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Iran, prima della rivoluzione: il look delle donne negli anni ’70


Dalle minigonne al niqab. Nel 1979 la ”rivoluzione islamica” cambierà per sempre usi e costumi dell’Iran. Un passo indietro per il paese, allora laico e filo-occidentale, dove le donne avevano appena conquistato la libertà, anche nel vestire. Lo dimostrano le copertine delle riviste di moda, raccolte da Bored Panda, in netto contrasto con i dettami del Corano imposti oggi per quanto riguarda capelli, collo e braccia che devono essere obbligatoriamente coperti.

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Foto del passato, di almeno quarant’anni fa, raccontano le ragazze cover che hanno vestito il sogno di altri tempi, mai più tornati

 

http://www.repubblica.it/esteri/2015/12/17/foto/irriconoscibile_iran_il_look_delle_donne_negli_anni_70-129608404/?ref=fbpe#1

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“Ogni volta che uccidono, mi chiedo se Dio esiste”..


Marcel Nadjari nel lager era nel Sonderkommando: era costretto a occuparsi dei deportati destinati alle camere a gas.

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Tredici fogli strappati da una quaderno, scritti nell’urgenza di raccontare l’orrore che stava vivendo e di cui era stato costretto a diventare anche parte attiva. I nazisti lo mettono nel Sonderkommando, quel gruppo di prigionieri che gestiscono lo ‘smaltimento’ dei deportati nelle camere a gas. Un compito terribile: accompagnarli alla morte, poi spostare i corpi, tagliare i capelli, raccogliere i denti d’oro e infine bruciare i resti.

Una testimonianza importante ritrovata per caso, nel 1980, da uno studente polacco che partecipava a uno scavo. Il documento, che era stato per ben 36 anni sotto terra, era molto rovinato, quasi illeggibile. Solo oggi, grazie alle nuove tecnologie e al progresso dell’informatica, gli scritti sono stati finalmenti tradotti, raccontando una delle pagine più atroci del campo di sterminio.

Ora la preziosa testimonianza viaggerà per le sinagoghe, per  trasmettere un pensiero di fratellanza e di solidarietà, soprattutto nel dolore.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/11/23/news/aushwitz_tradotte_lettere_di_un_deportato-181924063/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P1-S1.4-T1

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Roma, cento sagome bianche per dire No alla violenza sulle donne


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Cento sagome bianche ognuna con affisso un foglio con la storia di una vittima di violenza. È l’installazione dal titolo “Senza parole” che fino al 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, verrà ospitata presso i Giardini di Piazza San Marco per iniziativa dell’Ugl.  Queste sagome hanno un grosso impatto, accanto alle sagome c’è la storia della donna che è stata uccisa, una storia tragica.

Sicuramente l’Italia ha fatto passi avanti importanti soprattutto dopo la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul, (Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli. È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione, seguito dai seguenti paesi nel 2015: Albania, Portogallo, Montenegro, Moldavia, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Finlandia, Spagna, Svezia). C’è stato un piano straordinario contro la violenza di genere con cui sono stati stanziati dei fondi.

Purtroppo  i finanziamenti  sono stati stanziati ma non erogati. Il governo li ha dati alle regioni, ma pochissime li hanno spesi, oppure li hanno spesi per qualcos’altro.

In un paese come l’Italia, dove i centri antiviolenza sono troppo pochi – molti meno di quelli di cui ci sarebbe bisogno stando anche alle indicazioni del Consiglio d’Europa, vale a dire uno ogni 10mila abitanti,  c’è bisogno di maggiori finanziamenti, e c’è bisogno soprattutto di un monitoraggio costante dopo lo stanziamento.

Di fronte a un’opinione pubblica finalmente più attenta alla violenza contro le donne, i centri antiviolenza non sono mai stati così depotenziati, pochi, a rischio chiusura.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/11/23/foto/roma_cento_sagome_bianche_per_dire_no_alla_violenza_sulle_donne-181931490/1/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S3.4-T1#1

 

http://www.ingenere.it/articoli/buco-nero-fondi-antiviolenza

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Rifiuti tossici, ecco come si muove il turpe traffico


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Falsificare è la via maestra. Analisi chimiche, documenti, bolle di accompagnamento, formulari, dati informatici e tutto quanto possa essere falsificato. Così che rifiuti tossici si ritrovino magicamente declassati a “non pericolosi” e possano finireletteralmente – dappertutto. La sporca macchina del traffico dei rifiuti funziona in modo apparentemente semplice, ma è complessa, articolata, dev’essere capillare e i professionisti del “settore” l’hanno monopolizzata e condizionata a colpi d’illegalità. Anche i passaggi sono semplici: qualcuno fa attività di brokeraggio (spesso fino a oggi le mafie), propone cioè alle aziende di smaltire a prezzi ribassatissimi i rifiuti pericolosi (che se eliminati legalmente avrebbero costi alti e procedimenti lunghi) e infine fornisce il servizio “tutto compreso”.

Risultato? Un vero e proprio avvelenamento dell’ecosistema. Del resto le contaminazioni trovate durante anni e anni di attività investigative, sempre in mezza Italia, hanno svelato alte concentrazioni di metalli pesanti, alcuni dei quali cancerogeni, bioaccumulabili e bioassimilabili. Quindi capaci di entrare nel ciclo alimentare dell’uomo attraverso suolo, piante e animali.

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/come-si-sversa

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LEGGI E LEGGINE MA I DIRITTI MAI


23 novembre - Leggi con cura emanate... e non che son sbagliate!.jpg

Ogni giorno in Italia vengono scritte 21 pagine di nuovi provvedimenti normativi. Se  raccolti in un unico libro, il testo complessivo sarebbe composto da oltre 14,2 milioni di caratteri. Un’opera approvata con tempistiche differenti sul territorio, di cui cittadini e contribuenti  protagonisti quotidiani.

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Amianto sulle navi italiane


 

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Uno scandalo rimosso da istituzioni, opinione pubblica e organi di informazione.

E’ di 600 morti per tumore il bilancio, verosimilmente per difetto, dell’amianto sulle navi della Marina Militare Italiana. Eppure questo scandalo, così come quello delle morti per l’uranio impoverito, continua a essere rimosso dalla coscienza dell’opinione pubblica, trascurato dalle istituzioni e dai media.

Per anni migliaia di marinai hanno lavorato e vissuto in ambienti imbottiti d’amianto, si sono ammalati di mesotelioma pleurico, una particolare forma di tumore che può rimanere latente per quattro decenni, ma che non lascia scampo quando decide di risvegliarsi.

Sono 600 le vittime già accertate, ma si stima che il picco dei decessi arriverà intorno al 2020.

Parlare di amianto in Italia significa fare i conti con cronologie che mettono a nudo le responsabilità e ridicolizzano ogni giustificazione. Il primo studio che collega il cancro all’inalazione delle fibre di amianto è del 1906: è lo scienziato inglese H.M. Murray a evidenziare il rapporto di causalità fra asbesto e tumori.

In ambiente militare la relazione fra amianto e asbestosi risale al Primo Dopoguerra, quando il governo statunitense, messo di fronte a un considerevole numero di malattie asbesto-correlate, opta per il risarcimento economico delle vittime o delle famiglie vista l’impossibilità di smantellare il materiale dalle imbarcazioni della U.S. Navy.

In Italia, il minerale è stato messo al bando da una legge statale nel 1992, ma le flotte continuano a navigare con i loro equipaggi e con il loro carico letale ed è per questo che ufficiali e marinai continuano ad ammalarsi. Dopo la messa al bando dell’amianto, la Marina Militare ha investito più sulla dotazione militare della navi che sulla loro messa in sicurezza. Soltanto nel 2000 sono state varate le prime navi realmente asbestos free.

