrograda che considera la donna una proprietà privata e che le attribuisce la piena responsabilità della violenza che gli uomini esercitano su di lei.

Nonostante lo sdegno e le condanne ufficiali gli episodi di femminicidio continuano ad essere definiti come “delitti passionali”, confondendo così un atto di barbarie che ha cadenza quasi quotidiana, con un raptus occasionale dovuto all’estremizzazione di un sentimento positivo come l’amore e fornendo un’attenuante, quando non una vera e propria giustificazione, all’assassinio.

Allo stesso modo lo stupro viene sempre, con la sola esclusione dei casi in cui lo stupratore non sia italiano, associato alla parola “consenziente”. Si analizzano i tempi, i luoghi e le circostanze con una minuziosità morbosa per capire il grado di consenso della vittima e stabilire, quanto, effettivamente, si possa definirla vittima.

Come se essere stuprata in discoteca da uno che hai baciato un minuto prima, dopo aver bevuto due, tre, quattro, cinque birre fosse meno grave che essere stuprata in un garage da qualcuno che ti salta addosso uscendo dal nulla…

About @bulmosa

http://bulmosa.wordpress.com/

L’avvocato Alberico Villani fa il nome della giovane vittima in diretta tv: un “caso orrido” oltre che da codice penale

BUFERA SULL’AVVOCATO – I genitori della vittima hanno annunciato che adiranno alle vie legali per il comportamento dell’avvocato avellinese, Alberico Villani, reo di aver divulgato a milioni di persone il nome della vittima dello stupro del 17 gennaio a Pizzoli. Il legale del militare Francesco Tuccia – principale indagato per la vicenda e che deve rispondere, oltre che di violenza sessuale, anche del reato di tentato omicidio –  in due diverse trasmissioni, entrambe su Canale 5, ha pronunciato nome e cognome della vittima. Un “gesto orrido” che ha sollevato una marea di polemiche, oltre che una probabile sanzione da codice penale.

TUTELA DELLA PRIVACY – Con un provvedimento del 2 aprile 2009 il garante della Privacy spiega chiaramente il caso di donna vittima di un’aggressione e di una violenza sessuale: “….cautele che devono essere adottate a maggior ragione in caso di notizie riguardanti vicende di violenza sessuale, in considerazione della particolare delicatezza del tema e della necessità di tutelare la riservatezza delle persone che sono colpite da così gravi azioni criminose”. Evidentemente Alberico Villani non conosceva la disposizione oppure era in mala fede oppure ancora si è trattato di una colossale disattenzione.

IL COMPORTAMENTO DEI MEDIA – Non è la prima volta che scriviamo che non ci piacciono le trasmissioni sensazionalistiche sui fatti di cronaca nera. Spesso non è per la natura dei programmi quanto per colpa di giornalisti, a caccia di scoop improbabili, che si verificano situazioni a dir poco imbarazzanti. Ormai ogni vicenda viene trattata come se fosse qualcosa di normale di cui parlare, anche le storie più torbide diventano un sorta di quotidiana e ordinaria follia. Il pericolo emulazione – lo scrivono e dichiarano in molti da anni – è molto forte come pure quello di creare altri guai. Mediamo e riflettiamo sulla vicenda di questa vittima, oltre che di uno stupro, della violazione della privacy, in diretta tv, davanti milioni di spettatori.

Marco Beef

Redazione Independent

FONTI : http://fuorigenere.wordpress.com/2012/03/13/ce-stato-un-rapporto-amoroso-consenziente-che-ha-provocato-ferite/

http://www.abruzzoindependent.it/news/Oltre-lo-stupro-c-e-la-beffa/818.htm

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Noi uomini dobbiamo parlare, adesso


“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”.

Ho voluto riprendere queste belle parole di Oriana Fallaci perché sono a mio avviso lo specchio più fedele della situazione in cui si trovano gli uomini di oggi dinanzi alle problematiche legate al loro rapporto con le donne.

Nella storia ci si trova spesso davanti a dei bivi, e a quel punto si è obbligati a scegliere una strada. Le donne, o quantomeno alcune, sono già passate per questo bivio. Sono donne che hanno scelto di lottare, di ribaltare una visione e un sistema dai connotati fortemente maschilisti.
Ora però ci troviamo ad una svolta. Sono convinto che queste donne abbiano fatto molto, ma adesso è doveroso che anche gli uomini prendano la parola.

Una società più giusta, basata sull’uguaglianza e sulla parità, ha necessariamente bisogno di donne e di uomini capaci di collaborare e di progettare un futuro comune. Il fenomeno della violenza sulle donne è purtroppo da sempre presente nella società. Oggi però sta esplodendo in tutta la sua drammaticità. Gli uomini, anche i non violenti, non possono più dire “questa cosa non mi riguarda”. Non possono, perché il fenomeno non si può ricacciare nell’ambito delle faccende private, in un comodo quanto menefreghista “tra moglie e marito non mettere il dito”.

La violenza sulle donne produce effetti su tutta la società. Non parlo solo delle donne uccise o ferite nel corpo. Parlo delle donne ferite nella psiche e nell’anima, spesso impossibilitate a ricostruirsi una vita sia essa lavorativa, sentimentale o di amicizia dopo anni di angherie subite.

C’è chi obietta che ci siano anche donne violente verso gli uomini. Questo è vero, ma le proporzioni numeriche non sono lontanamente paragonabili. Non sto dicendo che la violenza esercitata da una donna verso un uomo sia meno grave. La violenza è sempre e comunque da condannare. Dico semplicemente che la violenza femminile sugli uomini non ha un urgente portata sociale come quella maschile sulle donne. Non è un’affermazione ideologica, ma semplicemente un dato di fatto basato sull’osservazione della società. Un dato che chiunque abbia la mente sgombra da pregiudizi può verificare.

I tempi non sono facili. Un uomo che voglia far sentire la propria voce in questo senso corre il rischio di essere guardato male da altri uomini o di essere considerato uno “zerbino”. Ma questo uomo non è affatto uno zerbino! È un uomo che pretende invece di essere compiutamente uomo, prendendo le distanze da chi agisce in maniera violenta.

Qui arrivano altre obiezioni. “Ma se esistono uomini violenti non è colpa di tutti gli uomini indistintamente!”, dirà qualcuno. La risposta è che è sbagliato parlare di colpe, quanto di responsabilità. La colpa è individuale ma la responsabilità è collettiva. Faccio un paragone terra-terra con una questione molto dibattuta ultimamente: l’evasione fiscale. Se io dicessi “è l’evasore fiscale che sbaglia, lui deve essere punito e io non c’entro niente”, commetterei un errore. È chiaro che sarà l’evasore fiscale a dover rispondere della sua condotta davanti al fisco ma io, cittadino che paga regolarmente le tasse, ho il dovere, oltre che il diritto, di denunciare quella situazione, di prenderne le distanze e di operare a favore della giustizia e della legalità.

La chiave è sempre quella: viviamo in una società. Anni di individualismo spinto e di indifferenza ci hanno molte volte portato fuori strada, modificando il nostro modo di vedere il mondo. Ma rimane il fatto che nessuno può chiamarsi fuori dall’urgenza di questo tema.

Non è, come qualcuno accusa, un’acritica accondiscendenza a certe teorie femministe (alle quali, sia chiaro, ognuno/a è libero/a di aderirvi o meno). La mia vuole piuttosto essere una riflessione totalmente al maschile, sviluppata per invitare tutti quanti ad un dibattito serio, pacato e proficuo.

fonte : http://dallapartedelledonne.wordpress.com/2012/02/05/noi-uomini-dobbiamo-parlare-adesso/

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Legislazione e politica disumane contro le donne


continuano le ricerche del bimbo di 16 mesi gettato nel Tevere dal papa’ 26enne

“Non e’ un pazzo, come lui stesso si definisce. E’ solo un uomo violento e un padre padrone. Massacrava di botte mia figlia“, così la nonna del bimbo gettato nelle acque del Tevere dal padre 26enne risponde indirettamente alla frase di Alemanno, secondo cui questo sarebbe stato “un gesto di follia”. Errore: si tratta di un “effetto collaterale” della pessima disciplina italiana sull’affido condiviso, che lascia le donne, in questo caso una madre, una nonna e una zia, prive di protezione alcuna, in balìa di un giovane “padre e padrone” che ha voluto vendicarsi della convivente che l’aveva lasciato per tornare a vivere con la mamma, sbarazzandosi del suo bebè di 16 mesi. Quale vendetta migliore per il suo orgoglio ferito?
E l’orgoglio ferito di un giovane padre, culturalmente, nei nostri media, giornali, pubblicità e “comunicazione politica” è tutelato, non importa la freddezza con cui l’omicida ha evocato l’orrore reale. Quando c’è un maschio violentemente punitivo nei confronti di donne e bambini, la “messaggistica” di massa ci riporta sempre, immancabilmente  ritratti di depressi, uomini socialmente sfigati, emarginati dalla famiglia e dalla vita, instabili nell’umore, drogati (notevole la strumentalizzazione che giovanardi fa della morte di questo bambino, a favore del partito proibizionista)

Nonostante le violenze familiari siano in Italia un numero intollerabile, che segna per davvero la scelta del matrimonio per le nostre figlie come un mettere a rischio l’incolumità, si continua a far valere la “bonta” di un disturbo femminile inesistente come la PAS nelle aule dei tribunali, quando si parla di affidamento. Ci sono padri che si vendicano delle loro ex, facendo sottrarre i figli da assistenti sociali che li portano nelle case-famiglia (spesso cattoliche). Atto che, volendo fare una “classifica”, è “eticamente migliore” che buttare la propria creatura nel Tevere a febbraio.

Qui non c’entra la droga, non c’entrano la depressione o la follia. C’entra una sottocultura sociale, voluta e alimentata dalla politica, che lascia immancabilmente le donne prive di tutela in ogni caso di persecuzione. Essere donne, esercitare il doppio lavoro come madri e come impiegate esterne, non vale piu’ nulla nel nostro tempo italiano-occidentale odierno. La “famiglia” è completamente sbilanciata, come istituzione, a favore di chi la puo’ colpire per ragioni economiche o per ragioni di pura meschinità personale, in questo caso la premeditazione di una vendetta per l’orgoglio ferito da parte di un “padre”.

Simbolica è la scena, riportata dalla nonna del bambino gettato nel fiume, secondo cui due donne, lei e la zia del piccolo, hanno dovuto subire la sua sopraffazione, tentando con la forza fisica di fermarlo dal suo infernale proposito, invano.

In un paese normale, quell’uomo avrebbe dovuto essere tirato su da una volante appena si fosse avvicinato -anche appena appena- alla casa della madre dell’ex convivente. Qui invece si giustifica: “non me lo facevano vedere!”

FONTE http://www.cloroalclero.com/?p=9376

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Maschilismo 2.0


Nel web, è risaputo, si può trovare di tutto e di più e, di conseguenza, si trovano anche svariati siti dediti al diffondere le parole d’ordine dell’odio contro le donne. 

E spesso sono siti che per diffondere il loro messaggio misogino, e in genere anche omofobo, si mascherano dietro nomi che evocano l’antisessimo. E di conseguenza abbiamo gruppi facebook che dietro il nome “contro ogni violenza in famiglia” veicolano giustificazioni all’omicidio delle donne da parte dei mariti o, per ricordarci che una volta toccato il fondo si può sempre iniziare a scavare, che sono intitolati alla memoria di Stefania Noce, ragazza attiva nei movimenti uccisa dall’ex fidanzato qualche settimana fa, e veicolano infamie nei confronti dei movimenti femministi e antisessisti.

E ci sono anche casi clonazioni di siti web: il sito di Femminismo a Sud, blog di riferimento per molte lotte antissessite, è stato clonato in diverse versioni da personaggi che gettano fango e confusione sulle compagne di FaS, oramai sottoposte ad un vero e proprio stalking virtuale, e propugnano iniziative di legge che rendano obbligatorio l’affido condiviso anche quando uno dei due genitori ha avuto reiterati comportamenti violenti.

E tutto questo in nome della PAS, Parent Alienation Syndrome, che partendo dal banale concetto che un bambino
soffre per per la separazione dei genitori finisce per creare una vera e propria malattia psichica. Tra l’altro si può vedere il tentativo di oggettivizzare tramite medicalizzazione (in questo caso nell’ambito psichiatrico) una teoria con ben poche basi.

Poi c’è anche chi ha clonato il dominio della rete dei Centri Anti Violenza, per altro già violentemente colpiti dai tagli alla spesa pubblica e da crociate di vari politici, per creare siti in cui si dice chiaramente che gli omicidi in famiglia avvengono per colpa di perfide femministe che, incapaci di farsi gli affari propri, istigano le donne a divorziare dai mariti che, poverini, finiscono per essere costretti a diventare degli assassini.

È interessante notare che per fare passare i loro contenuti impresentabili questa gentaglia sia usi nascondersi dietro nomi di comodo, probabilmente per ottenere un duplice scopo: da un lato darsi una veste rispettabile con l’uso di nomi altisonanti e dall’altro attuare delle vere e proprie operazioni di intossicazione informativa, ovvero immettere nei canali di informazioni dati falsi con il preciso scopo di confondere e mistificare. E per fare entrambe le cose cosa c’è di meglio che copiare i nomi altrui?

Questi gruppi, in genere collegati ad una vera e propria lobby dei padri separati, che ottiene spesso attenzione dai media e conta appoggi trasversali in parlamento, propagano alcuni semplici concetti: il femminismo non è altro che un rovesciamento dell’ordine naturale delle cose ed è quindi naturalmente portatore di una volontà di dominio delle donne nei confronti delle donne (quando basta leggersi un qualsiasi testo femminista per sapere che il femminismo vuole portare a galla una visione femminile del mondo, da tempo nascosta dal dominio maschile, e che sul piano dei diritti vuole l’equità) l’identità sociale e il ruolo del maschio sono minacciati dall’aggressività femminile e questo porterà ad una disgregazione dei valori su cui si regge la nostra cultura il ruolo di una persona è biologicamente determinato, in questo caso dagli attributi sessuali, e indirizza verso un destino ineluttabile al maschio spetta il ruolo di pater familias

Questi argomenti sono più o meno esasperati dai vari gruppi (c’è chi vede il grande complotto plutogiudomassonicobolscevico dietro i femminismi). Le idee portate avanti sono piuttosto insidiose e trovano un facile terreno dove radicarsi dovuto sia alla cultura italiana, di suo già sessista e basata sul mito del maschio italico, sia al modo in cui vengono divulgate ovvero nascondendole dietro una facciata, quella di essere contro tutte le violenze, che ha facile presa da un punto di vista emotivo. Peccato che l’emotività sia il contrario dell’analisi critica e quindi ci sono utenti che, in perfetta buona fede, finisco per divulgare, tramite i vari social network, teorie sessiste.

Ci sarebbe da fare anche un’ampia riflessione sull’incapacità dei movimenti di fare proprie le tematiche femministe spesso ghettizzate (e imprigionate nello stereotipo della femminista rompicoglioni) e ridotte a folklore o banalizzate tramite semplici slogan lanciati mentre nel concreto si attuano pratiche alquanto machiste. La questione di genere non è assolutamente secondaria se si vuole creare una società, o delle società, autogestita e che lasci spazio al divenire di ogni individuo. Anche perché una questione spesso dimenticata è che il maschilismo colpisce anche l’individuo di sesso maschile, che viene imprigionato in un ruolo sociale visto come naturale per ovvi motivi biologici, e cooptato in una pretesa guerra tra sessi, generalmente combattuta unilaterlmente, per il predominio.

lorcon

FONTE : http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/01/29/maschilismo-2-0/

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MATTATOIO ITALIA:137 DONNE AMMAZZATE NEL 2011


137 donne uccise in un anno, quasi dodici il mese, circa tre alla settimana,1 ogni due giorni più o meno…..è come dire che un giorno si e uno no in Italia muore una donna ammazzata da un uomo…..strangolata,pugnalata,soffocata,sparata,decapitata,fatta a pezzi,massacrata di botte.

Ma per qualche strano e oscuro motivo tutto questo non fa scalpore… pare che la popolazione femminile sia anestetizzata… pare che quelle che muoiono appartengano a un’altra dimensione.pare che non abbiano un nome… pare che non siano figlie, sorelle, madri, di qualcuno… pare che non abbiano amato, lavorato, procreato, pianto… e invece no… sono di Bergamo, di Roma, Napoli o Palermo… si chiamano Anna o Maria, rosa o Melania… avevano madri, sorelle e figli… hanno lavorato, amato, studiato, sofferto … e sono morte; non per il cancro. per un incidente…non per un cataclisma naturale…non per vecchiaia…ma per mano di un uomo.

