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Quanta scienza in un gioco


Chi di voi non ha usato questi giocattoli almeno una volta quando era bambino? Ma c’è chi ancora oggi ne trae ispirazione per risolvere problemi veri.cubo

Cubo di Rubik. Nato come passatempo scientifico, poi diventato giocattolo, il cubo-rompicapo ha anche dato lavoro ai matematici per capire le diverse permutazioni che potevano assumere le sue 54 minifacce (4,3 x 1019), in quante mosse si poteva risolvere (nel 2008 è stato matematicamente dimostrato che il minimo è 20) e con quale metodo.cubo1.jpg

Fionda. È un gioco antichissimo eppure attuale. Anche il celebre gioco digitale Angry Birds, infatti, fa uso dei principi balistici che permettono a un proiettile di colpire un bersaglio. Un piacere così stuzzicante, che alcuni appassionati hanno messo in Rete le istruzioni necessarie per costruire una fionda vera, dotata di accelerometro e di sensore elastico, da collegare al computer.cubo3.jpg

Meccano. Le strutture modulari proposte ai bambini sono state elaborate da ingegneri e architetti. Negli anni Trenta pezzi del Meccano sono stati utilizzati per costruire calcolatori analogici usati per risolvere equazioni differenziali. Col Meccano nel 2009 è stato eretto un ponte sul Liverpool Pier ­Head (una struttura lunga 23 metri).cubo4.jpg

L’allegro chirurgo. Il principio di questo vecchio gioco (vale a dire “operare” un finto paziente per mettere alla prova quanto la mano rimane ferma) è utilizzato oggi negli strumenti con i quali veri chirurghi imparano a eseguire le operazioni più complesse.cubo5.jpg

Hot Wheels. Questi circuiti per macchinine sono costruiti secondo principi fisici rigorosi, che permettono alle vetture di “fare il giro della morte”. Un principio che funziona anche in scala reale: in occasione degli X Games 2012 di Los Angeles è stato costruito un vero tracciato alto 20 metri. Ha funzionato!cubo6.jpg

Lego Mindstorms Nxt. Il più complesso dei kit della Lego contiene veri componenti per costruire un piccolo robot che occorre progettare al computer per poi poter realizzare (mattoncini programmabili, motori elettrici, sensori, ingranaggi, un giroscopio ecc…). Per lo sviluppo di questo gioco sono stati coinvolti alcuni ricercatori del Mit per lo studio di nuovi linguaggi di programmazione. Viene spesso utilizzato anche in ambito universitario per lezioni “pratiche” di robotica.cubo7

 

Bastoncini Shanghai. Quando vengono lasciati andare, i bastoncini si organizzano in quella che l’inventore-architetto Usa Richard Buckminster Fuller ha chiamato “struttura reciproca” (una struttura in cui ognuno degli elementi contribuisce a tenere in equilibrio gli altri). È per questo che spesso gli Shan­ghai sembrano organizzarsi spontaneamente in composizioni stabili.cubo8

Molla Slinky. La molla che fa le scale e sembra “camminare da sola” è nata per errore: l’ha realizzata un ingegnere navale che stava cercando di costruire degli stabilizzatori per gli strumenti di navigazione. È lo stesso tipo di molla ancora oggi usata per spiegare le proprietà delle onde (e in particolare la riflessione anelastica) agli studenti liceali.

 

 

 

http://www.focus.it/tecnologia/innovazione/quanta-scienza-in-un-gioco

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Il meglio di Bruno Munari. L’artista “totale” che rivoluzionò il design


Giacca e cravatta. L’eleganza di un signore distinto che mai rinuncerebbe al Principe di Galles. Basterebbe tale dettaglio per capire la differenza tra Bruno Munari (1907-1998) e la gran parte di artisti suoi coevi o successivi.

 

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Una classe e una sobrietà, condivisa peraltro con Lucio Fontana, portate con ironia spiazzante, la stessa che attraversa oltre sessant’anni di storia italiana, dal secondo Futurismo al Compasso d’Oro alla carriera, vinto nel 1997, pochi mesi prima della morte.

Bruno Munari artista totale. Non poteva intitolarsi diversamente la ricca e stimolante antologica da poco inaugurata al MEF Museo Ettore Fico di Torino (fino all’11 giugno) curata da Claudio Cerritelli. Mostra in cui si sondano tutti i multiformi aspetti dell’attività creativa di un genio del piccolo formato, che rinuncia fin da subito alla magniloquenza, alla monumentalità e all’eccesso di egotismo in favore di una poetica del quotidiano, intelligente, acuta, mai banale. Se un torto si può imputare a Munari è quello di essere arrivato troppo presto, pur avendo inanellato successi e consensi in ogni campo. Oggi però lo capiamo anche meglio, avendo finalmente chiaro che l’arte è innanzitutto il luogo dell’intelligenza e del pensiero, in cui però il fare continua a esserne componente fondamentale.

Come definire allora Munari? Pittore certo, ma anche scultore, disegnatore, grafico, editore, scrittore, designer, pubblicitario, consulente aziendale. La sua ironica autobiografia, che comincia con «quello nato a Milano nel 1907», ricorda una famosa canzone-monologo di Enzo Jannacci. E il Duomo è sempre sullo sfondo.

Munari racconta un mondo a portata di mano: fogli di carta, dipinti, sculture da viaggio, libri illeggibili, forchette parlanti e tanto altro ancora, cercando il dialogo con l’osservatore, coinvolgendolo nella creazione dell’opera, anticipando addirittura quella teoria dell’arte relazionale che andrà di moda negli anni 90. La sua primaria adesione al Futurismo ben poco spartisce con i temi ideologici dell’Aeropittura, ha un taglio prevalentemente meccanicistico, già rivolto a quell’istinto di modernizzazione tecnologica che investe un Paese ancora in buona parte agricolo. Nascono poi le Macchine inutili (1933), parenti prossime delle duchampiane Macchine celibi, a sottolineare con largo anticipo una visione ludica dell’arte, eppure niente affatto banale. Non ready made ma cose fatte a mano, con gusto artigianale, beffardamente bricoleur.

Nel 1948, mentre imperversa la pittura informale con la sua carica drammatica e ipersoggettiva, Munari fonda il MAC, Movimento Arte Concreta, che rinuncia all’immagine e all’apparato naturalistico, per un’astrazione estremamente semplice, primaria ed elementare, che flirta con il design, con l’industria, ad anticipare quel boom economico destinato a esplodere negli anni 50, quando anche l’effetto dell’immediato dopoguerra, con tutti i suoi lasciti e le sue ferite, tende infine ad attenuarsi.

Munari diventa consulente aziendale, lavora come art director, disegna e produce libri per l’infanzia i bambini, privi di quelle sovrastrutture intellettuali che condizionano fin troppo il mondo degli adulti, sono i suoi interlocutori privilegiati- nella Milano città trainante verso la modernità, inscenando una piccola ma significativa rivoluzione a proposito del ruolo dell’artista, che deve essere a contatto con il mondo e non più chiuso nella sua torre d’avorio. Con le Sculture da viaggio ironizza sulla statuaria monumentale, contro il peso specifico dei volumi e delle forme ampollose per un’arte da compagnia, che può facilmente cambiare casa. Poi la lunga serie del Positivo negativo, altro colpo basso alla retorica e alla sua inutilità: siamo dunque noi a poter scegliere il punto di vista, cosa ci interessa di più in un dipinto che non ci darà mai una risposta definitiva, semmai pronto a porre un’altra domanda.

Sperimentatore accanito, Munari ha nei confronti delle tecniche a stampa una vera e propria ossessione, amando particolarmente i libri. Per le sue opere sempre riconoscibili ma volutamente prive di uno stile ben definito, rinuncia a griglie troppo stringenti, oggi si direbbe surfa tra le onde di una cultura vasta e complessa che tende comunque a semplificare, ad alleggerire. Proprio questa è l’idea che lo rende ancora molto interessante nel nostro presente, si potrebbe persino dire attuale se il termine non riducesse il tutto a cronaca quando invece l’arte che resta deve essere comunque storia.munari1munari1munariomunari-ara-pacis.jpg

 

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/meglio-bruno-munari-lartista-totale-che-rivoluzion-design-1368979.html

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Quegli “emoticon” che sono il nostro specchio


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L’Emoticon è la quadratura del cerchio linguistico. Il massimo della sintesi e della economicità con il minimo di impegno fisico e mentale: un solo clic invece che una lunga frase. Gli ideogrammi alla millesima potenza. Una lingua universale . Da cui sono in parte escluse le culture che praticano gestualità non sempre condivise: per esempio l’abitudine cinese di affermare la straordinaria eccellenza di un cibo con un sonoro rutto.

Ma chi ce li fornisce, ci propone anche un nostro ritratto.

A giudicare dall’ultimo aggiornamento: le donne sono svampite e rassegnate, gli uomini abilissimi giocolieri, la rabbia si diffonde sempre di più , va bene mangiare sano ma chi se lo può davvero permettere? Le banche e il malaffare ci succhiano il sangue come vampiri. Il mercato delle armi sottocasa non accenna a diminuire.

http://www.lastampa.it/2017/08/02/societa/lato-boralevi/quegli-emoticon-che-sono-il-nostro-specchio-syrxnZuFnHs38WSbt8BxPK/pagina.html

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Le vacanze dei nostri figli tutto è cambiato in 50 anni


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Meno giochi all’aperto, più tablet e la regia degli adulti: ora anche lo svago ha un’agenda

Le estati della nostra infanzia sapevano di sabbia e libertà. A volte persino di noia. Di quelle settimane sconfinate trascorse da generazioni di italiani in gruppo coi coetanei, dei giochi lontani dagli adulti, dei pomeriggi infiniti interrotti solo da un pigro sonnellino dopo mangiato, è rimasto ben poco. Le vacanze dei bambini, oggi, sono parcellizzate, super-impegnate, sballottate tra scuole estive, viaggi studio e ferie lampo; serrate dentro ai programmi educativi, i corsi, i campi sportivi; assistite da madri e padri iperprotettivi, con i tablet onnipresenti (e solitari). C’è un’unica certezza, oggi come allora: il mare, protagonista indiscusso delle ferie d’estate per il 68 per cento degli italiani.

L’esodo in autostrada
Per i bambini degli anni 60 e 70 le vacanze erano un rito collettivo che iniziava in autostrada, sui sedili posteriori dell’auto: «Partivamo sempre di notte per evitare le code e il caldo, non c’era l’aria condizionata — ricorda Mariapia Veladiano, vicentina, scrittrice e dirigente scolastica —. Ma non c’era volta che non finissimo fermi sul ciglio della strada, perché l’auto si era rotta o il radiatore bolliva».Erano i tempi del grande esodo, quando fabbriche e uffici chiudevano tutti insieme: «Quanto manca?», domandavano incessanti le vocine da dietro mentre il padre (quasi sempre) guidava e pazientava. «Oggi sono diminuiti i bambini che viaggiano in agosto: non solo per la crisi, ma perché le ferie si sono molto più diluite — fa notare il sociologo e fondatore di AstraRicerche Enrico Finzi —. I tempi di lavoro sono diventati più flessibili e genitori spesso scelgono di lasciare le città a luglio e settembre, anche per risparmiare».