La Marina Militare era a conoscenza dei pericoli per la salute sin dalla fine degli anni Settanta, l’allarme del Ministero della Sanità risale al 1986, ma soltanto l’inchiesta giudiziaria del 2003 ha dato una scossa inducendo la Difesa ad accelerare i tempi delle bonifiche.

http://www.ehabitat.it/2017/10/18/amianto-navi-italiane-libro-emergere-verita-nascoste/

 

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Tasse per i robot, reddito universale per l’uomo


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Ci imitano nell’aspetto, sono sempre più autonomi e ci stanno lentamente sostituendo nel mondo del lavoro. A questo punto, se parità dev’essere, lasciamo almeno che i robot paghino le tasse; o meglio, tassiamo le aziende che li impiegano. La proposta arriva, un po’ a sorpresa, da un convinto sostenitore dello sviluppo tecnologico: niente meno che Bill Gates.

Il provvedimento servirebbe a rallentare l’automazione del lavoro, in un momento in cui questo fenomeno sta causando un deficit di impiego al quale non abbiamo ancora imparato a far fronte. Non sarebbe un modo di penalizzare l’industria, che dovrebbe pagare lo stesso quelle tasse se il lavoratore assunto fosse umano.

L’idea non è del tutto nuova: anche in sede europea si è discusso, qualche giorno fa, di una proposta di legge per tassare i possessori di robot e finanziare così corsi di formazione per coloro che, per colpa delle macchine, restano senza lavoro.

Elon Musk ( amministratore  Exploration Technologies Corporation), propone una diversa soluzione: un reddito minimo garantito per tutti gli umani, proprio in vista di un futuro in cui il lavoro occupi una parte sempre minore nelle nostre vite, a causa dell’automazione. Per Musk, la crisi economica generata dall’avanzata delle macchine renderà socialmente accettabile l’idea che tutti ricevano un sussidio governativo.

 

https://www.focus.it/tecnologia/innovazione/tasse-per-i-robot-reddito-universale-per-luomo

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Diritti dei bambini.


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 In Italia cresce la povertà minorile

Carenza di cure sanitarie adeguate, condizioni abitative non idonee, alimentazione non corretta: ecco cosa significa per un bambino essere povero in un paese come l’Italia.

A questo si sommano anche la mancanza di accesso a luoghi di svago, a un’istruzione di alto livello, a una protezione sociale e di inclusione. La crisi economica ha impoverito le famiglie, la politica non ha saputo garantire questi diritti ai minori. Per questo oggi in Italia la povertà minorile continua a crescere: in termini reali si parla di 2.297.000 minorenni in povertà relativa e 1.292.000 in povertà assoluta.

In questa disastrata Italia è sempre più difficile dare un minimo di vita decente ai nostri figli.
Purtroppo lo Stato repubblicano si preoccupa di rispettare i parametri economici ed i trattati europei, ma dimentica però che la prima preoccupazione dovrebbe essere quella di proteggere i bambini, che sono i più deboli e che rappresentano il futuro del nostro Paese.

 

https://www.osservatoriodiritti.it/2017/11/20/diritti-dei-bambini-negati-giornata-mondiale-infanzia-adolescenza/

 

http://www.italiareale.it/rassegna/in-italia-cresce-la-povert%C3%A0-minorile

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Quanti terremoti ci sono stati in Italia quest’anno?


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Il totale degli eventi sismici con una magnitudo superiore a 2 gradi della scala Richter sono stati da gennaio a oggi ben 4410. Più di dieci al giorno. Nella lista, viene registrata ogni scossa separata dalle altre e ci sono anche sismi su faglie collegate alle nostre benché fuori dai confini nazionali, come il terremoto in Svizzera del luglio scorso. Se vi sembrano tanti, tenete presente che l’anno scorso, il 2016, l’anno dei disastri di Amatrice e delle Marche, i terremoti furono più del doppio: addirittura 10725. Due anni fa, nel 2015, si scende invece a meno di 2500 eventi. I terremoti con una forza superiore ai 4 gradi, come la scossa di Fornovo, sono molti di meno: quest’anno 25, di cui 6 fuori dai confini nazionali. Più o meno due al mese. E però l’unica scossa a fare morti, quella di Ischia del 22 agosto, non soltanto è stata una scossa isolata, ma aveva una magnitudo più bassa, 3,6 gradi Richter.

http://www.lastampa.it/2017/11/20/societa/quanti-terremoti-ci-sono-stati-in-italia-questanno-x40JrVa25BYsyrpOeEAJaL/pagina.html

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I tram di Milano compiono 90 anni. Dal 1927 uguali a se stessi.


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Era il 20 novembre 1927 quando il prototipo fece il primo viaggio per la città, immatricolato con il numero 1501. Il secondo, il 1502, iniziò a circolare l’anno successivo, da qui uno dei nomi, e dal 1929 la produzione si fece massiccia: in totale 502 esemplari. Il modello era americano, il tram «a carrelli», appunto, ideato da Peter Witt; la costruzione, tutta italiana, anzi milanese; la robustezza, subito leggendaria, letteralmente a prova di bomba. Infatti dei moltissimi tram che furono danneggiati dai raid alleati della Seconda guerra mondiale, tutti furono poi rimessi in servizio, tranne uno, uno solo, l’unico centrato in pieno, quindi interamente sventrato e solo per questo giudicato irrecuperabile: era il numero 1624.

Dei «Ventotto» ce ne sono ancora 125 in giro per la rete di Milano, alla velocità massima di 42 chilometri all’ora, quasi sempre pieni benché assai capienti: 29 posti a sedere, 101 in piedi. In nove decenni, hanno cambiato più volte livrea esterna e e arredi interni, e ovviamente sono stati più volte revisionati e ammodernati: ma sono ancora loro, ormai simbolo irrinunciabile, icona cittadina, bandiera su rotaia. C’è perfino il tram ristorante, dove cenare girando in lungo e in largo per Milano.

Non solo: hanno conquistato anche il resto del mondo. Dall’altra parte del globo, i «Ventotto made in Milano» servono sulla linea F di San Francisco. Quando nel 1983 nella città californiana fu organizzato un festival del tram. la vettura spedita da Milano piacque talmente che ne furono ordinate altre, tuttora in servizio. Insomma, un prodotto inventato dagli americani che gli italiani fanno meglio e riesportano negli States, un po’ come certi jeans di marca. Nel frattempo, per la città continuano a scarrozzare, facendo il loro tipico baccano, i «Ventotto»: e, nonostante i modelli più «giovani» e magari più confortevoli, confessiamo che continuiamo a preferirli.

 

http://www.lastampa.it/2017/11/19/societa/i-tram-di-milano-compiono-anni-iDYZJ3eTgUsAQBwxWgqVFL/pagina.html

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Luci e ombre


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Una delle figlie di Riina per salutare il padre ha pubblicato su Facebook la foto di una rosa. Ma l’immagine è in bianco e nero. E la rosa appare nera.

Nella luce, al contrario, sono vissuti molti di coloro che per la spietata volontà di Riina hanno lasciato questa terra. Non sono più con noi, eppure vivono. Sono magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, politici. Italiani, con la “i” maiuscola. Sono loro gli eroi, lo sono diventati vivendo da anti-eroi, facendo il loro lavoro ogni giorno, fino in fondo, pagando il prezzo più caro, non tradendo la loro coscienza.

Si chiamano Giovanni, Paolo, Cesare, Rocco, Gaetano, Ninni, Boris, Carlo Alberto, Mario, Piersanti, Pio, e tanti, tanti, tanti altri. Troppi. Anche per questo la loro luce è grande e vive, vivrà, nei cuori e nelle menti dei giusti di oggi e di domani, che continueranno a difendere la legalità e la comunità dalla prepotenza parassitaria di tutte le mafie.