Lo troviamo naturale? Lo troviamo accettabile? Lo troviamo giustificabile? Certamente no… e allora… da dove nasce questo silenzio? Da dove nasce questa incapacità a farsi sentire. A reagire. A pretendere che si affronti urgentemente, politicamente e legislativamente il problema?

Perché le donne non sentono l’insopprimibile necessità’ di ribellarsi? Perché non riempiono le piazze contro il femminicidio come hanno fatto in difesa della dignità? Quale assurdo e patologico “pudore” impediscono loro di contrastare violentemente la colpevole indifferenza della politica, dei media, della società?l’apatia femminile nutre e rinforza l’arroganza maschile e la cultura patriarcale…non si sente forse in diritto di contrapporsi ?non si sentono capaci?o non si rende conto che quando muore Anna. franca…per mano di un uomo..sono le donne che muoiono per mano di un sistema,di una cultura che le condanna in quanto donne?quante altre donne e per quanto tempo ancora dovranno essere ammazzate affinché tutte le donne comprendano che il femminicidio e’ un eccidio di genere? Il più trasversale, massiccio, infinito massacro che vi sia nella storia … senza limiti di tempo o di confini… dove non si muore per motivi etnici, politici, religiosi, (ma tutti questi sono opportunamente utilizzati secondo l’epoca storica, del luogo e della cultura) ma solamente perché non si appartiene al genere maschile. Quando sorgerà in loro la consapevolezza di essere oppresse e la chiara determinazione a ribellarsi agli oppressori?non esiste categoria umana che non abbia combattuto contro chi lo opprimeva…per la propria libertà… i neri contro i bianchi. indiani contro gli americani…gli invasi contro gli invasori….eppure la più vasta e universale categoria oppressa che esiste e sia mai esistita..continua a non ravvisare la specificità della propria posizione…continua a non volersi rendere conto che gli uomini(a parte poche eccezioni)sono padri e figli del loro stesso sistema…e costituiscono l’ossatura della cultura endocentrica(insieme alla maggioranza delle donne che la tramandano e difendono…purtroppo).gli uomini che uccidono le donne non sono pazzi..non sono isolate mine vaganti..non sono eccezioni nel sistema…essi sono prodotti del sistema…sono la parte eclatante di una massa silente…sono l’escrescenza tumorale di un tessuto malato…a quelli fra loro che volessero diventare uomini nuovi la responsabilità di trainare verso un nuovo umanesimo il loro genere….(ma la vedo dura…e con tempi geologici…)a noi il dovere e la responsabilità di un percorso di autocoscienza e di lotta ….un sentiero di sensibilizzazione delle donne …un cammino di autodeterminazione politica…una rete di resistenza attiva mondiale .Lo dobbiamo innanzitutto a noi stesse, alle nostre madri, alle nostre figlie… ma anche e sopratutto a tutte le donne ammazzate nel mondo… a quelle che nessuno ha ascoltato… a quelle che erano sole… a quelle che credevano di scamparla ancora una volta.a quelle che non credevano sarebbero mai successe a loro. A quelle che si erano chiuse nel silenzio… a quelle che hanno guardato incredule il loro assassino mentre spiravano… a quelle che hanno pregato il loro carnefice di risparmiarle. a quelle che hanno invocato pietà inutilmente…a quelle che hanno guardato l’ultima volta verso la cameretta dei bimbi….a quelle che hanno chiuso gli occhi dopo un ultimo sguardo al loro “folle amore”….a quelle che mentre morivano hanno trovato un filo di voce per chiedere “perché?” (Barbara spada)

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I veri eroi del nostro paese (sottotitolo: da Steve Jobs alla gnocca passando per Barletta)


Il 6 Ottobre  è stata una di quelle giornate per le quali ci sarebbe da vergognarsi di essere italiano se non fosse che dovrebbero davvero vergognarsi coloro che ci rappresentano ed in primo luogo il capo del governo nonchè Silvio Berlusconi. A Barletta si svolgevano i funerali delle cinque vittime del crollo della palazzina dove lavoravano abusivamente ed in condizioni di schiavitu’ quattro di loro. Ma a questa ennesima tragedia del lavoro erano assenti tutte le cariche dello Stato, nessun rappresentante delle istituzioni centrali era presente alla cerimonia. Perche’ queste vittime non sono eroi, sono semplicemente vittime da dimenticare. Tornano alla mente in questo momento le parole piene di ipocrisia in occasione di ogni nostro soldato morto in Iraq o in Afghanistan per difendere, dicono le istituzioni, la democrazia nel nostro paese. In quei tragici momenti tutti si affannano davanti alle telecamere ad elogiare quei ragazzi, affibbiando loro il titolo di eroi, e soprattutto a difendere le ragioni di una guerra assurda e illogica. Al cospetto di una tragedia sul lavoro, e per di piu’ lavoro nero, nessuno si e’ fatto avanti, nessuno si e’ degnato di spendere una parola su queste donne che per una paga di 3,95 euro all’ora lavoravano piu’ di 10 ore al giorno all’interno di un sottoscala inagibile. Per queste persone nessuna cerimonia di stato, nessuno si e’ scomodato, nemmeno il Presidente della Repubblica impegnato in uno dei suoi discorsi fatti di parole buttate nel vuoto di una platea assonnata. Mentre a Barletta si piangevano queste vittime della crisi economica e la rabbia dei cittadini si sfogava contro quei pochi rappresentanti delle istituzioni locali, dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, si piangeva la prematura scomparsa di un uomo che ha cambiato sicuramente la nostra vita con le sue inoovazioni tecnologiche: Steve Jobs. Un grande personaggio che ha segnato un’epoca con la sua fantasia, con le sue intuizioni tecnologiche che ha sempre realizzato e portato a termine entrando nella vita di tutti noi. Una grande personalita’ che ha consentito al mondo intero di fare grandi passi in avanti nel settore della comunicazione globale. Certo un parallelo forzato quello fra le morti di Barletta e quella si Steve Jobs, ma alla fine la perdita prematura di una vita umana e’ sempre e comunque una tragedia. In questo panorama nazionale ed internazionale, il capo del governo della Repubblica Italiana non ha trovato di meglio che intrattenere le galline del suo partito a Montecitorio (mi scuso con tutte le donne ma mi rifiuto di indicare con il termine donne delle femmine che circondano di attenzioni un uomo spregevole come Silvio Berlusconi) sfoderando barzellette e indicando il nome del nuovo partito a cui dara’ vita: Forza Gnocca. Ecco questa e’ la sintesi della giornata  che inquadra in maniera perfetta la situazione del nostro paese o meglio dei governanti del nostro paese. La repubblica italiana e’ in mano ad un malato di mente come ha illustrato perfettamente qualche tempo fa la sua ex-moglie. Un uomo che vive fuori dal tempo e dalla realta’ della storia, che vive all’interno dei suoi palazzi circondato da personaggi di sesso maschile e femminile che per proprio tornaconto personale sono disposti a difenderlo a spada tratta. Mentre il mondo piange un grande uomo, mentre in Italia si piangono cinque vittime della crisi economica, il capo del governo si diverte a prendere il giro il parlamento, il proprio partito, l’opposizione e soprattutto tutti i cittadini italiani e prima di tutti coloro che lo hanno votato.

FONTE :  http://senzapelisullatastiera.blogspot.com/2011/10/i-veri-eroi-del-nostro-paese.html

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Terry De Nicolò e il suo discorso tipico da schiava


Di Faby (dal blog Comunicazione di Genere)

Venerdì sera su rai due al programma “L’ultima parola” è stata trasmessa una piccola (per fortuna) intervista fatta a Terry De Nicolò una delle escort dello scandalo Berlusconi.

Vi posto di seguito il video in modo che voi stessi possiate raggelare dinanzi alle sue deliranti parole.

 


 

Iniziamo con questa frase “La bellezza e’ un valore- lo dice anche Sgarbi- bisogna saperla vendere. Se sei racchia e fai schifo ti devi stare a casa” ,è  una di quelle frasi tipiche del fascio-maschilista che leggiamo un giorno si e l’altro pure  che se non appartieni a certi canoni estetici vali meno di zero, per non parlare poi il confermare questa sua disgustosa frase citando il pensiero di Sgarbi, pensando di aver nominato la teoria di un grande saggio, quando sappiamo benissimo che è solo un urlante fenomeno da baraccone.

Tutto quello che questa donna dice, non è altro che il frutto dell’animalesca società in cui viviamo.

Non si tratta di bacchettonismo o moralità, le prostitute sono sempre esistite e sicuramente di noi donne che si occupiamo della parità di genere non si devono guardare le spalle, siamo le uniche che abbiamo cercato di far capire alla gente che le ha sempre e unicamente etichettate “troie”  che ognuna è libera di fare quello che vuole e se vogliono prostituirsi sono fatti loro, siamo le uniche che abbiamo sempre detto che la colpa non è la loro ma del signorotto al governo – o di chi come lui – che paga le prestazioni sessuali con poltrone in politica, parti in fiction o ruoli sculettanti nei vari “grande fratello” “colorado cafè” o “pupa e secchione” o qualsiasi roba che quell’ammasso di melma di mediaset ci propina.

Non voglio scagliarmi contro questa donna, sarebbe troppo facile e scontato farlo, ma vorrei semplicemente comunicare a questa persona che unicamente sul corpo non bisogna puntare mai, che chi ti “compra” non è una persona gentile e generosa ma è una persona squallida, sola e priva di dignità, per  quella gente che compra le donne lei non vale più di uno di quei ciondoletti che tanto orgogliosa sfoggia sotto la tua collanina – non di Dodo ovviamente perchè detto da lei solo le pezzenti  lo possono portare- dal momento che il cervello tornerà nuovamente a fare la sua funzione principale ovvero ragionare, e quindi inizierà ad essere scomoda, il carissimo anziano generoso e la sua manica di giornali lacchè avranno solo e unicamente quete parole per lei o chi come lei : “è una pazza, è molto malata dovrebbe curarsi” (lo hanno fatto già con Sara Tommasi e Nadia Macrì) è tipico dei despoti o degli uomini maschilisti intitolare le donne che parlano e/o si ribellano “pazze o esaurite” .

 Altra frase che ci fa subito notare quanto questa donna sia priva di ragionamenti suoi e di informazioni reali è questa :“in questo Paese c’è un’idea troppo moralista, è questo quello che mi fa incazzare , l’idea moralista della sinistra” , allora sicuramente ora  farò cadere un mito alla signora De Nicolò, ma coloro che fanno i moralisti e i bacchettoni sono proprio i suoi frequentatori abituali, si proprio coloro che poi vanno a braccetto col Vaticano (che peraltro proprio lei ha criticato) dove una come lei viene considerata solo una squallida prostituta, quelli che vanno con lei di nascosto ma poi la domenica vanno in Chiesa con la mano sopra la testa del nipotino, quelli che fanno le guest star nelle “feste della famiglia” e poi la sera si riempiono le case di prostitute-geishe, quegli uomini orribili che quelle come lei le sfruttano, umiliano e nascondono a chiunque di andare con quelle come lei,  il finto moralismo se lo aspetti solo da loro.

Ultima cosa importante e da non tralasciare di questa intervista molto educativa e poco farneticante (ovviamente sono ironica) è la parola “Invidia” si perché lei dice che in realtà sia tutta invidia di chi parla, quindi invidia degli uomini che vorrebbero essere un Berlusconi (ovvero un anziano signore sofferente e malato che non accetta la sua età e paga per avere sesso) e invidia delle donne a non poter ambire al suo posto da escort (?)…lasciamo che i fatti si commentino da soli.

E’ molto triste vedere una donna che si riduce in questa maniera e che crede fermamente che lei sia furba e le altre che non “sfruttano la loro bellezza” siano delle sfigate poco furbe o semplicemente racchie, è così triste vedere quanto sia schiava questa persona da non avere più nemmeno un minimo di lucidità per analizzare le situazioni e vedere da che parte sta il marcio, perché infondo lei del marcio se ne frega, lei è contentissima di sguazzare nel marcio, anzi dalle sue parole quasi invita e incita le donne piacenti a vendersi , infondo il suo sultano sono vent’anni che diffonde questa teoria con le sue reti televisive : le piacenti a prostituirsi, sculettare e spogliarsi le racchie a ramazzare e sfrittellare in casa.

Non venitemi a dire “Beh da una prostituta che parole ti aspettavi!?” perché non è assolutamente così,  fare la prostituta non implica il giocarsi totalmente l’integrità intellettuale  che una persona dovrebbe disporre, un tempo c’erano le bocca di rosa (ricordiamo anche l’omonimo e significativo pezzo di De Andrè che descrive proprio perfettamente la moralità e il bacchettonismo della gente), donne ai margini della società, additate e insultate da chiunque ma con un grande coraggio e carattere, ora ci sono le escort questa società maschilista ci ha rovinato anche le sex-worker, le ha fatte diventare delle schiave, senza scrupoli e soprattutto senza carattere e pensieri personali.

Vorrei terminare questo pezzo con una frase tratta dal “tipico discorso dello schiavo” di Silvano Agosti che con l’atteggiamento di questa donna si addice molto :

“…Il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte. Perché lo schiavo non è tanto quello che ha la catena al piede quanto quello che non è più capace di immaginarsi la libertà” .

 Mi dispiace  cara Signora De Nicolò il risveglio per lei sarà molto duro, solo allora si accorgerà della sua schiavitù, che la bellezza e le donne -e gli esseri umani in generale- non si comprano e non si usano come merce di scambio per sporchi e loschi giri di affari.

Faby

fonte : http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2011/09/18/terry-de-nicolo-e-il-suo-discorso-tipico-da-schiava-3/

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FANNO SCHIFO (Valter Binaghi)


Frocio. Finocchio. Busone. Culattone. Checca.
In questo paese di navigatori e poeti i termini con cui si indica l’omosessuale sono numerosi e pittoreschi, con un numero infinito di varianti vernacolari, ma il valore che vi si attribuisce è generalmente denigratorio, quando non di aperto disprezzo, e passa presto ai fatti: l’insulto, il pestaggio. Il machismo dietro a cui la piccola borghesia italiana già in epoca fascista nascondeva la propria inferiorità culturale e l’impotenza di fronte ai grandi movimenti economici e finanziari che ne minacciano perpetuamente i provvisori privilegi, ritorna ogni volta che le situazioni si fanno critiche, o governi risultano improvvidi. La ricerca del capro espiatorio si fissa intorno a chi, segnato da diversità, presenta i caratteri della vittima ideale: l’emigrato, l’omosessuale, il piccolo delinquente, il nomade. Soprattutto quando una classe politica tecnicamente incapace e ignobilmente indifferente alla propria missione di civiltà, vede in queste propensioni “popolari” una valvola di sfogo che è inutile e forse pericoloso cercare di reprimere (in quel caso la classe politica medesima sarebbe costretta a dare ben altre risposte). Così negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di xenofobia e di violenza contro gli omosessuali. Lo sanno tutti: le cronache dei giornali ne parlano, i politici esprimono riprovazione, qualcuno aveva pure deciso di dare un segnale forte aggravando le pene per i reati contro la persona che riguardano omosessuali. Sarebbe stato un gesto importante, un segnale forte con cui, per una volta in modo traversale, un’intera classe politica poteva unirsi per una battaglia di civiltà, isolando e stigmatizzando quelle sacche di ignoranza brutale in cui germinano le pulsioni peggiori del corpo sociale. E invece no.
L’attuale maggioranza, blindata in parlamento con i voti prezzolati di transfughi dell’opposizione e gestita da una coppia di leaders in evidente declino biologico e politico, ha preferito arroccarsi intorno al valore che ne ha costituito l’asse propagandistico portante, la demagogia.
Il Berlusconi del “pane e figa per tutti” e il Bossi che “ce l’ha duro” solo perchè è nato nella regione più ricca d’Italia, hanno dato ancora una volta la loro strizzatina d’occhi al ventre molle e alla parte peggiore del paese, scegliendo di ignorare il vero pericolo sociale e di avallare insieme alle altre (evasioni fiscali premiate da condoni, spregio della dignità femminile con l’allestimento di bordelli istituzionali, reiterata delegittimazione della magistratura) anche queste cattive abitudini dell’Italia più ottusa, trincerandosi dietro una formale giustizia distributiva: un aggressione è un’aggressione, dicono, che sia nei confronti di un omo o di un etero, fingendo di ignorare che, quando l’aggredito è tale proprio PERCHE’ omosessuale, andrebbe specificamente protetto in quanto evidentemente oggetto di persecuzione.
Un’altra occasione per pensare e per dire che fanno schifo: anche chi come me aveva disertato le ultime elezioni politiche per la pochezza delle alternative non può che augurarsi la fine di questa ignobile legislatura e di questi puzzolenti capipopolo, avvolti dal fetore della decomposizione. E i primi ad augurarselo dovrebbero essere proprio i “moderati” che finora hanno scelto di esserne rappresentati, a meno che la deriva genetica cui sembriamo condannati ci prepari una successione a base di Piersilvio e Trota più Emanuele Filiberto.

