Pubblicato in: INGIUSTIZIE, LAVORO, opinioni, politica

Fabbriche senza operai


fabbriche senza operaiLa tecnologia distruggerà sempre più posti di lavoro ma, al contrario di quanto  raccontavano molti pseudo analisti, non verranno creati nuovi posti di lavoro e, nei prossimi decenni, la forza lavoro verrà sostituita da robot.

Sostengono queste teorie moltissimi studiosi ma, se non volessimo seguire la teoria, basterebbe la pratica.

Moltissime aziende, in tutto il mondo, stanno sostituendo gli operai con i robot perché  è aumentato il costo della manodopera (nei paesi più ricchi) mentre è diminuito quello dei robot. Oltretutto, le macchine, non si stancano e non rivendicano diritti: una manna per i produttori.

Peraltro, in Cina esiste già una fabbrica senza operai e moltissime aziende seguiranno questo modello.

Continueranno a durare  i lavori dove l’uomo non ha ancora pensato a come sostituirsi con una macchina o con un software  fino a quando, appunto, troverà il modo per farlo.

D’altra parte, un segnare inequivocabile di questa tendenza è rappresentato dalla crescita della produttività e dalla decrescita dell’occupazione.

Pochissime persone, grazie alle tecnologie, potranno gestire interi processi produttivi e questo comporterà maggiori diseguaglianze tra ricchi e poveri con uno spostamento della ricchezza ancora maggiore a favore dei più ricchi.

In questo scenario è impensabile credere che un lavoratore possa lavorare per 42 anni e, molto probabilmente, noi rappresentiamo le ultime generazioni che pagano i loro contributi per pagare le pensioni delle generazioni precedenti: dietro di noi ci sono robot e quelli non pagano contributi.

Questo è il momento di pensare a come risolvere un problema epocale. Fermare la tecnologia ? Trovare nuovi modelli di ridistribuzione della ricchezza?

Il tema è molto complesso. In tutta la storia dell’umanità,  nessuno ha mai fermato il progresso ma il progresso senza se senza ma porta al disastro.

La strada più sensata sembra quella di cercare nuovi modi per ridistribuire la ricchezza. Molti Paesi adottano già il reddito di cittadinanza ma in Italia sembra utopia: solo M5S è convinto che la forza lavoro sostituita dalla tecnologia dovrà avere un paracadute per sopravvivere.

Altri sostengono la necessità di tassare i profitti delle grandi multinazionali per ridistribuirli alle classi più povere.

A prescindere da tutto, credo che tutti quelli nati dal 1970 in poi,  dovrebbero preoccuparsi più del fatto di avere un reddito per poter vivere fino alla vecchiaia che di quando e se prenderanno la pensione.

La sfida per il futuro è questa.

Giovanni Chianta

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, INGIUSTIZIE, politica, scuola, violenza

Diaz, omertà di Stato


La Corte europea dei diritti umani è stata chiara: “Alla Diaz vi fu tortura. I colpevoli restano impuniti, e l’Italia necessita di una legge adeguata per tale reato.” Naturalmente in un paese normale, questo creerebbe un gran scalpore. In sostanza, non solo la Polizia italiana non ha rispettato i diritti universali dell’uomo, ma l’intero paese è messo sotto accusa perché inerte dinanzi ai soprusi avvenuti in quei giorni, e perché vi è una mancanza sostanziale all’interno del diritto. Per l’Italia invece, che di normale ha ben poco, la cosa è quasi “scontata”. Tanto che oggi, i responsabili della mattanza di quei giorni, siedono dietro scrivanie di mogano, pagati profumatamente dallo stato italiano…. […]

http://www.orizzonteuniversitario.it/2015/04/20/diaz-omerta-di-stato/diaz

Pubblicato in: guerre, INGIUSTIZIE, libertà, opinioni, PACIFISMO, palestina, violenza

Il silenzio dei colpevoli


il silenzio dei colpevoliSe la memoria non mi inganna, i raid aerei israeliani nella Striscia di Gaza sono iniziati da diverse settimane, mentre l’operazione militare terrestre è scattata da due settimane circa.

Ebbene, le vittime palestinesi, quasi tutte civili inermi, in grandissima parte bambini, hanno ormai raggiunto e superato quota mille. I morti israeliani sono poche decine, tutti militari. Per non parlare dei feriti e degli sfollati, che sono diverse migliaia tra la popolazione di Gaza.

In sostanza, si va delineando un eccidio di massa che non sarebbe eccessivo o fuori luogo rappresentare nei termini agghiaccianti di un “genocidio”, e la cosiddetta “comunità internazionale” tace e latita. Il silenzio e l’indifferenza del mondo sono addirittura più terrificanti dei massacri e delle carneficine che Israele sta compiendo nella Striscia.

La cosiddetta “diplomazia internazionale” che, tradotto in un linguaggio meno ipocrita, è la difesa degli interessi delle cancellerie occidentali, sta assistendo alle stragi senza muovere un dito solo perché Israele costituisce un caposaldo del “mondo occidentale”, cioè un bastione dell’imperialismo economico-militare delle superpotenze occidentali. Tutte le massime istituzioni mondiali tacciono.

Tace persino papa Francesco, che finora si era presentato come una figura attestata dalla parte degli ultimi, dei reprobi e diseredati della terra. Oggi i Palestinesi di Gaza sono gli ultimi tra gli ultimi, gli esseri più deboli ed indifesi, la parte più derelitta, reietta e sventurata dell’umanità.

Lucio Garofalo

Pubblicato in: CRONACA, INGIUSTIZIE, opinioni, PACIFISMO, palestina, politica

ISRAELE- PALESTINA, LA CONVIVENZA E’ POSSIBILE ?


Da ormai 67 anni esiste uno stato artificiale creato ad hoc per una fazione appartenente a un credo religioso; come si evince dal titolo dell’articolo sto parlando di Israele. Israele è sorta nel protettorato britannico di Palestina nato a sua volta poco prima del termine della prima guerra mondiale (1917) dopo che il territorio era stato tolto all’impero ottomano dai ribelli arabi alleati degli inglesi.
Contemporaneamente alla nascita dello stato israeliano nacque anche lo stato di Palestina la risoluzione delle Nazioni Unite n°181 ripartiva il territorio palestinese tra questi due stati riconoscendo l’esistenza di entrambi.
GLI ANNI DEL TERRORISMO SIONISTA
Nel mandato britannico di Palestina, tra gli anni trenta e quaranta, agirono due gruppi terroristi sionisti il cui obiettivo, oltre alla cacciata dell’esercito britannico, era la nascita di uno stato ebraico-sionista; l’IRGUN e il LEHI.
L’IRGUN o Etzel fu fondato nel 1931 dalla scissione di alcuni appartenenti all’Haganah (altra organizzazione sionista) accusata di adottare una politica troppo socialista, l’Haganah fu il partito di Ben Gurion che decise di combattere l’asse a fianco degli alleati (invece di scegliere l’alleanza con i nazisti come il LEHI). Sostanzialmente l’IRGUN si prefigurava come una milizia ultranazionalista anti britannica e anti araba (come il Likud e l’estrema destra oggi). Dal ’36 al ’39 si  assistette ad una rivolta araba dovuta soprattutto all’aumento della popolazione ebraica nel Mandato (dagli 80.000 del 1918 ai 400.000 del 1936), durante questa rivolta molti ebrei vennero uccisi, la conseguenza di questa rivolta fu il rafforzamento dei movimenti sionisti tra cui l’IRGUN che poté garantire ai propri affiliati l’alleanza di parte delle autorità inglesi che arruolarono molti sionisti nelle milizie locali (le special night squad). Durante la seconda guerra mondiale gli uomini dell’IGRUM furono attivi sia all’interno delle forze britanniche sia nella divisione ebraica che combatté in Italia. Non era ancora finita la seconda guerra mondiale che l’IRGUN tornò al suo vecchio amore, il terrorismo contro l’autorità britannica; guidati dal futuro primo ministro Begin i terroristi sionisti si resero colpevoli di rapimenti e attentati come quello del King David hotel dove perirono 91 persone o la strage di Deir Yassin dove vennero trucidati 107 palestinesi (l’azione venne condannata dall’Haganah). L’IRGUN si rese responsabile di azioni anche in Europa dove, tra l’altro, attaccò l’ambasciata britannica a Roma.
Il LEHI venne fondato nel 1940 da Avraham Stern, appartenente all’ala più estremista dell’IRGUN, che però concentrò i suoi attacchi solo su obiettivi britannici lasciando, almeno inizialmente, in pace gli arabi. Il LEHI, durante la seconda guerra mondiale, si accostò all’asse inviando a Naftali Lubenchik a Beirut per incontrare il funzionario tedesco Von Hentik per trovare un accordo sulla nascita di uno stato ultranazionalista ebraico di stampo fascista, l’affare non andò in porto a causa dell’inefficienza dell’ambasciata tedesca  ad Ankara dove venne inviata la bozza di un accordo. Finita la guerra il Lehi si rese colpevole, al pari dell’IRGUN, di attentati in Europa e in Palestina dove partecipò anche al massacro di Deir Yassin, inoltre il Lehi assassinò il mediatore dell’ ONU, il conte Folke Bernadotte.
Entrambi i gruppi si sciolsero ma per la destra israeliana,  che critica il terrorismo di hamas, questi uomini sono eroi.
risoluzione 181LA RISOLUZIONE DELLE NAZIONI UNITE N° 181
Dopo la fine del mandato britannico in Palestina, i gruppi nazionalisti delle due parti (Lehi e IRGUN  da una parte, nazionalisti arabi ex alleati dell’asse dall’altra) diedero inizio a scontri e massacri, soprattutto questi massacri ebbero vittime palestinesi. L’assemblea delle Nazioni Unite, per porre fine a questa strage, il 29 novembre 1947 approvò la risoluzione n°181 che divideva il territorio dell’ex mandato britannico tra arabi ed ebrei.
Durante le votazioni hanno votato a favore: Stati Uniti d’America, Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Bielorussia, Canada, Costa Rica, Danimarca, Repubblica dominicana, Ecuador, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Panamá, Paraguay, Perù, Filippine, Polonia, Svezia, Cecoslovacchia, Ucraina, Unione Sudafricana, URSS, Uruguay e Venezuela; contro: Afghanistan, Arabia Saudita, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Siria, Turchia e Yemen. e  sono astenuti: Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia.
L’URSS votò a favore poiché sperava che il nuovo stato ebraico potesse essere uno stato comunista, che si poggiasse sul sionismo libertario e quindi vicino ad ideali socialisti e comunisti; la speranza era avvalorata dai Kibbutz e Moshav, terre acquistate grazie a donazioni elargite sia da operai che dai Rotshild al governo britannico. Inutile dire che tale desiderio venne disatteso da Ben Gurion che, come racconta nel suo saggio sulla politica sovietica in Palestina Arnold Kramer, scrisse a Truman palesando le sue intenzioni anti socialiste.
1920israelCome possiamo vedere da questa mappa, gli insediamenti ebraici si concentrano prevalentemente a nord della Palestina britannica mentre attorno a Gerusalemme non vi è che una manciata di villaggi così come intorno a Betsabea. Il parametro delle Nazioni Unite fu lo stesso di quello utilizzato dalla società delle nazioni nel 1918 quando si trattò di ridisegnare i confini delle nazioni e dei territori appartenenti all’impero Ottomano, quello della nazionalità; come possiamo vedere nella mappa sotto però tale principio non venne seguito alla lettera in quanto il deserto del Negev, e il conseguente sbocco sul Mar Rosso, dove non vi erano insediamenti ebraici, venne assegnato ad Israele. Nel territorio che sarebbe dovuto essere la Palestina la proporzione arabi/ebrei era 99/1 (725.000 arabi contro 10.000 ebrei) mentre il territorio israeliano vedeva una maggioranza ebraica di 55/45 (407.000 contro 498.000). nella zona a controllo internazionale il numero di abitanti era quasi pari (51/49 a favore degli arabi. Nonostante la maggioranza del territorio fosse abitato da arabi, la comunità internazionale decise di  concedere la maggior parte del territorio al futuro stato di Israele forse presagendo la forte immigrazione ebraica, anche se molti ebrei, ad esempio Primo Levi, decisero di rimanere nei Paesi di nascita. Le reazioni non furono univoche. Iniziamo con i futuri israeliani; inutile parlare delle posizioni deliranti della destra (l’IRGUN in un manifesto indicava anche la Giordania come futuro Israele) sulla grande Israele che ricorda la grande Germania, soffermiamoci invece sugli ebrei palestinesi e sul partito comunista; gli ebrei palestinesi accolsero positivamente la nascita di due stati in quanto non interessati al progetto grande Israele mentre il Mapam (partito unificato degli operai) – seppur più favorevole a un solo stato giudeo-arabo –si pronuncia a favore della nascita dei due stati, fino agli anni ’60 il Mapam sarà il primo partito d’opposizione.
Nel  campo arabo in generale e palestinese in particolare, la nascita di uno stato ebraico è accolta soprattutto con scetticismo e ostilità, il partito comunista palestinese invece fu tra quelli che sostennero il progetto di due Paesi due popoli. Cosa sarebbe successo se invece dei due nazionalismi avessero trionfato i due partiti comunisti?
Alberto Forlini
Pubblicato in: diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, politica, società

La solitudine dei lavoratori


solitudine-del-lavoroGianfranca Fois
Bastano solo alcune delle ultime notizie sul fronte del lavoro (vedi l’Ilva di Taranto o il trasferimento in un paese dell’Est europeo dei macchinari di una fabbrica attuato di nascosto dal padrone durante l’assenza per ferie degli operai) per mostrarci ancora una volta il volto del capitalismo italiano, rozzo e straccione, naturalmente con le dovute eccezioni,
In Italia nessun modello renano, ma numerosi padroni dai metodi ottocenteschi e senza nemmeno il tentativo di salvarsi la coscienza creando istituzioni filantropiche, insomma un capitalismo arcaico che di “moderno” ha solo l’obiettivo del profitto a tutti costi, in linea con la suprema legge di quello che Gallino ha chiamato “finanzcapitalismo”.
Di fronte a questa situazione, non contrastata ma anzi talvolta favorita dai governi degli ultimi decenni, la sinistra e il sindacato italiani non riescono a trovare parole, idee e progetti per difendere i diritti che i lavoratori hanno conquistato con dure lotte nel secondo dopoguerra, addirittura alcuni hanno introiettato l’idea (diffusa ad arte dai teorici del neoliberismo) che il debito pubblico sia stata determinato da condizioni di lavoro favorevoli e da un welfare insostenibile e impensabile ai nostri giorni e non piuttosto dal sistema finanziario e dalle sue storture avallati da scelte politiche.
Né, tanto meno, riescono a ideare modi nuovi per affrontare la crisi e ripartire con una visione del mondo e del lavoro adeguata ai tempi moderni ma non subalterna agli interessi del mondo padronale, anche qui con le dovute eccezioni.
Anzi se c’è una cosa che caratterizza oggi i lavoratori, le donne e gli uomini in generale è proprio la solitudine, e in particolar modo in Italia dove appunto un lungo periodo di tempo, almeno vent’anni, è stato caratterizzato dal ripiegamento di ognuno su se stesso, da modelli di vita non solo individualistici ma soprattutto dominati da un pensiero gretto, egoista in cui certe parole, come ad esempio lavoro, solidarietà o venivano tenute lontano dal discorso politico o addirittura irrise, determinando insomma quella situazione in cui il cittadino, come scrisse Tocqueville, può avere il senso della famiglia ma gli è scomparso il senso della società. Le persone sono quindi sole, mentre quando negli anni 70, nel milanese, ci furono le grandi ristrutturazioni industriali era presente almeno un tessuto di relazioni tra le persone e con le amministrazioni.
Nel frattempo la crisi economica mondiale, la incapacità e mancanza di volontà di pensare, progettare, programmare e attuare politiche economiche, industriali, fiscali, sociali e culturali da parte dei vari governi Berlusconi hanno gettato il nostro paese in una situazione drammatica, tra le più gravi d’Europa e per di più con un welfare arcaico e poco incisivo a confronto con quello delle grandi democrazie.
Eppure esistono alcune piccole realtà che possono aiutare ad iniziare a cambiare questa situazione, realtà che partendo dal tentativo di andare incontro ai bisogni più immediati possono indicare e aprire la via ad un capovolgimento dell’ideologia presente ponendo le basi per una cultura nuova, solidale che rimetta al centro le persone, i loro bisogni, le loro speranze.
Vorrei citare almeno qualcuno di questi tentativi perché penso sia utile che oltre alle notizie sulla disoccupazione, sugli omicidi sul lavoro, sulla disperazione di tanti lavoratori, condividiamo notizie e pratiche positive.
Il libro “Il tempo senza lavoro” scritto dai lavoratori di Agile ex Eutelia e da Massimo Cirri narra non solo le lotte dei lavoratori contro la gestione banditesca dei manager dell’impresa, condannati infatti dalla magistratura, ma attraverso il racconto della propria vicenda ognuno sperimenta l’uso terapeutico della scrittura e della condivisione di sentimenti, paure (Cose brutte che questa storia lavorativa mi ha portato), ma anche di aspetti positivi (Cose belle che questa storia ……..).
Il lavoro è stato portato avanti anche con la collaborazione della Camera del lavoro di Milano e, in particolare, di Corrado Mandreoli, già impegnati, insieme a Radio popolare, a mettere insieme i lavoratori che hanno perso il lavoro, formare dei gruppi di auto-aiuto che servono non solo come “sfogatoio” ma soprattutto a imparare a reimpostare la propria vita (spesso infatti perdita di lavoro significa perdita della casa, della famiglia, disturbi fisici e/o mentali), ad affrontare colloqui di lavoro
I lavoratori di un’impresa di Reggio Emilia hanno invece deciso di tagliare i loro salari non per mantenere il posto di lavoro per tutti , cosa che succede anche in altre realtà, ma per consentire nuove assunzioni.
Si tratta, come si vede di esperienze molto marginali anche se probabilmente più diffuse e varie di quanto immaginiamo ma che non conosciamo.
Come poco conosciamo quanto avviene in Spagna dove nei barrios delle città le persone si riuniscono per discutere e per trovare soluzioni comuni su come tirare a campare o quanto avviene da qualche tempo in Argentina dove i lavoratori hanno recuperato le fabbriche che gli imprenditori avevano chiuso e abbandonato, portando via il capitale, al momento del crollo del modello neoliberale del 2001. Dopo circa 10 anni sono già più di duecento e danno lavoro a circa diecimila lavoratori, lo stesso esperimento si sta facendo in Uruguay. Spesso queste fabbriche diventano anche centri importanti per la vita sociale, culturale e politica della comunità.
Insomma tutte queste esperienze penso ci insegnino che è possibile trovare nuovi strumenti e modi che rimettano insieme le persone, unica possibilità per affrontare positivamente il presente e il futuro. Sembra ormai assodato infatti che nei paesi occidentali la ripresa economica non significherà nuova occupazione, si rende così necessario e inevitabile impostare in modo del tutto nuovo il lavoro, i rapporti sociali, politici ed economici.

– See more at: http://www.manifestosardo.org/la-solitudine-dei-lavoratori/#sthash.vKmZCba4.dpuf

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, religione, sessismo, società, violenza

Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, sessismo, sociale, società, violenza

Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

Pubblicato in: CRONACA, INGIUSTIZIE, sessismo, società, violenza

Il canto dell’ usignolo


06(Dal blog della madre di Federico)

Era un bambino di 8 anni e mezzo !

Federico era nato a Milano precisamente a Segrate il 19 Aprile 2000 era, come amava lui stesso definirsi, un bambino del terzo millennio. Era bellissimo tutti lo dicevano ma la cosa che maggiormente colpiva di lui era il suo carattere: era dolce ma nello stesso tempo risoluto, era sensibile, determinato e con tanto amore nel suo piccolo ma stupefacente cuore. Era molto allegro anche se a volte nei suo occhi profondi come il mare compariva tristezza ed angoscia dovuta la presenza oppressiva di un papà instabile, che era ricomparso nella sua vita quando lui aveva circa 4 anni. Amava il Nintendo come la maggior parte dei bambini, era un asso con il computer e con la tecnologia in genere del resto come spesso diceva di me, la sua mamma era di un altro secolo! se avevo delle difficoltà con il tv o con la Wii lui sistemava tutto e subito.

Non si poteva dire nulla sul suo rendimento scolastico era bravissimo, il massimo dei voti. Era ferratissimo in tutte le materie, soprattutto in quelle scientifiche, amava le stelle ed i pianeti. Ogni sera prima di dormire gli raccontavo episodi di una storia da me inventata. La storia parlava di un pianeta chiamato K2 e di un personaggio androide chiamo Delta 80; questa storia è durata sino alla sera prima della sua uccisione avvenuta il 25 Febbraio 2009 .