Pure delle mafie più nuove, qualunque sia il luogo che hanno deciso di infestare con i loro traffici e con le loro “regole” fuorilegge. Quelle che minacciano i giornalisti e, se capita, li picchiano. Quelle che fanno finta di fare del bene ad alcuni e invece mettono i poveri contro altri poveri, inquinano l’economia con i loro soldi sporchi di sangue e di usura, ingrassano con la droga che rovina famiglie e generazioni. Forse pensano di poter “crescere”, di diventare mafie potenti e temute come quella di Riina. Speriamo di no. In ogni caso, resteranno al buio. E non riusciranno a spegnere quella luce.

 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/morte-toto-riina-ecco-i-nomi-giusti-oggi-da-dire

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Com’è cambiata la Terra in 20 anni.


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Osservata dall’alto per vent’anni la Terra sembra respirare. Appare quasi come un organismo vivente che reagisce ai mutamenti climatici, si adatta, assume nuove forme, muta la diffusione delle entità biologiche che la abitano. È davvero straordinario il video che la Nasa ha messo online questa settimana: un filmato che condensa in 2’30” le immagini scattate dai suoi satelliti dal settembre 1997 al settembre 2017.

Oggi viviamo in un mondo diverso da quello di vent’anni fa, la Terra si evolve in continuazione e continuerà a farlo in futuro, anche con modalità che non ci piaceranno per nulla. Le calotte polari si allargano e si ritirano con le stagioni, ma nel tempo sono diventate più piccole. Nell’emisfero Nord la primavera comincia prima e l’autunno dura più a lungo. Sul mare i colori blu, verde, rosso e viola indicano l’abbondanza o la carenza di pesce. Tra il 1997 e il 1998 l’oceano Pacifico è solcato da una vistosa linea verde, che evidenzia la accresciuta presenza di alghe e di organismi biologici dovuto all’eccezionale attività del Nino, la corrente calda che si alterna alla Nina, più fredda. Lo stesso fenomeno è evidente sul lago Erie, rosso e giallo per un’anomala presenza di alghe.

 

http://www.lastampa.it/2017/11/18/societa/com-cambiata-la-terra-in-anni-lo-svela-un-video-della-nasa-31KRFF58vhaOuThXU0oB4I/pagina.html

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Il denaro “sporco”.


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Lavaggio di denaro? Non è così semplice.

Negli anni ’20, in tempi di proibizionismo, il denaro illecito negli Usa proveniva dagli alcolici di contrabbando, e per riciclarlo le bande criminali aprivano catene di lavanderie, all’epoca un business.

Oggi il denaro “sporco” arriva soprattutto da traffico di droga, attività mafiose, vendita di armi, eccetera. A questo scopo, attraverso l’apertura di società e conti correnti in Paesi che garantiscono anonimato (dalla Svizzera al Lussemburgo, ai vari paradisi fiscali tropicali), il denaro subisce passaggi attraverso bonifici elettronici che ne confondono sempre più le tracce, fino a tornare nel Paese di origine per essere re-investito in attività legali: alberghi, ristoranti, bar, società immobiliari, supermercati e attività produttive di vario genere.

Il solo traffico di droga, nel mondo, secondo alcuni studi, genera denaro per circa 500 miliardi di dollari all’anno, quanti ne fa il mercato del petrolio. Una quantità in grado di alterare l’economia, generando attività produttive molto più concorrenziali di quelle finanziate con denaro lecito e contemporaneamente minacciando la stabilità dei sistemi grazie al suo potere di corruzione delle autorità.

 

 

https://www.focus.it/comportamento/economia/cosa-significa-ripulire-il-denaro

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Le mani di Riina, macchiate del sangue dei migliori uomini dello Stato e della società civile.


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“La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità. Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti”.

ROSY BINDI – presidente della commissione parlamentare antimafia,

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“Non gioisco per la sua morte,  ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato. Per quello che è stato il suo percorso mi pare evidente che non abbia mai mostrato segni di pentimento. Basta ricordare le recenti intercettazioni in cui gioiva della morte di Giovanni”. (Riferendosi alle conversazioni registrate in carcere tra Riina e un compagno di detenzione in cui il capomafia rideva ricordando di aver fatto fare al magistrato “la fine del tonno”).

Maria Falcone.

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“Possono tirare un sospiro di sollievo i tanti potenti che in tutti questi anni hanno sempre temuto potessero venir fuori le verità indicibili su trattativa e stragismo del 1992-93: prima Provenzano e ora Riina sono morti senza parlare, portandosi nella tomba i terribili segreti di cui erano a conoscenza. La morte di Riina copre con una coltre di silenzio omertoso le malefatte di un’intera classe dirigente collusa con la mafia. Per non essere complice di quel silenzio, il popolo può e deve ribellarsi contro quella classe politica impunita, responsabile di una delle stagioni più buie della nostra storia”.

ANTONIO INGROIA – ex pm antimafia 

http://www.ansa.it/sicilia/notizie/2017/11/17/morto-riina-maria-falcone-non-gioisco-ma-non-perdono.-bindi-con-lui-non-muore-la-mafia_b87a7757-e681-42ab-968e-3322463f3f61.html

 

https://video.repubblica.it/cronaca/morte-riina-caselli-pezzo-crudele-della-nostra-storia-il-suo-arresto-fu-riscatto-democrazia/289911/290525?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P5-S3.4-T1

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Caos politico e amministrativo.


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Un Paese si regge su due basi, la politica e l’amministrazione. La prima stabilisce i fini, la seconda appresta gli strumenti. Se la politica vacilla, come accade da troppo tempo in Italia, a causa delle incertezze  ed inefficienze delle forze in campo, solo una buona amministrazione, attenta ai bisogni dei cittadini, può salvare il Paese dal declino.

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35 Anni Fa Rinasceva Pio La Torre, Eroe Della Sicilia Libera Dalla Mafia


35 anni il parlamento emanava la legge La Torre, con la quale si riconosceva per la prima volta il reale di associazione a delinquere di stampo mafioso. La legge porta il nome di Pio La Torre, coraggioso politico comunista che sfidò i corleonesi, all’epoca divenuti capi assoluti di Cosa Nostra.

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Dall’occupazione delle terre alla lotta alla mafia: si racchiude in questo itinerario politico, negli ultimi tempi approdato all’impegno pacifista, la vicenda umana e politica di Pio La Torre, ucciso a Palermo il 30 aprile 1982 anni con il suo collaboratore Rosario Di Salvo da Cosa Nostra. Il parlamentare era nato del capoluogo siciliano il 24 dicembre 1927.

La dura esperienza di vita orienta subito le scelte di La Torre, nato in una povera famiglia contadina nella borgata palermitana di Altarello di Baida, descritta da lui stesso come un ”paese lontano ” nel libro ”Comunisti e movimento contadino in Sicilia” ora ripubblicato, nell’anniversario del delitto, dagli Editori Riuniti. Nelle case non c’è ne l’acqua corrente ne la luce e perciò ”si studiava a lume di candela”. Giovanissimo, aderisce al Pci inseguendo un ideale di giustizia e di riscatto sociale. Tra il 1949 e il 1950 ètra i protagonisti del movimento di occupazione delle terre nella zona di Corleone.

Ma viene arrestato dopo uno scontro con la polizia che provoca tra i braccianti decine di feriti e sconta 18 mesi di carcere. E’ in una cella dell’Ucciardone che lo raggiunge la notizia della nascita del figlio Franco, ora impegnato nel volontariato in Palestina. Tornato in libertà, riprende un’intensa attività sia come dirigente del Pci sia come esponente della Cgil. L’impegno politico del ”comunista romantico”, come sarà definito in un libro di Cesare De Simone uscito in questi giorni, non gli impedisce di concludere gli studi universitari.
Nel 1961 si laurea in Economia e commercio mentre è consigliere comunale. Due anni dopo viene eletto deputato all’ Assemblea regionale. Come componente della commissione parlamentare antimafia firmerà assieme al giudice Cesare Terranova, deputato della sinistra indipendente pure assassinato nel 1979, la relazione di minoranza incentrata sui rapporti tra mafia e politica. ”Tale compenetrazione – scrive – è avvenuta storicamente come un risultato; cercato e voluto da tutt’e due le parti ”. Negli anni ’80 coglie e interpreta l’evoluzione della mafia che, sotto la dittatura di Totò Riina, mutua dal terrorismo non solo i metodi ma anche le strategie di attacco allo Stato e agli uomini delle istituzioni impegnati nelle inchieste più penetranti.