FONTE : http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/07/27/fanno-schifo-di-valter-binaghi/

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Il corpo delle donne


IL CORPO DELLE DONNE è il titolo del nostro documentario di 25′ sull’uso del corpo della donna in tv. Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime. Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”. L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero ” pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi. Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione.

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L’ATEISMO DEVOTO DI GIULIANO FERRARA


Tutto si può dire di Giuliano Ferrara tranne che non sia coerente, è stato comunista nel momento in cui conveniva essere comunisti, poi per lo stesso motivo è stato craxiano e in ultimo berlusconiano. Una coerenza dettata dall’opportunismo.
Ferrara è una sorta di ateo devoto, un ateo che dimostra vicinanza con le posizioni della Chiesa cattolica, nel caso di Ferrara, questo ateismo devoto si manifesta in  maniera molto discutibile:  una volta te lo ritrovi a condurre una dura battaglia per una moratoria sull’aborto, che lo stesso considera come un omicidio, e poi te lo ritrovi a condurre una dura battaglia contro i magistrati che si sono permessi di indagare Silvio Berlusconi per i reati di prostituzione minorile e concussione. Insomma, Ferrara ha una morale tutta sua, le donne non devono abortire ma possono frequentare le orgie di Hardcore. Se ci dovesse scappare un’ aborto dopo un’orgietta ? In questo caso, cosa prevede l’ateismo devoto ferrariano ? Magari Catalogare l’aborto post orgetta tra i rischi del mestiere e quindi in quanto tale considerarlo perdonabile rispetto ad un altro tipo di aborto ? Ci faccia sapere !
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Suore e puttane


Nel disperato e spaventato tentativo di far sembrare la manifestazione di domenica prossima una piccola cosa, una cosa di donne, sono scese in campo le truppe da combattimento dei sostenitori e dei fiancheggiatori dell’Arcore style. Quelli che, a partire dall’anziano Ostellino, spiegano che ogni donna è seduta sulla sua fortuna dunque che male c’è, è sempre andata così, l’Italia in fondo è veramente un bordello abbiamo letto di nuovo ieri sul Corriere.

I più raffinati, per così dire, schierano donne a denigrare altre donne nel tentativo di scatenare quella che, se solo si scatenasse, chiamerebbero entusiasti una rissa da pollaio. Il sottotesto, il retropensiero divertito di chi manda in tv e mette in prima pagina le Santanchè da combattimento è il seguente: ecco, guardate, donne contro donne. Come se le donne non rispondessero alle categorie di ogni essere umano e non ce ne fossero di ladre e di oneste, di servili e di libere, di capaci e di inette. Gli argomenti più in voga, per denigrare chi crede che le donne siano capaci per prime di reagire al “sistema” piuttosto che adattarvisi, sono i seguenti: sono femministe, moraliste. Predicavano il libero amore ora si atteggiano a suore. Le brave ragazze contro le prostitute, le madri contro le puttane, il mondo diviso in Maria e Maddalena così come i libri sacri ci insegnano, come gli uomini in fondo desiderano. Le puttane per strada offendono il decoro urbano, in villa sono accompagnate dagli autisti.

Il femminismo e il moralismo non c’entrano: molte suore hanno firmato il nostro appello e parecchie prostitute, preti e libertini come se aveste la pazienza di leggerci capireste. Ammesso che l’obiettivo sia capire, naturalmente.

Carla Corso, una donna di 65 anni che è stata ed è leader del comitato per i diritti civili delle prostitute, ci racconta oggi perché aderisce alla manifestazione. Dice, a un certo punto: “Noi eravamo in lotta contro il mondo, volevamo rompere l’ipocrisia, queste ragazze non sono contro ma sono funzionali al sistema”. Il femminismo è stato un movimento politico portatore di diritti. Le ragazze che negli anni Settanta non erano nate, quelle che come me andavano alle elementari non hanno combattuto quella battaglia: ne hanno goduto i frutti. Ma i diritti non sono dati per sempre, vanno difesi: con la cultura, con la consapevolezza.

Scrivevo anni fa le storie vere di Dalia, la ragazzina dell’Est venduta dalla nonna a 12 anni, di Cristina, la studentessa che fiera di farlo rivendica il suo diritto a fare la puttana. La libertà consiste nel darsi il destino che si vuole. Credo che il “sistema” di cui parla Lele Mora e che da decenni è un modello di referimento per generazioni di ragazze – quelle sulle copertine dei rotocalchi, in tv – proponga come strada per la realizzazione di sé una libertà condizionata alla sottomissione. Un mondo di cortigiane, dice Carla Corso. Il problema non è mai chi vende, è chi compra. L’amore è gratis, si può fare in quanti e come si vuole. Anche vendersi è lecito. E’ l’acquisto all’ingrosso, della società intera, che fa schifo. In specie se si comprano adolescenti: che siano consenzienti, e i loro padri con loro, non migliora. Peggiora piuttosto la responsabilità di chi dovrebbe indicare altri orizzonti e non lo fa. Di chi cavalca la sua privata debolezza spacciandola per legge di vita.

CONCITA DE GREGORIO

http://concita.blog.unita.it/suore-e-puttane-1.270899

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La mobilitazione non è né delle donne né degli uomini


In questi giorni si moltiplicano le iniziative delle donne contro il “sistema Berlusconi”. Difficilissimo raccoglierle tutte. Ci ha provato Repubblica facendo un riassunto (qui e qui) comprensivo dei vari appuntamenti. La stessa testata pubblica anche un articolo che parla della protesta maschile, dal titolo Anche noi uomini dobbiamo dire basta”. Da Placido a Salvatores: dignità violata“. Forte, nel testo, l’affermazione di Valerio Mastandrea: “il modello maschile che ci viene mostrato dalla politica è triste ed è il terreno in cui crescono le violenze sulle donne”.

Non credo abbia senso oggi parlare solo di movimento di donne, ma, come abbiamo già scritto, dello sviluppo di un movimento trasversale sia a generi che a generazioni. Di più. Credo abbia senso parlare di un unico grande movimento di protesta che ha in sè diversi attori e diverse rivendicazioni: sono le donne, i precari, gli studenti, gli omosessuali, i cassaintegrati, i disoccupati, i pensionati, gli immigrati senza diritti e tutte quelle fasce della popolazione maggiormente penalizzate da un sistema di potere vecchio come il mondo, che è, nei fatti, retto anche da una secolare discriminazione sessista. Le donne possono portare le loro istanze all’interno di questa grande protesta, perché le nostre rivendicazioni sono le stesse degli altri: vedere rispettati i nostri diritti.

Il problema di fondo non è, a mio avviso, solo la mercificazione delle donne, ma la prostituzione diffusa di un popolo sempre più costretto a piegarsi e a cedere la propria dignità per poter sopravvivere. Una situazione di cui le donne, come sempre, rappresentano l’anello più debole, quello che fa più fatica e dunque più soggetto ad essere mercificato. Complice anche una vera e propria “campagna” mediatica lesiva dell’immagine della donna, consacrata ad eterno oggetto sessuale.

Sono sempre più convinta che non abbia senso ormai parlare di questione femminile in Italia. Perché per ogni questione femminile ce n’è una maschile che le fa da specchio, entrambe facce della stessa medaglia: la mentalità “clientelare-maschilista-patriarcale” dura a morire, che trae continua linfa da una sottocultura costantemente diffusa dai media, soprattutto dalla televisione. Una sottocultura coadiuvata dall’affossamento di contenuti culturali profondi, dell’arte e dell’istruzione pubblica. Un martellamento informativo che ci impedisce di aprire gli occhi e che spesso dipinge come futile ogni motivo di indignazione. Perché per ogni appello delle donne ci sarà sempre un programma tv che definisce gossip la compravendita sessuale alle feste del premier. Per ogni “basta” ci sarà sempre qualcuno che ne smonterà la tesi.

Sono grata a Repubblica e alle altre testate on line che stanno dando visibilità alla questione delle donne. Sono contenta davvero. Ma se oggi vogliamo che questo impegno abbia delle conseguenze reali, occorre avere il coraggio di fare anche delle scelte editoriali coerenti.

“Siamo stanche e siamo indignate. Di chi con una mano denuncia e difende i nostri diritti e con l’altra usa il nostro corpo svestito come specchietto per le allodole per attirare il suo pubblico” scrivevamo qualche mese fa in una lettera aperta ai media italiani quando scoppiò il Rubygate. Penso sia il caso di ribadirlo anche adesso, per il futuro. La vera rivoluzione si fa insieme, uomini e donne, e si fa con i metodi giusti. Il primo fra questi dovrebbe essere la coerenza dei messaggi.

 

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Esistono molti modi di prostituirsi


Mi sono trovata più volte in questi giorni a dovermi giustificare per non aver parlato, denunciandoli apertamente, degli ‘scandali di palazzo‘ che sono stati messi in agenda dai media nelle ultime settimane. Ho l’impressione di cadere in una trappola ogni volta che se ne parla. Di più se sei una donna.

La mia posizione continua ad essere quella di non dedicare spazio a tutta la vicenda su questo blog. Ma vorrei precisare che non sono sola. È una scelta politica alla quale capita di sentirsi rispondere da uomini e da donne che “la vera trappola è non parlarne, non indignarsi pubblicamente, non schierarsi e lasciare che ‘loro’ dipingano l’immagine che vogliono”. Addirittura alcune testate hanno lanciato appelli e chiamate alle armi alle donne ‘vere’ (questo sabato ci sarà in piazza a Milano una manifestazione di protesta), degne del più urlato chi non salta neroazzurro è. Del resto, da un Paese che confonde continuamente partite di ‘fantacalcio’ con le urgenze politiche e sociali di milioni di cittadini non ci si potrebbe aspettare di meglio.

L’indignazione non basta più (è mai bastata?) è uno strumento che sta usando certa stampa da troppo tempo e che ci ha resi poco concreti e spesso ridicoli. Come ha detto una persona che stimo molto “l’indignazione è diventata lo sport dei culi pesanti”. Persino Lorella Zanardo, attiva da due anni nella lotta alla distorsione dell’immaginario sui corpi in tv e nei media, in questa occasione ha preferito dire che “La lamentela è un’ottima scusa per i fancazzisti: migliaia di persone che brontolano e pochi che fanno”.

Non solo. L’indignazione si è trasformata in un fattore di controllo della partecipazione politica dei cittadini e delle cittadine, oltre che in un motore per lo spostamento dei voti. Ci indigniamo quando ci chiedono di indignarci e per ciò rispetto a cui ci chiedono di indignarci, dopodiché deleghiamo la soluzione del problema. Forse è arrivato il momento di disobbedire e di decidere noi cos’è che ci fa saltare le coordinate.

Per chiudere. Esistono molti modi di prostituirsi, non capisco perché continuiamo a raccontarcene uno solo. Quando l’unica libertà riconosciuta diventa la ‘libertà di mettere a profitto‘ il proprio corpo o la propria intelligenza per assicurarsi un guadagno a qualsiasi condizione (fisica, etica, politica, logica), allora tutto è concesso, non c’è valore aggiunto che tenga. Neanche quando ad essere venduto non è più il ‘saper fare’ ma l’essere e basta, il soggetto e la sua interezza, che per questo diventa scambiabile, sostituibile.

Credo che sia il più grande abuso che l’umanità abbia potuto fare del concetto di libertà. Ma a questo abuso assistiamo già da tempo a vari livelli nelle nostre esistenze. Ci hanno insegnato che dobbiamo essere disposti a tutto (e disponibili sempre) pur di ‘meritarci’ in cambio reddito e riconoscimento (da qui una precisa cultura del ‘merito’), anche a non avere più una vita, degli ideali, degli affetti, delle pratiche, del tempo per noi e per i nostri valori e sogni. In pratica, sopravvivere al modello della ‘crescita’ (economica, di carriera, di bisogni, di consumi) è diventato più importante che restare dei soggetti. A pagare il prezzo più alto probabilmente è ancora una volta la libertà delle donne, che viene confusa, mistificata, deturpata, distorta. Quello che ora i riflettori hanno deciso di rendere visibile non è che il punto d’arrivo di una storia iniziata molto prima e altrove e che davvero solo in minima parte ha a che fare con “il mestiere più antico del mondo”.

Claudia Bruno

http://www.ilcambiamento.it/blog_noi_altre/esistono_molti_modi_di_prostituirsi.html

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Nicole Minetti non è una Vittima


Fra gente civile il genere sessuale, come il colore della pelle, non dovrebbe rappresentare un fattore di discriminazione. Questo nella teoria, ovviamente, perché nella pratica è tutta un’altra cosa. Il colore della pelle conta e conta molto in un paese come il nostro dove già l’accento sbagliato, in certe regioni, scatena il pregiudizio. Le donne, aldilà della presa in giro delle quote rosa, sono vittime di discriminazione in politica, sul lavoro e, in generale, tutte le volte che aspettano un bambino o fanno il loro dovere di madri.

Tutto questo, come premesso, è incivile, ma non può servire per giustificare l’utilizzo del colore della pelle o del genere sessuale come attenuante. Mi spiego:  se una persona è inaffidabile, disonesta o violenta, rimane inaffidabile, disonesta o violenta anche se è di colore. Cercare attenuanti per chi si comporta male ed appartiene ad un’etnia sfortunata, è un atteggiamento di colonialismo paternalista e ipocrita.

Alla luce di questa ovvia considerazione, non capisco il movimento “di difesa della dignità della donna” che vede promotrici del calibro di Licia Colò, Angela Finocchiaro, Inge Feltrinelli, Anna Finocchiaro, Donata Francescato, Cristina Comencini, Giulia Bongiorno, Susanna Camusso, Gae Aulenti, Laura Morante, Claudia Mori, Rosetta Loy.

Il caso Ruby devasta la nostra dignità.Il modello di relazione tra donne e uomini ostentato da una delle massime cariche dello Stato (…) legittima comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando.(1).

Sorvolando sulla prosa enfatica e sull’incauta citazione di Levi, quello che risulta del tutto incomprensibile è: che cosa centra il comportamento delle puttane tristi di Berlusconi e, in particolare, della consigliera regionale lombarda, ex igienista dentale e ex nonsocosina Nicole Minetti con la condizione e la dignità della donna?

Redigere e firmare un appello per le ragazze che vengono portate con l’inganno in Italia e messe sulla strada a fare le prostitute sarebbe stata un’azione interessante, per quanto da tempo le “savianate” su Repubblica siano diventate indigeribili, ma mettere su un movimento del genere per una donna adulta, laureata, determinata e perfettamente consapevole del do ut des che c’è alla base di una transazione d’affari, mi sembra, francamente, una cazzata.
Il 15 ottobre scorso, comunicando attraverso sms con il padre, la ragazza manifestava tutta la sua ira contro il premier. “Sono molto arrabbiata perché ho scoperto che ha comprato a una ragazza una casa da 1,2 milioni di euro”. Lei, oltre ai circa 10mila euro di compenso ottenuto con l’incarico nel Consiglio del Pirellone, non risultava avere altri canali di approvvigionamento. Anzi. Durante una conversazione, la Minetti confidava di essere in rosso in banca “perché ho prestato 35mila euro a mia sorella che doveva comprarsi casa”.
Ma che, in realtà, la venticinquenne riminese puntasse anche a un gesto di estrema generosità da parte del suo padrino politico lo si poteva dedurre da altre telefonate registrate dagli investigatori. Come quando, il 23 settembre scorso, all’amica e compagna di serate ad Arcore, Barbara Faggioli confidava: “Io mi sto già muovendo adesso, sto cercando… mi sono fatta mandare via email tutti i dettagli di uno stabile a Milano, però intero, chiaramente”. Minetti e Faggioli, solo quattro mesi fa, avevano l’intenzione di individuare “due progetti qualsiasi, due a cazzo… con la mia faccia da culo io gli dico (al Cavaliere, ndr) “guarda, abbiamo trovato questi, ci aiuti?””. fonte

Nicole Minetti non è una vittima. Se, a tempo debito, si riuscirà a provare che ha gestito il gineceo di Berlusconi e che è andata a letto col “vecchio dal culo flaccido” per il posto di consigliere regionale e per i soldi, la si potrà chiamare “maitresse” o puttana, ma non vittima.
Lo stesso discorso, ovviamente, vale per il resto delle puttane tristi. Quelle che ballavano e si facevano toccare nelle parti intime a colpi di cinquemila euro a botta.