Federico ha vissuto tutto intensamente, era un vulcano di energia e vitalità, aveva mille interessi che io adoravo assecondare. Il mio bambino leggeva tanto, disegnava, faceva lavori creativi con me, costruivamo casette con sassolini di fiume o di mare, andavamo per librerie dei ragazzi, a teatro per bambini, a sciare, a correre sotto la pioggia insieme. Al mare la sua massima passione era arrampicarsi su di me in mille modi e farmi fare da trampolino di lancio: che fatica, ma che gioia!. Spesso al sabato pomeriggio facevamo lungi giri in bici, andavamo alla fonte a prendere l’acqua, ai giardini per incontrarsi con gli amichetti. Amava tanto cucinare insieme a me, fare dolci allo zenzero di mille forme. Il giorno prima della sua morte facemmo insieme le praline di cioccolato e che dramma se non le facevo perfettamente rotonde!, non si perdeva mai le trasmissioni in tv di gastronomia, eppure lui aveva gusti semplici mangiava solo pasta al pesto o bianca (quasi cruda come la mamma ) carne , salamino, olive, cioccolato e tantissimo latte pasteggiava persino a pranzo e cena con il latte.

Alla sera quando arrivavo a casa mi aspettava sulla porta, mi correva in contro e buttandomi le braccia al collo mi diceva. “ mammina sei arrivata “ poi si fermava in piedi diritto come un fuso sull’attenti, osservava lo sguardo e poi guardandomi negli occhi mi diceva, senza mai sbagliare (cavolo !): “oggi giornata pesante vero ?” oppure “ oggi tutto ok vero ?” non riuscivo mai a svicolare da lui ne lui da me, ci parlavano con lo sguardo!. Quando andavo in giro non avevo bisogno di intervenire con lui, bastava che ci guardassimo per capire il da farsi . Io e Federico eravamo molto uniti, ero la sua mamma ma anche la sola persona su cui lui poteva sempre contare. Non è stato un caso che sia stato ucciso quando io ero lontano da lui , se vi fossi stata io al suo fianco non avrebbe avuto il modo il padre ( colui che lo ha ucciso) di avvicinarsi al mio bambino. Negli anni avevo da sola organizzato una rete di protezione in torno a lui, a scuola , a casa , al Campus, in Accademia, ovunque Federico era protetto meno là dove doveva esserlo maggiormente!

Il mio piccolo angelo, alla sera si addormentava tenendomi con la sua manina che amava farsi accarezzare mentre gli raccontavo la storia. Amava tanto fare la lotta con me sul lettone, era molto forte, forse perché faceva tanto sport. Amava da impazzire la musica soprattutto il rep ed il rock, aveva i porta CD pieni di musica che acquistavamo insieme. Era attento e curioso, voleva sapere sempre tutto, non gli bastavano spiegazioni sommarie se gli interessava qualche cosa voleva subito prendere un libro su quell’argomento. L’ultima mostra che abbiamo visto insieme, che gli piacque da impazzire, fu quella di Ligabue, volle non solo il poster ma anche che gli acquistassi l’intero volume della mostra che si portò orgogliosamente a scuola per farlo vedere a tutti i suoi compagni.

001bEra sportivissimo, da quando aveva 4 anni al mare faceva surf e di inverno sciava con me, aveva raggiunto in poco tempo 4 livelli federali. Al sabato andava a cavallo, il suo cavallo preferito si chiamava Duca, ma durante la settimana quello che per lui era diventato fondamentale negli anni era fare il portiere . Era il portiere più stimato dell’Accademia lo chiamavano la saracinesca, perche non faceva mai passare la palla. Ci teneva così tanto che mi chiedeva tutte le sere sia in casa che fuori di allenarlo tirandogli la palla .

Era un grande tifoso dell’Inter chissà se avrà festeggiato in cielo i 3 “tituli” appena conquistati.

Federico aveva un rapporto splendido con me, molto sincero . Le difficoltà ci hanno uniti ancora di più, mi chiamava la sua Mamma Amore e guai se qualcuno era sgarbato con me, mi accompagnava nei negozi e si comportava come un principe. Amava i miei stessi colori ed amava che lo vestissi con il bianco, azzurro, blu e verde acqua. Era un grande artista, faceva dei disegni coloratissimi Era molto maturo per la sua età, faceva tanti progetti, aveva sempre voglia di fare cose nuove era come se mordesse la vita. Quella vita così breve, che il pensiero mi fa impazzire.

A Federico a 5 anni avevo regalato il cane che lui desiderava tanto si chiamava Roy ed erano inseparabili. Dal giorno della morte di Federico, Roy quando mi vede impazzisce, corre alla ricerca di Federico, piange in modo molto strano emettendo uno strano sibilo di sofferenza dalla gola e girandomi intorno, senza fermarsi, corre avanti indietro ripetutamente verso la mia auto alla ricerca del mio bene più grande ovvero Federico. Ora il Roy è presso un centro di equitazione, in mezzo la natura, con due nuovi padroncini, giovani sposi che sono riusciti a farlo stare meglio. Ogni tanto senza esagerare, per non farlo soffrire vedendomi, vado a trovarlo .

Federico disegnava tanto. Disegnare per lui come per tutti i bambini non era solo aprire una finestra sul proprio mondo interiore , ma era anche il suo modo di comunicare con me . Tantissimi erano i disegni che mi dedicava. Il mio amore , spesso tornava a casa con disegni in cui esprimeva tutte le sue potenzialità nascoste, facendo emerge le sue emozioni più profonde e i sui sentimenti più autentici che spesso mi veicolava scrivendoli su piccoli bigliettini colorati per me. Me li faceva trovare ovunque spesso accompagnati da un fiore o una piantina o un lavoro fatto da lui.

“ Signora ma che bambino educato”, “bellissimo” mi dicevano. Spesso mi accorgevo che le persone si giravano a guardarlo, aveva un visino troppo dolce e due occhi infinitamente profondi.

Un estate estate, aveva 4 anni e mezzo Federico, per lui e con lui , in Sardegna, cercavo le spiagge più belle con acque basse e cristalline color verde smeraldo, dove lui potesse nuotare in sicurezza e tranquillità; mi ero caricata con un’ enorme zaino tecnico con dentro tutto, avevo con me dal cibo, al lettino per la nanna, all’ombrellone e tutti i sui giochi; ad un certo punto mentre camminavamo in un sentiero a picco sul mare mi disse dopo un lungo silenzio nel quale pensavo ascoltasse le cicale: “ mamma grazie per la fatica che fai per me , sembri una cammella fai sempre tutto da sola .. ti devo portare anch’io qualche cosa e poi aggiunse quando sarò grande dirò ai miei bambini quello che hai fatto per me da piccolo poi aggiunse .. sei la mia Mamma Amore e da allora sino al giorno della sua morte è così che mi chiamava, la sua mamma amore. Poco tempo dopo mi fece un disegno che conservo da allora insieme a tutti gli altri fatto di un enorme cuore con dentro scritto ciò che io rappresentavo per lui.

Federico è cresciuto in un mondo di colori, il nonno materno è stato un pittore molto noto a Milano negli anni 80 sino alla sua morte avvenuta nel 1993 Accademico San Marco, premio De Chirico nel 1978. Il mio piccolo era piuttosto dotato, spesso ricordo di aver pensato, che avesse preso dal nonno. Ed è per questo che ho ricordato l’anniversario della sua morte con un concorso di disegno da me organizzato con tutte e per tutte le scuole della città.

L’ultimo giorno della sua vita il 25 Febbraio 2009 alla mattina a colazione mi disse: “Mamma le signorine dei servizi se ne fregano di me e poi mi aggiunse non voglio andare all’incontro con quello lì ( cosi chiamava suo padre) “oggi sono stanco e stufo”. Uscendo, poco dopo dal portone di casa, aggiunse “mamma non ti preoccupare finisce presto tra poco lui muore “. In auto mi urlò: “ quelle lì ( riferendosi sempre alle due “persone” dei servizi sociali ) non capiscono niente di lui, devo andare dal giudice io e dirglielo che non voglio vederlo! Gli faccio vedere io”. Cercai di tranquillizzarlo e gli dissi dai non succede nulla stai tranquillo . Furono le mie ultime parole, non lo’ho visto più il mio angelo, il mio amore infinito.

Circa una settimana prima il mio bambino aveva fatto un’ incubo si svegliò piangendo disperato aveva sognato che suo padre lo uccideva, si ritrovava in cielo sopra una nuvola poi arrivava uno gnomo che lo riportava dalla sua mamma perché piangeva…

Nonostante le inevitabili conseguenze che le continue apparizioni , minacce e svariati atteggiamenti molesti verso di me e Federico avevo con fatica costruito per Federico una vita comunque molto ricca e positiva, lo dicevano non solo la sua resa scolastica, la sua vivacità, la sua voglia di vivere, la sua allegria il suo sorriso e tutte le persone che lo hanno conosciuto lo possono confermarlo. Federico viveva in una bella casa, faceva tanti sport, cercavo in tutti i modi di fare in modo che la sua vita fosse più tranquilla possibile . Ma la follia paterna il suo disagio aumentava sempre di più ed il pericolo anche ed è solo per questo , mi ero rivolta io ben 5 anni prima ai Servizi pensando che fossero in grado di occuparsi del disagio del padre. Mi sono trovata in un buco nero istituzionale.

Non esistono gli gnomi e nessuno mi riporta il mio bambino e nessuno può placare il doloro che provo.

1001878_10153031345930387_1383825929_nIl padre di Federico era di origini egiziane ma stava in Italia da molto tempo. All’inizio della nostra storia era una persona integrata, colta, un ‘operatore turistico stimato. Ma poi la sua persona è drammaticamente cambiata sin da subito la nascita di nostro figlio. La mia vita e quella del mio piccolino era precipitata in un incubo fatto dalle continue sparizioni e continui ritorni di suo padre, ogni volta sempre più disturbato, violento ed ossessivo.

Come madre feci una scelta di allontanare la follia, la cattiveria , del padre dalla vita di Federico. Sono però iniziati anni di soprusi, minacce, aggressioni, vero e proprio STALKING fatto di minacce, telefonate in tutte le ore del giorno e della notte, inseguimenti in auto, ( pochi giorni prima dell’uccisione mi stava buttando giù da un ponte , con a bordo Federico). La Legge sullo stalking era in discussione proprio in quei giorni in Parlamento. E’ diventata legge 3 giorni dopo la sua morte. Mi sono rivolta ai Carabinieri, al Tribunale dei Minori di Milano, ai Servizi sociali di San Donato pensando mi potessero aiutare. Furono proprio questi ultimi che mi imposero di fare vedere al bambino al padre ( sottovalutando la sua pericolosità) tentai di oppormi ma fu tutto vano. Se mi fossi opposta alle visite in ambito protetto me lo avrebbero tolto così mi dicevano ogni volta che segnalavo l’aumento del disagio paterno. “ Signora cosa vuole che succeda ci siamo qui noi, ce ne assumiamo noi la responsabilità di suo figlio, lei pensi a fare la madre” .

Dopo l’omicidio mi hanno recapitato mesi dopo ( a Dicembre, il primo Natale senza Federico ) via posta dal comune una lettera in cui mi si diceva: “ il nostro staff non centra nulla. Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna. Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata ma mi figlio in vita. Mio figlio non c’è più. Circa 2 anni prima dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno SPAZIO PROTETTO.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto. Come può un bambino essere ucciso con 8 coltellate in piena ASL. Il suo assassino è entrato armato con pistola e coltello da macelleria. E come mai mio figlio si è difeso da solo ? Il padre di Federico ha avuto il tempo di sparare (colpendo solo di striscio Federico) il mio cucciolo ha tentato di scappare ma il padre ha avuto anche il tempo di inseguire Federico raggiungerlo ed accoltellarlo più volte. Le ferite alle braccia e alle mani dimostrano che Federico ha cercato di difendersi DA SOLO (né il colpo di pistola, né le coltellate alla schiena erano state mortali).

La sua morte è avvenuta ben 57 minuti dopo il primo colpo.

SE VI FOSSE STATA UNA ADEGUATA SORVEGLIANZA, FORSE FEDERICO SAREBBE STATO FERITO MA NON SAREBBE MORTO!

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? . Il giorno stesso, la mattina del 25 febbraio 2010, ero dall’Assessore per supplicarlo di intervenire. Innumerevoli volte avevo riportato i rischi segnalati da me, da Federico, dalle perizie, dalle denuncie, dai testimoni, da avvocati, da Carabinieri che da anni seguivano il caso.

FEDERICO “LA PRATICA” E’ STATA CONSEGNATA AL SUO ASSASSINO, IL GIORNO 25 FEBBRAIO 2009 FEDERICO VENIVA BARBARARAMENTE ASSASSINATO DAL PADRE CON 8 COLTELLATE ALL’INTERNO DI UNA ASL DURANTE UNA VISITA CHE DOVEVA ESSERE PROTETTA.

Come mamma di Federico ,che ha sempre dato risposta ai bisogni emotivi, affettivi e materiali del proprio figlio, il modo più bello di dire addio al mio bambino era quello di esaudire il suo ultimo desiderio. E così il mio ultimo dono per lui è stato esaudito grazie un prete di nome Don Alfredo : il dono del battesimo ed un funerale cristiano. Ho abbracciato forte Federico dopo una settimana dalla sua uccisione. Prima di quel giorno, 3 Marzo 2009 giorno del funerale, non mi hanno permesso di vederlo se non solo per un attimo dopo 3 giorni dall’uccisione, attraverso un vetro. Ho baciato Federico e lui ha aperto gli occhi, erano vuoti e spenti , erano diventati quasi grigio verde penso sia stato il suo modo di dirmi addio.

Delle mani cattive e la follia istituzionale me lo avevano ucciso me lo avevano strappato ; ucciso all’interno di una Asl accoltellato a morte dal proprio padre. In quell’ultimo contatto con Federico sentivo solo la necessità baciandolo che vi fosse almeno un’ ultimo momento terreno di dolcezza e di bene. Quando hanno chiuso la cassa bianca la mia vita, il mio cuore, la mia anima è caduta nel vuoto fatto di immenso dolore in condivisibile. Il mi bambino morto ucciso per mano di colui che lo aveva generato non esiste cosa al mondo più orribile. Mi sono resa conto che era veramente accaduto, non ricordo nulla di come sono arrivata in chiesa ricordo più o meno solo cosa ho detto hai bambini che piangevano “ non vi preoccupate state sereni la persona cattiva non c’è più state vicino alla vs. mamma ed al vs. papà “ A tutti i bambini mi sento di dire che Federico è un angelo un angelo del cielo, è con noi ne sono certa.

Federico sicuramente verrà in vostro aiuto, perché ora è un Angelo del cielo e perché in vita era un bambino determinato, serio che non amava le ingiustizie, molto altruista. Anche se a volte si chiudeva quando gli altri lo ferivano a causa di cose che non potevano comprendere. Ricordate Federico così potrà continuare a vivere nei vostri cuori .

Il 25 Febbraio 2009 un giorno orribile in cui la vita di Federico viene spezzata da colui che era suo padre una persona che prima che lui nascesse era colta educata e gentile ma poi la malattia e la cattiveria se lo è portato via uccidendosi e portando via con se il mio bambino. Federico poteva e doveva essere protetto ma coloro che erano stati incaricati di farlo non lo hanno fatto. Alle istituzioni che dovevano proteggere mio figlio chiedo e pretendo solo la verità e l’assunzione della propria responsabilità perché la vita di un bambino ha un valore assoluto che non deve essere immolata ne violata. Quando succedono drammi cosi gravi è difficile trovare persone che ti aiutano.

Ci sono state persone di fede che mi hanno aiutato e sorretto, persone comuni , molti bambini che con la loro spontaneità mi hanno strappato un attimo di gioia . A tutte queste persone che mi hanno dimostrato affetto e disponibilità dico grazie dal profondo del cuore.

A mio figlio che si chiamava SHADY FEDERICO BARAKAT IL CUI NONE SIGNIFICAVA IL CANTO DELL’USIGNOLO

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, sessismo, società, violenza

Nessuno ha protetto Federico


1001878_10153031345930387_1383825929_n(dalla pagina fb no alla violenza contro le donne)

Il bimbo che vedete nella foto si chiamava Federico e aveva 8 anni e mezzo.
è stato ucciso a coltellate dal papà durante un “incontro protetto”.
Anche stavolta, il papà era già stato denunciato e la madre aveva tentato di spiegare i rischi che il piccolo correva. Durante gli incontro protetti dovrebbe esserci una sorta di sorveglianza, invece il papà del piccolo entrò con un coltello e una pistola e Federico tentò anche di difendersi e scappare, si beccò pallottola e coltellate. Pensate che protezione!
La mamma di Federico ha tentato di ottenere giustizia verso quei servizi sociali che hanno consentito l’assassinio del piccolo. Il primo grado è stato un buco nell’acqua ma lei non si è arresa. In appello una sola tra gli imputati ha avuto una condanna a 4 mesi di carcere (pena ovviamente sospesa).
Quando ti strappano un figlio, una figlia e lo/la mandano con un genitore violento già denunciato, di chi è la colpa se quel violento lo/la uccide? Viv
‪#‎NoAffidoAlGenitoreViolento‬ ‪#‎violenzadigenere

RESPONSABILITA’

I servizi sociali di San Donato hanno avuto una parte di responsabilità nella morte di Federico Barakat, ucciso dal padre il 25 febbraio 2009 nel corso di un incontro protetto. Questo e quanto ha stabilito la corte di appello di Milano, che ha condannato a quattro mesi di reclusione, con pensa sospesa, la responsabile dei servizi E.T. per concorso colposo in omicidio volontario.

Processo Barakat, la prima condanna

Fonte: http://sandonato.milanotoday.it/processo-omicidio-barakat-18-luglio-2013.html

Una condanna e due assoluzioni per l’omicidio del piccolo Federico Barakat, ucciso a nove anni dal padre durante un incontro protetto presso il centro socio sanitario di via Sergnano a San Donato, il 25 febbraio 2009. Oggi è arrivata la sentenza della Corte d’appello, che ha in parte modificato la decisione del primo grado, chiuso con l’assoluzione dei tre imputati. In secondo grado è infatti arrivata la condanna a quattro mesi di carcere per la responsabile dei servizi sociali.

Fonte:http://www.ilcittadino.it/p/notizie/cronaca_sud_milano/2013/07/17/ABHHtWoC-omicidio_barakat_una_condanna.html

Risponde di concorso colposo in omicidio colui che ha mancato di vigilare sul soggetto violento posto sotto la sua responsabilità.

E’ davvero questo il reato commesso? Si tratta di mera culpa in vigilando?

La storia è sempre la stessa: una madre chiede aiuto e si trova accusata di essere troppo protettiva, ipertutelante, addirittura alienante.

Mi definirono esagerata, ero colei che voleva ledere la figura genitoriale paterna.

Così scrive la mamma di Federico.

Persone che ricoprono responsabilità di servizi così tanto delicati non vedevano che l’unica verità era quella di un genitore pericoloso, malato instabile ed imprevedibile. Ho sempre ritenuto giusto che un bambino dovesse avere sia il padre che la madre, ma suo padre non era una persona in grado di essere una figura tutelante. L’orrore l’ha dimostrato. Avrei preferito essere esagerata… Mio figlio non c’è più. Dopo lunghissime battaglie legali, ottenni che Federico incontrasse il padre in uno spazio protetto.

Più cercavo di segnalare la gravità della situazione e più le persone preposte alla tutela di Federico, invece di aumentare la vigilanza, la riducevano sino ad annullarla del tutto.

La mamma di Federico pone a tutti noi questa domanda:

Perché le persone che avevano preso in carica un minore non hanno bloccato le visite dopo le innumerevoli segnalazioni di pericolo? 

Già, perché?

Perché le donne denunciano e le denunce cadono nel vuoto?

Da anni gli attivisti dei vari gruppi che vengono definiti “papà separati” chiedono pene più severe per il genitore che sottrae la prole agli incontri con l’ex partner.

Da anni accettiamo indifferenti la versione che vuole le mamme crudeli e vendicative e lasciamo che donne e bambini muoiano, dopo aver subito anni di vessazioni e minacce, grazie alla complicità dei soggetti preposti a tutelarli.

Elisabetta Termini è stata condannata a 4 mesi di reclusione in appello. 4 mesi che non sconterà.

Continuerà ad operare nei Servizi Sociali? Quanti bambini sono oggi sotto la sua responsabilità? E’ ancora convinta che le madri siano restie ad affidare i propri figli al padre perché mosse da propositi di vendetta?

Non lo sappiamo. La stampa dedica alla vicenda solo qualche riga.

Ma è lecito chiedersi di fronte a questi eventi, di fronte alle recenti drammatiche morti diRosi Bonanno e dei piccoli Davide e Andrea, come potranno da oggi in poi le donne vittime di abusi riporre la loro fiducia nelle istituzioni?

“Mamma, le signorine dei servizi se ne fregano di me”, diceva Federico Bakarat.

E noi, ce ne freghiamo?

http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2013/07/18/responsabilita/

http://www.francarame.it/it/node/2059

http://www.federiconelcuore.com/storia–di-federico/chi-era-federico.html

Pubblicato in: ambiente, cose da PDL, diritti, DOSSIER, INGIUSTIZIE, LAVORO, magistratura, MALAFFARE, politica, società

ILVA, OMISSIONI E BUGIE


di Ernesto Burgio

La replica di ISDE Italia: “La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni cagionati dall’inquinamento ambientale. Il Governo ristabilisca la verità”

ilva_taranto_di_Ilaria_Longo_da_FB

Il Commissario dell’Ilva, Enrico Bondi è stato nominato dal Governo per rappresentare gli interessi di tutti. Tuttavia le sue recenti affermazioni, che riprendono una perizia di parte aziendale, sono lungi dall’essere imparziali. Nella sua relazione al Presidente della Regione Puglia, Bondi cita infatti una relazione dei periti aziendali (Boffetta et al), secondo cui: “E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70” 

La frase sottintende che non vi sarebbe un eccesso di tumori dovuti all’inquinamento ma tale eccesso sarebbe attribuibile al consumo di sigarette.