La Torre ripensa anche la strategia antimafia e punta a disarticolare il potere economico di Cosa nostra. Si fa perciò promotore di un disegno di legge, che sarà approvato solo dopo la sua morte e l’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che introduce nell’ordinamento penale il reato di associazione mafiosa e prevede la confisca dei patrimoni illeciti. Nel 1981 torna in Sicilia e subito dopo diventa segretario regionale del Pci. Ha appena il tempo di promuovere un vasto movimento pacifista contro l’ installazione dei missili Cruise a Comiso. Avvia la raccolta di un milione di firme, organizza marce e manifestazioni. Sostiene la nomina di Carlo Alberto Dalla Chiesa a prefetto di Palermo. Ma avverte anche il rischio di una forte esposizione e teme la saldatura tra forze oscure e poteri criminali. ”Ora tocca a noi”, confida a Emanuele Macaluso pochi giorni prima di essere assassinato. Da qualche tempo tiene in tasca una pistola: non farà in tempo impugnarla davanti ai suoi sicari.

 

https://www.ultimavoce.it/35-anni-rinasceva-pio-la-torre/

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La falsa sinistra


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Ormai la sinistra rappresenta solo  gli interessi degli ambienti degli affari, la proprietà privata dei mezzi di produzione e tutti i conservatorismi sociali, salvo che questi rischino di indebolire, con le reazioni che suscitano, il potere del denaro.  Cambia tutto affinché nulla cambi e non cede mai al sociale se il profitto è messo in causa.

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Miele: la produzione è disastrosa, colpa di clima e pesticidi


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Il 2017 non è stato un anno roseo per il miele italiano. Vari fattori inquinanti hanno determinato un sensibile calo della produzione e anche il futuro appare incerto. A influire negativamente c’è il fenomeno di avvelenamento degli apiari legati ad alcuni prodotti agricoli di sintesi chimica utilizzati nei campi. A ciò si aggiungono i mutamenti climatici: la primavera anticipata con temperature al sopra della media stagionale ha indotto una forte spinta produttiva delle api, interrotta bruscamente dalle gelate di aprile che hanno compromesso il raccolto di acacia, affamando le famiglie. La successiva siccità, che si è prolungata durante tutta l’estate, ha fatto il resto, compromettendo le produzioni estive.

Da Conapi arrivano i dati poco incoraggianti sul raccolto di quest’anno, con volumi in netta diminuzione rispetto alle medie del passato. I più colpiti sono i mieli di acacia, che registrano un meno 70% rispetto al 2015, anno considerato di media produzione, infatti, si è passati dalle 705 tonnellate di due anni fa alle 198 tonnellate attuali. Male, poi, la produzione di miele di tiglio dell’Emilia Romagna, che è quasi sparita, e di miele millefiori, che è diminuita del 20%, nonostante derivi da fioriture diverse e di conseguenza abbia più possibilità di essere raccolto.

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Tiene la produzione di miele di agrumi, di castagno e tiglio di montagna, perché ha risentito meno della siccità, mentre si è quasi azzerata quella di melata, cioè miele di bosco. I risultati definitivi del raccolto saranno completati alla fine dell’anno, ma si ipotizza una diminuzione complessiva di produzione del 70% rispetto alle potenzialità degli apiari in campo.

Dal mondo delle api traiamo solo benefici, eppure l’accumulo di pesticidi nell’ambiente e i cambiamenti climatici, nemici numero uno di questi insetti, non sembra preoccuparci più di tanto.

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http://www.lastampa.it/2017/11/16/scienza/ambiente/il-caso/miele-la-produzione-disastrosa-colpa-di-clima-e-pesticidi-eVX9eUD9OROiyFmoXmFZ7N/pagina.html

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Rivoluzione russa, cento anni fa Lenin prendeva il potere. Cosa rimane oggi


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Roma, 6 novembre 2017 – Solo un terzo dei russi sa cosa accadde tra il 7e l’8 novembre del 1917 secondo un recente sondaggio pubblicato dal portale ‘Russa Today’. Eppure fu proprio quello che avvenne cento anni fa a cambiare il corso della storia mondiale: la cosiddetta ‘Rivoluzione d’ottobre’ (per il calendario giuliano era il 25 ottobre) guidata da Lenin e Lev Trockij avrebbe infatti aperto la stada alla nascita di una super potenza. Mentre la Grande Guerra impazzava nel cuore dell’Europa e gli Stati Uniti stavano per diventare la nuova guida del mondo occidentale con l’ingresso nel conflitto al fianco di Inghilterra, Francia e Italia, a est infatti si gettavano i semi per la costituzione dell’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).

A febbraio del 1917 l’insurrezione di operai e soldati partita da Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo) aveva portato alla caduta della monarchia degli zar e alla costituzione dei primi ‘soviet’ (consigli elettivi dei rivoluzionari). Il governo provvisorio era passato a L’vov e Kerenskij, sostenuto dai menscevichi e socialrivoluzionari. Lenin, capo della sinistra rivoluzionaria, potè rientrare in patria, ma per tutta la primavera e l’estate dovette seguire gli eventi rimanendo nascosto perché anche il governo provvisorio ce l’aveva con lui. Anzi, dopo il fallito tentativo rivoluzionario di luglio, alcuni esponenti del partito, come Lev Trotsky, erano stati arrestati e gli altri uomini di spicco furono costretti a nascondersi.

Il leader dei bolscevichi però riteneva indispensabile non perdere l’occasione rivoluzionaria che si era venuta a creare e insisteva per la sollevazione armata. Cosa che avvenne, alla fine, il 24 ottobre del calendario giuliano. Così, mentre a Pietrogrado arrivavano i delegati del II Congresso dei Soviet, si attivarono i soldati, gli operai (che a differenza di febbraio erano armati e costituivano le cosiddette ‘guardie rosse’), i marinai della Flotta del Baltico. Tra la notte e il mattino seguente vennero occupati i punti chiave della città, e fu conseguito un agevole successo militare. Alle ore 10 Lenin poté proclamare il rovesciamento del governo e il passaggio del potere al Comitato militare-rivoluzionario, che due settimane prima era stato costituito in seno al Soviet di Pietrogrado per coordinare l’azione delle guarnigioni. La sera stessa gli insorti occuparono il Palazzo d’Inverno e arrestarono i ministri, mentre Kerenskij era già riuscito a lasciare la città.

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Contemporaneamente si insediò il Congresso dei Soviet, cui fu formalmente consegnato il potere conquistato con la rivoluzione. L’assemblea, dove siedevano 338 delegati bolscevichi su 648 complessivi, ratificò l’acquisizione del potere con una maggioranza dei tre quarti dei voti e fu così instaurato il nuovo Stato sovietico. I lavori del Congresso furono abbandonati dalla maggioranza dei menscevichi e dei socialrivoluzionari, che tuttavia subirono la scissione della propria ala sinistra che continuò a partecipare ai lavori e vide propri rappresentanti entrare a far parte del nuovo Comitato esecutivo centrale panrusso, presieduto prima da Kamenev e poi da Sverdlov, ma non del Consiglio dei commissari del popolo (Sovnarkom), eletto la sera del 26 ottobre e composto di soli bolscevichi guidati da Lenin. Lo stesso giorno il Congresso aveva promulgato il decreto sulla terra e quello sulla pace: il primo proclamava la confisca delle terre dei possidenti e la loro consegna ai comitati locali per la loro redistribuzione tra i contadini, mentre il secondo costituiva un appello a tutti i popoli belligeranti per una pace senza annessioni né indennità.