Il comportamento di queste persone poco o nulla ha a che fare con quello di persone ordinarie che si guadagnano la vita in modo del tutto diverso. Utilizzare il genere della Minetti e delle puttane tristi per farne delle vittime è pretestuoso ed offensivo nei confronti di tante altre donne altrettanto belle, spesso molto di più, che non hanno scelto di offendere il proprio corpo per trasformarlo in una risorsa economica.
Io non mi sento un satiro sfruttatore delle donne solo perché io e Berlusconi portiamo la stessa appendice tra le gambe. Le persone vanno aldilà del colore della pelle, aldilà del sesso ed aldilà della lingua. La battaglia per imporre questo elementare concetto di civiltà non passa per Nicole Minetti, né per Berlusconi.
Quelli, a prescindere dal sesso, hanno scelto un approccio alla vita che io non condivido e che me li rende alieni come se avessero la pelle verde, le orecchie a trombetta e una proboscide al posto del naso.
Che si godano tranquillamente il loro cammino di tristezza e solitudine.

http://www.mentecritica.net/nicole-minetti-non-e-una-vittima/meccanica-delle-cose/vere-donne/comandante-nebbia/19359/

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Da Salò a Sodoma, passando per Arcore


Dominazione di classe e sopraffazione sessuale.

“Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole e ciò che il potere vuole è praticamente arbitrario o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. […] Io detesto in particolare il potere di oggi […] è un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler: li manipola trasformando le coscienze, cioè nel modo peggiore; istituendo dei nuovi valori alienanti e falsi, che sono i valori del consumo; avviene quello che Marx definisce: il genocidio delle culture viventi, reali, precedenti”.

Pier Paolo Pasolini

Ogni riferimento a fatti, cose, persone è puramente casuale…

Salò o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo film scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini nel 1975. L’ispirazione del regista trova radici nel romanzo del marchese De Sade, Le centoventi giornate di Sodoma. Il film é ambientato tra il 1944 e il 1945, in piena Seconda Guerra Mondiale, ed il titolo è appunto un riferimento al regime fascista e agli orrori avvenuti durante quel periodo.

L’opera è divisa in quattro parti, strutturate in maniera simile ai gironi infernali danteschi: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue.

Nel 1944-1945, nella Repubblica di Salò, durante l’occupazione nazifascista, quattro “Signori”, rappresentanti di tutti i Poteri dello Stato, il Duca (quello nobiliare), il Monsignore (quello ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della corte d’Appello (quello giudiziario) e il Presidente (quello economico), decidono di rinchiudersi per quattro mesi in una villa isolata dal resto del mondo insieme a un folto gruppo di giovani di entrambi i sessi che verranno usati per soddisfare tutte le loro perversioni sessuali.

La caccia alle potenziali vittime dura settimane e nel frattempo i giovani prescelti vengono adescati, rapiti, catturati e strappati dalle proprie famiglie o, in alcuni casi, addirittura venduti dai loro stessi famigliari, e successivamente vengono sottoposti alla mercé dei Signori. Dopo una lunga e dura selezione vengono scelti nove ragazzi e nove ragazze, di età compresa tra i quindici e i vent’anni. Le vittime vengono caricate poi su dei camion militari e trasportati fino a Marzabotto, dove si trova l’enorme villa di proprietà del Duca.

Una volta giunti nei pressi della villa, i Signori passano alla lettura dei regolamenti: per centoventi giorni essi saranno autorizzati a disporre indiscriminatamente e liberamente della vita delle loro giovani vittime, le quali dovranno tenere un comportamento di assoluta obbedienza nei confronti dei Signori e delle loro regole.

Il potere trasforma l’umanità in oggetto, conferendo al sesso un ruolo fondamentale.

Il sesso praticato dai Signori diventa la metafora di ciò che oggi il potere fa dei corpi, la “mercificazione dei corpi da parte del potere”. Un potere fatto di brutalità, violenza, sopraffazione, viltà e totale certezza dell’impunità. La correlazione fra la dominazione di classe e la sopraffazione sessuale è rivelata. Il sesso non è gioco, piacere, liberazione delle classi subalterne, ma un orribile obbligo, una violenza intollerabile ai sensi.

Il potere della repubblica di Salò, è metafora del potere in generale e, in particolare, del nuovo potere, quello che nel ’75 andava affermandosi e che oggi è giunto alla massima espressione: l’ideologia consumistica, che arriva a consumare e dissacrare la vita stessa, attraverso la manipolazione delle coscienze e la mercificazione dei corpi.

La sessualità è messa a punto dal potere per disciplinare e controllare in senso economico e produttivo il corpo sociale. Lungi dall’essere una libera espressione del fisico, del corpo, della carne, la sessualità è funzionale all’assoggettamento dei corpi.

Nel film di Pasolini, della libertà agli uomini e alle donne non resta nulla. Anche le vittime sono sopraffatte dal male diventandone strumento e agente insieme. Incapaci di ribellarsi, per salvarsi diventano delatori di se stessi.

In questi giorni di scandali, pettegolezzi e pruriti bipartisan, la battaglia come al solito si gioca sui corpi delle donne. Ma non dobbiamo nascondere la presenza di qualche elemento in più che, per noi, è quanto meno motivo di rabbia, frustrazione e perché no, di sconforto.

Donne non si nasce, donne si diventa diceva Simone De Beauvoir. In una società che identifica la femminilità con l’oggetto, l’unico percorso di liberazione può passare attraverso il superamento di questa supposta natura per costituirsi come Soggetto e come Libertà.

Donne si diventa perché il mondo e la cultura in cui nasciamo, ci plasmano e ci creano a loro piacimento, ci insegnano a essere donne e a coincidere con il prototipo di femmina tramandato da generazioni.

Oppure donne si diventa perché la coscienza femminile va desiderata, sudata, costruita prima di tutto attraverso il rifiuto dei modelli che ci impongono, attraverso la negazione di una presunta natura femminile a cui ci vorrebbero sottomettere per rinchiuderci nei ruoli che altri hanno storicamente scelto per noi. Tuttavia se il primo passo è negazione, rifiuto, opposizione, è necessario spingersi oltre. Autodeterminarsi, scegliere chi essere, darsi come Soggetto e come Libertà.

Oggi ci si presenta davanti questo universo femminile complice del proprio farsi cosa, oggetto, di una sorta di auto mercificazione. Si pone un problema di identità di genere forte, completamente costruita e ricalcata su modelli che dovremmo percepire invece come intollerabili.

La questione è delicata: vittime, complici, schiave, imprenditrici di se stesse?

Berlusconi è un vecchio porco, si sa, un uomo ricco e potente che pensa di poter disporre delle donne che lo circondano come meglio crede. Un uomo che nel privato si vanta della sua virilità libertina e che come politico pretende di imporre la famiglia tradizionale come valore assoluto.

Quali sentimenti ci suscitano invece le donne protagoniste di questa vicenda?

Non si tratta tanto di vendere il proprio corpo in cambio di denaro, ma di contribuire e fomentare la realizzazione di un immaginario e di un simbolico femminile assolutamente parziale e pericoloso.

Abbiamo davanti uno stuolo di ragazze convinte di scegliere autonomamente e liberamente di usare il proprio corpo e non certo di essere carne a disposizione. Ben altra cosa sono le rivendicazioni delle sexworkers che come  sappiamo, a partire da Pia Covre e Carla Corso, hanno preteso rispetto, diritti, legittimità e riconoscibilità. La povertà della percezione di sé che queste ragazze esplicitano forse non è altro che l’espressione della povertà del momento che stiamo vivendo.

Ma se da una parte abbiamo queste escort spregiudicate che come si dice “cercano il guadagno facile”, dall’altro ci si offre il modello femminile della sinistra istituzionale, con il discorso della donna emancipata cui L’Unità ha dedicato il noto articolo, negli ultimi giorni, “La rivolta delle donne”. Una sinistra che gioca sui corpi delle donne la propria battaglia politica contro Berlusconi. Non sono riusciti a deporlo dal trono attraverso le urne, ci hanno provato con i giudici e con le campagne “diffamatorie” (per usare un termine caro al Silvio) su giornali e televisioni…ora si giocano l’ultima carta: riscoprendosi paladini dell’emancipazione femminile, difendono a spada tratta il buon nome delle donne nella speranza di raccattare qualche voto in vista delle prossime elezioni.

C’è poi un altro aspetto, per nulla trascurabile, ovvero il godere di entrambi i fronti, certo in misura variabile, di una qualche rappresentatività: sono due modelli che hanno spazio sui giornali e in televisione. Il medium attraverso il quale si esprimono è indicativo e sicuramente influenza anche la sostanza e non solo la forma del discorso e dei fatti. Sono inoltre parte di un’unica storia – deteriore – delle donne in questo paese, le cui rivendicazioni non hanno mai goduto di autonomia: nel primo caso questo è facilmente riscontrabile, la donna che “non sa fare nulla” e che come unico bene ha il proprio corpo sessuato, qui al limite del caricaturale, e si appoggia a uomini ricchi e potenti per vivere. Non saper fare, vendersi o essere vendute, vivere attraverso uomini, meglio se ricchi, ma soprattutto esistere attraverso la rappresentanza televisiva, ci riporta nuovamente alla memoria alcuni passaggi del Secondo Sesso della De Beauvoir sul destino e la storia delle donne…mute, incapaci, merce da matrimonio, e ora pure soddisfatte.

Noi non abbiamo bisogno di protettori! Né in strada, né in casa, né nei palazzi del potere! Evidentemente scegliamo altro, prendendo le distanze dal gentil sesso emancipato per mandato politico istituzionale e che si riscopre donna solo se concessole dalle quote rosa. Le stesse donne, che riflettendo sul contesto, forzano forse per dovere di rappresentanza, i dati reali, e contrappongono all’esercito delle escort armate di silicone, una fantasiosa “rivolta delle donne”.

Davvero la sinistra istituzionale è diventata a tal punto autoreferenziale da non accorgersi che il problema, ora come ora, non è tanto che ci siano uomini potenti che si circondano di donne cosiddette facili – dai Papi ai Principi, fino ad oggi è sempre stato così – ma che non c’è alcuna reale rivolta delle donne. Nè in forma organizzata, nè in forma spontanea, emotiva, allargata e diffusa. Non c’è una rivolta delle donne a meno di non considerare rappresentative di un intero genere le potenziali firmatarie dell’appello de L’Unità.

Ma se non c’è una rivolta delle donne, almeno per come la si intende nell’appello, possiamo dire con fierezza e orgoglio che ci sono moltissime donne che si rivoltano e si ribellano, da femministe e non.

Tante, tante donne che lottano quotidianamente contro un sistema politico, economico, sociale, culturale, che ancora una volta le vorrebbe rinchiudere nella più vecchia antinomia del mondo.

O sante o puttane.  Mentre l’altra metà del mondo se la ride sotto i baffi.

http://medea.noblogs.org/2011/01/21/da-salo-a-sodoma-passando-per-arcore…dominazione-di-classe-e-sopraffazione-sessuale/

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L’anti Minetti che sfida il Pdl


Sara Giudice, promotrice della petizione contro la consigliera regionale: “Ho raccolto quattromila firme”.

 Sara Giudice rilancia la sfida al Pdl. La «rottamatrice di centrodestra», o «la moralizzatrice», come l’ha definita qualche maligno, vuole risposte dal suo partito: «Ho quattromila firme: ora devono prendere una posizione chiara».

La consigliera pidiellina di zona 6, che ha dato vita qualche giorno fa a una petizione on line per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti, continua la sua battaglia. «Non rappresenta le donne del Pdl», ha detto in più occasioni della consigliera regionale indagata per induzione e favoreggiamento della prostituzione nell’inchiesta della Procura di Milano sul Rubygate. E il partito? Semplicemente, i vertici lombardi hanno deciso di ignorare il caso. Almeno per ora. Ieri pomeriggio c’è stata una riunione del coordinamento regionale del Pdl, alla quale hanno preso parte il coordinatore Guido Podestà, il suo vice Massimo Corsaro e altri parlamentari: all’ordine del giorno, la mobilitazione delle prossime settimane per sostenere il governo Berlusconi, con una grande manifestazione in programma il 12 febbraio. E il caso Giudice? Nemmeno un accenno. «Io non c’ero semplicemente perché nessuno mi ha invitata» assicura Sara. Che aspetta comunque un segnale in tempi brevi: «Siamo arrivati a quota quattromila: sono pronta a inviare tutto alla sede del partito».

In mattinata, il presidente della Provincia ha ancora una volta preso le distanze dalla raccolta firme: «Vorrei ricordare alla Giudice e a tanti altri – ha ribadito Podestà – che i processi non si fanno sulla stampa. Per cui, se vi è una situazione di accusa bisogna lasciare che il cittadino abbia la possibilità di difendersi. E poi esiste la magistratura per definire quelle che sono le responsabilità»; dello stesso avviso, il governatore Roberto Formigoni. La venticinquenne laureata in Marketing e comunicazione replica: «Credo che un numero così elevato di firmatari meriti comunque una risposta: non sono da sola». In effetti, proprio ieri i giovani di «Generazione Futuro», militanti di Futuro e Libertà, hanno redatto un documento in cui chiedono un passo indietro alla Minetti. «Non interessano i risvolti giuridici della faccenda – ha affermato il responsabile Fabio Mastrobernardino – per noi il problema è che la classe politica non viene scelta in maniera meritocratica».

Documento realizzato «dalle ragazze del movimento, che si sono sentite svilite in quanto donne da tutta la faccenda». Scontato l’endorsement alla petizione di Sara Giudice: «Apprezziamo il suo coraggio di schierarsi contro: attueremo anche noi una raccolta firme, a suo supporto o autonoma». Se decidesse di lasciare il Popolo della Libertà (o se ne venisse espulsa), la consigliera di zona 6 potrebbe scegliere proprio uno dei partiti del Terzo polo per proseguire l’attività politica: su tutti l’Udc, anche se per ora «non sto pensando a questo passo: mi sto concentrando solo sulla raccolta firme e arriverò fino in fondo». Del resto, la Giudice si è conquistata non poco simpatie anche nell’area del centrosinistra: basta leggere i commenti sulla pagina web dedicata alla petizione (www.firmiamo.it/dimissioninicoleminetti), molti dei quali vengono postati da elettori che, per loro stessa ammissione, non hanno mai votato Pdl. «Non cerco un posto» replica lei a chi insinua che la sua iniziativa miri solo a strappare una poltrona. «Ormai tutti sono convinti che non si possa fare politica solo per il piacere di farla: io penso esattamente il contrario».

Mentre il Popolo della Libertà decide se espellere Sara Giudice, che con una petizione chiede le dimissioni di Nicole Minetti, Fli e Udc esprimono solidarietà alla collega. “Non resterò in un partito che non mi vuole” dichiara la consigliera a Sky.it.

fonti :  http://www.ilgiorno.it/   http://tg24.sky.it/tg24/

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Le 15 proposte per migliorare la vita delle donne


 

1. Indennità di maternità di maternità per 5 mesi non solo per le lavoratrici dipendenti ma anche per madri precarie, autonome, disoccupate

2. Congedi di paternità obbligatori e retribuiti da 2 a 6 settimane

3. Un iter più veloce e semplice per le adozioni

4. Una revisione della legge sulla procreazione assistita, che sancisce il divieto assoluto di fecondazione eterologa

5. Più misure di flessibilità sul lavoro (part-time, flessibilità oraria, telelavoro)

6. Potenziare gli asili nido, pubblici e aziendali

7. Estendere ovunque in Italia il tempo pieno e aprire le scuole durante i periodi di vacanza, con programmi per i ragazzi realizzati da insegnanti senza lavoro

8. Tradurre il lavoro di cura di figli e anziani in contributi figurativi per la pensione

9. Usare il “risparmio” legato all’equiparazione dell’età pensionabile per uomini e donne per adeguare i servizi di cura per bambini e anziani agli standard europei

10. Favorire fiscalmente le imprese che assumono donne e mantenere una tassazione su base individuale (il quoziente familiare può scoraggiare il lavoro delle donne)

11. Premiare le imprese attente al fattore D, che attuano buone pratiche “rosa”

12. Più donne in politica (governo, partiti, liste elettorali)

13.Corsi di quartiere contro la violenza alle donne e ai minori

14. Una campagna e un osservatorio contro gli stereotipi di genere sui media, per una corretta immagine femminile

15. Interventi nelle scuole per insegnare la parità, attraverso l’esame del ruolo delle donne nella politica istituzionale, nell’economia, nell’arte, e per ragionare sugli stereotipi di genere

http://www.elle.it/Sorelle-Italia/Advertorial/Le-15-proposte-del-libro-bianco-di-elle

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Ecco la lista dei bonifici che Berlusconi faceva alle “ragazze”


Squillo e cash

La starlette Sorcinelli telefona, il Caimano sgancia: a colpi di 10 mila euro a volta. L’ultimo 5 giorni fa. Anche lei è stata alle feste: in cambio uno “stipendio” che è 4 volte quello di una insegnante

L’ultima novità, in ordine di tempo, è il ritrovamento negli appartamenti di via Olgettina di foto che gli inquirenti ritengono “interessanti” (leggi l’articolo). Ma forse, ancora più interessante, è il continuo affluire di soldi sui conti delle ragazze implicate nel caso Ruby. L’ultimo bonifico è arrivato cinque giorni fa: il 17 gennaio 2011. “Ordine e conto Silvio Berlusconi ABI-CAB 010… a favore di Sorcinelli Alessandra CRO 17716… 10.000,00 euro per prestito infruttifero”, questa è la contabile bancaria che documenta l’ultima delle 13 operazioni intercorse tra il premier e una delle ragazze del suo giro di feste nell’arco di un anno e sette giorni. Molto si è scritto sull’“avere” nel rapporto tra Berlusconi e le ragazze ma Il Fatto Quotidiano ha provato a dare contorni più definiti anche al “dare” di questa anomala partita doppia. Le amiche del presidente non si stancano mai di declamare la sua generosità davanti alle telecamere.

