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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

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Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/

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L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

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Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

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LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA


di Davide Reinafermata-diseguaglianza

Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

 

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/06/la_diseguaglianza_italiana.html#anchor

 

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23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

http://www.milanox.eu/

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Ordine Fornero: al lavoro fino alla morte


fornero-piange-sDi Rita Pani

Signora Fornero, la prego mi aiuti: ho due figlie, la maggiore per fortuna ha già espatriato, ma ancora non riesco a convincere la piccola a lasciare questa landa desolata governata da voi. Pensavo, che se lei potesse emanare ancora qualche editto, forse la mia bambina potrebbe finalmente convincersi che persino in Burkina Faso, potrebbe avere un futuro migliore che qui.
Ho appena letto – una riga sì e una no, che leggere tutto sarebbe stato uno spreco – la sua ennesima riforma del sistema pensionistico, e ho capito – come se ci fosse bisogno di ulteriori evidenze – che lei proprio non ha idea di cosa sia il lavoro. Ho anche dedotto, o meglio fortificato la mia convinzione – che voi vogliate continuare a sanguisugare il lavoratore, con la speranza che egli crepi prima di poter riavere, anche in minima parte il maltolto.

Se non fosse una tragedia, le giuro che lei sarebbe davvero esilarante, e con lei tutto quel manipolo di scaltri affaristi al soldo del capitalismo, che siedono abusivamente al governo di questo ormai ridicolo paese.
Lavorare fino a 70 anni, ma volendo arrivare anche a 75. Perché no?
Vede signora, lavorare non significa alzarsi la mattina con comodo, farsi venire a prendere dalla macchina comoda che non rispetta il traffico e i semafori, andare a chiudersi in una stanza fresca d’estate e calda d’inverno, posando il santo culetto santo su una poltrona in pelle umana, delegando ogni cosa da fare a uno schiavo sottoposto, magari uno stagista pagato a un euro l’ora, quando è fortunato, o pagato nulla quando è ricattato. Lavorare è fatica. Il lavoro logora le membra, il cervello, le mani. Lavorare fa ammalare, spesso non dà abbastanza nemmeno per mangiare, o per aiutare i figli a crearsi quel futuro che comunque, con una legge idiota come quella da lei partorita, gli verrebbe negato.

Immagini un maestro elementare, a 70 anni circondato da una miriade di ragazzini chiassosi, esperti di Internet appena smesso il biberon, veloci di mente e curiosi. Immagini un Carabiniere in pattuglia che vede il ladro scappare per una campagna impercorribile col veloce mezzo (magari a corto di benzina) che sceso dalla macchina, si lancia all’inseguimento. Immagini l’operaio alla catena di montaggio – già è vero, quelli ormai son quasi estinti: obiettivo raggiunto! – Immagini l’autista di un autobus, guidare nel traffico stoicamente dopo i 70 anni. Immagini una persona che da una vita ogni mattina si alza alle cinque del mattino, inverno ed estate, con la neve o con la pioggia, percorrere sempre la stessa strada, fare sempre gli stessi movimenti, un professore dire sempre le stese cose, e poi immagini sé stessa, condannata dalla vita a viverne una reale …

Poi me lo venga a raccontare che è tutta una questione di coefficienti, che bisogna dare di più per avere il minimo, che è giusto farsi derubare ogni mese di quasi la metà dello stipendio per finanziare uno stato ingordo, derubato da un manipolo di ladri a cui non avete il coraggio di imporre di ripagarci tutti, con gli interessi, di quel che si sono portati a casa.
La prego signora Forneno, mi aiuti a convincere mia figlia che è ingiusto il suo sacrificio, mi aiuti a spiegarle sempre più e meglio che se ne deve andare da questo paese di merda. Ci convochi tutti i giorni, attraverso i giornali e la TV ad ascoltare una delle sue mirabolanti e geniali trovate. Almeno per questo, la prego, si renda più utile. Non ci vuol nulla, in fondo, nemmeno uno sforzo … le sue idiozie hanno l’aria di venirle con massima spontaneità.

FONTE : http://www.mentecritica.net/31866/informazione/cronache-italiane/rita-pani/31866/

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Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale “Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

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Riflusso al femminile


Negli anni ’80 del secolo scorso andava di moda la parola riflusso. L’immagine che suggeriva era quella di una marea che, dopo essere salita al massimo, tristemente si ritrae lasciando solo detriti. All’epoca il riflusso riguardava l’impegno politico e le contrapposte ideologie dopo gli anni di piombo. Tempi lontani.

Ma oggi si potrebbe tornare a parlare di riflusso e lo spunto potrebbe fornircelo quella che è stata la foto di qualche settimana fa. Barack Obama è stato rieletto, come tutti sappiamo. In molti in Italia hanno gioito e si sono commossi davanti alle parole immediatamente post-elezione. Quelle dedicate a Michelle e che sono la perfetta didascalia della foto di cui sopra. Barack in maniche di camicia che abbraccia Michelle.Lui, ovviamente, porge il volto all’obiettivo. Michelle è di spalle. Perché, è risaputo, dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. La cui importanza è riconosciuta. “Non sarei l’uomo che sono se 20 anni fa non avessi sposato Michelle”, ha dichiarato il neo-eletto presidente degli Stati Uniti. Ma riconosciuta a patto, appunto, che la grande donna resti alle spalle del grande uomo.

Riflusso. Rifluiscono verso il focolare le manager in carriera americane, ammettendo la sconfitta. Perché una donna, nel secondo decennio del terzo millennio, ormai lo sa che non si può avere tutto: casa, amore, figli, successo personale. A una cosa si deve rinunciare e sarebbe egoistico farlo per aspetti dell’esistenza che coinvolgono terze persone (casa, amore, figli). Quindi via il successo personale. Via il lavoro. Via gli obiettivi di realizzazione. Via l’indipendenza.

Così succede, come racconta Natalia Aspesi in un editoriale, che il film ebraico ultraortodosso “La sposa promessa”, in uscita questa settimana ma visto in anteprima alla Mostra di Venezia, abbia “sedotto e turbato” le donne presenti. Scopriamo così dalla penna di una donna di acuta e ironica intelligenza qual è la Aspesi, che la regista del film si chiama Rama Burshtein, ha 46 anni. Era laica e americana, oggi è ortodossa ed ebraica, ha cinque figli, come prescrive la legge ebraica, obbedisce al marito e al rabbino ed è felice. Talmente felice che “dovunque l film venga proiettato, conquista soprattutto le donne, per lo meno quelle che cominciano a sentirsi affaticate dalla loro indipendenza”.

Per la cronaca, il film racconta di una ragazza cui i genitori scelgono il marito in una società dove le donne vivono separate dagli uomini, si sposano vergini con uno sconosciuto e lo rendono padre di quanti più figli possibili mentre lo servono e lo riveriscono ben chiuse in casa. Dopo i contratti sadomaso, le sottomesse e i dominatori, scopriamo che le donne italiane anelano a rifluire in massa nell’apartheid sessista delle religioni più estreme. Stanche come sono di lottare per una parità che sembrava a portata di mano solo pochi anni fa. Poi la marea si è ritratta e Cenerentola è tornata di gran moda.

Autore: Laura Costantini

http://www.mentecritica.net/it/riflusso-al-femminile/meccanica-delle-cose/vere-donne/laura-costantini/31438/

Pubblicato in: opinioni, pd, politica, sociale

Le nostre colpe nel mondo di X Factor


Di Giorgio Cremaschi

Il simpatico spettacolo televisivo delle primarie del centro sinistra, giustamente ospitato negli studi dove si sfidano i cantanti di X Factor, ci consegna tutta l’insostenibile leggerezza della politica italiana di fronte alla crisi.

Mentre la condizione sociale del paese sprofonda e non uno solo dei fattori economici segna al positivo, non una sola delle scelte di fondo che ci stanno governando viene sottoposta al giudizio degli elettori. E’ giusta l’austerità e se no quali sono le alternative? Cosa si fa in Europa, come ci comportiamo con la Grecia, continuiamo ad essere complici dell’infamia sociale e civile verso un intero popolo o rompiamo con chi la sta producendo?

Mi fermo qui perché di fronte allo spettacolino del centro sinistra – invidiato dalla destra che ora dice lo faremo anche noi – di fronte a tutto questo la cosa più sciocca è stupirsi. Nella carta di intenti sottoscritta da tutti i candidati del centro sinistra, in mezzo a tanti fumosi buoni propositi un impegno è chiaro senza equivoci. Il centrosinistra è impegnato a sostenere tutti i patti di austerità europea, tutti i trattati, tutti gli impegni assunti da Monti, a partire dal fiscal compact. La vera agenda Monti è già sottoscritta, il resto è solo spettacolo televisivo.

Allora il punto vero è solo questo: cosa facciamo noi?

Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d’Europa contro l’austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all”ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo?

Ci facciamo ancora rappresentare dalla compagnia di X Factor? E se questa volta vogliamo non farci fregare dalla narrazione del centro sinistra, dopo vent’anni di narrazione berlusconiana, per quale alternativa lavoriamo?

La sola vera forza dell’inconsistenza del centrosinistra sta proprio nella nostra incapacità di costruire l’alternativa.

Portiamo in piazza una marea di persone e il giorno dopo riprendiamo come prima, con tutti i nostri gruppi e organizzazioni, quasi ci fossimo incontrati per caso e con qualche fastidio.

Dall’inizio del secolo in Italia si susseguono grandi movimenti, lotte generose e mobilitazioni, ma la rappresentanza istituzionale è sempre quella, altro che rottamazione. Sì c’ è il movimento 5 Stelle, ma sappiamo tutti che non rappresenta la nostra lotta, il nostro punto di vista. Noi non riusciamo a consolidare nulla e la compagnia di X Factor, più o meno allargata a seconda delle circostanze, alla fine è sempre l’unica in campo.

Che facciamo allora, ci occupiamo solo dei nostri spazi? Per scelta o per costrizione restiamo extra parlamentari, extraconfederali, extra insomma? Possiamo cominciare a dire che se le cose vanno così male in Italia, ne abbiamo responsabilità anche noi?

I militanti e i dirigenti dei sindacati di base e del dissenso confederale, quelli dei partiti a sinistra del centro sinistra, quelli delle organizzazioni sociali e civili che rifiutano tutto o parti rilevanti di questo sistema, pensano davvero di proseguire così e di sopravvivere, ognuno a casa sua, alla devastazione della crisi e all’assimilazione del potere che la governa?

C’è bisogno oggi di una vera grande rottura, ma o la produrremo assieme o non ci sarà.

Se l’alternativa di cui misuriamo ogni giorno la grande domanda e l’immenso bisogno, se questa alternativa non nasce, non è a questo punto colpa nostra? Vorrei delle risposte.

Fonte: micromega

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/11/17/28448-le-nostre-colpe-nel-mondo-di-x-factor/

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Lavoro e dignità


Di Vincenza63

Avrei preferito di gran lunga essere manganellata da questi poliziotti piuttosto che subire l’umiliazione di essere “dimissionata”, come mi è successo anni fa. Qualcuno si chiederà cosa abbia a che fare quest’immagine con la fine del mio rapporto di lavoro subordinato, ottenuta in modo apparentemente e falsamente volontario, con l’azienda per la quale lavoravo fino al 2 febbraio 1996.

Credetemi, ha molto a che fare…

Non vi ho mai raccontato di questo. Oggi ho deciso, dopo una riflessione indotta da un amico giornalista e a sua volta blogger molto più famoso di me, di far emergere i ricordi e liberarmi di questo ennesimo dolore. Tutto è cominciato nella tarda mattinata di un paio di giorni fa, quando ho letto un post di Andrea Riscassi sulla morte avvenuta poche ore prima di una persona da lui molto apprezzata: Ezio Trussoni, scomparso a causa della SLA. Lo cito per un motivo molto particolare, e cioè come l’azienda RAI a detta di Andrea abbia rispettato la persona e soprattutto il lavoratore anche se malato da tutti punti di vista. Salvaguardando la sua posizione, rispettandone la professionalità fino all’ultimo giorno e soprattutto, non da ultimo, vedendolo come risorsa e non come peso per l’azienda stessa dimostrando in questo modo un’elevata umanità e il giusto rispetto per l’uomo.

Non così è stato per me. Brevemente la mia storia lavorativa, ovvero il mio rapporto con l’azienda dove ho mosso i primi passi nel mio settore per poi apprendere sempre di più e specializzarmi in quello che poi sarebbe diventata la mia professione attuale: la traduttrice di testi tecnici scientifici, meglio conosciuto come technical writer. Per sei anni ho continuato ad apprendere nozioni di tutti i tipi: dalla lettera commerciale agli inizi e man mano alle pratiche di export fino a raggiungere un alto livello nel settore traducendo brochure, manuali d’uso e riparazione, manuali di manutenzione e intrattenendo rapporti di tipo tecnico affiancando i responsabili di officina e di produzione nella mia azienda. Tutto questo, imparato per la mia buona volontà e la curiosità che mi ha sempre contraddistinto nella vita non mi è mai stato riconosciuto, né moralmente né tantomeno economicamente, con avanzamenti di carriera e di stipendio. In più… ero una donna.

Non c’era spazio per l’ambizione, tutto ciò che si riceveva era pressione e stress.

I miei 41° di febbre mi facevano compagnia sotto le lenzuola completamente nuda, mentre mi trovavo da più di tre mesi nel reparto di neurologia dell’ospedale San Paolo a Milano senza sapere neanche quale sarebbe stato il mio destino definitivo.Completamente sdraiata, incapace di muovere qualsiasi muscolo, passavo i giorni interminabili in attesa di non so neppure io cosa. Mio marito sempre al mio fianco. Mia madre pure. Dio… era steso dentro di me.

Dopo tre mesi in quella situazione, senza diagnosi certa si viveva un giorno alla volta. Per me è ancora così, nonostante tutto. Progetti a breve termine. Anzi, brevissimo.

Un giorno, ricordo come fosse ora… ero sola, probabilmente chi mi assisteva tutto il giorno (mio marito e mia madre) si erano assentati per qualche momento. Mi sembrava di vivere in un sogno. Anzi un incubo. Vedo spuntare come dal nulla il capo del personale della mia azienda accompagnata da un’altra persona. Dopo un breve colloquio in cui mi chiedevano notizie delle mie condizioni di salute, ho appreso che quell’uomo era un notaio venuto apposta in ospedale perché fossero formalizzate le mie “dimissioni”. Poiché erano necessari due testimoni, hanno chiesto la disponibilità a due infermieri di turno in quel momento.C’è voluto meno di un quarto d’ora. Mi è passata davanti agli occhi la mia vita tra i miei colleghi, i clienti, i grafici, le operaie del reparto di produzione… l’amministratore delegato, che mi è capitato di incontrare in Rinascente anni dopo.

L’unico ricordo che ho distinto e doloroso di quel giorno è stato chiedere a uno di quegli infermieri di coprirmi il viso per non dover vedere quelle persone, solo che purtroppo mi raggiungeva ancora il suono della loro voce molto distinto. Parlavano di cose tecniche, erano a soli 2 m da me sul tavolo della stanza dell’ospedale, avevano appoggiato là documenti vari.

Ho desiderato veramente di morire quel giorno, schiacciata dall’umiliazione di non poter reagire né fisicamente né in altro modo, sentendomi completamente indifesa e in balia degli eventi. Sarei stata licenziata comunque di lì a qualche mese perché avrei superato il limite massimo di malattia consentito dal mio contratto nazionale metalmeccanici. Però… io posso capire chi si sente messo da parte per i motivi più disparati in questi periodi di crisi e di disoccupazione sempre più crescente. Soprattutto se ad essere colpita è una persona isolata, come lo ero io in quel letto, dal resto della società civile.

Finalmente… un saluto da lontano… senza neanche il coraggio di avvicinarsi guardandomi in viso… se ne stanno andando. Ora posso anche piangere. Meno male che sono da sola, perché chi mi ama sta soffrendo già così tanto per la mia salute che mi ha detto addio da qualche mese e che, così come intesa comunemente, non tornerà mai più.

Ho detto addio quel giorno alla mia azienda, alla vecchia Vicky che si dava da fare in ufficio, a quella ancora più piacevole che traduceva i manuali andando in officina dei riparatori per capire come funzionassero gli strumenti da noi commercializzati, oppure semplicemente imparare a tararli secondo le richieste del cliente oppure il tipo di applicazione. Sì, è stato un brutto giorno. Ma non da dimenticare, piuttosto da ricordare quando la tentazione di lasciarmi andare e di non reagire o non voler prendere decisioni, magari anche le più piccole, si affaccia nella mia mente.

Nessuno può decidere da un bel po’ di anni della mia vita al mio posto. Questo in alcuni momenti è un peso. In altri una grandissima gioia, quella di una dignitosa indipendenza intellettuale e culturale.

Dedico questa breve riflessione a chi pensa di rubarci la dignità togliendoci il lavoro. Li osservo a volte dall’alto mentre seduta sulla mia carrozzina li guardo strisciare… altre volte li vedo dal basso, quando ricordo me stessa sdraiata come morta sotto quel lenzuolo.
Sono ancora qui. Mi sono reinventata per anni altre collaborazioni lavorative, dopo il tempo necessario a stabilizzare la mia situazione di salute, o meglio quel poco che mi rimaneva.

Mi è capitato di incontrare vecchi colleghi e anche di intravedere qualche dirigente nel centro commerciale di Rozzano, alle soglie di Milano sud.
Non ho provato sentimenti particolari, se non un iniziale imbarazzo da entrambe le parti superato velocemente. Ma soprattutto…non ho provato alcun sentimento d’inferiorità perché privata di un mezzo fondamentale per vivere: il lavoro. Quello che ci fa contare nella società, quello senza il quale per gli altri non sei più nessuno, se non un peso.

Io… mi sento leggerissima!

Sempre Vicky!

 

FONTE : http://vincenza63.wordpress.com/2012/11/10/lavoro-e-dignita/

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Le tragedie in campagna non sono mai un caso: perché alla lobby dei cacciatori la politica ha sempre concesso qualunque cosa


Non sono contro la caccia. Capisco che per le comunità dei paesi sardi si tratta di un momento di straordinaria importanza, perché crea dinamiche di socializzazione, perché crea gruppi coesi, perché unisce le persone anziché dividerle. Non sono contro la caccia anche se non ci sono mai andato e non mi è mai piaciuto tenere le armi in mano. Non sono contro la caccia e penso che la tragedia di Irgoli (con un ragazzino di 12 anni colpito al volto da un pallettone sparato per errore) non abbia bisogno di reazioni isteriche che non portano a nulla (come la richiesta dell’abolizione della caccia, ad esempio).

http://blog.libero.it/ValledelCedrino/

«Era vicino a me e aveva un cappellino giallo per farlo notare meglio a chiunque: è stato colpito alla testa proprio nel momento in cui gli ho gridato di buttarsi a terra».

«Io non lo so, io non lo so cosa gli è preso ma quello ci ha sparato addosso, aveva appena visto il cinghiale. Io ho fatto giusto in tempo a sentire la pioggia di pallettoni, mi risuonavano vicino all’orecchio, ho fatto in tempo a girarmi e a gridare a mio figlio “Buttati a terra”, che me lo sono visto cadere davanti. Ma in quel letto d’ospedale, adesso, potevo esserci anch’io». Barba di qualche giorno, volto scuro, occhiaie profonde, frutto di una notte insonne a macerarsi tra mille domande, alle 14.30 di ieri, il papà di A.C. è un uomo stravolto ma che non ha ancora perso del tutto la speranza. Abbraccia la moglie, ormai senza voce e senza più lacrime, stringe tra le braccia il figlio più grande, risponde, seppur a fatica, ai tanti perché di amici e parenti. E come un soldato tenace non abbandona neppure per un minuto la postazione: le panche del repartodi rianimazione dell’ospedale San Francesco dove è ricoverato suo figlio di appena 12 anni. Centrato da un pallettone alla testa in una battuta di caccia nelle campagne di Irgoli. I medici gliel’hanno detto, che ha un figlio forte. Che sta lottando per restare in vita anche se un pallettone se lo vorrebbe portare via. I medici gli hanno detto anche che il suo cervello da giovinetto sta rispondendo bene ai medicinali e si è sgonfiato. Ma gli hanno anche fatto capire che c’è una spada di Damocle che incombe sulla sua testa: il pallettone, dopo aver centrato il piccolo alla fronte, ha portato via un po’ di materia cerebrale.

Detto ciò, questa ennesima tragedia non può però passare come se nulla fosse accaduto. Un punto di non ritorno è stato superato. Ora bisogna veramente fare qualcosa.

Lo scorso anno in Sardegna quattro persone sono morte durante la stagione venatoria e decine sono rimaste ferite, ma il dibattito sulle condizioni di sicurezza e sulla necessità di prevenire meglio gli incidenti è durato lo spazio di un mattino.

Solo dopo non so quanti morti i cacciatori si sono decisi ad indossare i giubbotti fosforescenti. I Forestali dovrebbero fare i controlli, ma non hanno risorse, e dunque tutto è rimesso alla buona volontà e al buon senso dei cacciatori. Dunque, anche al caso. Perché spesso la caccia è vissuta come un momento dove alle regole imposte dalla legge si deroga con troppa facilità. Le campagne sarde sono da anni un luogo dove tutto può succedere.

I giornali hanno difficoltà ad affrontare il tema perché ogni dibattito è orientato solamente a far scontrare gli opposti estremismi: da una parte chi parla di semplice fatalità, dall’altra chi semplicemente abolirebbe la caccia. Così non si va da nessuna parte, e infatti ogni anno si contano i morti. Le regole devono essere fatte rispettare, e se occorre a questo punto ne vanno fissate anche di nuove, assai più stringenti.