Diversa la situazione a Mosca, dove il 12 novembre i bolscevichi assaltarono a colpi di cannone il Cremlino occupato dai cadetti fedeli al governo provvisorio. Qui i danni furono ingenti. La Rivoluzione si estese subito dopo a gran parte dei territori dell’ex Impero russo, mentre i tentativi delle truppe regolari di riprendere la capitale fallivano. Già il 20 novembre Lenin iniziò i negoziati con gli austro-tedeschi per giungere a una pace separata. Le condizioni sfavorevoli (la Russia rinunciava a Finlandia, paesi baltici, Ucraina e Bielorussia) scatenarono poi diversi attentati terroristici e il conseguente ‘terrore rosso’, ma questa è un’altra storia. Oggi, di tutto quel capitolo, restano pochi avvenimenti organizzati a Mosca dal partito comunista russo (Kpfr) mentre il Cremlino ha scelto un profilo basso. D’altronde il presidente Vladimir Putin si è espresso chiaramente contro Lenin, che “ha messo una bomba a orologeria sotto la Russia”, pure definenendo la dissoluzione dell’Urss “la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo”.

 

http://www.quotidiano.net/magazine/rivoluzione-russa-1.3518001

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L’Inno di Mameli è ufficialmente l’inno d’Italia


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Roma – Con il titolo «Il canto degli italiani», l’Inno di Mameli, conosciuto universalmente come «Fratelli d’Italia», diventerà l’inno ufficiale della Repubblica italiana.

La commissione Affari costituzionali di palazzo Madama ha infatti appena approvato, in sede deliberante, il provvedimento che lo istituzionalizza.

L’Inno di Mameli fu scelto nel 1946 come inno nazionale provvisorio, ma da allora in poi nessuna legge lo aveva reso definitivo.

«La commissione ha votato il testo composto da un unico articolo che fissa i termini per lo spartito originale e le modalità di esecuzione di quello che conosciamo come “Fratelli d’Italia”», dice il senatore Roberto Cassinelli, relatore della proposta di legge. Per il parlamentare ligure «un passaggio fondamentale per colmare un vuoto giuridico. Inoltre, dal 2012 è previsto l’insegnamento dell’inno nelle scuole italiane e l’istituzione del 17 marzo quale “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera” in memoria della data della proclamazione a Torino, nell’anno 1861, dell’Unità d’Italia».

Goffredo Mameli scrisse “Il canto degli Italiani” il 10 settembre 1847, Michele Novaro lo musicò il 24 novembre dello stesso anno. Cantato a Genova durante una festa popolare per la prima volta, fu subito proibito dalla polizia. Dopo i moti del 1848 divenne il canto più amato del Risorgimento italiano e degli anni successivi all’unificazione.

Il 12 ottobre 1946, il Consiglio dei ministri coordinato da Alcide De Gasperi, autorizzò «provvisoriamente» l’uso dell’inno di Mameli come inno nazionale della Repubblica Italiana. In oltre 70 anni non è stato adottato alcun provvedimento ufficiale sull’inno nazionale, anche se nel tempo sono state presentate diverse proposte di legge.

 

 

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2017/11/15/ASvIrsoK-italia_ufficialmente_mameli.shtml

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Scuola, con la crisi cresce la disuguaglianza.


Per combattere le disparità sociali servono formazione, fondi. E istituti aperti alla città, capaci di costruire relazioni.

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La disparità si riscontra non solo  fra regioni, o fra quartieri di una stessa città, ma anche all’interno di uno stesso istituto: significa che l’abitudine a creare classi-ghetto contro sezioni di serie A per i figli eccellenti sia ancora troppo diffusa. Soprattutto a sud, per le elementari, e a nord est alle superiori. E visto che a condizionare l’inserimento in uno dei due binari è ancora il reddito, o la provenienza, e non la prospettiva di successo, crearli significa abdicare alla possibilità di invertire la rotta alla disparità.

Per intervenire nei tre nodi (apertura, relazioni, formazione) servono soldi. Ma nonostante gli ultimi  stanziamenti per l’Istruzione da parte del governo Renzi e l’aumento dei fondi europei, l’Italia resta in fondo all’elenco dei paesi Ue per spesa nell’educazione in percentuale al Pil. I tagli della riforma Gelmini del 2008 (otto miliardi di euro in meno in tre anni, dal 2009 al 2011) non sono ancora stati riassorbiti, anzi. Nello stesso periodo di crisi, altri Stati aumentavano gli investimenti nella scuola, a raggiungere il 5,3 per cento del Pil. In Italia, si scendeva al 4. È difficile non vedere correlazioni con il problema dei Neet e dei ragazzi scoraggiati. Bisogna invertire la rotta. Riportare la scuola al centro.

 

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/11/13/news/per-una-scuola-contro-la-disuguaglianza-1.314268?ref=fbpe

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Pubblicità su Facebook: basta un “like” per prendere la mira


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Quanti “like” servono per decidere come organizzare una campagna pubblicitaria personalizzata su Facebook? Ne basta uno: un gruppo di ricercatori inglesi e statunitensi è riuscito a raggiungere con annunci mirati milioni di utenti social basandosi su una singola preferenza espressa.

Scopo della ricerca della Columbia Business School di New York e dell’Università di Cambridge era dimostrare come anche una minima espressione dei propri gusti affidata alla Rete possa essere usata per influenzare le nostre abitudini d’acquisto.

Il lavoro solleva preoccupazioni in quanti credono che questi dati, finendo nelle mani sbagliate, possano incoraggiare forme di persuasione sempre più sottili, manipolatorie e lesive della privacy. Vale per la pubblicità, ma anche per la politica. Lo UK Information Commissioner’s Office, un organismo che si occupa della tutela della privacy individuale e della correttezza dell’informazione, sta indagando per capire se e come gli elettori siano stati influenzati illegalmente online prima del referendum sulla Brexit nel 2016. Il rapporto è atteso per fine anno.

https://www.focus.it/tecnologia/digital-life/pubblicita-su-facebook-basta-un-like-per-prendere-la-mira

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Non dimenticar che la sconfitta … è uno dei due risultati che c’aspetta!


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L’Italia non saltava un Campionato del Mondo dal 1958.La mancata qualificazione provoca una svalutazione dell’economia, con effetti pesanti sul piano degli incassi da sponsor e tv, che valgono attualmente circa 100 milioni di euro.

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UN FUNGO MINACCIA L’INDUSTRIA MONDIALE DELLA BANANA


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Le banane consumate in Europa e in America del Nord, quelle che si trovano sui banchi dei nostri supermercati, sono della varietà Cavendish. Le Cavendish, insieme ad altre tipologie di banana, sono in pericolo a causa di una malattia che si propaga tramite un fungo. Il suo nome è Fusarium oxysporum f. sp. Cubense, conosciuto con il nome di “Tropical Race 4” o, più semplicemente, TR4.

Il fungo si diffonde attraverso terreno, acqua e vegetazione infestata. Quando colpisce un banano, il fungo blocca i vasi della pianta, impedendone il passaggio di acqua e nutrienti e causando così la sua morte. Per l’industria della banana, questo piccolo fungo è un’enorme minaccia. Il TR4 può restare nel terreno per decenni e niente può fermarlo, né gli agenti biologici, né gli agenti chimici.

Non è la prima volta che l’industria della banana si trova ad affrontare questo tipo di problema. Alla fine del XIX secolo, l’industria andava a gonfie vele. Le banane era esportate in grandissime quantità negli Stati Uniti dall’America centrale e meridionale. A quel tempo, la varietà dominante era chiamata Gros Michel. Ma presto, enormi piantagioni di banane vennero distrutte da un fungo – il precursore del Tropical Race 4.