Contestiamo questo modo di porre il problema:

(a) il Commissario non può sposare un tesi di parte -, in modo peraltro superficiale;

(b) la relazione consegnata dai Periti della Procura di Taranto e degli Enti pubblici preposti (Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ARPA Puglia, Agenzia Regionale Sanitaria Pugliese) contiene un’analisi approfondita della mortalità per tumori a Taranto e nei suoi quartieri, e va considerata nella sua interezza.

La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni che l’inquinamento ambientale arreca all’ambiente e alla salute umana.

Sia il Commissario sia la perizia di parte sembrano ignorare le prove del fatto che l’inquinamento atmosferico è causa del cancro del polmone anche nei non fumatori. L’autorevole rivista Lancet Oncology pubblica in questi giorni i risultati di un grande studio epidemiologico europeo che dimostra come l’inquinamento atmosferico svolga un ruolo importante nell’aumentare il rischio di cancro del polmone anche nei non-fumatori.
Se Bondi, come sarebbe stato suo dovere, si fosse preoccupato di informarsi sulle prove scientifiche nel loro insieme, e non solo sul parere dei periti di parte, avrebbe tratto delle conclusioni diverse. In tal modo avrebbe dimostrato rispetto per i cittadiniper i lavoratori e per gli operatori sanitari anziché agire sulla base di un’agenda precostituita.

Sulla base di queste semplici riflessioni ISDE Italia chiede al Governo Italiano di provvedere a ristabilire la verità e a richiamare i suoi rappresentanti a un maggiore equilibrio e senso della giustizia.

Dal blog di Ernesto Burgio

http://www.cadoinpiedi.it/2013/07/16/ilva_omissioni_e_bugie.html#anchor

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, sociale, società, video, violenza

La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, sessismo, società

Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

.carousel4

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, video, violenza

“Lo stupro” che sconvolse l’Italia nell’87 (Franca Rame).


il-monologoC’è una radio che suona, ma solo dopo un po’ la sento, mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Musica leggera. Ho un ginocchio, uno solo piantato nella schiena come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra. Con le mani tiene le mie fortemente girandomele all’incontrario. La sinistra, in particolare. Non so perché mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Io non sto capendo niente di quello che mi sta capitando, ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello. La voce, la parola. Che confusione. Come sono salita su questo camioncino? Non lo so. È il cuore che mi batte così forte contro le costole a impedirmi di ragionare. Il dolore alla mano sinistra sta diventando insopportabile. Ma perché me la torcono tanto, io non tento nessun movimento, sono come congelata . Quello che mi tiene da dietro mi tiene fra le sue gambe divaricate. Perché ora abbassano la radio? Forse perché non grido. Oltre a quello che mi tiene da dietro ce ne sono altri tre. Che fanno? Si accendono una sigaretta. Fumano adesso? Ho paura, respiro. Sono vicinissimi. Sta per capitare qualche cosa, lo sento. Vedo il rosso delle sigarette vicino alla mia faccia. Ho i pantaloni, perché mi aprono le gambe, sono a disagio. Peggio che se fossi nuda. Da questa sensazione mi distrae qualcosa, un tepore tenue poi sempre più forte fino a diventare insopportabile sul seno sinistro. Una punta di bruciore, le sigarette. Ecco perché si erano messi a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, è insopportabile. Con una lametta mi tagliano il golf e la pelle, nella perizia medica misureranno ventuno centimetri. Ora tutti si danno da fare per spogliarmi, ora uno mi entra dentro. Mi viene da vomitare. Calma. Mi attacco ai rumori della città. Alle parole delle canzoni. Muoviti puttana devi farmi godere. Non capisco nessuna lingua. È il turno del secondo. Muoviti puttana devi farmi godere. La lametta mi passa sulla faccia più volte. È il turno del terzo. Il sangue sulle guance. È terribile sentirsi godere nella pancia da delle bestie. Sto morendo. Vola un ceffone fra di loro e poi mi spengono una sigaretta sul collo. Io lì credo di essere finalmente svenuta. Mi stanno rivestendo, mi riveste quello che mi teneva da dietro e si lamenta perché è l’unico che non si è aperto i pantaloni. Mi spaccano gli occhiali e il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere e se ne va. Mi chiudo la giacca sui seni scoperti. Dove sono? Al parco. Mi sento male. Mi sento svenire non soltanto per il dolore ma per la rabbia, per l’umiliazione, per lo schifo, per le mille sputate che mi son presa nel cervello. Mi passo una mano sulla faccia sporca di sangue. Cammino per non so quanto tempo, non so dove sbattere. A casa no. Poi senza neanche accorgermene mi ritrovo davanti al palazzo della Questura. Sto appoggiata al muro non so per quanto tempo a guardarmi il portone dell’ingresso, penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora. Penso alle domande, ai mezzi sorrisi. Penso e ci ripenso poi mi decido. Vado a casa. Li denuncerò domani.

Il monologo “Lo Stupro”, recitato la prima volta su Raiuno a “Fantastico” nel 1987, nasce dalla violenza subita nel 1973: rapita e violentata da un commando fascista.

Da Il Fatto Quotidiano del 30/05/2013.

 

http://triskel182.wordpress.com/2013/05/30/lo-stupro-che-sconvolse-litalia-nell87-franca-rame/

Pubblicato in: CRONACA, INGIUSTIZIE

MUOS, storia di un mostro.


muos fotoPartiamo dalla fine,nonostante i presupposti affinchè questo tormentone continui ci sono tutti. Lo Stato Italiano, tramite il ministero della Difesa, ha impugnato le delibere della regione Sicilia in cui si revocavano le autorizzazioni per la costruzione del Muos (il famigerato sistema satellitare), infliggendo anche una multa di 25 mila euro al giorno per “l’incrinazione causata nei rapporti con gli Stati Uniti”. Si, paradossale.

Tutto inizia circa due anni fa quando viene deciso che nella base americana di Niscemi (che tra l’altro sorge in una riserva naturale) dev’essere ospitato uno dei quattro terminali di un complesso sistema radar satellitare, allo scopo di guidare al meglio le truppe Usa durante le loro operazioni di guerra; il fatto che gli altri 3 si trovino in zone scarsamente abitate è stata fonte di preoccupazione, così come lo spostamento da Sigonella (iniziale candidata ad ospitare il Muos), per l’elevata densità abitativa della zona.

Il probabile impatto sulla salute dei cittadini è stato dunque l’episodio scatenante della contestazione, la mancanza di studi ufficiali che certificano la non pericolosità un campanello d’allarme. In realtà sono stati gli stessi abitanti di Niscemi a richiedere lumi circa le ripercussioni che le potenti antenne possono avere sulla loro salute, ed il responso del politecnico di Torino, nella persona di Massimo Zucchetti non lascia alito a dubbi: il Muos nuoce alla salute. Le emissioni elettromagnetiche sono superiori ai limiti di legge e le 3 antenne del diametro di 18 metri ciascuna, sono virtualmente letali nel diametro di 140 chilometri.

 La campagna elettorale dello scorso anno per l’elezione del presidente della regione Sicilia ha messo il caso-Muos al centro dell’attenzione, e nel gennaio di quest’anno sono arrivate le prime risposte dalla politica. Il governatore Rosario Crocetta si è impegnato a bloccare i lavori in attesa di studi approfonditi circa l’impatto sulla salute nella comunità, si è però dovuto aspettare quasi un mese affinchè dalle parole si passasse ai fatti; importante il contributo del movimento 5 stelle, significativi i blocchi dei cittadini per impedire il passaggio di automezzi e operai che nel frattempo il satellite lo hanno quasi ultimato, e in mezzo botte e denunce per gli attivisti.

Gli Stati Uniti hanno solo a parole dato disponibilità a ridiscutere i loro progetti, di fatto hanno sistematicamente ignorato le revoche delle autorizzazioni giunte dalla presidenza della regione in maniera ufficiale lo scorso 6 febbraio, continuando nell’ultimazione del radar.

A poco sono servite le oltre 10 mila persone che, pacificamente, lo scorso 30 marzo hanno manifestato affinchè il Muos venga definitivamente archiviato, anzi è stato necessario un innalzamento del livello della protesta, di pochi giorni fa il blitz che ha visto 5 attivisti arrampicarsi sulle antenne, 2 dei quali arrestati.

Niscemi continua la sua lotta, nonostante le rassicurazione giunte più volte dalla politica; il presidio permanente è ancora in attività, così come i blocchi e le iniziative di sensibilizzazione. Il comitato no-muos è un grande movimento trasversale, all’interno del quale troviamo scuole, mamme e semplici cittadini.

A quando la fine di questa storia? Sicuramente non adesso….

Luca Castrogiovanni

Approfondimenti sul Muos possono essere letti nel seguente link: http://buongiornosicilia.it/cerca/muos

Pubblicato in: diritti, INGIUSTIZIE, opinioni, società, violenza

i bambini non sono tutti uguali


aan-8yearold-among-victims-of-boston-bomb-atta-001-fabf6Il razzismo degli incoscienti.

 

Questa foto è di Martin, il bambino di 8 anni morto, lunedi 15 aprile, nel vile attentato alla maratona di Boston. Tutti siamo indignati e soprattutto immensamente addolorati per le tre vite stroncate e decine di altre ferite, mutilate. L’informazione globale continua a fornire dettagli dell’attentato e assicura che le autorità Usa cattureranno i responsabili per punirli in modo esemplare… Speriamo che, non trovandoli, non dichiarino un’altra guerra… ai paesi produttori di pentole a pressione.

In quest’altra foto si vedono undici bambini afghani (i nomi nessuno li ha pubblicati; tanto, undici più, undici in meno, che importanza hanno: afghani sono!) uccisi da un missile lanciato da un Drone in dotazione all’esercito di occupazione USA.

In questo caso, la stessa informazione globale è parca di notizie e ancor meno di dettagli. Risultato: quasi nessuno, specie in Occidente, sa di questa recente, ennesima strage d’innocenti. Un silenzio irreale, incosciente copre le notizie imbarazzanti.

Tra i pochi che hanno saputo, solo pochissimi si sono mostrati altrettanto addolorati per quei morti allineati sopra un tappeto e legati con lo spago, quasi si temesse che potessero alzarsi e scappare dalla guerra infinita che, come una maledizione biblica, dilania, da circa 30 anni, il loro Paese. Poveri figli! Nessuno ha chiesto alle autorità Usa di punire i responsabili sicuramente noti… Anche se, si sa, quelle autorità non avrebbero punito gli alti gradi del loro esercito e le loro ditte costruttrici di Droni e di missili.

afghanistan-bimbi-uccisi-reuters-258-80053E il mondo guarda, sgomento, a queste morti diverse, di serie A e di serie B o C. E quante altre stragi, assassinii di bambini in giro per il mondo! Nella sola “operazione piombo fuso” (una delle tante compiute dagli eserciti israeliani) furono uccisi decine, centinaia di bambini palestinesi. Eppure, non un fiore, nemmeno una lacrima per quei bambini innocenti. Salvo, poi, quando ne cade uno dell’altra parte, a pretendere cortei di capi di Stato e di governo al funerale. Anche la pietà procede a senso unico e non s’incontra mai col dolore dell’altro!

Insomma, è terribile dirlo, nemmeno di fronte alla morte, che per fortuna non fa eccezioni, c’è uguaglianza di percezione, di pietosa considerazione. Domanda: perché questa diversità di sensibilità, di reazione persino di fronte alla morte crudele di bambini innocenti? Siamo o non siamo tutti esseri umani, uguali per diritto naturale e costituzionale? Si può tergiversare intorno a questi interrogativi, ma nessuno, moralmente, potrà mai giustificare tale diversità. Tranne un razzista dichiarato o anche inconsapevole.

Domanda chiama domanda: perché il razzismo, comunque camuffato, dilaga in Occidente? Cosa sta succedendo alla “grande civiltà giudaico-cristiana”?

 

Provo a dire la mia.

Credo che il fattore religioso c’entri poco. Io penso che il “male” che oggi domina l’Occidente ossia il“neoliberismo”, finanziario capitalista e senza regole, sia riuscito a inaridire le nostre coscienze e sapienze, ad inoculare dentro di noi i semi, spietati, dell’individualismo, del rampantismo, del razzismo, del pensiero unico.

Mediante il potere dei suoi mezzi di persuasione occulta o palese (compreso questo che stiamo utilizzando) è riuscito a fiaccare, parcellizzare le società, le comunità e a ridurre gli uomini e le donne da persone a individui solitari, praticamente asociali.

Si ricorre al razzismo e ai terrorismi per imporre il disegno della “nuova economia del terrore” che dilanierà i popoli in questo nuovo secolo. Che fare? Esattamente non lo so. Bisognerebbe discuterne insieme e in tanti.

So solo che non basta recriminare. E’ da oltre venti anni che recriminiamo, inutilmente.

Se si vuole, davvero, bloccare questa pericolosa deriva e riprendere nelle nostre mani il filo della speranza, del futuro dell’umanità dobbiamo riprendere, su basi completamente nuove, il discorso del socialismo, dellacooperazione diffusa, dei diritti e dei servizi fondamentali di cittadinanza, ecc.

In primo luogo, bisogna battersi per riformare o abrogare gli attuali accordi sul commercio internazionale di merci e capitali, ricostituire la primazia dello Stato democratico, laico e di diritto, per salvare l’uomo e il Pianeta dall’ autodistruzione.

L’altro grande tema da porre sul tappeto è quello dell’uso sociale delle scoperte scientifiche e tecnologiche.La conoscenza è patrimonio comune dell’umanità, non di gruppi ristretti di ricchi speculatori ed evasori degli obblighi sociali!

Per fare tutto ciò (ed altro) è indispensabile svegliarci dal torpore asintomatico in cui siamo caduti, creare nuovi sindacati e partiti (con idee chiare, alternative) da mettere al servizio del buongoverno e della giusta lotta dei lavoratori, dei giovani, di tutti gli oppressi ossia della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, oggi, ridotta al silenzio, all’impotenza da un gruppo di potere tutto sommato ristretto e fortemente minoritario. Non vedo altra via. Pensateci!

 

http://www.agoravox.it/Attentato-di-Boston-Ma-i-bambini.html

http://www.infomedi.it/razzismo-incoscienti.htm

Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, INGIUSTIZIE, LAVORO, sessismo, sociale, società

L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, INGIUSTIZIE, libertà, società, violenza

Mi chiamo Renato, non temo i fascisti ma gli indifferenti


renato_biagetti1_bigStefania Zuccari*

La lettera della mamma di un ragazzo ucciso dai fascisti a Roma per denunciare la normalità del male

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

*Stefania è la mamma di Renato Biagetti ucciso dalle coltellate di due fascisti dopo una festa in spiaggia a Focene. E’ la fondatrice di Madri per Roma città aperta. Come le Madres de la Plaza de Mayo ha raccolto anche lei il testimone delle idee di suo figlio

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=6272

http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

Pubblicato in: banche, CRONACA, cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, politica, sociale, società

Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

Pubblicato in: cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, lega, libertà, opinioni, sociale, società

LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA


di Davide Reinafermata-diseguaglianza

Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

 

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/06/la_diseguaglianza_italiana.html#anchor

 

Pubblicato in: abusi di potere, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MARCELLO LONZI, politica, società, violenza

Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

– il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

– l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

– la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

– l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

– l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

– la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

– la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

– la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

Pubblicato in: INGIUSTIZIE, politica, razzismo, società

CASO-MARÒ, eroi o assassini?


marò

di Igor Riccelli

Ma chi ha detto che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono due eroi nazionali? Un po’ tutti i media tradizionali, è vero; ma siamo sicuri che sia davvero così? Persino l’anticonvenzionale, rispetto altri direttori di tg italiani, Mentana si è spinto in un «augurio di tutti – tutti chi? Gli amici e i parenti dei due, gli spettatori di La7? O l’Italia intera? Perché è questo che sono diventati i due marò: un caso nazionale attorno a cui stringersi, tirando fuori quella bandiera impolverata di patriottismo che – ma come si fa a dubitarne ancora?! – non ha nulla di onorevole.

Continua a leggere l’articolo su SoloSapere.com (clicca QUI).

Pubblicato in: economia, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, opinioni, politica, società

Lista Ingroia, la legalità non basta


ingroia_legalita_NDi Giorgio Cremaschi

Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trenta anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti, non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta. Né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista. I partiti esistono sempre e chi li rifiuta semplicemente ne sta fondando un altro.

Ciò che non mi convince della coalizione Ingroia è l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader.

L’Italia è un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, una parte della classe politica è soggetto contraente di questo sistema, i berlusconiani, una parte è debole o subalterna, Monti e anche il PD. Una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è condizione di giustizia e base per una ripresa economica non pagata dai più poveri.

Questa a me pare la sintesi del pensiero di Ingroia e non c’e dubbio che essa individui uno dei nodi della crisi italiana. Il peso della corruzione, della evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato.

Tuttavia non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti. Il quale ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia proprio su questo terreno.

L’attuale presidente del consiglio mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale. E non a caso individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle ”riforme’. Il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali, ma chi lo propugna può proporsi di combattere l’economia criminale.

Naturalmente Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del fiscal compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei. La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo sviluppo. Ingroia afferma di combattere il montismo, ma perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?

A mio parere questo non avviene perché Ingroia pensa che la questione sociale ed economica siano una derivata della questione criminale e che basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo. No non è così.

Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei. O si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato magari regolato.

Non è un caso che il PD sia spiazzato dalla candidatura di Monti. Perché ha sinora sostenuto una politica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa.

Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia. E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione. Perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica.

Tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano. È lì che è nata la egemonia anche a sinistra della ideologia del mercato come antidoto alla corruzione. Ma come ci ha insegnato Bertold Brecht è più profittevole fondare una banca che rapinarla.

Nella crisi attuale la priorità è la lotta alla disoccupazione ed al super sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione. Perché dobbiamo affidargli una nuova politica economica e sociale.

Per me l’alternativa a Monti nasce dalla rottura con le politiche liberiste Europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia. Dove oggi trionfa l’economia illegale. La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa. Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista. Una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/31/giorgio-cremaschi-lista-ingroia-la-legalita-non-basta/

Pubblicato in: diritti, INGIUSTIZIE, lega, libertà, opinioni, politica, razzismo, sociale, società

23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

http://www.milanox.eu/

Pubblicato in: INGIUSTIZIE, società

LA PIÙ BELLA DEL MONDO, Benigni e i 5,8 milioni di euro presi dalla Rai


roberto-benigni

di Igor Riccelli

Subito dopo il monologo del comico toscano sulla tv nazionale, andato in onda il 17 dicembre, si è scatenato in rete (e non solo) un putiferio di commenti che avevano come oggetto essenzialmente due filoni: il primo era “Guarda quello schifoso che con 5,8 milioni di euro di soldi nostri parla per due ore sulla Rai, in più durante la crisi; non c’è più ritegno”. Il secondo, quello degli anticonformisti per sport, invece suonava più come “Benigni ha rotto/mi sta sulle palle; ma lo sai quante cose si possono fare con 5,8 milioni di euro?!; non fa niente di nuovo, è solo un falso idolo”.

Leggi il resto dell’articolo su SoloSapere.com (clicca QUI)

Pubblicato in: ambiente, cose da PDL, cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, magistratura, MALAFFARE, politica, società

ILVA, UN DRAMMA SENZA FINE


ilva_taranto_bambino.jpg_415368877di Samanta Di Persio

Ci sono responsabilità politiche e sindacali precise nella vicenda Ilva: malgrado le denunce, negli anni si è preferito chiudere gli occhi per non arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Chi pagherà?

Nel 2008 visitai Taranto per la prima volta, giunsi in macchina e non notai quello che mi colpì l’anno dopo arrivando in treno. Dal finestrino del vagone vidi una nube sopra la città e contemporaneamente sentii un odore strano, non so perché lo associai alla diossina. Una volta arrivata chiesi informazioni ai due sindacalisti dello Slai Cobas che mi vennero a prendere: mi confermeranno che si trattava dell’odore dell’Ilva. Rimasi perplessa e mi chiesi, come sia possibile respirare, sopravvivere in quelle condizioni? Averlo scritto, aver raccolto le testimonianze dei lavoratori, aver conosciuto Alessandro Marescotti di Peacelink non era stato sufficiente, dovevo vedere l’Ilva per capire. Visitai il rione Tamburi, adiacente all’acciaieria, mi spiegarono che ogni famiglia è stata segnata dalla morte di qualcuno per tumore. Una polvere rosa si posa ovunque, ciò vuol dire che si posa sui campi, sulla pelle, nei polmoni, il vento la porta chissà dove. Nel libro “Morti bianche” fra le noto riporto uno studio epidemiologico del dottor Sante Minerba, l’indagine è stata condotta nel 2007 e, già allora, a Taranto si registrava un eccesso di mortalità negli uomini pari al 28% per il cancro al polmone e del 460% per il cancro alla pleura rispetto allo standard regionale. Inoltre su 15 diversi tipi di tumore maligno che presentavano eccessi di mortalità nell’intera provincia ionica, 11 di questi erano contratti nel capoluogo. Nel 2008 Taranto aveva oltre 1200 decessi l’anno per neoplasie, nettamente al di sopra della media nazionale. La situazione diventò insostenibile quando nel 2011 vennero abbattute migliaia di pecore, le carni erano contaminate dalla diossina ma lo erano anche: latte, formaggio, ricotta. Scattò la rivolta degli allevatori, anche la mitilicoltura era a rischio: nelle cozze vennero trovate tracce di diossina.