Ma la politica da questo orecchio non ci ha mai volute sentire, anzi. Il pelo della lobby dei cacciatori è stato lisciato sempre e in tutti i modi possibili: varando allungamenti della stagione venatoria poi regolarmente cassati dalla corte costituzionale; tenendo basse le tasse relative al porto d’armi; evitando di mettere mano al settore, da sempre ritenuto uno straordinario bacino di voti.

La tragedia di Irgoli deve segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Le campagne sarde non possono continuare ad essere nel luogo dove tutto è possibile, dove ogni anno qualcuno ci lascia la pelle come se niente fosse. La politica sarda deve mettersi una mano sulla coscienza: sempre che ne abbia ancora una. E le associazioni dei cacciatori devono smetterla di invocare la fatalità per spiegare tragedie che non dovrebbero mai avvenire.

http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/11/12/le-tragedie-in-campagna-non-sono-mai-un-caso-perche-alla-lobby-dei-cacciatori-la-politica-ha-sempre-concesso-qualunque-cosa/

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I giovani non bastano per la rivoluzione


Di Massimo Fini

Bastano la giovinezza e le facce pulite dei giovani ‘grillini’ siciliani (un’antropologia che si riproporra’, e probabilmente con numeri ancor piu’ consistenti, alle prossime elezioni politiche) per sperare in un futuro migliore? In linea di massima direi di no. Nei dintorni del Sessantotto, quando imperversava il piu’ spudorato giovanilismo (il modo migliore per inculare i giovani e’ farli sentire protagonisti, portarli in palmo di mano – allora, nella societa’ che assaporava il benessere, c’era anche, e forse soprattutto, una ragione economica: i giovani erano diventati un settore di mercato appetibile) scrissi per Linus un articolo intitolato: ‘Basta con i giovani’ che concludeva cosi: ‘La cosa migliore, modesta ma onesta, che possono fare i giovani e’ una sola: invecchiare’. E’ VERO CHE QUELLI DEL SESSANTOTTO non fanno testo, erano giovani fuori ma gia’ marci dentro. Erano figli della borghesia e della borghesia avevano preso tutti i notori vizi: il cinismo e l’opportunismo. Non volevano cambiare il mondo ma semplicemente sostituirsi ai loro padri nell’esercizio del potere, con metodi, se possibile, ancora piu’ trucidi. Il viso di Paolo Mieli (militante, assieme ad altri rampolli dell’alta borghesia e dell’aristocrazia romana, di PotOp, ‘molotov e champagne’) diceva, gia’ allora, tutto: non voleva fare nessuna rivoluzione ma diventare, per vie scorciatoie, direttore del Corriere della Sera.

Avranno la stessa sorte i giovani ‘grillini’ una volta preso il potere o una sua fetta? E’ probabile. Il Tempo, padrone assoluto delle nostre vite, ci logora, affievolisce i nostri entusiasmi, spegne le nostre speranze. Ci si adegua. In C’eravamo tanto amati, un bel film del 1974, con Gassman, Manfredi, la Sandrelli che, passati i tempi spavaldi della giovinezza si ritrovano nei loro quarant’anni, uno dei protagonisti dice, amaramente: ‘Volevamo cambiare il mondo, ma e’ il mondo che ha cambiato noi’. ‘Ci vuole del talento per invecchiare senza diventare adulti’ canta Franco Battiato.
I giovani ‘grillini’ hanno pero’ qualche vantaggio rispetto alle generazioni che li hanno preceduti. Per quanto possono invecchiare, incarognire e i loro volti deformarsi e’ difficile che finiscano per omologarsi totalmente ai mascheroni che sono in circolazione attualmente. Gasparri, Berlusconi, Cicchitto sono dei ‘top ten’ dell’orrore, fisico e morale, e pare impossibile scalzarli da questa speciale classifica.
E POI I GIOVANI ‘grillini’ hanno un guru, un capo, un padre-padrone ultrasessantenne, che li sorveglia, li tartassa, li bacchetta, li punisce, li espelle e che e’ uno dei pochissimi che ‘e’ invecchiato senza diventare adulto’.
Non si tratta pero’ di un endorsement: per il quotidiano della City londinese, il Movimento Cinque Stelle non offre ‘una coerente soluzione’ ai problemi dell’Italia. Sta quindi ai partiti politici riprendere in mano la partita avviando una stagione di riforme, in primis una nuova legge elettorale e nuovi standard etici per i futuri deputati. In caso contrario le e’lite politiche dell’Italia resteranno le migliori ‘piazziste’ per il ‘buffone che tanto disprezzano’.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

http://www.criticamente.it/index.php/societa-e-politica/22972-i-giovani-non-bastano-per-la-rivoluzione

 

Pubblicato in: CRONACA, diritti, DOSSIER, economia, LAVORO, sociale

DALLA “BEAT” ALLA “NEET” GENERATION: GIOVANI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI…


“Se i giovani non hanno sempre ragione, la società che li ignora e li emargina ha sempre torto…”

(François Mitterand)

SOMMARIO:
1-L’ITALIA? NON UN PAESE PER GIOVANI…
2-ITALIA, REPUBBLICA “AFFONDATA” SUL LAVORO: L’ALLARME DISOCCUPAZIONE
3-GENERAZIONE PERDUTA: IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
4-GIOVANI IN “STAND-BY”: IL FENOMENO DEI “NEET”
5-ETERNI MAMMONI? IL FENOMENO DEI “BAMBOCCIONI”
6-I “DIVERSAMENTE OCCUPATI”: GLI STAGISTI
7-VITE PRECARIE: “GENERAZIONE 1.000 EURO”
8-L’ULTIMA SPIAGGIA: LA FUGA DEI “CERVELLI”
9-L’“EQUAZIONE PERFETTA” PER USCIRE DALLA CRISI
Per leggere il dossier di Gaspare Serra cliccare il link : DOSSIER
Pubblicato in: CRONACA, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, sociale, società

NON POSSIAMO ASSUMERLA


Mi chiamo Luca, ho 29 anni, abito in provincia di Savona e da due anni ho conseguito una specialistica magistrale in Scienze Sociali. Una volta mi dicevano che per avere la possibilità di lavorare occorreva il diploma, e per avere la certezza di un lavoro la laurea. Non è più così. Appena conclusi gli studi la prima cosa che feci fu quella di recarmi presso l’Informa Giovani del mio paese e la prima cosa che mi spiegarono fu la differenza tra un inoccupato e un disoccupato. Io ero un inoccupato, un ex studente senza alcuna esperienza lavorativa. Poi andai presso l’ufficio di collocamento e mi dissero che con le mie caratteristiche non avrei trovato facilmente lavoro, incoraggiante! mi diedero un foglio da compilare per poter fare una work experience presso un’azienda, ovviamente me la dovevo cercare da solo, ci provai, ma fu una fatica inutile. Mi rivolsi anche alle agenzie interinali e intanto il tempo passava e la rabbia interiore cresceva a dismisura. Una di queste agenzie interinali mi propose di andare a lavorare presso una banca come operatore back office, sembrava un inizio, peccato che questo contemplasse anche la fine visto che si trattava di un contratto giornaliero, definirlo capestro pareva eufemistico. Mi chiamarono un paio di giorni ad Agosto, un giorno a Settembre e un giorno a Novembre, mi sentivo preso per i fondelli e nel contempo ero dispiaciuto perché l’ambiente di lavoro era ottimo. Ora ero passato al livello successivo, quello del disoccupato. A Gennaio 2011 la pubblica assistenza nella quale faccio tuttora il volontario mi aveva dato la possibilità di fare servizio civile. L’esperienza è durata un anno e nel mentre avevo avuto anche la possibilità di fare il magazziniere presso una libreria durante la stagione estiva per i libri di testo scolastici. L’esperienza del servizio civile è stata tutto sommato positiva e i miei colleghi, tutti pensionati, mi parlavano di un periodo mitico in cui bastava avere voglia per riuscire a trovare un’occupazione e dove un diploma bastava per far spalancare le porte di un’azienda, e si andava in pensione dopo 15 anni di lavoro. La generazione carnefice che consola la vittima. Terminato il servizio civile e ritrovandomi di nuovo a piede libero, mi rivolsi alla rete per vedere se c’era qualcosa da fare e sul sito della provincia vidi che c’era l’opportunità di seguire un corso di marketing che comprendeva anche un tirocinio, colsi l’occasione al volo. Durante questo corso ho avuto l’opportunità di conoscere dei ragazzi straordinari che sono tuttora nella mia stessa situazione e dei docenti molto preparati. Il tirocinio propedeutico al corso l’ho svolto presso un’azienda di informatica, dove mi dissero fin da subito che non ci sarebbero state possibilità, uno slancio di sincerità che ho apprezzato, inutile illudere le persone. Presso di loro mi ero trovato molto bene, ho svolto attività di marketing, tele-marketing e gli avevo dato dei consigli per migliorare il loro sito che a detta del presidente era anacronistico. Questo presidente era il mio referente nonché mentore che mi aveva dato molti consigli utili per il lavoro e alla fine del corso mi aveva detto che si sentiva rammaricato del fatto che non potesse assumermi, a causa della pressione fiscale e burocratica sulle aziende troppo elevata. Veniamo al presente, ora non so se è il caso di perdere la speranza ma sinceramente mi sono stancato del contesto in cui vivo, mi piacerebbe che i giovani disoccupati creassero un movimento che abbia la possibilità di entrare in parlamento, vorrei vedere uno di noi seduto li su quei banchi pronto a dare battaglia e a fare proposte concrete. Lo so che è un’utopia ma sognare non costa nulla.

FONTE : http://danordasudparliamone.wordpress.com/2012/10/20/non-possiamo-assumerla/

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IL RIGORE NON È PER TUTTI


Le polemiche sui cacciabombardieri F35 sono destinate a non avere fine, come giustamente deve essere per una scelta insensata ed economicamente folle, che non solo i pacifisti, ma la gente di buon senso non riesce a comprendere. Ora, la notizia è che il costo già altissimo (12 miliardi di euro) è lievitato del 60%, comportando una spesa maggiore di 3 miliardi e 200 milioni di euro, una cifra molto superiore di quanto la Legge di Stabilità taglia alla sanità, all’istruzione e agli enti locali. La spending review vale per gli ospedali e per le scuole, ma non per i cacciabombardieri.

Niente di nuovo per Sbilanciamoci e la campagna Taglia le ali alle armi, che il possibile aumento del costo degli F35 l’avevano denunciato da molto tempo. La novità è che dopo tante smentite arriva la conferma dei vertici delle forze armate, per bocca del segretario generale della Difesa che ammette una lievitazione del costo per ciascun cacciabombardiere da 80 a oltre 127 milioni di dollari. Un 60% di aumento ben superiore a quel 40% che secondo l’indagine del governo sulla corruzione è il sovrapprezzo medio per gli appalti pubblici dovuto al malaffare. E di tangenti nelle industrie militari ne sono girate tante in questi anni.

Solo pochi giorni fa la Ragioneria dello Stato ha bloccato il provvedimento sugli esodati in discussione alla Camera dei Deputati, perché giudicato «troppo oneroso» e «privo di copertura». Non ci risulta che lo stesso scrupolo verso i lavoratori senza stipendio e senza pensione sia stato applicato ai cacciabombardieri F35, per i quali spenderemo così tanti soldi nei prossimi anni. Né abbiamo notizia che la Corte dei Conti si sia interrogata su come mai in poco tempo una somma così enorme sia destinata a lievitare del 60%. Cosa che invece negli Stati Uniti fa il Gao (Government Accountability Office), una sorta di Corte dei Conti americana, che ha tirato le orecchie al Congresso degli Stati Uniti per i tanti problemi tecnici che presenta l’F35 con i suoi costi troppo alti e crescenti.

Il rigore di Monti vale per gli esodati, i pensionati e gli studenti, ma non per le armi dove invece le spese più folli sono ammesse.

Invece di destinare i pochi soldi che abbiamo alle misure per fronteggiare la crisi e dare una risposta a milioni di persone a rischio di povertà, si fanno contenti pochi “dottor Stranamore” (generali, ammiragli, consulenti a libro paga della Difesa) così bisognosi di portaerei (fa status) fortunatamente inutilizzate e cacciabombardieri di lusso fermi sulle piste (meno male) perché a secco di carburante: per quello non ci sono i soldi.

Sappiamo quindi che nella cosiddetta “agenda Monti” ci sono anche gli F35. Ecco perché serve un altro premier, espressione del paese e non dell’establishment, che abbia la forza di dire a questi signori dalle tante mostrine e stellette: fermatevi, non fate altri sprechi, questi soldi in più non ve li diamo e – anzi – li destiniamo a qualcosa di più utile: il lavoro, la scuola, la sanità. Rimettete il vostro Risiko nella scatola e pensiamo all’Italia.

 

Fonte: il manifesto | Autore: Giulio Marcon
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/10/17/27279-il-rigore-non-e-per-tutti/

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Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

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PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

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Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, ICI PER LA CHIESA, libertà, sessismo, sociale

Costanza Miriano, o delle farneticazioni contraccettive


Di Chiara Lalli.

In L’Aborto del giorno dopo – con la “A” maiuscola – Costanza Miriano concentra alcune delle farneticazioni più comuni, scelte con cura tra quelle asservite alla battaglia per confondere le idee e stabilire un codice di comportamento Universale (con la “U”) – il suo.

Quando la bugia da far passare è molto grossa è bene attrezzarsi subito, sin dalla scelta del nome. E così si chiama dipartimento all’educazione la struttura che ha deciso di distribuire gratuitamente nelle scuole superiori di New York la pillola del giorno dopo alle ragazze che ne facciano richiesta. Poi non ci sarà neanche più bisogno del consenso dei genitori, se hanno preventivamente aderito al programma di contraccezione preventiva, e qui è la bugia più grossa di tutte.

Miriano si riferisce a questa iniziativa, giudicata immorale, oscena, pericolosa, negazionista e abortiva. Che manca?

La pillola del giorno dopo, poiché appunto si prende il giorno dopo (anzi, entro 72 ore), non è affatto preventiva, e può o ritardare l’ovulazione, oppure, se il concepimento è avvenuto, impedire l’impianto di una nuova vita che già è cominciata, e quindi si tratta di un vero e proprio aborto in piena regola. C’è di mezzo insomma la vita di un bambino che viene interrotta.

La bugia più grossa di tutte, però, è proprio quella di Miriano. Se avesse avuto la voglia o la buona fede di cercare, avrebbe trovato i comunicati e gli articoli in cui si spiega il funzionamento della contraccezione d’emergenza. Avrebbe poi potuto leggere qualche fondamento di embriologia, magari un Bignami non dico un intero manuale. Ma no, non importano questi dettagli materialisti per chi difende la “Vita”, per chi chiama “bambino” poche cellule che forse nemmeno si impianterebbero o che magari diventerebbero due organismi in seguito (nel caso dei gemelli). Quelle sono una “Vita”, no, non solo, sono un bambino e quindi se prendi una contraccettivo sei un omicida. Ovviamente in seguito te ne renderai conto e ti pentirai per tutta la vita.
Per andare incontro alla pigrizia ecco alcuni link:

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

World Health Organization sulla contraccezione.

http://ec.princeton.edu

Il gioco è ben riconoscibile (e ben noto): la vita – che diavolo significa? – e l’aborto e il bambino.
Ovviamente stiamo parlando di un ovocita non fecondato o di uno non annidato – questo sarebbe il “bambino” abortito con la contraccezione d’emergenza, che ovviamente non è più contraccezione ma un aborto!
Ma la parte più bella, in linea con il pensiero miraniano, è questa:

A me risulta piuttosto che uno dei passi principali della crescita sia imparare a prendersi responsabilità, smettere di dire “non è colpa mia, l’ho fatto per sbaglio”, cominciare a dire “ho fatto un errore, me ne prendo le conseguenze”. Ho visto tante vite rifiorire, quando una mamma si è fatta carico di quello che all’inizio sembrava un incidente di percorso, e invece è diventata occasione di conversione, e poi gioia infinita, cioè un bambino.
E tra l’altro qui non si vede quale sia il progresso tra abortire in ospedale, sapendo che lo si sta facendo, e abortire senza neanche esserne certe. Io penso che queste adolescenti, crescendo, potrebbero anche tormentarsi tutta la vita, nel dubbio che la bomba preventiva che hanno fatto esplodere nel loro utero abbia ucciso una vita, quella del loro bambino. Sarà ancora più difficile fare i conti con il lutto, se neanche si è certe di cosa si è fatto davvero. C’era mio figlio, lì dentro? L’ho ucciso?

Consiglierei di scagliarsi anche contro le spirali (iud) e, perché no?, contro i preservativi. Forse anche contro l’astinenza (forse lo ha fatto, sono io a essermi persa le precedenti puntate). Tutti i bambini potenziali eliminati da questi infernali meccanismi abortivi!
Miriano è uno degli esempi migliori della totale inutilità del sistema nervoso centrale (vedasi anche i suoi commenti sugli embrioni e sulla fluidità sessuale, se la prende a morte con il pezzo tradotto la settimana passata da Internazionale e pubblicato la scorsa estate dal New York Times).

FONTE :http://bioetiche.blogspot.it/2012/09/costanza-miriano-o-delle-farneticazioni.html

Pubblicato in: cultura, diritti, economia, LAVORO, libertà, opinioni, pd, politica, sociale

POPULISMO


di Rodolfo Ricci
Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo.
Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito, ma il termine prolifera: in bocca a sprovveduti di varia provenienza, riempie ormai i comizi d’amore e d’odio, le pagine di tanta stampa, in Europa e in Italia soprattutto, dopo il varo della campagna d’autunno del partito di Repubblica, rinvigorito da quella altrettanto possente, de L’Unità.
Fino a qualche decennio fa, lo spettro si aggirava per altri lidi. In particolare in America Latina dove alcuni sostengono che sia nato all’epoca di Jan Domingo Peron. Oppure per il vasto panorama del terzo mondo asiatico e africano, i cui leader nazionalisti (in particolare i nazionalizzatori delle risorse locali) erano spesso aggettivati come tali: populisti.

Poi, sterminato l’impero del male (il socialismo reale) – i cui leader per la verità non furono mai aggettivati come populisti – e chiuse per sempre le residue ambizioni delle sinistre occidentali, lo spettro cominciò a farsi strada in Europa, fino a diventare un fenomeno di un certo fragore con l’inizio della grande crisi: leader populisti salgono alla ribalta in Austria, in Olanda, In Italia, in Francia, in Ungheria .

Già questo dovrebbe farci riflettere: che se il populismo si fa strada in Europa, non sarà forse che l’Europa stia assomigliando al terzo mondo ?

E un’altra riflessione riguarderebbe la constatazione che alla fine della storia (secondo gli intendimenti del primo Fukuyama), finita cioè ogni presunta possibilità di alternativa reale alla globalizzazione neoliberista, lo sbocco necessario e inevitabile sarebbe per forza il populismo.

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Il populismo si oppone al realismo, secondo Scalfari e compagnia, cioè assume i contorni della demagogia. La demagogia, da che mondo è mondo, è promettere ai popoli ciò che è irrealizzabile. Irrealizzabile, nel mondo degli uomini è ciò che si oppone alla natura, o meglio alle leggi naturali.  Demagogia è dunque dire che il mondo (questo mondo che abbiamo in sorte), sia strutturalmente modificabile. Recentemente è stato recuperato un altro termine: irreversibilità.

Al fondo delle teorie di Von Hayek e soci (di destra e di sinistra) vi è l’assunto che le leggi profonde della vita e dell’agire sociale umano (competitività e concorrenza strutturale) siano qualità immodificabili e che la sovrastruttura statuale, debba solo garantire il naturale dispiegamento di questa qualità innata, genetica. Tendenzialmente deve scomparire lasciando spazio alla giungla delle lotta per il profitto: liberalizzare tutto. C’è qualcosa di Anarko oggi nel sole… oppure i neoliberisti sono dei novelli Hegel minimalisti che chiudono la scatola della dialettica e pongono alla sommità della loro architettura, anziché lo Stato prussiano, il superstato globale e perenne della concorrenza, il mercato.

(Ben altre le teorie di un Nietzsche o di un Marx, la cui apertura e onestà intellettuale implica la possibilità di lotta tra volontà di potenza, o tra ermeneutiche, oppure, il che è complementare, tra classi sociali. E sostengono che questa lotta è immanente.)

Tra la fine del conflitto e la permanenza del conflitto, in quale universo preferireste vivere ?

Ora, chi non capisce che la realtà neoliberista è la realtà profonda delle cose, chi vi si oppone, rischia di essere un velleitario nel migliore dei casi, nei casi peggiori diventa un demagogo. Si tratta di categorie che espungono il riconoscimento del conflitto. Servono a questo. Ma si è demagoghi solo finché non si dimostra che si riesce ad apportare qualche cambiamento. Ma se si riesce ad apportare qualche cambiamento, proprio per ciò, ci si trasforma nella bestia terribile del populista. Al quale non deve essere riconosciuto il titolo di avversario, portatore di un’altra ermeneutica.

Il populista appartiene infatti ad una altro mondo: anzi è fuori dal mondo.

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Alla fine degli anni ’90 fino agli anni ’10 del 2000, si incontrano una lunga lista di leader populisti:  populista è Nestor Kirchner, che si impone dopo il default argentino (causato da realisti come Menem, De La Rua e Cavallo) decidendo di rifiutare il pagamento di buona parte del debito estero, ritenendolo illegittimo. Gli succede la moglie, Cristina, anch’essa populista, che nel suo impeto populista, porta avanti la rinazionalizzazione del sistema pensionistico, del Banco Central, delle imprese energetiche.