La paura per una ‘apocalisse globale della banana’ non serpeggia solo tra i grandi esportatori. Anche i piccoli agricoltori soffrono le conseguenze di questa situazione, forse anche più dei grossi coltivatori. Gli scienziati, dal canto loro, stanno cercando una soluzione al problema, soluzione che si traduce nella ricerca di un sostituto per la specie più esportata, la Cavendish. Se si raggiungesse questo risultato, a beneficiarne più di tutti sarebbero i grandi player. I problemi degli agricoltori locali, che piantano varietà locali, sono così diversi da una Paese all’altro che è praticamente impossibile risolverli tutti.

http://www.lastampa.it/2017/11/08/scienza/ambiente/il-caso/banane-un-fungo-le-spazzer-1Kf1otWtwvwqWQrpo0XIoM/pagina.html

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Scomparsi i dinosauri, i mammiferi videro la luce


Le abitudini diurne emersero poco dopo l’estinzione dei rettili preistorici: prima, uscire allo scoperto era troppo pericoloso. Ecco perché ancora oggi la maggior parte dei mammiferi – primati esclusi – è ben adattata al buio.

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La maggior parte dei protomammiferi era quindi notturna, il che potrebbe spiegare perché, ancora oggi, lo sono i loro discendenti. Se si escludono i primati, la maggior parte dei mammiferi ha occhi che funzionano meglio in penombra, udito e olfatto sopraffini e vibrisse capaci di sniffare il pericolo mentre si avvicina (tutti tratti utili al buio).

I primi a provare l’ebbrezza di azioni diurne vissero 65,8 milioni di anni fa. L’antenato comune di cammelli, ippopotami e cervi iniziò a cacciare di giorno a quell’epoca: in termini evolutivi, “un battito di ciglia” dopo l’estinzione dei predatori.
 Gli antenati dei primati furono invece i primi a instaurare abitudini completamente diurne, 52 milioni di anni fa. Ebbero quindi più tempo per sviluppare adattamenti alla luce del sole, come una migliore visione dei colori.
 https://www.focus.it/scienza/scienze/scomparsi-i-dinosauri-i-mammiferi-videro-la-luce
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Giù le mani tese da Ezra Pound.


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Il poeta icona dei neofascisti? Annessione impropria.

Ma qual’era il pensiero del grande poeta? Rimpiangeva l’America rurale dei padri fondatori. Indossando i panni dell’economista, si scagliava contro quella che chiamava «usura», il denaro che produce altro denaro, lo strapotere delle banche: «Nel denaro – diceva – è la natura dell’ingiustizia». Detestava tanto il capitalismo quanto il marxismo e – nella felice confusione contraddittoria di cui forse solo un poeta fanciullo può essere capace, un poeta e non un filosofo o un ideologo – ogni totalitarismo.

Non amava neanche la democrazia, perché ridotta a «usurocrazia» e «daneicrazia». Non era antisemita, anzi. Il fascismo? Andava bene solo in Italia, Paese che lui vedeva felicemente contadino. È vero, sostenne Mussolini fino ai suoi ultimi minuti con una sciagurata testardaggine, forse solo per disprezzo nei confronti del «corrotto Badoglio».

E pagò, eccome se pagò. Prima, nel 1945, già sessantenne, consegnato dai partigiani agli americani, finì al Disciplinary Training Center di Pisa, una sorta di Guantanamo, rinchiuso in una cella sempre illuminata, costretto a dormire sul pavimento di cemento, e dove pure compose i suoi Cantosmigliori. Negli Usa fu rinchiuso, senza vera perizia medica né vero processo, forse solo per imbarazzo, per 13 anni nel manicomio criminale di Washington. Ne uscì vecchio, distrutto. Fascista? Hemingway lo soccorse. Eliot lo amava. Di Pasolini abbiamo detto. I suoi Cantos sono forse la poesia più alta del secolo. Non gli diedero il Nobel a causa del suo passato imbarazzante. Ma che cosa c’entra con i crani rasati e le croci celtiche e il mito della forza e della razza uno che scrive: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene»? Oppure: «Non puoi fare una buona economia con una cattiva etica»? La figlia Mary ha perso la causa. Pound è ormai proprietà privata di individui che forse non hanno mai letto una sola sua lirica.

 

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/gi-le-mani-tese-da-ezra-pound

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Lo stato di salute dell’economia italiana dal punto di viste delle famiglie


Siamo il fanalino di coda nella Ue, lo stesso esecutivo comunitario si aspetta una frenata per il 2018, il ritmo di recupero non è stato per tutti lo stesso e presenta numerose sfaccettature.

Timidi sprazzi di luce si intravedono sul mercato del lavoro. Gli occupati, che già lo scorso anno erano a un soffio dalla meta, sono tornati ai livelli precrisi nel corso del 2017, dopo il calo consistente che ha portato nel 2013 alla perdita di 900mila posti rispetto ai 23 milioni del 2008. Il recupero ha riguardato però solo i lavoratori “maturi”, mentre tra i giovani gli occupati sono diminuiti del 33,7% in dieci anni nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni e del 27,4% in quella tra i 25 e i 34 anni.
Restano distanti dal traguardo le compravendite di case e le immatricolazioni di auto. Continuano poi ad arrancare tutte le voci legate ai consumi, da quelli totali ai beni durevoli, passando per alimentari, vestiti e calzature, senza contare che Pil pro capite e reddito disponibile sono ben lontani dai livelli del 2007 .

 

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/11/13/lo-salute-delleconomia-italiana-dal-punto-viste-delle-famiglie/

 

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Fipronil, aviaria e meno galline, mancano uova nei supermarket


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È una situazione un po’ a macchia di leopardo, che interessa soprattutto le città del Nord, ma che di qui a fine anno rischia di contagiare un po’ tutta Italia.

Succede che ben 4 milioni di galline ovaiole, sui quasi 50 milioni che compongono il parco italiano, sono uscite dalla produzione. In pratica, secondo le stime di Assoavi, l’associazione nazionale degli allevatori a cui fa capo il 70% del mercato, manca all’appello un buon 10% di produzione. Colpa dello scandalo-Fipronil, sostanza che pur essendo vietata veniva utilizzata dagli allevatori per combattere i parassiti, e che ha costretto a fermare per uno-due mesi tutti gli impianti sottoposti a interventi di decontaminazione (per fortuna pochi in Italia). Ma colpa anche del ritorno dell’aviaria, che dall’Europa si è diffusa in Lombardia, Veneto ed Emilia dove si concentrano gli allevamenti più importanti; e colpa dei lavori di riconversione (da allevamenti in gabbia ad allevamenti a terra), chiesto a gran voce dalla grande distribuzione, che ha comportato un ulteriore taglio della capacità produttiva. E così se fino al 2016 con circa 12,9 miliardi di uova prodotte ogni anno l’Italia era più che autosufficiente, adesso il Paese è in affanno. Anche perché, segnalano da Coop Italia, in parallelo si registra un aumento significativo della domanda estera che ovviamente mette ulteriormente in tensione questo comparto. Problema non da poco se si considera il consumo medio pro-capite degli italiani è pari a 218 uova all’anno, 142 consumate tal quali e le restanti 76 sotto forma di pasta, dolci e preparazioni alimentari di vario tipo.

Inevitabile che una situazione del genere abbia un impatto molto forte sui prezzi. L’ultimo bollettino della Camera di commercio di Forlì, che in Italia è il più importante mercato all’ingrosso di prodotti avicoli, a ottobre segnalava infatti aumenti delle quotazioni anche del 25% rispetto al mese precedente. In un anno, stando invece alle rilevazioni effettuate dalla Commissione europea, il prezzo delle uova in Europa è aumentato del 47,5% (a quota 163,94 euro al quintale). Con un picco che in Italia ha toccato il 57,3%. E se finora la frustata non è arrivata anche nella borsa della spesa è solo perché l’80% dei contratti all’ingrosso delle uova non è legato ai prezzi spot ma a contratti di lungo termine. Ma è solo questione di tempo.