 

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Di certo è cambiata anche la durata media delle villeggiature: 20 giorni nel 1965, 19 nel 1975, poco meno di 13 nel 1998, solo 11 quest’anno secondo i dati di Federconsumatori. «Nell’Italia di cinquant’anni fa chi partiva restava via moltissimo — concorda Chiara Saraceno, sociologa della famiglia —. Allora le donne erano soprattutto casalinghe e rimanevano mesi al mare o in montagna con i bambini e il marito le raggiungeva il fine settimana o in agosto». Le famiglie erano più numerose, tre figli per donna in media negli anni 50, contro l’1,2 a testa di adesso, e i bambini non avevano problemi a trovare compagni di gioco.

Le giornate da soli all’aperto
«Una volta arrivati sciamavano fuori dall’auto e stavano in gruppo: passavano settimane intere all’aperto da soli», aggiunge Mariapia Veladiano. Fortunata Cesarali, 81 anni, che dal 1938 al 200o ha gestito con la famiglia il Bagno Italia di Forte dei Marmi, se le ricorda bene quelle «frotte di bimbetti» che giocavano a nascondino o calcio, saltavano sulle altalene, si rincorrevano a mosca cieca. Sempre senza adulti. Pure il rapporto col sole era diverso: «Le creme solari si usavano pochissimo. E se qualcuno si scottava, si passava un po’ di acqua ed olio. Dopo». Ora il rito dell’incrematura è un passaggio ineludibile per tutti. Sandro Veronesi, scrittore 55enne, rievoca giornate estive in cui «i genitori si vedevano soltanto a pranzo e cena. Io invece sono abituato a stare molto di più con i miei figli più piccoli: anche in spiaggia ci ritroviamo automaticamente a passare tempo insieme», assicura. «I bimbi oggi fanno un uso diverso del tempo: non hanno mai un tempo “vuoto”, che non è perso, ma è il momento in cui nascono fantasia e pensiero. Quello in cui si elabora l’esperienza», chiosa Veladiano. E anche quando sono soli, i bimbi sono sempre più spesso attaccati a un tablet o a uno smartphone.ferragosto003.jpg

I viaggi studio e i corsi estivi
In generale le giornate dei bambini, anche in vacanza, oggi sono molto più irreggimentate, iperstimolate. Se per i piccoli di ieri i viaggi senza i genitori erano i soggiorni dai nonni oppure in colonia, oggi si moltiplicano i viaggi di studio, i campi formativi, le escursioni sportive, la scuola estiva anche in città, dove tutte le attività sono programmate. Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul turismo giovanile, il 14,5 per cento delle famiglie manda i figli in vacanza da soli. Si tratta in tutto di un milione e trecentomila minori l’anno: il 24% parte per un viaggio studio, il 46% per un campo tematico. «Dovrebbero essere esperienze di emancipazione per i bambini — dice Veladiano, che dalla scuola ha un osservatorio privilegiato —, ma sempre più spesso i genitori, per paura e ansia di controllo, non riescono a staccare quel cordone ombelicale permanente che è il cellulare. E i bimbi non si gestiscono mai in autonomia».ferragostooferragosto02.jpg

Il ghiacciolo da spiaggia
Tra gli ingredienti dell’estate che cambia c’è anche il gelato. Negli anni 50 era un lusso: ne mangiavamo pochissimo, circa due etti e mezzo a testa all’anno. Nei Settanta diventò una festa, un’avventura che si poteva vivere solo nei mesi più caldi, e meglio se in spiaggia, richiamata dai disegni di Jacovitti sui cartelloni di Eldorado (il mitico «Camillino» o il «Moreno» di CoccoBill). I bambini correvano a chiedere le 150 lire per il ghiacciolo o imploravano un cono artigianale. «Oggi ne mangiamo di più, perché ne mangiamo tutto l’anno. Non ci inganni la flessione di consumi di questi mesi di meteo anomalo — avverte Enrico Finzi —, è che il gelato ormai non è più un dolce di stagione».

http://27esimaora.corriere.it/articolo/le-vacanze-dei-nostri-figli-tutto-e-cambiato-in-50-anni/

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Scomparso Sam Shepard, attore e regista, Pulitzer nel 1979


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Sam Shepard, commediografo premio Pulitzer, attore candidato agli Oscar, scrittore e sceneggiatore, è morto a 73 anni nella sua casa di Midway nel Kentucky.  Ha perso la sua battaglia contro la Sla, di cui soffriva da tempo.
Uno dei più influenti autori degli albori di Off Broadway, Shepard aveva catturato il lato oscuro della famiglia americana in opere come “Buried Child”, che nel 1979 gli aveva fatto vincere il Pulitzer per il teatro, e “Curse of the Starving Class”. Considerato uno delle voci più originali della sua generazione, aveva dato voce a madri, mogli, fratelli e amanti raccontando la volatilità del sogno americano.

Ma Shepard era stato anche un apprezzato attore e per il suo ruolo da non protagonista nella parte del leggendario pilota collaudatore Chuck Yaeger in The Right Stuff aveva ottenuto una candidatura agli Oscar. Per quel film, aveva superato la sua ben nota paura di volare accettando di salire a bordo con Yaeger, il primo uomo a superare la barriera del suono.
Nel 1986 la sua commedia “Fool for Love” venne adattata in un film di Robert Altman mentre “A Lie of the Mind” andava in scena Off Broadway con un cast stellato tra cui Harvey Keitel e Geraldine Page. Divi sul palco nel 2000 anche per “The Late Henry Moss” in cui, al Magic Theatre di San Francisco, aveva fatto recitare Nick Nolte, Sean Penn, Woody Harrelson e Cheech Marin.

La sua ultima apparizione davanti alla macchina da presa era stata nello show di Netflix “Bloodline”.

In teatro aveva debuttato in palcoscenici come La MaMa e Caffe Cino, dove nel 1965 aveva messo in scena “Chicago” e “Icarus’s Mother” collezionando i primi di sette Obie della sua carriera. In tutto lascia 44 lavori teatrali oltre a parecchi libri di racconti, saggi e memorie. Suo anche il contributo a sceneggiature importanti come nel 1970 “Zabriskie Point” di Michelangelo Antonioni.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-07-31/scomparso-sam-shepard-attore-e-regista-pulitzer-1979-173433.shtml?uuid=AEnemj6B

http://www.storie.it/interviste/come-sam-shepard-ci-racconto-la-desolazione-intrinseca-del-sogno-americano/

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Lo smiley più antico del mondo


 

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Si troverebbe su una brocca ittita di 3700 anni fa, rinvenuta al confine tra Turchia e Siria. Un antenato degli emoji?

Durante gli scavi nell’antica città di Karkemish, un sito abitato dagli ittiti al confine tra Turchia e Siria che negli ultimi sette anni ha restituito ogni sorta di vasellame, è stata rinvenuta una brocca che sembra mostrare il più remoto e longevo “smiley” mai ritrovato.

La faccina sorridente si è potuta osservare soltanto quando gli archeologi turchi e italiani al lavoro tra gli scavi sono riusciti ad assemblare i cocci del recipiente, che risale al 1700 a.C. La brocca era utilizzata per servire il sherbet, una bevanda mediorientale a base di frutta e petali di fiore.

E’ la più antica faccina sorridente mai ritrovata: a febbraio, un team al lavoro in Slovacchia  aveva ritrovato uno smiley in calce alla firma di un avvocato, su un documento assai più recente: del 1635.C3zxOAaUEAA-s8h

 

http://www.focus.it/cultura/storia/lo-smiley-piu-antico-del-mondo

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Il clima, il biologico e la felicità.


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Il piccolo Regno del Buthan ha offerto un dono a tutto il pianeta promettendo di conservare i propri boschi per sempre!

Stiamo parlando di un piccolo regno incastonato sulle pendici dell’Himalaya, il Bhutan, stretto tra i due giganti asiatici, la Cina e l’India. Il Bhutan ha da tempo sviluppato una particolare attenzione alla tutela ambientale e al benessere dei suoi cittadini. Non a caso qui il PIL (prodotto interno lordo) è stato sostituito con un altro indicatore, più adeguato, il cosiddetto FIL (felicità interna lorda), per considerare, oltre ai parametri economici, anche e, soprattutto, il benessere psicofisico della comunità.

Il Ministro dell’Agricoltura del Bhutan ha affermato: ”Abbiamo sviluppato una strategia graduale: non pensiamo di passare al biologico in una notte. Sono state identificate le colture adatte a passare immediatamente alla coltivazione biologica e quelle che avranno bisogno di anni. In alcune zone sarà semplice, in altre molto più complicato, ma vogliamo raggiungere il nostro obbiettivo per ridurre l’impatto che abbiamo sul pianeta, grazie alla collaborazione dei contadini e dei cittadini. Il nostro desiderio è vivere in armonia con la natura“. In questo paese i suoi abitanti hanno rinunciato a uno sviluppo rapido e devastante per preservare l’ambiente naturale e il piccolo regno assorbe già oggi il triplo delle emissioni nocive prodotte dalla sua popolazione.

Il dono del regno himalayano, uno dei paesi più piccoli e più fragili al mondo, che è pure tra quelli con il minor impatto globale sulle risorse naturali,  è quello di impegnarsi a mantenere per sempre coperto di foreste almeno il 60% della superficie nazionale, che sarà conservato “in perpetuo”, come “patrimonio collettivo del mondo”.

La testimonianza e l’allarme lanciato dal Bhutan è che se lo sviluppo mondiale non diventa subito sostenibile, a rischiare la catastrofe non è l’ambiente, ma la vita umana. “Proteggere il nostro Paese avvolgendolo di foreste – ha affermato Jigme Khesar Namgyel Wangchuck re del Bhutan – non è un’utopia nostalgica ispirata dal valore della biodiversità, ma l’ultima opzione che ci resta per salvarci la vita”.

 

http://www.iltorinese.it/clima-biologico-felicita/

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Maggiolino Volkswagen. L’auto più longeva.


 

 

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Il 30 luglio del 2003 viene prodotto in Messico l’ultimo esemplare del Maggiolino Volkswagen . Il modello più longevo del mondo.

La sua nascita risale al secondo dopoguerra, prende vita dalle ceneri del conflitto mondiale e dà il via alla rinascita dell’industria tedesca.