Ma ben prima di loro, il leader populista par exellence, è tale Hugo Chavez Frias, prima golpista, poi alternativamente populista o nuovo dittatore, anche se è stato riconfermato alla guida del suo Venezuela in più di 10 consultazioni elettorali successive, che ha sempre vinto e la cui legittimità è stata riconosciuta internazionalmente. Nel 2002, si ricordano gli entusiasmi per la caduta del dittatore populista, a seguito del golpe durato qualche giorno, sulle prime pagine di quotidiani come La Repubblica, Il Corriere della Sera e dulcis in fondo, ma in prima linea, L’Unità.

Poi, però il golpe fallisce perché gli adepti del populista Chavez (il popolo delle periferie e delle favelas di Caracas) circondano a centinaia di migliaia il palazzo del Governo e impongono ai golpisti di recedere dal tentativo. Il populista, grazie al suo popolo, torna al governo e conferma la nazionalizzazione della quarta impresa mondiale per la produzione di petrolio, e introduce royalties elevate per ogni compagnia estera (sette sorelle ecc.), che si candidano a sfruttare le sue immense riserve.

Erano state queste decisioni a convincere i socialdemocratici locali (e mondiali, ivi inclusi i diessini italiani) e, ovviamente, anche i conservatori e reazionari di tutto l’occidente, che Chavez era un pericoloso leader populista.

Nel frattempo, nell’America Latina, si susseguono altri velleitari leader in odore di populismo, come Lula da Silva, a cui, tutti gli equilibrati e realisti leader della sinistra socialdemocratica internazionale preferiscono il navigato e sperimentato sociologo di sinistra democraticaFernando Henrique Cardoso, amico di D’Alema e di tutta l’Internazionale Socialista. (A proposito, c’è ancora, e dov’è, in questa congiuntura, l’Internazionale Socialista ?)

Poi Lula vince per due mandati consecutivi e, visto che il Brasile è una delle tigri dei Brics, immenso paese con immense risorse, le accuse di populismo si affievoliscono, anche se, nella connaturata natura di populista, Lula tira fuori dalla miseria e dall’indigenza oltre 50 milioni di brasiliani, un peccato che la successora Dilma Russeuf, continua diabolicamente a perseguire.

Pericoloso sovversivo del MAS (Movimento al Socialismo) è Evo Morales, per giunta aborigeno con sangue esclusivamente indio nelle vene, sindacalista dei raccoglitori di coca, che poi diventa populista quando, dopo aver vinto, si avvia a nazionalizzare le immense risorse di gas e di altri minerali fondamentali. Anche in questo caso, nella poverissima Bolivia, tentano ogni strada per abbatterlo. Ma il populista Evo, resiste, tuttora.

Analogamente, Correa, ecuadoregno, ma economista affermato, per cui, l’accusa di populismo risulta parzialmente sfumata. Ma l’affronto alla Gran Bretagna sul caso Assange ripropone la sua recondita natura di populista per giunta provocatore.

Pericoloso populista è il peruviano Ollanta Umala, altro indio incrociato con sangue italiano, il quale però, si converte ad una terza via che apre alle pretese delle multinazionali minerarie dell’occidente, quindi ora se ne parla come un leader equilibrato e realista, uno di quelli su cui puntare, come per il massmediatico presidente del Cile, Miguel Juan Sebastián Piñera, di destra simil-berlusconiana, grande imprenditore televisivo, succeduto alla socialista Michelle Bachelet; lei era stata indicata per anni dai socialdemocratici europei e dai Democratici di Sinistra, come l’alternativa al populismo (di sinistra) dilagante in Sud America.

Evidentemente, nel Cile dell’esperimento sul campo di Milton Friedmann e di Henry Kiessinger, che portò al potere Pinochet e all’assassinio di Salvador Allende, il populismo stenta ad attecchire.

Però,  Michelle Bachelet ebbe a dire, in un momento posteriore di autocritica (diciamo un anno fa circa) che, in tutto il suo duplice mandato che aveva portato ad una crescita ammirevole del PIL, il famoso coefficiente di Gini, quello che misura la concentrazione della ricchezza, ovvero il livello di uguaglianza distributiva, non si era spostato di una virgola.  Questo era stato quindi il motivo per cui si è affermato nel 2010, l’estimatore di Pinochet, Sebastián Piñera, ovviamente un importante interlocutore politico dell’occidente nel cono sud del continente, non populista, seppur somigliante a Berlusconi, ma realista.

E’ importante ricordare, an passant, che la fine dell’esperienza democratica di Allende (11 settembre del 1973), costituì l’incipit dell’esperienza del compromesso storico in Italia, sulla base della considerazione fatta dal gruppo dirigente del PCI che, nel nostro paese, non sarebbe stato consentito, alla sinistra, di arrivare al potere per via democratica, ovvero da sola. Si potrebbe ragionare se questa considerazione non abbia costituito un lungo alibi o una delle precondizioni della mutazione della classe dirigente del PCI, portata a compimento negli anni ‘80 e ‘90. Una definitiva sfiducia nella sostenibilità della democrazia in Occidente, e un’abdicazione ai valori fondanti della sinistra. Riflettiamoci un po’: non è questo l’esito – realistico – che accomuna la cosiddetta sinistra riformista a tutt’oggi, anche rispetto alla crisi europea ?

*****

Ma tornando al nostro tema, all’inizio degli anni 10 del 21° secolo, il populismo sbarca, sotto nuove spoglie, nel pieno della grande crisi epocale, in Europa. E in Italia.

I prodromi si erano visti nelle esperienze secessioniste-leghiste presenti in vari paesi del continente. Per la verità, queste esperienze vengono vissute senza particolare fastidio finché si tratti di portare avanti l’idea dell’Europa dei Popoli (o delle regioni), questa variante populista che ben corrisponde alle esigenze di accentuazione di competitività locale con annesse gabbie salariali e che non dispiace affatto alla finanza, né all’imprenditoria e neanche alla sinistra riformista, la quale si adopera convintamente per il progetto federalista.

D’altra parte, l’annacquamento della funzione nazionale è un obiettivo perseguibile e coerente con l’ottica di governo globale e continentale.

Ma la cosa funziona finché l’equilibrio di poteri tra le borghesie nazionali regge, e cioè solo fino al 2007. Termina col terminare della crescita.

Con l’inizio della grande crisi e con l’agonia del Berlusconismo come patto sociale che teneva insieme grande e piccola borghesia, poteri finanziari, mafie e poteri paralleli, con la fine della crescita da indebitamento lanciata in epoca reaganiana- tatcheriana e proseguita con Clinton-Blair, l’equilibrio del populista Berlusconi crolla. Ma quel populismo lo si era inseguito per anni, sia sul versante del contrasto all’immigrazione, sia su quello del federalismo, sia sull’idea di libera intrapresa senza lacci e laccioli e di riduzione dei diritti del lavoro (flessibilità sfrenata benedetta dai giuslavoristi alla Ichino, ecc.), che costituiva il valore centrale per tutti, ivi incluso il nostrano centrosinistra. O ricordo male ?

Come dire che se populista era Berlusconi, altrettanto populisti alla rincorsa erano gli altri.

Ora il palcoscenico è radicalmente cambiato,certo. Nella coperta sempre più stretta imposta dalla crisi, cambiano gli scenari e gli attori. Le variazioni dello spread ripropongono il livello nazionale come  decisivo e cancellano le varianti locali, sconosciute o poco interessanti per la speculazione dei mercati. Le borghesie nazionali sono costrette a difendersi in quanto tali perché vengono giudicate ad un livello nazionale. E sorge la domanda se convenga o meno restare dentro o uscire fuori dall’Euro.

Nuovi populismo crescono. Come funghi e in concorrenza accentuata. Da diversi lati. Siamo circondati.

Ora sembrerebbe che abbiamo a che fare con quello di Beppe Grillo, il più pericoloso, dentro i confini, perché in grado di far saltare il progetto del razionalismo partenopeo-meneghino di natura neo-nazionalista rappresentato da Napolitano-Monti, che punta a mantenere le prerogative di quella che si potrebbe chiamare frazione globalizzata della borghesia nazionale – ovviamente finanziarizzata – dentro lo scenario europeo e mondiale (mantenere un posto al sole), come obiettivo centrale di questa fase, a discapito delle altre frazioni, secondarie, di borghesia produttiva e classi medie  e ovviamente del lavoro attuale e futuro, tutte espunte drasticamente dal livello decisionale.

Per questo obiettivo, ritenuto strategico, si sacrifica, come in una vera e propria guerra, tutto il resto. A partire dalla democrazia e dal protagonismo (partecipazione) popolare, non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche delle classi medie. I referendum sono aborriti, come mai nella storia repubblicana.

Ciò accade in misura maggiore o minore, in ogni paese, ed in ogni paese emergono i populismi, al momento demagogici, certamente.

Ma quello italiano non è peggiore o più grave degli altri. Su una cosa ha ragione Grillo: se non ci fosse lui, forse ci troveremmo di fronte ad una rinascita dell’antica fenice sotto forma di Albe dorate ed affini, come, oltre che in Grecia, abbiamo visto emergere in Francia. O ad un rafforzamento delle logiche leghiste, opportunamente annientate, per il momento, dagli scandali interni.

La riforma elettorale deve puntare a minimizzare questo rischio.

Ma se tutto ciò accade in un contesto di totale e incentivata assenza di alternative al rigore recessivo delle politiche liberiste, (cosa sostenuta da tutto l’arco neo-costituzionale) cosa ci si aspetta ?

Quello che magari si può lamentare è l’assenza di un populismo esplicitamente di sinistra in Europa e in Italia, analogo a quello latino-americano (che ovviamente populismo non è). Piuttosto è la sana lettura dei fabbisogni sociali, sulla base della specifica cultura nazionale, come ci ha insegnato tale Antonio Gramsci. A dispetto del padre fondatore, molto letto all’estero, dimenticato in patria, si riconosce come perseguibile unicamente la via continentale, senza spiegare perché essa dovrebbe risultare più democratica di quella nazionale. Se non è stato possibile battere le forze dell’arretrato capitalismo nostrano, perché dovrebbe essere più facile sconfiggere quelle del moderno capitalismo continentale ?

In un passo dei Quaderni dal Carcere, Gramsci sostiene, contrariamente alla vulgata che l’Umanesimo fosse la riscossa progressista all’arretratezza medioevale, che il vero movimento progressista dell’età medioevale e moderna sia stato quello delle eresie. L’Umanesimo avrebbe decretato la loro sconfitta e l’affermazione della borghesia transnazionale nascente….

*****

E’ dunque la distruzione scientificamente programmata della sinistra, operata negli ultimi tre decenni, che porta al risultato attuale. Al populismo.

E in questo vuoto pneumatico, i populismi europei e nazionali non possono che ripercorrere la strada interclassista già percorsa da Berlusconi. Perché debbono tentare di rappresentare l’interclasse media depauperata e marginalizzata dalla crisi. E anche perché essa è la stessa strada percorsa dagli altri comparti della politica peninsulare, ivi inclusi UDC e PD, nel tentativo di imporre ad essa una nuova egemonia culturale che loro chiamano realismo. Ma le due ermeneutiche che si confrontano sono entrambe radicalmente populiste. Nel senso che non contemplano letture o prospettive di classe.

L’unica cosa che differenzia Grillo dall’arco costituzionale è la critica serrata, e facile, alle degenerazioni politiche degli altri.

Per il resto, nessuno di costoro si misura sul nocciolo vero della questione: a partire dal fatto, più volte ricordato in questo sito, e richiamato negli ultimi giorni addirittura da Scalfari e da Napolitano, che qualsiasi governo governi dal 2013 al 2017, esso sarà chiuso nella camicia di forza del Pareggio di Bilancio, del Fiscal Compact, dell’Esm, dei Memorandum e della Troika.

Come dire che non c’è spazio per nessuna alternativa. Dunque, quale destra e quale sinistra ?

Fatale che il populismo (demagogico) crescerà al punto, che Beppe Grillo sembrerà un pischello di fronte alle menzogne e alle falsità (demagogia pura) che verranno propinate in campagna elettorale e negli anni adiacenti dal fronte PDL, UDC, PD, (SEL ?), ecc., supportate da un impressionante apparato mediatico che oggi ha l’obiettivo di convincerci che l’uno sia diverso dall’altro, che la tenzone è reale, e che sono possibili progetti diversi per il paese. In realtà la partita (e l’intero campionato) è truccatissimo ed è già terminato prima di iniziare. Altro che Moggi..

Ha ragione Napolitano: tutti, chiunque vinca, dovranno fare la stessa cosa, a prescindere. E lui, il superrealista (anzi il re), vigilerà, finché potrà, affinché a nessuno venga lo schiribizzo di mettere in discussione gli accordi sottoscritti e quelli da sottoscrivere. Lo stesso hanno detto a Cernobbio banchieri e grand commis. Ma il PD, (i cui leader si agitano tanto, non si capisce bene il perché, forse serve ad infervorare la tifoseria) ha già prodotto una carta stampata d’intenti “per il bene comune” che conferma fin d’ora la loro fedeltà agli accordi. E anche Vendola ha aderito.

Un grande patto di punto fisso (punto fijo) tra le presunte forze della rappresentanza politica è stato stipulato.  E prevarrà, con l’alternanza, nell’attraversamento ventennale della crisi.

A meno che un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro.

FONTE :  http://cambiailmondo.org/2012/09/10/populismo/

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La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
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Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare


diAlvin Vent, Davide Falcioni

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno dellapartecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alleoccupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizione del Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.

FONTE : http://www.agoravox.it/Movimento-No-Tav-strategia-e.html

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E SI MUORE….


di Franco Trapani
E si muore anche se si è stati un campione tale da partecipare alle Olimpiadi. E se sei etiope e se sei donna, se sei stata una così sfortunata partecipante agli antichi giochi che non sei riuscita ad importi contro i tuoi antagonisti, come richiede il mercato delle nuove Olimpiadi liberiste, allora muori di sete e di fame mentre cerchi di approdare laddove speravi di trovare una goccia d’acqua dolce, un tozzo di pane o, almeno,  in una pietosa carezza, quel calore umano che ti aiutasse al momento dell’atroce morte. Morir di sete e morir di fame, un orribile modo di morire a vent’anni.

E noi, invece, noi benestanti di questa società europea occidentale, noi oggi come ieri non siamo più capaci di offrire né un sorso d’acqua dolce, né un tozzo di pan secco e men che mai una mano solidale a chi sta morendo prosciugata da un sole implacabilmente nemico e ladro di vita. Al massimo noi avremmo potuto dare una distaccata elemosina e, con ciò metterci a posto per sempre la coscienza.

Noi benestanti oggi siamo tutti così: incapaci.

Non nascondiamoci la verità: in queste morti, troppi morti e tutte eguali, c’è chi cerca uno spiraglio d’umanità nel suo simile, ma dall’altro lato della stessa scena, ci siamo noi, come in uno specchio.

Sì noi, sì noi tutti, tutti noi liberisti alla Ayn Rand o meno, ma anche noi ex social-comunisti d’ogni tipo e colore. Sì tutti noi che a queste tragedie abbiamo fatto il callo e non vediamo, non sentiamo né capiamo i fatti che incrociamo.

Oggi tutta la nostra parte, tutti noi insieme, credenti in una qualsiasi religione o atei, colti o ignoranti, maschi o femmine, formiamo una sinistra in fuga disordinata dai nostri ideali, inseguiti da un mondo liberale o liberista o libertarista che ci ammalia e ci conquista con i suoi modi di adulare e bastonare fatto di promesse e di cose. Promesse alle quali noi facciamo finta di credere e gadget che ci attraggono e ci perdono rendendoci schiavi.

Ma non schiavi che potrebbero sempre accarezzare il momento di una libertà avvenire, meglio dire servi, anzi servili comodi, stupidi idioti, ben felici, spesso, d’essere asserviti a quel mondo.

Come ci siamo ridotti male tutti noi cari compagni, tutti. Mentre molti ci abbandonano, gli operai sostengono un padronato che li affama e li riempirà di malattie mortali. E nella tragedia che incombe i loro rappresentanti stanno lì a cercare un inesistente equilibrio tra salute e servitù. I figli e i nipoti di quei potenziali compagni ci hanno tradito:  e stanno inebetiti tra un Gramsci dimenticato o mai letto in una mano e la frusta o la mannaia del carnefice nell’altra.

Non sanno per chi decidere, ma c’è sempre chi colpire più in basso, qualcuno più piccolo o più mite o comunque diverso per nazionalità e provenienza su cui sfogare con rabbia i proprii limiti e le proprie frustrazioni. Non avranno mai il coraggio civile di sostenersi l’un l’altro nelle loro baracche senza acqua né luce e di farsi sparare addosso, cadendo a decine.

Poche chiacchere e sentimentalismi.

Dopo una secolare storia di sfruttamento di tutto il mondo e dopo averne lasciato gli avanzi ai capitalisti e ai figliastri semicivilizzati di un socialismo traviato, oggi noi a questo basso ruolo servile siamo decaduti: fare i carnefici al soldo dei ricchi.

Se vogliamo cambiare le cose, ma nei tempi lunghi o lunghissimi e senza facili entusiasmi, abbiamo solo una strada da percorrere: lasciare la città dei faraone e riprendere un faticoso ritorno alla terra tradita, in una peregrinazione di nuova cultura e di antichi ideali.

Ciò che ci misero, di pratico e duro, gli Stalin e i Lenin, non è bagaglio utile e sano. Non conterrà acqua per strada, ci porterà ancora odio, dolori e morte.

Dobbiamo avviarci per una strada tutta nuova e tutta nostra, tanto nelle difficoltà a percorrerla che nella felicità di raggiungerla.

Noi e i nostri morti, noi e le nostre vittime, noi e i nostri nuovi compagni, noi ed i nostri ideali. Almeno potremo almeno sperare una vita nuova con inizio diverso ed opposto. Solamente da un primo germe di unione solidale potrà nascere il nuovo, ma nello stesso tempo il germe sarà portatore del vecchio nucleo universale. Che è poi il nostro stile di essere veramente di sinistra.

Anche la morte per sete e per fame di una donna che non potrà mai più sperare in niente e in nessuno, anche quel funerale non celebrato, potrebbe diventare l’occasione di una rinascita.

Invio sconsolati saluti ai pochi sopravvissuti maestri e ai molti compagni perduti: che rimangano dove stanno, a servizio, se la loro felicità consiste solo in questo.

Invio a tutti i miei saluti sperando che qualcuno cominci a cambiare ed aspettando che cambi il mondo. Mi scuso per le iperboli e le metafore.

…………………………………

Nella foto:
Samia Yusuf Omar, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta, come i suoi fratelli, in povertà. Nel 2008, questa ragazza piccola e gracile, partecipò alle Olimpiadi proprio in rappresentanza della Somalia. Figlia di una fruttivendola e di un uomo ucciso da un proiettile d’artiglieria, questa ragazza era riuscita con molti sacrifici a partecipare alla gara dei 200 metri femminili di Pechino 2008. Da testimonianze di un gruppo di naufraghi, Samia è morta durante una traversata del mediterraneo nel tentativo di sbarcare in Italia per poi raggiungere Londra per partecipare alle ultime olimpiadi.

FONTE : http://cambiailmondo.org/2012/08/22/e-si-muore/

Pubblicato in: CRONACA, diritti, DOSSIER, economia, LAVORO, politica, sociale

Sulcis: 30 minatori, 400 metri sotto terra


Se dovessimo trovare un luogo preciso da cui parte il malessere italiano, se dovessimo individuare la pentola che bolle e la polveriera di questa storia chiamata “Crisi”, il Sulcis in Sardegna sarebbe la regione protagonista. A leggere i giornali ci si confonde fra le tante vertenze: troppe aziende aPortovesme chiudono, troppi lottano per il lavoro, troppe storie di povertà si accavallano fino a non capire più chi ci sia dietro ogni singola lotta e protesta. Quelli di cui parliamo oggi sono gli ultimi minatori della Sardegna, gli ultimi se la Carbonsulcis chiude come drammaticamente è previsto.

Ma cosa è la Carbonsulcis? Come accennavo prima è una società della Regione Sardegna che gestisce l’ultima miniera di carbone rimasta in Italia, quella di Nuraxi Figus, vicino a Portoscuso. È nata nel 1976 dopo la chiusura delle miniere in seguito alla presa di coscienza che il carbone, oro per la Sardegna, non era più conveniente da estrarre. Fu così rilevata dall’Enel e, a causa delle proteste dei lavoratori, che già vedevano nella conversione industriale che li attendeva un fallimento (come è stato), mantenuta per evitare di aggravare la situazione occupazionale del territorio.

Ma nell’88 arrivano i primi aiuti pubblici per salvarla, si decide così di ridurre l’inquinamento destinando l’estrazione alla gassificazione e alla produzione di energia termoelettrica. Nel ’95 viene messa all’asta e siccome nessuno pareva interessato venne acquistata dalla Regione Sardegna che avrebbe dovuto accompagnare l’azienda verso la privatizzazione.

Il 26 agosto 2012 alle ore 22:30, una trentina di minatori si asserraglia a 373 metri di profondità. La rabbia esplode quando non arriva una risposta in merito ai finanziamenti per rilanciare la minieraattraverso la produzione di energia pulita da carbone attraverso la cattura di Co2 dal terreno.

Se questi investimenti, si tratta di 200 milioni di euro, saltassero per i 463 lavoratori e le famigliesarebbe un duro colpo. Si sa che in tempi di crisi abbandonare una produzione al suo destino significa farla fallire nella competizione economica e sancirne la morte. Ma la morte di una attività significa la fame per chi ci vive. A poca distanza i lavoratori Alcoa sperano nell’incontro decisivo il 31 agosto fra il ministro De Vincenti e Glencore, anche se non sarà facile convincere qualcuno a investire in un impianto in perdita da anni nonostante gli sconti energetici. La nostra Primavera è iniziata e parte dal Sulcis-Iglesiente.