Ma l’esame combinato delle telefonate intercettate e dell’estratto conto di una delle più assidue frequentatrici del Cavaliere , Alessandra Sorcinelli, rivela un rapporto di dipendenza economica che spiega molte cose sulle feste di Arcore. Le sorprese non mancano: il premier continua a pagare le sue ragazze nonostante l’inchiesta. Quando già era nota al suo entourage e ai suoi legali l’esistenza di un’indagine su Ruby e le feste, Silvio Berlusconi ha pagato tre bonifici per complessivi 25 mila euro ad Alessandra Sorcinelli, e il flusso non si è fermato nemmeno quando la ragazza è stata sentita dagli inquirenti. Pochi giorni dopo la deposizione in Procura, infatti, esattamente 5 giorni fa, sul suo conto sono arrivati altri 10 mila euro.

In un’ intervista del luglio scorso al sito Affari italiani la ex meteorina del Tg4 di Emilio Fede raccontava: “A settembre andrò a Los Angeles per tre mesi, come Elisabetta Canalis. Studierò inglese e recitazione. E spero di avere la sua stessa fortuna perché all’estero è più facile emergere come dimostra la storia di Monica Bellucci”. La bruna cagliaritana 26enne non ha realizzato il suo sogno ed è rimasta inchiodata a Milano, alla disperata ricerca di denaro. Dalle carte dell’indagine si scopre che proprio a settembre tempestava di telefonate Berlusconi e il suo cassiere: Giuseppe Spinelli. Dopo una stagione da corteggiatrice di tronisti e di madrina di Affari tuoi su Raiuno, e dopo qualche articolo di gossip per la sua storia con il figlio di Gigi D’Alessio, era scomparsa dai radar. E il conto corrente ne risentiva. Il 14 settembre implorava Spinelli: “Facciamo almeno 10… non si può avere tutto insieme?”.
Il cassiere, tempestato dalle richieste delle altre Papi-girls, temporeggiava: “eee è un po’ un problema… che siamo un po’ eee tirati infatti mmm abbiamo sai, anche altre cose e ci siamo trovati un po’ spiazzati”. Poi, grazie alla solita telefonata con “Lui”, come chiama al telefono B. in persona, il bonifico da 10 mila arriva. I soldi però finiscono presto e il 27 settembre Alessandra torna alla carica con Spinelli dicendo che ha parlato con “Lui” ed è tutto a posto “come l’altra volta”. Stavolta dovrà aspettare fino al 18 ottobre: 10 mila euro. Quando è stata sentita dalla Polizia il 14 gennaio scorso, Sorcinelli ha raccontato di essere stata un paio di volte alle cene di Arcore, ma ha descritto feste eleganti senza prostituzione. I magistrati che indagano Berlusconi, per documentare il tipo di rapporto che lega Alessandra al premier hanno allegato solo i due bonifici da 10 mila euro incassati dalla ragazza nel trimestre luglio-settembre 2010.

Il Fatto Quotidiano ha ricostruito tutti i bonifici effettuati dal Caimano alla 26 enne cagliaritana nell’arco di poco più di un anno. Si scopre così che la somma totale è molto più alta: la Sorcinelli ha ricevuto dall’11 gennaio 2010 al 17 gennaio 2011, ben 115 mila euro dal Cavaliere. Uno stipendio da manager, il doppio di quanto prende un magistrato di Tribunale. Quattro volte più dello stipendio sudato da una giovane professoressa della scuola primaria. La vita delle Berlusconi-girl d’altro canto è dispendiosa. In un’intercettazione, Nicole Minetti racconta con invidia a Barbara Faggioli che la ‘preferita’ del momento del Cavaliere – tale Aris Espinosa di 22 anni – aveva comprato in un colpo solo nove paia di scarpe. Una bella vita. Alessandra Sorcinelli nell’intervista ad Affari Italiani dice: “A Milano all’aperitivo non si può non andare da Radetzky a corso Garibaldi. Per l’estate c’è il giardino aperto del Bulgari, molto chic. Per cena, io adoro il Finger o il ristorante di pesce La Risacca e anche il Bolognese. Per ballare scelgo a seconda del giorno: lunedì è la serata dello Special, il mercoledì all’Armani, il giovedì e venerdì al Cavalli e alla domenica all’Hollywood”.

I bonifici di Berlusconi partono tutti dal conto del Cavaliere della filiale del Monte dei Paschi situata nel Centro direzionale Palazzo Vasari a Milano 2. Tutti finiscono sul conto di Alessandra Sorcinelli alla filiale del Banco di Sardegna di Milano in via Solferino. L’andamento non è omogeneo. Gennaio parte bene con due bonifici da 10 mila a breve distanza, 11 e 25 gennaio. Poi arrivano due mesi di magra: l’unico versamento di febbraio-marzo è quello da 5 mila euro dell’11 marzo. Ad aprile si torna ai consueti 10 mila euro mensili, mentre a maggio ci sono addirittura due versamenti da 10 mila, il 6 e il 20 maggio. L’estate 2010 purtroppo è asciutta: solo 5 mila euro a giugno, diecimila a luglio e zero ad agosto. Il 16 settembre e il 18 ottobre si torna ai consueti 10 mila euro mensili. Poi esplode lo scandalo Ruby sui giornali. La notizia era già nota al Cavaliere e al suo entourage almeno dall’inizio di ottobre, ma i versamenti non si interrompono. Anzi. Il 18 ottobre partono 10 mila euro e il 14 dicembre Silvio Berlusconi ordina un secondo bonifico da 10 mila. Alla vigilia del Natale, il 23 dicembre, c’è il pensierino da 5 mila euro. Anche l’indagine non ferma il flusso. Tre giorni dopo la sua audizione in Questura , Alessandra riceve l’ultimo bonifico da 10 mila euro.

Dopo il debutto alla trasmissione Veline, Alessandra Sorcinelli è entrata nel grande giro grazie a Emilio Fede quando il direttore indagato per favoreggiamento della prostituzione con Lele Mora, la selezionò nel 2008 come meteorina del Tg. La seconda meteorina doveva essere Hellen Skopel. Proprio la ragazza che ha dichiarato ad Annozero di essere stata scartata dopo avere detto no agli inviti per il weekend a Forte dei Marmi del direttore del Tg4. La coppia di meteorine Alessandra-Hellen era stata già lanciata. Poco prima del debutto Emilio Fede cambiò Hellen con la sorella della Gregoraci. E forse per lei è andata meglio così.

di Marco Lillo

 

da il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2011

Pubblicato in: cultura, politica, sessismo, società

Femminismo, la parola sconcia


“Ho traccheggiato alquanto prima di mettermi a scrivere questo post. L’argomento mi è molto caro e mi appassiona, ma i termini che devo usare mi imbarazzano. Come hanno imbarazzato la giornalista – Barbara Hannah Grufferman – da cui ho preso spunto per queste mie riflessioni.
 
Femminismo. Ecco la parola ‘sconcia’. Femminismo, come quando erano gli anni ’70 (praticamente in fasce, io), come quando le donne facevano un po’ paura con la loro determinazione, che, però, ha fatto conquistare tanti diritti: il primo e fondamentale, quello di scegliere. Un po’ come l’autodeterminazione dei popoli.
 
Femminismo, ora è una parola eccessiva, arrabbiata, difficile da usare. “Non sarai mica una femminista?!?” è una domanda – retorica – che mette a tacere ogni rivendicazione, in questa nostra arretrante Italia. Se vieni tacciata come femminista le tue opinioni puzzeranno di eccesso e non sarai ascoltata. Sembrerai antica, sprucida (come a dire zitella acida) ed anche brutta e piena di rughe.
 
‘Femminismo’ è oggi come dire ‘comunismo’, altra parola sconcissima. Dire a qualcuno che è un comunista è dargli del disadattato, dell’estremista (a prescindere), uno fuori dal tempo e della mode, nonché uno che odia il Grande Fratello e Uomini&Donne. Un comunista – come pure una femminista – sono persone da tenere alla larga, semmai da segnalare ad un nuovo tipo di Polizia Militare che ha agenti nel cosiddetto buonsenso comune. Non solo in Italia. Anche negli USA la parola ‘comunista’ fa paura. I tempi del maccartismo non sono morti, tant’è che ad Obama tutt’al più gli dicono ‘socialista’, ma mai comunista, che equivarrebbe a sputargli in faccia una cosa tipo ‘sporco muso negro’. (Però, negli USA non sanno cosa significhi ‘socialista’ nell’accezione italica, almeno da Tangentopoli in poi).
 
Torniamo al femminismo. Al giorno d’oggi, scrive Barbara (ah, siamo diventate amiche con la Grufferman. Fèisbuk è una mano santa!), molte donne arrabbiate e/o scontente non si definiscono femministe perché la parola non affascina, non è sexy, fa allontanare gli uomini, in questa epoca di ‘piacioneria’ a tutti i costi. Perché, per sopraggiunta, il femminismo è contro gli uomini, dice sempre la famosa opinione comune. Ma come si fa a far comprendere che non è contro gli uomini, bensì è una questione di crescita globale?
 
Come si potrebbe chiamare quel movimento che:
 
Vorrebbe urlare che le donne fanno i due terzi di tutta la fatica del mondo (in casa, fuori, per la famiglia, nei campi, gratis, costrette, schiavizzate…), mentre possiede solo l’un percento dei beni del mondo?
Vorrebbe denunciare che le ragazze sono ancora vendute per obbligarle a prostituirsi o costrette a matrimoni combinati o prematuri?
Vorrebbe raccontare che le donne (assieme ai loro piccoli figli) sono le prime e più numerose vittime in tempi di guerra, conflitto, povertà, fondamentalismo?
Vorrebbe dire al mondo della piaga dei femminicidi in Italia?
 
No, non si può chiamare femminismo, perché gli uomini – anche quelli occidentali – ne hanno paura e ne hanno paura anche quelle donne che hanno spesso conquistato il potere con le modalità maschili o – all’altro estremo – soggiacendo a sottomissioni indecenti, immorali ed indignitose per una donna.
Il vero femminismo si fonda sui concetti di eguaglianza, tolleranza, compassione, tutta roba che scarseggia oggigiorno in giro.
 
La faccenda, secondo me e la Grufferman (Barbara in amicizia), è che non basterebbe neanche più essere femministe, bensì femministe coraggiose.”
 
Marika Borrelli*
Pubblicato in: cultura, politica, scuola, sessismo, società

Dagli al ’68! La restaurazione dei bari


Riforma universitaria, accordi Fiat, esternazioni del Papa, dictat di Berlusconi: sembra arrivata la resa dei conti. L’obiettivo e’ cancellare le conquiste di quegli anni per tornare all’Italietta bigotta che censurava persino le gemelle Kessler.

Il mio primo ricordo ‘politico’ e’ molto netto. Era l’ora di Carosello del 22 novembre del 1963, quando l’unico canale televisivo italiano trasmise una notizia terribile: a Dallas, una allora lontanissima e misteriosa citta’ del Texas, era stato assassinato il presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Il Dumont di casa, un armamentario enorme come erano allora i televisori, rigorosamente in bianco e nero, fece ascoltare la voce dell’eccentrico e bravissimo corrispondente della Rai dagli Usa. “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando” si presento’ come sempre il giornalista, che subito dopo racconto’ dello sparo e delle ore di agoscia che l’intero popolo statunitense stava vivendo e cerco’ di spiegare cosa fosse successo a JFK. L’attentato era avvenuto alle 12.30, le 19.30 italiane, e non si capiva molto della dinamica dei fatti. Le immagini non c’erano e Antonello Marescalchi, Gianni Granzotto, lo stesso Orlando e qualche altro reporter dell’azienda pubblica dovevano commentare come potevano. Quella sera, bambino, fui mandato a letto tardi, perche’ i programmi erano stati sospesi ed andavano in onda le edizioni straordinarie del Telegionale, come si chiamava quel notiziario ‘assoluto’ e senza numero. Era cominciata la ‘battaglia d’America’.

Pochi anni dopo il rock, la guerra del Vietnam, la lotta contro la segregazione razziale e la voglia di cambiamento dei giovani eredi dei beatnik cominciarono ad agitare le acque oltre oceano e l’Europa, il Sudamerica ed il Giappone sentirono il clima di rivolta che arrivava dagli States.

La mia prima manifestazione fu quella del 4 ottobre del 1968, ed ancora una volta fu un avvenimento accaduto dall’altra parte dell’Atlantico a farmi partecipare. Nella notte a Citta’ del Messico, a piazza di Tlatelolco, le truppe del presidente Gustavo Diaz Ortaz avevano sparato contro gli studenti ‘contestatori’. Non si e’ mai saputo quanti ragazzi furono uccisi, certamente alcune centinaia.

In gan parte del pianeta i giovani che amavano “i Beatles ed i Rolling Stones’, la ‘Summer of love’ di San Francisco, le stoffe psichedeliche, il randagismo hippie e che avevano cominciato ad innamorarsi dell’idea di poter cambiare il mondo si stavano ‘svegliando’. Nel maggio di quell’anno la Francia era stata travolta dal vento incontrollabile della volonta’ di ‘nuovo’ e persino il potere del padre padrone della Repubblica, il generale Charles de Gaulle, era finito in briciole.

In tutt’Italia si decise di protestare per l’eccidio messicano, anche nel Sud profondo, a Bari dove vivevo e studiavo a quel tempo. Marciammo in poche decine per le vie del centro e decidemmo di organizzare uno sciopero nelle scuole medie superiori e all’universita’. Ero appena arrivato al ginnasio, per me tutto quel tumulto ideale ed emotivo era un mistero affascinante.

La mattina del 7 o dell’8, non ricordo bene, andammo a scuola, il liceo ‘Orazio Flacco’, per mettere in atto il nostro piano. Sulle scale trovammo i fascisti della ‘Giovane Italia’, l’organizzazione giovanile del Msi (il partito di Almirante, Fini, Gasparri, La Russa, Alemanno, ecc), che avevano messo una bandiera tricolore per terra e con modi spicci e violenti ci impedivano di parlare agli altri studenti, spingendo tutti nell’istituto come fossero pecore. Erano minacciosi e gridavano. Molti ragazzi ebbero paura ed entrarono. Io stesso inesperto e gracilino fui buttato con la forza dentro il portone. Nonostante fossi nell’edificio’ mi rifiutai di partecipare alle lezioni e subito finii dal preside, che con poche parole secche mi disse di non tollerare in nessun modo alcuna insubordinazione. Tantomeno scioperi o assemblee.

Fascisti e ‘autorita” erano dalla stessa parte, pensai. Non gli importava nulla dei miei sogni, del mio dolore per i coetanei messicani ammazzati, della mia voglia di discutere di cosa stava succedendo in Vietnam, della scuola che non mi piaceva per nulla, mi annoiava, mi imponeva di studiare cose che trovavo del tutto inutili e per altro insegnate in modo insopportabile.

Nel giro di qualche giorno la mia esistenza si trasformo’ radicalmente. Imparai cosa fosse il ‘black power’, scoprii l’esistenza di Berkeley e i nomi di Rudi Dutschke, Daniel Cohn-Bendit, Mario Capanna, Charles Wright Mills, lo Zengakuren, Herbert Marcuse, Angela Davis, Elridge Cleaver, Malcolm X, Adam Michnik, Joan Baez, Bob Dylan, Mao Tse Tung, Martin Luther King, Ho Chi Minh, il generale Giap e tanti altri mi diventarono familiari. E sapevo a memoria ‘We shall overcome’: “We shall overcome, some day. We shall live in peace, some day”, “Avremo ragione un giorno. Vivremo in pace un giorno”.