L’auto più longeva ha  raggiunguntomaggiolino02maggiolino1.jpg un numero di unità prodotte che va oltre i 21 milioni.

Il suo nome nel corso degli anni è cambiato, Typ 1, Käfer, Beetle, Maggiolino, ma la sostanza è rimasta la stessa, un concentrato di robustezza e semplicità unito al particolare design che lo hanno caratterizzato sin dalle prime produzioni del 1945, anno in cui furono messi in commercio i primi 55 esemplari di Typ 1 nella fabbrica di Wolfsburg.

L’ascesa e la conseguente affermazione sul mercato di Volkswagen Maggiolino avviene immediatamente, dopo pochi mesi dalle prime produzioni, grazie al maggiore Ivan Hirst, ufficiale amministratore di Wolfsburg, con una richiesta di ben ventimila esemplari destinati all’esercito alleato che, oltre a salvare la fabbrica e il lavoro di seimila operai, ha dato il via alla crescita dell’intero marchio.

Le prime Beetle, prodotte a ritmo di circa mille auto al mese, furono quindi destinate alle forze alleate e per impieghi medico-sanitari, solamente dalla metà del 1948 iniziò ad affermarsi nel settore privato.

E’ da qui che i ritmi di produzione iniziano a cambiare, passando alla supervisione di Heinz Nordoff che costituirà nel 1949 la Volkswagen GmbH. Nordoff riuscì, nei suoi vent’anni di comando, a produrre un milione di Maggiolini all’anno, riducendo i tempi di assemblaggio da 400 a 100 ore.

Volkswagen Maggiolino è ricordato in tempi più recenti come simbolo della cultura hippie, decretandone dal 1970 il successo anche negli USA.

La produzione in Germania di Volkswagen Maggiolino terminò nel 1978, per trasferirsi poi in America Latina dove le sue caratteristiche distintive furono molto apprezzate fino al 2003, anno in cui in Messico è stato prodotto l’esemplare numero 21.529.464, rendendo il Maggiolino l’auto più longeva della storia.

http://www.rubeca.it/Articolo/I/rif000003/1317/VOLKSWAGEN-MAGGIOLINO-Lauto-pi-longeva-di-sempre-compie-70-anni

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Le mani su Reggio Calabria: sul piatto lavori per 500 milioni


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Le cifre, da investire nei prossimi anni sono da capogiro. Almeno 330 milioni dal decreto Reggio, 77,3 dal Patti per il Sud, 32 milioni dai Fondi europei Pon Metro. In totale fanno 439 milioni ai quali si aggiungono decine di milioni per progetti vari di riqualificazioni edilizie e infrastrutturali. Complessivamente la posta in gioco è di circa 500 milioni. Cifre enormi per gli appetiti criminali sugli appalti pubblici  che si sono già lanciati  sull’accaparramento anche delle briciole – e che sembra trovare pochi argini.

…..

continua a leggere su: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-07-29/le-mani-reggio-calabria-piatto-lavori-500-milioni-181742.shtml?uuid=AEd7Y55B

 

 

 

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La tentazione di tornare a de Gaulle


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E così adesso scopriamo che Macron si considera la reincarnazione versione 2017 del Generale de Gaulle: un grande, fiero, nazionalista, appena un po’ pomposo, che si ritiene libero di fare di testa sua. Ammirevole, in un certo senso. Ma deve stare attento a non finire per assomigliare più a Trump che a de Gaulle. Il presidente francese ha manifestato il suo spirito gollista nella vicenda dei cantieri navali Saint-Nazaire, ma anche riguardo ai migranti, alla Libia, alle spese militari e invitando il presidente Trump a raggiungerlo a Parigi per la festa della Bastiglia. Con tutte le sue credenziali liberali e filoeuropee nessuno dovrebbe stupirsene.

L’atteggiamento di Macron si adegua, purtroppo, al contesto europeo. Nazionalismo e populismo sono forti come prima delle sue vittorie elettorali a maggio e a giugno, ed è troppo presto per rimpiazzarle con qualcosa di più liberale ed europeista.

Si veda, ad esempio, l’Austria, dove le elezioni parlamentari si terranno a ottobre, dopo che a maggio è caduto il governo. In testa ai sondaggi ci sono il partito popolare, di destra, e il partito liberale, di estrema destra: Sebastian Kurz, il leader trentenne dei Popolari viene spesso paragonato a Macron, ma in campagna elettorale, proprio come aveva fatto da ministro degli Esteri, sta assumendo posizioni fortemente nazionaliste e contrarie all’immigrazione.

Potrebbe a breve accadere anche in Svezia, se l’attuale crisi di governo porterà ad elezioni anticipate. Qui i Democratici svedesi, contrari all’immigrazione, avrebbero secondo i sondaggi oltre il 20% ben oltre il 13% raggiunto nel 2014 e più o meno alla pari con il partito socialista al governo. Non si può più escludere che dopo il voto questo gruppo di estrema destra entri a far parte del governo in una coalizione conservatrice.

La pulsione nazionalista è evidente anche nella reazione ostile dell’Europa, e soprattutto della Germania, agli sforzi del Congresso americano per inasprire le sanzioni contro la Russia. Normalmente la Germania si preoccupa che gli Stati Uniti governati da Trump si mostrino troppo deboli nei confronti della Russia, non il contrario. Ma queste sanzioni minacciano gli interessi commerciali tedeschi nel gasdotto baltico Nord Stream 2 e così il nazionalismo ha vinto su qualsiasi altro principio o senso del comune interesse europeo.

Tutti, forse, attendono l’esito delle elezioni federali tedesche, a settembre e la riconferma al Cancellierato della liberale e filoeuropea Angela Merkel. Quando sarà in vista la terra promessa di una ritrovata collaborazione franco-tedesca per rinnovare l’Europa e rilanciare le politiche liberali.

Speriamo. Ma la realtà è più dura: la ripresa economica dell’Eurozona è avviata ma ci vorranno diversi anni prima che questo possa influire sulla pubblica opinione, orientandola in una direzione più positiva, aperta e fiduciosa. E nel frattempo resta forte la pressione di tutte le crisi che hanno fomentato il nazionalismo e il populismo – i migranti, la Russia, il declino del tenore di vita, l’austerità fiscale.

Ecco perché il presidente Macron si sta comportando in modo così assertivo e nazionalista. La sua popolarità diminuisce e il suo impegno per riformare la Franca è immane. Considerato questo, la sua impazienza è comprensibile. Ma c’è un rischio nel muoversi troppo in fretta e nell’ignorare il punto di vista dei partner europei. Ed è che alcune o tutte le sue iniziative falliscano, rivelando che né lui né il suo governo le hanno preparate adeguatamente e distruggendo così la sua reputazione di efficienza e competenza.

Questo rischio è particolarmente alto riguardo alla Libia e alle relazioni del nuovo presidente con le forze armate francesi, il cui capo di stato maggiore, Pierre de Villiers, ha già rassegnato le dimissioni dopo uno scontro sui tagli alle spese.

Macron non annuncia le sue decisioni politiche su Twitter, a differenza della sua controparte americana. Ma sta dimostrando, talvolta, la stessa impetuosità di Trump, e tracce della sua tendenza ad agire senza ascoltare nessuno. Il generale de Gaulle non sarebbe affatto contento di vedere il suo successore condividere la sorte di un presidente americano tanto incivile.

 

http://www.lastampa.it/2017/07/29/cultura/opinioni/editoriali/la-tentazione-di-tornare-a-de-gaulle-EBpMGWjQ4wks1tEECWMC2O/pagina.html

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Un mare di alberi.


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Rotterdam è la città olandese che detiene il porto più grande ed importante d’Europa. E proprio qui è stato realizzata una vera e propria foresta galleggiante, che la abbellisce in modo ecosostenibile.

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Il progetto dell’artista Jorge Bakker ha portato all’installazione di alcuni olmi olandesi su boe dismesse e recuperate nel mare del Nord, raggiungendo così l’obiettivo di rendere più verde il porto.

 

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https://www.tuttogreen.it/nel-porto-di-rotterdam-ideata-foresta-galleggiante/

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Il controllo dell’acqua è sempre stato il segreto della potenza di Roma


 

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Acqua Appia, Acqua Claudia, Acqua Ania, Acqua Marcia e, per contrappeso, persino Acqua Vergine: può restare a secco una città così? Solamente Roma l’Eterna si è potuta concedere nei secoli il lusso di imporre il nome dei suoi figli all’elemento più diffuso nell’Orbe che, per l’appunto, si chiama terraqueo. Padrona della terra, Roma, e dominatrice dell’acqua ben prima di costituire la sua flotta micidiale. Anzi, all’acqua in qualche modo consustanziale, giacché all’acqua si deve la vita di Romolo e Remo, salvati dal Tevere così come Mosè lo era stato dal sacro Nilo, e se si hanno dubbi sulla fondatezza dell’accostamento si vada al crocevia delle Quattro Fontane, in cima al Quirinale, a vederne le sculture.

Roma, una città nata per dominare l’acqua

Consustanziale anche perchè Roma sull’acqua è stata fondata e per il controllo dell’acqua è stata immaginata. Il Palatino altro non è se non un avamposto che permette il controllo del passaggio sul Tevere, all’Isola Tiberina, nel punto in cui si incrociano l’antica Via del Sale e gli attracchi delle navi focesi a carena ridotta. Soprattutto, però, l’acqua è naturalmente dentro Roma, che nel suo attuale sottosuolo è ancora attraversata da rigagnoli e fiumicelli nascosti all’immaginazione dei più.

Ne resta uno solo ancora udibile e visibile: scorre discreto tra le pareti in laterizio di un mitreo nascosto, a sua volta, nelle fondamenta della chiesa di San Clemente, a due passi dal Colosseo. Il quale Colosseo, è risaputo, all’acqua anch’esso deve la nascita, essendo stato eretto sul lago della Domus Aurea neroniana ed accanto alla più grande fontana della Roma imperiale, la Meta Sudans che sul luogo del colosso dell’Imperatore suicida era stata costruita dai Flavi. acqua02

Anche il Colosseo deve la sua costruzione all’acqua

Erano la vera ricchezza delle nazione romana, i suoi ruscelli, il primo passo verso la conquista di un Impero: permisero, scendendo dai fianchi di sei dei sette Colli, la costruzione dei primi insediamenti, la nascita di una federazione e le lotte vincenti con i Sabini accampati sul Quirinale: colle secco e arido anche se oggi le fontane ne nascondono la vergogna. Il Ratto delle Sabine probabilmente nasconde la prima guerra per l’acqua della Storia occidentale.