FONTI :  http://www.agoravox.it/Sulcis-30-minatori-400-metri-sotto.html

http://www.isoladeicassintegrati.com/2012/08/27/sulcis-30-minatori-400-metri-sotto-terra/

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Angelica Varga, Colpevole Perché Rom


di 

Maggio 2008, Ponticelli, quartiere di Napoli. Angelica Varga, una ragazzina rumena di neanche 16 anni, di etnia rom, arrivata da poco in Italia, viene accusata di tentato rapimento di una bambina italiana. Presa e condannata successivamente a tre anni e otto mesi di carcere. Non ci sono prove né testimoni, solo la testimonianza della mamma della bambina, ritenuta dagli inquirenti pienamente credibile, nonostante le contraddizioni e la non verosimiglianza del suo racconto documentate dalla difesa. La stessa Polizia, nel suo rapporto conclusivo consegnato all’autorità giudiziaria, esprimerà “fortissimi dubbi” sulla “verosimiglianza” di quanto accaduto. Chi la giudica – dopo otto mesi di carcere preventivo – però non ha dubbi. Scrive addirittura che Angelica è “incline a compiere delitti analoghi” in quanto “zingara”. E questo la dice lunga su come certi pregiudizi siano presenti anche dove uno meno se lo aspetterebbe.
Lei si dichiara disperatamente innocente. Nulla conta il fatto che sia incensurata, nulla conta la sua giovanissima età. Niente attenuanti, niente benefici di legge previsti per i minorenni, niente misure alternative al carcere, come ad esempio l’inserimento in strutture di recupero. Il suo dichiararsi innocente aggrava addirittura la sua posizione. Infatti gli “sconti” di pena vengono concessi solo se l’imputato ammette di essere colpevole. Questa è la ragione per cui molti immigrati di fronte ad una condanna ritenuta inevitabile si dichiarano colpevoli. Questi casi andranno ad alimentare le statistiche, permettendo alle Lega e simili di “dimostrare” che gli immigrati e gli zingari commettono più reati degli italiani.

Angelica non ha confessato, si è “rifiutata di collaborare”. Starà in galera quasi quattro anni e mezzo. Così impara che essere zingara è un’aggravante.

Sei colpevole? Allora siete tutti colpevoli
Dopo l’arresto di Angelica, si scatena – come da copione in casi simili – la “sacrosanta rabbia popolare”. Ottocento rom devono scappare abbandonando nel giro di poche ore le loro misere abitazioni per evitare il linciaggio di massa da parte di gruppi di “pacifici cittadini” di Ponticelli aizzati da elementi della malavita locale e da improvvisati giustizieri che si fanno sempre vivi in circostanze come queste. Trionfa ancora una volta il “nobile e civilissimo” principio di ogni razzismo, per cui se uno zingaro è colpevole, allora tutti gli zingari sono colpevoli. Non è una novità nella storia delle persecuzioni di massa. Si saprà poi che due anni dopo, nel 2010, una serie di incendi in alcuni campi rom di Ponticelli erano stati commissionati da “onesti cittadini” di Ponticelli a personaggi della camorra per spingere alla fuga le famiglie rom ed evitare che i propri figli andassero a scuola con i bambini rom. In nome dell’integrazione, naturalmente. Gli arresti dei presunti responsabili sono stati effettuati proprio qualche settimana fa.

Il giorno dopo
Davide Varì è un giornalista (“pentito”, dice di se stesso) che nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei rom da Ponticelli è andato a intervistare alcuni dei testimoni dei fatti. La sua testimonianza, riportata nel suo blog, inizia così: Sono stato a Ponticelli, i rom non ci sono più e quanto segue è quello che ho visto … “Certo, io tengo paura degli zingari. Però, mo’ che li hanno cacciati, il mio amichetto di classe non ci sta più e a me mi dispiace assai”. Sta nelle parole di Marco – otto anni, della scuola elementare Enrico Toti – il senso di quel che è accaduto a Ponticelli nei giorni della caccia al rom. Nei giorni dei roghi, della furia popolare e delle strane infiltrazioni della camorra. D’o sistema. C’è ancora l’accanimento contro gli zingari “scocciatori, ladri e puzzolenti”; ma c’è anche la pietà, “perché in fondo – dice una giovane donna in attesa che il figlio esca da scuola – non facevano proprio nulla di male. Qui a Ponticelli, il vero problema sono gli spacciatori che arrivano fin sotto la scuola a vendere chilla merda”. E poi quella storia del rapimento della bambina a cui non crede nessuno. “Quella ragazza rom la conoscevano tutti. Mi sembra strano. E’ tutto molto strano”.

La fine dell’incubo
Oggi, scontata la pena, Angelica è libera e sta per compiere vent’anni. Dice che vuole dimostrare la sua innocenza (ci sarà il processo di appello), che vuole un lavoro (sa fare la parrucchiera), che vuole una famiglia, l’integrazione. Tanti auguri, Angelica.

Gli zingari che rubano i bambini, ovvero – come ebbe a dire Albert Einstein – “È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio”
Nello stesso periodo in cui avvenivano questi fatti, veniva pubblicata parte di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona, dal titolo “La zingara rapitrice”, a cura di Sabrina Tosi Cambrini (2008). Eccone una sintesi tratta dalla presentazione della ricerca: “Nella pubblicazione si esaminano minuziosamente le carte processuali di tutti gli episodi in cui una notizia di reato per sequestro di minore da parte di una rom è arrivata presso gli sportelli delle procure italiane, negli anni dal 1986 al 2007. In questi anni i ricercatori segnalano 40 accuse di rapimento da parte di rom. Di queste solo sette hanno portato all’attivazione di un procedimento penale. Tutte e quaranta si sono dimostrate infondate e non c’è mai stata alcuna condanna. Ennesima dimostrazione che tra le carte giudiziarie da una parte e quello che i giornalisti scrivono e quello che il senso comune reputa dall’altra, c’è spesso una distanza che si può colmare solo con pregiudizi razzisti e leggende metropolitane. La sceneggiatura tipica dei racconti delle madri che hanno denunciato una rom per aver tentato di portar via il loro bambino è estremamente convenzionale, e ribadisce il carattere stereotipo e favolistico di questi episodi: l’accusatrice è l’unica testimone ed è la madre del bambino che si vorrebbe rapito; è una giovane donna, di solito madre del primo figlio di pochi mesi; è una madre coraggio che riesce a sventare il sequestro del proprio figlio”.
La condanna di Angelica rompe questo schema. Per la prima volta, il 12 gennaio del 2009, data del processo contro Angelica, un giudice ha emesso una condanna di colpevolezza ai danni di una donna rom per l’accusa di sequestro di persona, creando così un precedente giudiziario. C’è solo da sperare nel processo di appello.

fonte :  http://www.mentecritica.net/angelica-varga-colpevole-perche-rom/informazione/bruno-carchedi/29164/

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Ilva di Taranto: il fallimento politico e industriale dell’Italia


La questione dello stabilimento dell’Ilva di Taranto in un paese democratico, civile e avanzato apparterebbe sicuramente al passato, a una storia di archeologia industriale, a un tempo in cui la vita e la salute degli operai non contava nulla rispetto al profitto della fabbrica. Invece la bomba ecologicache da decenni sta soffocando Taranto, causando innumerevoli casi di morti precoci nella popolazione della città, rimane sempre lì, sostenuta da un esplicito ricatto: o l’acciaieria (e quindi il lavoro) o il vuoto. Il fallimento di una imprenditoria retrograda, gonfiata da interventi pubblici sempre destinati sulla carta a una bonifica che non arriva mai, è il fallimento della politica, sostituita dalla magistratura. E si sa che i tribunali agiscono secondo le regole del diritto: chiudono gli stabilimenti fuori legge, accertano responsabilità, rinviano a giudizio i responsabili, aprono inchieste, allungano i tempi ma non possono sicuramente offrire un piano industriale capace di superare la dicotomia lavoro/tutela della salute che per decenni ha contrapposto le ragioni dell’ambiente con quelle dello sviluppo e dell’occupazione.

La magistratura avvia procedimenti tampone che possono pure destare qualche perplessità: l’ultimo provvedimento ha visto i giudici nominare Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, custode e amministratore delle aree e degli impianti sotto sequestro e al posto del commercialista nominato dal Gip per i compiti amministrativi. Dunque il padrone della fabbrica, che in questi anni ha fatto poco o nulla per la rigenerazione dello stabilimento, dovrà controllare la sua messa in sicurezza. Controllore e controllato coincidono.

Le ultime notizie sono queste: “Il tribunale ha disposto che «I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti».

Secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, «La conferma del sequestro anche se con diritto d’uso e degli arresti dei proprietari dell’azienda conferma l’impianto accusatorio del grave inquinamento ambientale causato dall’impianto. La strada tracciata dal Tribunale del Riesame è quella che prevede un forte e rapido ammodernamento degli impianti che per Legambiente deve avvenire attraverso una nuova Aia, che obbligherebbe l’azienda a procedere agli interventi. Gli atti d’intesa firmati negli anni scorsi a Taranto tra l’Ilva e le Istituzioni locali e nazionali ci hanno, infatti, insegnato che con l’azienda il gentleman agreement, come dimostrano le dichiarazioni di ieri di Ferrante, non funziona e che l’Ilva intraprende azioni per diminuire le proprie emissioni inquinanti solo se costretta. Non bastano le quattro modifiche impiantistiche di cui si è parlato ieri nella riunione tra enti locali e azienda, ma a nostro parere, come già ribadito con le nostre osservazioni inviate al ministro dell’ambiente Corrado Clini subito dopo la riapertura del procedimento di Aia dello scorso marzo, sono 26 i punti sostanziali e irrinunciabili da adottare nell’impianto e nelle pratiche operative per ridurre efficacemente le emissioni»“.

Così descrive la situazione l’Associazione Antimafie Rita Atria: “Non dimentichiamo che la prima denuncia è del 1965, la prima manifestazione ambientalista del 1971, la città è dal 1991 è “area a elevato rischio ambientale”, la prima condanna in tribunale per “getto di polveri” è del 1982 (quindici giorni di reclusione per il direttore dell’allora Italsider), la prima condanna per Emilio Riva arriva per i “parchi minerali” nel 2002, nel 2007 Emilio Riva e suo figlio Claudio furono anche interdetti dall’esercizio dell’attività industriale, e fu loro inibita la possibilità di contrattare con la pubblica amministrazione. Davanti a questa realtà le Istituzioni non hanno saputo tutelare i cittadini, non hanno saputo imporre il rispetto della legalità e del diritto. …

Riteniamo, pertanto, gravissime le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sull’ambientalismo isterico che consideriamo offensive e dannose. Il Presidente Vendola, così come molti altri esponenti istituzionali, dovrebbe chiedere scusa alla città e all’Italia intera per i ritardi e le omissioni istituzionali. L’azione di questi anni dell’associazionismo merita di essere ringraziato e sostenuto, a partire dall’Associazione PeaceLink il cui Presidente, prof. Alessandro Marescotti, è stato oggetto la settimana scorsa di una provocatoria contestazione durante il suo intervento ad un convegno pubblico. Le associazioni ambientaliste hanno, in questi anni, svolto i compiti di tutela pubblica e di analisi ambientale che spettavano alle Istituzioni. E dal mondo ambientalista è venuta l’unica proposta di progetto di bonifica dell’area e che salverebbe anche i posti di lavoro. Dimostrazione che il cosiddetto “ricatto occupazionale”, di cui in questi giorni si sono fatti portavoce alcuni politici locali e nazionali, gran parte della stampa locale e nazionale (comprese trasmissioni di quello che dovrebbe essere “servizio pubblico”) e, purtroppo, alcuni sindacalisti è falso ed è solo un favore alla proprietà e a chi non vuole un futuro migliore per Taranto: in tutta Europa esistono esempi di riconversioni industriali e, anche, di poli siderurgici che non mettono a rischio la salute pubblica e l’ambiente. Sono questi gli esempi che Taranto deve seguire, smontando tale ricatto e costruendo un avvenire dove l’aria possa tornare pulita e i cittadini non debbano vivere con il timore di ammalarsi o di vedere nascere figli già condannati”.

PeaceLink, associazione ambientalista con base proprio a Taranto, è da anni in prima linea per combattere una battaglia tanto vitale quanto difficile. Scriveva qualche giorno fa Lidia Giannotti per Peacelink:” Si è fatto in modo che i molti processi penali per inquinamento (a partire dal 1982) e le sentenze di condanna (a carico dell’Italsider prima e poi della società della famiglia Riva) non destassero clamore, infischiandosene del perpetrarsi dell’inquinamento, di nuovi reati e dell’evidenza di effetti sempre più devastanti per la popolazione.

Oggi che c’è più attenzione, si prova a far passare l’idea – folle – che la malattia dipenda dalla fotografia che ne è stata fatta e dal chirurgo (le associazioni che si sono adoperate in questi anni e i magistrati, intervenuti a tutela della legalità e della salute di tutti).

Ma alcune dichiarazioni e reazioni, che evitano accuratamente di parlare della città e delle vittime – quasi come al cospetto di una fanciulla offerta in sacrificio e riemersa all’improvviso dal mare – sono di ottusa e grottesca cecità.

Come proprio molti politici amano ripetere, sono dichiarazioni che offendono una seconda volta i morti e gli ammalati, i sempre più bambini con tumori infantili (il picco aumenterà a lungo e si fermerà solo dopo il 2020), le donne la cui vita ha significato passare da un capezzale all’altro, gli operatori economici le cui attività sono state spazzate via, i cervelli in fuga da un territorio il cui destino è sempre stato deciso altrove. Sono dichiarazioni che rispecchiano un’irresponsabilità dimostrata per anni e che non prospettano niente di buono per nessuno.

Sarebbe meglio, piuttosto, portare rispetto a chi ha sofferto e mettersi a lavorare sul serio, per il presente e il futuro di questi duecento mila cittadini.

Così facendo, si eviterebbe di prendere in giro anche il resto degli italiani, minacciato quasi ovunque ormai da rischi ambientali e sanitari atroci e spesso evitabilissimi, a condizione di adottare comportamenti sani e innanzitutto leciti – si ricorda che chi non esprime solidarietà alle vittime a volte solidarizza con chi è accusato di aver addomesticato i controllori – e di effettuare investimenti in tecnologie moderne che salvaguardino la persona. Tutto questo può avvenire solo in un contesto di politiche serie, trasparenti e lungimiranti”.

Un’acciaieria ubicata nel centro di una città popolosa è un non senso che testimonia come non possiamo impartire nessuna lezione ambientalista ai paesi inquinanti. Prima di dare lezioni guardiamo in casa nostra .

FONTE : http://www.unimondo.org/Notizie/Ilva-di-Taranto-il-fallimento-politico-e-industriale-dell-Italia-136490

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Lettera a Paolo Borsellino


L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire ” Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Palermo, 19 luglio 2012

fonte : http://www.centrostudisao.org/2012/08/01/la-lettera-di-roberto-scarpinato-a-paolo-borsellino/

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Confessioni di un “oppressore”


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Scrivo questo articolo dopo più di un anno che con Femminile Plurale avevo deciso di affrontare la questione femminile, per l’appunto, da un punto di vista maschile. Lo preciso perché questo tempo è dovuto necessariamente passare per permettermi di mettere a fuoco la questione senza cadere nella banalità della tolleranza o delle quote rosa. Sono un maschio bianco eterosessuale attorno ai trent’anni, lavoro, ho una compagna, sono economicamente indipendente. Ho tutte quelle caratteristiche che dovrebbero fare di me un perfetto predatore, un capobranco, un uomo che sostanzialmente non vive sulla sua pelle alcuna discriminazione e anzi, in linea teorica, è colui che mette in atto e gode dei più ampi privilegi sociali nel nostro paese. Eppure, nonostante tutto questo, provo un profondo disagio ad interpretare il ruolo che mi è stato assegnato e per cui sono stato educato, ad accettare che dire la mia sulla questione di genere voglia dire ricordarsi di mettere quote rosa un po’ dappertutto (salvo poi decidere sempre e solo tra uomini), riempire le mie mail di asterischi o ricordarmi di usare anche il femminile quando mi riferisco per iscritto a un gruppo di persone. Ecco, penso che la questione sia leggermente più complessa (anche dal punto di vista linguistico) e vada affrontata cercando di capire anche l’altra metà del cielo.

Per questo l’unico strumento teorico che mi sembra reggere per analizzare questa situazione è il concetto di violenza simbolica di Pierre Bourdieu, per il quale la violenza simbolica è quella violenza dolce “esercitata non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.”

 

Declinando il concetto sulla dominazione maschio-femmina il sociologo francese dice:

“Penso che la violenza simbolica si eserciti con la complicità di strutture cognitive che non sono consce, che sono delle strutture profondamente incorporate, le quali – per esempio, nel caso della dominazione maschile – si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne, per esempio. Ci sono molti studi di questo tipo: sulle maniere di parlare, sulle maniere di gesticolare, sulle maniere di guardare [a seconda dei sessi, e dei ceti sociali]. Nella maggior parte delle società, si insegna alle donne ad abbassare gli occhi quando sono guardate, per esempio. Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’ alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’ onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’ onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”; la parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei principi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche: le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ ordine maschile, ecc. Dunque, è sempre grazie a questa sorta di complicità [che l’ ordine si impone]…”.

Per tagliare corto sull’aspetto più teorico della questione, che comunque va indagato, come si viene educati a questo essere “dritti”? Come si cresce da maschi eterosessuali? Quale educazione sentimentale viene data?

Quello che sino ad ora sono riuscito a focalizzare è:

1. Apprendimento a polarizzare il giudizio sul mondo femminile e sulla sessualità in genere sull’asse puro/impuro. Da qui le mamme/spose/amanti ideali si contrappongono alle puttane in genere, che poi si declinano in vario modo. È importante notare come la relazione col sesso femminile in ambedue i casi sia comunque negata dato che il giudizio su di esso è sempre aprioristico.

2. Apprendimento del comportamento sessuale tramite la pornografia. Praticamente la quasi totalità dei maschi apprende i comportamenti sessuali tramite un’esposizione massicia a materiale pornografico che, in una società che nega l’educazione sessuale come materia scolastica, sono il primo e molto spesso unico modello anche banalmente pratico. Il mondo della pornografia, essendo in gran misura un mercato, tende a spettacolarizzare e ad estremizzare i comportamenti così da renderli più appetibili ai suoi pubblici.

3. Competizione intragenere. La sessualità, l’amore e il rapporto con il sesso femminile è quasi sempre vissuto in un contesto competitivo. L’importante sembra sempre essere “il più…” in qualcosa: il più bello, il più simpatico, il più intelligente o semplicemente quello col pene e le prestazioni più lunghe. Lo stigma di genere si semplifica proprio qui: avere un pene corto e/o un’eiaculazione precoce rappresentano il terrore di tutti i maschi.

4. Omofobia. Le forme di amore omossessuale sono fortemente stigmatizzate sin dalla più tenera età. Tra amici ci si offende per scherzo chiamandosi “frocio”, “finocchio”, “culattone” così tanto che nell’età adulta questi modi di dire sono difficilmente controllabili. Peggio ancora per quanto riguarda il riconoscimento dell’amore tra donne, il quale può inquadrarsi quasi sempre solo ed esclusivamente in un ménage à trois in cui l’uomo è, come sempre, padrone. Per le lesbiche nel senso comune maschile è prevista semplicemente la non esistenza.

5. Possesso della donna. In questo quadro il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei mia”, “l’ho posseduta” sono solo alcune forme linguistiche che chiariscono molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto sia educato l’uomo. La donna “si ha” e se è negata è legittimo toglierle la vita, romperla come un oggetto. Questo approccio deviato al rapporto con l’altro è socialmente accettato tant’è che l’omicidio passionale è solitamente visto come un eccesso di amore che sfocia nella pazzia.
Brendan Monroe, Headache

I tratti sopra descritti rappresentano certamente solo un’analisi parziale del problema ma sono i modelli culturali che a mio parere maggiormente influenzano la vita di un uomo. È importante capire chequesti comportamenti non sono “naturali” e “inevitabili”(giustificazioni tipiche di chi esercita una forma di violenza simbolica in un campo) ma congiunturali e socialmente determinati. L’uomo non vive serenamente questa educazione sentimentale sessocentrica e anzi la via dell’amore e dell’accettazione della propria sessualità è costellata di immani sofferenze e di tremende paure. È, per tornare a Bourdieu, il dominante che subisce la sua stessa dominazione, la sua stessa violenza, il suo stesso potere.

È arrivato il momento di affrontare con serenità e pazienza questo sistema di valori negativi che generano solamente l’infelicità delle persone, partendo dal fatto che la questione femminile si risolve solo se si risolve anche quella maschile, perché le soluzioni, i superamenti e le rivoluzioni o si fanno insieme o non si fanno. Solo così potremo sperare di lasciare ai nostri figli una società migliore e più felice e non solamente una finta rivoluzione sessuale.

(Per l’intervista completa a Bourdieu: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=388#4)

FONTE : http://femminileplurale.wordpress.com/2012/08/01/confessioni-di-un-oppressore/

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Morire di bici


Isa andava alla seduta di commissione delle Politiche Sociali al Comune di Lodi. Alle 18. Perché le commissioni nei comuni si fanno dopo avere terminato una giornata di lavoro. Isa Veluti era la presidente di commissione. Li conosceva bene quei temi, ci aveva lavorato anni. E anche il 16 luglio era puntuale. In bici. E in bici è stata l’ennesima persona travolta. Da un camion, come Laura, che aveva 36 anni e andava al lavoro da Desio verso Giussano. Lascia due figli e la bicicletta per terra. Oppure come Giorgia o Valerio.