 

http://www.lastampa.it/2017/11/11/italia/cronache/scandali-e-domanda-bio-mancano-uova-nei-supermarket-MDeKoGHnxu5BC15pDPe3aJ/pagina.html

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Anche i Legionari di Cristo all’ombra dei conti offshore dei Paradise Papers


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Nuovi nomi, anche italiani , nell’elenco dei paradisi fiscali. I Legionari di Cristo, Felice Rovelli, la Vitrociset, la società che fa capo agli eredi Crociani e che da anni accumula contratti pubblici da ministeri e agenzie spaziali. E poi ci sono le società di Andrea Bonomi.

Storie diverse tra le quali però spicca, non c’è dubbio, quella dei Legionari di Cristo, una delle più ricche congregazioni cattoliche fondata da Marcial Maciel Degollado e con una certa influenza in particolare nel triangolo tra Italia, Spagna e Messico. È la stessa Appleby, nel 94, a costituire per volontà di Maciel nel la International Volunteer Services (Ivs) alle Bermuda, dicono i Paradise Papers. La cassaforte serve a tenere sotto chiave i ricavi che arrivavano dalle scuole e dalle università dei Legionari (300 milioni di dollari l’anno). Così la Ivs insieme alla Society for Better Education, costituita sempre alle Bermuda nel 92, incassa i fondi e li gira al fondo Ecyph Limited, con base alle Isole Vergini. Parte subito dopo il passo indietro di Maciel dal sacerdozio, nel 2006, la liquidazione in gran segreto delle prime società offshore dei Legionari, oggi ancora a Panama e a Jersey. I finanziamenti ai Legionari spuntano anche nell’inchiesta di Milano sulle scalate bancarie, tra le testimonianze di Gianpiero Fiorani della Popolare di Lodi.

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Quanto agli altri nomi rivelati, Rovelli è figlio del fondatore del gruppo Sir, il colosso sardo della petrolchimica noto anche per il crac ultramiliardario e la famosa causa contro l’Imi. In quel rilancio fallito sul nascere lo Stato ha pagato un conto salato. Ma del risarcimento (980 miliardi di vecchie lire) ottenuto dagli eredi Rovelli grazie a una maxi-tangente (come da sentenza della Cassazione) e pagato dall’Imi, non se n’è più saputo niente. Almeno fino ad oggi. La Gaugin Family Trust controllata dalla Appleby è intestata proprio a Felice Rovelli. Nelle carte c’è anche il nome di Edoarda Vessel, vedova dell’ex presidente di Finmeccanica, Camillo Crociani, coinvolto negli anni 70 nello scandalo Lockheed e fuggito in Messico dopo una condanna per corruzione. La Vitrociset è controllata da una ragnatela di società offshore che finisce con la International Future Ventures& Investments Nv delle Antille, con azionista ignoto, ufficialmene, ma in qualche modo riconducibile anche alle due figlie di Crociani, Camilla e Cristina. Andrea Bonomi, invece, è ben conosciuto nella finanza italiana per le partecipazione detenute attraverso la holding lussemburghese Investindustrial. Ma per la verità da cittadino americano e con residenza in svizzera, non ha obblighi fiscali in Italia.

 

http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=5a081b103b552

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Perché il weekend dura due giorni?


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Riservare un giorno a settimana al riposo e al culto religioso è una tradizione antica, di cui si trova traccia anche nelle sacre scritture. Le cose hanno cominciato a prendere una piega diversa in Gran Bretagna nel corso del 19° secolo, in piena rivoluzione industriale, quando le nuove masse di operai e lavoratori dell’industria hanno preso a usare il loro giorno di riposo per il piacere invece di dedicarlo alla quiete religiosa.  Concentrare divertimento e, spesso, dissolutezza alcolica in un solo giorno della settimana finiva irrimediabilmente con incidere sul lavoro il giorno successivo. Molti datori di lavoro hanno così iniziato a lasciare libera la mezza giornata del sabato, come compromesso sindacale. Anche la religione ha fatto la sua parte. Nel 1908, negli USA una fabbrica ha concesso ai lavoratori di riposare il sabato per rispetto del sabato ebraico e altre aziende hanno fatto lo stesso. Finché, nel 1938, su esempio della Ford, che nel 1926 aveva cominciato a chiudere le sue fabbriche il sabato e la domenica (per non scontentare né i sindacati né i gruppi religiosi favorevoli a santificare la domenica), è stata introdotta la settimana lavorativa di 40 ore con la Fair Labor Standards Act, e negli Stati Uniti si è diffusa la prassi della settimana lavorativa di 5 giorni, presto esportata in tutto il mondo (non a caso l’espressione è inglese).

QUANDO C’ERA LUI. Un passo più estremo rispetto all’Italia, dove più o meno negli stessi anni nel 1935, il governo di Mussolini aveva istituito il cosiddetto “sabato fascista“, che prevedeva l’interruzione della giornata lavorativa del sabato alle tredici, in modo che il pomeriggio venisse dedicato ad “attività di carattere addestrativo prevalentemente premilitare e post-militare, come ad altre di carattere politico, professionale, culturale e sportivo”.

 Nel corso dei decenni successivi, in particolare nel 1940, 1950, e 1960, un numero crescente di paesi, Italia inclusa, hanno adottato la formula Venerdì-Sabato o Sabato-Domenica di riposo settimanale, per armonizzarsi con i mercati internazionali dominati dagli anglosassoni, usciti vincitori dalla guerra. E una serie di riforme della settimana lavorativa negli anni 2000 ha portato gran parte del mondo arabo in sincronia con la maggior parte dei paesi del mondo, in termini di ore di lavoro, la durata della settimana lavorativa ed i giorni della fine settimana.

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/perche-il-week-end-dura-due-giorni

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Non siamo bravi a fare previsioni su noi stessi


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Quando si tratta di fare previsioni che ci riguardano, siamo inattendibili: tendiamo a pensarci più immuni degli altri agli eventi negativi, e sovrastimiamo la probabilità di incorrere in quelli positivi. Gli psicologi lo chiamano ottimismo irrealistico ed è un fenomeno che influenza la nostra capacità di prendere decisioni. Tuttavia è, allo stesso tempo, indispensabile: senza questa spinta di auto-incoraggiamento, rischieremmo di lasciarci avvilire. Non si tratta soltanto di credere che qualcosa che desideriamo avverrà, o che quello che non vogliamo non si verificherà. L’ottimismo irrealistico ha componenti legate all’ansia: tendiamo a raccogliere e sintetizzare i fatti che supportano i nostri desideri, e ad accantonare gli altri. Ricerche in neuroscienze confermano che i dati che supportano la volontà di ciascuno sono più immediatamente disponibili alla memoria rispetto a fatti altrettanto rilevanti, ma meno desiderabili.

C’è poi anche il fatto che tendiamo più facilmente a lasciarci assorbire dagli eventi che riguardano la nostra sfera personale, considerando che quella sia “la media”, escludendo le suggestioni che vengono da fuori. Questo accade soprattutto con eventi che ci sembrano controllabili (matrimoni e divorzi, successo nel lavoro). Allo stesso modo, quelli che appaiono in là nel tempo, come la morte, sono più facili da sottovalutare. Non è semplice negazione del rischio. «Non diciamo “non può succedermi”. È più qualcosa del tipo “potrebbe succedermi, ma è meno probabile che accada a me che agli altri”.  Questo non è un fatto del tutto negativo. Potrebbe essere un adattamento, un modo per ridurre la paura del futuro.