Ci riunivamo in una sezione del Pci, passando lunghi pomeriggi a parlare. Alcuni criticavano quel partito, l’Unione Sovietica, preferivano il corso cinese della ‘rivoluzione culturale’, altri studiavano l’unicita’ di Gramsci e Togliatti. Tutti sapevamo bene il valore dell’antifascismo, della democrazia, della liberta’. Sui muri le fotografie dei partigiani, dei fratelli Cervi, dei ragazzi con le magliette a striscie di Genova. Nessuno accettava il burocratismo di quei ‘comunisti’ vecchi, moralisti e non di rado bigotti ed erano pochissimi quelli che ascoltavano i funzionari di partito, il segretario della Federazione. Per noi erano eguali a tanti ‘impiegati del catasto’, sempre pronti ad accettare le decisioni del ‘capo’ di turno senza fiatare. Ma rispettavamo quella bandiera rossa, la storia che raccontava, le terribili sofferenze che i militanti ed i dirigenti del Partito comunista avevano patito durante il fascismo ed anche dopo la fine della guerra.

Cominciammo ad occupare le scuole, a chiedere una riforma, a proporre nuovi programmi di studio, ad avvicinarci agli operai che volevano diritti nelle fabbriche. E sulla nostra strada trovavamo i soliti neofascisti, spesso rozzi ed ignoranti, sempre piu’ armati di mazze e di catene (ed a volte di pistole e coltellacci), che arrivavano e ci picchiavano, quasi sempre ‘tollerati’ dalla polizia politica che fermava noi e lasciava andar via loro indisturbati.

Ho preso tante botte in quegli anni, senza dare mai neppure uno schiaffo. Telefonavano la notte terrorizzando i miei genitori, incendiavano la mia macchina, ci costringevano a camminare guardandoci alle spalle. A quel tempo due adolescenti che si baciavano per strada erano uno scandalo, parlare di sesso era impensabile, le donne al volante erano considerate una calamita’. Piano piano, durante le occupazioni, nei ‘controcorsi’,  nella confusione delle assemblee, la distanza ‘di classe’ che divideva i giovani degli istituti tecnici da noi del liceo classico, i piu’ poveri dai piu’ ricchi, svani. Nascevano amori spensierati e passioni travolgenti, il tarlo della ‘gelosia’ si stava dileguando, le donne erano finalmente rispettate, molte di loro erano leader del movimento in un Paese nel quale anche a sinistra le mogli era meglio farle rimanere a casa. Litigavamo furiosamente con famiglie disperate per i nostri capelli lunghi e per i vestiti strani. Cominciammo ad andare all’alba, prima di entrare in aula, davanti alle fabbriche quando cominciava il primo turno, per distribuire i volantini, conoscere gli operai, scoprire cosa fosse il mondo del lavoro.

In parecchi lasciarono presto il Pci per fondare altri partiti ormai scomparsi: Potere Operaio, Avenguardia operaia, Unione del comunisti marxisti-leninisti, Lotta Continua, Partito comunista marxista-leninista-maoista, Partito comunista d’Italia marxista-leninista. Altri ancora si trasformarono semplicemente in ‘Movimento studentesco’. La sinistra ‘extraparlamentare’ si ammalo’ rapidamente di ideologismo, invocava persino il nome del criminale Stalin, elaborava perverse forme di burocratismo che neppure in Unione sovietica erano capaci di immaginare. Ma le ragazze ed i ragazzi della ‘base’, quelli che venivano ai cortei, che non erano ‘l’avanguardia’, ma si sentivano semplicemente al centro di un mutamento immenso, per fortuna erano piu’ intelligenti e leggevano Sartre e Pavese, Hikmet e Baudelaire, Ginsberg e Kerouac. Ascoltavano musica e si preoccupavano moltissimo per le insistenti voci di dissidi tra i quattro di Liverpool, i Beatles. Nei cineforum che si moltiplicavano ovunque si subivano ‘La corazzata Potu«mkin’ della rivoluzione sovietica, i film di Tziga Vertov o ‘La fabbrica parla’, un polpettone terribile sulla Fiat. Ma tutti andavano a vedere ‘Il Laureato’, amavano la ‘Duetto’ Alfa Romeo ‘Osso di seppia’ rossa di Ben-Dustin Hoffman, ammiravano l’immoralita’ della signora Robinson-Anne Bancroft, applaudivano quando Elaine-Katharine Ross, fuggendo da un matrimonio ‘borghese’ si liberava dei suoi inseguitori grazie a Ben, che con un crocifisso chiudeva la porta della chiesa in faccia alla ‘famiglia’ della sposa. Stavamo scoprendo che il bau bau del ‘peccato’ con il quale ci avevano riempito la testa era una colossale panzana.

Agli ‘adulti’ quel ’68 faceva paura, perche’ apriva le menti e le coscienze. Uomini che piangevano e donne che guidavano cortei, coppie ‘aperte’ e ‘sesso’ senza ‘colpa’. Cose mai viste. Ci lasciarono costruire il nostro ‘esperimento’ per poco. Poi tutto comincio’ a finire il 12 dicembre del 1969, quando le bombe esplosero contemporaneamente alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, in un sottopassaggio vicino via Veneto, al museo del Risorgimento ed all’Altare della Patria a Roma. Era cominciata la ‘strategia della tensione’, assecondata dal bagaglio demagogico di quella che presto si sarebbe chiamata ‘Maggioranza silenziosa’. La Dc invento’ gli ‘opposti estremismi’, mettendo sullo stesso piano ragazzi forse un po’ confusi, ma pieni di speranze, e bande violente di estrema destra. E imbastivano trame i generali golpisti, alcuni politici abbarbicati al passato, i servizi segreti italiani e americani.

Rimestavano come potevano per bloccare il ‘pericolo comunista’. A sostenerli c’era la piccola e media borghesia, specialmente quella meneghina ed i bauscia, che temevano le conquiste operaie, la “piazza rossa”, i “capelloni” e gli “studenti contestatori”. Falangi di ‘benpensanti’ che invocavano barbieri e sfumature a spazzola e non sapevano neppure chi fosse Picasso.

I fascisti scatenati e gli ancora oggi misteriosi attentati travolsero rapidamente ‘la fantasia al potere’ ed il ‘fate l’amore e non la guerra’ di molti giovani ‘rivoluzionari’. La violenza prese il posto delle idee e degli ideali e l’assurda tesi dell’autodifesa inquino’ il ‘movimento’, facendolo cadere nel tranello. Intanto, i governi democristiani mettevano le mani sulla scuola pubblica non certo ascoltando le proposte degli studenti. La struttura rigida dell’istruzione nazionale pensata da Giovanni Gentile durante il fascismo e lasciata immutata per decenni fu modificata solo in parte. Si consenti l’accesso alle facolta’ universitarie per tutti e non solo per chi proveniva dai licei, si cambiarono le modalita’ con le quali erano organizzati gli esami, ma i programmi di studio rimasero gli stessi o quasi. Solo i libri di storia cambiarono, ma gli insegnanti no. L’idea di avere una didattica ‘intuitiva’ e ‘pragmatica’, laboratori e tecnologie furono argomenti neppure presi in considerazione. Nelle fabbriche si affermarono alcuni diritti, ma i sindacati si impegnarono subito nel ‘controllo della base’, per evitare qualunque slancio eccessivo verso il libertarismo.

Cosi per uno scherzo malvagio della storia il vento del cambiamento fu ‘catturato’ dai conservatori di destra e sinistra e trasformato in un’energia ‘nefasta’, che in nome della difesa della ‘tradizione’ consentiva alle oligarchie di ogni parte di sviluppare ulteriormente il proprio potere.

La bella speranza di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi italiani era diventata il mostro da sconfiggere, a tutti i costi. Quel sogno di un mondo di eguali, di persone libere e sincere, pacifiche e fantasiose, sensibili e senza pregiudizi, innamorate di un futuro senza guerre, prive dell’ ossessione per il denaro e decise a fermare gli oppressori doveva essere stroncato, senza fare progionieri. E cosi fu: una scia initerrotta di tentativi di colpi di stato, trame nere, omicidi, campagne di stampa e repressione nutri l’ignoranza politica di non pochi ‘gruppettari’ (i militanti dell’ultrasinistra) che scegliendo la stessa strada di violenza dell’avversario segnarono la fine dell’illusione.

Ma quella gente, i sicari di destra e quei presunti militanti di sinistra che impugnavano manici di badili nulla avevano a che fare con il ’68. L’underground ‘culturale’ di quel movimento era fatto di un’altra pasta: percepiva la necessita’ di affermare nuovi valori ed una nuova morale, immaginava un diverso sistema di sentimenti, un altro modo di intendere le relazioni personali, credeva nella pace e nella non violenza.

Gli effetti di quel ‘sentire sotterraneo’ ci sono stati e sono stati importantissimi. La ‘morale comune’ ed il ‘bigottismo provinciale’ dell’Italia democristiana e post fascista cessarono di essere egemoni, arrivarono in Italia il divorzio, l’aborto, un nuovo modo di intendere i diritti civili e politici, le donne non furono piu’ delle macchinette utili solo per generare figli e curare la casa.

E questo oggi si vuol distruggere definitivamente. Dopo trent’anni di televisione spazzatura, cinepanettoni, devastazione della scena culturale nazionale, affermazione di modelli superficiali e sottomessi adesso e’ il momento della ‘liquidazione’ finale. Non perche’ ce ne sia realmente bisogno, ma per un principio di rivalsa quasi psicotico, per la necessita’ di riaffermare l’aberrazione del potere per il potere, per restaurare ‘contro’. Eppure non c’e’ nulla da difendere, perche’ il Paese e’ distrutto dalla crisi e dalla lunga stagione devastante del craxismo e del berlusconismo.

Cosi da Ratzinger a Gelmini, da Berlusconi a Gasparri, Bonanni, Fassino, Sacconi, Brunetta, Ichino e chi piu’ ne ha ne metta il fronte dei grandi nemici del ’68 e’ all’opera.

Non c’e’ nulla che possa fermarli se non lo spirito di quel ‘fenomeno’ che si vuol distruggere: la fantasia al potere, il divieto di divieto, la speranza appassionata di poter costruire un mondo nuovo, pacifico ed egualitario.

Riuscira’ lo spirito del sessantotto a sopravvivere ed a salvare questo Paese come in quella stagione lontana lo cambio’? Uccidendo quegli anni si seppellira’ definitivamente e per decenni un’esperienza di progressismo senza precedenti, nella quale si contestava il ‘modello’, si criticava l’indispensabilita’ del ‘consumismo’, si negava la ‘morale’ imposta dal potere, ma che per se stesso quello stesso potere trasgrediva ogni minuto.

Il berlusconismo trionfante e la scomparsa della sinistra non offrono alcuna possibilita’ di uscire dalle sabbie mobili nelle quali stiamo affondando. Ricordare ed innovare e’ l’unica arma democratica per non celebrare il successo del ‘Grande Fratello’ e poi morire. Per la salvezza del Paese.

Roberto Barbera

(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)

Pubblicato in: CRONACA, politica, sessismo, società

L’aborto dal Vangelo secondo Formigoni


Quasi 33 anni fa in Italia veniva approvata la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, la legge n.194 del 22 maggio 1978. Non fu semplice giungere ad affermare il diritto di scelta della donna in stato di gravidanza. Ci furono referendum, raccolta di firme e manifestazioni. Mentre alcuni parlavano di omicidio, immoralità e offesa alle leggi naturali, altri affermavano con forza i principi di scelta, libertà e laicità dello Stato.

Ho sempre pensato che quella legge dovesse considerarsi come una grande conquista civile, indipendentemente dalle scelte personali di ognuno. Invece ancora una volta il presidente Formigoni mi ha sorpreso, ovviamente in negativo. Con una delibera del 22 gennaio 2008 la Regione Lombardia ha dettato nuove linee guida in materia di interruzione volontaria della gravidanza e oggi, 3 gennaio 2011, il Tar le ha dichiarate illegittime.

Eppure l’emerito Presidente non si scoraggia e parla di “deriva abortista nell’interpretazione delle leggi”, espressione che, del resto, rispecchia il rispetto tipico del Pdl nei confronti delle decisioni della magistratura.

Il Tar ha dichiarato illegittime le linee guida di Formigoni perché “sarebbe del tutto illogico permettere che una materia tanto sensibile possa essere disciplinata differentemente sul territorio nazionale, lasciando che siano le Regioni a individuare, ciascuna per il proprio territorio, le condizioni per l’accesso alle tecniche abortive”. Inoltre, il Tribunale amministrativo della Lombardia boccia il limite perentorio, che la delibera introduceva ex novo e fissava a 22 settimane e tre giorni, oltre al quale, anche in caso di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, non sarebbe stato possibile in Lombardia procedere all’interruzione volontaria di gravidanza; un’indicazione che contravveniva “alla chiara decisione del legislatore nazionale di non interferire in un giudizio volutamente riservato agli operatori” per “non imbrigliare in una disposizione legislativa parametri che possono variare a seconda delle condizioni sempre diverse”, e “soprattutto del livello raggiunto delle acquisizioni scientifiche e sperimentali in dato momento storico”.

Aldilà dell’impossibilità giuridica di modificare a livello regionale la l.194/1978, già affermata dalla sentenza predetta, mi preme soffermarmi sull’inopportunità politica e morale di compiere una tale operazione.

Innanzitutto, affermare che vi è una deriva abortista addirittura nell’interpretazione stessa delle leggi è una tecnica subdola di mistificazione della realtà. I giudici amministrativi hanno interpretato ed applicato la legge e affermazioni come quella di Formigoni cercano solo di destabilizzare, ancora una volta, l’indipendenza e l’autorevolezza dell’istituzione giudiziaria. Sarebbe preferibile che il Presidente della Regione Lombardia mostrasse maggior rispetto e considerazione nei confronti di una sentenza emessa in nome del popolo italiano.

Quello che, però, personalmente mi preoccupa di più è il fatto che anziché cercare di migliorare ed applicare correttamente la legge del 1978, si stia cercando di limitare la sua reale efficacia e, a volte, addirittura di eliminarla. La l.194, ripeto, è stata un’importante conquista delle donne e dell’intero popolo italiano e non può essere messa, dopo tutti questi anni, nuovamente in discussione per motivazioni elettorali e/o esigenze che derivano da Comunione e Liberazione e non da un’effettiva esigenza della società.

Politicamente ritengo sbagliato e scorretto arroccarsi il diritto di incidere su una scelta così delicata attraverso una normativa regionale, che non sia in armonia con quella nazionale. Anzi, ritengo che sia addirittura criminale pensare di poter costituire zone in cui sia più o meno facile ricorrere all’interruzione di gravidanza, creando così una sorta di federalismo incidente sulla libertà di scelta personale.

Ho parlato anche di un’inopportunità morale. Ebbene esiste una morale laica, che consiste proprio nel rispetto delle scelte altrui. L’aborto non è una via di fuga e per ogni donna rappresenta un momento di difficoltà. Caro Formigoni, non ti puoi ergere a paladino della vita del nascituro calpestando diritti conquistati dopo anni di lotte e impegno, né tantomeno umiliando le molte donne che con dolore e sofferenza decidono di ricorrere all’interruzione di gravidanza.

Ogni volta mi sembra di dover parlare dell’ovvio, di diritti e di rispetto e, ogni volta, purtroppo, politici come Formigoni mi ricordano che tutto questo deve essere continuamente affermato e ricordato, prima che proprio il popolo della libertà in accordo con una fazione cattolica minoritaria come CL ci tolgano la libertà e la dignità.

fonte :  http://www.gliitaliani.it/2011/01/laborto-dal-vangelo-secondo-formigoni/

Pubblicato in: berlusconeide, CRONACA, cultura, DOSSIER, MEDIA, politica, sessismo, società

Lo squallore maschilista del Berlusconismo


Berlusconi e le donne.

[Dagens Nyheter]

Per molti svedesi è impossibile capire come il premier italiano, con le sue gaffe e i suoi passi falsi, possa essere popolare in patria. Mercoledì esce “Berlusconi – l’italiano”, il libro in cui Kristina Kappelin ne cerca una spiegazione – e tra le altre cose la trova nella dittatura della bellezza.

Federica Rossi Gasparrini, presidente dell’organizzazione delle casalinghe italiane Federcasalinghe, mi ha raccontato una volta dello scarso rispetto di Silvio Berlusconi nei confronti delle donne in politica. L’organizzazione, che conta 850 mila membri, subì il corteggiamento di Forza Italia in occasione delle elezioni del 1994 e decise di dare il suo appoggio all’esordiente Berlusconi. “Berlusconi ha promesso di agire in quei settori che più ci stanno a cuore. Ci ha garantito che farà in modo che ogni donna possa scegliere liberamente se lavorare in casa o fuori”, disse la presidentessa in un’intervista del 1994 al Corriere della Sera. Federcasalinghe decise così di mettere i suoi 300 uffici in tutta Italia a disposizione di Forza Italia, contribuendo in modo significativo alla vittoria elettorale.