Giorgia aveva 13 anni, è stata investita da un’auto mentre attraversava la strada in bicicletta per andare a scuola a controllare i risultati dell’anno appena trascorso. Il suo corpo è stato sbalzato a 15 metri dal luogo dell’impatto, poi la corsa verso l’ospedale, 13 giorni di agonia, finché non c’è stato più niente da fare. Valerio, invece aveva 18 anni, dopo essere caduto a terra è stato investito da un furgone che non ha fatto in tempo a frenare.

Succede che si continua a morire di bici. Ci si merita qualche riga di giornale e ci si va ad aggiungere alle statistiche. Che sono quelle di un primato tutto italiano: 2557 morti in bici in 10 anni.

2557 “danni collaterali” che fotografano l’arretratezza di un Paese che abbandona chi sceglie un’alternativa ecologica, sostenibile e umana alla motorizzazione per forza. Sono i temi che la campagna #salvaiciclisti ha proposto con forza in rete fino ad arrivare in Parlamento.

E’ che in fondo sembra che ci siamo abituati. All’eventualità di morire di bici.

Due giorni fa si è spenta Giorgia Graziano. Ieri è toccato a Valerio Zeffin.

Giorgia aveva 13 anni, è stata investita da un’auto mentre attraversava la strada in bicicletta per andare a scuola a controllare i risultati dell’anno appena trascorso. Il suo corpo è stato sbalzato a 15 metri dal luogo dell’impatto, poi la corsa verso l’ospedale, 13 giorni di agonia, finché non c’è stato più niente da fare.

Valerio, invece aveva 18 anni, dopo essere caduto a terra è stato investito da un furgone che non ha fatto in tempo a frenare.

Al di là della forma degli incidenti, di per se gravissimi, la cosa che sconcerta di più in assoluto è stato l’ampio silenzio degli organi di stampa riservato a questi eventi. I giornali italiani erano troppo occupati a parlare del cane Lennox, del presunto figlio di Balotelli e della Fico, dell’ultimo anticiclone infernale e del ritorno in politica di Berlusconi.

Mentre la parte migliore dell’Italia lascia la vita sulle nostre strade, buona parte della stampa, invece di informare, preferisce nascondere la testa sotto la sabbia continuando a raccontarci storielline per evitare di affrontare i problemi reali. Questo non può essere più tollerato.

Non possiamo non rivolgere un pensiero ai genitori di Giorgia e di Valerio in questo momento.

fonti :  http://www.milanox.eu/isa-unaltra-morta-in-bicicletta/

http://www.giuliocavalli.net/2012/07/17/isa-in-bicicletta/

http://www.salvaiciclisti.it/blog/2012/07/13/ciao-giorgia-ciao-valerio/#.UBeai2E0OfU

http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=207578&sez=NORDEST

http://www.quicomo.it/07/12/valerio-zeffin.html

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Una piccola storia ignobile


di Giuliano Bugani

Disabile sciopera…

Ozzano Emilia. Assume toni drammatici il caso del ragazzo paralizzato, al quale il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, impediscono di costruire una rampa per disabili per uscire dalla casa. In una lettera disperata, indirizzata al sindaco alla Giunta, ai consiglieri, al Difensore Civico Regionale, la madre del ragazzo, Mara Valdrè, informa che il figlio ha deciso di fare lo sciopero dei medicinali, mettendo a rischio la propria vita. Il caso Valdrè era stato vinto al Consiglio di Stato, contro il quale, dopo anni di vertenze giudiziarie, il comune di Ozzano aveva perso la causa. Nonostante il Consiglio di Stato, il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, con una assoluta arroganza, continuano in questa battaglia legale ribadendo la propria posizione, senza considerare che ne va della vita di un disabile.

Ozzano, una piccola storia ignobile

La notizia trapela all’improvviso: il Giudice di Pace ha condannato il Comune di Ozzano Emilia a pagare le spese legali, dopo avere assolto la signora Mara Valdrè dal pagamento di una contravvenzione per occupazione di suolo pubblico. Come tutto ciò che trapela all’improvviso, lentamente si dipana il caso Valdrè, con inquietanti risvolti, anche penali. Intanto va detto che sono stati denunciati il sindaco di Ozzano, Loretta Masotti, il vicesindaco Luca Lelli, i tecnici comunali Tassinari e D’ Arco (quest’ultimo da poco in pensione). La denuncia è stata avanzata dalla signora Mara Valdrè, ozzanese, in seguito alla decisione dei tecnici comunali di non dare il permesso di realizzare una rampa di accesso per disabili gravi nel proprio parcheggio privato per l’ accesso di una lettiga, in quanto il figlio, a seguito di un grave incidente, è paralizzato. E per realizzare questa rampa, la signora Valdrè aveva recintato una parte dell’area privata.  Successivamente la polizia municipale aveva sollevato la contravvenzione alla signora Valdrè per occupazione di suolo pubblico. Ma a seguito del ricorso al Giudice di Pace, che, su parere del Ctu ha dichiarato che l’area è di proprietà della signora Valdrè, davanti a testimoni e Giudice di Pace compreso, l’agente della polizia municipale ha rilasciato risposte inquietanti, come ci racconta la signora Valdrè stessa: “Quando il Giudice di Pace ha chiesto all’agente di Polizia Municipale” (sul quale per ora manteniamo l’anonimato) “perché aveva fatto quella contravvenzione, ha risposto: Perché sono state fatte pressioni, indicando in alto con l’ indice”. A questo punto le cose potrebbero esplodere. Chi sono o chi è che ha fatto pressioni all’agente? E perché questa ostinazione da parte del sindaco Loretta Masotti, anche davanti a un caso umano come quello della signora Valdrè, con un figlio gravemente disabile?

Minacciata di morte

La cittadina ozzanese, Mara Valdrè, giorni fa si è vista recapitare una lettera anonima con minacce di morte. Immediata la denuncia alla caserma dei Carabinieri di Ozzano, ma essendo una denuncia contro ignoti, tutto potrebbe finire lì. Il fatto arriva pochi giorni dopo una querelle in riferimento alla vicenda di una realizzazione di una rampa per disabili, negata dall’Amministrazione comunale. Querelle che aveva avuto un primo epilogo nella condanna dell’Amministrazione stessa a pagare le spese legali, dopo l’assoluzione della stessa Mara Valdrè dal pagamento di una multa in relazione al tentativo di realizzare comunque la rampa per disabili nella sua proprietà. “Se Ozzano ti sta stretta – si legge nella lettera anonima attraverso titoli ritagliati da giornali – attenta, rischi ti scoppi addosso. Bum”. “Non mi lascio intimidire da vigliacchi che scrivono lettere anonime – afferma Mara Valdrè -. Andrò avanti con le battaglie per mio figlio”.

scrive al presidente Napolitano

Il progetto non è stato autorizzato. La signora Valdrè però non si è arresa, e i suoi avvocati hanno lavorato su due fronti, uno civile e l’altro penale. Il legale Maura Nicolì ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, che proprio in questi giorni ha bocciato l’ordinanza del Comune. Mara, dal canto suo, nell’attesa della decisione, si era rivolta persino al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Ho scritto che questi sono stati tre anni d’inferno, che mio figlio è prigioniero in casa. Mi hanno risposto dalla segreteria del Presidente, dicendomi che la mia pratica era appunto al Consiglio di Stato. Poi per fortuna è arrivata questa sentenza. Già nel 2010 dimostrai che il parcheggio era di mia proprietà”.

Ma c’è anche l’aspetto penale, su cui ha aperto un fascicolo il pm Antonello Gustapane. “Le indagini sono ancora in corso – dice l’avvocato di Mara, Francesco Miraglia – Al momento è indagato per abuso d’ufficio il geometra del Comune, e il pm ha in mano una relazione che dimostra come quella proprietà è privata”. “Io ho denunciato anche l’ingegnere dell’amministrazione e il sindaco Loretta Masotti – conclude Mara – Proprio il sindaco disse che quel parcheggio era pubblico, nonostante avessi dimostrato il contrario”.

FONTI :  http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/07/20/disabile-sciopera/

http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/02/22/ozzano-una-piccola-storia-ignobile/

http://www.leggilanotizia.it/moduli/notizia.aspx?ID=2669

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2012/05/09/news/disabile_prigioniero_in_casa_scrive_al_presidente_napolitano-34746634/

Pubblicato in: economia, LAVORO, politica, sociale

La spending review contro il Welfare State


La spending review cui sta lavorando il governo ha ben poco a che vedere con un’operazione finalizzata solo a ridurre gli sprechi. Il pericolo è che si metta in campo un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del welfare legittimando l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.

di Guglielmo Forges Davanzati da Micromega on line



Aristotele concepiva l’Economia come “governo della casa”. Nell’ideare la c.d.spending review (revisione della spesa), il Governo deve evidentemente aver attinto al pensiero aristotelico, indossando i panni di un buon padre di famiglia impegnato a far quadrare i conti. Sul sito della Presidenza del Consiglio si legge che: “con la spending review il Governo è intervenuto analizzando le voci di spesa delle pubbliche amministrazioni, per evitare inefficienze, eliminare sprechi e ottenere risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. La razionalizzazione e il contenimento dei costi sono infatti fondamentali per garantire, da un lato il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, dall’altro l’ammodernamento dello Stato e il rilancio del circuito economico”, e che, nel complesso, la spesa pubblica cosiddetta rivedibile (leggi: tagli) ammonta a quasi 300 miliardi di euro.

Nello stesso documento, viene precisato che questo importo “potrebbe servire, per esempio, a evitare l’aumento di due punti dell’IVA previsto per gli ultimi tre mesi del 2012”. I tagli verranno effettuati anche tendendo conto delle numerosissime mail spedite da cittadini italiani, che si sono avvalsi dell’opzione “esprimi la tua opinione”, segnalando sprechi e inefficienze. Fra queste, si cita il caso di un ospedale nel quale verrebbero tenuti accesi i riscaldamenti anche nel periodo estivo: caso piuttosto inverosimile, sebbene ancora da verificare, dal momento che ragionevolmente sarebbe nell’interesse di tutti coloro che lì lavorano chiedere che i riscaldamenti vengano spenti. A prescindere dall’incidentale “per esempio” al quale il Governo fa riferimento (non essendo noto a cosa si sia pensato in alternativa all’aumento dell’IVA), occorre innanzitutto rilevare – in linea generale – che è assai arduo ritenere che con 300 miliardi di minori spese si possa generare sviluppo e crescita, soprattutto considerando che questi risparmi verranno utilizzati per accrescere l’avanzo primario, potenziando – come si legge ancora nel comunicato governativo – “la linea di risparmio seguita dal Governo nei primi mesi di attività”.

Il documento, nella sezione di analisi, parte da un assunto falso, ovvero che, nell’ultimo trentennio, la spesa pubblica in Italia sia sempre aumentata. Su fonte Banca d’Italia, si rileva, per contro, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del PIL nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al PIL sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su PIL, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania.

Il documento ministeriale imputa l’aumento della spesa pubblica nell’ultimo trentennio unicamente a una sua gestione inefficiente (p.e. la duplicazione delle funzioni a livello centrale e locale). Anche in questo caso, ci si trova di fronte a una tesi opinabile, per due ragioni.

1. Senza negare che sprechi e inefficienze ci sono (e ci sono stati) nella gestione della cosa pubblica, occorre considerare che l’aumento della spesa pubblica, nel periodo considerato dal documento ministeriale, è stato essenzialmente finalizzato all’ampliamento delle funzioni dello Stato sociale (come del resto è accaduto nella gran parte dei Paesi OCSE, in quel periodo) che, a sua volta, si è reso necessario per venire incontro alla crescente domanda di giustizia distributiva in una fase storica caratterizzata da un elevato potere contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze nell’arena politica. Appare, dunque, a dir poco riduttivo ritenere – come fa il Governo – che la spesa pubblica è aumentata perché è stata gestita male.

2. Non è chiaro perché la revisione di spesa venga effettuata a partire dall’andamento dei valori assoluti della spesa pubblica e non dal rapporto spesa/PIL, che è l’indicatore al quale – per i vincoli europei – occorre far riferimento ai fini del rispetto del vincolo del bilancio pubblico. D’altra parte, l’andamento del valore assoluto della spesa pubblica non tiene conto delle variazioni del tasso di inflazione, così che non si hanno informazioni relative al suo andamento in termini reali. In ogni caso, anche assumendo l’ipotesi governativa, si rileva – su fonte Bundesbank – che, con la sola eccezione del 2004 e del 2011, la spesa pubblica in valore assoluto in Germania è costantemente aumentata. Puà essere sufficiente rilevare che, nel triennio 2008-2010, la spesa pubblica in Germania è aumentata, nel 2008, del 3,16%, del 4,66% nel 2009 e del 3,8% nel 2010, e ben oltre il tasso d’inflazione, quindi anche in termini reali. L’aumento è imputabile essenzialmente alla crescita degli investimenti pubblici, dei salari dei dipendenti pubblici e della spesa per il pagamento degli ammortizzatori sociali.

La spending review interviene soprattutto sulle spese della pubblica amministrazione e sulle spese sanitarie. Si stima, a riguardo, che, entro il 31 dicembre 2012, verranno soppresse circa 11mila sedi ospedaliere. L’obiettivo appare chiaro, anche considerando alcune significative dichiarazioni dei Ministri di questo Governo (come è noto, “anche gli statali siano licenziabili” è il leitmotiv del Ministro Fornero): ridurre (ulteriormente) i presunti privilegi dei lavoratori del settore pubblico, come fine in sé e come strumento per depotenziare (ulteriormente) il Welfare, e contenere le spese per la sanità pubblica, riducendo la quantità e la qualità dei servizi offerti, così da lasciar spazio a imprese private anche in questo settore. Su quest’ultimo aspetto, le conseguenze sono facilmente prevedibili: poiché le spese delle famiglie per servizi sanitari sono ovviamente considerate di primaria importanza, la riduzione dell’offerta pubblica – e la conseguente necessità di pagare i servizi sanitari – non può che tradursi in una (ulteriore) decurtazione dei redditi, soprattutto dei redditi più bassi e soprattutto nelle aree del Paese – Mezzogiorno in primo luogo – dove i salari medi sono più bassi. Così come la “razionalizzazione” della spesa delle pubbliche amministrazioni può facilmente tradursi in un (ulteriore) peggioramento della qualità dei servizi offerti, se non si accoglie l’eroica tesi – peraltro tutta da dimostrare – secondo la quale è solo rendendo le risorse sempre più scarse che si incentiva a farne un uso efficiente.

Sulla questione della licenziabilità dei dipendenti pubblici, occorre preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco. Il Testo Unico del 2001 ha sostanzialmente “privatizzato” il rapporto di lavoro nella Pubblica Amministrazione, rendendo esplicitamente possibili i licenziamenti collettivi e non escludendo i licenziamenti individuali. Dunque, la normativa vigente già prevede la possibilità di licenziare dipendenti pubblici. Seguendo la linea Fornero, occorrerebbe fare un passo in più, ovvero incentivare le amministrazioni pubbliche a licenziare. A che fine? La sola ratio economica che può porsi alla base di questa proposta consiste nell’imporre – come nel settore privato – un dispositivo di ‘disciplina’ che incentivi i dipendenti pubblici a erogare maggiore produttività. Il problema, in questo caso, è che, a differenza del settore privato, non è chiaro chi e sulla base di quali criteri dovrebbe licenziare. Al di là della percezione diffusa secondo la quale molti settori della Pubblica Amministrazione funzionano male, il punto teorico che occorre sottolineare riguarda la difficoltà (se non l’impossibilità) di costruire criteri razionali – o anche solo ragionevoli – che orientino le decisioni di licenziamento nel settore pubblico .

Vista in quest’ottica, la spending review ha ben poco a che vedere con un’operazione tecnicamente neutrale finalizzata a ridurre gli sprechi. Si tratta di un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del Welfare State che si intende legittimare con l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.

FONTE : http://keynesblog.com/2012/07/11/la-spending-review-contro-il-welfare-state/

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IL BUON MEDICO NON OBIETTA


Obiezione di coscienza no!

È arrivato il momento di scegliere se tutelare l’autonomia del professionista sanitario (e quindi, del ginecologo, dell’anestesista o dell’ostetrica) oppure schierarsi dalla parte delle donne e della loro battaglia per la libertà e i diritti. La Consulta di Bioetica Onlus ha scelto e ha lanciato in tutta Italia la Campagna contro l’obiezione di coscienza “IL BUON MEDICO NON OBIETTA. RISPETTA LA SCELTA DELLA DONNE DI INTERROMPERE LA GRAVIDANZA”.

Nel dibattito sull’obiezione di coscienza non viene quasi mai messo in discussione il principio che gli operatori sanitari possano rivendicare un diritto all’obiezione di coscienza. La premessa è che una società liberale dovrebbe consentire ai propri cittadini di vivere in maniera conforme ai propri valori e di veder rispettata la propria autonomia. La conclusione è che un medico che non riconosce l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza dovrebbe avere sempre il diritto di non praticarla. Tuttavia, il fatto di difendere il valore dell’autonomia e della libertà personale non comporta necessariamente l’accettazione del diritto all’obiezione di coscienza. Obiettivo di una società liberal-democratica è quello di fare in modo che ogni persona possa vivere il più possibile coerentemente con i propri valori e le proprie convinzioni. Questo significa che le persone non soltanto possono pretendere di non essere sottoposte a quei trattamenti che considerano gravemente lesivi della loro dignità, ma possono anche rivendicare il diritto di avere accesso a quegli interventi senza i quali verrebbe sicuramente minacciata sia la loro salute/benessere che la loro libertà. Per questa ragione il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza per l’interruzione di gravidanza rappresenta una violazione gravissima e ormai ingiustificata del diritto fondamentale alla salute e all’autodeterminazione delle donne. Chi nega il diritto all’obiezione di coscienza in sanità non intende negare il valore dell’autonomia personale ma è impegnato nella difesa dei diritti civili fondamentali. Il diritto all’obiezione di coscienza poteva avere un senso quando la legge 194 è stata approvata perché andava a incidere sulla vita di quelle persone che avevano scelto di fare il medico quando l’interruzione di gravidanza non era permessa. Oggi non c’è più bisogno di riconoscere un diritto all’obiezione di coscienza in quanto chi contesta l’accettabilità morale dell’interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione non coinvolta in questa pratica. La Campagna promossa dalla Consulta di Bioetica Onlus intende richiamare l’attenzione sulla illegittimità morale e giuridica del diritto all’obiezione di coscienza a più di trent’anni dall’approvazione della legge sull’interruzione di gravidanza.

QUELLO CHE LA CONSULTA DI BIOETICA CHIEDE è L’ABROGAZIONE DELL’ARTICOLO 9 DELLA LEGGE 194. 

Nel ringraziare coloro che con il loro impegno hanno determinato il successo dell’iniziativa, la Consulta di Bioetica Onlus invita le Associazioni che hanno sostenuto la Campagna ad aprire una nuova fase di lotta per il rispetto dei diritti civili e a promuovere insieme un coordinamento nazionale per definire le strategie da seguire affinché venga data piena attuazione alla legge sull’interruzione di gravidanza.

fonti : http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/about/

http://obiettoridicoscienzano.wordpress.com/2012/06/06/chiedo-solo-lapplicazione-della-legge-video/

http://www.uaar.it/news/2012/05/31/buon-medico-non-obietta/

http://www.consultadibioetica.org/

 

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Lo chiameremo Mario


Il Corriere di sabato scorso racconta la storia di un bimbo abbandonato nella ruota della Clinica Mangiagalli a Milano, inaugurata nel 2007, quando iniziavano a ripetersi i casi di cuccioli di uomo lasciati nella spazzatura come gattini o cuccioli di cane. Il primo caso da quel tempo, dicono e cronache che enfaticamente risaltano la cura e l’amore che il piccolo deve aver ricevuto dalla madre, che lo ha lasciato con tanto di biberon di latte materno, e qualche vestitino.

Un’enfasi nauseabonda, in uno scritto che racconta ma che non dice, come si usa fare in questo miserabile paese. C’è tutto, persino il costo della “Ruota tecnologica” (20.000 euro), il depliant che la pubblicizza, e i conti statistici dei bambini abbandonati negli ultimi anni alla Mangiagalli, in un crescendo che appena sfiora la narrazione della disperazione.

C’è una sorta di messaggio pubblicitario, rivolto alle madri innamorate del proprio figlio, e che proprio in virtù di quell’amore, cercano di donargli una speranza, una qualunque. Una sorta di altro messaggio rivolto a tutte: non abortite! Se vi capita di restare incinte, c’è sempre una ruota che potrà salvare il vostro bambino. E’ si cita anche il medioevo, con questa frase che a me provoca raccapriccio: “Così Milano ritorna ai tempi della Ruota degli esposti, di medievale memoria, ma oggi in riedizione supertecnologica.”

Non c’è la realtà, come sempre in questa stampa ormai schiava di sé stessa, che per vendersi deve stare attenta a non urtare le suscettibilità di chi è convinto, tutto sommato, di stare un pochino meglio del suo vicino di casa, di suo fratello o di quel signore che dorme tra i cartoni davanti al portone di casa sua.

Non c’è tutto il disprezzo che si dovrebbe sentire verso uno stato che plaude alla madre “responsabile” che è stata costretta a tradire il suo amore, a infliggersi un dolore che non sopirà mai, senza interrogarsi sulle carenze di uno stato sociale che di fatto non esiste più. Uno stato che avrebbe dovuto accogliere la madre con il figlio, e garantirle di poter essere madre. Di accompagnare il proprio figlio nel cammino della vita, di insegnarle ad essere un uomo.