Ci sono oltre 10mila persone che lavorano per l’Ilva e 8mila per l’indotto. Questa acciaieria ha rappresentato per i pugliesi l’ancora di salvezza, ha permesso di non lasciare la loro regione. Ma a quale prezzo? Un ex operaio, in un’intervista all’Unità, nel 2001 raccontava: “Non riuscivo più a respirare. Ho fatto le analisi e mi hanno riscontrato una ostruzione alle vie aeree superiori. Così ho deciso di lasciare il posto. Prima di entrare all’Ilva, era quello il mio ideale di lavoro. A Taranto c’è solo quella speranza, ti aggrappi. Quando ho finito la scuola superiore e il militare, lavoro non ce n’era. Ho fatto il volantinaggio e poi ho lavorato come geometra per 100mila a settimana. Allora ho fatto la domanda per essere assunto all’Ilva. Se non vai là, il lavoro qui lo trovi solo in nero, capisci? Mi hanno preso, che fortuna! Pensavo, un milione e otto al mese”.

Dal 2001 sono trascorsi un po’ di anni. Rispetto al periodo 2002-2005, nel 2009 i tumori nelle donne sono aumentati del 100% e l’Ilva è il potenziale responsabile per emissione di benzopirene. La mortalità infantile nel primo anno di vita è aumentata del 35% e sono aumentate del 71% le morti nel periodo perinatale. Questi dati sono stati diffusi dal Ministero della Sanità. La magistratura interviene con il sequestro. Bonificare l’Ilva per Riva costerebbe miliardi di euro, se non l’ha fatto prima, perchè dovrebbe farlo ora? Ci sonoresponsabilità politiche (voti) e sindacali (consenso) precise, perché le denunce, gli studi in questi anni ci sono stati, ma non provenivano da persone che facevano parte di un establishment, quindi si è preferito chiudere entrambi gli occhi per arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Gli operai hanno occupato la fabbrica per difendere ciò che hanno, la natura si è scatenata: un fulmine ha colpito uno dei camini, ci sono stati feriti e ancora morte. Chi pagherà?

Dal blog di Samanta Di Persio

http://www.cadoinpiedi.it/2012/12/01/ilva_un_dramma_senza_fine.html

Pubblicato in: INGIUSTIZIE, società

BRICOMATT, la pubblicità che umilia le donne


Bricomatt

Proprio alcune ore dopo la giornata dedicata a combattere la violenza contro le donne, dalla rete arriva una denuncia pressoché incredibile: la Bricomatt, un’azienda che vende materiali sanitari, piastrelle, marmi ecc… nella periferia nord di Torino, ha lanciato da qualche giorno una campagna pubblicitaria a dir poco vergognosa, che discrimina neanche tanto velatamente il mondo femminile e mette a nudo la grettezza e la scorrettezza di uno sguardo maschilista, che troppo spesso nel mondo dell’advertising considera la donna come un oggetto: in questo caso un water.

Dopo la donna che parla con le pentole sporche e si incazza con la polvere, abbiamo questo nuovo esemplare di “donna-wc”. La violenza, tanto combattuta a parole sui media, è proprio questa: vedere una ragazza con un vestitino succinto, piegata sul water con le dita in bocca pronta a procurarsi il vomito, mentre sopra di lei campeggia la scritta Liberati dal peso dei rifiuti. Oltre ad essere degradante in sé, quest’immagine procura un senso di disgusto per l’ovvio riferimento – quasi un incomprensibile invito – a quella terribile malattia che è la bulimia, figlia anch’essa di una percezione distorta del corpo femminile, prodotta da anni di campagne pubblicitarie che mettevano in mostra ragazze prossime all’anoressia, proponendole come modello.

Leggi il resto dell’articolo su SoloSapere (clicca qui).

!! AGGIORNAMENTO !!

Leggi le reazioni della Bricomatt, dopo la denuncia della rete (clicca qui).

Pubblicato in: ambiente, cose da PDL, CRONACA, diritti, economia, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MALAFFARE, pd, politica, sociale, società

Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale “Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, INGIUSTIZIE, libertà, OMOFOBIA, società

Ad un ragazzo, ucciso a 15 anni dall’omofobia.


A 15 anni non puoi prendere una sciarpa, legarla al tuo collo e appenderti.
Non puoi, cazzo, preferire la morte ad un futuro, un qualsiasi futuro.
E invece lui ha deciso che non ce la poteva fare,
che non poteva più sopportare le umiliazioni costanti che il suo corpo, la sua testa, i suoi desideri subivano costantemente,
senza alcuna possibilità di difesa.
Perchè non si hanno molte armi quando già sei circondato da una normalità che non accetti e non senti tua,
perché non è possibile pensare di poter combattere da soli l’esclusione totale.
Magari perché ti vesti di rosa, vuoi lo smalto alle unghie,
sei semplicemente omosessuale, e il mondo intorno a te invece è bello maschio,
turgido e macho.
..
e capace di creare pagine Facebook dedicate a te, a te che ti piace il rosa, a te “che sei un frocio”.

E penso che colpevoli di questa morte agghiacciante, che mi lascia annichilita,
siano i genitori TUTTI dei suoi compagni di classe.
Mio figlio non ha ancora 3 anni, eppure quello su cui fatico tantissimo, da quando il linguaggio è finalmente un mondo che lui può provare a destreggiare,
è proprio lo smontare gli aggettivi, le parole, i giudizi.
E allora quando facciamo la lotta, niente “cicciona” (anche perchè so’ mezza tisica), niente “brutta”…niente di tutto ciò.
Perchè, gli dico, i ciccioni son belli, son simpatici, sono amici cari cari e dolci come gli altri.
Perché cicciona e brutta fra un po’ saranno “frocio” “puttana” “lesbica”.
Io DEVO smontare tutto ciò dentro mio figlio, mio figlio che cresce e studia in una sottoproletaria periferia romana,
fatta di un lessico molto pesante, ma anche di migranti, di transessuali, di “diversi” di ogni genere.

I colpevoli della morte di Davide (non è il suo vero nome), che potrebbe essere figlio di ognuna e ognuno di noi, sono quelle mamme e quei papà che hanno reso i loro maschietti virili machi (non escludo certo le femmine, che avranno messo il loro carico da 90 così come i loro compagni di scuola cum penis) , che non hanno mai lavorato sul linguaggio e gli atteggiamenti escludenti e coatti, che magari hanno cresciuto i loro bambini con parole tipo “guarda quello pare frocio”, “hai visto che checca impazzita?”.

Ecco, la checca impazzita s’è impiccata che aveva 15 anni.
E mi chiedo come possano stare quelle mamme e quei papà che avranno riso a tavola quando i loro goliardici figli raccontavano a casa che “sai che oggi quel frocio de Davide portava lo smalto?”.

Io voglio che tutto ciò venga distrutto.
Distrutto, sì.
Voglio che mio figlio possa decidere che maschio diventare,
voglio che mio figlio impari che ogni suo desiderio sessuale è lecito, se non lede nessuno,
voglio che mio figlio vada a giocare a calcio coi super maschi di scuola,
e magari vada ad imparare come si abbinano i colori dall’effemminato, dal “femminiello”,
voglio che sappia che un bambino su 4000 nasce intersessuale e quindi tra le gambe e dentro il DNA ha un patchwork di sessi che si determineranno strada facendo.

Voglio poter raccontare a mio figlio che una volta in questo paese gretto e schifoso c’erano 15enni che si dovevano impiccare con una sciarpa, perchè troppo veri, troppo belli, troppo strani per essere accettati dalla normale mediocrità escludente.

Ciao piccolo uomo bello,
la terra sarà lieve, come non lo è stata la tua adolescenza.
Mi piacerebbe stringerti forte,
mi piacerebbe sapere che combatti ancora per essere quel che vuoi.

 

Ad un ragazzo, ucciso a 15 anni dall’omofobia.

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, scuola, società, violenza

Gran bollito al sangue


Di Lameduck
“L’Italia bolliva”.


“Una foto è spesso l’effetto finale di qualcosa che magari si è svolto prima”. (Ministra Cancellieri)

Io invece, signora mia, penso, molto più alla vecchia maniera, che una foto valga più di cento parole.
Calciare in faccia, colpire sistematicamente alla testa e perfino alla nuca (un colpo che potrebbe risultare disgraziatamente fatale), come colpire chi è già a terra e disarmato o alla schiena non è un effetto finale, è voglia di fare male e usurpazione di potere. In certi casi vuol dire essere proprio carogne. Questo tipo di repressione non è confronto tra opposti schieramenti ma esercizio di qualcosa che, se proviene dal più forte, assomiglia molto alla viltà.
Io non credo, come vomitevolmente fanno capire la CGIL e il PD,  che in questi casi la violenza sia uguale da entrambe le parti, perché ci si dimentica che chi difende lo Stato, quindi i suoi cittadini, quindi noi, non i membri del Bilderberg, dovrebbe porsi su un livello etico nettamente superiore rispetto al teppistello da strada che fomenta i disordini perché è un cretino o perché lo fa su ordinazione da provocatore di mestiere.
Non mi meraviglio del Casini che parla come il Fini del G8 genovese, il che è un fenomeno naturale, ma mi fa schiumare di rabbia l’ipocrisia di questa sinistra vigliacca che dal 2001 abbandona  sistematicamente le piazze dei dimostranti al loro destino ed ha assimilato il virus tartufesco della par condicio che tutto livella e tutto annichila nella logica del +1-1=0. Sinistra che viene giustamente contestata e mai abbastanza perché forse è altrettanto distaccata dalla realtà delle mariantoniette di centrodestra ed i loro bar pieni di gente che beve cappuccini. L’ideale da accompagnare alle famose briosche.
La criminalità di un regime come quello attuale dei sado-monetaristi consiste anche nel coltivare le frustrazioni delle sue forze dell’ordine affinché esse le sfoghino ad hoc sugli oggetti sbagliati al momento giusto, sul primo che passa, che sia un black bloc o un pischello qualsiasi, partecipando come attori in un crudele esperimento di etologia, in un mondo snuff movie a tutto sangue.
La comprensibile frustrazione degli agenti, pagati poco e male e costretti a lavorare peggio, non viene agita su chi taglia i fondi per le Giustizia e costringe il personale di Polizia e Carabinieri a fare gli straordinari gratis, a pagare la benzina delle volanti e la carta per le stampanti di tasca propria; non viene lanciata contro coloro che, mentre fanno credere di combattere il crimine, sottobanco mestano e si accordano con esso in abominevoli e vergognose trattative. Nemmeno contro chi sta pianificando lo scioglimento dell’Arma dei Carabinieri per obbedire ai diktat di un’Europa che vuole un unico corpo armato che risponderebbe chissà a quale autorità. Quell’esercito unico europeo di cui si sono riempiti la bocca godendo come ricci i volonterosi carnefici del PD l’altra sera al #csxfactor.
Che direbbe oggi Pasolini delle manganellate in testa e dei calci in faccia, visto che lo si tira sempre per la giacca in questi casi? Forse direbbe che non è più il sessantotto del posto fisso e della protesta degli studenti borghesi come antidoto al vuoto ed alla noia, opposto alla lotta per il pane quotidiano dei ragazzi meridionali il cui unico sbocco sociale era fare gli sbirri.
Oggi, come ha detto Aldo Busi, gli agenti uno straccio di salario ce l’hanno ma questi ragazzi che protestano – non i pochi facinorosi e le solite comparse nerovestite, ma la maggior parte – non hanno un futuro se non di precariato. E’ un fenomeno nuovo. Sono forze sociali volutamente stroncate da piccole, alle quali si inocula solo la depressione del muro nero come futuro, alle quali si offre solo il forse se non addirittura il nulla. Forze che però, a questo punto, non hanno più nulla da perdere e che quindi bisogna rieducare a colpi di manganello prima che se ne accorgano. L’unica risposta del governo dei sado-monetaristi alle richieste di chi non fa parte del club non può che essere la pedagogia nera delle botte alla cieca.
Io, come Beppe Grillo, mi auguro che i soldati blu capiscano che stanno prestandosi ad un gioco sporco che alla fine danneggerà anche loro e che, come in tutti i copioni rivoluzionari, decidano di passare dalla parte degli oppressi, tra i quali ci sono anche loro, ma bisognerà prima che qualcuno ordini loro di sparare sulla folla.

Se la posta in gioco sarà salvare il piano diabolico che hanno ideato per assoggettare popoli interi, vedrete che prima o poi qualche potente lo farà.

Un esempio di come la stampa embedded riporta i fatti riducendoli alla solita par condicio furbesca che però alla fine si capisce da che parte pende. Nella foto in basso a sinistra si vedono i famigerati “scudi dipolistirolo usati come testuggine” che, secondo i TG – appena ascoltato su La7 – avrebbero costituito una minaccia e quindi giustificato la repressione. Polistirolo, avete letto bene.

 

fonte :  http://www.mentecritica.net/14n-gran-bollito-al-sangue/

Pubblicato in: diritti, donna, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, sociale, società

Lavoro e dignità


Di Vincenza63

Avrei preferito di gran lunga essere manganellata da questi poliziotti piuttosto che subire l’umiliazione di essere “dimissionata”, come mi è successo anni fa. Qualcuno si chiederà cosa abbia a che fare quest’immagine con la fine del mio rapporto di lavoro subordinato, ottenuta in modo apparentemente e falsamente volontario, con l’azienda per la quale lavoravo fino al 2 febbraio 1996.

Credetemi, ha molto a che fare…

Non vi ho mai raccontato di questo. Oggi ho deciso, dopo una riflessione indotta da un amico giornalista e a sua volta blogger molto più famoso di me, di far emergere i ricordi e liberarmi di questo ennesimo dolore. Tutto è cominciato nella tarda mattinata di un paio di giorni fa, quando ho letto un post di Andrea Riscassi sulla morte avvenuta poche ore prima di una persona da lui molto apprezzata: Ezio Trussoni, scomparso a causa della SLA. Lo cito per un motivo molto particolare, e cioè come l’azienda RAI a detta di Andrea abbia rispettato la persona e soprattutto il lavoratore anche se malato da tutti punti di vista. Salvaguardando la sua posizione, rispettandone la professionalità fino all’ultimo giorno e soprattutto, non da ultimo, vedendolo come risorsa e non come peso per l’azienda stessa dimostrando in questo modo un’elevata umanità e il giusto rispetto per l’uomo.

Non così è stato per me. Brevemente la mia storia lavorativa, ovvero il mio rapporto con l’azienda dove ho mosso i primi passi nel mio settore per poi apprendere sempre di più e specializzarmi in quello che poi sarebbe diventata la mia professione attuale: la traduttrice di testi tecnici scientifici, meglio conosciuto come technical writer. Per sei anni ho continuato ad apprendere nozioni di tutti i tipi: dalla lettera commerciale agli inizi e man mano alle pratiche di export fino a raggiungere un alto livello nel settore traducendo brochure, manuali d’uso e riparazione, manuali di manutenzione e intrattenendo rapporti di tipo tecnico affiancando i responsabili di officina e di produzione nella mia azienda. Tutto questo, imparato per la mia buona volontà e la curiosità che mi ha sempre contraddistinto nella vita non mi è mai stato riconosciuto, né moralmente né tantomeno economicamente, con avanzamenti di carriera e di stipendio. In più… ero una donna.

Non c’era spazio per l’ambizione, tutto ciò che si riceveva era pressione e stress.

I miei 41° di febbre mi facevano compagnia sotto le lenzuola completamente nuda, mentre mi trovavo da più di tre mesi nel reparto di neurologia dell’ospedale San Paolo a Milano senza sapere neanche quale sarebbe stato il mio destino definitivo.Completamente sdraiata, incapace di muovere qualsiasi muscolo, passavo i giorni interminabili in attesa di non so neppure io cosa. Mio marito sempre al mio fianco. Mia madre pure. Dio… era steso dentro di me.

Dopo tre mesi in quella situazione, senza diagnosi certa si viveva un giorno alla volta. Per me è ancora così, nonostante tutto. Progetti a breve termine. Anzi, brevissimo.

Un giorno, ricordo come fosse ora… ero sola, probabilmente chi mi assisteva tutto il giorno (mio marito e mia madre) si erano assentati per qualche momento. Mi sembrava di vivere in un sogno. Anzi un incubo. Vedo spuntare come dal nulla il capo del personale della mia azienda accompagnata da un’altra persona. Dopo un breve colloquio in cui mi chiedevano notizie delle mie condizioni di salute, ho appreso che quell’uomo era un notaio venuto apposta in ospedale perché fossero formalizzate le mie “dimissioni”. Poiché erano necessari due testimoni, hanno chiesto la disponibilità a due infermieri di turno in quel momento.C’è voluto meno di un quarto d’ora. Mi è passata davanti agli occhi la mia vita tra i miei colleghi, i clienti, i grafici, le operaie del reparto di produzione… l’amministratore delegato, che mi è capitato di incontrare in Rinascente anni dopo.

L’unico ricordo che ho distinto e doloroso di quel giorno è stato chiedere a uno di quegli infermieri di coprirmi il viso per non dover vedere quelle persone, solo che purtroppo mi raggiungeva ancora il suono della loro voce molto distinto. Parlavano di cose tecniche, erano a soli 2 m da me sul tavolo della stanza dell’ospedale, avevano appoggiato là documenti vari.

Ho desiderato veramente di morire quel giorno, schiacciata dall’umiliazione di non poter reagire né fisicamente né in altro modo, sentendomi completamente indifesa e in balia degli eventi. Sarei stata licenziata comunque di lì a qualche mese perché avrei superato il limite massimo di malattia consentito dal mio contratto nazionale metalmeccanici. Però… io posso capire chi si sente messo da parte per i motivi più disparati in questi periodi di crisi e di disoccupazione sempre più crescente. Soprattutto se ad essere colpita è una persona isolata, come lo ero io in quel letto, dal resto della società civile.

Finalmente… un saluto da lontano… senza neanche il coraggio di avvicinarsi guardandomi in viso… se ne stanno andando. Ora posso anche piangere. Meno male che sono da sola, perché chi mi ama sta soffrendo già così tanto per la mia salute che mi ha detto addio da qualche mese e che, così come intesa comunemente, non tornerà mai più.

Ho detto addio quel giorno alla mia azienda, alla vecchia Vicky che si dava da fare in ufficio, a quella ancora più piacevole che traduceva i manuali andando in officina dei riparatori per capire come funzionassero gli strumenti da noi commercializzati, oppure semplicemente imparare a tararli secondo le richieste del cliente oppure il tipo di applicazione. Sì, è stato un brutto giorno. Ma non da dimenticare, piuttosto da ricordare quando la tentazione di lasciarmi andare e di non reagire o non voler prendere decisioni, magari anche le più piccole, si affaccia nella mia mente.

Nessuno può decidere da un bel po’ di anni della mia vita al mio posto. Questo in alcuni momenti è un peso. In altri una grandissima gioia, quella di una dignitosa indipendenza intellettuale e culturale.

Dedico questa breve riflessione a chi pensa di rubarci la dignità togliendoci il lavoro. Li osservo a volte dall’alto mentre seduta sulla mia carrozzina li guardo strisciare… altre volte li vedo dal basso, quando ricordo me stessa sdraiata come morta sotto quel lenzuolo.
Sono ancora qui. Mi sono reinventata per anni altre collaborazioni lavorative, dopo il tempo necessario a stabilizzare la mia situazione di salute, o meglio quel poco che mi rimaneva.

Mi è capitato di incontrare vecchi colleghi e anche di intravedere qualche dirigente nel centro commerciale di Rozzano, alle soglie di Milano sud.
Non ho provato sentimenti particolari, se non un iniziale imbarazzo da entrambe le parti superato velocemente. Ma soprattutto…non ho provato alcun sentimento d’inferiorità perché privata di un mezzo fondamentale per vivere: il lavoro. Quello che ci fa contare nella società, quello senza il quale per gli altri non sei più nessuno, se non un peso.

Io… mi sento leggerissima!

Sempre Vicky!