Federica Rossi Gasparrini diventò deputato parlamentare, e cercò quindi di far mantenere a Berlusconi le sue promesse alle casalinghe. Ad ogni incontro, Berlusconi non risparmiava battutacce. Inizialmente Federica sorrideva un po’ per essere educata, ma col tempo il suo ribrezzo cresceva, finché sentendosi ingannata chiese apertamente se al governo in realtà interessasse qualcosa delle casalinghe e delle loro richieste.
“Certo che ci interessano le casalinghe”, rispose Berlusconi ridendo.
“A patto che abbiano meno di 25 anni e portino la quarta”.

La mia opinione è che la questione che riguarda Berlusconi e il genere femminile sia centrale per comprendere tanto questo bizzarro politico, quanto la società italiana odierna e il modo in cui lui l’ha plasmata. Oggi si usa spesso la condizione delle donne come metro di valutazione della democrazia e dello sviluppo di una società. Da questo punto di vista, l’Italia fa decisamente una pessima figura.
Non è solo colpa di Berlusconi, d’altronde: il maschilismo ha radici profonde e numerosi estimatori in Italia. Questo non toglie che gli si possa rivolgere, a buon diritto, l’accusa di aver riproposto agli uomini italiani la concezione più retrograda della donna, elevandola a norma.

Trascurando il diritto delle donne al lavoro e a servizi sociali funzionanti, Berlusconi fa un grosso sgarbo all’Italia. Finché le donne verranno relegate al ruolo passivo di “delizia per gli occhi” o di lavoratrice gratuita del welfare basato sulla famiglia, una parte importante del potenziale intellettuale ed economico del paese rimarrà inutilizzata. Tenere le donne fuori dal mondo del lavoro frena il benessere, oltre ad essere un fattore che pesa fortemente sulla scarsa natalità. Malgrado l’insistenza di Berlusconi sul fatto che la crisi economica non sia in realtà così grave e malgrado le sue promesse di un futuro scintillante, la sensazione di insicurezza economica è grande e i giovani italiani hanno poca fiducia nel futuro.

Paradossalmente, i voti delle donne sono decisivi per i successi politici di Silvio Berlusconi, ma questo significa anche che le donne possono contribuire alla sua eventuale sconfitta. Un movimento femminile forte, intelligente e dinamico sarebbe probabilmente una delle poche forze nella società davvero in grado di far vacillare Berlusconi. La liberazione delle donne è un terreno totalmente sconosciuto al premier italiano.
L’Italia è uno dei paesi europei con la più bassa rappresentanza femminile in parlamento. Sono donne solo il 21% circa dei membri della camera dei deputati ed il 18% al senato, di fronte a una media del 23% nell’UE e al 45% in Svezia. L’opposizione è più sensibile alle questioni delle pari opportunità rispetto ai partiti di governo e ha più donne tra i suoi deputati. Tuttavia, quando conta davvero, la rappresentanza e le richieste delle donne vengono messe facilmente da parte.

La scarsa presenza femminile nei palazzi del potere è ovviamente una delle ragioni per cui l’Italia non ha mai sviluppato una politica per la famiglia degna di questo nome. L’Italia spende l’1,4% del PIL per bambini, anziani e altri servizi in favore della famiglia, contro il 3% della Svezia. Gli uomini politici italiani, enormemente privilegiati, non si sono mai posti problemi in proposito, dato che non hanno mai dovuto affrontarli personalmente. A casa loro, quelli erano e sono affari delle donne.

Essere madre e lavoratrice è perciò ancora oggi problematico. Delle donne italiane in età lavorativa, solo il 46% aveva un impiego nel 2008, contro una media UE del 53%. Secondo la strategia decisa dai paesi dell’UE a Lisbona nel 2000, il 60% delle donne dovrà avere un lavoro fuori di casa a partire dal 2010. Quest’obiettivo è già stato raggiunto nell’Italia del nord, ma nel complesso il paese dista anni luce dalle peraltro timide ambizioni dell’UE.

Negli anni ’70, le donne italiane combattevano una dura battaglia per ottenere libertà e diritti fondamentali. La forte ondata femminista che attraversò l’antiquata società italiana non produsse tuttavia effetti positivi duraturi. Le donne più anziane non erano pronte per i cambiamenti e di fronte ad un futuro incerto preferirono tenersi quello che avevano. Le più giovani erano in molti casi così ansiose di rompere con i vecchi schemi che finivano col danneggiare i propri figli. I trentenni italiani non hanno perciò una concezione particolarmente positiva del femminismo.

Gli anni ’70 sono stati una decade drammatica sotto tutti gli aspetti. La crisi petrolifera colpì duramente l’Italia, che non possiede praticamente nessuna fonte di energia. La temperatura del mercato del lavoro cresceva a causa dell’aumento della disoccupazione e delle difficoltà economiche. Il partito comunista diventava sempre più forte, spaventando sia gli elettori di destra che gli alleati stranieri. Le tensioni ideologiche portarono così al terrorismo: estremisti di sinistra e di destra seminavano paura e terrore con attentati esplosivi e attacchi sanguinosi contro i nemici della rivoluzione o quelli dell’ordine sociale reazionario. Nel 1978 le Brigate Rosse riuscirono a sequestrare ed uccidere il democristiano Aldo Moro, già primo ministro.

Nello stesso anno, Berlusconi apriva i battenti del piccolo canale via cavo Telemilano58 nel centro residenziale Milano Due. Telemilano venne presto ribattezzata Canale 5 e sarebbe poi diventata il fulcro dell’impero televisivo di “Sua Emittenza”. L’offerta di programmi si incentrava completamente sull’intrattenimento. La violenza politica e la crisi economica degli anni ’70 rimanevano sullo sfondo come un’ombra sinistra e spaventosa: Berlusconi capì che la maggioranza degli italiani volevano pensare ad altro.

Fu in quel momento che la donna passò dal ruolo di partecipante attiva al dibattito sociale a quello di decorazione passiva della crescente programmazione televisiva. Gli ideatori di programmi televisivi di Berlusconi inventarono “la velina”, un tipo di donna che, sulla questione delle pari opportunità, personifica quel gigantesco arretramento caratteristico della società italiana degli ultimi anni. Una velina è una ragazza bella usata come decorazione vivente in ogni tipo di programma. Se è solo carina, come le libellule, muore dopo una stagione. Ma una velina intelligente, ambiziosa e con personalità ha buone possibilità di fare carriera.

Mamme e figlie fanno la fila fuori dagli studi Mediaset quando si cercano nuove veline per i programmi. È uno spettacolo che per certi versi fa pensare a Cappuccetto Rosso e al Lupo, cosa di cui probabilmente tutte le parti in causa sono coscienti. Il fatto è che le speranze delle ragazze e delle madri rispondono ad un bisogno reale: per le giovani donne italiane, le possibilità di realizzarsi nella società italiana sono scarse. Se si ha la fortuna di essere carine e di avere le curve al posto giusto, sarebbe un vero peccato buttare via l’occasione di fare carriera in tivù.

Se la mamma è la Madonna, la velina è la puttana moderna. Tutto molto semplificato, certo, ma questa è ancora la suddivisione fondamentale del genere femminile in Italia. Tutto ciò che vi è in mezzo rimane senza nome. Una donna che lavora non si può catalogare.

Il maschilismo ha radici profonde in Italia e Berlusconi è solo uno dei tanti specialisti del tema. Il partner di governo Umberto Bossi era solito dire che il suo partito Lega Nord “ce l’ha duro”. Anche il metodo berlusconiano di candidare donne giovani, belle e politicamente inesperte alle elezioni parlamentari, europee e locali non è una novità. Molti ricorderanno senz’altro quando la pornostar Cicciolina fece il suo ingresso in parlamento e come convinse caterve di nuovi elettori a votare il piccolo e anticlericale Partito Radicale negli anni ’80. Allora come oggi, le donne e i loro corpi venivano usati per arraffare più voti. Anche l’artista transessuale Vladimir Luxuria, solo pochi anni fa, aumentò l’interesse e l’attenzione intorno al partito Rifondazione Comunista. Gli italiani hanno già visto questo sfruttamento politico, anche se prima si trattava di casi isolati, non di una strategia.

Nel contesto italiano, la concezione della donna di Berlusconi e le sue idee sulle donne in politica non sono perciò così inaudite come lo sarebbero state da noi. Ciò che accresce la sua responsabilità rispetto ai suoi predecessori è il fatto che lui disponga di un potere infinitamente maggiore. Quelle che prima erano astute provocazioni sono diventate un sistema con Berlusconi, che in pratica ha istituzionalizzato il maschilismo italiano soffiando continuamente sul fuoco e rinchiudendo le donne in ciò che la scrittrice Caterina Soffici chiama “dittatura della bellezza”.

Berlusconi è insomma riuscito a trasferire alla politica quelle concezioni femminili retrograde che propone nelle sue televisioni. Promuovendo donne giovani e belle ma politicamente inesperte a importanti ruoli istituzionali nel governo e in parlamento, ha da una parte abbassato il livello della classe politica e dall’altra rafforzato i pregiudizi sull’incapacità delle donne in politica. Per Berlusconi sono utili, perché questo tipo di alleati non crea mai ostacoli, non vota mai contro il governo, è sempre fedele. Ma per la democrazia rappresentativa e per le donne sono una minaccia decisamente maggiore di quanto possa sembrare a prima vista.

”Vorrei appellarmi a tutte le donne italiane: non votate per Silvio Berlusconi, perché ci vede solo in posizione orizzontale, mai quando stiamo in piedi… Un voto per Silvio Berlusconi è il voto più inutile che una donna possa dare”, disse il candidato premier del partito di estrema destra La Destra, Daniela Santanchè, in occasione delle elezioni del 2008. Sembrava un messaggio veramente sentito. Due anni dopo, Berlusconi le ha offerto un posto da sottosegretario. Da allora non si è più espressa in proposito.

Eppure le donne giocano un ruolo importante per i successi politici di Berlusconi, il cui partito Forza Italia, oggi chiamato Popolo della Libertà, ha esercitato sin dall’inizio una forte attrazione sulle donne. Nel 2001, ad esempio, uno studio mostrò che il 44,8% delle casalinghe italiane votava per Berlusconi e che c’era una relazione tra la loro scelta e quanto guardavano la tivù. Rete 4, un canale diretto principalmente ad un pubblico femminile, svolge una propaganda senza mezzi termini per Silvio Berlusconi. In occasione delle europee 2009, il 42,6% delle donne intervistate e il 37,2% degli uomini hanno dichiarato che avrebbero votato per il Popolo della Libertà.

Berlusconi punta anche consapevolmente sulle donne nelle sue campagne elettorali. Quando rilascia un’intervista importante, non di rado viene pubblicata su Chi, l’equivalente italiano del Svensk Damtidning (settimanale che si occupa soprattutto della famiglia reale svedese, n.d.t.), pubblicato dalla casa editrice di Berlusconi, la Mondadori. Alle ultime elezioni, il leader del Popolo della Libertà è apparso anche in programmi mattutini, visti principalmente da donne. Ha invece evitato i talk-show di politica e si è rifiutato di affrontare il suo avversario in un duello televisivo. È nel dialogo rilassato, intimo, “apolitico” con i telespettatori che Silvio Berlusconi raccoglie molti voti femminili. Paradossalmente, queste apparizioni danno l’impressione che Berlusconi veda e ascolti le elettrici, che si interessi proprio di quelle che l’opposizione non degna nemmeno di uno sguardo.

La strategia non funziona solo con le pensionate e le casalinghe con una scolarizzazione bassa: tra i sostenitori più accaniti di Berlusconi ci sono anche donne giovani ed istruite, che spesso hanno ricevuto un’educazione borghese e tradizionale. Credono nei vecchi ruoli di genere, che danno loro sicurezza. Quando si chiede a queste donne come vivono le gaffe sessiste di Berlusconi, la risposta che si riceve è che il premier è solo “galante”, cioè gentile e cortese con l’altro sesso. I suoi scherzi e i suoi complimenti sono un modo di mostrare rispetto ed affetto. “Che cosa c’è di male?” ripetono guardandomi con divertito disprezzo, essendo io una svedese e quindi una sospetta scribacchina sinistroide.

Con Berlusconi, i confini tra la politica e la messa in scena sono diventati sempre più imprecisi. Da quando lui è entrato in politica è sempre più normale che i partiti, non solo il Popolo della Libertà, candidino personaggi della tivù alle elezioni. Il ragionamento celato dietro è ovviamente che un viso noto e benvoluto attira voti indipendentemente dal programma del personaggio in questione o dalla sua esperienza politica. Per quanto riguarda il Popolo della Libertà, tra le prerogative si potrebbe aggiungere anche la bellezza, almeno se si tratta di donne.

Il settore dell’intrattenimento è uno dei pochi in cui uomini e donne sono relativamente parificati. In un paese come l’Italia, molti ritengono perciò che la trasformazione della politica sia un cambiamento positivo, che apre porte alle donne anziché chiuderle. Un tempo la politica era un’attività dura ed intellettuale, praticata da uomini in fumose sezioni di partito. Adesso è invece una specie di scena in cui uomini e donne magistralmente diretti e finemente vestiti recitano la loro parte, declamando battute imparate a memoria. Non c’è bisogno di passare anni distribuendo volantini in piazze ventose o esaminando a fondo ragionamenti astratti. L’unica cosa di cui c’è bisogno sono persone ottimiste ed energiche. Le giovani donne alle quali vengono proposte candidature nel Popolo della Libertà passano per brevissimi corsi di preparazione alla carriera politica, dopodiché le si considera pronte per cominciare a lavorare.

Non c’è bisogno di essere degli esperti per capire che un tale modo di selezionare i rappresentanti di un popolo impoverisce e peggiora la qualità del parlamento. Ma caldeggiando certe candidate Berlusconi si può difendere dall’accusa di non dare alcuna opportunità alle donne in politica. Va da sé che le “ragazze di Berlusconi”, pur non facendo nulla per risolvere la questione delle pari opportunità, ne aumentino però l’illusione.

È un sistema astuto e funziona: molte donne vedono Silvio Berlusconi come un innovatore e un politico che dà spazio alle donne nel suo partito. Ma l’interesse di Berlusconi in donne che fanno politica sembra fermarsi al loro ruolo di delizia per gli occhi.

La legge elettorale introdotta nel 2005 dalla coalizione di destra di allora non ha solo reso più difficile all’opposizione vincere le elezioni imminenti, cosa che era l’obiettivo della legge stessa, ma ha anche peggiorato sensibilmente la situazione delle donne, dato che ha tolto all’elettore la possibilità di scegliere direttamente il candidato indicando un nome. Chi finisce sulle liste elettorali e in che ordine viene deciso oggi dagli onnipotenti uomini leader di partito. Su dieci posti eleggibili, nove sono occupati da uomini. Le donne vengono piazzate così in basso che hanno già perso ancora prima che si tengano le elezioni.

In concomitanza con la nuova legge elettorale, il ministro delle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo proponeva che almeno il 25% dei candidati sulle liste fossero donne. Se un partito non avesse riservato tale quota alle donne, avrebbe rischiato di subire una detrazione del 10% dei finanziamenti. Nemmeno una riforma così scialba è riuscita a passare: i partiti di governo hanno votato contro il proprio ministro che, come da copione, ha cominciato a piangere.

A volte però una donna viene promossa, almeno quando c’è la raccomandazione di un potente leader. Capita sia a destra che a sinistra. Alle elezioni del 2009 per il parlamento europeo, è improvvisamente spuntato fuori un intero plotone di donne giovani e belle che si candidavano per Il Popolo della Libertà. Berlusconi diceva di voler dare al partito un look fresco e rinnovato.

In brevissimo tempo la stampa scoprì che diverse candidate erano state veline o starlet della tivù. Secondo quanto riferito dai media, una delle papabili parlamentari europee era una rossa mozzafiato, il cui merito principale sembrava essere quello di aver partecipato a un’edizione del Grande Fratello. Un’altra era stata annunciatrice alla RAI e aveva avuto qualche particina in diverse serie televisive. Berlusconi smentiva quelle voci, ma era evidente che le candidature avevano infastidito i politici di professione, sia uomini che donne, che avevano sperato di poter partecipare alle elezioni europee. Le indiscrezioni intanto continuavano, finché improvvisamente, attraverso l’agenzia di stampa ANSA, alle redazioni dei giornali giunse un’energica risposta.

L’Italia è il paese dei paradossi: chi stigmatizzava questa falsa forma di rinnovamento politico definendola “ciarpame senza pudore” era nientemeno che Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi.

”Che ci siano belle donne nella politica non è un merito né un demerito… Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere, che offende la credibilità di tutte le donne… Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere”.