Quel che nell’articolo non c’è è il carente stato di abbandono dello Stato, verso sé stesso. Verso tutti noi, illusi di essere vivi solo perché ancora riusciamo ad arrangiarci, tappando falle e creandone altre, sempre con l’intento di non affondare.

C’è poi quell’inchino alla Chiesa, che nessuno rifiuta mai. Quella silenziosa schiavitù che prova a renderci succubi, con quella chiosa finale: “Lo chiameremo Mario” e non in onore di Monti o Balotelli – per fortuna – e neppure di Draghi. In memoria di Santa Maria Goretti, che bambina ci morì.

DI RITA PANI

FONTE : http://www.mentecritica.net/lo-chiameremo-mario/cuore-di-tenebra/border-zone/rita-pani/27002/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, libertà, opinioni, sessismo, sociale

Costanza Miriano Partorisci e sii sottomessa ( a madre Natura)


“L’unico dolore sopportabile é quello degli altri”.

Giovanni Strafellini (uomo) scrive un bel post sul diritto alla partoanalgesia.
Il che è un po’ come scrivere sul diritto a non morire di fame.
Ma andiamo avanti.
Tra i commenti desolanti di molte donne e un solo maschietto, spicca per notorietà di firma questo:

Penso che le donne hanno partorito naturalmente per migliaia di anni e nella stragrande maggioranza dei casi possono continuare a farlo. Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto: la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose. Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire, e in effetti i progressi della medicina hanno fatto diminuire molto la mortalità delle donne e dei bambini. Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma.
Costanza Miriano 

(Facendo il verso) Se è un espediente per soffrire di meno quindi non mi piace e io non l’ho voluto (fine del verso).

Mi domando quali altri nobili scopi abbia mai la peridurale in travaglio di parto, oltre a quello appunto di rendere tollerabile il dolore nel parto (se non addirittura di eliminarlo).

(Facendo il verso) …e io non l’ho voluto (fine del verso).

E se non l’ha voluto l’autrice del libro dell’anno, Costanza Miriano, la donna che saltella tra una borsa Dior e un’Ave Maria, allora manco noi dobbiamo pretenderla.

E’ imbarazzante notare come a volte certi giornalisti (la Miriano è nell’ammiraglia Rai) – che avrebbero quantomeno il dovere di informarsi prima di scrivere – parlino senza conoscere il problema.

Il trattamento antalgico in travaglio di parto è un LEA. Non ce lo dice più la nostra Cecilia, ma l’attuale ministro Renato Balduzzi in risposta all’interrogazione parlamentare 5-05901 degli onorevoli Barani e Fucci:

Il Ministro precisa, infine, che le procedure analgesiche “sono già incluse nei LEA, le Regioni devono garantirne l’erogazione almeno nelle strutture con un numero di parti superiore a un determinato valore (1.200), mentre nelle Regioni ove non risultino presenti punti nascita con tali livelli di attività, si dovrà operare in modo che vi siano una o più strutture che possano assicurare una risposta adeguata”.

(Solito verso) la gravidanza e il parto non sono malattie, ma avventure strepitose (fine del falsetto).

Parola di Costanza, la giornalista che si eccita con l’ortodossia matrimoniale  e presumo, pure con quella ostetrica.

(Falsetto) Ci sono però casi in cui disfunzioni e problemi rendono il parto talmente difficile che forse un aiuto chimico può servire (fine del falsetto),

Forse eh! Non illudetevi.

(Tono serissimo, da giornalista che commenta l’Angelus) Sono eccezioni però, e non devono diventare la norma (fine del tono serissimo).

Carissima Costanza, non  devono diventare la norma… e perchè?
Perchè il parto è un’avventura strepitosa e l’ortodossia in fin dei conti eccita un po’ tutti?

La norma in un paese laico e civile la decide il diritto. E il diritto ci dice che curare il dolore è – oltre che un gesto umano – un livello essenziale d’assistenza.
Il diritto, così come lo intende la Miriano non è di casa in un paese civile e laico. E’ una pianta (infestante) che cresce rigogliosa e folta nella giungla. E’ la norma secondo Natura.

FONTE :  http://epidurale.blogspot.it/2012/01/costanza-miriana-partorisci-e-sii.html

Pubblicato in: cultura, diritti, INGIUSTIZIE, scuola, sociale, società, video, violenza

Autismo e bullismo: Mamma pubblica soprusi subiti dalla figlia (Video)


La mamma di una vittima di bullismo affetta da autismo, ha divulgato un video-denuncia che mostra le violenze subite dalla figlia.

Belgio: Ridono di lei, la strattonano, le tirano i capelli e la prendono a schiaffi: questo è quanto subito da Kayleigh, una tredicenne vittima di bullismo da parte di suoi coetanei mentre è in attesa dell’autobus. Il video, che riprende le angherie, ha fatto il giro del web e a divulgarlo è stata proprio la mamma della ragazzina, come atto di denuncia per il trattamento che sua figlia, affetta da una forma di autismo, è costretta a sopportare ogni giorno. Parallelamente, la donna ha presentato una denuncia alla Polizia.

Il bullismo è una piaga sociale spesso dalle conseguenze catastrofiche: troppe volte la cronaca ci informa di vittime che, esasperate, si tolgono la vita. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello di Fiona Geraghty, impiccatasi a 14 anni perché presa di mira dai coetanei per il suo peso.

Secondo uno studio condotto presso la Warwick Medical School in Inghilterra e pubblicato sulla rivista “Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry”, i bambini vittime di bullismo hanno una probabilità 6 volte maggiore rispetto a quelli non toccati dal problema di pensare al suicidio.

Proprio a causa della crescente correlazione tra bullismo e suicidio, è stato appositamente coniato un nuovo termine (da Neil Marr e Tim Field): bullycide, che è il suicidio di colui che è stato vittima di bullismo.

Tratto da: Net1news.org

fonte :  http://mondoaspie.com/2012/07/01/autismo-e-bullismo-mamma-pubblica-soprusi-subiti-dalla-figlia-video/

 

Pubblicato in: abusi di potere, banche, CRONACA, diritti, economia, INGIUSTIZIE, politica, sociale, società

I disabili contestano il Ministro Fornero.


Di Marina Garaventa

Premesso che io sono stata sempre favorevole al Governo Monti, mi corre l’obbligo di segnalare alcune affermazioni del Ministro Fornero che hanno gettato nello sconforto sia le associazioni che operano nel settore, sia le famiglie e i cittadini. E’ opportuno sottolineare che gli aiuti ai disabili gravi, a parte qualche regione che spicca per eccellenza, sono ridotti ai minimi termini, sia economicamente (assegno massimo per disabili al 100% 745 euro mensili) sia dal punto di vista assistenziale. Le dichiarazioni del ministro sono state fatte durante il convegno Autonomia delle persone con disabilità: un nuovo contributo per assicurarla (Reatech, Milano, 25 maggio).

Ecco le sue parole:

Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire tutto in termini di trasferimenti e servizi’’.“Sia il privato che lavora per il profitto sia il volontariato no profit sono necessari per superare i vincoli di risorse. Il privato, in più del pubblico, possiede anche la creatività per innovare e per creare prodotti che aiutino i disabili. La sinergia tra pubblico e privato va quindi rafforzata”.(I prodotti di cui si parla sarebbero quelli assicurativi.  “Per evitare accuse di raggiro o frodi, il ruolo pubblico dovrebbe dare credibilità inserendosi nella relazione tra la persona e il mondo assicurativo. C’è bisogno di innovazione finanziaria e creatività”. fonte

Ovviamente , tali affermazioni hanno sconcertato i disabili, le loro famiglie e le diverse associazioni che operano in questo non facile campo. Da parte mia , comprendo bene le difficoltà finanziarie che il nostro paese sta affrontando, ma non credo che questo sia il modo migliore per affrontare il risparmio nel campo assistenziale. Occorrerebbe invece, cominciare con un’attenta revisione e un maggiore sulle spese, rivedere il sistema delle gare e riorganizzare il lavoro del personale, spesso gestito in maniera farraginosa e dispersiva.

La polemica tra il Ministro e la comunità disabile, alla quale i media, hanno dato scarso rilievo, si è diffusa velocemente tramite i social network e attraverso i vari siti dedicati:Dopo diversi contatti, è stata indetta una manifestazione nazionale a Milano il 13 giugno.
Saranno davvero tante le associazioni, le realtà del Terzo Settore e anche le organizzazioni sindacali, che hanno aderito e che parteciperanno concretamente all’iniziativa promossa dalla LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – componente regionale lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – insieme alla FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità), culmine della campagna lanciata nelle scorse settimane, denominata “No ai tagli! Sì alla Vita Indipendente e all’inclusione nella società”.

Cresce dunque l’attesa per la manifestazione del 13 giugno a Milano, che vedrà migliaia di persone con disabilità in piazza, a denunciare le politiche improntate a quei tagli netti e radicali che colpiscono le persone con disabilità e le loro famiglie, politiche che ancora considerano il welfare come un fattore di costo e non come un investimento necessario, per il rispetto dei diritti fondamentali della persone e per avere una prospettiva di crescita e sviluppo sociale ed economico nel nostro Paese. (superando.it)

Spero sinceramente che il governo riveda questa sua posizione che getterebbe i disabili, già tanto colpiti dal destino, i un completo stato di abbandono e di dipendenza a spregiudicate speculazioni assicurative che acuirebbero, una volta di più, il divario tra i benestanti e i meno abbienti.
Per concludere vi invito a leggere la lettera che Marina Cometto, madre battagliera di Claudia Bottigelli, 39enne disabile gravissima, ha scritto al Ministro.

La madre di una disabile scrive

Ho ricevuto questa mail per un altro post “Niente soldi ai disabili”. Ma desidero dedicare un post nuovo proprio alla famiglia Cometto, affinché la lettera non si perda nel mare delle cose che scriviamo. Di mio posso solo dire che condivido in pieno le opinioni della signora Marina.

MIA FIGLIA  SI CHIAMA CLAUDIA, HA 39 ANNI E LA SINDROME DI RETT.

Abbiamo cercato  di offrirle il meglio , abbiamo , con le poche informazioni che si potevano avere 39 anni fa cercato  soluzioni e cure che potessero  offrirle  opportunità  di riabilitazione  e un futuro migliore , eravamo soli , perché la disabilità oltre gli ostacoli burocratici, medici, organizzativi famigliari porta anche alla solitudine , gli amici si allontanano seguiti spesso anche dai parenti , ma siamo comunque riusciti a rimanere famiglia cercando di offrire ai nostri figli oltre all’amore  incondizionato  la consapevolezza di essere tutti allo stesso modo amati e seguiti .

Ho dedicato la mia vita all’assistenza di Claudia quando abbiamo capito che per lei non potevamo fare altro che amarla e farla stare al meglio , cullata tra le braccia e le attenzioni di tutti noi.

Quando gli altri figli sono diventati adulti è diventata il centro delle priorità per ognuno di noi, se sta bene lei stiamo bene tutti.

Non abbiamo mai  preteso né lussi, né privilegi ,abbiamo avuto una vita sociale limitata ma questo non ci ha impedito di rimanere nel contesto sociale , non ci spaventano le difficoltà e ne abbiamo affrontate in silenzio molte.

Ora però da genitore consapevole devo prendere seriamente in considerazione il Dopo di Noi , l’età avanza , gli acciacchi pure, non siamo padroni della nostra vita e non sappiamo quando saremo chiamati a lasciare questo mondo, però quando capiterà voglio lasciarlo con serenità sapendo di avere  costruito il futuro di Claudia .rispettando le sue necessità e quelle delle persone che  si prenderanno cura di lei.

Claudia ama la sua casa e qui deve poter rimanere anche quando noi genitori non ci saremo più , non dovrà essere ricoverata in istituto , perché anche fosse il migliore del mondo non riuscirebbe a garantirle tutte le attenzioni a cui lei è abituata e sarebbe una lenta agonia .

Perché una persona con disabilità cognitive  deve essere allontanata dalla propria casa quando i genitori non ci sono più?

Perché  non si rispettano le volontà dei genitori, e sono molti , e non si cerca di trovare un accordo che garantisca la permanenza al domicilio della persona con disabilità  anche dopo che questi genitori  com’è naturale nel percorso di ogni  vita , non ci saranno più?

La  sorella di Claudia  , che desidera prendersene cura ha il diritto però di continuare a vivere la sua vita lavorativa  e a non far mancare ai suoi figli e al proprio marito le attenzioni che offre loro ora , per questo io chiedo, anzi pretendo che sia finalmente messa in atto  correttamente  la legge162 /98 che riconosce alle persone con disabilità gravissima  di poter avere assistenza  fornita dall’Ente pubblico anche per 24 ore al giorno. Che senso ha una buona legge inapplicata per carenza di fondi.

Se Claudia fosse ricoverata  in una struttura sanitaria –assistenziale costerebbe alla collettività  300-400 euro al giorno essendo totalmente non autosufficiente ,semprechè naturalmente la si voglia tenere in vita,  cosa cambia se quella stessa cifra fosse spesa per assumere persone che l’assistono a domicilio ?

Vorrei iniziare un confronto serio ,costruttivo e concreto  con le istituzioni a questo scopo , vorrei poterlo fare senza dovermi rivolgere alla legge e alla Corte Europea  per avere riconosciuto il diritto di Claudia a rimanere nel contesto familiare senza dover penalizzare la sorella .

A un genitore non si può chiedere di sacrificare la vita di un figlio per il benessere di un altro , ma quel genitore può e deve  chiedere alle Istituzioni di poter garantire a ognuno di loro il diritto a vivere una vita dignitosa e serena  senza che  la disabilità influisca  negativamente  sulla realizzazione di questa.

Sono pronta a impegnarmi per questo e spero che altri genitori trovino la forza e il coraggio per fare altrettanto ,  per una vera realizzazione  del futuro dei loro figli e per poter chiudere  gli occhi con serenità.

Se invece  LA POLITICA ITALIANA pensa che dobbiamo togliere il disturbo eliminandoci che lo dica apertamente che ci organizziamo.

MARINA COMETTO

http://www.ledha.it/

http://www.anmic.it/Fand.aspx

http://www.mentecritica.net/i-disabili-contestano-il-ministro-fornero/informazione/democrazia-e-diritti/marina-garaventa/26659/

http://pepe.blogautore.repubblica.it/2012/06/01/la-madre-di-una-disabile-scrive/

Pubblicato in: CRONACA, donna, INGIUSTIZIE, opinioni, politica, sessismo, sociale, società, violenza

La società del cordoglio


Troppo cordoglio nell’aria. Abbiamo un presidente della Repubblica che esce dal coma praticamente solo per esprimere cordoglio e invocare coesione nazionale. Presto avremo un ministro per il cordoglio, uno che viene fuori da un corso per cordogliatori o cordoglianti, che piange il giusto, che usa parole come “oltremodo” “infausto” e “strazio”, che ha una posa popular/friendly perché bisogna pur far capire che i governanti sono empatici con le disgrazie di noi poveri umani di quaggiù.

Poi c’è il giornalista del cordoglio, quello che si straccia le vesti e batte il pugno al petto e soffre, senti come soffre?, c’ha la sofferenza che gli cordoglia inside e come cordoglia lui proprio nessuno, e va cercando elementi cordoglianti in ogni dove per mantenere desta l’attenzione e per provocare orgasmi collettivi a quella gente così commossa, così partecipe, così curiosa e affamata di dettagli morbosi. Sono zombies che si eccitano alla vista di tanta pornografia emotiva e non sanno esistere senza un pelo di pube dell’adolescente stuprata, una pagina del diario con i cuoricini della ragazzina ammazzata, un “Filomena, piccolo angelo” tatuato sulla fronte.

Vogliono carne, carne a brandelli, brandelli umani, e diteci se in rete se ne reperiscono dei morti terremotati (ché però pare non interessino a nessuno) e delle adolescenti frantumate, di quella uccisa che al pari di una qualunque altra adolescente dalla faccia bella e pulita diventa oggetto di mercificazione. A proposito: qualcun@ è andat@ a casa sua a sottrarre lo spazzolino da denti per rivenderlo su e-bay?

E non ho il coraggio di fermarmi ad assistere alle elucubrazioni di psichiatri e presentatori da quattro soldi che hanno fatto diventare ogni delitto una festa paesana, un momento di incontro in cui porti babbaluci e fuochi d’artificio e i palloncini per i picciriddi, ché tanto è come se fossimo tornati alle grandi feste per le impiccagioni, per i roghi alle streghe, e così siamo eccitati/e aspettando di nutrirci di particolari della defunta, con la tv che pensa agli ascolti per la cronaca in diretta dai funerali di Stato, ché quello per Melissa o il matrimonio di Lady Diana pari sono.

E’ tutto un gossippare cordogliando o un cordogliare gossippando. Ed è talmente americana questa cosa, americana della peggior specie, di quella cultura che ci ha colonizzato fino a farci diventare degli automi, che quasi ci si chiede se tutto ciò non alimenti il desiderio di mitomani di apparire in televisione, di far discutere di se’, per comunicare idee completamente folli, per vedere le fazioni, pro e contro, i simpatizzanti, perfino, quelli che si preparano a provare empatia con gli assassini.

I giornalisti, quelli di una volta, Pippo Fava, Peppino Impastato, per tirare fuori due nomi a caso, non esistono più. Oggi come oggi l’inchiesta consiste nel trovare le mutande sporche della ragazza assassinata, scavare nella vita privata di ciascuno per trovare tracce torbide, buttare fango su tutto e tutti, svendere sentimenti ed emozioni, quelle che fanno presa perché il resto si censura, e si codifica un nuovo tipo di essere umano, l’homo televisivus che parla come maria de filippi e si eccita per il plastico di bruno vespa.

Non so. Abbiamo provato a fare dei ragionamenti e ogni volta che ci proviamo, dal terremoto de L’Aquila alla faccenda di Brindisi ci dicono che il cordoglio e zitte e tacete, perdio, su, sospendete la critica e i pensieri perché si parla con il “cuore” e qui invece abbiamo l’impressione che si parli con il culo, senza offesa per nessuno, ma sembrano tante imperiture scorregge dell’umanità cordogliante che cordoglia e cordoglia e cordoglia e che esige che si cordogli a reti unificate perché anche per il dolore c’è un tempo e un luogo.

“Applausi” e tutti applaudono. “Cordoglio” e tutti cordogliano. Ci faranno anche la danza del cordoglio. Paparaparaparaparapà, e applausi, yeah, e cordoglio… e cordoglia bene, capito?

Scusate il tono dissacrante, ché qui si rispetta il dolore, quello vero e non quello da tastiera, il dolore delle persone ferite a morte, ma non si può che avere il desiderio di restituire due pensieri con quei due neuroni che ci sono rimasti. Cordogliando, of course!

FONTE :http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/21/la-societa-del-cordoglio/

Pubblicato in: auguri, diritti, donna, politica, sessismo, sociale, società

AUGURI MAMME!!


Auguri a tutte le mamme e speriamo che la nostra società ricordi sempre che siamo, prima di tutto, donne e persone! (Viviana)

fonte : https://www.facebook.com/#!/photo.php?fbid=396212767084806&set=a.139083052797780.14707.138835256155893&type=1&theater

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, OMOFOBIA, politica, razzismo, sessismo, sociale, società, violenza

Quaresimale


Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un’infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l’unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la “sua” donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l’acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende “naturalmente” confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E’ rimasto qualcosa d’incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell’anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all’indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell’ossessione.

Poi, viene il giorno dell’abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E’ un volo cencioso, un’anima singola non può che appartenere all’aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E’ stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l’unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l’articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. ]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.

Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d’una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch’essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove. Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d’un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra (“Repubblica” di ieri), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell’evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.

Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell’ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all’apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest’incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all’urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

FONTE : http://www.mentecritica.net/quaresimale/leggere/daniela-tuscano/24946/

Pubblicato in: CRONACA, FORZE DELL'ORDINE, sociale, società

Da quella società che celebra gli ergastolani: Onore a Giuseppe Iacovone


di Michele Rinelli –  In Giacca Blu

Non lo fai per una questione di soldi ma lo fai e basta, perché è quello che senti ed è ciò che è giusto fare ed è per questo forse che è morto Giuseppe Iacovone, Agente Scelto della Polizia di Stato caduto ad Isernia a seguito di un incidente stradale mentre inseguiva un SUV che si era dato alla fuga.

Non lo fai perché vuoi le medaglie o qualche soldo in più, a fine mese sempre 1300 euro sono, ne ammanetti 5 o 10,  o nessuno non cambia nulla ma questa vita ha un senso e non può non averlo.

Per quanto assurdo sembri quando ti lanci dietro a un folle che scappa con una macchina a tutta velocità non ci pensi minimamente al tuo stipendio, alla tua vita, alla tua famiglia a quello che lasceresti: ti lanci, lo insegui e capita che muori perché quella è la tua vita e quello era ed è il tuo dovere.

Ci possiamo pure arrabbiare ma lo sappiamo dal primo giorno, le statistiche poi parlano chiaro, gli esponenti delle forze dell’ordine numericamente non muoiono nel fragore o con l’onore delle armi ma muoiono banalmente  per colpa dei potenti cavalli a motore quali sono le moderne autovetture.

Quello che però mi fa arrabbiare è il silenzio, la capacità di questo sistema di informazione immerso nel disinteresse della pubblica opinione che non si preoccupa di chi siano davvero i poliziotti tranne se li arrestano per qualche nefandezza, sono violenti o quando fanno scalpore e generano chiacchierare scandalizzate nei bar… ma quando muoiono nell’interesse della collettività durante l’espletamento del servizio ecco che i media si fanno di nebbia e a parte solo qualche lancio di agenzia striminzito limitandosi a darne il triste annuncio in sordina e senza poi così tanto rispetto.