 

FONTE : http://vincenza63.wordpress.com/2012/11/10/lavoro-e-dignita/

Pubblicato in: ambiente, CRONACA, cultura, eventi, INGIUSTIZIE, sociale, società, violenza

Le tragedie in campagna non sono mai un caso: perché alla lobby dei cacciatori la politica ha sempre concesso qualunque cosa


Non sono contro la caccia. Capisco che per le comunità dei paesi sardi si tratta di un momento di straordinaria importanza, perché crea dinamiche di socializzazione, perché crea gruppi coesi, perché unisce le persone anziché dividerle. Non sono contro la caccia anche se non ci sono mai andato e non mi è mai piaciuto tenere le armi in mano. Non sono contro la caccia e penso che la tragedia di Irgoli (con un ragazzino di 12 anni colpito al volto da un pallettone sparato per errore) non abbia bisogno di reazioni isteriche che non portano a nulla (come la richiesta dell’abolizione della caccia, ad esempio).

http://blog.libero.it/ValledelCedrino/

«Era vicino a me e aveva un cappellino giallo per farlo notare meglio a chiunque: è stato colpito alla testa proprio nel momento in cui gli ho gridato di buttarsi a terra».

«Io non lo so, io non lo so cosa gli è preso ma quello ci ha sparato addosso, aveva appena visto il cinghiale. Io ho fatto giusto in tempo a sentire la pioggia di pallettoni, mi risuonavano vicino all’orecchio, ho fatto in tempo a girarmi e a gridare a mio figlio “Buttati a terra”, che me lo sono visto cadere davanti. Ma in quel letto d’ospedale, adesso, potevo esserci anch’io». Barba di qualche giorno, volto scuro, occhiaie profonde, frutto di una notte insonne a macerarsi tra mille domande, alle 14.30 di ieri, il papà di A.C. è un uomo stravolto ma che non ha ancora perso del tutto la speranza. Abbraccia la moglie, ormai senza voce e senza più lacrime, stringe tra le braccia il figlio più grande, risponde, seppur a fatica, ai tanti perché di amici e parenti. E come un soldato tenace non abbandona neppure per un minuto la postazione: le panche del repartodi rianimazione dell’ospedale San Francesco dove è ricoverato suo figlio di appena 12 anni. Centrato da un pallettone alla testa in una battuta di caccia nelle campagne di Irgoli. I medici gliel’hanno detto, che ha un figlio forte. Che sta lottando per restare in vita anche se un pallettone se lo vorrebbe portare via. I medici gli hanno detto anche che il suo cervello da giovinetto sta rispondendo bene ai medicinali e si è sgonfiato. Ma gli hanno anche fatto capire che c’è una spada di Damocle che incombe sulla sua testa: il pallettone, dopo aver centrato il piccolo alla fronte, ha portato via un po’ di materia cerebrale.

Detto ciò, questa ennesima tragedia non può però passare come se nulla fosse accaduto. Un punto di non ritorno è stato superato. Ora bisogna veramente fare qualcosa.

Lo scorso anno in Sardegna quattro persone sono morte durante la stagione venatoria e decine sono rimaste ferite, ma il dibattito sulle condizioni di sicurezza e sulla necessità di prevenire meglio gli incidenti è durato lo spazio di un mattino.

Solo dopo non so quanti morti i cacciatori si sono decisi ad indossare i giubbotti fosforescenti. I Forestali dovrebbero fare i controlli, ma non hanno risorse, e dunque tutto è rimesso alla buona volontà e al buon senso dei cacciatori. Dunque, anche al caso. Perché spesso la caccia è vissuta come un momento dove alle regole imposte dalla legge si deroga con troppa facilità. Le campagne sarde sono da anni un luogo dove tutto può succedere.

I giornali hanno difficoltà ad affrontare il tema perché ogni dibattito è orientato solamente a far scontrare gli opposti estremismi: da una parte chi parla di semplice fatalità, dall’altra chi semplicemente abolirebbe la caccia. Così non si va da nessuna parte, e infatti ogni anno si contano i morti. Le regole devono essere fatte rispettare, e se occorre a questo punto ne vanno fissate anche di nuove, assai più stringenti.

Ma la politica da questo orecchio non ci ha mai volute sentire, anzi. Il pelo della lobby dei cacciatori è stato lisciato sempre e in tutti i modi possibili: varando allungamenti della stagione venatoria poi regolarmente cassati dalla corte costituzionale; tenendo basse le tasse relative al porto d’armi; evitando di mettere mano al settore, da sempre ritenuto uno straordinario bacino di voti.

La tragedia di Irgoli deve segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Le campagne sarde non possono continuare ad essere nel luogo dove tutto è possibile, dove ogni anno qualcuno ci lascia la pelle come se niente fosse. La politica sarda deve mettersi una mano sulla coscienza: sempre che ne abbia ancora una. E le associazioni dei cacciatori devono smetterla di invocare la fatalità per spiegare tragedie che non dovrebbero mai avvenire.

http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/11/12/le-tragedie-in-campagna-non-sono-mai-un-caso-perche-alla-lobby-dei-cacciatori-la-politica-ha-sempre-concesso-qualunque-cosa/

Pubblicato in: ambiente, CRONACA, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, società, violenza

Assassini


Ieri sera è morta una ragazza di 17 anni. E’ morta in ospedale dopo essere stata investita lungo una provinciale a Casalmaiocco, nel lodigiano. E’ morta perché stava tornando a casa in bicicletta, con un gruppo di amici scout.

E’ stata uccisa da un uomo alla guida di un Suv, l’esecutore materiale del delitto. Ma gli amministratori pubblici, locali e nazionali, sono i suoi complici perché sono loro – Governo, Parlamento, Enti Locali – a creare le condizioni che trasformano le strade in posti dove si muore.

Per non perdere consenso elettorale si guardano bene dal sanzionare sistematicamente le infrazioni al codice della strada (soprattutto la violazione dei limiti di velocità). Per non perdere consenso elettorale hanno trasformato la patente a punti in una barzelletta. Per non perdere consenso elettorale, scartano in Parlamento l’ipotesi di modificare il codice della strada introducendo il limite di 30 kmh  nei centri abitati e lo stesso fanno i sindaci sul loro territorio, quando è certo che una moderazione della velocità farebbe immediatamente dimezzare il numero delle vittime della strada: duemila morti in meno ogni anno.

C’è un uomo, alla guida di un’auto, che ieri si è reso responsabile di un delitto. Ci sono i politici, che guidano le nostre città e il nostro Paese, che sono responsabili di una strage.

http://bicisnob.wordpress.com/2012/11/12/assassini/

Pubblicato in: CRONACA, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, sociale, società

NON POSSIAMO ASSUMERLA


Mi chiamo Luca, ho 29 anni, abito in provincia di Savona e da due anni ho conseguito una specialistica magistrale in Scienze Sociali. Una volta mi dicevano che per avere la possibilità di lavorare occorreva il diploma, e per avere la certezza di un lavoro la laurea. Non è più così. Appena conclusi gli studi la prima cosa che feci fu quella di recarmi presso l’Informa Giovani del mio paese e la prima cosa che mi spiegarono fu la differenza tra un inoccupato e un disoccupato. Io ero un inoccupato, un ex studente senza alcuna esperienza lavorativa. Poi andai presso l’ufficio di collocamento e mi dissero che con le mie caratteristiche non avrei trovato facilmente lavoro, incoraggiante! mi diedero un foglio da compilare per poter fare una work experience presso un’azienda, ovviamente me la dovevo cercare da solo, ci provai, ma fu una fatica inutile. Mi rivolsi anche alle agenzie interinali e intanto il tempo passava e la rabbia interiore cresceva a dismisura. Una di queste agenzie interinali mi propose di andare a lavorare presso una banca come operatore back office, sembrava un inizio, peccato che questo contemplasse anche la fine visto che si trattava di un contratto giornaliero, definirlo capestro pareva eufemistico. Mi chiamarono un paio di giorni ad Agosto, un giorno a Settembre e un giorno a Novembre, mi sentivo preso per i fondelli e nel contempo ero dispiaciuto perché l’ambiente di lavoro era ottimo. Ora ero passato al livello successivo, quello del disoccupato. A Gennaio 2011 la pubblica assistenza nella quale faccio tuttora il volontario mi aveva dato la possibilità di fare servizio civile. L’esperienza è durata un anno e nel mentre avevo avuto anche la possibilità di fare il magazziniere presso una libreria durante la stagione estiva per i libri di testo scolastici. L’esperienza del servizio civile è stata tutto sommato positiva e i miei colleghi, tutti pensionati, mi parlavano di un periodo mitico in cui bastava avere voglia per riuscire a trovare un’occupazione e dove un diploma bastava per far spalancare le porte di un’azienda, e si andava in pensione dopo 15 anni di lavoro. La generazione carnefice che consola la vittima. Terminato il servizio civile e ritrovandomi di nuovo a piede libero, mi rivolsi alla rete per vedere se c’era qualcosa da fare e sul sito della provincia vidi che c’era l’opportunità di seguire un corso di marketing che comprendeva anche un tirocinio, colsi l’occasione al volo. Durante questo corso ho avuto l’opportunità di conoscere dei ragazzi straordinari che sono tuttora nella mia stessa situazione e dei docenti molto preparati. Il tirocinio propedeutico al corso l’ho svolto presso un’azienda di informatica, dove mi dissero fin da subito che non ci sarebbero state possibilità, uno slancio di sincerità che ho apprezzato, inutile illudere le persone. Presso di loro mi ero trovato molto bene, ho svolto attività di marketing, tele-marketing e gli avevo dato dei consigli per migliorare il loro sito che a detta del presidente era anacronistico. Questo presidente era il mio referente nonché mentore che mi aveva dato molti consigli utili per il lavoro e alla fine del corso mi aveva detto che si sentiva rammaricato del fatto che non potesse assumermi, a causa della pressione fiscale e burocratica sulle aziende troppo elevata. Veniamo al presente, ora non so se è il caso di perdere la speranza ma sinceramente mi sono stancato del contesto in cui vivo, mi piacerebbe che i giovani disoccupati creassero un movimento che abbia la possibilità di entrare in parlamento, vorrei vedere uno di noi seduto li su quei banchi pronto a dare battaglia e a fare proposte concrete. Lo so che è un’utopia ma sognare non costa nulla.

FONTE : http://danordasudparliamone.wordpress.com/2012/10/20/non-possiamo-assumerla/

Pubblicato in: economia, guerre, INGIUSTIZIE, politica, scuola, sociale, società

IL RIGORE NON È PER TUTTI


Le polemiche sui cacciabombardieri F35 sono destinate a non avere fine, come giustamente deve essere per una scelta insensata ed economicamente folle, che non solo i pacifisti, ma la gente di buon senso non riesce a comprendere. Ora, la notizia è che il costo già altissimo (12 miliardi di euro) è lievitato del 60%, comportando una spesa maggiore di 3 miliardi e 200 milioni di euro, una cifra molto superiore di quanto la Legge di Stabilità taglia alla sanità, all’istruzione e agli enti locali. La spending review vale per gli ospedali e per le scuole, ma non per i cacciabombardieri.

Niente di nuovo per Sbilanciamoci e la campagna Taglia le ali alle armi, che il possibile aumento del costo degli F35 l’avevano denunciato da molto tempo. La novità è che dopo tante smentite arriva la conferma dei vertici delle forze armate, per bocca del segretario generale della Difesa che ammette una lievitazione del costo per ciascun cacciabombardiere da 80 a oltre 127 milioni di dollari. Un 60% di aumento ben superiore a quel 40% che secondo l’indagine del governo sulla corruzione è il sovrapprezzo medio per gli appalti pubblici dovuto al malaffare. E di tangenti nelle industrie militari ne sono girate tante in questi anni.

Solo pochi giorni fa la Ragioneria dello Stato ha bloccato il provvedimento sugli esodati in discussione alla Camera dei Deputati, perché giudicato «troppo oneroso» e «privo di copertura». Non ci risulta che lo stesso scrupolo verso i lavoratori senza stipendio e senza pensione sia stato applicato ai cacciabombardieri F35, per i quali spenderemo così tanti soldi nei prossimi anni. Né abbiamo notizia che la Corte dei Conti si sia interrogata su come mai in poco tempo una somma così enorme sia destinata a lievitare del 60%. Cosa che invece negli Stati Uniti fa il Gao (Government Accountability Office), una sorta di Corte dei Conti americana, che ha tirato le orecchie al Congresso degli Stati Uniti per i tanti problemi tecnici che presenta l’F35 con i suoi costi troppo alti e crescenti.

Il rigore di Monti vale per gli esodati, i pensionati e gli studenti, ma non per le armi dove invece le spese più folli sono ammesse.

Invece di destinare i pochi soldi che abbiamo alle misure per fronteggiare la crisi e dare una risposta a milioni di persone a rischio di povertà, si fanno contenti pochi “dottor Stranamore” (generali, ammiragli, consulenti a libro paga della Difesa) così bisognosi di portaerei (fa status) fortunatamente inutilizzate e cacciabombardieri di lusso fermi sulle piste (meno male) perché a secco di carburante: per quello non ci sono i soldi.

Sappiamo quindi che nella cosiddetta “agenda Monti” ci sono anche gli F35. Ecco perché serve un altro premier, espressione del paese e non dell’establishment, che abbia la forza di dire a questi signori dalle tante mostrine e stellette: fermatevi, non fate altri sprechi, questi soldi in più non ve li diamo e – anzi – li destiniamo a qualcosa di più utile: il lavoro, la scuola, la sanità. Rimettete il vostro Risiko nella scatola e pensiamo all’Italia.

 

Fonte: il manifesto | Autore: Giulio Marcon
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/10/17/27279-il-rigore-non-e-per-tutti/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, diritti, donna, DOSSIER, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, MARCELLO LONZI, sociale, società, violenza

Povero ispettore di polizia, io non sono nessuno


Provo tristezza per quella donna. Una donna aggrappata al suo distintivo. Un ciondolo che sfoggia con orgoglio. Super poteri conferiti da un pezzo di latta. É tutta lì la sua vita, è tutto lì il suo essere donna, persona, essere umano. Se non hai quel distintivo, non sei nessuno. Io non sono nessuno, perché non trascino via con la forza un bambino dalla scuola. Io non sono nessuno, perché non pesto a sangue operai, disoccupati e studenti. Io non sono nessuno perché non eseguo gli ordini ciecamente, giusti o sbagliati che siano. Io non sono nessuno perché non guardo gli altri dall’alto al basso. Io non sono nessuno però… sono capace di pensare e sopratutto, sono capace di disubbidire. A ben pensarci, è molto più dignitoso e bello non essere nessuno.

Vincenzo “Nessuno” Borriello Scrittore

fonte :http://viborriello.wordpress.com/2012/10/12/povero-ispettore-di-polizia-io-non-sono-nessuno/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MEDIA, scuola, sociale, società, video, violenza

PAS E BAMBINI SOTTRATTI ALLE FAMIGLIE


FIGLI CONTESI, BIMBO PRELEVATO A SCUOLA DA FORZA PUBBLICA A CITTADELLA (DIRE) Roma, 10 ott. – Stamattina a Cittadella (Padova) un bambino di dieci anni, al centro di una causa di affidamento, e’ stato prelevato con la forza da scuola per essere collocato in una casa famiglia. Tre persone si sono presentate in classe intimando ai compagni di classe del piccolo Leonardo di uscire dall’aula. Una volta rimasto solo, Leonardo e’ stato prelevato con la forza, nonostante si tenesse disperatamente avvinghiato al suo banco, piangendo.

Poi e’ stato trascinato per la strada, urlante da una serie di persone tra cui il padre, gli assistenti sociali, e alcuni poliziotti guidati da un consulente tecnico d’ufficio che aveva diagnosticato in lui una malattia rifiutata dalla comunita’ scientifica internazionale, la PAS (Sindrome da Alienazione Parentale).

STRALCI SENTENZA:”ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE”

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a “Chi L’ha visto”, le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure “prelevamenti” del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, “al bambino serve un luogo neutro per decantare”, “la comunità servirà da camera di decompressione”, “il bambino va resettato”, e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che “gli esperti” hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l’amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l’amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una “terapia salvavita”. E il luogo deputato alla “rinascita dell’amore” è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per “curarli” dalla “malattia” del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell’americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l’odio.

A quel punto, quando un bambino dice, “Non voglio vedere papà perchè mi fa paura”, la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, “papà mi picchia”, non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per “guarirlo”, non c’è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l’edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua “malattia”.

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la “terapia della minaccia”, ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio.”Deprogrammare il bambino”, per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com

Interrogazione scritta n. 4-08347 PEDICA – Ai Ministri della salute e della giustizia. – Premesso che: la sindrome di alienazione genitoriale (o PAS, parental alienation syndrome) è una controversa ed ipotetica dinamica psicologica disfunzionale che, secondo le teorie dello psichiatra statunitense Richard A. Gardner, si attiverebbe in alcune situazioni di separazione e divorzio conflittuali non adeguatamente mediate; la PAS è oggetto di dibattito e ricerca, in ambito scientifico e giuridico, da quando è stata originariamente proposta da Gardner nel 1985; la sindrome non è infatti riconosciuta come un disturbo psicopatologico da parte della grande maggioranza della comunità scientifica e legale; negli Stati Uniti il concetto sotteso dal costrutto PAS sta evolvendo e, per sottolineare questa nuova fase, è stata proposta una differente denominazione e concettualizzazione: il PAD, parental alienation disorder (in italiano disturbo da alienazione genitoriale); considerato che: il 25 giugno 2012, a Ginevra, è stato discusso il rapporto dell’ONU contro la violenza di genere. Nella replica del Governo italiano si sottolinea che al momento la letteratura scientifica ed i professionisti legali internazionali sono unanimi nell’affermare l’inesistenza della PAS, e la sua inammissibilità nelle sedi giudiziarie, e altresì sulla necessità di ulteriori approfondimenti su ricerche e studi prima che nuove teorie possano essere utilizzate in complesse e delicate questioni collegate alla cura dei figli nei casi di separazione. Non è tollerabile, ipocritamente, il tentativo di introdurre una simile teoria, visto che l’Italia si distingue per tradizione ponendo al centro dei suoi interessi i diritti del bambino; secondo quanto riferito all’interrogante si assiste sempre più frequentemente all’utilizzo, nella cause giudiziali, della PAS al fine di decidere sull’affidamento dei figli. Tale sindrome, tuttavia, non è comunemente riconosciuta come verificabile, né attendibile da ampia parte della comunità scientifica internazionale; sempre secondo quanto riferito all’interrogante, si è registrato un uso assiduo dell’utilizzo della PAS presso i tribunali veneti. In particolare è stato segnalato all’interrogante il caso del piccolo Leonardo D.,  per citare alcune importanti prese di posizione in materia, si evidenzia che nel marzo 2010 l’Associazione dei neuropsichiatri spagnoli ha criticato ufficialmente il suo uso, sia psichiatrico che giuridico, e lo stesso Governo spagnolo ha indirizzato una nota ai professionisti del settore, onde evitarne l’utilizzo; negli Stati Uniti d’America i procuratori di Stato hanno adottato, nel 2003, una risoluzione al fine di non utilizzare la PAS nelle cause di affidamento di minori. Il Dipartimento di giustizia del Canada, infine, ha emanato una direttiva suggerendo di ricorrere ai normali strumenti processuali già esistenti, che offrirebbero maggiori garanzie di scientificità; secondo quanto riferito all’interrogante risulta, ad oggi, che la PAS non sia stata mai ammessa tra i disturbi mentali ufficialmente riconosciuti dalla comunità scientifica, né, tantomeno, riconosciuta dalla classificazione internazionale delle malattie ICD (International classification of diseases); in data 21 settembre 2012 sul “Washington Times” è apparsa la notizia secondo la quale l’Apa (American psychiatric association), ovvero l’associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, non ha incluso la PAS nel DSM-5 (edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), si chiede di sapere: se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti; se e quali provvedimenti, nell’ambito delle rispettive competenze, intendano adottare in riferimento ai fatti esposti, tenendo conto, soprattutto, della rilevanza dei diritti coinvolti.