Veronica Lario ha anche voluto chiarire che lei e suoi figli non sono complici di questa situazione, anzi se ne considerano piuttosto vittime.

Il giorno dopo, alle liste elettorali era stata data una pulitina, ma ovviamente non si potevano sacrificare tutte le pin-up, altrimenti poteva sembrare che si riconoscesse la fondatezza delle critiche. È rimasta, ad esempio, l’annunciatrice sexy Barbara Matera, che adesso dà lustro all’assemblea plenaria di Bruxelles e Strasburgo a spese dei contribuenti italiani. Stando a quanto si afferma sui quotidiani italiani, è “bravissima”, si veste pudicamente con begli abiti ed eleganti camicette, è molto colta ed ha una presenza superiore al 90%. In questo modo si ritiene che ogni dubbio sull’opportunità di eleggere Barbara Matera al parlamento europeo debba svanire.

Anche le donne ministro del governo sembrano essere scelte secondo criteri estetici. Assegnare a Mara Carfagna il posto di ministro per le Pari Opportunità è una chiara indicazione della scarsa importanza data a questo ministero da parte di Berlusconi e del suo governo.

Com’era prevedibile, anche Mara Carfagna viene dalla tivù, dove in abiti succinti faceva l’assistente di un presentatore. Si è anche fatta notare in un calendario, e Berlusconi ha affermato in diverse occasioni di avere un debole per lei.

Ciò che invece non sopporta sono le donne autorevoli e senza peli sulla lingua. Lo scambio di opinioni nel 2009 tra Berlusconi e Rosy Bindi, presidente del maggior partito di opposizione (PD), ne è un ottimo esempio, che oltretutto ha avuto un’eco enorme sia in Italia che all’estero. Rosy Bindi partecipava al talk-show “Porta a porta” dopo che la corte costituzionale aveva rigettato il tentativo del governo di introdurre una legge di immunità per alcune cariche dello stato, tra cui quella di presidente del consiglio. Berlusconi sferrava attacchi al vetriolo in tutte le direzioni, e la Bindi lo criticava accusandolo di non rispettare le istituzioni democratiche.

Berlusconi, in collegamente telefonico, interruppe la parlamentare dicendo: “Sento parlare la signora Bindi, come al solito è più bella che intelligente”. Il conduttore, Bruno Vespa, faticava a dissimulare un ghigno malizioso (Rosy Bindi è considerata brutta). Il solo fatto di chiamarla “signora” era del resto già un insulto, dato che per i parlamentari italiani viene normalmente usato il termine “onorevole” e i titoli in Italia sono molto importanti.

Pochi secondi dopo, una volta mandato giù l’affronto subito, Rosy Bindi disse: “Signor presidente del consiglio, io non sono una donna a sua disposizione”. La traduzione può sembrare criptica, ma il fatto è che l’affermazione arrivava solo alcuni mesi dopo le rivelazioni sulle feste con prostitute nella residenza del premier. Rosy Bindi intendeva puntualizzare che Berlusconi non poteva arrogarsi il diritto di giudicarla per il semplice fatto che lei è una donna. La Bindi ha insomma preso le distanze dalla concezione di Berlusconi che pensa di poter trattare l’Italia, gli italiani ed il parlamento come fossero di sua proprietà.

La reazione portò ad un’ondata di solidarietà per Rosy Bindi: per la prima volta dopo tanto tempo, le donne italiane sembravano reagire contro il maschilismo in politica. Persino il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, disse che il commento del premier era stato inopportuno, lamentando però che non veniva mostrata la stessa solidarietà alle donne di destra quando si trovavano in situazioni simili. Dal ministro per le Pari opportunità non sono invece pervenuti commenti. La Bindi ha poi precisato di non essere mai stata femminista, ma che adesso era arrivato il momento di sollevare la questione della parità tra i sessi. Il corpo della donna, ha detto, viene usato come strumento del potere. “Forse è sempre stato così. La differenza è che mentre prima cercavano di nasconderlo, adesso se ne vantano.”

Sei mesi prima, Silvio Berlusconi era stato coinvolto in affari estremamente imbarazzanti. Il primo riguardava una sconosciuta ragazzina diciottenne di Napoli, Noemi Letizia: un giorno di aprile, i giornali scrissero che Berlusconi era apparso come ospite a sorpresa alla sua festa di compleanno. La ragazza aveva ricevuto una collana d’oro con una cascata di brillanti da parte del presidente del consiglio. Nella sua prima intervista, la giovane protagonista del dramma mostrava una sincerità disarmante.

“Io lo chiamo papi, per me è come se fosse un secondo padre…Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che lui desidera da me. Poi, cantiamo assieme… Papi fa tanto per il popolo. È il politico numero uno. Non dorme mai. Io non riuscirei a fare la sua stessa vita. Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca per dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male.”

Alla domanda se pensasse di presentarsi alle imminenti elezioni regionali, rispose: No, preferisco candidarmi alla Camera. Ci penserà Papi Silvio…”

Berlusconi negò tutto e disse di conoscere da tanto tempo il padre della ragazza, di qui la relazione. Le rivelazioni su Noemi convinsero però definitivamente la moglie di Berlusconi a chiedere il divorzio. “Non posso vivere con un uomo che frequenta minorenni… Mio marito è malato e ha bisogno di aiuto.”

Poco tempo dopo lo scandalo di Noemi sono arrivate altre rivelazioni, che hanno offerto un’immagine piuttosto sordida della vita privata del presidente del consiglio. Si è venuto a sapere che Berlusconi dava feste stile harem nella sua residenza privata di Roma, a Palazzo Grazioli. Le ospiti le portava un giovane imprenditore che Berlusconi aveva conosciuto in Sardegna. Diverse di loro erano prostitute e una di loro ha poi raccontato pubblicamente le sue esperienze sessuali con Berlusconi, addirittura registrando parti delle loro conversazioni a letto. Due donne si sono fotografate in un bagno di Palazzo Grazioli, un ricordo con cui avrebbero potuto dimostrare ad altri di essere veramente state lì. Le immagini hanno portato ad una satira dal nome “Lost in WC” all’interno di un programma umoristico sul canale di sinistra RAI 3.

I resoconti delle invitate alle feste descrivono un uomo egocentrico e solo. A volte c’erano anche altri uomini, altre volte le donne erano sole con Berlusconi. I festeggiamenti cominciavano con le ospiti obbligate a guardare interminabili film in cui Berlusconi appariva in compagnia dei leader più potenti del mondo, dopodiché si cantava in coro, tra gli altri classici l’inno del Popolo della Libertà, “Meno male che Silvio c’è”. Si ballava e si ascoltavano i lunghissimi monologhi di Berlusconi. Una donna ha raccontato anche di giochi sessuali. Come ringraziamento per la loro presenza, le ospiti ricevevano dal premier gioielli, quasi sempre farfalle di forme e colori diversi. Al momento non ci sono prove del fatto che Berlusconi pagasse le donne per sesso: era l’imprenditore amico loro ad occuparsi dei soldi.

La tempesta sessuale è andata avanti per diversi mesi, in primavera ed estate, ma come al solito la bomba non è scoppiata. Ha crepitato un po’, ma poi alla fine ha emesso solo un misero fruscio.

Una serie di scandali che in molti paesi avrebbe portato alle immediate dimissioni del politico in questione è velocemente affondata nella coscienza degli italiani come l’acqua nel fondo di caffè. Stesso discorso per la questione Bindi: l’infervorato sentimento di indignazione si è placato e tutto è tornato alla normalità.

Per qualche strana ragione, l’ovvia domanda non ha ancora ottenuto una risposta convincente. Perché le italiane non reagiscono contro questa umiliazione istituzionalizzata, contro questa anacronistica oppressione? D’altronde il discorso vale anche per gli uomini: un uomo moderno dovrebbe sentirsi offeso tanto quanto una donna da un presidente del consiglio che si comporta come Berlusconi.

Ma dopo sedici anni di controversie, abusi di potere, scandali e di una sempre più evidente mescolanza tra la vita privata e quella pubblica di Silvio Berlusconi, gli italiani hanno smesso di indignarsi. Leggi fatte per salvare il premier dai suoi guai con la giustizia, amiconi e amichette di Berlusconi promossi a deputato e ministro, persino le relazioni internazionali del paese sono basate principalmente sui legami di amicizia personali di Berlusconi.

Tutto ciò era nuovo, ma col tempo è diventato vecchio e radicato. Ciò che dieci anni fa faceva indignare è oggi pane quotidiano. Gli scandali esplodono e si placano, il resto lo fa un’informazione fuorviante e la propaganda. Si è fatta strada una specie di rassegnata stanchezza. Un’alzata di spalle e avanti con la propria vita. Crescono il cinismo e il disprezzo per i politici. Niente sorprende più, e reagire non serve a niente.

Berlusconi parla di rinnovamento e riforme, ma la sensazione che in Italia non si possa cambiare niente è più forte che mai. Le disparità sono così profonde che i diversi gruppi sociali non riescono a instaurare un dialogo costruttivo. Due di questi gruppi sono gli uomini e le donne.

Quando avverrà un cambiamento? I politici dell’opposizione non perdono quasi mai l’occasione di commentare le affermazioni machiste di Berlusconi esprimendo la propria preoccupazione per questo maschilismo galoppante. Ma, ad essere onesti, si tratta quasi sempre di prese di distanza e niente più. Oggi in Italia non esiste un movimento femminile degno di questo nome, ma solo un gruppo di femministe di mezz’età piuttosto stanche, che pensano di aver fatto la loro parte. Qualche tempo fa, intervistando la scrittrice e femminista Lidia Ravera, le ho fatto la dolorosa domanda: “Perché le donne non reagiscono?”

“Per noi vecchie è troppo tardi, abbiamo già dato. E le giovani – ha aggiunto – non si rendono conto delle battaglie che sono state necessarie per arrivare dove ci troviamo oggi”.

[Articolo originale “Berlusconi och kvinnorna” di Kristina Kappelin

Pubblicato in: CRONACA, sessismo, società

Il lavoro in famiglia pesa tutto sulle donne


Le cifre dell’Istituto alla Conferenza nazionale della famiglia: il 76,2% del carico riguarda la componente femminile, ovvero tre casi su quattro. Tra uomo e donna “continua una forte disuguaglianza”. Stessa situazione in tutto il paese, peggio al Sud.

Il lavoro famigliare nelle coppie è ancora a carico delle donne. E’ quanto si apprende oggi (10 novembre) dai dai Istat 2008-2009, diffusi alla Conferenza nazionale della famiglia. Il 76,2% del lavoro famigliare, ovvero tre casi su quattro, pesa tutto sulla componente femminile.

Le cifre sono leggermente più basse di quelle registrato nel 2002-2003, quando il dato era pari al 77,6%. Secondo l’Istituto “persiste dunque una forte disuguaglianza di genere nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner. L’asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi”. Al contrario, gli indici maggiori si registrano nel Mezzogiorno.

L’Istat si sofferma sulle differenze territoriali. “Sono più marcate – scrive – nelle coppie in cui lei non lavora. L’indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%)”.

Rispetto alla rilevazione di sei anni fa, l’asimmetria rimane stabile nelle coppie in cui la donna non lavora (83,2%). Scende invece del 2% nelle coppie con donna occupata, passando dal 73,4% del 2002-2003 al 71,4% del 2008-2009. La diminuzione riguarda sostanzialmente le coppie con figli: in presenza di due o più figli l’indice passa dal 75% al 72,2%.

fonte :  http://www.rassegna.it/articoli/2010/11/10/68475/il-lavoro-in-famiglia-pesa-tutto-sulle-donne

Pubblicato in: CRONACA, LAVORO, sessismo

Vita da Call Center


Sembra la sceneggiatura di Tutta la vita davanti, commedia agrodolce di Virzì sulla vita impossibile dei giovani sfruttati nei call center. Ma i sei mesi di umiliazioni subiti da Rebecca Sagheddu, se dovessero essere accertati i fatti denunciati dalla ragazza, raccontano una storia esemplare delle sofferenze verissime di una lavoratrice italiana. Tra assurdi rifiuti alla richiesta di andare in bagno, pretese di orari prolungati senza alcuno straordinario riconosciuto e continue minacce di licenziamento nel caso in cui non riuscisse a raggiungere i risultati stabiliti, l’impiego presso un call center di Quartu, in provincia di Cagliari, si è trasformato in un incubo.

Al termine di sei mesi logoranti per il corpo e per il morale, tra giugno e dicembre 2008, Rebecca è stata licenziata. E ha deciso di non accettare l’ennesimo sopruso, presentando una denuncia che ha portato al rinvio a giudizio dei due titolari del call center Alphacom: dal 17 marzo Francesca Ciancilla e Simone Sanna dovranno rispondere in tribunale all’accusa di estorsione.

Secondo la querela presentata dalla Sagheddu i quindici lavoratori dell’Alphacom avevano il compito di chiamare le case di mezza Sardegna per  chiudere un determinato numero di contratti telefonici. Ma da quando l’azienda ha perso un’importante commessa la situazione era degenerata: tra insulti e maltrattamenti, Rebecca ha dovuto affrontare turni di lavoro straordinari senza alcuna retribuzione extra, venendo minacciata di perdere il lavoro e arrivando persino all’umiliazione di vedersi negati cinque minuti di pausa o il permesso di andare al bagno.

Tesi smentita dai difensori di Sanna e Ciancilla, secondo cui nessun altro lavoratore dell’azienda si è mai lamentato degli orari, né ha mai parlato di minacce e privazioni. E sottolineando che il rischio di licenziamento è intrinseco in questo tipo di accordi di lavoro: “nei contratti a progetto c’è un obiettivo minimo da raggiungere: in caso contrario, la stessa legge prevede il licenziamento”.

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/luiss-sfruttata-minacciata-poi-licenziata-634408/

Pubblicato in: berlusconeide, CRONACA, sessismo

Corpi da materasso e stereotipi di ritorno


«In nome della moralità corrente si dice che è dovere delle donne vivere per gli altri […] è nella sua natura, intendendo con questo che ella debba abnegare se stessa […] le donne vengono allevate fin dai loro primi anni nella convinzione che il loro ideale di personalità sia esattamente l’opposto di quello degli uomini: non la volontà autonoma e l’autodisciplina, bensì la sottomissione». (John Stuart Mill e Harriet Taylor, La servitù delle donne, 1869)

Era l’800 e parlare di emancipazione delle donne era rompere un tabù, denunciare la loro sottomissione un’eresia. Da allora molta strada le donne hanno fatto nella consapevolezza di sé. Il nesso imprescindibile tra il diritto umano all’emancipazione e la natura stessa della democrazia sembrava essere un punto di ritorno. Nel privato e nel pubblico, le donne uscivano dal gineceo e conquistavano l’agorà.

Oggi chi detiene il potere sull’agorà sempre più la trasforma nel proprio harem-gineceo, dove le favorite consenzienti sono fagocitate negli stereotipi di genere al servizio del maschio. Dove l’immagine della donna è la proiezione di un immaginario maschile che alligna nel dualismo archetipo: o madre o prostituta. O Madonna o Eva. O Santa o Strega. Modelli speculari di servizio, del vivere per l’altro: il maschio.

Zampettante tra un detersivo, un ammorbidente, una cotoletta… o alla cura ossessiva del proprio corpo. Sempre serva nel rito dell’oblazione, dell’offerta del bucato o del cibo o del proprio corpo. Serviente: in cucina o nell’alcova.

Il sociologo Marc Lazar ha scritto in un suo recente saggio, L’Italia sul filo del rasoio, la democrazia nel paese di Berlusconi, che da noi si vive un singolare apparente paradosso, perché «il cambiamento in Italia genera una modernità tradizionale». Ovvero lo sviluppo che si crede ci sia è drammaticamente il vecchio che ritorna.

Il padrone, il feudatario, il sultano che abbacina con la ricchezza e che dà l’illusione di poterne essere almeno comparse tentando la scalata al grande fratello. Non era questo che voleva la Sabrina Misseri, accusata di complicità nell’omicidio di Sarah Scazzi? Non è quello a cui aspirano le tanti Ruby che si offrono, o vengono istigate ad offrirsi a un protettore, meglio se magnate televisivo?

Ruby, ragazza povera, anzi poverissima, che lo sbrilluccichio mediatico abbacina e che alla ricerca del successo fa della sua vita la virtualità che sognava. In vendita come un cioccolatino o come un scatola di pelati, come un assorbente o un bagno schiuma… Corpo da materasso pronto per gli utilizzatori reali sul palcoscenico virtuale in cui la rete dei marpioni ruffiani la offrono al ragno osceno e stagionato che cerca sangue, sangue fresco della favorita consenziente, che la sottomissione scambia per libertà.

Maria Mantello

fonte : http://temi.repubblica.it/micromega-online/corpi-da-materasso-e-stereotipi-di-ritorno/