Ed è quindi nel silenzio dei canali di informazione che ci lascia Giuseppe a soli 28 anni, troppo pochi per una vita, ma abbastanza per i suoi cari, i suoi amici e i suoi colleghi per non onorarlo come sarebbe giusto.

Restituiteci o meglio dateci il beneficio della morte bianca, i nostri non sono considerati morti bianche,  perché in Italia lo sbirro deve mettere in conto anche di morire ma non importa come, se muore fa parte del mestiere ma nella più assoluta indifferenza la sua dipartita quasi non esiste nelle cronache al contrario di ben più blasonati ergastolani come Bernardo Provenzano di cui il dolore del figlio ha “inspiegabilmente” trovato molta più enfasi rispetto a come muore un servitore dello stato.

Chissà perchè poi ?

Ma dove andrà  a finire una società che celebra i delinquenti e seppellisce gli eroi quotidiani ?

Giuseppe ci lascia quindi  con questo dubbio oltre che con il dolore, la rabbia e lo scoraggiamento di valere sempre meno in mezzo alla strada e davanti ai media come uomini, persone e operatori della forza pubblica.

Onore all’Agente Scelto Giuseppe Iacovone.


 FONTE : http://paroleingiaccablu.wordpress.com/2012/03/25/da-quella-societa-che-celebra-gli-ergastolani-onore-a-giuseppe-iacovone/

Pubblicato in: cultura, diritti, INGIUSTIZIE, LAVORO, politica, sociale, società

La nuova Costituzione


By ilsimplicissimus

La Costituzione
della Repubblica Italiana

Principi fondamentali
Art. 1

L’Italia è una Repubblica  fondata sul lavoro precario.

La sovranità appartiene alle Banche e alle Fondazioni, che la esercitan0 informalmente e senza i limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili di chi ha il potere, sia come singoli sia nelle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di egoismo politico, economico e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno diversa dignità sociale e non sono eguali davanti alla legge, con distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la diseguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo dello sfruttamento e l’effettiva esclusione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto alla disoccupazione e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra all’arricchimento materiale della classe dirigente.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le cricche locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio trasferimento di fondi pubblici; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia di potenti, aziende e mafie.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme la minoranza linguistica italiana.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, dipendenti e correlati.

I loro rapporti sono regolati dal governo e dalla Cei. Le modificazioni dei patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con la chiesa cattolica.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con il Vaticano.

Art. 9

La Repubblica promuove lo repressione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica.

Tutela l’abuso edilizio e svende il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle lettere della Bce.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e del trattato internazionale sulla tratta degli schiavi del 1768.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche non ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

E’ ammessa l’estradizione dello straniero e del cittadino per reati politici.

Art. 11

L’Italia ripudia la pace come strumento di offesa alla libertà dell’industria bellica e come antieconomico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri l’ingiustizia  fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il monocolore italiano:  bianco a bande verticali di ogni tipo.

fonte : http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2012/03/22/la-nuova-costituzione/

Pubblicato in: CRONACA, estero, guerre, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, sociale, società, violenza

Senza verità e giustizia (Ilaria e Miran uccisi 2 volte)


20 marzo 2012: a 18 anni dalla morte di Ilaria e Miran. Mariangela Gritta Grainer ripercorre il Caso ancora senza verità e giustizia.

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell’agguato in cui, insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata a Mogadiscio, quasi 18 anni fa, il 20 marzo 1994. Ma chi era Ilaria? Chi era lei, la donna, la giornalista. I racconti che di lei sono stati fatti, con diversi linguaggi – la musica, il cinema, la poesia, le inchieste, il teatro fino a questo testo – ci hanno avvicinato a lei, ci hanno fatto conoscere Ilaria, ci hanno detto che è stata uccisa perché era brava, era un talento. E’ stato il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla che ha fatto paura e che fa ancora paura. Per questo la verità sulla sua uccisione ancora non si conosce per intero.

Si sa che si è trattato di un’ esecuzione. Un’esecuzione su commissione: questo è quanto è emerso da tutte le inchieste giornalistiche, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta che ne hanno evidenziato anche il movente. “Impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Si sa che si tratta di traffici illeciti che solamente organizzazioni criminali, la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere.

Si sa che recenti inchieste della magistratura riferite al nord Italia dimostrano che tali organizzazioni criminali  possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati  perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

Si sa che in tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come ad esempio  il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991),  l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran: è il filo “rosso” di cui parlava sempre Giorgio Alpi il papà di Ilaria che ci ha lasciato senza aver avuto giustizia.

Si sa che a Mogadiscio in quei giorni c’erano ancora migliaia di soldati dell’ONU,

che il generale Carmine Fiore comandava il contingente italiano,

che il colonnello Luca Rayola Pescarini era responsabile del SISMI,

che il colonnello Fulvio Vezzalini era a capo dell’intelligence dell’UNOSOM,

che Mario Scialoja era ambasciatore italiano in Somalia,

che anche un nucleo di carabinieri del Tuscania con compiti di indagine era lì.

Si sa che nessuno di loro si recò sul luogo del duplice delitto e che quando Giancarlo Marocchino, un “chiacchierato” italiano in Somalia dal 1984, arriva sul posto e recupera i corpi, come documentato da un filmato dell’ABC, Ilaria è ancora viva. Ci fu un’omissione di soccorso.

Si sa che non vennero sequestrate le armi dell’autista di Ilaria né della scorta, non vennero interrogati i testimoni.

Si sa che nessuna inchiesta è stata finora conclusa da parte delle istituzioni che avevano il dovere di indagare e di assicurare alla giustizia esecutori e mandanti.

Si sa che senza l’impegno e la determinazione di Luciana e Giorgio Alpi questo “caso” sarebbe chiuso da anni.

Si sa che non fu disposta l’autopsia ma solo un esame esterno del corpo il cui risultato è però chiarissimo:

Il 22 marzo 1994 al cimitero Flaminio, il dottor Giulio Sacchetti, perito medico scrive:

“….trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico; mezzo adoperato pistola, arma corta…….

Quanto ai mezzi che produssero il decesso si identificano in un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo.”

Si sa che Miran Hrovatin è stato colpito da un proiettile analogo al capo.

Si sa che il corpo di Ilaria è stato dolorosamente riesumato due volte (1996, 2004).

Si sa che sono spariti il certificato di morte redatto sulla nave Garibaldi (riemerso dopo molti anni), e il body anatomy report redatto dalla compagnia Brown Root di Huston, insieme ai bloch notes di Ilaria e alle videocassette registrate.

Si sa che la sentenza di condanna all’ergastolo di Hashi Omar Assan (secondo processo), nelle sue motivazioni, indica un solo movente di quella che definisce una esecuzione premeditata e organizzata.

“…. E che questi scopi siano da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista perché divenuta costei estremamente “scomoda” per qualcuno è ipotesi non seriamente contestabile alla luce non solo di quanto sopra argomentato ma anche degli elementi e delle considerazioni che seguono.

Gli argomenti trattati dalla giornalista durante il colloquio avuto poco prima della sua partenza per Bosaso con Faduma Mohamed Mamud (teste sentita nel primo processo) nonché quelli oggetto dell’intervista con il sultano di Bosaso difficoltosamente ottenuta, l’interesse dimostrato in relazione al sequestro della nave della società Shifco, la visita dei pozzi oggetto di uno scandalo connesso con la cooperazione, il tenore della telefonata intercorsa tra la Alpi e il suo caporedattore Massimo Loche nel corso della quale la giornalista aveva anticipato al collega di avere in mano “cose molto grosse”…… sono tutte circostanze che inducono a fondatamente ritenere che Ilaria Alpi avesse nella sua attività di giornalista scoperto fatti ed attività connesse con traffici illeciti di vasto ambito……”

Si sa che Ilaria Alpi era stata minacciata di morte a Bosaso nei giorni precedenti il suo assassinio e probabilmente sequestrata se pur per breve tempo da esponenti di clan locali.

Si sa che è in corso il processo per il reato di calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni.

Si sa che c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto e pagato da un’autorità italiana perchè accusasse Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Si sa che se verrà confermato che Jelle ha mentito e che è stato pagato per mentire si dovrà riaprire tutta l’inchiesta sul duplice assassinio di Ilaria e Miran.

Si sa che la sentenza di assoluzione (primo processo)  di Hashi Omar Assan definiva tutto il procedimento come “la costruzione di un capro espiatorio” stante che “il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti tra Italia e Somalia” e stante che “alcune piste potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (presidente della Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Fara Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando ndr)”.

Si sa che quando Ilaria effettuò la prima (di sette in poco più di un anno) missione in Somalia (20 dicembre 1992-10 gennaio 1993) erano giunti da pochi giorni i primi elementi di ricognizione del nostro contingente militare per la missione internazionale al comando USA.

Si sa che il 9 dicembre erano sbarcati per primi in Somalia i marines americani in modo spettacolare e con le Tv di tutto il mondo appostate sulle spiagge: una risposta allo shoc delle immagini dell’immane tragedia somala che erano entrate in tutte le case nei mesi precedenti. Dal gennaio del 1991, alla caduta (e alla fuga) di Siad Barre, sanguinario dittatore, corrotto, sostenuto e foraggiato anche dall’Italia fino all’ultimo, la Somalia era precipitata in una guerra civile disastrosa: cinque milioni di somali divisi in sei etnie, cinquanta clan e oltre 200 sottoclan. I clan, le faide tribali, i signori della guerra sono i nuovi padroni. Le conseguenze per la popolazione già stremata e poverissima sono esodi, carestie, epidemie, criminalità, contrabbando: un terreno fecondo per faccendieri e trafficanti di ogni tipo.

Si sa che esiste un documento (ancora segretato ma già all’attenzione del Copasir, l’organismo di controllo sull’attività dei servizi segreti)  che rivelerebbe come il SISMI (attuale Aise) sarebbe “coinvolto” nella gestione del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici con un esplicito riferimento anche al traffico di armi.

Il documento porta la data dell’11 dicembre 1995 e rivela “che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi»”.

Si sa che il 13 dicembre 1995, in circostanze misteriose (secondo gli stessi magistrati impegnati nelle indagini) muore il capitano Natale De Grazia, figura chiave del pool investigativo coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri che indaga sulle “navi dei veleni”.

Francesco Neri  nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine  sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Ha spiegato dettagliatamente della perquisizione a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento.

Francesco Neri dirà tra molte altre cose:

“Nella perquisizione ……la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia……

insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi”. Che ci faceva il certificato di morte di Ilaria tra le carte di Comerio?

Si sa che l’avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin invece che ricercare i responsabili del duplice assassinio ha perseguito con tenacia e senza risparmio di mezzi l’obiettivo di scagionare alcune persone quali:

Giancarlo Marocchino ha raccontato diverse versioni di quanto accadde il 20 marzo 1994; ha assistito forse anche all’agguato stesso, di certo non ha detto tutto quello che sa e forse ha anche mentito.

Omar Mugne, ingegnere della Shifco, società a cui apparteneva la Farah Omar, il peschereccio sequestrato a Bosaso di cui si occupò Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio in Somalia. E’ possibile che Mugne abbia anche  incontrato Ilaria forse proprio sulla Farah Omar sospettata di trasportare armi e rifiuti; dell’incontro esisterebbe una cassetta registrata, come sostenuto dal alcuni testimoni.

Si sa che le conclusioni di Taormina sono vergognosamente false, offensive della professionalità e della memoria di Ilaria e Miran: “Si trattò di un tentativo di sequestro finito male; nessun mistero, dunque, Ilaria e Miran non stavano conducendo alcuna indagine scottante. A Bosaso erano andati in vacanza, al mare. Eroi del giornalismo perché sono morti. Ma nulla stavano cercando o avevano trovato circa ipotetici traffici di armi di rifiuti o altro”.

Si sa che sono state fatte carte false ignorando tutte le testimonianze che provavano la tesi dell’esecuzione e “pilotandone” altre.

Il sultano di Bosaso, ad esempio, ha confermato la sparizione di alcune cassette video registrate (ha detto che l’intervista che gli fece Ilaria, pochi giorni prima di essere uccisa, durò due o tre ore, solo una di una ventina di minuti è giunta in Italia!) e ha dichiarato davanti alla commissione d’inchiesta (10 febbraio 2006): “…a Ilaria ho detto che quelle navi portavano via dalla Somalia il pesce e poi venivano con le armi………tutti parlavano del trasporto delle armi e dei rifiuti….chi diceva di aver visto…non si vedeva vivo o spariva, in un modo o nell’altro, moriva…

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 17 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove.

Si conosce ormai quasi tutto su quel che accadde in quei giorni a Mogadiscio, sul perché del duplice delitto, perfino su chi poteva far parte del commando. Ma gli esecutori sono ancora impuniti e non si è ancora arrivati ai mandanti a chi ha armato il gruppo di fuoco.

Perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

In fondo basterebbe indagare a fondo su quanto aveva scritto Ilaria su alcuni bloch notes ritrovati.

A partire da questa piccola nota: ” 1400 miliardi di lire dove è finita questa impressionante mole di denaro? “ (1.400.000.000.000 “Sono tanti undici zero. Proprio tanti. Troppi. …. non è che il viaggio è finito. E infatti ce ne vuole, ancora, per arrivare in fondo al viaggio, in fondo a tutti e undici gli zero.” da Lo schifo – omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione” )

Ilaria nel film “il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….

“Io so.

Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

Mariangela Gritta Grainer

Portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi

(postfazione tratta dal libro LO SCHIFO  di Stefano Massini, Promo Music, Corvino Meda Editore)

fonti :  http://www.ilariaalpi.it/?p=4552

Pubblicato in: CRONACA, diritti, DOSSIER, estero, INGIUSTIZIE, lega, libertà, politica, razzismo, sociale, società

MAMADOU VA A MORIRE : L’ITALIA CONDANNATA PER I RESPINGIMENTI


La Corte europea dei diritti umani (Cedu) di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Era il 6 maggio del 2009, e alle motovedette italiane venne dato per la prima volta l’ordine di invertire la rotta. E di riportare in Libia i naufraghi che avevano intercettato in mare 35 miglia a sud di Lampedusa. Sul molo di Tripoli li aspettava la polizia libica, con i camion container pronti a caricarli, come carri bestiame, per poi smistarli nelle varie prigioni del paese. A bordo di quelle motovedette c’era un fotogiornalista, Enrico Dagnino, che ha raccontato la violenza di quell’operazione. Poi fu censura. In Libia vennero respinte altre mille persone in un anno. Ma nessuno vide. E nessuno si indignò. Fortuna che a Roma uno studio di avvocati non ha mai smesso di crederci, e tramite alcuni buoni contatti in Libia, è riuscito a raccogliere le procure di 24 di quei respinti, undici eritrei e tredici somali. Sono stati loro a denunciare il governo italiano di fronte alla Corte europea. Per essere stati espulsi collettivamente e senza identificazione, per non aver avuto il diritto a un ricorso effettivo davanti a un tribunale, e per essere stati respinti in un paese terzo, la Libia di Gheddafi, dove sono stati incarcerati in condizioni inumane e degradanti e in alcuni casi sottoposti a torture.

Quei due avvocati sono Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Oggi raccolgono il frutto del lavoro di quasi tre anni di processo. La Corte europea ha riconosciuto la colpevolezza dell’Italia e ha condannato il governo a risarcire con 15.000 euro di danni i ricorrenti, due dei quali nel frattempo sono morti annegati tentando di nuovo la traversata. Una condanna importante, che però lascia senza risposta due domande fondamentali. Che fine hanno fatto i mille respinti del 2009? E che conseguenze politiche avrà la sentenza, visto che in Libia è cambiato tutto?

Le storie dei 24 ricorrenti le avevamo già raccontate due anni fa. Ma nel frattempo in Libia c’è stata una guerra e oggi c’è da chiedersi dove si trovino loro e gli altri mille respinti. La stessa domanda che si sono fatti Andrea Segre e Stefano Liberti, autori del nuovo documentario “Mare chiuso“, che sarà presto distribuito in tutta Italia con la sperimentata diffusione dal basso che in passato ha permesso di far circolare il film “Come un uomo sulla terra“. In “Mare chiuso”, sono andati a cercare i respinti di un altro respingimento, quello effettuato dalla Marina militare il 30 agosto 2009. E hanno scoperto che alcuni di loro sono nei campi profughi di Shousha, al confine tra Tunisia e Libia. Altri sono arrivati in Italia con gli sbarchi di metà 2011, mentre a Tripoli c’era la guerra. Altri ancora sono morti annegati, nei tanti, troppi naufragi che sono accaduti quest’anno in frontiera.

L’Italia non è l’unico Stato ad avere effettuato respingimenti. La Grecia respinge in Turchia, la Spagna respinge in Marocco e in Mauritania. Eppure l’Italia è l’unico paese ad aver collezionato una condanna così forte. Sarebbe banale dire che è la giusta condanna alle politiche xenofobe dei Berlusconi e dei Maroni. Sia perché l’accordo sui respingimenti porta la firma del governo Prodi e dell’allora ministro dell’interno Amato. Sia perché fino alla fine del 2010 la Commissione europea e Frontex stavano lavorando a un accordo quadro con Gheddafi proprio sul tema dell’immigrazione. Tutto questo in realtà dà un peso politico ancora maggiore alla sentenza della Cedu, che di fatto boccerebbe tutte le politiche europee di controllo delle frontiere. Se non fosse che…

Se non fosse che nel frattempo Gheddafi è stato ucciso e il suo regime sostituito da un governo transitorio tutt’altro che ostile verso le Nazioni Unite e le convenzioni internazionali. La Libia di oggi non è la Libia di ieri. Certo ci sono ancora episodi di torture in carcere e di morti sospette. Ma a differenza di prima iniziano a diventare l’eccezione anziché la regola. Tutta la società lavora per la costruzione di un paese fondato su uno Stato di diritto. E lo svolgimento delle elezioni amministrative a Misrata la settimana scorsa sono un buon esempio in questa direzione, come pure la formazione di decine di partiti politici, centinaia di testate giornalistiche e di associazioni culturali e sociali. In questo quadro di rinnovamento, c’è da aspettarsi che cambierà anche l’approccio al tema immigrazione. 

Sono stato un mese fa a Tripoli e a Kufra ed ho avuto modo di verificare di persona come per la prima volta in Libia le Nazioni Unite hanno accesso regolare nelle prigioni, e come per la prima volta in Libia si stia distinguendo tra richiedenti asilo politico e non. A Tripoli un’associazione caritatevole libica gestisce un centro di accoglienza ricavato nelle casette abbandonate degli operai del cantiere della stazione del treno di Tripoli, bloccato da quando è iniziata la guerra. Ci vivono circa 700 somali, sono tutti entrati dal deserto di Kufra negli ultimi mesi, senza documenti, e da Kufra sono stati rilasciati in quanto ritenuti rifugiati politici. Così con una sorta di attestato rilasciato dall’associazione che gestisce il campo, sono lasciati liberi di circolare e di lavorare in Libia.

Gli stessi funzionari delle Nazioni Unite ci hanno detto che il governo transitorio è molto più disponibile a collaborare di quanto non fosse il regime. E allora c’è da aspettarsi che presto la nuova Libia firmi la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, probabilmente appena ci sarà un governo legittimato dal voto popolare, le elezioni sono previste a giugno 2012. E a quel punto sarà ritenuta tecnicamente un paese terzo sicuro. Con lo stesso ragionamento che si applica oggi alla Turchia quando la Grecia vi respinge qualcuno. E con qualche accortezza i respingimenti potranno riprendere. Ad esempio basterà non prendere i naufraghi a bordo delle motovedette italiane, e lasciare fare il tutto ai mezzi libici purché in acque internazionali, restando così fuori dalla giurisdizione europea. 

Insomma la sentenza della Corte europea rischia di avere un valore più storico che politico. Di condannare una pratica del passato, mentre tutti sono al lavoro per ripetere le stesse politiche nel presente. Con un soggetto politico nuovo, la Libia del dopo Gheddafi, e con condizioni materiali migliori. Perché non c’è dubbio che con l’apertura delle prigioni libiche alla stampa, alle organizzazioni internazionali e alle ong, le condizioni di detenzioni stanno migliorando molto.

L’ho visto personalmente anche a Kufra, dove il vecchio infernale campo di detenzione è stato sostituito da una sorta di centro di accoglienza, con le camerate ricavate nei vecchi uffici di un commissariato dato alle fiamme durante la rivolta, e le sbarre sostituite dalle tendine, con la porta aperta ogni mattina per chi vuole andare in strada a cercarsi un lavoro alla giornata. Il tutto in attesa che da Benghazi arrivi l’ordine di trasferire tutti al nord. I somali, e in alcuni casi gli eritrei, per essere rilasciati come rifugiati tramite le Nazioni Unite. Gli altri per essere rimpatriati. Perché è vero che c’è un trattamento migliore per i somali. Ma per tutti gli altri non ci sono eccezioni. Nigerini, sudanesi, maliani, nigeriani, ghanesi, chadiani, tutti vengono sistematicamente detenuti fino al giorno dell’espulsione, di cui per ora si occupa l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni), ai cui programmi di rimpatrio volontario assistito partecipano anche i detenuti arrestati in frontiera senza documenti. 

E questo è il punto. Che cambierà la forma ma non la sostanza. Ovvero che anche una prigione libica con degli standard di detenzione dignitosi, resta una prigione, nella migliore delle ipotesi assomiglierà ai nostri centri di identificazione e espulsione (Cie). E nel ventunesimo secolo non è accettabile privare qualcuno della libertà, sia per una settimana o per un anno, sia in un carcere o in un Cie, perché colpevole di viaggio.