 

https://www.focus.it/comportamento/psicologia/perche-non-siamo-bravi-a-fare-previsioni-su-noi-stessi

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Pane e olio ai bambini


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Scellerata scelta discriminante compromette pesantemente le caratteristiche e la funzione stessa del sistema educativo e formativo scolastico, creando sacche di discriminazione a danno dei bambini incompatibili con i valori fondanti del nostro modello di istruzione, basato sull’uguaglianza, l’inclusione, le pari opportunità.

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Scoperta in una lontana galassia la prima supernova ‘zombie’


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A MEZZO miliardo di anni luce da noi, c’è una lontana stella che sembra uscita da un film dell’orrore. Guardandola, infatti, non possiamo fare a meno di pensare ai morti viventi, dal momento che questa stella continua a brillare anche se dovrebbe essere già “morta” una mezza dozzina di volte.

Esplosa due volte, nel 1954 e di nuovo nel 2014, potrebbe trattarsi del primo esemplare mai osservato di quella che i teorici chiamano supernova a instabilità di coppia pulsazionale. E potrebbe esplodere ancora.

Potrebbe trattarsi di un raro esempio di supernova generata da instabilità di tipo pulsante. Secondo questa teoria, è possibile che fosse il risultato di una stella così massiva e calda da generare antimateria al suo interno. Questo farebbe diventare la stella estremamente instabile, facendole attraversare brillanti eruzioni ripetute nel corso degli anni.
Ma secondo i modelli questo genere di esplosioni si verificarono principalmente nelle prime fasi di vita dell’Universo, e trovarne una oggi rappresenta un mistero ancora tutto da risolvere. Sarà necessario continuare a indagare sulle possibili nuove esplosioni di questa curiosa stellina. Che, proprio come gli zombie dei film, proprio non vuole saperne di morire.

http://www.repubblica.it/scienze/2017/11/10/news/la_stella_che_non_vuole_morire_scoperta_in_una_lontana_galassia_la_prima_supernova_zombie_-180757161/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-T1

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Devi morire. Di vecchiaia o di cancro, ma devi morire.


Un mistero della vita (si può vivere per sempre?) risolto con la matematica da due biologi. Risposta: no.

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LA MATEMATICA DELLA MORTE. Una dimostrazione matematica elaborata da due studiosi del dipartimento di ecologia e biologia evolutiva dell’Università dell’Arizona. I ricercatori fanno notare che negli organismi multicellulari le cellule devono cooperare  per mantenere in vita l’intero organismo: nel fare questo alcune cellule potrebbero anche essere eliminate perché non si riproducono più, non riescono a riparare eventuali danni e perciò non sono più funzionali.

Tra quelle che invece si riproducono ce ne sono alcune che, in base a mutazioni che accadono sempre quando le cellule si dividono, non “fanno parte” di questa cooperazione: si moltiplicano senza controllo e possono diventare cancerose.

Costruendo un modello matematico delle popolazioni cellulari, i due studiosi hanno dimostrato che, prima o poi, le cellule vanno incontro a una delle due tristi sorti: mancanza di funzionalità oppure crescita incontrollata. Le prime muoiono perché invecchiano, le seconde fanno morire il corpo di tumori o altre malattie. Risultato: le equazioni dimostrano che per organismi multicellulari, come siamo noi, la morte è inevitabile.

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/invecchiamento-le-ragioni-biologiche-e-matematiche

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Com’era dura la malavita milanese


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Milano ha alcuni macabri record nazionali. La rapina più sanguinosa della storia, quella di Pietro Cavallero e Sante Notarnicola, nel 1967, cinque morti in un inseguimento con polizia e carabinieri. La strage di mafia più pesante, otto morti al ristorante Le Streghe, nel 1979, compresa la cuoca, e la fidanzatina diciottenne di un boss. Il più alto bottino del crimine, ottenuto grazie a sequestri di persona, anche di bambini: tragedie così sconcertanti che in breve fecero sparire dai citofoni i nomi dell’orgogliosa borghesia milanese. Questa era anche la città delle bische clandestine simili a night club: le teneva in pugno Francesco Turatello, detto Francis Faccia d’Angelo. Era un ex pugile, così influente da venire utilizzato nelle trattive segrete per la liberazione di Aldo Moro,  rapito dai terroristi delle Brigate Rosse nel ’78. Quando finì in carcere, dove venne ammazzato atrocemente, lo sostituì nelle strade milanesi Angelo Epaminonda, detto il Tebano. I due avevano lo stesso senso dell’umorismo e lo stesso difetto, con una differenza: se qualcuno li faceva diciamo inalberare era un uomo morto, Turatello procedeva direttamente, Epaminonda aveva come seguito “Gli Indiani”, che superarono in città quota quaranta morti ammazzati. I loro erano gruppi organizzati.

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Nello stesso periodo Renato Vallanzasca, il bel René, guadagnava i titoli più clamorosi sui giornali del pomeriggio, assieme al suo “mucchio selvaggio”.

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http://www.repubblica.it/r2-fotorep/2017/11/08/news/com_era_dura_la_malavita_milanese-180548241/?ref=RHRD-BS-I0-C6-P4-S1.6-T1

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Spacciamo cultura.


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Apre la prima libreria nel cuore di Scampia. Il cugino del proprietario fu ucciso dai clan,  vittima accidentale e innocente della camorra.

Tra le formule più interessanti la “pizza letteraria”. Una scatola di pizza d’asporto con tre libri dentro, come i tre ingredienti della pizza, pomodoro, mozzarella e basilico, come si legge sulla confezione. “Vogliamo sfatare il vecchio mito che dice che con la cultura non si mangia: ci si mangia eccome”. E  c’è l’iniziativa del libro sospeso, l’idea cioè di lasciare un libro pagato  per il cliente che  vuol leggere e non può permettersi di comperarne uno.

http://www.lastampa.it/2017/09/24/italia/cronache/alle-vele-di-scampia-prima-libreria-da-anni-spacciamo-cultura-VYPyGdVK0mUn7eOMk0fZgI/pagina.html

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Dove la peste uccide ancora


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La peste, quella che in Europa abbiamo dimenticato ma che dal ’500, quando si affacciò nei territori dell’attuale Turchia, è sempre presente in Africa così come in alcune zone dell’Asia e dell’America meridionale. La nuova epidemia che sta diffondendo il panico in Madagascar è tra le peggiori degli ultimi anni. Secondo i dati diffusi dal ministero della Sanità locale, i casi registrati sono 1.231, con 127 vittime. Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il picco più alto sarebbe stato raggiunto, anche se gli esperti si aspettano un numero elevato di casi «fino alla fine della stagione tipica della malattia, che termina ad aprile ». La peste nella grande isola dell’Africa australe è endemica ma l’epidemia di quest’anno preoccupa di più perché, per la prima volta, ha colpito due grandi città sull’Oceano Indiano, la capitale Antananarivo e l’area portuale di Toamasina.

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L’anno scorso erano stati registrati 63 morti, ma nell’arco dell’intero anno e come conseguenza di sole 275 infezioni. Non solo: quest’anno molte persone hanno contratto la peste polmonare, più pericolosa e infettiva rispetto a quella bubbonica, che non è trasmissibile da un essere umano a un altro e che solitamente si sviluppa nelle zone rurali. Se non curata, la peste bubbonica può degenerare, con l’infezione che si trasmette ai polmoni. La peste polmonare è quasi sempre mortale se non curata in sole 24-72 ore e si trasmette per via aerea con colpi di tosse e starnuti. L’alta densità di popolazione nelle aree urbane più povere ha contribuito al diffondersi dei contagi. Il governo del Madagascar ha già vietato i raduni pubblici e il personale sanitario, il più esposto alla contaminazione, sta ricevendo cure mediche preventive.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/madagascar-la-peste-fa-strage-lepidemia-anche-nelle-citt