I Romani avevano preso dagli Etruschi, noti per seguire il corso dei fiumi nella loro ansia di fondare città, a costruir cunicoli scavati nel tufo per farla passare e distribuirla. Se ne riconosce uno ai piedi della Rupe Tarpea, sul Campidoglio: uno spazio angusto nella pietra rossa e solo apparentemente duttile. Vi si calava un solo schiavo alla volta, a scavare di martellina e olio di gomito nella perfetta oscurità rotta, nel fumo insopportabile, dal chiarore di una torcia.

La prima crisi idrica, e gli acquedotti

Per mezzo millennio quell’acqua bastò, fino a quando una serie di estati aride si fecero sentire su una città ormai pronta a prendersi il mondo. Ma la Repubblica funzionava e progettava, e soprattutto realizzava: nacquero i grandi acquedotti all’aria aperta, quelli teorizzati da Vitruvio e grazie ai quali anche le ville rustiche pensate da Catone il Censore alla fine avevano di che dissetarsi. Opere pubbliche, pagate dall’erario per il bene comune, patrizio e plebeo. Si costruiscono così gli Stati che sopravvivono nei secoli.

Infatti Roma perde i suoi acquedotti solo con il finire dell’Impero. Prima restano a secco le monumentali Terme di Caracalla, poi i Goti di Totila cingono d’assedio l’Urbe e, per assetarla, interrompono i flussi e spaccano le tubature. Il Mediovo nasce proprio in questo momento: insieme ad un ritrovato rapporto, che sarà ultrasecolare, con il Tevere. Acqua poco salubre, quella del Tevere, che Traiano usava solo per far girare i mulini che aveva collocato ai piedi del Gianicolo, ma pur sempre acqua.

Ne bevono a grandi sorsate gli assediati e i loro figli, tra lo stupore e il leggero disgusto, mille anni più tardi, di un Petrarca imbevuto di sogni classici e chiamato a Roma per ricevere, primo dai tempi dell’Impero, il titolo di poeta laureato. Lascia Avignone carico di entusiasmo, trova una Roma sporca e stracciona, che nel Tevere si tuffa  si lava e pesca all’unisono,  senza badarci troppo. Altro che la ricerca delle acque termali che aveva spinto i legionari a impiantare accampamenti per svernare in mezza Europa, e su quelli fondare nuove città che portano nel nome, ancora adesso, l’antica destinazione d’uso.

E’ la Roma papalina del Barcarolo che vive in simbiosi con il suo fiume, boiaccia maledetto come anche fonte di un sostentamento da poveri, con il pesce preso alla bilancia all’attaccatura dei ponti realizzati quando i piemontesi costruiscono, tra mille scandali finanziari, imponenti argini a fare il verso a quelli della Senna. Ma prima dei Savoia il più ambizioso dei Papi di Roma, Sisto V il francescano, aveva provato a ripetere le gesta degli antichi, ristrutturando, allungano e dando il suo nome di Felice Peretti alla vecchia condotta Alessandrina.

La Roma dei Papi e la nuova acqua ‘insipida’ di Roma

Continua a sgorgare, l’Acqua Felice, alla Mostra in Piazza di Santa Susanna. Vi troneggia, con i piedi a mollo tra mille bottigliette lasciate lì a galleggiare mollemente dai turisti, un Mosè che non è certo tra i capolavori del Rinascimento, tozzo e burbero nel suo scimmiottare quello di Michelangelo. Ma anche adattissimo a simboleggiare il carattere del suo committente, e il motivo per cui si era preso tanta cura. Quanto al primo,il carattere, basti dire che dopo aver vessato per anni architetti e operai con le sue continue richieste, una volta portogli il primo bicchiere della nuova acqua di Roma, la prima potabile dopo tanto tempo ad essere riportata in città, non trovò niente di meglio da dire se non: “E’ insipida”.

Quanto allo scopo, il Peretti intendeva muovere il centro di Roma dal Vaticano al Quirinale, facendo del palazzo di Gregorio XIII suo predecessore, la residenza del Papa Re. Talmente re, se non imperatore, da far imprimere il megalomane sulle fistole di piombo dell’Acqua da lui rinominata il motto “Unda semper Felix”. Detto che sa di abbondanza imperitura, e così è stato, almeno fino ad oggi. Tanto che il Comune rinato dopo i potestà ha a Roma nelle fontanelle, i Nasoni, uno dei suoi simboli più umili e più diffusi. Ve ne sono circa 300 sparsi per i vicoli ed il nome, che è dovuto ad un profilo aquilino e quindi italico, rimanda a quel Publio Ovidio Nasone che, all’inizio di tutto, cantava l’acqua e per dare dell’idiota a qualcuno affermava: “Non vede nè le fronde dei boschi, nè l’acqua di un fiume in piena”.

Il Nasone simbolo della Capitale

Tra tutti i nasoni di Roma se ne ricordi uno, uno dei più nascosti. Si trova vicino a Vicolo Scanderbeg, dove una volta ci si inerpicava sul Vicus Caprarius. Due passi dalla Fontana di Trevi. Una sera d’agosto una bella ragazza bionda e svedese passeggiava nella frescura a piedi scalzi. Mai farlo, a Roma: si tagliò il delizioso piedino con un coccio di bottiglia, e fu costretta a metterlo sotto il getto del nasone. Poi si lasciò prendere dall’entusiamo e si mise a camminare dentro la Fontana dell’Oceano. Acqua miracolosa, quella di Trevi:  la curò dall’infezione.Lei allora lo raccontò al suo datore di lavoro, che faceva il regista. E questi le fece ripetere la scena di fronte alla macchina da presa, e pazienza se il replay ebbe luogo a febbraio invece che ad agosto. Anita dal piedino ferito entrò per sempre nell’immaginario collettivo di un’epoca. Se ne è andata non molto tempo fa: bella, prorompente e fresca, semper felix. Un’altra Roma.

 

 

 

 

http://www.agi.it/cultura/2017/07/25/news/roma_acqua_storia-1979258/

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SE VOSTRO FIGLIO È APPESO A UN VOUCHER


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Voucher è un termine inglese. Significa tagliando oppure buono oppure coupon. Con quello puoi comprare un prodotto. Nel caso di cui si discute ormai da mesi si compera il lavoro. Quasi sempre il lavoro di una giovane o di un giovane. Non per tutta la vita o per qualche mese. Per tempi assai brevi. Li chiamano lavori estemporanei, lavoretti. Chi non ha bisogno in famiglia di ricorrere all’aiuto di qualcuno per riparare qualcosa che si è rotto, per compiere mansioni occasionali che in famiglia nessuno vuole portare a termine? Non pensate però di poter chiamare che so un idraulico o un falegname agitando il foglietto del voucher. Quelli hanno le loro tariffe.
Il fatto é che il problema dei voucher é divampato a tal punto da costringere la Cgil a raccogliere oltre tre milioni di firme per un referendum abrogativo. Perché quei foglietti venivano via via utilizzati per lavori normali in normali aziende, saltando i contratti e i diritti delle persone. Come il diritto di ammalarsi, di fare un figlio, di organizzarsi in sindacato. Quel referendum, però, faceva paura al governo e così hanno decido di abrogare i voucher. Subito dopo, con un guizzo, li hanno resuscitati sostenendo che era una cosa tutta nuova, riservata alle famiglie, a piccole imprese.
Non si capisce perché queste nuove misure, considerate così modeste, non le abbiano discusse con i promotori dei referendum, per rassicurarli. Resta il fatto che c’è, anche sulla rete, chi si è fatto convincere della bontà dell’operazione e grida alla modernità dei voucher, ennesima parola magica del lavoro flessibile.
 Ecco, io non so che cosa direbbero queste signore e questi signori se le loro figlie e i loro figli (magari brillantemente  laureati) fossero costretti, in mancanza di alternative, a intraprendere il cammino dei voucher. Ovvero a saltellare in lavori occasionali, ennesimo tassello di una miriade di forme contrattuali ‘a termine’ che hanno frantumato la novecentesca era del ‘posto fisso”, senza nemmeno mettere in piedi diritti e tutele tra un saltello e l’altro. Comunque la beffa è compiuta, i voucher sono rinati, la Cgil ha indetto una protesta di massa il 17 giugno a piazza San Giovanni a Roma. Vedremo se saranno 4 gatti. Pensosi osservatori dicono: così la Cgil fa politica. Certo queste iniziative hanno un effetto politico, però che cosa poteva fare un sindacato? Lasciar correre? Scegliere l’indifferenza?

 

http://ugolini.blogspot.it/2017/06/se-vostro-figlio-e-appeso-un-voucher.html

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Il Movimento 26 luglio di Fidel Castro, che guidò la Rivoluzione cubana


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La Rivoluzione cubana, l’insurrezione dei guerriglieri guidati da Fidel Castro e Ernesto Che Guevara che rovesciò nel 1959 il dittatore Batista, nasce dall’assalto fallito alla Caserma Moncada del 26 luglio del 1953. Nel marzo del 1952 un colpo di stato a Cuba aveva portato al potere il generale Fulgencio Batista. Un giovane avvocato attivista, Fidel Castro, organizzò un gruppo di ribelli che attaccò la base militare Moncada di Santiago di Cuba, tentando di impadronirsi dell’arsenale per intraprendere la lotta armata. Quasi tutti i ribelli furono catturati e uccisi. Fidel e Raul Castro dopo due anni di reclusione, nel maggio 1955 furono amnistiati.

Usciti di prigione, i fratelli Castro organizzarono il Movimento 26 luglio

Fondato a Cuba il Movimento 26 luglio (M26), Fidel fu costretto all’esilio, prima in Messico poi negli Stati Uniti. A Città del Messico con il fratello Raul conobbe il medico argentino Ernesto Che Guevara de la Serna, idealista rivoluzionario.
Ottenuto anche negli USA l’appoggio di altri esuli cubani e trovate le necessarie fonti di finanziamento, i due fratelli Castro, Guevara e alcuni militanti dell’M26 partirono su una vecchia imbarcazione, la Granma, sbarcando a Cuba all’alba del 2 dicembre 1956. Vennero intercettati e accerchiati dalle truppe governative, una ventina di superstiti riuscì a nascondersi nella fitta vegetazione sui monti della Sierra Maestra. I “barbudos”, così vennero chiamati i guerriglieri, attaccarono una caserma e si impossessarono di armi e munizioni.
Che Guevara ebbe l’iniziativa di realizzare la stazione Radio Rebelde, allo scopo non soltanto di promuovere l’operato dei ribelli ma anche di rassicurare l’opinione pubblica internazionale (soprattutto il governo statunitense) che il fine della rivoluzione fosse instaurare una repubblica democratica, che nulla avesse a che fare con il comunismo.
Batista fuggì la notte del 1° gennaio 1959, l’esercito si arrese e Che Guevara si impadronì dell’Avana.
Il Movimento 26 luglio si fuse nel 1961 con le altre organizzazioni rivoluzionarie, e nel 1965 divenne il “Partito Unito della Rivoluzione Socialista cubana”.

https://www.ilgazzettinodisicilia.it/2017/07/25/movimento-26-luglio/

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Le bombe italiane sulla guerra civile spagnola: una ferita ancora aperta


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Tra il febbraio 1937 ed il gennaio 1939 i trimotori italiani Savoia-Marchetti colpirono più volte Barcellona ed altre 143 località catalane, mentre gli Stuka della Legione Condor tedesca martellavano il fronte centro-settentrionale della Spagna. I raid aerei si inquadravano nelle operazioni di supporto militare che Mussolini ed Hitler garantirono a Francisco Franco nella Guerra Civile, risultando decisivi ai fini della vittoria franchista.