VideoCorriere

 

FONTI

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2772

http://www.bambinicoraggiosi.com/?q=node/2773

Pubblicato in: diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, razzismo, sessismo, sociale, società, violenza

Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, donna, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, MALAFFARE, sociale, società, violenza

La storia di Valeria Porcheddu, internata in un Opg


Valeria Porcheddu: internata in un Opg di Alghero dopo essere stata prelevata da casa nella notte del 14 agosto. Di lei non si hanno più notizie. La madre è in sciopero della fame da 21 giorni. La comunità di facebook è presente con un gruppo a sostegno di Valeria e della signora Adriana. Da giovedì è attivo un presidio fuori l’Opg, nonostante i membri dell’ospedale psichiatrico giudiziario abbiano tolto uno striscione. La madre e i suoi sostenitori sono riusciti a spostarlo di qualche metro e a rimetterlo. Disponibile la pay pall per una donazione a sostegno di Adriana.
Una vicenda che richiederebbel’attenzione dei media e di raggiungere l’opinione pubblica.
La protagonista è Valeria Porcheddu. Si tratta di una ragazza di 23 anni che nella notte del 14 agosto 2012 è stata imprigionata in un ospedale psichiatrico giudiziario e solo per essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero e in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata.
La scadenza, occorre sottolineare, era superata da ben quattro mesi e durante il trascorrere di questi non è mai arrivata alcuna comunicazione di conferma della stessa.
Valeria era scomparsa il 4 agosto. Il 9, tuttavia, viene riconsegnata come persona libera alla madre, Adriana Zampedri, ma il 13 notte alle 3, 00 le forze dell’ordine la prelevano dalla sua abitazione.
Da allora nessuno ha più notizia di Valeria, persino la madre perché non è in possesso di un autorizzazione del giudice di sorveglianza essendo in isolamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova).
Adriana è in sciopero della fame da 21 giorni: rivuole indietro la figlia e sostiene di avere con sé della documentazione che la scagionerebbe.
Valeria, infatti, nell’ultimo periodo aveva chiesto di essere trasferita nella comunità di don Carlo Follesa a Sestu – “L’Aquilone” – dove lavorano stabilmente 13 psichiatri. “Mia figlia – dichiara la signora Adriana – ha la fedina penale pulita, drogarsi non è un reato e ribadisco che non ha mai fatto male a nessuno”.
“Il vero scandalo di questa vicenda – commenta Roberto Loddo, del comitato Stop Opg – è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. Nonostante la legge fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva di questi centri, dalla Sardegna continuano indisturbati gli internamenti. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza. Questa vicenda conferma che la legge 180 in Sardegna non è mai stata attuata realmente e la rivoluzione di pensiero dello psichiatrica Franco Basaglia non ha mai dato i suoi frutti”. A differenza di altri casi analoghi, come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Il dottor Ettore Straticò, direttore dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. “Non basta sapere che Valeria potrebbe tornare – continua Roberto Loddo – Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’ospedale psichiatrico giudiziario che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria”.
Da giovedì è iniziato un presidio di fronte all’Opg. Non sono in molti e nessuno li ascoltano. L’Opg ha persino tolto uno striscione. Un gruppo su facebook che supera i duemila utenti è attivo QUI.
Info per le donazioni: NUMERO DI posta pay 4023 6005 9640 4725 – ADRIANA ZAMPEDRI – Codice fiscale ZMPDRN61C64L7360
I. Borghese da controlacrisi.org
Gli OPG rappresentano un vero e proprio oltraggio alla coscienza civile del nostro Paese, per le condizioni aberranti in cui versano 1.500 nostri concittadini, 350 dei quali potrebbero uscirne fin da ora.
L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario è istituto inaccettabile per la sua natura, per il suo mandato, per la  incongrua legislazione che lo sostiene, per le sue modalità di funzionamento, le sue regole organizzative, la sua gestione. La sua persistenza è frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico, ma soprattutto di una catena di pratiche omissive, mancate assunzioni di responsabilità e inappropriati comportamenti a differenti livelli.
la una ragazza sarda di 23 anni imprigionata in Opg.
di Roberto Loddo
da il manifesto sardo
L’internamento di Valeria Porcheddu nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) è la dimostrazione che il termine ultimo per il superamento degli attuali Opg è un inganno. Nonostante la legge 9/2012 fissi tra il primo febbraio e il 31 marzo 2013 la chiusura definitiva, dalla Sardegna continuano silenziosi e indisturbati gli internamenti nelle “galere dei folli”. Ad oggi, le organizzazioni aderenti al comitato sardo “Stop Opg” non conoscono le linee guida dell’assessorato regionale alla salute per la presa in carico delle cittadine e dei cittadini sardi internati nei sei Opg della penisola. La Regione Sardegna e i dipartimenti di salute mentale dovrebbero attivare progetti individualizzati di cura e assistenza, ma dai quotidiani sardi apprendiamo solamente di nuovi internamenti e ipotesi di apertura di strutture segreganti da sostituire agli attuali Opg. Questa vicenda conferma anche le cattive pratiche in atto nel mondo della salute mentale. E come se la legge 180 in Sardegna non fosse mai stata attuata e il movimento per la riforma della legge psichiatrica con Franco Basaglia non fossero mai esistiti. Invece di garantire la cura nei percorsi riabilitativi, nelle relazioni col mondo esterno e nella restituzione dei diritti di cittadinanza si continua a spedire le persone fragili come Valeria negli Opg.
Valeria Porcheddu è una ragazza di 23 anni che dalla notte del 14 agosto 2012 è imprigionata in Opg. Il vero scandalo di questa vicenda è che non si conoscono le motivazioni che hanno determinato il suo internamento. A differenza di altri casi come quello del cittadino senegalese Abdou Lahat Diop, il dipartimento di salute mentale di Oristano nega ogni genere di informazione ai rappresentanti del comitato sardo “Stop Opg” adducendo motivazioni legate a privacy e segreto professionale. Valeria è stata prelevata dall’abitazione di sua madre Adriana Zampedri (in sciopero della fame da 18 giorni) dai carabinieri di Cabras (Or) su mandato del giudice di sorveglianza. Dalla stampa e dai social network leggiamo che “il suo reato sarebbe quello di essersi allontanata dalla comunità di recupero per tossicodipendenti di Alghero in seguito alla scadenza dei termini della libertà vigilata, scadenza di ben 4 mesi durante i quali nessuna comunicazione di conferma della stessa e’ mai arrivata”.
L’attenzione mediatica sull’assurda vicenda di Valeria ha portato alla mobilitazione anche il comitato nazionale “Stop Opg”. I rappresentanti del comitato nazionale hanno contattato Ettore Straticò, neo direttore dell’Opg di Castiglione. Il dottor Straticò ha garantito ai rappresentanti il suo impegno per il rientro di Valeria nell’isola. Ma non basta sapere che Valeria potrebbe tornare. Vogliamo sapere la data certa del suo rientro e il perché di questo insensato internamento. Se davvero esistono, vogliamo sapere quali motivazioni hanno portato il tribunale di sorveglianza a decidere sulla misura di sicurezza e dichiarare Valeria socialmente pericolosa e incapace di intendere e di volere. Se mai siano state immaginate, vogliamo conoscere le alternative all’Opg che la Asl di Oristano e il dipartimento di salute mentale hanno messo in campo per assistere e prendersi cura di Valeria.
Liberiamo Valeria prima che sia troppo tardi. Prima che le illegalità e gli abusi che ogni giorno subiscono le 1.300 persone internate negli Opg trasformino lo Stato italiano in un criminale seriale.
Pubblicato in: cose da PDL, CRONACA, diritti, estero, GUERRA IN LIBIA, INGIUSTIZIE, lega, libertà, politica, razzismo, società, video

Mare Chiuso


Tra maggio 2009 e settembre 2010 oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla marina e dalla polizia italiana;  in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze.

Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia. Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, tutto è cambiato. Migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche rifugiati etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati. Nel documentario sono loro, infatti, a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti; sono racconti di grande dolore e dignità, ricostruiti con precisione e consapevolezza. Sono quelle testimonianze dirette che ancora mancavano e che mettono in luce le violenze e le violazioni commesse dall’Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione. Una strategia politica che ha purtroppo goduto di un grande consenso nell’opinione pubblica italiana, ma per la quale l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea per i Diritti Umani in seguito ad un processo storico il cui svolgimento fa da cornice alle storie narrate nel documentario.

“Abbiamo voluto realizzare questo film – commentano Andrea Segre e Stefano Liberti – per alzare l’attenzione contro le derive incivili e pericolose delle politiche di contrasto all’immigrazione irregolare. Siamo per questo molto contenti e onorati dell’invito a Venezia da parte del Consiglio d’Europa e della Biennale: rappresenta sia un riconoscimento prestigioso del ruolo sociale e artistico del nostro lavoro, sia un’occasione assai rilevante per riconoscere le responsabilità del nostro Paese rispetto a politiche inaccettabili come quella dei respingimenti, ancora mai ufficialmente ripudiata dal governo Italiano.”

Mare Chiuso, prodotto e distribuito da ZaLab con il sostegno di Open Society Foundations e la collaborazione di JoleFilm, raccoglie le testimonianze dei migranti vittime delle operazioni di respingimento nel Mediterraneo: in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi del 2009, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2000 persone, avrebbero avuto diritto d’asilo. Dalle loro storie emergono le pesanti responsabilità dell’Italia, che è stata per questo condannata da una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012.

Uscito pochi giorni dopo la sentenza, Mare Chiuso ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia e UNHCR, ha ottenuto immediata visibilità sulla stampa nazionale e internazionale ed è stato premiato, tra gli altri, al Festival di Cinema Africano, Asia e America Latina di Milano, al Bif&st di Bari, al Festival Libero Bizzarri e ha ottenuto il Globo d’Oro come miglior documentario. Grazie alla collaborazione tra Parthenos e ZaLab, è stato distribuito in decine di città italiane con oltre 300 proiezioni in pochi mesi. Il coinvolgimento della società civile è stato determinante: il 20 giugno l’Italia si è mobilitata aderendo a “Mai più respinti!” 100 proiezioni contemporanee di Mare Chiuso per dire no ai respingimenti e per chiedere una nuova politica di accoglienza. Lo stesso giorno Mare Chiuso è andato in onda sull’emittente SKY-Cielo.

il programma completo è disponibile qui
per informazioni: comunicazione@zalab.org
l’entrata è libera con prenotazione: info.venice@coe.int

 

FONTI :  http://marechiuso.blogspot.it/

http://www.zalab.org/newsite/documentari/mare-chiuso/

Pubblicato in: banche, berlusconeide, cose da PDL, cultura, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, lega, libertà, magistratura, MALAFFARE, opinioni, politica, società

Come un gelato al lampone


di 

All’inizio della stagione estiva, i venditori di cocco camminavano spediti sulla spiaggia e urlavano: “Cocco! Cocco fresco”, poi a metà della stagione gridavano ancora, con minore convinzione. Qualche tempo dopo, semplicemente lo dicevano: Cocco fresco”. L’altro giorno uno di questi uomini con il frigo sulle spalle e la camicia sudata fino ai pantaloni, mi ha guardato, e ha mosso appena un po’ le labbra: “Cocco.”
Il ragazzo del Senegal che per primo mi disse: “Torno in Senegal a Settembre, che almeno là c’è lavoro”, non lo vedo più dalla fine di Luglio. Mi piace pensare che sia tornato prima al paese suo, e che ogni tanto pensi a noi, poveretti, a come siamo ridotti.

Eppure, a sentir le favole del telegiornale, questo per noi dovrebbe essere il momento della ripresa; hanno detto che mai la storia d’Italia aveva visto un consiglio dei ministri, ad Agosto, protrarsi così a lungo: ben otto ore. Era una cosa importante, e si parlava di noi e della nostra crescita. Per esempio finanziare le grandi opere, defiscalizzarle, il Ponte sullo stretto o la Salerno Reggio Calabria. Cose nuove e mai sentite, cose che davvero lasciano sperare. La mafia. Poi però non se ne è fatto più nulla per fortuna. In otto ore i ministri hanno deciso che per crescere bisogna privatizzare: le poste e la cultura. Bisogna fare un concorso per la scuola, con dodicimila nuovi disgraziati che staranno almeno trent’anni in una graduatoria che non si accorcia mai, e che anzi diverrà sempre più lunga visto che le scuole continueranno a chiudere.

Le favole son belle, perché lasciano in bocca un sapore dolce come il gelato di lampone.
La realtà è amara, quella sì, che non viene bene nemmeno a raccontarla.
Cosa sarà mai la privatizzazione della cultura?
La svendita dell’arte e dei musei, la chiusura delle scuole e il finanziamento alle scuole private che – cosa che non si dice mai – è libera di assumere il corpo docente e trattarlo come il corpo di uno schiavo, sottopangandolo, sfruttandolo e ricattandolo. Perché se vai da un preside di una scuola cattolica a protestare, quello ti mette alla porta, esattamente come accade in un call center o in un supermercato, o in uno di quei posti dove si vendono panini di merda con in regalo il giocattolino per il bambino.

Raccontavano la favola della finanza impegnata in operazioni anti evasione: le merci taroccate erano state sequestrate al porto di Palermo. Tutta merce che veniva dalla Cina, così simile all’originale da poter restare confusi. Gli orologi finto Rolex, dicevano, quelli che in questo periodo si vendono ai turisti sulle spiagge.
Raccontano la favola delle liberalizzazioni, senza dirti che nel mondo reale, quando ti svendi un paese al Fondo Monetario Internazionale, poi il debito lo devi pagare.
All’inizio della stagione, i senegalesi vendevano collanine colorate sulla spiaggia, e accendini, e cavigliere. La stagione, nonostante Beatrice, c’è ancora, ma i senegalesi non ci sono più. Siamo rimasti noi, ed è rimasta la campagna elettorale, son rimaste le elezioni e nessuno da votare.

FONTE: http://www.mentecritica.net/it/come-un-gelato-al-lampone/informazione/cronache-italiane/rita-pani/29322/

Pubblicato in: abusi di potere, ambiente, CRONACA, diritti, economia, eventi, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, MALAFFARE, politica, sociale, società, violenza

Movimento No Tav: strategia e storia di una lotta popolare


diAlvin Vent, Davide Falcioni

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.

Cesare Pavese

Siamo stati una settimana a Chiomonte, nel campeggio No Tav messo in piedi da due mesi e mezzo. Abbiamo seguito le assemblee, appoggiato e proposto iniziative, cucinato, lavato e passeggiato insieme a centinaia di ragazzi, uomini ed anziani della valle. Ogni pratica quotidiana si è svolta sotto il segno dellapartecipazione, abbiamo conosciuto compagni che hanno deciso di lasciare tutto e vivere nella valle, ragazzi che hanno attraversato l’Europa in bici pur di esserci, anziani che lottano da anni per difendere questa terra stupenda e profanata. Abbiamo vissuto in prima persona anche lo specchio deformante dei giornali, l’enorme abisso tra realtà e racconto. Abbiamo deciso di intervistare Patrizia Soldati (“ma per i compagni Pat”), splendida signora nata e cresciuta nella valle, cuoca in un asilo nido e a domicilio, che lotta per la sua terra e che ci ha insegnato quanto giovani e combattivi si può (e si deve) essere, a qualsiasi età.

Quando ha iniziato ad interessarsi attivamente della questione Tav?

Ho partecipato alla prima assemblea nel 1996 come cittadina comune, mentre dal 2004 ho iniziato a partecipare più attivamente con associazioni e comitati della Val di Susa.

Vuole raccontarci i due mesi e mezzo di campeggio autogestito No Tav? Quali sono state le difficoltà maggiori e quali le soddisfazioni?

Sono stati due mesi e mezzo molto faticosi dal punto di vista fisico, ma anche straordinari in quanto a ricchezza – chiaramente quella non monetizzabile. E’ stata un’esperienza umanamente ricca per la quantità di persone che hanno voluto partecipare alla lotta, fosse anche per la pura e semplice gestione del campeggio. E’ stato uno straordinario e continuo scambio di competenze e creatività.

Il momento dell’assemblea è, all’interno del campeggio, il più importante della giornata; ci si siede in cerchio e ci si guarda in faccia, si organizzano azioni, si discute di cosa non va e cosa bisogna migliorare, si organizzano i turni di pulizia e cucina. Questa vita comunitaria è forse uno dei collanti migliori per il movimento, così si conquista la fiducia del vicino, così si parte e si ritorna insieme. Le andrebbe di provare a raccontarci lo spirito che anima le discussioni e l’importanza di questa pratica comunitaria all’interno del campeggio?

Tutti i pomeriggi nel campeggio si tiene un’assemblea: è un momento fondamentale di discussione. E’ l’occasione per spiegare ai nuovi arrivati le regole, ma anche per decidere le iniziative da intraprendere in modo aperto, non gerarchico. Tutti possono partecipare, dire la loro. Le decisioni vengono prese in modo consensuale. Senza ombra di dubbio il momento dell’assemblea è il più importante della giornata: è anche la dimostrazione che una comunità autogestita e composta dalle tipologie più disparate di persone può organizzarsi in modo efficiente.

In effetti nel campeggio, basta guardarsi intorno, si trovano persone di età diverse, provenienti da tutta Italia ed anche dall’estero, c’è chi partecipa al movimento da anni e chi porta il proprio contributo magari solo da pochi giorni. Ciò che colpisce è che tutti vengono ascoltati allo stesso modo, le idee di tutti vengono discusse e valutate, non esiste gerarchia all’interno del movimento: eppure vengono prese quotidianamente scelte e decisioni comunitariamente, senza riccorrere a votazioni, senza che le idee di una maggioranza schiaccino quelle della minoranza, ma tenendo tutto “insieme”. Le sembra questo un aspetto peculiare dei No Tav e forse uno dei suoi punti di forza?

Noi non consideriamo che l’opinione della maggioranza debba prevaricare ed escludere le minoranze: è un metodo che ci siamo dati fin dall’inizio e che ci ha permesso di rimanere uniti ed evitare “scissioni”. Crediamo che l’assemblea sia il momento per discutere e trovare alla fine un accordo che rispetti ed inglobi nelle decisioni le istanze di tutti, fermo restando alcune “regole” basilari che è obbligatorio condividere e rispettare.

La fine dell’estate porterà alla chiusura del campeggio, quali sono le prospettive e le strategie per mantenere forte ed unito il movimento durante un autunno ed un inverno che si preannunciano caldissimi?

Sicuramente continueremo nelle varie campagne già messe in piedi, che sono quelle contro la militarizzazione della Val di Susa, o sul lavoro delle ditte appaltatrici (leggi il dossier “C’è lavoro e lavoro”, ndr), senza dimenticare la presenza fisica vicino al cantiere, specificatamente alla Clarea, per contrastare l’attività che si svolge all’interno

“A sarà dura” è uno degli slogan del movimento: i lavori nel cantiere vanno al rallentatore, la repressione militare, invece che indebolire il movimento (tramite ad esempio i fogli di via), sembra rafforzarlo, fioriscono iniziative e progetti all’interno del campeggio ed il movimento sembra sempre più internazionalizzarsi. I No Tav sono riusciti a trasformarsi e rinnovarsi con il passare del tempo, come vede il futuro della lotta in Val Susa? Perché i No Tav vinceranno?

La principale trasformazione che sta avvenendo è un allargamento della lotta, che non riguarderà più solamente il Tav Torino-Lione e la Val di Susa, ma in generale tutte le grandi opere che hanno come fondamento lo sperpero di denaro pubblico per decine di miliardi di euro, dando in cambio ai cittadini nessuna utilità pratica. Credo che l’allargamento delle lotte in tal senso sia inevitabile, nonostante la repressione sempre maggiore, e credo che le persone prenderanno sempre più coscienza del sistema con cui queste opere vengono decise.

A tal proposito, cosa è il Patto di Mutuo Soccorso?

Si tratta di una sorta di unione tra le istanze presenti in tutta Italia, che permetta ad ognuna di aiutarsi e chiedere sostegno alle altre in momenti critici. Ad esempio, se un movimento contro una discarica chiede aiuto al patto di mutuo soccorso, troverà ovunque realtà pronte ad offrire una mano e partecipare alla lotta.

Cosa risponde a chi accusa il Movimento No Tav di essere conservatore, visto che impedisce la costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità?

Rispondo che dovrebbero analizzare il significato delle parole “sviluppo” e “progresso”. Noi a questi due concetti fatti “calare dall’alto” non diamo nessun credito, perché non riteniamo che lo sviluppo debba essere la predazione dei beni comuni finalizzato all’arricchimento di pochi soggetti.

In che modo avete discusso il “nodo” violenza sì e violenza no, che spesso ha diviso altri movimenti popolari di lotta?

Noi abbiamo sempre rispedito al mittente ogni tentativo di dividerci tra “buoni” e “cattivi”. E’ chiaro che le situazioni di lotta talvolta cambiano di livello, ma è un cambiamento dettato dalla “controparte” che ci reprime a suon di manganellate e gas al CS. Noi abbiamo sempre chiesto di discutere pubblicamente dell’utilità di questa opera, ma non ci è mai stato possibile e un problema politico è stato trasformato in una questione di ordine pubblico, con la militarizzazione massiccia del territorio. Dopo di che equiparare il lancio di pietre o gavettoni di vernice ai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo è folle, ed è chiaro che più le forze dell’ordine alzeranno il livello dello scontro più noi reagiremo. In fondo noi abbiamo poche armi: l’informazione – attraverso internet, il volantinaggio e le iniziative in tutta Italia – e talvolta, quando veniamo assaliti, il lancio di qualche pietra. Ma noi tutto ciò non lo consideriamo violento.

Negli ultimi giorni si sono susseguite iniziative importanti del movimento: dal taglio delle reti alleoccupazioni di società coinvolte nella costruzione del Tav. Come sono state decise queste azioni?

Queste azioni vengono semplicemente proposte da qualcuno e poi, eventualmente, accettate da chi decide di partecipare: nel caso dell’occupazione alla Geovalsusa anche mettendoci la faccia, a volto scoperto, in modo pacifico. Queste sono azioni politiche, non di puro vandalismo o “terrorismo”, come hanno descritto i giornali: a noi servono per denunciare lo stato delle cose. Ad esempio, nel caso della Geovalsusa, la loro complicità con il fronte del Sì Tav.

Esse sono state bollate come azioni squadriste, mafiose, dai giornali come Repubblica La Stampa. Cosa rispondi?