Viaggi che, a dire il vero, non è affatto certo che ricominceranno. Perché è bene sapere che esiste anche questa possibilità. Che dalla Libia non riprendano più le partenze, o almeno non con la consistenza degli anni passati. Certo è vero che in Libia stanno rientrando molti lavoratori da tutta l’Africa, con e senza documenti. Ma l’economia libica ha un grande bisogno della loro manodopera in questo momento di ripresa e di annunciato boom economico per gli anni a venire. Mentre i racconti telefonici che arrivano a Tripoli dall’Italia, degli amici e dei parenti partiti durante la guerra, sono racconti di amarezza e delusione. L’Europa non è più quella di una volta. La crisi, la disoccupazione, il razzismo. Tutti fattori che di certo non incoraggiano a rischiare la propria vita in mare, almeno finché in Libia c’è lavoro.

E in più c’è da dire che, mai come adesso, le autorità libiche stanno puntando a azzerare le reti degli organizzatori delle traversate. E a fermare le imbarcazioni in partenza per l’Italia. Dalla liberazione di Tripoli, ad agosto, fino a dicembre, praticamente non ci sono stati sbarchi, salvo un paio di imbarcazioni soccorse nel canale di Sicilia. A gennaio sono stati fermati circa duecento somali in partenza, tanti quanti quelli giunti a Malta e in Italia nello stesso mese, mentre altri 55 sono morti in un naufragio. E a febbraio non è ancora arrivato nessuno. Sembrano finiti i tempi in cui il regime incoraggiava le reti del contrabbando quando doveva presentarsi al tavolo del negoziato con l’Italia e con l’Europa. Anche se le mafie del contrabbando sanno sempre riciclarsi, se le opportunità di guadagno valgono il rischio. Ad ogni modo sarà la primavera a svelarci i risultati di queste operazioni di contrasto. Quando il mare sarà buono capiremo se la Libia è ancora un corridoio di ingresso sull’Europa. Quel che è certo è che i giovani del sud continueranno a viaggiare, magari su altre rotte verso l’Europa, o magari – sempre di più – verso altre mete in questo mondo di cui l’Europa è sempre meno una centralità e sempre più una periferia decadente.

Il testo della sentenza può essere scaricato qui

MAMADOU VA A MORIRE

Una vera e propria fortezza con dentro, però, un tesoro che può trasformare la sopravvivenza più becera in vita dignitosa. Questa è l’Europa come la vedono migliaia di immigrati clandestini che ogni anno tentano il tutto e per tutto affrontando viaggi che spesso rasentano le file più basse della disperazione. A raccontarlo è chi è andato a trovarli di persona nei loro paesi di origine, per ricostruirne rotte, percorsi, ricatti e naufragi, dato che molte di quelle storie non hanno avuto e continuano a non avere un lieto fine. È questo il meritevole lavoro, quasi certosino, di Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio mediatico sulle vittime dell’immigrazione clandestina. Con il suo Mamadou va a morire (Infinito edizioni), l’occhio del reporter si mescola alla realtà nuda e cruda che l’Europa spesso si rifiuta di vedere. E così, dai deserti della Libia alla miseria del Maghreb con un salto in Senegal e in Turchia, le mappe si sovrappongono unificate da un unico comune denominatore: la miseria. Che dà il coraggio di affrontare viaggi disumani, a bordo di barche inconsistenti o dentro carichi stipati di merci e di uomini.

Dal 1988 più di 12.000 giovani sono morti, così, tentando di espugnare la fortezza Europa. Morire di frontiera, come è stato definito questo stillicidio pressocché quotidiano, è diventata una delle cause di morte più alta dei paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. Il titolo del volume scritto da Del Grande trae spunto da una delle tante storie narrate nel libro, quella di Mamadou appunto ma non si fa in tempo a scorgere il suo volto che subito si sovrappone a quello di migliaia di altri. Una generazione in viaggio. Il più delle volte, però, senza ritorno.

Italiani Brava Gente

Le foto di Enrico Dagnino, pubblicate dal magazine parigino Paris Match, sono un reportage straordinario sulla nostra gentile strategia di ‘respingimento’ dei Migranti.

In ossequio a tutti i trattati internazionali, come assicurava  L’ex ministro Maroni. 

Eccoli qui, i pericolosi criminali che assediano le nostre coste e vanno ad ingrossare le fila della malavita che mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani (o quella degli anacronistici e generosi padani?).

Bossi, con voce stentorea (avete fatto caso che tutti i leghisti hanno un tono da duri del Far West?), ghigna che lui va tra la gente e sa quali sono le reali esigenze del Paese; mica come quelli della sinistra, arroccati nella loro turris eburnea a registrare la continua perdita di voti, rei di aver aperto indiscriminatamente le porte a tutti i clandestini dell’universo, .

Mi chiedo come mai, in una nazione che compatta chiede sicurezza (da chi, da cosa?), una nazione che negli ultimi 15 anni ha goduto soprattutto delle strategie politiche di Berlusconi&Company, a colpi di sondaggi popolari a pagamento, tema lo spauracchio – vero o indotto – dell’orda clandestina che giunge a depredare le nostre ricchezze e stuprare le nostre donne, e non si preoccupi di combattere la vera criminalità organizzata? Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare perché le mafie mondiali abbiano eletto l’Italia a perfetta sede per il riciclaggio del denaro sporco globalizzato, perché l’esecutivo   continuava ad affossare o rinviare la class action o il vero contrasto ai grandi truffatori ed evasori? Chissà… Credo che combattere questi reati e questi criminali siano azioni molte più concrete per la ‘sicurezza’ dei cittadini.

Poi, se davvero il paese reale, chiede questo tipo di trattamento per i disperati che vengono fatti passare per ‘feroci saladini’, se davvero la maggioranza degli italiani approva il razzismo mascherato da legalità, allora rinuncio volentieri alla cittadinanza italiana per diventare apolide e clandestino.

Sul sito di Paris Match si leggono i commenti dei lettori a queste immagini terribili: “Ignobile”, “Inquietante”, ecco gli aggettivi più gettonati. Anche qualche nostro compatriota lascia la propria testimonianza e dice: “Mi vergogno di essere italiano”.

Se le ‘attenzioni’ rivolte ai migranti rispecchiano il sentimento attuale del Belpaese popolato dalla ex brava gente, allora, come Gaber e Prezzolini, non mi sento, non voglio più essere, non sono italiano.

FONTI  :  http://fortresseurope.blogspot.com/2012/02/la-corte-europea-condanna-litalia-per-i.html#more

http://blog.panorama.it/libri/2008/08/02/mamadou-va-a-morire-rotte-ricatti-e-naufragi-di-migranti/

http://pensierosuperficiale.ilcannocchiale.it/?TAG=paris%20match

Pubblicato in: cultura, INGIUSTIZIE, LAVORO, politica, scuola, sociale, società

Il massacro dei poveri cristi


I precari sono la razza peggiore del paese
Chi prende una laurea dopo i 28 anni è uno sfigato
La tutela dei lavoratori non è un tabù
“Possiamo anche togliere la cassa integrazione e sostituirla con…
Io non ho mai preso 500 euro al mese; mi sono fatto un mazzo così e chi prende 500 euro al mese è uno che sfigato
Il lavoro fisso è una noia mortale; bisogna cambiare
Quali opportunità? Quale osare? Neppure ci si sposa più per paura di mettere su famiglia, di avere una casa e rischiare di mettere al mondo dei figli. Quale lavoro fisso noioso? Forse quello di alcuni viziosi del potere finanziario? O dei figli di mamma e papà che hanno potuto prendersi (o pagarsi) una laurea e che adesso possono vivere tranquillamente accanto a mamma e papà che sono o sono stati ministri e sottosegretari? Forse quello di alcuni piduisti cicchittari che dal 1976 (in Russia c’era ancora Breznev) non schiodano il culo dalla poltrona? Forse quello dei tanti complici di stragi e assassini di ieri, oggi e domani? Forse quello dei tanti De Pedis? Questi avvoltoi che in nome del profitto politico e finanziario non esitano a massacrare facendosi poi beffe delle loro vittime meritano forse pietà?”. Ermanno Bartoli (barlow), Reggio Emilia

FONTE : http://www.beppegrillo.it/2012/02/il_massacro_dei.html

Pubblicato in: diritti, economia, INGIUSTIZIE, magistratura, politica, sociale, società

20 anni da Mani Pulite. La democrazia rubata


Corruzione, concussione, finanziamento illecito ai partiti: il sistema di illegalità diffusa che minacciava l’Italia del ’92 è ancora forte, anzi fortissimo. A lanciare l’allarme gli stessi magistrati allora protagonisti di una vicenda giudiziaria clamorosa. Ma se l’emergenza non è affatto finita e occorre tenere alta la guardia, come si fa a ridare legalità e trasparenza all’Italia?

“Mario Chiesa lo sorprendemmo mentre intascava una mazzetta di 7 milioni di vecchie lire. Non era un “mariuolo isolato” come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio, Tangentopoli.
Era il 17 febbraio di venti anni fa, iniziava Mani Pulite.
 
In questi vent’anni molti grandi imbonitori della politica e della stampa hanno cercato in tutti i modi di rovesciare la frittata e di far passare quei furfanti per vittime, e quelli che li avevano acciuffati per mostri e cospiratori.
Io non credo che il gioco sia loro riuscito. I politici fanno finta di non sapere chi erano gli onesti e chi i disonesti. I cittadini invece se lo ricordano benissimo e sanno che quella di Mani pulite è stata la più grande occasione persa dal nostro Paese. Già allora l’Italia poteva liberarsi dal cancro della corruzione ma per colpa della politica non ci è riuscita.
Il prossimo 17 febbraio a Milano l’Italia dei Valori organizzerà una grande iniziativa insieme a giornalisti, magistrati, esponenti della società civile per ricordare quegli eventi: l’inizio di Mani pulite.
Non lo faremo per celebrare il passato, ma perché l’Italia ha bisogno di ritrovare nuova energia per cambiare strada e liberarsi dalla malattia della corruzione che la sta distruggendo.”
 
ANTONIO DI PIETRO  
 
 

Intervista a Piercamillo Davigo di Rossella Guadagnini

“E’ l’oblio dei misfatti che lentamente consuma la libertà delle istituzioni”. A dirlo è Piercamillo Davigo, dal 2005 giudice di Corte di Cassazione, nel ’92 pm del pool milanese di Mani Pulite, guidato da Francesco Saverio Borrelli, con Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Francesco Greco. A vent’anni di distanza contro l’oblio dei misfatti, di quello che è stato, si susseguono dichiarazioni e bilanci dei protagonisti di allora sull’inchiesta che scosse l’Italia e il sistema dei partiti dalle fondamenta. Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in questi giorni ha detto che nella lotta alla corruzione occorre “un impegno legislativo, politico e culturale che deve essere innanzitutto profuso dalle autorità centrali e locali. Sono certo – ha poi aggiunto – che il governo si muoverà con decisione e convinzione”.

In quegli anni furono cinque le formazioni che letteralmente scomparvero dalla scena politica. Il partito di maggioranza relativa dei democristiani e altri quattro: socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali. Tre di queste formazioni avevano più di cento anni, ricorda Davigo nella prefazione al volume “Mani Pulite. La vera storia, 20 anni dopo” di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e MarcoTravaglio, riedito per l’occasione da Chiarelettere. Un terremoto dalle cui macerie nacque la Seconda Repubblica. E ora?

“Ora viviamo una fase di restaurazione. Il sistema politico si è rapidamente ricomposto in forme nuove – risponde il magistrato – pur continuando a calpestare sia la volontà dell’opinione pubblica (aggirando, ad esempio, l’esito del referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti), che le esigenze imposte da istanze istituzionali (come Onu, Consiglio d’Europa, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Ocse) di ridare legalità e trasparenza alle istituzioni e al mercato”. La crisi economica che oggi come nel 1992 grava sul Paese probabilmente “ridarà slancio a iniziative serie per ridurre la corruzione e, di conseguenza, a una repressione più incisiva. Ma tanti anni sono passati invano ed è necessario ricominciare dall’inizio a fronteggiare questi fenomeni”.

Davigo lei sottolinea l’importanza della memoria, che ci permette di ricordare quanto è accaduto. Mani Pulite è una ricorrenza ‘celebrativa’ o qualcosa più di un anniversario?
E’ soprattutto un’occasione per ricordare quali dimensioni ha realmente la corruzione e quali danni ha fatto e continua ad arrecare all’Italia. Secondo gli indici di percezione della corruzione il nostro continua a essere un Paese gravemente corrotto, ma le condanne sono scese a un decimo, rispetto al passato. E’ questo il frutto dell’attività della politica, che non solo non ha cercato di contrastare la corruzione, ma spesso ha contrastato indagini e processi.

Lei di recente ha detto che “la corruzione non può essere il costo della democrazia. E’ una balla. Così la democrazia ce l’hanno rubata”.
“In Italia ci sono meno condanne per corruzione che in Finlandia, il Paese meno corrotto del mondo secondo una classifica di Transparency International, mentre noi siamo in fondo alla lista. La corruzione è simile alla mafia, un fenomeno seriale e diffusivo. Quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco, di solito non e’ la prima volta che lo fa. Della mafia ha tre caratteristiche: la sommersione, il contesto omertoso, una cifra ‘nera’, ossia la differenza tra delitti commessi e quelli denunziati. In più le leggi vigenti rendono difficile scoprirla e reprimerla.

Tutti i dati indicano che nel 2012 la corruzione non è inferiore a quella di 20 anni fa: anzi, probabilmente è cresciuta. Eppure una ‘Mani Pulite 2’ non c’è: come mai?
Non basta la corruzione diffusa a far reagire l’opinione pubblica. Le indagini giudiziarie hanno maggior impatto nei periodi di recessione. Peraltro ciò che accadde nel 1992 era anche frutto di un forte scollamento tra il mondo della politica e l’opinione pubblica. Anche oggi sembra esserci questo scollamento e infatti vi è un governo tecnico. L’opinione pubblica invece sembra rassegnata.

Chi sono oggi i corrotti e chi i corruttori?
In parte gli stessi, in parte sono mutati. I partiti politici oggi, da un lato, hanno ingenti disponibilità erogate dallo Stato, dall’altro sono molto più fluidi che in passato: vi sono continue separazioni, fusioni, passaggi dall’uno all’altro schieramento. Quanto agli imprenditori, accanto ad aziende strutturate, ve ne sono altre che sembrano ruotare solo intorno all’imprenditore, affidando poi quasi tutta l’attività produttiva in subappalto. Inoltre, molta parte dell’attività amministrativa è affidata a società di diritto privato, con la sostituzione del contratto all’atto amministrativo. Tutto questo rende ancora più difficile la scoperta e la repressione della corruzione.

In commissione alla Camera c’e’ un disegno di legge anticorruzione, ritenuto da molti insufficiente. Quali elementi, a suo avviso, dovrebbero essere rafforzati?
Quel disegno di legge ha poco a che vedere con i veri problemi relativi alla repressione della corruzione. E’ necessario riscrivere le fattispecie penali, abolire la concussione per induzione -come ci chiede l’Ocse- che permette a molti corruttori di evitare la condanna, presentandosi come concussi anche quando traggono vantaggi da patti illeciti. Occorre ratificare la convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, firmata nel 1999, ma a oggi non ratificata, e infine introdurre i reati da questa previsti come il traffico di influenza e la corruzione privata. E’ indispensabile inserire l’autoriciclaggio e ripristinare norme serie sulle falsità contabili. Tuttavia, data la situazione, forse neppure questo è più sufficiente. Un rimedio potrebbe essere la previsione di operazioni sotto copertura in materia di corruzione, in cui un ufficiale di polizia giudiziaria, simulandosi corrotto o corruttore, potrebbe individuare chi offre o accetta denaro. Negli Usa chiamano queste operazioni “test di integrità”.

Perché in Italia le Authority, preposte al controllo di settori nevralgici dalla finanza alla concorrenza, non hanno ‘scoperto’ alcunché, una funzione assolta invece dalla magistratura inquirente?
Le autorità indipendenti sono organi amministrativi. Possono servire a prevenire reati, non a scoprirli. La scoperta di reati richiede atti intrusivi, quali perquisizioni, sequestri, accertamenti bancari, intercettazioni, rogatorie internazionali, che di solito non sono consentiti agli organi amministrativi, ma richiedono, in base alla Costituzione, alle leggi ed alle convenzioni internazionali, l’intervento dell’autorità giudiziaria.

Lei adesso è giudice di Corte di Cassazione: si sente parte della casta?
Escludo che i magistrati in generale siano membri di una casta. È sufficiente un’osservazione: i magistrati che rubano o colludono con il crimine organizzato, quando scoperti, finiscono in carcere. A mandarceli sono altri magistrati e, abitualmente, i provvedimenti sono confermati proprio dalla Corte di Cassazione.

FONTI :  http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-democrazia-rubata-perche-una-mani-pulite-2-oggi-e-impossibile-intervista-a-piercamillo-davigo/

http://www.italiadeivalori.it/mani-pulite/

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, INGIUSTIZIE, magistratura, politica, sociale, società, violenza

Santanchè Shock: I poliziotti non sono assassini nemmeno quando uccidono


Ieri la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l’agente di polizia Spaccatorella, quello che ha sparato senza motivo e a sangue freddo al tifoso della Lazio, Gabriele Sandri. II poliziotto è stato condannato per omicidio volontario. Significa che è tecnicamente un assassino. Ma per la Santanché non vale nemmeno la sentenza della Cassazione: secondo lei, un poliziotto non è mai un assassino, nemmeno quando sbaglia, nemmeno quando uccide volontariamente.  Guardate cosa ha scritto sulla sua pagina Facebook.

FONTE :  http://violapost.wordpress.com/2012/02/15/santanche-shock-i-poliziotti-non-sono-assassini-nemmeno-quando-uccidono-foto/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, politica, sessismo, sociale, società

Noi uomini dobbiamo parlare, adesso


“Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”.

Ho voluto riprendere queste belle parole di Oriana Fallaci perché sono a mio avviso lo specchio più fedele della situazione in cui si trovano gli uomini di oggi dinanzi alle problematiche legate al loro rapporto con le donne.

Nella storia ci si trova spesso davanti a dei bivi, e a quel punto si è obbligati a scegliere una strada. Le donne, o quantomeno alcune, sono già passate per questo bivio. Sono donne che hanno scelto di lottare, di ribaltare una visione e un sistema dai connotati fortemente maschilisti.
Ora però ci troviamo ad una svolta. Sono convinto che queste donne abbiano fatto molto, ma adesso è doveroso che anche gli uomini prendano la parola.

Una società più giusta, basata sull’uguaglianza e sulla parità, ha necessariamente bisogno di donne e di uomini capaci di collaborare e di progettare un futuro comune. Il fenomeno della violenza sulle donne è purtroppo da sempre presente nella società. Oggi però sta esplodendo in tutta la sua drammaticità. Gli uomini, anche i non violenti, non possono più dire “questa cosa non mi riguarda”. Non possono, perché il fenomeno non si può ricacciare nell’ambito delle faccende private, in un comodo quanto menefreghista “tra moglie e marito non mettere il dito”.

La violenza sulle donne produce effetti su tutta la società. Non parlo solo delle donne uccise o ferite nel corpo. Parlo delle donne ferite nella psiche e nell’anima, spesso impossibilitate a ricostruirsi una vita sia essa lavorativa, sentimentale o di amicizia dopo anni di angherie subite.

C’è chi obietta che ci siano anche donne violente verso gli uomini. Questo è vero, ma le proporzioni numeriche non sono lontanamente paragonabili. Non sto dicendo che la violenza esercitata da una donna verso un uomo sia meno grave. La violenza è sempre e comunque da condannare. Dico semplicemente che la violenza femminile sugli uomini non ha un urgente portata sociale come quella maschile sulle donne. Non è un’affermazione ideologica, ma semplicemente un dato di fatto basato sull’osservazione della società. Un dato che chiunque abbia la mente sgombra da pregiudizi può verificare.

I tempi non sono facili. Un uomo che voglia far sentire la propria voce in questo senso corre il rischio di essere guardato male da altri uomini o di essere considerato uno “zerbino”. Ma questo uomo non è affatto uno zerbino! È un uomo che pretende invece di essere compiutamente uomo, prendendo le distanze da chi agisce in maniera violenta.

Qui arrivano altre obiezioni. “Ma se esistono uomini violenti non è colpa di tutti gli uomini indistintamente!”, dirà qualcuno. La risposta è che è sbagliato parlare di colpe, quanto di responsabilità. La colpa è individuale ma la responsabilità è collettiva. Faccio un paragone terra-terra con una questione molto dibattuta ultimamente: l’evasione fiscale. Se io dicessi “è l’evasore fiscale che sbaglia, lui deve essere punito e io non c’entro niente”, commetterei un errore. È chiaro che sarà l’evasore fiscale a dover rispondere della sua condotta davanti al fisco ma io, cittadino che paga regolarmente le tasse, ho il dovere, oltre che il diritto, di denunciare quella situazione, di prenderne le distanze e di operare a favore della giustizia e della legalità.

La chiave è sempre quella: viviamo in una società. Anni di individualismo spinto e di indifferenza ci hanno molte volte portato fuori strada, modificando il nostro modo di vedere il mondo. Ma rimane il fatto che nessuno può chiamarsi fuori dall’urgenza di questo tema.

Non è, come qualcuno accusa, un’acritica accondiscendenza a certe teorie femministe (alle quali, sia chiaro, ognuno/a è libero/a di aderirvi o meno). La mia vuole piuttosto essere una riflessione totalmente al maschile, sviluppata per invitare tutti quanti ad un dibattito serio, pacato e proficuo.

fonte : http://dallapartedelledonne.wordpress.com/2012/02/05/noi-uomini-dobbiamo-parlare-adesso/