Gli attacchi avevano il duplice obiettivo di sfiancare la resistenza repubblicana e sperimentare la nuova tecnica dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili; una tattica militare impiegata su larga scala, successivamente, nella Seconda Guerra Mondiale. Il bilancio finale delle incursioni italiane fu di circa 5000 morti, cifra resa meno pesante dalla costruzione di migliaia di bunker antiaerei da parte della popolazione.

Nel 1998 il Parlamento tedesco ha presentato scuse ufficiali per la distruzione di Guernica, la cittadina basca rasa al suolo dall’aviazione nazista nel 1937. L’Italia, dal canto suo, non ha mai ammesso la propria responsabilità per i bombardamenti sulla Catalogna, allineandosi al “pacto del olvido” in vigore tra le istituzioni spagnole dopo la caduta del franchismo.

Un silenzio che ha indotto l’associazione “AltraItalia”, fondata da italiani antifascisti residenti a Barcellona, ad agire legalmente contro gli autori dei bombardamenti, accusati di violazione del diritto internazionale. La denuncia, presentata nel 2011 davanti al Tribunale centrale di Madrid, è stata inizialmente rigettata per incompatibilità territoriale, venendo accolta due anni più tardi dal Tribunale di Barcellona. A sporgerla formalmente sono state alcune vittime dei bombardamenti ancora in vita, appositamente sollecitate da “AltraItalia” che si è poi costituita parte civile. “Si tratta di una causa per crimini di guerra e lesa umanità, reati imprescrittibili secondo la giurisprudenza internazionale, contro i membri dell’Aviazione Legionaria responsabili dei raid su Barcellona” spiega a L’Espresso l’avvocato Anais Franquesa “I denuncianti sono Anna Raya, 85 anni, rimasta ferita dallo scoppio di una bomba, ed Alfons Cánovas, 95 anni, il cui padre fu ucciso mentre lavorava al porto. Si chiede all’Italia di fornire le generalità di tutti i militari coinvolti negli attacchi, così da stabilire chi è ancora vivo e dove risiede”.

L’obiettivo dell’azione legale è fare pressione sul governo italiano, in quanto istituzione succeduta nel tempo al regime di Mussolini, affinché garantisca una riparazione ufficiale per i reati contestati agli aviatori legionari. Il processo, ancora nella fase istruttoria, è stato finora contrassegnato dalla reticenza delle autorità di Roma a trasmettere informazioni sull’identità dei piloti, limitandosi a confermare il decesso di alcuni di loro.

Una condotta che ha generato forte tensione tra le parti, acuita dalla notizia della medaglia conferita dal Ministro della difesa a Luigi Gnecchi, pluridecorato aviatore che aveva operato in Spagna ed Inghilterra, per i suoi 100 anni. La scoperta dell’esistenza in vita di uno dei piloti ha spinto il magistrato titolare dell’inchiesta a presentare una rogatoria, non accettata, per interrogare Gnecchi sul ruolo avuto nella campagna spagnola; lo stesso ex militare ha poi dichiarato alle autorità italiane di non aver preso parte ai bombardamenti sulla Catalogna.

Nell’ottobre 2015 il Comune di Barcellona si è costituito parte civile, una decisione in linea con il nuovo corso politico instaurato dall’elezione a sindaco di Ada Colau, come sottolinea l’assessore Jaume Asens: “Avevamo un obbligo giuridico e morale verso la cittadinanza, è una causa terapeutica per le vittime ed i loro familiari perché non si tratta di avvenimenti lontani nel tempo. Il governo italiano ci deve delle risposte”. Il processo ha assunto un importante significato storico, trattandosi dell’unica causa su reati commessi durante la Guerra Civile e la dittatura franchista attualmente aperta in Spagna. I militari italiani sono giudicabili perché non beneficiano della Legge di Amnistia del 1977, che ha impedito fino ad ora ogni giudizio sui crimini del franchismo.

Le bombe italiane sono una ferita ancora aperta nella società catalana, come dimostrano le numerose iniziative sorte in ambito pubblico e privato per mantenere viva la memoria di quegli anni. Un ricordo tragico, fortemente legato all’ideologia indipendentista che permea attualmente la Catalogna, di cui è espressione la campagna “Bombe di impunità”, presentata a Barcellona nei mesi scorsi. “Apparteniamo tutti alla società civile, alcuni provengono da associazioni di quartiere, altri dai sindacati…Ci accomuna il bisogno di ristabilire la verità storica sui bombardamenti e di garantire giustizia alla popolazione aggredita” raccontano alcuni sostenitori.

A differenza della causa intentata da AltraItalia, la campagna si dirige contro tutti i regimi (Spagna, Italia e Germania) coinvolti nella Guerra Civile, esigendo dagli attuali governi in carica un riconoscimento ufficiale delle violazioni di diritto internazionale perpetrate dai loro predecessori istituzionali ed un risarcimento simbolico per le vittime civili. Insieme ad attività di lobbying presso istituzioni locali ed europee, gli organizzatori si propongono di agire anche per via giuridica, facendo leva sulla responsabilità civile che ricade sui governi nel caso di crimini di guerra. Lo scopo, sottolineano con fermezza, è quello di chiudere i conti col passato una volta per tutte.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/16/news/le-bombe-italiane-sulla-guerra-civile-spagnola-una-ferita-ancora-aperta-1.291384?ref=fbpe

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25 Luglio 1943: la caduta del Fascismo e l’arresto di Benito Mussolini


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In appena due settimane, dallo sbarco degli Alleati in Sicilia, crollano vent’anni di Regime fascista! Nella notte tra il 24 ed il 25 Luglio 1943, il Gran Consiglio, un organo perdipiù consultivo, in una pantomima indecorosa, vota la sfiducia a Mussolini che l’indomani verrà arrestato nella villa del Re, da un capitano dei Carabinieri e portato prima al Sud e poi al Gran Sasso.

La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “La guerra continua”.

Una fermezza terribile che vuol dire tutto e nulla!

Vi è una confusione generale, ma il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare. Non può immaginare quello che di lì a poco accadrà.

http://www.dilucca.it/archivio-notizie/cronaca-a-attualita/spettacolo-e-cultura/23416-accadde-oggi-25-luglio-1943-la-caduta-del-fascismo

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Un ritardo inatteso per il buco nell’ozono


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La diffusione in atmosfera di una sostanza ampiamente usata nell’industria potrebbe rallentare di trent’anni il lento recupero del buco nell’ozono osservato di recente grazie al bando dei cosiddetti CFC.

Il diclorometano, noto anche come cloruro di metilene (gas incolore dalla struttura simile al metano, ma con due atomi di cloro al posto di due di idrogeno ), è una sostanza ampiamente usata nell’industria a vari scopi, da solvente per la rimozione di vernici alla produzione di estratto di luppolo fino alla preparazione dei poliuretani espansi (polimeri con un vasto ambito di applicazione). Meno aggressivo dei CFC nei confronti dell’ozono, il diclorometano non era stato inserito nella lista delle sostanze sottoposte al Protocollo di Montreal.

Le nuove proiezioni mostrano che se l’incremento del diclorometano in atmosfera proseguisse con i ritmi medi osservati dal 2004 al 2014, il recupero dell’ozono sull’Antartide sarebbe ritardato di 30 anni rispetto alle stime precedenti. Se le concentrazioni restassero ai livelli attuali, il ritardo sarebbe invece contenuto in soli cinque anni.

http://www.lescienze.it/news/2017/06/28/news/buco_ozono_rallntamento_recupero_diclorometano-3584540/

 

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PERCHÉ LA RIVOLUZIONE? Piccole e grandi curiosità sulla rivoluzione che ha cambiato il mondo (e la storia).


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Perché nel 1789 scoppiò la Rivoluzione Francese? La regina Maria Antonietta che invita il popolo a mangiare “brioches”, visto che è finito il pane è una leggenda, ma rende l’idea di quanto l’aristocrazia che governava la Francia fosse poco attenta alle esigenze del popolo e della borghesia.
Ma secondo gli storici furono diverse le cause, di cui alcune sottovalutate:

 

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COLPA DEL TEMPO? La goccia che fece traboccare il vaso potrebbe essere stata… il clima. La Francia era il paese più popoloso d’Europa e i cattivi raccolti in gran parte del paese a causa dell’inverno rigido del 1788 aggravarono un lungo periodo di difficoltà economiche, esasperando i contadini.

ALLA BASTIGLIA! Il 14 luglio 1789, i parigini avevano paura che l’esercito stesse per attaccarli. Così si armarono e marciarono verso la Bastiglia, il forte reale utilizzato come prigione, alla ricerca di polvere da sparo. La rivoluzione era ufficialmente iniziata… per un motivo futile e concreto. Non avendo cannoni a disposizione, donne e uomini e bambini conquistarono la Bastiglia, “strappando” i mattoni, che poi vennero venduti o regalati come simbolo della rottura della “tirannia”, proprio come è successo ai pezzi del Muro di Berlino.
Per gli storici la Rivoluzione francese, che considerano come una lunga sequenza di avvenimenti durata quasi 10 anni, iniziò con la convocazione degli stati generali il 5 maggio 1789. Fu allora che il terzo stato (la borghesia) si pose alla testa della rivolta contro il sistema feudale (l’ancien régime).

PRIGIONIERI- All’interno della Bastiglia, c’erano solo 7 prigionieri. Se fossero arrivati 10 giorni prima, i rivoltosi ne avrebbero trovato un ottavo: il famoso Marchese De Sade, che scontava una pena per “libertinaggio”, ed era stato appena trasferito.