Il Movimento non si riconosce minimamente in quelle definizioni, anche perché le azioni sono state sempre spiegate e rivendicate. Da vent’anni chiediamo di confrontarci pubblicamente sui dati scientifici in nostro possesso, dati che dimostrato che il Tav è una follia, dati estrapolati da studi di fior di economisti e tecnici che in modo gratuito si sono messi a disposizione del Movimento. Le nostre richieste di confronto sono state sistematicamente ignorate, quindi arrivati a questo punto non ci resta che muoverci come stiamo facendo. A giornali come Repubblica e La Stampa non resta che diffamarci, visto che neppure loro reggerebbero il confronto sul piano tecnico.

Giornalisti di grandi testate sono mai entrati nel campeggio? Si sono mai interessati al vostro punto di vista?

Nell’ultimo anno non mi risulta che giornalisti di importanti testate siano entrati a guardare cosa è davvero il Movimento No Tav. O almeno: se qualcuno l’ha fatto non si è fatto riconoscere. Lo scorso anno invece nell’esperienza della Libera Repubblica della Maddalena qualche giornalista chiedeva di entrare, ed ha sempre avuto carta bianca e massima libertà di movimento e azione.

Qual è la strategia mediatica del movimento? In che modo una lotta popolare può relazionarsi con l’esterno, contrastando i media mainstream?

L’unico strumento che al momento ci siamo dati è la diffusione di comunicati stampa quando vengono scritte falsità e diffamazioni. Tuttavia sappiamo di dover sfruttare al massimo le potenzialità offerte da internet, sicché chi vuole informarsi sulle nostre iniziatie non avrà nessuna difficoltà a farlo. Chiaramente è in atto anche una discussione sulle stretegie future per contrastare le notizie false…

Due giorni fa è stato attaccato il cantiere con il lancio di uova e vernice ai dipendenti e ai militari: come è stato possibile per un movimento di sinistra arrivare ad ostacolare il lavoro degli operai? Cosa rispondete a chi spiega di “lavorare per mangiare”?

E’ stato faticoso, soprattutto per i tanti che come me credono che i lavoratori vadano tutelati. Tuttavia il Movimento ha deciso di attaccare, con azioni simboliche e non violente (come il lancio di uova e vernice) chi presta la sua opera per la costruzione del Tav, considerando che ognuno è complice della devastazione in atto e che le esigenze personali (“devo mangiare”) non possono avere la meglio sui bisogni della collettività. Siamo consapevoli che sono metodi drastici, ma confidiamo in una presa di coscienza dei lavoratori.

FONTE : http://www.agoravox.it/Movimento-No-Tav-strategia-e.html

Pubblicato in: CRONACA, diritti, donna, estero, INGIUSTIZIE, politica, razzismo, sociale, società, sport

E SI MUORE….


di Franco Trapani
E si muore anche se si è stati un campione tale da partecipare alle Olimpiadi. E se sei etiope e se sei donna, se sei stata una così sfortunata partecipante agli antichi giochi che non sei riuscita ad importi contro i tuoi antagonisti, come richiede il mercato delle nuove Olimpiadi liberiste, allora muori di sete e di fame mentre cerchi di approdare laddove speravi di trovare una goccia d’acqua dolce, un tozzo di pane o, almeno,  in una pietosa carezza, quel calore umano che ti aiutasse al momento dell’atroce morte. Morir di sete e morir di fame, un orribile modo di morire a vent’anni.

E noi, invece, noi benestanti di questa società europea occidentale, noi oggi come ieri non siamo più capaci di offrire né un sorso d’acqua dolce, né un tozzo di pan secco e men che mai una mano solidale a chi sta morendo prosciugata da un sole implacabilmente nemico e ladro di vita. Al massimo noi avremmo potuto dare una distaccata elemosina e, con ciò metterci a posto per sempre la coscienza.

Noi benestanti oggi siamo tutti così: incapaci.

Non nascondiamoci la verità: in queste morti, troppi morti e tutte eguali, c’è chi cerca uno spiraglio d’umanità nel suo simile, ma dall’altro lato della stessa scena, ci siamo noi, come in uno specchio.

Sì noi, sì noi tutti, tutti noi liberisti alla Ayn Rand o meno, ma anche noi ex social-comunisti d’ogni tipo e colore. Sì tutti noi che a queste tragedie abbiamo fatto il callo e non vediamo, non sentiamo né capiamo i fatti che incrociamo.

Oggi tutta la nostra parte, tutti noi insieme, credenti in una qualsiasi religione o atei, colti o ignoranti, maschi o femmine, formiamo una sinistra in fuga disordinata dai nostri ideali, inseguiti da un mondo liberale o liberista o libertarista che ci ammalia e ci conquista con i suoi modi di adulare e bastonare fatto di promesse e di cose. Promesse alle quali noi facciamo finta di credere e gadget che ci attraggono e ci perdono rendendoci schiavi.

Ma non schiavi che potrebbero sempre accarezzare il momento di una libertà avvenire, meglio dire servi, anzi servili comodi, stupidi idioti, ben felici, spesso, d’essere asserviti a quel mondo.

Come ci siamo ridotti male tutti noi cari compagni, tutti. Mentre molti ci abbandonano, gli operai sostengono un padronato che li affama e li riempirà di malattie mortali. E nella tragedia che incombe i loro rappresentanti stanno lì a cercare un inesistente equilibrio tra salute e servitù. I figli e i nipoti di quei potenziali compagni ci hanno tradito:  e stanno inebetiti tra un Gramsci dimenticato o mai letto in una mano e la frusta o la mannaia del carnefice nell’altra.

Non sanno per chi decidere, ma c’è sempre chi colpire più in basso, qualcuno più piccolo o più mite o comunque diverso per nazionalità e provenienza su cui sfogare con rabbia i proprii limiti e le proprie frustrazioni. Non avranno mai il coraggio civile di sostenersi l’un l’altro nelle loro baracche senza acqua né luce e di farsi sparare addosso, cadendo a decine.

Poche chiacchere e sentimentalismi.

Dopo una secolare storia di sfruttamento di tutto il mondo e dopo averne lasciato gli avanzi ai capitalisti e ai figliastri semicivilizzati di un socialismo traviato, oggi noi a questo basso ruolo servile siamo decaduti: fare i carnefici al soldo dei ricchi.

Se vogliamo cambiare le cose, ma nei tempi lunghi o lunghissimi e senza facili entusiasmi, abbiamo solo una strada da percorrere: lasciare la città dei faraone e riprendere un faticoso ritorno alla terra tradita, in una peregrinazione di nuova cultura e di antichi ideali.

Ciò che ci misero, di pratico e duro, gli Stalin e i Lenin, non è bagaglio utile e sano. Non conterrà acqua per strada, ci porterà ancora odio, dolori e morte.

Dobbiamo avviarci per una strada tutta nuova e tutta nostra, tanto nelle difficoltà a percorrerla che nella felicità di raggiungerla.

Noi e i nostri morti, noi e le nostre vittime, noi e i nostri nuovi compagni, noi ed i nostri ideali. Almeno potremo almeno sperare una vita nuova con inizio diverso ed opposto. Solamente da un primo germe di unione solidale potrà nascere il nuovo, ma nello stesso tempo il germe sarà portatore del vecchio nucleo universale. Che è poi il nostro stile di essere veramente di sinistra.

Anche la morte per sete e per fame di una donna che non potrà mai più sperare in niente e in nessuno, anche quel funerale non celebrato, potrebbe diventare l’occasione di una rinascita.

Invio sconsolati saluti ai pochi sopravvissuti maestri e ai molti compagni perduti: che rimangano dove stanno, a servizio, se la loro felicità consiste solo in questo.

Invio a tutti i miei saluti sperando che qualcuno cominci a cambiare ed aspettando che cambi il mondo. Mi scuso per le iperboli e le metafore.

…………………………………

Nella foto:
Samia Yusuf Omar, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta, come i suoi fratelli, in povertà. Nel 2008, questa ragazza piccola e gracile, partecipò alle Olimpiadi proprio in rappresentanza della Somalia. Figlia di una fruttivendola e di un uomo ucciso da un proiettile d’artiglieria, questa ragazza era riuscita con molti sacrifici a partecipare alla gara dei 200 metri femminili di Pechino 2008. Da testimonianze di un gruppo di naufraghi, Samia è morta durante una traversata del mediterraneo nel tentativo di sbarcare in Italia per poi raggiungere Londra per partecipare alle ultime olimpiadi.

FONTE : http://cambiailmondo.org/2012/08/22/e-si-muore/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, opinioni, razzismo, religione, sessismo, società

Il cattolicesimo puzzone di Camillo Langone


Lo sapevo che Camillo Langone a gioco lungo ci avrebbe dato grandi soddisfazioni. Le premesse c’erano tutte, il suo cattolicesimo puzzone una garanzia. Oggi Femminismo a Sud segnala questa sua perla. Incommentabile per quanto razzista, criminale e complice di criminali. Non a caso lo avevo elencato tra i cattivi maestri dei nostri Breivik. Cattivi maestri pagati da Silvio Berlusconi, vero e proprio mandante morale e sponsor di questo abominio, che qualcuno s’ostina a passare per un esercizio legittimo di giornalismo. Evidentemente, in casi del genere la vergogna e il controllo sociale cedono il passo al fanatismo più becero.

 

fonte : http://mazzetta.wordpress.com/2012/08/27/il-cattolicesimo-puzzone-di-camillo-langone/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, magistratura, razzismo, sociale, società

Angelica Varga, Colpevole Perché Rom


di 

Maggio 2008, Ponticelli, quartiere di Napoli. Angelica Varga, una ragazzina rumena di neanche 16 anni, di etnia rom, arrivata da poco in Italia, viene accusata di tentato rapimento di una bambina italiana. Presa e condannata successivamente a tre anni e otto mesi di carcere. Non ci sono prove né testimoni, solo la testimonianza della mamma della bambina, ritenuta dagli inquirenti pienamente credibile, nonostante le contraddizioni e la non verosimiglianza del suo racconto documentate dalla difesa. La stessa Polizia, nel suo rapporto conclusivo consegnato all’autorità giudiziaria, esprimerà “fortissimi dubbi” sulla “verosimiglianza” di quanto accaduto. Chi la giudica – dopo otto mesi di carcere preventivo – però non ha dubbi. Scrive addirittura che Angelica è “incline a compiere delitti analoghi” in quanto “zingara”. E questo la dice lunga su come certi pregiudizi siano presenti anche dove uno meno se lo aspetterebbe.
Lei si dichiara disperatamente innocente. Nulla conta il fatto che sia incensurata, nulla conta la sua giovanissima età. Niente attenuanti, niente benefici di legge previsti per i minorenni, niente misure alternative al carcere, come ad esempio l’inserimento in strutture di recupero. Il suo dichiararsi innocente aggrava addirittura la sua posizione. Infatti gli “sconti” di pena vengono concessi solo se l’imputato ammette di essere colpevole. Questa è la ragione per cui molti immigrati di fronte ad una condanna ritenuta inevitabile si dichiarano colpevoli. Questi casi andranno ad alimentare le statistiche, permettendo alle Lega e simili di “dimostrare” che gli immigrati e gli zingari commettono più reati degli italiani.

Angelica non ha confessato, si è “rifiutata di collaborare”. Starà in galera quasi quattro anni e mezzo. Così impara che essere zingara è un’aggravante.

Sei colpevole? Allora siete tutti colpevoli
Dopo l’arresto di Angelica, si scatena – come da copione in casi simili – la “sacrosanta rabbia popolare”. Ottocento rom devono scappare abbandonando nel giro di poche ore le loro misere abitazioni per evitare il linciaggio di massa da parte di gruppi di “pacifici cittadini” di Ponticelli aizzati da elementi della malavita locale e da improvvisati giustizieri che si fanno sempre vivi in circostanze come queste. Trionfa ancora una volta il “nobile e civilissimo” principio di ogni razzismo, per cui se uno zingaro è colpevole, allora tutti gli zingari sono colpevoli. Non è una novità nella storia delle persecuzioni di massa. Si saprà poi che due anni dopo, nel 2010, una serie di incendi in alcuni campi rom di Ponticelli erano stati commissionati da “onesti cittadini” di Ponticelli a personaggi della camorra per spingere alla fuga le famiglie rom ed evitare che i propri figli andassero a scuola con i bambini rom. In nome dell’integrazione, naturalmente. Gli arresti dei presunti responsabili sono stati effettuati proprio qualche settimana fa.

Il giorno dopo
Davide Varì è un giornalista (“pentito”, dice di se stesso) che nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei rom da Ponticelli è andato a intervistare alcuni dei testimoni dei fatti. La sua testimonianza, riportata nel suo blog, inizia così: Sono stato a Ponticelli, i rom non ci sono più e quanto segue è quello che ho visto … “Certo, io tengo paura degli zingari. Però, mo’ che li hanno cacciati, il mio amichetto di classe non ci sta più e a me mi dispiace assai”. Sta nelle parole di Marco – otto anni, della scuola elementare Enrico Toti – il senso di quel che è accaduto a Ponticelli nei giorni della caccia al rom. Nei giorni dei roghi, della furia popolare e delle strane infiltrazioni della camorra. D’o sistema. C’è ancora l’accanimento contro gli zingari “scocciatori, ladri e puzzolenti”; ma c’è anche la pietà, “perché in fondo – dice una giovane donna in attesa che il figlio esca da scuola – non facevano proprio nulla di male. Qui a Ponticelli, il vero problema sono gli spacciatori che arrivano fin sotto la scuola a vendere chilla merda”. E poi quella storia del rapimento della bambina a cui non crede nessuno. “Quella ragazza rom la conoscevano tutti. Mi sembra strano. E’ tutto molto strano”.

La fine dell’incubo
Oggi, scontata la pena, Angelica è libera e sta per compiere vent’anni. Dice che vuole dimostrare la sua innocenza (ci sarà il processo di appello), che vuole un lavoro (sa fare la parrucchiera), che vuole una famiglia, l’integrazione. Tanti auguri, Angelica.

Gli zingari che rubano i bambini, ovvero – come ebbe a dire Albert Einstein – “È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio”
Nello stesso periodo in cui avvenivano questi fatti, veniva pubblicata parte di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona, dal titolo “La zingara rapitrice”, a cura di Sabrina Tosi Cambrini (2008). Eccone una sintesi tratta dalla presentazione della ricerca: “Nella pubblicazione si esaminano minuziosamente le carte processuali di tutti gli episodi in cui una notizia di reato per sequestro di minore da parte di una rom è arrivata presso gli sportelli delle procure italiane, negli anni dal 1986 al 2007. In questi anni i ricercatori segnalano 40 accuse di rapimento da parte di rom. Di queste solo sette hanno portato all’attivazione di un procedimento penale. Tutte e quaranta si sono dimostrate infondate e non c’è mai stata alcuna condanna. Ennesima dimostrazione che tra le carte giudiziarie da una parte e quello che i giornalisti scrivono e quello che il senso comune reputa dall’altra, c’è spesso una distanza che si può colmare solo con pregiudizi razzisti e leggende metropolitane. La sceneggiatura tipica dei racconti delle madri che hanno denunciato una rom per aver tentato di portar via il loro bambino è estremamente convenzionale, e ribadisce il carattere stereotipo e favolistico di questi episodi: l’accusatrice è l’unica testimone ed è la madre del bambino che si vorrebbe rapito; è una giovane donna, di solito madre del primo figlio di pochi mesi; è una madre coraggio che riesce a sventare il sequestro del proprio figlio”.
La condanna di Angelica rompe questo schema. Per la prima volta, il 12 gennaio del 2009, data del processo contro Angelica, un giudice ha emesso una condanna di colpevolezza ai danni di una donna rom per l’accusa di sequestro di persona, creando così un precedente giudiziario. C’è solo da sperare nel processo di appello.

fonte :  http://www.mentecritica.net/angelica-varga-colpevole-perche-rom/informazione/bruno-carchedi/29164/

Pubblicato in: CRONACA, INGIUSTIZIE, LAVORO

Vallanzasca condannato a 295 anni di carcere: oggi in semilibertà e con tante offerte di lavoro.


Quando ho letto che Vallanzasca (condannato a quattro ergastoli: 295 anni di reclusione) godeva del regime di semilibertà, mi sono stupito e indignato, non piu’ di tanto, perché è notorio che nel nostro Paese non esiste la certezza della pena. Mi ha stupito ancora di piu’ sapere che Vallanzasca abbia già trovato lavoro in due aziende: prima in una ditta informatica nel milanese e attualmente lavora come magazziniere nel bergamasco. Proprio nel bergamasco: dove Vallanzasca uccise due agenti della Polizia.

E’ bene chiarire che, per legge, sono tutti benefici previsti: la semilibertà e la possibilità di lavorare fuori dal carcere. Semmai bisognerebbe discutere  se queste norme siano giuste: perchè mentre le famiglie delle vittime piangono ancora i loro morti Vallanzasca gode della semilibertà, perchè mentre molti italiani non trovano lavoro nemmeno a pagarlo Vallanzasca ha un accesso facilitato al mondo del lavoro derivante dalla sua condizione di carcerato.

Pubblicato in: ambiente, CRONACA, cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, magistratura, MALAFFARE, politica, sociale, società

Ilva di Taranto: il fallimento politico e industriale dell’Italia


La questione dello stabilimento dell’Ilva di Taranto in un paese democratico, civile e avanzato apparterebbe sicuramente al passato, a una storia di archeologia industriale, a un tempo in cui la vita e la salute degli operai non contava nulla rispetto al profitto della fabbrica. Invece la bomba ecologicache da decenni sta soffocando Taranto, causando innumerevoli casi di morti precoci nella popolazione della città, rimane sempre lì, sostenuta da un esplicito ricatto: o l’acciaieria (e quindi il lavoro) o il vuoto. Il fallimento di una imprenditoria retrograda, gonfiata da interventi pubblici sempre destinati sulla carta a una bonifica che non arriva mai, è il fallimento della politica, sostituita dalla magistratura. E si sa che i tribunali agiscono secondo le regole del diritto: chiudono gli stabilimenti fuori legge, accertano responsabilità, rinviano a giudizio i responsabili, aprono inchieste, allungano i tempi ma non possono sicuramente offrire un piano industriale capace di superare la dicotomia lavoro/tutela della salute che per decenni ha contrapposto le ragioni dell’ambiente con quelle dello sviluppo e dell’occupazione.

La magistratura avvia procedimenti tampone che possono pure destare qualche perplessità: l’ultimo provvedimento ha visto i giudici nominare Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, custode e amministratore delle aree e degli impianti sotto sequestro e al posto del commercialista nominato dal Gip per i compiti amministrativi. Dunque il padrone della fabbrica, che in questi anni ha fatto poco o nulla per la rigenerazione dello stabilimento, dovrà controllare la sua messa in sicurezza. Controllore e controllato coincidono.

Le ultime notizie sono queste: “Il tribunale ha disposto che «I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti».

Secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, «La conferma del sequestro anche se con diritto d’uso e degli arresti dei proprietari dell’azienda conferma l’impianto accusatorio del grave inquinamento ambientale causato dall’impianto. La strada tracciata dal Tribunale del Riesame è quella che prevede un forte e rapido ammodernamento degli impianti che per Legambiente deve avvenire attraverso una nuova Aia, che obbligherebbe l’azienda a procedere agli interventi. Gli atti d’intesa firmati negli anni scorsi a Taranto tra l’Ilva e le Istituzioni locali e nazionali ci hanno, infatti, insegnato che con l’azienda il gentleman agreement, come dimostrano le dichiarazioni di ieri di Ferrante, non funziona e che l’Ilva intraprende azioni per diminuire le proprie emissioni inquinanti solo se costretta. Non bastano le quattro modifiche impiantistiche di cui si è parlato ieri nella riunione tra enti locali e azienda, ma a nostro parere, come già ribadito con le nostre osservazioni inviate al ministro dell’ambiente Corrado Clini subito dopo la riapertura del procedimento di Aia dello scorso marzo, sono 26 i punti sostanziali e irrinunciabili da adottare nell’impianto e nelle pratiche operative per ridurre efficacemente le emissioni»“.

Così descrive la situazione l’Associazione Antimafie Rita Atria: “Non dimentichiamo che la prima denuncia è del 1965, la prima manifestazione ambientalista del 1971, la città è dal 1991 è “area a elevato rischio ambientale”, la prima condanna in tribunale per “getto di polveri” è del 1982 (quindici giorni di reclusione per il direttore dell’allora Italsider), la prima condanna per Emilio Riva arriva per i “parchi minerali” nel 2002, nel 2007 Emilio Riva e suo figlio Claudio furono anche interdetti dall’esercizio dell’attività industriale, e fu loro inibita la possibilità di contrattare con la pubblica amministrazione. Davanti a questa realtà le Istituzioni non hanno saputo tutelare i cittadini, non hanno saputo imporre il rispetto della legalità e del diritto. …

Riteniamo, pertanto, gravissime le dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola sull’ambientalismo isterico che consideriamo offensive e dannose. Il Presidente Vendola, così come molti altri esponenti istituzionali, dovrebbe chiedere scusa alla città e all’Italia intera per i ritardi e le omissioni istituzionali. L’azione di questi anni dell’associazionismo merita di essere ringraziato e sostenuto, a partire dall’Associazione PeaceLink il cui Presidente, prof. Alessandro Marescotti, è stato oggetto la settimana scorsa di una provocatoria contestazione durante il suo intervento ad un convegno pubblico. Le associazioni ambientaliste hanno, in questi anni, svolto i compiti di tutela pubblica e di analisi ambientale che spettavano alle Istituzioni. E dal mondo ambientalista è venuta l’unica proposta di progetto di bonifica dell’area e che salverebbe anche i posti di lavoro. Dimostrazione che il cosiddetto “ricatto occupazionale”, di cui in questi giorni si sono fatti portavoce alcuni politici locali e nazionali, gran parte della stampa locale e nazionale (comprese trasmissioni di quello che dovrebbe essere “servizio pubblico”) e, purtroppo, alcuni sindacalisti è falso ed è solo un favore alla proprietà e a chi non vuole un futuro migliore per Taranto: in tutta Europa esistono esempi di riconversioni industriali e, anche, di poli siderurgici che non mettono a rischio la salute pubblica e l’ambiente. Sono questi gli esempi che Taranto deve seguire, smontando tale ricatto e costruendo un avvenire dove l’aria possa tornare pulita e i cittadini non debbano vivere con il timore di ammalarsi o di vedere nascere figli già condannati”.