DUE SECOLI DI TESTE MOZZATE. La ghigliottina fu il mezzo con cui i rivoluzionari (non senza accanimento) condannavano a morte i nemici: è rimasta una forma giuridica di esecuzione in Francia fino al 1981, quando il neoeletto Presidente Francois Mitterand ha abolito la pena di morte. Le stime del numero di vite portate via dalla ghigliottina durante la rivoluzione francese vanno da 17.000 a 40.000. Si pensa che i tre quarti delle persone giustiziate fossero innocenti. Nei suoi giorni di “gloria”, la ghigliottina si prese fino a 3.000 vite in un mese, cioè circa 100 persone in media in un solo giorno. Ecco perché il periodo successivo alla Rivoluzione fu denominato “Il Terrore”.execution_de_marie_antoinette_le_16_octobre_1793.900x600

VANITÀ. Il re Luigi XVI, la regina Maria Antonietta e i loro figli cercarono di fuggire ma furono scoperti grazie a Jean-Baptiste Drouet, un mastro di posta, che riconobbe il re dopo aver visto il suo volto impresso su una moneta: fu insomma la vanità a giocare un brutto scherzo all’ultimo re di Francia.

ROBESPIERRE, BUONO O CATTIVO? Uno dei principali leader della Rivoluzione francese fu l’avvocato Maximilien de Robespierre, definito “l’incorruttibile”. È ricordato per la facilità con cui inviava i suoi avversari (e non solo) sulla ghigliottina, nonostante all’inizio si fosse detto sempre contrario alla pena capitale. Non durò molto: nel 1794 fu catturato e decapitato. È vero che fu uno dei maggiori responsabili del Terrore, ma a suo modo cercò di attuare gli ideali di fratellanza, eguaglianza e libertà: per esempio nel 1794, Robespierre riuscì a ottenere l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, obiettivo che si prefiggeva dal 1789. Il movimento di liberazione degli schiavi prese le  mosse  proprio da quell’atto.

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PANTALONI. I sanculotti erano i militanti più radicali della rivoluzione: operai, artigiani e contadini che credevano nella democrazia diretta e usavano ampiamente il termine “cittadino”. Si chiamavano sanculotti perché indossavano i pantaloni lunghi, invece delle culottes, i calzoni al ginocchio usati dai nobili con le calze di seta: erano dunque “sans culottes”.

MODA RIVOLUZIONARIA. A parte la diffusione dei pantaloni, la rivoluzione francese impose anche altre mode: portare i capelli corti del colore naturale divenne un simbolo repubblicano. Anche la cipria venne messa al bando: l’utilizzo su volti e parrucche era considerato “antisociale”, poiché per produrla si usava la farina, “sottraendola al popolo”.

UNA PREZIOSA EREDITÀ. Alla Rivoluzione francese dobbiamo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, un testo giuridico che contiene una solenne elencazione di diritti fondamentali dell’individuo e del cittadino, che in gran parte è confluito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dalle Nazioni Unite venerdì 10 dicembre 1948.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/rivoluzione-francese-14-luglio?gimg=75392#img75392

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Nella Foresta dipinta di Maui, dove gli eucalipto sono degli arcobaleni viventi


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Nella foresta di Maui, nelle Hawaii, i tronchi degli alberi di eucalipto sono di tutti i colori dell’arcobaleno. Merito  di una corteccia stagionale che sfaldandosi in momenti diversi e seccandosi man mano, assume colori diversi rendendo le piante  delle vere e proprie opere d’arte della natura.

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E se il colore non fosse abbastanza, anche il profumo di questi alberi di eucalipto è sorprendente. L’odore acuto balsamico e legnoso inonda tutta la foresta pluviale.foresta1

i Rainbow Eucalyptus non sono nativi di qui: arrivano dalle Filippine e sono stato introdotti alle Hawaii nel Settecento per il loro celebre e robusto legno, a lungo utilizzato in campo edile.

 

http://www.lastampa.it/2017/05/02/societa/viaggi/mondo/nella-foresta-dipinta-di-maui-dove-gli-eucalipto-sono-degli-arcobaleni-viventi-4KioV47bVJOV6O02AkabQN/pagina.html

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Siccità: danni per 2 miliardi


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I due terzi dell’Italia è a secco.Dieci Regioni pronte a chiedere stato di calamità.

La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni. Cala la produzione di latte, timori per raccolta della frutta,.Allevatori senza pascoli, dighe ai minimi. Eppure ogni giorno se ne disperdono 9 miliardi di litri

In Italia ogni giorno c’è una dispersione dell’acqua di quasi 9 miliardi di litri al giorno a causa delle perdite registrate lungo la rete di 474 mila chilometri di acquedotti, è questo il dato drammatico che fa a pugni con l’emergenza siccità di queste ore. Ogni 100 litri di acqua immessa negli acquedotti , quasi 40 vengono persi per l’obsolescenza della rete idrica, una delle medie più alte d’Europa che fa il paio con il fatto che gli investimenti realizzati per rimodernare gli acquedotti sono tra i più bassi del continente: 32 l’anno per abitante a fronte della Francia che ne investe 88, il Regno unito 102 e la Danimarca 129 (dati Utilitalia). Per ogni abitante ben 144 litri di acqua al giorno non arrivano a destinazione (dati UNC -Unione Nazionale Consumatori) e da qui si arriva alla folle cifra di quasi 9 miliardi di acqua dispersa al giorno. Cosa ha fatto il governo finora per fronteggiare questa situazione? Non si può dichiarare lo stato di crisi senza dire che per uscire dalla perenne emergenza è necessario una enorme opera infrastrutturale per rimettere a posto gli acquedotti. La classe politica sa parlare solo di emergenza ma non fa nulla per prevenire e ridurre il danno oggi si chiama siccità e incendi domani alluvioni e dissesto idrogeologico. Ma chi dovrebbe realizzare le infrastrutture necessarie  per far fronte al problema: lo Stato o le aziende che gestiscono l’acqua? Visto che queste sono di fatto in gran parte in mano ai privati come ACEA, quotata in borsa e praticamente dominata dal gruppo Caltagirone e dalla multinazionale francese Suez, non sarebbe il caso che il Governo imponga a queste che le realizzino con i lucrosissimi ricavi della gestione?  La verità è che è necessario tornare allo spirito del referendum vinto da milioni di italiani: l’acqua e la sua gestione tornino pubbliche e lo Stato reinvesta tutti gli utili per la manutenzione della rete idrica. Quindi bisogna urgentemente convocare le camere unite per questa emergenza ambientale che era ampiamente prevedibile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/siccita-i-due-terzi-dellitalia-e-a-secco-dieci-regioni-pronte-a-chiedere-stato-di-calamita-danni-per-2-miliardi/3748852/

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Il paradosso del Giappone.


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Gli anziani sognano un posto in carcere. Un detenuto su cinque ha più di 60 anni.A far gola agli anziani giapponesi, disposti a commettere crimini e farsi arrestare, è il «comfort» della vita in carcere, dove servono pasti caldi, ogni cella è illuminata, con scrivania, tv, dietologo e badante per meno autosufficienti, quasi un terzo dei carcerati ha più di 65 anni, il 27 per cento.  Il fenomeno dilagante del «crimine d’argento» è preoccupante per la società e per l’economia giapponese. Secondo le cifre della Customer Products, dal 2001 gli arresti per taccheggio degli over 60 sono aumentati del 35 per cento. Ma è del 470 per cento l’aumento dei recidivi. La prova che gli anziani vogliono andarci davvero in prigione. Si chiedono: vado in ospizio a pagamento o vado in prigione gratis?

La pensione statale è 6000 euro l’anno. Il carovita ha raggiunto i 7700 euro l’anno. Ma c’è un altro motivo, secondo Ochi Keita, della facoltà di criminologia della Hosei University: «Molti anziani sentono d’aver dato così tanto alla crescita economica della nazione che una piccola trasgressione gli sarà perdonata». Il furto come risarcimento.  Ma è soprattutto l’indebolimento della rete familiare e della società, » a spingere i pensionati a ruberie, aggressioni, stalking.  Il Giappone è vicino all’Italia che è il Paese con più criminali dai capelli bianchi in Europa, più del doppio della media.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/07/23/esteri/giappone-indigenti-e-con-la-mano-lesta-gli-anziani-sognano-un-posto-in-carcere-ZYwesbfJ7q3PhaAsSpxyBL/pagina.html

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I misteri di Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini


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E’ morto a Roma Pino Pelosi, l’uomo condannato in via definitiva per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, brutalizzato a morte nella notte tra il primo e 2 novembre del 1975 in un campetto sterrato di Ostia.

Pelosi, che aveva da poco compiuto 59 anni, era malato di tumore ed è morto nella notte al Policlinico Gemelli. Nato a Roma il 22 giugno 1958, era cresciuto nel quartiere Setteville di Guidonia.

Il delitto Pasolini 10 tappe

  1. Il 1 novembre 1975 alle 22.30 di fronte alla stazione Termini, Pier Paolo Pasolini invita Pelosi a “fare un giretto”.
  2. Alle ore 23 Pasolini porta Pelosi a mangiare alla trattoria Al biondo Tevere
  3. Alle 23.30 i due lasciano la trattoria e vanno a Ostia nei pressi dell’Idroscalo del Lido di Roma in uno sterrato accanto a un campetto di calcio
  4. Alle ore 1.30 del 2 novembre 1975 Pelosi venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell’Alfa di Pasolini, mentre guida contromano a folle velocità
  5. Inizialmente accusato solo di furto dell’auto, che risulta intestata allo scrittore.
  6. Pelosi viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove al compagno di cella confessa: “Ho ammazzato Pasolini”.
  7. Il 5 novembre 1975 Pino Pelosi viene interrogato. Racconta di un duro alterco con Pasolini per una prestazione sessuale non gradita, sfociato in una feroce colluttazione. Pelosi sostiene anche che lo scrittore l’avrebbe colpito per primo con un bastone, e che lui si sarebbe difeso colpendolo a sua volta con una tavola di legno e poi, lasciatolo a terra, sarebbe fuggito.
  8. La morte di Pasolini sarebbe stata involontaria in quanto provocata dal fatto che l’Alfa ha investito il poeta durante la fuga di Pelosi schiacciandogli il torace e rompendogli il cuore. Pelosi sostiene anche che non vi fossero altre persone sul luogo del delitto.
  9. Il 10 dicembre 1975 Pelosi viene rinviato a giudizio al tribunale dei minori per omicidio volontario, furto d’auto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo si apre il 2 febbraio 1976 e si concluse il 26 aprile con una conmdanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni
  10. Al processo di appello nel dicembre 1976 viene assolto dai reati di atti osceni e furto, ma è confermata la condanna di omicidio. La sentenza divenne definitiva in Cassazione il 26 aprile 1979 che confermò la sentenza.[2] Rinchiuso a Civitavecchia, Pelosi il 26 novembre 1982 otterrà la semilibertà e il 18 luglio 1983 la libertà condizionata.

    Le cose che non tornano

    • Il 7 maggio 2005 Pelosi afferma in tv di non aver ucciso Pasolini che sarebbe stato massacarto a bastonate e catenate da tre persone, a lui sconosciute, che parlavano con accento siciliano
    • Nel settembre 2011, nella sua autobiografia, Pelosi racconta di non aver incontrato per la prima volta Pasolini la sera del delitto ma di averlo conosciuto all’inizio dell’estate e di averlo frequentato con una certa assiduità.
    • Affermò di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori da parte di uno degli aggressori, e di aver atteso la loro morte per iniziare a parlare. I due potrebbero essere i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, criminali comuni di origini siciliane, spacciatori, militanti nell’Msi morti di Aids negli anni novanta. Si erano vantati con un agente di polizia che operava sotto copertura di aver preso parte al massacro, ma davanti al magistrato negarono tutto.

http://www.agi.it/cronaca/2017/07/21/news/pino_pelosi_delitto_pasolini_misteri-1970337/

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Un viaggio nel vocabolario della stagione più bella


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L’italiano è una lingua bellissima perché le sue parole hanno spesso una storia complicata ed affascinante. Ecco una carrellata sulle origini delle parole estive.

 

Spiaggia: è la regina delle vacanze, ed in genere è considerata un luogo ameno ma decisamente inadatto a pesanti sforzi culturali. Eppure spiaggia è una parola con una storia di tutto rispetto. Viene dal latino plaga, forse intersecatasi con il greco plaghia che significava costa, pendenza, fianco. Nel medioevo era meglio conosciuta come piaggia, ma esistevano anche le varianti plaia al femminile e persino un plaiu al maschile. Il termine piaggia è usato spesso da Dante,  la s iniziale odierna è invece un rafforzativo. Un derivato è il verbo spiaggiare/spiaggiarsi, che dovrebbe indicare le balene arenate, ma spesso è utilissimo per indicare alcuni umani distesi come enormi cetacei sulla sabbia, in caccia di abbronzatura.

Il solleone invece è una crasi, cioè una parola nata dalla fusione di due parole preesistenti. In antico era scritto sollione, perché nasceva dall’unione di sole con Leone, nel senso della costellazione. Infatti in agosto, periodo di massima calura, il sole si diceva “entrasse” nel Leone. Il segno del leone era considerato quello dei grandi di imperatori. Agosto infatti deve il suo nome ad Ottaviano Augusto, il primo imperatore, che era nato proprio in questo mese, mentre lo zio Giulio Cesare dà il nome a Luglio, derivato da Iulius.

La sedia sdraio invece deriva da sdraiarsi, a sua volta derivato dal verbo latino *exderadiare. In realtà l’etimologia è incerta perché questo verbo non era noto al latino classico, ma solo forse a quello medioevale. Indicava molto probabilmente l’atto di allungarsi con mani e piedi su di una sedia, facendo con braccia e gambe delle specie di raggi, atto che i Romani classici non avevano bisogno di fare perché le loro case erano arredate con i triclini, comodi divanetti su cui ci si stendeva anche per mangiare.

Ombrellone invece è un accrescitivo di ombrello, a sua volta derivato da ombra. In origine l’ombrello non era usato per ripararsi dalla pioggia, ma dal sole, perché l’abbronzatura era considerata una cosa volgare, che avevano solo i contadini perché lavoravano nei campi all’aperto. Oggi invece viene esibita come status symbol spesso da ricchi cafoni, quindi, sotto sotto, sempre un po’ volgarotta rimane, soprattutto quando è color cuoio e viene usata per farsi selfie a ripetizione su Instagram.

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/07/17/news/da-spiaggia-a-ombrellone-ecco-come-nascono-le-parole-dell-estate-1.305834?ref=fbpe

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Orti e giardini quasi impossibili


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L’ORTO IN CUCINA. Wall Farms è l’orto verticale realizzato dall’azienda americana Click&Grow che può essere installato sul muro della cucina. Permette di coltivare dentro casa erbe aromatiche ma anche verdura e frutta. Completamente bio e a km zero.
Utilizza un terreno ad alta tecnologia capace di mantenere i livelli ideali di PH, umidità ed elementi nutritivi, per un risultato ottimale con il minimo sforzo.

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ORTI SOTTERRANEI. Chi l’ha detto che orti e giardini hanno bisogno di aria fresca e luce del sole? In mancanza di meglio è possibile realizzarli anche sottoterra e con ottimi risultati. È quello che ha fatto l’imprenditore Yasuyuki Nanbu, che una decina di anni fa ha realizzato Pasona 02, una vera e propria fattoria ad alta tecnologia nei locali in precedenza occupati dal caveau di una banca. Qui si coltivano erbe aromatiche, frutta, verdura e addirittura riso.
Obiettivo del progetto è quello di offrire nuove competenze ai giovani in cerca di lavoro e alle persone di mezza età in cerca di una nuova occasione professionale.orto2

VERO KM ZERO. E quale posto migliore per un orto urbano se non il tetto di un supermercato? Sopra si coltiva bio, sotto si vende a km zero. È il progetto Food from the Sky (cibo dal cielo) inaugurato a Londra nel 2011 nella zona di Crouch End.

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L ‘APICULTURA URBANA. A Londra apicoltori urbani producono il miele sui tetti delle case trasformati in giardini nel centro della città. In Europa e negli Stati cresce il numero di alveari urbani, integratori di reddito al tempo della crisi ma anche segnale di attenzione ai temi dell’inquinamento e dell’ambiente, è in costante crescita.

 

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VIGNETI IN CITTÀ. Un orto e un vigneto di 1000 metri quadri nel cuore di Parigi. Per la precisione sul tetto del palazzo del comune. L’esperimento è partito lo scorso mese di ottobre e durerà 3 anni.|

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/sp1-2017-12-orti-e-giardini-quasi-impossibili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CHE NE SAI TU DI UN CAMPO DI GRANO?


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Sappiamo poco.  I passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo. A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni. Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa? Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento. Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto. E l’igiene? Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana.

E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto? C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili. Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».  Per Italmopa «la produzione nazionale di frumento duro è strutturalmente deficitaria rispetto al fabbisogno dell’Industria, la quale si trova pertanto nell’obbligo di importare significativi quantitativi di frumento duro, essenzialmente dal Canada e dagli Stati Uniti, le cui quotazioni risultano più elevate rispetto alle quotazioni del frumento nazionale».

La produzione di grano in Italia è a un bivio. Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio. Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

L’ Associazione industriali mugnai d’Italia ha stimato che la produzione nazionale 2016 di frumento duro supera le 5,5 milioni di tonnellate.  I pastai affermano che è necessario importare grano a causa del basso tasso proteico di quello italiano, ma per Coldiretti le flessioni dei prezzi sono dovute «alla mancanza di norme che regolano il mercato mondiale», leggi l’etichettatura di origine obbligatoria e la tracciabilità, «al divario dei prezzi corrisposti alla produzione rispetto al consumo e alle importazioni speculative». Ufficialmente, l’Italia produce, infatti, 3 milioni di tonnellate di frumento tenero all’anno per la produzione di pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno, e oltre 4 milioni di tonnellate di grano duro per la pasta (il 60% del fabbisogno).  Così nel 2015 sono stati acquistati dall’estero circa 4,8 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Nello stesso periodo, però, sono più che quadruplicati gli arrivi di grano dall’Ucraina, fino a superare i 600 milioni di chili, e raddoppiati quelli dalla Turchia per un totale di circa 50 milioni di chili. Ogni anno alle importazioni di grano destinato all’industria se ne aggiungono altre in chiave speculativa da diversi Paesi che si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime anche attraverso un mercato non sempre trasparente. I grossi importatori di cereali acquistano da diversi Paesi a settembre, quando il raccolto italiano è stato chiuso e inizia a essere disponibile quello canadese.  Il ricorso alle importazioni serve a non fare salire i prezzi. La Commissione Agricoltura della Camera sta avviando intanto la discussione sulle risoluzioni per il rilancio del settore, depositate nei giorni scorsi. Tra queste quella per predisporre un piano nazionale presentata dal Movimento 5 Stelle, che sollecita i decreti attuativi della legge 91/2015 con cui il deputato grillino Giuseppe L’Abbate ha istituito le Commissioni Uniche Nazionali in sostituzione delle Borse Merci, datate 1913.

«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare. Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali». Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni. Non è tutto. «In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali». È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo. Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? Nessuno. Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.

“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese. Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta). Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”. Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione. Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

http://laveritadininconaco.altervista.org/che-ne-sai-tu-di-un-campo-di-grano/

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No centro commerciale a Castelluccio di Norcia


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Abbiamo appreso dalla stampa locale (umbria24del 7 luglio 2017) che la Regione Umbria e il Comune di Norcia hanno deciso di far costruire un centro commerciale ai piedi del rilievo di Castelluccio, nel Piano Grande, cuore dei Monti Sibillini. Riteniamo che la piana di Castelluccio, per il suo straordinario valore paesaggiistico e storico-ambientale, debba essere risparmiata da nuove occupazioni di suolo, sebbene confezionate da archi-star autoproclamatisi “ambientalisti” (nella fattispecie l’arch. Cellini) e che i fondi in dotazione della Protezione civile andrebbero meglio spesi concentrandosi sulla finalità primaria del recupero delle abitazioni per consentire il ritorno dei residenti, procedendo con rapidità e qualità. Invitiamo quindi la Regione Umbria e il Sindaco di Norcia di perseguire la tutela di un paesaggio, quello della Piana di Castelluccio, che molti vorrebbero vedere riconosciuto come patrimonio dell’umanità.

 

https://www.change.org/p/no-centro-commerciale-a-castelluccio-di-norcia

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150 fa “il Capitale”: ma Marx è morto (e Gesù pure)


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Tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori dl Tempio.
Esattamente 150 anni fa usciva il libro de “Il Capitale” di Marx, l’unico dei tre pubblicati con il filosofo di Treviri ancora in vita.
Molti dei suoi seguaci hanno visto nell’opera della “vecchia Talpa” un autore alieno dalla morale, concentrato su una disamina analitica e materiale del capitalismo e delle sue contraddizioni, che prima o dopo avrebbero portato al suo crollo e all’affermazione della società comunista (di cui peraltro Marx non fornì che rarissime e superficiali descrizioni).
Ma in realtà non è così. Perché il filosofo tedesco operò una vera e propria difesa dei più deboli, che seppure condotta in termini scientifici e rigorosi, presupponeva un altissimo anelito morale ed umanistico. Fra i pochi grandi del pensiero che si accorsero di ciò, e che lo applicarono a propria volta in un’ottica marxiana, vi fu Antonio Gramsci.
La “lotta di classe” vera e propria “summa” del pensiero di Marx, si articolava attraverso tre filoni strettamente intrecciati: da una parte era la lotta fra i detentori del capitale e i lavoratori salariati, questi ultimi sfruttati all’interno di un sistema iniquo e politicamente favorevole ai primi. Poi vi era la questione femminile, per cui Marx si spingeva a scrivere che nel microcosmo domestico la donna era l’equivalente del proletario nel macrocosmo sociale: sfruttata. Le due questioni si intrecciavano, poiché il proletario maschio sfruttato in fabbrica poteva diventare lo sfruttatore della moglie in casa. Così come la donna benestante poteva esercitare un dominio su altre donne di condizione sociale più bassa (le serve), ed essere sottomessa a sua volta al marito. Questione economica e questione di genere, insomma, erano inscindibili in Marx.
Infine vi era la questione nazionale, o meglio: internazionale. Per la quale Marx prendeva le difese delle nazioni colonizzate e sfruttate contro quelle imperialistiche e dominatrici. Anche tale aspetto è intrecciato con gli altri due, poiché nessun cittadino può vivere un’emancipazione di alcun tipo all’interno di una nazione sfruttata. Ma anche perché l’individuo che in una nazione benestante occupa una posizione economicamente e socialmente subordinata, può diventare un dominante e sfruttatore qualora si impegnasse a esercitare la propria superiorità su persone di etnia diversa e più debole rispetto alla propria.