PeaceLink, associazione ambientalista con base proprio a Taranto, è da anni in prima linea per combattere una battaglia tanto vitale quanto difficile. Scriveva qualche giorno fa Lidia Giannotti per Peacelink:” Si è fatto in modo che i molti processi penali per inquinamento (a partire dal 1982) e le sentenze di condanna (a carico dell’Italsider prima e poi della società della famiglia Riva) non destassero clamore, infischiandosene del perpetrarsi dell’inquinamento, di nuovi reati e dell’evidenza di effetti sempre più devastanti per la popolazione.

Oggi che c’è più attenzione, si prova a far passare l’idea – folle – che la malattia dipenda dalla fotografia che ne è stata fatta e dal chirurgo (le associazioni che si sono adoperate in questi anni e i magistrati, intervenuti a tutela della legalità e della salute di tutti).

Ma alcune dichiarazioni e reazioni, che evitano accuratamente di parlare della città e delle vittime – quasi come al cospetto di una fanciulla offerta in sacrificio e riemersa all’improvviso dal mare – sono di ottusa e grottesca cecità.

Come proprio molti politici amano ripetere, sono dichiarazioni che offendono una seconda volta i morti e gli ammalati, i sempre più bambini con tumori infantili (il picco aumenterà a lungo e si fermerà solo dopo il 2020), le donne la cui vita ha significato passare da un capezzale all’altro, gli operatori economici le cui attività sono state spazzate via, i cervelli in fuga da un territorio il cui destino è sempre stato deciso altrove. Sono dichiarazioni che rispecchiano un’irresponsabilità dimostrata per anni e che non prospettano niente di buono per nessuno.

Sarebbe meglio, piuttosto, portare rispetto a chi ha sofferto e mettersi a lavorare sul serio, per il presente e il futuro di questi duecento mila cittadini.

Così facendo, si eviterebbe di prendere in giro anche il resto degli italiani, minacciato quasi ovunque ormai da rischi ambientali e sanitari atroci e spesso evitabilissimi, a condizione di adottare comportamenti sani e innanzitutto leciti – si ricorda che chi non esprime solidarietà alle vittime a volte solidarizza con chi è accusato di aver addomesticato i controllori – e di effettuare investimenti in tecnologie moderne che salvaguardino la persona. Tutto questo può avvenire solo in un contesto di politiche serie, trasparenti e lungimiranti”.

Un’acciaieria ubicata nel centro di una città popolosa è un non senso che testimonia come non possiamo impartire nessuna lezione ambientalista ai paesi inquinanti. Prima di dare lezioni guardiamo in casa nostra .

FONTE : http://www.unimondo.org/Notizie/Ilva-di-Taranto-il-fallimento-politico-e-industriale-dell-Italia-136490

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, INGIUSTIZIE, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, opinioni, politica, sociale, società

Lettera a Paolo Borsellino


L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire ” Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Palermo, 19 luglio 2012

fonte : http://www.centrostudisao.org/2012/08/01/la-lettera-di-roberto-scarpinato-a-paolo-borsellino/

Pubblicato in: abusi di potere, antifascismo, CRONACA, INGIUSTIZIE, magistratura, MALAFFARE, politica, società, strage di Bologna, violenza

Ricordi di una Strage


Il Comune e l’Associazione parenti delle vittime lanciano un sito con l’obiettivo di raccontare le storie di chi ha vissuto quel tragico 2 agosto 1980.

Dalla lapide al blog collettivo, dalle manifestazioni di piazza agli hashtag online, la commemorazione di eventi del passato passa sempre più dalla rete.
Lo scorso anno la rete civica Iperbole del Comune di Bologna aveva invitato gli utenti a condividere su Twitter e Facebook un ricordo della strage di Bologna. Accompagnate dall’hashtag #ioricordo, erano arrivate decine di testimonianze di parenti delle vittime, di sopravvissuti, ma anche semplici di bolognesi che si trovavano a pochi metri dalla stazione il 2 Agosto 1980.
In occasione del 32esimo anniversario della strage, Iperbole rilancia il progetto con unTumblr che intende aggregare tutte le testimonianze condivise l’anno scorso e quelle che ancora oggi continuano ad arrivare. Un modo per sottrarre alla velocità della rete i migliori contributi e provare a costruire una memoria dal basso di uno degli eventi più tragici della storia italiana recente.

http://dueagosto.tumblr.com/tagged/vittime#.UBo-Z2E0OfU

Maria insieme ad Angela, la figlia di soli 3 anni, aspetta nella sala d’attesa. Stava partendo con due amiche, Verdiana e Silvana, per una vacanza sul lago di Garda. Angela è la vittima più piccola della strage. I resti di Maria furono furono riconosciuti solo il 29 dicembre. A casa Fresu, a Gricciano di Montespertoli, rimangono i genitori di Angela e i suoi sette fratelli. Il nonno Salvatore ricorda la sua nipotina Angela: “Voleva sempre venire sul campo con me, in trattore”.

ANGELA FRESU (3 anni)

MARIA FRESU (24 anni)

il #2agosto la mia nonna era nella sala d’attesa.Persone accanto a lei sono morte,lei è qua.Da quel giorno ha i capelli bianchi come la neve (Luca Ghinelli)

Giuseppe e Antonio, due fratelli, due compagni di giochi e lavoro. In vacanza a Rimini conoscono tre ragazze straniere e decidono di accompagnarle a Bologna a prendere il treno.Ricorda Antonio: “[…]e così siamo arrivati sul primo binario dove c’era proprio un treno che partiva per Basilea. Noi eravamo sulla destra delle sale d’aspetto, lontano dai vagoni, e per avvicinarci ci siamo avviati verso sinistra. Giuseppe camminava in fretta, andava sempre di corsa lui. Io invece mi sono fermato e voltato indietro per aspettare un nostro amico che camminava lentamente. A quel punto ho sentito un gran botto, poi sono svenuto e non ho visto più niente. Mi sono svegliato per terra, fuori della stazione, e mi hanno portato all’ospedale perché avevo la testa rotta. Giuseppe non l’ho visto fino alla sera, quando ho saputo che era morto”.

GIUSEPPE PATRUNO (18 anni)

Da wikipedia:

La strage di Bologna, compiuta sabato 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Come esecutori materiali furono individuati dalla magistratura alcuni militanti di estrema destra, appartenenti ai NAR, tra cui Giuseppe Valerio Fioravanti.

Alle 10.25 di 32 anni fa, alla stazione di Bologna un ordigno esplose causando la morte di 85 persone inermi, colpite in modo barbaro dal terrorismo di destra e successivamente dai depistaggi dei nostri servizi di sicurezza.

La bomba era composta da 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta “Compound B”, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile).
Faccio completamente mie le parole di Mario Calabresi (La Stampa, 31.7.2010):

“I morti delle stragi italiane sono vittime quattro volte e per questo è difficile per i loro parenti e per tutta la società farsi una ragione di questa tragedia collettiva. Sono vittime della bomba: hanno perso la vita e non c’era nessun motivo perché ciò accadesse, non avevano scelto di fare lavori pericolosi, di esporsi al rischio in nome di una causa, di un’ideale o per difendere le Istituzioni, non avevano nemici ma la sola colpa di trovarsi casualmente nel posto sbagliato.

Lapide alla stazione di Bologna
I morti di Bologna avevano la colpa di partire per le vacanze. Sono vittime dell’oblio: ricordiamo alcuni nomi dei caduti negli Anni di Piombo ma non quelli di chi ha perso la vita nelle stragi. Troppi nomi negli elenchi, così il Paese a malapena ricorda il numero degli uccisi. Sono vittime dell’ingiustizia: anche dove sono arrivate le sentenze e le condanne non è stato completamente ricostruito il perché della strategia stragista, mancano ancora tasselli a raccontare ragioni e connivenze. Sono infine vittime di una violenza continua, che è quella compiuta da chi non smette di inquinare la memoria tentando di riscrivere ogni anno la storia (appena scoppiata la bomba, il Presidente del Consiglio di allora, Francesco Cossiga, attribuì la strage allo scoppio di una caldaia, sita nei sotterranei della stazione, ndr).

Tutto questo non ci permette davvero di fare i conti con il dolore e con la rabbia mentre le foto sbiadiscono e la memoria rischia di fare la stessa fine. Avevo dieci anni quando scoppiò la bomba alla stazione e oggi provo ancora la stessa sensazione di quella sera in cui, nascosto dietro il divano per non farmi vedere da mia madre che mi aveva già mandato a letto, ascoltavo il telegiornale: incredulità. Una perdita di equilibrio verso qualcosa che non poteva essere immaginato e compreso per la sua gratuità e la sua bestialità”.

La vicenda giudiziaria della Strage di Bologna si è chiusa con la condanna all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, mentre l’ex capo della P2 Licio Gelli, l’ex agente del SISMI Francesco Pazienza e gli ufficiali del servizio segreto militare Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte vennero condannati per il depistaggio delle indagini.

Il 9 giugno 2000 la Corte d’Assise di Bologna emise nuove condanne per depistaggio: 9 anni di reclusione per Massimo Carminati, estremista di destra, e quattro anni e mezzo per Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, e Ivano Bongiovanni, delinquente comune legato alla destra extraparlamentare. Ultimo imputato per la strage è Luigi Ciavardini, con condanna a 30 anni confermata nel 2007.

Sono immerso da mesi nella lettura – matta e disperatissima – di saggi, libri, paper, relazioni, Considerazioni Finali degli anni Settanta, al fine di completare con lo storico Sandro Gerbi un saggio dedicato alla figura di Paolo Baffi, Governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979.

Quando Baffi e Bankitalia tutta subirono il vile attacco giudiziario nel marzo 1979, il giudice istruttore del tempo era Antonio Alibrandi, il quale non nascondeva il suo orientamento politico. Non a caso il figlio, Alessandro Alibrandi (poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1981) era un militante dei NAR – Nuclei Armati Rivoluzionari – gruppo eversivo di destra, che per la magistratura è il gruppo responsabile dell’esecuzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Ogni anno, come scrive Mario Calabresi, in occasione del 2 agosto, siamo costretti a leggere dichiarazioni farneticanti dei condannati con sentenza definitiva come Valerio Fioravanti. Stiamo parlando dello stesso Fioravanti che festeggiò con Francesca Mambro l’assassinio del giudice Mario Amato – che indagava come il giudice Occorsio sui NAR – con ostriche e champagne.

Il nostro codice di procedura penale prevede in luogo dell’ergastolo, la detenzione di 30 anni. Fioravanti ha scontato la sua pena, ma continua a parlare a vanvera offendendo chi ha perso un figlio, un padre, un fratello. Un Paese civile che prevede nella Costituzione la rieducazione del condannato deve però far rispettare almeno l’impegno al silenzio da parte di efferati eversori.

P.S: per approfondimenti, consiglio la lettura di Riccardo Bocca, Tutta un’altra strage, BUR Rizzoli

Strage di Bologna: ricordare per la democrazia

Messaggio del Presidente della Repubblica Napolitano a 32 anni dall’eccidio: “Il ricordo delle vittime innocenti del terrorismo consente di trasmettere il senso della libertà e della democrazia”. Cancellieri: “Molti interrogativi restano senza risposta”.

“Nel trentaduesimo anniversario della strage rivolgo il mio pensiero commosso alleottantacinque vittime di quel vile atto terroristico e agli oltre duecento feriti, rimasti indelebilmente segnati dall’orrore di quella mattina, e sono vicino ai famigliari delle vittime e dei feriti”. E’ quanto scrive il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato al Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi.

 

2 Agosto, Raisi contro Bolognesi: «È un abusivo»
Il deputato di Fli attacca il presidente dei familiari: «Non ha titoli per stare nell’associazione»

L’AMACA di Michele Serra
Basta avere perso la suocera per considerarsi a pieno titolo parente delle vittime di una strage? Sembra Achille Campanile, puro umorismo nero, è invece la cronaca politica di questo pazzesco Paese, nel quale uno dei condannati per la strage di Bologna (il serial killer Giuseppe Valerio Fioravanti) e un deputato di destra non convinto della sentenza (Raisi) accusano il presidente dell’Associazione delle vittime di non essere legittimato a quel ruolo perché in quella mattanza ha perduto solamente la suocera…
Ridere e piangere per la stessa notizia è cosa che capita sempre più spesso. Non sai se siano la vergogna o il ridicolo, l’ira o l’ilarità a garantire il miglior esito ai tuoi sentimenti. Nel dubbio, preferendo non fare domande a Fioravanti, è al deputato Raisi che chiediamo di chiarire meglio la sua posizione stilando una graduatoria che consenta ai parenti delle vittime di tutte le stragi di legittimarsi. È sufficiente perdere la moglie? Un figlio può bastare? E quanti punti in meno valgono, secondo Raisi, un cognato, un cugino? E un partner molto amato, ma non sposato regolarmente, vale, quanto a gravità del lutto, come un coniuge regolare, o la Chiesa metterebbe il veto?

In occasione del trentesimo anniversario, la ricostruzione a fumetti dei fatti della strage alla stazione di Bologna. Con prefazione di Carlo Lucarelli, intervista di Gian Antonio Stella a Valerio Fioravanti e un contributo di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna.

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli

Come accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione dellastrage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, eValerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

FONTI :

http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/08/01/anniversario-della-strage-di-bologna-la-polemica-raisi-bolognesi-lamaca-di-michele-serra/

http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Bologna

http://www.rassegna.it/articoli/2012/08/2/90635/strage-di-bologna-ricordare-per-la-democrazia

http://www.linkiesta.it/bologna-strage

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2012/07/31/strage_bologna_tumblr_ricordo_online.html

http://dueagosto.tumblr.com/

http://www.beccogiallo.org/shop/edizioni-beccogiallo/31-la-strage-di-bologna.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/26/strage-di-bologna-il-vero-scandalo-nelle-parole-di-gelli/306727/

Pubblicato in: cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, OMOFOBIA, opinioni, sessismo, sociale, società, violenza

Confessioni di un “oppressore”


by 

Scrivo questo articolo dopo più di un anno che con Femminile Plurale avevo deciso di affrontare la questione femminile, per l’appunto, da un punto di vista maschile. Lo preciso perché questo tempo è dovuto necessariamente passare per permettermi di mettere a fuoco la questione senza cadere nella banalità della tolleranza o delle quote rosa. Sono un maschio bianco eterosessuale attorno ai trent’anni, lavoro, ho una compagna, sono economicamente indipendente. Ho tutte quelle caratteristiche che dovrebbero fare di me un perfetto predatore, un capobranco, un uomo che sostanzialmente non vive sulla sua pelle alcuna discriminazione e anzi, in linea teorica, è colui che mette in atto e gode dei più ampi privilegi sociali nel nostro paese. Eppure, nonostante tutto questo, provo un profondo disagio ad interpretare il ruolo che mi è stato assegnato e per cui sono stato educato, ad accettare che dire la mia sulla questione di genere voglia dire ricordarsi di mettere quote rosa un po’ dappertutto (salvo poi decidere sempre e solo tra uomini), riempire le mie mail di asterischi o ricordarmi di usare anche il femminile quando mi riferisco per iscritto a un gruppo di persone. Ecco, penso che la questione sia leggermente più complessa (anche dal punto di vista linguistico) e vada affrontata cercando di capire anche l’altra metà del cielo.

Per questo l’unico strumento teorico che mi sembra reggere per analizzare questa situazione è il concetto di violenza simbolica di Pierre Bourdieu, per il quale la violenza simbolica è quella violenza dolce “esercitata non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.”

 

Declinando il concetto sulla dominazione maschio-femmina il sociologo francese dice:

“Penso che la violenza simbolica si eserciti con la complicità di strutture cognitive che non sono consce, che sono delle strutture profondamente incorporate, le quali – per esempio, nel caso della dominazione maschile – si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne, per esempio. Ci sono molti studi di questo tipo: sulle maniere di parlare, sulle maniere di gesticolare, sulle maniere di guardare [a seconda dei sessi, e dei ceti sociali]. Nella maggior parte delle società, si insegna alle donne ad abbassare gli occhi quando sono guardate, per esempio. Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’ alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’ onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’ onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”; la parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei principi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche: le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ ordine maschile, ecc. Dunque, è sempre grazie a questa sorta di complicità [che l’ ordine si impone]…”.

Per tagliare corto sull’aspetto più teorico della questione, che comunque va indagato, come si viene educati a questo essere “dritti”? Come si cresce da maschi eterosessuali? Quale educazione sentimentale viene data?

Quello che sino ad ora sono riuscito a focalizzare è:

1. Apprendimento a polarizzare il giudizio sul mondo femminile e sulla sessualità in genere sull’asse puro/impuro. Da qui le mamme/spose/amanti ideali si contrappongono alle puttane in genere, che poi si declinano in vario modo. È importante notare come la relazione col sesso femminile in ambedue i casi sia comunque negata dato che il giudizio su di esso è sempre aprioristico.

2. Apprendimento del comportamento sessuale tramite la pornografia. Praticamente la quasi totalità dei maschi apprende i comportamenti sessuali tramite un’esposizione massicia a materiale pornografico che, in una società che nega l’educazione sessuale come materia scolastica, sono il primo e molto spesso unico modello anche banalmente pratico. Il mondo della pornografia, essendo in gran misura un mercato, tende a spettacolarizzare e ad estremizzare i comportamenti così da renderli più appetibili ai suoi pubblici.

3. Competizione intragenere. La sessualità, l’amore e il rapporto con il sesso femminile è quasi sempre vissuto in un contesto competitivo. L’importante sembra sempre essere “il più…” in qualcosa: il più bello, il più simpatico, il più intelligente o semplicemente quello col pene e le prestazioni più lunghe. Lo stigma di genere si semplifica proprio qui: avere un pene corto e/o un’eiaculazione precoce rappresentano il terrore di tutti i maschi.

4. Omofobia. Le forme di amore omossessuale sono fortemente stigmatizzate sin dalla più tenera età. Tra amici ci si offende per scherzo chiamandosi “frocio”, “finocchio”, “culattone” così tanto che nell’età adulta questi modi di dire sono difficilmente controllabili. Peggio ancora per quanto riguarda il riconoscimento dell’amore tra donne, il quale può inquadrarsi quasi sempre solo ed esclusivamente in un ménage à trois in cui l’uomo è, come sempre, padrone. Per le lesbiche nel senso comune maschile è prevista semplicemente la non esistenza.

5. Possesso della donna. In questo quadro il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei mia”, “l’ho posseduta” sono solo alcune forme linguistiche che chiariscono molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto sia educato l’uomo. La donna “si ha” e se è negata è legittimo toglierle la vita, romperla come un oggetto. Questo approccio deviato al rapporto con l’altro è socialmente accettato tant’è che l’omicidio passionale è solitamente visto come un eccesso di amore che sfocia nella pazzia.
Brendan Monroe, Headache

I tratti sopra descritti rappresentano certamente solo un’analisi parziale del problema ma sono i modelli culturali che a mio parere maggiormente influenzano la vita di un uomo. È importante capire chequesti comportamenti non sono “naturali” e “inevitabili”(giustificazioni tipiche di chi esercita una forma di violenza simbolica in un campo) ma congiunturali e socialmente determinati. L’uomo non vive serenamente questa educazione sentimentale sessocentrica e anzi la via dell’amore e dell’accettazione della propria sessualità è costellata di immani sofferenze e di tremende paure. È, per tornare a Bourdieu, il dominante che subisce la sua stessa dominazione, la sua stessa violenza, il suo stesso potere.

È arrivato il momento di affrontare con serenità e pazienza questo sistema di valori negativi che generano solamente l’infelicità delle persone, partendo dal fatto che la questione femminile si risolve solo se si risolve anche quella maschile, perché le soluzioni, i superamenti e le rivoluzioni o si fanno insieme o non si fanno. Solo così potremo sperare di lasciare ai nostri figli una società migliore e più felice e non solamente una finta rivoluzione sessuale.

(Per l’intervista completa a Bourdieu: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=388#4)

FONTE : http://femminileplurale.wordpress.com/2012/08/01/confessioni-di-un-oppressore/