Ecco, se prendiamo questi tre aspetti centrali del pensiero marxiano, al di là di ogni retorica giornalistica o promozionale possiamo capire come nella nostra epoca Marx risulti quantomai sconfitto. La disuguaglianza economica ha raggiunto livelli indecorosi e insostenibili (solo in Italia l’1,2% della popolazione detiene il 20% della ricchezza, per non parlare del medesimo tema su scala globale); il maschilismo torna in auge e, anzi, possiamo dire che non ha mai smesso di operare (come denuncia l’ultimo numero de l’Espresso, la cui redazione è stata sommersa da messaggi di uomini

incattiviti per l’affronto). Ma anche la questione etnica e nazionale vede il predominio degli stati ricchi del nord su quelli deboli del sud, per non parlare dello sfruttamento dei migranti (che spesso fuggono da guerre o da una miseria di cui sono causa gli stati ricchi), nonché della negazione dello “ius soli” a coloro che, figli di stranieri, sono tuttavia nati ed educati in Italia.
Ma che Marx sia ideologicamente defunto, lo si vede anche da quei sedicenti ammiratori del suo pensiero che, senza averlo letto o compreso, pretendono di dichiararne tutta la vitalità (e di sfruttarne il nome) pur assumendo posizioni contrarie ai migranti o alla difesa non solo dei diritti civili delle donne ma anche di quelle categorie umane che sfuggono da una rigida divisione di genere. Sono quegli stessi autori che criticano la fumosa e malmessa Sinistra in nome del fatto che essa difende donne, omosessuali e migranti dimenticandosi di combattere il capitalismo sfruttatore.
Peccato che il capitalismo, mai come oggi imperante, non si riesca a combatterlo per assenza di ricette alternative (che infatti non posseggono neppure i sedicenti allievi di Marx critici della malconcia Sinistra), non perché intanto si cercano delle soluzioni ragionevoli alla qualità della vita di migranti e di categorie umane a vario titolo subordinate.
Con Gesù Cristo si pensa il contrario, che il suo fosse un messaggio esclusivamente morale, ma sostanzialmente privo di implicazioni concrete sul piano sociale. Niente di più sbagliato. La sua voleva essere una lotta anzitutto sociale, volta a liberare il popolo dalla casta sacerdotale e farisaica, per risollevare i poveri e gli umili. Gesù intendeva fornire rappresentanza (e non solo conforto) agli umili e ai poveri, “i quali sono come pecore senza pastore” (Marco VI,34).
Feroce e implacabile la sua guerra contro la casta del Tempio: “Voi onorate Dio solo esteriormente e con le labbra, ma in realtà andate appresso alle vostre tradizioni umane e per esse negligete la vera legge di Dio” (Marco VII, 8-13).
Fino all’affondo finale contro l’uomo che opprime ogni proprio fratello e ogni propria sorella: “Voi imponete bensì al popolo una catena grave di precetti, ma in fondo, per vostro conto, non li osservate, dite e non fate. Voi avete solo l’apparenza e la fama della santità, e con le lunghe preghiere divorate le case delle vedove. Voi edificate le tombe dei profeti e onorate i monumenti dei giusti. Ma perseguitate i profeti che Dio manda per richiamare il popolo alla vera legge. Guai a voi, che avete fuori l’apparenza di uomini giusti e dentro siete pieni di rapacità e di ipocrisia” (Luca XI, 37 sgg.; Matteo IX, 13).
Le priorità sono chiare, e non sono morali o ideologiche: “Prima l’amore fraterno, poi la preghiera; prima la carità, poi i sacrifici; prima l’adempimento dei doveri filiali, poi l’offerta al tempio” (Marco VII,10; Matteo IX,13).
Basterebbe leggere un qualsiasi giornale di questi giorni per sapere come fare ad applicare l’insegnamento del grande filosofo e del grande profeta. Se non fosse che, a partire dalle nostre menti e dai nostri cuori, tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori del Tempio.

http://lurtodelpensiero.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/07/18/150-fa-il-capitale-ma-marx-e-morto-e-gesu-pure/?ref=fbpe

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Assalto al litorale della Sardegna. Addio legge salvacoste. La giunta vara la controriforma dell’edilizia.


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La contro-riforma è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.

All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/07/18/news/sardegna-assalto-alle-coste-1.306266?ref=fbpe

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Siccità e diluvi cambiano agricoltura e infrastrutture.


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I segnali sono evidenti. C’è siccità. Ci sono temporali furiosi. Gli incendi inceneriscono i boschi sulle colline del Messinese e sui fianchi del Vesuvio. Le colture si disseccano. Il clima cambia, questo ormai pare sicuro; ma la questione del clima non è solo il distacco dell’iceberg Larsen C dai ghiacci del Polo Sud, ma anche cosa accadrà in Italia. E accade che l’Italia deve prepararsi a un cambiamento del modo di produrre e a un cambiamento nel modo di gestire il territorio. Con un clima diverso, con un modo diverso di piovere e di non piovere, cambiano la produzione e il consumo di elettricità, le colture, i princìpi per progettare le infrastrutture.

Primo, questi fatti dicono che bisogna cambiare il modo in cui pensiamo la produzione agricola. Le colture tipiche del Mezzogiorno si sposteranno verso l’Alta Italia e ci saranno oliveti assai più a Nord, per esempio in val Lagarina o in Valtellina, rispetto a quelli che oggi rendono celebre il Garda e la Liguria.

Secondo effetto, cambia il modo di consumare elettricità. Si useranno molti più chilowattora per raffreddare primavere e autunni caldi ed estati torride, e molto meno per riscaldare inverni mitissimi. E raffreddare non significa solamente il funzionamento del condizionatore dell’ufficio, della casa o dell’automobile: significa che dovranno lavorare più a lungo i compressori dei frigoriferi di casa, dei banchi refrigerati nei supermercati e di tutta la catena del fresco e del freddo. Significa maggiore quantità di derrate deperite e immangiabili. Significa maggiore stress per le centrali elettriche. E un diverso utilizzo delle centrali idroelettriche.

C’è un altro elemento. Il clima, come si sta sperimentando, tenderà ad accentuare i fenomeni estremi: lunghissimi periodi senza pioggia interrotti da tempeste furiose e brevissime.. Pioggia sulle cui quantità non sono tarati i canali e le rogge, le misure delle gronde, le inclinazioni dei ponti, la forma dei tetti e il dimensionamento delle tegole, le spallette e gli argini dei fiumi, l’uso dei fiumi per le acque di raffreddamento delle centrali termiche, l’uso irriguo delle acque del sottosuolo, più scarse e spesso salate.

Il cambiamento del regime di pioggia, con enormi quantità d’acqua concentrate in tempi brevissimi e accompagnate da venti furiosi, chiederà criteri diversi di progettazione delle infrastrutture, concepite ancora oggi secondo gli standard climatici dell’Ottocento e del Novecento. E chiederà un diverso modo di pensare il territorio, fragilissimo e infiammabile. Messina e il Vesuvio chiedono più forestali, più aerei antincendio, una cultura più attenta del territorio in cui viviamo.

 

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Pubblicato in: CRONACA

I fari bellissimi in Italia


Un patrimonio storico-artistico da tutelare e visitare per ammirarne l’incredibile bellezza.

fari conquistano con il loro fascino e imponenza. Da sempre punti di riferimento per chi naviga, la loro luce indicava la via e rassicurava gli animi.

La moderna tecnologia ne ha un po’ scalzato l’importanza nella navigazione, ma rimangono per tutti noi un luogo magico ricco di fascino e suggestione. Imponenti, luminosi, guardinghi, proprio grazie al ruolo che hanno avuto nella storia, sono sempre costruiti in posti difficili da raggiungere e, nel tempo, hanno dovuto sopportare la forza della natura tra mareggiate, terremoti e usura.

Il fascino dei fari, che si ergono lungo le coste italiane, sono impareggiabili  per la loro maestosità indiscussa.

 

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Faro della Vittoria – Trieste, Friuli Venezia Giulia

Questo faro è una vera e propria opera d’arte. Lungo la panoramica Strada del Friuli, che dal centro città conduce verso la frazione di Prosecco, si può ammirare questo faro alto più di 67 metri, realizzato immediatamente dopo il primo dopoguerra con il duplice scopo di illuminare il Golfo di Trieste e celebrare il passaggio della città al Regno d’Italia.

 

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Faro di Vieste – Vieste (Foggia), Puglia

Il Faro di Vieste è costituto da una torre ottagonale in mattoni che si erge sull’ex-abitazione del guardiano, sullo scoglio di Santa Eufemia. È stato progettato nel 1867 e la torre in cui è ubicata la lanterna, a causa dell’automazione della struttura, è ora disabitata. Una lanterna in ottone è posta al culmine della torre e si accende ogni giorno al tramonto, illuminando la città.

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 Faro di Capo d’Otranto o Punta Palascìa – Otranto, Puglia

Il faro di Capo d’Otranto, detto della “Palascìa” è situato poco fuori Otranto lungo la litoranea che dalla città dei martiri conduce fino Santa Cesarea. In questo punto la penisola Italica raggiunge il suo estremo punto orientale. La struttura si compone di due piani abitati dalle famiglie dei due guardiani del faro. Il faro è ad oggi meta di molti turisti che, nella notte di San Silvestro, vi si recano per ammirare quella che è considerata la prima alba del nuovo anno in Italia. Ristrutturato da poco, è uno dei cinque fari del Mar Mediterraneo tutelati dalla Commissione europea.

 

http://www.donnamoderna.com/lifestyle/viaggi/16-fari-da-non-perdere-in-Italia